Luigi Pirandello

Il viaggio

vol.  12

Edizione di riferimento

Luigi Pirandello Novelle per un anno, a cura di Mario Costanzo, Premessa di Giovanni Macchia, I Meridiani vol. III, Arnoldo Mondadori editore, Milano1985

159 - Il viaggio

160 - Il libretto rosso

161 - La mano del malato povero

162 - Pubertà

163 - Gioventù

164 - Ignare

165 - L’ombrello

166 - Zafferanetta

167 - Felicità

168 - Spunta un giorno

169 - « Vexilla regis »

170 - L’uccello impagliato

171 - Leonora, addio!

172 - Il lume dell’altra casa

173 - Leviamoci questo pensiero

159  -  Il viaggio

Da tredici anni Adriana Braggi non usciva più dalla casa antica, silenziosa come una badia, dove giovinetta era entrata sposa. Non la vedevano più nemmeno dietro le vetrate delle finestre i pochi passanti che di tanto in tanto salivano quell’erta via a sdrucciolo e mezza dirupata, così solitaria che l’erba vi cresceva tra i ciottoli a cespugli.

A ventidue anni, dopo quattro appena di matrimonio, con la morte del marito era quasi morta anche lei per il mondo. Ne aveva ora trentacinque, e vestiva ancora di nero, come il primo giorno della disgrazia; un fazzoletto nero, di seta, le nascondeva i bei capelli castani, non più curati, appena ravviati in due bande e annodati alla nuca. Tuttavia, una serenità mesta e dolce le sorrideva nel volto pallido e delicato.

Di questa clausura nessuno si meravigliava in quell’alta cittaduzza dell’interno della Sicilia, ove i rigidi costumi per poco non imponevano alla moglie di seguire nella tomba il marito Dovevano le vedove starsene chiuse così in perpetuo lutto, fino alla morte.

Del resto, le donne delle poche famiglie signorili, da fanciulle e da maritate, non si vedevano quasi mai per via: uscivano solamente le domeniche, per andare a messa; qualche rara volta per le visite che di tempo in tempo si scambiavano tra loro. Sfoggiavano allora a gara ricchissimi abiti d’ultima moda, fatti venire dalle primarie sartorie di Palermo o di Catania, e gemme e ori preziosi; non per civetteria: andavano serie e invermigliate in volto, con gli occhi a terra, impacciate, strette accanto al marito o al padre o al fratello maggiore. Quello sfoggio era quasi d’obbligo; quelle visite o quei due passi fino alla chiesa erano per loro vere e proprie spedizioni da preparare fin dal giorno avanti. Il decoro del casato poteva scapitarne; e gli uomini se ne impacciavano; anzi, i più puntigliosi erano loro, perché volevano dimostrare così di sapere e potere spendere per le loro donne.

Sempre sottomesse e obbedienti, queste si paravano com’essi volevano, per non farli sfigurare; dopo quelle brevi comparse, ritornavano tranquille alle cure casalinghe; e, se spose, attendevano a far figliuoli, tutti quelli che Dio mandava {era questa la loro croce); se fanciulle, aspettavano di sentirsi dire un bel giorno dai parenti: eccoti, sposa questo; lo sposavano; quieti e paghi gli uomini di quella supina fedeltà senza amore.

Soltanto la fede cieca in un compenso oltre la vita poteva far sopportare senza disperazione il lento e greve squallore in cui volgevano le giornate, una dopo l’altra tutte uguali, in quella cittaduzza montana, così silenziosa che pareva quasi deserta, sotto l’azzurro intenso e ardente del cielo, con le straducole anguste, male acciottolate, tra le grezze casette di pietra e calce, coi doccioni di creta e i tubi di latta scoperti.

A inoltrarsi fin dove quelle straducole terminavano, la vista della distesa ondeggiante delle terre arse dalle solfare, accorava. Alido il cielo, alida la terra, da cui nel silenzio immobile, addormentato dal ronzio degli insetti, dal fritinnìo di qualche grillo, dal canto lontano d’un gallo o dall’abbajare d’un cane, vaporava denso nell’abbagliamento meridiano l’odore di tante erbe appassite, dal grassume delle stalle sparso.

In tutte le case, anche nelle poche signorili, mancava l’acqua; nei vasti cortili, come in capo alle vie, c’erano vecchie cisterne alla mercé del cielo; ma anche d’inverno pioveva poco; quando pioveva era una festa: tutte le donne mettevan fuori conche e buglioli, vaschette e botticine, e stavano poi su gli usci con le vesti di baracane raccolte tra le gambe a vedere l’acqua piovana scorrere a torrenti per i ripidi viottoli, a sentirla gorgogliare nelle grondaie e per entro ai doccioni e ai cannoni delle cisterne. Si lavavano i ciottoli, si lavavano i muri delle case, e tutto pareva respirasse più lieve nella freschezza fragrante della terra bagnata.

Gli uomini, tanto o quanto, trovavano nella varia vicenda degli affari, nella lotta dei partiti comunali, nel Caffè o nel Casino di compagnia, la sera, da distrarsi in qualche modo; ma le donne, in cui fin dall’infanzia s’era costretto a isterilire ogni istinto di vanità, sposate senz’amore, dopo avere atteso come serve alle faccende domestiche sempre le stesse, languivano miseramente con un bambino in grembo o col rosario in mano, in attesa che l’uomo, il padrone, rincasasse.

Adriana Braggi non aveva amato affatto il marito.

Debolissimo di complessione e in continuo orgasmo per la cagionevole salute, quel marito l’aveva oppressa e torturata quattr’anni, geloso fin anche del fratello maggiore, a cui sapeva d’aver fatto, sposando, un grave torto, anzi un vero tradimento. Ancora, là, di tutti i figli maschi d’ogni famiglia ricca uno solo, il maggiore, doveva prendere moglie, perché le sostanze del casato non andassero sparpagliate tra molti eredi.

Cesare Braggi, il fratello maggiore, non aveva mai dato a vedere d’essersi avuto a male di quel tradimento, forse perché il padre, morendo poco prima di quelle nozze, aveva disposto che il capo della famiglia rimanesse lui e che il secondogenito ammogliato gli dovesse obbedienza intera.

Entrando nella casa antica dei Braggi, Adriana aveva provato una certa umiliazione nel sapersi così soggetta al cognato. La sua condizione era diventata doppiamente penosa e irritante, allorché il marito stesso, nella furia della gelosia, le aveva lasciato intendere che Cesare aveva già avuto in animo di sposar lei. Non aveva saputo più come contenersi di fronte al cognato; e tanto più imbarazzo era cresciuto, quanto meno il cognato aveva fatto pesare la sua potestà su lei, accolta fin dal primo giorno con cordiale franchezza di simpatia e trattata come una vera sorella.

Era di modi gentili, e nel parlare e nel vestire e in tutti i tratti, d’una squisita signorilità naturale, che né il contatto della ruvida gente del paese, né le faccende a cui attendeva, né le abitudini di rilassata pigrizia, a cui quella vuota e misera vita di provincia induceva per tanti mesi dell’anno, avevano potuto mai, non che arrozzire, ma neppure alterare d’un poco.

Ogni anno, del resto, per parecchi giorni, spesso anche per più d’un mese, s’allontanava dalla cittaduzza e dagli affari. Andava a Palermo, a Napoli, a Roma, a Firenze, a Milano, a tuffarsi nella vita, a prendere - com’egli diceva un bagno di civiltà. Ritornava da quei viaggi ringiovanito nell’anima e nel corpo.

Adriana, che non aveva mai dato un passo fuori del paese natale, nel vederlo rientrare così nella vasta casa antica, ove il tempo pareva stagnasse in un silenzio di morte, provava ogni volta un segreto turbamento indefinibile.

Il cognato recava con sè l’aria d’un mondo, che lei non riusciva nemmeno a immaginare.

E il turbamento le cresceva, udendo le stridule risate del marito che di là ascoltava il racconto delle saporite avventure occorse al fratello; diventava sdegno, ribrezzo poi, la sera, allorché il marito, dopo quei racconti del fratello, veniva a trovarla in camera, acceso, sovreccitato, smanioso. Lo sdegno, il ribrezzo erano per il marito, e tanto più forti quanto più ella vedeva invece il cognato pieno di rispetto, anzi di riverenza per lei.

Morto il marito, Adriana aveva provato un’angoscia piena di sgomento al pensiero di restar sola con lui in quella casa. Aveva, sì, i due piccini che in quei quattro anni le erano nati; ma, benché madre, non era riuscita a superare’ di fronte al cognato, la sua nativa timidezza di fanciulla. Questa timidezza, veramente, non era stata mai in lei ritrosìa; ma ora sì; e ne incolpava il marito geloso, che l’aveva oppressa con la più sospettosa e obliqua sorveglianza.

Cesare Braggi, con squisita premura, aveva allora invitato la madre di lei a venirsene a stare con la figliuola vedova. E a poco a poco Adriana, liberata dall’esosa tirannia del marito, con la compagnia della madre, aveva potuto, se non acquistare al tutto la pace, tranquillare alquanto lo spirito. S’era dedicata con intero abbandono alla cura dei figliuoli, prodigando loro quell’amore e quelle tenerezze che non avevano potuto trovare uno sfogo nel matrimonio disgraziato.

Ogni anno Cesare aveva seguitato a fare il suo viaggio d’un mese nel Continente, recando doni al ritorno così a lei come alla nonna e ai nipotini, per i quali aveva sempre avuto le più delicate premure paterne.

La casa, senza il presidio d’un uomo, faceva paura alle donne, segnatamente la notte. Nei giorni ch’egli era assente, pareva ad Adriana che il silenzio, divenuto più profondo, più cupo, tenesse come sospesa sulla casa una grande ignota sciagura; e con infinito sbigottimento udiva stridere la carrucola dell’antica cisterna in capo all’erta via solitaria, se un soffio di vento veniva a scuoterne la fune. Ma poteva egli, per riguardo a due donne e a due piccini che in fondo non gli appartenevano, privarsi di quell’unico svago dopo un anno di lavoro e di noja? Avrebbe potuto non curarsi né tanto né poco di loro, vivere per sè, libero, poiché il fratello gli aveva impedito di formarsi una famiglia sua; e invece - come non riconoscerlo? - tolte quelle brevi vacanze, era tutto dedito alla casa e ai nipotini orfani.

Col tempo, s’era addormentato ogni rammarico nel cuore di Adriana I figliuoli crescevano, e lei godeva che crescessero con la guida di quello zio. La sua dedizione era divenuta ormai totale cosicché si meravigliava se il cognato o i figliuoli si opponevano a qualche cura soverchia che si dava di loro. Le pareva di non far mai abbastanza. E a che avrebbe dovuto pensare, se non a loro?

Era stato per lei un gran dolore la morte della madre: era venuta a mancarle l’unica compagnia. Da un pezzo parlava con lei come con una sorella; tuttavia, con la madre accanto, lei poteva pensarsi ancora giovane, qual’era in fondo. Sparita la madre, con quei due figliuoli ormai giovinetti, uno di sedici, l’altro di quattordici anni, già alti quasi quanto lo zio, cominciò a sentirsi e a considerarsi vecchia.

Era in quest’animo, allorché per la prima volta le avvenne di avvertire un vago malessere, una stanchezza, una oppressione un po’ a una spalla, un po’ al petto; un certo dolor sordo che le prendeva talvolta anche tutto il braccio sinistro e che di tratto in tratto diventava lancinante e le toglieva il respiro.

Non ne mosse lamento; e forse nessuno lo avrebbe mai saputo, se un giorno a tavola ella non avesse avuto l’assalto d’uno di quei fitti spasimi improvvisi.

Fu chiamato il vecchio medico di casa, il quale fin da principio restò costernato dal ragguaglio di quei sintomi. La costernazione crebbe dopo un lungo e attento esame dell’inferma.

Il male era alla plèura. Ma di che natura? Il vecchio medico, con l’ajuto d’un collega, tentò una puntura esplorativa, senza alcun esito. Poi, notando un certo indurimento nelle glandole sopra e sottoscapolari, consigliò al Braggi di condurre subito la cognata a Palermo, lasciando intendere chiaramente che temeva fosse un tumore interno, forse irrimediabile.

Partire subito non fu possibile. Adriana, dopo tredici anni di clausura, era affatto sprovvista d’abiti per comparire in pubblico e per viaggiare. Bisognò scrivere a Palermo per provvederla con la massima sollecitudine.

Cercò d’opporsi in tutti i modi, assicurando il cognato e i figliuoli che non si sentiva poi così male. Un viaggio? Solo a pensarci, le venivano i brividi. Era poi giusto il tempo che Cesare soleva prendersi le sue vacanze d’un mese. Partendo con lui, gli avrebbe tolto la libertà, ogni piacere. No, no, non voleva a nessun patto! E poi, come, a chi avrebbe lasciato i figliuoli? a chi affidato la casa? Metteva avanti tutte queste difficoltà; ma il cognato e i figliuoli gliele abbattevano con una risata. Si ostinava a dire che il viaggio le avrebbe fatto certo più male. Oh, buon Dio, se non sapeva più neppure come fossero fatte le strade! Non avrebbe saputo muovervi un passo! Per carità, per carità, la lasciassero in pace!

Quando da Palermo arrivarono gli abiti e i cappelli, fu per i due figliuoli un tripudio.

Entrarono esultanti con le grosse scatole avvolte nella tela cerata, in camera della madre, gridando, strepitando, ch’ella dovesse subito subito provarseli. Volevano veder bella la loro mammina, come non la avevano veduta mai. E tanto dissero, tanto fecero, che dovette arrendersi e contentarli.

Erano abiti neri, da lutto anche quelli, ma ricchissimi e lavorati con meravigliosa maestria. Ormai ignara affatto di mode, inesperta, non sapeva da che parte prenderli per vestirsene. Dove e come agganciare i tanti uncinetti che trovava qua e là? Quel colletto, oh Dio, così alto? E quelle maniche, con tanti sbuffi... Usavano adesso così?

Dietro l’uscio, intanto, tempestavano i figliuoli, impazienti:

– Mamma, fatto? Ancora?

Come se la mamma di là stésse ad abbigliarsi per una festa! Non pensavano più alla ragione per cui quegli abiti erano arrivati; non ci pensava più, veramente, nemmeno lei, in quel momento.

Quando, tutta confusa, accaldata, levò gli occhi e si vide nello specchio dell’armadio, provò un’impressione violentissima, quasi di vergogna. Quell’abito, disegnandole con procacissima eleganza i fianchi e il seno, le dava la sveltezza e l’aria d’una fanciulla. Si sentiva già vecchia: si ritrovò d’un tratto in quello specchio, giovane, bella; un’altra!

– Ma che! ma che! Impossibile! – gridò, storcendo il collo e levando una mano per sottrarsi a quella vista.

I figliuoli, l’esclamazione, cominciarono a picchiare più forte all’uscio con le mani, coi piedi, a sospingerlo, gridandole che aprisse, che si facesse vedere.

Ma che! no! Si vergognava. Era una caricatura! No, no.

Ma quelli minacciarono di buttar l’uscio a terra. Dovette aprire.

Restarono anch’essi, i figliuoli, abbagliati dapprima da quella trasformazione improvvisa. La mamma cercava di schermirsi, ripetendo: – Ma no, lasciatemi! ma che! impossibile! siete matti? – quando sopravvenne il cognato. Oh, per pietà! Tentò di scappare, di nascondersi, come se egli l’avesse sorpresa nuda. Ma i figliuoli la tenevano; la mostrarono allo zio che rideva di quella vergogna.

– Ma se ti sta proprio bene! – disse egli, alla fine, ritornando serio. – Su, lasciati vedere.

Si provò ad alzare il capo.

– Mi pare d’essere mascherata...

– Ma no! Perché? Ti sta invece benissimo. Voltati un poco... così, di fianco...

Obbedì, sforzandosi di parer calma; ma il seno, ben disegnato dall’abito, le si sollevava al frequente respiro che tradiva l’interna agitazione cagionata da quell’esame attento e tranquillo di lui, espertissimo conoscitore.

– Va proprio bene. E i cappelli?

– Certe ceste! – esclamò Adriana, quasi sgomenta.

– Eh sì, usano grandissimi.

– Come farò a mettermeli in capo? bisognerà che mi pettini in qualche altro modo.

Cesare tornò a guardarla, calmo, sorridente; disse:

– Ma sì, hai tanti capelli...

– Sì, sì, brava mammina! Pettinati subito! – approvarono i figliuoli.

Adriana sorrise mestamente:

– Vedete che mi fate fare? – disse, rivolgendosi anche al cognato.

La partenza fu stabilita per la mattina appresso.

Sola con lui!

Lo seguiva in uno di quei viaggi, a cui un tempo pensava con tanto turbamento. E un solo timore aveva adesso: quello di apparire turbata a lui che le stava davanti, tutto intento a lei, ma tranquillo come sempre.

Questa tranquillità di lui, naturalissima, avrebbe fatto stimare a lei indegno il suo turbamento e tale da doverne arrossire, ove ella, con una finzione quasi cosciente, appunto per non doverne aver vergogna e raffinarsi di se medesima, non gli avesse dato un’altra cagione: la novità stessa del viaggio, l’assalto di tante impressioni strane alla sua anima chiusa e schiva. E attribuiva lo sforzo che faceva su se stessa per dominare quel turbamento (il quale tuttavia, così interpretato, non avrebbe avuto nulla di riprovevole) alla convenienza di non darsi a vedere tanto nuova delle cose e meravigliata, di fronte a uno che, per esser da tanti anni esperto di tutto e padrone sempre di sè, avrebbe potuto provarne fastidio e dispiacere. Anche ridicola, infatti, avrebbe potuto apparire, alla sua età, per quella meraviglia quasi infantile che le ferveva negli occhi.

Si costringeva pertanto a frenare l’ilare ansia febbrile dello sguardo e a non voltare continuamente il capo da un finestrino all’altro, come aveva la tentazione di fare per non perdere nulla delle tante cose, su cui i suoi occhi, così in fuga, si posavano un attimo per la prima volta. Si costringeva a nascondere la maraviglia, a dominare quella curiosità, che pure le avrebbe giovato tener desta e accesa, per vincere con essa lo stordimento e la vertigine che il rombar cadenzato delle ruote e quella fuga illusoria di siepi e d’alberi e di colli le cagionavano.

Andava in treno per la prima volta. A ogni tratto, a ogni giro di ruota, aveva l’impressione di penetrare, d’avanzarsi In un mondo ignoto, che d improvviso le si creava nello spirito con apparenze che? per quanto le fossero vicine, pur le sembravano come lontane e le davano, insieme col piacere della loro vista, anche un senso di pena sottilissima e indefinibile: la pena ch’esse fossero sempre esistite oltre e fuori dell’esistenza e anche dell’immaginazione di lei; la pena d’essere tra loro estranea e di passaggio, e ch’esse senza di lei avrebbero seguitato a vivere per sè con le loro proprie vicende.

Ecco lì le umili case di un villaggio: tetti e finestre e porte e scale e strade: la gente che vi dimorava era, come per tanti anni era stata lei nella sua cittaduzza, chiusa lì in quel punto di terra, con le sue abitudini e le sue occupazioni: oltre a quello che gli occhi arrivavano a vedere, non esisteva più nulla per quella gente; il mondo era un sogno: tanti e tanti lì nascevano e lì crescevano e morivano, senza aver visto nulla di quel che ora andava a veder lei in quel suo viaggio, che era così poco a petto della grandezza del mondo, e che tuttavia a lei sembrava già tanto.

Nel volgere gli occhi, incontrava a quando a quando lo sguardo e il sorriso del cognato, che le domandava:

– Come ti senti?

Gli rispondeva con un cenno del capo:

– Bene.

Più d’una volta il cognato venne a sederlesi accanto per mostrarle e nominarle un paese lontano, ov’era stato, e quel monte là dal profilo minaccioso, tutti gli aspetti di maggior rilievo che si figurava dovessero più vivamente richiamare l’attenzione di lei. Non intendeva che tutte le cose, anche le minime, quelle che per lui erano le più comuni, destavano intanto in lei un tumulto di sensazioni nuove; e che le indicazioni, le notizie ch’egli le dava, anziché accrescere, diminuivano e raffreddavano quella fervida, fluttuante immagine di grandezza, ch’ella, smarrita, con quel sentimento di pena indefinibile, si creava alla vista di tanto mondo ignoto.

Nel tumulto interno delle sensazioni, inoltre, la voce di lui, anziché far luce, le cagionava quasi un arresto bujo e violento, pieno di fremiti pungenti; e allora quel sentimento di pena si faceva più acuto in lei, più distinto. Si vedeva meschina nella sua ignoranza; e avvertiva un oscuro e quasi ostile rincrescimento della vista di tutte quelle cose che ora, troppo tardi per lei, all’improvviso, le riempivano gli occhi e le entravano nell’anima.

A Palermo, scendendo il giorno dopo dalla casa del clinico primario dopo la lunghissima visita, comprese bene dallo sforzo che faceva il cognato per nascondere la profonda costernazione, dalla premura affettata con cui ancora una volta aveva voluto farsi insegnare il modo di usare la medicina prescritta e dell’aria con cui il medico gli aveva risposto; comprese bene che questi aveva dato su lei la sentenza di morte, e che quella mistura di veleni da prendere a gocce con molta precauzione, due volte al giorno prima dei pasti, non era altro che un inganno pietoso o il viatico di una lenta agonia.

Eppure, appena, ancora un po’ stordita e disgustata dal diffuso odore dell’etere nella casa del medico, uscì dall’ombra della scala sulla via, nell’abbagliamento del sole al tramonto, sotto un cielo tutto di fiamma che dalla parte della marina lanciava come un immenso nembo sfolgorante sul Corso lunghissimo; e vide tra le vetture entro quel baglior d’oro il brulichio della folla rumorosa, dai volti e dagli abiti accesi da riflessi purpurei, i guizzi di luce, gli sprazzi colorati, quasi di pietre preziose, delle vetrine, delle insegne, degli specchi delle botteghe; la vita, la vita, la vita soltanto si sentì irrompere in subbuglio nell’anima per tutti i sensi commossi ed esaltati quasi per un’ebbrezza divina; né poté avere alcuna angustia, neppure un fuggevole pensiero per la morte prossima e inevitabile per la morte ch’era pure già dentro di lei, appiattata là, sotto la scapola sinistra, dove più acute a tratti sentiva le punture. No, no, la vita, la vita! E quel subbuglio interno che le sconvolgeva lo spirito, le faceva impeto intanto alla gola, ove non sapeva che cosa, quasi un’antica pena sommossa dal fondo del suo essere le si era a un tratto ingorgata, ed ecco la forzava alle lagrime, pur fra tanta gioja.

– Niente, niente... – disse al cognato, con un sorriso che le s’illuminò vividissimo negli occhi attraverso le lagrime. – Mi par d’essere... non so... Andiamo, andiamo...

– All’albergo?

– No... no...

– Andiamo allora a cenare allo "Chalet a mare, al Foro Italico; ti piace?

– Sì, dove vuoi.

– Benissimo. Andiamo! Poi vedremo il passeggio al Foro; sentiremo la musica...

Montarono in vettura e andarono incontro a quel nembo sfolgorante, che accecava.

Ah, che serata fu quella per lei, nello "Chalet" a mare, sotto la luna, alla vista di quel Foro illuminato, corso da un continuo fragore di vetture scintillanti, tra l’odore delle alghe che veniva dal mare, il profumo delle zàgare che veniva dai giardini! Smarrita come in un incanto sovrumano, a cui una certa angoscia le impediva di abbandonarsi interamente, l’angoscia destata dal dubbio che non fosse vero quanto vedeva, si sentiva lontana, lontana anche da se stessa, senza memoria né coscienza né pensiero, in una infinita lontananza di sogno.

L’impressione di questa lontananza infinita, la riebbe più intensa la mattina seguente, percorrendo in vettura gli sterminati viali deserti del parco della Favorita, perché, a un certo punto, con un lunghissimo sospiro poté quasi rivenire a sè da quella lontananza e misurarla, pur senza rompere l’incanto né turbare l’ebbrezza di quel sogno nel sole, tra quelle piante che parevano assorte anch’esse in un sogno senza fine.

E, senza volerlo, si voltò a guardare il cognato, e gli sorrise, per gratitudine.

Subito però quel sorriso le destò una viva e profonda tenerezza per sè condannata a morire, ora, ora che le si schiudevano davanti agli occhi stupiti tante bellezze maravigliose, una vita, quale anche per lei avrebbe potuto essere qual era per tante creature che lì vivevano. E sentì che forse era stata una crudeltà farla viaggiare.

Ma poco dopo, quando la vettura Analmente si fermò in fondo a un viale remoto, ed ella sorretta da lui ne scese per vedere da vicino la fontana d’Ercole; Il davanti a quel la fontana, sotto il cobalto del cielo così intenso che quasi pareva nero attorno alla fulgida statua marmorea del semidio su l’alta colonna sorgente in mezzo all’ampia conca, chinandosi a guardare l’acqua vitrea, su cui natava qualche foglia, qualche cuora verdastra che riflettevano l’ombra sul fondo; e poi, a ogni lieve ondulìo di quell’acqua, vedendo vaporare come una nebbiolina sul volto impassibile delle sfingi che guardano la conca, quasi un’ombra di pensiero si sentì anche lei passare sul volto che come un alito fresco veniva da quell’acqua; e subito a quel soffio un gran silenzio di stupore le allargò smisuratamente lo spirito; e, come se un lume d’altri cieli le si accendesse improvviso in quel vuoto incommensurabile, ella sentì d’attingere in quel punto quasi l’eternità, d’acquistare una lucida, sconfinata coscienza di tutto, dell’infinito che si nasconde nella profondità dell’anima misteriosa, e d’aver vissuto, e che le poteva bastare, perché era stata in un attimo, in quell’attimo, eterna.

Propose al cognato di ripartire quello stesso giorno. Voleva ritornarsene a casa, per lasciarlo libero, dopo quei quattro giorni sottratti alle sue vacanze. Un altro giorno egli avrebbe perduto per riaccompagnarla; poi poteva riprendere la via, la sua corsa annuale per paesi più lontani, oltre quell’infinito mare turchino. Senza timore poteva, ché di sicuro lei non sarebbe morta così presto, in quel mese delle sue vacanze.

Non gli disse tutto questo; lo pensò soltanto; e lo pregò che fosse contento di ricondurla al paese.

– Ma no, perché? – le rispose egli. – Ormai ci siamo; tu verrai con me a Napoli. Consulteremo là, per maggior sicurezza, qualche altro medico.

– No, no, per carità, Cesare! Lasciami ritornare a casa. E inutile!

– Perché? Nient’affatto. Sarà meglio. Per maggior sicurezza.

– Non basta quello che abbiamo saputo qua? Non ho nulla; mi sento bene, vedi? Farò la cura. Basterà.

Egli la guardò serio e disse:

– Adriana, desidero così.

E allora ella non poté più replicare: vide in sè la donna del suo paese che non deve mai replicare a ciò che l’uomo stima giusto e conveniente; pensò che egli volesse per sé la soddisfazione di non essersi contentato d’un solo consulto, la soddisfazione che gli altri, là in paese, domani, alla morte di lei, potessero dire: Egli fece di tutto per salvarla; la portò a Palermo, anche a Napoli...". O forse era in lui veramente la speranza che un altro medico di più lontano, più bravo, riconoscesse curabile il male, scoprisse un rimedio per salvarla? O forse... ma st, questo era da credere piuttosto: sapendola irremissibilmente perduta, egli voleva, poiché si trovava in viaggio con lei, procurarle quell’ultimo e straordinario svago, come un tenue compenso alla crudeltà della sorte.

Ma ella aveva odore, ecco, orrore di tutto quel mare da attraversare. Solo a guardarlo, con questo pensiero, si sentiva mozzare il fiato quasi avesse dovuto attraversarlo a nuoto.

– Ma no, vedrai – la rassicurò egli, sorridendo. – Non avvertirai neppure d’esserci, di questa stagione. Vedi com’è tranquillo? E poi vedrai il piroscafo... Non sentirai nulla.

Poteva ella confessargli l’oscuro presentimento che la angosciava alla vista di quel mare, che cioè, se fosse partita, se si fosse staccata dalle sponde dell’isola che già le parevano tanto lontane dal suo paesello e così nuove; in cui già tanta agitazione, e così strana, aveva provato; se con lui si fosse avventurata ancor più lontano, con lui sperduta nella tremenda, misteriosa lontananza di quel mare, non sarebbe più ritornata alla sua casa, non avrebbe più rivalicato quelle acque, se non forse morta? No, neanche a se stessa poteva confessarlo questo presentimento; e credeva anche lei a quell’orrore del mare, per il solo fatto che prima non lo aveva mai neppur veduto da lontano; e, doverci ora andar sopra...

S’imbarcarono quella sera stessa per Napoli.

Di nuovo, appena il piroscafo si mosse dalla rada e usò dal porto, passato lo stordimento per il trambusto e il rimescolìo di tanta gente che saliva e scendeva per il pontile, vociando, e lo stridore delle grue su le stive; vedendo a grado a grado allontanarsi e rimpiccolirsi ogni cosa, la gente su lo scalo, che seguitava ad agitare in saluto i fazzoletti, la rada, le case, finché tutta la città non si confuse in una striscia bianca, vaporosa, qua e là trapunta da pallidi lumi sotto la chiostra ampia dei monti grigi rossigni; di nuovo si sentì smarrire nel sogno, in un altro sogno maraviglioso, che le faceva però sgranare gli occhi di sgomento, quanto più, su quel piroscafo, pur grande, sì, ma forse fragile se vibrava tutto così ai cupi tonfi cadenzati delle eliche, entrava nelle due immensità sterminate del mare e del cielo.

Egli sorrise di quello sgomento e, invitandola ad alzarsi e passandole con una intimità che finora non s’era mai permessa un braccio sotto il braccio, per sorreggerla, la condusse a vedere di là, su la coperta stessa, i lucidi possenti stantuffi d’acciaio che movevano quelle eliche. Ma ella, già turbata di quel contatto insolito, non poté resistere a quella vista e più al fiato caldo, al tanfo crasso che vaporavano di là, e fu per mancare e reclinò e quasi appoggiò il capo su la spalla di lui. Si contenne subito, quasi atterrita di quella voglia istintiva d’abbandono a cui stava per cedere.

E di nuovo egli, con maggior premura, le chiese:

– Ti senti male?

Col capo, non trovando la voce, gli rispose di no. E andarono tutti e due, così a braccio, verso la poppa, a guardar la lunga scia fervida fosforescente sul mare già divenuto nero sotto il cielo polverato di stelle, in cui il tubo enorme della ciminiera esalava con continuo sbocco il fumo denso e lento, quasi arroventato dal calore della macchina. Finché, a compir l’incanto, non sorse dal mare la luna; dapprima tra i vapori dell’orizzonte come una lugubre maschera di fuoco che spuntasse minacciosa a spiare in un silenzio spaventevole quei suoi dominii d’acqua; poi a mano a mano schiarendosi, restringendosi precisa nel suo niveo fulgore che allargò il mare in un argenteo palpito senza fine. E allora più che mai Adriana sentì crescersi dentro l’angoscia e lo sgomento di quella delizia che la rapiva e la traeva irresistibilmente a nascondere, esausta, la faccia sul petto di lui.

Fu a Napoli, in un attimo, nell’uscire da un caffè-concerto, ove avevano cenato e passato la sera. Solito egli, nei suoi viaggi annuali, a uscire di notte da quei ritrovi con una donna sotto il braccio, nel porgerlo ora a lei, colse all’improvviso sotto il gran cappello nero piumato il guizzo d’uno sguardo acceso, e subito, quasi senza volerlo, diede col braccio al braccio di lei una stretta rapida e forte contro il suo petto. Fu tutto. L’incendio divampò.

Là, al bujo, nella vettura che li riconduceva all’albergo, allacciati, con la bocca su la bocca insaziabilmente, si dissero tutto, in pochi momenti, tutto quello che egli or ora, in un attimo, in un lampo, al guizzo di quello sguardo aveva indovinato: tutta la vita di lei in tanti anni di silenzio e di martirio. Ella gli disse come sempre, sempre, senza volerlo, senza saperlo, lo avesse amato; e lui quanto da giovinetta la aveva desiderata, nel sogno di farla sua, così, sua! sua!

Fu un delirio, una frenesia, a cui diedero una violenta lena instancabile la brama di ricompensarsi in quei pochi giorni sotto la condanna mortale di lei, di tutti quegli anni perduti, di soffocato ardore e di nascosta febbre; il bisogno d’accecarsi, di perdersi, di non vedersi quali finora l’uno per l’altra erano stati per tanti anni, nelle composte apparenze oneste, laggiù, nella cittaduzza dai rigidi costumi, per cui quel loro amore, le loro nozze domani sarebbero apparse come un inaudito sacrilegio.

Che nozze? No! Perché lo avrebbe costretto a quell’atto quasi sacrilego per rutti? perché lo avrebbe legato a sè che aveva ormai tanto poco da vivere? No, no: l’amore, quell’amore frenetico e travolgente, in quel viaggio di pochi giorni; viaggio d’amore, senza ritorno; viaggio d’amore verso la morte.

Non poteva più ritornare laggiù, davanti ai figliuoli. Lo aveva ben presentito, partendo; lo sapeva che, passando il mare, sarebbe finita per lei. E ora, via, via, voleva andar via, più sè, più lontano, così in braccio a lui, cieca, fino alla morte.

E così passarono per Roma, poi per Firenze, poi per Milano, quasi senza veder nulla. La morte, annidata in lei, con le sue trafitture, li fustigava, e fomentava l’ardore.

– Niente! – diceva a ogni assalto, a ogni morso. – Niente...

E porgeva la bocca, col pallore della morte sul volto.

– Adriana, tu soffri...

– No, niente! Che m’importa?

L’ultimo giorno, a Milano, poco prima di partire per Venezia, si vide nello specchio, disfatta. E quando, dopo il viaggio notturno, le si aprì nel silenzio dell’alba la visione di sogno, superba e malinconica, della città emergente dalle acque, comprese che era giunta al suo destino; che lì il suo viaggio doveva aver fine.

Volle tuttavia avere il suo giorno di Venezia. Fino alla sera, fino alla notte, per i canali silenziosi, in gondola. E tutta la notte rimase sveglia, con una strana impressione di quel giorno: un giorno di velluto.

Il velluto della gondola? il velluto dell’ombra di certi canali? Chi sa! Il velluto della bara.

Com’egli, la mattina seguente, scese dall’albergo per andare a impostare alcune lettere per la Sicilia, ella entrò nella camera di lui: scorse sul tavolino una busta lacerata; riconobbe i caratteri del maggiore dei suoi figliuoli: si portò quella busta alle labbra e la baciò disperatamente; poi entrò nella sua camera; trasse dalla borsa di cuojo la boccetta con la mistura dei veleni intatta, si buttò sul letto disfatto e la bevve d’un sorso.

160  -  Il libretto rosso

Nisia. Grosso borgo affaccendato, su una striscia di spiaggia del mare africano.

Nascere in mal punto non è prerogativa soltanto degli uomini. Anche un borgo non nasce come o dove vorrebbe, ma là dove per qualche necessità naturale urga la vita. E se troppi uomini, costretti da questa necessità, convengono in quel punto e troppi ve ne nascono e il punto è troppo angusto, per forza il borgo deve crescere male.

Nisia, se ha voluto crescere, s’è dovuto arrampicare, una casa sull’altra, per le marne scoscese dell’altipiano imminente, il quale, poco oltre il borgo, strapiomba minaccioso sul mare. Liberamente avrebbe potuto estendersi su questo altipiano vasto e arioso; ma si sarebbe allora allontanato dalla spiaggia. Forse una casa, posta per forza lassù, un bel giorno, sotto il cappello delle tegole e stretta nello scialle del suo intonaco, si sarebbe veduta scendere come una papera alla spiaggia. Perché lì, sulla spiaggia, orge la vita.

Sull’altipiano quelli di Nisia hanno posto il cimitero. Il respiro è lassù, per i morti.

– Lassù respireremo –, dicono quelli di Nisia.

E dicono così, perché giù, sulla spiaggia, non si respira; in mezzo al traffico tumultuoso e polverulento dello zolfo, del carbone, del legname, dei cereali e dei salati, non si respira. Se vogliono respirare, debbono andare lassù; ci vanno da morti, e si figurano che, morti, respireranno.

È una bella consolazione.

Molta indulgenza bisogna avere per gli abitanti di Nisia, perché non è molto facile essere onesti quando si sta male.

Cova in quelle case oppresse, tane più che case, un tristo tanfo umido e acre, che corrompe a lungo andare ogni virtù. Concorrono a questa corruzione della virtù, cioè a crescere il tanfo, il majaletto e le galline, e, non di rado, anche qualche scalpicciante somarello. Il fumo non trova sfogo e ristagna in quelle tane e annegra soffitto e pareti. E che smorfie di disgusto fanno dalle stampacce fuligginose i santi protettori appesi a quelle pareti!

Gli uomini lo sentono meno, imbricati e imbestiati come sono tutto il giorno sulla spiaggia o sulle navi; le donne, lo sentono; e ne sono come arrabbiate, e pare che questa loro rabbia sfoghino facendo figliuoli. Quanti ne fanno! Chi dodici, chi quattordici, chi sedici... Vero è che poi non riescono a tirarne su più di tre o quattro. Ma quelli che muojono in fasce ajutano a crescere e a prendere stato quei tre o quattro, non si sa se più fortunati o sfortunati; ché ogni donna, subito dopo la morte d’uno di quei figliuoli, corre all’ospizio dei trovatelli e se ne prende uno, con la scorta d’un libretto rosso, che vale per parecchi anni trenta lire al mese.

Tutti i mercanti di tele e d’altre stoffe sono a Nisia Maltesi. Anche se nati in Sicilia, sono Maltesi. "Andare dal Maltese" vuol dire a Nisia andare a provvedersi di tela. E i Maltesi, armati di mezzacanna, fanno a Nisia affaroni: fanno incetta di quei libretti rossi; dànno per ciascun libretto duecento lire di roba: un corredo da sposa. Le ragazze a Nisia si maritano tutte così, coi libretti rossi dei trovatelli, a cui le mamme in compenso dovrebbero dare il latte.

È bello vedere, alla fine d’ogni mese, la processione dei panciuti e taciturni Maltesi, in pantofole ricamate e berretto di seta nera, un fazzolettone turchino in una mano e nell’altra la tabacchiera d’osso o d’argento, al Municipio di Etisia, ciascuno con sette o dieci o quindici di quei libretti rossi di baliatico. Seggono in fila sulla panca del lungo corridojo polveroso ove si apre lo sportello dell’ufficio d’esattoria, e ognuno aspetta il suo turno, pacificamente pisolando o infrociando tabacco o cacciando via le mosche pian piano. Il pagamento del balistico ai Maltesi è ormai a Nisia tradizionale.

– Marenga Rosa –, grida l’esattore.

– Presente –, risponde il Maltese.

Marenga Rosa De Nicolao è famosa al Municipio di Nisia. Da più di vent’anni nutre l’usura dei Maltesi con una serie quasi ininterrotta di quei libretti rossi.

Quanti figliuoli le sono morti in fasce? Non ne ricorda più il numero neppur lei. Ne ha tirati su quattro, femmine. Tre le ha già maritate. Ora ha la quarta sposa.

Ma non si sa più se sia donna o strofinaccio. Tanto che i Maltesi, a cui si è rivolta per le tre prime figliuole, si sono rifiutati per questa quarta di farle credito.

– Gnora Rosilla, non gliela fate.

– Io? Non gliela faccio, io?

Si è sentita offesa nella dignità di bestia per tanti anni buona per razza e per latte e, poiché non si discute coi taciturni Maltesi, ha strillato ferocemente davanti alle botteghe.

Se all’ospizio le hanno affidato un trovatello, non è segno che hanno riconosciuto in lei la possibilità di allevarlo?

Ma a questo argomento i Maltesi, nell’ombra, dietro il banco della bottega, hanno sorriso sotto il naso, tentennando il capo.

Si può supporre che essi non abbiano molta fiducia nel medico e nell’assessore comunale incaricati di sorvegliare alla sorte dei trovatelli dell’ospizio. Ma non è questo. I Maltesi sanno che agli occhi di quel medico e di quell’assessore il compito d’una madre che deve maritar la figliuola e non ha altro mezzo che quello d’un libretto rosso, è assai più grave e merita maggior considerazione che il compito d’allevare un trovatello, il quale, se muore, a chi fa male? e chi se ne lagna, se patisce?

Una figliuola è una figliuola; un trovatello è un trovatello. E se la figliuola non si marita, c’è pericolo che si metta a far crescere anche lei il numero dei trovatelli, a cui il municipio dovrà poi provvedere.

Se però per il Municipio la morte d’un trovatello è una fortuna, è per il Maltese per lo meno un cattivo affare, anche se riesca a riprendersi la roba anticipata. Non sono rare perciò, in certe ore del giorno, le visite di perlustrazione dei Maltesi, sotto colore di giratina per sollievo, in quei sudici vicoli formicolanti di bimbi ignudi ferrigni arsicci, di majaletti cretacei e di galline, ove da un uscio all’altro ciarlano o più spesso leticano tutte quelle mamme dai libretti rossi.

Dei trovatelli i Maltesi si prendono la stessa cura che dei majaletti le donne.

Qualche Maltese, al colmo della costernazione, è arrivato perfino a far dare a un trovatello molto deperito una bevutina di latte dalla propria moglie per una mezz’oretta al giorno.

Basta. Rosa Marenga ha trovato alla fine un Maltese di second’ordine, un maltesino principiante, il quale le ha promesso di darle un po’ per volta non, come di solito, duecento lire di roba, ma centoquaranta. Lo sposo della figliuola e i suoi parenti se ne sono contentati, e si sono stabilite le nozze.

Ora il trovatello affamato entro una specie di sacco sospeso con l’arcuccio a due funi in un angolo della tana, strilla da mane a sera, e Tuzza, la figliuola fidanzata di Rosa Marenga fa all’amore, conversa col promesso sposo, ride cuce il suo corredo e, di tanto in tanto, tira la cordicella legata a quella culla primitiva e la fa dondolare:

– Aòh, bello, aòh, Fiamma Santissima, com’è "rètico" questo nutrico!

Rètico viene da eretico e significa inquieto, bizzoso, fastidioso, scontento. Non si può dire che non sia un modo blando, per gente cristiana, di giudicare gli eretici. Un po’ di latte, e quel bambino diventerebbe subito cristiano! Ma ne ha tanto poco mamma Rosa, di latte.

Bisogna bene che Tuzza si rassegni ad andare a nozze con quella musica di strilli disperati. Se ella non avesse dovuto sposare, questa volta mamma Rosa, in coscienza, non avrebbe preso dall’ospizio un trovatello. L’ha preso per lei; il bimbo piange per lei, perché lei possa fare all’amore. E l’amore ha tanta potenza, che non fa sentire gli strilli dell’affamato.

Il promesso sposo, del resto, che è uno scaricatore di bordo, viene di sera, quando è finito il lavoro del porto; e, se la serata è bella, mamma, figliuola e fidanzato se ne vanno sull’altipiano a respirare il chiaro di luna; e il trovatello rimane a strillar solo al bujo, nella tana serrata, sospeso in quella specie di cuna. Lo sentono i vicini, con smanioso fastidio e con angoscia, e per pietà, tutti d’accordo, gli augurano la morte. Levano proprio il respiro, quegli strilli ininterrotti.

Finanche il porcellino n’ha fastidio e sbuffa e grufola; e se ne inquietano, raccolte sotto il forno, le galline.

Che borbottano tra loro le galline?

Qualcuna di esse è stata chioccia e ha provato l’angoscia, una volta, di sentirsi chiamare da lontano da un suo pulcino sperduto. Starnazzando, avventandosi di qua e di là con tutti i merluzzi della cresta erti, non s’era data pace finché non lo aveva ritrovato. Ora, come mai la mamma di quel piccino, che certo dev’essere anche lui sperduto, non accorre a quei disperati richiami?

Le galline sono tanto stupide che covano anche le uova fetale da altre, e quando da queste uova non loro nascono i pulcini, normanno distinguerli da quelli nati dalle uova loro e li amano e li allevano con la stessa cura. Non sanno poi, che ai pulcini umani non basta il solo calore materno, ma è necessario anche il latte. Il porcello lo sa, che ha avuto bisogno di latte anche lui, e n’ha avuto, oh! ne ha avuto tanto, perché la mamma sua, benché porca, notte e giorno gliene diede con tutto il cuore, finché ne volle. Esso perciò non sa concepire che si possa strillar così per mancanza di latte e, aggirandosi per la tana buja, protesta co’ suoi grugniti da ingordo contro il piccino sospeso nella cuna, "rètico" anche per lui.

Sù, piccino, lascia dormire il porchetta grasso, che ha sonno; lascia dormire le galline e il vicinato. Credi pure che te lo darebbe il latte mamma Rosa, se ne avesse, ma non ne ha. Se di te non ha avuto pietà la tua mamma vera, la tua mamma ignota, come vuol che ne abbia lei, che deve averla invece per la sua figliuola? Lasciala respirare un po’ lassù, dopo una giornataccia di rudi fatiche, e beare della gioja della sua figliuola innamorata, che passeggia sotto la luna, a braccio del promesso sposo. Se tu sapessi che luminoso velo, trapunto di rugiada e tutto sonoro di trilli argentini, stende la luna lassù! E fiorisce spontaneo in quell’incanto delizioso un desiderio accorato di bontà. Tuzza si promette in cuore d’essere una mamma amorosa per i suoi piccini.

Sù, povero piccolo, fatti capezzolo d’un tuo ditino, e succhia, succhia questo, invece, e addormentati! Ditino? Oh Dio! Che hai fatto? Il pollice della tua manina manca è diventato casi enorme che quasi non puoi più ficcartelo in bocca! Enorme esso solo, quel dito, nella gracile manina gelida e rattrappita; enorme esso solo in tutto il tuo corpicciuolo. Con codesto pollice in bocca, ti sei tutto succhiato fino a non lasciare più che sola pelle attorno agli ossicini del tuo scheletro. Come, dove trovi in te la forza di strillare ancora così?

Miracolo. Di ritorno dal chiaro di luna mamma, figliuola e fidanzato trovano, una sera, nella tana un gran silenzio.

– Zitti, per carità! – raccomanda la mamma ai fidanzati che vorrebbero indugiarsi ancora a conversare davanti la porta.

Zitti, sì; ma Tuzza non può trattenere lo scatto di certe risatine a qualche parola che il fidanzato le sussurra all’orecchio. Parola o bacio? Al bujo si vede.

Mamma Rosa è entrata nella tana, s’è appressata alla cuna, e tende l’orecchio. Silenzio. Un raggio di luna s’è allungato dalla porta per terra come un fantasma, nel bujo, fin sotto il forno, ove sono appollajate le galline. Qualcuna ne prova fastidio e crocchia sotto sotto. Maledetta! E maledetto anche il vecchio marito, che ritorna ubriaco al solito dalla bettola e inciampa nella porta per scansare i due fidanzati.

Ma che! Il bimbo non si sveglia per nessun rumore. Eppure, ha il sonno così lieve, che basta a svegliarlo il volo d’una mosca. Mamma Rosa se ne costerna; accende il lume; guarda nella culla; allunga cauta una mano alla fronte del piccino e subito caccia un grido.

Tuzza accorre; ma il fidanzato rimane perplesso e sgomento davanti la porta. Che gli grida mamma Rosa? di venire a sciogliere in fretta in furia una delle funi che reggono sospesa all’angolo la culla? E perché? Sù, presto! presto! Lo sa lei, il perché, mamma Rosa! Ma il giovine, come raggelato d’un tratto dal silenzio mortale del piccino, non sa più muovere un passo, resta a guardare torbido e scuro dalla porta. E allora mamma Rosa, prima che il vicinato accorra, balza lei su una seggiola e strappa la fune, gridando a Tuzza di parare il morticino.

Che disgrazia’ che disgrazia! La fune s’è strappata, chi sa come! S’è strappata, e il bimbo è caduto dalla culla, ed è morto’ L’hanno trovato morto, per terra, freddo e duro! Che disgrazia! che disgrazia!

Tutta la notte, anche quando le ultime vicine accorse alle grida se ne sono tornate a dormire nelle loro case, ella séguita a piangere e a strillare; e’ appena spunta il nuovo giorno, riprende a raccontare quella disgrazia a chiunque s’affacci alla porta.

Ma come, caduto? Non ha nessuna ferita, nessun livido, nessuna ammaccatura quel cadaverino. Ha soltanto una magrezza che incute ribrezzo, e nella manina manca quel dito, quel pollice enorme!

Il medico necroscopo, dopo la visita, se ne va, facendo spallucce e smusate. C’è tutto il vicinato che attesta a una voce che il bimbo è morto di fame. E il promesso sposo, pur sapendo in quale angoscia dov’essere Tuzza, non si fa vedere. Vengono invece, fredde fredde, piano piano, con le labbra cucite, la mamma di lui e una sorella maritata, per assistere alla scena del Maltese, del maltesino principiante, che piomba furibondo nella tana a riprendersi la roba anticipata. Rosa Marenga strepita, si straccia i capelli, si dà manate su la faccia e pugni sul petto, si scopre il seno per far vedere che ha latte ancora, e invoca pietà e misericordia per la figliuola sposa, che le si conceda almeno un comporto fino alla sera, il tempo di correre dal sindaco, dall’assessore e dal medico dell’ospizio dei trovatelli, per carità! per carità! E scappa via, così gridando, tutta scarduffata, con le braccia per aria, accompagnata dai lazzi e dai fischi dei monelli.

Tutto il vicinato è in fermento là davanti la porta, attorno al maltesino che s’è piantato di guardia alla sua roba, e alla madre e alla sorella del fidanzato, che vogliono vedere come andrà a finire quella storia. Una vicina caritatevole è entrata nella tana e, con l’ajuto di Tuzza che si scioglie in lagrime, lava e veste il cadaverina.

L’attesa è lunga; il vicinato si stanca, si stancano i parenti del fidanzato e tutti se ne vanno alle loro case. Solo il maltesino resta lì di guardia, irremovibile.

Si rincollano tutti davanti la porta sul far della sera, all’arrivo del carro funebre municipale, che trasporterà il morticino al cimitero.

Lo hanno già inchiodato nella piccola bara d’abete; lo sollevano per introdurlo nel carro, quando, tra gli urli di maraviglia e altri lazzi e altri fischi della folla, sopravviene raggiante e trionfante Rosa Marenga con in braccio un altro trovatello.

– Eccolo! eccolo! – grida, mostrandolo da lontano alla figlia che sorride tra le lagrime, mentre il carro funebre s’avvia lentamente al cimitero.

161  -  La mano del malato povero

Una volta sola? Ci sarò stato almeno tre volte! Tre? Cinque... non so. Perché vi fa tanta impressione l’ospedale?

Non ho casa. Non ho nessuno

E poi, scusate, spendere denaro, ad averne, per un piacere (lasciamo che io non lo farei mai, perché i piaceri miei non li compro a denari) ma via, potrei ammetterlo. Non ammetto dopo il malanno, dopo le sofferenze d’una malattia, per giunta pagar le medicine, il medico. Del resto, non ne ho mai avuti per prendermi i così detti piaceri della vita, come li intendono gli altri: dunque, diritto d’aver gratis la cura dei malanni che mi dà.

Parecchi, credo; anzi, senza dubbio. Sono la tessera d’entrata: senza, non m’avrebbero ricevuto. E devo anche averli buoni, a quanto sembra: intendo, non passeggeri: qua, non so, al cuore; al fegato, ai reni, non so. Dicono che ho guasto tutto l’organismo. Sarà vero; ma non me m’importa, perché dopo tutto, se mai - dico, se questo fosse vero non sarebbe un gran guaio. Il vero guaio è un altro.

– Quale?

Eh voi, cari amici, volete saper troppo! Al contrario di me che non voglio saper mai nulla. Se debbo dirvelo io, qual è il vero guaio, è segno che voi non l’avvertite. E allora perché dovrei dirvelo io?

Ai medici che m’hanno avuto in cura io non ho mai chiesto di che male fosse afflitto il mio corpo. So che questo povero asino che porta l’ho fatto trotter troppo, e per certe vie che non sarebbe mai venuto in mente a nessuno d’infilare.

Solo m’ha seccato d’esser tenuto dai medici, per questo, in conto di malato intelligente. La noncuranza da parte mia di sapere di che male fossi afflitto, è stata presa dai medici per fiducia nella loro scienza, capite? M’han veduto sempre obbediente cacciar fuori la lingua a ogni loro richiesta; gridare: "trentatré-trentatré" quattro, cinque, dieci volte, sopportando pazientemente il ribrezzo d’una loro orecchia fredda applicata alle mie terga; abbandonare le membra, come se non fossero mie, ai palpeggiamenti troppo confidenziali delle loro mani ben lavate, sì, ma Dio mio adibite allo schifoso servizio pubblico di tutte le piaghe umane; e sopportare i picchi sodi delle loro dita a martello, le punture delle loro siringhette, e ingollarmi tutte le loro porcherie liquide o in pillole, senza mai gemere per nausea o per fastidio: "Oh Dio, dottore, cos’è? È amaro, dottore?" e dunque, chi più intelligente di me? Un malato che nutra una così cieca abbandonata fiducia nella scienza medica, dov’essere per forza, a loro giudizio, intelligentissimo.

Lasciamo questo discorso. Mi fa tanto piacere vedervi ridere. Buon pro’ vi faccia!

Ecco, sarà perché io propriamente non ho mai capito che gusto ci sia a rivolgere domande agli altri per sapere le cose come sono. Ve le dicono come le sanno loro, come pajono a loro. Voi ve ne contentate? Grazie tante! Io voglio saperle per me, e voglio che entrino in me come a me pajono. È ben per questo vedere che ormai tutte le cose ci stanno sopra, sotto intorno, col modo d’essere, il senso, il valore che da secoli e secoli gli uomini hanno dato ad esse. Così e così il cielo, così e così le stelle: e il mare e i monti così e così, e la campagna, la città, le strade, le case... Dio mio, che ne volete più? Ci opprimono ormai per forza col fastidio infinito di questa immutabile realtà convenuta e convenzionale da tutti subita passivamente. Le fracasserei. Vi dico che sedere su una seggiola è divenuto per me un supplizio intollerabile. Per alleviarlo un poco, bisognerebbe per lo meno - permettete? - che la mettessi così, ecco, per lungo, e mi ci mettessi a cavallo. Tanto per dire! Ma quanti si sforzano di rompere la crosta di questa comune rappresentazione delle cose? di sottrarsi all’orribile noja dei consueti aspetti? di spogliare le cose delle vecchie apparenze che ormai per abitudine, per pigrizia di spirito, ponderosamente si sono imposte a tutti? Eppure è raro che almeno una volta, in un momento felice, non sia avvenuto a ciascuno di vedere all’improvviso il mondo, la vita, con occhi nuovi; d’intravedere in una sùbita luce un senso nuovo delle cose; d’intuire in un lampo che relazioni insolite, nuove, impensate, si possono forse stabilire con esse, sicché la vita acquisti agli occhi nostri rinfrescati un valore meraviglioso, diverso, mutevole. Ahimè, si ricasca subito nell’uniformità degli aspetti consueti, nell’abitudine delle consuete relazioni; si riaccetta il consueto valore dell’esistenza quotidiana; il cielo col solito azzurro vi guarda poi la sera con le solite stelle; il mare v’addormenta col solito brontolio; le case vi sbadigliano di qua e di là con le finestre delle solite facciate, e col solito lastricato vi s’allungano sotto i piedi le vie. E io passo per pazzo perché voglio vivere là, in quello che per voi è stato un momento, uno sbarbàglio, un fresco breve stupore di sogno vivo, luminoso; là, fuori d’ogni traccia solita, d’ogni consuetudine, libero di tutte le vecchie apparenze, col respiro sempre nuovo e largo tra cose sempre nuove e vive.

Mi s’è guastato il cuore; mi si sono logorati i polmoni: che me n’importa? Sarò pazzo ma io vivo N’on ho casa, non ho stato. Vado all’ospedale? Vi prego di credere che non ci sono mai andato da me, coi miei piedi: mi ci hanno sempre trasportato gli altri, in barella privo di sensi. Mi ci sono ritrovato e mi son subito detto

– Ah, eccoci qua! Ora bisogna cacciar fuori la lingua.

E subito, volenteroso e obbediente, invece di lamentarmi, l’ho cacciata fuori a ogni richiesta per uscirmene presto.

Che effetto curioso fa la faccia dell’uomo - medico o infermiere - guardata da sotto in su, stando a giacere su un letto, che ve la vedete sopra coi due buchi del naso che vengono fuori e l’arco della bocca che va in su, di qua e di là, dalla pallottola del mento. E quando questa bocca vi parla, e vedete sottosopra la chiostra dei denti, la puntina in mezzo del labbro superiore e il principio del palato!

Anche senza sentire quello che la bocca vi dice, v’assicuro che si perde il rispetto dell’umanità.

Ma io vi ho promesso di parlarvi della mano d’un malato povero.

La premessa è stata lunga, ma forse non del tutto inutile; perché voi almeno così, adesso, non mi domanderete nulla di quello che vi premerebbe più di sapere per commuovervi al modo solito, cioè le notizie di fatto:

a) chi fosse quel malato;

b) perché fosse lì;

c) che male avesse.

Niente, cari miei, di tutto questo. Io non so nulla di nulla; non mi sono curato di saper nulla, come forse avrei potuto domandandone notizie agl’infermieri. Io ho visto solamente la sua mano e non posso parlarvi d’altro.

Ve ne contentate? E allora, eccomi qua.

Fu nell’ospedale in cui sono stato l’ultima volta. Ma non fate codesta faccia afflitta, da imbecilli, perché non vi narro una storia triste. Tra me e l’ospedale - benché non possa soffrire i medici e la loro scienza - ho saputo sempre stabilire dolci e delicatissime relazioni.

Figuratevi che quest’ospedale di cui vi parlo, aveva la squisita attenzione verso i suoi ricoverati d impedire che l’uno vedesse la faccia dell’altro, mediante un scaraventino a una sola banda, o piuttosto, un telaio a cui con puntine si fissava ai quattro angoli una tendina di mussola cambiata ogni settimana, lavata, stirata e sempre candida. Certi giorni, tra tutto quel bianco, pareva di stare in una nuvola, e, con la benefica illusione della febbre, di veleggiare nell’azzurro ch’entrava dalle vetrate dei finestroni.

Ogni lettino, nella lunga corsia luminosa, aerata, aveva accanto, a destra, il riparo d’un di quei telai, che non arrivava oltre l’altezza del guanciale. Sicché io del malato che mi stava a sinistra veramente non potevo veder altro che la mano, quand’egli tirava il braccio fuori dalle coperte e l’abbandonava sul lettino. Mi misi a contemplare con curiosità amorosa questa mano, e da essa a poco a poco mi feci narrare la favola che vi dirò.

Me la narrò coi cenni, s’intende, forse incoscienti, che di tanto in tanto faceva; con gli atteggiamenti in cui s’abbandonava, macra, ingiallita, su la bianca coperta, ora sul dorso, con la palma in su e le dita un po’ aperte e appena contratte, in atto di totale remissione alla sorte che l’inchiodava come a una croce su quel letto; ora serrando il pugno, o per un fitto spasimo improvviso o per un moto d’ira e d’impazienza, a cui succedeva sempre un rilassamento di mortale stanchezza.

Compresi ch’era la mano d’un malato povero, perché, quantunque accuratamente lavata come l’igiene negli ospedali prescrive, serbava tuttavia nella gialla magrezza un che di sudicio, indetersibile; che non è sudicio propriamente nella mano dei poveri, ma quasi la patina della miseria che nessun’acqua mai porterà via. Si scorgeva questa pàtina nelle nocche aguzze e un po’ scabre delle dita; nelle pieghe interne cartilaginose delle falangi, che facevano pensare al collo della tartaruga; nei segni incisi sulla palma che sono, come si dice il suggello della morte nella mano dell’uomo.

E allora mi diedi a immaginare a che mestiere fosse addetta quella mano.

Non certo a un rude mestiere, perché era gracile e fina, quasi femminea, per nulla deformata o attrappita, se non forse un po’ nell’indice che appariva soverchiamente tenace nell’ultima falange, e nel pollice un po’ troppo ripiegati! in dentro, e dal nodo alla giuntura eccessivamente sviluppato.

Notai che spesso questo pollice s’assoggettava da sè, come per abitudine, alla pressura della punta dell’indice, quasi che il malato inconsciamente con quella pressura si richiamasse a una realtà lontana e la toccasse lì, su quel pollice così premuto; la realtà della sua esistenza, da sano. Forse una bottega impregnata dal tanfo particolare delle stoffe nuove, disposte in pezze, con ordine, le une su le altre negli scaffali e su panche e nelle vetrine; un banco di vendita; una tavola da tagliatore con sè distesa una stoffa segnata e un palo di grosse cesoje sopra; un gattone bigio sotto quella tavola; i lavoratori seduti in fila di qua e di là, intenti a imbastire, a passare a macchina, e lui tra questi. Non gli piaceva, forse, questa realtà; forse egli non era tutto in quel suo mestiere; ma il suo mestiere era pur lì in quelle due dita, in quel pollice che da sè ormai dopo tant’anni, per abitudine, s’assoggettava alla pressura dell’indice. E qua, adesso, per lui era una più triste realtà il vuoto e l’ozio doloroso di quella corsia d’ospedale, la malattia, l’attesa stanca e piena d’angoscia, chi sa, forse della morte.

Sì: senza dubbio, quella era la mano d’un sarto.

Da un altro cenno di essa compresi poi che quel sarto povero doveva esser padre da poco, aveva certo un bambino.

Levava di tanto in tanto sotto le coperte un ginocchio. La mano, dapprima inerte, si alzava con le dita tremolanti e quasi vagava su quel ginocchio levato, in una carezza intorno, che non era certo rivolta al ginocchio.

A chi poteva esser rivolta quella carezza?

Forse gli arrivava lì al ginocchio, la testa del suo bambino, e lì quella mano soleva carezzare i capellucci freschi e morbidi come la seta, di quella testolina.

Certo, gli occhi del malato mentre la mano illusa, vagellante, accennava sul ginocchio la carezza, stavano chiusi, vedevano sotto le pàlpebre la testolina, e le palpebre si gonfiavano di lagrime calde, che traboccavano alla fine sul volto ch’io non vedevo. Ecco, difatti, la mano interrompeva la vaga carezza, spariva dietro il telaio, dopo aver sollevato la rimboccatura del lenzuolo. E, poco dopo, quella rimboccatura era rimessa in sesto e bagnata in un punto, dalle lagrime.

Dunque, aspettate: sarto e padre d’un bambino. Ora vedrete che la storia si complica un poco. Ma niente: son sempre i cenni e gli atteggiamenti di quella mano.

Una mattina, io mi riscossi tardi da uno dei letarghi profondi, di piombo, che sogliono seguire ai più forti accessi di quel male, ch’è forse il più grave tra i tanti di cui soffro.

Aprendo gli occhi, vidi attorno al letto del mio vicino molta gente, uomini, donne, forse parenti. In prima pensai che fosse morto. No. Nessuno piangeva, nessuno si lamentava. Parlavano anzi col malato e tra loro festosamente, quantunque a bassa voce per non disturbare gli altri malati.

Non era giorno di visita. Come e perché, dunque, era stata ammessa tutta quella gente fino al letto del malato?

Non udivo, né volevo udire le loro parole. Anche la loro vista m’era grave agli occhi, nello stordimento lasciatomi dal lungo letargo. Socchiusi le palpebre.

Il corpo d’una vecchia grassa, che mi voltava le spalle, presso il paraventino, specialmente il suo sedere enorme e la sua gonna rigonfia, tutta a fitte piegoline e a quadretti rossi e neri, m’ingombrava, mi pesava come un incubo intollerabile. Non mi pareva l’ora che tutti se n’andassero. Tra le pàlpebre socchiuse mi parve d’intravedere la figura alta d’un prete; non ci feci caso. Forse ricaddi, anzi certamente ricaddi per lungo tempo nel letargo. I quadretti rossi e neri di quella gonna mi tesero come una rete, una grata di prigione con sbarre di fuoco e sbarre d ombra, e quelle di fuoco mi bruciavano gli occhi. Quando li riaprii, attorno al letto di quel malato non c’era più nessuno.

Cercai la sua mano. Attorno all’anulare, un cerchietto d’oro: una fede. Ah, ecco, sposino. Le nozze! Quella gente era venuta per farlo sposare.

– Povera mano, tu casi gialla, così macra, con quel segno d’amore? Eh no! Di morte. Su un letto d’ospedale, non si sposa che in previsione della morte.

Dunque, il male era inguaribile. Si: me l’aveva detto chiaramente la mano, troppo incerta nel tatto, nei movimenti. Con che lenta tristezza, ora, faceva girar col pollice quell’anellino troppo largo attorno all’anulare!

E certo gli occhi guardavano lontano, pur fissi in quel cerchietto d’oro Cosi vicino; e la mente forse pensava:

– Quest’anellino... Che vuol dire? Sto per sciogliermi da tutto, e m’ha voluto legare. A chi mi lega? per quanto? Oggi me l’hanno messo al dito; domani forse verranno a levarmelo.

La mano s’alzò e si tese ferma davanti al volto. Più davvicino volle esser guardata con quell’anellino d’un giorno, che avrebbe potuto dir tante cose e una sola ne diceva, triste, tanto triste.

Ma forse poi pensò che, sì, qualche cosa pure quell’anellino legava: legava il suo nome alla vita del suo figliuolo. Gli era nato prima delle nozze, quel figliuolo, e non aveva nome; ora l’avrebbe avuto. Gli levava dunque un rimorso quell’anellino.

Tornò col pollice ad accarezzarselo; poi la mano, stanca, ricadde sul letto.

La mattina dopo, non la vidi più la indovinai appena da una piega del lenzuolo steso su tutto il letto a riparo da certe mosche che sentono la morte da un miglio lontano.

162  -  Pubertà

L’abitino alla marinara non era più per lei: la nonna avrebbe dovuto capirlo.

Certo, trovare un modo grazioso di vestirla, che non fosse più da ragazzina e non ancora da grande, non era facile. Aveva visto jeri la Gianchi: che orrore, poverina! Impastojata in un sottanone grigio peloso lungo fin quasi alla noce del piede, non sapeva più come muoverci dentro le gambe.

Anche lei però, con tutto quel seno in quella giubbetto da bimba!

Sbuffava e scoteva con stizza la testa.

L’avvertimento della fragrante esuberanza del suo corpo, in certe ore, la congestionava. L’odore dei suoi capelli densi, neri, un po’ ricciuti e aridi, quando se li scioglieva per lavarseli; l’odore che le esalava da sotto le braccia nude quando le alzava per sollevare il soffocante volume di quei capelli; l’odore della cipria intrisa di sudore, le davano smanie più di nausea che d’ebbrezza: per le tante cose segrete e ingombranti che quell’improvvisa e violenta crescenza le aveva d’un tratto rivelate.

Cose che, certe sere mentre si spogliava per andare a letto, se ci fissava appena il pensiero o un’immagine le balzava davanti, dalla rabbia e dallo schifo che n’aveva, avrebbe scaraventato le scarpette contro l’armadio laccato bianco a tre luci, dirimpetto, dove si vedeva tutta, così mezza nuda, con una gamba tirata un po’ sconciamente sull’altra. Si sarebbe presa a morsi, graffiata, a piangere da non finir più. Poi le veniva da ridere, convulsa, tra le lagrime; e se pensava d’asciugarsi quelle lagrime, ecco che si buttava a piangere di nuovo. Forse era una sciocca. Chi sa perché, una cosa così naturale, le doveva parer tanto curiosa?

Già con quella prontezza che hanno le donne a capire da uno sguardo che s’è fatto un pensiero su loro, se un uomo la guardava per via, abbassava subito gli occhi.

Non capiva ancora in che potesse consistere il pensiero che un uomo può fare su una donna. Turbata con gli occhi bassi, provava un irritante ribrezzo, rafffigurandosi nell’incertezza, senza volerlo, qualche intimo segreto del suo corpo, come se lo conosceva.

Senza più guardare, si sentiva guardata.

E si struggeva d’indovinare che cosa guardassero gli uomini a preferenza in una donna. Ma questo, forse, l’aveva già indovinato.

Appena sola, in casa, si lasciava cader di mano i libri di scuola o i guanti, apposta per chinarsi a raccattarli. Chinandosi, dalla scollatura si sbirciava il seno. Non aveva però finito d’intravederselo e d’avvertirne appena il peso, che s’acchiappava il grosso nodo del fazzoletto nero di seta sotto il bavero della giubbetta alla marinara e se lo strappava subito in su, in su, fino agli occhi, disgustatissima.

Un momento dopo, raccoglieva con l’una e con l’altra mano da ambo le parti la stoffa di quella giubbetto; se la stirava in giù, perché le aderisse al busto eretto; andava davanti allo specchio; si compiaceva anche della promettente curva dei fianchi:

– Seducentissima signorina!

E scoppiava a ridere.

Sentì la voce bizzosa della nonna, che la chiamava giù, dall’hall del villino, per la lezione d’inglese.

La nonna, per farla stizzire, la chiamava al solito Dreina e non Dreetta come lei voleva esser chiamata. Bene: sarebbe discesa, quando finalmente alla nonna sarebbe venuto in mente di chiamarla Dreetta e non Dreina.

– Dreetta! Dreetta!

– Eccomi, nonna.

– Eh, santo Dio. Fai aspettare il professore.

– Scusami. Ho sentito ora.

D’estate, nel pomeriggio, per ordine della nonna tutte le finestre del villino erano tenute ermeticamente chiuse. Dreetta, s’intende, le avrebbe volute tutte spalancate. Le piaceva tanto, perciò, che il sole prepotentissimo, in quell’ombra voluta, ch’era quasi bujo, trovasse pur modo di penetrare.

Frano fremiti e guizzi di luce per tutte le stanze, come scoppiettii di riso infantile nella severità d’un silenzio comandato.

Anche lei, Dreetta, era spesso così tutta fremiti e guizzi, e tante volte come abbagliata, avvolta e rapita da veri lampi di follia. Subito dopo s’oscurava per il sospetto segreto che le venissero dalla madre ch’ella non aveva mai conosciuta e di cui mai nessuno le aveva parlato. Del padre sapeva soltanto che era morto giovane; non sapeva come. C’era un mistero, e forse laido e truce, nella sua nascita e nella fine immatura dei suoi genitori. Bastava guardare la nonna per intenderlo: la nonna, in quel suo viso di cartilagine e in quegli occhi torbidi, su cui le grosse pàlpebre pareva pesassero, una più e l’altra meno. Sempre vestita di nero, aggobbita, se lo teneva stretto con tutt’e due le braccia dentro il petto, quel mistero: le mani sotto la gola: l’una, a pugno chiuso; l’altra, deformata dall’artrite su quel pugno. Ma Dreetta non voleva conoscerlo. (già le pareva di saperlo, dal modo con cui tanti la guardavano sentendola nominare, e dallo sguardo che poi si scambiavano tra loro, esclamando quasi senza volerlo "Ah, è la figlia di...". E non aggiungevano altro. Fingeva di non udire. Del resto, c’era adesso per lei lo zio Zeno, con la zia e le cuginette che venivano a prendersela quasi ogni giorno e le procuravano ogni sorta di svaghi. Lo zio avrebbe voluto averla in casa con sè, visto che zia Tilla, sua moglie, le voleva bene quasi quanto alle sue figliuole; ma finché la nonna era in vita, bisognava se ne stésse con lei.

Dreetta era sicura che la nonna, sempre con quel pugno sotto la gola, non sarebbe mai morta. E questa era una delle cose che più spesso le accendevano quei lampi di follia.

Avevano un bel mostrarle le cuginette la camera che le era già destinata, e come gliel’avrebbero adornata, e inventar la vita come insieme sempre tutt’e quattro la avrebbero allora vissuta; se ne compiaceva, diceva a tutto di sì, si buttava a inventare anche lei; ma in fondo non si faceva neppure la più lontana illusione che quel sogno si potesse avverare.

Se mai le fosse avvenuto di potersi liberare, la liberazione doveva aspettarsela da un caso imprevedibile lì per lì: un incontro per via, per esempio. Ragion per cui, andando a passeggio con lo zio e le cuginette, o recandosi a scuola o ritornandone, era sempre accesa e come ebbra, in un’ansia fremente che non le faceva prestare orecchio a quel che le dicevano, intesa a guardare di qua e di là, con gli occhi lampeggianti e un sorriso nervoso sulle labbra, come se veramente si sentisse esposta a quel caso imprevedibile che doveva coglierla e rapirsela all’improvviso. Era pronta. Nessun vecchio signore inglese o americano s’invaghiva di lei fino al punto di venire a chiedere allo zio...

- la sua mano?

- no! che!

la concessione d’adottarla per portarsela via, via lontano dall’incubo di quella nonna, dalla benevolenza così ostentatamente pietosa della zia; a Londra, in America, per poi sposarla colà a un nipote o al figlio d’un amico?

Questa stramberia del vecchio signore inglese o americano le era entrata nella testa per non ammettere che, almeno subito, la liberazione le potesse venire da un matrimonio. Da quelle torbide sensazioni che le ingombravano impetuosamente l’animo di vergogna e di dispetto per le precoci esuberanze del suo corpo, e anche da come gli uomini la guardavano per via, glien’era già nata l’idea, come d’una cosa possibile, ma da arrossirne: eh via, sì! sposare, alla sua età! Per non arrossirne, ci metteva di mezzo, come a riparo, la inverosimiglianza di quel caso d’adozione da parte di un vecchio signore inglese o americano; inglese o americano perché, dovendo sposare - ah questo sì, sul serio - non avrebbe sposato che un inglese o un americano, lavato a sette acque e con un po’ di cielo, con un po’ di cielo almeno negli occhi.

Studiava l’inglese per questo.

Curioso che, tenendo così lontana l’idea del matrimonio per non arrossirne, non avesse finora veduto nella persona di Mr. Walston, suo professore, vicinissimo l’inglese che avrebbe potuto sposarla.

Subito diventò di bragia, come se Mr. Walston le stésse lì davanti per questo; e si sentì raccapricciare da capo a piedi notando che anche lui, a sua volta, arrossiva. Eppure sapeva bene che il signor Walston per sua natura arrossiva di nulla: ne aveva tanto riso come di cosa ridicolissima in un uomo di così potente corporatura, quantunque veramente dall’aria bambinesca.

Pareva più enorme, lì in piedi, presso il gracile tavolinetto dorato del salotto, davanti la finestra, dove di solito le impartiva la lezione. Tutto vestito estivamente di grigio chiaro: la camicia celeste, le scarpe gialle. E sorrideva d’un sorriso vano, scoprendo nell’apertura della larga bocca i pochi denti che per una infermità delle gengive gli restavano. Sorrideva, senza neppur sapere d’avere arrossito nell’alzarsi all’entrata della sua piccola alunna, lontanissimo com’era dal pensiero che questa aveva fatto su lui. Invitato a sedere, prese dal tavolino la grammatica inglese, guardò di sopra le lenti con gli occhi azzurri inteneriti l’alunna come a raccomandarsi di non essere interrotto nella lettura dai soliti irrefrenabili scatti di riso alla pronunzia di certe parole; e si mise a leggere, accavalciando una gamba sull’altra.

Ora avvenne che, così grosso com’era, nell’accavalciare la gamba scoprì sopra la calza bianca di filo, quasi tutto il polpaccio, con l’elastico tirato della vecchia giarrettiera color di rosa. Dreetta lo intravide e subito ne provò schifo: quello schifo che pure attira a guardare. Notò che la pelle di quel polpaccio era d’un bianco smorto e che su quella pelle s’arricciolava qua e là qualche metallico peluzzo rossiccio. Nella penombra tutto il salotto pareva in un’immobile attesa, come per fare avvertire di più in più a Dreetta il contrasto tra la sua strana ansia esasperata da quello schifo, quasi da un contatto scottante di vergogna, e la placidità estranea e pensante di quel grosso inglese che leggeva, col polpaccio scoperto, come un qualunque marito già sordo a tutte le sensibilità della moglie.

– Present Time: I do not go, io non vado; thou dost not go, tu non vai; he does not go, egli non va.

Tutt’a un tratto, Mr. Walston si sentì intronare le orecchie da un grido e, sollevando gli occhi dal libro, vide stolzare la sua alunna, come se qualche cosa le fosse passata per le carni all’improvviso, e precipitarsi fuori del salotto urlando frenetica col viso nascosto tra le braccia. Stonato, col volto in fiamme, si guardava ancora attorno per raccapezzarsi, quando si vide davanti la vecchia nonna che quasi ballava, convulsa dallo sdegno, gridando parole incomprensibili. Tutto poteva immaginarsi il pover’uomo tranne che il sorriso vano, di smarrimento, nel suo faccione affocato, potesse in quel momento esser preso come un sorriso d’impudenza.

Si vide afferrare per il petto da un cameriere accorso alle grida e cacciare a spintoni fuori della porta, nel giardino. Ebbe appena il tempo d’alzare il capo a uno strillo che veniva dall’alto:

– Professore, mi prenda!

Intravide un corpo penzolante dal cornicione del villino: Dreetta scarmigliata, con gli occhi lampeggianti di follia, che serrava i denti, per terrore, e s’agitava come per riprendersi, pentita: poi, un riso lacerante, che rimaneva un attimo nell’aria, scia dell’orribile tonfo di quel corpo che s’abbatteva sfragellato ai suoi piedi.

163  -  Gioventù

Abbandonata tra i guanciali dentro quell’antico seggiolone di cuojo, che don Buti, il parroco, aveva voluto per forza mandarle dalla casa parrocchiale - (“c’a preuva, madama, e a vëdrà s’ a farà nen ’l miracöl d’ fela guarì”) - la linda vecchina inferma, ancora tanto bella con quei candidi capelli ondulati sotto la cuffia di merletti lini, guardava i prati verdi che si stendevano davanti alla villa, limitati qua e là da alte file di esili pioppi.

Tutta Cargiore era in ansia e in pena per la malattia di lei. I ragazzi raccolti nell’Asilo d’Infanzia, fatto costruire e mantenuto a sue spese, recitavano, poveri piccini, mattina e sera, una elaborata preghiera composta da don Buti per la sua guarigione. Nella farmacia (che era insieme drogheria e ufficio postale) dell’arcigno monsü Grattarola tutti ricordavano che madama Mascetti, nata a Cargiore maritata per forza a un ricco signore di Torino che se n’era innamorato durante una villeggiatura estiva lassù, dopo quattro anni, rimasta vedova, aveva lasciato il bel palazzo della Capitale e se n’era tornata a Cargiore, per beneficare i suoi compaesani con le vistose sostanze ereditate dal marito.

Solo monsü Grattarola faceva da contrabbasso a quelle sviolinate patetiche con certi duri e profondi grugniti, ma nessuno gli badava. Sosteneva egli solo che la ragione del ritorno della Mascetti a Cargiore doveva cercarsi nell’ostilità implacabile dei parenti del marito, i quali le avevano finanche tolto il figliuolo, per educarlo a modo loro: il figliuolo che ora, nientemeno, era addetto d’ambasciata a Vienna. I più vecchi gli opponevano che la ragione era un’altra, più antica: l’avversione di Velia per Torino (Velia: la chiamavano così, loro, senz’altro) dopo le nozze contratte per forza, che erano state cagione della morte violenta di Martino Prever che s’era ucciso per lei, povero figliuolo; o piuttosto, per la crudeltà dei parenti di lei; ed era sepolto a Cargiore. E così si spiegava la protezione della Mascetti per la famiglia Prever e specialmente per il giovane Martino, pronipote di quell’altro. Era in mano dei Prever, ora, quella cara Velia. E il giovane Martino, mentr’ella se ne stava sul seggiolone del parroco a guardare i prati attraverso i vetri della finestra, era di là, nella stanza attigua, a rifarsi un po’ delle veglie durate.

Tranne un lampadina votivo su una mensoletta davanti a un antico Crocifisso d’avorio, nessun lume ardeva nella camera dell’inferma arredata con squisita semplicità e rara gentilezza. Ma il plenilunio la inalbava dolcemente.

Dietro la tenda della finestra, con la fronte appoggiata ai vetri, anche la infermiera guardava fuori.

– Che luna! – sospirò, a un tratto, nel silenzio. – Pare che raggiorni!

– Se aprissi un tantino, Marietta? Un tantino! – pregò la signora Velia, con voce carezzevole. – Non mi potrà far male.

– E il signor dottore? – domandò Marietta. – Che dirà il signor dottore? Sa lei che abbiamo già la neve su Roccia Vré?

– Un tantino! – insisté la padrona. – Vedi? respiro così calma.

Marietta aprì uno spiraglio, dapprima: poi, a poco a poco, per le insistenze dell’inferma, la mezza imposta.

Ah che incanto! che pace! Pareva che la Luna inondasse di luminoso silenzio quei prati: d’un silenzio attonito e pur tutto pieno di fremiti. Erano sottili, acuti fritinnìi di grilli, risi di rivoli giù per le zane.

Per Marietta, l’incanto di quella notte era tutto lì, presente; ma alla vecchina, guardando assorta, pareva che quel silenzio sprofondasse nel tempo, e altre notti pensava, remote, simili a questa, vegliate dalla Luna; e tutta quella pace fascinosa assumeva agli occhi di lei quasi un senso arcano, che la forzava al pianto.

Veniva da lontano, continuo, profondo, come un cupo ammonimento, il borboglio del Sangone nella valle, e di qua presso un rumore, di tratto in tratto, che la inferma non riusciva a spiegarsi.

– Che stride così, Marietta?

– Un contadino, – rispose questa lietamente, affacciata alla finestra, nell’aria chiara. – Falcia il suo fieno, sotto la luna. Sta a raffilare la falce.

Poco dopo, da un lontano ceppo di case del villaggio tutto sparso a gruppi su quel pianoro tra le Prealpi, giunse dolcissimo un coro di donne.

– Cantano a Rufinera, – annunziò Marietta.

Ma la inferma aveva reclinato il capo, soffocata dall’interna commozione. Marietta non se ne accorse: rimase a contemplare estatica lo spettacolo del plenilunio e ad ascoltare il canto lontano. A un tratto si scosse, di soprassalto. La padrona rantolava. Spaventata, richiuse subito l’imposta; si chinò su l’inferma, le sollevò il capo, la chiamò più volte, invano; si smarrì, corse a chiamare ajuto nella stanza accanto.

– Signor Martino, signor Martino!

E Marietta scosse violentemente il giovanotto che stava a dormire sul canapè troppo piccolo per lui.

– Ah che stupida sono stata! Venga! Venga! Le avrà fatto male l’aria della notte! – smaniava Marietta, mentre il giovanotto stentava a riprendere coscienza.

Afferrò il lume che ardeva in quella stanza e rientrò nella camera dell’inferma, seguita dal signor Martino.

– M’ajuti! M’ajuti! Bisogna rimetterla a letto. Non c’è voluta stare, ed ecco le conseguenze!

 – Zia Velia! zia Velia! – chiamava intanto il giovanotto con voce grossa, ancora insonnolito.

– Che chiama? non vede che non sente? – gli gridò Marietta, spazientita. – M’ajuti a rimetterla a letto, e corra per il medico. Ma si svegli, eh? se no, di qui a che lei va e torna col medico, la povera signora... ah Dio, non sia mai!

– Muore? – domandò il signor Martino, avvertendo finalmente il rantolo.

Aiutò l’infermiera a rimettere a letto quell’esile corpo abbandonato e scappò per il medico., che abitava nella frazione di Ruadamonte.

– Che luna! – esclamò anche lui, appena fuori.

Meno male; con tutto quel lume, avrebbe potuto correre più speditamente per i difficili sentieri tra i prati. Ma non se l’aspettava, Dio santo, d’essere svegliato così, sul più bello. Povera zia Velia! Tutta la giornata era stata meglio, proprio meglio. Con le malattie di cuore, però, e a quell’età, da un momento all’altro... eh, non si sa mai! Se n’affliggeva tanto, lui, il signor Martino, ma tuttavia non poteva fare a meno di pensare che da troppo tempo ormai si studiava di ’non dar mai causa a quella vecchina, che avesse a lamentarsi di lui, e gli veniva di tirare dal fondo dei polmoni un respiro di sollievo. Non lo` tirava perché, subito dopo, avrebbe sentito la puntura d’un rimorso. Intanto pensava al medico che si sarebbe certo seccato di quella chiamata notturna. Ma che poteva farci lui? Non poteva certo assumersi la responsabilità di sospendere quelle iniezioni che tenevano artificialmente in vita l’inferma, ora che il figlio da Vienna aveva telegrafato l’annunzio della sua partenza. Chi sa se avrebbe fatto a tempo, però... Meglio, forse... eh sì, meglio non...

– Auff! – sbuffò, a questo punto, il signor Martino combattuto, interrompendo le amare riflessioni.

Passava davanti al camposanto. Intravide, per una delle finestrelle ferrate, aperte lungo il muro di cinta, la tomba gentilizia della sua famiglia e, accanto, quella della Mascetti. Correre, correre, affannarsi per sè e per gli altri, penare, per poi andare a finir lì, e saper dove... Meglio non saperlo! Meglio non costruirle avanti, quelle tombe... Bah! Era giovine, lui, e robusto...

– Che bella luna!

E mise un gran sospiro, come per cacciar via tutti i pensieri.

Tornò alla villa dopo circa due ore, col medico. Marietta annunziò loro che la malata, appena rimessa a letto, aveva dato in violente smanie, poi - coi segni - le aveva fatto comprendere che voleva scrivere qualche cosa.

– Come come? – domandò sorpreso, impuntandosi, il signor Martino.

– Sl, – riprese Marietta – e ha scritto, e la lettera sta lì, sotto il guanciale, come ha voluto; poi s’è messa a delirare... Diceva, non so che c’era la luna... che voleva scendere in giardino... che a Pian del Viermo cantavano, non a Rufinera... Stramberie! Poi s’è messa a chiamar lei, signor Martino...

– Me? – domandò arrossendo, poi impallidendo, il giovanotto. – Ero andato per il medico io, non gliel’hai detto?

– Gliel’ho detto; ma non ha capito! – seguitò Marietta. – Strillava: "No, Martino! No! no!" tutta spaventata... Ora, da un pezzo, sta tranquilla; ma così... Dio! pare morta...

Il dottor Allais, alto, asciutto, coi balbetti ancora biondi e i capelli già canuti, tagliati a spazzola, non si scompose affatto a quella narrazione dell’infermiera: alzò un piede a una traversa del seggiolone del parroco e si chinò per affibbiare una stringa del gambale di cuojo rimasta slacciata nella fretta del vestirsi. Teneva a dimostrare quella sua rigidezza impassibile. Possedeva anche lui una villa con un vasto giardino, aveva una simpatica maglietta che gli aveva recata una buona dote e continuava ad esercitare la professione, tanto per fare qualche cosa. Tastò il polso all’inferma; poi, senza dare a veder nulla a quei due che lo spiavano intentamente, preparò la siringhetta per una nuova iniezione.

– Potrà tirare fino all’alba, – disse, licenziandosi. – Verso le cinque, tornerò.

– Ma il figlio dovrebbe arrivare nella mattinata di domani, – pregò, afflitto, il signor Martino. – Potesse almeno tirare fino all’arrivo di lui!

Il dottor Allais si strinse nelle spalle.

– Non dipende da me, caro signor Prever.

E andò via.

Subito il signor Martino assalì di domande Marietta intorno a quella lettera misteriosa. Ma la infermiera non sapeva leggere, e poté dirgli soltanto che la signora aveva scritto col lapis dietro una vecchia ricetta del medico, poiché lei non aveva potuto trovarle altra carta lì nella camera; e che aveva scritto con stento e che infine aveva chiuso quel pezzo di carta in una busta del farmacista, da cui lei aveva tratto alcune ostie e una cartina di medicinale. Messa la lettera sotto il guanciale, la padrona aveva balbettato:

Dopo morta.

Il signor Martino restò assorto, stupito, costernato. Era ben sicuro che il testamento della vecchia conteneva qualche disposizione in suo favore e in favore della sua famiglia. Ora questa lettera lo inquietava. Domandò:

– Ha scritto molto?

– Poco, – rispose Marietta. – Un pezzettino di carta, così... E la mano le tremava tanto!

– Sai la nuova, Marietta? – riprese, dopo aver pensato un po’, il giovanotto. – Corro a chiamare i miei. Hai sentito che ha detto il medico? –

– Sì, – aggiunse Marietta. – E il signor parroco anche, se non le dispiace. Vada, vada.

Marietta, che era e si sentiva " una brava figliuola ", rimasta sola, tentennò amaramente il capo. Non che stimasse cattivo quel bamboccione del signor Martino e interessato l’Aletto della famiglia Prever per la sua padrona; ma... - eh, i dindi, i dindi piacciono a tutti; e la sua padrona ne aveva di molti e quell’aver pensato a scrivere qualche cosa in quegli ultimi momenti doveva per forza suscitar timori o accendere speranze.

N’ebbe la prova, non appena giunsero, tutti ansanti dalla corsa, i parenti del signor Martino e don Buti. Più e più volte fu costretta a ripetere tutto ciò che poteva dire intorno a quella lettera. Pareva che ci volessero leggere attraverso le sue parole. E che facce da spiritati! Don Buti pareva incerto se vederci una minaccia per 1’Asilo d’infanzia o una promessa: forse l’erezione d’un Asilo pei vecchi, o d’un Ospedaletto, chi sa? o di una cappella: qualche disposizione insomma, di beneficenza o in favore della santa religione. I Prever erano addirittura scombussolati, e se la prendevano con Martino che non s’era trovato presente, giusto in quel momento!

– Ma se ero corso per il medico! – si scusava il giovanotto col padre che pareva il più contrariato.

La madre sapeva dominarsi meglio: grassa pallida placida, dal parlare lento e dal gesto molle, rivolgeva a Marietta sciocche e inutili domande.

L’inferma accennava di tratto in tratto di riscotersi dallo stato comatoso. Tutti allora, per un momento, zitti e intenti, intorno al letto di lei.

Ruppe l’alba, alla fine. Cielo aggrondato, piovoso. Sù per i greppi delle scabre montagne, veli di nebbia stracciati. Ritornò il medico, che non volle rispondere nulla, al solito, alle tante interrogazioni dei Prever e di don Buti, protestando:

– Mi lascino ascoltare.

Fece ancora un iniezione ma dichiarò ch’era proprio inutile: la morte sarebbe avvenuta da un momento all’altro per paralisi cardiaca.

Poco dopo la partenza del medico la signora Velia però si riscosse con un lungo sospiro dal profondo letargo in cui pareva inabissata: e schiuse gli occhi.

Subito i Prever spinsero al letto il giovine Martino, suggerendogli sottovoce:

– Chiamala! chiamala!

– Zia Velia! – chiamò il giovanotto.

Madama Velia! – chiamò contemporaneamente, dall’altro lato del letto, don Buti

Ma la morente non mostrò di riconoscere né l’uno né l’altro.

Entrò in quel momento nella camera, inavvertito, un signore su i cinquant’anni, bassotto, azzimato, profumato, con le fedine già brizzolate e la calvizie nascosta appena da pochissimi capelli raffilati con meschina cura a sommo del capo. Si avanzò fino al letto, con le scarpe sgrigliolanti, scostò piano con la mano inguantata il signor Martino, si chinò verso la morente:

– Mamma!

I Prever, don Buti, Marietta si guardarono negli occhi, scostandosi; poi presero tutti a osservarlo, con un’aria mista di soggezione e di diffidenza.

La morente fissò gli occhi velati sul figlio e aggrottò le ciglia; agitò un braccio e nascose il volto, balbettando con espressione di terrore:

Ch’a vada via chiel!

– Mamma, sono io, sai! sono io! – disse piano, sorridendo, il Mascetti, e si chinò di nuovo verso la morente.

Ma questa raffondò vieppiù il capo, come se volesse cacciarlo sotto il guanciale. Allora la busta, che vi stata nascosta, scivolò sul tappeto. I cinque Prender e don Buti la puntarono rattenendo il fiato’ come tanti cani da caccia. Il figlio non se ne accorse, e si volse, dolente, per dire:

–Eton mi riconosce.

Vedendo tutti gli occhi fissi 1ì presso i suoi piedi, si chinò anche lui a guardare, e vide la busta.

– Sarà per lei’– gli disse piano Marietta indicandola. – La signora però ha detto: "Dopo morta".

Il Mascetti la raccolse, e poiché la madre continuava a dire soffocata: – Ch’a vada via! ch’a vada via! – si recò, angustiato, nella camera attigua, seguito poco dopo da don Buti.

– Povera, povera Madama!

E il parroco cominciò a tessere al figliuolo l’elogio della madre.

– Grande benefattrice!

Sopraggiunse, con aria smarrita, Prever padre; poi venne anche Prever figlio, rosso come un gambero, spinto evidentemente dalla madre e dalle sorelle.

Il Mascetti se ne stava compunto e taciturno; chinava di tanto in tanto il capo alle parole melate del parroco, ma pensava intanto tra sé all’accoglienza che gli aveva fatto la madre dopo un così lungo e precipitoso viaggio intrapreso per rivederla. - Sì, senza dubbio: nell’incoscienza, povera vecchina. Era chiaro che lo aveva scambiato per qualche persona a lei odiosa, lì, del paese. Ma era pur naturale! Che ricordi aveva egli della madre? Quasi quasi aveva più notizie del padre, morto quand’egli aveva appena tre anni, che della madre, vissuta fino adesso. Del padre gli avevano parlato tanto i parenti, fin dalla infanzia; mentre la madre era venuta a ritirarsi lassù, ed era vissuta sempre lontana da lui. Egli era solito scriverle due, tre volte l’anno, nelle feste principali, per farle gli augurii; e lei gli aveva risposto, sì e no, ma sempre con frasi comuni e brevemente e senz’alcuna effusione di cuore, mai. La notizia della grave malattia di lei gli era arrivata di colpo. Mah! doveva avere settantatrè o settantaquattro anni sua madre: il suo tempo, dunque, lo aveva fatto. Ne aveva già quasi cinquanta, lui, purtroppo.

Giunsero a un tratto, dalla camera, parole concitate, poi uno strillo di madama Prever e due altri strilli simili delle zitellone. Il Mascetti balzò in piedi:

– Morta?

– Venga, signore! – chiamò Marietta, facendosi all’uscio, con gli occhi lacrimosi.

Morta, e in quell’atteggiamento di rivolta e di paura preso all’apparire del figlio. Marietta le aveva pian piano rimesso sul letto il braccio, che ella aveva levato per nascondere la faccia; ma nessuno ardiva di toccarle la testa.

Il Mascetti contemplò un pezzo sua madre, poi si pose una mano sugli occhi. Non riusciva a piangere, irritato sordamente dal pianto di quegli altri, per lui affatto estranei ( ne ignorava finanche i nomi! ), ma che pure mostravano d’avere una ragione per piangere sua madre, più di lui che era il figlio e che non pertanto, alla loro presenza, era stato accolto in quel modo.

Don Buti s’era inginocchiato davanti al letto e recitava la preghiera dei defunti. Anche i Prever e Marietta si erano inginocchiati e pregavano con lui, tra i singhiozzi. Il Mascetti tornò a ritirarsi nell’altra stanza.

La signora Velia aveva ricevuto i sacramenti tre giorni avanti. Finita la preghiera, don Buti scappò in chiesa per far sonare le campane e dar le prime disposizioni per i solenni funerali del giorno appresso: le signore Prever si misero a disposizione di Marietta per accudire al cadavere; il signor Martino fu spedito per i ceri da accendere attorno al letto funebre, e Prever padre, non sapendo che fare, si recò di nuovo a raggiungere nell’altra stanza il Mascetti.

Quella lettera misteriosa gli stava fissa in mente come un chiodo. "Dopo morta" Forse il figlio, per curiosità, l’aveva già aperta. Che stupida, quella Marietta! Che c’entrava dire al figlio: "Sarà per lei"? Dall’accoglienza che la moribonda gli aveva fatto si poteva capir chiaramente che madama Velia non si aspettava di rivedere il figlio: dunque; nello scrivere quella lettera, non aveva nient’affatto pensato a lui.

Le stesse riflessioni facevano nella camera della morta le Prever, e madama anzi non seppe tenersi dal rimproverare, con garbo, Marietta. E a quella lettera pensava pure, tra le smanie, il signor Martino, andando per i ceri, e don Buti correndo dalla chiesa parrocchiale all’Asilo per far chiudere il portone in segno di lutto e dare anche lì disposizioni; per il funerale del giorno seguente.

Solo Il Mascetti pareva se ne fosse dimenticato. Interrogava il Prever su la vita della madre, su Cargiore, per venire indirettamente a sapere tra che gente si trovasse. Gli era nato finanche il dubbio che quelli fossero lontani parenti materni, di cui egli ignorasse l’esistenza.

Il Prever si struggeva dentro. Gli diede ragguaglio di sè, della sua famiglia; gli parlò dell’antica amicizia di essa per madama, tacendo però dell’amore e del suicidio dello zio Martino, ed entrò infine a parlargli anche lui delle grandi benemerenze della defunta, delle opere di carità, parte compiute, parte promesse da lei, per concludere che tutta Cargiore era profondamente addolorata e, nello stesso tempo, in legittima ansia di conoscere se...

Oh! il Mascetti s’affrettò a rassicurarlo: con tutto il cuore egli avrebbe adempiuto alle generose promesse della madre, anche se nessuna disposizione si fosse trovata nel testamento. Ma non mostrò affatto di ricordarsi di quella lettera scivolata di sotto il guanciale. E tutto quel giorno e fino alla metà del giorno appresso tenne sulla corda quella povera gente.

Don Buti, alla fine, quando già la cassa mortuaria era arrivata, non seppe tenersi più. Gli si presentò, seguito dai Prever, tutto cerimonioso e impacciato, con la scusa di non voler mancare a qualche volontà, a qualche disposizione della defunta intorno ai funerali o al seppellimento, espresse probabilmente in quella tal lettera.

– Se vostra Signoria si ricorda...

– Ah già! – esclamò il Mascetti, cercandosi nelle tasche.

Se n’era proprio dimenticato! Tutti gli si fecero attorno, sospesi in un’ansia trepidante. La busta, dopo lunga ricerca, fu trovata in fondo ad una tasca dei calzoni. Il Mascetti l’aprì, ne trasse la ricetta di cui aveva fatto cenno l’infermiera. La scrittura a lapis era quasi indecifrabile. Ci fu bisogno del concorso di tutti per l’interpretazione di certe parole smezzate o scritte scorrettamente in dialetto tra altre italiane. Il biglietto diceva così:

"Chi trova questa carta a l’è pregà d’aprire l secound tiroir del comò di faccia al mio letto, prendere con le sue man n fagottin che vi si trova in fondo all’angolo a destra e d butelo d’souta mia testa nt la cassa."

I Prever, don Buti restarono delusi, storditi, non sapendo che pensare.

– Un fagottin? – domandò madama Prever. – Che sarà?

– Andremo a vedere, – propose, timido, don Buti. – Intanto sono proprio contento che una disposizione ci sia, come avevo preveduto.

Si recarono tutti nella camera della morta. La vecchina, parata amorosamente da Marietta, era già deposta nella bara non ancora chiusa. Il figlio, seguendo le indicazioni del biglietto, aprì il secondo cassetto del canterano e cercò nell’angolo a destra.

Non c’era propriamente alcun fagottino: c’era soltanto l’involto di un pezzo di panno turchino, forato e bruciacchiato in una parte, come da una palla: c’era un guscio di noce, alcuni fiori secchi, una ciocchetta di capelli castani e un pezzettino di carta, su cui erano scritte queste parole già sbiadite dal tempo: "Notte di luna! 22 ottobre 1849", e sotto, due nomi, congiunti da una lineetta: "Velia-Martino".

– S’è ricordata di lui! – scappò, nella sorpresa, al Prever.

Il Mascetti nel volgersi a guardarlo si accorse che don Buti faceva cenno a colui di tacere, e volle sapere allora di chi si fosse ricordata la madre e che significasse quel ritaglio di stolta così forato.

Quando glielo dissero, non seppe più toccare quegli oggetti, che appartenevano alla remota gioventù di sua madre, prima ch’egli nascesse. Si scostò dicendo:

– Facciano loro la sua volontà.

164  -  Ignare

Sui bianchi tettucci dalla corsia e disposti uno accanto all’altro in quella camera remota del collegio piena di luce e di silenzio, le quattro giovani suore giacevano immobili. Le cuffiette di tela, semplici, senza una trina né un nastro, annodate sotto il mento da due cordelline, disegnavano la rotondità del capo e incorniciavano i pallidi visi quasi infantili. Aprivano di tanto in tanto gli occhi, dapprima un po’ esitanti alla luce, poi attoniti e smemorati; li richiudevano poco dopo con lenta stanchezza, ma ormai senza pena.

Non si curavano più di sapere se, così immobili su quei tettucci, fossero in attesa della guarigione o della morte.

Erano tutte e quattro ferite e fasciate. Ma di che gravità fossero le ferite, non sapevano. Stando immobili’ non le sentivano. Pareva a ciascuna di star bene e di poter credere che non fosse più a ogni modo, per nessuna delle quattro, caso di morte.

Ma poi, chi sa?

Non erano più sicure di nulla; nemmeno se quella camera fosse d’un ospedale o dell’infermeria d’un collegio di suore; né ricordavano come, quando, da chi vi fossero state portate.

C’era nella loro memoria un abisso: un vero inferno che s era spalancato loro davanti all’improvviso inghiottendole e travolgendole; dove tanti demonii avevano fatto scempio c strazio delle loro carni immacolate. Avevano la vaga impressione d’aver navigato a lungo; e sentivano ancora nelle narici, ogni tanto, quel tanfo particolare, alido, nauseante, che cova nell’interno delle navi; negli orecchi, gli scricchiolìi della carcassa enorme galleggiante, agli urti possenti e fragorosi del mare; e avevano la visione confusa d’un porto affaccendato, di grandi alberature non ben ferme sotto grosse nuvole candenti immote su l’aspro azzurro delle acque; e meno confuso il ricordo di strani aspetti, di strane voci; rumori d’argani e di catene.

Ora erano qua. E nel candore e nel silenzio di quella camera luminosa che dava loro con la freschezza fragrante dei lini puliti un conforto d’arcana soavità e un senso d’infinita beatitudine, avevano quasi il dubbio che fosse stato un incubo orrendo tutto quell’inferno e quel lungo navigare e quel porto e quegli aspetti strani.

Avevano bisogno di lasciare in quel torpore non solo il corpo, ma anche la coscienza. Se per qualche movimento inconsulto, o anche soltanto per tirare un più lungo sospiro, il corpo aveva una fitta di spasimo, pur essa la coscienza si sentiva subito trafitta dal ricordo di quanto a quel loro corpo era stato fatto, caduto in preda alle voglie infami di gente feroce, nemica di quella fede di cui esse erano andate a spargere l’esempio nell’isola straniera, lontana. L’asilo di pace, una sera, era stato preso d’assalto, invaso e profanato da orde selvagge. Sotto ai loro occhi s’era compiuta la strage dei ricoverati. All’orrore delle ferite aperte dal ferro nelle loro carni rispondeva l’orrore più grande di un’altra ferita insanabile, per Cui più del corpo la loro anima aveva sanguinato.

L’ultima a lasciare il letto, quantunque col seno e un braccio ancora fasciati, fu suor Erminia. Le tre altre credevano che fossero trattenute nell’infermeria in attesa della guarigione della compagna, per partire poi tutte insieme alla volta di Napoli, per il ritiro. Ma non fu così. Guarita suor Erminia, la Madre Superiora del Collegio ov’erano state ricoverate e curate, venne ad annunziare che soltanto suor Erminia sarebbe partita quella sera stessa per Napoli.

Ascoltando tutte e quattro a occhi bassi quest’ordine, suor Erminia si chiese in cuore, perché lei sola; e ciascuna delle tre altre, in che la loro sorte potesse essere diversa da quella della compagna che più di loro aveva stentato a guarire. Aveva forse bisogno di qualche rimedio che qua non le si poteva apprestare?

Ma allora perché lasciarla partir sola? E perché rimanevano loro tre, se erano al tutto guarite?

Lo seppero la mattina dopo, all’alba, quando insieme con una suora anziana e una vecchia conversa furono fatte salire su una "giardiniera" traballante e svolazzante di tendine di juta.

Sotto le ampie cornette oscillanti erano vestite tutte e tre d’abiti nuovi, ma troppo larghi per il loro corpo già esile e ora più che mai assottigliato dalle sofferenze.

Avvertivano nel seno, mortificato da anni sotto il modestino, respirando finalmente all’aperto, come un indurimento e, nello stesso tempo, uno strano senso di risveglio che le turbava.

Prima di partire, avevano veduto i vecchi abiti, coi quali erano arrivate, ferite e morenti, da Candia. Stinti, strappati, macchiati di sangue, avevano suscitato in loro quello sgomento e quel ribrezzo che si prova per gli oggetti appartenuti a qualcuno tragicamente morto. E tanto più s’erano costernate, in quanto che alle vestigia, evidentissime lì, d’una violenza terribile, non rispondeva più in loro, ritornate alla vita, una memoria precisa.

Lasciate addietro le ultime case della città, la vettura si mise a correre per uno stradone costeggiato di qua e di là da fitti boschi d’aranci e di limoni.

S’era d’ottobre e pareva ancora piena estate, sebbene di tratto in tratto, entro quel tepore denso di odori inebrianti, sorvolasse dal mare che s’intravedeva prossimo di tra il fitto turbinio di tutti quei fusti d’alberi, qualche primo brivido di frescura autunnale.

Ma le tre convalescenti non poterono godersi a lungo la delizia di quell’ora e di quei luoghi. Il traballio della logora vettura cominciò a cagionar loro un grave disturbo. Tanto che, alla fine, una, suor Agnese, non potendo più reggere, chiese per grazia se la vettura non potesse andare più piano.

La vettura si mise quasi di passo.

Use tutte e tre, ormai da tanti anni, a non curare affatto e quasi a non sentire più il proprio corpo, a dominarne tutti i bisogni, a vincerne la stanchezza, provavano ora un avvilimento e uno smarrimento strano, un’ambascia smaniosa, per quelle loro sofferenze corporali. La più giovane, ch’era anche la più gracile, suor Ginevra, chiese a un certo punto se, andando così di passo la vettura, non potesse provarsi a seguirla a piedi. Si provò; ma dovette poco dopo rimontare, perché le gambe non le ressero alla fatica del cammino in salita.

La suora anziana che le scortava, annunziò, per confortarle, che poco ormai ci voleva ad arrivare.

La vettura difatti si fermò, poco dopo, davanti al cancello d’una grande villa solitaria in cima a un poggiolino, cinta tutt’intorno da un muro. Era la grangia del collegio. La conversa sonò il campanello e, levandosi su la punta dei piedi per guardar sopra la banda che copriva la parte inferiore del cancello, chiamò forte:

– Rosaria!

Rosaria era la moglie del contadino che aveva in custodia la grangia ove ogni estate erano condotte le Orfanello a villeggiare.

Invece di Rosaria rispose un grosso cane di guardia con furibondi latrati.

– Ecco "Bobbo" – disse la suora anziana, sorridendo alla conversa.

– Bobbo, Bobbo, siamo noi di casa, – aggiunse la conversa e sonò di nuovo il campanello.

Accorse alla fine la custode, sbracciata, scarmigliata’ col faccione acceso, dorato dal sole, tutto in sudore, due grandi cerchi d’oro agli orecchi, un fazzoletto rosso sgargiante sul seno, e il ventre pregno che le lasciava scoperti, sotto la gonna di baracane tirata su, i fusoli delle gambe entro le grosse calze turchine di cotone, sporche di creta.

– Oh suor Sidonia mia, suor Sidonia! – cominciò a strillare con furiosi gesti di maraviglia e di gioja. – Come va, con tanta compagnia? Anche voi, donna Mita? Come va? Stavo a lavare e, mi vede? – aggiunse, indicando il ventre immane. – Dopo otto anni, suor Sidonia mia! Mah! E queste? Sono tre suore nuove?

Le tre convalescenti s’erano un poco allontanate, e guardavano smarrite le vecchie finestre di quella villa, l’antica cisterna patriarcale, là a principio del lungo pergolato, di fronte al portoncino verde. Si voltarono, nel sentirsi indicate dalla custode, e videro la suora anziana e la conversa parlar piano tra loro; poi la custode prendersi con un gesto d’orrore la testa tra le mani e voltarsi, allargando un po’ le mani, a guardare verso di loro, con la bocca aperta e gli occhi pieni di raccapriccio:

– E lo sanno? lo sanno?

Le tre convalescenti si guardarono negli occhi, angosciate. Quella delle tre, che durante il tragitto non aveva aperto bocca, suor Leonora, ebbe negli occhi come un guizzo di follia; si coprì il volto con le mani emise un mugolio sordo fra un tremore delle spalle e delle braccia.

– Perché? – chiese allora, suor Ginese ra, volgendo gli occhi azzurri infantili all’altra compagna che s’era recata una mano alle labbra e con gli occhi sbarrati era rimasta come sospesa davanti a un abisso scoperto all’improvviso.

Sopravvennero suor Sidonia e la conversa e, poco dopo, con le chiavi della villa, la custode.

Su per la scala, ove l’aria della campagna stanava mista col tanfo grasso della corte vicina e con l’umidore esalante dalla prossima cisterna, suor Leonora afferrò un braccio alla suora anziana e le chiese piano per sè e le compagne se fosse vero ciò che le era parso di dover capire al gesto d’orrore della custode.

Quella socchiuse gli occhi e chinò il capo più volte, sospirando. Suor Leonora scivolò sul gradino della scala. Suor Agnese, ritta addossata al muro, socchiuse gli occhi da cui sgorgarono grosse lagrime. Ignara ancora restava la più giovane dagli occhi celesti. Guardava le lagrime silenziose della compagna addossata al muro, udiva i singhiozzi dell’altra accasciata sullo scalino, ascoltava il conforto e le esortazioni delle tre altre; e non ne capiva ancora la ragione.

Aveva quella villa, nella quiete attonita che regnava tutt’intorno, alcunché di lugubre, con tutti quei fasci di sole che si allungavano di traverso, simmetricamente, nei corridoj. Si vedeva in ognuno di quei fasci fervere lento il polviscolo. Di tratto in tratto, il canto d’un gallo pareva volesse rompere il fascino di quella quiete misteriosa; e un altro gallo, che rispondeva da qualche ala lontana, pareva dicesse che lo stesso fascino di misteriosa quiete gravava anche lì, e più lontano ancora.

Fin dove?

Le tre suore, affacciate alle finestre, si perdevano nella lontananza di quella quiete misteriosa. Non sapevano dove andare con l’anima, a chi rivolgersi per conforto, come nascondere ai loro stessi occhi l’onta di quel martirio.

Era per due di esse in quella lontananza, ma più là, assai più là, dove lo sguardo si perdeva e l’anima non ardiva di arrivare, sè in Toscana, più sè in Lombardia, una casa da tanti anni abbandonata. Picchiare alla porta di quelle case, per conforto, suor Leonora e suor Agnese non potevano. Né il vecchio padre, né il fratello, né la cognata di suor Leonora dovevano sapere; tanto meno poi, oh Dio, il fratello della cognata! Non dovevano sapere la vecchia madre né la sorella di suor Agnese in quel tranquillo borgo sul Po, presso Mantova. Beata suor Ginevra, che non aveva alcuna idea né di casa né di famiglia! Sapeva soltanto d’esser nata a Sorrento; non sapeva da chi; era stata allevata dalle suore in un ospizio, e s’era fatta suora: era dunque, tutta, nell’abito che indossava: e la sciagura presente non le mordeva a sangue le carni offese, coi ricordi d’una vita estranea, d’estranei affetti, da cui le altre due si erano con violenza strappate.

L’abito che aveva indosso, rappresentava per suor Leonora un sacrifizio. La violenza che aveva dovuto fare a se stessa per serbare intatta, contro l’insidia della sua propria carne, la sua purezza, era stata resa vana dalla violenza altrui, brutale; e Dio aveva permesso che quell’abito, simbolo del sacrifizio, le pesasse ora addosso come uno scherno; Dio permetteva che in un corpo offerto a Lui fosse accolto e stesse a maturare un frutto infame, e sotto quell’abito crescesse la vergogna, il ribrezzo, l’orrore d’una atroce maternità. Come poteva Dio permetter questo?

Finché ai loro occhi la castità dell’abito non cominciò a essere offesa dal progressivo sformarsi del corpo, stettero insieme tutte e tre, per sentirsi nel cordoglio meno sperdute dentro quell’ampio rustico casamento dai lunghi corridoi rintronanti, ove per tante finestre in fila entravano l’aria salsa e il fragorìo continuo del mare, gli odori sparsi della campagna, il ronzio degli insetti, il frusciare delle piante.

Scendevano insieme a pregare nella cappelletta; ma spesso le preghiere erano interrotte dai singhiozzi quasi rabbiosi di suor Leonora, che scappava via. Le altre la seguivano e cercavano di calmarla nell’ombra del lungo percolato davanti alla villa o per i sentieruoli in mezzo al frutteto, dove al vespro si raccoglievano tanti uccelli a far sbaldore.

Suor Ginevra aveva trovato 1ì un cantuccio, ove un certo odore amaro di prugnole e un altro denso e pungente di mentastro le avevano ridestato vivo il ricordo dell’ospizio di Sorrento, in cui aveva passato l’infanzia; e spesso andava lì quasi a covare quel ricordo, felice di sentirsi accanto la sua dolce innocenza d’allora Era ancora come stordita dalla sciagura. Non concepiva adatto l’orrore che ne provavano le altre due; e le guardava e le spiava negli occhi, quasi sospesa in una paurosa, ignota attesa, soffrendo delle fosche, smaniose ambasce dell’una, delle cocenti lagrime dell’altra.

Rosaria, la custode, qualche volta le raggiungeva e, senza rendersi conto della urtante impertinenza delle sue parole, si metteva a parlar loro come a compagne di sventura, che non dovessero aver più ritegno ormai di guardare quel suo sconcio ventre e di udire certi discorsi circa al loro stato comune. Si lamentava di aver dato via ad altre contadine più poverette di lei, le camicine, le fasce, le cunette, i bavaglini del corredo, perché mai più non si sarebbe aspettato di poterne aver bisogno; e ora non aveva tempo di attendere a prepararne uno nuovo. Aveva comperato la tela: oh, rozza tela per le tenere carnucce d’un bimbo; ma i figli dei poveri, si sa, bisognava che presto imparassero a sentire le durezze della vita.

Subito suor Ginevra si profferse di ajutarla a cucire quel corredino. Anche suor Agnese allora le disse che la avrebbe ajutata. Suor Leonora non ne volle sapere.

Con l’inverno, si chiusero ciascuna in una cameretta tra le tante che avevano l’uscio lì sul lungo corridojo. Le finestre davano su l’orto, e di sul muro di cinta si scorgeva l’azzurro denso del mare, che si congiungeva con quello tenue e vano del cielo. Ma cielo e mare perdevano spesso, ora, quella loro diversa azzurrità, si mescevano sconvolti in fosche brume, e nel silenzio tetro della villa solitaria durava per giornate intere su i vetri delle finestre il crepitio della pioggia.

Suor Agnese cuciva e si sforzava di non intenerirsi alla vista di quelle camicine, di quelle cunette, di quei bavaglini: non doveva pensare al bimbo che sarebbe nato da lei. Erano per un altro bimbo quelle camicine, che sarebbe cresciuto lì. Il suo sarebbe scomparso di furto, ignudo. E forse non lo avrebbe neppure veduto.

Non doveva intenerirsene: era appunto questo il martirio: accogliere e maturare nel corpo offerto a Dio quel frutto infame. Ma era in lei; lei lo teneva in grembo, oh Dio! e lo nutriva di sé. O Dio! oh Dio! E non avrebbe potuto, non avrebbe dovuto far nulla per lui? per riscattarlo dall’infamia da cui nasceva? Forse il suo latte, forse le sue cure lo avrebbero redento! Sottratto a lei, allevato in un ospizio, senza amore, come sarebbe cresciuto, concepito com’era nell’orrore d’una strage, frutto nefando d’un sacrilegio?

Ma Dio, certo, nella sua infinita misericordia, aveva disposto che il martirio di lei, nel tempo ch’ella lo soffriva, giovasse al nascituro, bastasse a mondarlo della colpa originaria, bastassero a lavarlo per sempre di quel sangue osceno le lagrime ch’ella ora versava per l’onta e per il supplizio. Così il suo martirio non sarebbe stano invano.

L’altra, invece, suor Ginevra, sollevando con le mani ceree contro il lume della finestra la carnicina or ora cucita, piegava da un lato la testa, la contemplava e sorrideva.

Scendevano adesso nella cappelletto in ore diverse, ciascuna a pregar sola; prendevano il cibo nelle loro camerette e, quand’erano stanche di cucire e di pregare, s’affacciavano alla finestra, oppresse già dal peso del corpo, a guardare l’orto solingo e il mare vicino.

Venne la primavera, e un bel mattino entrò, col sole, nella vecchia villa, Rosaria, ridente e dimagrita, reggendo alto un grosso bimbo roseo tra le ruvide mani e gridando per il corridojo:

– Eccolo qua! È nato! è nato!

Entrò prima nella cella di suor Agnese, che schiuse appena le labbra a un sorriso di infinita tristezza, contemplando con gli occhi rossi di pianto il bimbo e levando come a riparo davanti al seno le mani bianche.

– Coraggio, coraggio, sorella mia! Si fa presto, sa? Vedrà che si fa presto! Vede com’è bello? Ha gli occhi del padre. E guardi qua, guardi con quanti capelli m’è nato!

Corse poi da suor Ginevra e, senz’altro, le posò in grembo il piccino:

– A lei! Eccolo qua, lo vede che cos’è? Pesa, no? pesa. Con la cuffietta che gli ha fatto lei; e anche la camicina, vede?

Suor Ginevra si provò a posare le labbra sul petto roseo del bimbo, che la madre aveva scoperto, poi a sollevare su le mani il dolce peso, e con curiosità mista di pena mirava i movimenti delle pàlpebre del neonato per adattar gli occhi a resistere alla luce. Eccolo: uno così, tra poco, sarebbe nato da lei. E non sapeva ancora come. Uno così!

Rosaria glielo tolse per farlo vedere a suor Leonora; ma questa, storcendo la faccia, la respinse, le gridò sulle furie che non voleva vederlo: via! via! via!

S’era spogliata dell’abito. Non scendeva più a pregare. Passava l’intera giornata a sedere sul letto, inerte, coi denti serrati e gli occhi a terra in una dura e truce fissità. La notte le due compagne la intravedevano dall’uscio delle loro camerette, andare su e giù per il corridojo rischiarato a fasci dalla luna: tozza, enorme, con la testa da maschio e i piedi nodi.

Farneticava.

E i tonfi cupi dei passi nella sonorità del lungo corridojo impaurivano suor Ginevra.

La paura diventò terrore una di quelle notti, allorché, destandosi di soprassalto, udì certe grida laceranti e ùluli lunghi e mugolai da belva ferita. Volle accorrere; ma fu trattenuta sull’uscio dalla conversa la quale le annunziò che, non suor Leonora urlava così, ma l’altra, l’altra: suor Agnese.

– È l’ora sua. Ora si libera, poverina!

E suor Ginevra rimase atterrita, addossata all’uscio, a udire quegli urli che non parevano umani e che, partendo dalla campagna silenziosa, le rappresentavano spaventosamente il mistero che si compiva di là. Avrebbe tra poco urlato così anche lei? Come avrebbe fatto, debole e gracile com’era, a resistere ai dolori che strappavano quegli urli?

E urli, altri urli, ancora urli, poco dopo l’alba, più selvaggi, più lunghi, fra un gran tramestio per il corridojo, le giunsero agli orecchi.

Gelata, allibita, inginocchiata davanti al tettuccio, col rosario in mano, suor Ginevra ascoltava e tremava tutta, senza ardire di alzarsi e di picchiare all’uscio che la conversa aveva chiuso a chiave.

Seppe nel pomeriggio che tutte e due le compagne s’erano liberate, e che ora riposavano tranquille. Una domanda angosciosa le affiorò alle labbra, che subito vani nel silenzio lugubre della villa. Non si sentiva alcun piccolo vagito. La conversa apri le mani e scosse il capo mestamente, con gli occhi socchiusi.

Salì, invece, da un albero dell’orto un cinguettio, nella letizia serena del vespro primaverile.

Tre giorni dopo, sul far della sera, venne la volta di suor Ginevra.

Toccò allora alle altre due, ormai consapevoli, di tremare alle grida disperate della piccola compagna; grida, grida che strappavano altre grida di pietà e di rivolta, come allo spettacolo d’una spietata atroce sopraffazione contro un timido inerme, che invano si dia per vinto.

Tutt’a un tratto, le grida tacquero nella notte. Fu per alcuni minuti, eterni, un silenzio orribile. Poi si udì per il corridojo una corsa precipitosa, tra gemiti, e suono di voci cupe tra fiati affannosi, là nella colletta in fondo al corridojo. Le due compagne non seppero resistere più oltre all’angoscia che le soffocava; scesero dal letto, si buttarono addosso le prime vesti che vennero loro sotto mano e, vacillanti, s’avviarono a quella colletta.

Nessuno parlò. La vecchia conversa ricomponeva sul letto le membra della morta, a cui nel pallido, livido visino affilato erano rimasti semiaperti i dolci occhi azzurri. E pareva che in quel pallore la piccola morta sorridesse d’essersi liberata così

Assalita all’improvviso da un impeto di singhiozzi, suor Agnese andò a buttarsi in ginocchio accanto al letto. Ma suor Leonora? volgendo attorno obliquamente gli occhi da matta, scorse in un angolo un movimento convulso dentro un lenzuolo insanguinato tutto ravvoltolato per terra. Con una mossa da belva balzò a quell’angolo, raccattò da terra una creaturina paonazza, che emise un vagito rôco, e scappò nella sua cella: vi si chiuse, e con gioja selvaggia offrì il seno che le scoppiava a quella creaturina.

La Madre Superiora, accorsa alcune ore dopo dalla città, dovette stentare a lungo per persuaderla a riaprire l’uscio. Pareva impazzita; si teneva quella creaturina stretta al seno e gridava:

– La prendo io! la prendo io! O datemi la mia! Butto via l’abito! Dio ha voluto troppo, ha voluto troppo, ha voluto troppo!

Pian piano, dolcemente, quella trovò il verso di sciogliere in lagrime quel fiero ingorgo di demenza; e la piccina fu fatta sparire.

Poco dopo, le due compagne superstiti piangevano e pregavano inginocchiate ai due lati del letto della piccola morta, che certo aveva riaperto in paradiso i suoi dolci occhi di cielo.

165  -  L’ombrello

– Pue le bacchette, pue le bacchette – ripeteva Mimì, sgambettando e cercando di pararsi davanti alla mamma che la teneva per mano sotto l’ombrello.

All’altro lato Dinuccia, la sorellina maggiore, andava come una vecchina, seria e precisa, reggendo a due mani un altro ombrello, già vecchio, sforacchiato, che presto, comperato il nuovo, sarebbe passato alla serva.

– "E pue l’ombello" –, seguitava Mimì, – "due ombelli, due tappotti, quatto bacchette."

– Sì, cara; le barchette e tutto; ma andiamo, su! – la esortava la mammina impaziente, che voleva andare spedita tra il confuso viavai della gente che spiaccicava pur lì sul marciapiedi, sotto lo spruzzolio incessante d’una lenta acquerugiola.

Con sordi ronzii, tra accecanti sbarbagli le lampade elettriche già s’accendevano, opaline, rossastre, gialligne, davanti alle botteghe.

Pensava, andando, quella mammina frettolosa, che le stagioni non avrebbero dovuto mutar mai, e l’inverno, sopra tutto, mai venire. Quante spese! E per i libri di scuola, che sempre ogni anno di nuovi; e ora per riparare dai freddo dal vento, dalla pioggia quelle due povere piccine rimaste orfane prima che l’ultima avesse avuto il tempo d’imparare a dir babbo. Carnucce tenere! che strazio vederle andar fuori così sprovviste di tutto, certe mattine’

Lei s’adoperava in rutti i modi: ma come bastare, con quel po’ di pensioncina lasciata dal marito, quando poi il crollo viene inatteso, e da tant’anni s’ha l’abitudine di viver bene?

Quest’anno anche Mimì aveva cominciato a frequentare il giardino d’infanzia, ed erano altre sei lire al mese di tassa; perché... ma sì, non aveva saputo togliere Dinuccia, la maggiore, dalle scuole a pagamento per mandarla a quelle pubbliche; e le toccava di pagare per due, adesso. E le tasse erano il meno! Tutte alunne per bene, in quella scuola, e le sue piccine non dovevano sfigurare.

Non si perdeva lei, no: morto il marito, che aveva vent’anni più di lei, pur dovendo attendere a quelle due creaturine, aveva avuto la forza di ripigliare gli studii interrotti all’ultimo anno; aveva preso il diploma; poi, avvalendosi del buon nome lasciato dal marito e delle molte aderenze ch’egli aveva, facendo anche considerare le sue tristi condizioni, era riuscita a ottenere una classe aggiunta in una scuola complementare. Ma la retribuzione, insieme con la pensioncina del marito, non bastava o bastava appena appena.

Se avesse voluto... Non vestiva bene; non si curava più per nulla di sè; si pattinava, là, alla svelta, ogni mattina; s’appuntava un cappellino che non era più neanche di moda; e via alla scuola, senza guardare mai nessuno; eppure, se avesse voluto, già due partiti. Chi sa perché, anche quella sera là, mentre andava frettolosa fra le sue bambine, tutti si voltavano a mirarla; e pioveva! Figurarsi, però, se lei avrebbe voluto mai dare un altro babbo a Dinuccia e a Mimì. Pazzie! pazzie!

Quell’ammirazione, intanto, quegli sguardi ora arditi e impertinenti, ora languidi e dolci, colti a volo per via, con apparente fastidio o anche, certe volte, con sdegno, le cagionavano in fondo una frizzante ebbrezza: le ilaravano lo spirito; davano quasi un sapore eroico a quella sua rinunzia al mondo, e le facevano stimar bello e lieve il sacrifizio per il bene delle due figliuole.

Era un po’ il piacere dell’avaro, il suo: dell’avaro che non soffre tanto delle privazioni a cui s’assoggetta, pensando che, se volesse, potrebbe godere senz’alcuna difficoltà.

Ma che sarebbe dell’avaro, se da un momento all’altro l’oro del suo forziere perdesse ogni valore?

Ebbene, certi giorni, senza saper perché, o meglio, senza volersene dire la ragione, ella cadeva in una cupa irrequietezza; era agitata da una sorda irritazione, che cercava in ogni più piccola contrarietà (e quante ne trovava, allora!) un pretesto per darsi uno sfogo. Le erano mancati per via quegli sguardi, quell’ammirazione. E segnatamente sulla maggiore delle figliuole, su Dinuccia, si scaricava allora la maligna elettricità di quelle torbide giornate. La piccina, senza saperlo, attirava quelle scariche col suo visino pallido, silenziosamente vigile, coi suoi sguardi attoniti e serti, che seguivano la mammina furiosa, la mammina che si sentiva spiata e credeva di scorgere un rimprovero in quell’attonimento penoso e in quello sguardo serio e indagatore.

– Stupida! – le gridava.

Stupida, perché? Perché non capiva la ragione per cui la mammina era così nervosa, quel giorno, e cattiva? Ma se non voleva capirla neanche lei, questa ragione! Era soltanto meravigliata, la piccina, di non vederla gala come gli altri giorni, ecco. Meravigliata? Si meravigliava a torto; perché non tutti i giorni si può essere gai; e non era mica gioconda per la mammina quella vita di stenti e d’angustie. Lo sapeva bene lei sola, quanti pensieri e quanti bisogni e quante difficoltà.

Soffocava così il rimorso d’aver maltrattato e fatto piangere ingiustamente la bambina. Erano più veri sì, i pensieri, gli stenti, i bisogni, le angustie, le difficoltà; ma il non voler confessare a se stessa la vera ragione della sua tristezza e della sua nervosità la rendeva ancora più triste e nervosa.

Per fortuna, c’era l’altra piccina, Mimì, che faceva ogni volta il miracolo di rasserenarla tutt’a un tratto, con qualcuno de’ suoi vezzi infantili, pieni di grazia, irresistibili.

Mimì prima la guardava, la guardava per un pezzo, ma non con quegli occhi vigili e serti della maggiore; con occhi ingenui e amorosi la guardava; poi faceva parlare quello sguardo, soffiando coi labbruzzi di ciliegia:

– Mammina bella!

Si alzava, s’inchinava con le manine a tergo e domandava, scotendo tutti i riccioli neri della testina:

– Vuoi bene?

Così. Non diceva: "Mi vuol bene" ma per tutti, semplicemente: "Vuoi bene?". E allora ella le tendeva le braccia e appena quel batuffoletto le saltava al collo, se lo stringeva forte forte al seno, rompendo in pianto; chiamava subito a sè anche Dinuccia; le abbracciava tutt’e due, con fremente tenerezza, carezzando anche di più la piccina poc’anzi maltrattata; e godeva di sentirsi inebbriare da quest’altra gioja pura, che nasceva dal suo dolore e dalla sua bontà, che nasceva veramente dal suo sacrifizio, imposto dalla crudeltà della sorte, e ch’ella era felice, felice di compiere per quelle due creaturine, unicamente per loro.

Quella sera, intanto, la mammina era molto gaja.

– Su, Mimì! Ecco, è qua: siamo arrivate!

La bambina era restata a bocca aperta davanti a certe grandi vetrine abbarbaglianti in capo a via Nazionale. Tirata dalla mamma, entrò nella bottega, ripetendo ancora una volta:

– "Le bacchette! Pima le bacchette!"

– Ecco, sì, zitta! – le gridò la madre, a cui s’era fatto innanzi un commesso di negozio. – Barch... cioè, vedi? lo fai dire anche a me. Mi dia due paja di...

– "Bacchette’"

– E dàlli! "Calosce" per queste bambine. Le chiama barchette la mia piccina. Veramente, si potrebbero anche chiamare così per non usare quella parolaccia forestiera.

– Soprascarpe –, suggerì asciutto, con aria di sufficienza il commesso inarcando le ciglia.

Barchette però sarebbe più carino.

– "Pima a me! Pima a me!" – gridava intanto Mimì, arrampicatasi sul divano, agitando i piedini.

– Mimì! – la sgridò la mamma, guardandola severamente e cangiandosi in volto.

Subito Dinuccia notò questo repentino cambiamento, e assunse, con gli occhi attoniti e serti, quell’aria di attonimento penoso, che tanto urtava la madre. E nessuna delle due badò alla gioja di Mimì, a cui quell’antipatico commesso aveva già provato la prima "barchetta". Voleva subito subito scendere dal divano per camminarci, senz’aspettare l’altra.

– Qua, ferma, Mimì! O via a casa! Troppo larga, non vedi? Qua!

Il commesso, prima d’andare a prendere un altro palo d’ultima misura, avrebbe voluto provare quelle alla maggiore; ma Dinuccia si schermì, indicando la sorellina:

– Prima a lei.

– Stupida, è lo stesso! – le gridò la madre, prendendola sotto le ascelle e sedendola con mal garbo sul divano. Intanto, per quietare Mimì, disse al commesso che gliel’avrebbe calzate lei, quelle, alla maggiore; e che egli per piacere andasse nel frattempo a prendere il palo per la piccola.

Dinuccia, calzata, rimase a sedere sul divano; Mimì invece ne scivolò via lesta, battendo le mani, e si mise a saltare, a girare su se stessa come una trottolina, cacciando gridi di gioja; e ora levava un piede, ora l’altro, per guardarselo. Dal divano, Dinuccia la guardava, e sorrideva pallidamente. Si rifece seria, udendo la madre esclamare:

– Quaranta lire? Venti il pajo?

– Fabbrica americana, signora –, rispose il commesso, opponendo alla maraviglia della compratrice la freddezza dignitosa di chi conosce il valore della merce che si vende in bottega. –"Articolo" indistruttibile. Lei lo può stringere in un pugno, guardi!

– Capisco, ma... scusi, per un piedino così venti lire?

E il commesso:

– Due soli prezzi, signora: per i piccoli, venti lire: per i grandi, trentacinque. Un po’ più lunghe, un po’ più corte, capirà, ciò che conta è la fattura.

– Non me lo sarei mai aspettato! – confessò allora, afflitta, la mammina – Avevo calcolato, al più al più, venti lire per tutte due

– Uh, non lo dica nemmeno! – protestò il commesso, quasi inorridito.

– Guardi, – si provò ad allettarlo la mammina, – dovrei comperare altra roba: due "loden", pure per le piccine; due ombrelli.

– Abbiamo tutto.

– Lo so; sono venuta qua apposta. Mi faccia qualche riduzioncina.

Il commesso alzò le mani, inflessibile:

– Prezzi fissi, signora. Prendere o lasciare.

La mammina gli lanciò uno sguardo torbido, di sdegno. Facile a dire, lasciare! Come togliere dai piedini a Mimì le barchette? La solita furia. Avrebbe dovuto prima contrattare, ecco. Ma poteva mai supporre che gliene domandassero tanto? E poi, se erano prezzi fissi... Aveva calcolato di spendere in tutto centoventi lire: più non poteva

– I "loden" –, disse, – mi faccia vedere. Che prezzo hanno?

– Ecco, favorisca di qua.

– Dinuccia! Mimì! – chiamò la mammina irritata. – Buona, sai, Mimì, o ti levo le calosce! Vieni qua. Lasciami vedere! Non ti vanno troppo larghe anche queste?

Voleva tentare di levargliele per provare se le riuscisse di trovarne a minor prezzo in qualche altra bottega. Le veniva ormai di schiaffeggiarlo quel commesso.

– "Lagghe? No, belle’" – gridò Mimma ribellandosi.

– E lasciami vedere!

– Belle no, belle! tanto belle! – seguitò Mimì, scappando via.

E si mise a soffiare, gonfiando le gote, e ad agitare i braccini e a sgambettare, come se fosse in mezzo all’acqua e vi passasse sicura, con quelle barchette ai piedi.

La degnò di un sorriso, alla fine, quel commesso di negozio. Ma non l’avesse mai fatto! Vedendolo ridere come per compassione, la mammina sentì rimescolarsi tutto il sangue. Pensò che aveva soltanto centotrentacinque lire nella borsetta. I "loden", quaranta lire l’uno, quaranta le due paja di soprascarpe; non ne restavano che quindici, poche per due ombrelli: sì e no, avrebbe potuto comperarne uno, e d’infima qualità.

Ora, il piacere delle bambine era appunto d’avere un ombrello per ciascuna, l’ombrello e le barchette. A quei cappotti impermeabili, grevi, grigi, pelosi, non fecero alcuna festa: e quando seppero che di ombrelli non se ne poteva comperar che uno, cominciarono le liti.

Dinuccia sosteneva con ragione che toccava a lei, ch’era la più grande; ma Mimì non voleva sentirla questa ragione, poiché un ombrello era stato promesso anche a lei; e invano la mamma, per metter pace, badava a ripetere che non sarebbe stato né dell’una né dell’altra, ma di tutt’e due in comune, dovendo andare a scuola insieme.

– "Pelò, lo lleggio io!" – protestò Mimì.

– No, io! – si ribellò Dinuccia.

– Un po’ l’una, un po’ l’altra, – troncò la madre, e rivolgendosi a Mimì: – Tu non potrai; non saprai reggerlo –.

– "Sì che lo lleggio!"

– Ma se è più alto di te, non vedi?

E, per fargliene la prova, la mammina glielo pose accanto. Subito Mimì se lo strinse al petto con tutte e due le braccia. Questa parve a Dinuccia una prepotenza, e stese le mani per strapparglielo.

– Vergogna! – gridò la mamma. – Che spettacolo! che bambine per bene! Qua, a me l’ombrello! Non l’avrà nessuna delle due’

Per via, benché coi "loden" addosso e le barchette ai piedi, le due bambine andarono taciturne, imbronciate, con gli occhietti sfavillanti, fisso il pensiero a quell’ombrello, per cui la lite si sarebbe certo riaccesa appena varcata la soglia di casa. La proprietà, in comune: va bene; ma a chi lo avrebbe affidato, la mattina appresso, la mamma? Tutto era qui: portarlo aperto per via, quell’ombrello, sotto la pioggia! E Dinuccia pensava che toccava a lei, a lei di diritto: non solo perché la maggiore, ma anche perché... ecco qua: si poteva dare una prova migliore di quella che dava lei, in quello stesso momento, di saper reggere ombrelli per via? E per quella prova, così ben disimpegnata anche nell’andare, non si meritava adesso di reggere l’ombrello nuovo? Perché lo aveva comperato la mamma? per tenerlo chiuso sotto il braccio? Se la mamma riparava col suo Mimì, perché lasciar lei intanto con quello vecchio, della serva? Il castigo, se mai, doveva essere per quella Mimì soltanto, per quella Mimì prepotentona, che mai e poi mai avrebbe saputo reggere un ombrello come lei. Eh, avrebbe voluto vederla!

Così pensando, Dinuccia si provava a lanciare un’occhiatina alla mamma, di sotto l’ombrello, senza perdere l’equilibrio, per vedere se ella si accorgesse di quella sua bravura. Ma scorse, invece, più che mai torbido e aggrondato i’ volto della mamma; e l’ombrello tentennò tra le due manine che lo sorreggevano.

Uscita dalla bottega in preda a una rabbiosa mortificazione, la mammina lottava in quel momento per espungere dall’animo il più cattivo dei pensieri contro la sua Dinuccia: un pensiero orribile, ch’ella non voleva assolutamente le si riflettesse neppure per un attimo sulla coscienza, dove sarebbe rimasto, al minimo contatto, come una macchia, come una piaga.

Eppure, a ogni urto anche lieve contro la dura realtà, in certi momenti, quel pensiero odioso le si riaffacciava all’improvviso. E il pensiero odioso era questo: che se lei, Dinuccia, non ci fosse stata (non che dovesse morire, Dio, no!; ma se non ci fosse stata, ecco, se non l’avesse avuta), ella, con Mimì soltanto, ch’era d’indole così gaja e aperta, sempre contenta, con Mimì soltanto, ella si sarebbe rimaritata. Mimì, senza dubbio, si sarebbe fatta amare da colui ch ella avrebbe scelto per compagno, gli sarebbe subito saltata al collo, domandando anche a lui, con la solita grazia, scotendo la testina ricciuta: "vuol bene?". E come non volerle bene? Dinuccia invece, con quegli occhi, sempre attoniti e serti... Ecco, se li immaginava, quegli occhi, rivolti penosamente al patrigno e... no, no, mai! sentiva che con lei e per lei ella non lo avrebbe mai fatto, quel passo, non avrebbe potuto farlo.

La guardò, e subito, come le soleva avvenir sempre, sentì un acuto rimorso e un’angosciosa tenerezza per quella sua povera piccina. La vide ancora tutta intenta a dare quella sua prova di bravura e non poté fare a meno di sorridere. Lei, no; ma avrebbe voluto che qualcuno per via esclamasse: "Ma brava! Guardate come sa regger bene l’ombrello, quella pupetta!". L’ombrello vecchio, poverina... Chi sa che gioja, se le avesse dato il nuovo! Già: ma l’altra allora? Eh, l’altra... Tutte vinte? Se aveva fatto male a promettere anche a lei un ombrello tutto per sè, se non aveva potuto comperarne due, doveva andarci di mezzo la povera piccina? Mimì non doveva far capricci, e Dinuccia, che sapeva reggere così bene l’ombrello, doveva reggere il nuovo e non il vecchio.

Glielo diede. Ma la piccina non lo accolse con quella festa ch’ella s’era immaginata. Non perché avesse indovinato il tristo pensiero della mamma (come avrebbe potuto indovinarlo?); ma, subito dopo che le aveva scorto quel volto torbido e aggrondato, aveva sentito un brivido alla schiena, Dinuccia, e gli occhietti le si erano inforcati, e s’era messa a pensare che non la sola Mimì era cattiva, ma anche la mamma cattiva’ la mamma che riparava Mimì e non badava a lei, e la lasciava sola, con quell’ombrellaccio vecchio della serva, che sgocciolava e che pesava tanto, ormai’ tanto che lei se ne sentiva tutt’e due i bracciali indolenziti: e non poteva e non sapeva reggerlo più.

Ora, il nuovo pesava meno, e Dinuccia ringraziò la mamma soltanto con un sorriso. Parve poco alla mamma e si rivolse subito a Mimì:

– Tu stai qua sotto con me, buona buona, è vero? Dinuccia si ripara da sè. Che direbbe la gente vedendola con quest’ombrellaccio vecchio? "Uh, che poverella!" direbbe. "È forse la servetta?" E tu non vorresti, è vero? che si dicesse così della tua sorellina.

Mimì non fiatò: aveva una sua idea. Appena arrivate al portone di casa, s’affrettò a pregare la mamma:

– Oa, mamma, io pelle ccale! Lo lleggio io pelle ccale!

E così entrò in casa, dove si sentiva più sicura, con l’ombrello in suo potere; e non volle cederlo, salite le scale, perché la mamma lo riponesse, con la scusa che Didì lo aveva tenuto tanto tempo per istrada. La lite - inevitabile - scoppiò, mentre la mamma si svestiva di là. Dinuccia strappò l’ombrello a Mimì e la fece cadere per terra con un urtone. Strilli di Mimì; restituzione a lei dell’ombrello; e Dinuccia castigata senza cena.

Sul tardi però, quando la mamma andò a cercare Dinuccia che s’era rincantucciata in un angolo dietro l’armadio, e la trovò che dormiva, comprese perché la piccina non aveva accolto con festa, per via, l’ombrello nuovo, e perché poi, contro il solito, lei che come una vecchina compativa sempre i capricci di Mimì, l’aveva fatta piangere quella sera: Dinuccia scottava dalla febbre!

La mamma restò un pezzo, sgomenta, a contemplarla; poi se la tolse in braccio, gridando:

– Oh Dio, no, Dinuccia mia! No, no, no!

La svestì, la mise a letto e le si sedette accanto, con l’anima vuota e sospesa, come intronata dalla pioggia, che scrosciava furiosa di fuori.

Piovve tutta quella notte e piovve per sei giorni di fila quasi senza interruzione.

Il primo pensiero di Mimì, la mattina dopo’ allo svegliarsi fu per l’ombrello, per le barchette e il cappotto nuovo.

L’ombrello se l’era messo accanto al lettino, e se lo trovò subito in mano scappò per le barchette e per il cappotto. Pioveva; e dunque festa! sarebbe andata a scuola munita di tutto punto, le barchette ai piedi, il cappotto addosso, e l’ombrello in mano, aperto, sotto l’acqua!

No? Non si andava a scuola? Perché? Dinuccia era malata? Che peccato! Pioveva così bene...

Avrebbe voluto chiedere alla mamma, perché non mandava a scuola lei sola, con la serva. Ma la mamma non le badava; piangeva. Lo chiese alla serva; ma questa, già lì lì per uscire in fretta in furia in cerca d’un medico, nemmeno si voltò per risponderle.

Mimì rimase un pezzo dietro la vetrata della finestra a guardare la bell’acqua scrosciante, impetuosa; poi andò a pararsi davanti allo specchio dell’armadio col "loden" e con le barchette; si tirò sulla testina il Cappuccetto fin su le ciglia; aprì con molto stento l’ombrello, e si contemplò beata nello specchio, tutta ristretta nelle spallucce, coi piedini giunti, ridendo e tremando dei brividi che le comunicava quella pioggia immaginaria.

Per cinque giorni, ogni mattina, Mimì fece quella prova davanti allo specchio. E dopo essersi contemplata per più d’un’ora, a più riprese, toltisi il cappotto e le barchette, andava a nascondere l’ombrello in un certo posto che sapeva lei sola. Ah, quell’ombrello era suo, ormai, tutto suo, suo unicamente, e mai lo avrebbe ceduto, neppure alla mamma! Che pena, intanto, che tutta quella pioggia andasse sprecata...

La sera del sesto giorno, Mimì fu condotta dalla serva nel quartierino accanto, abitato da due vecchie signore, amiche della mamma, che in quei giorni parecchie volte aveva veduto per casa, affaccendate tra la camera da letto e la cucina. Era tanto presa di quei suoi tesori, che non ci badò; non badava a nulla da sei giorni; ed era anzi contenta che la mamma fosse tutta intenta alla sorellina malata e non si curasse affatto di lei, perché così poteva "fare l’inverno" ("l’invenno", diceva lei) a suo agio e con la massima libertà. Era del resto di così facile natura, che s’accomodava subito e si sentiva a posto, ovunque la mettessero: traeva da sè la vita e la spandeva intorno festosamente, popolando di meraviglie ogni cantuccio, fosse anche il più nudo e il più oscuro. Cenò in casa delle vicine, giocò, chiacchierò a lungo con la serva, saltando di palo in frasca, e finalmente le si addormentò in grembo.

Si svegliò a notte alta, di soprassalto, sbalordita da un formidabile fragore, che aveva scosso tutta la casa e che ora s’allontanava con cupi rimbombi tra lo scroscio violento della pioggia. La bambina si guardò attorno, smarrita. Dove era ? Quella non era la sua casa; quello non era il suo lettino... Chiamò la serva due o tre volte, si liberò della coperta in cui era avvolta e balzò a sedere sul letto. Era ancora vestita. Guardò il lettino accanto, intatto, e si raccapezzò: quella era la camera in cui dormivano le due vecchie signore: v’era entrata tante volte! Scivolò dal letto; attraversò una stanza al bujo; trovò la porta aperta, e uscì sul pianerottolo della scala, atterrita dal fragorìo della pioggia che cadeva sul lucernario, e dal palpitante bagliore dei lampi. Aperta era anche la porta della sua casa; e Mimì si cacciò dentro e corse alla camera da letto, gridando:

– Mamma! mamma!

Una delle due vecchie signore, che se ne stava accanto al lettuccio della bambina agonizzante, le corse subito incontro, per fermarla sulla soglia.

– Va’, va’, piccina mia, – le disse, – la mamma è di là.

– Didì? – domandò allora la bimba sbigottita, intravedendo al debole chiarore della lampada il viso cereo della sorellina sul letto.

– Sì, cara – le rispose quella, – il Signore la vuole per sé. Se ne va in cielo Didì...

– In cielo?

E Mimì uscì, senz’aspettare risposta; si fermò nella saletta al bujo, un po’ perplessa; udì novamente, attraverso la porta aperta il tremendo fragorìo della pioggia sul lucernario della scala: intravide dalla finestra a un nuovo palpito di luce il cielo sconvolto, e scappò via, lungo il corridojo.

Poco dopo, le due vecchie signore che vegliavano l’agonia di Dinuccia, se la videro venire innanzi con quell’ombrellone più grosso di lei tra le braccia, balbettando:

– "L’ombello... a Didì... in cielo... piove."

166  -  Zafferanetta

Sirio Bruzzi corse esultante in camera della madre, agitando la lettera del cugino arrivata or ora, datata da Banana su la foce del Congo.

– La porterà, mamma! Ah, "mimmomammina" mia, come sono felice! La mia Titti! la mia Titti! «Giongo» risale il fiume, lo «steamer» è in partenza! Povero Giongo mio! caro il mio piccolo Gionghicello! deve andare per... non so più dove per qual diavolo di pasticcio burocratico; uno dei soliti! Tra una quarantina di giorni sarà a Mesània; forse c’è già, a quest’ora; corre a Mokàla; prende la mia Titti, e ritorna, ritorna anche lui per sempre! Su, va’, mamma, va’ ad annunziarlo alla zia Lena! chi sa come ne sarà contenta anche lei! Io scappo da Nora. Uscendo dalla zia, vieni da «Nianò» anche tu, a pigliarmi, eh? t’aspetto!

Si chinò a baciare la mamma e scappò via, con quella lettera in mano.

La povera signora Bruzzi restò un pezzo stordita, come le soleva avvenire a ogni nuovo assalto di quel benedetto figliuolo. Ma il sorriso lieto, provocato dall’esultanza di lui, a poco a poco le s’illanguidì sulle pallide labbra.

Pensò che Norina, la fidanzata a cui Sirio era corso a far leggere quella lettera, non poteva certo in cuor suo esultare come lui per la notizia ch’essa recava; ne doveva anzi provare afflizione’ e tanto più forte, quanto più viva avrebbe veduto ridere e gridare la gioja di lui. Non era questa gioja a costo d’un suo sacrifizio? Sì, Norina vi s’era rassegnata; ma non per questo Sirio avrebbe dovuto darle ora spettacolo di quella gioja, e quasi pretendere che ne partecipasse. Ah, benedetto figliuolo, proprio non ragionava più!

Quando mai però, a dir vero, aveva ragionato il suo Sirio ?

Del padre, morto giovine e tragicamente in duello, aveva preso la furia di gettarsi alle più rischiose avventure. Pareva avesse dentro, per anima, una bufera: investiva e scompigliava tutto. Quando non poteva altro, storpiava i nomi, ruzzolava frasi sconclusionate, parole inconcludenti; s’abbaruffava con le sillabe di esse, faceva far loro capitomboli: Nora, Nianò, Rorina, Elinanò.

Non sapeva più lei stessa, la signora Bruzzi, come avesse fatto a condurlo sano e salvo dall’infanzia alla giovinezza. Lo aveva fatto arrestare una prima volta, quando le era scappato di casa, giovinetto, per correre in Grecia a raggiungere la spedizione garibaldina; poi, una seconda volta, già in partenza per l’Africa, in difesa dei Boeri. Alla fine, per il Congo, aveva dovuto chiudere gli occhi e chinare la testa.

Sirio era già maggiorenne.

Finiti insieme col cugino Lelli i sei mesi d’ufficiale di complemento, tutti e due erano andati nel Belgio a fare il corso coloniale e s’erano arruolati nella milizia dello Stato libero del Congo. Dopo sei anni le era ritornato in licenza, irriconoscibile: pieno di piaghe e con la dissenteria; e, sissignori, appena rimesso in piedi, voleva ritornarci. E sarebbe ritornato; i pianti, gli scongiuri, il pensiero di lei che, già vecchia, malata di cuore, ne sarebbe morta certamente, non avrebbero avuto potere di trattenerlo, se, a Nocera dove lo aveva condotto a villeggiare e per la cura delle acque, non le fosse venuta in ajuto quella buona Norina, Norina Rua, col fascino della sua grazia e della sua musica.

Appena s’era accorta che quella signorina Rua riusciva a far breccia nel cuore di lui, le s’era messa attorno, quasi a covare la passione nascente.

Approssimandosi man mano il termine della licenza, Sirio, nel sentirsi già legato dall’amore, aveva cominciato a dare in ismanie, a cadere in cupe malinconie, finché una sera se l’era visto entrare in camera disperato; s’era messo a piangere, a piangere come un bambino; era innamorato, straziato dal rimorso d’aver turbato il cuore di quella cara fanciulla con vane lusinghe; e doveva partire, partire per forza.

– Ma perché?

Ah, perché... Aveva laggiù, nel “settore” di Mokàla, di cui era capo, una figliuola di cinque anni, nata da una giovinetta negra, che un giorno gli si era presentata, fuggiasca da un villaggio lontano; era stata con lui circa due anni e poi era sparita, durante una sua escursione nella foresta, abbandonando la bimba.

Ebbene: egli amava più di se stesso quella sua creaturina, quel fiore selvaggio della sua vita avventurosa; nessun altro amore avrebbe potuto vincere quello.

E, seguitando a piangere, le aveva parlato di tutte le cure, di tutti gli stenti per allevare quella piccina abbandonata, che per cinque anni aveva riempito la solitudine atroce della sua vita laggiù. Non poteva più staccarsene: doveva partire, ritornare a lei.

A un solo patto avrebbe potuto rimanere, che cioè il cugino Lelli, il quale tra qualche mese doveva ritornare in Italia, in licenza anche lui, gli portasse la sua Titti, e che la signorina Rua... Ma come sperare che ella volesse accettarlo più, ora, con quella bambina?

Aveva accettato, la signorina Rua. Era andata lei, la mamma, a scongiurarla, e Norina aveva accettato, non ostante che la zia, l’unica parente ch’ella avesse, con molte e sagge considerazioni avesse voluto indurla almeno a riflettere bene, prima di dire di sì, alla gravità e alle conseguenze di quel sacrifizio. Senza dubbio, era una prova di bontà e di costanza, quell’affetto per la piccina; l’unica prova, a dir vero, che potesse dare un certo affidamento; perché il giovine, via, onesto sì, ma scapato, impetuoso, disordinato...

Ah che sgraffii avrebbe voluto allungare la signora Bruzzi sulla faccia di cartapecora di quella vecchia mummia con gli occhiali! Tanto più lunghi e profondi, quanto più in cuor suo riconosceva saggi veramente quei consigli e quelle considerazioni.

Ma la Norina, per fortuna, era innamorata davvero.

Certo ormai che la piccina sarebbe presto arrivata col cugino, Sirio volle affrettare le nozze.

La tempestosa impazienza di far sua Norina, trattenuta a stento finora dal timore di possibili difficoltà che il cugino avrebbe potuto accampare, si scatenò al solito in una furia così veemente, che Norina, pur felice di sentirsi rapita in essa come un turbine, n’ebbe quasi sgomento. Chiuse gli occhi e vi si abbandonò.

Sirio s’era proposto di dedicarsi ora all’agricoltura.

Voleva prendere in affitto una tenuta della campagna romana e bonificarla. Là, nel suo settore, a Mokàla, aveva bene imparato il governo colonico dei negri; qua, invece dei negri, avrebbe governato la gente di Sabina.

Aspettava che cadesse un po’ il primo impeto d’amore, e un’altra cosa aspettava, con una irrequietezza, che sua madre avrebbe voluto vedere almeno un po’ dissimulata.

– Quando arriva? quando arriva?

E moveva convulso, tutte le dieci dita delle mani per aria, o se le faceva scattare come in galoppo su la fronte, sul naso, sul mento fino a sgraffiarsi; e sbuffava, e correva a strappar dal naso alla zia gli occhiali, o ad abbracciare forte forte la madre fin quasi a soffocarlo, o a stringere le braccia alla mogliettina gridandole frenetica, man mano che stringeva vieppiù e la sollevava da terra:

– Nianò. Nianò, Nianò, naso di madreperla, pettine di tartaruga, pampino di vite!

– Lascia... no! ahi! cattivo... guarda, i lividi... – gemeva Norina.

– E quest’è niente! Vedrai! – le gridava egli allora. – Tu zapperai, io zapperò. Gente della Sabina, udite il bando! Sirio Bruzzi, «bungiu» congolese, bonificatore della campagna romana! Re d’un placido mondo, d’una landa infinita, a un popolo fecondo voglio donar la vita! Tu canterai sul tuo liuto, in sonni placidi io dormirò.

E si buttava a dormire sul canapè.

Ancora Norina non era riuscita a farsi raccontare le sue imprese coloniali, ad avere una descrizione dei luoghi ov’era stato. Sul più bello del racconto, mentre descriveva il gran fiume selvaggio, o la vita dei villaggi tra le palme e le banane, o la corsa delle piroghe su le rapide, o la traversata delle paludi entro la foresta senza fine, o la caccia all’elefante e al leopardo, tranquillamente, nel vederla tutta intenta ad ascoltare cominciava a infilzar pian piano, con viso fermo, senza cangiar tono, le sue frasi sconclusionate:

– ...e allora, là, capisci? su tutto quel pacciame di foglie, tra il groviglio delle liane, che è? che non è? un piccolo, piccolissimo punto a croce, con le cavallette d’un disegno acrobatico, a nappe azzurre, a fiocchi neri, cara mia, dietro l’indice teso del tuo salvatore mokungi...

Norina si ribellava, s’arrabbiava; ma non c’era verso di richiamarlo più alla narrazione così crudelmente interrotta.

Era già incinta da un mese Norina, quando finalmente il cugino Lelli - «Giongo», come Sirio lo chiamava col soprannome che i negri gli avevano affibbiato laggiù - arrivò con la piccina congolese.

Norina aveva già notato che su tutto Sirio scherzava, tutti i nomi storpiava, tranne quello della figliuola, su la quale non scherzava mai: la Titti era sempre la Titti; e ogni qual volta la nominava, gli occhi gli ridevano umidi di commozione Aveva potuto anche argomentare quanto la amasse dalle notizie che le aveva dato sul linguaggio di lei. La Titti comprendeva l’italiano e lo parlava anche; ma parlava meglio il congolese che, a suo dire, era un linguaggio da bambini. Come dicono i bambini? Dicono «bombo», dicono «bue». Ebbene, così parlavano i congolesi, «molenghe ti bungiu», figli dei bianchi. Volevano acqua? dicevano «n’gu».

Comprese, vide l’enorme follia della sua condiscendenza, fin dal primo momento, allorché Sirio, corso alla stazione ad accogliere la piccina, le entrò in camera con le braccia e le gambe di quel mostriciattolo avviticchiate al collo e al petto. Non vide dapprima che queste gambe e queste braccia, gracili, color di zafferano, e i capelli ricci, gremiti, piuttosto lunghi, Soffici e quasi metallici. Quand’egli alla fine riuscì a sviticchiarla da sè, parlandole in quello strano linguaggio infantile, ed ella poté vederle la faccia, anch’essa color di zafferano, con quel casco di capelli ricci d’ebano quasi soprammessi, la fronte ovale, protuberante, gli occhioni densi, truci, fuggevoli, smarriti, il nasino a pallottola e i labbruzzi divaricati, non tumidi, un po’ lividi, si sentì gelare: istintivamente compose il volto a una espressione di pena e di raccapriccio:

– Carina... poverina... – non poté dir altro, restringendo innanzi al seno le braccia con le mani levate e raggricchiate quasi per paura ch’egli gliel’accostasse e gliela facesse baciare.

– Eccola qua! eccola qua, la mia Titti! – esclamava egli intanto, con le lagrime agli occhi. – Ti par brutta, è vero? Anche a te, mamma? Ma non è brutta, non è brutta la mia Titti! Poi la vedrete... vi abituerete... Guarda, non è mica brutto questo nasino... questi labbruzzi qua non sono mica brutti con questi dentini... ma sì, ma sì, perché –baba– era –bungiu–, Titti mia, se la mamma era nera! Titti mia! Titti mia! Sù, su, fa’ sentire la tua vocina, cara! Di chi sono io? Di’, di’, di chi sono? Rispondi.

La piccina, in mezzo alla camera, sperduta, così stridentemente diversa da tutto ciò che la circondava, come una strana bambola di cera dipinta, rispose in modo macchinale, con una voce che non parve sua:

– Mio.

Il padre le si precipitò addosso e se la strinse al petto furiosamente, con la bocca sulla bocca, quasi a succhiarsi, ingordo d’amore dopo tanti mesi d’attesa, quella risposta.

– No, no, – riprese poi, – di’ come sai dire tu, cara; come dici «mio» tu? rispondi? di chi sono?

La bimba allora, con voce sua, dolcissima, e con un sorriso indefinibile, tendendo le braccia, rispose:

– «Ti m’bi...»

Egli se la rapì di furia e scappò via in un’altra stanza, seguito dal cugino.

Nora, la madre, la zia restarono un pezzo silenziose, oppresse di stupore. Poi, Nora si nascose il volto tra le mani, rabbrividendo. Ah, il modo con cui quella piccina là, nel suo strano linguaggio, aveva detto «mio», escludeva assolutamente ch’egli potesse essere d’altri, almeno nella stessa misura.

La madre si alzò, si appressò alla nuora, si chinò a baciarla sui capelli, senza dir nulla, e le fece appoggiare il capo sul suo fianco.

La zia, con gli occhi fissi dietro gli occhiali, sospirò:

– Ve l’avevo detto io?

No, non era gelosia. Un altro sentimento era, duro rodente indefinibile, quello che Norina provava e da cui si sentiva svoltare il cuore in petto: rabbia fredda, invidia, dispetto, schifo e pietà insieme, nel vederlo già padre, lì, sotto gli occhi suoi, di quella scimmietta; e senza un pensiero dell’altro figlio che già cominciava a vivere in grembo a lei: un altro per lui, ma per lei no, per lei il solo, il vero figlio.

Ecco! questo, questo non poteva soffrire Norina: che il suo, domani, dovesse per lui essere un altro figlio, accanto a quella pupattola ramata; e che fuori di lei ch’era sua moglie, da mille e mille miglia lontano, da un altro mondo ch’ella non sapeva neanche immaginare, ma che doveva esser pieno d’un grandioso fascino ardente, fosse venuto a lui, vivo, chiuso in quella scorza selvaggia il sentimento della paternità, di cui le dava spettacolo.

Vergogna le suscitava inoltre quanto c’era di strano e di goffo, in questa paternità di lui.

Pareva ch’egli non se n’accorgesse; forse non se n’accorgeva davvero, perché attorno alla sua bambina vedeva tutto quel mondo là lontano, vivo ancora e non poteva perciò notarne la stranezza, che avventava invece agli occhi degli altri.

Ecco, e si portava a spasso, felice, quel suo mostriciattolo esotico.

Tutta la gente, certo, si voltava per istrada e forse i monelli lo seguivano; al caffè gli amici gli avrebbero domandato:

– E tua moglie, che ne dice?

E certo egli doveva mostrar loro, che non gl’importava affatto ciò che ella potesse dirne.

Era innanzi a tutti, e lì per casa, una violenza grottesca quella bimba; pareva che lei stessa, la poverina, lo avvertisse e ne soffrisse.

Aveva negli occhioni attoniti, non più truci adesso, ma anzi profondamente mesti e quasi velati di fuliggine, uno smarrimento angoscioso. Teneva le labbra serrate e le manine rattratte, e vibrava tutta a ogni minimo rumore, a ogni sensazione, a cui certo non poteva rispondere dentro di lei un’immagine che gliela chiarisse e la tranquillasse. Doveva essere invasa dallo sgomento quell’animuccia selvaggia.

Norina stava a mirarla in silenzio, quando Sirio non c’era; e, mirandola, s’accorgeva che veramente «Zafferanetta» (l’avevano battezzata così la zia e la cameriera) non era poi tanto brutta: solo la tinta, quella tinta ramata, incuteva ribrezzo.

E Zafferanetta, immobile, seduta su la sediolina di bambù, si lasciava mirare, battendo le pàlpebre quasi con pena su gli occhioni fuligginosi. Ah, che impressione faceva quel battito delle pàlpebre, quel movimento reale e comune e presente, in quell’esseruccio che pareva finto, non vero, diverso e lontano.

La signora Bruzzi si profferì di persuadere Sirio a portar da lei quella piccina; ma Nora non volle.

Era sicura che Sirio, allora, avrebbe passato tutta la giornata in casa della madre.

Egli s’era accorto che la piccina deperiva deperiva sempre più di giorno in giorno, e non sapeva staccarsi più da lei un momento. Non pensava più alle trattative già avviate per l’affitto della tenuta, e se ne stava quasi tutto il giorno chiuso con lei e col cugino Lelli nello scrittojo, tra gli strani ricordi portati da laggiù, a parlare, a parlare...

Troncavano il discorso appena ella entrava; e, dal modo con cui egli si voltava a guardarla, Norina intendeva che la sua presenza non solo non gli era gradita, ma anzi lo urtava. Spesso lo sorprendeva seduto per terra, con la figlia addormentata su le ginocchia, e gli occhi rossi di pianto.

– Che fa? sta male? – domandava, non a lui, ma al cugino Lelli, che alzava gli occhi su lei come a scusarsi.

– Sta male! sta male! – le rispondeva lui irosamente e quasi con rancore.

Poi, cangiando voce, chinandosi su la bimba e scotendola lievemente, le domandava:

– Che ti senti, Titti mia? di’ a "babà", di’ a "Saba" che ti senti...

La bimba schiudeva appena gli occhi e rispondeva:

– «Kubèla...»

(– Malata, – traduceva piano il cugino Lelli a Nora.)

– «Kubèla ti nie?“ – s’affrettava Sirio a domandare alla piccina.

Questa, allora, richiudendo gli occhi e sollevando appena una manina, su cui era caduta una grossa lagrima del patire sospirava:

– «M’bi ingalo pepè...» –

– Che dice? – domandava Nora.

– Dice, – rispondeva il cugino Lelli, – che non lo sa, di che è malata.

Ma lo sapeva lui, lui, Sirio, di che era malata la sua piccina: del suo stesso male era malata: era malata di Mokàla, della vita di là che le mancava, della foresta, del fiume, della solitudine immensa, del sole dell’Africa, che le mancavano, era malata! Ah, via! via! via!

– Senti... a un solo patto... – venne a dirle un giorno tutto stravolto, fremente, quasi impazzito. – Che tu venga laggiù con me... che tu mi segua... se no, ti lascio! Non posso, non posso vedermela morire così... Muore, la mia Titti muore! Per carità, Nora mia, per carità!

– Ma tu sei pazzo! Io, laggiù, con te? – gli gridò Nora.

– Pazzo, sì, pazzo! Come tu vuoi! Sono stato pazzo; sarò pazzo, e ti chiedo perdono, ma...

– Per quella lì? Per quella lì? – inveì Nora, accesa d’ira e di sdegno. – Tu vuoi sacrificare me, la mia creatura, per quella lì?

– No, no! – la interruppe egli. – Hai ragione! Ma io, come faccio io? Tu capisci che non posso vedermela morire così? che non posso stare più qua neanche io? Impazzisco, impazzisco! Muojo anch’io con lei! Per carità, lasciami partire... Quando sarò lontano, forse ritornerò; certo ritornerò, perché sarai tu allora la più forte... Ma ora lasciami partire con la mia Titti, che non muoja qui, che non muoja qui... Morrà in viaggio; ne sono sicuro! Ma potrò almeno consolarmi, pensando che ho voluto darle ajuto e che, per lei, sono arrivato fino a lasciar te, qua, in questo stato! Lasciami partire, per carità, Nora: dimmi di sì! dimmi di sì!

Nora comprese che, per il suo cuore ormai, sarebbe stato inutile dirgli di no, anche se egli fosse rimasto.

– Parti, – gli disse.

E Sirio Bruzzi due giorni dopo ripartì per il Congo, con la piccina inferma e col cugino Lelli.

Non tornò più.

167  -  Felicità

La vecchia mamma duchessa uscì quasi imbalordita dalla stanza ove il marito s’era segregato, dal giorno che la nuora coi due nipotini aveva abbandonato il palazzo e la città per ritornare dai suoi parenti di Nicosia.

Quasi si sentisse lacerare dentro, contrasse il volto e si restrinse tutta in sè al cigolio lamentoso dell’uscio, che avrebbe voluto richiudere pian piano. Che era stato quel cigolio? Niente. Forse il duca non lo aveva nemmeno avvertito. Eppure la vecchia duchessa ne rimase un pezzo vibrante e ansante e in preda a una sorda stizza, quasi quell’uscio, pur trattato con tanta delicatezza, avesse voluto farle un crudelissimo dispetto.

Come gli animi, tutti gli oggetti di quella casa, animati da tanti ricordi familiari, pareva fossero da qualche tempo in una tensione di spasimo violenta: a toccarli appena appena, davano un lamento.

Stette un po’ in orecchi; poi, con la cèrea faccia disfatta, il collo piegato come sotto un giogo, si mosse sui soffici tappeti, attraversò molte stanze in penombra, dove tra i cortinaggi antichi e gli altri mobili scuri e quasi funebri stagnava un alido strano, come un’afa del passato, e si presentò sulla soglia della camera remota, nella quale Elisabetta, la figliuola, stava ad attenderla in smaniosa ambascia.

Nel vedere quell’aria della madre, Elisabetta si sentì venir meno L’impeto, con cui nell’attesa avrebbe voluto correrle incontro, le mancò a un tratto, e subito tutte le membra le si rilassarono così, che non poté neanche sollevare le gracili mani per nascondersi il volto.

Ma la vecchia mamma le si accostò e, posandole lievemente una mano sulla spalla:

– Figlia mia, – le annunziò, – ha detto di sì.

La figliuola ebbe un sussulto e, con la faccia sconvolta, guardò la madre. Era così violento il contrasto fra l’esultanza che quell’annunzio le suscitava e la soffocazione che le incuteva quell’aria di stordimento e di pena della madre, che la poverina, storcendosi le mani, stridette convulsa tra il riso e il pianto:

– Si? sì? ma come? sì?

– Sì, – ripeté la mamma, più col cenno che con la voce.

– Ha gridato? s’è infuriato?

– No, niente.

– E allora?

Ma subito comprese che, appunto perché il padre aveva detto di sì senza gridare né infuriarsi, la madre era così oppressa di doloroso stupore.

Aveva fatto chiedere al padre, che volesse condiscendere alle nozze di lei col precettore de’ due figliuoli della nuora andata via da poco.

Ma la condiscendenza del padre, così, senza gridi né furie, aveva per lei un significato ben diverso da quello che aveva per la madre.

Ben diverso; non meno penoso.

Forse perché donna e secondogenita, forse perché non bella, così timida in apparenza, umile di cuore e di maniere, schiva e taciturna, non era stata mai calcolata da lui come una figliuola, ma piuttosto come un ingombro lì per casa, un ingombro di cui provava fastidio solo quando si sentiva guardato; non metteva conto, dunque’ che si adirasse o si amareggiasse il sangue se ella voleva sposare un servitore un precettoruccio, un maestrino di scuole elementari: forse per lui non era degna d’altre nozze.

La madre invece, che con tanto terrore, spinta dall’amore per la figlia, s’era presentata con quella proposta al marito, di cui conosceva bene l’orgoglio, tanto più fanatico e fiero, quanto più angustiose si erano a mano a mano ridotte le condizioni finanziarie del casato, e le ire furibonde che lo assalivano per ogni atto del volgo, che gli paresse un nuovo attentato a’ suoi privilegi nobiliari; pensava che se egli derogava così a se stesso, ai suoi più forti sentimenti, doveva senza dubbio essere già cominciato l’estremo sfacelo del suo spirito, dopo l’ultimo colpo che gli aveva dato il figlio, unico erede del nome, invescato da una donnaccola di teatro e fuggito via con essa, ormai da un anno.

Don Gaspare Grisanti, duca di Rosàbia, marchese di Collemagno, barone di Fontana e di Gibella, devoto per la vita al passato governo delle Due Sicilie, "Chiave d’oro" della Corte di Napoli e onorato ancora della corrispondenza epistolare con gli ultimi superstiti della dinastia decaduta; colui che troneggiava ogni giorno per via Maqueda, all’ora del passeggio, dall’alto della sua carrozza antica, con due valletti dietro, immobili come statue, in parrucca, e un altro valletto accanto al gigantesco cocchiere, senza mai salutare nessuno, rigido, cupo, sprezzante, diretto al solitario parco della Favorita; consentiva che la figliuola sposasse un signor Fabrizio Pingiterra, maestro elementare e di ginnastica, già precettore de’ suoi nipotini. Ma, ormai! Aveva sperato di ristorare le sorti del casato col matrimonio del Buchino con una ricchissima ereditiera, figlia unica d’un barone di campagna. Quel tristo s’era infognato in un amorazzo per cui, tra tante vergogne, era dovuto scappar via; la nuora, sorda a tutte le preghiere, aveva ottenuto dal tribunale la separazione di beni e persona dal marito e se n’era ritornata al suo paese. Tutto era finito. Solo, a costo di qualunque sacrifizio voleva ancora mantenere quella carrozza pomposa coi tre valletti in parrucca, per la sua quotidiana comparsa in pubblico, e giù’ a piè del palazzo, il guardaportone con la mazza, quantunque da un mese, cioè dal giorno che la nuora era andata via, il cancello dello scalone fosse chiuso per non lasciar passare più nessuno.

– Non sei morta tu? – aveva domandato alla moglie. – E anche io, – aveva soggiunto. – I figli, nel fango; e noi seguitiamo, da morti, la nostra mascherata.

Elisabetta si riscosse con un sospiro e domandò alla mamma:

– Che t’ha detto?

La madre voleva attenuare in qualche modo la durezza dei patti e delle condizioni posti dal padre, con calmo e freddo sprezzo che non ammetteva replica; ma la figlia la pregò di dir tutto, crudamente.

– Mah, sai che da un pezzo non vuole più vedere nessuno.

– Dunque non vuol vederlo. Poi?

– Poi, lo scalone, tu sai, è chiuso, dacché tua cognata...

– Vuole allora ch’egli séguiti a salire per la scaletta della servitù. Poi?

La madre esitava più che mai. Non sapeva come dire alla figlia, che dopo il matrimonio non doveva più metter piede, neanche sola, nel palazzo.

– Per... per vederci, – balbettò, – quando... sì, poi... quando sarai sposata, verrò io, verrò io ogni giorno a casa tua.

Elisabetta prese una mano della madre e gliela baciò e gliela bagnò di lagrime, gemendovi sopra:

– Povera mamma... povera mamma...

– Sai? – riprese questa, – mi... mi ha fatto quasi ridere... Sai quanto tenga alla sua carrozza... bene, quella no, dice, quella no!

E come se questa fosse veramente una cosa da ridere, la vecchia mamma duchessa si mise a ridere, a ridere e a fingere che quelle scosse di riso le impedissero di seguitare a dire alla figlia quest’altra condizione che, via, non era altro che ridicola.

– Vuole che prenda a nolo, dice, una carrozzella per venire da te. Permette però che usciamo insieme, a passeggio, con questa... con quella no! con quella no! eh, quella... quella...

– Quanto mi vuol dare? – domandò Elisabetta.

La mamma finse ancora di non capire, o piuttosto, di non aver bene inteso, per prendere tempo e preparare quest’altra risposta, ch’era la più angustiosa.

– Di che? – disse.

– Di dote, mamma.

Era qui il punto. Non si faceva la minima illusione, Elisabetta. Sapeva che colui non la avrebbe sposata per altro. Aveva anche sette anni più di lui, e riconosceva che, già appassita, peggio! disseccata senz’essere stata mai in fiore, nel silenzio e nell’ombra di quella casa oppressa da tante cose morte, non aveva nulla, proprio nulla in sè, da suscitare e accendere il desiderio di un uomo. Senza il danaro, neppure l’ambizione di diventare - fosse pur soltanto di nome - genero del duca di Rosàbia, sarebbe valsa a fargliela accettare. Già glielo aveva lasciato intendere chiaramente, forse prevedendo che il duca non si sarebbe mai abbassato a considerarlo e a trattarlo da genero; oh, aveva avuto finanche l’ardire di confessarle che egli Fabrizio Pingiterra, essendo come il duchino di cui godeva l’amicizia, di, sentimenti democratici e liberali, quasi quasi faceva un sacrificio a imparentarsi con un patrizio d’idee così notoriamente retrive; ma che per lei lo faceva volentieri, per lei così mite e buona; unicamente per lei. – Cioè, unicamente per il danaro, – aveva ella tradotto fra sè, senza schifo né ribrezzo.

No no: né schifo né ribrezzo: tenere alte, ben alte questo sì - gelosamente custodite e nascoste, in vetta allo spirito, la nobiltà e la purezza dei suoi sentimenti e dei suoi pensieri, perché non s’insozzassero minimamente nel contatto indegno; ma poi, abbassarsi fino a lui, lasciar sospettare di sè le cose più vili, umiliarsi, concedersi, abbandonarsi - questo no, questo non doveva farle né schifo né ribrezzo, perché era necessario, inevitabile, per arrivare allo scopo; voleva vivere, vivere: cioè, esser madre, voleva: un figlio voleva, suo, tutto suo; e non avrebbe potuto averlo altrimenti.

Questa frenesia le era nata e divampata, dando con tutto il cuore, con tutta l’anima, tutte le cure d’una madre e fino il sonno delle sue notti a quei due nipotini andati via da un mese, ai due figliuoli della cognata che, aprendo gli occhi, avevano acceso l’alba non solamente nelle tenebre di quel palazzo, ma anche nell’anima di lei che n’era piena; un’alba d’una dolcezza e d’una freschezza inesprimibili, che l’avevano tutta rinnovellata.

Ah che fuoco e che tortura a non poterli far suoi, suoi del suo sangue e della sua carne, quei piccini, a furia di stringerli a sé e di baciarli e di renderli padroni assoluti di lei, là, coi loro roseti piedini su la sua faccia, così, sul suo seno, così.

Perché non avrebbe potuto averlo, lei, un figlio suo, veramente suo? Sarebbe impazzita dalla felicità! Avrebbe sofferto qualunque umiliazione, qualunque vergogna, anche il martirio, per la gioja d’un figlio suo!

Poteva non accorgersi di questo il giovine precettore chiamato a dare i primi tormenti dell’alfabeto a quei due bambini, là, su le ginocchia stesse della zietta, che essi non volevano lasciare neanche per un momento?

Ora, tutto stava cine egli accettasse quei patti e quelle condizioni. Niente dote, pur troppo: un semplice assegno di venti lire al giorno, e le spese per l’arredo d’una modesta casetta. Comprendeva Elisabetta che, quanto più duri quei patti, tanto più cara avrebbe pagata la sua felicità, se egli li accettava.

Attese, spasimando d’ansia, che la madre quella sera stessa glieli comunicasse. Ecco, egli era di là. Povera mamma santa, chi sa quanto doveva soffrire in quel momento! E lei? lei? Si torceva le mani, si nascondeva gli occhi, si premeva le tempie, serrava i denti, e con tutta l’anima protesa verso di lui gli gridava: – Accetta! accetta! tu non sai qual bene puoi avere da me, se accetti!" – poi tendeva l’orecchio. Ecco: se egli non accettava, la mamma sarebbe apparsa da quell’uscio come un’ombra, povera mamma, con le braccia cadute. Se accettava, invece, ah se accettava, l’avrebbero chiamata di là... Oh Dio quando? quando? ancora?

Apparve come un’ombra la vecchia mamma da quell’uscio, e di nuovo Elisabetta, guardandola, si sentì morire. Ma, come già la mattina, quella le si accostò e, posandole una mano sulla spalla, le disse ch’egli aveva accettato; solo si era lasciato prendere dalle furie per il patto di salire dalla scaletta della servitù. Ma, santo Dio, se lo scalone era chiuso per tutti! se era sempre salito di là! Basta; s’era molto sdegnato e, per non addolorarla troppo con la vista del suo... come aveva detto? già, rimescolamento, era andato via per non rimettere piede mai più, mai più nel palazzo; si sarebbero però veduti fuori, ogni giorno, per la scelta della casa e la compera degli arredi; voleva che tutto si facesse nel più breve tempo possibile.

Ma figurarsi! subito, di volo! Parve che la gioja mettesse le ali a Elisabetta; e, bella no, bella non poteva renderla; ma di quanta luce le accese gli occhi, di che dolce e mesto fascino le animò i sorrisi, di quanta timida grazia i modi, per ammantare lo sdegno di quell’uomo, per compensarlo delle offese alla sua dignità, per dimostrargli, se non proprio amore, remissione intera e riconoscenza!

La casetta fu presto trovata, fuorimano, quasi in campagna, in via Cuba, tutta fragrante di zàgare e di gelsomini; il corredo, ricco di trine di nastri di ricami, era già pronto da un pezzo; i mobili, semplici, quasi rustici, appena comperati furono messi a posto, e il matrimonio, senz’inviti e senza l’intervento del duca, quasi clandestino, poté esser concluso nel tempo più strettamente necessario per le pratiche e le formalità civili e religiose.

Con tutta quella furia, nessuna sposa più d’Elisabetta andò a legarsi conscia della gravità e della santità dell’atto. E per circa quattro mesi, con la gioja che le raggiava come un fascino da tutto il corpo trasfigurato, riuscì a legare a se amorosamente il marito, cioè fino a quando ebbe bisogno di lui. Poi si accecò nell’ebbrezza del primo segno rivelatore della sua maternità, e non vide allora più nulla; non le importò più di nulla: se egli usciva e tardava a rincasare; se non rincasava affatto; se le mancava di rispetto e la maltrattava; se le portava via e le spendeva chi sa come, chi sa dove e con chi, quelle poche lire dell’assegno, che la mamma ogni giorno veniva a lasciarle. Non voleva risentirsi di nulla, a nulla badare per non turbare affatto l’opera santa della natura, che si compiva in lei e che doveva compiersi in letizia, bevendo ella con l’anima l’azzurra purità del cielo, l’incanto di quella chiostra di monti che respiravano nell’aria accesa e palpitante come se non fossero di dura pietra, e il sole, il sole ch’entrava nelle sue stanzette come non era entrato mai, là, nei tetri saloni del palazzo paterno.

– Ma sì, mamma, non vedi? sono felice! felice! –

La carrozzella d’affitto andava quasi a passo per non scuotere troppo la gestante, e tutti si voltavano e si fermavano per via a mirare con espressione di pietà la vecchia duchessa di Rosàbia in quella vetturetta, con quella figliuola accanto così miseramente vestita, così decaduta, scacciata dal padre, maritata di nascosto, chi sa quando, chi sa con chi, più squallida che mai, deformata dalla gravidanza, e pur così ridente; oh sì, poverina, eccola là, tutta ridente sotto gli occhi della madre pieni di compassione.

E la duchessa di Rosàbia, ingannata da quella letizia, non avrebbe mai sospettato che quel vile arrivava fino al punto di lasciarle digiuna la figliuola, se un giorno, avendo fatto cenno al vetturino di arrestarsi davanti la bottega d’un dolciere per comperarle alcune paste, Elisabetta con tono scherzoso non avesse trovato modo di dirle che, invece di quelle paste, se la mamma aveva da spendere, avrebbe preferito qualche cosa di più sostanzioso, e che le avrebbe insegnato lei dove poteva darle da mangiare: lì presso alla sua casetta, in un orto, nella capanna d’una vecchia contadina che aveva tanti colombi e tante galline e le vendeva le uova ogni giorno. Fame, fame’ aveva proprio fame, lei.

– Ma tu non mangi a tavola? – le domandò la mamma, vedendo, di lì a qualche ora, la figliuola seduta a una tavola rustica davanti alla capannetta, nell’orto di quella contadina, divorare, anche con gli occhi, un galletto arrostito.

Ed Elisabetta, ridendo e senza smettere di mangiare:

– Ma sì! tanto mangio... tanto! ma non mi sazio mai, vedi? mangio per due!

Intanto, di nascosto, la vecchia contadina faceva alla duchessa certi cenni con gli occhi e col capo, che questa non capiva.

Capì qualche tempo dopo, quando, entrando nella casetta della figlia, la trovò invasa da tante guardie di questura che vi facevano una perquisizione giudiziaria. Fabrizio Pingiterra, accusato di falso e come affiliato a una banda di truffatori, era scappato, non si sapeva se in Grecia o in America.

Come la vide, Elisabetta le corse incontro quasi a ripararla, a escluderla dalla vista di quello spettacolo, e prese a dirle affollatamente:

– Niente, mamma, niente! non ti spaventare! Vedi, sono tranquilla! Ringraziamo Dio, anzi, mamma, ringraziamo Dio! – E le soggiunse piano, in un orecchio, vibrando tutta: – Così non lo vedrà! non lo conoscerà, capisci? e sarà più mio, tutto mio, tutto mio! –.

Ma l’agitazione affrettò il parto, e non senza rischio, così per lei come per il nascituro. Quando però ella si vide salva col bimbo, quando vide quella sua carne che palpitava viva, recisa da lei, carne che piangeva fuori di lei, che le cercava il seno, cieca, e il calore che le mancava; quando poté porgere al suo bimbo la mammella, godendo che entro a quel corpicino uscito or ora dal suo corpo entrasse subito quella sua tepida vena materna, sì che il pargolo potesse sentire nel calore del latte ancora il calore del grembo di lei, parve veramente che volesse impazzire dalla gioja.

E non sapeva capacitare; perché la madre, pur vedendola così, venisse di giorno in giorno a visitarla sempre più dolente e cupa. Ma perché?

La vecchia mamma alla fine glielo disse: aveva sperato che il padre, ora che la figlia era sola lì, abbandonata, si sarebbe piegato a riaccoglierla in casa: ebbene, no, non voleva.

– Per questo? – esclamò Elisabetta. – Oh povera mamma mia! Me ne duole per te; ma io piangerei, credi, se dovessi portare là, in quella tristezza, in quella oppressione, il mio bimbo, che ha tanto riso di luce, qua, vedi? tanta allegrezza!

E in mezzo alla nuda, santa semplicità della casetta, levò alto sulle braccia il suo bambino al sole che entrava festivamente, con la frescura degli orti, dai balconi spalancati.

168  -  Spunta un giorno

Lo squallore dell’alba s’è fermato, spettrale, ai vetri della finestra rimasta con gli scuri aperti, e pare non abbia più forza d’alitare da lì nel bujo della camera.

A poco a poco comincia a effondersi come un brulichio nell’ombra. E prima s’impiglia nel trapunto lieve delle tendine; poi, quasi vaporando, traspare di tra le gretole rarefatte d’una gabbiola che pende dal palchetto in capo alla finestra, nel mezzo, senza destare tuttavia il canarino accoccolato sul ballatojo. Poi, ecco, inoltrandosi, lambisce appena le gambe, l’orlo d’un tavolino nero davanti la finestra; e, grado grado, si soffonde sul piano di esso, avvistandone quasi a tentoni gli oggetti: alcune carte sparse, alcuni libri, una bugia di ferro smaltato col bocciuolo d’ottone, in cui la candela s’è consumata tutta; una lettera suggellata; un’altra lettera; un cannello di ceralacca; un ritratto fotografico... Oh! e che ha quel ritratto? Uno spillone da cappello confitto nel collo. E ride? Sì, sì può discernere bene: il giovine effigiato in quel ritratto ride con aria spavalda, senza punto curarsi di quello spillone confitto nel collo. E poi? Una rivoltella. Un braccio? Sì; e un altro braccio; e il capo scarmigliato d’una donna.

Morta?

La squallida luce passa oltre, senza un brivido, a quella Scoperta. Il capo rovesciato di quella donna non le importa più del trapunto di quelle tendine, più del legno del tavolino o del manico d’osso della rivoltella.

Seguita a penetrare lentamente nella camera; arriva alla parete di contro alla finestra e vi scopre un piccolo lavabo con lo specchio ovale a piè del letto; il letto intatto, su cui sono buttati un cappellino, una vecchia borsetta di cuojo rosso, un ombrello, un libro.

A un tratto, il canarino si desta nella gabbiola; guarda verso il cielo piegando da un lato il capino giallo; si rigira sul saltatojo con un breve squittìo.

Buon giorno!

Le braccia, la testa della donna rimangono abbandonate sul piano del tavolino. Tra i neri capelli scomposti s’intravede un orecchio che pare di cera.

Bravo, sì. Puoi ridere.

Che t’ha fatto infine questa donna, configgendoti nel collo lo spillone del cappello?

Niente.

Forse, questa notte, mentre dormivi placidamente, ti sarai sentito pinzare come da un insetto costì nel collo, e avrai alzato una mano a grattarti, seguitando a dormire e a sorridere nel sonno.

Perché si vede: tu hai l’aria di non credere alla minaccia d’un suicidio.

Hai, costì presso, il capo abbandonato di lei e, ridendo, guardi altrove, come se ancora tu non creda che ella possa essersi uccisa veramente.

Guardi lontano, tu.

Sai che il mondo è vasto e che puoi facilmente trovare posto ovunque: non hai nulla dentro che ti possa trattenere, qua o altrove.

Chi ha molta vita in sé, vita d’affetti e di pensieri, e la dispensa con amore anche fra le quattro pareti d’una cameretta, può anche non avvertirne più l’angustia materiale, perché quella camerette diviene idealmente tutto il suo mondo; e non saprebbe più distaccarsene. Ma uno come te, senza ingombro d’affetti e di pensieri, dico di quelli che non si lasciano mettere da un momento all’altro nelle valige per essere trasportati altrove, può viaggiare facilmente e trovare posto ovunque.

Per te la vita è fuori.

Questa camera è troppo impregnata ora dal lezzo nauseante del sego della candela bruciata fino in fondo. Tu non lo senti e te ne ridi, perché sei qua soltanto in effigie.. Non lo sente più neanche lei. Forse lo sentirà il canarino.

Guarda! Lo sportello della gabbiola è aperto. Lo avrà lasciato lei così aperto iersera, legato con un nastrino a una grétola per tenere lo scatto.

Il canarino séguita a guardare, scotendo il capino giallo e saltando irrequieto da un regoletto all’altro.

Non s’è ancora accorto che lo sportellino è aperto.

Se n’è accorto; ecco che vi s’affaccia; allunga e ritira il capino. Pare che faccia le riverenze.

O aspetta un invito per spiccarsi di là?

L’invito non viene e, perplesso, di tratto in tratto séguita a tentare, quasi a bezzicar l’aria, con brevi acuti squittìi.

Ah ecco, è volato verso il letto.

Sul punto di posarvisi si trattiene sulle ali, come sgomento: cade sulla rimboccatura del lenzuolo intatta e composta sul guanciale; saltella, cercando, gemendo; scende sul piano del letto, molleggiando; s’accosta alla borsetta di cuojo rosso; spia due e tre volte e poi le allunga una beccatina; un altro salto ed è sull’ombrello; guarda di là a lungo, smarrito; e via di nuovo alla gabbia.

Tu, dal ritratto, séguiti a ridere.

Forse sai che ella aveva la gentile abitudine di lasciare aperto così, ogni sera, lo sportellino della gabbia, perché poi la mattina quella cara bestiolina volasse a lei sul letto, a un richiamo, e le saltasse tra le dita o le cercasse il tepore del seno o le bazzicasse le labbra o il lobo dell’orecchio?

Giù per la strada si sente già lo struscio delle granate degli spazzini poi il rotolio di qualche carretto di lattajo.

La luce è già cresciuta e vibra ilarandosi a mano a mano.

Una mosca, dalla vetrata della finestra, vola sulla tenda e poi dalla tenda sulla spalla di lei. In due tratti scorre  sull’orlo del bavero del giacchettino, incerta se saltare a posarsi sulla nuca che si scorge un po’, tra i riccioli neri, anch’essa come di cera. Rivola; è sullo spillone che tu hai confitto nel collo; scende lunghesso e ti viene in faccia; ti lascia un piccolo neo sulla guancia, e via.

Oh, così, con codesto neo sulla guancia, ora tu sembri più carino.

Séguita a ridere, caro.

Curiosa quella mosca che vola, curioso quel canarino che saltella tornato nella gabbia, e quella gabbia che ne traballa, in questa cameretta che si rischiara sempre più accogliendo la luce d’un giorno che qua, per il corpo di questa donna rovesciato sul tavolino, non è più nulla.

Quasi abbia preso una risoluzione, il canarino trilla forte come per chiamare ajuto. Allora, la testa di quella donna abbandonata tra le braccia sul tavolino, si scuote.

Chi sa da quante ore lì curva, la giovine stira la schiena; ritira le braccia coi pugni serrati verso il seno e contrae tutto il volto sbattuto e scomposto con una specie di rùglio nella gola e nel naso.

Ma subito, forse per il lezzo nauseante di cui la camera è impregnata, insieme con l’orribile sconcerto dello stomaco digiuno, le si desta, non meno orribile, la coscienza dell’atto non compiuto.

Non si è uccisa!

Vinta dalla stanchezza, nella disperazione, dopo avere scritto le due lettere, chinata la fronte sulle braccia prima di risolversi all’atto, s’è addormentata. Ora sbarra gli occhi, alla vista delle due lettere suggellate e della rivoltella lì accanto. La commozione si cangia subito in affanno di rabbia, che la sospinge in piedi.

Un crampo a una gamba.

Un intorpidimento alle dita della mano destra.

Ma nel mentre si stringe con l’altra mano quelle dita intorpidite e si prova col peso di tutto il corpo a premere sulla gamba che le spasima tesa per sciogliere il crampo, gli occhi le vanno al ritratto sul tavolino, con lo spillone confitto nel collo. Non sente più né il crampo né l’intorpidimento delle dita: brandisce lo spillone e prende a tempestare di colpi furibondi la faccia del giovine lì effigiato, finché non la trafigge tutta, da non lasciarne più scorgere nulla; e alla fine, non ancora soddisfatta, fa in pezzi il cartoncino sfigurato e scaraventa quei pezzi a terra.

Omicidio e dispersione del cadavere.

È davvero stravolta dal furore, con occhi da pazza. Va a spalancare la finestra. Reclina indietro il capo e socchiude gli occhi per la pena che l’aria nuova le fa, entrando a slargarle il petto oppresso, in cui ancora il cuore le batte e le duole.

Comprende che non può restare più lì, sola con se stessa, neanche un minuto, con quelle due lettere suggellate e quella rivoltella sotto gli occhi; corre al letto, prende il cappellino e se lo caccia sui capelli scarmigliati; la borsetta di cuojo, e vi ficca dentro le lettere e la rivoltella.

Esce dalla camera sul corridojo ancora bujo, come una ladra.

Sta per aprire la porta e precipitarsi giù per le scale, allorché una vociaccia grida da un uscio in fondo al corridojo:

– Ehi ! ehi! Signorina !

Resta un momento perplessa, in agguato; poi, con uno scrollo iroso, apre la porta, se la tira dietro, scende a precipizio la prima rampa. Arrivata al pianerottolo, deve fermarsi, perché una donnaccia adiposa, mezzo ignuda, affannata dall’adipe, dal sonno improvvisamente interrotto e dalla corsa, riaperta la porta, prende a gridare dall’alto della ringhiera:

– Ah se ne scappa? Io mi vesto, sa? corro in questura! Le pare che possano bastarmi quattro libracci e tre straccetti a garantirmi di cinque mesi di pigione? Corro in questura! Si dovrebbe vergognare! Scapparsene via così!

Come un cane che abbai fuor della botola, a ogni domanda, a ogni minaccia che avventa, si butta avanti e si tira indietro, e con le tozze mani sanguigne afferra, non potendo altro, la ringhiera, mentre la vociaccia rimbomba dall’alto nel vuoto della scala ancora invasa dall’ombra e dal silenzio della notte.

Benché fiera d’aspetto, la giovine ne rimane come schiacciata, atterrita.

Non sa più né fuggire né trovare la voce per darle una qualche risposta e farla tacere. Alla fine, come costretta, fa alcuni cenni per significare che sì, andrà...

– ... dal vecchio? – domanda, da sé, la voce.

Col capo fa di sì, più volte. E fatto questo segno, come se ormai ne abbia diritto, riprende a scendere la scala comodamente, anzi cava dalla borsetta i guanti logori per calzarseli; mentre quell’altra, subito ammansita, si ritira dal pianerottolo borbottando:

– Meno male che s’è persuasa!

169  -  « Vexilla Regis... » 

Uscito? Così per tempo? E perché? La signorina Alvina Lander, tanto alta di statura, quanto nel corpo magra; lunga di gambe e le braccia ossute, ciondoloni; l’enorme volume dei capelli ritinti d’un color d’oro scialbo e cascanti su gli orecchi, su la fronte e, in neglette trecce, su la nuca; picchiò con le grosse nocche su un uscio del corridojo in penombra e attese, abbassando le palpebre su i vivi occhietti ceruli mobilissimi.

Per infermità di molti anni era insordita, e per questa cagione potentissima; benché non fosse questa sola. Ce n’erano altre, ciascuna delle quali avrebbe potuto fare più che infelice una donna, non che tutte insieme, com’ella spesso soleva esporre all’avvocato Mario Furri, della cui figliuola Lauretta era da tredici anni governante. E innanzi tutto, la perdita di tanta vita inutilmente; poi, un certo tradimento, di cui il signor avvocato era a conoscenza, e per cui quello stato di servitù in Italia; e la debolezza, se non la vecchiaja, venuta prima del tempo e la ignoranza. Infine delle cose del mondo, causa di tanti mali e di tanti mancamenti, per i quali veniva accusata, quand’invece avrebbe dovuto essere, non solo scusata, ma compatita e soccorsa anche; mah! mah!

Sospettava la signorina Lander che nell’animo delle persone con cui praticava fossero impressi due falsi concetti di lei I uno di malizia, l’altro di ipocrisia; del che era pur forse cagione la sordità. Ma questo sospetto era in lei ormai invecchiato, e lei nel sospetto. Così pure erano invecchiati e tenacemente radicati nell’aspra sua gorga tedesca alcuni errori di pronunzia, non ostante che ella intendesse benissimo l’italiano; troncava, per esempio, certe parole giusto dove non doveva e diceva sighnora e sighnor, con grazia particolare; come si ostinasse a non voler intendere che gli altri dicevano signora e signore.

Quante volte intanto Lauretta aveva gridato avanti o herein? La signorina Lander attendeva ancora lì, paziente e assorta, stirandosi lo scialletto di seta verdastra, che teneva sempre addosso: "primavera su le spalle e giugno in testa" come Lauretta soleva dire. E giugno erano i capelli color di mèsse affienita. L’uscio s’aprì di furia, sbacchiando contro la strombatura e facendo sobbalzare la sorda, a cui Lauretta coi capelli disciolti, le belle braccia nude e un asciugamani sorretto col mento sul seno, ripeté stizzita:

– Avanti! Avanti! Avanti!

Scuse della signorina Alvina: ecco, eh già, non aveva inteso perché aveva la mente altrove: si scervellava da un’ora a imaginare che cosa potesse mai essere accaduta al sighnor avvocato uscito di casa sehr umwölkt, così per tempo.

– Uscito? Come? – domandò Lauretta.

Uscito. Il portiere gli aveva recato, al solito, la posta; ma lettere e giornali erano lì ancora, su la scrivania; quelle, non aperte; questi, sotto fascia.

Was soll man denken, Fraulein Laura?

Lauretta impallidì, con gli occhi appuntati nel sospetto che le balenava davanti: che il padre, oh Dio, fosse venuto a conoscere da qualche lettera la morte della sorella la morte della zia Maddalena, che lei da circa tre mesi gli nascondeva? Ma e perché era uscito? Rannuvolato sehr umwölkt, come diceva la Lander? Indossò in fretta l’accappatojo e corse alla camera del padre, seguita dalla Lander, che ripeteva: – Was soll man denken? –.

Che pensare? Ma sì, questo, senza dubbio: che aveva saputo della disgrazia. Però, dov’era la lettera? Le lettere erano lì, ancora chiuse; ma erano tutte? Ah, ecco una busta sul tappetino, strappata Subito Lauretta si chinò a raccoglierla: una busta listata a nero con un francobollo tedesco! L’indirizzo, di minutissima scrittura, diceva Furi in luogo di Furri. La signorina Lander vi fissò gli occhi, impallidendo lei, questa volta, e indicando: – Francobollo tetesco... – tolse di mano a Lauretta la busta; la esaminò, e aggiunse: – Scrittura feminina

– Sì, carattere di donna, – confermò Lauretta

Ach Fräulein! – esclamò allora la signorina Lander, portandosi alla fronte le grosse mani da maschio e sollevando la mèsse dei capelli: – Discrazia! discrazia! Certo lettera per me . Oh Je’! oh Je’!

– Per lei? Perché per lei? Ma no, – s’affrettò a replicare Lauretta, non ostante che l’interpretazione della signorina Lander che la lettera fosse per lei, le paresse in fondo giusta – Guardi, – aggiunse, per esortarla a far buon animo – è indirizzata a papà E poi, se fosse come lei sospetta perché sarebbe uscito papà? Sarebbe venuto da me, a dirmelo

Ach nein! nein! – negò subito, recisamente, la Lander scotendo il capo e frignando in modo comicissimo

– Come no! Certo, – replicò Lauretta, frenando a stento il riso per quel modo di piangere. Ma la signorina Lander seguitò a dir di no col capo e a frignare, mentre Lauretta: – Perché no? – avrebbe voluto insistere; ma ritorse invece a se stessa la domanda, guardando la vecchia governante che per la prima volta le appariva come strappata a una vita lontana, a lei ignota e a cui ella non aveva mai avuto occasione di rivolgere il pensiero, non avendo mai concepito nella Lander un essere che per sé esistesse o che avesse potuto esistere fuori dei rapporti di vita con lei che, da bambina se la era veduta sempre attorno. – Per chi teme del resto? –  le domandò. – Se lei lassù non ha più nessuno?

Doch! – esclamò tra le lagrime la sorda levando gli occhi dal fazzoletto.

– Ah sì? – fece Lauretta. – E chi?

Das darf ich nicht Ihnen sagen! – rispose la governante, nascondendosi la faccia tra le mani. – Non posso né debbo dirglielo. – E se ne uscì, ripetendo tra il pianto la preferita esclamazione: – Oh Je’! oh Je’! –.

Quando Mario Furri tornò a casa, Lauretta era ancora lì, nella camera di lui, appoggiata alla scrivania e assorta.

– Oh babbo! Che è accaduto?

Il Furri guardò la figlia quasi in uno smarrimento di vertigine, come se la vista di lei e la subitanea domanda gli avessero dentro arrestato con freno violento un tumulto. Era pallido; impallidì vieppiù, mentre pur si sforzava a sorridere.

– Che è accaduto? – domandò a sua volta, con voce mal ferma.

– Sì, alla signorina Alvina. Sta a piangere di là; sostiene che tu hai ricevuto una lettera per lei dalla Germania.

– Per lei? Va’, dille che è matta! – rispose il Furri urtato, con asprezza.

– Ecco appunto! non era per lei! – esclamò Lauretta. – Gliel’ho detto; e lei, no: oh Je’! oh Je’! Abbiamo trovato questa busta per terra e, che vuol? tu non sei mai uscito di casa così presto; abbiamo temuto che tu sì... siamo entrate. – Un improvviso rossore infiammò il volto di Lauretta, come se le fosse nato il dubbio d’aver commesso un’indiscrezione. Si smarrì. Il padre allora sorrise mestamente dell’imbarazzo della figliuola e, carezzandola sotto il mento, le disse:

– Non è nulla, non è nulla. Va’ di là, lasciami veder la posta.

– Sì, sì... io, guarda: ancora spettinata... – fece Lauretta scappando via sorridente e tuttavia confusa.

Ma poco dopo, ecco picchiare all’uscio del signor avvocato la signorina Lander con gli occhi rossi dal pianto frenato a stento dal fazzoletto che teneva in mano pronto, se mai, a porre un altro argine.

– Che vuole da me? – le disse il Furri duramente, senza darle tempo d’aprir bocca. – Chi le ha detto che ho ricevuto una lettera per lei? Lei entra qua; fruga tra le mie carte; trova una busta che non le appartiene, e subito le salta in capo non so che cosa. Ma mi dica un po’, di grazia, chi può mai averle scritto da Wiesbaden? e che sciagura potrebbe esserle occorsa? So, so ch’ella commette l’inqualificabile leggerezza di scrivere ancora alla sorella di quel signor Wahlen che ha moglie e figliuoli e debbo sperare non si curi più di lei né punto né poco. Può esser morta la sorella? può esser morto lui? Che gliene deve importare? scusi.

Ach nein! – strillò a questo punto, ferita nel cuore, la signorina Lander. – Patre di famiglia! No, no, non dica questa cosa, sighnor! Morto? morto?

– Non è morto nessuno! – gridò a sua volta il Furri. – Le ripeto che la lettera non è per lei, e non mi faccia perdere la pazienza con codeste follie. Guardi del resto il bollo postale: Wiesbaden, vede? Se non si rassicura, telegrafi a chi sa lei, e mi lasci in pace! Voglio restar solo; è permesso?

La signorina Lander non rispose; si portò il fazzoletto agli occhi e si mosse per uscire, scotendo il capo, certo col sospetto che ora ella non avrebbe potuto assicurarsi più che qualche lettera potesse capitare nelle sue mani, che non fosse prima aperta dal signor avvocato. Il Furri, quantunque avesse ben altro per il capo, la seguì con gli occhi, compreso di stupore: - Quella vecchia lì, ingannata in gioventù e tradita dall’amante ammogliatosi poi con un’altra donna, non solo si occupava ancora, dopo tant’anni, della vita di lui fino a farne segretamente la vita stessa del suo cuore; ma, sapendolo nella miseria, gli faceva pervenire, per via indiretta, tutti i suoi risparmii, e pareva non avesse altro piacere o sollievo se non quanto di lui pensava fantasticando dietro le notizie che gliene dava una sorella, con la quale era in corrispondenza, o davanti al ritratto di lui custodito in un cofanetto insieme con quelli dei figliuoli non suoi, ma che come suoi ella amava - quella vecchia lì.

– Signorina! – chiamò il Furri improvvisamente, scotendosi, mentr’ella stava per varcare la soglia.

La vecchia signorina si volse di scatto; tese le lunghe braccia e ruppe in singhiozzi: – Morto, è vero? Morto! Morto! –.

– No, perdio! Vuol proprio farmi uscire dai gangheri questa mattina? – tuonò il Furri. – Voglio sapere qualcosa da lei... Segga, la prego.

La Lander non piangeva più: imbalordita, con gli occhi rossi, guardava il Furri, e nell’attesa, era a tratti scossa da certi singulti nel naso. Il Furri stette un po’ con una mano su gli occhi, come per vedere quel che pensava dentro e studiare il modo di manifestarlo.

– Ricordo che lei una volta, molt’anni or sono, mi disse che conosceva la famiglia de Wichmann, è vero?

– Sì, – rispose con esitanza la Lander, non intendendo il perché di quella domanda, perché ormai non poteva più fare a meno di riferir tutto al suo segreto tormento. – La famiglia de Wichmann, conosco benissimo. Frau de Wichmann non stava molto lontano d’abitazione da me, ciusto nella Wenzelgasse.

– Lo so, lo so, – disse il Furri recisamente, per impedire che la vecchia governante, richiamata dal ricordo al paese natale, si perdesse in inutili particolari, a lui per altro notissimi. – Mi dica: oltre alla vecchia zia della signora (quella Frau Lork che abitava a Colonia) sa ella se la famiglia de Wichmann avesse altri parenti in altre città della Germania?

– La città di nascita della sighnora de Wichmann, – rispose la Lander dopo aver cercato nella memoria – è Braunschweig.

– Lo so! – interruppe di nuovo il Furri. – Sono andato fin lassù; ma la madre della signora, che vi abitava ormai sola, era morta da circa un anno, come morta trovai pure a Colonia Frau Lork, la zia. A Braunschweig mi dissero che a Düsseldorf abitava un cugino della de Wichmann: ma a Düsseldorf il cugino non c’era più. Vorrei sapere da lei qualche notizia, se per caso ne avesse, dei parenti del marito.

– Il luogotenente de Wichmann, – s’affrettò a rispondere la signorina Lander con insolita scioltezza di lingua – è morto cloriosamente nella cuerra del Settanta! Ma non so la città di nascita, non so che famiglia.

– Né lui né la signora erano nativi di Bonn, dunque, – riprese il Furri. – Vi è nata soltanto la signorina?

– Sì, Anny! la mia Aennchen: Hans, come tutti la chiamavano, come maschio, perché era così... come si dice? tutto spirito... un cafallino... Hans l’ha conosciuta lei, sighnor?

– Sì, – rispose, più col cenno del capo che con la parola, il Furri.

– Qui in Italia?

Il Furri ripeté il cenno.

– Sono ancora in Italia? – domandò esitante la Lander.

– No.

– A Bonn, tue anni, non erano più tornate, dopo loro viatcio in Italia: venduta casa, mobilio, tutto.

– Lo so, lo so. Io, andando in Germania, dovevo... dovevo rimettere nelle loro mani una lettera importantissima da Roma. Non le ho trovate: sono andato in giro per loro, ma così, senza nessuna traccia...

– E dove sono allora? – domandò costernata la Lander.

– Mi arriva ora una lettera da Wiesbaden. Speravo perciò che lei sapesse dirmi, se vi avesse mai avuto residenza qualche parente della famiglia de Wichmann. Se lei non sa, non ho altro da dirle. Le raccomando... – S’interruppe; stava per aggiungere: – le raccomando di non far parola a Lauretta di questo nostro colloquio –; ma poi, temendo non farle intendere più che non bisognasse, la pregò d’uscire, e quella uscì stordita, ma pur rassicurata per sé, sebbene con la certezza che ci doveva esser sotto qualcosa di grave, se il sighnor era così umwölkt a cagione della lettera per cui tanto ella aveva lagrimato.

– Hans! – sospirò il Furri, appena rimasto solo, tentennando leggermente il capo. E quasi imitando una voce che venisse da molto lontano, aggiunse: – Riesin... meine liebe Riesin... –. Strizzò gli occhi, contrasse il volto come per un interno spasimo insopportabile, e si mise a passeggiare per la camera mormorando a capo chino: – Ora! Ora! –. Gli occhi a un tratto gli andarono sulla busta, lì su la scrivania; la prese, e rilesse, con gli angoli della bocca contratti in giù dallo sdegno:

Furi. Ha dimenticato finanche il nome.

Trasse di tasca la lettera listata a nero, ma non ebbe animo neanche di posarvi lo sguardo, e la richiuse nella busta lacerata.

Si rimise a passeggiare.

Poco dopo, quasi attirato dalla propria imagine, si fermò davanti allo specchio dell’armadio e, nel vedersi così stravolto, impallidì e si premé forte con una mano il grosso capo calvo, guardandosi fiso negli occhi, imponendo a se stesso di calmarsi, di domare l’interna agitazione. Sparve subito infatti la contrazione della fronte, gli ritornò agli occhi, quasi velati da costante cordoglio, Lo sguardo fioco, che s’intonava al pallore del volto contornato da una corta barba brizzolata. Tutto il corpo stanco dimostrava una senilità precoce.

Di questo suo rapido deperire s’era fatta il Furri una tremenda fissazione, una costernazione non ovviata mai, alla quale dava in apparenza sostegno di ragione o di scusa il fatto, che veramente nessuno della sua numerosa famiglia era pervenuto al limite d’età superato da lui (ma in quelle condizioni), da lui e dalla sorella Maddalena, credeva ancora per la pietosa cura di Lauretta, vana cura in parte, perché i nipoti lontani, per scusare la mancanza di caratteri di colei, in ogni lettera erano costretti a ripetere che incessanti infermità le impedivano di scrivere.

Ogni giorno per lui poteva essere l’ultimo’

Certo, avvertiva una grande debolezza alle gambe, come un abbandono di tutte le membra divenute pesanti. Mormorava di tanto in tanto qualche frase su quel suo stato, e tendeva l’udito alle lugubri parole, come per sentire egli stesso con che voce le pronunziava. Le improvvise, impulsive ribellioni a quest’incubo sortivan sempre lo stesso effetto: una maggiore angoscia, la riprova ch’egli era un essere ormai finito. Non era terrore della morte, no: la morte l’aveva tante volte sfidata, da giovine; ma quel doverla aspettare così, quasi spiandola, quel sapere che di minuto in minuto poteva sopravvenire, quell’infinita sospensione nell’attesa che a un tratto qualcosa dovesse mancargli dentro: ecco il terrore, ecco l’orrenda ambascia.

– Mario Furri, – mormorò additando e fissando con torvo sdegno la propria imagine nello specchio. Ma l’imagine ritorse e appuntò contro a lui l’indice teso, come se volesse significare: "Tu, non io: se tu ridessi, io riderei".

Sorrise, difatti, tristemente.

Poco dopo si staccò dallo specchio, fermo nel proponimento di non pensare più, per il momento, alla lettera inattesa e di studiare poi pacatamente quel che gli sarebbe convenuto di fare.

Ritornò alla scrivania per leggere le altre lettere ricevute la mattina. Scorse la prima, scorse la seconda, a metà della terza piegò il capo sulle mani, sentendo l’incapacità di continuare e quasi la voglia d’addormentarsi. Balzò in piedi: la sonnolenza lo atterriva; ma simulò a se stesso che non tanto la paura d’addormentarsi lo avesse spinto ad alzarsi, quanto un pensiero sortogli in mente all’improvviso: – Era meglio, sì, era meglio, per prudenza, raccomandare alla Lander di non far cenno di quella lettera a Lauretta –.

Non aveva voluto far mai consapevole di nulla la vecchia governante. Si pentiva ora d’averle rivolto quelle inutili domande con la sciocca speranza di potere dalle risposte di lei trarre un filo per uscire dal labirinto delle tante sue supposizioni. Ma l’avergli la Lander domandato se egli conoscesse Anny lo assicurava che non aveva sospetti di sorta. G1i era poi sovvenuta a tempo la scusa verisimilissima della sua ricerca infruttuosa in Germania, quella lettera importante, cioè, da recapitare alla de Wichmann.

Anny! Anny! Se egli la conosceva!

Tredici anni erano trascorsi dal suo viaggio in Germania, che gli si ridestava adesso nella memoria come un sogno turbinoso. Nessuna traccia di lei, né vicina, né lontana. Ma quante notizie tuttavia e quanta parte della vita d’Anny non aveva raccolte a Bonn! Aveva voluto visitare finanche la casa abbandonata nella Wenzelgasse, come ogni altro luogo della città, per investigare la prima vita di lei; perché nulla, con l’ajuto delle notizie, al cospetto delle cose intorno, gli restasse ignoto. Lì, per la Poppelsdorf-allée, ella era certo andata a passeggio con le amiche, e lì, su l’ampio e lungo argine del Reno aveva certo atteso il piccolo battello a vapore che tutto il giorno, come una spola, riallaccia la vita di Bonn a quella di Beuel dirimpetto; o era andata fin dove l’argine termina in un sentieruolo su la riva che conduce a Godesberg, a diporto, i dì festivi. Tutto, tutto aveva voluto vedere, quasi con gli occhi di lei. E qual segreta corrispondenza non gli era parso di sorprendere tra l’aspetto di quei luoghi e l’indole di Anny! E come le notizie apprese su l’antecedente vita di lei e della madre lo avevano confermato nel concetto ch’egli s’era formato di loro! Della madre aveva sentito che tutti parlavano male, non quanto però l’odio che egli le portava avrebbe desiderato: era antipatica a tutti per le sue arie e velleità nobilesche così poco fondate, come quel de davanti al cognome, in luogo del von, dimostrava. Notizie, notizie; ma nessuna traccia: nessuna! Come mai ora, improvvisamente, da Wiesbaden, quella lettera? Da Wiesbaden egli era pur passato; vi si era trattenuto otto giorni; ma c’era Anny allora? Veramente non aveva più alcun indizio per cercarla in quella città. Era morta dunque a Wiesbaden la signora de Wichmann, come la lettera di Anny annunziava? Quand’era morta? Anny non precisava né il tempo né il luogo; non precisava nulla, fuor che il giorno che sarebbe arrivata a Roma.

Coi gomiti su la ribalta della scrivania, la testa tra le mani e gli occhi chiusi, il Furri s’immerse negli antichi ricordi. Era come se si conficcasse una lama in una vecchia ferita. Ma il pudore dell’età, la coscienza dello stato in cui era ridotto, non gli consentivano indugio nella tenerezza di certi ricordi. Ricordando, voleva giudicare; e, giudicando, raffermarsi in un proposito irremovibile. Dietro una porta chiusa, un mondo di cose morte: là dentro il sole non poteva né doveva più penetrare; vi entrava lui per cercare, ma con tal sentimento, come se dovesse trovarvi fra l’altro bambole e giocattoli appartenuti a bambini morti, cose che le mani d’un vecchio dovevano scostare e sfuggire; dopo, avrebbe richiuso la porta e si sarebbe messo a guardia contro chiunque avesse voluto forzarla. In quel nascondiglio bujo dei ricordi era pure una culla abbandonata: la culla di Lauretta ignara.

– Sì, la mamma è morta, figliuola mia; morta nel darti alla luce.

– E ritratti di lei non ne hai?

– No, nessuno.

– E com’era, babbo?

Com’era? Il Furri, al ricordo di questo lontano dialogo con la figlia fanciulletta, s’addentò furiosamente una mano per soffocare i singhiozzi irrompenti che gli scotevano tutta la persona.

– Si parte, Lauretta! Domani andiamo via, – annunziò il Furri, uscendo dalla sua camera per la colazione.

– Si parte? e per dove? – domandò Lauretta sorpresa. – Domani, babbo, è la settimana santa!

– Che importa? Domani mercoledì, è vero? l’essere santo impedisce forse di partirei

– No, ma domani è impossibile, babbo! Se non mi do prima a preparare ciò che fa bisogno! Avresti dovuto dirmelo avanti, che quest’anno intendevi anticipare di tanto la partenza.

– Ma non si anticipa! Andremo soltanto per una breve ricognizione. Mi spiego: quest’anno non vorrei andare in montagna, o andarci tardi. E allora ho pensato: la primavera qua, ai Castelli; poi al mare, per te; e, se mai, l’ultimo mese in montagna, al solito. Ora andremmo per tre o quattro giorni: una visitina ai Castelli. Ti sceglierai il nido, e ritorneremo. Via, padroncina, dite di sì; ne ho bisogno.

– Quand’è così! – esclamò Lauretta.

– Grazie, e le mie civiltà – disse il Furri inchinandosi.

Lauretta rise del buon umore del padre. Le mie civiltà era il modo d’accomiatarsi nelle lettere d’un mercante di Torino che provvedeva Lauretta delle stoffe per gli abiti. A tavola poi concertarono l’itinerario della gita.

Il Furri non disse alla figlia, che il giovedì avrebbe dovuto lasciarla sola con la governante. "E allora perché partire domani?" avrebbe potuto domandargli Lauretta, che ora si mostrava tutta lieta di quella partenza improvvisa, e già proponeva, giusto per giovedì, un’ascensione a Monte Cavo E mentre il Furri ascoltava il caro chiacchierio, pensava: "Perché si parte? Se io te lo dicessi, figlia mia bella, figlia mia che ridi".

Anny sarebbe appunto arrivata giovedì. Bisognava ch’egli si trovasse ad accoglierla alla stazione. L’interno sconvolgimento gli dava intanto un’insolita vivacità di gesti e di parole. Lauretta non ricordava d’aver mai veduto il padre così. E il Furri, nel compiacersi del buon effetto della sua dissimulazione, pigliava animo per la tremenda prova che lo attendeva, pur con la coscienza che quello sforzo avrebbe amaramente scontato, se pure non gli sarebbe riuscito addirittura fatale. E anche di questo faceva segretamente carico a colei, e non tanto per sè, quanto per la figliuola. Pensando alla quale, un dubbio angoscioso gli teneva tuttavia l’animo sospeso. Come sarebbe rimasta Lauretta, quando, tra poco, e forse anche per questo colpo improvviso, egli non sarebbe più? Non era forse provvidenziale e quasi un annunzio della sua prossima fine, la venuta di colei? In premio della tua vita intemerata, in compenso del tuo lungo soffrire e dei tuoi sacrificii, non morrai angosciato dal pensiero di lasciare sola tua figlia e senz’ajuto: eccoti la madre, che viene a prendere accanto a lei il tuo posto". Mario Furri era credente, e inoltre, per la sua fissazione, tenuto e legato da superstizioni. Se non che, quale madre veniva a prendere il suo posto? Per Lauretta la sua mamma era morta. Chi sarebbe stata ora costei? Un’estranea, un’intrusa che, comunque, non avrebbe mai potuto incarnare l’imagine che la figliuola, fantasticando in un passato senza ricordi, s’era creata della propria madre morta nel darle la vita. Quale comunione d’affetti, da un altro canto, avrebbe potuto stabilirsi tra colei e la figlia se egli le avesse detto tutto? Era meglio aspettare, prima di prendere una decisione; vederla, parlarle. Soltanto - ah questo sì! - condurre lontano la figlia, sottrarla a ogni probabile pericolo.

Partirono la mattina dopo.

Non fu possibile a Lauretta impedire che la signorina Lander si mettesse un cappellaccio di paglia, che pareva un canestro rovesciato su la mèsse dei capelli. La vecchia governante portava con sé il cofanetto, ove erano custoditi i ritratti del signor Wahlen e famiglia; e s’ostinava intanto a sorprendere di tratto in tratto evidentissime somiglianze tra quel lembo laziale e le contrade del Reno presso Bonn. Lauretta ebbe l’ingenuità di mettersi a discutere con lei, ravvicinando piuttosto Monte Cavo coi boschi e i laghi a un pezzo di Svizzera, 1ì - che delizia! - a due passi da Roma, con di più il mare, che di lassù si scorge benissimo, specie nelle notti di luna. Ma no; Monte Cavo con la vetta incoronata d’aceri e faggi, per la signorina Lander era, naturalmente, tal quale il Drachenfels; tanto vero che, ove 1ì, su la vetta, ci sono le rovine d’un antico castello, qui c’è un convento tal quale! E se n’appellava al sighnor avvocato Il Furri non badava a quei discorsi; guardava fuori, dal finestrino. Ricordava, e gli pareva di sognare: ora, come allora, in treno: da Novara andava a Torino, gli era nata una bambina; andava in fretta per una balia; la bambina era là, dietro quei monti, in una campagna presso Novara, con la madre...

– Babbo, scommessa fatta! – gridò a un tratto Lauretta. – Rinunzio al mare, rinunzio alle Alpi: quest’estate, a Bonn sul Reno!

– Che scommessa? – domandò il Furri, turbato.

– Tra me e Fräulein Lander.

– No, io... – balbettò la signorina Alvina, per scusarsi.

– Ecco, si scende! – interruppe entrambe il Furri. – Vedremo poi, vedremo.

Si sforzò di parer lieto tutto quel giorno a Castel Gandolfo, ad Albano: la sera, rientrando all’albergo per la cena, annunziò alla figlia che la mattina seguente, per tempo, avrebbe dovuto trovarsi a Roma per un affare che s’era dimenticato di sbrigare.

– E Monte Cavo? – domandò Lauretta contrariata.

Ma infine si rimise. Dalla finestra dell’albergo, la mattina dopo, gridò al padre che partiva:

– Aspetto di scrivere, che tu sia ritornato!

E il padre, già in vettura per la stazione, assentì sorridendo. Una veste nuova di mezza stagione e un cappellino di paglia: ecco a che pensava in quel momento la figlietta sua.

– La riconoscerò? – domandava a se stesso il Furri passeggiando su la banchina della stazione, in attesa del treno da Firenze.

Socchiudendo gli occhi, richiamava l’imagine di lei, rilevata e spirante nella sua memoria, di lei a diciannove anni: in una testina da birichino, coi capelli tagliati a tondo maschilmente, due occhietti furbi brillanti e provocanti, quasi armati di spilli luminosi, e la bocca accesa, dai piccoli denti pari, aperta sempre a un riso vibrante di fremiti, dalla quale sgorgava la voce tutta trilli e scivoli; alto il corpo agile e svelto su l’esilissima vita, ma dovizioso il seno e incarnate le guance.

E ora?

Il Furri computava gli anni: doveva già averne trentacinque, e poiché aveva potuto abbandonare la figlia appena nata e vivere tant’anni senza domandarne notizia, ignorandone finanche il nome, poteva essere, nell’anima e nel corpo, se non più troppo giovane come prima, molto giovane ancora; a ogni modo, giovane.

E lui ?

Non che sperare, riteneva il Furri assolutamente inammissibile ch’ella potesse riconoscere in lui, in quel suo corpo cadente, nel volto già disfatto, il Mario d’allora, il gigante: il Riese, come lei lo chiamava pretendendo ch’egli chiamasse lei Riesin, gigantessa, meine liebe Riesin, e ne rideva, giacché quel Riesin lui lo pronunziava così dolcemente, come se le dicesse invece: fiorellino.

Molta gente attendeva con lui il treno da Firenze già in ritardo. Il Furri pensò di piantarsi presso l’uscita, per modo che tutti i viaggiatori gli passassero sotto gli occhi.

Fu dato finalmente il segnale d’arrivo. I numerosi aspettanti s’affollarono, con gli occhi al treno che entrava sbuffando strepitoso nella stazione.

– Roma! Roma!

Si schiusero i primi sportelli; la gente accorse ansiosa, cercando da una vettura all’altra. Il Furri non seppe trattenersi alla posta, spinto quasi dall’ansia degli altri. A un tratto si fermò: – Eccola! Dev’esser lei! –.

Una signora bionda, vestita di nero, sporse il capo dal finestrino, e lo ritrasse subito: un signore aprì dall’interno lo sportello. Il Furri aspettò poco discosto. La signora fece per discendere, ma sul predellino si volse verso l’interno della vettura ad abbracciare e baciare un bambino di circa due anni:

Adieu, adieu, mon petit rien!

Era la voce di lei.

– Anny!

Si voltò, saltò agile e svelta dal predellino, guardò il Furri fermandosi e strizzando un po’ gli occhi, quasi in dubbio che la voce non fosse partita da lui. Ma egli le tese la mano.

– Oh... – fece Anny accorrendo imbarazzata, con un sorriso nervoso su le labbra. – Aspetta! Le valigie, – aggiunse subito, volgendosi verso la vettura.

Il signore che aveva aperto lo sportello gliele porgeva. Il Furri spinse subito un facchino a prenderle, e Anny ringraziò in francese il signore; poi si rivolse al Furri aprendo la borsetta da viaggio a tracolla e, traendone uno scontrino, aggiunse in tedesco:

– Subito subito, il mio piccolo povero Mopy! Povera bestia! Non vede da tre giorni la sua padroncina! E poi – (trasse altri due scontrini dalla borsetta) – i bauli!

Il Furri, quantunque stupito da tanta disinvoltura, intuì subito che questa non veniva da sfrontatezza, per come aveva malignato all’annunzio dell’arrivo, ma da vera e propria incoscienza: lo dimostrava l’eleganza dell’abito da viaggio, tutta l’accurata persona ancora fresca e florida, sebbene di forme più complesse, ma forse perciò più piacente. Ecco, ed era venuta col cagnolino, e non si dava pensiero d’altro, appena giunta.

– Subito! subito!

Prese quasi esitante quegli scontrini; avrebbe voluto gridarle: – Ma guarda prima a chi li dài! Guardami! mi vedi? Come la vista mia non ti fa cadere le braccia? –. Si mosse, e lei dietro.

– Prima Mopchen! la povera bestia! Poi i bauli... Sei venuto solo... – riprese ella. – M’aspettavo che...

Il Furri piegò il capo sul petto, alzando le spalle, come se ella lo avesse colpito di dietro.

– Come si chiama?

Non rispose: seguitò ad andare con le spalle alzate.

– Come si chiama?

– Non qui! non qui! – pregò smaniando il Furri. – Lauretta.

– Ah, Laura... Bionda?

Egli chinò il capo più volte.

– Bionda! E ora tu, tutto bianco! povero vecchio Riese. E dimmi...

Parleremo poi, ti prego! parleremo poi! – la interruppe  il Furri, non reggendo più alla tortura di quelle domande.

Appena ella ebbe tra le mani il cagnolino che guagnolava e si storcignava tutto dalla gioja, cominciò a sbaciucchiarlo, a confortarlo con frasucce carezzevoli, e gli diceva che tra poco avrebbe trovato un’altra padroncina: – Laura, Mopchen, si chiama Laura... bionda, Mopchen, e tu così nero: me quest’altro tuo padrone così bianco... e brutto... e cattivo, che non vuol dirti nulla... Fa’ vedere, Mopchen, come bacerai la nuova padroncina... Un bacio! Così... bravo, Mopchen! Basta... basta... Adesso prendi... –. Aprì la borsetta da viaggio e ne trasse una zolla di zucchero per la bestiola festante.

– I bauli, – disse il Furri con voce roca, come se le parole gli facessero groppo alla gola, – i bauli sarà meglio lasciarli qui.

– Come! – esclamò sorpresa Anny.

– Sì, domani, se mai, manderemo a prenderli.

– Ma no, caro! E come faccio io? Vuoi che rimanga così? Uno almeno è necessario portarlo con noi. Vieni, ti dirò io quale dei due.

Montati finalmente in vettura, Anny cominciò a sentirsi un po’ a disagio accanto al compagno, che si teneva chiuso e quasi ristretto in sé, come se sentisse freddo. Egli non la guardava, guardava innanzi a sè, con le ciglia un po’ aggrottate, triste e assorto.

– Quante cose abbiamo da dirci, – bisbigliò Anny, prendendogli una mano.

Egli aggrottò maggiormente le ciglia accennando di sì col capo e traendo un lungo sospiro.

– Non mi stringi la mano? Non sei contento ch’io sia venuta? – domandò sommessamente, poco dopo; e aggiunse: – Eh. Io so... Ma vedrai... non ci ho colpa. La mamma... –. S’interruppe; si portò subito il fazzoletto agli occhi. Il Furri si voltò a guardarla: il fazzoletto era listato di nero.

– Parleremo poi, ti prego, Anny! – ripeté, più commosso che intenerito.

– Sì sì, a casa. Quieto, Mopy! Oh, ma non credere che sia venuta così... Non sarei venuta, se non avessi incontrato nel Kuhrgarten a Wiesbaden... indovina chi? il Giovi... l’amico nostro di Torino... che m’ha parlato tanto di te... Io pensavo... non so... pensavo tra l’altro... sì... che tu ti fossi ammogliato... pensavo che la piccina... potesse anche non vivere più... «Vive!» m’ha detto il Giovi. «Sta con lui...» E io sono corsa ad annunziarlo a questo mostro qui! E vero, Mopchen? Come t’ho detto? Vive! vive! la padroncina vive! Noi l’abbiamo chiamata Mary, è vero? Il Giovi m’ha anche detto che tu hai preso per lei una governante tedesca, una vecchia, è vero? Laura dunque parla il tedesco, mentre io non so più parlare l’italiano. Ho provato col Giovi: l’ho fatto ridere. Ah, com’egli si diverte a Wiesbaden! È sempre quello di prima... soltanto, non ha più quell’enorme barbone... Io non l’avrei riconosciuto. M’ha riconosciuta lui. Ma a momenti non ha più nemmeno i baffi! Diventa tutto bianco, e non volendo ricorrere ai cosmetici, taglia, taglia, capisci? sarchia anche i baffi, quel bel pajo di baffi! «Perché, Giovi?» gli domandai. Dice, non lo sa neppure lui «per istinto giovanile», m’ha risposto; ma poi s’è tolto il cappello e battendosi con una mano il capo calvo ha esclamato: «Eppure, ecco qua: Piazza della Vecchiaja!». M’ha detto che sei calvo anche tu. Fa’ vedere!

Il Furri ebbe quasi l’impeto di saltare dalla vettura, fuggire. – Scommetto, – disse, – che tu non hai un solo capello bianco, è vero?

– Ah, neppure uno! – esclamò Anny trionfante. – Ti sfido a trovarmene uno! Vedrai. Ma anche la mamma, sai, poverina! M’è morta, sai, con tutti quei suoi capelli ancora biondi come l’oro! Ah i capelli della mamma... Io non ne ho neanche la metà.

"E ora mi parla della madre!" pensava il Furri stupito e, ormai, dall’incoscienza di colei irritato più a sdegno che a ira.

– Ah! – fece Anny improvvisamente, sollevando la mano di lui, che teneva ancora nella sua. – Il mio anellino! Fa’ vedere! – E poiché egli ritrasse la mano quasi istintivamente: – Fa’ vedere! – insisté Anny. – Oh, come ti stringe il dito! Puoi tenerlo ancora? Non ti fa male? Io, il tuo... la mamma me lo levò... Credevo lo tenesse nascosto. L’ho cercato, non l’ho trovato. Chi sa che n’avrà fatto; l’avrà buttato via.

– Ha fatto bene! – disse il Furri, quasi senza volerlo.

– Ah no! guarda: – esclamò Anny, mostrandogli le due mani bellissime. – Non ne ho più tenuto, da allora!

Il Furri la guardò fisso e quasi con durezza, come non potesse più trattenere le tante domande che gli facevan ressa alle labbra.

– Nessuno! – ripeté Anny con fermezza. – Soltanto per pochi giorni quello tolto dalla mano della mamma morta: era l’anello nuziale del babbo: una sacra memoria.

La carrozza si fermò davanti all’Albergo della Minerva.

– Ah, stai qui? – domandò Anny, alzandosi col cagnolino in braccio; ma subito aggiunse: – Questo è un albergo. Intendo, intendo. Ma, bada, Laura voglio vederla subito, io!

Entrati nella camera loro assegnata, Anny riprese:

– Ora, lasciami sola. Tre giorni di viaggio: non ne posso più. Il baule è qui: farò la mia toletta. Tu intanto va’ a casa, e conducimi qui subito subito Laura.

– Ma no, cara, – fece il Furri – non è a Roma.

– Non sta con te? Qua, Mopy, qua, – gridò Anny correndo dietro al cagnolino che col musetto aveva aperto l’uscio accostato e se n’era uscito sul corridojo. Poco dopo rientro con Mopy in braccio, e buttandolo sul canapè, gli gridò: – Cuccia lì! –.

– Dobbiamo prima parlare. – riprese il Furri severamente.

– Chiudi l’uscio, ti prego. Ho fatto male a venire: vuoi dirmi questo? Dimmelo semplicemente, ti prego, senza turbarti. Senti. – Esitò alquanto, grattandosi celermente l’insenatura tra la pinna destra del naso e la guancia, con un gesto che il Furri le riconobbe abituale. – Senti. La colpa non è mia, la colpa è del Giovi. Sono venuta spontaneamente’ sì, ma egli m’assicurò più volte che tu vivevi solo solo e sempre in casa e malfermo in salute anche. Dunque ho supposto che - scusami, se rido - che, via! sarei potuta venire. Ho supposto male? Hai ragione: oh, non te ne fo, né potrei fartene un torto. Rido, vedi? La mia parte, infatti, non è bella, ora. Vorrei pigliarmela con quel burlone del Giovi. Ma, poveretto: gli amici non sono obbligati a saper tutto. Via, confessalo, Mario. Non stare così.

Il Furri s’era portate ambo le mani su la faccia, premendovele vieppiù a ogni parola d’Anny.

– Guardami negli occhi, – riprese questa, cangiando tono, ma pur quasi affettando una seria preoccupazione: – Il caso è grave? altri figliuoli?

– Tu non sai ciò che voglia dire averne una! – disse egli con voce vibrante di sdegno, scoprendo il volto irosamente e stringendo le pugna come per trattenersi.

– Prima di rimproverarmi aspetta che ti dica. Credi forse, Mario, ch’io non abbia mai pianto? La mamma non c’è più, per dirtelo. Ma l’essere venuta così, col pericolo di rappresentare per te, ora, una parte poco gradita, non è una prova?

– Prova di che? – domandò il Furri interrompendo. – Prova della tua incoscienza, per non dire altro! E non già per quello che tu supponi di me, e che io potrei prendere per un’irrisione, se tu non fossi proprio incosciente: è la parola! Ma non hai neanche occhi per vedermi? Non parliamo di me, non parliamo di me, ora. Vuoi dire che l’essere tu venuta è una prova del tuo affetto per tua figlia?

– Aspetta, – disse Anny. – Parleremo di questo e di tutto, ma con calma, ti prego. Io mi confondo. Siedi. Ma prima apri, ti prego, quella finestra: un po’ d’aria. Così, grazie! Oh, siedi, ora: qua, accanto a me; dammi una mano, codesta con l’anellino mio. Ora è vero? ti senti vecchio tu, povero Riese! Ma non importa. Senti: codeste due rughe cattive su le ciglia te le spianerò io. Senti: rientrando in Italia dal treno guardavo la campagna e le ville sparse qua e là. Non era lo stesso paesaggio della nostra villetta del nostro nido presso Novara ch’io vedo ancora, chiudendo gli occhi, e che ho sempre sempre ricordato; ma era Italia anche lì e campagna, e quel cielo, quell’aria, e io respiravo, correndo in treno, come nel bel tempo passato, con gli occhi a una villetta lontana, finché non spariva, e poi a un’altra, che gli occhi subito cercavano per non interrompere il sogno; e intanto il cuore mi si riempiva dell’antico amore, e non imaginavo che tu dovessi accogliermi così. Mi guardi? Non piango, no! vuoi crederlo tu, che sia tutto finito, non io. Perché, Mario? Me lo dici?

– Hai bisogno che te lo dica? Ma non mi vedi, ma non lo senti, Anny? Per te era quasi naturale imaginare che potesse accoglierti il Mario d’allora: tu sei la stessa, e non sai quello che hai fatto. Lasciami dire così: è l’unica scusa che potrei trovare per te. Dici di no? E quale altra dunque, sentiamo? Ma lo sai, lo sai tu quello che hai fatto? Lo sai che hai abbandonato la figlia? Per me forse, no; per quanti sforzi abbia fatto, non sono riuscito a uccidere il ricordo di te. Per me forse no, non eri morta, mi sopravvivevi. Ma lo sai che per tua figlia tu sei morta, morta davvero, e ch’ella è cresciuta e che adesso ha quasi gli anni che avevi tu quando la mettesti al mondo? Lo sai tutto questo? Posso ora dire a mia figlia: No, sai, bambina, non è vero, io ho mentito con te tant’anni, mi sono divertito a straziare il tuo coricino dicendoti che la tua mamma era morta nel darti alla luce: no, sai, la mamma vive, si rifà viva dopo tanto tempo, ed eccola qua, te la presento. Perché ho mentito? bisogna pure che glielo dica. E allora? Ma lo intendi? Come vuoi, che vuoi che le dica?

– Non le hai detto nulla? – domandò Anny sorpresa e addolorata.

– Ah, tu credevi?

– No: imaginavo ch ella dovesse credermi morta; ma supponevo che tu in questi tre giorni...

– L’avrei preparata? Come? Ma dimmi, dimmelo tu, quel che avrei potuto dirle...

– La verità.

– Quale verità? La verità, dici? E che ne so io? Quella che so io, no! è troppo brutta: non potevo dirgliela. Perché farti rinascere davanti agli occhi di lei, e farti morire nello stesso tempo nel suo cuore?

Anny si levò da sedere e, lisciandosi con ambo le mani i capelli dietro la nuca, disse:

– Ma vedo che tu, mio caro, mi credi, non saprei... Mi fai accorgere d’essere venuta con altre, oh ben altre idee delle tue in mente e con ben altri sentimenti nel cuore. Ma già, dopo tanti anni... Ma perché io non sono mutata? Lo riconosci tu stesso... Capisco, lo dici in male... Ma si fa presto, sai, a giudicare dai fatti.

– E da che vuoi che giudichi?

– Scusa, si reggono i sacchi vuoti? No; e così i fatti, se tu li vuoti degli affetti, dei sentimenti, di tante cose che li riempivano.

– Affetti? sentimenti? E quale altro più forte di quello per la propria figlia?

– L’ho abbandonata: tu vedi il fatto. Ma se la piccina, quando sono partita, piangeva, credi che non piangessi anch’io?

– E intanto...

– Intanto sono partita, in quello stato, dopo tre giorni... e sperando di morire, sai, durante il viaggio, senza dirlo a nessuno. Potevo anche morire, solo che mi sopravvenisse una febbre. Dio non volle. Sperai in seguito ch’egli volesse invece esaudire il mio voto, quello che feci segretamente baciando per l’ultima volta la creaturina: «Ci rivedremo, quando Dio vorrà!». La mamma è morta; sono corsa qui; e non Dio, ma tu pare che non voglia farmela vedere.

– Ah sì? E c’entra anche Dio, nella tua partenza? La volle Dio? Perché te ne partisti?

– Ma lo sai, la mamma...

– Ah, la mamma! E non potevi tu dirle: «Come pretendi che la figlia non abbandoni la madre, mentre vuoi che io abbandoni la mia creaturina?».

– Ragioni bene; ma non osservi due cose. Prima: che ella, madre, mi avrebbe abbandonata, se io mi fossi ricusata di seguirla: e non dovevo, capisci?, non dovevo, perché noi non avevamo più nulla, tranne una misera pensioncina: tutto quello che avevamo era mandato a me, a me soltanto dal fratello di mio padre, di cui dovevo raccogliere, com’ho raccolto, l’eredità. Per certe sue idee quel mio zio non poteva soffrire la mamma. Ella dunque se ne sarebbe andata sola, incontro alla miseria... oh credi! non era donna d’accettare da me ajuto, se la lasciavo andar via. Era cosiffatta: piuttosto morire di fame! Potevo permetterlo?

– Ma ella poteva rimanere qua con noi!

– Ecco l’altra osservazione. Doveva stare con te e ti odiava. Sosteneva che tu le avessi sedotta la figlia. Per quanto io le dicessi, non riuscii mai a toglierle quest’idea dal capo. Quante volte le chiedemmo perdono, ricordi? a te faceva le viste di perdonare, perché dentro meditava la fuga e temeva che tu, scorgendo ancora in lei avversità per il nostro matrimonio, non mi sottraessi a lei un’altra volta; ma a me, no, no, mai! E invano io ti difendevo, e le dicevo che le tue intenzioni erano state oneste, sempre, tanto vero che le avevi prima chiesto la mia mano, che la nostra fuga da Torino era avvenuta dietro il suo rifiuto. Ah sì! vedi, questo le toglieva appunto la ragione: che noi con la violenza e col tradimento avessimo voluto forzare la sua volontà. E i primi mesi, lì in campagna, ricordi? ti portò per le lunghe, prima con la scusa delle mie carte da sbrigare a Bonn, poi con l’altra del mio stato che non comportava più di presentarmi in chiesa e al municipio. E intanto per non legarmi maggiormente con cure e sollecitudini alla creaturina che portavo in grembo, non volle, ricordi? ch’io preparassi da me il corredo: volle che tu lo facessi venire bell’e fatto da Torino. E come ci spiava, ricordi? Io ti consigliavo pazienza: e tu ne avevi, povero Riese, sperando compenso nell’avvenire. Ah, quei mesi! quei mesi!

– Tu sapevi dunque, – disse il Furri concitato, – il delitto che tua madre meditava, e non me ne dicesti nulla?

– No, no! all’ultimo lo seppi! negli ultimi sei giorni! Voleva abbandonarmi; allora; in quel punto; quand’io avevo più paura e più che mai bisogno di lei!

– Infame! – muggì il Furri tra i denti.

– No, non dirlo! – pregò Anny. – Aveva in petto il suo cuore! Se ci avesse avuto il tuo o il mio, non l’avrebbe fatto! Per lei l’infame eri tu, e io la colpevole da punire. La pregai, la scongiurai! figurati come, in quel punto! E lei irremovibile. E allora io promisi... sì, ebbi paura... e poi pensai a lei - vecchia, senz’ajuto - e a me - sola, senza più la mamma accanto, in un paese che non era il mio...

– E a me non pensasti? a me? a tua figlia?

– Sì, sì, Mario... Ma in quel punto, senza mia madre, sentii di non poter vivere. Ti conoscevo da così poco... ti amavo! sì, ma avevo tanta soggezione di te: io non so, tu, col tuo carattere con la tua serietà, mi avevi domata... io ero una bambina allora... e in quel punto, in quel punto...

– E poi? – domandò egli.

– Poi? Partii con la fiducia che la mamma si sarebbe piegata tra breve, assistendo ogni giorno al mio tormento. Andammo a Neuwied, cioè ci fermammo colà, perché io non potei più proseguire il viaggio; mi ammalai, fui per morire, Mario: quattro mesi a letto. Ah, se tu mi avessi vista, quando mi rialzai! Scrissi allora, sai? di nascosto, scrissi a quel signor Berti che era a Novara, e che veniva qualche volta a trovarci in villa, mi désse notizia della bambina, mi dicesse soltanto: vive! nient’altro; non lo disturberei più, mi indirizzerei in séguito ad altri, e se ad altri non potessi, mi terrei paga d’una sua sola notizia, la meno precisa ma me la desse. Nulla, non ebbi risposta. Attesi, attesi. Poi volli persuadermi che la creaturina fosse morta, e che il Berti, non avesse voluto darmi questa notizia... o che, se viva, ero morta io per lei... almeno fintanto che la mamma... ma vedi: questo mi ripugnava: sperare su la morte della mamma.

– E su quella della figlia, no! per distrarti...

– È vero: mi sono distratta. Dopo la malattia. Mi parve d’uscire da un sogno angoscioso, e che tutto fosse finito. Ma com’io abbia vissuto, non te lo saprei dire. Non lo so nemmeno io: perché non sapevo nulla di voi. E la mamma intanto mi spingeva, mi assediava, cercava ogni mezzo per divagarmi. E se tu ti eri ammogliato? e se la bambina era morta davvero ? Tanti pensieri... tanti sogni... e nulla di certo, né per me, né per voi... Ma sempre dentro di me qualcosa che m’impediva d’accogliere la vita, all’infuori delle minute frivolezze o dei piccoli avvenimenti senza vero interesse e senza scopo. Così ho vissuto fino alla morte della mamma. Che debbo dirti di più?

– A Neuwied! – mormorò il Furri assorto, dopo un lungo silenzio. – Quanto ti ci sei trattenuta?

– Oh, a lungo! Più di un anno. Poi siamo andate a Coblenza.

– Eri dunque a Neuwied! E io ci passai, al ritorno.

– Tu ?

– Io. Venni a cercarti; senza nessuna traccia. Fui a Bonn, a Colonia, a Braunschweig, a Dusseldorf, seguendo qualche indicazione raccolta qua e là. Passai da Neuwied, ritornando in Italia, ma non mi fermai: già non ti cercavo più! Fui anche a Wiesbaden.

– Povero Mario! – fece Anny con tenerezza. – Ma a Wiesbaden eravamo andate in quest’ultimi anni soltanto, per invito dello zio, che è morto, poveretto, due anni fa: era solo, vecchio e infermo: ci volle in casa, dimenticando gli antichi dissapori con la mamma. Dopo un anno e mezzo è morta lei: quattro mesi come l’altro jeri.

– Se ti avessi trovata allora! – sospirò il Furri, alzandosi.

– Ma vedi, ora, – disse Anny, – son venuta a trovarti io.

– A trovare chi? A trovare un morto! Oh Anny! Non vedi? non vedi? Fra tua madre e me e nostra figlia hai scelto quella. Che vuoi ora da me? Tua madre è morta; ma sei morta anche tu per Lauretta!

– Oh no, Mario! – fece con orrore Anny.

– Aspetta. Anny. Vedi: davanti a te, m’è caduto lo sdegno: io non so più parlarti, come forse dovrei. Ma è evidente che tu non sai renderti conto di quello che hai fatto, del tempo che è passato, di tutto quello che è avvenuto in questo tempo. Scommetto, che tu imagini ancora Lauretta come una bambina, ed è alta, sai, quanto te: è una donna davanti a cui tu, se ora la vedessi, resteresti come davanti a una estranea. Per te il tempo non è passato: lo vedo, lo sento. Tu sei ancora come una ragazza - quella di prima e, vedi, parlandoti, mi viene da piangere, perché io sono vecchio, Anny, vecchio, vecchio e finito. No, no, lasciami piangere. Non ho mai pianto. Ma mi vedo davanti ciò che ho perduto, ciò che tu mi hai rubato, e vedi: vorrei qua, sotto i piedi, la fossa di tua madre per calcarci sopra la terra con tutta la forza del mio odio! Ah, nessun fiore, se c’è Dio, crescerà su quella fossa, come nuda e senza un sorriso è stata la culla della figlia mia, e squallida e muta la mia vita, per causa di lei, e tua, e tua... Ti copri la faccia? Ah, c’è da inorridire davvero! Non è, non è reparabile quello che avete fatto. Ora tutto è finito! tutto e per sempre! Non può intenerirmi il tuo pianto. Non ti fo piangere io, ma tua madre. Domandane conto a lei. Ha spezzato la mia vita e la tua: ti ha uccisa per tua figlia. È stata lei: che vuoi ora da me? Io sono morto; non posso farti rivivere. –

Anny era caduta sul canapè e piangeva arrovesciata sulla spalliera. Il Furri passeggiò un tratto per la camera, poi andò presso la finestra e vi si trattenne, fermo nell’odio, contro ogni suggerimento pietoso che potesse venirgli dai singhiozzi di lei. Il cagnolino nero si levò su le quattro zampette sul canapè, cacciando il musetto sotto il braccio della padrona; ma Anny lo respinse col gomito; allora Mopy si rizzò con le due zampette anteriori sul bracciolo, e si mise a ringhiare contro il Furri alla finestra, poi abbaiò. Anny si voltò subito a lui, e se lo strinse al petto piangendo. Il Furri si tolse dalla finestra senza guardare Anny. Entrambi stettero a lungo in silenzio. Poi ella, rimesso alla cuccia il cagnolino, si alzò, prese da una seggiola una valigetta e l’aprì per trarne un altro fazzoletto anch’esso listato di nero, col quale si asciugò a lungo gli occhi. Finalmente disse con durezza nella voce:

– Mia figlia... non debbo vederla?

Il Furri notò l’espressione torva del volto di lei e, urtato dal tono della voce, rispose:

– Te ne nasce tardi il desiderio.

– Io me ne riparto subito! – riprese Anny con la stessa espressione, ma più fiera, e la stessa voce. – Però mia figlia voglio vederla.

E scoppiò di nuovo in singhiozzi, nascondendo la faccia nel fazzoletto.

– Come potrei fartela vedere? – disse il Furri. – E poi, perché?

– Voglio vederla! – insisté Anny tra i singhiozzi. – Anche da lontano, e poi me ne ripartirò.

– Ma io... – fece esitante il Furri.

– Temi che voglia tenderti un agguato? Oh inorridisci tu adesso! Ma è così naturale imaginare codesto sospetto in uno che ha accumulato tant’odio per rovesciarlo senza alcuna considerazione su una morta! Basta, basta... Ogni recriminazione è inutile! Sono accorsa a te, alla figlia, col cuore d’allora: tu me l’hai assiderato. Basta! Comprendo ora anch’io d’aver commesso una follia a venire.

– Sì, – disse il Furri – come un delitto allora, nell’andartene. Questo è il mio giudizio. Delitto - disse allora il mio cuore, quando tornai da Torino alla villetta, ove trovai la bambina abbandonata. Follia - mi costringe ora a dire lo stato in cui sono ridotto ed è veramente così, perché tu, che avresti potuto imaginare com’io dovessi rimanere allora avresti potuto anche supporre come necessariamente dovevi ritrovarmi adesso. Ma non t’è passato neanche per la mente! Tu hai potuto scusare davanti a me quello che hai fatto e addurre come una giustificazione l’essere tornata a noi, dopo tant’anni! Via, via, Anny! Misura il baratro che s’è scavato tra noi due: tu credi di poterlo saltare a piè pari? Ma io non posso, vedi: mi reggo appena su le gambe, io. Basta, basta davvero. Perché vuoi vedere tua figlia? Tu non la conosci...

– Voglio vederla appunto per questo! – esclamò Anny tra le lagrime.

– Lo so, – riprese il Furri. – Ma la ragione dovrebbe imporre un freno a codesto tuo sentimento, nell’interesse tuo stesso.

– No, no! – negò Anny. – Sono venuta qua; so che mia figlia è qua; vuoi che me ne riparta senza vederla?

– Ma non è qua, non è a Roma, ti ripeto.

– Non è vero! Stai in campagna tu? O l’hai nascosta perché hai avuto paura, di’ la verità!

– Ebbene, sì, ma non giova rilevarlo, giacché deve essere così.

– Ah non giova! Per te, si sa. Ma tu andrai a prenderla: voglio vederla, anche dalla finestra: la farai passare di qui, o per via - io non so! Non temere: saprò frenarmi.

– Ebbene... Ma è una follia anche questa, Anny! Ascoltami: io non temo, perché l’affetto o il desiderio che hai di vederla non potrebbe spingerti a commettere un altro delitto: quello d’uccidere in lei l’ideale senza imagine che ella ha della mamma sua; tu le sembreresti pazza, e tutt’al più, come pazza, potresti farle pietà. Ma se ragioni, se la convinci, profanando l’idealità vaga e pura e santa che ha di te morta per lei, non pietà né alcun altro sentimento buono, credilo, potresti muovere in lei. Di questo sono convinto: perciò non temo. Io dicevo per te.

– Oh grazie! Dopo quello che hai detto, ti preoccupi ancora di un’altra spina che mi porterei nel cuore? Quanta carità! E del mio avvenire, adesso, di’, non ti preoccupi? Che sarà di me? Ci penso anch’io.

Tacquero un tratto, tutti e due assorti in questo nuovo pensiero; lui con gli occhi chiusi dolorosamente, nell’atteggiamento di chi è solito crucciarsi in cuore senza parola; lei con gli occhi alle punte aguzze delle scarpine.

– Ora sono sola, – disse come a se stessa. – Tutto questo tempo sono stata... così per aria! un’estranea curiosa e leggera in mezzo alla vita... di qua, di là. Di vero, di concreto intorno a me, nulla: mia madre, che mi teneva posto di tutto, è vero, ma... E la gioventù: un soffio... passata così, senza nulla... – Si levò in piedi di scatto con un’esclamazione indeterminata: – Bah! A Coblenza, sai? più d’uno chiese alla mamma la mia mano... e poi tanti, uh! hanno perduto il tempo a corteggiarmi... Ora me ne ritornerò a Wiesbaden, nella casa che m’ha lasciato lo zio; e chi sa, ci sarà qualche altro ancora - benché io non sia più giovane che vorrà avere la degnazione di credere che forse valga la pena di continuare a perdere un po’ di tempo a corteggiarmi, con fine onesto anche, perché no? sono ricca; potrei permettermi il lusso della franchezza: dichiarare che non sono zitellona come mi si crede, benché non sia né vedova, né maritata... È proprio così! Rimango così! Bisogna dire che rimango male... Mah! Tu in coscienza credi che non puoi né devi fartene un rimorso. Infatti, dici bene: sono voluta andar via io: tu mi avresti sposata subito, allora. Dell’esser io tornata, non vuoi tenere alcun conto: non fa più comodo a te, adesso, di sposarmi: per mia figlia sono morta, e ho commesso una follia a venire. Si deve dunque chiudere così la mia vita? Convieni almeno, via! che la follia che ho commessa non è poi brutta! Sono tornata; mi chiudi la porta in faccia; resto sola, senza più neanche un dolce ricordo, con la memoria soltanto dell’accoglienza che m’hai fatta, e senza alcuno stato. Via, via, lascia che veda mia figlia, mi porterò almeno l’imagine di lei nel cuore; e questa imagine forse... –. Non concluse, ritenuta improvvisamente dal fare, anche a se stessa soltanto, una promessa che poteva esser sacra e che la vita, a una prima svolta, poteva smentire. Domandò: – Come potrò vederla? –.

– Io torno questa sera in campagna, – disse il Furri con voce arida, – domattina sarò a Roma con Lauretta: domani è venerdì... ah; è il venerdì santo! in chiesa... Senti: a San Pietro, domattina, per le funzioni: dalle dieci alle undici. Ti troverai lì; io entrerò con mia figlia, e la vedrai.

– È religiosa?

– Molto, sì

– Allora certo, in chiesa, prega ogni volta per me... E se domani io la vedo inginocchiata, dirò: eccola, prega per me.

– Anny, Anny...

– Vuoi che non pianga? Io non sono morta, come tu le hai fatto credere. E a mia figlia che prega per me non posso neanche dire: sono viva, guardami! sono viva e piango per te.

Attese un tratto, piangendo, che il Furri le dicesse qualcosa; poi si tolse il fazzoletto dagli occhi e vedendolo chiuso nel cordoglio e col volto contratto, si alzò e asciugandosi gli occhi, disse:

– Va’! va’! A domani, dunque... Lasciami sola. Verrai a salutarmi? Partirò domani l’altro: sabato.

– Verrò, – rispose il Furri.

– Intanto, a domani. Addio.

La prima e più tremenda prova era superata. E quantunque il Furri, in treno con la figliuola, si sentisse ancora sotto l’incubo della presenza di colei, pure, come se da quel tuffo violento nel passato e dal cozzo interno di tanti opposti sentimenti un po’ dell’antico vigore si fosse ridestato in lui, notava che egli, non che soffrisse il danno temuto da quell’incontro, ne aveva quasi tratto insperata energia; e, più che compiacersene, se ne stupiva. Uscito il giorno innanzi, come ebbro, dall’albergo, gli era parso, è vero, che tutto gli fosse girato intorno, e aveva avuto appena il tempo e la forza di chiamare una vettura e di salirvi. Ma come aveva saputo poi dominarsi, la sera, in presenza della figliuola!

Ora il rombar cadenzato del treno imponeva quasi un ritmo al turbinare di tante impressioni e di tanti sentimenti in lui. Si sentiva di tratto in tratto ferire acutamente dalla spina del rimorso infertagli dalle ultime parole d’Anny; e allora ripeteva a se stesso: – È passato! è passato! – come se l’aver potuto jeri andar via a tempo, rendesse oggi tardivo e per ciò inutile il rimpianto di non avere ceduto al sentimento di indulgente pietà ispiratogli dalle lagrime di lei. Ma così del resto doveva fare! La dura resistenza, per quanto in certi punti ora a lui stesso crudele, era necessaria. E gli bastava posare lo sguardo sulla figlia che gli sedeva dirimpetto per averne conforto e giustificazione. Lauretta gli parlava, e lui guardandola intentamente chinava di tanto in tanto il capo in segno d’approvazione, pur senz’intendere nulla di ciò che lei gli diceva.

– Ma no! ma no! se non m’ascolti! – gli gridò a un certo punto Lauretta.

– Hai ragione... – fece lui, riscotendosi e andando a sederle accanto. – Ma con questo fracasso...

– E allora perché dici di sì col capo, mentr’io invece dicevo di no, che non può essere?

– Che cosa? Scusami, pensavo...

– Già! Come la signorina Lander, quando le parlo e non mi sente.

– Che cosa? – domandò la sorda, a sua volta, nel vedersi indicata da Lauretta.

– Nulla! nulla! non dico più nulla! – fece questa indispettita, e si mise a guardar fuori.

– Brava Lauretta! Oh, senti: se facciamo a tempo... dopo la compera dell’abito, vuoi che andiamo a San Pietro per le funzioni?

– Bravo papà! – approvò Lauretta. – Ma non facciamo a tempo. Se andassimo prima a San Pietro? Però...

– Che cosa? – ridomandò la sorda, vedendosi guardata da Lauretta.

– Non dico a lei! – rispose questa, accompagnando le parole con un gesto della mano inguantata; e, rivolgendosi al padre, aggiunse: – Che ne facciamo di lei? Non possiamo mica portarcela in chiesa con quel cappellaccio...

– Si sa! – rispose il Furri. – Scendiamo prima a casa, e la lasciamo.

– Ma si fa a tempo?

– A momenti siamo arrivati. Vedi che, se non t’ascoltavo, pensavo di farti un regalo con la mia proposta. E tu, di’ la verità, pensavi al negozio delle stoffe; e a San Pietro, no.

– Non è vero! – negò Lauretta. – Ma se tu, scusa, hai sentito il bisogno di muoverti giusto la settimana santa... Se non fossimo andati via, all’abito forse non ci avrei pensato, e avrei pensato certo d’assistere alle funzioni. Poi supponevo che tu non mi ci volessi accompagnare. Hai tanto da fare, che jeri, prima, hai dimenticato la mia commissione, - fortuna, dico io, perché così scelgo da me e ti faccio spendere il doppio - e poi oggi, non so, mi pareva che avessi la testa tra le nuvole. Figùrati se ti avrei detto: Papà, conducimi a San Pietro.

– Eh, lo sapevo! – disse il Furri ridendo. – Hai sempre ragione tu!

– Vuoi essere ringraziato?

– No no, – rispose egli turbandosi. – Mi ringrazierai dell’abito piuttosto, se mi farai spendere molto.

– Lo spero bene! – esclamò Lauretta.

Il treno, entrato nella stazione quasi scivolando sul binario, s’arrestò di schianto, e la Lander, che già s’era alzata, ricadde improvvisamente a sedere esclamando: – Oh Je’! – mentre il cappellaccio di paglia, urtando contro la spalliera, pùmfete!, le saltava sul naso. Lauretta scoppiò a ridere. Il Furri, che non s’era accorto di nulla, sconvolto alla vista della stazione dal ricordo del giorno innanzi, si voltò di scatto al riso della figlia, colpito: il riso della madre, lo stesso riso! Non l’aveva mai notato.

– Se lei porta cappelli inverosimili! – gridò aspramente alla Lander. E come se la scoperta di quella somiglianza nel riso avesse avuto per lui un significato di condanna, cadde in preda a un’agitazione rabbiosa, di cui la signorina Lander volle per un buon tratto esser vittima ostinandosi a scusare il suo cappello e a incolpare il treno che s’era fermato di schianto, cosa che in Germania, naturalmente, non soleva mai avvenire.

L’agitazione del Furri crebbe di punto in punto, fino a fargli perdere ogni dominio di sè, davanti alla figlia; la quale, stupita dapprima ch’egli avesse potuto prendere in così mala parte l’incidente occorso alla signorina Lander, non intendeva ora perché avesse quell’angosciosa fretta di condurla in chiesa.

– Se non puoi, babbo, lasciamo andare! – gli disse.

– No no! – rispose recisamente il Furri. – Andiamo subito, anzi!

E appena salito in vettura, gli parve che conducesse la figliuola a un sacrifizio entro la chiesa. Non tirava quasi più fiato dall’angoscia. E in quella tortura e in quello smarrimento dei sensi non discerneva più se fosse costernato maggiormente per sé o avesse paura per la figliuola. Più che determinata paura, sentiva sgomento della chiesa, sapendovi in agguato, invisibile, colei, piccola sotto la poderosa vacuità di quell’interno sacro. Traversando la piazza immensa, sporse un po’ il capo a guardar la cordonata della chiesa in fondo: minuscole persone sparse vi salivano e scendevano, altre erano ferme là in alto. Oh se tra queste colei si fosse fermata ad aspettare! Strinse le pugna come per contenere in sé un impeto rabbioso d’odio. Come, come passarle davanti, sotto gli occhi, con la figliuola accanto? - Scese tremando dalla vettura.

– Babbo, tu non ti senti bene, – gli disse Lauretta vedendolo così stravolto e quasi in preda a brividi di febbre. – Torniamo a casa con la stessa vettura.

– No, – rispose, – entriamo! Mi sono troppo strapazzato jeri e oggi. Non è nulla! Dammi il braccio.

A ogni passo, su per l’ampia cordonata, sentiva appesantirsi vieppiù le membra e l’ànsito farsi più frequente e più corto – Aspetta! – diceva alla figlia. Si provava a trarre un largo respiro, guardando intorno rapidamente, e soggiungeva:

– Andiamo, non è nulla, un po’ d’asma.

Introdottisi attraverso la pesante portiera di cuojo nella enorme basilica, egli lanciò uno sguardo fino in fondo; ma Subito la vista gli s’intorbidò quasi perduta nella vastità dell’interno, e chiamò sottovoce: – Lauretta –, stringendo a sè il braccio di lei, quasi senza volerlo o come per prevenirla di qualche cosa. – Lauretta! – ripeté forte, con schianto, quasi trabalzando, nel vedere la figlia lasciare il suo braccio e correre verso la pila a sinistra sorretta dai colossali angeletti. Nello smarrimento, gli parve in un baleno ch’ella accorresse alla madre nascosta lì dietro. Lauretta si voltò interdetta, e tornando a lui sorridente:

– Che sciocca! Dimenticavo che oggi non c’è acqua benedetta. Tu lo sapevi?

– Non mi lasciare, ti prego, – le disse egli non rimesso ancora dall’interno rimescolamento.

– Bella figura, se qualcuno m’ha veduta! – aggiunse Lauretta, guardando intorno.

– Bada a me... bada a me... Dove andiamo? Senti? che cosa cantano?

Dall’ala destra della crociera in fondo venivano le parole confuse del canto.

– Sì, gl’improperia, – disse Lauretta. – Vedi? è tardi. Andiamo qua a sinistra, al Sepolcro.

– Non tra la folla, – pregò lui, vedendo in quest’altra ala della crociera un fitto assembramento di gente curva inginocchiata presso la luminaria densa dell’altare di fianco.

– No, vieni, vieni qua, al di fuori... – rispose lei. – Qua –, e s’inginocchiò presso il padre.

Il Furri a capo chino si provò a volgere gli occhi in giro, ma li riabbassò subito su la figlia inginocchiata, come se volesse nasconderla con lo sguardo. E non osando dirlo a lei, diceva piano piano a se stesso: – Ancora? ancora? – non resistendo più a vederla pregare. Era certo che colei la guardava da un punto forse vicinissimo della chiesa, e gli correvano brividi per la schiena, e tremava tutto, quasi in attesa che da un momento all’altro colei, non sapendo più trattenersi, irrompesse tra la folla silenziosa, piombasse sulla figlia. Ebbe un sussulto e guardò ferocemente una signora, venuta a inginocchiarsi presso Lauretta. Si voltò: uno scalpiccio confuso veniva dall’altro lato della crociera.

– Lauretta... Lauretta... – chiamò.

Ella alzò gli occhi al padre, ancora inginocchiata, e subito sorse in piedi, sgomenta: – Babbo, che hai? –.

– Non resisto più... – balbettò il Furri, ansimando.

Si mossero per la navata di centro; ma si videro venire incontro solenne la processione verso il Sepolcro. Parve al Furri che tutti gli occhi della folla sopravveniente fossero appuntati su lui e sulla figlia, e che tutti gli occhi fossero quelli di colei. In quel punto la madre sconosciuta conosceva certamente la figliuola ignara. Il Furri, impedito d’andare, stretto tra la folla, serrava con una mano convulsa il braccio di Lauretta, e incoscientemente, con gli occhi annebbiati, vaganti in giro, singhiozzava tra sé: – Eccola... eccola... – e cercava, tra tanti, due occhi ben noti, su cui appuntare lo sguardo, come per tenerli lontani. – Eccola... – diceva il suo sguardo a quei due occhi, che non riusciva a scoprire tra la folla: – Eccola, è questa, tua figlia! –. E stringeva vieppiù il braccio di Lauretta. – Questa, la figlia che tu hai abbandonata, che ignora che tu, sua madre, sia qui, vicina, presente... Guardala e passa senza gridare... È mia, mia unicamente... Io solo so quanto mi sia costata, io che l’ho allevata tra le braccia, in vece tua, piangendo tante notti il suo piccolo pianto, nel sentirmela sul petto abbandonata da te...

Vexilla Regis prodent... – intonò in quel momento supremo il coro di ritorno dal Sepolcro; e il Furri che non se l’aspettava, a quelle voci fu quasi per cadere tramortito.

– Andiamo via! andiamo via! – ebbe appena la forza di balbettare alla figlia.

Tornò, il giorno dopo, all’albergo.

– La signora è partita fin da jeri, – gli annunziò il cameriere ossequioso.

– Partita? – disse il Furri come a se stesso; e pensò: "Partita! Ha veduto la figlia? Era in chiesa jeri? O ha seguito il mio consiglio, ed è andata via senza vederla, senza conoscerla? Meglio così! meglio così!"

Ritornò a casa e, aprendo la porta si meravigliò sentendo Lauretta sonare, lieta e ignara, il pianoforte. Si accostò pian piano e, intenerito, si chinò a baciarla sui capelli:

– Suoni?

Lauretta, senza smettere di sonare, reclinò il capo indietro e rispose sorridendo al padre:

– Non senti che hanno slegato le campane?

170  -  L’uccello impagliato

Tranne il padre, morto a cinquant’anni di polmonite, tutti gli altri della famiglia - madre e fratelli e sorelle e zie e zii del lato materno - tutti erano morti di tisi, giovanissimi, uno dopo l’altro.

Una bella processione di bare.

Resistevano loro due soli ancora, Marco e Annibale Picotti; e parevano impegnati a non darla vinta a quel male che aveva sterminato due famiglie.

Si vigilavano l’un l’altro, con gli animi sempre all’erta, irsuti; e punto per punto, con rigore inflessibile seguivano le prescrizioni dei medici, non solo per le dosi e la qualità dei cibi e i varii corroboranti da prendere in pillole o a cucchiai, ma anche per il vestiario da indossare secondo le stagioni e le minime variazioni di temperatura e per l’ora d’andare a letto o di levarsene, e le passeggiatine da fare, e gli altri lievi svaghi compatibili, che avevan sapore anch’essi di cura e di ricetta.

Così vivendo, speravano di riuscire a superare in perfetta salute, prima Marco, poi Annibale, il limite massimo d’età raggiunto da tutti i parenti, tranne il padre, morto d’altro male.

Quando ci riuscirono, credettero d’aver conseguito una grande vittoria.

Se non che, Annibale, il minore, se ne imbaldanzì tanto, che cominciò a rallentare un poco i rigidissimi freni che s’era finora imposti, e a lasciarsi andare a mano a mano a qualche non lieve trasgressione.

Il fratello Marco cercò, con l’autorità che gli veniva da quei due o tre anni di più, di richiamarlo all’ordine. Ma Annibale, come se veramente della morte avesse ormai da guardarsi meno, non avendolo essa colto nell’età in cui ave va colto tutti gli altri di famiglia, non gli volle dar retta.

Erano, sì, entrambi della stessa corporatura, bassotti e piuttosto ben piantati, col naso tozzo, ritto, gli occhi obliqui, la fronte angusta e i baffi grossi; ma lui, Annibale, quantunque minore d’età, era più robusto di Marco; aveva quasi una discreta pancettina, lui, della quale si gloriava; e più ampio il torace, più larghe le spalle. Ora dunque, se Marco, pur così più esile com’era, stava benone, non poteva egli impunemente far getto in qualche trascorso di quanto aveva d’avanzo rispetto al fratello?

Marco, dopo aver fatto il suo dovere, come la coscienza gli aveva dettato, lasciò andare i richiami e le riprensioni, per stare a vedere, senza suo rischio, gli effetti di quelle trasgressioni nella salute del fratello. Che se a lungo andare esse non avessero recato alcun nocumento, anche lui... chi sa! se le sarebbe forse concesse un po’ per volta; avrebbe potuto almeno provare.

Ma che! no, no! orrore! Annibale venne a dirgli un giorno che s’era innamorato e che voleva prender moglie. Imbecille! Con quella minaccia terribile sul capo, sposare? Sposare... chi? la morte? Ma sarebbe stato anche un delitto perdio, mettere al mondo altri infelici! E chi era quella sciagurata che si prestava a un simile delitto? a un doppio, un doppio delitto?

Annibale s’inquietò. Disse al fratello che non poteva assolutamente permettere ch’egli usasse siffatte espressioni verso colei che tra poco sarebbe stata sua moglie; che, del resto, se doveva conservare la vita così a patto di non viverla, tanto valeva che la perdesse: un po’ prima, un po’ dopo, che gl’importava? era stufo, ecco, e basta così.

Il fratello rimase a guardarlo col volto atteggiato di commiserazione e di sdegno, tentennando appena appena il capo. Oh sciocco! Vivere... non vivere... Quasi che fosse questo! Bisognava non morire! E non già per paura della morte; ma perché questa era una feroce ingiustizia, contro alla quale tutto l’essere suo si ribellava, non solamente per sé, ma anche per tutti i parenti caduti, ch’egli con quella sua dura, ostinata resistenza doveva vendicare.

Basta, sì, basta. Non voleva inquietarsi, lui; gli dispiaceva anzi d’essersi in prima alterato e riscaldato. Non più! Non più!

Voleva sposare? Liberissimo! Sarebbe rimasto lui solo a guardare in faccia la morte, senza lasciarsi allettare dalle insidie della vita.

Patti chiari, però. Stare insieme - niente; noje, impicci - niente. Se voleva sposare - fuori! Fuori, perché il fratello maggiore, il capo di casa era lui; e la casa spettava dunque a lui. Tutto il resto sarebbe stato diviso in parti uguali. Anche i mobili di casa, sì. Poteva portarsi via tutti quelli che desiderava; ma pian piano, con garbo, senza sollevar polvere, perché la salute, lui, se la voleva guardare.

Quell’armadio? Ma sì, e anche quel cassettone e la specchiera e le seggiole e il lavabo... sì, sì... Quelle tende? Ma sì, anche quelle... e la tavola grande da pranzo per tutti i floridi figliuoli che gli sarebbero nati, sì, e anche la vetrina con tutto il vasellame. Purché gli lasciasse intatta, insomma, la sua camera con quei seggioloni antichi e il divano, imbottiti di finto cuojo, a cui era affezionato, e quei due scaffali di vecchi libri e la scrivania. Quelli no, quelli li voleva per sé.

– Anche questo? – gli domandò, sorridendo, il fratello.

E indicò tra i due scaffali, un grosso uccello impagliato, ritto su una gruccia da pappagallo; così antico, che dalle penne scolorite non si arrivava più a riconoscere che razza d’uccello fosse stato.

– Anche questo. Tutto quello che sta qua dentro, – disse Marco. – Che c’è da ridere? Un uccello impagliato. Ricordi di famiglia. Lascialo stare!

Non volle dire che, così ben conservato, quell’uccello gli pareva di buon augurio e, per la sua antichità, gli dava un certo conforto, ogni qual volta lo guardava.

Quand’Annibale sposò, egli non volle prender parte alla festa nuziale. Solo una volta, per convenienza, era andato in casa della sposa, e non le aveva rivolto né una parola di congratulazione né un augurio. Gelida visita di cinque minuti. Non sarebbe andato di sicuro in casa del fratello, né al ritorno dal viaggio di nozze, né mai. Si sentiva venir male, un tremito alle gambe, pensando a quel matrimonio.

– Che rovina! che pazzia! – non rifiniva d’esclamare, aggirandosi per l’ampia stanza ben turata, intanfata di medicinali, con gli occhi fissi nel vuoto e tastando con le mani irrequiete i mobili rimasti – che rovina! che pazzia!

Nella vecchia carta da parato erano rimaste e spiccavano le impronte degli altri mobili portati via dal fratello; e quelle impronte gli accrescevano l’impressione del vuoto, nel quale egli, quasi cancellato, vagava come un’anima in pena.

Via, via, no! non doveva scoraggiarsi; non doveva pensarci più a quell’ingrato, a quel pazzo! Avrebbe saputo bastare a se stesso.

E si metteva a fischiare pian piano, o a tamburar con le dita su i vetri della finestra, guardando fuori gli alberi del giardinetto ischeletriti dall’autunno, finché non avvistava lì sullo stesso vetro, su cui tamburellava, oh Dio, una mosca morta, intisichita, appesa ancora per una zampina.

Passarono parecchi mesi, quasi un anno dalle nozze del fratello.

La vigilia di Natale, Marco Picotti sentiva venire dalla strada il suono delle zampogne e dell’acciarino e il coro delle donne e dei fanciulli per l’ultimo giorno di novena davanti alla cappelletta parata di fronde; udiva lo schioppettìo dei due grossi fasci di paglia che ardevano sotto quella cappelletta; e così angosciato, si disponeva ad andare a letto all’ora solita, allorché una furiosa scampanellata lo fece sobbalzare, quasi con tutta la casa.

Una visita d’Annibale e della cognata. Annibale e Lillina.

Irruppero imbacuccati, sbuffanti, e si misero a pestare i piedi per il freddo, e a ridere, a ridere... Come ridevano! Vispi, allegri, festanti.

Gli parvero ubriachi.

Oh, una visitina di dieci minuti, soltanto per fargli gli augurii: non volevano che per causa loro ritardasse neppure d’un minuto l’andata a letto. E... non si poteva intanto aprire, neppure uno spiraglietto, per rinnovare l’aria un tantino là dentro? no, è vero? non si poteva, neppure per un minuto? Oh Dio, e che cos’era là quella bestiaccia, quell’uccellaccio impagliato su la gruccia? E questa? oh, una bilancetta! per le medicine, è vero? carina, carina. E donna Fanny? dov’era donna Fanny?

Per tutti quei dieci minuti, Lillina non si fermò un attimo, saltellando così, di qua e di là, per la camera del cognato.

Marco Picotti rimase stordito come per una improvvisa furiosa folata di vento, che fosse venuta a scompigliargli non solo la vecchia camera silenziosa, ma anche tutta l’anima.

– E dunque... e dunque... – si mise a dire, seduto sul letto? quand’essi se ne furono andati, e si grattava con ambo le mani la fronte: – e dunque...

Non sapeva concludere.

Possibile? Aveva ritenuto per certo che il fratello, subito dopo la prima settimana dalle nozze, dovesse disfarsi, cascare a pezzi. Invece, invece, eccolo là - benone, stava benone; e come lieto! felice addirittura.

Ma dunque? Che non ci fosse più bisogno davvero, neanche per lui di tutte quelle cure opprimenti, di tutta quella paurosa vigilanza? Che potesse anche lui sottrarsi all’incubo che lo soffocava; e vivere, vivere, buttarsi a vivere come il fratello?

Questi, ridendo, gli aveva dichiarato che non seguiva più nessuna cura e nessuna regola. Tutto via! al diavolo, medici e medicamenti!

– Se provassi anch’io?

Se lo propose, e per la prima volta andò in casa d’Annibale.

Fu accolto con tanta festa, che ne rimase per un pezzo balordo. Chiudeva gli occhi e parava le mani in difesa, ogni qualvolta Lillina accennava di saltargli al collo. Ah che cara diavoletta, che cara diavoletta! quella Lillina! Friggeva tutta. Era la vita! Volle per forza che rimanesse a desinare con loro. E quanto lo fece mangiare, e quanto bere! Si levò ebbro, ma più di gioja che di vino.

Quando fu la sera però, appena giunto a casa, Marco Picotti si sentì male. Una forte costipazione di petto e di stomaco, per cui dovette stare a letto parecchi giorni.

Invano Annibale cercò di dimostrargli che questo era dipeso perché se n’era dato troppo pensiero e non s’era buttato con coraggio e con allegria allo sproposito. No, no! mai più! mai più! E guardò il fratello con tali occhi, che Annibale a un tratto... – no, perché? –.

– Che... che mi vedi? – gli domandò, impallidendo, con un sorriso smorto sulle labbra.

Disgraziato! La morte... la morte... Già ne aveva il segno lì, in faccia, il segno che non falla!

Glielo aveva scorto in quell’improvviso impallidire.

I pomelli gli erano rimasti accesi. Spenta l’allegria ecco lì sugli zigomi, i due fuochi della morte, cupi, accesi.

Annibale Picotti morì difatti circa tre anni dopo le nozze. E fu per Marco il colpo più tremendo.

Lo aveva previsto, sì, lo sapeva bene che per forza al fratello doveva andargli a finire così. Ma intanto, che terribile monito per lui, e che schianto!

Non volle arrischiarsi neanche ad accompagnarlo fino al cimitero. Troppo si sarebbe commosso e troppo dispetto, anzi odio gli avrebbero mosso dentro gli sguardi della gente, che da un canto lo avrebbero compassionato e dall’altro gli si sarebbero fitti acutamente in faccia, per scoprire anche in lui i segni del male di che erano morti tutti i suoi, fino a quell’ultimo.

No, egli no, non doveva morire! Egli solo, della sua famiglia, l’avrebbe vinta! Aveva già quarantacinque anni. Gli bastava arrivare fino ai sessanta. Poi la morte - ma un’altra, non quella! non quella di tutti i suoi! - poteva pure prendersi la soddisfazione di portarselo via. Non gliene sarebbe importato più nulla.

E raddoppiò le cure e la vigilanza. Non voleva però in pari tempo che la costernazione assidua, quello starsi a spiare tutti i momenti gli nocesse. E allora arrivò fino a proporsi di fingere davanti a se stesso che non ci pensava più. Sì, ecco, di tratto in tratto, certe parole, come: «Fa caldo» oppure: «Bel tempo» gli venivano alle labbra, sole, non pensate, proprio sole; non che lui le volesse proferire per sentir se la voce non gli si fosse un poco arrochita.

E andava in giro per le ampie stanze vuote della casa antica, dondolando il fiocco della papalina di velluto e fischiettando.

La piccola donna Fanny, la cameriera, che non si sentiva ancora tanto vecchia e in parecchi anni che stava lì a servizio non era per anco riuscita a levarsi dal capo che il padrone avesse qualche mira su lei e per timidezza non glielo sapesse dire; vedendolo gironzare così per casa, gli sorrideva e gli domandava:

– Vuole qualche cosa, signorino?

Marco Picotti la guardava d’alto in basso e le rispondeva, asciutto:

– Non voglio nulla. Soffiatevi il naso!

Donna Fanny si storceva tutta e soggiungeva:

– Capisco, capisco... Vossignoria mi rimprovera perché mi vuol bene.

– Non voglio bene a nessuno! – le gridava allora con tanto d’occhi sbarrati. – Vi dico: soffiatevi il naso, perché pigliate tabacco! E quando uno piglia tabacco, non fa veder certe gocce che pendono dal naso.

Le voltava le spalle, e si rimetteva a fischiettare, dimenando il fiocco e gironzando.

Un giorno, la vedova del fratello ebbe la cattiva ispirazione di fargli una visita.

– Per carità, no! – le gridò lui, premendosi forte le mani sul volto per non vederla piangere, così vestita di nero. – Andate, andate via! Non v’arrischiate più a venire, per carità! Volete farmi morire? Ve ne scongiuro, andate via subito! Non posso vedervi, non posso vedervi!

Un attentato gli parve, quella visita. Ma che credeva colei, ch’egli non pensasse più al fratello? Ci pensava, ci pensava... Soltanto fingeva di non pensarci, perché non doveva, ancora non doveva!

Per tutto un giorno ci stette male. E anche la notte, nello svegliarsi, ebbe un furioso accesso di pianto, di cui la mattina dopo finse di non ricordarsi più. Ilare, ilare, la mattina dopo; fischiettava come un merlo, e ogni tanto:

– «Fa caldo... Bel tempo...»

Quando i baffi, che gli s’erano conservati ostinatamente neri, cominciarono a brizzolarglisi, come già i capelli su le tempie, - anziché affliggersene - ne fu contento, contentissimo. La tisi - poiché tutti i suoi erano morti giovanissimi - gli richiamava l’idea della gioventù. Più se n’allontanava, più si sentiva sicuro. Voleva, doveva invecchiare. Con la gioventù odiava tutte le cose che le si riferivano: l’amore, la primavera. Sopra tutte, la primavera. Sapeva che questa era la stagione più temibile per i malati di petto. E con sorda stizza vedeva rinverdire ingemmarsi gli alberi del giardinetto.

Di primavera non usciva più di casa. Dopo il desinare rimaneva a tavola e si divertiva a far l’armonica coi bicchieri. Se donna Fanny accorreva al suono, come una farfalletta al lume, la cacciava via, aspramente.

Povera donna Fanny! Era proprio vero che quel brutto padrone non le voleva bene. E se n’accorse meglio, quando ammalò gravemente e fu mandata via, a morire all’ospedale. Marco Picotti se ne dolse soltanto perché dovette prendere un’altra cameriera. E gli toccò di cambiarne tante, in pochi anni! All’ultimo, poiché nessuna più lo contentava e tutte si stufavano di lui, si ridusse a viver solo, a farsi tutto da sé.

Arrivò così ai sessant’anni.

Allora la tensione, in cui per tanto tempo aveva tenuto lo spirito, d’un tratto si rilasciò.

Marco Picotti si sentì placato. Lo scopo della sua vita era raggiunto.

E ora?

Ora poteva morire. Ah, sì, morire, morire: era stufo, nauseato, stomacato: non chiedeva altro! Che poteva più essere la vita per lui? Senza più quello scopo, senza più quell’impegno - stanchezza, noja, afa.

Si mise a vivere fuori d’ogni regola, a levarsi da letto molto prima del solito, a uscire di sera, a frequentare qualche ritrovo, a mangiare tutti i cibi. Si guastò un poco lo stomaco, si seccò molto, s’indispettì più che mai alla vista della gente che seguitava a congratularsi con lui del buono stato della sua salute.

L’uggia, la nausea gli crebbero tanto, che un giorno alla fine si convinse che gli restava da fare qualche cosa; non sapeva ancor bene quale; ma certamente qualche cosa, per liberarsi dell’incubo che ancora lo soffocava. Non aveva già vinto? No. Sentiva che ancora non aveva vinto.

Glielo disse, glielo dimostrò a meraviglia quell’uccello impagliato, ritto lì su la gruccia da pappagallo tra le due scansie.

– Paglia... paglia... – si mise a dire Marco Picotti quel giorno’ guardandolo.

Lo strappò dalla gruccia: cavò da una tasca del panciotto il temperino e gli spaccò la pancia:

– Ecco qua, paglia... paglia...

Guardò in giro la camera; vide i seggioloni antichi di finto cuojo divano, e con lo stesso temperino si mise a spaccarne l’imbottitura e a trarne fuori a pugni la borra, ripetendo col volto atteggiato di scherno e di nausea:

– Ecco, paglia... paglia... paglia...

Che intendeva dire? Ma questo, semplicemente. Andò a sedere davanti alla scrivania, trasse da un cassetto la rivoltella e se la puntò alla tempia. Questo. Così soltanto avrebbe vinto veramente.

Quando si sparse in paese la notizia del suicidio di Marco Picotti, nessuno dapprima ci volle credere, tanto apparve a tutti in contraddizione col chiuso testardo furore, con cui fino alla vecchiezza s’era tenuto in vita. Moltissimi, che videro nella camera quei seggioloni e quel divano squarciati, non sapendo spiegarsi né il suicidio né quegli squarci, credettero piuttosto a un delitto, sospettarono che quegli squarci là fossero opera d’un ladro o di parecchi ladri. Lo sospettò prima di tutti l’autorità giudiziaria, che si pose subito a fare indagini e ricerche.

Tra i numerosi reperti trovò un posto d’onore appunto quell’uccello impagliato e, come se potesse giovare a far lume al processo, un bravo ornitologo ebbe l’incarico di definire che razza d’uccello fosse

171  -  Leonora, addio!

A venticinque anni ufficialetto di complemento, Rico Verri si piaceva della compagnia degli altri ufficiali del reggimento, tutti del Continente, i quali, non sapendo come passare il tempo in quella polverosa città dell’interno della Sicilia, s’erano messi attorno come tante mosche all’unica famiglia ospitale, la famiglia La Croce, composta dal padre, don Palmiro, ingegnere minerario (Sampognetta, come lo chiamavano tutti, perché, distratto, fischiava sempre), dalla madre, donna Ignazia, oriunda napoletana, intesa in paese La Generala e chiamata da loro, chi sa poi perché, donna Nicodema; e da quattro belle figliuole, pienotte e sentimentali; vivaci e appassionate: Mommina e Totina, Dorina e Memè.

Con la scusa che in Continente «si faceva così», quegli ufficiali tra lo scandalo e la maldicenza di tutte le altre famiglie del paese, erano riusciti a far commettere a quelle quattro figliuole le più audaci e ridicole matterie; a prendersi con esse certe libertà di cui ogni donna avrebbe arrossito, e anche loro certamente, se non fossero state più che sicure che, proprio, in Continente si faceva così e nessuno avrebbe trovato a ridirci. Se le portavano a teatro nella loro barcaccia e ogni sorella tra due ufficiali era da quello a sinistra sventagliata e contemporaneamente da quello a destra servita in bocca d’una caramella o d’un cioccolatino. In Continente si faceva così. Se il teatro era chiuso, scuola di galanteria e danze e rappresentazioni ogni sera in casa La Croce: la madre sonava a tempesta sul pianoforte tutti i «pezzi d’opera» che avevano sentito nell’ultima stagione, e le quattro sorelle, dotate di discrete vocette, cantavano in costumi improvvisati, anche le parti da uomo, coi buffetti sul labbro fatti con tappi di sughero bruciati e certi cappellacci piumati e le giubbe e le sciabole degli ufficiali. Bisognava vedere Mommina, ch’era la più pienotta di tutte, nella parte di Siebel nel "Faust":

Le parlate d’amore – o cari fior.

I cori li cantavano tutti a squarciagola, anche donna Nicodema dal pianoforte. In Continente si faceva così. E sempre per fare come si faceva in Continente, quando la domenica sera sonava nella villa comunale la banda del reggimento, ognuna delle quattro sorelle si allontanava a braccetto d’un ufficiale per i viali più reconditi a inseguire le lucciole (niente di male! ), mentre «La Generala» restava troneggiando a guardia delle seggiole d’affitto, disposte in circolo, vuote, e fulminava i compaesani che le lanciavano occhiatacce di scherno e di disprezzo, brutti selvaggi che non erano altro, idioti che non sapevano che in continente si faceva così.

Tutto andò bene finché Rico Verri, il quale s’accordava prima con donna Ignazia nell’odio per tutti i selvaggi dell’isola, a poco a poco, innamorandosi sul serio di Mommina, non cominciò a diventare un selvaggio anche lui. E che selvaggio!

Alle feste, alle matterie dei colleghi ufficiali egli veramente non aveva mai partecipato; aveva assistito soltanto, divertendocisi. Non appena aveva voluto provarsi a fare come gli altri, cioè a scherzare con quelle ragazze, subito, da buon siciliano, aveva preso sul serio lo scherzo. E allora, addio spasso! Mommina non poté più né cantare, né ballare, né andare a teatro, e neanche più ridere come prima.

Mommina era buona, la più saggia tra le quattro sorelle, la sacrificata, colei che preparava agli altri i divertimenti e non ne godeva se non a costo di fatiche, di veglie e di tormentosi pensieri. Il peso della famiglia era tutto addosso a lei, perché la madre faceva da uomo, anche quando don Palmiro non era alla zolfara.

Mommina capiva tante cose: prima di tutto, che gli anni passavano; che il padre con quel disordine in casa non riusciva a mettere un soldo da parte; che nessuno del paese si sarebbe mai messo con lei, come nessuno di quegli ufficiali si sarebbe mai lasciato prendere da qualcuna di loro. Il Verri, invece, non scherzava, tutt’altro! e certo l’avrebbe sposata, se ella avesse obbedito a quelle proibizioni, resistito a tutti i costi agli incitamenti, alle pressioni, alla rivolta delle sorelle e della madre. Eccolo là: pallido, fremente, nel vederla assediata, le teneva gli occhi addosso, lì lì per scattare alla minima osservazione di uno di quegli ufficiali. E scattò di fatti una sera, e successe un parapiglia: seggiole per aria, vetri rotti, urli, pianti, convulsioni; tre sfide, tre duelli. Ferì due avversarii e fu ferito dal terzo. Quando, una settimana dopo, ancora col polso fasciato, si ripresentò in casa La Croce, fu investito dalla Generala su tutte le furie. Mommina piangeva; le tre sorelle cercavano di trattenere la madre, credendo più conveniente che intervenisse il padre, invece, a mettere a posto colui che, senz’alcuna veste, s’era permesso di dettar legge in casa d’altri. Ma don Palmiro, sordo, se ne stava al solito a fischiare di là. Svaporate le prime furie, il Verri, per puntiglio, promise che, appena terminato il servizio d’ufficiale di complemento, avrebbe sposato Mommina.

La Generala aveva già chiesto informazioni nella vicina città su la costa meridionale dell’isola e aveva saputo che egli era sì, d’agiata famiglia, ma che il padre aveva fama in paese d’usurajo e d’uomo così geloso, che in pochi anni aveva fatto morir la moglie di crepacuore. Di fronte alla domanda di matrimonio volle perciò che la figlia avesse qualche giorno per riflettere. E tanto lei, quanto le sorelle sconsigliarono Mommina di accettare. Ma Mommina, oltre alle tante cose che capiva, aveva anche la passione dei melodrammi; e Rico Verri... Rico Verri aveva fatto tre duelli per lei; Raul, Ernani, don Alvaro...

né toglier mi potrò

l’immagin sua dal cor...

Fu irremovibile e lo sposò.

Non sapeva a quali patti egli, per la pazzia di spuntarla contro tutti quegli ufficiali, si fosse arreso col padre usurajo, e quali altri avesse con se stesso stabiliti, non solo per compensarsi del sacrificio che gli costava quel puntiglio, ma anche per rialzarsi di fronte ai suoi compaesani, a cui era ben nota la fama che nella città vicina godeva la famiglia della moglie.

Fu imprigionata nella più alta casa del paese, sul colle isolato e ventoso, in faccia al mare africano. Tutte le finestre ermeticamente chiuse, vetrate e persiane; una sola, piccola, aperta alla vista della lontana campagna, del mare lontano. Della cittaduzza non si scorgevano altro che i tetti delle case, i campanili delle chiese: solo tegole gialligne, più alte, più basse, spioventi per ogni verso. Rico Verri si fece venire dalla Germania due diverse serrature speciali; e non gli bastava ogni mattina aver chiuso con quelle due chiavi la porta; stava un pezzo a sospingerla con tutte e due le braccia furiosamente, per assicurarsi che era ben serrata. Non trovò una serva che volesse acconciarsi a stare in quella prigione, e si condannò a scendere ogni giorno al mercato per la spesa, e condannò la moglie ad attendere alla cucina e alle più umili faccende domestiche. Rincasando, non permetteva neppure al ragazzo faservizii di salire in casa; si caricava di tutti i pacchetti e gl’involti della cesta; richiudeva con una spallata la porta e, appena liberatosi del carico, correva a ispezionare tutte le imposte, pur assicurate internamente da lucchetti, di cui egli solo teneva le chiavi.

Gli era divampata, subito dopo il matrimonio, la stessa gelosia del padre, anzi più feroce, esasperata com’era da un pentimento senza requie e dalla certezza di non potersi guardare in alcun modo, per quante spranghe mettesse alla porta e alle finestre. Per la sua gelosia non c’era salvezza: era del passato; il tradimento era lì, chiuso in quella carcere; era in sua moglie, vivo, perenne, indistruttibile; nei ricordi di lei, in quegli occhi che avevano veduto, in quelle labbra che avevano baciato. Né ella poteva negare; ella non poteva altro che piangere e spaventarsi allorché se lo vedeva sopra terribile, Contraffatto dall’ira per uno di quei ricordi che gli aveva acceso la visione sinistra dei sospetti più infami.

– Così, è vero? – le ruggiva sul volto, – ti stringeva così... le braccia, così? la vita... come te la stringeva... così? così? e la bocca? come te la baciava? così?

E la baciava e la mordeva e le strappava i capelli, quei poveri capelli non più pettinati, perché egli non voleva che si pettinasse più, né che più tenesse il busto, né che si prendesse la minima cura della persona.

Non valse a nulla la nascita d’una prima figlia, e poi d’una seconda; crebbe anzi con esse il martirio di lei, e tanto più, quanto più le due povere creaturine man mano, con gli anni, cominciarono a comprendere. Assistevano, atterrite, a quei sùbiti assalti di pazzia furiosa, a quelle scene selvagge, per cui i loro visini si scolorivano e s’ingrandivano i loro occhi smisuratamente.

Ah quegli occhi, in quei visini smorti! Pareva che essi soltanto crescessero, dalla paura che li teneva sempre sbarrati.

Gracili, pallide, mute, andavano dietro alla mamma nell’ombra di quella carcere, aspettando ch’egli uscisse di casa, per affacciarsi con lei a quell’unica finestrella aperta, a bere un po’ d’aria, a guardare il mare lontano e a contarvi nelle giornate serene le vele delle paranze; a guardare la campagna e a contare anche qua le bianche villette sparse tra il vario verde dei vigneti, dei mandorli e degli olivi.

Non erano mai uscite di casa, e avrebbero tanto desiderato di esser là, in mezzo a quel verde, e domandavano alla madre se lei, almeno, fosse mai stata in campagna, e volevano sapere com’era.

Nel sentirle parlare così, non poteva tenersi di piangere, e piangeva silenziosamente, mordendosi il labbro e carezzando le loro testine, finché il cordoglio non le faceva venire l’affanno, un affanno insopportabile, per cui avrebbe voluto balzare in piedi, smaniosa; ma non poteva. Il cuore, il cuore le batteva precipitoso come il galoppo d’un cavallo scappato. Ah, il cuore, il cuore non le reggeva più, fors’anche per tutta quella grassezza, per tutta quella gravezza di carne morta, senza più sangue.

Poteva ormai parere, tra l’altro, uno scherno atroce la gelosia di quell’uomo per una donna a cui, dietro, le spalle non più sostenute dal busto erano quasi scivolate e, davanti, il ventre salito enormemente, quasi a sorreggere il grosso petto floscio; per una donna che s’aggirava per casa, ansante, con lenti passi faticosi, spettinata, imbalordita dal dolore, ridotta quasi materia inerte. Ma egli la vedeva sempre quale era stata tanti anni addietro, quando la chiamava Mommina, o anche Mummì, e subito, proferito il nome, gli veniva di stringerle le bianche e fresche braccia trasparenti sotto il merletto della camicetta nera, stringergliele di nascosto, forte forte, con tutta la veemenza del desiderio, fino a farle emettere un piccolo grido. Nella villa comunale sonava allora la banda del reggimento e il profumo intenso e soave dei gelsomini e delle zàgare, nel caldo alito della sera, inebriava.

Ora la chiamava Momma, o anche, quando pur con la voce la voleva percuotere: – Mò! –.

Per fortuna, da qualche tempo non stava più molto in casa; usciva anche di sera e non rincasava mai prima del tocco.

Lei non si curava affatto di sapere dove andasse. La sua assenza era il più gran sollievo che potesse sperare. Messe a letto le figliuole, ogni sera stava ad aspettarlo affacciata a quella finestretta. Guardava le stelle; aveva sotto gli occhi tutto il paese; una strana vista: tra il chiarore che sfumava dai lumi delle strade anguste, brevi o lunghe, tortuose, in pendio, la moltitudine dei tetti delle case, come tanti dadi neri vaneggianti in quel chiarore; udiva nel silenzio profondo dalle viuzze più prossime qualche suono di passi; la voce di qualche donna che forse aspettava come lei; l’abbajare d’un cane e, con più angoscia, il suono dell’ora dal campanile della chiesa più vicina. Perché misurava il tempo quell’orologio? a chi segnava le ore? Tutto era morto e vano.

Una di queste sere, ritrattasi sul tardi dalla finestretta e vedendo nella camera, buttato scompostamente su una seggiola, l’abito che il marito soleva indossare (era uscito quella sera più presto del solito e s’era vestito d’un altro abito, che teneva riposto per le grandi occasioni), pensò di frugare per curiosità nella giacca, prima di appenderla nell’armadio. Vi trovò uno di quei manifestini di teatro a stampa, che si distribuiscono nei caffè e per le vie. Vi si annunziava per quella sera appunto, nel teatro della città, la prima rappresentazione della «Forza del destino».

Vedere quell’annunzio, leggere il titolo dell’opera, e rompere in un pianto disperato fu tutt’uno. Il sangue le aveva fatto un tuffo, le era piombato d’un tratto al cuore e d’un tratto risalito alla testa, fiammeggiandole innanzi agli occhi il teatro della sua città, il ricordo delle antiche serate, la gioja spensierata della sua giovinezza tra le sorelle.

Le due figliuole si svegliarono di soprassalto e accorsero, spaventate, in camicina. Credevano che fosse ritornato il padre. Vedendo la madre piangere sola, con quel foglietto di carta gialla sulle ginocchia, restarono stupite. Allora ella, non potendo in prima articolar parola, si mise ad agitare quel manifestino, e poi, tranghiottendo le lagrime e scomponendo orribilmente il volto lagrimoso per sforzarlo a sorridere’ cominciò a dire tra i singhiozzi che si mutavano in strani scatti di riso:

– Il teatro... il teatro... ecco qua, il teatro... «La forza del destino». Ah voi, piccoline mie, povere animucce mie, non sapete. Ve lo dico io, ve lo dico io, venite, tornate ai vostri lettucci per non raffreddarvi. Ora ve lo faccio io, sì, sì, ora ve lo faccio io, il teatro. Venite!

E ricondotte a letto le figliuole, tutta accesa in volto e sussultante ancora dai singulti, prese a descrivere affollatamente il teatro, gli spettacoli che vi si davano, la ribalta, l’orchestra, gli scenarii, poi a narrare l’argomento dell’opera e a dire dei varii personaggi, com’erano vestiti, e infine, tra lo stupore delle piccine che la guardavano, sedute sul letto, con tanto d’occhi e temevano che fosse impazzita, si mise a cantare con strani gesti questa e quell’aria e i duetti e i cori, a rappresentar la parte dei varii personaggi, tutta la «Forza del destino»; finché, esausta, con la faccia paonazza dallo sforzo, non arrivò all’ultima aria di Leonora: «Pace, pace, mio Dio». Si mise a cantarla con tanta passione che, dopo i versi

Come il dì primo da tant’anni dura

Profondo il mio soffrir,

non poté andare più avanti: scoppiò di nuovo in pianto. Ma si riprese subito; si alzò, fece ridistendere nei lettucci le figliuole sbalordite e, baciandole e rincalzando le coperte, promise che il giorno appresso, appena uscito di casa il padre, avrebbe rappresentato loro un’altra opera, più bella, «Gli Ugonotti», sì, e poi un’altra, una al giorno! Così le sue care piccine avrebbero almeno vissuto della sua vita di un tempo.

Rincasando dal teatro, Rico Verri notò subito nel volto della moglie un’accensione insolita. Ella temette che il marito la toccasse: si sarebbe accorto allora del fremito convulso che ancora la agitava tutta. Quando, la mattina seguente, egli notò qualcosa d’insolito anche negli occhi delle figliuole, entrò in sospetto; non disse nulla, ma si propose di scoprire se mai ci fosse qualche accordo segreto, sopraggiungendo in casa all’improvviso.

Nel sospetto si raffermò la sera del dì seguente, trovando la moglie disfatta, con un affanno da cavallo, gli occhi schizzanti, il volto congestionato, incapace di reggersi in piedi; e le figliuole addirittura imbalordite.

Tutti «Gli Ugonotti» tutti, dalla prima all’ultima battuta, aveva loro cantato, e non solo cantato, anche rappresentato, sostenendo a volta a volta, e anche a due e tre alla volta, tutte le parti. Le bimbe avevano ancora negli orecchi l’aria di Marcello:

Pif, paf, pif,

Dispersa sen vada

La nera masnada

e il motivo del coro che avevano imparato a cantare insieme con lei:

Al rezzo placido

Dei verdi faggi

Correte, o giovani

Vaghe beltà...

Rico Verri sapeva che da qualche tempo la moglie soffriva di mal di cuore, e finse di credere a un improvviso assalto del male.

Il giorno dopo, rincasando due ore prima del solito, nell’introdurre le due chiavi tedesche nei buchi delle serrature credette di udire strane grida nell’interno della casa; tese l’orecchio; guardò, infoscandosi, le finestre serrate... Chi cantava in casa sua? «Miserere di un uomo che s’avvia...» Sua moglie? Il Trovatore?

Sconto col sangue mio

L’amor che posi in te!

Non ti scordar, non ti scordar di me,

Leonora, addio!

Si precipitò in casa; salì a balzi la scala; trovò in camera, dietro la cortina del letto, il corpo enorme della moglie buttato per terra con un cappellaccio piumato in capo, i buffetti sul labbro fatti col sughero bruciato; e le due figliuole sedute su due seggioline accanto, immobili con le mani su le ginocchia, gli occhi spalancati e le boccucce aperte, in attesa che la rappresentazione della mamma seguitasse.

Rico Verri con un urlo di rabbia s’avventò sopra il corpo caduto della moglie e lo rimosse con un piede.

Era morta.

172  -  Il lume dell’altra casa

Fu una sera, di domenica, al ritorno da una lunga passeggiata.

Tullio Buti aveva preso in affitto quella camera da circa due mesi. La padrona di casa, signora Nini, buona vecchietta all’antica, e la figliuola zitella, ormai appassita, non lo vedevano mai. Usciva ogni mattina per tempo e rincasava a sera inoltrata. Sapevano ch’era impiegato a un Ministero; ch’era anche avvocato; nient’altro.

La cameretta, piuttosto angusta, ammobigliata modestamente, non serbava traccia della abitazione di lui. Pareva che di proposito, con istudio, egli volesse restarvi estraneo, come in una stanza d’albergo. Aveva, sì, disposto la biancheria nel cassettone, appeso qualche abito nell’armadio; ma poi, alle pareti, sugli altri mobili, nulla: né un astuccio, né un libro, né un ritratto; mai sul tavolino qualche busta lacerata; mai su qualche seggiola un capo di biancheria lasciato, un colletto, una cravatta, a dar segno ch’egli lì si considerava in casa sua.

Le Nini, madre e figlia, temevano che non vi durasse. Avevano stentato tanto ad affittare quella cameretta. Parecchi erano venuti a visitarla; nessuno aveva voluto prenderla. Veramente, non era né molto comoda né molto allegra, con quell’unica finestra che dava su una viuzza stretta, privata, e dalla quale non pigliava mai né aria né luce, oppressa come era dalla casa dirimpetto che parava.

Mamma e figliuola avrebbero voluto compensare l’inquilino tanto sospirato con cure e attenzioni, ne avevano studiate e preparate tante, aspettando: – "Gli faremo questo; gli diremo questo" – e così e colà; specialmente lei, Clotildina, la figliuola, tante care finezze, tante care "civiltà" come diceva la madre, oh, ma così, senza secondo fine, aveva studiate e preparate. Ma come usargliele, se non si lasciava mai vedere?

Forse, se lo avessero veduto, avrebbero compreso subito che il loro timore era infondato. Quella cameretta triste, buja, oppressa dalla casa dirimpetto, s’accordava con l’umore dell’inquilino.

Tullio Buti andava per via sempre solo, senza neanche i due compagni dei solitarii più schivi: il sigaro e il bastone. Con le mani affondate nelle tasche del pastrano, le spalle in capo, aggrondato, il cappello calcato fin sogli occhi, pareva covasse il più cupo rancore contro la vita.

All’ufficio, non scambiava mai una parola con nessuno dei colleghi, i quali, tra gufo e orso, non avevano ancora stabilito quale dei due appellativi gli quadrasse di più.

Nessuno lo aveva mai veduto entrare, di sera, in qualche caffè; molti, invece, schivare di furia le vie più frequentate per subito riimmergersi nell’ombra delle lunghe vie diritte e solitarie dei quartieri alti, e scostarsi ogni volta dal muro e girare attorno al cerchio di luce che i fanali projettano sui marciapiedi.

Né un gesto involontario, né una anche minima contrazione dei lineamenti del volto, né un cenno degli occhi o delle labbra tradivano mai i pensieri in cui pareva assorto, la doglia cupa in cui stava così tutto chiuso. La devastazione, che quei pensieri e questa doglia gli dovevano aver fatto nell’anima, era evidentissima nella fissità spasimosa degli occhi chiari, acuti, nel pallore del volto disfatto nella precoce brizzolatura della barba incolta

Non scriveva e non riceveva mai lettere; non leggeva giornali; non si fermava né si voltava mai a guardare, qualunque cosa accadesse per istrada, che attirasse l’altrui curiosità; e se talvolta la pioggia lo coglieva alla sprovvista, seguitava ad andare dello stesso passo, come se nulla fosse. Che stesse a farci così nella vita, non si sapeva. Forse non lo sapeva neppur lui. Ci stava... Non sospettava forse nemmeno, che ci si potesse stare diversamente, o che, a starci diversamente, si potesse sentir meno il peso della noja e della tristezza.

Non aveva avuto infanzia; non era stato giovine, mai. Le scene selvagge a cui aveva assistito nella casa paterna fin dai più gracili anni, per la brutalità e la tirannia feroce del padre, gli avevano bruciato nello spirito ogni germe di vita.

Morta ancora giovane la madre per le atroci sevizie del marito, la famiglia s’era sbandata: una sorella s’era fatta monaca, un fratello era scappato in America. Fuggito anche lui di casa, ramingo, con incredibili stenti s’era tirato sé fino a formarsi quello stato.

Ora non soffriva più. Pareva che soffrisse; ma s’era ottuso in lui anche il sentimento del dolore. Pareva che stesse assorto sempre in pensieri; ma no; non pensava più nemmeno. Lo spirito gli era rimasto come sospeso in una specie di tetraggine attonita, che solo gli faceva avvertire, ma appena, un che d’amaro alla gola. Passeggiando di sera per le vie solitarie, contava i fanali; non faceva altro; o guardava la sua ombra, o ascoltava l’eco dei suoi passi, o qualche volta si fermava davanti ai giardini delle ville a contemplare i cipressi chiusi e cupi come lui, più notturni della notte.

Quella domenica, stanco della lunga passeggiata per la via Appia antica, insolitamente aveva deciso di rincasare. Era ancora presto per la cena. Avrebbe aspettato nella cameretta che il giorno finisse di morire e si facesse l’ora.

Per le Nini, madre e figlia, fu una gratissima sorpresa. Clotildina, dalla contentezza, batté anche le mani. Quale delle tante cure e attenzioni studiate e preparate, quale delle tante finezze e «civiltà» particolari, usargli prima? Confabularono mamma e figliuola: a un tratto Clotildina pestò un piede, si batté la fronte. Oh Dio, il lume, intanto! Prima di tutto bisognava recargli un lume, quello buono, messo apposta da parte, di porcellana coi papaveri dipinti e il globo smerigliato. Lo accese e andò a picchiare discretamente all’uscio dell’inquilino. Tremava tanto, per l’emozione, che il globo, oscillando, batteva contro il tubo, che rischiava d’affumicarsi.

– Permesso? Il lume.

– No, grazie, – rispose il Buti, di là. – Sto per uscire.

La zitellona fece una smorfietta, con gli occhi bassi, come se l’inquilino potesse vederla, e insistette:

– Sa, ce l’ho qua. Per non farla stare al bujo.

Ma il Buti ripeté, duro:

– Grazie, no.

S’era seduto sul piccolo canapè dietro al tavolino, e sbarrava gli occhi invagati nell’ombra che a mano a mano s’addensava nella cameretta, mentre ai vetri smoriva tristissimo l’ultimo barlume del crepuscolo.

Quanto tempo stette così, inerte, con gli occhi sbarrati, senza pensare, senza avvertire le tenebre che già lo avevano avvolto?

Tutt’a un tratto, vide.

Stupito, volse gli occhi intorno. Sì. La cameretta s’era schiarata all’improvviso, d’un blando lume discreto, come per un soffio misterioso.

Che era? Com’era avvenuto?

Ah, ecco. Il lume dell’altra casa. Un lume or ora acceso nella casa dirimpetto: l’alito d’una vita estranea, ch’entrava a stenebrare il bujo, il vuoto, il deserto della sua esistenza.

Rimase un pezzo a mirare quel chiarore come alcunché di prodigioso. E un’intensa angoscia gli serrò la gola nel notare con quale soave carezza si posava là sul suo letto, su la parete, e qua su le sue mani pallide, abbandonate sul tavolino. Gli sorse in quell’angoscia il ricordo della sua infanzia oppressa, di sua madre. E gli parve come se la luce di un’alba lontana, spirasse nella notte del suo spirito.

Si alzò, andò alla finestra e, furtivamente, dietro ai vetri, guardò là, nella casa dirimpetto, a quella finestra donde gli veniva il lume.

Vide una famigliuola raccolta intorno al desco: tre bambini, il padre già seduti, la mamma ancora in piedi, che stava a ministrarli, cercando - com’egli poteva argomentare dalle mosse - di frenar l’impazienza dei due maggiori che brandivano il cucchiajo e si dimenavano su la seggiola. L’ultimo stirava il collo, rigirava la testina bionda: evidentemente, gli avevano legato troppo stretto al collo il tovagliolo; ma se la mammina si fosse affrettata a dargli la minestra, non avrebbe più sentito il fastidio di quella legatura troppo stretta. Ecco, ecco, infatti: ih, con quale voracità s’affrettava a ingollare! tutto il cucchiajo si ficcava in bocca. E il babbo, tra il fumo che vaporava dal suo piatto, rideva. Ora si sedeva anche la mammina, lì, proprio dirimpetto. Tullio Buti fece per ritrarsi, istintivamente, nel vedere che ella, sedendo, aveva alzato gli occhi verso la finestra; ma pensò che, essendo al bujo, non poteva esser veduto, e rimase lì ad assistere alla cena di quella famigliuola, dimenticandosi affatto della sua.

Da quel giorno in poi, tutte le sere, uscendo dall’ufficio, invece d’avviarsi per le sue solite passeggiate solitarie, prese la via di casa; aspettò ogni sera che il bujo della sua cameretta s’inalbasse soavemente del lume dell’altra casa, e stette lì, dietro ai vetri, come un mendico, ad assaporare con infinita angoscia quell’intimità dolce e cara, quel conforto familiare, di cui gli altri godevano, di cui anch’egli, bambino, in qualche rara sera di calma aveva goduto, quando la mamma... la mamma sua... come quella...

E piangeva.

Sì. Questo prodigio operò il lume dell’altra casa. La tetraggine attonita, in cui lo spirito di lui era rimasto per tanti anni sospeso, si sciolse a quel blando chiarore.

Non pensò, intanto, Tullio Buti, a tutte le strane supposizioni che quel suo starsene al bujo doveva far nascere nella padrona di casa e nella figliuola.

Due altre volte Clotildina gli aveva profferto il lume, invano. Avesse almeno acceso la candela! Ma no, neppure. Che si sentisse male? Aveva osato domandarglielo Clotildina con tenera voce, dall’uscio, la seconda volta ch’era accorsa col lume Egli le aveva risposto:

– No; sto bene così.

Alla fine... ma sì, santo Dio, scusabilissima! aveva spiato dal buco della serratura, Clotildina e, con maraviglia, veduto anche lei nella cameretta dell’inquilino il chiarore diffuso dal lume dell’altra casa: della casa dei Masci appunto, e veduto lui, lui ritto dietro ai vetri della finestra, intento a guardare lì, nella casa dei Masci.

Clotildina era corsa, tutta sossopra, ad annunziare alla mamma la grande scoperta:

– Innamorato di Margherita! di Margherita Masci! Innamorato!

Qualche sera dopo, Tullio Buti, mentre se ne stava a guardare, vide con sorpresa in quella stanza dirimpetto, ove la famigliuola al solito - ma senza il babbo, quella sera se ne stava a cenare, vide entrare la signora Nini sua padrona di casa, e la figliuola, accolte come amiche di antica data.

A un certo punto, Tullio Buti si ritrasse d’un balzo dalla finestra, turbato, ansante.

La mammina e i tre piccini avevano alzato gli occhi verso la sua finestra. Senza dubbio, quelle due si erano messe a parlare di lui.

E ora? Ora tutto forse era finito! La sera appresso, quella mammina, o il marito, sapendo che nella cameretta di contro c’era lui così misteriosamente al bujo, avrebbero accostato gli scuri; e così d’ora in poi non gli sarebbe venuto più quel lume di cui viveva, quel lume ch’era il suo godimento innocente e il suo unico conforto.

Ma non fu così.

Quella sera stessa, allorché il lume di là fu spento, ed egli, piombato nella tenebra, dopo avere atteso ancora un poco che la famigliuola fosse andata a letto, si recò ad aprire cautamente la vetrata della finestra per rinnovare l’aria, vide anche aperta la finestra di là; vide poco dopo (e ne ebbe nel bujo un tremore di sgomento) vide affacciarsi a quella finestra la donna, forse incuriosita di quanto avevano detto di lui le Nini, mamma e figliuola.

Quei due fabbricati altissimi, che aprivano l’uno contro l’altro così da presso gli occhi delle loro finestre, non lasciavano vedere né, in alto, la striscia chiara di cielo, né, in basso, la striscia nera di terra, chiusa all’imboccatura da un cancello; non lasciavano mai penetrare né un raggio di sole, né un raggio di luna.

Ella, dunque, là, non poteva essersi affacciata che per lui, e certo perché s’era accorta che egli s’era affacciato a quella sua finestra spenta.

Nel bujo, potevano discernersi appena. Ma egli da un pezzo la sapeva bella; ne conosceva già tutte le grazie delle mosse, i guizzi degli occhi neri, i sorrisi delle labbra rosse.

Più che altro, però, quella prima volta, per la sorpresa che lo sconvolgeva tutto e gli toglieva il respiro di un fremito d’inquietudine quasi insostenibile, provò pena; dovette fare uno sforzo violento su se stesso per non ritirarsi! per aspettare che si ritirasse lei per la prima.

Quel sogno di pace, d’amore, d’intimità dolce e cara, di cui aveva immaginato dovesse godere quella famigliuola: di cui per riflesso aveva goduto anche lui; crollava, se quella donna, di furto, al bujo, veniva alla finestra per un estraneo. Questo estraneo, sì, era lui.

Eppure, prima di ritirarsi, prima di richiudere la vetrata ella gli bisbigliò:

– Buona sera!

Che avevano fantasticato di lui le due donne che lo ospitavano, da suscitare e accendere così la curiosità di quella donna? Che strana, potente attrazione aveva operato su lei il mistero di quella sua vita chiusa, se fin dalla prima volta, lasciando di là i suoi piccini, era venuta a lui, quasi a tenergli un po’ di compagnia?

L’uno di faccia all’altra, benché avessero entrambi schivato di guardarsi e avessero quasi finto davanti a se stessi d’essere alla finestra senza alcuna intenzione, tutti e due ne era certo - avevano vibrato dello stesso tremito d’ignota attesa, sgomenti del fascino che così da vicino li avvolgeva nel bujo.

Quando, a sera tarda, egli richiuse la finestra, ebbe la certezza che la sera dopo ella, spento il lume, si sarebbe riaffacciata per lui. E così fu.

D’allora in poi Tullio Buti non attese più nella sua cameretta il lume dell’altra casa; attese con impazienza, invece, che quel lume fosse spento.

La passione d’amore, non mai provata, divampò vorace, tremenda nel cuore di quell’uomo per tanti anni fuori della vita, e investì, schiantò, travolse come in un turbine quella donna.

Lo stesso giorno che il Buti sloggiò dalla cameretta delle Nini, scoppiò come una bomba la notizia che la signora del terzo piano della casa accanto, la signora Masci, aveva abbandonato il marito e i tre figliuoli.

Rimase vuota la cameretta, che aveva ospitato per circa quattro mesi il Buti; rimase spenta per parecchie settimane la stanza dirimpetto, ove la famigliuola soleva ogni sera raccogliersi a cena.

Poi il lume fu riacceso su quel triste desco, attorno al quale un padre istupidito dalla sciagura mirò i visi sbigottiti di tre bimbi che non osavano volgere gli occhi all’uscio, donde la mamma soleva entrare ogni sera con la zuppiera fumante.

Quel lume riacceso sul triste desco tornò allora a rischiarare, ma spettrale, la cameretta di contro, vuota.

Se ne sovvennero, dopo alcuni mesi dalla loro crudele follia, Tullio Buti e l’amante?

Una sera le Nini, spaventate, si videro comparir dinanzi, stravolto e convulso, il loro strano inquilino. Che voleva? La cameretta, la cameretta, se era ancora sfitta! No, non per sè, non per starci! per venirci un’ora sola, un momento solo almeno, ogni sera, di nascosto! Ah, per pietà, per pietà di quella povera madre che voleva rivedere da lontano, senz’esser veduta, i suoi figliuoli! Avrebbero usato tutte le precauzioni; si sarebbero magari travestiti; avrebbero colto ogni sera il momento che nessuno fosse per le scale; egli avrebbe pagato il doppio, il triplo la pigione, per quel momento solo.

No. Le Nini non vollero acconsentire. Solo, finché la cameretta restava sfitta, concessero che qualche rara volta... - oh, ma per carità, a patto che nessuno li avesse scoperti! Qualche rara volta...

La sera dopo, come due ladri, essi vennero. Entrarono quasi rantolanti nella cameretta al bujo, e attesero, attesero che s’inalbasse ancora del lume dell’altra casa.

Di quel lume dovevano vivere ormai, così, da lontano.

Eccolo!

Ma Tullio Buti non poté in prima sostenerlo. Lei, invece, coi singhiozzi che le gorgogliavano in gola, lo bevve come un’assetata, si precipitò ai vetri della finestra, premendosi forte il fazzoletto su la bocca. I suoi piccini... i suoi piccini... i suoi piccini, là... eccoli... a tavola...

Egli accorse a sorreggerla, e tutti e due rimasero lì, stretti, inchiodati, a spiare.

173  -  Leviamoci questo pensiero

Nella camera mortuaria erano raccolti tutti i parenti il padre vecchissimo, le sorelle coi loro mariti, i fratelli con le loro mogli e i figliuoli più grandi; e chi piangeva silenziosamente, col fazzoletto sogli occhi; e chi, scotendo amaramente il capo, appena appena, con gli angoli della bocca contratti in giù, mirava sul letto tra i quattro ceri la povera morta cosparsa di fiori, con un piccolo crocefisso d’argento e la corona del rosario di grani rossi tra le mani dure, livide, composte a forza sul petto.

Bernardo Sopo, il marito, passeggiava nella camera accanto.

Di larghe spalle, quantunque povero e tardo di gambe, calvo e barbuto come un padre cappuccino, con gli occhi socchiusi, le lenti dimenticate su la punta del naso, le mani a tergo, passeggiava; si fermava di tratto in tratto, diceva

– Ersilia... poveretta...

Si rimetteva a passeggiare, e poco dopo si rifermava per ripetere:

– Poveretta.

Il suono de’ suoi passi, il suono della sua voce, in quella che non pareva neppure un’esclamazione di compianto, ma quasi una conclusione ragionata, urtavano i parenti muti e raccolti nel cordoglio. Urtava peggio la sua presenza, ogni qual volta egli veniva a fermarsi un momento su la soglia e, col capo reclinato indietro e gli occhi tra i peli, guardava tutti in giro, come per compassione di quello spettacolo di morte, ch’essi stavano lì a rappresentare sinceramente, quasi per esercizio d’un dovere, oh tristissimo sì, ma al tutto inutile.

E appena egli voltava le spalle per rimettersi a passeggiare nella stanza accanto, tutti avevano l’impressione che, così passeggiando, quell’uomo stesse ad aspettare, con forzata pazienza, che si finisse una buona volta di piangere.

A un certo punto lo videro entrare nella camera con un’aria che gli conoscevano bene, aria di rassegnazione, ma testarda, con la quale sfidava le proteste e accoglieva le ingiurie di tutti, come un asino le nerbate senza rimuoversi d’un passo dall’orlo del precipizio.

Quasi quasi temettero che andasse a soffiare sui quattro ceri per spegnerli, come a dire che lo spettacolo era già durato abbastanza e poteva aver fine.

Di tanto tutti quei parenti stimavano capace Bernardo Sopo. E certo, se fosse dipeso da lui - no’ spenti no, spenti mai - ma non sarebbero stati certo accesi quei ceri, né sparsi quei fiori, né posti in mano alla morta quel crocefisso e quella corona di grani rossi. Non per la ragione, però, che con maligno animo sospettavano i parenti.

Bernardo Sopo si accostò al suocero e lo pregò di recarsi con lui, per un momento, nello scrittojo.

Qua, la vista dei mobili quieti, in penombra, che non sapevano nulla di quanto era accaduto di là, lo fece sbuffare, specialmente la vista degli scaffali pieni zeppi di pesanti libri di filosofia. Aperto un cassetto della scrivania, ne trasse una cartella di rendita intestata alla moglie defunta, e la porse al suocero.

Questi, stordito dalla sciagura, guardò coi calvi occhi, insanguati nel pianto, prima quella cartella, poi il genero, senza comprendere.

– La dote d’Ersilia, – gli disse il Sopo.

Il vecchio, sdegnato, buttò la cartella su la scrivania e, poiché anche lì, non reggendosi in piedi, era cascato a sedere su la prima seggiola, si levò come sospinto da una susta, per ritornare alla camera mortuaria. Ma Bernardo Sopo, strizzando dolorosamente gli occhi e protendendo le mani, cercò di trattenerlo.

– Per carità, – pregò. – Tutto quello che si deve fare...

– Ma piangere! – gli gridò il vecchio, – piangere! piangere per ora, e niente altro!

Bernardo Sopo tornò a strizzare dolorosamente gli occhi, per pietà profonda di quel povero vecchio, di quel povero padre; ma poi sollevò la faccia, sollevò il petto, trasse con le nari quanta più aria poté, e quindi, votandosene, con gesto di sconsolata stanchezza, disse:

– A che giova?

Non avendo avuto figliuoli dalla moglie, egli doveva restituire la dote.

Bisognava che si levasse questo pensiero.

Un altro pensiero, che non gli pareva l’ora di levarsi, era quello della casa. Morta la moglie e dovendo restituire la dote, egli con quel che aveva di suo e coi tanti pesi che aveva addosso, non poteva più sostenerne la pigione. Quella casa, per altro, sarebbe stata troppo grande per lui, che restava ormai solo. Per fortuna, essa figurava come locata alla moglie; sicché dunque il contratto, con la morte di questa, si scioglieva naturalmente.

Ma c’erano i mobili, i mobili, tutti quei mobili di cui la povera morta, che amava gli agi, aveva ingombrato le stanze fin negli angoli più riposti. E Bernardo Sopo se li sentiva come tanti macigni sul petto.

Ci mancavano ancora sei giorni a finire il mese. La pigione di quel mese era pagata; non avrebbe voluto pagare quella del mese venturo a cagione di tutti quei mobili là, di cui non sapeva che farsi. Aveva già stabilito d’andarsene in una camera mobiliata. Intanto, come far presto? Per levarsi quest’altro pensiero dei mobili, bisognava che prima la moglie fosse portata via al camposanto; e dovevano passare almeno quarantotto ore, per espressa volontà dei parenti, morta com’era all’improvviso, di paralisi cardiaca.

– Quarantotto ore, – diceva tra sè Bernardo Sopo, seguitando a passeggiare con gli occhi socchiusi e grattandosi il mento con la mano irrequieta tra i peli della folta barba da padre cappuccino. – Quarantotto ore! Come se la povera Ersilia potesse non esser morta davvero! Purtroppo è morta! Purtroppo per me, non per lei. Ah lei sì, povera Ersilia, se l’è levato questo pensiero della morte. Mentre noi qua, ora... Tutte queste sciocchezze da fare; e che si devono fare! la veglia al cadavere, sicuro, e i ceri e i fiori e i funerali in chiesa e il trasporto e il seppellimento. Quarantotto ore!

E non badando alle torve occhiate che tutti gli lanciavano per quel che or ora il suocero era tornato a riferire su la cartella della dote, seguitò a dimostrare in tutti i modi la smania, l’affanno che quell’attesa forzata gli cagionava.

Assillato dalla sollecitudine, non trovava requie; s’accostava a questo e a quello dei parenti più intimi della defunta, irresistibilmente tratto dall’idea di proporgli qualcuna delle tante cose che si dovevano fare; ma subito avvertiva in quello la repulsione, l’urto. Non se n’aveva per male. Già c’era avvezzo. Del resto riconosceva che quella repulsione, quell’urto erano naturali verso uno che, come lui, stava a rappresentare le dure necessità dell’esistenza. Comprendeva e compativa. Gli restava un pezzo accanto, a guardarlo attraverso le pàlpebre semichiuse, inerte, ingombrante, soffocante, finché non provocava con uno sbuffo la domanda:

– Mi vuoi?

Accennava di sì col capo, mestamente, e con aria stanca, abbattuta, se lo portava a passeggiare nella sala da pranzo.

Qua, dopo essere andato due o tre volte su e giù, esclamando a tratti: "La vita, caro, che tristezza!" "La vita... che miseria!" oppure di nuovo: "Ersilia... poveretta..." si fermava e, con atteggiamento umile e pietoso, o fingendosi all’improvviso distratto, sospirava:

– Tu, se vuoi, caro, potresti prenderti intanto queste due vetrine col servizio da tavola e la cristalliera; anche la credenza, se vuoi.

L’offerta, in quel punto, col cadavere ancor 1ì presente, pareva a quello un insulto, anzi peggio, un pugno sul petto. E senza avere altra risposta, che uno sguardo di disgusto, d’abominazione, Bernardo Sopo si vedeva lasciato in asso.

Il che però non gli toglieva l’animo d’accostarsi, poco dopo, a un altro dei parenti più intimi e di portarselo a passeggiare nel salotto per proporgli a un certo punto, come a quell’altro:

– Se ti piacciono questo canapè e queste poltroncine, puoi prenderle, sai, caro!

Finché, vedendo che tutti a un modo i più intimi gli si rivoltavano scandalizzati, non cominciò a profferire i mobili e gli oggetti della casa ai meno intimi e anche a qualche estraneo, amico di casa, i quali, con minor scrupolo, ma pur perplessi e timidi, lo ringraziavano. Bernardo Sopo troncava subito i ringraziamenti con un gesto della mano alzava le spalle per significare che non dava alcuna importanza al regalo, e soggiungeva:

– Dovresti affrettarti piuttosto a farli portar via; mi preme di sgombrare al più presto.

Quegli altri allora presero a fulminarlo dalla camera mortuaria con certi occhiacci da spiritati e a dar segni d’ira e di sdegno e di dispetto, per un altro verso.

No, non avevano diritto, nessun diritto su quei mobili che appartenevano a lui soltanto, a Bernardo Sopo; ma perdio, era un’indecenza!

E a uno a uno, non riuscendo più a trattenersi, balzarono da sedere e corsero a investirlo, a gridargli tra i denti che doveva vergognarsi, di quel che stava facendo, vergognarsi come si vergognavano per lui quelli stessi che, nell’imbarazzo, non avevano saputo opporsi alle profferte. Li chiamavano in testimonianza

– È vero? è vero?

Quelli si stringevano nelle spalle, con un sorriso afflitto su le labbra.

– Ma certo! ognuno! – esclamavano allora i parenti. – Sono mortificazioni!

E Bernardo Sopo, sempre con gli occhi chiusi, aprendo le braccia:

– Ma scusate, perché, cari, perché? Io mi spoglio... Per me è finita, cari miei! Bisogna che non ci pensi più! So quello che porto addosso. Lasciatemi fare. Son cose che si devono fare.

Quelli gridavano:

– Va bene, si devono fare: ma a tempo e a luogo, perdio!

E allora lui, per troncare il discorso, rimettendosi:

– Capisco... capisco...

Ma non capiva affatto; o piuttosto, capiva questo soltanto ch’era una debolezza quell’indugio che si voleva frapporre; una debolezza, come tutto quel pianto là.

Lo credevano senza cuore, perché egli non piangeva. Ma dimostrava forse il pianto la intensità del dolore? Dimostrava la debolezza di chi soffre. Chi piange vuol far conoscere che soffre, o vuole intenerire, o chiede conforto e commiserazione. Egli non piangeva, perché sapeva che nessuno avrebbe potuto confortarlo, e che era inutile ogni commiserazione. Né c’era da aver pena per quelli che se n’andavano. Fortunati da invidiare, anzi!

La vita era per Bernardo Sopo profondamente oscura; la morte, uno sbuffo di più densa tenebra nell’oscurità. Né al lume della scienza per la vita né al lume della fede per la morte riusciva a dar credito; e in tanta oscurità non vedeva profilarsi altro, a ogni passo, che le sgradevoli, dure, ispide necessità dell’esistenza, a cui era vano tentar di sottrarsi, e che si dovevano subito perciò affrontare o subire, per levarsene al più presto il pensiero.

Ecco, sì, levarsene il pensiero! Tutta la vita non era altro che questo: un pensiero, una sequela di pensieri da levarsi. Ogni indugio era una debolezza.

Tutti quei parenti che s’indignavano, sapevan pur bene che egli era stato sempre così. Quante volte non li aveva fatti ridere la loro Ersilia, raccontando con festosa esagerazione le furiose avventure della sua vita coniugale con quell’uomo, il quale, poveretto, che poteva farci? aveva in corpo la smania, la frenesia di levarsi tutti i pensieri, appena gli si affacciassero alla mente come un’ineluttabile necessità. Anche, anche a letto, sì, tutti i pensieri! Ed ella, la poverina, si rappresentava come una cagnetta stanca, in corsa perpetua, dietro a lui, sempre con tanto di lingua fuori.

Si doveva andare a teatro? Quell’uomo non aveva più requie. Non già perché gli premesse il teatro; anzi al contrario! Il pensiero d’andarci diventava per lui un tale incubo, che non gli pareva l’ora di levarselo; e, sissignori, ogni volta, un’ora prima, nel palco, al bujo, ad aspettare!

Si doveva partire? Misericordia di Dio! Un precipizio. Bauli, valige, fagotti; caccia, cocchiere! corri, facchino! E i sudori! e i sudori! e quante cose smarrite, e quante dimenticate, per arrivare alla stazione due ore prima della partenza del treno! Non già perché temesse di perdere la corsa, ma perché non poteva più aspettare in casa, neanche un minuto, con quel pensiero della partenza che lo assillava.

E quante volte non s’era presentato in casa con un fagotto di cinque o sei paja di scarpe, per levarsi per un pezzo il pensiero di comperarle! Era forse l’unico dei contribuenti che pagasse tutte in una volta per l’annata le rate delle tasse, sempre il primo dietro gli sportelli dell’esattoria. Per miracolo, all’alba del giorno segnato per il pagamento della prima rata, non andava a svegliare in casa l’esattore.

Sempre, nel vederlo assaettato così in tutte le faccende, aveva cercato di arrestarlo la povera Ersilia; poi, quando lo vedeva stanco o smanioso, con tanto tempo avanti a sé che non sapeva più come riempire, gli domandava:

– Vedi? Ti sei levato il pensiero. Bebi mio; e ora? e ora?

A questa domanda Bernardo Sopo si metteva a scuotere il capo, sempre con gli occhi chiusi.

Non voleva confessare, non che agli altri, ma nemmeno a se stesso, che nel fondo più recondito di quella oscurità che si sentiva dentro e che né il lume della scienza né quello della fede riuscivano mai a stenebrare neppur d’un primo frigido pallor d’alba, gli palpitava come un’ansia indefinibile, l’ansia di un’attesa ignota, un presentimento vago, che nella vita ci fosse da fare qualche cosa, che non era mai quella delle tante a cui correva dietro per levarsene subito il pensiero. Ma pur troppo, sempre, quando di queste s’era levato il pensiero, restava come sospeso e anelante in un vuoto smanioso. Gli rimaneva quell’ansia, dentro: ma l’attesa, ahimè, era sempre vana, sempre.

E gli anni erano passati e passavano, e Bernardo Sopo, oggi più stanco e più stufo di jeri, ma pur non meno obbediente a tutte le più dure necessità dell’esistenza, anzi tanto più obbediente quanto più stanco e più stufo, non riusciva a comprendere che proprio per questo, proprio per obbedire a quelle necessità, si stesse nella vita.

Possibile che non ci fosse da fare altro? che si fosse venuti su la terra e ci si stesse per questo?

Oh sì, c’erano i sogni dei poeti, le architetture mentali dei filosofi, le scoperte della scienza. Ma a Bernardo Sopo parevano tutti scherzi, questi, scherzi graziosi o scherzi ingegnosi, illusioni. Che concludevano?

S’era convinto, man mano sempre più, che l’uomo su la terra non poteva concluder nulla, che tutte le conclusioni a cui l’uomo credeva d’esser venuto, erano per forza illusorie o arbitrarie.

L’uomo è nella natura, è la natura stessa che pensa, che produce in lui i suoi frutti di pensiero, frutti secondo le stagioni anch’essi, come quelli degli alberi, effimeri forse un po’ meno, ma effimeri per forza. La natura non può concludere, essendo eterna; la natura, nella sua eternità, non conclude mai. E dunque, neppur l’uomo!

Se n’accorgeva bene Bernardo Sopo, quando, nel tempo che sempre gli avanzava, si astraeva dalle volgari contingenze, dalle brighe quotidiane, dai doveri che s’era imposti, dalle abitudini che s’era tracciate, e allargava i confini della consueta visione della vita e si sollevava, spassionato, a contemplare da questa altezza tragica e solenne la natura. S’accorgeva che, per concludere, l’uomo si metteva un paraocchi, che gli facesse vedere per alcun tempo una cosa sola; ma, quando credeva di averla raggiunta, non la trovava più, perché, levandosi quel paraocchi e scoprendoglisi la vista di tutte le cose intorno, addio conclusione!

Che restava dunque a non volersi illudere coscientemente, quasi per uno scherzo? Ahimè, nient’altro che le dure necessità dell’esistenza, da subire o da affrontare subito per levarsene il pensiero al più presto. Ma allora, tanto valeva uccidersi, per levarsi subito il pensiero di tutto. Bravo, sì! uccidersi... Poterlo fare! Bernardo Sopo non poteva: la sua vita era purtroppo una necessità, di cui non si poteva levare il pensiero. Aveva fuori tanti parenti poveri, per cui doveva vivere.

Dopo il trasporto e il seppellimento della moglie, riuscito a spogliarsi di tutto nei pochi giorni che restavano a finire il mese, si ridusse a viver solo, miseramente, in una cameretta d’affitto.

Nessuno dei parenti della moglie volle più sapere di lui. Né egli se ne dolse.

Si sbarazzò subito di moltissime necessità che, anche vivendo la moglie, aveva sempre stimate superflue, ma accettate per lei, subite o affrontate col solito coraggio e la solita rassegnazione. Si restrinse in tutte le spese di vitto, di biancheria, di vestiario, a cui la moglie lo obbligava, per non ridurre di troppo, ora che la moglie non c’era più, gli assegni a quei parenti poveri, che non glie ne restavano affatto grati. Neppur di questo egli si doleva. Stimava il suo sacrifizio come dovere, come necessità, anch’essa incresciosa; e lo lasciava intendere chiaramente nelle sue lettere a quei parenti, che perciò non gli restavano grati. Essi, insomma, come tutto il resto, rappresentavano per lui un pensiero da levarsi, da levarsi al più presto, ogni mese. Anche a costo di mangiare così, una sola volta al giorno, e anche scarsamente. Subito subito, anche quel desinarino, per non pensarci più per tutto il giorno.

Sbrigate così subito le poche faccende, a cui ormai gli restava da attendere, gli crebbe innanzi più che mai il tempo, il vuoto smanioso, che non sapeva come riempire.

Cominciò a spenderlo a profitto degli altri, di gente che conosceva appena, di cui per caso veniva a conoscere la necessità. Ma, al solito, anche da questi beneficati non ebbe altro compenso che sgarbi e ingratitudine. Gli mancava al tutto il senso dell’opportunità, perché non riusciva a intendere che si potesse provar piacere a indugiarsi nelle illusioni, convinto com’era che ogni indugio, di fronte alle necessità impellenti e ineluttabili dell’esistenza, fosse una debolezza. E non aveva né pietà, né considerazione per tutti quei deboli che indugiavano: si presentava quando non doveva, a ricordar loro quelle necessità, con un’aria sempre più stanca e più oppressa, che diceva chiaramente: "Vedete, pur essendo così, pur costandomi tanto, io sono qua, pronto; su, cari miei, leviamoci questo pensiero!" .

E ormai tutti, appena lo vedevano da lontano, spiritavano. Era divenuto un incubo per tutti. Tutti credevano ch’egli provasse un gusto feroce a tormentare, a opprimere.

Le gambe, con gli anni, gli divennero sempre più tarde. Nulla era più penoso che il vedere com’egli si adoperasse, ora, nella corsa dietro a quelle necessità sue e altrui, e cercasse il verso d’andare speditamente con quelle povere gambe che pareva lo lasciassero sempre allo stesso punto.

Avviluppato nell’ombra tremenda del tempo che gli avanzava, col rodio, l’assillo di tante sollecitudini non sue soltanto, gli avveniva spesso di fermarsi di botto in mezzo alla via, non ricordandosi più dove fosse diretto che cosa dovesse fare.

Col bastone sotto l’ascella, il cappello in mano l’altra mano sul mento irrequieta tra i peli della folta barba, restava un pezzo a pensare, con gli occhi chiusi, ripetendo piano a se stesso:

– Io dovevo fare una cosa...

E così una volta lo colse, in mezzo a una piazza deserta, di pieno meriggio, un’automobile che passava di furia.

Travolto in un attimo, sballottato sotto le ruote, Bernardo Sopo, con le costole fracassate e le braccia e le gambe spezzate, fu raccolto moribondo da alcuni vetturini di stazione e trasportato all’ospedale, privo di conoscenza.

Si riebbe pochi momenti prima di morire; riaprì gli occhi appannati; guardò un pezzo accigliato il medico e gli infermieri attorno al letto: poi, reclinando il capo sui guanciali, ripeté con l’ultimo sospiro:

– Io dovevo fare una cosa...

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Ultimo aggiornamento: 29 gennaio 2011