Luigi Pirandello

Il vecchio Dio

vol.  10

Edizione di riferimento

Luigi Pirandello Novelle per un anno, a cura di Mario Costanzo, Premessa di Giovanni Macchia, I Meridiani vol. II, Arnoldo Mondadori editore, Milano1985

Il vecchio Dio

Tanino e Tanotto

Al valor civile

La disdetta di Pitagora

Quand’ero matto...

Concorso per referendario al Consiglio di Stato

« In corpore vili »

Le tre carissime

Il vitalizio

Un invito a tavola

La levata del sole

Lumìe di Sicilia

 

132 - Il vecchio Dio

Smilzo, un po’ curvo, con un abitino di tela che gli sventolava addosso, l’ombrello aperto sulla spalla e il vecchio panama in mano, il signor Aurelio s’avviava ogni giorno per la sua speciosa villeggiatura.

Un posto aveva scoperto, un posto che non sarebbe venuto in mente a nessuno; e se ne beava tra sì e sì, quando ci pensava, stropicciandosi le manine nervose.

Chi sui monti, chi in riva al mare, chi in campagna: lui, nelle chiese di Roma. Perché no? Non ci si sta forse freschi più che in un bosco? E in santa pace, anche. Nei boschi, gli alberi; qui, le colonne delle navate; lì, all’ombra delle frondi; qui, all’ombra del Signore.

— Eh, come si fa? Ci vuol pazienza.

Aveva anche lui, un tempo, una bella campagna sotto Perugia, ricca di cipressetti densi, e lunghesso il canale quell’eleganza di gracili salci violetti e tanto dolce azzurro d’ombra che dilaga; la magnifica villa, con dentro una preziosa raccolta d’oggetti d’arte: ah, quella poi! invidiato decoro di casa Vetti.

Gli restavano le chiese, ora, per villeggiare.

— Eh, come si fa? Ci vuol pazienza.

Da parecchi anni a Roma, non gli era ancora riuscito di visitarne tutte le chiese più famose. L’avrebbe fatto quest’anno per villeggiatura.

Speranze, illusioni, ricchezza e tant’altre belle cose aveva perduto il signor Aurelio lungo il cammino della vita: gli era solo rimasta la fede in Dio ch’era, tra il buio angoscioso della rovinata esistenza, come un lanternino: un lanternino ch’egli, andando così curvo, riparava alla meglio, con trepida cura, dal gelido soffio degli ultimi disinganni. Errava come sperduto in mezzo al rimescolio della vita, e nessuno più si curava di lui.

— Non importa: Dio mi vede! — si esortava in cuor suo.

E n’era proprio sicuro, di questo, il signor Aurelio, che Dio lo vedeva per quel suo lanternino. Tanto sicuro, che il pensiero della prossima fine, non che sgomentarlo, lo confortava.

Le strade, sotto il cocente sole, erano quasi deserte. Tuttavia per lui c’era sempre qualcuno, un monellaccio, un vetturino di stazione, che, vedendolo passare col lucido cranio scoperto, la barbetta lieve tremolante sul mento, e la zazzeretta grigia, tremolante anch’essa su la nuca, gli lanciava qualche lazzo.

— Guarda oh: due barbette! una davanti e l’altra dietro!

Ma il cappello in capo, d’estate, il signor Aurelio non lo poteva sopportare. Sorrideva anche lui al lazzo e affrettava, quasi senza volerlo, quei suoi passettini da pernice, per levar la tentazione d’un altro lazzo a quegli oziosi.

— Eh, come si fa? Ci vuol pazienza.

Entrando nella chiesa designata quel giorno per villeggiatura, voleva prima di tutto goder della giunta: sedere. E traeva un gran respiro; s’asciugava il sudore; poi, con diligenza, ripiegava in quattro il fazzoletto e se lo poneva in capo, così ripiegato, per riguardarsi dall’umida frescura.

Qualche rara divota che si voltava appena a spiarlo, vedendolo con quel buffo copricapo, sbruffava tra sé una risatina.

Ma il signor Aurelio, in quel momento, si sentiva beato, respirando quell’umido insaporato d’incenso che stagnava nella solenne vacuità silenziosa dell’interno sacro; né gli nasceva il sospetto che qualcuno, pur lì, nella casa di Dio, potesse provar gusto a ridere di lui.

Riposatosi un po’, si metteva a esaminare la chiesa, pian pianino, come uno che ci abbia da passar la giornata. E ne studiava con amorosa attenzione l’architettura, le singole parti. Si fermava davanti a ogni pala d’altare, a ogni opera musiva, a ogni cappella, a ogni monumento funerario, e con l’occhio esperto scopriva subito le peculiarità del tempo, della scuola a cui l’opera d’arte doveva ascriversi e se era sincera o deturpata da toppe e rimessi di restauri infelici. Poi tornava a sedere; e se in chiesa, come spesso avveniva a quell’ora, di quella stagione, non c’era altri che lui, ne approfittava per segnar rapidamente in un modesto taccuino qualche nota, un dubbio da chiarire, le sue impressioni.

Soddisfatta così la prima curiosità e adempiuto per quel giorno il compito d’arte che si era prefisso, traeva di tasca qualche libretto d’amena lettura, che per la dimensione poteva parere un libro di preghiere, e si metteva a leggere. Di tanto in tanto levava il capo per riassumere o ungersi davanti agli occhi la scena descritta dal poeta. E con quella lettura di libri profani non temeva d’offendere la casa del Signore. Secondo il suo modo di vedere, Dio non poteva aversi a male delle cose belle create dai poeti per innocente delizia degli uomini.

Stanco della lettura s’abbandonava, con gli occhi fissi nel vuoto e strofinando a lungo tra loro l’indice e il pollice delle due manine, alle proprie fantasie o ai ricordi degli anni perduti. Talvolta, mentre fantasticava così, tutto assorto, gli s’avvistava da una nicchietta nel pilastro di fronte qualche busto che pareva se ne stesse lì affacciato a guardare in chiesa.

— Oh! — faceva allora, tentennando il capo con un sorriso. — Te beato, amico mio. Si sta bene da morti?

E si levava di nuovo per leggere nell’inscrizione funeraria il nome di quel sepolto, poi tornava a sedere e si metteva a conversare con lui mentalmente, guardandolo.

— Siamo qua, caro il mio Hieronymus! Peccato che non sia più permesso farsi seppellire in chiesa. Mi farei scavare una bella nicchietta nel pilastro di fronte e, tu di là, io di qua, tutti e due affacciati, sentiresti che belle conversazioncine! Ce l’hai di buon uomo, la faccia, poveretto, e certi guai perciò mi conteresti. Mah! Come si fa? Ci vuol pazienza. Mi sembra però che in chiesa ci si debba star meglio, da morti. Questo buon odor d’incenso; e messe e preghiere tutti i giorni. Nel camposanto, se vogliamo dirla, ci piove.

La morte però, anche lì nel camposanto, eh... una liberazione; quando sulla terra, più che per viver bene, ci si duri per prepararsi a morir senza paura. Premii di là, il signor Aurelio, non se n’attendeva; gli bastava portarsi di qua, fino all’ultimo passo, la coscienza tranquilla, di non aver mai fatto il male per volontà. Conosceva i dubbii tenebrosi accumulati dalla scienza come tanti nuvoloni su la luminosa spiegazione che la fede ci dà della morte, sì per averne fatta lettura in qualche libro, e sì per averli quasi respirati nell’aria; e rimpiangeva che il Dio dei suoi giorni, anche per lui, credente, non potesse più esser quello che in sei dì aveva creato il mondo, e s’era nel settimo riposato.

Quella mattina, entrando in chiesa, era rimasto meravigliato dell’aspetto del sagrestano, bel vecchio enormemente barbuto e capelluto e orgoglioso di quel barbone lanoso e di quella chioma partita nel mezzo e ondulata su le spalle e nei cernecchi. Bella, la testa soltanto. Il corpo tozzo, curvo, cadente, pareva penasse a sorreggerla, con tutto quel volume di peli.

Ora, il signor Aurelio, riflettendo intorno alla vita e alla morte, considerando amaramente ai meschini profitti dell’anima in questo tanto decantato secolo dei lumi, rivolto col pensiero al vecchio Dio dell’intatta fede dei padri, a poco a poco s’addormentò. E quel vecchio Dio, nel sogno, ecco che gli venne innanzi, curvo, cadente, reggendo a fatica su le spalle la testa enormemente barbuta e chiomata del sagrestano della chiesa; gli sedette accanto e cominciò a sfogarsi con lui, come fanno i vecchietti seduti sul muretto davanti ai gerontocomii:

— Mali tempi, figlio mio! Vedi come mi son ridotto? Sto qui a guardia delle panche. Di tanto in tanto, qualche forestiere. Ma non entra mica per me, sai! Viene a visitar gli affreschi antichi e i monumenti, monterebbe anche su gli altari per veder meglio le immagini dipinte in qualche pala! Mali tempi, figlio mio. Hai sentito? hai letto i libri nuovi? Io, Padre Eterno, non ho fatto nulla: tutto s’è fatto da sé, naturalmente, a poco a poco. Non ho creato Io prima la luce, poi il cielo, poi la terra e tutto il resto, come ti avevano insegnato ne’ tuoi gracili anni. Che! che! Non c’entro più per nulla Io. Le nebulose, capisci? la materia cosmica... E tutto s’è fatto da sé. Ti faccio ridere: uno c’è stato finanche, un certo scienziato, il quale ha avuto il coraggio di proclamare che, avendo studiato in tutti i sensi il cielo, non vi aveva trovato neppur una minima traccia dell’esistenza mia. Di’ un po’: te lo immagini questo pover’uomo che, armato del suo canocchiale, s’affannava sul serio a darmi la caccia per i cieli, quando non mi sentiva dentro il suo misero coricino ? Ne riderei di cuore, tanto tanto, figliuolo mio, se non vedessi gli uomini far buon viso a siffatte scempiaggini. Ricordo bene quand’Io li tenevo tutti in un sacro terrore, parlando loro con la voce dei venti, dei tuoni e dei terremoti. Ora hanno inventato il parafulmine, capisci? e non mi temono più; si sono spiegati il fenomeno del vento, della pioggia e ogni altro fenomeno, e non si rivolgono più a Me per ottenere in grazia qualche cosa. Bisogna, bisogna ch’io mi risolva a lasciare la città e mi restringa a fare il Padreterno nelle campagne: là vivono tuttora, non dico più molte, ma alquante anime ingenue di contadini, per cui non si muove foglia d’albero se Io noi voglia, e sono ancora Io che faccio il nuvolo e il sereno. Su, su, andiamo, figliuolo! Anche tu qua ci stai maluccio, lo vedo. Andiamocene, andiamocene in campagna, fra la gente timorata, fra la buona gente che lavora.

A queste parole, il signor Aurelio, nel sogno, sentiva stringersi il cuore. La campagna! il suo sospiro! - La vedeva come se vi fosse; ne respirava l’aria balsamica... - quando, a un tratto, si sentì scuotere e, aprendo gli occhi, stordito, oppresso di stupore, si vide davanti vivo e spirante, il Padre Eterno, proprio lui, che gli ripeteva ancora:

— Andiamo, su, andiamo...

— Ma se è tanto che... — barbugliò il signor Aurelio, con gli occhi sbarrati, atterrito dalla realtà del suo sogno.

Il vecchio sagrestano scosse le chiavi:

- Andiamo! La chiesa si chiude.

133 - Tanino e Tanotto

Dai contadini che si recavano ogni giorno in città con le mule cariche delle provviste della campagna, il barone Mauro Ragona sapeva che la moglie seguitava a star male e che anche il figlio, ora, s’era gravemente ammalato.

Della moglie non gl’importava. Matrimonio sbagliato, contratto per sciocca ambizione giovanile.

Figlio d’un contadino arricchito, il quale, sotto il passato Governo delle due Sicilie, s’era comprata col feudo la baronia, aveva sposato la figlia del marchese Nigrelli, fin da bambina educata a Firenze, e che, a suo dire, non comprendeva più il dialetto siciliano; pallida, bionda e delicata come un fiore di serra. Robusto, tutto d’un pezzo, bruno di carnagione, anzi nero come un africano, faccia dura, occhi duri, grossi baffi e capelli fitti, crespi, nerissimi, egli ora si diceva contadino, e se ne vantava.

Avevano capito presto l’uno e l’altra che la loro convivenza era impossibile. Ella piangeva sempre; senza ragione, credeva lui. Dal canto suo, egli s’annoiava e, in risposta a quelle lagrime, sbuffava. Ma dalla loro unione era nato un bambino, biondo, pallido e delicato come la madre, la quale fin dai primi giorni se n’era mostrata gelosissima; tanto che egli non aveva potuto mai toccarlo e nemmeno quasi guardarlo.

E allora egli s’era allontanato dalla città senza darne né conto né ragione a nessuno. Per fare il comodo suo. Se n’era andato lì nella sua campagna nativa; s’era presa con se Bàrtola, la bella figlia d’un suo fattore morto l’anno avanti, sana e gaja contadina, piena d’umile bontà, che aveva accolto come un grande onore, come una vera degnazione l’amore del giovane padrone; gli era nato un figliuolo anche da lei, ma bruno come lui, solido e paffuto; e finalmente s’era sentito a posto.

La moglie, contentissima.

S’erano guastati del tutto, apertamente, per una stupida bizza: Mauro Ragona adesso lo riconosceva. Vedendosi trattato d’alto in basso dalla moglie aristocratica, nelle rare volte che si recava in città più per rivedere il figlio che per lei, s’era sentito un giorno rimescolare il sangue. Ah davvero ella sentiva tanto disprezzo per lui? davvero non lo riteneva degno d’altra donna, che di quella Bàrtola che teneva in campagna ?

— Ti voglio! — le aveva gridato, inasprito dalie sdegnose ripulse di lei. — Sei infine mia moglie!

Ma ella s’era ribellata fieramente a quella violenza che egli per puntiglio voleva usarle. Accecato, il Ragona s’era lasciato spingere un po’ troppo oltre dall’amor proprio offeso, e finalmente se n’era andato, rompendo in una sghignazzata.

— Quella lì, del resto, vale cento volte più di te!

D’allora in poi, non era più ritornato in città.

Non gli importava, dunque, che la moglie stesse male. Ma che ora si fosse ammalato anche il figlio, sì, e molto. Non lo aveva più riveduto, da cinque anni, povero piccino, e ne aveva rimorso: era sangue suo, portava il suo nome, il suo, il nome dei Ragona; sarebbe stato l’erede della sua ricchezza, e cresceva intanto come un Nigrelli, lì, tutto della madre che forse gli parlava male di lui, a tradimento, male del proprio padre, di cui il piccino non poteva più, certo, ricordarsi. Se ne ricordava lui, però: ah era tanto bello, come un angioletto, con quei ricci biondi e quegli occhi limpidi, color di cielo. Chi sa intanto come s’era fatto, ora, dopo cinque anni... - malato, ora, e gravemente... - E se fosse morto, se fosse morto, senza conoscere il padre?

Bàrtola quei giorni si teneva con sé, lontano, Tanotto, il figliuolo, vedendo il padrone così aggrondato e in pensiero per quell’altro. Comprendeva, col suo cuore devoto, che la vista di Tanotto, allegro e spensierato, non poteva riuscir gradita in quei momenti al padrone; temeva che questi non facesse anche qualche sgarbo al povero piccino innocente, non lo respingesse, come un cagnolo importuno. Ella stessa s’arrischiava appena di domandargli notizie.

— Non so nulla! Non mi sanno dir nulla! — le rispondeva egli duramente, smaniando.

E Bàrtola non s’offendeva di quella durezza. Pensava che era per il dolore del figlio, e giungeva le mani, alzando gli occhi al cielo. La Vergine Santa doveva farglielo guarire presto, quel bambino! Ella non poteva vedere così angustiato il suo padrone.

— Lasciala stare la Vergine, — le disse egli, un giorno, irritato. — Lo so che a te piacerebbe che mio figlio morisse!

Bàrtola aprì le braccia, sbarrò gli occhi, stupita, ferita nel cuore, quasi non sapendo credere che il padrone avesse potuto pensar di lei una tal cosa.

— Che dice, Vossignoria! — balbettò. E non sa che per il signorino darei anche la vita di mio figlio?

Si coprì il volto con le mani e si mise a piangere.

Il barone, poco prima, standosi con la fronte appoggiata i vetri del balcone, aveva veduto Tanotto su lo spiazzo davanti la villa scherzare col cane e coi tacchini, e aveva fatto quel cattivo pensiero. Ora si pentiva d’averlo così crudamente manifestato; ma invece di mostrare il suo pentimento a Bàrtola, si stizzì del pianto che le aveva ingiustamente cagionato.

— Mio figlio non deve morire! — gridò, serrando le pugna e scotendole in aria. — Non deve morire! non voglio, capisci?

Ma sì che lo capiva Bàrtola; capiva che per il padrone il figlio, il figlio vero era quello lì; quest’altro, Tanotto, era figlio di lei, e basta - figlio d’una povera contadina, il quale, morendo, si sarebbe levato di patire, di tante dure fatiche si sarebbe levato, che già lo aspettavano; mentre quello lì, il signorino, morendo (Dio liberi!) avrebbe fatto tanto guasto, perché era ricco e bello e fatto per vivere e per godere, e il Signore avrebbe dovuto sempre guardarglielo!

Sul tramonto di quello stesso giorno, il barone Ragona fece sellare il cavallo e partì per la città, con la scorta di due campieri.

Arrivò ch’era già sera inoltrata, e trovò a casa il marchese Nigrelli, venuto apposta da Roma, dove, da vecchio donnajuolo impenitente, dava fondo alle sue ultime sostanze. Piccolo, asciutto, con la schiena quasi ingommata, i baffetti lunghi ritinti e incerati, egli accolse il genero col solito garbo cerimonioso, come se non sapesse nulla di nulla:

— Oh caro barone... caro barone... — Riverisco, — grufò il Ragona, guardandolo, cupo, negli occhi, e lasciandolo lì, con la mano protesa; poi, vedendo che il marchese alzava quella mano per battergliela amorevolmente la spalla, aggiunse, seccato: — Vi prego di non toccarmi. Dov’è mio figlio?

— Eh, maluccio! — sospirò il marchese, disinvolto, portandosi le mani alle punte dei buffetti incerati. — Maluccio, caro barone... Venite, venite...

- Sta in camera con la madre? - domandò, fermandosi, il Ragona.

— Eh no, — rispose il Nigrelli. — S’è dovuto portar via, in un’altra camera, perché, capite? ha bisogno d’aria, di molta aria, che ad Eugenia farebbe male. Si tratta di tifo, purtroppo, caro barone... Tanto che io ho pensato...

— Ditemi dov’è! — lo interruppe, brusco e smanioso, il barone. — Accompagnatemi!

Dopo cinque anni, si sentiva come un estraneo nella propria casa; non si raccapezzava più tra i cambiamenti che vi aveva apportato la moglie. Nella camera ove giaceva il bambino, vide prima di tutto, accanto al letto, una suora di carità, e se ne turbò profondamente.

— L’ho chiamata io, — spiegò il marchese. — Volevo dirvi questo. Non potendo la madre, qual più amorosa assistenza ?

E terminò la frase in un sorriso grazioso rivolto alla giovane suora, che abbassò subito gli occhi sotto le grandi ali bianche della cornetta.

— Ci sono qua io, ora! — disse il barone, accostandosi al letto; poi, vedendo il piccino ischeletrito, giallo come la cera, quasi calvo: — Figlio! — esclamò. — Figlio! Figlio mio! — con tre sospiri, che parve gl’impietrassero il cuore.

Il piccino lo guardava dal letto, smarrito, sgomento, non sapendo chi fosse colui che lo chiamava a quel modo. Egli comprese l’espressione di quello sguardo e ruppe in singhiozzi.

— Sono tuo padre, figlio mio! tuo padre, tuo padre, che ti vuol tanto bene...

E s’inginocchiò accanto al lettuccio e cominciò a carezzare il visino sparuto del figliuolo, a baciargli le manine, teneramente, qua e qua e qua, su tutti i ditini, e poi sul dorso e poi su la palma che scottava di quella manina cara, ischeletrita. Ah Dio, Dio, come scottava!

Non si staccò più da quel lettuccio, né giorno né notte, per circa un mese. Licenziò la suora di carità, quel cappellaccio che gli pareva di malaugurio; e volle attender lui a tutte le cure, a tutte, senza darsi un momento di requie, senza più chiuder occhio per notti e notti, rifiutando anche il cibo, rifiutando ogni aiuto. Non domandò affatto notizie della moglie; non volle neppur sapere di che male fosse inferma: non visse, in quei giorni, che per il suo piccino, il quale, a poco a poco, per istintiva gratitudine, al caldo di quell’amore sempre vigile, non seppe più fare a meno di lui, e se lo teneva abbracciato, stretto stretto, e se lo accarezzava, mentre egli sentiva soffocarsi dalla commozione.

Vinto il male, i medici consigliarono al barone di portarsi il figlio in campagna, per aiutare col cambiamento d’aria la convalescenza.

— Non c’era bisogno che me lo consigliaste voi. Ci avevo pensato io prima, da me — disse ai medici il Ragona.

E diede gli ordini per la partenza, pensando a tutte le minuzie, perché il figliuolo malatuccio avesse in campagna tutti i comodi e non avesse nulla a desiderare.

Ma quando la moglie inferma seppe di quei preparativi di partenza, temendo che il marito volesse portarsi via il figlio per sempre, montò su le furie, e ci andò di mezzo il povero marchese Nigrelli, che dovette correre per un pezzo dall’uno all’altra, riferendo invettive, domande, risposte, che egli, da gentiluomo compito, si sforzava d’attenuare, di verniciare alla meglio.

Il barone, a un certo punto, tagliò corto.

— Oh insomma! Dite a vostra figlia che io sono il padre e che comando io.

— Sì, ma voi... ecco, lì in campagna avete... — si provò a obbiettare il marchese per conto della figlia. — Sì, dico... la vostra situazione...

— Dite a vostra figlia, — riprese con lo stesso tono il barone, — che io conosco il mio dovere di padre, e tanto basta!

Difatti ai contadini che venivano dalla campagna aveva ordinato di dire a Bàrtola che lasciasse la villa e se ne andasse ad abitare con Tanotto nella casa colonica, lì presso. Prima di partire stabilì con la moglie che il figliuolo, d’ora innanzi, sarebbe stato con lui in campagna nei mesi grandi, com’egli a modo dei contadini chiamava il tempo che corre dal marzo al settembre, e l’inverno, i mesi piccoli, con lei in città.

Quell’ordine del padrone era sembrato a Bàrtola giustissimo. Certo, venendo lì il signorino, ella non poteva rimanere nella villa. Ma il padrone - senza pensare a nulla di male doveva farle una grazia: concedere di servir lei il signorino poiché nessun’altra donna prezzolata avrebbe potuto farlo con più amore e con più zelo di lei. Sicura d’ottenere questa grazia lavorò come un facchino per ripulir la villa e preparare la camera ove il padrone avrebbe dormito insieme col padroncino.

Sentì cascarsi le braccia però, il giorno dell’arrivo, allorché dalla carrozza vide scendere una donna di servizio che pareva una signora, alla quale il barone porse il figliuolo tutto avvolto in uno scialle, e nel veder poi scendere da un altro carrozzino il cuoco e un guàttero...

Eh che! La teneva dunque in conto d’una femminuccia davvero? Neppure in cucina, neppure in cucina la avrebbe dunque ammessa, per attendere ai più umili servizii? Le vennero le lagrime agli occhi; ma il barone le rivolse uno sguardo così imperioso, che ella subito si trattenne, chinò il capo e se n’andò a piangere, col cuore spezzato, lassù, nella cameretta in cui s’era allogata col figliuolo.

Pianse e pianse; poi dalla finestra guardò nella poggiata di là Tanotto, che se ne stava per la prima volta a guardia dei tacchini. Povero figliuolo! Lo aveva mandato via lei, perché non désse fastidio al momento dell’arrivo. E già cominciava per lui, così piccino, la fatica... Ma se il padrone, intanto, la trattava a quel modo, se aveva condotto in campagna il signorino, forse era segno che si era riconciliato con la moglie, e dunque ella se ne sarebbe andata via, se ne sarebbe tornata in paese, presso la vecchia madre, o a far la serva altrove. Tanotto poi, cresciuto, ci avrebbe pensato lui a darle un tozzo di pane per la vecchiaia.

Deliberò di licenziarsi subito; ma né quel giorno né i giorni seguenti poté accostarsi al padrone, che era tutto intento al figliuolo. Stanca d’aspettare in quelle condizioni d’animo, si disponeva a partire senza dir nulla, di nascosto, quando il barone venne lui stesso a trovarla, lì nella casa colonica.

— Che fai? — le disse, vedendo il fagotto già preparato in mezzo alla camera.

— Se mi dà licenza, — gli rispose Bàrtola, con gli occhi bassi, — me ne vado.

— Te ne vai? Dove? Che dici?

— Me ne vado da mia madre. Che sto più a farci qua, se Vossignoria non ha più bisogno di me?

Il barone s’adirò; la guardò un pezzo accigliato, severamente; poi socchiuse gli occhi e le disse:

— Sta’ quieta e non mi seccare! Chi t’ha cacciato via? Ho di là mio figlio, e non ho tempo né voglia di pensare ad altro.

Bàrtola diventò di bragia e s’affrettò a rispondergli umilmente:

— Ma se Vossignoria non ci pensa più, neanch’io ci penso, glielo giuro, e n’ho piacere! Non parlo per questo: sarei una svergognata! Dico però che potevo restar la serva di Vossignoria e del bambinello che è venuto qua... L’ho forse scritta in fronte la mia vergogna? O non erano degne le mie mani amorose di servirlo?

Proferì queste parole con tanto accoramento che il barone n’ebbe pietà e le spiegò con buona maniera le ragioni delicate per cui la aveva tenuta lontana. Il ragazzo, poi, aveva bisogno di cure particolari, che ella forse non avrebbe saputo prestargli.

Bàrtola scosse amaramente il capo:

— E che ci vuol arte, — disse, — per servire i bambini? Cuore ci vuole. E chi si sente servito col cuore può farne a meno dell’arte. Non l’ho saputo crescere io il mio figliuolo? E più che come un figliuolo l’avrei servito, il signorino, perché, oltre l’amore, avrei avuto per lui il rispetto e la devozione. Ma se Vossignoria non m’ha creduta degna, non ne parliamo più. Dio che mi legge nel cuore, sa che non mi meritavo questo da Vossignoria. Sia fatta la sua volontà.

Per cangiar discorso e per farle piacere, il barone le domandò di Tanotto.

— Eccolo là! — rispose Bàrtola, indicandoglielo dalla finestra, su la poggiata, tra i tacchini. — Fa già il guardiano. Tutte le sere, tornando a casa, mi domanda del signorino; si muore dal desiderio di vederlo, magari da lontano, dice; vorrebbe portargli i fiori; ma io gli ho detto che il signorino non si può vedere perché è malato, e che i fiori gli farebbero male. Così s’è quietato.

Quietato? Tanotto, lassù tra i tacchini, si scafava invece intere giornate per capacitarsi come mai i fiori potessero far male a un bambino. Tranne,- pensava, - che non fosse un bambino fatto d’un’altra maniera... Ma fatto... come? Guardava i fiori: ecco, a lui non facevano male, eccetto quelli di cardo, si sa, ch’erano spinosi; ma questi egli certo non li avrebbe offerti; non li toccava nemmeno lui. Come doveva essere, dunque, quel bambino? E meditava, escogitava il modo di vederlo, senza farsi vedere.

Non trovandone, e non sapendo più resistere alla tentazione, un giorno piantò li su la poggiata i tacchini e se ne venne su lo spiazzo davanti la villa a guardar risolutamente ai balconi della camera dove dormiva il padrone. Sarebbero state busse, certo, se la madre lo sorprendeva li col nasetto all’aria e le mani dietro la schiena; ma egli voleva togliersi a ogni costo la curiosità.

Attese un pezzo  così, e finalmente ecco dietro la vetrata d’un balcone la testa del bambino misterioso. Tanotto restò allocchito, a mirarlo. Gli pareva fatto davvero d’un’altra maniera, non sapeva dir come, e pensava che veramente, essendo così, i fiori gli potessero far male. Anch’egli il piccino convalescente, tanto pallido ancora e tanto gracile, coi capellucci che gli rispuntavano appena, biondissimi, aerei, lo guardava incuriosito dai vetri del balcone; ma poco dopo, dietro a que’ vetri, apparve la figura del barone, e Tanotto se la diede a gambe, spaventato. Si sentì più volte chiamare dalla voce del padrone, e si fermò col cuore che gli galoppava in petto; si voltò e si vide chiamato ancora, chiamato con le mani. Che fare? Tornò mogio mogio su i proprii passi, e già infilava il portone della villa, quando si vide sopra la madre, che lo afferrò per un orecchio e cominciò a sculacciarlo con l’altra mano.

— M’ha chiamato il padrone! Mi vuole il padrone! — strillava Tanotto, tra le sculacciate.

— Il padrone? Dove? Quando? — gli domandò Bàrtola, sorpresa.

— Or ora, m’ha chiamato dal balcone! — gli rispose Tanotto, acceso di rabbia e piangente più per l’ingiustizia che per il dolore.

— Bene: vieni su; voglio vedere, — riprese la madre, conducendolo con sé.

Tanotto entrò, stropicciandosi gli occhi lagrimosi. Il barone gli era venuto incontro, nella saletta d’ingresso, col figliuolo.

— Perché piangi, Tanotto?

— L’ho picchiato io, poverino, — rispose Bàrtola. Non sapevo che lo avesse chiamato Vossignoria.

— Povero Tanotto, — fece il barone, chinandosi a carezzargli i capelli fitti, crespi, nerissimi, ch’erano tali e quali i suoi. — Su, su, basta ora... Vedete di giocare un po’ insieme, bonini eh?

I due ragazzi si guardarono e si sorrisero; poi Tanotto, con gli occhi ancora lagrimosi e il testoncino basso, si cacciò una mano in tasca, ne trasse alcune conchiglie che aveva raccolto su la poggiata e le porse, domandando con un singulto, eco del pianto recente:

— Le vuoi, se non ti fanno male.

Bàrtola rise, ma gli diede subito su la voce:

— Come si dice, impertinente? Vuoi, si dice? E non sai che parli col signorino?

— Lasciali dire, tra loro, — le disse il barone. — Sono ragazzi.

Ma Bàrtola, su questo punto, non ostante la degnazione del padrone, non volle transigere, e poco dopo rimproverò di nuovo Tanotto che domandava al signorino:

— Come ti chiami?

Il barone propose di fare uscire per la prima volta il figliuolo all’aperto e di fargli fare due passi per il viale. Bàrtola fu felice di portarlo in braccio giù per la scala.

— Non pesa niente! una piuma, una piuma... — diceva, lo baciava sul petto, amorosamente, come una schiava.

— Ecco, — disse il barone, a piè della scala, ai due ragazzi. — Prendetevi adesso per le manine e andate pian piano sotto gli alberi. Così...

Tanotto e il signorino s’avviarono con l’impaccio dei bambini che vanno per la prima volta insieme tenendosi per nano. Tanotto, minore di circa due anni, pareva tuttavia maggiore d’assai; lo guidava e lo proteggeva. Prese, dopo un tratto, con la sua sinistra, la mano del bambino e gli portò la destra a tergo per farlo camminar meglio. Quando si furono così allontanati alquanto e non c’era più pericolo che fossero uditi, Tanotto domandò di nuovo:

— Come ti chiami ?

— Tanino, come nonno, — rispose l’altro.

— E allora come me, — riprese Tanotto, ridendo. — Anch’io, Tanino come nonno; me l’ha detto il fattore. A me però mi chiamano Tanotto perché sono grosso, e mamma non vuole che si dica che mi chiamo come nonno.

Perché? — domandò Tanino, impensierito.

Perché nonno io non l’ho conosciuto, — rispose, serio, Tanotto.

— E allora come me! — ripeté Tanino, ridendo a sua volta. — Neanche io l’ho conosciuto nonno.

Si guardarono sorpresi e risero insieme di questa bella trovata, come se fosse un caso molto strano e, sopra tutto, un bel caso, da riderci su, a lungo, allegramente.

134 - Al valor civile

Dicendo agli uomini: tigri, jene, lupi, serpi, scimmie o conigli, Bruno Celèsia temeva di fare a quelle bestie un’ingiuria che non si meritavano, perché ciascuna, conforme e obbediente alla propria natura; mentre l’uomo! falso, l’uomo. E dunque, sputi in faccia, all’uomo, e possibilmente calci in un altro posto!

— Lo so io che ci ho qua dentro! — diceva, aggrondato, ponendosi una mano sul ventre.

— Un figliuolo?

— L’inferno, canaglia!

E un cratere di vulcano avrebbe voluto avere per bocca, parola d’onore! Il cratere dell’Etna, per vomitare addosso all’umanità tutto quel fuoco che gli ruggiva dentro.

Pur non di meno, assistendo quel giorno dalla Piazza del Municipio alla solenne distribuzione delle onorificenze al valor civile, Bruno Celèsia, fra sé e sé non poteva non riconoscere sinceramente ch’era una bella e degna festa.

Matricolato imbroglione, quel sindaco, oh! Ma oratore nato. E più volte, durante il magnifico discorso che esaltava le virtù native della gente siciliana, ricordando gli atti eroici da essa compiuti, Bruno Celèsia s’era sentito correre per la schiena un brivido elettrico. Con le dita irrequiete, intanto, si cacciava in bocca e mordicchiava i peli dei baffoni o la punta della ruvida barba crespa. A quando a quando, poi, rapidamente si passava l’altra mano su la falda del farsetto lustro e inverdito. Perché? Ma perché l’umanità è porca, ecco perché! Fatta tutti di figli di cane, ecco perché! Era venuto in voga da alcuni giorni lo stupido scherzo d’attaccar dietro alla gente con uno spillo un pezzetto di carta con un motto sconcio o con uno sgorbio sguaiato. Già due volte, a lui, una testa di cervo, e una mano che faceva le corna.

— Porci! Bravissimo!

La seconda esclamazione era per il sindaco, che ricordava in quel momento ciò che il popolo di Palermo aveva saputo fare nelle storiche giornate del suo glorioso riscatto.

Finito fra strepitosi applausi il discorso del sindaco, a cui il Celèsia, infiammato, non aveva saputo tenersi dal tributare anche i suoi, cominciò la premiazione.

Su l’ampio balcone marmoreo del palazzo municipale, ove col sindaco tutto in sudore stavano placidi, coi ventaglini in mano, i consiglieri comunali e le loro signore e i maggiorenti del paese, si presentò dapprima un giovinetto bruno, vigoroso, dagli occhi arditi, bellissimo, che due volte s’era cacciato in una casa in fiamme per salvare una vecchia e un bambino.

La folla lo accolse entusiasticamente.

— Viva Sghembri! Viva Carluccio Sghembri!

Qualcuno osservò che quei signori del municipio avrebbero fatto meglio a istituire un corpo di pompieri, di cui il paese ancora difettava, e a far pompiere Carluccio che se l’era meritato, invece di dargli quella medaglia al valor civile, della quale, in fin dei conti, non avrebbe saputo che farsi, povero facchino di porto che si rompeva la schiena tutto il giorno allo scarico o agli imbarchi, sotto le balle di carbone e i pani di zolfo.

«Sei bello,» borbottava fra sè Bruno Celèsia, ammirandolo, «ma cresci, caro, e vedrai che fior di canaglia diventerai anche tu! Viva! Viva!»

Applaudiva intanto con gli altri e si passava la mano su la falda del farsetto.

A uno a uno si presentarono agli evviva della folla, per ricevere la loro medaglia, gli altri quattro eroi della giornata.

— D’un momento, — commentava sotto, tra la folla, il Celèsia. — Birbaccioni prima, birbaccioni dopo... Tutta l’umanità... puàh! schifosa... Viva! Viva!

Terminata la premiazione, la folla cominciò a sparpagliarsi. Bruno Celèsia vagò ancora un pezzo, guardingo e sdegnoso, tra quel rimescolio di gente. Ammirava i lampioncini variopinti, preparati per la luminaria della sera e di tratto in tratto storceva la bocca.

— Se si mette lo scirocco!

E alzava gli occhi al cielo minaccioso, che a mano a mano s’infoscava di più.

« Torniamocene a casa, » disse a un certo punto, risolutamente, a se stesso, « perché questo paese di cani, se no, è capace di credere e di proclamare che la festa sarà guastata dalla pioggia, solo perché io oggi mi son fatto vedere in piazza. »

Scorse da lontano quella mala zeppa di suo padre che tante amarezze gli aveva cagionate e che forse, per la terza volta, cercava lì, dentro le tasche del prossimo, la via per tornarsene in catorbia donde era uscito da pochi mesi: voltò sdegnosamente le spalle e s’avviò di fretta per rincasare.

« Dicono che le ranocchie, » pensava andando, « usano di passar l’inverno nel fango dei fossati. Mio padre, peggio: nel fango della vita, tutt’e quattro le stagioni... »

S’era impegnati fino gli occhi della testa per salvarlo, la prima volta. Ora non voleva più vederlo neanche da lontano. Quel nome sporcato che portava da lui gli bruciava la fronte come una bollatura di fuoco.

— Ma, del resto, non l’ho svergognato soltanto io il tuo bel nome! — aveva pure avuto il coraggio di buttargli in faccia il padre una volta. — Pensa a tua moglie, piuttosto, che ne fa strazio da tanti anni pubblicamente.

E Bruno Celèsia s’era morso a sangue una mano per non rispondere. Poiché sua moglie...

Ma, pubblicamente, no: con uno solo.

Non l’aveva uccisa, perché sicurissimo che peggio della morte sarebbe stato per lei l’amante, il quale prima o poi l’avrebbe abbandonata, gettata in mezzo a una strada, come un sacco d’immondizie. Che! Vivevano felici, maritalmente, quei due, da tanti anni, e rispettati e riveriti da tutto il paese. E tre figliuoli avevano, tanto carini... poveri innocenti: bastardelli! A lui, quella buona femmina non aveva saputo dargliene neanche uno, legittimo... Non si sarebbe sentito così solo, adesso... non avrebbe invidiato nessuno... Sia, dopo tutto, forse meglio così. Nessuna cosa gli era andata a verso, mai, nella vita: e fors’anche dai figli, se ne avesse avuti, chi sa quali dispiaceri, quali e quanti dolori.

Destino. Eh via, sì, destino: come non crederci? Che aveva fatto, lui, per essere così il bersaglio di tutte le frecce, figlio, marito, cittadino; malvisto e sfuggito da tutti, perché in fama di iettatore, e deriso, anziché compianto, per le sue domestiche sventure?

Non s’era mai gettato in imprese arrischiate: eppure, da quelle poche, sicure, che aveva tentate era sempre uscito col danno e le beffe. Tanti s’erano arricchiti prendendo in appalto la manutenzione dell’antemurale del porto: ci s’era messo lui, e a botte di mare mezza scogliera, appena appena costruita, volata via. Gli scogli gettati dagli altri appaltatori, il mare, sì, se li era pigliati in santa pace, come tozzi di pane.

— Da Bruno Celèsia, no; non me ne piglio.

Si poteva lottare con quel bestione del mare? E s’era ridotto povero in canna. Per carità aveva trovato un posticino di scritturale in un banco; ma ci voleva tutta la sua pazienza per resistervi. Perché al principale non piaceva la sua mano di scrittura; e a lui veniva proprio in punta in punta alla lingua di rispondergli, che una vera porcheria era farle, certe cose, e non come lui gliele scriveva sul registro.

Così riflettendo su le sue sciagure, Bruno Celèsia si ridusse a casa.

Abitava all’estremità del paese, dalla parte di ponente, dove la spiaggia svoltava sotto l’altipiano marnoso per descrivere un’altra lunga lunata. Le poche case che si allineavano lì, addossate all’altipiano, vicinissime al mare, erano escluse dalla vista del paese, disposto a semicerchio, nell’altra insenatura della spiaggia. E lì era pace, una gran pace quasi stupefatta dall’infinito spettacolo del mare.

Dovette affrettare gli ultimi passi, perché già la pioggia cominciava a cadere, e infittiva. Il mare era inquieto, torbido, e gonfiava di punto in punto sotto l’incombente minaccia del cielo gravido d’enormi nuvole nere. I marosi, intumidendo, cominciavano a cozzare gli uni negli altri e non riuscivano ancora a frangersi. Solo una breve spuma rabbiosa ferveva un tratto, a strisce, su per le creste irte, qua e là.

— Vuol darci dentro bene! — sospirò il Celèsia guardando dietro i vetri del balconcino.

Poco dopo, infatti, il cielo incavernò, e fu per qualche momento una tetraggine attonita, spaventevole. Di tratto in tratto, una raffica strisciava rapidissima su la spiaggia e sollevava un turbine di rena. Il primo tuono finalmente scoppiò, formidabile, e fu come il segnale della tempesta.

Bruno Celèsia chiuse gli scuri, accese il lumetto a petrolio e andò a sedere alla vecchia scrivania per riprendere, secondo il solito suo, la lettura d’un grosso libraccio, ove era narrata la storia della scoperta dell’America. A ogni nuovo scoppio di tuono si stringeva nelle spalle e stirava il collo:

— Forza, Domineddio! Bombardiamo.

Gli s’affacciavano alla mente quei poveri lampioncini variopinti, preparati per la luminaria, e sogghignava.

Leggeva da circa un’ora, quando gli parve di sentire, tra il fragorìo incessante del mare, urli su la spiaggia. Si recò al balcone, schiuse uno scuro e, a prima giunta... un lampo che l’accecò! Tremendo spettacolo! Sì, sì... laggiù... che era accaduto? C’era gente, tanta gente che si riparava alla meglio dalle ondate che avventava il mare furibondo. Ecco, sì: urlavano! Che era accaduto? Prese il cappello e corse a vedere.

Nell’orrendo tenebrore fragoroso tremava qua e là su la spiaggia qualche lumino spaventato di lanterna riparata da un mantello, da uno scialle: una gran folla era accorsa laggiù, uomini e donne, i quali aspettavano trepidanti, ansiosi, l’improvvisa luce d’un lampo per intravedere sul mare una barca assaltata orribilmente dai flutti e dal vento. Alcuni intanto s’affannavano a ripetere che sulla barca non c’era nessuno, che il mare se l’era strappata dalla spiaggia, di là dall’antemurale, ov’era tirata a secco; altri invece giuravano e spergiuravano di avervi scorto un uomo che gestiva così... così... e rifacevano i gesti disperati; e altri riferivano che molte lance erano uscite quel giorno dal porto, dirette ai bagni di San Leone, fra le quali qualcuna poteva essere stata sorpresa dalla tempesta, sul ritorno.

— Eccola! Eccola! - si gridò a un tratto, da tutte le parti, a un ampio palpito repentino di livida luce.

Ma subito il tuono rimbombò tremendo, e coprì gli urli della folla. Nella cresciuta oscurità la tempesta convolse animi e cose più spaventosamente di prima di tra la furia del vento e del mare.

Cessato il rimbombo, i commenti ripresero come sperduti, lontani:

— Sì, sì! C’era, c’era un uomo sulla barca... chiedeva aiuto, aiuto! — Tutti questa volta lo avevano veduto.

— E chi va? — gridò Bruno Celèsia. — Gli eroi di quest’oggi dove sono?

Ma quanto più ciascuno sentiva il bisogno di far qualcosa, tanto più l’animo sul punto mancava, e tutti gridavano aiuto, quanto loro usciva dalla gola, come se l’aiuto non dovesse partire da loro. Al sarcastico richiamo del Celèsia, qualcuno infine gridò tra la folla:

— Eccomi! A me una barca!

E, facendosi largo, quasi rabbiosamente, si fece avanti, risoluto e pronto al nuovo cimento, Carluccio Sghembri.

Subito il Celèsia, in un impeto d’ammirazione, gli buttò le braccia al collo e lo baciò in fronte, piangendo, esclamando:

— Figlio di Dio! Ma no! tu no! tu non devi andare! Qua a me la barca! Vado io!

E cominciò a spogliarsi di furia. Lo Sghembri si opponeva.

— Vado io — incalzò imponendosi alla folla, Bruno Celèsia. — Nessuno s’arrischi d’impedirmelo... Vattene tu! La tua medaglia te la sei guadagnata! Tocca a me! Lasciatemi, vi dico! Nuoto benissimo! Vado io! La vita per me non ha più prezzo! Lasciatemi andare!

Un vecchio marinaio recò di corsa un salvagente legato a una gomena; altri intanto avevano spinto su la spiaggia una barchetta Bruno Celèsia vi saltò dentro, nudo. Subito il mare con un’ondata furiosa si rapì la barchetta. Fu un grido d’orrore. Ingoiato dalla tenebra, Bruno Celèsia era sparito sul mare.

— Molla! Molla! — si gridò al marinaio che reggeva la gomena.

Più viva, più smaniosa, ora, nell’angoscia, si fece l’attesa d’un nuovo baleno. Pareva intanto che il cielo lo facesse apposta: tenebra e fragore che toglievano il respiro! Tutti, per sottrarsi in qualche modo a quell’orrenda trepidazione, avrebbero voluto attendere alla gomena che si svolgeva man mano da sè, lì, come cosa viva, al lume tremolante delle lumiere riparate dai mantelli.

— Largo! Largo! Lasciatela libera!

Un lampo.

— Eccolo! Eccolo! — si gridò di nuovo; e subito le voci furono come ingoiate dalla tenebra sopravvenuta più fitta.

Ma lo avevano scorto, lì, presso l’altra barchetta. L’ansia divenne angosciosa.

— Lo salva! Lo salva!

E le donne singhiozzavano, e gli uomini irrequieti, tremanti, nell’angosciosa sospensione, imponevano silenzio, come se potesse giovare. A un certo punto, parve che la gomena, lì per terra, non si movesse più. Il marinaio la prese in mano; attese un tratto; poi gridò, piangendo al colmo della gioia:

— Ecco, tira! Fa leva! fa leva!

Tutti allora si precipitarono ad afferrar la gòmena, giubilanti, esultanti.

Un altro lampo...

— Eccolo! Forza! Forza! Viene! Evviva! Evviva!

E, poco dopo, Bruno Celèsia venne ad urtare con la barchetta contro la spiaggia.

— Salvo! Salvo! Qua dentro la barca! Tirate! Respira ancora!

Un trionfo. Ma quando la folla poté riconoscere il naufrago...

Ecco. Non basta tante volte alla sorte perseguitare un pover’uomo fino a rendergli la vita impossibile; vuole anche apporre a ogni persecuzione come un suggello di scherno.

Bruno Celèsia aveva salvato l’amante di sua moglie.

135 - La disdetta di Pitagora

— Perbacco!

E, rimettendomi il cappello, mi voltai a guardare la bella sposina tra il fidanzato e la vecchia madre.

Dri dri dri... — ah come strillavano di felicità sul lastrico della piazza assolata, nel mattino domenicale, le scarpe nuove dell’amico mio! E la fidanzata, con l’anima tutta ridente nell’azzurro infantile degli occhietti irrequieti, nelle guance invermigliate, nei dentini lucenti, sotto l’ombrellino sgargiante di seta rossa, si faceva vento, vento, vento, quasi a smorzar le vampe della gioia e del pudore, la prima volta che si mostrava così per via, bambina, alla gente, con a fianco — dri dri dri quel pezzo di promesso sposo, esageratamente nuovo, pettinato, profumato e soddisfatto.

Rimettendosi in capo il cappello (piano, che la pettinatura non si guastasse), si voltò anche lui, l’amico mio, a guardarmi. O che c’entrava? Mi vide ferreo in mezzo alla piazza, e chinò il capo, con un sorriso impacciato. Risposi con un altro sorriso e un vivace gesto della mano che voleva dire: « Mi rallegro! mi rallegro! ».

E, fatti pochi passi, mi voltai di nuovo. Non m’aveva fatto tanto piacere quella vispa figurina tutt’accesa della piccola fidanzata, quanto l’aria di lui, dell’amico mio, che non vedevo da circa tre anni. O non si voltò anche lui a guardarmi una seconda volta?

« Che sia geloso? » pensai, incamminandomi a capo chino. « N’avrebbe ragione in fin dei conti! È proprio carina, perbacco. Ma lui, lui! »

Non so; m’era sembrato anche più alto di statura. Prodigi dell’amore! E poi, tutto ringiovanito, negli occhi specialmente, nella persona così evidentemente carezzata da certe cure affettuose di cui non l’avrei mai stimato capace, conoscendolo nemico di quegli intrattenimenti intimi e curiosissimi che ogni giovinetto suole avere con la propria immagine per ore e ore davanti a uno specchio. Prodigi dell’amore!

Dov’era stato in questi tre ultimi anni? Qua a Roma, prima, abitava in casa di Quirino Renzi, suo cognato, ch’era poi il vero amico mio. Infatti egli, per me, propriamente, si chiamava più « il cognato di Renzi », che Bindi di casa sua. Era partito per Forlì due anni prima che Renzi lasciasse Roma, e non l’avevo più riveduto. Ora, rieccolo a Roma e fidanzato.

— Ah, caro mio, — seguitai a pensare, — tu non fai più, certamente, il pittore. Dri dri dri: le tue scarpe strillano troppo. Di’ che ti sei voltato ad altro mestiere, che ti deve fruttar bene. E io te ne lodo, non ostante che cotesto nuovo mestiere t’abbia persuaso a prender moglie.

Lo rividi due o tre giorni dopo, quasi alla stess’ora, di nuovo insieme con la promessa sposa e la futura suocera. Altro scambio di saluti accompagnati da sorrisi. Inchinando lieve e pur con tanta grazia il capo, mi sorrise anche la sposina, questa volta.

Da quel sorriso argomentai che Tito le aveva certo parlato a lungo di me, delle mie famose distrazioni di mente, ed anche detto che Quirino Renzi, suo cognato, mi chiama Pitagora perché non mangio fagiuoli; e spiegato anche perché, a mo’ d’ingiuria scherzosa, si può chiamar Pitagora chi non mangi fagiuoli, ecc. ecc. Cose che fanno tanto piacere.

M’accorsi che segnatamente alla suocera questa faccenda dei fagiuoli e di Pitagora aveva dovuto fare una buffissima impressione, perché, incontrandoli in seguito, non so più quant’altre volte, sempre tutt’e tre insieme, quella vecchia marmotta sbruffava proprio a ridere, senza neppur curarsi di nascondere la risata, dopo aver risposto al mio saluto, e si voltava anche a guardarmi, ridendo ancora.

Avrei voluto ripigliar Tito qualche giorno da solo a solo per domandargli se la presente felicità non offrisse a lui, alla sposina e alla futura suocera alcun’altra cagione di riso, e in questo caso compiangerlo; ma non mi venne mai fatto. Desideravo inoltre da lui qualche notizia di Renzi e della moglie.

Ma ecco, un bel giorno, arrivarmi da Forlì questo telegramma: « Brutti guaj, Pitagora. Sarò a Roma domattina. Trovati stazione ore 8,20. - Renzi ».

O come! - pensai, - ci ha qui il cognato, e vuol essere accolto da me alla stazione? Feci su quel « brutti guaj » un mondo di supposizioni, tra le quali la più ragionevole mi sembrò questa: che Tito stesse per contrarre un pessimo matrimonio, e che Renzi venisse a Roma per tentare di mandarglielo a monte. Dopo circa tre mesi di saluti e di sorrisi, confesso che nutrivo già per quella bambola di sposina un’antipatia irresistibile e qualcosa di peggio per la madre.

Il giorno appresso, alle otto, ero alla stazione. E ora giudicate voi, se io non sono davvero perseguitato da un destino buffone. Arriva il treno, ed ecco Renzi al finestrino d’una vettura: mi precipito... ma le gambe all’improvviso mi si piegano; mi cascano le braccia.

— Ho con me il povero Tito, — mi fa Renzi, additandomi pietosamente il cognato.

Tito Bindi, quello lì? Come! E chi avevo io dunque salutato per tre mesi, lungo le vie di Roma? Eccolo là, Tito... Ah Dio mio, in quale stato ridotto!

—Tito, Tito... ma come?... tu... — balbetto.

Tito mi butta le braccia al collo e scoppia in un pianto dirotto. Guardo Renzi a bocca aperta. Ma come? Perché? Mi sento impazzire. Renzi allora m’accenna con una mano alla fronte e sospira, chiudendo gli occhi. — Chi? lui, io o Tito? — Chi è il pazzo?

— Su via, Tito, — esorta Renzi il cognato, — calmati! calmati! Aspetta un po’ qua, tieni d’occhio queste valige. Io vado con Pitagora a ritirare il baule.

E, andando, mi narra sommariamente la storia miseranda del povero cognato, che da circa due anni e mezzo aveva preso moglie a Forlì: gli eran nati due bambini, uno dei quali, dopo quattro mesi, era accecato; questa disgrazia, l’impotenza di provvedere adeguatamente con l’arte sua ai bisogni della famiglia, le continue liti con la suocera e con la moglie sciocca ed egoista, gli avevano sconcertato il cervello. Ora Renzi lo conduceva a Roma per farlo visitare dai medici e divagarlo un po’.

Se non avessi visto con gli occhi miei Tito ridotto in quello stato, avrei senza dubbio creduto che Renzi, come tant’altre volte, volesse farsi beffe di me. Tra lo stordimento e la pena, gli confesso allora l’equivoco in cui ero caduto, come io cioè, fino al giorno avanti, avessi salutato Tito, promesso sposo, per le vie di Roma. Renzi, non ostante la costernazione per il cognato, non può tenersi di ridere.

— T’assicuro! — gli dico io. — Tal e quale! Proprio lui in persona! Da tre mesi ci salutiamo e ci sorridiamo: siamo venuti amiconi! Ora sì, ora noto la differenza. Ma perché Tito, poverino, sfido! non si riconosce più. Io saluto ogni giorno, invece, Tito qual era prima che partisse per Forlì, tre anni or sono. Ma proprio lui, sai? Tito, Tito che guarda, Tito che parla, Tito che sorride, Tito che cammina, Tito che mi riconosce e mi saluta... Proprio lui! proprio lui! Figurati che impressione m’ha fatto rivederlo così, ora, dopo averlo veduto ieri, verso le quattro, felice e raggiante con la sposina accanto.

La mia disdetta vuole, che di tutto quello che io sento nessuno mai debba o voglia tener conto. Renzi, com’ho detto, rideva, e, poco dopo, per distrarre il malato, gli volle raccontare questa bella avventura. Sentite ora che ne seguì.

Quel poveretto rimase in prima stranamente stupito del mio abbaglio; ci lavorò su un pezzo con la fantasia, durante il tragitto dalla stazione all’albergo, e, alla fine, afferrandomi per un braccio, con tanto d’occhi sbarrati, confitti nei miei, mi gridò:

— Pitagora, hai ragione!

Mi spaventai; mi provai a sorridergli:

— Che vuoi dire, caro Tito?

— Dico che hai ragione! — ripeté egli senza lasciarmi, con un brio di luce terribile negli occhi sempre più sbarrati. — Non ti sei ingannato! Quello che tu saluti sono io. Proprio io, Pitagora, che non ho mai lasciato Roma! mai! mai! Chi dice il contrario, è mio nemico! Qua, qua, tu hai ragione, io sto qua, sempre, a Roma, giovane, libero, felice, come tu ogni giorno mi vedi e mi saluti. Caro mio Pitagora, ah, respiro! respiro! Che peso m’hai levato dal petto! Grazie, caro, grazie, grazie... Sono felice! felice!

E, rivolgendosi al cognato:

— Abbiamo fatto un brutto sogno, Quirino mio! Dammi, dammi un bacio! Sento il gallo cantare di nuovo nel mio vecchio studio di Roma! Pitagora qui presente te lo dice. È vero, Pitagora? è vero? ogni giorno tu m’incontri qua a Roma... E che faccio io a Roma? Dillo a Quirino. Faccio il pittore! il pittore! E vendo, no? Se mi vedi che rido, vuol dire che vendo! Ah... Va benone... Viva la gioventù! Scapolo, libero, felice...

— E la sposina? — mi lasciai scappare disgraziatamente, senza avvertire che Renzi, per prudenza, poco fa, nel raccontargli l’equivoco, aveva tralasciato questo pericoloso particolare.

Il volto di Tito s’abbuiò a un tratto. Mi riafferrò questa volta per tutt’e due le braccia:

— Che hai detto? Come! Prendo moglie?

E guardò sbigottito il cognato.

— Ma che! — gli faccio io, subito, per rimediare, a un cenno di Renzi. — Ma che, caro Tito! So bene che tu scherzi con quella marmottina!

— Scherzo? Ah, scherzo, dici? — incalzò Tito, infuriandosi, stravolgendo gli occhi, agitando le pugna. — Dove sono? dove sto? dove mi vedi? Bastonami come un cane, se mi vedi scherzare con una donna! Non si scherza con le donne... Si comincia sempre così, Pitagora mio! E poi... e poi...

Scoppiò di nuovo in pianto, coprendosi il volto con le mani. Invano io e Renzi cercammo di quietarlo, di consolarlo.

— No, no! — ci rispondeva. — Se prendo moglie anche qui a Roma, sono rovinato! rovinato! Vedi come mi sono ridotto a Forlì, caro Pitagora? Salvami, salvami, per carità! A ogni costo bisogna impedirmelo! subito! Anche lì ho cominciato scherzando.

E tremava tutto, come per brividi di febbre.

— Ma se noi siamo qui per pochi giorni soltanto! — gli disse Renzi. — Il tempo di contrattare con due o tre signori per l’acquisto dei tuoi quadri, come s’era rimasti. Ce ne torneremo subito a Forlì.

— E non gioverà a nulla! — rispose Tito, con un gesto disperato delle braccia. — Ce ne torneremo a Forlì, e Pitagora seguiterà pur sempre a vedermi qua a Roma! come vuoi che sia altrimenti? Vivo qua sempre a Roma, Quirino mio, anche standomene lì. Sempre a Roma, sempre a Roma, negli anni miei belli, scapolo, libero, felice, come appunto m’ha visto Pitagora ieri stesso, non è vero? Eppure ieri noi eravamo a Forlì: vedi che non dico bugie?

Commosso, esasperato, Quirino Renzi scosse rabbiosamente la testa e strizzò gli occhi per frenar le lagrime. Finora la pazzia del cognato non gli s’era palesata in  così disperate proporzioni.

— Via, via, — riprese Tito, rivolgendosi a me: - andiamo, conducimi subito dove tu mi suoli vedere. Andiamo al mio studio, in via Sardegna! A quest’ora ci sarò, voglio sperare che a quest’ora non sarò dalla sposina!

— Ma come! se sei qui con noi, Tito mio! — esclamai io sorridendo, con la speranza di richiamarlo in sé. — Dici sul serio? Non sai che io ho la specialità degli equivoci? Ho scambiato per te un signore che ti somiglia.

— Sono io! Infame! Traditore! — mi gridò allora il povero pazzo, con gli occhi lampeggianti e con un gesto di minaccia. — Vedi questo pover’uomo? Io l’ho ingannato. Ho sposato senza dirgliene nulla. Ora tu vorresti forse ingannare anche me? Di’ la verità, sei d’accordo con lui? gli tieni mano? Vuoi farmi sposare di nascosto? Conducimi in via Sardegna... Già, so la via; ci vado da me!

Per non farlo andar solo, fummo costretti ad accompagnarlo. Via facendo, gli dissi:

— Scusa, ma non ricordi che non ci stai più in via Sardegna?

S’arrestò, perplesso, a questa mia osservazione; mi guardò un tratto, accigliato; poi disse:

— E dove sto? Questo tu puoi saperlo meglio di me.

— Io? Oh bella! Come voi che lo sappia, se non lo sai neanche tu?

La risposta mi parve convincentissima, e tale da tenerlo fermo e inchiodato lì. Non sapevo che i così detti pazzi posseggono anch’essi quella complicatissima macchinetta cavapensieri che si chiama logica, in perfetta funzione, forse più della nostra, in quanto, come la nostra, non si arresta mai, neppur di fronte alle più inammissibili deduzioni.

— Io? Se non so neppure che stia per prender moglie! Che vuoi che sappia io da Forlì ciò che faccio qua, solo, a Roma, libero come un tempo? Lo saprai tu che mi vedi tutti i giorni! Andiamo, andiamo: conducimi; mi affido a te.

E, andando, di tratto in tratto, si voltava a guardarmi, con una muta supplichevole interrogazione negli occhi, che mi passava il cuore; perché con quegli occhi mi diceva che andava in cerca di se stesso per le vie di Roma, in cerca di quell’altro sé, libero e felice, del buon tempo andato; e mi domandava se io lo scorgessi in qualche parte, poiché egli lo cercava con gli occhi miei, che fino a jeri lo avevano veduto. Un’inquietudine angosciosa s’era impadronita di me. Se per disgrazia - pensavo - ci avvenisse d’imbatterci in quell’altro! Lo riconoscerebbe senza dubbio: la somiglianza è così evidente e perfetta! E poi, con quelle scarpe che strillano a ogni passo, quell’animale fa voltare tutta la gente! — E mi pareva di sentire da un momento all’altro, dietro di me, il dri dri dri di quelle scarpe maledette.

Poteva non darsi il caso? Ma neanche a dirlo!

Renzi era entrato in un negozio a comperar non so che cosa: io e Tito lo aspettavamo sulla via. Era già quasi sera. Guardavo impaziente il negozio da cui Renzi doveva uscire, e ogni minuto d’attesa, lì fermi, mi sapeva un’ora, quando a un tratto mi sento tirare per la giacca e vedo Tito con la bocca aperta a un sorriso muto di beatitudine, povero figliuolo! e con due grosse lagrime che gli gocciolavano dagli occhi chiari, ilari, parlanti. Lo aveva scorto; me lo additava lì, a due passi da noi, solo, fermo su lo stesso marciapiede.

Mettetevi un po’, una sola volta almeno, ne’ panni miei, senza ridere! Quel signore, nel vedersi guardato e additato a quel modo, si turbò; ma poi, accorgendosi di me, mi salutò al solito - tanto garbato, poverino! Io mi provai a fargli un cenno di nascosto, mentre con l’altra mano cercavo di trascinarmi via Tito. Non ci fu verso!

Per fortuna, colui aveva compreso il mio cenno e sorrideva; aveva però compreso soltanto che il mio compagno era pazzo; non s’era affatto riconosciuto nelle fattezze di Tito; mentre questi sì, subito, in quelle di lui. Sfido! Erano le sue di tre anni fa... Era lui stesso, che finalmente s’incontrava, qual era stato non più di tre anni fa. E gli s’era accostato e lo contemplava estatico e lo accarezzava nelle braccia e nel petto, pian piano, sussurrandogli:

—Come sei bello... come sei bello... Questo è il nostro caro Pitagora, vedi?

Quel signore mi guardava e sorrideva, imbarazzato e timoroso. Io, per tranquillarlo, gli sorrisi, addolorato. Non l’avessi mai fatto! Tito notò quel nostro sorriso, e sospettando subito qualche intesa fra noi due, si rivolse, minaccioso, a colui:

—Non prender moglie, imbecille: mi rovini! Vuoi ridurti come me? Straccione e disperato? Lascia quella ragazza! Non ci scherzare, stupido! mascalzone! Senza esperienza...

— Ma insomma! — gridò quel poveretto, rivolto a me, vedendo la gente accorrere curiosa, stupita, tutt’intorno a noi.

Io ebbi appena il tempo di dire: — Lo compatisca... — Tito mi fu sopra:

— Taci, traditore!

E mi diede uno spintone; poi si rivolse di nuovo a colui, con tono dimesso, persuasivo:

— No, calmati, per carità! Ascoltami... Sei focoso, lo so Ma io debbo impedirti di trarmi alla rovina una seconda volta

A questo punto Renzi accorse, cacciandosi tra la ressa, chiamando forte:

— Tito! Tito! Che è accaduto?

— Che? — gli rispose il povero Bindi. — Guardalo: eccolo là! Vuole riprender moglie! Diglielo tu che gli nascerà un bambino cieco... diglielo che...

Renzi a viva forza se lo trascinò via.

Poco dopo, io dovetti spiegare ogni cosa a quel signore. M’aspettavo che ne dovesse sorridere, ma non fu così. Mi domandò, costernato:

— Ma mi somiglia dunque tanto veramente?

— Ah, ora no! — gli risposi. — Ma se lo avesse veduto prima, tre anni fa, scapolo, qua a Roma... Lei in persona!

— Speriamo allora che fra tre anni, — disse, — io non debba ridurmi come lui...

Dopo tutto questo, avevo sì o no il diritto di credere che tutto fosse finito?

Ebbene, nossignori.

Ho ricevuto l’altro ieri - dopo circa due mesi dall’incontro che ho narrato - una cartolina firmata Ermanno Lèvera.

Dice così:

Caro Signore,

annunzii a quel tale Bindi che è stato obbedito. Non ho potuto più dimenticarlo. M’è rimasto davanti come lo spettro del mio destino imminente. Ho sconcluso il matrimonio e parto domani per l’America.

Suo ERMANNO LÈVERA.

Ecco: se io non lo avessi salutato, povero giovine, scambiandolo per quell’altro, a quest’ora, chi sa! egli potrebbe essere un marito felice... chi sa! Tutto può darsi a questo mondo, anche certi miracoli.

Ma penso che se l’incontro con quell’altro poté su lui tanto, da produrre un tale effetto, anch’egli dovette credere d’incontrar nel Bindi se stesso, quale sarebbe stato fra tre anni. E fino a prova contraria non posso in coscienza asserire che questo signor Lèvera sia anche lui pazzo.

M’aspetto intanto che uno di questi giorni mi capiti la visita della sposina abbandonata e della mancata suocera. Le spedisco tutt’e due a Forlì, parola d’onore. Chi sa che non si riconosceranno anche loro nella moglie e nella suocera del povero Tito Bindi. Ormai pare anche a me, che siano tutti, realmente, una cosa sola, con soltanto quel bambino cieco in più, che qua, se Dio vuole, non nascerà, se è vero che questo signor Lèvera è partito jeri per l’America.

136 - Quand’ero matto...

I. IL SOLDINO

Prima di tutto chiedo licenza di premettere che ora sono savio. Oh, per questo, anche povero. Anche calvo. Quand’ero ancora io, voglio dire, il riverito signor Fausto Bandini, ricco, e in capo avevo tutti i miei bellissimi capelli, è però provato provatissimo ch’ero matto. E un po’ più magro, s’intende. Ma pur con questi occhi che mi sono rimasti da allora spauriti, nella faccia così tutta scritta dagli atteggiamenti che prendeva per le croniche pietà da cui ero afflitto.

Per distrazione, ogni tanto, ci ricasco. Ma sono lampi che Marta, saggia moglie, spegne subito in me con certe sue terribili paroline.

Per esempio, l’altra sera.

Cose di poco momento, badiamo. Che può mai accadere a un povero savio e savio povero, ridotto a vivere più ordinatamente d’una formica?

Quanto più tenne la tela, tanto più delicato il ricamo, ho letto una volta, non so dove. Ma prima di tutto bisognerebbe saper ricamare.

Rincasavo. Non si può dare, credo, maggior fastidio di quello che l’insistenza d’un mendicante cagiona quando non s’abbia il soldo in tasca e quegli ci veda all’aria dispostissimi a darglielo. Era, nel caso mio, una ragazza. Senza interruzione, con voce piagnucolosa da un quarto d’ora m’andava ripetendo dietro le stesse frasi, due o tre. Io, sordo; senza guardarla. A un certo punto, mi lascia: investe e s’appiccica, come una mosca tavana, a una coppia di sposi novelli.

— Glielo daranno il saldino? — dico tra me.

Ah, tu non sai, ragazza! La prima volta che gli sposi novelli van per via a braccetto, Vedono d’aver tutti  gli occhi del mondo appuntati addosso; sentono l’impaccio delle cose nuove che tutti quegli occhi veggono e suppongono in loro, e non sanno né possono fermarsi a. far l’elemosina al povero.

Sento poco dopo, difatti, qualcuno che mi corre dietro gridando;

— Signorino, signorino.

E rièccola, col piagnisteo monotono di prima. Non ne posso più; le grido esasperato:

— No!

Peggio. Come se con quel no avessi dato la stura a un altro pajo di frasi tenute in serbo in previsione del caso. Sbuffo una prima volta, sbuffo una seconda, finalmente: auff! — alzo il bastone. Così. Quella si tira da un canto, levando istintivamente il braccio a riparo della testa, e di sotto il gomito mi geme:

— Anche due centesimi!

Dio, che occhi apriva quel volto smunto, citrino, sotto i capelli rossastri abbatuffolati. Tutti i vizii della strada vermicavano in quegli occhi; e la precocità li rendeva spaventevoli. (Non metto alcun punto esclamativo perché, ora che son savio, nessuna cosa deve più farmi meraviglia.)

Già prima di vederle quegli occhi ero pentito dell’atto di minaccia.

— Quant’anni hai?

La ragazza mi guarda di traverso, senza abbassare il braccio, e non risponde.

— Perché non lavori?

— Magari, a trovarne. Non trovo.

— Non cerchi, — le dico io, riavviandomi. — Perché hai preso gusto a codesto bel mestiere.

Manco a dirlo; colei mi seguì ripigliando l’affliggente cantilena: che aveva fame, le déssi qualcosa per amor di Dio.

Potevo cavarmi la giacca e dirle: « Tieni »? Chi sa: in altri tempi, forse l’avrei fatto. Ma già, in altri tempi, avrei avuto in tasca il soldino.

Mi nacque improvvisamente un’idea, della quale sento il dovere di scusarmi al cospetto della gente savia. Lavorare è senza dubbio un buon consiglio; ma si fa così presto a darlo. Mi sovvenne che Marta cercava una seghetta.

E si badi: qualifico pazzia quest’idea improvvisa, non tanto per la trepida gioia che mi suscitò e che riconobbi in prima benissimo, per averla altre volte provata tal quale, quand’ero matto: specie d’ebbrezza abbarbagliante che dura un attimo, un lampo, nel quale il mondo sembra dia un gran palpito e sussulti tutto dentro di noi; quanto per le riflessioni da povero savio con cui cercai subito di puntellare quell’ebbrezza in me. Pensai: « Purché a questa ragazza si dia da mangiare, da dormire e qualche veste smessa, ci servirà, senza pretendere altro. Sarà pure un risparmio per Marta ». Così.

— Senti: — dissi alla ragazza, — soldi, non te ne do. Vuoi davvero lavorare?

Si fermò a guardarmi un tratto con quegli occhi scontrosi, sotto le ciglia odiosamente aggrottate; poi chinò più volte il capo.

— Sì? ebbene, vieni allora con me. Ti darò io da lavorare a casa mia.

La ragazza si fermò di nuovo, perplessa.

— E mamma?

— Andrai a dirglielo dopo. Adesso vieni.

Mi pareva di camminare per un altro viale e che... mi vergogno a dirlo, case e alberetti fossero in preda all’agitazione che provavo io. E l’agitazione crebbe, crebbe di punto in punto, appressandomi a casa.

Che avrebbe detto mia moglie?

In un modo più balordo non avrei potuto presentarle la proposta (balbettavo). E certo, certissimo questo modo balordo dovette contribuire non solo a fargliela respingere, com’era giusto, ma anche a farla arrabbiare, povera Marta. Ma se io, ora che sono divenuto savio, col timore continuo che ni scappi qualche stramberia, non so più dire due parole, una dopo l’altra? Basta; mia moglie non si lasciò sfuggire l’occasione di ripetermi quel suo terribile: « Ancora? Ancora? » che per me è peggio d’una doccia a sorpresa; poi mandò via la ragazza senza neanche volerle dare qualcosina, perché disse - per quel giorno l’elemosina era fatta. (E realmente Marta l’elemosina la fa ogni giorno; badiamo: dà un soldino al primo povero che capita, e quando ha dato quel soldino e ha detto: « Raccomandami alle anime sante del Purgatorio » s’è messa in pace con la coscienza, e non vuol sentire altro.)

Intanto io penso e dico: quella ragazza, se non è già perduta, certo sarà tra breve. Sì, ma che deve importarmene? Io, ora, sono divenuto savio, e a queste cose non debbo più pensare né punto, né poco. — « Pensare a me! » - questa, la mia nuova divisa. Ce n’è voluto per persuadermi a intestarne tutti gli atti di questa mia nuova vita, chiamiamola così. Ma come Dio vuole, non facendo nulla... Basta. Se io ora, per modo d’esempio, mi fermo sotto la finestra d’una casa ove sappia c’è gente che piange, debbo subito vedere a quella finestra la mia smarrita, sparuta immagine, la quale, affacciandosi, ha l’obbligo espresso di gridarmi di lassù, crollando un po’ il capo e appuntandosi l’indice d’una mano sul petto: — E io? — Così.

Sempre: — E io? — in ogni occasione. Che è qui la base della vera saggezza.

Quand’ero matto invece...

II. FONDAMENTO DELLA MORALE

Quand’ero matto, non mi sentivo in me stesso; che e come dire: non stavo di casa in me.

Ero infatti divenuto un albergo aperto a tutti. E se mi picchiavo un po’ sulla fronte, sentivo che vi stava sempre gente alloggiata: poveretti che avevan bisogno del mio aiuto; e tanti e tanti altri inquilini avevo parimenti nel cuore; né si può dir che gambe e mani avessi tanto al servizio mio, quanto a quello degli infelici che stavano in me e mi mandavano di qua e di là, in continua briga per loro.

Non potevo dir: io, nella mia coscienza, che subito un’eco non mi ripetesse: io, io, io... da parte di tanti altri, come se avessi dentro un passeraio. E questo significava che se, poniamo, avevo fame e lo dicevo dentro di me, tanti e tanti mi ripetevano dentro per conto loro: ho fame, ho fame, ho fame, a cui bisognava provvedere, e sempre mi restava il rammarico di non potere per tutti. Mi concepivo insomma in società di mutuo soccorso con l’universo; ma siccome io allora non avevo bisogno di nessuno, quel « mutuo » aveva soltanto valore per gli altri.

Il bello intanto era questo, che credevo di ragionare la mia pazzia; anzi, se debbo dir tutta la verità senza vergognarmi, ero finanche arrivato a tracciare lo schema d’un trattato sui generis, che intendevo scrivere col titolo: Fondamento della morale.

Ho qui nel cassetto gli appunti per questo trattato, e ogni tanto, di sera (mentre Marta si fa di là il solito pisolino dopo cena), li cavo fuori e me li rileggo pian piano, di nascosto, con un certo godimento e anche una certa meraviglia, lo confesso, perché è innegabile che io ragionavo pur bene, quand’ero matto.

Dovrei veramente riderne; ma forse non ci riesco per il motivo artefatto particolare che quei ragionamenti erano per la maggior parte diretti a convertire quella disgraziata, che fu la mia prima moglie, della quale parlerò appresso, per dare la più lampante prova delle segnalate pazzie di quei tempi.

Da questi appunti argomento che il trattato del Fondamento della morale dovesse nel mio concetto consistere di dialoghi tra me e quella mia prima moglie, o forse d’apologhi. Un quadernetto, ad esempio, è intitolato: Il giovine timido, e certo in esso alludevo a quel buon ragazzo, figlio d’un mercante di campagna in relazione d’affari con me, il quale, mandato dal padre, veniva a trovarmi in città, e quella disgraziata lo invitava a desinare con noi per divertirsi un po’ alle spalle di lui.

Trascrivo dal quadernetto:

« Dimmi, o Mirina. O che occhi sono i tuoi? Non vedi che codesto povero giovine s’è accorto che tu intendi prenderti giuoco di lui? Lo stimi sciocco; e invece è soltanto timido; così timido che non sa ritrarsi dalla berlina a cui lo metti, quantunque ne soffra dentro. Se la sofferenza di questo giovine, o Mirina, non rimanesse per te allo stato di segno apparente che ti fa ridere, se tu non avessi soltanto coscienza del tuo tristo piacere, ma anche, nello stesso tempo del dolore di lui, non ti par chiaro che cesseresti di farlo sorbire, perché il piacere ti sarebbe turbato e distrutto dalla coscienza dell’altrui dolore? Tu agisci dunque, Mirina, senza l’intero sentimento della tua azione, della quale provi l’effetto soltanto in te medesima. »

Così. E per un matto, via, non c’è male. Il male era che non comprendevo che altro è ragionare, altro è vivere. E la metà, o quasi, di quei disgraziati che si tengon chiusi negli ospizii, non sono forse gente che voleva vivere secondo comunemente in astratto si ragiona? Quante prove, quanti esempii potrei qui citare, se ogni savio oggi non riconoscesse tante cose che si fanno nella vita, o che si dicono, e certi usi e certe abitudini esser proprio irragionevoli, dimodochè è matto chi li ragioni.

Tale in fondo ero io, tale nel mio trattato mi dimostravo.

Non me ne sarei accorto, se Marta non mi avesse prestato i suoi occhiali.

Per curiosità, intanto, coloro che non si vogliono tener paghi di Dio, perché lo dicono fondato in un sentimento che non ammette ragione, potrebbero vedere in questo mio trattato come io però lo ragionassi. Se non che, convengo adesso che questo sarebbe un Dio difficile per la gente savia e anzi addirittura impraticabile, perché, chi volesse riconoscerlo dovrebbe agire verso gli altri come agivo io una volta, cioè da matto: con eguale coscienza di sé e degli altri, perché sono coscienze come la nostra. Chi facesse veramente così e alle altre coscienze attribuisse l’identica realtà che alla propria, avrebbe per necessità l’idea d’una realtà comune a tutti, d’una verità e anche di un’esistenza che ci sorpassa: Dio.

Ma non per la gente savia, ripeto.

È curioso intanto che Marta, mentre io (seguendo la nostra vecchia abitudine di leggere qualche buon libro prima d’andare a letto) leggo, per esempio, I fioretti di San Francesco, m’interrompa di tratto in tratto, esclamando con riverenza e piena d’ammirazione:

— Che santo! che santo!

Così.

Sarà tentazione del demonio, ma io abbasso il libro sulle ginocchia e sto a guardarla, se lo dica proprio sul serio davanti a me. Per esser logici, via, San Francesco per lei non dovrebbe esser savio, o io ora...

Ma già, mi persuado che i savii debbono esser logici fino a un certo punto.

Torniamo a quand’ero matto.

Sul cadere della sera, in villa, mentre da lontano mi giungeva il suono delle cornamuse che aprivano la marcia delle frotte dei falciatori di ritorno al villaggio con le carrette cariche del raccolto, mi pareva che l’aria tra me e le cose intorno divenisse a mano a mano più intima; e che io vedessi oltre la vista naturale. L’anima, intenta e affascinata da quella sacra intimità con le cose, discendeva al limitare dei sensi e percepiva ogni più lieve moto, ogni più lieve rumore. E un gran silenzio attonito era dentro di me, sicché un frullo d’ali vicino mi faceva sussultare e un trillo lontano mi dava quasi un singulto di gioia, perché mi sentivo felice per gli uccelletti che in quella stagione non pativano il freddo e trovavano per la campagna da cibarsi in abbondanza felice, come se il mio alito li scaldasse e li cibassi di me.

Penetravo anche nella vita delle piante e, man mano, dal sassolino, dal fil d’erba assorgevo, accogliendo e sentendo in me la vita d’ogni cosa, finché mi pareva di divenir quasi il mondo, che gli alberi fossero mie membra, la terra fosse il mio corpo, e i fiumi le mie vene, e l’aria la mia anima; e andavo un tratto così, estatico e compenetrato in questa divina visione.

Svanita, restavo anelante, come se davvero nel gracile petto avessi accolto la vita del mondo.

Mi mettevo a sedere a piè d’un albero, e allora il genio della mia follia cominciava a suggerirmi le più strambe idee: che l’umanità avesse bisogno di me, della mia parola esortatrice: voce d’esempio, parola di fatto. A un certo punto m’accorgevo io stesso che deliravo, e allora mi dicevo: — Rientriamo, rientriamo nella nostra coscienza... — Ma ci rientravo, non per veder me, ma per veder gli altri in me com’essi si vedevano, per sentirli in me com’essi in loro si sentivano e volerli com’essi si volevano.

Ora, concependo e riflettendo così nello specchio interiore della coscienza gli altri esseri con una realtà uguale alla mia e per tal mezzo anche l’Essere nella sua unità, un’azione egoistica, un’azione cioè nella quale la parte si erige al posto del tutto e lo subordina, non era naturale che mi apparisse irragionevole?

Ahimè, sì. Ma mentre io per le mie terre camminavo in punta di piedi e curvo per vedere di non calpestare qualche fiorellino o qualche insetto, dei quali vivevo in me la tenue vita d’un giorno, gli altri mi rubavano la campagna, mi rubavano le case, mi spogliavano addirittura.

E ora, eccomi qua: ecce homo!

III. MIRINA

Il cero benedetto, il cero « della buona morte », che quella santa donna s’era portato dalla chiesa madre del paesello natale, faceva ora il suo ufficio.

Lo aveva custodito tant’anni per sé in fondo all’armadio; e ora esso ardeva su un lungo candeliere di piombo e quasi vegliava coi ricordi umili e cari del lontano paese, struggendosi in lacrime sul fusto, dietro il capo della morta già stesa sul pavimento dentro la bara ancora scoperta, nel posto occupato prima dal letto.

Ogni qual volta mi viene in mente la mia prima moglie, mi s’affaccia con straordinaria lucidità questa funebre visione. La santa donna stesa in quella bara è Amalia Sanni, la sorella maggiore e vorrei dire la madre di Mirina. Rivedo la camera modestissima e, oltre al cero benedetto, due altri ceri più piccoli che si consumano più presto a piè della bara, crepitando di tratto in tratto.

Io me ne sto seduto presso la finestra, e, come se la sciagura inattesa mi avesse più stordito che addolorato, guardo i parenti e gli amici convenuti per quella morte: gente savia e dabbene, mi guarderei dal negarlo, ma che peccava di troppo zelo nel farmi accorgere dell’antipatia che sentivano per me. Certo ne avevano ragione, ma non m’aiutavano così a rinsavire, ché io anzi da quei loro sguardi traevo argomento di compatirli sinceramente.

Io amavo Amalia Sanni come una sorella. Riconosco ora in lei un solo torto: questo: che la sua anima s’accordava in tutto e per tutto con la mia nel concepir la vita. Non direi però ch’ella era matta; direi tutt’al più che Amalia Sanni non fu savia, come San Francesco. Perché non c’è via di mezzo: o si è santi o si è matti.

Con cura tutt’e due ci sforzavamo di ridestare l’anima in Mirina, senza pertanto sciupar la freschezza della sua sconnessa e quasi violenta vitalità, senza mortificare per nulla quel suo minuscolo corpicino da bambola, pieno di vivacissime grazie. Volevamo insegnare a una farfalla, non a chiuder le ali e non voler più, ma a non andare a posarsi su certi fiori velenosi. Senza intendere che per la farfalla quel che a noi pareva veleno era il proprio cibo.

Basta: non voglio qui dilungarmi a narrare la mia infelice esistenza coniugale con Mirina. Dirò solo che ella detestava in me quel che ammirava in sua sorella. E questo ora mi sembra naturalissimo.

A un tratto, nella camera mortuaria entrò sbuffante una delle cugine di mia moglie, di cui non ricordo più il nome: pingue, nana, con un grosso pajo d’occhiali rotondi che le ingrandivano mostruosamente gli occhi, poverina. Si era recata all’aperto a raccoglier qua e là quanti più fiori aveva potuto, nelle vicinanze della villetta, e ora veniva a spargerli sulla morta. Aveva nei capelli scompigliati il vento che urlava fuori.

Gentile e pietoso quel pensiero: ora lo riconosco; ma allora... Ricordavo che, pochi giorni addietro, Amalia, nel veder Mirina ritornare alla villetta con un gran fascio di fiori, aveva esclamato, tutt’afflitta:

— Peccato! Perché?

Nella sua santità, difatti, ella riteneva che quei fiori di campo non nascono per gli uomini, ma sono come il riso della terra che esprime gratitudine al sole per il calore che esso le dà. Strappare quei fiori era per lei una profanazione. Io matto, confesso che non seppi resistere alla vista della morta coperta di quei fiori. Non dissi nulla. Me ne andai.

Ricordo ancora l’impressione che mi fece, quella notte, l’improvviso spettacolo della natura quasi tutta in fuga, nell’urlante veemenza del vento. Fuggivano squarciate pel cielo, con disperata furia, le nuvole, a schiera infinita, e pareva si trascinassero seco la luna pallida dallo sgomento; gli alberi si scontorcevano stormendo, cigolando, spasimando senza requie, come per sradicarsi e fuggire pur là, pur là, dove il vento portava le nuvole, a un tempestoso convegno.

L’anima mia, che nell’uscir dalla villetta era tutta chiusa nel cordoglio della morte, a un tratto si aprì, come se il cordoglio stesso si fosse spalancato al cospetto di quella notte: altro dolore immenso mi parve che fosse nel cielo misterioso, in quelle nuvole squarciate e trascinate; altra pena arcana nell’aria infuriata e urlante in quella fuga, e, se così gli alberi muti si agitavano, anche uno spasimo ignoto doveva certo essere in loro. A un tratto, un singhiozzo, quasi un bollo di paurosa luce in quel mare di tenebre: un chiurlo d’assiolo nella valle giù; e, lontano, gridi di terrore: i grilli che scampanellavano di là, verso la collina.

Investito dal vento, andai tra gli alberi. A un certo punto, non so perché, mi voltai a guardare verso la villetta, che mi presentava l’altro lato. Dopo aver guardato un pezzo, improvvisamente mi protesi per discernere tra il bujo se quel che mi sembrava di vedere fosse vero: presso la finestra bassa della camera in cui Mirina s’era ritirata a piangere la sorella, stava e s’agitava come un’ombra. Poteva essere negli occhi miei quell’ombra? Me li stropicciai così forte, che, per un attimo, dopo, non riuscii a discernere più nulla, quasi che una tenebra più fitta fosse caduta attorno per impedirmi, non di vedere, ma di credere a ciò che m’era parso di vedere. Un’ombra che gestiva? L’ombra d’un albero agitato dal vento?

Tanto era lontano da me il sospetto che mia moglie mi tradisse.

Veramente mi sembra di non presumer troppo pensando che, in una notte come quella, sarebbe stato lontano da tutti un tal sospetto, e che forse tutti, come me, quando mi accorsi che quell’ombra era proprio un uomo in carne e ossa avrebbero ritenuto che fosse un ladro notturno e come me sarebbero corsi di soppiatto a prendere uno schioppo, per intimorirlo, anche sparando in aria.

Se non che io, quando scoprii che genere di ladro fosse colui, non gli sparai, né sparai in aria.

Appostato lì, chino, all’angolo della cascina, vicinissimo alla prima finestra donde essi parlavano tra loro, in preda a continui brividi taglienti come rasoiate alla schiena, mi sforzavo di udire ciò che dicevano. Udivo soltanto mia moglie atterrita dall’incredibile audacia di colui. Lo spingeva ad andarsene. Parlava anche lui, ma così basso e affrettatamente che, non solo non riuscivo a intendere le sue parole, ma dal suono della voce non potevo ancora riconoscerlo.

— Vattene, vattene, — insisteva lei. E tra le lagrime aggiunse altre parole che m’impietrarono di più. Intravidi tutto! Egli era venuto in quella notte tempestosa per chiedere notizie dell’inferma. Ed ella gli disse: « L’abbiamo uccisa noi ». Ah, dunque Amalia aveva saputo, aveva scoperto prima di me il tradimento?

— Che colpa? che colpa? No! – diss’egli forte, smanioso, a un tratto.

Vardi! lui, Cesare Vardi, il mio vicino! Lo riconobbi, lo vidi nella sua voce: tozzo e solido, quasi nutrito di terra, di sole e d’aria sana. Udii, subito dopo, le persiane raccostarsi con violenza, come se il vento avesse aiutato le mani li lei; udii che egli si allontanava. E io non mi mossi dalla positura in cui m’ero messo; seguii con l’udito rattenendo il fiato, i suoi passi, più lenti assai dei battiti dei mio cuore. Poi mi rialzai in preda al primo sbalordimento, e allora quel che avevo veduto e inteso quasi non mi parve più vero.

« Possibile? possibile? » dicevo a me stesso, errando di nuovo per la campagna, tra gli alberi, com’ebbro. M’usciva dalla gola un mugolìo sordo, continuo, che si confondeva col violento stormire delle foglie, come se il mio corpo, ferito, si dolesse per suo conto, mentre l’anima, sconvolta, stupita, non gli badava.

— Possibile?

Intesi alla fine quel mugolo che partiva da me, e m’arrestai arrangolato e m’afferrai forte con l’una mano e con l’altra gli omeri, incrociando le braccia sul petto, quasi per trattenermi, e sedetti a terra. Ruppi allora in singhiozzi disperati; Piansi e piansi; poi, spossato, alleggerito, cominciai a esortar me stesso.

Ma dirò solo quello che feci, dopo aver pensato a lungo. Sarà meglio. Ormai sono passati tanti anni; commuovermi ancora di questa mia vecchia sciagura temo che non sia degno di un uomo savio; tanto più che, pare, anzi è certo, mi diportai malissimo.

Levatomi dunque da terra, mi misi a errar di nuovo. A un tratto mi sentii quasi forzato a nascondermi ancora una tolta, e mi accoccolai dietro la siepe che limitava il mio campo la quello di lui. Il Vardi ritornava lentamente alla sua villa. Nel passare davanti a me, nascosto dalla siepe, lo sentii sospirare profondamente nella notte. Quel sospiro me lo avvicinò tanto, che quasi ne provai ribrezzo. Ah, per quel sospiro fui proprio sul punto d’ucciderlo. Potevo, solo che avessi alzato un po’ il fucile, anche senza darmi la pena di prendere la mira; tanto vicino mi passava. Lo lasciai passare.

Ritornato di corsa alla villetta trovai che i parenti s’erano ritirati dalla camera della morta e che soltanto due servi erano rimasti a vegliare. Li dispensai dal triste ufficio, dicendo che avrei vegliato io. Mi trattenni un po’ a contemplare mia cognata, che mi sembrò più tranquilla, più serena, come se, morta dentro l’ombra della colpa di cui aveva voluto serbare l’orrendo segreto, ora ne fosse uscita, poiché io sapevo tutto. Entrai quindi nella camera di Mirina.

La trovai che piangeva. Appena mi vide, si cangiò in volto.

— Non temere, — le dissi. — Vieni con me.

— Dove?

— Con me. Non avrai più rimorsi.

— Che intendi dire?

— Io voglio fare, non dire. E quello che vuoi tu. Vieni intanto. Ti farò vedere.

La presi per mano; la attirai. Tremante, fremente, ella si lasciò trascinare fino alla camera della morta. Le additai la sorella.

— Vedi? — le dissi. — Ora ella ti perdona. E tu puoi ripetere a me che l’hai uccisa tu.

— Io?

— Sì, come hai detto poc’anzi dalla finestra a lui. Zitta non gridare! Non ti fo nulla. Andrai ora stesso via da questa casa. Non piangere! È la tua prigione. Voglio liberarti.

Cadde in ginocchio, con la faccia per terra, supplicando perdono, pietà. La aiutai subito a rialzarsi, imponendole di far silenzio; la tirai fuori della stanza.

— Dove? dove? — chiedeva lei angosciosamente.

— Dove tu vuoi; non temere. E se vuoi esser punita, sarà punizione; e se puoi ancora godere, godrai liberamente. Ti libero! ti libero!

Avevo ancora lo schioppo in ispalla. Ah come ella me lo guardò, sospettando ragionevolmente che con le buone volessi attirarla fuori! Me ne accorsi: sorrisi amaramente. E corsi a posar l’arma in un angolo della saletta.

— Non voglio farti male, no. Che dovere hai tu d’amarmi per forza?

— Dove mi conduci?

— Da lui che t’aspetta.

Entrando in una casa, pensavo io allora, dobbiamo contentarci della sedia che l’ospite può offrirci, senza stare a pensare se dall’albero, donde quella sedia fu tratta, altra sedia di miglior foggia e di maggior dimensione avremmo tratta noi per il nostro gusto e per la nostra statura. Per Mirina erano troppo alte le sedie di casa mia. Sedendo, restava con le gambe spenzolate, ed ella voleva sentire sotto i piedi la terra.

Ma avevo promesso di riferire soltanto quello che feci. Bene: passi questo breve saggio di pazzia. Quanto sarebbe stato più spiccio tirare una fucilata... Mah!

La tenevo per mano, all’aperto, e le parlavo, andando. Non so bene quel che le dicessi; so che, a un certo punto, ella svincolò il polso dalla mia mano e scappò via di corsa, di corsa, tra gli alberi, come portata dal vento. Io rimasi perplesso, sorpreso da quella fuga improvvisa: pareva che ella mi seguisse così docile... Chiamai come un cieco:

— Mirina! Mirina!

Era sparita nella tenebra, tra gli alberi. Errai in cerca, a lungo, invano. Ruppe l’alba, cercai ancora, finché ogni dubbio non fu vinto dalla certezza che ella era andata da sola a rifugiarsi là, dove io senza alcuna violenza volevo condurla.

Guardai il cielo velato da strisce rade, che erano come la traccia superstite della gran fuga delle nuvole nella notte, e mi sentii stordito in mezzo a un silenzio nuovo, inatteso, con l’impressione vaga che qualcosa fosse venuta a mancare tutt’intorno, alla terra. Ah sì, ecco: il vento. Il vento era abbattuto. Gli alberi erano immobili nell’umida squallida luce di quell’alba.

Quanta stanchezza in quella stupefatta immobilità! Ero sfinito anch’io, e mi posi a sedere per terra. Guardai le foglie degli alberi più vicini, e sentii che, se un soffio d’aria in quel momento fosse venuto a smuoverle, esse avrebbero forse provato lo stesso senso di dolore che avrei provato io se qualcuno fosse venuto a scuotermi una mano.

Mi sovvenne a un tratto che la morta era sola nella villetta; che c’erano i parenti, i quali forse a quell’ora s’erano svegliati e domandavano di me e di mia moglie. Balzai in piedi, e via di corsa.

Stimo inutile rappresentare a gente savia quel che seguì. Quei bravi parenti insorsero tutti alle parole mie, alle mie spiegazioni; mi proclamarono pazzo, e anzi quella cugina pingue nana, dagli occhiali rotondi, mentre tutti vociavano, trasse dalla concitazione generale il coraggio di strillarmi in faccia con le pugna serrate:

— Imbecille!

Aveva ragione, poverina.

Affrettarono il trasporto della defunta alla chiesa del prossimo villaggio, e mi lasciarono solo.

Dopo due anni, mi rivedo in viaggio. Il Vardi ha abbandonato Mirina, la quale, sottratta alla miseria, al vizio, alla disperazione, vive in casa d’una parente. Ella è però in potere d’un male orribile, e sta per morirne. Col mio perdono, con la pace, io ho sperato, sognato di allegrarle gli ultimi giorni di vita, riconducendola alla nostra campagna. Mi presento a lei in quella camera squallida; le dico:

— Mi comprendi, ora?

— No! — mi risponde lei, ritirando la mano che voglio carezzarle e guardandomi odiosamente.

E anche lei, poveretta, aveva ragione.

IV. SCUOLA DI SAGGEZZA

Per esercitar bene qualunque professione c’è bisogno, come ognun sa, anche di una certa larghezza di mezzi, la quale renda possibile aspettare le opportunità migliori, senza buttarsi alle prime, come cani all’osso, che è la sorte di chi si trovi in ristrettezze e per l’oggi debba ammiserire il proprio domani e se stesso e la professione sua.

Ora questo vale anche per la professione del ladro.

Un povero ladro, che debba vivere alla giornata, suol finir sempre male. Un ladro invece, che non sia in tali angustie e possa e sappia aspettar tempo e preparare i modi, arriva ad alti e onoratissimi posti, con plauso e soddisfazione di tutti.

Siamo dunque parchi, per carità, nell’accordare il merito della saggezza ai ladri di casa mia.

Tutti quelli che esercitarono sulla mia cospicua ricchezza la loro professione, non meritano l’encomio della gente savia. Potevano rubare con garbo, comodamente, e con prudenza e avvedutezza, e crearsi un’onorevole e rispettabilissima posizione Invece, proprio senz’alcun bisogno, s’affollarono a rubare, e rubarono male, naturalmente. Riducendomi in pochi anni alla miseria, si tolsero il modo di vivere tranquillamente alle mie spalle. E cominciarono presto, infatti, per loro, tanti grattacapi che prima non avevano; e so, e me ne dispiace, che qualcuno andò anche a finir male.

Marta, mia moglie, è d’accordo con me in questo giudizio, soltanto ella osserva che allorquando un pover’uomo discretamente onesto si trova insieme con tanti ladri ingordi nell’amministrazione dei beni d’un ricco imbecille o matto (che sarei io) la tattica della parsimonia nel furto non è più saggia; il furto discreto, pacifico, giornaliero, non è più segno allora d’avvedutezza, ma di stupidaggine e di povero cuore. E questo sarebbe appunto il caso di Santi Bensai, mio segretario e primo marito della mia cara Marta.

Il povero Santi (a cui devo se ora non son ridotto all’elemosina) conosceva la mia ricchezza e stimava saggiamente ch’essa avrebbe potuto servire con larghezza per me e per quanti, come lui, si fossero contentati di raschiarla discretamente, comodamente, senza cagionar danni troppo evidenti. Forse non tralasciò di consigliare, per comune interesse, moderazione ai suoi colleghi; non fu certo ascoltato; si creò nemici; e sofferse non poco, poverino. Gli altri seguitarono a portar via a balle e a carra; lui, come una sobria formichetta. E quando io alla fine rimasi povero come santo Giobbe, bisognava vedere il buon Santi molto, ma molto più afflitto di me. Egli aveva raggranellato di che vivere modestamente, e non si sapeva dar pace che quegli altri non si fossero degnati neppure di lasciarmi nella sua condizione.

— Carnefici! — esclamava: lui che mi aveva tratto sangue, a mala pena, zitto zitto, con uno spillo.

E più d’una volta, vedendomi un po’ troppo pallido, volle trascinarmi per forza in casa sua a desinare; e lui non mangiava, dalla bile che lo rendeva furibondo contro quegli altri.

Io stavo zitto e ascoltavo Marta che, fin d’allora, cominciò a darmi scuola di saggezza. Ella difendeva contro il marito i miei carnefici.

— Siamo giusti! — diceva. — Con qual diritto possiamo pretendere che gli altri si curino di noi, quando noi continuamente dimostriamo di non aver nessuna cura di noi stessi? La roba del signor Fausto era roba di tutti, e ciascuno se l’è presa. Non è tanto ladro il ladro, quanto, — scusi signor Bandini, — quanto è imbecille chi si lascia rubare.

E qualche altra volta diceva, come infastidita:

— E zitto, via, Santi! Imita il signor Bandini che almeno se ne sta zitto, perché sa bene, ora, che non può lagnarsi di nessuno. Se egli infatti, senza che gli spettasse, pensò sempre agli altri, che meraviglia, che questi altri abbiano pensato a sé? Ha dato lui l’esempio, e gli altri lo hanno seguito. Per me, il signor Bandini è stato il più gran ladro di se stesso.

— E dunque, in prigione? — le domandavo io, sorridendo.

— In prigione, no. Ma in qualche altro ospizio, sì.

Santi si ribellava. Il diverbio s’accendeva, e invano io tentavo di metter pace dichiarando che, alla fin fine, quei tali il più gran male non lo avevano fatto a me che sapevo adattarmi a vivere comunque, ma alla povera gente che aveva bisogno del mio aiuto.

— E lei dunque, — ribatteva Marta, — non ha fatto male soltanto a sé, ma anche agli altri. Ne conviene? Non pensando a sè, non ha pensato neanche agli altri. Doppio male! E non ne segue che tutti coloro che pensano soltanto a sè e fanno in modo di non aver mai bisogno d’alcuno, per questo soltanto dimostrano di pensare anche agli altri? Che farà lei adesso? Ha bisogno degli altri, ora. E crede che sarà per tutti un beneficio il dover mostrarsi grati?

— O che ti scappa di bocca, pettegola? — scattava Santi a queste parole, temendo non mi paressero un raffaccio di quel po’ d’aiuto ch’egli con tutto il cuore mi prestava.

Marta, placida e commiserandolo con lo sguardo, gli rispondeva:

— Non dico per te. Che c’entri tu, Santi mio, che sei un pover’uomo da bene?

E veramente! Se lo avessi lasciato fare secondo il suo affetto e la considerazione sua, mi sarei ridotto a vivere giorno e notte con lui. Non mi soleva lasciare un sol momento, e mi chiedeva per grazia ch’io fossi contento di accettare i suoi servizii doverosi. Povero Santi! Ma, con la povertà, i fumi della follia non m’erano per anche svaporati. Non volevo esser di peso a nessuno de’ miei antichi beneficati, e con garbo compassionevole mi portavo a spasso i miei cenci e la mia miseria e intanto cercavo di procacciarmi un lavoro qual si fosse, anche manuale, che mi desse modo di soddisfare ai miei pochi bisogni.

Ma neppur questo garbava alla mia saggia maestra:

Lavorare? — mi diceva. — Bell’espediente! Lei non era nato per questo, e ora toglierà, senza volerlo, il posto a un poveretto che forse si sarà incamminato per la via di quell’impiego che lei va cercando.

Mi voleva dunque morto, la buona amica? Quel suo ragionamento mi colpì e, non volendo togliere il posto a nessuno, me ne andai lontano, a chieder ricetto a una famiglia di contadini, già miei dipendenti, ai quali di notte, in cambio, guardavo nel bosco la carbonaia, con la scusa che non riuscivo mai a prender sonno. Là, dopo alcuni mesi, mi giunse la notizia che il povero Santi Bensai era morto di un colpo. Lo piansi come un fratello! Dopo circa un anno, la vedova mandò a cercare di me. M’ero ridotto così male, che non volevo assolutamente presentarmi a lei.

Ora Marta non vuol dare a sé il merito di avermi salvato; ma, se è vero che il buon Santi lasciò nel testamento una calda raccomandazione per me alla moglie, è anche vero che ella poteva non tenerne conto.

— No, no, — mi ripete lei — ringrazia Santi, buon’anima, che ebbe almeno l’accortezza di metter da parte questo poco denaro ch’era tuo, per la nostra vecchiaia. Vedi? quello che tu non sapesti fare, lo fece lui per te. Peccato che gli mancasse il coraggio, poverino!

E così io ora, savio, godo il frutto, scarso, della più savia tra le virtù: la previdenza d’un mio povero ladro riconoscente e da bene.

137 - Concorso per referendario al Consiglio di Stato

I pochi avventori del Romitorio, esiliati lassù in vetta al Monte, da un pezzo sentivano la vociaccia di Natale il somararo, su per l’erta faticosa sotto la macchia:

Sci... bsrrr! Sc... brrr!

E nella calura asfissiante, nell’ozio opprimente, fra lo stridor lontano, continuo, delle cicale e gli zighi acuti dei grilli vicini, ansiosi di sapere se quello stortaccio conducesse lassù qualche nuovo compagno di sventura o un visitatore momentaneo, si affacciavano di tanto in tanto alle finestre dell’ex-convento, ridotto da alcuni anni ad albergo.

Il convento, a dir vero, era rimasto tal quale, con le sue anguste cellette, fornite di un tettuccio così stretto che a mala pena ci si poteva rigirare, d’un rustico tavolino, d’un lavamano e di tre o quattro seggiole impagliate; tal quale, col suo refettorio, coi suoi lunghi e cupi corridoi rintronanti, con le grige scalette logore e la chiesuola accanto, ora sempre chiusa.

Gli avventori, pe’ primi giorni, tolleravano quella mancanza d’ogni comodità in grazia dello strano sapor di vita claustrale; poi si annoiavano, pur senza volerlo riconoscere. E al signor Lanzi che aveva avuto la peregrina idea d’assumer l’impresa di quel sedicente albergo lassù e che prometteva ogni anno per l’anno venturo un albergo nuovo, levato di pianta, di tipo svizzero, e la funicolare:

— Eh sì, — dicevano. — Perbacco! È un vero peccato! Questo è un luogo delizioso di villeggiatura.

— Senonché, — rispondeva sospirando e grattandosi il capo il signor Lanzi, — senonché, quando io ci avrò rimesso l’osso del collo e avrò loro offerto tutti i comodi, come sul Generoso o sul Pilatus, lor signori diranno che i prezzi son cari e non verranno, o penseranno: « Tanto vale andarcene in Isvizzera! Si fa miglior figura! » E allora Pilato qua resterò io, con tutti i miei comodi, e un palmo di naso.

Non sarebbe dunque mai sorto l’albergo di tipo svizzero lassù?

Ma sì, l’anno venturo senza dubbio.

E il signor Lanzi, per distrarre i suoi avventori, mostrava loro il punto preciso dove la nuova costruzione sarebbe sorta, e la descriveva coi più minuti particolari, la faceva vedere, lì, come se già ci fosse, — che splendore! — e discuteva e accettava i sennati consigli di questo e di quello; e poi parlava degli studii già compiuti per la costruzione della funicolare. Tutto pronto. Al prossimo ottobre.

— Bravo, bravo, signor Lanzi! Una vera indecenza, quel Natale co’ suoi somarelli arrembati!

Sci... brrr! Sci... brrr!

La voce di Natale si sentiva ora, a mano a mano, più prossima, sotto la macchia.

I1 signor Lanzi con l’ex-deputato Quagliola, calvo e botracciuolo, il giovane professor di liceo Tancredi Picinelli, rosso di pelo, magro, lentigginoso, compitissimo, si fecero su la spianata innanzi al convento. Trovarono affacciati alle finestre delle cellette gli altri quattro avventori, in attesa: la bionda signora Ardelli, il cui marito (uomo da bene, anzi da benissimo) veniva ogni sabato sera dalla città vicina, ov’era impiegato già cavaliere; l’avvocato Mesciardi che faceva la corte alla signora; Quagliolino, il figlio del deputato, che tentava di farle la corte anche lui, e si rovinava la salute, da povero collegiale; e infine il pretino don Vinè che ne fuggiva la tentazione.

Prima comparve l’asino e cadde: si abbandonò disperatamente, con le orecchie ciondoloni, gli occhi chiusi, tutto trafelato e sbuffante, come a dire che proprio non ne poteva più. Sopravvenne, arrovellato, come una furia d’inferno, Natale, col randello brandito.

— Sù, maiale! su!

Perché pare che un asino si debba offendere a sentirsi dare del maiale. Ma invece no. Forse Natale lo comprese e cominciò allora anche a sonargli randellate di santa ragione. Però l’asino, — Suona! — come se non le dessero a lui. Soltanto si provò a levare a metà un’orecchia spelata, quasi per sentire da qual parte venissero.

Terzo, stronfiando, arrangolato, comparve il nuovo avventore, l’avvocato Pompeo Lagùmina: un gigante miope, furibondo contro la propria lente che non gli si reggeva più sul naso sudato. Le ampie tese del cappello di tela bianca gli s’erano ammoscite e appiccicate sul faccione, dal troppo sudore. Si precipitò su l’asino, gridando a Natale che si cacciò la testa tra le spalle:

— Me lo carico io, mascalzone, come Morgante il caval de la badia!

E si provò davvero a caricarsi l’asino, tra le risate fragorose degli spettatori.

— Ma se è una montagna! — gemette l’asinaio, per scusarsi col principale.

— E son venuto a piedi! — gridò, sollevandosi, Pompeo Lagùmina. — Codesto tuo asino non si regge su le gambe, più asino di te!

— Con quella cassa piena di piombo... — grugnì allora Natale.

— Di scienza, bestia! Sono libri! — incalzò Pompeo Lagùmina, prendendo per le spalle Natale e dandogli un poderoso scrollone.

— E perciò l’asino non li porta, — osservò placidamente l’ex-deputato Quagliola; mentre il Lagùmina, infuriato, diceva a Natale:

— Non ti pago! Non avrai mercede!

Il signor Lanzi s’interpose, pieno di garbo:

— Faccia come vuole, signore; ma si levi di qua, prego: è troppo sudato: può prendere un malanno.

— Grazie. Non c’è pericolo, — rispose il Lagùmina, protendendo il possente torace. — Lei è l’albergatore?

— A servirla.

— Favorirmi, grazie. Dunque senta: io l’asino non l’ho toccato Mi son provato a cavalcarlo: i piedi mi strisciavano per terra, poi, a un certo punto, mi si piegò sotto.

— Gli ha rotto il filo della schiena! — tornò a brontolare Natale.

— T’uccido! — tonò Pompeo Lagùmina, voltandosi e alzando, terribile, un pugno. — Non fiatare!

La signora Ardelli, dalla finestra, sbruffò un’irrefrenabile risata. Il Lagùmina alzò il capo, irato; ma vide che il riso era partito da una signora e provò a spiccicarsi dal capo sudato il cappello di tela, sorridendo anche lui, come un buon bamboccione.

— Non se ne parli più! Lo prende in grazia lei, signora?

Ma la signora Ardelli era già scappata via dalla finestra.

— Son venuto qua appositamente per studiare, — riprese il Lagùmina, rivolgendosi all’albergatore e facendosi all’improvviso molto serio, quasi scuro. — Avrei bisogno d’una stanza appartata.

— Ah, qua son tutte cellette di frati, — disse il signor Lanzi, — fatte apposta per lo studio e per la meditazione signore. Ecco, venga a vedere.

— Signori, — salutò con un profondo inchino il Lagùmina, e seguì impettito, con passo da granatiere, il signor Lanzi.

L’ex-deputato Quagliola e il professor Picinelli alzarono il capo a guardare quelli che si erano goduta la scena dalle finestre. Il Mesciardi si stropicciò le mani, come per dire: — « Allegri! è venuto lo spasso! » — e Quagliolino domandò:

— Piombo, Natale? Hai ragione.

— Mi ha ammazzato l’asino, mannaggia! — sacrò questi, mentre sudava a svincolar con le mani e coi denti la corda che teneva legato il carico sul basto.

Il Picinelli si provò a persuadere con le buone l’asino a rialzarsi; ma la povera bestia, che conosceva soltanto il linguaggio del bastone, alle amorevoli esortazioni drizzò le orecchie e le ribassò subito, chiudendo gli occhi e pensando evidentemente: « Non dicono a me! ».

Poco dopo, tramontato il sole, gli avventori del Romitorio si disponevano a desinare sotto gli alberi della vetta, dalla parte di levante.

Pompeo Lagùmina s’era tutto rinfrescato con abbondanti abluzioni, e venne a prender posto, beato e sorridente nell’ampio faccione di gigante pacifico, tra il professor Picinelli e i due Quagliola. Portava sotto il braccio un grosso libraccio rilegato.

— Eh, — sospirò, chiudendo gli occhi e deponendo il libro su la tavola. — Non ho proprio un minuto da perdere.

Ciascuno degli avventori aveva il suo tavolino, solo i due Quagliola desinavano insieme. L’avvocato Mesciardi tese l’orecchio per sentire ciò che diceva il nuovo venuto: avrebbe voluto goderselo anche lui; ma non voleva lasciare il posto accanto alla signora Ardelli. Ebbe un’idea: trasse dal porta togli un biglietto da visita e andò a presentarsi al Lagùmina.

— Poiché lei s’è fatto monaco con noi...

— Giustissimo! Obbligatissimo! — esclamò il Lagùmina.

Si alzò e, con molto garbo, distribuì in giro il suo.

— Io sono il più anziano, — disse il Quagliola, — ma, in considerazione della statura, sarà meglio cedere a lei, avvocato Lagùmina, il priorato del nostro convento.

— Accetterei molto, molto volentieri, — rispose dolente il Lagùmina, — e saprei, non dubiti, istituire (col beneplacito del nostro don Vinè) un nuovo Ordine coi fiocchi, di romiti gaudenti: brigata spendereccia. Ma proprio non posso: ho i minuti contati! Debbo prepararmi a un concorso difficilissimo: quello di referendario al Consiglio di Stato.

— Nientemeno! — esclamò il Mesciardi.

— Eh, purtroppo, come si fa? — sospirò il Lagùmina. — Per me è vitale! Se non riuscissi... ma che! ma che! non voglio neanche metterlo in dubbio. Ho però solo un mese davanti a me. Quando ci penso, mi sento mancar l’animo.

Non l’appetito, però, per dire la verità. Divorava. Si calò pulitamente nella voragine dello stomaco un bislungo di risotto senza accorgersene, discorrendo del concorso. Tanto che, quando con la forchetta nel bislungo, frugando, non trovò più nulla, guardò in giro i commensali, poi il cameriere, e disse:

— Se non m’inganno, m’è parso buono. Vogliamo fare un bis? Portamene un altro. Eh, l’aria montanina! Peccato che non possa goderne. Ma mi... mi... mi conforta, ecco, mi conforta il pensiero che lo studio è stato sempre la mia passione.

— Anche il risotto, direi, — osservò piano il Quagliola, rivolto al Picinelli.

E anche, bisogna dire la verità, anche le cotolette e il pollo e l’insalata, e via seguitando. Don Vinè, magrolino e disappetente, ne rimase addirittura esterrefatto.

E il libro? Un po’ di pazienza: a fin di tavola.

— Qua si sta d’incanto! — esclamò, levandosi insieme con gli altri e prendendosi il ventre con le mani, soddisfatto, satollo

— E ora, un tantino al rezzo, eh? Proprio ci vuole.

E andò a sdrajarsi, più là, a piè d’un faggio.

- Oggi è sabato... Arrivo adesso... — si mise a pensare poco dopo, accendendo il sigaro, beatamente. — Domani, domenica... Meglio cominciar da lunedì, per assuefarmi prima, almeno un po’, e togliermi ogni curiosità del luogo.

E guardava, intanto, laggiù in fondo, azzurre e lievi nella lontananza, le giogaie degli Appennini.

— Buona spina dorsale della patria nostra!

Ecco: belle idee, così nell’ozio, senza starci a pensare, gliene venivano, di tanto in tanto, e qualche immagine robusta. Via via, l’avrebbe superata, quella prova tremenda. Non era uno sciocco, perbacco! "Gli Appennini, spina dorsale della patria." — Chi sa se qualcuno lo aveva mai detto prima di lui?

La testa gli riposava male, appoggiata al tronco dell’albero: si tirò più giù e la posò sul libro. Poco dopo ronfava, contemplato dagli altri avventori, accorsi in punta di piedi al richiamo del terribile Quagliolino.

— Zitti! Studia... — disse alla fine Quagliola padre, ponendosi un dito su le labbra. — Non lo disturbiamo. È già entrato al Consiglio di Stato.

Ma ve lo lasciarono star poco! Ogni sabato sera, la colonia del Romitorio accoglieva con rumorosa festa il cavaliere Ardelli di ritorno dalla città. Alle risa, al frastuono, il Lagùmina si svegliò di soprassalto, e poiché aveva sognato gli esami e aveva avuto paura, d’un subito si tolse il libro di sotto il capo per mettersi a leggere, con gli occhi gonfi e rossi dal sonno interrotto. Quegli sfaccendati intanto gli vennero sopra, portando in trionfo su l’asino l’Ardelli, che per la statura rivaleggiava col Quagliola, ma aveva in compenso un testone da Golia.

— Ecco la novità! — esclamò il Mesciardi, indicando il Lagùmina. — Le presentiamo il nostro padre priore!

Il Lagùmina si alzò sorridente.

— Ho detto che non posso accettare. Mi vedono? Sto qui a rompermi la testa. Perdio, è già sera? Leggendo, non me n’ero accorto.

— Lei ci perderà la vista; glielo dico io! — esclamò con molta serietà il Quagliola.

Domenica.

Veramente, ecco, s’era proposto di non perdere neppure un giorno, neppure un minuto. Ma non aveva già la sera avanti stabilito con se stesso, che avrebbe cominciato da lunedì? Sì, per assuefarsi un po’ alla montagna, ecco. E poi, era già troppo tardi.

— Le nove?

Perbacco, che dormitona! Domani, lunedì, alle cinque, in piedi!

Si levò, si vestì, si cacciò un altro librone sotto il braccio, e scese su la spianata.

Quanta gente! Signore, signorine, venute su, giocondamente, coi somarelli dai paesi vicini. Dalla parte di levante, tra due alberi, l’altalena: vi montavano a turno altre signorine, con gridolini d’allegro spavento, a ogni spinta un po’ troppo forte dei giovanotti, ai quali, fingendo di non badarci, di non pensarci, lasciavano intanto ammirare, nelle volate, i bei polpacci stretti nelle calze colorate e traforate, e anche...

Pompeo Lagùmina distolse gli occhi da quello spettacolo, aggrottando le ciglia. Ah, lui, no! lui non doveva più guardare donne. Ne portava una nel cuore, e basta. L’uomo serio, quando abbia preso un impegno, sia da vicino sia da lontano, deve rispettarlo, fedele anche col pensiero. Via, via! E s’intenerì pensando alla sua Sandra, alla sua modesta Sandrina, che da due anni si consumava d’amore, aspettando il giorno delle nozze e lottando contro l’arcigna madre che le teneva continuamente tra i piedi un cugino ricco, quello stupido Mimmino Orrei, a cui Sandrina non risparmiava né sgarbi né beffe. Povera Sandrina! Ma che poteva farci lui? Il cuore, sì, largo: un mare! Quanto a cuore, Creso; quanto a soldi... — eh? Diogene... sì, Diogene quando buttò via anche la ciotola, per bere nel cavo delle mani. Ma veramente Diogene non quadrava bene al caso. Quel che sarebbe andato a capello veramente — ah! — entrare al Consiglio di Stato. Allora sì la madre avrebbe acconsentito alle nozze. Ma come studiare, come prepararsi al concorso, lì, in città, dopo tante ore passate al Ministero di Agricoltura Industria e Commercio, con la voglia matta di correre dalla fidanzata? Impossibile! Ci voleva un mesetto di licenza, e andar lontano, in qualche posto solitario. Ma ci volevano anche i mezzi.

Per miracolo a Pompeo Lagùmina non spuntarono le lagrime, li, in presenza di tanta gente, pensando a quello che aveva saputo fare Sandrina per lui. Aveva messo da parte, di nascosto, chi sa con quanto stento quelle mille lire che gli aveva date a viva forza per mandarlo via, lontano da lei, a studiare. E tutto ora dipendeva da quell’esame.

Subito Pompeo Lagùmina aprì il libro.

— Anche qui? fra tanto chiasso? — venne a dirgli l’avvocato Mesciardi, il quale per far dispetto alla signora Ardelli che in quel giorno era tutta del marito, se ne stava a guardar le gambe delle signorine su l’altalena.

— Ha ragione! — sospirò il Lagùmina. — Qua non è possibile! Il nostro convento è invaso oggi dalle demonia!

E rise. (Ecco! un’altra bella frase, di sapore classico. Erano il suo forte. Gli venivano spesso,  così, a lampi, spontaneamente!) Si alzò, pensò d’internarsi giù nella macchia che vestiva, nel rigidissimo pendio, tutto il monte.

Che bellezza! Che ombra! Che frescura!

— Ohi ! ohi!

Niente. Un ruzzolone. Perbacco, bisognava andar cauti, con tutto quel pacciame di foglie per terra, lubrico tappeto. S’era fatto un po’ male all’osso sacro. E il libro? Guarda, era scivolato fino a quel tronco laggiù...

Il Lagùmina non ebbe più coraggio di muovere un passo: si teneva aggrappato a un cespuglio e provava ad allungare un piede... via... fino a quel tronco... là! Ma il naso, no! che c’entrava? E per miracolo non gli s’erano rotte le lenti, urtando nel tronco. Via, con più cautela... Era pur divertente quell’andar così, a volate. Un’altra... e poi un’altra... Giù giù, di tronco in tronco, si ridusse fin quasi a piè del monte.

— Bravo, Pompeo! E ora a risalire ti voglio!

E il libro? Ma guarda un po’! se l’era dimenticato per terra, lassù... E come ritrovarlo, adesso? fra tanti alberi?

— Se non lo trovo, son rovinato! Su... su...

Lo ritrovò, per fortuna, dopo circa tre ore di smaniosa ricerca: lo ritrovò lì aperto, tra le foglie secche a piè del tronco, con un segno evidentissimo che un uccellino vi s’era posato a leggere, a studiare in sua vece e a digerir per lui, subito subito, tutte le cognizioni apprese in un batter d’occhio.

— Ma che sporcaccione!

Riguadagnò infine la vetta, infocato strappato sbracato, in un mar di sudore e con un formidabile appetito.

Lunedì

Prima di tutto, i libri a posto! - Erano le cinque in punto; l’ora stabilita; e Pompeo Lagùmina, contentone, si diede una fregatina alle mani.

Ma il tavolino... eh, troppo piccolo per tutti quei grossi libri! voleva averli sotto gli occhi, tutti, a portata di mano. Un tavolino più grande, intanto, non sarebbe entrato nella colletta. Come fare? Un lampo! dei suoi! La cassa, su due seggiole, accanto al tavolino. Ecco fatto!

E si mise con molta diligenza a disporre i libri per materia, poi preparò la carta per gli appunti, temperò il lapis nero e poi quello rosso e turchino, per certi suoi segni particolari (espedienti mnemonici!) e finalmente si sedette per intraprendere la grande preparazione.

— Avvocato Lagùmina! Avvocato Lagùmina!

Ecco gli sfaccendati!

Pompeo Lagùmina sbuffò, scotendo in aria, rabbiosamente le pugna. Ma li avrebbe lasciati cantare. Perbacco, era una vera indiscrezione! Sapevano bene che egli non era venuto lassù per divertirsi.

— Padre Lagùmina!

— Padre Priore!

E dàlli col priore! Intanto, a non rispondere, chi sa per quanto tempo avrebbero seguitato a chiamarlo; e poi potevano anche credere che egli se ne stesse ancora a dormire.

S’affacciò alla finestra:

— Signori miei, chiedo scusa. Sto qui dalle cinque a studiare. Già lo sanno.

— Non so nulla! — gridò il signor Ardelli montando su l’asino — Io me ne ritorno in città e voglio essere accompagnato da tutta la comunità fino all’uscita della macchia!

— Non posso, mi scusi, — rispose il Lagùmina. — Lei ha già tanta bella compagnia. Mi lasci studiare.

Non sento ragione! — rispose l’Ardelli. — Non posso rinunziare al priore.

— Ma è l’onorevole Quagliola il priore...

E allora io, priore, — disse questi, — le ordino di scendere per accompagnare il nostro frate cercatore.

Benissimo! Benissimo! — approvarono gli altri.

E il Mesciardi aggiunse:

— Via, avvocato Lagùmina, pensi che una passeggiatina di buon mattino fa bene al cervello, schiarisce le idee.

— Questo è vero, — si piegò a dire il Lagùmina, per cortesia, e anche... sì, perché era indubitabile che una passeggiatina...

Non l’avesse mai detto! — Dunque scenda! dunque scenda! — gridarono a coro gli sfaccendati. Poteva più rifiutarsi? Si ritrasse dalla finestra; sbuffò un’altra volta, e scese.

— Presto però! Mi raccomando! — premise.

— Il tempo di scendere e di risalire... — gli risposero.

Ma così nello scendere come nel risalire, lo fecero parlar tanto del suo difficilissimo concorso, che si ridussero su la vetta del monte all’ora della colazione.

Pompeo Lagùmina se ne mostrò inconsolabile. Protestava di non voler mangiare.

— Una mattinata perduta!

— Eh via, che ci vuol fare adesso? — gli disse il Mesciardi. — Pazienza! Studierà dopo.

— Ma si studia bene di mattina, lo sanno, — gridò stizzito il Lagùmina. — Mi lascino andare... Non mi trattengano...

— Se lei non si nutre, — osservò con la solita serietà flemmatica il Quagliola, — glielo dico io, non potrà resistere all’enorme fatica. È vero, signora Ardelli?

— Ma l’avvocato mangerà: — concluse questa. — Vorrà scusarci, se non abbiamo saputo fare a meno della sua graziosa compagnia...

— Ma che dice mai, signora! — esclamò, con subita commozione, il Lagùmina. — Ma io sarei felicissimo... se non mi trovassi in queste angustie...

— Le promettiamo, — riprese la signora Ardelli, — che non la disturberemo più. Va bene così? E ora mangi: faccia questo piacere a me.

Così, quella mattina, proprio per far piacere a quella gentilissima signora che lo aveva pregato con tanta insistenza, Pompeo Lagùmina mangiò. Mangiando, chiacchierando, dimenticò la stizza e il dispiacere, e poté fare onore al suo appetito: tanto che stentò non poco, alla fine, a sollevarsi dalla seggiola. Ma — nessuna remissione, adesso: — studiare!

— Lor signori vanno a dormire! Io ritorno ai miei libri. Buon riposo!

E salì alla sua celletta. Veramente, armato di tutta la buona volontà, si mise a studiare. Sentiva in sé, specialmente su le pàlpebre, il nemico invasore, il sonno; e voleva con tutte le forze resistergli; ma, impegnando così, in quello sforzo, tutta l’attenzione, leggeva e non capiva. Si agitò smaniosamente su la seggiola, e riprese daccapo la lettura. Ora però, concentrando invece sul libro tutta l’attenzione, allentava per conseguenza lo sforzo di resistenza al sonno. Così, pian piano, il nemico lo invase, senza ch’egli se n’accorgesse: gli occhi gli si chiusero da sé. A un crollo più forte del capo, si svegliò, intontito. Si guardò attorno: vide il letto. Era inutile, via! Bisognava assolutamente che si concedesse, dopo tutto quel pasto, con tutto quel caldo, un’oretta di sonno: un’oretta sola.

Si svegliò, che era già quasi sera.

— Dio, che aria rannuvolata! — gli gridò Quagliola dallo spiazzo, vedendolo alla finestra. — Ho capito. Lei ci vuole proprio lasciar la pelle!

— Eh sì, difatti, — borbottò il Lagùmina, passandosi una mano su la fronte e su gli occhi, come se davvero avesse fin’allora studiato ma non tanto per farlo credere agli altri, quanto per il bisogno angoscioso di crederlo egli stesso.

— Venga giù! Noi abbiamo già desinato.

— No, più tardi, se mai, — rispose il Lagùmina. — Adesso devo scrivere una letterina.

E scrisse alla sua cara Sandra che egli lassù era solo, solo in compagnia d’un grosso cane che i vecchi frati non avevano potuto indurre ad abbandonare l’antico romitorio; e ch’egli lassù, in quella solitudine alpestre, sentiva freddo, freddo anche dentro, nell’anima, così lontano da lei, e che per consolarsi studiava ininterrottamente, anche durante il pasto frugale, che ogni mattina un ragazzetto gli recava dal prossimo paesello, lì nell’antico refettorio de’ frati, deserto, mentre il vento urlava di fuori, squassando gli alberi annosi della vetta e il grosso cane lo spiava intento, coi grandi occhi buoni, pieni di silenzio...

S’intenerì fino alle lagrime Pompeo Lagùmina rileggendo quella sua patetica lettera, sincerissima nelle bugie, poiché egli di gran cuore, ardentemente, avrebbe desiderato che fosse vero tutto ciò che aveva scritto. E discese, poco dopo, cupo raffagottato, con un nodo alla gola, a cenare.

Martedì.

Per l’orrore che la vista del letto gl’ispirava, dopo il tradimento del giorno avanti, il martedì mattina Pompeo Lagùmina decise di recarsi a studiare nella macchia, all’ombra, tranquillamente. Così anche nessuno lo avrebbe disturbato.

Scelse il libro da portarsi, prese il quaderno degli appunti, e via.

S’era da poco internato nella macchia, quando un grido represso lo fece sobbalzare. Quagliolino, tutto affocato in volto, con gli occhi lustri, s’era d’un subito rivoltato, pancia a terra e lo guardava, sospeso e sorridente.

Il Lagùmina sorrise anche lui, e gli domandò, crudele:

— L’ho disturbato?

— No. Niente, — rispose, abbassando gli occhi, il giovinetto; e aggiunse: — Ha veduto... di là?

— Che cosa? No sa? stia tranquillo. Non ho veduto niente.

— Dico, se ha veduto di là il bello spettacolo che offrono tra la macchia certi signori!

— Ah! E chi?

— Mah... vada a vedere... di là...

E indicò un punto nella macchia. Il Lagùmina, vivamente incuriosito, vi si diresse. Poco dopo, Quagliolino lo raggiunse:

— Faccia piano... in punta di piedi... Non so se ci siano ancora.

— Ma chi sono? — domandò di nuovo il Lagùmina.

— Come? Non l’ha ancora capito? Ma il Mesciardi e la signora Ardelli!

Pompeo Lagùmina spalancò tanto d’occhi:

— Dice sul serio? Fino a questo punto?

Quagliolino sospirò, accigliato, dicendo di sì, col capo.

— E quel povero cavaliere! — riprese il Lagùmina. — Eh, perciò ieri gli hanno fatto tanta festa?

— Ma glie la fanno ogni giorno! — raffibbiò Quagliolino.

— Eh... che vuole! — esclamò il Lagùmina, traendo un tran sospiro. — Il luogo è tentatore! traditore! L’ozio... la stagione... L’uomo, hic et haec, bestia, sa? bestia vile... cede, cede... Non c’è buona volontà che tenga... Vede me? Ero venuto qua, apposta, per studiare. Con questa notizia, lei m’ha già tutto scombussolato... È orribile, non tanto, veda, questo tradimento che ci avviene per caso di scoprire, quanto, in generale, l’accertamento della comune miseria umana, della debolezza della nostra natura, esposta alla mercé dei casi, delle circostanze propizie allo sviluppo dei germi del male in tutte le sue gradazioni, dal più piccolo fallo fino al delitto più mostruoso. Ah, il male è invincibile in noi, invincibile!

E seguitò su questo tono, a lungo, a lungo, abbagliandosi lui stesso nei lumi del suo discorso, e quasi inebriandosi della sua voce, felice, beato delle idee originali e profonde che gli sgorgavano così facilmente dal cervello e intontivano quel povero ragazzo che credeva di non meritarsi questo da lui.

Quando poté riprender fiato dallo stordimento, Quagliolino domandò:

— Vogliamo tentare se ci riesce di scovarli?

Pompeo Lagùmina non sapeva più di che si parlasse; voleva ripensare a quel che aveva detto, e non ci riusciva. Disperazione! La sua intelligenza era proprio così a lampi. Era capace, in certi momenti, di restare come un allocco davanti a un ragazzina; e, in certi altri, di stordire il mondo.

— Andiamo?

— Ebbene, sì, andiamo.

S’aggirarono per la macchia come due segugi, parecchie ore, arrestandosi di tratto in tratto, sospesi, ansiosi, a ogni minimo rumore, al crollo d’una foglia secca in distanza. Pompeo Lagùmina si sentiva animato in quella ricerca da uno spirito eroico, come se dovesse salvare l’umanità da una grande infamia.

— Povero cavaliere!

Ma, per quanto cercassero, non riuscirono a scoprire i due colpevoli. E così, anche quella mattina si fece l’ora della colazione, senza che Pompeo Lagùmina avesse aperto il libro.

Mercoledì, giovedì, venerdì...

Man mano che i giorni passavano così vuoti, ora per una ragione, ora per un’altra, da una parte l’avvilimento e il rimorso, dall’altra la trepidazione angosciosa per gl’incombenti esami, crescevano nell’anima di Pompeo Lagùmina, e certi giorni diventavano così pungenti e forti ch’egli non poteva più star solo, lì nella celletta; si vedeva proprio costretto a scappare, per parlar con qualcuno, e distrarsi. La vista di tutti quei libri, di cui già avrebbe dovuto leggere almeno una buona parte, gli diventava intollerabile; tutta quell’enorme materia di scienza politica, giuridica, amministrativa, gli s’accumulava, gli sorgeva davanti agli occhi come una montagna insormontabile che gli levava il respiro; e allora scappava, disperato, si presentava su la spianata, ove, all’ombra degli alberi, quegli altri beati se ne stavano in ozio, a sfrottolare.

— Una boccata d’aria! Mi si gonfiano le tempie. Mi fuma la testa.

E ora si metteva a parlare fervorosamente, per stordirsi, ora se ne stava muto, aggrondato, e poco dopo riscappava, tornava su, a studiare, esortandosi a non perdersi d’animo; e riapriva i libri, riprendeva la lettura. Dopo alcune pagine però, scontrando la prima difficoltà, risentiva più profondo l’avvilimento; e di nuovo la smania lo assaltava, come una vellicazione irritante allo stomaco, un’angosciosa rabbia che lo rendeva crudele, feroce contro se stesso. Si sarebbe preso a schiaffi; sgravata la faccia; mugolava coi gomiti sul tavolino, il testone tra le mani che tenevano forte acciuffati i capelli.

— Che colpa ha lui, poveretto, — diceva intanto Quagliola ai compagni, su la spianata, dopo essersi accertato che il suo figliuolo non stava lì ad ascoltarlo, — che colpa ha lui, se la natura lo ha dotato di quel corpo così prepotente, che vuol mangiare e dormire, e che quando ha mangiato, caschi il mondo, non riceve più cognizioni di sorta? Chiude gli occhi, e buona notte! Può tenerseli aperti per forza? Quando on si può, non si può.

E per carità di prossimo, andava coi compagni sotto le finestre del Lagùmina e lo chiamava, perché egli potesse addebitar loro la colpa del tempo perduto, e per offrirgli così il pretesto di sottrarsi senza rimorso al suo martirio.

— Debbo studiare! — dichiarava l’infelice ogni volta, affacciandosi alla finestra.

— Va bene! va bene! — gli rispondevano dalla spianata Mesciardi o il Quagliola o il Picinelli. — Ma intanto venga un po’ giù, che diamine, un momento di respiro. Guardi abbiamo bisogno di lei; ci levi un dubbio!

E fingevano di credere alla gran preparazione che egli diceva d’aver fatta in quel giorno, e lo incoraggiavano:

— Bravo, avvocato! Siamo già in porto! Ora si riposi un tantino!

Pompeo Lagùmina si mostrava loro gratissimo di quel momentaneo sollievo, di quelle buone parole: il cuore gli si gonfiava dalla tenerezza, gli spuntavano finanche le lagrime, dietro gli occhiali. Se li sarebbe baciati! Si stizziva invece contro di loro e arrivava a odiarli, quando si dimenticavano di lui, e lo lasciavano lì solo, nella celletta, senza disturbarlo. Si affacciava allora, non chiamato, alla finestra, per farsi vedere; e tendeva, irresistibilmente, l’orecchio per sorprendere qualche parola dei loro discorsi, e borbottava:

— Potrebbero parlar più basso... Brutte bestie! Egoisti! si divertano... è giusto, durante la villeggiatura... Ma potrebbero andarsene più al largo, a conversare... Proprio qui, dove sanno che c’è un pover’uomo che deve studiare?

Così si arrivò alla terza domenica del mese, durante la quale fu inaugurato su la vetta il giuoco delle Grazie, coi cerchi e le bacchette portati da quel demonio tentatore del cavaliere Ardelli, per innocente passatempo dei poveri frati del Romitorio.

Nessuna delle signorine venute lassù quel giorno si dimostrava destra in quel giuoco, e neppure la signora Ardelli riusciva a insegnar loro il modo di lanciare il cerchio con le due bacchette e di coglierlo poi a volo. Pompeo Lagùmina, distratto continuamente dagli scoppii di riso di quelle signorine, s’era affacciato più volte, furibondo, alla finestra. Neppure in quel giorno festivo egli aveva voluto concedersi vacanza:

Voglio vedere chi la vince! — aveva ripetuto più volte a se stesso, nella mattinata.

Ma era troppo il chiasso giù. E più d’una volta, affacciato alla finestra, partecipando con gli occhi, involontariamente, a quel nuovo divertimento, si era sentito prudere le mani, perché — quantunque miope — era bravissimo, lui, in quel giuoco. Finalmente, una volta, non seppe tenersi dal gridare a quelle signorine:

Ma non così! Non così, scusino!

Si voltarono tutte a guardare verso la finestra, e la signora Ardelli lo pregò insistentemente, lo supplicò di scendere a far da maestro.

— Solo per cinque minuti... Mi raccomando! — premise il Lagùmina.

Insegnava da circa un’ora - eh! oilà! oilà! — tutto sudato, come si lanciasse il cerchietto delle Grazie, tra gli evviva e gli applausi di quella gaja frotta di signorine, quando...

Fu proprio un fulmine a ciel sereno.

Pompeo Lagùmina rimase impietrito, con le due bacchette levate, e il cerchietto ch’era per aria venne a insertarglisi su la fronte, come una corona. Risero tutti, e rise anche lui, cercando di dominarsi e accorrendo verso Sandrina e la madre, che stavano a osservarlo zitte zitte, con l’occhialetto - lì, su lo spiazzo.

— Che bella improvvisata!

— Bugiardo!

— Imbroglione!

— Come... ma no! perché?

— Burattino!

— Buffone!

— Sandrina mia... Ma sentite..`

— Vada via!

— Si vergogni!

Non vollero lasciarlo parlare, non vollero sentir scuse appena egli apriva bocca, subito gli esplodevano  così a bruciapelo, un insulto per una. Poi gli voltarono le spalle, e via, ridiscesero il monte senza riposarsi neppure un momento, né voler bere neanche un sorso d’acqua.

Pompeo Lagùmina andò a chiudersi nella celletta, e si buttò sul lettuccio, ove rimase un pezzo in una tetraggine attonita, di cui egli stesso, a un certo punto, ebbe sgomento. In quel vuoto orrendo, in quella sospensione terribile della coscienza, una truce idea gli s’era affacciata, a cui egli, avvilito, perduto, non sapeva ribellarsi. Pensò che non aveva armi con sé. Gli sovvenne il racconto che il signor Lanzi aveva fatto alcuni giorni addietro del suicidio d’un povero carabiniere, il quale, nello scorso inverno, era venuto a buttarsi da uno dei rocchi del monte, dalla parte di ponente. Orribile morte!

Ma, alla fine, soccorso dalle risate delle signorine su la spianata, egli potè sottrarsi all’incubo di quella idea spaventevole.

Si alzò dal letto e decise di scrivere una lunga lettera di spiegazione a Sandrina; proponendosi di rimeditare sul proposito violento, dopo la risposta della fidanzata a quella sua lettera.

Naturalmente, in quei giorni di tremenda attesa, non gli fu possibile studiare. E chi avrebbe potuto, in quelle condizioni di spirito?

Scendeva, angosciato, funebre, a desinare, e non s’accorgeva di mangiare; poi andava a buttarsi di nuovo sul letto, e soltanto nel sonno trovava un po’ di requie.

Dopo due giorni, arrivò la risposta; ma non di Sandrina. Gli scriveva la madre e gli diceva che alla figlia era bastato lo spettacolo indecente di quel giorno, perché rinsavisse e le desse finalmente la consolazione di accogliere il suo saggio, antico consiglio: quello di accettar la mano del cugino Mimmino Orrei immeritamente da lei respinto. Ogni relazione tra lui e Sandrina era rotta per sempre.

Pompeo Lagùmina si precipitò su la spianata con quella lettera in mano. Il suo spirito era come ubriacato dal dispetto; ma il corpo gigantesco trionfava nella ricuperata libertà, come se si fosse tolto un macigno dal petto.

— Allegri, signori! — gridò agli amici sfaccendati. — Non debbo più dar l’esame; posso ora assumere la carica di Padre Priore! Ehi, cameriere! Che diamo oggi a questa brigata spendereccia?

Ogni mercoledì corredo grande

di lepri, starne, fasani e pavoni,

e cotte manze et arrosti capponi

e quante son delicate vivande...

138 - « In corpore vili »

I

Cosimino, il sagrestano di Santa Maria Nuova, teneva di guardia i suoi tre marmocchi ai tre mercati della città, che corressero subito subito a chiamarlo, scorgendo da lontano quella zoppaccia della Sgriscia, la vecchia serva di don Ravanà.

Dal mercato del pesce accorse quella mattina il terzo figliuolo, tutto trafelato:

— La Sgriscia, papà! la Sgriscia! la Sgriscia!

E Cosimino, via di volo

Sorprese la vecchia che stava a contrattare con un pescivendolo per una manciata di gamberi.

— Via di qua, subito! Demonio tentatore!

E volgendosi al pescivendolo:

— Non le date retta! Di codesta roba lei non ne compra! non deve comprarne!

La Sgriscia arrovesciò le mani sui franchi, appuntò le gomita davanti, in atto di sfida; ma Cosimino non le diede tempo di rimbeccare; uno spintone, e le fu sopra di nuovo, con le braccia levate, incalzando:

— Via! all’inferno, vi dico!

Il pescivendolo allora prese le parti della cliente che sbraitava: accorse gente da tutto il mercato a trattenere i due rissanti che già venivano alle mani. Cosimino urlava furibondo:

— No, no: gamberi no, non voglio che padre Ravanà ne mandi! non può, né deve mangiarne! E costei vada pure a dirglielo a nome mio; costei che lo tenta come il demonio e fa di tutto per rovinargli lo stomaco.

Per fortuna, si trovò a passare, in quella, dal mercato, proprio lui: don Ravanà.

— Eccolo! Venga! venga! — gridò Cosimino. scorgendolo. — Dica se lei ha ordinato alla serva di comprarle questi gamberi qua!

Il faccione di don Ravanà tremò, impallidendo, in un sorriso nervoso. Balbettò:

— No, io, veramente...

— Come no? — esclamò la Sgriscia, dandosi un pugno sul petto ossuto, stupita, trasecolata. — Me lo negherebbe in faccia ?

Don Ravanà le diede su la voce, arrabbiatissimo.

— Zitta voi, pettegola! Gamberi v’ho detto? v’ho detto pesce.

— Nossignore, gamberi, gamberi: m’ha detto gamberi!

— O gamberi o pesce, non è tutt’uno? — gridò allora Cosimino, tra la serva e il padrone, mentre tutta la gente rideva. — Lesso, brodo e latte; latte, brodo e lesso e niente altro! Così le ha prescritto il medico. Vuol capirlo? Non mi faccia parlare, santo Dio!

— Càlmati, sì, bravo: hai ragione, figliuolo, — s’affrettò a dirgli don Ravanà, tutto confuso, mortificato; e, volgendosi alla serva: — Andate pure a casa! Lesso, al solito!

Gli astanti accolsero quest’ordinazione con un nuovo e più alto scoppio di risa, e don Ravanà si fece largo tra la ressa sorridendo male, come una lumaca nel fuoco, e dicendo a questo e a quello:

— Bravo figliuolo, Cosimino... Eh, bisogna compatire questo caro Cosimino... Lo fa per il mio bene... Sì sì... Largo, figliuoli, largo... Tanta bella grazia di Dio, qua; e io... io, lesso, brodo e latte, purtroppo! È la prescrizione del medico... Sì Non debbo mangiar altro... Cosimino ha ragione.

II

— Pss, guarda... — disse piano, davanti all’altare, don Ravanà, con gli occhi bassi, al sagrestano che gli mesceva acqua e vino nel calice. — C’è in chiesa il dottor Nicastro... qua davanti, presso la balaustra... Sta’ fermo! non ti voltare, asino... a destra. Quando puoi, fagli cenno che rimanga dopo messa e che entri in sagrestia.

Cosimino s’accigliò, impallidì, strinse i denti per frenare un impeto d’ira.

- Jer sera lei... Dica la verità!

— Ti vuoi star zitto, malcreato? Davanti al Santissimo Sacramento! — lo rimproverò don Ravanà non tanto piano, voltandosi a guardarlo severamente.

Dalla prima pancata s’intese il rimprovero del sacerdote al sagrestano, e un sussurrio si propagò per un momento nella chiesa, di protesta contro il povero Cosimino che diventò di bragia, tremando tutto dalla rabbia e dalla vergogna. Non sapeva più dove posare le ampolline della bile e dell’aceto.

Finita la messa, seguì don Ravanà in sagrestia, aggrondato ingrugnato. Poco dopo entrò il dottor Liborio Nicastro, piccino piccino, vecchissimo, tutto rattrappito dall’età. La falda della tuba gli posava quasi su la gobba. Vestiva all’antica e portava la barba a collana.

— Che abbiamo, padre Ravanà? — domandò, parlando col naso e socchiudendo al solito gli occhietti calvi. — Avete una faccia, che Dio vi benedica.

— Sì?

Don Ravanà guardò un tantino, perplesso, il medico, se credergli o no; poi con voce irritata, come se si lagnasse d’un’ingiustizia di lui, rispose:

— Ma lo stomaco, dottor Liborio mio, lo stomaco, lo stomaco non mi vuole più star bene, volete intenderlo?

— Eh sfido! — sbuffò Cosimino, voltandosi a guardare da un’altra parte.

Don Ravanà lo fulminò con un’occhiata.

— Sedete, sedete, padre Ravanà, — riprese il dottor Liborio. — Visitiamo la lingua.

Cosimino, con gli occhi bassi, porse una seggiola a don Ravanà. Il dottor Nicastro trasse flemmaticamente gli occhiali dall’astuccio, se li aggiustò sul naso e guardò la lingua.

— Sporca...

— Sporca? — ripeté don Ravanà, cacciandosela subito dentro, come se la voce del dottore gliel’avesse scottata.

Cosimino soffiò, questa volta col naso, un altro sbuffo. La bile gli ribolliva nello stomaco. E teneva le pugna strette e le labbra serrate. Ma, alla fine, proruppe:

— E allora che? quel tartaro... come dicono loro?

— Sì, ematico, figliuolo, — confermò placidamente il dottor Nicastro, porgendo la ricetta a don Ravanà e rimettendosi in tasca occhiali e taccuino. — Si applicata juvant, continuata sanant!

Non c’entrava: ma, tanto, era latino, e tappò la bocca al povero sagrestano.

— Dobbiamo fare al solito? — domandò questi, pallido, accigliato, appena andato via il medico.

Don Ravanà aprì le braccia, senza guardarlo, e disse:

— Non hai sentito?

— Allora, — riprese Cosimino, funebre, — vado a dirlo a mia moglie... Mi dia i soldi per la medicina e se ne vada a casa. Vengo subito.

III

Ah... — a ogni scalino, — ah... ah...

La Sgriscia intese quel lamento per le scale, e corse ad aprire a don Ravanà.

— Sta male?

— Malissimo! Malissimo! Andate via! andate a chiudervi in cucina! A momenti arriverà Cosimino. Non vi fate vedere, se non vi chiamo io. In cucina! — La Sgriscia andò a rintanarsi mogia mogia. Don Ravanà entrò in camera; si tolse la zimarra, restò con le brache scinte e un panciottone lungo lungo e largo, in maniche di camicia, e si mise a passeggiare e a rimettere amaramente.

La coscienza gli rimordeva. Non c’era dubbio! Dio misericordioso gli concedeva la grazia di metterlo alla prova per mezzo di quel diavolo zoppo travestito da donna, e lui, lui, ingrato non ne sapeva profittare.

— Ah! — esclamava, con intensa esasperazione, fermandosi di tanto in tanto, e scotendo in aria le pugna.

La poca e povera masserizia pareva, in quella camera, quasi smarrita su l’ampio e nudo pavimento di vecchi mattoni di Valenza qua e là rotti e sconnessi. In mezzo alla parete a destra era il letticciuolo pulito, dai trespoli di ferro esposti; a capezzale, un antico crocifisso d’avorio, ingiallito dal tempo. (Gli occhi di don Ravanà non osavano, quel giorno, levarsi a guardarlo.) In un angolo, presso il letto, una vecchia carabina e, appese alle pareti, alcune grosse chiavi: quelle della casa di campagna.

Tin tin tin.

— Ecco Cosimino, poveretto! puntuale...

E andò ad aprirgli lui stesso:

— Mi raccomando, per carità: — premise Cosimino prima d’entrare — non mi faccia vedere quella stortaccia infame! Per causa sua... basta! Ecco qua la medicina. Vada a prendermi un cucchiaio.

— Sì sì... vado, vado, — disse, umile e premuroso, don Ravanà. — Grazie, figliuolo mio. Tu mi ridai la vita! Entra, entra in camera!

Ritornò poco dopo, pallido e tremante, col cucchiaio in mano.

— L’ho punita, sai? Sta a piangere in cucina. Dici bene, figliuolo mio: tutto per causa sua! Sentisti, ieri, l’ordinazione che le diedi al mercato? Ebbene, mentre sudavo, Dio sa come, Dio sa quanto, a mandar giù quella stoppaccia che il medico mi prescrive, me la vedo entrare, sai? tutta maliziosa, nella saletta da pranzo, nell’atto di riparare con una mano un bel piatto di... Che avresti fatto tu ?

— Avrei mangiato i gamberi, — rispose asciutto e serio Cosimino. — Ma poi avrei scontato da me il peccato di gola: non lo avrei fatto scontare a un povero innocente!

Don Ravanà chiuse gli occhi trafitto, e trasse un lungo sospiro.

Parlava bene, sì, Cosimino; era, senza dubbio, una barbarie dare a prendere a lui ogni volta il tartaro ematico ordinato dal dottor Nicastro. Bastava a don Ravanà assistere agli effetti del medicinale nel corpo della vittima, perché ne avesse lo stesso beneficio, per virtù d’esempio. Barbarie, sì; ma sapeva forse Cosimino quante volte il pensiero di lui tratteneva don Ravanà lì lì per cadere in tentazione? Aveva bisogno li lui, come freno, don Ravanà, aveva bisogno del rimorso che gli cagionava il vederlo soffrire lì, sotto i suoi occhi, ingiustamente, per trionfare in seguito della sua carne vile. Cosimino aveva ricevuto da lui tanti e tanti beneficii; ebbene, in ricambio, che gli chiedeva lui? questo solo sacrifizio per la salute, non tanto del corpo, quanto dell’anima. Ogni volta però la vista di quel supplizio a cui la vittima si sottoponeva senza ribellarsi, lo sconvolgeva talmente; rimorso, stizza, avvilimento gli facevano tale impeto nello spirito, che don Ravanà si sarebbe gettato dalla finestra.

— Che fa? piange adesso? — gli disse Cosimino. — Via, la, lagrime di coccodrillo!

— No! — gemette, con sincera afflizione, don Ravanà.

— Va bene, va bene: si butti sul letto allora e stia a guardare: mi prendo la prima cucchiaiata.

Don Ravanà si buttò sul letto con gli occhi lagrimosi e il volto contratto dalla pena. Cosimino pose il bricco su la spiritiera, per aver pronta al bisogno l’acqua tepida; poi, chiudendo gli occhi, ingollò la prima cucchiaiata del medicinale.

— Ecco fatto... Non mi compianga, per carità! si stia zitto, o faccio cose da pazzi!

— Zitto, sì, zitto, povero figliuolo mio, hai ragione... Parliamo d’altro... Sai? domani, se il tempo lo permette e mi sento meglio, debbo andare in campagna... Vieni anche tu e porta con te i tuoi figliuoli, tua moglie, a prendere una boccata d’aria senza darvi pensiero di nulla... Mal’annata, Cosimino mio, però... Dio ci castiga dei tanti nostri peccati. La pazienza divina è stanca. Il mondo piange, ma piange e uccide... Hai sentito? guerra in Africa, guerra in Cina... Il povero soffre, ma soffre e ruba. E l’ira del Signore ci sta sopra! La grandine, hai visto? ha flagellato orti e vigne... la nebbia minaccia gli olivi... Di’ un po’... ti senti già? No?

— Nossignore, ancora nulla. Mi prendo l’acqua tepida.

— Bene bene... Discorriamo... Dunque, sì, il raccolto del grano, sì, è stato piuttosto abbondante, e se Dio vuole e Maria Santissima ci fa la grazia mitigheremo con esso in certo qual modo la iattura dell’annata.

Cosimino ascoltava con molta attenzione, ma forse senza intender sillaba: di tanto in tanto si faceva in volto di mille colori; poi, d’un tratto, impallidiva, impallidiva vieppiù sudava freddo, si agitava un po’ su la seggiola, l’occhio gli vagellava.

— Ah mamma mia! Padre Ravanà, comincia a muoversi... credo che ci siamo!

Sgriscia! Sgriscia! — gridava allora don Ravanà, impallidendo anche lui e guardando fiso Cosimino per promuovere anche in sè con quella vista gli effetti del medicinale. — Venite subito! Credo che ci siamo!

La Sgriscia accorreva a sorreggere la fronte al padrone, e Cosimino intanto, tra i conati e i contorcimenti, le appoggiava sotto sotto calci di vero cuore.

IV

— Adesso un buon tazzone di brodo per Cosimino! — ordinò verso sera don Ravanà alla serva. — Ci vuoi fettine di pane, di’, Cosimino?

— Sissignore, come dice lei... Mi lasci stare... — fece il povero sagrestano rifinito, pallidissimo, con la testa cascante appoggiata al muro senza neppur forza di fiatare.

— Con fettine di pane! con fettine di pane! e un torlo d’uovo! — aggiunse forte don Ravanà, tutto premuroso. — Di’, ce lo vuoi, è vero, un bel torlo d’uovo, Cosimino?

— Non voglio niente! Mi lasci stare! — gemette questi al colmo dell’esasperazione. — Lei si fa la chiacchieratina, e io ci ho il veleno in corpo per lei! Prima mi rovina lo stomaco, e poi fettine di pane e torlo d’uovo! Sono azioni degne d’un santo sacerdote, codeste? Mi lasci andar via... Mannaggia, perderei la fede... Ahi, ahi... ahi, ahi... ahi, ahi...

E se n’andò con le mani sul ventre, nicchiando così.

— Che brutto viziaccio! — esclamò stizzito don Ravanà.

Prima, tutto mansueto; poi ci ripensa, e diventa una vespa. E dire che gli ho fatto tanto bene, a quel brutto ingrato!

Stette un po’ a tentennare il capo, con gli angoli della bocca contratti in giù; poi chiamò:

— Sgriscia! Dammelo a me, il brodo. Ce l’hai messo il torlo d’uovo? Brava. Ora il cappello e il tabarro...

— Esce?

— Eh sì, non lo sai? Mi sento benone, adesso, grazie a Dio.

139 - Le tre carissime

Quelle tre ragazze che s’incontravano dappertutto: ai concerti: a ogni prima rappresentazione, sempre in un palchetto di platea, o a passeggio, al Pincio o per il Corso, sul tramonto, l’una con la madre bianca e stanca a braccetto, le altre due avanti, vestite sempre un po’ alla bizzarra. Quelle, sì: le Marùccoli.

Povere figliuole, dopo tanti sacrifizii, a un certo punto, perdettero la pazienza e, insieme, la stima di quanti nello stesso caso non avrebbero avuto il coraggio di far come loro (dico il coraggio, non il desiderio). Ricordo che scoppio d’indignazione, allora! Le mamme specialmente non se ne potevano dar pace in presenza delle loro figliuole, e battevano le mani, inorridite, esclamando:

— Che mondo! che mondo!

E io, a sentirle, sorridevo tra me, studiando l’aria compunta e stordita delle loro timorate figliuole.

Ci vengono effettivamente dalla società un buon numero di leggi e regolamenti, che dovrebbero tenere a freno questa mala bestia che si chiama uomo. Da secoli la società s’industria a insegnarle la creanza, a farle dire per esempio: Buon giorno o buona sera; ad andar vestita decentemente per via, diritta su due zampe soltanto, ecc. ecc. Ma ogni tanto la mala bestia ne fa qualcuna delle sue. Che è che non è, ce la pigliamo con la società, come se da essa ci venisse il danno, solo perché abbiamo voluto costringerla a imporre alla natura certi doveri, che questa poi non vuole né riconoscere né rispettare. Quasi che una donna non possa amare neanche per isbaglio un altr’uomo che non sia precisamente suo marito, solo perché dalla società le si è fatto dire che una moglie non deve. La società, poverina, lo dice e lo impone; ma che colpa ha, se la natura poi se ne ride?

Come pare, voi dite, che non sono ammogliato!

Veniamo al caso delle Marùccoli.

Vorrei che prima di condannare, tentassimo di esaminar bene, se ci riesce, il pro e il contro, senza servirci di quelle parole che sono come le mosche d’agosto pronte ad accorrere a ogni lagrima o a ogni sputo (scusate).

Non sapete tante cose, delle quali a prima giunta pare che non si debba tener conto, ma che pure hanno o dovrebbero avere il maggior peso nella famosa bilancia della giustizia.

Non vi meravigliate per tanto, se a un piatto di questa bilancia mi vedrete, fra l’altro, recare a bracciate tante cose che ancora m’ubriacano. Ecco: tutti questi abiti smessi delle tre povere figliuole. Voi ignorate che uscivano dalle loro mani questi abiti tanto ammirati per la loro bizzarra leggiadria: la madre, espertissima, tagliava, e loro tre imbastivano, cucivano a mano e a macchina per intere giornate, come tre gaje sartine. E non sapete che coi pizzi e i nastri appendevano a ogni abito la speranza, che con quello avrebbero finalmente dato nell’occhio a qualcuno che le avrebbe sposate.

La madre aveva una modestissima pensione lasciatale dal marito (quel bravo signor Carlo Marùccoli, che tutti poi riconobbero per un gran galantuomo: ah lui, sì! - perché era morto, lui, quando avvenne lo scandalo); e avevano anche una piccola vigna - come la chiamano a Roma - con un grazioso villino oltre Ponte Molle; ma né questa né quella potevano bastare a sopperire alle spese.

La vita che conducevano si reggeva dunque su miracoli d’economie segrete e sacrifizii dissimulati con ogni arte. Erano sempre liete le tre care figliuole, né quel loro cocente e onestissimo desiderio d’un marito le rendeva mai fastidiose, specialmente con noi (dico con me e col povero Tranzi), di cui del resto conoscevano la buona volontà che avremmo avuto di farle felici, se... Il se, ve lo immaginerete facilmente: io, un povero pittore; il Tranzi, maestro di musica. Arti belle, non dico di no; ma buone da mantenerci la moglie, non credo.

Nessuno mai, prima, le aveva giudicate civette. Ora, si sa, ora tutti i vizii, tutti i difetti erano in loro. Non me ne faccio nient’affatto il paladino: domandatene pure a tanti altri che frequentavano con me la casa. Chi può dire d’aver mai ricevuto un anche minimo incitamento da loro? Si scherzava, si rideva, si sfrottolava del più e del meno, la sera, ma nei modi più leciti e corretti, come si deve davanti a tre fanciulle che, occorrendo, col tatto e col garbo più squisito, avrebbero saputo mettere a posto chiunque dalla festosità della conversazione si fosse sentito spinto a eccedere un po’ nei gesti o nelle parole.

Ma che non fossero civette, una prova posso darvela io, a mie spese e a spese del povero Tranzi. Perché non dirlo? Io ero innamorato della seconda; il Tranzi, di Giorgina, la maggiore. Qualche sera, nel lasciar la loro casa, conversando tra noi, sinceramente ci affliggevamo che le tre buone, belle e care ragazze non riuscissero a trovar marito e, non potendo esser noi, per due di esse almeno, avremmo voluto che fossero altri che lo potevano, ai quali davamo di bestie perché, non sentendosi in alcun modo particolarmente incoraggiati, non sapevano decidersi. Orbene, io e il Tranzi, più d’una volta, a qualcuno di costoro che sbuffava contro la noia della propria esistenza oziosa e si dichiarava stanco della vita, arrivammo finanche a dar per ricetta infallibile di sposare una delle Marùccoli. Soltanto, poiché Irene non raccoglieva tante simpatie quanto le altre due, io consigliavo Giorgina; il Tranzi, Carlotta; cioè, io la sua, e lui la mia.

Ma con l’una o con l’altra delle tre quegli sciocchi sarebbero guariti senza dubbio della noia e d’ogni altro male, giacché ciascuna avrebbe reso lieta la vita al proprio marito. A uno a uno, invece, quegli sciocchi, dopo aver goduto un pezzo della dolce compagnia e lusingato forse con gli sguardi o con graziose premure le tre ragazze, andavano a prender moglie altrove; e se ne pentivano dopo.

Io davo a Giorgina lezioni di pittura, a tempo perso. Il Tranzi insegnava con più regolarità a Carlotta musica e canto. L’una e l’altra ci si dimostravano gratissime del poco che facevamo per loro. Dico di più. Dico anche quello che un altro forse non direbbe per paura del ridicolo. Quando, qualche sera, comparivano in salotto a noi due soli, abbigliate con qualche abito nuovo, già pronte per recarsi o in casa di famiglie amiche o a teatro, si accorgevano tutt’e tre del desiderio che suscitavano in noi; e per il nostro desiderio segreto, ma sfavillante dagli occhi, avevano uno sguardo e un sorriso indefinibile, di compiacimento per sé e di pietà per noi. Irene intendeva più di tutte e arrossiva confusa e, a cancellare la confusione, ci domandava con una grazia indicibile, guardandosi l’abito:

— Siamo belle così?

Oh, potrei fare, su questo proposito, un lungo discorso su quel che gli occhi dicono, quando le labbra non debbono parlare. Allorché Carlotta, per esempio, attendeva quasi per scrupolo di coscienza a qualche imbecille che le stava attorno con soverchia insistenza, spesso parlandogli o ridendogli, voleva uno sguardo a me, e quello sguardo mi compassionava amorosamente; mi diceva:

Dovresti esser tu!

Perché gli occhi di Carlotta vi assicuro che mi davano del tu.

Delle tre, Carlotta, era la più bella, almeno per me; Irene, la più intelligente; Giorgina la più piacente.

Il ritratto che feci di loro a gruppo, è certo la meno peggio delle cose mie. Lo esposi a Monaco, tanti anni fa, col titolo: le tre carissime. Fu venduto e ora non so più chi lo possegga : dove sia andato a finire.

Con me e col Tranzi, nessuna ipocrisia, mai! Quando, in teatro, vedevamo qualcuna di loro più del solito raggiante, bastava farle un cenno del capo, perché intendesse. E il cenno significava:

— Abbiamo trovato?

— No! — rispondeva la testina, scrollandosi vivacemente, con gli occhi socchiusi e un sorriso birichino su le labbra.

Non trovavano, non trovavano ancora, non trovavano mai quelle tre care ragazze!

Ebbene, un bel giorno, si stancarono; perdettero la pazienza, alla fine.

Chi sa da quanto tempo frenavano, dentro, le smanie della loro speranza frustrata di continuo e reprimevano i segni delle loro disillusioni! Il primo segno ch’io potei scorgere, e che m’è rimasto impresso come, in un dramma, una frase che lasci intravedere la catastrofe, fu quella mattina che dovevamo recarci alla vigna di Ponte Molle, e Giorgina si presentò al Tranzi col capo chino, reggendo in alto con due dita un filo d’argento allungato dal sommo della fronte, al quale gli occhi si forzavano d’alzarsi per guardarlo e si storcevano.

— Tranzi, un capello bianco!

Perché aveva già varcato la trentina. Avevo notato in quegli ultimi tempi che s’era accostata con insolita insistenza ad Arnaldo Rubo, uno dei più assidui frequentatori della casa; poi, che s’era messa d’improvviso a parlare di lui con acredine non meno insolita; e che s’era voltata infine a tormentare il Tranzi, sferzando la pigrizia di lui, dicendogli che non aveva alcun diritto di lamentarsi della ingiustizia della sorte, giacché egli non voleva far più nulla e nulla tentare per far valere le sue doti artistiche; aveva l’abbozzo di un’opera giovanile? ebbene; perché non lo ripigliava? perché non si dava a qualche altro lavoro?

Quasi con le lagrime agli occhi il povero Tranzi allora le rivelò le segrete miserie di cui era piena la sua vita; le disse tra l’altro che, da circa un anno, aveva dovuto finanche privarsi del pianoforte che teneva a nolo. Senz’altro, allora, Giorgina gli propose di lavorare lì, in casa loro, mettendo a disposizione di lui il pianoforte, di cui avrebbe potuto servirsi con la massima libertà: lo avrebbero lasciato solo nel salotto; la famiglia si sarebbe ritirata al lato opposto della casa. Tanto disse, tanto fece, che lo costrinse ad accettare. So che arrivò finanche a chiuderlo a chiave nel salotto; e la chiave la teneva lei.

Chi sa che la scoperta di quel capello bianco, insieme con tante altre piccole cose tristi, su cui gli occhi fino allora si erano chiusi con pena, non abbia determinato davvero in lei, e conseguentemente nelle sorelle, la ribellione! La quale fu tanto più violenta quanto più lunga e paziente era stata la speranza, che a un tratto dovette loro apparir vana e quasi derisoria.

Ho sentito più d’uno incolpare la maggiore delle Marùccoli del suicidio di Niolo Tranzi. È un’infamia. Che colpa ebbe la Marùccoli, se il Tranzi volle farsi un rimorso della gioia che ella, improvvisamente, nella sua ribellione contro il tempo perduto nella vana attesa, e contro la sorte che la condannava ad appassire senz’amore, gli volle concedere, deliberatamente, quasi in premio al lungo desiderio di lui rassegnato al silenzio?

No, no: il Tranzi, l’ho conosciuto bene, era troppo tarlato dentro e non poté resistere alla irruzione su lui di questa gioja ardentissima, ribelle a ogni pregiudizio. Il tarlo di troppi disinganni lo aveva roso dentro, tutto; all’urto della gioja, si infranse.

Io lo vidi quel giorno rincasare con gli occhi gonfii e rossi: s’era messo a piangere, capite? — dopo. E dovette piangere a lungo, certo convinto d’aver commesso un delitto; e la donna, la ragazza, dovette confortarlo, rianimarlo, scacciando l’ombra del rimorso, con cui egli voleva offuscare a lei, in quel momento, il sole della gioja recente. E chi sa! l’avvilimento per questa scena, nel tumulto interno, nella improvvisa dissociazione di tanti sentimenti e di tanti pensieri, forse avrà pure contribuito a determinare in lui l’atto violento contro se stesso.

E la Marùccoli non lo pianse: della morte di lui anzi si sentì ferita, come d’un insulto.

Tutt’e tre le sorelle si ritirarono allora nel bel villino della vigna. Per un ritegno più facile a intendere che a definire, io, dopo la morte del Tranzi, mi astenni dal visitarle laggiù. Non saprei più darne perciò notizie precise. So che il villino fu sempre molto frequentato, ma che i più assidui, dopo un certo tempo, si allontanavano per dar posto ad altri.

Le tre sorelle senza più alcun freno, nella libertà della campagna, parevano addirittura impazzite; facevano i più strani disegni per l’avvenire: Giorgina si sarebbe consacrata alla pittura; e ogni mattina, con un cappellaccio di paglia in capo, florida, esuberante di forza e di salute, usciva all’aperto a sfidare a duello i cipressetti di Monte Mario: arma, il pennello; rogo, una tavoletta, finché i raggi del sole non dicevano basta. Carlotta - mi dissero - s’era più che mai confermata nell’idea d’aver nella propria gola il tesoro d’una bellissima voce di contralto, con la quale istupidiva ogni dopo pranzo le pazienti orecchie d’un decrepito maestrucolo di canto. Irene s’era fisso il chiodo di far l’attrice drammatica, e declamava ad altissima voce, con grandi gesti, condannando la vecchia madre a farle la controparte. La povera vecchietta, paziente, la secondava, stando seduta e leggendo placidamente con gli occhiali su la punta del naso:

Odetta: — Voi pretendete obbligarmi ad uscire?

Conte: (leggeva la madre): — Di casa mia... Sì, e sul momento.

Odetta: — E mia figlia?

Conte: — Oh, mia figlia... La tengo meco

Odetta: — Qui? Senza di me?

Conte: — Senza di voi.

Odetta: — Via! voi siete pazzo, signore... Mia figlia mi appartiene, e voi non isperate di separarmi da lei.

Così, finché non tornò al villino, dopo alcuni mesi d’assenza, uno degli assidui che si erano pe’ primi eclissati: voglio dire il Ruffo.

Arnaldo Buffo, ve l’ho accennato, prima dell’avventura del povero Tranzi aveva fatto concepire serie speranze a Giorgina. Era uno di quelli che potevano, benché due capatine a Monte Carlo avessero scemato di molto le sue sostanze: bel giovane, alto, bruno, solido: il marito che ci voleva per Giorgina. Il primo amore, in lui, col possesso, divampò, diventò passione violenta. Pare che i parenti abbiano tentato di strapparlo alla ragazza una seconda volta, costringendolo a provare la sciocca medicina di un viaggetto di distrazione. Tornato, come una farfalletta al lume, al villino Marùccoli, pare altresì che abbia trovato Giorgina innamorata già di un altro assiduo del momento e che nel villino siano accadute furibonde scene di gelosia. Alcuni amici mi raccontarono di aver sorpreso, una sera, nel buio d’un viale, questo brano di dialogo

— Ebbene, e tu allora sposami!

E la voce del Rubo, concitata, sorda

— No! No! No!

Allora, una gran risata dispettosa di Giorgina

— E allora, lasciami in pace,

Il resto lo sapete.

Da due anni ormai, Giorgina Marùccoli è legittima sposa di Arnaldo Ruffo. Dopo Giorgina si maritò Carlotta, subito. Irene è ancora fidanzata. Mi sono imbattuto l’altro ieri nel promesso sposo, in gran faccende per il nido: è contentone! e m’ha detto che sposerà prestissimo.

Capite? Prima, no; poi, sì. Ci ho gusto per i signori uomini! Anzi, guardate, quasi quasi, ora - dopo tanto tempo - sarei tentato di fare una visita di congratulazione a Giorgina, la coraggiosa. Non è molto felice, poverina: ha il marito geloso del passato - (stupido! come se la colpa non fosse sua). - Ma, dopo tutto, chi è felice in questo mondo?

Ora intanto, tra poco, tutt’e tre avranno uno stato, finalmente una casa, uno scopo nella vita: quello che desideravano onestamente. E già sulle ginocchia della nonnina, che sarà ridotta più bianca della cera, dorme roseo il primo nipotino. Mi figuro la buona vecchietta nell’atto di contemplarlo, beata, mentre con una mano tremula allontana una mosca ostinata che vuol posarsi giusto lì, sul tondo visetto caro.

140 - Il vitalizio

I

Con le braccia appoggiate sulle gambe discoste e lasciando pendere come morte le mani terrose, il vecchio Maràbito sedeva sul logoro muretto accanto alla porta della roba.

Casa e stalla insieme, col pavimento fatto coi ciottoli del fiume (dove non mancavano), quella vecchia roba cretosa e annerita gli faceva sentire, ancora per poco, il suo alito: quell’odor grasso e caldo del concio, quel tanfo secco e acre del fumo stagnato, ch’erano per lui l’odore stesso della sua vita. Contemplava intanto il suo podere, sbattendo continuamente gli occhietti vitrei infossati, che gli restavano duri e attoniti quasi a dispetto delle palpebre.

Sotto il cielo velato gli alberi stavano immobili, come se, sospesi nella pena con cui il vecchio padrone ora li guardava, così dovessero durare anche quand’egli non ci sarebbe stato più. Qualche gazza appostata, però, pareva sghignasse beffarda, a quando a quando: mentre di tra le stoppie riarse, sui piani e i poggi delle Quote, le calandre alternavano il loro ciaucìo stridulo gioioso.

S’aspettavano le prime acque, dopo le quali sarebbe cominciato il tempo delle fatiche per la campagna: la rimanda, l’aratura, la semina.

Tre volte Maràbito scosse la testa, perché ormai non erano più per lui quelle fatiche. Lo riconosceva da sé. Tanto che entrando col marzo i mesi grandi, aveva detto a sé stesso

« Questa sarà l’ultima stagione! »

E s’era mietuto l’orzo e abbacchiate le mandorle, lasciando ai nuovi padroni l’abbacchiatura delle olive e la vendemmia. Quel giorno appunto dovevano venire a prendere possesso del podere. Avrebbe fatto loro la consegna, e addio!

« La morte, quando il Signore comanda, verrà a picchiarmi alla porta lassù. »

Alzò gli occhi,  così pensando, a Girgenti che sedeva alta sul colle con le vecchie case dorate dal sole, come in uno Scenario; e cercò nel sobborgo Ràbato, che pareva il braccio su cui s’appoggiasse così lunga sdraiata, se gli riusciva scorgere il campaniletto di Santa Croce, ch’era la sua parrocchia. Aveva là presso un vecchio casalino, dove avrebbe chiuso gli occhi per sempre:

— E presto sia! — sospirò. — Come avvenne a Ciuzzo Pace.

Prima di lui, Ciuzzo Pace aveva ceduto per un vitalizio d’una lira al giorno l’attiguo poderetto al mercante Scinè, soprannominato il Maltese; e, dopo appena sei mesi, era morto

Ora il silenzio, che pareva fervesse lontano lontano d’un sordo ronzio di mosche che pure erano vicine, dava arcanamente il senso di quella morte; ma il vecchio non ne aveva sgomento; piuttosto come un’angoscia

Era solo, perché non aveva mai voluto né donne né amici; sentiva pena per quel suo podere, a lasciarlo dopo tanto tempo. Conosceva gli alberi uno per uno; li aveva allevati come sue creature: lui piantati, lui rimondati, lui innestati; e la vigna, tralcio per tralcio. Pena per il podere e pena anche per le bestie che tant’anni lo avevano aiutato: le due belle mule che non s’erano mai avvilite a tirar l’aratro per giornate sane; l’asinello che valeva più delle mule, e Riro il giovenco biondo come l’oro, che tirava da sè senza benda né guida l’acqua del pozzo, pian piano, com’egli l’aveva ammaestrato. La noria a ogni giro della bestia dava un fischio lamentoso. Egli, da lontano, contava quei fischi; sapeva quanti giri ci volevano a riempire i vivai, e si regolava. Ora, addio Riro! E il fischio della noria, da quel giorno in poi, non l’avrebbe più udito.

— Sette, — contò intanto, ché, pur tra i pensieri, il conto dei giri per la lunga abitudine non lo perdeva mai.

Le mule e l’asinello erano impastoiate su l’ala a rimpinzarsi di paglia. Paglia, quanta ne volevano! Anche ad esse il vecchio Maràbito rivolse uno sguardo. Come le avrebbe trattate il nuovo padrone? Alla fatica erano avvezze, povere bestie, ma anche alla loro razione d’orzo e cruschello, ogni giorno, oltre la paglia.

O che avevano quel giorno le calandre? Strillavano sui piani più del solito, come se sapessero che il vecchio doveva andarsene e lo salutassero.

Dallo stradone, tutt’a un tratto, venne un allegro rumor di sonagli. Ma il vecchio si cangiò in volto.

- La carrozza: eccolo: — disse; e andò incontro al nuovo padrone, tirandosi sulle spalle la giacca che teneva appesa addosso, con le maniche spenzolanti.

II

 

Da cassetta, Grigòli, il garzone che don Michelangelo Scinè teneva di guardia al poderetto già di Ciuzzo Pace, gli gridò:

— Allegro, oh, zi’ Marà!

Ma allegro lui, se mai, Grigòli, che da quel giorno avrebbe mangiato a due greppie, abbattuto il morello di cinta che separava il podere di Maràbito da quello del povero Pace. Fortuna e dormi! S’era cattivata la fiducia del Maltese, chi sa poi perché, così tracagnotto, con gli occhi tondi e ridenti, e quella puntina di naso che gli s’alzava quasi incuriosita, all’insaputa della faccia da pacioccone senza malizia. Ma l’aveva, e come! la sua malizia anche lui; bastava guardargli quel naso.

Intanto, con l’aiuto del vetturino, don Michelangelo poté scendere dalla carrozza: uno di que’ sganasciati landò d’affitto con l’attacco a tre, che puzzano di rimessa lontano un miglio e servono con gran fracasso di sonagliere per le scampagnate. Ne scese con lo stesso stento la moglie si-donna Nela, e subito, prendendosi con due dita la veste, cominciò a spiccicarsi tutta; poi ne scesero le figlie: due ragazzone gemelle. Sembravano tutt’e quattro un tino una botte e due caratelli. La carrozza, risollevandosi sulle molle, parve rifiatasse; i cavalli no, poveri animali, tutti imbrattati di schiuma e sgocciolanti di sudore.

Serv’a Voscenza, — salutò appena Maràbito.

Rotto al lavoro da tanti anni, parlava poco di solito, e ora per giunta provava quasi vergogna pensando che, per quella cessione che faceva del suo podere, il mantenimento gli sarebbe venuto ancora da esso, ma non più in compenso del suo lavoro.

Auff, si crepa! — sbuffò lo Scinè, asciugandosi col fazzoletto il faccione congestionato. — Quattro miglia di stradone!  A guardare dalla città, non credevo che fosse così lontano!

Era una prima botta, questa, da mercantuccio rifatto, la quale dava a vedere come fosse venuto col proposito di disprezzare tutto.

Non per nulla la gente del paese se lo richiamava con piacere alla memoria lacero e impolverato su per le viucole a sdrucciolo del quartiere di San Michele con la balla della mercanzia sulle spalle e la mezzacanna in una mano, tutto sudato mentre dell’altra si faceva portavoce nel gridare:

Roba di Fràaancia!

S’era arricchito in poco tempo con l’usura, e ora troneggiava, seduto sotto il lampadino della Madonna, dietro il lungo banco del suo negozio di panneria, ch’era il più grande di tutta la via Atenèa.

La signora Nela, dalla faccia di melanzana piantata senza collo sopra le poppe enormi, non apriva bocca se prima non si consigliava con gli occhi del marito. Ma a una delle figliuole, girando lo sguardo sul ciglione lì vicino, su cui sorgono i due Templi antichi, quello di Giunone da una parte e quello detto della Concordia dall’altra, in un soprassalto d’ammirazione scattò proprio dal cuore:

— Uh bello, papà!

Il Maltese la fulminò con una guardataccia.

Sapeva bene il valore del podere, e che Maràbito aveva già compiti settantacinque anni. Ora, dandosi a vedere per un verso mal contento del podere e per l’altro contento dello stato di salute del vecchio, sperava di potere ancora lesinare sul vitalizio di due lire al giorno già convenuto. La terra è terra, soggetta alle vicende del tempo, e due lire al giorno son due lire al giorno.

Ma non gli venne fatto. Visitando passo passo il podere, non ebbe proprio dove metter pecca; e quell’animaluccio di Grigòli pareva glielo facesse apposta!

— Qua qua, guardi qua!

E con le mani sollevava i pampini d’una vite per mostrare certi grappoli più grossi d’una poppa della signora Nela.

— Qua qua, guardi qua!

E mostrava nell’agrumeto, ch’egli chiamava giardino, certe lumìe, certi portogalli, la cui vista soltanto, a suo dire, ricreava il cuore.

— Questo giardino, Eccellenza, è vermiglio così tutto l’anno!

Michelangelo Scinè guardava e chinava la testa, brusco. Non potendo far altro (o fors’anche in grazia di quell’Eccellenza che Grigòli non gli risparmiava) fingeva di sbuffare per il caldo.

— Si crepa! si crepa!

Maràbito non parlava: gli seccava anzi che parlasse tanto Grigòli, essendosi accorto che lo Scinè a mano a mano s’intozzava dalla bile. Più volte, infatti, come se non avesse udito i continui richiami di Grigòli, era passato diritto o s’era fermato con gli occhi socchiusi e l’indice d’una mano sulla punta del naso, quasi assorto in qualche conto complicato. Grigòli però senza scomporsi, s’era rivolto alla si-donna Nela e alle due ragazzone:

— Qua qua, guardino qua!

Tanto che Maràbito, alla fine, stimò prudente ammonirlo

— E zitto, via, Grigoletto! I padroni hanno occhi per vedere da sé.

Fece peggio. Grigòli, imperterrito, incalzò:

— Avete ragione! La vostra bocca non parla mai! Ah, non per vantarlo di presenza, ma la verità è verità: un altr’uomo fatto per la fatica come Zio Maràbito non c’è mai stato e non ci sarà mai: vero maestro per la campagna, poi; quanto a rimandare, a innestare, a potare, uguale forse sì, ma meglio di lui in tutto il territorio di Girgenti non si ritrova. Qua, qua questi mandorli innestati da lui; piante massaje come queste non ce n’è: ogni albero tre, quattro staja l’anno, che Voscenza può contarci a occhi chiusi. E questi albicocchi qua? Se Voscenza ne assaggia il frutto non se lo può più levar di bocca: vera rarità! Pero, questo, signorinella; fa pere grosse così! Terra come questa non ce n’è: non ci manca nulla! E Maràbito, in coscienza, se l’è meritata, che ha saputo lavorarla come Dio comanda. Peccato che ora è vecchierello...

Don Michelangelo non ne poteva più. Proruppe:

— Che vecchierello, somarone, che vecchierello! Non vedi che cammina meglio di me?

— Questo non vuol dire! — rispose con un sorrisa da scemo Grigòli. — Voscenza m’è padrone, e non per contraddirla, ma così bello grasso, voglio dire in salute com’è Voscenza, non è tanto facile camminare ora qua per la vigna.

La vigna era zappata di fresco, e veramente ci s’affondava, col pericolo anche di slogarsi un piede. Ne esalava poi un senso d’umido, corrotto in basso nell’afa di quelle giornate ancora di sole caldo; e don Michelangelo, stronfiando, ne soffriva come d’una smania che gli si fosse messa allo stomaco. Ma era anche per la parlantina di quel ménchero là.

— E chétati una buona volta! Parli più d’un giudice povero! Il podere è buono, il podere è buono, non dico di no, ma... ma... ma...

E seguitò la frase movendo l’indice e il medio d’una mano: il che significava: due lire al giorno son due lire al giorno.

— Padrone mio, — intervenne a questo punto Maràbito, fermandosi: — domani all’alba io me n’andrò su al paese, e stia sicuro che ci andrò a morire, perché quella ch’è stata finora la mia vita la lascerò qua, in questa terra. Non mi piace parlare; ma ciò ch’è giusto glielo debbo dire. Non creda ch’io stia facendo questo negozio per poca voglia di lavorare. Ho lavorato fin da quand’ero ragazzo di sett’anni; e vita e lavoro per me sono stati sempre una cosa sola. Sappia che lo faccio, non per me, ma per la mia terra che con me patirebbe, perché non sono più buono da lavorarla come il mio cuore vorrebbe e l’arte comanda. In potere di Voscenza e di Grigoletto che sa l’arte meglio di me, sono sicuro che alla terra non mancherà mai nulla e sono pronto a staccarmene ora stesso, senza neanche fiatare. Ma se Voscenza non è più contento, me lo dica chiaro e non ne facciamo più niente.

La signora Nela e le due figliuole non s’aspettavano quest’uscita del vecchio e lo guardarono allocchite. Ma don Michelangelo, da volpe vecchia, esclamò sorridendo, rivolto a Grigòli:

— E tu mi dicevi che non parla! alla grazia!

Poi, rivolto a Maràbito:

— O che debbo dirvi, dunque, che siete vecchio stravecchio e in punto di morte?

— Come sono, Voscenza lo vede, — rispose il vecchio, aprendo le braccia. — Gli anni miei non li so. So che mi sento stanco. E Voscenza, ripeto, può star sicuro che dei suoi belli denari con me non ne sciuperà molti. Prendo la via di Ciuzzo Pace, ch’è per me la migliore, e lor signori si godranno il tondo e spero in Dio che non me lo faranno patire.

III

— Hanno abbattuto gli albicocchetti davanti la roba — diceva Maràbito, appena quindici giorni dopo, alle vicine della Piazzetta di Santa Croce.

Chiudeva gli occhi e li rivedeva tutt’e tre, quegli alberetti, lì sulla spianata del ciglione. Erano così belli! Perché atterrarli?

— Certo com’è certo Dio, questa è opera di Grigòli, che, per far legna, dà a intendere al padrone che gli alberi sono secchi.

Ma s’ingannava. Non passò neanche un mese, che vennero a dirgli: — Hanno abbattuto la roba.

La roba? Eh già: il Maltese, al posto della vecchia roba, voleva far sorgere una bella cascina nuova, e quei tre alberetti lo impicciavano.

— Godetevi in pace il vitalizio! — lo esortavano le vicine. — Tre alberetti: state a piangere come se vi avessero tagliato le braccia.

— E le bestie? — soggiungeva allora Maràbito. — M’hanno detto che l’asinello l’animaluccia mia, è ridotta così male che non si regge più in piedi. E Riro? Riro non si riconosce più.

— Chi è Riro?

— Il giovenco.

— Credevamo che fosse un vostro figliuolo!

Da un canto le vicine sentivano pietà di lui; dall’altro, certe volte, non potevano tenersi dal ridere.

— Ma se adesso il padrone è quell’altro! Lasciategli fare ciò che gli pare e piace!

Ora appunto questo non sapeva tollerare Maràbito. Che il Maltese fosse il padrone, sì; ma che dovesse poi distruggergli il frutto di tante fatiche, maltrattargli le bestie, questo no: questo il Signore non doveva permetterlo.

E si recava in fondo al viale detto della Passeggiata, all’uscita del paese, di dove poteva scorgere la sua terra lontana, laggiù laggiù nella vallata, tra i due Tempii antichi. Guardava e guardava, come se con gli occhi potesse impedire di lassù lo sterminio del Maltese. Il cuore però non gli reggeva a lungo, e se ne ritornava pian piano, con le lagrime agli occhi.

Anziché da Porta di Ponte preferiva prendere per la via Solitaria sotto San Pietro fino al Piano di Ravanusella; con tutto che fosse malfamata quella via per tanti delitti rimasti oscuri e, a passarci sul tardi, incutesse un certo sgomento. I passi vi facevano l’eco, perché il pendio del colle troppo ripido metteva lì quasi a ridosso i muri delle case. Case che, sul davanti, nella straduccia più su, erano d’un sol piano e di misero aspetto, qua di dietro avevano certi muri che parevano di cattedrale. Dall’altro lato, in principio, la via mostrava ancora l’antica cinta della città con le torri mezzo diroccate. Nella prima, chiusa appena da una partaccia stinta e sgangherata s’esponevano i morti sconosciuti e si portavano per le perizie giudiziarie gli uccisi. Attraversando quel tratto, Maràbito avvertiva realmente, nel silenzio e tra l’eco dei passi, come un sospetto che ci fosse qualcosa, in quella via, di misterioso; e non gli pareva l’ora d’arrivare al Piano di Ravanusella, arioso. Ma vi respirava per poco. Gli toccava di là risalire verso lo stretto di Santa Lucia, anch’esso malfamato e quasi sempre deserto, per riuscire a Porta Mazzata, dove imboccava la via del Ràbato.

Abituato a vivere in campagna, entrando nella stretta delle case, si sentiva ogni volta soffocare, anche se attraversava la città per la via maestra, ch’egli non chiamava col suo nome - Via Atenèa - ma a modo di tutti (e chi sa perché) la Piazza Piccola: di piazza non aveva proprio nulla; era una via un po’ più larga e più lunga delle altre, serpeggiante, lastricata, con case signorili e botteghe in fila. Che fracasso facevano su quei lisci lastroni scivolosi gli scarponi imbullettati di Maràbito che andava curvo e cauto, con l’andatura dei contadini, le mani alla schiena e guardando a terra, mentre la nappina della berretta nera a calza gli ciondolava sulla nuca a ogni passo.

Si rimescolava tutto, scorgendo da lontano, a destra, la bottega di panneria dello Scinè con le quattro grandi vetrine sfarzose e la porta in mezzo. Era proprio nel centro della via un poco prima del Largo dei Tribunali, dove la gente s’affollava di più. Spesso don Michelangelo stava seduto davanti la porta, col pancione che pareva un sacco di crusca tra le cosce aperte, e così sbracato che la camicia gli strabuzzava perfino di sotto il panciotto. Fumava e sputava. Vedendo Maràbito che veniva avanti pian piano, gli figgeva gli occhi addosso e pareva se lo volesse succhiar vivo con lo sguardo, come la vipera un ranocchio. Dispettoso, gli domandava, sorridendo:

- Come si va? come si va?

- Come vuole Dio, — rispondeva duro Maràbito, senza fermarsi. E tra sé diceva: — A tuo dispetto voglio campare!

E gli veniva la tentazione di voltarsi e fargli le corna dalla via.

Se non che, poco dopo, vedendosi solo nel suo vecchio casalino, s’avviliva.

— Che sto più a farci?

— Zitto, vecchio stolido! — lo rimbeccavano allora le vicine per confortarlo. — Chiamate la morte? Ringraziate Dio piuttosto che ha voluto darvi la buona vecchiaja.

Ma il vecchio scoteva il capo, levava una mano a un gesto di stizza: che buona vecchiaja! E si metteva a piangere come un bambino:

— Mi rimprovera il pane che mangio e questi quattro giorni che mi restano!

— E voi campate cent’anni a suo marcio dispetto! — gli gridavano quelle a coro, aprendo il fuoco contro lo Scinè. — Sanguisuga dei poveri! Succhiategli il sangue, come lui l’ha succhiato a tante povere creature! Cent’anni, cent’anni dovete campare! Il Signore e Maria Santissima delle Grazie debbono tenervi in vita per farlo crepar di rabbia. Le ossa s’ha da rodere, così!

E stropicciavano in giro, furiosamente, la punta di un gomito sulla palma dell’altra mano.

— Così! così!

Nello stesso tempo, don Luzzo l’orefice, ch’era la peggior lingua di tutta la via Atenèa, e il farmacista dirimpetto tenevano su per giù il medesimo discorso, sebbene con minore efficacia di gesti e di frasi e in tono di scherno, a don Michelangelo Scinè.

— Quel vecchio cent’anni vi campa, caro Maltese!

Ma lo Scinè spingeva in su le guance e la bocca in una smorfia d’incredulità stizzosa. (Cosa strana, però: pure in quella smorfia, le sopracciglia fortemente segnate, sotto la fronte tonda come un boccale, gl’imprimevano nella faccia grassa stupida e volgare quasi un segno di tristezza avvilita.)

Il podere, se l’era fatto stimare, prima di fare il contratto: due salme e mezzo di terra, tutta beneficata, per meno di dodici mila lire non avrebbe potuto averle: Maràbito, settantacinque anni, non doveva compirli più: per bene che stesse, quant’anni avrebbe potuto vivere ancora? tre, quattro; abbondiamo, Uno a ottanta; dunque, da tre a quattro mila lire: Uno a dodici mila, ci correva.

— Lasciatelo campare, poverello: mi fa proprio piacere

Così il rodimento lo dava lui agli altri. Anzi, per rappresentar meglio la sua parte, una mattina, vedendo passare il vecchio davanti la bottega, volle fargli cenno d’accostarsi

— E venite qua, santo Dio! Perché mi fuggite così? Che male v’ho fatto?

— Nessuno, a me; — gli rispose Maràbito — ma la terra io gliel’avevo raccomandata tanto, a Voscenza; e anche le povere bestie; Riro, Riro è morto; non me ne so dar pace!

— E io? — esclamò il Maltese. — Non me ne parlate. Quel Grigòli è una canaglia. Per colpa sua. Ma anche per colpa vostra, un poco!

— Mia?

— Vostra, vostra. Perché se voi, col vostro brutto caratteraccio, invece di fuggirmi come se v’avessi rubato, mentre Dio solo sa che sacrifizio sto facendo a darvi queste due lire al giorno; se invece di fuggirmi, dicevo, mi aveste aiutato coi vostri buoni consigli, né io né voi saremmo così scontenti, né Riro forse sarebbe morto.

Rimase abbagliato lui stesso, il Maltese, dalle sue parole. Difatti, ora che ci pensava, chi meglio di Maràbito avrebbe potuto aiutarlo a guardarsi da quell’imbroglione di Grigòli? Ma il vecchio restò ferito.

— Ah dunque Voscenza vorrebbe dire che Riro è morto per me?

— Per voi, certo! Io avrei seguito i vostri consigli, senza lasciarmi menar per il naso da quello lì che s’approfitta della mia inesperienza, ruba a tutto spiano e fa da padrone: spacca-e-lascia. Il padrone sareste rimasto voi invece, da lontano, e tutto sarebbe andato per il meglio. Io vi voglio bene e voglio che vi diate cura della vostra salute. Venite, venite da me. C’intenderemo!

Proferì forte quest’ultime parole, perché le udisse don Luzzo l’orefice.

— Quanto bene gli volete, a quel vecchio! — sghignò infatti quello, appena Maràbito si fu un poco allontanato. — Sia se cercate di persuaderlo con le buone a morir presto, il fiato ci sprecate: cent’anni vi campa, quel vecchio, ve l’ho detto!

Don Michelangelo ripetè la solita smorfia e gli mostrò le cinque dita della manaccia.

— Ancora tanti, vedrete!

IV

Ogni quindici giorni, intanto, Maràbito si recava dal notaia Nocio Zàgara per riscuotere le rate del vitalizio.

Don Nocio, per carne addosso, non ne aveva meno dello Scinè; ma era molto più alto di statura: un gigante panciuto che riempiva di sé tutta la stanza a terreno dove teneva lo studio notarile. Affogata nel lardo delle garge enormi aveva però una bionda ridicolissima faccina da bimbo, con due occhietti chiari chiari e fervidi. Rosso e poroso come una fragola, il nasetto gli spariva tra le ripiegature delle guance. Nella ridondanza della pappagorgia gli spariva la tenera puntina del mento, da stringere tra due dita, per la simpatia, con quel bucolico nel mezzo.

- Ho ancora quattr’annunci, — soleva dire, — e m’hanno gonfiato così!

Sempre in tempera di scherzare, vedendo entrare Maràbito, gli domandava con una vocetta di naso ("nànfara". come la chiamano in Sicilia):

— Che dice, che dice quell’altro "archilèo"?

Maràbito non comprendeva quella parola "archilèo", e restava a guardarlo sbattendo gli occhi. Il notajo si spiegava meglio:

— Don Michelangelo, via. Tanto contento di voi non dev’essere. Si comportò meglio Ciuzzo Pace.

Maràbito allora si stringeva nelle spalle.

— Segno che la mia terra gli è piaciuta.

Sì, ma voi vi dovreste sbrigare: so che siete un galantuomo!

E gli batteva una mano sulla spalla.

Sapeva che gli affari del Maltese, da un pezzo, non prosperavano più come prima. E siccome gli piaceva il parlar figurato, per lo Scinè ripeteva quest’apologo: "Un palloncino vide in cielo la luna, e gli venne il desiderio di diventare luna anche lui. Pregò il vento che strappasse di mano al ragazzo la funicella da cui era tenuto. Il vento lo secondò e lo portò su, su, su. Troppo su! E il palloncino: pa! schiattò".

Quell’ultima pazzia del vitalizio al Maràbito, per esempio, perché il gioco gli era riuscito bene la prima volta con quel povero Pace! Ma la morte sa essere anche buffona, se le gira: Ah, mi tenti di nuovo? Bene. Andrò dal vecchio, quando piacerà a me. E tu paga, intanto, paga!". — Due lire al giorno: e che sono rena? Erano troppe veramente per Maràbito che non aveva da pagar pigione di casa e, per mangiare, si adattava con un po’ di pane e companatico, la mattina, e un po’ di cotto la sera: macco o minestra, quando non erba sola e, tante volte, senza olio più da bestie che da cristiani.

Si cucinava da sè nel fornelletto dello stanzino a terreno, dietro la stanza grande dove passava le giornate. Quel fornelletto era sotto la finestrina, munita in fondo allo strombo d’una grata; e su quello strombo unto e affumicato erano tutti gli attrezzi di cucina e di tavola: il tegame e la pentola di coccio, una scodella di rozza terraglia smaltata e dipinta con certe ditate di rosso e di blu che volevano esser fiori, una forchetta e un cucchiaio di stagno: tutte compere nuove. Il coltello, di quelli a punta col manico d’osso, Maràbito, come ogni buon contadino, lo teneva sempre in tasca, anche per il solo pacifico uso d’affettarsi il pane.

Giù, la stanza grande, col soffitto a travicelli, era divenuta gialla come la fame, e la crosta dell’intonaco, a una parete, s’era come raggrinzita e cascava a pezzettini. Il casalino, da venti anni disabitato e chiuso, aveva preso la polvere; la quale, appassita, esalava un tanfo di vecchio che non se n’andava più.

Maràbito non l’amava, quel suo casalino; come non amava la città, a cui prima dalla campagna non saliva quasi mai. Ora, a poco a poco, cominciava a riconoscerne le viuzze, ma come da lontano, a certi odori che lo facevano fermare, Perché gli ridestavano dentro svaniti ricordi dell’infanzia. Si vedeva ragazzetto trascinato per mano dalla madre e su e su per tutti quei vicoli a sdrucciolo, acciottolati come letti di torrenti e tutti in ombra, oppressi dai muri delle case sempre a ridosso, con quel po’ di cielo che si poteva vedere nello stretto di essi, a storcere il collo, che poi nemmeno si riusciva a vederlo, abbagliati gli occhi dalla luce che sfolgorava dalle grondaie alte; finché non arrivava al Piano di San Gerlando su in cima alla collina. Ma arrivato lassù, di tutta la città non scorgeva altro che tetti: tetti tesi in tanti ripiani, tetti vecchi, di tegole logore, o tetti nuovi, sanguigni, o rappezzati, che sgrondavano di qua e di là, chi più e chi meno; qualche cupola di chiesa col suo campanile accanto e qualche terrazza su cui sbattevano al vento e sbarbagliavano al sole i panni stesi ad asciugare.

Della madre non aveva buoni ricordi. Era una donna alta stecchita, di pochi capelli, con certi occhi cupi adirati e un collo lungo lungo e sotto il collo (ricordava) un po’ di gozzo, come le galline. Rimasta vedova presto s’era rimaritata con uno di Montaperto; e lui, ragazzo di sette anni, era stato messo a lavorare in campagna da un compare del padre, uomo bestiale, rosso di pelo, che con la scusa d’ammaestrarlo, lo picchiava ogni sera, senza ragione.

Ricordi lontani, quasi senza più immagini.

Anche degli anni passati in America, a Rosario di Santa Fe, oltre l’impressione del tanto e tanto mare che aveva corso per arrivarci e trovare che là di giugno era inverno e di Natale era estate (tutto alla rovescia), non serbava ricordi: s’era trovato tra compaesani emigrati con lui e condotti in branco a lavorare la terra, ch’è da per tutto la stessa, come le stesse da per tutto sono le mani che la lavorano. E, lavorando, lui non aveva mai pensato a niente; concentrato tutto nelle sue mani e nelle cose ch’esse adoperavano per il lavoro da compiere. Per più di quarant’anni, in quell’appezzamento comperato col denaro ch’era riuscito a raggruzzolare laggiù, tra lui e l’albero da potare, o la zappa da raffilare, o il fieno da falciare non s’era mai messo nulla di mezzo a frastornarlo, e fuori del filo acciaiato e lucente di quella zappa, e il taglio della sua ronca e della sua accetta sul ramo di quell’albero, e il frusciare dell’erba fresca appena stendeva la mano per acciuffarla e l’odore che quel fieno spruzzava reciso dalla sua falce, non aveva né visto né sentito mai altro. Tutte piene di cose da fare, allora, le sue giornate, anche quando il Signore mandava la buona acqua sulle terre assetate: bisacce da rattoppare, canestri e cestoni da accomodare, zolfo da pestare per la vigna. A vedere ora là in un canto della stanza qualche resto dei suoi attrezzi rurali, una vecchia falce arrugginita appesa a un chiodo accanto all’uscio che metteva nello stanzino, provava in quell’ozio, che per lui era vuoto, vuoto della mente e vuoto del cuore, un tale avvilimento, che andava su nella stanza a solaio a raggricchiarsi sullo strapunto di paglia per terra, come un cane ammalato.

Non poteva vedersi là tra tutte quelle femmine e quei ragazzi della Piazzetta di Santa Croce: la z’a Milla, ch’era la meglio del vicinato e dettava legge a tutti, placida placida, fina e pulita come una signora; la z’a Gàpita, che pareva una pentolaccia squarciata, con tanto di pancia, come se fosse sempre gravida; la ’gna Croce che strillava dalla mattina alla sera non solo ai cinque figliuoli, che non le lasciavano addormentare il sesto, sempre attaccato a quella pellàncica cenciosa, che quando se la cavava dal corpetto faceva sputare dallo schifo: ma alle otto galline e al gatto e al porchetto che allevava in casa di nascosto alle guardie municipali; e la ’gna Carminilla detta La Spiritata; e la z’a Gesa detta La Mascolina; e tutte le altre che non finivano mai.

Noto com’era ch’egli non aveva mai voluto saper di gonnelle, nemmeno da giovine, tutte queste donne provavano ora per lui un curioso sentimento, che un po’ le irritava sotto sotto, e un po’ le faceva sorridere di nascosto, specialmente certe volte che lo vedevano impacciato e scontroso ripararsi ancora e schermirsi da alcune innocenti attenzioni che, sapendolo solo, volevano usargli. Nessuna punta di spregio in quel sentimento, ché anzi erano disposte a riconoscergli una certa furberia per aver dimostrato di comprendere ciò che di solito la cara minchionaggine degli uomini non comprende: che, cioè, quello che esse dànno, e che per gli uomini è tanto (tanto che perfino ci fanno le pazzie), per loro è meno che niente, anzi il loro stesso piacere. Ora, non esserselo preso, questo piacere, per non darlo alle donne pagandolo come tutti gli altri uomini lo pagano, per loro era in fondo da saggio; e provavano soddisfazione a fargli vedere che tuttavia erano pronte a servirlo lietamente pur non avendo mai avuto nulla da lui.

C’era poi, più palese, un altro sentimento, che non era tanto di carità per lui, quanto di stizza contro il Maltese e di pena ancor viva per quel povero Ciuzzo Pace, morto appena sei mesi dopo il contratto di vitalizio. Questa volta, quella "sanguisuga dei poveri" non doveva averla vinta. E curavano a gara Maràbito, quasi impegnate davvero a farlo vivere cent’anni, per far la vendetta di quell’altro.

V

Se non che, quella canaglia del Maltese doveva certo esser venuto a patti col diavolo. "Altri cinque anni." E difatti, ecco che entrato da pochi giorni nel suo ottantesimo anno, Maràbito ammalò.

Vedendo quella mattina rimaner chiusa la porta del casalino, le vicine impensierite, dopo aver bussato a lungo invano con le mani, con le ginocchia, coi piedi, mandarono a chiamar le guardie: restando nell’attesa davanti la porta a chiamare in tutti i modi il vecchio:

— O zi’ Marà!

— Vecchiuzzo nostro!

— Date almeno la voce!

Forzata la porta, corsero sè nella stanza a solaio, ormai certe di trovarlo morto.

— No, no: ha gli occhi aperti; ha gli occhi aperti!

Lucenti, però, e imbambolati dalla febbre. Dio, scottava! E là per terra, come un cane: su quello strapunto di paglia!

Per prima cosa pensarono di trasportarlo giù, nella stanza a terreno, perché avesse almeno un po’ d’aria e non fosse mangiato dai topi (era avvenuto qualche volta). Gli approntarono alla meglio un letto, chi prestando i trespoli, chi le tavole, chi una materasso, e un paio di lenzuola pulite e una coperta; e mandarono per il medico. La z’a Milla intanto aveva sentenziato ch’era una polmonite, ma di quelle proprio coi fiocchi. La ’gna Croce, però, strillando al solito suo, con le braccia levate:

— Polmonite? Levàtevi! Che medico e medico! Questo è tutto malocchio! Lasciate fare a me!

E con l’aiuto della z’a Gàpita e della ’gna Carminilla si mise a parare il letto, appena levato, appendendogli intorno ogni sorta di scongiuri: sferre di cavallo, corna di capro, sacchetti scarlatti pieni di sale. Requisì poi tutte le granate del vicinato e le appoggiò con la scopa all’insù al muro del Casalino, di qua e di là della porta, come a guardia dell’entrata.

Quando il medico vide quel letto così parato, s’indignò:

— Levate via subito codeste porcherie!

Confermò, con molta soddisfazione della z’a Milla, ch’era caso di polmonite, e grave; e consigliò che l’infermo fosse portato con tutte le cautele all’ospedale. Ma a questo le vicine s’opposero con vivaci proteste: che c’erano loro per assisterlo di giorno e di notte e curarlo amorosamente, secondo le prescrizioni, senza bisogno di portarlo all’ospedale dove i poveri andavano soltanto per far studiare i signori dottori e morire.

Andato via il medico, appena la z’a Milla fece l’atto di dire: "Vedete che avevo ragione io", la ’gna Croce le piantò in faccia due occhi così e corse in casa a prendere la mantellina, gridando alla z’a Gàpita:

— Fatemi il favore di dare un occhio alla casa e a queste sei creature!

Tornò di lì a poco con la Malanotte, ch’era una vecchia strega, famosa per levare il malocchio: nera come la pece, con certi occhi da lupa e una bocca enorme da cui usciva una vociaccia roca maschile.

Costei si fece portare una scodella piena d’acqua e un’ampollina d’olio. Ordinò che si chiudesse la porta e che l’infermo fosse tenuto a sedere sul letto. Poi accese un cero, pose sul capo al vecchio la scodella e vi fece cadere pian pianino una goccia d’olio, lì sull’acqua, in mezzo. Tutt’intorno le vicine guardavano, trattenendo il fiato. Con gli occhi fissi su quella goccia d’olio galleggiante, la Malanotte si mise a borbottare incomprensibili scongiuri, e quella a poco a poco cominciò a spandersi, a dilatarsi.

— Vedete? vedete?

Nella scodella, al lume incerto del cero, tremolava un disco lucente, come una luna.

Le vicine s’erano rizzate sulla punta dei piedi, allibite; qualcuna si picchiava il petto con le pugna, dallo stupore. La Malanotte buttò alla fine l’acqua della scodella in un catino:

— Tutto malocchio accumulato!

Versò altra acqua nella scodella sul capo del vecchio, vi fece cadere un’altra goccia d’olio, la quale questa volta si dilatò un po’ meno agli scongiuri. Ripeté altre volte quest’opera di magia, finché la goccia non rimase qual’era, galleggiante in mezzo alla scodella. E allora la Malanotte annunciò:

— L’ho liberato. E adesso a quel canaccio ci penso io!

Nessuno poté levare dal capo alle vicine che il vecchio fosse guarito per opera della Malanotte.

- Vero miracolo!

E quando, poco dopo, si sparse la notizia che al Maltese era sopravvenuto un male in cui neppure i medici sapevano veder chiaro: "Giusta vendetta della strega!" pensarono. E ci avrebbero messo le mani sul fuoco.

Maràbito s’era levato da pochi giorni quando venne a sapere della malattia del Maltese. Come avrebbero potuto mai immaginarsi le vicine che questa notizia dovesse fargli tanta impressione? Lo videro piangere.

— Siete ammattito? E che ve ne importa se muore? Ha tirato ad ammazzar voi, e s’è ammazzato lui, invece, da sé. Ora, se la moglie e le figliuole non vi vogliono dare ciò che vi spetta, dovranno restituirvi il podere. Non abbiate paura!

— Ma io non piango per me! — protestò il vecchio. — Per me provvederà Dio. M’affliggo per lui, che alla fin fine è padre di famiglia e tanto più giovane di me.

E appena ebbe notizia che il Maltese, non ostante il grave stato in cui si trovava, s’era fatto trasportare per forza giù al negozio su una seggiola, stimò dover suo andargli a far visita Non erano amici, oramai?

Non s’aspettava, povero vecchio, d’essere accolto a modo d’un cane.

Seduto presso il banco lo Scinè appena lo vide entrare, diede un pugno e urlò, tentando di levarsi in piedi:

— Avete il coraggio di comparirmi davanti? Fuori! Uscite fuori, assassino! Cacciatelo via!

I commessi di negozio accorsero ad afferrarlo per le braccia, per il petto, per le spalle, e lo spinsero sulla strada, mentre il povero vecchio s’affannava a ripetere:

- Ma che colpa ci ho io, se la morte non m’ha voluto? Non si può fare apposta... Non è mancato per me...

VI

Tra fasci di vétrici, di vinchi, di vimini, lunghi come serpentelli, Maràbito passava ora la giornata a intrecciar panieri, corbelli, cofani e cesti, per consiglio delle buone vicine.

— L’ozio vi fa male. Non ci siete avvezzo. Codesto è lavoro lieve e vi servirà di passatempo.

E lui, svelto come un giovanotto. Bisognava vederlo. Col lavoro gli era tornata l’allegria.

— Quando n’avrò fatti parecchi, ogni mattina me n’andrò in giro a venderli. "Ceste, corbelli, panieri!" Voglio fare la dote ad Annicchia.

Annicchia era una bambina, orfana di padre e di madre, Che una delle vicine, la z’a Milla, s’era tolta in casa e trattava da figliuola. Le volevano bene tutti, lì nella Piazzetta di Santa Croce; e perciò quella promessa del vecchio, di farle la dote, fu accolta con gioja. Ogni mattina le vicine aiutavano Maràbito a caricarsi delle sue ceste. Caricato, egli si faceva il segno della croce e provava il bando:

Ceste, corbelli, panieri!

Poi si voltava a domandare

— Va bene così?

— Benone! — rispondevano quelle, ridendo. — E Dio vi accompagni, zi’ Marà! E non dimenticate di passar davanti la bottega di quel galantuomo; e strillate forte allora: così la faccia gli diventerà più verde dalla bile.

Ma no, questo no, Maràbito non voleva farlo, quantunque il Maltese l’avesse trattato a quel modo, l’ultima volta. Per via Atenèa doveva passare per forza, ma quanto più al largo gli fosse possibile dalla bottega di colui, e zitto, ché quegli non l’udisse neppure da lontano. Non gli pareva giusto fargli dispetto, tanto più che lo sapeva in istato di giorno in giorno più grave, ostinato tuttavia a star lì nella bottega, a morir 1ì. Gliene rincresceva sinceramente, ma più gli rincresceva che, conoscendo i suoi sentimenti, il Maltese non lo chiamasse più come prima per parlargli della campagna.

Dacché s’era ammalato. non ne aveva quasi più notizie. Per averne, doveva aspettare che venisse su in città Grigòli di tanto in tanto. E quelli per lui erano giorni di festa. Domandava di quel tal mandorlo, di quel tale olivo e della vigna e dell’agrumeto, e non gl’importava che la terra non fosse più sua, purché facesse il suo dovere e, lasciando contento il nuovo padrone, si facesse amare da lui.

— Di me non è contento; sia almeno contento di lei! E le mule? Come stanno, le mule? stanno bene? Anche l’asinella è morta, ho saputo! Pazienza! S’è levata di patire. Le bestie, figlio mio, guardale bene negli occhi: t’accorgerai che la fatica la capiscono; la gioia, no.

E dava a Grigòli i buoni consigli ch’era solito di dare al Maltese prima della rottura.

— Bada, Grigoletto: se non cadono le prime acque, non rimandare. La pianta ti resta ferita e l’acqua le può far male. E un’altra cosa ti dico: appena piove, rompi la terra e sta’ ad aspettare che l’erba schiumi di nuovo; poi passa l’aratro, e il terreno ti verrà netto, e allora sémina. Ma dimmi... non sai dirmi nulla?

— Nulla, — rispondeva Grigòli, scrollando le spalle. — Che volete che vi dica? Ogni notte canta il gufo laggiù.

Il vecchio alzava le lunghe sopracciglia e chiudeva gli occhi, scotendo il capo.

— Segno di buon tempo! E se questa luna di settembre non ci porta acqua, siamo rovinati, Grigoletto! Tutta l’annata se n’andrà leggera. Si scorge l’isola di Pantelleria, sul tramonto, in fondo in fondo al mare?

Grigòli rispondeva di no col capo.

— Abbiamo guai! "Se si scorge Pantelleria, certo l’acqua sta per via." Regola che non falla delle nostre campagne. Porti fichi d’India al padrone? Tieni, vèrsali qua, in questi due panieri nuovi: te li regalo io.

Se avesse saputo che il Maltese, di lì a poco, quei due panieri nuovi li avrebbe fatti saltar dalla finestra! Ma roba di colui in casa non ne voleva.

— Jettatore? Peggio! — gridava col sangue agli occhi a Grigòli. — Vedi come m’ha ridotto? Fattura della Malanotte, per ordine di lui! L’ho saputo. E se muoio - oh! - mia moglie è avvisata: in galera debbono andare, in galera tutt’e due! Assassinio premeditato. Altro che cerosi epàtica! Mi fanno ridere i medici!

E, voltandosi alla moglie, alzava una mano in segno di minaccia, come per ricordarle: "Guaj a te, se non lo fai!".

La signora Nela, rossa come un peperone, si mordeva il labbro per non piangere in presenza del marito: sentiva spezzarsi il cuore nel vederlo ridotto in quello stato, proprio agli estremi. Credeva anche lei che la Malanotte e il Maràbito fossero cagione di quella sciagura. E quando, di lì a pochi giorni, il Maltese, pur protestando nel delirio dell’ultima febbre che non voleva morire, morì; davvero ella chiese consiglio a un avvocato, se non fosse il caso d’agire contro i due assassini.

Maràbito, quel giorno, vedendo le tre porte del negozio serrate, con la fascia nera di traverso in segno di lutto, rimase un pezzo quasi inchiodato sul lastrico della via. Se ne tornò al Ràbato come un cane bastonato. Le vicine si radunarono in grande assemblea, discussero animatamente su ciò che al vecchio convenisse di fare e alla fine decisero di mandarlo dal notaio Zàgara, raccomandandogli però di tenersi ben fermo nei termini del contratto, ch’era per lui una botte di ferro.

— Come! — esclamò Nocio Zàgara, vedendosi davanti il vecchio con la berretta in mano. — Non v’hanno ancora messo in prigione?

Maràbito lo guardò dapprima stordito, poi sorrise mestamente e disse:

— La morte in prigione, Eccellenza. Che colpa ci ho io?

— Voi e la Malanotte, come no? — replicò il notajo. — La morte era venuta a casa vostra, e voi, d’accordo con la strega, l’avete invece mandata da don Michelangelo! Tutto il paese lo dice. E già la vedova, caro mio, sta pensando per voi.

— Per me? Oh! oh! Non facciamo storie! Perché io, se mai, non c’entro né punto né poco! — rimbeccò il vecchio, incrociando le braccia sul petto. — Glielo giuro, signor notajo, su la salute dell’anima mia!

Non s’accorgeva che il notajo voleva fargli paura per prendersi giuoco di lui.

— Ah, vedete? Confessate voi stesso che il maleficio c’è stato. Ne farò testimonianza davanti ai giudici.

— Io? — gridò allora Maràbito, come smarrito all’improvviso nello spavento. — Io, ho confessato? Ma se non ne so nulla, io! Ero in fin di vita, io! Ah, in galera, per giunta, mi vogliono gettare? Levarmi il podere e gettarmi in galera a ottant’un anni, perché non sono morto come quel poveretto di Ciuzzo Pace, dopo sei mesi? Ma c’è la giustizia divina per i poverelli! E già se n’è vista la prova: è morto lui, invece, lui che aveva tirato ad ammazzare me!

— Basta, basta, — disse il notaio che non ne poteva più dal ridere. — Speriamo che non avvenga nulla... Ci sono altri guaj però. Eh, non vi siete contentato di sbarazzarvi di lui soltanto: c’è anche un mondo d’imbrogli nell’eredità.

Maràbito, già messo in guardia dalle vicine, corrugò le ciglia.

— Imbrogli? Non voglio saperne! Per me c’è il contratto che parla chiaro. Mi ripiglio la terra.

— Eh, vedremo... — sospirò lo Zàgara alzandosi. — Lasciate che vada dalla vedova, e spero d’accomodare ogni cosa. Tornate da me questa sera.

In casa della signora Nela il notajo trovò il medico che venuto per una visita di condoglianza, s’affannava a ripetere.

— Ma no; ma no, signora! Sciocchezze... Non dia retta. Caso tipico di cirrosi epàtica. Caso tipico!

E aveva sulle labbra un sorriso di compatimento per l’ignoranza dell’enorme signora.

Andato via il medico, la signora Nela ebbe come un terremoto nelle poppe, che alla fine eruppe spaventosamente in singhiozzi e strilli: un’ira di Dio. Nocio Zàgara soffriva il contagio del pianto. Vedendo sussultare quella montagna di carne, anche la sua si mise a sussultare come per un altro terremoto Ma subito si alzò, irritatissimo, e quasi per castigare il pianto in sè e nella vedova, esclamò:

— E questo è nulla, signora mia! C’è di peggio! di peggio!

L’esclamazione non giovò. E allora don Nocio, risolutamente, venne a piantarsi di fronte alla signora Nela.

— O lei si calma un momento, signora, o io me ne vado. Lei è madre di famiglia e deve pensare alle sue figliuole. Parliamo d’affari!

Come se fossero roba da ridere, gli affari! La signora Nela, appena venne a sapere che la posizione finanziaria del defunto marito non solo era scossa, ma anche mezzo rovinata, se prima piangeva, ora levò certi strilli da spaccare i muri della casa. Nocio Zàgara s’avvilì; pensò di traviar la furia di quella disperazione rovesciandola addosso al Maràbito.

— Per carità, non me ne parli! — urlò la signora Nela, levando le braccia.

— Se la buon’anima avesse voluto darmi ascolto! — sospirò il notaio. — Intanto, cara signora, bisogna pure parlarne. Che vuoi fare? Per me, è come lasciarsi aperta una vena e perdere sangue a goccia a goccia. Gutta cavat lapidem.

— Mai più! Mai più! — esclamò la vedova. — Quell’assassino è capace di far morire anche me e le mie figliuole. Via, via! non voglio più sentirne parlare!

— Bene, — concluse il notaio: — in questo caso, avrei da presentarle una proposta. C’è già chi s’assumerebbe gl’impegni del contratto col Maràbito. Un amico mio. Gli feci notare che il povero don Michelangelo pagò per sei anni il vitalizio. « Dolentissimo », mi rispose l’amico, « ma chi glielo fece fare? Peggio per lui che pagò! » — Gli parlai allora della cascina nuova che costa già parecchie migliaia di lire e non è ancor finita. In groppa, anche questa? No. Per la cascina, dice, sarebbe disposto a dare qualche cosa, da tre a quattro mila lire. Ora, se lei accetta questa proposta, ci sarebbe da cogliere, come suoi dirsi, due piccioni a una fava; e cioè, liberarsi del jettatore e d’un vecchio debito. Come lei ha potuto vedere dalle carte che le ho presentate, il povero don Michelangelo mi doveva cinque mila lire. Le tre o quattro mila (speriamo che siano quattro!) che il nuovo contraente darà per la cascina, andrebbero, non a scòmputo, ma a saldo del mio credito. Io mi contento. È contenta lei?

Contentissima, la signora Nela. E il notaio se ne tornò allo studio, ch’era già sera chiusa.

Maràbito lo aspettava.

Don Nocio, come lo vide, gli posò le mani sulle spalle e disse, traendo un gran sospiro:

— Una volta c’era un padre che si lamentava così: « Non piango perché mio figlio perde al giuoco; piango perchè vuol rifarsi giocando ancora! ». Ero in credito di cinque mila lire col Maltese. Per non perderle, sto commettendo la più grossa pazzia della mia vita. Sedete. Quant’anni avete?

— Ottantuno, — rispose Maràbito, sedendo.

— E non siete ancora soddisfatto? Che intenzione avete?

Il vecchio rimase a guardarlo senza comprendere.

— Ah, fate finta di non capire? Campate troppo, caro mio. Brutto vizio! E dovreste levarvelo.

Maràbito sorrise e alzò una mano a un gesto vago.

— La vita, Eccellenza? — disse. — Pare lunga, ma passa. A me è passata, come stando affacciato a una finestra.

— Benone! — esclamò don Nocio. — E avete intenzione di starci affacciato ancora a lungo a codesta finestra?

— Per me, — rispose il vecchio, — se la morte viene a chiudermela anche domani, mi fa piacere. Morire, sì, Eccellenza: ci vuol niente; ma campare apposta non si può, se Dio vuole. Deve dirlo Lui, e io sono pronto. Che comandi ha da darmi?

Il notaio gli diede convegno per il giorno appresso: avrebbe rinnovato il contratto del vitalizio, assumendosi lui gl’impegni del Maltese.

— Purché... — gli disse, aprendo le braccia e abbandonando a quel gesto la frase.

Il vecchio, dalla via, alzò un dito al cielo pieno di stelle e poi congiunse le mani, per significare

— Preghi il signore.

VII

Quando la signora Nela venne a sapere che l’amico di cui le aveva parlato il notaio Zàgara a proposito del vitalizio era proprio lui, il notaio stesso, parve addirittura che volesse arrabbiare. Già sosteneva che don Nocio doveva essersi mangiata mezza l’eredità del marito. Era mai possibile che il più ricco mercante del paese avesse lasciato la famiglia in così tristi condizioni? La prova, eccola lì, del resto: lo Zàgara non aveva avuto il coraggio di confessarle che il contratto col vecchio l’avrebbe rinnovato lui, per conto suo, a quei patti da vero giudeo. E se lo rinnovava per conto suo, non era segno che l’affare era buono?

Approfittarsi d’una povera vedova! di due povere orfane! — gridava alla gente che veniva a condolersi della sciagura.

Azionaccia che grida vendetta davanti a Dio! Ladro! ladro! Causa d’ogni male non era più il Maràbito, adesso, ma il notajo. Fidava in Dio, però, che quel podere dove la sant’anima del marito aveva buttato tanti denari, quel podere, come non se l’era goduto lei, non se lo sarebbe goduto neanche colui. E un giorno mandò a chiamare il vecchio.

Maràbito le si presentò tutt’afflitto e imbarazzato. La signora Nela, appena lo vide, rinnovò i pianti e gli strilli; poi proruppe:

— Vedete? vedete che avete fatto?

Il vecchio aveva anche lui le lagrime agli occhi.

— Non piangete! non piangete! — gli gridò subito con rabbia la signora Nela. — A un solo patto posso perdonarvi: a patto che facciate a lui, a quel brigante, ciò che faceste a mio marito! Scorticatelo vivo, fatelo morire prima di voi, e vi perdono! Non v’arrischiate di morire ora, sapete! Non deve goderselo il podere, quel brigante! non deve berselo il sangue di mio marito! Se siete cristiano, se avete coscienza, se vi preme l’onore, campate! campate! sempre in salute, mi raccomando! vegeto e forte, finché egli non crepi! Avete capito?

— ’Cillenzasì, come voscenza comanda, — rispose il vecchio investito, stordito da quella furia rabbiosa di parole. — Ma signora mia, mi creda, sono mortificato, e Dio solo sa quello che provo dentro di me in questo momento. Potevo mai credere, potevo mai aspettarmi, che dovessi campar tanto?

— E altrettanto, altrettanto dovete campare! — riprese con nuova furia la signora Nela. — Per castigo di quell’imbroglione! Datevi curai Se vi bisogna qualche cosa, ditelo, venite da me. Perfino il pane di bocca mi leverò per darlo a voi! Siete provvisto d’abiti? Aspettate: ve ne darò io... ora posso darvene... quelli della buon’anima... Dovete guardarvi dal freddo, ora che l’inverno è alle porte. Aspettate, aspettate!

E per forza volle fargli un fagotto d’alcuni abiti grevi del marito. Nel toglierli dall’armadio, piangeva, si mordeva il labbro, strizzava gli occhi, inghiottiva.

— Aspettate... aspettate... ecco, anche questo mantello... Se lo metteva, sant’anima, quand’andava laggiù, alla vostra campagna... Tenete, tenete... portatevelo... Vi terrà caldo; vi riparerà dalla pioggia e dal vento... Guardatevi dal prender aria, all’età vostra! C’è sempre tanto ventaccio in questo nostro paese!

Maràbito non poté fare a meno di caricarsi di quei doni, che non dimostravano né carità né benevolenza per lui, e se ne tornò avvilito al casalino.

— Caccia, Maràbito? Che portate? — gli domandarono le vicine allegramente, credendo ch’egli portasse roba per il corredo dell’orfana. Ma, vedendo gli abiti e il mantello del Maltese, fecero gli scongiuri di rito.

— Codesta roba vi siete presa? Buttatela subito via, senza toccarla con le mani!

Il vecchio scrollò le spalle e rifece pian piano il fagotto. Ma quella notte, con gli abiti del morto in casa, non poté chiudere occhio e gli parve mill’anni che spuntasse il giorno per disfarsene, dandoli in elemosina ai più bisognosi di lui.

Gli rimase da allora come un’ombra di tristezza sul volto che s’incupiva di più in più, ogni qual volta ritornava dal riscuotere le rate del vitalizio. Il notaio, per dir la verità non lo trattava male; ma sempre a battergli in faccia la stessa cosa, del brutto vizio di campar troppo. E il povero vecchio se ne crucciava. Non era mai stato di peso a nessuno in vita sua, ed ecco che ora viveva unicamente per esser di peso a sè e agli altri. Quell’andare ogni quindici giorni a farsi pagar lo scotto di quel peso era divenuto per lui una vera condanna e con tutto il cuore desiderava, ogni volta che ne ritornava, che quella fosse l’ultima. Ma i giorni passavano, passavano i mesi e gli anni; la tristezza cresceva, e la morte non veniva; non veniva.

Le vicine, vedendolo così, avevano raddoppiato le cure: non permettevano ch’egli s’indugiasse più tanto, la sera, a conversare con loro, seduto davanti la porta del Casalino.

— Rientrate: fa fresco. Or ora verremo noi!

Aspettavano che i loro uomini ritornassero dal lavoro, o su dalle campagne, o dalle fornaci, o dalle fabbriche: la prima visita era per il vecchio. E lì, nel Casalino, dopo la magra cena, si raccoglievano le sere d’inverno a tenergli compagnia, gli uomini fumando a pipa, le donne facendo la calza, e forzavano il vecchio taciturno a parlare della sua lunga vita, dell’America lontana, dov’era stato da giovine, e dove s’era adattato a far di tutto.

Meglio nero pane, che nera fame.

Così aveva potuto mettere insieme il capitaluccio, col quale, tornato in patria, aveva acquistato il poderetto laggiù. E a mano a mano, parlando degli anni lavorati, il vecchio si sollevava dal peso della malinconia. Parlava di tutto: sapeva di tutto; ne aveva viste tante!

— Voi? Oh santa Maria! E che sapete voi? — gli diceva cerò, scrollando il capo e socchiudendo gli occhi, qualcuna delle più giovani vicine. — Siete come un bambino, siete!

E tutte le altre donne ridevano.

Quelle conversazioni serali non si protraevano però a lungo, sia perché gli uomini dovevano poi levarsi ai primi albori per le loro fatiche, sia per non stancar troppo il vecchio. Gli auguravano la buona notte; gli raccomandavano di serrar bene la porta e di chiamare a un bisogno; poi si scambiavano a bassa voce, per via, le loro impressioni su lo stato di lui.

— Cent’anni, cent’anni campa, com’è vero Dio! Già poco ci manca... Sta benone!

— Sì sì, ma tante volte, anche stando così bene... tutt’a un tratto... A quell’età, non si sa mai... Muoiono come gli uccellini.

E si voltavano a guardar costernati la porta chiusa del casalino nella piazzetta deserta coi ciottoli luccicanti sotto la luna. Chi sa se il vecchio domani la avrebbe riaperta, quella porta?

VIII

Per anni e anni, la prima a riaprirsi, all’alba, nella piazzetta fu sempre quella porta.

Era, senza dubbio, una beffa della morte, al Maltese prima, ora al notaio Zàgara. E se ne faceva un gran ridere in tutto il paese. Non c’era giorno che tre o quattro curiosi non si recassero al Ràbato per vedere il vecchio che « per castigo non moriva ».

Essendosi però formata in paese, intorno al Maràbito, una specie di leggenda che lo raffigurava ilare, vegeto, ostinato a campar per dispetto, quei curiosi provavano a prima giunta un disinganno nel vedersi invece davanti un vecchierello curvo, magro, umile e schivo, il quale si schermiva rudemente dalla loro vista e dalle loro domande, che sonavano ai suoi orecchi derisione per il povero notajo, di cui egli non solo aveva da lodarsi, ma rimpiangeva sinceramente il danno che quel suo vivere increscioso e dispettoso gli arrecava senza alcun suo piacere.

— Lasciatemi stare! Mi sono seccato! — gridava, avvilito e con esasperazione, alle vicine che andavano a scovarlo dentro il casalino, dove s’era rintanato all’apparire di qualche sconosciuto nella piazzetta di Santa Croce.

Le vicine non lo facevano per male. Quella curiosità di tutto il paese pareva loro di buon augurio al vecchio che esse tenevano in custodia, come se qualcuno lo avesse affidato alle loro cure perché veramente un miracolo si compisse; e perciò a gara lo mostravano a tutti:

— Doman l’altro, novantaquattro anni! Non muore più.

Circa vent’anni addietro, quand’egli cioè dalla campagna era venuto ad abitare in quel Casalino, esse avevano ancora i capelli biondi o neri; e ora, eccoli qua: - grigi! bianchi! mentre il vecchio era rimasto tal quale. Per tutti il tempo era passato; per lui solo, no. Il tale era morto, era morto il tal altro, lì accanto; non era dunque da dire che la morte non fosse passata per quella piazzetta; ma come se la casa del vecchio per lei non ci fosse stata.

Maràbito ascoltava, attonito, quel racconto delle vicine, tante volte ripetuto; ma ogni volta sentendo nominare i morti del vicinato, tutti meno vecchi di lui e utili ancora alle loro famiglie, si metteva a piangere silenziosamente con gli occhietti calvi, risecchi dagli anni. Le lagrime gli scendevano giù per i solchi delle rughe fino alla bocca infossata e raggrinzita; e allora levava una mano tremolante e con le dita nodose si stringeva le labbra.

— E questa qui? - dicevano le vicine per distrarre subito il vecchio, indicando Annicchia, l’altra loro protetta. — Aveva appena due anni, povera orfanella, quando lui venne quassù. E ora, che ragazzona, eh! Il nonno aveva promesso di pensare a lei; ma da un pezzo in qua fa il cattivo e dimostra di non voler bene a nessuno.

Infatti Maràbito di quella sua longevità s’era fatta a poco a poco una vera fissazione: aveva davvero cominciato a credere che la morte si fosse apposta dimenticata di lui per far quella beffa che tutti dicevano. Già il podere, tra i denari che s’era presi dal Maltese e quelli che tuttavia si prendeva dal notaio Zàgara, lo aveva avuto pagato e strapagato: la morte dunque, tenendolo ancora in piedi, si divertiva proprio a fargli commettere una cattiva azione, a fargli far la parte dello scroccone, ecco. Egli non voleva. Tutto il paese ne rideva, come se lui ci provasse gusto a vivere così alle spalle altrui; e invece no, no; non voleva, non voleva più! E le cure, le raccomandazioni premurose delle vicine lo stizzivano. Non volevano forse ridere anch’esse alle sue spalle? E s’esponeva al freddo, apposta; usciva di casa col tempo minaccioso, apposta; e apposta ritornava zuppo di pioggia, e si ribellava se quelle gli davano del vecchio stolido e lo cacciavano subito dentro per farlo cambiare e mettere a letto.

— Lasciatemi stare! Lasciatemi morire! Appunto questo vo cercando! Mi sono seccato!

Gli sorse perfino il sospetto che una forza arcana, d’oltre tomba, lo tenesse in piedi: l’anima penante di Ciuzzo Pace, il quale piangeva certo ancora il poderetto suo perduto per pochi soldi. Ecco, sì, Ciuzzo Pace era, Ciuzzo Pace che voleva essere vendicato da lui.

E prese a far dire ogni domenica una messa in suffragio di quell’anima in pena.

— Se si libera lui, mi libero anch’io.

Queste e altre notizie, confidate dalle vicine a quei curiosi venivano poi riferite al notajo Zàgara, il quale teneva testa, come meglio poteva, alle beffe che tutti si facevano di lui.

— Beffatemi! beffatemi! — esclamava. — È sempre poco il danno, son sempre poche le beffe: ben altro mi merito: nerbate! ma non mi dite male del vecchio, vi prego. Galantomone, poveretto! Lo so: sta piangendo anche lui il castigo che io mi sono meritato. Gli debbo, non solo gratitudine, ma un compenso, e glielo darò. Se arriva a cent’anni, come gli auguro: vedrete! Musica, luminaria, un banchetto da far epoca! V’invito tutti fin da ora.

Non aveva parenti, né prossimi né lontani: poteva dunque pigliarsi il gusto di coronare trionfalmente la bestialità commessa. E un giorno che scadeva la rata del vitalizio, non vedendo il vecchio presentarsi allo studio, s’addolorò veramente e volle recarsi al Ràbato per averne notizie.

Trovò Maràbito seduto, al solito, davanti la porta del casalino, tutto raccolto sotto un debole raggio di sole invernale.

— Bel gusto a far muovere le montagne! — gli disse ansante, calandosi pian piano a sedere su una seggiola, che una delle vicine corse ad offrirgli. — Che vi sentite? Perché non siete venuto oggi allo studio?

Invece del Maràbito rispose la z’a Milla, appressandosi insieme con le altre vicine:

Voscenza vuol sapere perché? Perché il nostro vecchio è stolido o ammattito.

— No, nient’affatto! né stolido, né ammattito, Eccellenza, — disse Maràbito, corrugando le ciglia. — Mi sono fatto il conto. La terra Voscenza me l’ha pagata da un pezzo. Sono povero, ma onesto. Denari non ne voglio più.

Nocio Zàgara rimase un po’ a guardarlo, ammirato, poi gli disse:

— Caro vecchio mio, siete più imbecille di me. Vi ringrazio di quanto mi dite, ma non posso accettare. Debbo pagare fino all’ultimo centesimo, e pago col mio gusto e il mio piacere.

— Ma lo sa Voscenza, - riprese Maràbito con ira, — che se non faccio così, non muoio più? Le giuro, che se non fosse peccato, da un pezzo... Ma vedrà Voscenza che verrà da sé, la morte, appena io non prenderò più neppure un soldo di questi denari che, in coscienza, non mi spettano. Il fondo, le ripeto, l’ho avuto pagato più di quanto valeva.

— Non ancora da me, — replicò il notajo. — Io porto con voi la croce da quattordici anni, è vero? Vuol dire che finora v’ho dato... eccolo qua, il conto: me lo son fatto anch’io... vi ho dato diecimila duecento venti lire. Il podere fu stimato dodici mila: dunque ho ancora parecchi anni da pagare.

— E quelli che mi son presi dalla buon’anima del Maltese? — gli fece notare Maràbito.

— Non sono affar mio.

— Ma l’affare, mi scusi, l’ho fatto io o l’ha fatto Voscenza? Oh quest’è bella! Non sono dunque padrone di morire?

Il notaio alzò la testa con comica serietà:

— No, finché io non vi abbia pagato fino all’ultimo centesimo. Se poi volete vivere ancora, tanto piacere! Vi prometto che ci divertiremo.

E se n’andò, lasciando il denaro.

IX

Uomo di parola, il notaio Zàgara. La mattina del gran giorno, il sobborgo Ràbato fu destato dall’allegro strepitar della banda musicale che, a suon di marcia, si recava all’abitazione del vecchio centenario. Il casalino era stato parato festosamente di ghirlande e bandiere, durante la notte, mentre il vecchio dormiva. Nella piazzetta erano rizzati i pali per la girandola. E un’altra sorpresa le buone vicine avevano preparato al loro vecchietto: un abito nuovo per la festa, tagliato e cucito da loro.

Quando la folla, insieme con la banda, si riversò nella piazzetta, la porta del casalino era ancora chiusa.

— Evviva Maràbito! Fuori! Fuori, Maràbito!

Niente. La porta restava chiusa. Invano i vicini vi bussavano con le mani e coi piedi. Lo strombettio e le grancassate furiose della banda, tra il frastuono confuso delle grida e degli applausi assordava, e invano di qua, di là qualcuno si levava, interprete della costernazione del vicinato, a far cenni di tacere, d’aspettare che il vecchio aprisse e desse segno di vita

A un tratto, un nuovo grido partì dalla folla:

— Viva il notajo!

Nocio Zàgara si sbracciava, con la tuba in mano, a ringraziare, sovrastando tutti con l’alta persona. Li pagava cari quegli evviva, che non eran per beffa quel giorno: la gente si divertiva alla festa straordinaria e del divertimento gli era grata: non l’avrebbe certo tenuta il Maltese, quella festa.

Sì, ma non l’avrebbe tenuta neanche il notajo, se avesse potuto supporre che essa avrebbe cagionato al vecchio tanto dolore e tanto avvilimento. Lo comprese, appena pervenuto tra quel gran rimescolio di gente, davanti la porta del casalino. Si fece far largo; ordinò ai vicini di guardare l’entrata per impedire che la folla si rovesciasse dentro, e picchiò alla porta col bastone, dando la voce.

Il vecchio finalmente aprì, e allora scoppiarono più calorosi gli applausi e le grida della folla.

— Come! Perché? — esclamò don Nocio, vedendo Maràbito tutto tremante e in lagrime. — Un popolo intero vi fa festa, e voi piangete? Così mi ringraziate d’aver voluto festeggiare i vostri cent’anni?

Non ci fu verso di fargli intendere che quella festa non era per metterlo in berlina. E quando alla fine, spinto dal notajo s’affacciò alla finestrella sulla porta del casalino, piangeva e tentennava il capo agli evviva e agli applausi della folla.

Annicchia gli recò l’abito nuovo, insieme con le altre vicine, poi nella chiesa di Santa Croce fu detta una messa, a cui anche il notajo volle assistere:

— La prima e l’ultima!

E, all’uscita, spari di mortaretti e stamburate. Venne alla fine l’ora del banchetto.

Nocio Zàgara aveva preso in affitto, per quest’avvenimento, un magazzino a pian terreno, lungo che non finiva mai: da un capo all’altro correva la tavolata. Vi presero posto, da una parte gli amici del notajo, dall’altra il vicinato. Maràbito vi fu portato in trionfo, quasi a viva forza, e fu fatto sedere al posto d’onore, accanto allo Zàgara. Era sbalordito. In mezzo alla baraonda, si voltava ora verso l’uno ora verso l’altro dei commensali che lo chiamavano coi bicchieri levati per augurargli di vivere altri cent’anni, e chinava il capo in segno di ringraziamento. Egli solo non rideva, non mangiava, non beveva. Alcuni, a principio, s’erano messi a forzarlo, ma poi, pregati dal notajo, avevano smesso. La festa non era per lui; era per gli altri; egli rappresentava lì solo i cento anni: i cento anni che non volevano dire più nulla. A pensarci veramente, tutta quella baldoria era, nella sua sguajataggine, così triste da far cascare le braccia e il fiato. E per giunta si volle che il vecchio parlasse, facesse un brindisi, dicesse almeno due parole. Tanto insistettero, che alla fine lo fecero levare in piedi, col bicchiere che gli tremava in mano.

— E che debbo dire? La mia vergogna, Dio solo la vede. Ringrazio questo mio benefattore. E non mi resta che di mettere un bando per la città: che la gente, nelle cui case entra la morte, le dica che a Santa Croce al Ràbato c’è un vecchio che da tant’anni la aspetta, che se lo venga a prendere...

Ma a questo punto Maràbito fu interrotto dal levarsi frettoloso d’alcuni convitati, i quali, in mezzo al coro delle risa che accompagnava ogni sua parola, avevano visto il notajo impallidire tutt’a un tratto e piegar sul petto il grosso testone. Tutti si voltarono a guardare, sorsero poi tutti in piedi e s’affollarono a precipizio attorno allo Zàgara. Si credette dapprima che il frastuono, il troppo ridere, il vino, avessero cagionato al povero notajo quel malore improvviso. Tra lo scompiglio generale, Nocio Zàgara fu portato su la stessa seggiola in una casa vicina, sorretto da tante braccia: aveva gli occhi chiusi e la bocca spalancata, da cui usciva un rantolo angoscioso.

Il lungo magazzino, con la mensa tutta in disordine, le seggiole rovesciate, restò vuoto. Nessuno aveva badato al vecchio centenario, il quale era caduto per terra in preda a un tremito convulso, nell’atto d’accorrere con gli altri dietro a colui ch’egli poco prima aveva chiamato suo benefattore.

X

Qualche rara goccia su la tremula mano tesa: poi, appena percettibile, il picchiettar delle prime gocce su i pàmpini mezzo ingialliti della vigna. Ora, ecco, le gocce infittiscono, ed è un vasto crepitio continuo.

— Nonno, piove?

Il vecchio Maràbito china più volte il capo, sorridendo a Nociarello che gli sta seduto accanto, sulla soglia della cascina che il Maltese aveva fatto fabbricare al posto dell’antica roba.

Grigòli e Annicchia, marito e moglie da quattro anni, sono per la campagna, tornata in potere di Maràbito dopo la morte del notajo: Grigòli su per gli alberi abbacchia le ulive; Annicchia le raccoglie da terra. Poveretta! è incinta di nuovo; e il vecchio vorrebbe ajutare la sua figliuola adottiva. Non gli pesano più, ormai, i suoi cento cinque anni... Ma quelli non permettono e lo lasciano a guardia del bambino, a cui, per gratitudine, hanno imposto il nome della buon’anima del notajo.

— Nonno, e mamma? — domanda di nuovo Nociarello, costernato dalla pioggia.

— Adesso verrà di corsa, — risponde il vecchio. — Lascia piovere, ché la terra ha sete, e questa è acqua buona!

Da presso e da lontano i galli annunziano lievemente quella prima rivoltura del tempo. Le calandre s’indugiano ancora su i piani, quasi in dubbio che quelle nuvole non vogliano far sul serio, e di tratto in tratto si scambiano qualche trillo breve, come per consigliarsi:

— Scappiamo?

141 - Un invito a tavola

— Basterà? non basterà? — si domandavano, guardandosi negli occhi, in cucina, le tre sorelle Santa, Lisa e Angelica Borgianni, impegnate da due giorni ad ammannire un pranzo da gran signori.

Santa, la minore, era più alta di Angelica; Angelica, di Lisa, la maggiore. Tutt’e tre, del resto, poppute e fiancute, gareggiavano coi fratelli per la statura colossale e per la forza erculea.

— Famiglia Borgianni: otto colonne! — soleva dir Mauro, il minore dei fratelli e dell’intera famiglia.

Tre sorelle, dunque, e cinque fratelli: Rosario, Nicola, Titta, Luca e Mauro, in ordine di età.

Rosario e Nicola attendevano alla campagna, Titta badava alla zolfara presso il borgo Aragona; Luca faceva l’appaltatore dei lavori pubblici di quasi tutto il circondario; Mauro aveva la passione della caccia, e faceva il cacciatore.

Rosario Borgianni era famoso pe’ suoi giovanili furori di bestia feroce. Si raccontavano di lui le più temerarie avventure ai tempi nefandi del brigantaggio, naturalmente accresciute e abbellite dalla fantasia popolare. Si voleva finanche ch’egli avesse un giorno tenuto testa a una dozzina di briganti, fra i più sanguinarsi, e che li avesse uccisi tutti. Esagerazione! Quattro soltanto: due, nella sua stessa campagna, e gli altri due lungo la via che da Comitini discende ad Aragona.

Anche di Mauro se ne raccontavano di belle. Un giorno, per esempio, a caccia, cadde dalla vetta del Monte delle Forche: rimbalzò tre volte, giù per tre ciglioni selvatici, e ogni volta, rimbalzando con lo schioppo alto in una mano, esclamava:

— Fortuna, che sono ballerino!

Ne riportò tuttavia una frattura alla gamba destra e una leggera commozione cerebrale: lui, che il cervello veramente non aveva avuto mai bene a segno.

Un’altra volta, a caccia, scorse tre o quattro storni su la schiena d’alcuni buoi pascolanti su una costa. Cheto e chinato, s’avvicina e, appena a tiro, bum! una schioppettata. Balza dalla fratta, in potere di tutti i diavoli, il boaro.

— Fermo lì! — gli grida Mauro, in guardia. — Se fai un altro passo, ti mando a gambe all’aria!

— Ma come, signor Mauro! Le mie bestie...

— E non sai, minchione, che dove vedo caccia, sparo?

— Ma anche su la schiena delle bestie?

— Anche sul capo di Gesù Bambino, se scambio lo Spirito Santo per un piccione!

Il pranzo pareva apparecchiato per trenta invitati, a dir poco; l’invitato invece era uno solo, e neppure si sapeva chi fosse. Si sapeva soltanto che sarebbe arrivato il giorno appresso da Comitini, e che gli si doveva questo pranzo a titolo di ringraziamento per il ricetto prestato al fratello Luca, l’appaltatore, latitante da quindici giorni.

Omicidio? Sì... cioè, no: ma quasi. Ecco: Luca Borgianni aveva preso in appalto la costruzione dello stradone tra Favara e Naro. Una sera, sospesi i lavori, nel tornarsene a cavallo, a un certo punto della via aveva veduto un’ombra allungarsi minacciosa su la ghiaia rischiarata dalla luna. Qualcuno, senza dubbio, stava lì alla posta, incappucciato. Luca lo aveva scorto, per fortuna; o meglio, aveva scorto il cappuccio. Gli era parso che il furfante se ne stesse accoccolato per ripararsi dalla luna che veniva lentamente su dal colle a manca.

— Chi è là?

Nessuna risposta.

Tra-tà; tra-tà: su, per precauzione, i cani del fucile. E un grillo s’era messo a cantare.

Allora Luca, di nuovo, fermando il cavallo.

— Chi è là?

Silenzio. Solo il grillo a cantare.

— Conto fino a tre! — aveva gridato infine Luca, impallidendo. — Se non rispondi, fatti la croce. Uno!

L’ombra non s’era scomposta.

— Due!

L’ombra, lì, ferma, impassibile. E silenzio. Soltanto il grillo a cantare.

— Tre!

E una schioppettata. Qualcosa era saltata per aria: e Luca, dàlli al cavallo! Era arrivato a casa, che non tirava più fiato. Fratelli e sorelle gli erano accorsi intorno.

— Nascondetemi ! nascondetemi!

— Perché? Ferito?

— No... ammazzato...

— Tu? Chi?

— Uno... non so... Col fucile... Nascondetemi!

I fratelli lo avevano tolto di peso e portato per il momento giù in cantina. Intanto Mauro era uscito di casa per appurare se già in paese si buccinasse qualcosa intorno all’omicidio. Rosario e Titta avevano atteso impazienti che Luca, lì in cantina, si fosse rimesso un po’ in forze per condurlo fuori, in luogo più sicuro: avevano già pensato al rifugio, presso un loro compare di Comitini, dove Luca si sarebbe recato la notte stessa, cavalcando alla porta del paese. Nicola, armato fino ai denti, era partito per aggirarsi attorno al luogo designato dal fratello e cercar così di sapere di che, di chi si fosse trattato. Luca finalmente s’era potuto mettere in cammino. Il giorno dopo, all’alba, ecco Nicola.

— Ebbene?

— Nulla! Ho trovato soltanto un ferrajuolo col cappuccio per terra. Certo il ferito s’è trascinato in paese, lasciando il ferrajuolo lì, bucherellato in più parti... Luca spara come un Dio! Deve averlo ferito mortalmente, a giudicare dal ferrajuolo... Io non capisco: due buchi grossi così nel cappuccio, dunque in testa... Bell’e andato!

Eran passati tre giorni in attesa angosciosa. Non si sapeva nulla in paese; né dai paesi vicini si aveva notizia d’alcun ferimento o caso di morte violenta. Dopo sedici giorni, alla fine, s’era venuto a sapere che un contadino, lavorando in quei dintorni, si era servito per attaccapanni d’una pietra miliare lungo lo stradone; aveva incappucciato la colonnina col ferrajuolo, e la sera se n’era tornato in paese, dimenticandosene Luca aveva tirato contro quella colonnina, scambiandola per un appostato.

Ora il pranzo, ecco, era lì, pronto fin dalla vigilia, su la lunga tavola in mezzo alla stanza: una pallida porchetta illaurata, ripiena di maccheroni, in una teglia da mandare al forno; sette lepri scojati con contorno di tordi, uccisi da Mauro; due tacchini pettoruti; abbacchio; trippa e cute affettate; piedi di bue in gelatina; un gran pesce salsito; un enorme pasticcio; poi un reggimento di fiaschi e frutta in quantità.

— Basterà? Non basterà?

Titta diceva di sì; Mauro di no; e faceva il conto:

— Noi, otto e, con l’invitato, nove; il servo e la serva undici. Per grazia di Dio, ognuno di noi mangia per quattro, e... e...

— Non dubitare; l’invitato non patirà, — assicurava Titta.

Questa conversazione avveniva su la mezzanotte, intorno alla tavola: fratelli e sorelle, tutt’e sette, avevan lasciato il letto pian piano, spinti dal medesimo desiderio di vedere che effetto facesse il pranzo apparecchiato; e così eran convenuti a uno a uno in camicia, con una candela in mano, com’ombre nottambule. Tra Titta e Mauro poco dopo s’accese il diverbio. Mauro brandi una lepre e minacciò il fratello. Vennero alle mani.

— Mazurka! Mazurka! — esclamò in quella Angelica, udendo per fortuna i mandolini e la chitarra d’una serenata giù per la via.

— La Notturna! — esclamò Santa contemporaneamente, battendo le mani e trascinando la sorella a danzare, tutte e due in camicia.

Gli altri allora seguirono l’esempio: Lisa si buttò tra le braccia di Titta, Rosario s’appajò con Nicola, e Mauro, rimasto solo, si mise anche lui a ballare con la lepre dalle orecchie svolazzanti, ridendo allegramente.

Nessuno, a prima giunta, fra le strette di mano, gli abbracci e i baci e le domande al fratello Luca (la più alta colonna della famiglia) badò a un omicello d’età incerta, oppresso da un enorme copricapo che gli sprofondava fin su la nuca, sorretto ai lati dagli orecchi ripiegati sotto il carico. Il poverino pareva commosso dalle espansioni di affetto di quegli otto colossi, i quali non avevano un solo sguardo per lui già tutto smarrito, così piccino che non arrivava neppure (compreso il cappello) a le spalle di Lisa, la più bassa tra le sorelle.

— Oh, aspettate: vi presento don Diego Filìnia, inteso Schiribillo, — disse alla fine Luca, sovvenendosi. E gli posò una mano su la spalla, con aria di protezione, sorridendo.

- Dio, com’è piccolo! — esclamarono allora, a coro, scorgendolo, le tre sorelle. — Schiribillo?

— Complessione, signore mie... nomignolo... — fece don Diego, togliendosi dal capo il gran cappello e sorridendo con umiltà impacciata.

Tutti lo guardarono con occhi pieni di profonda commiserazione, così scoperto, senza un capello sul cranio lucido, ovale, protuberante; e non trovarono una parola da dirgli. Oh delusione! Quello lì, l’invitato? E allora... A saperlo avanti!

— Perché piange? — domandò Angelica, dopo averlo osservato a lungo, col volto atteggiato di nausea e di pietà.

— Piange? — fece Luca, voltandosi, abbassandosi, e guardando in faccia da vicino il minuscolo invitato.

— Non piango, no, — rispose don Diego, che stava per recarsi all’occhio destro un gran fazzoletto di cotone a fiorami. — Nel venire, mi s’è cacciato un bruscolo in quest’occhio qua... Non piango.

— Ah... — esclamarono, rassicurati, i colossi.

Don Diego dagli occhi si recò il fazzoletto al naso lievemente, come per ricevervi di furto una gocciolina.

— Si tolga da le spalle codesto mantello... — gli suggerì Santa.

— No no... per carità, me lo lascino! — si schermì don Diego. — Se, Dio liberi, mi metto a sternutire, son capace di farne cento di fila... Tengo il mantello sempre con me.

E sospirò: — Sì! — poi: — Sì... sì... — ancora due volte, imbarazzato dal silenzio sopravvenuto, stropicciandosi continuamente una manina con l’altra e tenendo gli occhi bassi.

Nessuno sapeva risolversi a parlare, e quella perplessità diveniva di minuto in minuto più penosa.

— Abbiamo davvero l’obbligo, — cominciò a dire finalmente Luca, — di restar grati a don Schiribillo del gran favore e delle cortesie usatemi durante il soggiorno in Comitini.

— Noi lo ringraziamo con tutto il cuore! — disse allora Rosario, tendendo una mano all’ospite. — Come si chiama? Schiribillo ?

— Prego... no: Filìnia; mi chiamo Filìnia, — fece don Diego, sorridendo umilmente.

— Fate conto che la nostra casa sia vostra, — aggiunse Nicola, stringendo a sua volta la mano all’invitato e guardando gli altri fratelli come per dire: «Adesso a voi; io ho detto la mia ».

Titta e Mauro, uno dopo l’altro, seguirono l’esempio e dissero la loro avanzandosi d’un passo, militarmente, e stringendo dopo il complimento la mano a don Diego, il quale non seppe allontanarsi da quel suo: « Prego, prego » in risposta.

Non fu possibile cavare una parola di bocca alle tre sorelle deluse.

Si parlò dell’avvenimento per cui Luca si era reso latitante.

— Ma che colonnina! - esclamò questi indignato.

Uomo in carne e ossa era, là, appostato! Se alla schioppettata ho sentito un grido, io, con questi orecchi... Vorrei saper piuttosto chi sia il buffone che ha messo in giro la storiella. Gli farei vedere se è lecito ridere alle spalle di Luca Borgianni!

— Basta, basta... — disse Rosario. — Chi sia, l’ha detto. Adesso non se ne parli più. Pensiamo per oggi a divertirci.

Don Diego approvò col capo, non perché si promettesse un divertimento, poverino, tra quegli otto giganti; ma per tor di mezzo ogni lite. Non si sa mai!

Attendendo la chiamata a tavola, Rosario e Nicola cominciarono a discorrere con l’invitato delle cose della campagna, delle cattive annate e delle buone. Don Diego, con l’umiltà sua, si rimetteva costantemente nelle mani di Dio; ma questa remissione a un certo punto fece uscir dai gangheri Nicola.

— Ma che mani di Dio! Ci vogliono braccia d’uomini per la terra! Queste qua, guardate, Schiribillo!

E mostrò a Don Diego, protese e con le pugna serrate, le erculee braccia, come se lui fosse solito di pigliare a cazzotti la terra per costringerla a rendere ogni anno più del dovere.

— E queste qua, benché vecchie e faticate! — esclamò Rosario, mostrando le sue.

Allora anche Titta e Mauro vollero mostrar le loro, tirando su le maniche della giacca e della camicia. Il povero Don Diego si vide puntate sotto il naso otto braccia nerborute, buone da accoppare otto buoi.

— Vedo... vedo... — diceva a ognuno, guardando le braccia e sorridendo con una meraviglia mista di costernazione. — Vedo.. vedo...

— Toccate! Toccate! — gl’intimarono i fratelli Borgianni.

E don Diego toccò Pian piano con un dito tremante quelle braccia, mentre con l’altra mano si recava sotto il naso il fazzoletto per paura qualche gocciolino non vi cadesse sopra, Dio liberi!

— A tavola, — venne ad annunziare Santa, mollemente.

— Schiribillo, a tavola! — gridò Mauro. — Lasciate fare a noi. Crescerete... Mangerete tanto, che non vi sarà più possibile uscire dalla porta. Vi caleremo imbracato e satollo da una finestra.

— Son di pochissimo appetito, per ogni buon fine.

— premise don Diego,

— Dove prenderà posto l’invitato? — domandò sottovoce Titta alle sorelle.

— Tra Rosario e Lisa, — propose Mauro. Lisa si ribellò:

— Noi tre donne ce ne staremo in disparte.

Don Diego prese posto tra Rosario e Nicola. Gli otto Borgianni, appena seduti a tavola, si riempirono di vino i grossi bicchieri da acqua.

- Per farci la croce! — disse Rosario solennemente.

E giù!

— Voi, don Diego, non bevete? — domandò Titta.

— Grazie, prima del pasto, mai, — si scusò l’ospite timidamente.

— Eh via, per aprir l’appetito, — gli suggerì Nicola, dandogli in mano il bicchiere.

Allora don Diego lo accostò alle labbra, per cortesia, e lo scoronò appena appena con un sorsellino cauto.

— Giù! giù fino in fondo! — lo incitarono gli otto Borgianni.

— Non posso... grazie, non posso...

Mauro si levò da sedere:

— Lo riduco io a ragione, aspettate!

Prese con una mano il bicchiere, con l’altra il capo di don Diego e, dicendo: — Lasciatevi servire! — lo vuotò in bocca al poveretto invano riluttante.

— Oh Dio! — singhiozzò, balzando in piedi, don Diego, mezzo affogato, con gli occhi pieni di lagrime. — Oh Dio!

E s’asciugò il sudore della fronte, tra le risa della tavolata.

— Guardate, oh! Gli è uscito dagli occhi! — osservò Angelica, beffardamente.

Venne in tavola la porchetta imbonita. Rosario si levò in piedi; trinciò le parti: la più grossa a don Diego.

— Troppa roba... troppa... troppa... — disse questi col piatto in mano.

— Che troppa! — esclamò Nicola. — Non cominciate!

— La metà, prego... — insistette don Diego. — Non mi è possibile... Io sono parco...

— Parco? E codesta è carne di porco! Mangiate! — gridò Mauro, levandosi un’altra volta da sedere.

Don Diego, spaventato, chinò la testa sul piatto e si mise a mangiare zitto zitto.

Mangiarono quel primo servito in silenzio, tutti. Solo, di tanto in tanto, appena l’invitato accennava di posar furtivamente la forchetta:

— Mangiate! — gli ripetevano i colossi. — Fino all’ultimo boccone!

— E adesso proprio non mi è più possibile mandar giù dell’altro! — protestò don Diego, con qualche energia, dopo aver finito la porzione, traendo un gran sospiro di sollievo. — Ho fatto, come suol dirsi, quanto Carlo in Francia.

— Che dite? — rimbeccò Mauro. — Se abbiamo cominciato appena adesso...

— Eh, loro, va bene... — osservò, sorridendo, don Diego. — Hanno la capacità, Dio li benedica... Io dico per me...

— E per chi ci prendete? — si rinzelò Titta, accigliato. — Credete che noi invitiamo a tavola per un sol piatto e lì? Attendete a mangiare e fate l’obbligo vostro. Noi dobbiamo disobbligarci.

— Ma non faccio offesa, — s’affrettò a scusarsi don Diego. — Dico che io...

— Voi mangerete! — tagliò corto Rosario. — Ecco la caccia di Mauro.

— Una lepre e cinque tordi? — esclamò atterrito don Diego. — Lei sbaglia, signor mio! Abbia pazienza: può immaginarsi che io...

— Senza storie! senza storie! — disse Nicola, con fare sbrigativo.

— Ma mi guardino un po’, — rispose don Diego. — È possibile? Dove la metto? Non vorranno mica che ci lasci a pelle...

— Quale pelle? — domandò Rosario. — Non dovete lasciarci nulla. La lepre è scolata.

— Dico la mia, dico la mia! Dove la metto una lepre?

— Vi ho dato pure cinque tordi...

— Per giunta! Ci avessi la lupa... Mangerò questi soltanto.

— Orsù! — proruppe Mauro, brandendo un’anca di lepre a cui dava a leva coi denti. — Codesta caccia l’ho fatta io. Mi sono rotte le gambe per voi, tre giorni di seguito. Se non mangiate tutto, sarà un’offesa diretta a me personalmente.

— Non si alteri... non si alteri, per carità! Mi proverò...

E, tra sé e sé, il povero don Diego raccomandò l’anima a Dio misericordioso.

Mangiando, i sudori cominciavano a colargli dalla fronte. Alzava un po’ gli occhi: vedeva quegli otto demonii scappati dall’inferno non finir mai d’imbottar vino, vino, vino. E:

— Cristo, ajutami! — si lagnava piano, tra sé.

Il pranzo non finiva mai. Don Diego avrebbe voluto piangere, rotolarsi per terra, dalla disperazione, graffiarsi la faccia, sgangherarsi la bocca, dalla rabbia. Che crudeltà era quella? Neroni! Neroni! Ma non aveva più forza neppure di scostare il piatto: posate, bicchieri, bottiglie gli turbinavano davanti agli occhi su la tavola, e gli orecchi gli rombavano, le palpebre gli si chiudevano sole; mentre gli otto Borgianni, già ebbri, urlavano, gestivano come energumeni, or levandosi, or sedendosi e ingiuriandosi a vicenda.

Adesso, se don Diego scostava un po’ il piatto, dicendo come a se stesso: — Non ne voglio più... non ne voglio più... — gli otto giganti sorgevano in piedi, coi coltelli da tavola in pugno, e i due più vicini, minacciandolo alla gola, urlavano:

— Mangiate, don Minchione! Per voi è stata fatta la spesa!

Don Diego non era più di questa terra, quando tra le pàlpebre semichiuse gli parve di scorgere su la tavola come una gran mola d’arrotino. Fece allora un vano tentativo di levarsi, di fuggire.

— Oh Dio, m’hanno legato alla seggiola! — gemette, e si mise a piangere.

Non era vero: gli pareva così, povero don Diego! Rosario si alzò quant’era lungo col trinciante in mano. Parve a don Diego che toccasse col capo il soffitto e che avesse in pugno una mannaja per giustiziarlo.

— Metà a don Diego! — gridò Rosario, tagliando a mezzo l’enorme pasticcio, che al poveretto era sembrato una mola d’arrotino.

— L’altra metà al vicinato! — propose Angelica.

— E noi? — domandò Mauro. - Noi niente? Io voglio la mia parte!

Luca sorse in favore della proposta di Angelica.

— Al vicinato! al vicinato!

Don Diego pendeva da quella lite, esterrefatto.

— E allora io, per prepotenza, mi prendo la mia! — proruppe Mauro, levandosi e stendendo la mano sul pasticcio.

Ma Luca fu più svelto: prese il pasticcio e, inseguito dalla famiglia, tra le grida, gli strappi, gli spintoni, andò a buttarlo da una finestra. Seguì una rissa furibonda: fratelli e sorelle s’accapigliarono: strilli, pugni, schiaffi, sgraffi, seggiole rovesciate, bottiglie, bicchieri, piatti in frantumi, il vino sparso su la tovaglia; un pandemonio! Rosario salì in piedi su una seggiola; gridò con poderosa voce:

— Vergogna! Che spettacolo! Abbiamo un invitato a tavola!

Al fiero richiamo quei furibondi ristettero a un tratto, come per incanto. Cercarono l’invitato: dov’era? dove s’era cacciato ?

Su la seggiola il mantello, sotto la tavola un palo di scarpe. Il disgraziato se l’era svignata a piedi scalzi per correre più spedito.

— In fin dei conti, è andato tutto bene... — dicevano tra loro poco dopo gli otto Borgianni, rassettati. — Tutto bene, tranne il servito della frutta.

142 - La levata del sole

I

Insomma, il lumetto, lì sul piano della scrivania, non ne poteva più. Riparato da un mantino verde, singhiozzava disperatamente; a ogni singhiozzo faceva sobbalzar l’ombra di tutti gli oggetti della camera, come per mandarli al diavolo; e meglio di così non lo poteva dire.

Poteva anche parere uno spavento Perché, nel profondo silenzio della notte, al Bombichi che passeggiava per quella stanza, inghiottito dall’ombra e subito rivomitato alla luce da quel singulto del lumetto, giungeva pure di tanto in tanto dalle stanze inferiori della casa la voce rauca, raschiosa della moglie, che lo chiamava come da sottoterra:

— Gosto! Gosto!

Se non che egli, invariabilmente, fermandosi, rispondeva piano a quella voce, con due inchini:

— Crepa! Crepa!

E intanto, così bianco di cera, così tutto parato di gala, in marsina, con quello sparato lucido, e così tutto guizzi di riso nella faccia da morto, con quei gesti a scatti che gli balzavano anch’essi al soffitto, chi sa che altro poteva parere. Tanto più che, poi, accanto a quel lumetto su la scrivania, una piccola rivoltella dal manico di madreperla guizzava anch’essa... uh, sì, e come!

— Tanto carina, eh?

Perché - pareva solo, Gosto Bombichi - ma c’è momenti che uno si mette a parlare con se stesso come se fosse un altro, tal e quale: quell’altro lui, per esempio, che tre ore fa, prima che andasse al Circolo, glielo diceva così bene di non andarci; e - nossignori - c’era voluto andare per forza. Al Circolo dei buoni Amici. E sissignori - che bontà! Le ultime migliaja di lire orfanelle, bisognava vedere con che grazia in quelle facce da rapina gliel’avevano sgranfignate, contentandosi di rimaner creditori su la parola di altre due o tre mila: non ricordava più con precisione.

— Entro ventiquattr’ore.

La rivoltella. Non gli restava altro. Quando il tempo sbatte a porta in faccia a ogni speranza e dice che non si può, inutile seguitare a picchiare: meglio voltar le spalle e andarsene.

S’era seccato, del resto. Ne aveva la bocca così amara! Bile, no; neanche bile. Nausea. Perché s’era tanto divertito lui, ad averla tra mano come una palla di gomma elastica a vita, a farla rimbalzare con accorti colpetti, giù e sè, sè e giù, battere a terra e rivenire alla mano, trovarsi una compagna e giocare a rimandarsela con certi palpiti e corse avanti e dietro, para di qua, acchiappa di là; sbagliare il colpo e precipitarsele dietro. Ora gli s’era bucata irrimediabilmente e sgonfiata tra le mani.

— Gosto! Gosto!

— Crepa! crepa!

La sciagura massima eccola là: piombatagli tra capo e collo, sei anni fa, mentre viaggiava in Germania, nelle amene contrade del Reno, a Colonia, l’ultima notte di carnevale, che la vecchia città cattolica pareva tutta impazzita. Ma questo non valeva a scusarlo.

Era uscito da un caffè su la Höhe Strasse con l’ottima intenzione di rientrare in albergo a dormire. A un tratto, s’era sentito vellicare dietro l’orecchio da una piuma di pavone. Maledetta atavica scimmiesca destrezza! Di primo lancio, aveva ghermito quella piuma tentatrice e, nel voltarsi di scatto, trionfante (stupido!), s’era visto davanti tre donne, tre giovani che ridevano, gridavano, scalpitando come puledre selvagge e agitandogli davanti agli occhi le mani dalle innumerevoli dita inanellate, sfavillanti. A quale delle tre apparteneva la piuma? Nessuna aveva voluto dirlo; e allora egli, invece di prenderle a scapaccioni tutt’e tre, scelta sciaguratamente quella di mezzo, le aveva restituito con bel garbo la piuma, al patto convenuto nella tradizione carnevalesca: un bacio o un buffetto sul naso.

Buffetto sul naso.

Ma quella dannata, nel riceverselo, aveva socchiuso gli occhi in tal maniera, ch’egli s’era sentito rimescolare tutto il sangue. E dopo un anno, sua moglie. Ora, dopo sei:

— Gosto!

— Crepa!

Figli, niente, per fortuna. Ma pure, chi sa! se ne avesse avuti, non si sarebbe forse... via, via! inutile pensarci! Quanto a lei, quella strega ritinta, si sarebbe adattata a vivere in qualche modo, se proprio proprio non se la fosse sentita di crepare, come lui amorosamente le suggeriva.

Ora subito, due paroline, di lettera, e basta eh?

— L’alba di domani non la vedrò!

Oh! A questo punto Gosto Bombichi rimase come abbagliato da un’idea. L’alba di domani? Ma in quarantacinque anni di vita, non ricordava d’aver mai visto nascere il sole, neppure una volta, mai! Che cos’era l’alba? com’era l’alba? Ne aveva sentito tanto parlare come d’un bellissimo spettacolo che la natura offre gratis a chi si leva per tempo; ne aveva anche letto parecchie descrizioni di poeti e prosatori, e sì, insomma, sapeva più o meno di che poteva trattarsi; ma lui coi propri occhi, no, non l’aveva mai veduta, un’alba, parola d’onore.

— Perbacco! Mi manca... Come esperienza, mi manca. Se l’hanno tanto gonfiata i poeti, sarà magari uno sciocco spettacolo; ma mi manca e vorrei pur vederlo, prima d’andarmene. Sarà tra un paio d’ore... Ma guarda che idea! Bellissima. Vedere nascere il sole, almeno una volta, e poi...

Si fregò le mani, lieto di questa risoluzione improvvisa. Spogliato di tutte le miserie, nudo d’ogni pensiero, lì, fuori, all’aperto, in campagna, come il primo uomo o l’ultimo sulla faccia della terra, ritto su due piedi, o meglio comodamente a sedere su qualche pietra, o con le spalle, meglio ancora, appoggiate a un tronco d’albero, la levata del sole, ma sì, chi sa che piacere! veder cominciare un altro giorno per gli altri e non più per sè! un altro giorno, le solite noie, i soliti affari, le solite facce, le solite parole, e le mosche, Dio mio, e poter dire: non siete più per me.

Sedette alla scrivania e, tra un singhiozzo e l’altro del lumetto moribondo, scrisse in questi termini alla moglie:

Cara Aennchen,

Ti lascio. La vita, le l’ho detto tante volte, m’è parsa sempre un giuoco d’azzardo. Ho perduto: pago. Non piangere, cara Ti sciuperesti inutilmente gli occhi, e sai che non voglio. Del resto, t’assicuro che non ne vale proprio la pena. Dunque, addio. Prima che spunti il giorno, mi troverò in qualche luogo da cui si possa goder bene la levata del sole. M’è nata in quello momento una vivissima curiosità d’assistere almeno una volta a questo tanto decantato spettacolo di natura. Sai che ai condannati a morte non si suol negare l’esaudimento di qualche desiderio possibile. Io voglio passarmi questo.

Senz’altro da dirti, ti prego di non credermi più

il tuo aff.mo

GOSTO

E poiché la moglie, giù, era ancora sveglia e da un momento all’altro, se saliva, accorgendosi di quella lettera, addio ogni cosa; decise di portarla via con sè e di buttarla senza francobollo in qualche cassetta postale della città.

— Pagherà la multa e forse sarà questo l’unico suo dispiacere.

Tu qua - disse poi alla piccola rivoltella, facendole posto in un taschino del panciotto di velluto nero, ampiamente aperto su lo sparato della camicia. E così come si trovava, in tuba e frac, usci di casa per salutar la levata del sole e tanti ossequii a chi resta.

II

Era piovuto, e per le strade deserte i fanali sonnacchiosi verberavano d’un giallastro lume tremolante l’acqua del lastrico. Ma ora il cielo cominciava a rasserenarsi; sfavillava qua e là di stelle. Meno male! Non gli avrebbe guastato lo spettacolo.

Guardò l’orologio; le due e un quarto! Come aspettar così, per le vie, tre ore forse, forse più? Quando spuntava il sole in quella stagione? Anche la natura, come un qualunque teatro, dava i suoi spettacoli ,t ore fisse. Ma a questo orario egli era impreparato.

Solito di rincasar tardissimo ogni notte, era avvezzo all’eco dei suoi passi nelle vie lunghe silenziose della città. Ma, le altre notti, i suoi passi avevano una meta ben nota: ogni nuovo passo lo avvicinava alla sua casa, al suo letto. Ora, invece...

S’arrestò un momento. Da lontano, terra terra, un lume si moveva lungo il marciapiede, lasciandosi dietro un’ombra traballante, quasi di bestia che non si reggesse bene su le gambe.

Un ciccaiolo col suo lanternino.

Eccolo là! E quell’uomo poteva campare di ciò che gli altri buttavano via; d’una cosettucciaccia amara, velenosa, schifosa.

— Dio, e che schifosa malinconia anche la vita.

Gli venne tuttavia la tentazione di mettersi a cercare un tratto con quel ciccaiolo. Perché no? Poteva permettersi tutto, ormai. Sarebbe stata una distrazione, un’altra esperienza. Perdio, gliene mancavano parecchie, gliene mancavano. Lo chiamò, gli diede il sigaro appena acceso.

— Ah! Te lo fumi?

Lurido, irsuto, colui aprì la boccaccia sdentata e fetida a un riso da scemo, rispose:

— Prima lo riduco cicca. Poi la metto insieme con le altre. Grazie, signorino.

Gosto Bombichi lo guatò con ribrezzo. Ma anche colui lo guatava con gli occhi scervellati, invetrati di lagrime dal freddo, e con quel laido ghigno rassegato su le labbra, come se...

— Se volesse, signorino — disse infatti, alla fine, strizzando uno di quegli occhi. — Sta qui a due passi.

Gosto Bombichi gli voltò le spalle. Ah, via! Uscire al più presto dalla città, da quella cloaca. Via, via! Camminando all’aperto, avrebbe trovato il punto migliore per godere dell’ultimo spettacolo, e addio.

Andò con passo svelto, finché non oltrepassò le ultime case di quella strada, che sboccava nella campagna. Qui si rifermò e si guardò attorno, smarrito. Poi guardò in alto. Ah, il cielo ampio, libero, fervido di stelle! Che guizzi di luce innumerevoli, che palpito continuo! Trasse un respiro di sollievo: se ne senti refrigerato. Che silenzio! che pace! Com’era diversa, la notte qui, pure a due passi dalla città... Il tempo che lì, per gli uomini, era guerra, intrigo di tristi passioni, noia acre e smaniosa, qui era attonita, smemorata quiete. A due passi, un altro mondo. Chi sa perché, intanto, provava uno strana ritegno, quasi di sgomento, a muovervi i piedi.

Gli alberi, sfrondati dalle prime ventate d’autunno, gli sorgevano attorno come fantasmi dai gesti pieni di mistero. Per la prima volta li vedeva così e se ne sentiva una pena indefinibile Di nuovo si fermò perplesso, quasi oppresso di pauroso stupore; tornò a guardarsi attorno, nel bujo.

Lo sfavillio delle stelle, che trapungeva e allargava il cielo, non arrivava ad esser lume in terra; ma al lucido tremore di lassù pareva rispondesse lontano lontano, dalla terra tutta, un tremor sonoro, continuo, il fritinnìo dei grilli. Tese l’orecchio a quel canto, con tuba l’anima sospesa: percepì allora anche il fruscio vago delle ultime foglie, il brulichio confuso della vasta campagna nella notte, e provò un’ansia strana, una costernazione angosciosa di tutto quell’ignoto indistinto, che formicolava nel silenzio. Istintivamente, per sottrarsi a queste minute, sottilissime percezioni, si mosse.

Nella zana a destra di quella via di campagna scorreva un’acqua, silenziosa nell’ombra, la quale, qua e là, s’alluciava un attimo quasi per il riflesso di qualche stella, o forse era una lucciola che vi sprezzava sopra, a tratti, volando, il suo verde lume.

Camminò lungo quella zana fino a un primo passatoio e montò sul ciglio della via per internarsi nella campagna. La terra era ammollata dalla pioggia recente; gli sterpi ne gocciolavano ancora. Mosse, sfangando, alcuni passi e si fermò, scoraggiato. Povero abito nero! povere scarpine di coppale! Ma infine, via, che bel gusto, anche, insudiciar tutto così!

Un cane abbaiò, poco lontano.

— Eh, no... se non è permesso... Morire; sì; ma, con le gambe sane.

Si provò a ridiscendere su la via: patapùnfete! scivolò per il lurido pendio; e una gamba, manco a dirlo, dentro l’acqua della zana.

— Mezzo pediluvio... Be’ be’, pazienza. Non avrò tempo di prendere una costipazione.

Si scosse l’acqua dalla gamba e s’inerpicò a stento dall’altra parte della via. Qua la terra era più soda; la campagna meno alberata. A ogni passo s’aspettava un altro latrato.

A poco a poco gli occhi s’erano abituati al bujo; discernevano, anche a distanza, gli alberi. Non appariva alcun segno di prossima abitazione. Tutto intento a superare le difficoltà del cammino, con quel piede zuppo che gli pesava come fosse di piombo, non pensò più al proposito violento che lo aveva cacciato di notte li, per la campagna. Andò a lungo, a lungo, sempre internandosi di traverso. La campagna declinava leggermente. Lontano lontano, in fondo al cielo, si disegnava nera nell’albor siderale una lunga giogaia di monti. L’orizzonte s’allargava; non c’eran più alberi da un pezzo. Oh via, non era meglio fermarsi lì? Forse il sole sarebbe sorto su da quei monti lontani.

Guardò di nuovo l’orologio e gli parve da prima impossibile che fossero già circa le quattro. Accese un fiammifero: sì, proprio le quattro meno sei minuti. Si meravigliò d’aver tanto camminato. Era stanco difatti. Sedette per terra; poi scorse un masso poco discosto e andò a seder, meglio, lì sopra. Dov’era? - Bujo e solitudine!

— Che pazzia...

Spontaneamente, da sè, gli venne alle labbra questa esclamazione, come un sospiro del suo buon senso da lungo tempo soffocato. Ma, riscosso dal momentaneo stordimento, lo spirito bislacco da cui s’era lasciato trascinare a tante pazze avventure riprese subito in lui il dominio sul buon senso, e se n’appropriò l’esclamazione. Pazzia, sì, quella scampagnata notturna poco allegra. Avrebbe fatto meglio a uccidersi in casa, comodamente, senza il pediluvio, senza insudiciarsi così le scarpe, i calzoni, la marsina, e senza stancarsi tanto. È vero che avrebbe avuto tutto il tempo di riposarsi, tra poco. E poi, ormai, giacché fin lì c’era arrivato... Sì: ma chi sa per quanto tempo ancora doveva aspettare questa benedetta levata del sole... Forse più di un’ora: un’eternità.. E aprì la bocca a un formidabile sbadiglio.

— Ohi ohi... se m’addormentassi... Brrr... fa anche freddo: umidaccio.

Tirò sì il bavero della marsina; si caccio le mani in tasca e, tutto ristretto in sé, chiuse gli occhi. Non stava comodo, no. Mah! per amor dello spettacolo... Si riportò col pensiero alle sale del Circolo illuminato a luce elettrica, tepide, splendidamente arredate... Rivedeva gli amici... e già cedeva al sonno, quando a un tratto...

— Che è stato?

Sbarrò gli occhi, e la notte nera gli si spalancò tutt’intorno nella paurosa solitudine. Il sangue gli strizzava per tutte le vene. Si trovò in preda a una vivissima agitazione. Un gallo, un gallo aveva cantato lontano, in qualche parte... ah ecco, e ora un altro da più lontano gli rispondeva... laggiù, nella fitta oscurità.

— Perbacco, un gallo... che paura!

Sorse in piedi: andò per un tratto avanti e dietro, senza allontanarsi da quel posto, ove per un momento s’era accovacciato. Si vide lui stesso come un cane che, prima di riaccovacciarsi, sente il bisogno di rigirarsi due o tre volte. Difatti, tornò a sedere, ma daccapo per terra, accanto al masso, per star più scomodo e non farsi così riprendere dal sonno.

Eccola lì, la terra: duretta... duretta anzichenò... vecchia, vecchia Terra! la sentiva ancora! per poco tempo ancora... Tese una mano a un cespuglio radicato sotto il masso e l’accarezzò, come si accarezza una femmina passandole una mano su i capelli.

— Aspetti l’aratro che ti squarci; aspetti il seme che ti fecondi...

Ritrasse la mano che gli s’era insaporata d’una fragranza di mentastro acuta.

— Addio, cara! — disse, riconoscente, come se quella femmina con quella fragranza lo avesse compensato della carezza che le aveva fatto.

Triste, cupo, si raffondò di nuovo col pensiero nella sua vita tumultuosa; tutta l’uggia, tutta la nausea di essa gli si raffigurò a poco a poco in sua moglie: se la immaginò nell’atto di leggere la sua lettera, fra quattro o cinque ore... Che avrebbe fatto?

— Io qui... — disse; e si vide, morto, lì, steso scomposto in mezzo alla campagna, sotto il sole, con le mosche attorno alle labbra e gli occhi chiusi.

Poco dopo, dietro i monti lontani, la tenebra cominciò a diradarsi appena appena a un indizio d’albore. Ah, com’era triste, affliggente, quella primissima luce del cielo, mentre sulla terra era ancor notte, sicché pareva che quel cielo sentisse pena a ridestarla alla vita. Ma a poco a poco s’inalbò tutto, su i monti, il cielo, d’una tenera freschissima luce verdina, che a mano a mano, crescendo, s’indorava e vibrava della sua stessa intensità. Lievi, quasi fragili, rosei ora, in quella luce, pareva respirassero i monti laggiù. E sorse alla fine, flammeo e come vagellante nel suo ardore trionfale, il disco del sole.

Per terra, sporco, infagottato, Gosto Bombichi, col capo appoggiato al masso, dormiva profondissimamente, facendo, con tutto il petto, strepitoso mantice al sonno.

143 - Lumìe di Sicilia

— Teresina sta qui?

Il cameriere, ancora in maniche di camicia, ma già impiccato in un altissimo solino, squadrò da capo a piedi il giovanotto che gli stava davanti sul pianerottolo della scala: campagnolo all’aspetto, col bavero del pastrano ruvido rialzato fin su gli orecchi e le mani paonazze, gronchie dal freddo, che reggevano un sacchetto sudicio di qua, una vecchia valigetta di là, a contrappeso.

— Teresina? E chi è? — domandò a sua volta, inarcando le folte ciglia giunte, che parevano due baffi rasi dal labbro e appiccicati lì per non perderli.

Il giovanotto scosse prima la testa per far saltare dalla punta del naso una gocciolina di freddo, poi rispose:

— Teresina, la cantante.

— Ah, — esclamò il cameriere, con un sorriso d’ironico stupore: — Si chiama così, senz’altro, Teresina? E voi chi siete?

— C’è o non c’è? — domandò il giovanotto, corrugando le ciglia e sorsando col naso. — Ditele che c’è Micuccio e lasciatemi entrare.

— Ma non c’è nessuno a quest’ora, — rispose il cameriere, col sorriso rassegato su le labbra. — La signora Sina Marnis è ancora a teatro e...

— Anche zia Marta? — lo interruppe Micuccio.

— Ah, lei è il nipote?

E il cameriere si fece subito cerimonioso.

— Favorisca allora, favorisca. Non c’è nessuno. Anche lei a teatro, la Zia. Prima del tocco non ritorneranno. È la serata d’onore di sua... come sarebbe di lei, la signora? cugina, allora?

Micuccio restò un istante impacciato.

— Non sono... no, non sono cugino, veramente. Sono... sono Micuccio Bonavino; lei lo sa. Vengo apposta dal paese.

A questa risposta il cameriere stimò innanzi tutto conveniente ritirare il lei e riprendere il voi; introdusse Micuccio in una camerette al buio presso la cucina, dove qualcuno ronfava strepitosamente, e gli disse:

— Sedete qua. Adesso porto un lume.

Micuccio guardò prima dalla parte donde veniva quel ronfo, ma non poté discernere nulla; guardò poi in cucina, dove il cuoco, assistito da un guattero, apparecchiava da cena. L’odor misto delle vivande in preparazione lo vinse: n’ebbe quasi un’ebbrietà vertiginosa: era poco men che digiuno dalla mattina; veniva dalla provincia di Messina; una notte e un giorno intero in ferrovia.

Il cameriere recò il lume, e quello che ronfava nella stanza, dietro una cortina sospesa a una funicella da una parete al l’altra, borbottò tra il sonno:

— Chi è?

— Ehi, Dorina, su! — chiamò il cameriere. — Vedi che c’è qui il signor Bonvicino.

— Bonavino, — corresse Micuccio, che stava a soffiarsi su le dita.

— Bonavino, Bonavino, conoscente della signora. Tu dormi della grossa: suonano alla porta e non senti. Io ho da apparecchiare, non posso far tutto io, capisci?, badare al cuoco

che non sa, alla gente che viene.

Un ampio sonoro sbadiglio, protratto nello stiramento delle membra e terminato in un nitrito per un brividore improvviso, accolse la protesta del cameriere, il quale s’allontanò esclamando:

— E va bene!

Micuccio sorrise, e lo seguì con gli occhi, attraverso un’altra stanza in penombra, fino alla vasta sala in fondo, illuminata, dove sorgeva splendida la mensa, e restò meravigliato a contemplare, finché di nuovo il ronfo non lo fece voltare a guardar la cortina.

Il cameriere, col tovagliolo sotto il braccio, passava e ripassava, borbottando or contro Dorina che seguitava a dormire, or contro il cuoco che doveva esser nuovo, chiamato per l’avvenimento di quella sera, e lo infastidiva chiedendo di continuo spiegazioni. Micuccio, per non infastidirlo anche lui, stimò prudente ricacciarsi dentro tutte le domande che gli veniva di rivolgergli. Avrebbe poi dovuto dirgli o fargli intendere ch’era il fidanzato di Teresina, e non voleva, pur non sapendone il perché lui stesso; se non forse per questo che quel cameriere allora avrebbe dovuto trattar lui, Micuccio, da padrone, ed egli, vedendolo così disinvolto ed elegante, quantunque ancor senza marsina, non riusciva a vincere l’impaccio che già ne provava solo a pensarci. A un certo punto però, vedendolo ripassare, non seppe tenersi dal domandargli:

— Scusi... questa casa di chi è?

— Nostra, finché ci siamo, — gli rispose in fretta il cameriere.

E Micuccio rimase a tentennare il capo.

Perbacco, era vero dunque! La fortuna acciuffata. Affaroni. Quel cameriere che pareva un gran signore, il cuoco e il guattero, quella Dorina che ronfava di là: servi tutti agli ordini di Teresina. Chi l’avrebbe mai detto?

Rivedeva col pensiero la soffitta squallida, laggiù laggiù, a Messina, dove Teresina abitava con la madre. Cinque anni addietro, in quella soffitta lontana, se non fosse stato per lui, mamma e figlia sarebbero morte di fame. E l’aveva scoperto lui, lui, quel tesoro nella gola di Teresina! Ella cantava sempre, allora, come una passera dei tetti, ignara del suo tesoro: cantava per dispetto, cantava per non pensare alla miseria a cui egli cercava di sovvenire alla meglio, non ostante la guerra che gli movevano in casa i genitori, la madre specialmente. Ma poteva abbandonai Teresina in quello stato, dopo la morte del padre? Abbandonarla perché non aveva nulla, mentre lui, bene o male, un posticino ce l’aveva, di sonator di flauto nel concerto comunale? Bella ragione! E il cuore?

Ah, era stata una vera ispirazione del cielo, un suggerimento della fortuna, quel far caso alla voce di lei, quando nessuno ci badava, in quella bellissima giornata d’aprile, presso la finestra dell’abbaino che incorniciava vivo vivo l’azzurro del cielo. Teresina canticchiava un’appassionata arietta siciliana, di cui Micuccio ricordava ancora le tenere parole. Era triste Teresina, quel giorno, per la recente morte del padre e per l’ostinata opposizione dei parenti di lui; e anch’egli - ricordava era triste, tanto che gli erano spuntate le lagrime, sentendola cantare. Pure tant’altre volte l’aveva sentita, quell’arietta; ma cantata a quel modo, mai. N’era rimasto così impressionato, che il giorno appresso, senza prevenire né lei né la madre, aveva condotto con se, su nella soffitta, il direttore del concerto, suo amico. E così erano cominciate le prime lezioni di canto, e, per due anni di fila egli aveva speso per lei quasi tutto il suo stipendio: le aveva preso a nolo un pianoforte, comperate le carte di musica e qualche amichevole compenso aveva pur dato al maestro. Bei giorni lontani! Teresina ardeva tutta nel desiderio di spiccare il volo, di lanciarsi nell’avvenire che il maestro le prometteva luminoso; e, frattanto, che carezze di fuoco a lui, per dimostrargli tutta la sua gratitudine, e che sogni di felicità comune!

Zia Marta, invece, scoteva amaramente il capo: ne aveva viste tante in vita sua, povera vecchietta, che ormai non aveva più fiducia nell’avvenire: temeva per la figliola, e non voleva che ella pensasse neppure alla possibilità di togliersi da quella rassegnata miseria; e poi sapeva, sapeva ciò che costava a lui la follia di quel sogno pericoloso.

Ma né lui né Teresina le davano ascolto, e invano essa si era ribellata quando un giovane maestro compositore, avendo udito Teresina in un concerto, aveva dichiarato che sarebbe stato un vero delitto non darle migliori maestri e una compiuta educazione artistica: a Napoli, bisognava mandarla al conservatorio di Napoli a qualunque costo.

E allora lui, Micuccio, senza pensarci due volte, l’aveva rotta coi parenti, aveva venduto un poderetto lasciatogli in eredità dallo zio prete, e mandato Teresina a Napoli a compiere gli studi.

Non l’aveva più riveduta, da allora. Lettere, sì... aveva le sue lettere dal conservatorio e poi quelle di zia Marta, quando già Teresina si era lanciata nella vita artistica, contesa dai principali teatri, dopo l’esordio clamoroso al San Carlo. A piè di quelle tremule incerte lettere raspate alla meglio su la carta dalla povera vecchietta c’eran sempre due paroline di lei, di Teresina, che non aveva mai tempo di scrivere: « Caro Micuccio, confermo quanto ti dice la mamma. Sta’ sano e voglimi bene ». Eran rimasti d’accordo che egli le avrebbe lasciato cinque, sei anni di tempo per farsi strada liberamente: erano giovani entrambi e potevano aspettare. E quelle lettere, nei cinque anni già trascorsi, egli le aveva sempre mostrate a chi voleva vederle, per distruggere le calunnie che i suoi parenti scagliavano contro Teresina e la madre. Poi s’era ammalato; era stato per morire; e in quell’occasione, a sua insaputa, zia Marta e Teresina avevano inviato al suo indirizzo una buona somma

di danaro: parte se n’era andata durante la malattia, ma il resto egli lo aveva strappato a viva forza dalle mani rapaci dei suoi parenti e ora, ecco, veniva a ridarlo a Teresina. Perché, denari - niente! egli non ne voleva. Non perché gli paressero elemosina, avendo egli già speso tanto per lei; ma... niente! non lo sapeva dire lui stesso, e ora più che mai, lì, in quella casa... - denari, niente! Come aveva aspettato tant’anni, poteva ancora aspettare. Che se poi denari Teresina ne aveva d’avanzo, segno che l’avvenire le si era schiuso, ed era tempo perciò che l’antica promessa s’adempisse, a dispetto di chi non voleva crederci.

Micuccio sorse in piedi, con le ciglia corrugate, come per raffermarsi in questa conclusione; si soffiò di nuovo su le mani diacce e pestò i piedi per terra.

— Freddo? — gli disse, passando, il cameriere. — Poco ci vorrà, adesso. Venite qua in cucina. Starete meglio.

Micuccio non volle seguire il consiglio del cameriere che, con quell’aria da gran signore, lo sconcertava e l’indispettiva. Si rimise a sedere e a pensare, costernato. Poco dopo, una forte scampanellata lo scosse.

— Dorina, la signora! — strillò il cameriere infilandosi in fretta e in furia la marsina, mentre correva ad aprire; ma vedendo che Micuccio stava per seguirlo, s’arrestò di botto per intimargli:

— Voi state qua; prima lasciate che la avverta.

— Ohi, ohi, ohi... — si lamentò una voce insonnolita dietro la cortina; e, poco dopo, apparve un donnone tozzo, affagottato, che strascicava una gamba e non riusciva ancora a spiccicar gli occhi, con uno scialle di lana fin sopra il naso, i capelli ritinti d’oro.

Micuccio stette a mirarla allocchito. Anche colei, sorpresa, sgranò tanto d’occhi in faccia all’estraneo.

— La signora, — ripeté Micuccio.

Allora Dorina riprese d’un subito coscienza:

— Eccomi, eccomi... — disse, togliendosi e buttando dietro la cortina lo scialle e adoperandosi con tutta la pesante persona a correr verso l’entrata.

L’apparizione di quella strega ritinta, l’intimazione del cameriere diedero a un tratto a Micuccio, avvilito, un angoscioso presentimento. Sentì la voce stridula di zia Marta:

- Di là, in sala! in sala, Dorina!

E il cameriere e Dorina gli passarono davanti, reggendo magnifiche ceste di fiori. Sporse il capo a guardare, in fondo, la sala illuminata e vide tanti signori in marsina, che parlavano confusamente. La vista gli s’annebbiò: era tanto lo stupore, tanta la commozione, che non s’accorse egli stesso che gli occhi gli si erano riempiti di lagrime: li chiuse, e in quel bujo strinse tutto in sì, quasi per resistere allo strazio che gli cagionava una lunga squillante risata. Era di Teresina? Oh Dio, e perché rideva così, di là?

Un grido represso gli fece riaprir gli occhi, e si vide davanti - irriconoscibile - zia Marta, col cappello in capo, poveretta! oppressa da una ricca splendida mantiglia di velluto.

- Come! Micuccio... tu qui?

— Lia Marta... — esclamò Micuccio, quasi impaurito, restando a contemplarla.

— Come mai! — seguitò la vecchietta, sconvolta. — Senza avvertire? Che è stato? Quando sei arrivato? Giusto questa sera... Oh Dio, Dio...

— Son venuto per... — balbettò Micuccio, non sapendo più che dire.

— Aspetta! — lo interruppe zia Marta. — Come si fa? come si fa? Vedi quanta gente, figliuolo mio? È la festa di Teresina, la sua serata... Aspetta, aspetta un po’ qua...

— Se voi, — si provò a dir Micuccio, a cui l’angoscia stringeva la gola, — se voi credete che me ne debba andare...

— No, aspetta un po’, ti dico, — s’affrettò a rispondergli la buona vecchietta tutta imbarazzata.

— Io però, — riprese Micuccio, — non saprei dove andare in questo paese... a questa ora...

Zia Marta lo lasciò, facendogli con una mano inguantata segno d’attendere, ed entrò nella sala, nella quale poco dopo a Micuccio parve si aprisse una voragine: vi s’era fatto d’improvviso silenzio. Poi Udì, chiare, distinte, queste parole di Teresina:

— Un momento, signori.

E di nuovo la vista gli s’annebbiò, nell’attesa ch’ella comparisse. Ma Teresina non comparve, e la conversazione fu ripresa nella sala. Tornò invece, dopo pochi minuti che a lui parvero eterni, zia Marta senza cappello, senza mantiglia, senza guanti, meno imbarazzata.

— Aspettiamo un po’ qua, sei contento? — gli disse. — io starò con te... Adesso si fa cena... Noi ce ne staremo qua. Dorina ci apparecchierà questo tavolino, e ceneremo insieme, qua; ci ricorderemo de’ bei tempi, eh?... Non mi par vero di trovarmi con te, figlietto mio, qua; qua, appartati... Lì, capirai, tanti signori... Lei, poverina, non può farne a meno... La carriera, m’intendi? Eh, come si fa! Li hai veduti i giornali? Cose grandi, figlio mio! Ma io... io, come sopra mare sempre... Non mi par vero che me ne possa star qua con te, stasera.

E la buona vecchietta, che aveva parlato parlato, istintivamente, per non dar tempo a Micuccio di pensare, alla fine sorrise e si stropicciò le mani, guardandolo, intenerita.

Dorina venne ad apparecchiare la tavola, in fretta, perché già di là, in sala, il pranzo era cominciato.

— Verrà? — domandò cupo, Micuccio, con voce angosciata. — Dico, per vederla almeno.

— Certo che verrà, — gli rispose subito la vecchietta, sforzandosi di vincere l’impaccio. — Appena avrà un momentino di largo: già me l’ha detto.

Si guardarono tutt’e due e si sorrisero, come se finalmente si riconoscessero. Attraverso l’impaccio e la commozione le loro anime avevano trovato la via per salutarsi con quel sorriso. « Voi siete zia Marta » - dicevano gli occhi di Micuccio. - « E tu, Micuccio, il mio caro e buon figliuolo, sempre lo stesso, poverino! » - dicevano quelli di zia Marta. Ma subito la buona vecchietta abbassò i suoi, perché Micuccio non vi leggesse altro. Si stropicciò di nuovo le mani e disse:

— Mangiamo, eh?

— Ho una fame, io! — esclamò, tutto lieto e raffidato, Micuccio.

— La croce, prima: qua posso farmela, davanti a te, — aggiunse la vecchietta con aria birichina, strizzando un occhio, e si segnò.

Il cameriere venne a offrir loro il primo servito. Micuccio stette bene attento a osservare come faceva zia Marta a trarre dal piatto la porzione. Ma quando venne la sua volta, nel levar le mani, pensò che le aveva sporche dal lungo viaggio, arrossì, si confuse, alzò gli occhi a sogguardare il cameriere, il quale, compitissimo ora, gli fece un lieve inchino col capo e un sorriso, come per invitarlo a servirsi. Fortunatamente zia Marta venne a trarlo d’impaccio.

— Qua qua, Micuccio, ti servo io.

Se la sarebbe baciata dalla gratitudine! Avuta la porzione, appena il cameriere si fu allontanato, si segnò anche lui in fretta.

— Bravo figliuolo! — gli disse zia Marta.

Ed egli si sentì beato, a posto, e si mise a mangiare come non aveva mangiato mai in vita sua, senza più pensare alle sue mani, né al cameriere.

Tuttavia, ogni qual volta questi, entrando o uscendo dalla sala, schiudeva la bussola a vetri e veniva di là come un’ondata di parole confuse o qualche scoppio di riso, egli si voltava turbato e poi guardava gli occhi dolenti e affettuosi della vecchina, quasi per leggervi una spiegazione. Ma vi leggeva invece la preghiera di non chieder nulla per il momento, di rimettere a più tardi le spiegazioni. E tutt’e due di nuovo si sorridevano e si rimettevano a mangiare e a parlare del paese lontano, d’amici e conoscenti, di cui zia Marta gli domandava notizie senza fine.

— Non bevi?

Micuccio stese la mano per prendere la bottiglia; ma, in quella, la bussola della sala si riaprì: un fruscio di seta, tre passi frettolosi, uno sbarbaglio, quasi la camerette si fosse d’un tratto violentemente illuminata, per accecarlo.

— Teresina...

E la voce gli morì sulle labbra, dallo stupore. Ah, che regina!

Col volto in fiamme, gli occhi sbarrati, la bocca aperta, egli restò a contemplarla, istupidito. Come mai ella... così? Nudo il seno, nude le spalle, le braccia nude... tutta fulgente di gemme e di stoffe... Non la vedeva, non la vedeva più come una persona viva e vera davanti a sé. Che gli diceva? Non la voce, né gli occhi, né il riso: nulla, nulla più riconosceva di lei, in quell’apparizione di sogno.

— Come va? Stai bene ora, Micuccio? Bravo, bravo... Sei stato malato, se non m’inganno... Ci rivedremo tra poco... Tanto, qui hai con te la mamma... Siamo intesi, eh?

Teresina scappò via in sala, tutta frusciante.

— Non mangi più? — domandò timorosa, poco dopo, zia Marta per rompere lo sbalordimento di Micuccio.

Questi si voltò appena a guardarla.

— Mangia, — insistette la vecchina indicandogli il piatto.

Micuccio si portò due dita al colletto affumicato e spiegazzato e se lo stirò, provandosi a trarre un lungo respiro.

— Mangiare?

E agitò più volte le dita presso il mento, come se salutasse, per significare: non mi va più, non posso. Stette ancora un pezzo silenzioso, abilito, assorto nella visione di poc’anzi, poi mormorò:

— Come s’è fatta...

E vide che zia Marta scoteva amaramente il capo e che aveva sospeso di mangiare anche lei, come se aspettasse.

— Ma neanche a pensarci più... — aggiunse poi, quasi tra sé, chiudendo gli occhi.

Vedeva ora, in quel suo buio, l’abisso che s’era aperto tra loro due. No, non era più lei - quella lì - la sua Teresina. Era tutto finito... da un pezzo, da un pezzo ed egli, sciocco, egli stupido, se n’accorgeva solo adesso. Glielo avevano detto là al paese, e lui s’era ostinato a non crederci... E ora, che figura ci faceva a star lì, in quella casa? Se tutti quei signori, se quel cameriere stesso avessero saputo che egli, Micuccio Bonavino, s’era rotte le ossa a venire di così lontano, trentasei ore di ferrovia, credendosi sul serio ancora il fidanzato di quella regina, che risate, quei signori e quel cameriere e il cuoco e il guattero e Dorina! Che risate, se Teresina lo avesse trascinato al loro cospetto, lì in sala, dicendo: « Guardate, questo poveretto sonator di flauto, dice che vuoi diventare mio marito! » Glielo aveva promesso lei stessa, è vero; ma come avrebbe potuto allora supporre che un giorno sarebbe divenuta così? Ed era anche vero, sì, che egli le aveva schiuso quella via e le aveva dato modo d’incamminarvisi; ma ecco, ella era ormai arrivata tanto, tanto lontano, che egli, rimasto lì, sempre lo stesso, a sonare il flauto le domeniche nella piazza del paese, come avrebbe più potuto raggiungerla? Neanche a pensarci... E che cos’erano poi quei pochi quattrinucci spesi allora per lei, divenuta adesso una gran signora? Si vergognava solo a pensare che qualcuno potesse sospettare che egli, con la sua venuta, volesse accampare qualche diritto per quei pochi quattrinucci miserabili. Gli sovvenne in quel punto di avere in tasca il denaro inviatogli da Teresina durante la malattia. Arrossì: ne provò onta, e si cacciò una mano nella tasca in petto della giacca, dove era il portafogli.

— Ero venuto, zia Marta, — disse in fretta, — anche per restituirvi questo denaro che mi avete mandato. Che ha voluto essere, pagamento? restituzione? Vedo che Teresina è divenuta una..., sì, mi pare una regina! vedo che... niente! neanche a pensarci più! Ma, questo denaro, no: non mi meritavo questo da lei... È finita, e non se ne parla più... ma, denari, niente! Mi dispiace solo che non sono tutti...

— Che dici, figliuolo mio? — cercò d’interromperlo, afflitta e con le lagrime agli occhi, zia Marta.

Micuccio le fe’ cenno di star zitta.

— Non li ho spesi io: li hanno spesi i miei parenti, durante la malattia, senza ch’io ne sapessi nulla. Ma vanno per quella miseria che spesi io allora... vi ricordate? Non ci pensiamo più. Qua c’è il resto. E io me ne vado.

— Ma come? Così di furia? — esclamò zia Marta, cercando di trattenerlo. — Aspetta almeno che lo dica a Teresina. Non hai sentito che voleva rivederti? Vado a dirglielo...

— No, è inutile, — le rispose Micuccio, deciso. — Lasciatela star li con quei signori; lì sta bene, al suo posto. Io, poveretto... L’ho veduta; m’è bastato... O piuttosto, andate pure... andate anche voi di là... Sentite come si ride? Io non voglio che si rida di me... Me ne vado.

Zia Marta interpretò nel peggior senso quella risoluzione improvvisa di Micuccio: come un atto di sdegno, un moto di gelosia. Le sembrava ormai, poverina, che tutti - vedendo sua figlia - dovessero d’un tratto concepire il più tristo dei sospetti, quello appunto per cui ella piangeva inconsolabile, trascinando senza requie il suo cordoglio segreto fra il tumulto di quella vita di lusso odioso che disonorava sconciamente la sua stanca vecchiaia.

— Ma io, — le scappò detto, — io ormai non posso più farle la guardia, figliuolo mio...

— Perché? — domandò allora Micuccio, leggendole a un tratto negli occhi il sospetto ch’egli non aveva ancora avuto; e si rabbujò in volto.

La vecchietta si smarrì nella sua pena e si nascose la faccia con le mani tremule, ma non riuscì a frenar l’impeto delle lagrime irrompenti.

— Sì, sì, vattene, figliuolo mio, vattene... — disse soffocata dai singhiozzi. — Non è più per te, hai ragione... Se mi aveste dato ascolto!

— Dunque, — proruppe Micuccio chinandosi su lei e strappandole a forza una mano dal volto. Ma fu tanto accorato e miserevole lo sguardo con cui ella gli chiese pietà portandosi un dito su le labbra, che egli si frenò e aggiunse con altro tono, forzandosi a parlar piano: — Ah, lei dunque, lei... lei non è più degna di me. Basta, basta, me ne vado lo stesso... anzi, tanto più, ora... Che sciocco, zia Marta: non l’avevo capito! Non piangete... Tanto, che fa? Fortuna, dicono... fortuna...

Prese la valigetta e il sacchettino di sotto la tavola, e s’avviava per uscire, quando gli venne in mente che lì, dentro il sacchetto, c’eran le belle lumìe ch’egli aveva portato a Teresina dal paese.

— Oh, guardate, zia Marta, — riprese.

Sciolse la bocca al sacchetto e, facendo riparo d’un braccio, versò quei freschi frutti fragranti sulla tavola.

— E se mi mettessi a tirare tutte queste lumìe, — soggiunse, — sulla testa di quei galantuomini là?

— Per carità, — gemette la vecchina tra le lagrime, facendogli un nuovo cenno supplichevole di tacere.

— No, niente, — riprese Micuccio, ridendo acre e rimettendosi in tasca il sacchetto vuoto. — Le avevo portate a lei; ma ora le lascio a voi sola, zia Marta.

Ne prese una e la accostò al naso di zia Marta.

— Sentite, zia Marta, sentite l’odore del nostro paese... E dire che ci ho anche pagato il dazio... Basta. A voi sola, badate bene... A lei dite così: « Buona fortuna! » a nome mio.

Riprese la valigetta e andò via. Ma per la scala, un senso d’angoscioso smarrimento lo vinse: solo, abbandonato, di notte, in una grande città sconosciuta, lontano dal suo paese; deluso, avvilito, scornato. Giunse al portone, vide che pioveva a dirotto. Non ebbe il coraggio d’avventurarsi per quelle vie ignote, sotto quella pioggia Rientrò pian piano, rifece una branca di scala, poi sedette sul primo scalino e appoggiando i gomiti su le ginocchia e la testa tra le mani, si mise a piangere silenziosamente.

Sul finir della cena, Sina Marnis fece un’altra comparsa nella cameretta. Vi trovò la mamma che piangeva anche lei, sola, mentre di là quei signori schiamazzavano e ridevano.

— È andato via? — domandò, sorpresa.

Zia Marta accennò di sì col capo, senza guardarla. Sina fissò gli occhi nel vuoto, assorta, poi sospirò:

— Poverino...

Ma subito dopo le venne di sorridere.

— Guarda, — le disse la madre, senza frenar più le lagrime col tovagliolo. — Ti aveva portato le lumìe...

— Oh, belle! — esclamò Sina, con un balzo. Strinse un braccio alla vita e ne prese con l’altra mano quanto più poteva portarne.

— No, di là no! — protestò vivamente la madre Ma Sina scrollò le spalle e corse in sala gridando è — Lumìe di Sicilia! Lumìe di Sicilia!

– FINE –

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Ultimo aggiornamento: 29 gennaio 2011