Luigi Pirandello

Dal naso al cielo

vol.  08

Edizione di riferimento

Luigi Pirandello Novelle per un anno, a cura di Mario Costanzo, Premessa di Giovanni Macchia, I Meridiani vol. II, Arnoldo Mondadori editore, Milano1985

Dal naso al cielo

Fuga

Certi obblighi

Ciàula scopre la luna

Chi la paga

Benedizione

Male di luna

Il figlio cambiato

Lo storno e l’Angelo Centuno

« Superior stabat lupus »

Nel dubbio

La corona

Jeri e oggi

Nel gorgo

Musica vecchia

104  –  Dal naso al cielo

I

I pochi ospiti del vecchio albergo in vetta al Monte Gajo avevano da una settimana il piacere di sentir parlare il senatore Romualdo Reda

– Finalmente!

Da una ventina di giorni lassù, l’illustre chimico, accademico dei Lincei, non aveva ancora scambiato una parola con nessuno. Non si sentiva bene; era stanco; anzi si diceva che ultimamente a Roma era stato colto da un lieve deliquio nella Sala di chimica, dove soleva trattenersi dalla mattina alla sera; e che i medici lo avevano addirittura forzato a darsi un po’ di riposo, a interrompere almeno per qualche mese gli studii che egli, da vecchio, seguitava con inflessibile tenacia e il solito ispido rigore.

Dalla stessa tenacia, dallo stesso rigore era regolata la sua condotta nella vita. Pregato insistentemente due volte d’accettar la carica di ministro della pubblica istruzione, tutt’e due le volte aveva opposto un reciso rifiuto, non volendo distrarsi dai suoi studii e dai suoi doveri d’insegnante.

Piccolissimo di statura, quasi senza collo, con quella faccia piatta, cuojacea, tutta rasa, e quelle pàlpebre gonfie come due borse, che gli nascondevano le ciglia, e quei capelli lunghi, grigi, lisci e umidicci, che gli nascondevano gli orecchi, aveva l’aspetto d’una vecchia serva pettegola.

Ogni giorno, sul pomeriggio, scendeva su lo spiazzo davanti all’albergo seguìto da un cameriere che gli recava un grosso fascio di riviste e di giornali o qualche libro; e, su una sedia di giunco a sdrajo, s’immergeva per alcune ore nella lettura, all’ombra del maestoso faggio secolare che dominava la vetta.

Maestoso, per modo di dire, quel faggio: doveva essere ormai mortalmente seccato di star lassù, esposto a tutti i venti, e dava a veder chiaramente che non apprezzava l’altissimo onore e la fortuna che gli tocca. vano in quei giorni di riparare con le fronde copiose un così illustre personaggio. Si sarebbe detto che non se n’accorgeva nemmeno.

Anche l’albergo pareva non si sentisse per nulla onorato d’ospitarlo, e serbava tranquillamente l’aria umile e malinconica di vecchio convento abbandonato. Ma l’albergatore... ah, bisognava vederlo, l’albergatore: aveva subito assunto verso gli altri avventori un sussiego da diplomatico; e i camerieri... anche i camerieri, bisognava vederli, s’erano messi a prestare i loro servizii con un’impagabile sprezzatura, per fare intender bene che non avrebbero potuto più che tanto occuparsi degli altri, intenti com’erano tutti agli ordini di quell’uno.

Il giovane avvocato e dilettante giornalista Torello Scamozzi n’era addirittura stomacato; non tanto per sé, diceva, quanto per le signore. E minacciava di far le sue vendette su i molti giornali di cui si diceva collaboratore. Ma le signore generosamente lo pregavano di non cimentarsi per loro.

Erano quattro, le signore: cioè, le Gilli, mamma e figlia, Miss Green, inglesina alquanto attempatella, bionda e cerulea, sempre fornita di mal di capo e d’antipirina, e la moglie del dottor Sandrocca, atassico e relegato perpetuamente su una sedia a ruote.

Molto più saggio, cioè a dire più pratico, un altro giovane ospite, Leone Borisi, lasciava allo Scamozzi il gusto di far così il paladino delle signore e specialmente

della cara e vivacissima signorina Ninì Gilli, e per conto suo s’era messo a spingere la sedia del dottor Sandrocca giù per i viottoli del monte, sotto gl’ippocàstani: a spinger la sedia con una mano e a cinger con l’altra la vita alla moglie del bravo dottore, ch’era una brunotta ricciuta, dal nasino ritto e gli occhietti ardenti, simpaticissima. Oh, così, badiamo! innocentemente, quasi per distrazione, dietro le spalle del marito che rideva, rideva e parlava e fumava la pipa, senza mai smettere un momento.

II

Il miracolo di far parlare l’illustre senatore Romualdo Reda lo aveva operato un nuovo ospite che, a prima giunta, aveva fatto arricciare il nasino alle quattro signore e storcere il muso all’albergatore.

Sciamannato, tutto gocciolante di sudore, col testone raso e la cotenna ridondante su la nuca, le lenti che gli scivolavano sempre di traverso sul naso a gnocco, e quei grossi occhi biavi che pareva le andassero cercando per guardare, obbligando il capo a certi buffi rigiramenti sul collo che facevano pensare a un bue smanioso sotto il giogo, il professor Dionisio Vernoni non era fatto in verità per attirar la confidenza. Ma poi, a sentirlo parlare...

Forse, dentro di sé, il professor Dionisio Vernoni soffriva dei vulcanici rimescolamenti delle sue tante passioni dentro il capace petto; ma, per quel che poi se ne vedeva di fuori, faceva tanto ridere. Ridere sopra tutto perché, con quella montagna di carne sudata addosso, era un incorreggibile idealista, il professor Dionisio Vernoni: un idealista che, anche a costo d’essere scannato, non s’acquietava, non sapeva, non voleva acquietarsi all’irritante rinunzia della scienza di fronte ai formidabili problemi dell’esistenza, al comodo (egli diceva vigliacco) ripararsi del così detto pensiero filosofico entro i confini del conoscibile. E cacciava di qua e di là con le due manacce le ostinatissime mosche che volevano attaccarglisi al faccione sudato.

Vedendo sotto il faggio il senatore, ch’era stato suo maestro, tant’anni addietro, all’Università (tutti i professori di parecchie Università erano stati suoi maestri, perché aveva preso tre o quattro lauree, una dopo l’altra, Dionisio Vernoni), tra lo stupore di tutti e l’indignazione dell’albergatore, gli era corso innanzi, gli s’era anzi precipitato addosso, gridando con le braccia levate:

– Oh, lei qua, illustrissimo signor professore?

E quasi subito s’erano riaccese tra l’antico scolaro e il vecchio maestro le fervide discussioni rimaste famose per molti anni all’Università romana.

Fervide, da una parte sola, s’intende: da parte del Vernoni; perché il senatore rispondeva asciutto e mordace, con un frigido sogghignetto su le labbra, il quale dava a vedere com’egli degnasse di qualche risposta quel suo strambo discepolo, solamente per pigliarselo a godere.

Lo avevano compreso bene tutti gli altri avventori, i quali a poco a poco s’erano fatti intorno a sentire. Ora, ogni dopo pranzo, si assisteva a quel duello intellettuale sotto il faggio, come a un vero spasso.

Tutti scoppiavano a ridere, di tratto in tratto, a certe argute risposte dell’illustre senatore, mentre il Vernoni ora balzava in piedi con tanto d’occhi sbarrati, ora, tutto sospeso, spalmava sul petto le due manacce come a trattenere una valanga di precipitose proteste.

La vecchia signora Gilli e Miss Green, però, trascinate spesso dalla foga appassionata con cui il professor Vernoni perorava in favore delle sue nobili e magnanime teorie, approvavano involontariamente col capo. Allora il senatore rispondeva con una certa vocetta agra di stizza. E il Vernoni, o s’insaccava nelle spalle, o borbottava con amaro disdegno:

– L’erba, dunque, eh? L’erba! Come se fossimo tante pecorelle...

Ninì Gilli, a queste parole, prorompeva in una irrefrenabile risata, a cui tutti gli altri facevano eco, mentre il senatore guardava in giro come se non avesse inteso bene, e domandava:

– L’erba? Perché, l’erba? Non capisco.

– L’erba! L’erba! – raffermava, quasi piangendo dalla stizza, il Vernoni. – Qual è per le pecore la sola verità che esista? L’erba. L’erba che cresce loro sotto il mento. Ma noi, vivaddio, possiamo guardare anche in sù, illustrissimo signor senatore! In sù, in sù, le stelle!

La vecchia signora Gilli e Miss Green tornavano ad approvare col capo, convintissime, questa volta.

E il senatore allora masticava:

– Anche in sù, già, come dice Sallustio.

– Come dice Sallustio, sissignore, – rimbeccava pronto il Vernoni. – Ma anche guardando in giù, scusi... la talpa, signor senatore: guardiamo la talpa e seguiamo la logica della natura.

– Ah no!

Il senatore Romualdo Reda, sentendo nominar la natura, s’inquietava sul serio: scattava battendo ambo le mani su i braccioli:

– Ma via! ma mi faccia il piacere! ma la sua logica, caro Vernoni! Tanto per ridere... Lasciamo star la natura, per carità!

– Scusi, scusi, scusi, – s’affrettava allora a spiegare il Vernoni, ponendo avanti le mani. – Che la natura abbia una logica, si può forse mettere in dubbio? Ma ne abbiamo una prova lampantissima, scusi, nella sua economia! Mi lasci dire, illustrissimo signor professore! La talpa... Perché la talpa ha così debole l’organo visivo? Ma perché deve star sottoterra! Logica della natura. E l’uomo? Scusi, perché deve poter vedere le stelle, l’uomo? Una ragione ci dev’essere, scusi!

Tutti restavano sospesi per un momento nell’attesa della risposta del signor senatore; ma questi socchiudeva gli occhi stanchi, enfiati, tentennava il capo, apriva le labbra a un sorrisetto di sdegnosa commiserazione e lasciava tutti delusi recitando:

Gestit enim mens exilire ad magis generalia ut acquiescat: et post parvam moram fastidit experientiam. Sed haec mala demum aucta sunt a dialectica ob pompas disputationum.

– Bacone? – domandava il professor Dionisio Vernoni, asciugandosi il copioso sudore dalla fronte e dalla nuca.

E il senatore:

– Bacone.

III

Se non che, una di quelle mattine, per tempissimo, tutti gli ospiti dell’albergo in vetta al monte furono destati all’improvviso dalle grida acutissime della signorina Ninì Gilli e della madre. Che cosa era accaduto?

Dapprima si disse che la cara Ninì, essendosi recata sola, all’alba, giù nelle macchie del Conventino, aveva fatto un brutto incontro.

Brutto? Come? Forse aggredita? Ma non s’era sentito mai che nelle macchie del Conventino bazzicassero... ah, non si trattava di malandrini? E che incontro, allora ?

La cara Ninì, o la Gillina come la chiamavano, era venuta sù dalle macchie di corsa, di corsa, scarmigliata, urlando, in preda a un terror pazzo. Adesso si dibatteva, sù in camera, in una terribile convulsione di nervi.

Ma che incontro era stato, insomma? Che le avevano fatto?

Le macchie del Conventino erano su la costa occidentale del monte: fittissime e intricate. Macchie propriamente non erano, perché tutti quegl’ippocàstani là, sebbene rimasti sottili, erano ormai divenuti d’altissimo fusto e dritti come aghi: un bosco. Si chiamavano del Conventino perché, in una breve radura in mezzo, era un piccolo convento antico, in rovina e abbandonato, con la chiesuola da una parte, il cui interno misterioso s’intravedeva appena appena attraverso le fessure del portone imporrito.

Lo Scamozzi, pallido, costernatissimo, incitava il Borisi, incitava i camerieri a correr con lui, armati, giù nelle macchie, a vedere. Ma a vedere che cosa? Se ancora non si sapeva nulla di certo! Che diceva il senator Reda accorso in camera della signorina? Era anche medico il Reda, benché non avesse mai esercitato la professione.

Soltanto il professor Dionisio Vernoni si dichiarava pronto a seguire lo Scamozzi. Ma questi non se ne fidava, e fingeva di non udirlo e di non vederlo.

Finalmente, ecco il Reda! Uh, lodato Dio, sorrideva... Ebbene?

– Nulla, signori miei. Stiano tranquilli. Una lieve psicosi passeggera. Crisi isterica, ecco. Passerà.

Ma il professor Dionisio Vernoni si fece avanti accigliato, rabbuffato:

– Psicosi? – disse. – Giù nelle macchie del Conventino? Se lei dice psicosi, io so di che si tratta! So tutto, so tutto! La signorina Gilli ha veduto! La signorina Gilli ha sentito anche lei!

Lo Scamozzi, il Borisi, il dottor Sandrocca, la moglie, Miss Green si voltarono a guardarlo a bocca aperta:

– Veduto... che cosa?

– Ma non gli diano retta, per carità! – esclamò il senatore.

– Allucinazione, è vero? – gridò allora il Vernoni, con aria beffarda e di sfida. – Psicosi... crisi isterica... E come spiega lei allora che anch’io, sissignore, anch’io, l’altro giorno, verso sera, ho udito... sissignori, ho udito mentr’ero là solo, nella macchia, presso il Conventino, una musica... una musica di paradiso, che partiva dalla chiesetta... organo e arpe... melodia divina! Non l’ho detto a nessuno; lo dico adesso perché son certo che la signorina Gilli, anche lei, ha udito... Per vergogna sono stato zitto, vi giuro! perché ho avuto paura, sì! sì! paura, e sono scappato via a gambe levate!

– Oh la finisca, per favore, signor mio! – lo interruppe a questo punto l’albergatore, notando l’effetto che quelle parole producevano sugli altri avventori. – Lei vuol rovinarmi! Ma scusi, sono pazzie! Non s’è mai detto nulla di simile; nessuno ha mai udito nulla! Fortuna che c’è qui S. E... dico l’on. senatore... un luminare della scienza... e anche un altro egregio dottore, che... manco male, ride, guàrdino! ride, e ha ragione... è proprio da ridere, caro signor dottore! Una semplicissima crisi nervosa...

– Isterica, – corresse il senatore.

– Ecco, isterica... e quando lo dice lui! – concluse l’albergatore. – Che musica! che organo! che arpe! Andiamo tutti insieme alla macchia... Farò servir loro laggiù la colazione... Un luogo delizioso, sicurissimo... Apriremo la chiesa... vedranno...

– Ma l’organo c’è davvero? – domandò la signora Sandrocca.

– Non c’è... cioè... sl, c’è e non c’è... – rispose, confuso, l’albergatore. – Si figuri dopo tanti secoli, come ridotto... Forse qualche topo... Via, è da ridere... è da ridere, non è vero, signori?

E rise: lui sì, rise, e seguitò anche a ridere il dottor Sandrocca che rideva sempre; ma non risero gli altri, né mostrarono di gradir la proposta di fare colazione là nella macchia del Conventino. Quanto al senatore, voltò le spalle, sdegnato, e andò a sdrajarsi su la sedia di giunco sotto il faggio.

In quella, sopravvenne frettolosa e con insolita energia, quantunque una gamba, forse per la sovreccitazione, le si fosse come indurita, la vecchia signora Gilli in cerca dell’albergatore.

Non le garbava per nientissimo affatto, a lei, per nientissimo affatto le garbava quella dichiarazione dell’illustre signor senatore, la quale aveva tutta l’aria di esser fatta per non danneggiare l’albergatore. Ma che crisi isterica d’Egitto, se la sua figliuola non aveva mai e poi mai sofferto di mal di madre? Si fa presto a dire! Poi la taccia rimane; e commenti e malignazioni. No, no. Le cose a posto! Voleva le cose a posto, la signora Gilli; che tutti cioè sapessero quel che era accaduto; poi saldare il conto e andar subito via: subito, perché la sua povera figliuola tremava ancora come una foglia, dallo spavento, e diceva che sarebbe morta a rimanere ancora lì, anche per una notte sola.

E la signora Gilli prese quindi a raccontare che la povera Ninì aveva proprio sentito sonar l’organo nella chiesetta del Conventino.

– Udite? udite? – esclamò allora, trionfante, Dionisio Vernoni.

La vecchia signora s’arrestò, come intronata, a guardarlo e gli domandò:

– Ma come? lei... Come l’ha saputo lei?

E il Vernoni:

– Non l’ho saputo; l’ho supposto, signora! N’ero certo; più che certo; perché ho sentito anch’io!

Sgomenta e pur lieta, la signora Gilli batté le mani, esclamando:

– Vedono dunque? E mica il signore qua può soffrire di mal di madre... direi...

Dionisio Vernoni non diede tempo agli altri di sorridere di questa considerazione; incalzò:

– Organo e arpe?

– Arpe? Arpe, non so, – rispose quella, atterrita dal modo con cui il Vernoni la guardava. – Dice organo Ninì, e dice che ne rimase meravigliata dapprima... meravigliata che qualcuno si fosse recato a sonare così per tempo là, in quella chiesetta abbandonata. Non sospettò proprio nulla di straordinario; tanto è vero che s’accostò per vedere... e allora... io non so, non so precisamente che cosa abbia veduto... non lo lascia intender bene... dice frati... dice processione... candele accese...

La vecchia signora Gilli lasciò in sospeso il discorso, chiamata in fretta da una cameriera, per una nuova convulsione di Ninì. E allora venne il momento del professor Dionisio Vernoni, a cui tutti istintivamente si rivolsero. E il professor Dionisio Vernoni attaccò subito col suo solito fervore; e cominciò a parlare di occultismo e di medianismo, di telepatia e di premonizioni, di apporti e di materializzazioni: e a gli occhi de’ suoi ascoltatori sbalorditi popolò di meraviglie e di fantasime la terra che l’orgoglio umano imbecille ritiene abitata soltanto dagli uomini e da quelle poche bestie che .l’uomo conosce e di cui si serve. Madornale errore! Vivono, vivono su la terra di vita naturale, naturalissima al pari della nostra, altri esseri, di cui noi nello stato normale non possiamo avere, per difetto nostro, percezione; ma che si rivelano a volte, in certe condizioni anormali, e ci riempiono di sgomento; esseri sovrumani, nel senso che sono oltre la nostra povera umanità, ma naturali anch’essi, naturalissimi, soggetti ad altre leggi che noi ignoriamo, o meglio, che la nostra coscienza ignora, ma a cui forse inconsciamente obbediamo anche noi: abitanti della terra non umani, essenze elementari. spiriti della natura di tutti i generi, che vivono in mezzo a noi, e nelle rocce, e nei boschi, e nell’aria, e nell’acqua, e nel fuoco, invisibili, ma che tuttavia riescono talvolta a materializzarsi.

Stizzito che il senator Reda non entrasse a discutere con lui, per provocarlo, s’abbandonò apposta ai più fantastici voli, alle più ardite supposizioni, alle più seducenti spiegazioni e, alla fine, proruppe in una carica a fondo contro la scienza positiva, contro certi così detti scienziati che non vedono una spanna oltre i loro nasi (ripeté quattro o cinque volte questa frase): frigidi miopi presuntuosi, che vogliono costringere la natura ad assoggettarsi alle esperienze, ai calcoli dei loro gabinetti, sotto il cilizio dei loro strumentucci e dei loro congegnucci miserabili.

Il senatore Romualdo Reda, zitto. Lo Scamozzi, il Borisi, Miss Green, la signora Sandrocca, quasi sbigottiti dalla violenza aggressiva del Vernoni, allungavano di tratto in tratto uno sguardo a spiarlo. Zitto, impassibile, il senatore Romualdo Reda se ne stava disteso su la sedia a sdrajo, sotto il faggio, con gli occhi chiusi, come se dormisse. A un certo punto, quando parve a lui, si alzò e, senza dir nulla, senza guardar nessuno, con due dita inserite tra i bottoni del panciotto, s’avviò tranquillo e grave, quantunque così piccolino, per il viottolo che conduceva alle macchie del Conventino.

– Benedetto! – esclamò l’albergatore, mandandogli un bacio su la punta delle dita.

Poi, rivolto al Vernoni:

– Lei, signor mio, dica pure quel che vuole: è padrone! Ma guardi: la migliore risposta è quella lì!

E indicò con la mano il senatore che scompariva pian piano, piccolino, sotto gli altissimi ippocàstani in discesa.

IV

Quando, già a tarda sera, il professor Dionisio Vernoni e Torello Scamozzi, i quali cavallerescamente avevano voluto accompagnare fino alla stazione di Valdana le signore Gilli e a Valdana s’erano poi trattenuti tutta la giornata, si ricondussero stanchi e affamati all’alberguccio, in vetta al monte, vi trovarono tutti gli altri ospiti come smarriti in un silenzio d’infinita costernazione.

Il senatore Romualdo Reda non era ancora ritornato dalle macchie del Conventino.

Dopo la paurosa avventura occorsa a Ninì Gilli e tutti i discorsi che s’erano fatti nella mattinata, come spiegare quel ritardo del senatore, così prolungato?

Leone Borisi s’affrettò a ragguagliare i due amici; disse che già due camerieri erano stati spediti in cerca dell’illustre uomo, ma che eran ritornati sù senza averlo trovato; che poi l’albergatore stesso, non ben sicuro che quei camerieri fossero veramente arrivati fino al Conventino, c’era voluto andar lui, accompagnato da un altro cameriere; e neppur lui lo aveva trovato. S’era fatta allora la supposizione che, sdegnato dalla violenza del Vernoni, il senatore avesse attraversato tutta la macchia e si fosse ridotto a piedi fino al vicino paesello di Sopri. Ma lo sguattero dell’albergo, spedito a Sopri a far ricerche, era ritornato or ora senza né traccia né notizie, dopo aver girato – diceva – di casa in casa tutto il paese.

– Per amor di Dio, – concluse il Borisi, – non vi fate vedere; lei specialmente, professor Vernoni! L’albergatore ha un diavolo per capello. Capacissimo di saltarvi al collo.

– Vorrò vederlo! – disse, cupo, il professor Vernoni. – Senta, signor mio, mi dispiacerebbe se qualcosa di grave fosse accaduto al senator Reda. È malato di cuore. Ma una lezioncina... qualche sonatina d’organo, a certi scienziati, sa che bene farebbe!

Poco dopo, l’albergatore, ritornato sù dalla cantina con alcune torce a vento per un’ultima spedizione alle macchie, finse di non accorgersi del ritorno del Vernoni e dello Scamozzi.

– Signori, – disse, quasi con le lagrime agli occhi, se volessero avere la bontà di prestarmi aiuto... Invito tutti! Comprenderanno il mio animo, sotto una simile responsabilità.

Quantunque stanchissimi, il Vernoni e lo Scamozzi non se lo fecero dire due volte. I tre camerieri e lo sguattero accesero le torce a vento; e via, in otto, alla ricerca del piccolo senatore perduto tra i fitti ippocàstani della macchia scoscesa.

Per quanto oppressi dalla costernazione e animati da ansioso zelo, cedettero tutti alla curiosità inquieta di spiar l’effetto strano, fantastico, della macchia notturna al rossastro lume fumolento di quelle torce disperate. Sussultavano a ogni passo ombre colossali. Tutti quei fusti agili, dritti, slanciati al cielo, si tingevano di sangue; e ora, per un attimo, pareva si schierassero di qua e di là, come in parata, nella profondità della macchia, ora che turbinassero tutt’insieme. E lo scricchiolare delle foglie secche e gli stridi lontani degli scojattoli in fuga e degli uccelli ferivano i sensi divenuti acutissimi di quegli improvvisati esploratori notturni.

Più volte l’albergatore propose di sbandarsi, magari a due a due, per la macchia, essendo inutile cercare il senatore il per il viottolo fino al Conventino. Ma nessuno riusciva a staccarsi dall’altro, per istintivo orrore, per non provar da solo l’assalto di quelle insolite, violente impressioni.

Quando si giunse al Conventino, tutti gli occhi si volsero al portone imporrito della chiesuola. Un brivido corse a tutti per la schiena, allorché l’albergatore vi si appressò e con una mano lo spinse più volte.

– Chiuso!

Lo Scamozzi e il Vernoni proposero di cercar tra le rovine del convento; ma l’albergatore assicurò che già l’aveva fatto lui con la massima diligenza. Per la macchia, per la macchia piuttosto bisognava cercare, perché forse il senatore s’era internato tra gli alberi e poi non aveva saputo trovar più modo a uscirne. Erano in Otto e avevano quattro torce! dunque, a due a due, pazienza! una coppia qua, una coppia là, pian piano, con attenzione.

Così fecero; e l’esplorazione durò per circa un’ora; qualche fiaccola si spense e si penò molto a riaccenderla; poi l’orrore stesso del luogo, la stanchezza cominciarono a suggerire da un canto men fosche supposizioni; a ingenerar dall’altro la sfiducia su l’esito dell’impresa. Si diedero la voce; si raccolsero di nuovo sul viottolo, da cui nessuna delle coppie s’era discostata di molto; e facilmente s’accordarono tutti su la proposta di rimandar la ricerca a domattina con la luce.

Gli otto della sera, questa volta, si misero a cercare ciascuno per conto suo, e la macchia fu investigata tutta quanta, da ogni parte, senza alcun frutto.

Alla fine, un grido! Veniva dalla radura, ov’erano le rovine del Conventino. Accorsero tutti, trafelati, ansanti.

Là, proprio sotto ai primi ippocàstani, a una cinquantina di passi dal Conventino, giaceva il cadavere del senatore Romualdo Reda, piccolo piccolo, disteso supino, senz’alcuna traccia di violenza addosso, anzi come se qualcuno l’avesse composto nel sonno eterno, coi piedi giunti, i braccini distesi lungo la minuscola persona.

Rimasero tutti basiti a mirarlo.

Dall’alto delle corone di quegli ippocàstani pendeva un esilissimo filo di ragno, che s’era fissato su la punta del naso del piccolo senatore. Di quel filo non si vedeva la fine.

E dal naso del piccolo senatore un ragnetto quasi invisibile, che sembrava uscito di tra i peluzzi delle narici, viaggiava ignaro sù sù, per quel filo che pareva si perdesse nel cielo.

105  –  Fuga

Che stizza per quella nebbia, il signor Bareggi! Gli parve sorta a tradimento proprio per lui, per pungerlo fredda, con punture lievi di sottilissimi aghi, alla faccia, alla nuca, e:

– A te, domani, le fitte a tutte le giunture, – si mise a dire, – la testa che ti pesa come il piombo, e gli occhi che non li puoi più aprire, tra il gonfiore di queste belle borse acquerose! Parola d’onore, va a finir che la faccio davvero, la pazzia!

Logorato dalla nefrite, a cinquantadue anni, con lo spasimo fisso alle reni e quei piedi gonfii che, ad affondare una ditata, prima che l’edema rivenisse sù ci metteva un minuto, eccolo là intanto a spiaccicare con le scarpe di panno sul viale già tutto bagnato, proprio come fosse piovuto.

Con quelle scarpe di panno il signor Bareggi si trascinava ogni giorno dalla casa all’ufficio, dall’ufficio alla casa. E andando così piano piano sui piedi molli dolenti, per distrarsi si perdeva a sognare che, una volta o l’altra, se ne sarebbe andato via; via di nascosto; via per sempre, senza ritornare a casa mai più.

 

Perché le smanie più feroci gliele dava la casa. Quel pensiero, due volte al giorno, di dover ritornare a casa,  laggiù, in una traversa remota del lunghissimo viale per cui s’era incamminato.

E non già per la distanza, della quale era pure da far caso (con quei piedi!); e neppure per la solitudine di quella traversa, che anzi gli piaceva: così appena appena tracciata, ancora senza lumi e senza guasto di civiltà, con tre sole casette a manca, quasi da contadini; e a destra una siepe campestre, da cui su un palo s’affacciava una tabella stinta dal tempo e dalle piogge: «Terreni da vendere».

Stava nella terza di quelle casette. Quattro stanze a terreno, quasi buje, con le grate arrugginite alle finestre e, oltre le grate, una rete di fil di ferro per difendere i vetri dalle sassate dei monellacci selvaggi dei dintorni; e a piano, tre camere da letto e una loggetta che era, quando non faceva umido, la sua delizia: alla vista degli orti.

Le smanie feroci erano per le premure angosciose con cui, subito appena rincasato, lo avrebbero oppresso la moglie e le due figliuole: una gallina spersa e due pollastre pigolanti dietro: corri di qua, scappa di là: per le pantofole, per la tazza di latte col torlo d’uovo; e l’una giù carponi a slacciargli le scarpe; e l’altra a domandargli con una voce a lamento (secondo le stagioni) se si  era inzuppato, se era sudato; come se non lo vedessero, rincasato senz’ombrello, intinto da strizzare o, d’agosto, di ritorno a mezzogiorno, tutto incollato e illividito dal sudore.

Gli finivano, gli finivano lo stomaco tutte quelle premure; come se gli fossero usate perché, così, non trovasse più modo di darsi uno sfogo.

Poteva più lamentarsi davanti a quei sei occhi ammammolati dalla pietà, davanti a quelle sei mani così pronte a soccorrerlo?

Eppure avrebbe avuto da lamentarsi, tanto, e di tante cose! Bastava che si voltasse a guardare qua o là per trovare una ragione di lamento, che esse non supponevano nemmeno. Quel vecchio tavolone di cucina, massiccio, dove mangiavano, e che a lui, messo a pane e latte, quasi non serviva più: come sapeva, quel tavolone, del crudo della carne e dell’odore delle belle cipolle secche dal velo dorato! E poteva rimproverare alle figliuole la carne che esse, sì, potevano mangiarsi, cucinata così saporitamente dalla madre con quelle cipolle? O rimproverarle perché, facendo il bucato in casa per risparmio, quando avevano finito di lavare, buttavano fuori l’acqua saponata e con quel puzzo ardente di lavatojo gli toglievano di godersi, la sera, il fresco respiro degli orti?

Chi sa come sarebbe parso ingiusto un tal rimprovero, a loro che sfacchinavano dalla mattina alla sera, là sempre sole, come esiliate, senza mai, forse, neppur pensare che, in altre condizioni, avrebbero potuto avere una vita diversa, ciascuna per sé.

Erano per fortuna un po’ deboli di cervello, come la madre. Le compativa; ma anche il compatimento che ne aveva, nel vederle ridotte come due strofinacci, gli si cangiava in una cattiva irritazione.

Perché egli non era buono. No, no. Non era buono come pareva a quelle sue povere donne, e, del resto, a tutti. Cattivo era. E gli si doveva veder bene negli occhi, certe volte, che l’aveva anche lui, la sua malizia, bene agguattata sotto. Gli veniva fuori, quand’era solo, nella stanza d’ufficio, che si baloccava senza saperlo con la lancetta del raschino, seduto davanti la scrivania: tentazioni che potevano esser anche da folle: come di mettersi a spaccare con la lancetta di quel raschino l’incerato della ribalta, il cuojo della poltrona; e poi, invece, posava su quella ribalta la manina che pareva grassa grassa, ed era anch’essa enfiata; se la guardava e, mentre grosse lagrime gli scolavano dagli occhi, s’accaniva con l’altra a strapparsi i peli rossicci dal dorso delle dita.

Era cattivo, sì. Ma era anche la disperazione di dover finire tra poco, in una poltrona, perso da una parte e scemo, tra quelle tre donne che lo seccavano e che gli mettevano addosso la smania di scapparsene, finché era in tempo, come un pazzo.

E, sissignori, la pazzia quella sera, prima che nel capo, gli entrò all’improvviso nelle mani e in un piede, facendogli alzar questo alla staffetta e afferrar con quelle il sediolo e la stanga del carretto del lattajo trovato lì per caso all’imboccatura della traversa.

Ma come? Lui, il signor Bareggi, uomo serio, posato, rispettabile, sul carretto del lattajo?

Sì, sul carretto del lattajo, per un ticchio lì per li, appena lo intravide nella nebbia, svoltando dal viale e imboccando la traversa; appena nelle nari avvertì il fresco odore fermentoso d’un bel fascio di fieno nella rete e il puzzo caprino del cappotto del lattajo buttato sul sediolo: gli odori della campagna lontana, che immaginò subito, laggiù laggiù, oltre la barriera nomentana, oltre Casal dei Pazzi, immensa, smemorata e liberatrice.

Il cavallo, allungando il muso e strappando l’erba che cresceva liberamente sulle prode, doveva essersi allontanato da sé, un passo dopo l’altro, dalle tre casette perdute nella nebbia in fondo alla traversa; il lattajo, che a ogni posta s’indugiava al solito a chiacchierar con le donne, sicuro che la bestia abituata lo stesse ad aspettare paziente davanti la porta, ora, uscendo con le bottiglie vuote e non trovandolo più, si sarebbe dato a correre e a gridare: bisognava far presto; e il signor Bareggi, col brio di quell’improvvisa pazzia che gli schizzava dagli occhi, ansante e tutt’un tremito di contentezza e di paura, ormai senza che gli importasse più di rendersi conto di ciò che sarebbe avvenuto e di lui e del lattajo e delle sue donne, nello scompiglio di tutte le immagini che già gli turbinava nell’animo stravolto, dette una gran frustata al cavallo e via!

Non s’aspettava il salto a montone di quella bestiaccia, che pareva vecchia e non era; non s aspettava’ al rimbalzo, il fracasso di tutti i bidoni e gli orci del latte dietro il sediolo; gli scapparono di mano le redini, per sorreggersi, mentre, a quel salto del cavallo, coi piedi sobbalzati dalle stanghe e la frusta per aria, stava per arrovesciarsi all’indietro su quei bidoni e quegli orci; e non aveva ancora finito di sentirsi scampato a quel primo pericolo, che subito la minaccia di nuovi, imminenti, lo tenne senza fiato e sospeso, con quella bestia dannata sfrenata lanciata a una corsa pazza in mezzo alla nebbia che si faceva sempre più fitta col calar della sera.

Non accorreva nessuno a parare? a gridare che altri parasse? Eppure doveva sembrare nel bujo una tempesta quel carretto in fuga con tutti quegli arnesi che, traballando, s’urtavano. Ma forse non passava più nessuno per il viale, o a lui tra il frastuono non arrivavano le grida; e la nebbia gl’impediva di vedere perfino le lampade elettriche che già dovevano essere accese.

Aveva buttato anche la frusta, per agguantarsi disperatamente con tutt’e due le mani al sediolo Ah, non lui soltanto, ma anche quel cavallo doveva essersi impazzito, o per quella frustata in principio, a cui forse non era avvezzo, o per la gioja che quella sera fosse finito così presto il giro delle poste, o per le redini da cui non si sentiva più tenuto. Nitriva, nitriva. E il signor Bareggi vedeva con spavento lo slancio furibondo delle anche in quella corsa che, a ogni slancio, pareva si spiccasse adesso con nuova lena.

A un certo punto, balenandogli il pericolo che alla svoltata del viale sarebbe andato a sbattere contro qualche ostacolo, si provò ad allungare il braccio per tentare se gli veniva fatto di riacchiappar le redini; abburattato, picchiò non seppe dove, col naso, e si ritrovò tanto sangue sulla bocca, sul mento e nella mano; ma non ebbe né modo né tempo di badare alla ferita che si doveva esser fatta; bisognava che tornasse a sorreggersi forte con tutt’e due le mani. Sangue davanti, e latte dietro! Dio. il latte che, sguazzando e sciabordando nei bidoni e negli orci, gli schizzava alle spalle! E rideva il signor Bareggi, pur nel terrore che gli teneva le viscere sospese; rideva di quel terrore; e contrapponeva istintivamente all’idea, pur precisa, d’una prossima immancabile catastrofe l’idea che, dopo tutto, fosse una burla, una burla che aveva voluto fare e che domani avrebbe raccontato, ridendo. E rideva. Rideva, richiamandosi disperatamente davanti agli occhi – l’immagine quieta dell’ortolano che annaffiava l’orto, oltre la siepe là della traversa, com’egli lo vedeva ogni sera dalla sua loggetta; e a cose gaje pensava: ai contadini che, nei loro vecchi abiti, mettevan certe toppe che parevano scelte apposta perché dicessero, sl, la miseria, ma allegra là sulle chiappe, sui gomiti, sui ginocchi, come una bandiera; e intanto, sotto queste immagini quiete e gaje, non meno viva, terribile, quella di ribaltare da un momento all’altro a un urto che avrebbe forse mandato tutto a catafascio.

Volò Ponte Nomentano, volò Casal dei Pazzi, e via, via, via, nella campagna aperta, che già s’indovinava nella nebbia.

Quando il cavallo si fermò davanti a un rustico casalino, col carretto sconquassato e senza più né un bidone né un orcio, era già sera chiusa.

Dal casalino la moglie del lattajo, sentendo arrivare il carretto a quell’ora insolita, chiamò. Nessuno le rispose. Scese con la lucerna a olio davanti la porta; vide quello sconquasso; chiamò di nuovo per nome il marito: ma dov’era? cos’era stato?

Domande, a cui certo il cavallo, ancora ansante e felice della bella galoppata, non poteva rispondere.

Con gli occhi insanguinati, scalpitava e sbruffava, squassando la testa.

106  –  Certi obblighi

Quando la civiltà, ancora in ritardo, condanna un uomo a portare una lunga scala in collo da un lampione all’altro e a salire e a scendere questa scala a ogni lampione tre volte al giorno, la mattina per spengerlo, il dopo pranzo per rigovernarlo, la sera per accenderlo; quest’uomo, per forza, quantunque duro di mente e dedito al vino, deve contrarre la cattiva abitudine di ragionar con se stesso, assorgendo anche a considerazioni alte per lo meno quanto quella sua scala.

Quaquèo, lampionajo, è caduto una sera, ubriaco, da quell’altezza. S’è rotta la testa, spezzata una gamba. Vivo per miracolo, dopo due mesi d’ospedale, con una cianca più corta dell’altra, una sconcia cicatrice su la fronte, s’è rimesso a girare, zazzeruto, barbuto e in camiciotto turchino, di nuovo con la scala in collo, da un lampione all’altro. Arrivato ogni volta su la scala all’altezza da cui è caduto, non può fare a meno di considerare che – è inutile – certi obblighi si hanno. Non si vorrebbero avere, ma si hanno. Un marito può benissimo in cuor suo non curarsi affatto dei torti della propria moglie. Ebbene, nossignori, ha l’obbligo di curarsene. Se non se ne cura, tutti gli altri uomini e finanche i ragazzi glielo rinfacciano e gli dànno la baja.

– Il becco, Quaquèo! Quando li mettono, Quaquèo, questi becchi?

– Muso di cane! – grida Quaquèo dall’alto del lampione. – Ora me lo dici? Ora che debbo illuminare la città?

Bella scusa, l’illuminazione della città, per sottrarsi all’obbligo di badare ai torti della moglie. Ma li vede egli forse? Con questi lumetti a petrolio, vede egli forse quando quelli scassinano le porte o si accoltellano per quei sudici vicoli deserti?

– Ladri svergognati e assassini!

Pur non di meno Quaquèo è andato al municipio; s’è presentato all’assessore cavalier Bissi, a cui deve il posto e qualche gratificazione di tanto in tanto per lo zelo con cui attende al suo ufficio; e gli ha esposto il caso: se egli, cioè, nell’atto d’accendere i lampioni non debba essere considerato come un pubblico funzionario nell’esercizio delle sue funzioni.

– Sicuro, – gli ha risposto l’assessore.

– E dunque chi mi insulta, – ha tirato la conseguenza Quaquèo, – insulta un pubblico funzionario nell’esercizio delle sue funzioni, va bene?

Pare che non vada bene per il cavalier Bissi. Il quale, sapendo di che genere sono gli insulti di cui Quaquèo viene a lagnarsi, vorrebbe dimostrargli, con bella maniera, che questi insulti non si riferiscono propriamente al lampionajo come tale.

– Ah no, Eccellenza! – protesta Quaquèo. – La prego di credere, Eccellenza!

E nel dire Eccellenza stringe gli occhi Quaquèo, come se assaporasse un liquore prelibato. Dà così dell’Eccellenza, con tutto il sentimento, a quanti più può; ma in ispecie al cavalier Bissi che, oltre agli obblighi che anche lui, come privato, forse non vorrebbe avere, ma che pure ha, se ne è assunti anche tanti altri, altissimi, inerenti alla sua carica d’assessore. Quaquèo di tutti questi obblighi, naturali e sociali, è profondamente compenetrato; e se, alle volte, per qualche gocciolina importuna deve passarsi il dorso della mano sotto il naso, non manca mai di farsi prima riparo della falda del lungo camiciotto turchino.

A sua volta, con bella maniera, ma imbrogliandosi un po’, si prova a dimostrare all’assessore, che se l’insulto, di cui è venuto a lagnarsi, ha qualche fondamento di verità, può averlo soltanto nel tempo che egli è nell’esercizio delle sue funzioni di lampionajo; perché quando poi non è più lampionajo ed è soltanto marito, nessuno può dir nulla né di lui né della moglie. La moglie è con lui saggia, sottomessa, irreprensibile; ed egli non ha potuto mai accorgersi di nulla.

– M’insultano, Eccellenza, quando illumino la città, quando sto su la scala appoggiata al lampione e sfrego al muro il fiammifero per accendere il lume, cioè, quando sanno che non posso lasciare al bujo la città, per correre a casa a vedere che fa e con chi è mia moglie e, all’occorrenza, fare un macello, signor Cavaliere!

Sottolinea le parole fare un macello con un sorriso quasi di mesta rassegnazione, perché riconosce che anche quest’obbligo avrebbe, come marito offeso, e proprio non vorrebbe averlo, ma lo ha.

– Ne vuole un’altra prova, Eccellenza? Nelle sere di luna, che i lampioni restano spenti, nessuno mi dice nulla; e perché? perché quelle sere non sono un pubblico funzionario.

Quaquèo ragiona bene. Ma ragionar bene non basta. Bisogna venire al fatto. E, venendo al fatto, spesso i migliori ragionamenti cascano, come cascò lui, quella volta, ubriaco fradicio, dalla scala.

Che vuole concludere, insomma, con quel ragionamento? Il cavalier Bissi glielo domanda. Se crede che la sua disgrazia coniugale sia inerente alla pubblica funzione di lampionajo, ebbene, rinunzi a questa pubblica funzione; o, se non vuole rinunziare, si stia quieto, e lasci dire la gente.

– Perentorio? – domanda Quaquèo.

– Perentorio, – risponde il cavalier Bissi.

Quaquèo saluta militarmente:

– Servo di Vostra Eccellenza.

La scala gli pesa ogni giorno di più e ogni giorno di più Quaquèo stenta ad arrampicarsi sui pioli logori dal lungo uso, con quella cianca più corta dell’altra.

Ora, quando è agli ultimi lampioni nelle viuzze più erte in cima al colle, s’indugia un pezzo su la scala, come affacciato, o piuttosto come appeso per le ascelle al braccio del fanale, le mani penzoloni, il capo appoggiato a una spalla; e in quella positura d’abbandono, lassù, seguita a pensare e a ragionar con se stesso.

Pensa cose strane e tristi.

Pensa, per esempio, che le stelle, per quanto fitte sieno, certe notti, allargano sì e pungono il cielo, ma non arrivano a far lume in terra.

– Luminaria sprecata!

Ma che bella luminaria! E pensa che una notte sognò che toccava a lui d’accenderla, tutta quella luminaria nel cielo, con una scala di cui non vedeva la fine, e che non sapeva dove appoggiare, e i cui staggi gli brandivano tra le mani incapaci di sorreggere un tal peso. E come avrebbe fatto ad arrampicarsi, sù, sù, per quegli infiniti pioli, fino alle stelle? Sogni! Ma che ambascia e che sgomento nel sogno!

Pensa che è proprio triste quel suo mestiere di lampionajo, almeno per un lampionajo come lui, che abbia contratto la cattiva abitudine di ragionare, accendendo i lampioni.

Ma è mai possibile che anche l’atto materiale di far la luce dove ci sono le tenebre, non desti, a lungo andare, anche nel più duro e oscuro cervello certi guizzi di pensiero?

Quaquèo certe sere è arrivato finanche a pensare che egli che fa la luce, fa anche le ombre. Già! Perché non si può avere una cosa, senza il suo contrario. Chi nasce, muore. E l’ombra è come la morte che segue un corpo che cammina. Donde la sua frase misteriosa, che sembra una minaccia gridata dall’alto della scala nell’atto di accendere il lampione, e che non è altro, invece, che la conclusione d’un suo ragionamento:

– Aspetta là, aspetta là, che t’appiccico la morte dietro!

Infine Quaquèo pensa, che una certa importanza di ordine davvero superiore la ha, quel suo mestiere, in quanto ripara a una mancanza della natura, e che mancanza! Quella della luce. C’è poco da dire: egli, per il suo paese, è il sostituto del Sole. Sono due i sostituti: egli e la Luna; e si dànno il cambio. Quando c’è la Luna, egli riposa. E tutta l’importanza del suo mestiere appare manifesta in quelle sere che la Luna dovrebbe esserci, e viceversa poi non c’è, perché le nuvole, nascondendola, la fanno venir meno al suo obbligo di illuminare la Terra; obbligo che la Luna forse non vorrebbe avere, ma che ha; e il paese resta al bujo.

Quant’è bello vedere da lontano, in mezzo alle tenebre della notte, qua e là, qualche paesello illuminato!

Quaquèo ne vede parecchi, ogni notte, quando arriva agli ultimi lampioni in cima al colle, e rimane a contemplarli a lungo, con le mani penzoloni dal braccio del fanale e il capo appoggiato a una spalla, e sospira.

Sì, quei lumini là, come una moltitudine di lucciole a congresso, rischiarano penosamente e rimangono tutta la notte a vegliare, nel lugubre silenzio, vicoletti lerci e scoscesi e tane di miseria, forse peggiori di questi del suo paese; ma è certo che, da lontano, fanno un bel vedere, e spirano un dolce e mesto conforto in mezzo a tanta tenebra. Passa di tanto in tanto nella tenebra qualche folata di vento, e tutti quei lumini là aggruppati esitano e pare che sospirino anch’essi.

E a guardare così da lontano, si pensa che i poveri uomini’ sperduti come sono sulla terra, tra le tenebre, si siano raccolti qua e là per darsi conforto e ajuto tra loro; e invece no, invece non è così: se una casa sorge in un posto, un’altra non le sorge mica accanto, come una buona sorella, ma le si pianta di contro come una nemica, a toglierle la vista e il respiro; e gli uomini non si uniscono qua e là per farsi compagnia, ma si accampano gli uni contro gli altri per farsi la guerra. Ah, lui Quaquèo, lo sa bene! E dentro ogni singola casa c’è la guerra, tra quegli stessi che dovrebbero amarsi e star d’accordo per difendersi dagli altri. Non è forse sua moglie la sua più acerrima nemica?

Se Quaquèo beve, beve per questo; beve per non pensare a certe cose che lo farebbero venir meno a tanti di questi obblighi, di cui è così profondamente compenetrato. Ma è vero che se ne hanno poi anche certi altri, che non si vorrebbero avere. Non si vorrebbero avere, ma si hanno.

– Eh, sorcio vecchio?

Quaquèo si rivolge a un pipistrello. Lo chiama sorcio vecchio, perché è un sorcio che ha messo le ali. Tante altre volte si rivolge o a qualche gatto che striscia rasente al muro e s’arresta d’un tratto, raccolto e obliquo, a guatarlo, o a qualche cane randagio e malinconico, che si mette a seguirlo da un lampione all’altro, per gli alti vicoli deserti, e gli si accula davanti, sotto ogni lampione, aspettando che egli lo abbia acceso.

Ma che deve accendere, se non c’è petrolio?

Il paese questa sera rischia di restare al buio. L’appaltatore dell’illuminazione è in lite col Comune: da più mesi non gli dànno un soldo; ha anticipato circa dodicimila lire; ora non vuole più saperne. Quaquèo non ha potuto rigovernare i lumi, dopo mezzogiorno. Venuta la sera, s’è messo in giro con la scala per provare se si accendono con quel po’ di petrolio rimasto dalla notte scorsa. Si accendono per poco, poi s’abbassano e appestano la via. I cittadini protestano, se la pigliano con lui, come se fosse colpa sua. I più tristi e i monellacci gli ricantano più sguajatamente la solita canzone:

– Ci vogliono i becchi! Ci vogliono i becchi! I becchi, Quaquèo, i becchi!

E la gazzarra cresce. Quaquèo non ne può più. Per sottrarsi alla ressa degli insultatori, lascia la via principale e, con la scala in collo, si mette a salire per uno dei vicoli. Ma parecchi lo seguono. A un certo punto, come Quaquèo, stanco e sfiduciato, s’abbandona secondo il suo solito sul braccio d’un fanale, non si contentano più di dargli la baja a parole, gli strappano la scala sotto i piedi e lo lasciano lì appeso per le ascelle e sgambettante.

Ah sì? Dunque vogliono proprio ch’egli faccia l’obbligo suo, di marito offeso, non potendo quella sera per mancanza di petrolio attendere alla sua pubblica funzione di lampionajo? Lo hanno colto al laccio, giusto quella sera che non può gridar la scusa dell’illuminazione della città? Ebbene: gli ridiano la scala, e sia fatta la loro volontà! La scala! La scala! Lo facciano discendere, corpo di Dio, e vedranno ciò che egli saprà fare!

Tre, quattro, ridendo, gli rimettono la scala sotto i piedi, e tutti, pigliandoselo a godere, a coro, lo cimentano:

– Il coltello ce l’hai?

– Ce l’ho. Eccolo!

E Quaquèo si tira sù il camiciotto e cava dalla tasca dei calzoni un coltellaccio e lo apre e lo impugna

– Sangue della Madonna, è buono questo?

– La scanni?

– La scanno, e lo scanno, se li trovo insieme! Testimonii tutti! Venitemi dietro!

E si slancia avanti, balzando su la punta della cianca più corta, e tutti lo seguono schiamazzando e affollandoglisi attorno, per i buj vicoli tortuosi in salita.

– La scanni davvero?

Quaquèo s’arresta, si volta e agguanta per il petto uno di quei cimentatori.

– Ah, ve ne pentite? Ora che m’avete preso, perdio, e sono qua armato per fare l’obbligo mio, dovete starci tutti! Tutti, perdio!

E scuote e scrolla quell’agguantato, e riprende la via. Parecchi allora s’impauriscono, lo seguono ancora per qualche passo sconcertati, perplessi; si tirano per la manica; rimangono indietro; se la svignano. Quattro soltanto e due monelli gli tengono dietro fino a casa, ma costernati anch’essi e non più cimentosi, anzi pronti a impedire che egli faccia per davvero. Difatti, appena` davanti alla porta, lo afferrano per le braccia e a coro, con parole scherzose, cercano di portarselo via, in qualche taverna a bere. Ma Quaquèo, stravolto, ansimante, si divincola e li minaccia col coltello impugnato; avventa calci alla porta, e grida alla moglie:

– Apri, mala femmina! Apri! Questa è la volta che la paghi per tutte! Lasciatemi, sangue di... lasciatemi! Lasciatemi, o vi spacco la faccia!

Quelli, alla minaccia, si scostano, e allora egli cava subito dalla tasca del camiciotto, sul petto, la chiave e apre la porta; si ficca dentro e la richiude con fracasso. Quelli si precipitano addosso alla porta e la forzano’ gridando ajuto. Si sentono dall’interno grida e pianti in alto.

– Carneficina! Carneficina! – urla Quaquèo, col coltello in pugno, dopo aver afferrato per i capelli e buttata a terra la moglie scarmigliata e discinta; e cerca sotto il letto, rovesciando tutto quello che gli capita tra i piedi; cerca nella cassapanca; va a cercare in cucina, sempre gridando:

– Dov’è? Dimmi dov’è! dove l’hai nascosto?

E la moglie:

– Sei pazzo? Sei ubriaco? Che ti salta in mente, buffone?

Giù, nel vicolo. a loro volta, gridano quei quattro che lo han seguìto, e i monelli, e altri accorsi al fracasso; e si schiudono le finestre qua e là, e tutti domandano: – Chi è? Che è stato? – e pugni e calci e spallate alla porta.

Quaquèo balza addosso alla moglie:

– Dimmi dov’è, o t’ammazzo! Sangue, sangue, voglio sangue, questa sera! Sangue!

Non sa più dove cercare. Gli occhi a un tratto gli vanno alla finestra della cucina che guarda dalla parte opposta del vicolo, su un precipizio. È una finestra piuttosto alta, che sta sempre chiusa, e le cui imposte sono annerite dalla fuliggine.

– Piglia una sedia e apri quella finestra! No? Non vuoi aprirla? Brutta strega, l’apro io!

Monta su uno sgabello, la apre... – orrore! Quaquèo arretra, con gli occhi sbarrati, le mani tra i capelli irti. Il coltello gli casca di mano.

Ilcavalier Bissi sta lassù, pericolante, nel vano, sul precipizio.

– Ma se, Dio liberi, Vostra Eccellenza scivola! esclama Quaquèo, appena può rinvenire dal terrore, portandosi le pugna presso la bocca; e subito accorre, tutto tremante e premuroso, per aiutarlo a discendere:

– Piano... qua, piano, metta qua un piede su la mia spalla, Eccellenza... Ma come mai Vostra Eccellenza s’è potuto persuadere a nascondersi lassù? Me lo potevo mai figurare? Lassù, col rischio di rompersi il collo per una donnaccia come questa, Lei, un Cavaliere! Ma dice sul serio, Vostra Eccellenza?

Si volta alla moglie e, appioppandole un pugno in faccia:

– Ma come? – le grida, – lassù, lassù dovevi farlo nascondere? E non c’era un posto più pulito? Non hai visto, imbecille, che ho cercato dappertutto tranne che nello stipo a muro, dietro la cortina? Sù, piglia una spazzola per il signor Cavaliere! Abbia la bontà, Vostra Eccellenza; per cinque minuti, dentro a quello stipo!

Sente come gridano giù per istrada? Si hanno certi obblighi, Eccellenza, creda pure. Non si vorrebbero avere, ma si hanno. Cinque minuti soli: abbia la bontà; li mando via.

E, condotto il Cavaliere entro lo stipo a muro, va a spalancare la finestra sul vicolo, per gridare alla folla accorsa:

– Non c’è nessuno! Apro la porta... Chi vuol salire salga; se volete accertarvene. Ma non c’è nessuno!

107  –  Ciàula scopre la luna

I picconieri, quella sera, volevano smettere di lavorare senz’aver finito d’estrarre le tante casse di zolfo che bisognavano il giorno appresso a caricar la calcara.  Cacciagallina, il soprastante, s’affierò contr’essi, con la rivoltella in pugno, davanti la buca della Cace, per impedire che ne uscissero.

– Corpo di... sangue di... indietro tutti, giù tutti di nuovo alle cave, a buttar sangue fino all’alba, o faccio fuoco!

– Bum! – fece uno dal fondo della buca. – Bum! – echeggiarono parecchi altri; e con risa e bestemmie e urli di scherno fecero impeto, e chi dando una gomitata, chi una spallata, passarono tutti, meno uno.

Chi? Zi’ Scarda, si sa, quel povero cieco d’un occhio, sul quale Cacciagallina poteva fare bene il gradasso. Gesù, che spavento! Gli si scagliò addosso, che neanche un leone; lo agguantò per il petto e, quasi avesse in pugno anche gli altri, gli urlò in faccia, scrollandolo furiosamente:

– Indietro tutti, vi dico, canaglia! Giù tutti alle cave, o  faccio un macello!

Zi’ Scarda si lasciò scrollare pacificamente. Doveva pur prendersi uno sfogo, quel povero galantuomo, ed era naturale se lo prendesse su lui che, vecchio com’era, poteva offrirglielo senza ribellarsi. Del resto, aveva anche lui, a sua volta, sotto di sé qualcuno più debole, sul quale rifarsi più tardi: Ciàula, il  suo caruso.

Quegli altri... eccoli là, s’allontanavano giù per la stradetta che conduceva a Comitini; ridevano e gridavano:

– Ecco, sì! tiènti forte codesto, Cacciagallì! Te lo riempirà lui il calcherone per domani!

– Gioventù! sospirò con uno squallido sorriso d’indulgenza zi’ Scarda a Cacciagallina.

E, ancora agguantato per il petto, piegò la testa da un lato, stiracchiò verso il lato opposto il labbro inferiore, e rimase così per un pezzo, come in attesa.

Era una smorfia a Cacciagallina? o si burlava della gioventù di quei compagni là?

Veramente, tra gli aspetti di quei luoghi, strideva quella loro allegria, quella velleità di baldanza giovanile. Nelle dure facce quasi spente dal bujo crudo delle cave sotterranee, nel corpo sfiancato dalla fatica quotidiana, nelle vesti strappate, avevano il livido squallore di quelle terre senza un filo d’erba, sforacchiate dalle zolfare, come da tanti enormi formicai.

Ma no: zi’ Scarda, fisso in quel suo strano atteggiamento, non si burlava di loro, né faceva una smorfia a Cacciagallina. Quello era il versaccio solito, con cui, non senza stento, si deduceva pian piano in bocca la grossa lagrima, che di tratto in tratto gli colava dall’altro occhio, da quello buono.

Aveva preso gusto a quel saporino di sale, e non se ne lasciava scappar via neppur una.

Poco: una goccia, di tanto in tanto; ma buttato dalla mattina alla sera laggiù, duecento e più metri sottoterra, col piccone in mano, a  ogni colpo gli strappava come un ruglio di rabbia dal petto, zi’ Scarda aveva sempre la bocca arsa: e quella lagrima, per la sua bocca, era quel che per il naso sarebbe stato un pizzico di rapè.

Un gusto e un riposo.

Quando si sentiva l’occhio pieno, posava per un poco il piccone e, guardando la rossa fiammella fumosa, della lanterna confitta nella roccia, che alluciava nella tenebra dell’antro infernale qualche scaglietta di zolfo qua e là, o l’acciajo del paolo o della piccozza, piegava la testa da un lato, stiracchiava il labbro inferiore e stava ad aspettar che la lagrima gli colasse giù, lenta, per il solco scavato dalle precedenti.

Gli altri, chi il vizio del fumo, chi quello del vino; lui aveva il vizio della sua lagrima.

Era del sacco lacrimale malato e non di pianto, quella lagrima; ma si era bevute anche quelle di pianto, zi’ Scarda, quando, quattr’anni addietro, gli era morto l’unico figliolo, per lo scoppio d’una mina, lasciandogli sette orfanelli e la nuora da mantenere. Tuttora gliene veniva giù qualcuna più salata delle altre; ed egli la riconosceva subito: scoteva il capo, allora, e mormorava un nome:

– Calicchio.

In considerazione di Calicchio morto, e anche dell’occhio perduto per lo scoppio della stessa mina, lo tenevano ancora lì a lavorare. Lavorava più e meglio di un gio­vane; ma ogni sabato sera, la paga gli era data, e per dir la verità lui stesso se la prendeva, come una carità che gli facessero: tanto che, intascandola, diceva sottovoce, quasi con vergogna:

– Dio gliene renda merito.

Perché, di regola, doveva presumersi che uno della sua età non poteva più lavorar bene.

Quando Cacciagallina alla fine lo lasciò per correre dietro agli altri e indurre con le buone maniere qualcuno a far nottata, zi’ Scarda lo pregò di mandare almeno a casa uno di quelli che ritornavano al paese, ad avvertire che egli rimaneva alla zolfara e che perciò non lo aspettassero e non stessero in pensiero per lui; poi si volse attorno a chiamare il suo caruso, che aveva più di trent’anni (e poteva averne anche sette o settanta, scemo com’era); e lo chiamò col verso con cui si chiamava le cornacchie ammaestrate:

Tè, pà! tè, pà!

Ciàula stava a rivestirsi per ritornare al paese.

Rivestirsi per Ciàula significava togliersi prima di tutto la camicia, o quella che un tempo era stata forse una camicia: l’unico indumento che, per modo di dire, lo coprisse durante il lavoro. Toltasi la camicia, indossava sul torace nudo, in cui si poteva­no contare a una a una tutte le costole, un panciotto bello largo e lungo, avuto in elemosina, che doveva essere stato un tempo elegantissimo e sopraffino (ora il luridume vi aveva fatto una tal roccia, che a posarlo per terra stava ritto). Con somma cura Ciàula ne affibbiava i sei bottoni, tre dei quali ciondolavano, e poi se lo mirava addosso, passandoci sopra le mani, perché veramente ancora lo stimava superiore a’ suoi meriti: una galanteria. Le gambe nude, misere e sbilenche, durante quell’ammirazione, gli si accapponavano, illividite dal freddo. Se qualcuno dei compagni gli dava uno spintone e gli allungava un calcio, gridandogli: – Quanto sei bello! – egli apriva fino alle orecchie ad ansa la bocca sdentata a un riso di soddisfazione, poi infilava i calzoni, che avevano più d’una finestra aperta sulle natiche e sui ginocchi: s’avvolgeva in un cappottello d’albagio tutto rappezzato, e, scalzo, imitando meravigliosamente a ogni passo il verso della cornacchia – cràh! cràh! – (per cui lo avevano soprannominato Ciàula), s’avviava al paese.

Cràh! cràh! – rispose anche quella sera al richiamo del suo padrone; e gli si pre­sentò tutto nudo, con la sola galanteria di quel panciotto debitamente abbottonato.

– Va’, va’ a rispogliarti, – gli disse zi’ Scarda. – Rimettiti il sacco e la camicia. Oggi per noi il Signore fa notte.

Ciàula non fiatò; restò un pezzo a guardarlo a bocca aperta, con occhi da ebete; poi si poggiò le mani sulle reni e, raggrinzando in su il naso, per lo spasimo, si stirò e disse:

Gna bonu! (Va bene).

E andò a levarsi il panciotto.

Se non fosse stato per la stanchezza e per il bisogno del sonno, lavorare anche di notte non sarebbe stato niente, perché laggiù, tanto, era sempre notte lo stesso. Ma questo, per zi’ Scarda.

Per Ciàula, no. Ciàula, con la lumierina a olio nella rimboccatura del sacco su la fronte, e schiacciata la nuca sotto il carico, andava su e giù per la lubrica scala sotterranea, erta, a scalini rotti, e su, su, affievolendo a mano a mano, con fiato mòzzo, quel suo crocchiare a ogni scalino, quasi un gemito di strozzato, rivedeva a ogni salita la luce del sole. Dapprima ne rimaneva abbagliato; poi col respiro che traeva nel liberarsi del carico, gli aspetti noti delle cose circostanti gli balzavano davanti; restava, an­cora ansimante, a guardarli un poco e, senza che n’avesse chiara coscienza, se ne sentiva confortare.

Cosa strana: della tenebra fangosa delle profonde caverne, ove dietro ogni svolto stava in agguato la morte, Ciàula non aveva paura, né paura delle ombre mostruose, che qualche lanterna suscitava a sbalzi lungo le gallerie, né del subito guizzare di qualche riflesso rossastro qua e là in una pozza, in uno stagno d’acqua sulfurea: sapeva sempre dov’era; toccava con la mano in cerca di sostegno le viscere della montagna: e ci stava cieco e sicuro come dentro il suo alvo materno.

Aveva paura, invece, del bujo vano della notte.

Conosceva quello del giorno, laggiù, intramezzato da sospiri di luce, di là dall’imbuto della scala, per cui saliva tante volte al giorno, con quel suo specioso arrangolio di cornacchia strozzata. Ma il bujo della notte non lo conosceva.

Ogni sera, terminato il lavoro, ritornava al paese con zi’ Scarda; e là, appena finito d’ingozzare i resti della minestra, si buttava a dormire sul saccone di paglia per terra, come un cane; e invano i ragazzi, quei sette nipoti orfani del suo padrone, lo pesta­vano per tenerlo desto e ridere della sua sciocchezza; cadeva subito in un sonno di piombo, dal quale, ogni mattina, alla punta dell’alba, soleva riscuoterlo un noto piede.

La paura che egli aveva del bujo della notte gli proveniva da quella volta che il figlio di zi’ Scarda, già suo padrone, aveva avuto il ventre e il petto squarciato dallo scoppio della mina, e zi’ Scarda stesso era stato preso in un occhio.

Giù nei varii posti a zolfo, si stava per levar mano, essendo già sera, quando s’era sentito il rimbombo tremendo di quella mina scoppiata. Tutti i picconieri e i carusi erano accorsi sul luogo dello scoppio; egli solo, Ciàula, atterrito, era scappato a ripa­rarsi in un antro noto soltanto a lui.

Nella furia di cacciarsi là, gli s’era infranta contro la roccia la lumierina di terracotta, e quando alla fine, dopo un tempo che non aveva potuto calcolare, era uscito dall’antro nel silenzio delle caverne tenebrose e deserte, aveva stentato a trovare a tentoni la galleria che lo conducesse alla scala; ma pure non aveva avuto paura. La paura lo aveva assalito, invece, nell’uscir dalla buca nella notte nera, vana.

S’era messo a tremare, sperduto, con un brivido per ogni vago alito indistinto nel silenzio arcano che riempiva la sterminata vacuità, ove un brulichio infinito di stelle fitte, piccolissime, non riusciva a diffondere alcuna luce.

Il bujo, ove doveva essere lume, la solitudine delle cose che restavan lì con un loro aspetto cangiato e quasi irriconoscibile, quando più nessuno le vedeva, gli avevano messo in tale subbuglio l’anima smarrita, che Ciàula s’era all’improvviso lanciato in una corsa pazza, come se qualcuno lo avesse inseguito.

Ora, ritornato giù nella buca con zi’ Scarda, mentre stava ad aspettare che il carico fosse pronto, egli sentiva a mano a mano crescersi lo sgomento per quel bujo che avrebbe trovato, sbucando dalla zolfara. E più per quello, che per questo delle gallerie e della scala, rigovernava attentamente la lumierina di terracotta.

Giungevano da lontano gli stridori e i tonfi cadenzati della pompa, che non posava mai, né giorno né notte. E nella cadenza di quegli stridori e di quei tonfi s’intercalava il ruglio sordo di zi’ Scarda, come se il vecchio si facesse ajutare a muovere le braccia dalla forza della macchina lontana.

Alla fine il carico fu pronto, e zi’ Scarda ajutò Ciàula a disporlo e rammontarlo sul sacco attorto dietro la nuca.

A mano a mano che zi’ Scarda caricava, Ciàula sentiva piegarsi, sotto, le gambe. Una, a un certo punto, prese a tremargli convulsamente così forte che, temendo di non più reggere al peso, con quel tremitìo, Ciàula gridò:

– Basta! basta!

– Che basta, carogna! – gli rispose zi’ Scarda.

E seguitò a caricare.

Per un momento la paura del bujo della notte fu vinta dalla costernazione che, così caricato, e con la stanchezza che si sentiva addosso, forse non avrebbe potuto arrampicarsi fin lassù. Aveva lavorato senza pietà tutto il giorno. Non aveva mai pensato Ciàula che si potesse aver pietà del suo corpo, e non ci pensava neppur ora; ma sentiva che, proprio, non ne poteva più.

Si mosse sotto il carico enorme, che richiedeva anche uno sforzo d’equilibrio. Sì, ecco, sì, poteva muoversi, almeno finché andava in piano. Ma come sollevar quel peso, quando sarebbe cominciata la salita?

Per fortuna, quando la salita cominciò, Ciàula fu ripreso dalla paura del bujo della notte, a cui tra poco si sarebbe affacciato.

Attraversando le gallerie, quella sera, non gli era venuto il solito verso della cor­nacchia, ma un gemito raschiato, protratto. Ora, su per la scala, anche questo gemito gli venne meno, arrestato dallo sgomento del silenzio nero che avrebbe trovato nella impalpabile vacuità di fuori.

La scala era così erta, che Ciàula, con la testa protesa e schiacciata sotto il carico, pervenuto all’ultima svoltata, per quanto spingesse gli occhi a guardare in su, non poteva veder la buca che vaneggiava in alto.

Curvo, quasi toccando con la fronte lo scalino che gli stava di sopra, e su la cui lubricità la lumierina vacillante rifletteva appena un fioco lume sanguigno, egli veniva su, su, su, dal ventre della montagna, senza piacere, anzi pauroso della prossima liberazione. E non vedeva ancora la buca, che lassù lassù si apriva come un occhio chiaro, d’una deliziosa chiarità d’argento.

Se ne accorse solo quando fu agli ultimi scalini. Dapprima, quantunque gli paresse strano, pensò che fossero gli estremi barlumi del giorno. Ma la chiaria cresceva, cresceva sempre più, come se il sole, che egli aveva pur visto tramontare, fosse rispuntato.

Possibile?

Restò – appena sbucato all’aperto – sbalordito. Il carico gli cadde dalle spalle. Sollevò un poco le braccia; aprì le mani nere in quella chiarità d’argento.

Grande, placida, come in un fresco luminoso oceano di silenzio, gli stava di faccia la Luna.

Sì, egli sapeva, sapeva che cos’era; ma come tante cose si sanno, a cui non si è dato mai importanza. E che poteva importare a Ciàula, che in cielo ci fosse la Luna?

Ora, ora soltanto, così sbucato, di notte, dal ventre della terra, egli la scopriva.

Estatico, cadde a sedere sul suo carico, davanti alla buca. Eccola, eccola là, eccola là, la Luna... C’era la Luna! la Luna!

E Ciàula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell’averla scoperta, là, mentr’ella saliva pel cielo, la Luna, col suo ampio velo di luce, ignara dei monti, dei piani, delle valli che rischiarava, ignara di lui, che pure per lei non aveva più paura, né si sentiva più stanco, nella notte ora piena del suo stupore.

108  – Chi la paga

Da tre notti zi’ Neli Sghembri dormiva al sereno, su la paglia rimasta su l’aja dopo la trebbiatura. a guardia delle bestie, la mula e due asinelli, che strappavano la stoppia li presso.

La paglia era bagnata di guazza, o, come zi’ Neli diceva, dal pianto delle stelle. I grilli scampanellavano tutt’intorno, e la blanda e chiara sonorità del loro concerto ristorava dopo il trito raspìo secco, duro, monotono delle cicale, che aveva assordato gli orecchi lungo la giornata.

Tuttavia il vecchio, sdrajato a pancia all’aria, si sentiva triste. Guardava le stelle e, di tratto in tratto, socchiudeva gli occhi e sospirava.

Sentiva che la sorte lo aveva frodato: non gli aveva dato nulla di ciò che da giovine aveva sperato; gli aveva tolto, da vecchio, quasi tutto quel po’ che, senza desiderio, aveva avuto. E da quattr’anni, per giunta, gli era morta la moglie, dí cui aveva ancora bisogno; e d’andare in cerca d’amore, coi capelli grigi e la schiena curva, Si vergognava.

Tutt’a un tratto, mentre se ne stava così, quasi assente da sé, nel chiaror tenne e umido delle stelle, si vide passare davanti agli occhi lo sprazzo verde d’una lucciola, che venne a posarsi su la paglia, accanto a lui.

Ebbe, a quello sprazzo, un’impressione come di cielo vicino e pur tanto lontano, e balzò a sedere, quasi destato di soprassalto da un sogno; ma sogno gli sembrò invece la vista delle cose intorno, confuse nella notte: la sua casetta colonica, screpolata e affumicata, la mula, i due asinelli tra la stoppia, e laggiù laggiù i lumi esitanti del suo paesello di Raffadali.

La lucciola era ancora lì, su la paglia, accanto a lui. Zi’ Neli la acchiappò e, mirandola nel cavo della grossa mano callosa ov’essa ancora diffondeva un fievolissimo lucor verde, pensò che quella "candelina di pecorajo" veniva a lui dai begli anni lontani della gioventù; forse era quella stessa che in una serata di giugno, su un’aja come questa, più di quarantacinque anni addietro, svolando, si era impigliata nei capelli neri di Trisuzza Tumminìa, che con altre giovani di Raffadali, spigolatrici, era rimasta a passar la notte al sereno per festeggiar la fine della mietitura, con balli a suono di cembali, sotto la Luna.

– Gioventù!

Come s’era spaventata Trisuzza Tumminìa di quell’insetto venuto a cacciarlesi tra i capelli, non sapendo che fosse una "candelina di pecorajo"! Egli le si era accostato, aveva preso con due dita, delicatamente, quella lucciola di tra i capelli e, mostrandogliela, come nell’atto d’improvvisarle uno stornello, le aveva detto:

– Luce, vedete? Era venuta a mettervi una stella in fronte.

Così aveva cominciato a fare all’amore con Trisuzza Tumminìa, allora, quando il mondo era un altro! Ma i parenti, da entrambe le parti, si erano opposti alle loro nozze, per antica nimicizia di casato; poi Trisuzza aveva sposato un altro; egli, un’altra; più di quarantacinque anni erano passati; e ora egli era vedovo, e vedova era anche lei, da circa dieci anni... Perché era ritornata quella luccioletta? Perché gli aveva sprazzato il suo bagliore davanti agli occhi, mentr’egli si sentiva cosi triste e solo? e perché era venuta a posarsi li su la paglia bagnata dalle stelle, accanto a lui?

Tratto di tasca un pezzetto di carta, zi’ Neli ve la chiuse dentro accuratamente; seguitò a pensare gran parte della notte e a sorridere tra sé; la mattina appresso, vedendo passare per la via mulattiera una ragazzetta, che dalla campagna si recava a Raffadali, la chiamò a sé di dietro la siepe:

– Nicu’, Nicuzza, senti qua.

Gli occhi gli ridevano; voleva ridergli anche la bocca. Si pose il dorso della mano su le ispide labbra rase.

– Di’, conosci la zâ Tresa Tumminìa?

– Quella della troja?

Il vecchio aggrottò le ciglia, offeso. Già! Così, quella della troja, era intesa adesso, a Raffadali, Trisuzza Tumminìa! Ed era intesa così, perché da tanti anni allevava con sviscerato amore una troja di così spettacolosa grassezza, che ormai la bestiaccia non si reggeva più su le zampe. Rimasta sola, morto il marito, accasati i figliuoli, aveva la compagnia di quella troja, e guaj a chi le facesse la proposta di scannarla! Si chinava a grattarle la fronte, e quella, rosea e cretosa, con la ventraja sparsa su la paglia, grugnendo di beatitudine al solletico, si stirava tutta, storceva il grifo, come se volesse sorridere, e presentava la gola. Pareva a tutti un’ingiustizia, questa beatitudine, e tutti ne provavano dispetto, perché, sottratta al macello, non poteva più essere considerata come una fatica per quella bestiaccia l’ingrassare. E perché allora ingrassava?

– La zâ Tresa, sì, – disse zi’ Neli alla ragazzetta. La conosci? Bene, guarda: qua, dentro questo pezzetto di carta, c’è una candelina di pecorajo. Bada che non voli, e non schiacciarla! Portala alla zâ Tresa, e dille che gliela manda zi’ Neli Sghembri; che è quella stessa – le dirai – di tanti e tanti anni fa! Così. Non te lo scordare: Quella stessa di tanti e tanti anni fa! Portami questa sera la risposta, che ti darò in premio uno ziretto di macco. Va’!

Eh, alla fine, aveva sessantatré anni; forte e ferrigno però come un ceppo d’olivo; e la zâ Tresa era anche lei pur fresca come una fava non colta, bella in salute, sanguigna e prosperosa.

La sera la ragazzetta ritornò con la risposta:

– Dice la zâ Tresa, che i capelli sono bianchi e la candelina non fa più luce.

– Così t’ha detto?

– Così.

Il giorno dopo, zi’ Neli, sbarbato come uno sposo e vestito di festa, si presentò a Raffadali alla zâ Tresa Tumminìa per dichiararle che il lume di quella candelina di pecorajo egli lo aveva ancora vivo nel cuore, vivo e verde, come quando glielo aveva visto rilucere in fronte come una stella.

– Facciamo le nozze e scanniamo la troja!

La zâ Tresa lo respinse, puntandogli tutt’e due le braccia sul petto.

– Se non ve ne andate, vecchiaccio stolido!

Ma rideva. Di scannare la troja non se ne doveva parlare. Ma, quanto alle nozze... ebbene, perché no?

Era destino. Come un tempo i padri, così adesso i figliuoli dell’uno e dell’altro fecero guerra alle loro nozze.

Ma questa volta della guerra i due vecchi non si curarono. I padroni adesso erano loro. Di fuori, se ne mostrarono offesi; in fondo se ne compiacquero, per un certo sapore di gioventù che quella guerra veniva a dare alle loro nozze. Era veramente uno spasso sentir parlare di senno e di convenienza quei loro figliuoli.

Ne avevano avuti quattro ciascuno, dal primo letto: Tresa Tumminìa, tutti maschi; zi’ Neli, due maschi e due femmine. Quelli di Tresa eran già bene accasati tutti e quattro, con la bella roba paterna divisa con giustizia in parti uguali; zi’ Neli aveva ancora con sé una figliuola, Narda, già anch’essa in età da marito.

Per farli tacere, i due vecchi, prima di sposarsi, fe Tratto di tasca un pezzetto di carta, zi’ Neli ve la chiuse dentro accuratamente; seguitò a pensare gran parte della notte e a sorridere tra sé; la mattina appresso, vedendo passare per la via mulattiera una ragazzetta, che dalla campagna si recava a Raffadali, la chiamò a sé di dietro la siepe:

– Nicu’, Nicuzza, senti qua.

Gli occhi gli ridevano; voleva ridergli anche la bocca. Si pose il dorso della mano su le ispide labbra rase.

– Di’, conosci la zâ Tresa Tumminìa?

– Quella della troja?

Ilvecchio aggrottò le ciglia, offeso. Già! Così, quella della troja, era intesa adesso, a Raffadali, Trisuzza Tumminìa! Ed era intesa così, perché da tanti anni allevava con sviscerato amore una troja di così spettacolosa grassezza, che ormai la bestiaccia non si reggeva più su le zampe. Rimasta sola, morto il marito, accasati i figliuoli, aveva la compagnia di quella troja, e guaj a chi le facesse la proposta di scannarla! Si chinava a grattarle la fronte, e quella, rosea e cretosa, con la ventraja sparsa su la paglia, grugnendo di beatitudine al solletico, si stirava tutta, storceva il grifo, come se volesse sorridere, e presentava la gola. Pareva a tutti un’ingiustizia, questa beatitudine, e tutti ne provavano dispetto, perché, sottratta al macello, non poteva più essere considerata come una fatica per quella bestiaccia l’ingrassare. E perché allora ingrassava?

– La zâ Tresa, sì, – disse zi’ Neli alla ragazzetta. La conosci? Bene, guarda: qua, dentro questo pezzetto di carta, c’è una candelina di pecorajo. Bada che non voli, e non schiacciarla! Portala alla zâ Tresa, e dille che gliela manda zi’ Neli Sghembri; che è quella stessa – le dirai – di tanti e tanti anni fa! Così. Non te lo scordare: Quella stessa di tanti e tanti anni fa! Portami questa sera la risposta, che ti darò in premio uno ziretto di macco. Va’!

Eh, alla fine, aveva sessantatré anni; forte e ferrigno però come un ceppo d’olivo; e la zâ Tresa era anche lei pur fresca come una fava non colta, bella in salute, sanguigna e prosperosa.

La sera la ragazzetta ritornò con la risposta:

– Dice la zâ Tresa, che i capelli sono bianchi e la candelina non fa più luce.

– Così t’ha detto?

– Così.

Il giorno dopo, zi’ Neli, sbarbato come uno sposo e vestito di festa, si presentò a Raffadali alla zâ Tresa Tumminìa per dichiararle che il lume di quella candelina di pecorajo egli lo aveva ancora vivo nel cuore, vivo e verde, come quando glielo aveva visto rilucere in fronte come una stella.

– Facciamo le nozze e scanniamo la troja!

La zâ Tresa lo respinse, puntandogli tutt’e due le braccia sul petto.

– Se non ve ne andate, vecchiaccio stolido!

Ma rideva. Di scannare la troja non se ne doveva parlare. Ma, quanto alle nozze... ebbene, perché no?

Era destino. Come un tempo i padri, così adesso i figliuoli dell’uno e dell’altro fecero guerra alle loro nozze.

Ma questa volta della guerra i due vecchi non si curarono. I padroni adesso erano loro. Di fuori, se ne mostrarono offesi; in fondo se ne compiacquero, per un certo sapore di gioventù che quella guerra veniva a dare alle loro nozze. Era veramente uno spasso sentir parlare di senno e di convenienza quei loro figliuoli.

Ne avevano avuti quattro ciascuno, dal primo letto: Tresa Tumminìa, tutti maschi; zi’ Neli, due maschi e due femmine. Quelli di Tresa eran già bene accasati tutti e quattro, con la bella roba paterna divisa con giustizia in parti uguali; zi’ Neli aveva ancora con sé una figliuola, Narda, già anch’essa in età da marito.

Per farli tacere, i due vecchi, prima di sposarsi, fecero gli atti davanti al notajo, in modo da salvaguardare gl’interessi degli uni e degli altri, a un caso di morte, per la roba che restava a ciascuno di loro. Speravano così di togliere la nimicizia sorta fierissima tra essi fin dal primo momento; ma invano. I più accaniti rimasero i figli di zi’ Neli, che pure avevano avuto di più, essendosi il vecchio spogliato non solo della roba della moglie defunta, ma anche della sua, risoluto, finché poteva, a vivere del suo lavoro, del frutto della terra della seconda moglie e anche di quella della figliuola Narda, fino a tanto che questa fosse rimasta con lui.

Segnatamente la maggiore delle femmine, Sidora, che per via del marito si chiamava adesso Peronella, aveva, dalla rabbia, la schiuma alla bocca. E parlando col marito, con le cognate e coi fratelli Saru e Luzzu, della povera Narda andata a convivere con la matrigna, diceva:

– Possa la mia lingua esser mangiata dai vermi; ma vedrete che quella vecchia strega la farà spighire zitella. Anche se verrà a domandarla in isposa il figlio del re in persona, dirà che il partito non è conveniente.

E diceva così perché, a suo credere, la vecchia Tresa Tumminìa non avrebbe mai permesso che il marito, data via la roba assegnata in dote a Narda, si fosse messo a campare sul suo.

Alle vicine, che venivano a raccontarle tutte le amorevolezze che la zâ Tresa faceva a Narda, cose che non si sarebbero fatte nemmeno a una vera figliuola: orecchini d’oro, anelli d’oro, collane di corallo, fazzoletti di seta, da capo e da collo, "guardaspalle" di seta con quattro dita di frangia, scarpe di vitello col tacco alto e la mascheretta di coppale; cose, insomma, cose da non credersi; rispondeva, verde dalla bile:

– Ah! baggiane! E non capite che lo fa per adescarla? Se la vuole ingrassare e tenere in casa come la troja!

Restò, quando quelle vennero a dirle che la sorella sposava. E che partito! Coi fiocchi, e procurato proprio dalla zâ Tresa: Pitrinu Cinquemani, nientemeno! giovine d’oro, cognato del maggiore dei figliuoli; Pitrinu Cinquemani, quel picciottone che pareva una bandiera, con terre e case e bestie da soma e da lavoro.

– Ah! sì? davvero? oh guarda! – si mise a dire allora, per non darla vinta a quelle pettegole che avrebbero goduto del suo dispetto. – Pitrinu Cinquemani? Ci ho piacere, povera Narda! ci ho piacere davvero!

Né lei né i due fratelli erano mai andati a veder la sorella, da che stava con la matrigna. Eppure la chiusa di Saru, il maggiore dei fratelli, era quasi a un tiro di schioppo da quella della zâ Tresa; tanto che dalla parte della roba, di tra gli alberetti di fico e di mandorlo, non solo si poteva vedere il tettuccio del cortile della matrigna ov’era la mangiatoja delle bestie, ma finanche contar le galline che razzolavano nel letame. Non avevano più voluto saperne, perché, adescata dalle buone maniere e dai regali, Narda era divenuta tutta di quella, di quella e dei fratellastri, i quali, cresciuti com’erano senza una sorella, se la disputavano tra loro e le facevano un mondo di carezze.

Quando fu la vigilia dello sposalizio, venne alla chiusa di Saru zi’ Neli, accigliato, grattandosi con una mano sul mento gl’ispidi peli rinascenti su le gote raschiose. Parlò al maggiore dei figliuoli, perché questi poi riferisse il discorso anche agli altri, e parlò con gli occhi a terra:

– Le annate sono scarse, figli miei, e siamo tutti poverelli Dio sa se, per questo sposalizio di vostra sorella Narda, vi vorrei tutti con me per fare una gran festa. Ma come dicono le campane di Raffadali? Dicono: Con che? con che? con che? Mi sono spogliato di tutto, e sono come Cristo alla colonna. Non posso più niente. Lo schietto idoneo, e basta. Se venite voi, parenti della sposa, Pitrinu Cinquemani pretenderà che vengano anche i suoi parenti, che sono dalla parte di Tresa, lo sapete; e tra voi non c’è buon sangue. Così abbiamo stabilito che non venga nessuno, né essi né voi. Saremo io e Tresa per la sposa e il padre e la madre dello sposo. Lo schietto idoneo, e basta.

Saru ascoltò, con gli occhi bassi anche lui, e la mano sul mento, il discorso del padre, evidentemente studiato; alla fine disse:

– Pa’, badiamo bene. Voi siete il padrone; siamo sangue vostro, e noi faremo come volete voi. Ma non facciamo che la proibizione di venire debba essere soltanto per noi! Pa’, ve l’avverto: finirebbe male.

Il vecchio, senza alzar gli occhi, restò ancora un pezzo a raschiarsi le gote, aggrondato.

– Io per me, figli miei, ho fatto dire a quelli che non vengano, come dico a voi di non venire.

– E se qualcuno di quelli viene?

Il vecchio non rispose. Il suo silenzio lasciava intendere chiaramente che, se qualcuno dell’altra parte fosse venuto, egli non avrebbe saputo come regolarsi.

– Va bene, pa’, – disse allora Saru. – Andate, andate. Ci penseremo noi.

E segui con gli occhi il padre che se ne andava, stirandosi con due dita il lobo dell’orecchia manca. Rientrato nella roba, trasse dal fondo d’una bisaccia appesa a un chiodo un coltellaccio lungo, di quelli chiamati trincialardo, prese da terra, sotto la tavola, la pietra d’affilare; bagnò la lama del coltello: andò a sedere sulla soglia dell’uscio con quella pietra fra le ginocchia e si diede ad affilar la lama.

La moglie, spaventata, lo chiamò tre volte, senza ottener risposta; alla fine, con le mani nei capelli e gli occhi pieni di lagrime, scongiurò:

– Oh Madre santa, Saru mio, che pensi di fare?

Saru balzò in piedi come un tigre, col coltello levato:

– Corpo di Dio, non fiatare, o comincio da te!

La moglie allora, per soffocare il pianto, si tirò sul volto con le due mani il grembiule e andò a rintanarsi in un angolo. Saru si rimise ad affilare il coltellaccio sotto gli occhi dei tre figliuoli, seduti attorno, silenziosi. Dal cortile della chiusa della zâ Tresa cantò il gallo, e subito il gallo di qua gli rispose, con una zampa levata, squassando la cresta sanguigna.

– Una... due... tre... quattro!... cinque!... sei!...

Già sei mule bardate, nella mangiatoja sotto il tettuccio del cortile della chiusa dirimpetto. Eccole là: si discernevano bene al lume della luna, tutt’e sei, l’una accanto all’altra.

Davanti all’uscio della sua roba, Saru le contava, piegando il collo di qua e di là, per vedere di tra gli alberi, e fremeva.

Già sei. E forse altre ne sarebbero venute.

Il festino voleva esser grande. Tutti i figliuoli della matrigna e le loro donne e i loro figliuoli, tutti, tutti quelli dell’altra parte erano stati invitati. Loro soli, i parenti più stretti, i fratelli e la sorella della sposa, erano esclusi. Forse adesso banchettavano di là, più tardi sarebbero cominciati il suono e i balli.

S’era tolta la giacca e se l’era messa al braccio per nascondere il coltello affilato. Dall’interno della roba, la moglie e Niluzzu, il maggiore dei figliuoli, stavano a spiarlo, intenti e tremanti. Poc’anzi, aveva ordinato alla moglie di accendere il fuoco e di metter sù il caldajo grosso a bollire. E la moglie, imbalordita dallo sgomento, aveva ubbidito, senza capire che volesse fare di quel caldajo d’acqua bollente.

– Oh Madre santa, – pregava ora, – fate venire qualcuno! Oh Madre santa, quietategli il sangue e la mente.

Fuori nell’aria chiara di luna, eran zighi sommessi di grilli, fili di suono lunghi, acuti, quasi luminosi.

– Niluzzu, – chiamò a un tratto il padre. – Corri da tua zia Sidora qua presso; poi da tuo zio Luzzu, e di’ loro che vengano qua da me, subito: marito, moglie, figliuoli, tutti qua da me. Hai capito? Va’.

Niluzzu, invece di muoversi, rimase a mirare il padre, sbigottito, con un braccio levato a riparo della testa, come se si aspettasse uno scapaccione.

– Pa’, ho paura, pa’...

– Paura? Carognone! – gli gridò il padre, scrollandolo. Si rivolse alla moglie: – Va’ anche tu; accompagnalo! E tornate qua presto, tutti insieme!

La moglie s’arrischiò a chiedergli ancora una volta, con voce di pianto:

– Ma tu che vuoi fare, Saru mio? Per carità!

Saru si pose un dito sulla bocca e poi, con la stessa mano, fe’ cenno imperioso alla moglie d’ubbidire.

Poco dopo si mosse anche lui, cauto, verso il cortile della chiusa dirimpetto, facendosi riparo, nel procedere sotto la luna, ora di questo, ora di quell’albero. Giunse così all’ultimo alberetto di fico, proprio davanti il cortile. Il cuore gli ballava in petto e le tempie gli martellavano. Diede un balzo allo sbruffare d’una delle mule nella mangiatoja vicinissima. Gli arrivava alle narici il lezzo caldo e grasso del letame, e agli orecchi il suono confuso delle grida, delle risa e l’acciottolio dei piatti dei banchettanti dentro la roba della matrigna. Sporse il capo oltre i rami del fico, a spiare. Nel cortile non c’era nessuno, oltre le sei cavalcature ancora bardate, e più là, presso l’entrata della roba, la troja gigantesca.

Questa se ne stava col grifo allungato su le zampe anteriori, le orecchie abbattute e gli occhi socchiusi, come in una languida contemplazione del fresco, dolcissimo chiaro di luna. Di tratto in tratto sospirava; ma era sospiro di soddisfazione per la sua sicura plenitudine beata.

Saru le andò dietro, cheto e chinato; le allungò adagio una mano alla fronte e lievemente si mise a grattargliela. Come la bestia, al solletico, si stirò, torcendo il grifo, quasi volesse sorridere alla consueta carezza della padrona, e alla fine presentò da sé la gola, Saru, pronto, con l’altra mano le affondò il coltello fino al cuore.

Ritornò con l’enorme carico alla roba, quasi a un tempo con la moglie e il figliuolo, seguiti da tutto il parentado in allarme.

– Zitti, per la Madonna! – intimò a tutti, liberandosi del carico con un gran respiro, ansante e insanguinato da capo a piedi. – Faremo festa anche noi, qua, meglio di loro! Un quarto per uno a voi, e due quarti a me, che me li merito! Ma prima aspettate! Qua, qua, ajutatemi a sparar la bestia! Luzzu, tieni fermo qua! Tu, Sidora, di qua. E tu, Niluzzu, piglia il piatto grande, quello tondo, dallo stipo! Il fegato, il fegato lo voglio dare alla vecchia! Zitti tutti! Il fegato alla vecchia!

Sparò per lungo la bestia; ne trasse il fegato e corse a lavarlo in una conca, poi lo compose, lucido compatto tremolante, nel piatto e lo porse al figliuolo:

– Va’ da tuo nonno, Niluzzu, e digli così: Mi manda papà Saru, con questo regalo per Mamma Tresa, e con la preghiera che gli saluti la troja!

109  –  Benedizione

– Io non so com’è la gente! – soleva ripetere don Marchino per lo meno una ventina di volte al giorno, insaccandosi nelle spalle e aprendo le mani a ventaglio davanti al petto, con gli angoli della bocca contratti in giù: – Io non so com’è la gente!

Perché la gente in tanti e tanti casi non si regolava com’egli si sarebbe regolato; o anche perché la gente spessissimo trovava da ridire su tutto ciò che faceva lui e che a lui pareva ben fatto.

Ma, santo cielo, per qual mai ragione fin da principio lo avevano veduto così male a Stravignano, i suoi parrocchiani? Non gli perdonavano d’aver ridotto a podere (col beneplacito dei superiori, s’intende!) il querceto che prima sorgeva dietro la chiesetta a valle e prendeva tutto il beneficio della cura. Eh, quel benedetto podere ancora non lo mandavano giù, e neanche il quartierino di quattro stanze che aveva fatto fabbricare coi denari ricavati dalla vendita degli alberi, attaccato alla chiesetta, come di là era attaccata la casuccia a terreno per sé e per la sorella Marianna. Ma con parte di quei denari non s’era fors’anche riattata la chiesetta? E che male c’era, se ogni anno d’estate affittava quel quartierino a qualche famiglia che veniva a villeggiare a Stravignano?

Gli stravignanesi volevano per forza più povero di Santo Giobbe il loro curato. E il bello era questo: che, da un canto, egli doveva essere il servitore di tutti; ma guai, dall’altro, se lo vedevano con la zappa in mano o badare alle bestie. Perché non si sporcasse la zimarra, eh? perché non gli s’incallissero le mani che dovevano toccar l’Ostia Consacrata? Ma la coscienza, la coscienza non doveva essere sporca o incallita; non le mani!

Don Marchino, aveva ragione, ma, se pur si vedeva, non s’accorgeva più che, tanto lui quanto la sorella Marianna, avevano le gambe a modo delle papere, su le quali, andando, si dimenavano proprio come due papere: tutt’e due della stessa statura, grassottelli e senza collo. Don Marchino non si sentiva parlare, o seppur si sentiva, non aveva l’impressione che la sua voce, oppressa dal naso sempre intasato, fosse miagolante. Ora l’antipatia che i suoi parrocchiani avevano per lui dipendeva anche, e non per poco, da queste cose, di cui egli non si poteva render conto: la figura, la voce e anche il suo particolar modo di parlare.

Per esempio, gli andavano a chiedere in prestito la somara, in un caso d’urgenza, come sarebbe di andare a chiamare a un bisogno di notte il medico a Nocera? Don Marchino rispondeva invariabilmente:

– Non ti ci fa arrivare. Ti accadrà di romperti due o tre volte il collo, bello mio; mi contento di tre e non di più.

Parlava così, ripetendo spesso di queste frasucce argute, che aveva sentito dire chi sa quando e da chi; ma le ripeteva ormai come se fossero un modo di dire naturale, senz’alcuna intenzione di arguzia. Quella somara poi era viziosa davvero: così viziosa che, a prestarla, don Marchino credeva in coscienza di non potersi arrischiare a cuor leggero. Se tante volte, santo cielo, essa non permetteva neanche a lui di far montare qualcuno sul biroccio! E per non farsi mordere o calciare, quando doveva sellarla o attaccarla, gli toccava usarle le maniere più garbate e dirle tante dolci paroline e ammonirla paternamente d’aver pazienza e rassegnazione, poiché Dio aveva voluto farla nascere somara.

Ma sfido! – dicevano a Stravignano. Quella somara, a cui attendeva quasi sempre don Marchino; le galline e i tre majali, a cui attendeva sempre la sorella Marianna; le due vacche, a cui attendeva Rosa, la serva scalza; nel vedere in mezzo a loro quel padrone lì, e la sorella, come due papere, dovevano sentire per forza una certa affinità bestiale con essi, per cui si pigliavano confidenze che, certamente, con altri padroni non si sarebbero permesse. E ridevano tutti del poco rispetto che quelle bestie maleducate portavano al loro curato e alla sorella; dei dispetti, forse amorosi, che i tre grossi majali cretacei facevano alla Marianna; della disperazione di questa nell’andar cercando ogni mattina le uova, che le galline apposta le nascondevano, scappando a fetare di qua e di là. Tutte con le calze al piede, quelle galline, perché, non si scambiassero!

– E i porchettoni perché no, sora Marianna, con un bel fiocchetto celeste alla coda?

Ma guardate se queste eran cose da dire alla povera sorella d’un povero curato, che non dava fastidio neanche all’aria! Mah.. E don Marchino s’insaccava nelle spalle, apriva a ventaglio davanti al petto le mani, e, contraendo gli angoli della bocca, ripeteva:

– Io non so com’è la gente...

Ebbe più che mai ragione di ripetere questa sua abituale esclamazione, il giorno che scese a Nocera per il mercato del bestiame.

Non aveva né da comperare né da vendere; andava soltanto per vedere e sentire; gli scadeva quell’anno il contratto coi coloni della cura, di cui era scontento; aveva già dato voce che per l’anno nuovo si sarebbe messo con altri; ora il tempo era venuto; e là alla fiera, tra la gente di campagna accorsa da tutti i dintorni, voleva sapere chi comperava e chi vendeva, e i discorsi che si  facevano su questo e su quello

Proprio coloro che in chiesa non si vedevano mai, oh, neppure per le feste principali, lo accusarono quel giorno d’aver lasciato la cura per andare braccando alla fiera fino alla calata del sole. Ma questo fu niente. Quand’era già montato sul biroccino per ritornarsene a Stravignano, con tutto quel ventaccio che s’era levato all’improvviso, gli si fece incontro una certa Nunziata, con un ragazzo di circa otto anni sulle braccia e una capretta dietro, gridando che le desse ajuto per amor di Dio.

Da ragazzina, tanti e tanti anni fa, questa Nunziata aveva prestato servizio alla cura: sotto gli occhi di don Marchino s’era fatta la più bella giovine di Stravignano, e don Marchino avrebbe voluto darla in moglie al figliuolo del suo vecchio colono d’allora, buon ragazzone che se n’era innamorato. Ma tutt’a un tratto, senza volerne dire la ragione, ella aveva voltato le spalle a questo giovine e si era sposata con uno del prossimo villaggio di Sorìfa. Erano ormai passati nove anni: don Marchino aveva già mutato quattro coloni, stava per mutare il quinto, e di Nunziata, uscita dalla sua parrocchia, non s’era più dato pensiero. A Stravignano dapprima avevano detto ch’ella a Sorìfa stava bene, che il marito era un buon lavoratore; poi avevano cominciato a dire che stava male, perché al marito era venuta una brutta malattia alle reni per via d’un ramo che gli s’era sciancato sotto mentre lo potava. Pareva che il male gli avesse covato dentro e poi dato fuori in tanto gonfiore alle gambe, per cui il medico gli aveva proibito di lavorare e consigliato di starsene a letto ben guardato e di nutrirsi di solo latte. Bei consigli da dare a uno che campava con le sue braccia!

Stentò a riconoscerla, don Marchino, lì a Nocera, come una mendica, coi piedi scalzi e quella vesterella che faceva più compassione, perché voleva parer nuova. Ma la somara, tra il vento furioso, tra il rimescolìo della gente e delle bestie che s’affrettavano al ritorno sotto la minaccia di una grossa burrasca, s’era più che mai stizzita e non voleva più stare alle mosse; sicché appena Nunziata chiese per carità che don Marchino si togliesse sul biroccio fino a Stravignano quel ragazzo che non le si reggeva più in piedi, malato anch’esso, peggio del padre, che poi ella più tardi, passando per lo stradone per ritornare a Sorìfa se lo sarebbe ripreso; don Marchino, che faceva sforzi erculei per trattener la somara, provò un dispetto feroce, e sgranando tanto d’occhi, le gridò:

– Ma ti pare, figliuola mia!

Gli crebbe il dispetto, quando alcuni curiosi, che s’eran fermati a guardare, pensarono bene di tener ferma e quieta la somara, perché egli avesse agio d’ascoltare quel che voleva da lui quella povera donna così avvilita; e poi, ostinandosi egli nel rifiuto con la scusa delle smanie stizzose della somara, gli gridarono che se ne doveva vergognare, perdio, un sacerdote! La somara? ma che somara! Là, due belle frustate! due buone strappate di briglia! Quella poveretta... quel povero piccino... ma lo guardasse, giallo come la cera! e quella capra... oh, Dio, che aveva? le si potevano contar le ossa... Ah, da Sorìfa? se l’era portata giù da Sorìfa a piedi, per cercare di venderla? quanto? nove scudi? ah, nove scudi l’aveva comperata!... adesso, neanche mezzo scudo...

Non era proprio il caso per don Marchino di esclamare: « Io non so com’è la gente »?

Che obbligo poteva aver lui, se quella donna da tant’anni non era più della sua parrocchia? Per carità? Così di prepotenza? Ma no, no e poi no! Perché era anche contro ogni ragione. Che carità! La prima carità avrebbe dovuta averla lei, madre, per il suo piccino, a non portarselo così malato per tanta via; e sarebbe stata carità facile. Nossignore! Costringere a una carità difficile chi non ne aveva nessun obbligo! Difficile, sicuro, difficile per tante ragioni! Un carico di quella fatta, un ragazzo malato, che non si reggeva ritto, con una somara... ma sì! ma sì! lo doveva dir lui, che la conosceva bene! con una somara che non voleva saper d’altri carichi e specialmente in salita e con tutto quel vento. No, no, via! via! largo... largo...

E, minacciando con la frusta, don Marchino prese la corsa seguìto da urli, fischi, e altri rumori sguajati.

Il vento lo investì alle spalle, e parve lo volesse sollevare dall’erto stradone con tutta la somara e il biroccino, come sollevava la polvere e le foglie morte.

Quando, a sera chiusa, scese dal biroccino davanti alla chiesetta attaccata alla cura, là, a uno svolto dello stradone, si sentì il braccio intormentito dallo sforzo di reggersi in capo il nicchio buono, felpato, che se ne voleva scappar via con quel ventaccio maledetto, il quale urlava così forte, e così forte faceva stormir gli alberi, qua, del viale, e là del poggio incontro alla chiesetta, che la Marianna ecco, non aveva sentito il bubbolo della somara e non era accorsa come le altre volte a dargli subito una mano. Bisognò che la chiamasse, picchiando anche col manico della frusta alla porta, col rischio – e come no? – di sciupar frusta e porta.

Marianna, al picchio, venne fuori col lume. Brava, oca! Il vento glielo spense subito e... uh, le sottane! ma, Dio benedetto, che testa! e il lume? tutte le sottane rivoltate in faccia, mamma mia, col lume in mano per fare una vampata... Via, dentro! via dentro! e don Marchino, arrabbiatissimo, si mise da solo a staccar la somara, borbottando anche per la sorella:

– Io non so com’è la gente...

Condotta Nina alla stalla, ch’era scavata nel poggio incontro alla chiesetta, e tirato il biroccio, prima di entrar nella cura disse alla sorella che sarebbe stato opportuno metter fuori le conche e le botticine, perché quella notte senza dubbio sarebbe piovuto, abbattendo il vento. A Nocera aveva sentito brontolar il tuono.

– È ancora alla lontana, ma si viene accostando. E ci darà dentro per davvero questa notte.

A cena, poco dopo, ingollando svogliato quella bioscia che Rosa gli aveva apparecchiata, narrò a Marianna il caso che gli era occorso a Nocera, della bella sfacciataggine di quella Nunziata e della prepotenza che gli volevano fare. Ma poi, confortato dal buon vinetto della vigna, che per un pezzo dopo cena si gusteggiava a sorsellini, non ci pensò più. Si mise a parlare di quel che aveva veduto e sentito alla fiera, e intanto guardava in giro, satollo e pago, quella sua comoda e tepida saletta da pranzo, e fumava la pipa, mentre Marianna medicava i piedi di Rosa, per carità, sì, ma anche perché essa la mattina dopo, alla punta dell’alba, non vi trovasse una scusa per non condurre al pascolo le vacche.

Il vento, fuori, seguitava a urlare più che mai minaccioso.

Il vento? Ma no. Era proprio qualcuno che picchiava alla porta.

– A quest’ora? – disse don Marchino, guardando costernato la sorella e la serva.

Questa andò a vedere, e fratello e sorella tesero gli orecchi. Stettero un pezzo così, sospesi. Si udiva di là parlare; ma né l’uno né l’altra riuscivano a indovinar chi fosse.

A un tratto, nel vento, un lungo e tremulo belato lamentoso.

Don Marchino diede un pugno su la tavola, scrollandosi tutto rabbiosamente.

– È lei! Ancora! – disse. – Ma che vuole da me costei? Che posso farle io?

E a Rosa, che rientrava in quel momento, domandò:

– Alloggio? la somara? che vuole?

Rosa negò col capo:

– Dice se lei volesse avere la bontà di farle una benedizione.

Don Marchino cascò dalle nuvole.

– Una benedizione? a chi? a lei? T’ha detto una benedizione? Che benedizione? Va’, falla entrare! ma sola! È capace di trascinarmi qua dentro la capra e il figliuolo... Una benedizione a quest’ora!

Nunziata entrò coi piedi scalzi, ravviandosi con le mani i capelli scarmigliati dal vento. Alla vista di quella saletta quieta nella casa del suo vecchio curato che le ricordava altri tempi, dal capo si passò le mani sul volto e si mise a piangere. Marianna allora le domandò del marito, se davvero stava tanto male, e lei disse di sì, a cenni.

– Ma che è caso di morte?

– Proprio a questo no, pare che non sia venuto ancora, – rispose. – Mah...

E scosse il capo, non però desolatamente, anzi con un lampo d’odio negli occhi lagrimosi.

– So chi è stato! – gridò. – Qua, qua, me l’hanno fatto qua il malocchio. Mi sapevano contenta e tranquilla... E non gli è bastato su lui, anche sul figliuolo me l’hanno fatto e su l’unica bestiola rimasta, che la guardavo come la pupilla degli occhi, perché mi faceva il latte per lui... Ah, infami! infami!

Fino a poco tempo fa – narrò – quella capra, comperata per nove scudi, era l’invidia di tutti. Ora, mentre il ragazzo la badava al pascolo, tutt’a un tratto le si era « spaurita ». Tutti e due, il ragazzo e la capra, le erano ritornati in casa una sera, così «spauriti» e da allora un deperimento continuo: il ragazzo... ah, bisognava vederlo di là, come si era ridotto, e la capra... la capra peggio del ragazzo! Nessuno l’aveva voluta alla fiera, neanche per due scudi. Don Marchino quella sera stessa glieli doveva benedire tutti e due, per carità.

– Ma se ci hai il tuo curato adesso, a Sorìfa! – le disse agro don Marchino.

– No, è lei, è lei il mio curato! – supplicò Nunziata. – E qua li voglio benedetti, perché di qua è partito il malocchio, e io lo so, io lo so!

Don Marchino si provò a dimostrarle che era una superstizione sciocca quella del malocchio, e che se ella ne incolpava quel giovane con cui da ragazza aveva fatto all’amore, via, non ci pensasse neppure, perché quello... Ma no! Nunziata non volle dire chi ne incolpava. Vole va la benedizione, voleva.

– Ma a quest’ora? – ripeté don Marchino, sbuffando.

S’intese di nuovo, nel vento, il tremulo belato della capra.

– La sente? – disse Nunziata. – Per carità!

– Ma tutti e due no, allora! – protestò don Marchino. – È affar lungo, cara mia, ed è già tardi. Mi disponevo ad andar a letto, figurati! Via, sbrighiamoci! o la capra o il figliuolo: chi n’ha più bisogno?

– Il figliuolo, – rispose subito Nunziata. – È buttato lì fuori sulla panca del sagrato come uno straccio. Ah quel che ho penato, don Marchino mio, a trascinarmelo fin quassù, un po’ a piedi, un po’ su queste braccia che non me le sento più!

Don Marchino montò su tutte le furie:

– Ma come si fa, dico io, come si fa a portarsi fino a Nocera un ragazzo in quello stato?

– Ma perché la capra, don Marchino, s’affrettò a spiegargli Nunziata, – non vuole più dare un passo senza di lui. La bestiola sente che tutti due sono legati dallo stesso male e lo chiama e gli parla e non vuole più scostarsi da lui.

– Basta. Dunque, il ragazzo ? – concluse don Marchino.

Nunziata restò perplessa a pensare, poi disse:

– Se non vuole tutti e due...

– No! tutt’e due, no; o l’uno o l’altra, abbiamo detto!

– Ebbene, allora... mi benedica la capra, che mi rifaccia almeno il latte per il mio Gigi, ecco.

Uscita all’aperto, nel vento, nel bujo della notte tempestosa, volse prima gli occhi alla panca su cui il figliuolo si era raggricchiato a dormire...

– Gildino... – chiamò.

Il ragazzo non rispose. E allora ella provò uno strano sgomento allo spettacolo della natura quasi tutta in fuga, nell’urlante veemenza del vento. Fuggivano squarciate pel cielo, con disperata furia, le nuvole, a schiera infinita, e pareva si trascinassero seco la luna; gli alberi si contorcevano cigolando, spasimando senza requie, come per sradicarsi e fuggire pur là, pur là, dove il vento portava le nuvole, a un tempestoso convegno. Ella sciolse la capra legata a un tronco d’albero, e stette un bel pezzo all’aspetto lì davanti alla porta della chiesetta, perché don Marchino volle prima finirsi il bicchiere senza fretta, poi dovette rindossare la tonaca e prendere il libro e l’aspersorio e la lumierina a olio.

La capra non poteva entrare in chiesa. La benedizione doveva esser fatta lì davanti la porta. Don Marchino, dall’interno, ne aprì mezza; collocò la lumierina su una traversa dell’altra mezza, per ripararla dal vento. La donna, tenendo la capra pel collo, s’inginocchiò davanti a quello spiraglio di luce vacillante.

– Bisogna adattarsi così, – disse il prete.

– Sì, don Marchino; ma me la faccia bene, per carità!

– Santo cielo, vuoi che te la faccia male? Qua com’è scritta nel libro te la faccio.

E con le lenti insellate su la punta del naso cominciò a miagolar lo scongiuro. Di tratto in tratto la capra belava e volgeva il capo verso la panca dove giaceva il ragazzo. A un certo punto don Marchino s’interruppe:

– Senti eh? a malis oculis, a malis oculis, che vuol dire appunto dal malocchio.

Ella, che accompagnava inginocchiata quello scongiuro, pregando col più intenso fervore, all’interruzione chinò più volte il capo, per significargli che aveva capito. Sì, sì, a malis oculis, a malis oculis...

Finita la benedizione, don Marchino s’affrettò a richiudere la porta della chiesetta, con la scusa che il vento poteva spegnere la lumierina; e lasciò fuori la donna ancora inginocchiata. Ma non era ancora arrivato a passar dall’interno della chiesetta alla cura, che udì uno strillo, un ululo di belva ferita, là nel sagrato. Gli vennero incontro la sorella e la serva, spaventate.

– Che altro c’è? – gridò don Marchino. – Oh sentite, io non mi scomodo più, neanche se casca il mondo!

Ma dovette pur troppo scomodarsi, poiché tutta Stravignano scasò quella notte alle grida di quell’infelice, che aveva trovato morto sulla panca il figliuolo; e questa volta dovette anche prestar la somara don Marchino a coloro che caritatevolmente si proffersero di condurre a Sorìfa il morticino. Dimenandosi sulle gambe a roncolo tra la folla agitata nel vento, badava a dire:

– E ha voluto benedetta la capra, oh! e non il figliuolo.

Ma poiché tutti gli voltavano le spalle, indignati, protendeva il collo, apriva a ventaglio davanti al petto le mani, e, contraendo in giù gli angoli della bocca, ripeteva tra sé:

– Io non so com’è la gente!

110  –  Male di luna

Batà sedeva tutto aggruppato su un fascio di paglia, in mezzo all’aja.

Sidora, sua moglie, di tratto in tratto si voltava a guardarlo, in pensiero, dalla soglia su cui stava a sedere, col capo appoggiato allo stipite della porta, e gli occhi socchiusi. Poi, oppressa dalla gran calura, tornava ad allungare lo sguardo alla striscia azzurra di mare lontano, come in attesa che un soffio d’aria, essendo ormai prossimo il tramonto, si levasse di là e trascorresse lieve fino a lei, a traverso le terre nude, irte di stoppie bruciate.

Tanta era la calura, che su la paglia rimasta su l’aja dopo la trebbiatura, l’aria si vedeva tremolare com’alito di bragia.

Batà aveva tratto un filo dal fascio su cui stava seduto, e tentava di batterlo con mano svogliata su gli scarponi ferrati. Il gesto era vano. Il filo di paglia, appena mosso, si piegava. E Batà restava cupo e assorto, a guardare in terra.

Era nel fulgore tetro e immoto dell’aria torrida un’oppressione così soffocante che quel gesto vano del marito, ostinatamente ripetuto, dava a Sidora una smania insopportabile. In verità, ogni atto di quell’uomo, e anche la sola vista le davano quella smania, ogni volta a stento repressa.

Sposata a lui da appena venti giorni, Sidora si sentiva già disfatta, distrutta. Avvertiva dentro e intorno a sé una vacuità strana, pesante e atroce. E quasi non le pareva vero, che da sì poco tempo era stata condotta lì, in quella vecchia roba isolata, stalla e casa insieme, in mezzo al deserto di quelle stoppie, senz’un albero intorno, senza un filo d’ombra.

Lì, soffocando a stento il pianto e il ribrezzo, da venti giorni appena aveva fatto abbandono del proprio corpo a quell’uomo taciturno, che aveva circa vent’anni di più di lei e su cui pareva gravasse ora una tristezza più disperata della sua.

Ricordava ciò che le donne del vicinato avevano detto alla madre, quando questa aveva loro annunziato la richiesta di matrimonio.

– Batà! Oh Dio, io per me non lo darei a una mia figliuola.

La madre aveva creduto lo dicessero per invidia, perché Batà per la sua condizione era agiato. E tanto più s’era ostinata a darglielo, quanto più quelle con aria afflitta s’erano mostrate restìe a partecipare alla sua soddisfazione per la buona ventura che toccava alla figlia. No, in coscienza non si diceva nulla di male di Batà, ma neanche nulla di bene. Buttato sempre là, in quel suo pezzo di terra lontano, non si sapeva come vivesse; stava sempre solo, come una bestia in compagnia delle sue bestie, due mule, un’asina e il cane di guardia; e certo aveva un’aria strana, truce e a volte da insensato.

C’era stata veramente un’altra ragione e forse più forte, per cui la madre s’era ostinata a darle quell’uomo. Sidora ricordava anche quest’altra ragione che in quel momento le appariva lontana lontana, come d’un’altra vita, ma pure spiccata, precisa. Vedeva due fresche labbra argute e vermiglie come due foglie di garofano aprirsi a un sorriso che le faceva fremere e frizzare tutto il sangue nelle vene. Erano le labbra di Saro, suo cugino, che nell’amore di lei non aveva saputo trovar la forza di rinsavire, di liberarsi dalla compagnia dei tristi amici, per togliere alla madre ogni pretesto d’opporsi alle loro nozze.

Ah, certo, Saro sarebbe stato un pessimo marito; ma che marito era questo, adesso? Gli affanni, che senza dubbio le avrebbe dati quell’altro, non eran forse da preferire all’angoscia, al ribrezzo, alla paura, che le incuteva questo?

Batà, alla fine, si sgruppò; ma appena levato in piedi, quasi colto da vertigine, fece un mezzo giro su se stesso; le gambe, come impastojate, gli si piegarono; si sostenne a stento, con le braccia per aria. Un mùgolo quasi di rabbia gli partì dalla gola.

Sidora accorse atterrita; ma egli l’arrestò con un cenno delle braccia. Un fiotto gli saliva, inesauribile, gl’impediva di parlare. Arrangolando, se lo ricacciava dentro; lottava contro i singulti, con un gorgoglio orribile nella strozza. E aveva la faccia sbiancata, torbida, terrea; gli occhi foschi e velati, in cui dietro la follia si scorgeva una paura quasi infantile, ancora cosciente, infinita. Con le mani seguitava a farle cenno di attendere e di non spaventarsi e di tenersi discosta. Alla fine, con voce che non era più la sua, disse:

– Dentro... chiuditi dentro... bene... Non ti spaventare... Se batto, se scuoto la porta e la graffio e grido... non ti spaventare... non aprire... Niente... va’! va’!

– Ma che avete? – gli gridò Sidora, raccapricciata.

Batà mugolò di nuovo, si scrollò tutto per un possente sussulto convulsivo, che parve gli moltiplicasse le membra; poi, col guizzo d’un braccio indicò il cielo, e urlò:

– La luna!

Sidora, nel voltarsi per correre alla roba, difatti intravide nello spavento la luna in quintadecima, affocata, violacea, enorme, appena sorta dalle livide alture della Crocca.

Asserragliata dentro, tenendosi stretta come a impedire che le membra le si staccassero dal tremore continuo, crescente, invincibile, mugolando anche lei, forsennata dal terrore, udì poco dopo gli ùluli lunghi, ferini, del marito che si scontorceva fuori, là davanti la porta, in preda al male orrendo che gli veniva dalla luna, e contro la porta batteva il capo, i piedi, i ginocchi, le mani, e la graffiava, come se le unghie gli fossero diventate artigli, e sbuffava, quasi nell’esasperazione d’una bestiale fatica rabbiosa, quasi volesse sconficcarla, schiantarla, quella porta, e ora latrava, latrava, come se avesse un cane in corpo, e daccapo tornava a graffiare, sbruffando, ululando, e a battervi il capo, i ginocchi.

– Ajuto! ajuto! – gridava lei, pur sapendo che nessuno in quel deserto avrebbe udito le sue grida – Ajuto! ajuto! – e reggeva la porta con le braccia, per paura che da un momento all’altro, non ostante i molti puntelli, cedesse alla violenza iterata, feroce, accanita, di quella cieca furia urlante.

Ah, se avesse potuto ucciderlo! Perduta, si voltò, quasi a cercare un’arma nella stanza Ma a traverso la grata d’una finestra, in alto, nella parete di faccia, di nuovo scorse la luna, ora limpida, che saliva nel cielo, tutto inondato di placido albore. A quella vista, come assalita d’improvviso dal contagio del male, cacciò un gran grido e cadde riversa, priva di sensi.

Quando si riebbe, in prima, nello stordimento, non comprese perché fosse così buttata a terra. I puntelli alla porta le richiamarono la memoria e subito s’atterrì del silenzio che ora regnava là fuori. Sorse in piedi; s’accostò vacillante alla porta, e tese l’orecchio.

Nulla, più nulla.

Stette a lungo in ascolto, oppressa ora di sgomento per quell’enorme silenzio misterioso, di tutto il mondo. E alla fine le parve d’udire da presso un sospiro, un gran sospiro, come esalato da un’angoscia mortale.

Subito corse alla cassa sotto il letto; la trasse avanti; l’aprì; ne cavò la mantellina di panno; ritornò alla porta; tese di nuovo a lungo l’orecchio, poi levò a uno a uno in fretta, silenziosamente, i puntelli, silenziosamente levò il paletto, la stanga; schiuse appena un battente, guatò attraverso lo spiraglio per terra.

Batà era lì. Giaceva come una bestia morta, bocconi, tra la bava, nero, tumefatto, le braccia aperte. Il suo cane, acculato lì presso, gli faceva la guardia, sotto la luna.

Sidora venne fuori rattenendo il fiato; riaccostò pian piano la porta, fece al cane un cenno rabbioso di non muoversi di lì, e cauta, a passi di lupo, con la mantellina sotto il braccio, prese la fuga per la campagna, verso il paese, nella notte ancora alta, tutta soffusa dal chiarore della luna.

Arrivò al paese, in casa della madre, poco prima dell’alba. La madre s’era alzata da poco. La catapecchia, buja come un antro, in fondo a un vicolo angusto, era stenebrata appena da una lumierina a olio. Sidora parve la ingombrasse tutta, precipitandosi dentro, scompigliata, affannosa.

Nel veder la figliuola a quell’ora, in quello stato, la madre levò le grida e fece accorrere con le lumierine a olio in mano tutte le donne del vicinato.

Sidora si mise a piangere forte e, piangendo, si strappava i capelli, fingeva di non poter parlare per far meglio comprendere e misurare alla madre, alle vicine, l’enormità del caso che le era occorso, della paura che s’era presa.

– Il male di luna! il male di luna!

Il terrore superstizioso di quel male oscuro invase tutte le donne, al racconto di Sidora.

Ah, povera figliuola! Lo avevano detto esse alla madre, che quell’uomo non era naturale, che quell’uomo doveva nascondere in sé qualche grossa magagna; che nessuna di loro lo avrebbe dato alla propria figliuola. Latrava eh? ululava come un lupo? graffiava la porta? Gesù, che spavento! E come non era morta, povera figliuola?

La madre, accasciata su la seggiola, finita, con le braccia e il capo ciondoloni, nicchiava in un canto:

– Ah figlia mia! ah figlia mia! ah povera figliuccia mia rovinata!

Sul tramonto, si presentò nel vicolo, tirandosi dietro per la cavezza le due mule bardate, Batà, ancora gonfio e livido, avvilito, abbattuto, imbalordito.

Allo scalpiccìo delle mule sui ciottoli di quel vicolo che il sole d’agosto infocava come un forno, e che accecava per gli sbarbagli della calce, tutte le donne, con gesti e gridi soffocati di spavento, si ritrassero con le seggiole in fretta nelle loro casupole, e sporsero il capo dall’uscio a spiare e ad ammiccarsi tra loro.

La madre di Sidora sulla soglia si parò, fiera e tutta tremante di rabbia, e cominciò a gridare:

– Andate via, malo cristiano! Avete il coraggio di ricomparirmi davanti? Via di qua! via di qua! Assassino traditore, via di qua! Mi avete rovinato una figlia! Via di qua!

E seguitò per un pezzo a sbraitare così, mentre Sidora, rincantucciata dentro, piangeva, scongiurava la madre di difenderla, di non dargli passo.

Batà ascoltò a capo chino minacce e vituperii. Gli toccavano: era in colpa; aveva nascosto il suo male. Lo aveva nascosto, perché nessuna donna se lo sarebbe preso, se egli lo avesse confessato avanti. Era giusto che ora della sua colpa pagasse la pena.

Teneva gli occhi chiusi e scrollava amaramente il capo, senza muoversi d’un passo. Allora la suocera gli batté la porta in faccia e ci mise dietro la stanga. Batà rimase ancora un pezzo, a capo chino, davanti a quella porta chiusa, poi si voltò e scorse su gli usci delle altre casupole tanti occhi smarriti e sgomenti, che lo spiavano.

Videro quegli occhi le lagrime sul volto dell’uomo avvilito, e allora lo sgomento si cangiò in pietà.

Una prima comare più coraggiosa gli porse una sedia; le altre, a due, a tre, vennero fuori, e gli si fecero attorno. E Batà, dopo aver ringraziato con muti cenni del capo, prese adagio adagio a narrar loro la sua sciagura: che la madre da giovane, andata a spighe, dormendo su un’aja al sereno, lo aveva tenuto bambino tutta la notte esposto alla luna; e tutta quella notte, lui povero innocente, con la pancina all’aria, mentre gli occhi gli vagellavano, ci aveva giocato, con la bella luna, dimenando le gambette, i braccini. E la luna lo aveva «incantato». L’incanto però gli aveva dormito dentro per anni e anni, e solo da poco tempo gli s’era risvegliato. Ogni volta che la luna era in quintadecima, il male lo riprendeva. Ma era un male soltanto per lui; bastava che gli altri se ne guardassero: e se ne potevano guardar bene, perché era a periodo fisso ed egli se lo sentiva venire e lo preavvisava; durava una notte sola, e poi basta. Aveva sperato che la moglie fosse più coraggiosa; ma, poiché non era, si poteva far così, che, o lei, a ogni fatta di luna, se ne venisse al paese, dalla madre; o questa andasse giù alla roba, a tenerle compagnia.

– Chi? mia madre? – saltò a gridare a questo punto, avvampata d’ira, con occhi feroci, Sidora, spalancando la porta, dietro alla quale se ne era stata a origliare. Voi siete pazzo! Volete far morire di paura anche mia madre?

Questa allora venne fuori anche lei, scostando con un gomito la figlia e imponendole di star zitta e quieta in casa. Si accostò al crocchio delle donne, ora divenute tutte pietose, e si mise a confabular con esse, poi con Batà da sola a solo.

Sidora dalla soglia, stizzita e costernata, seguiva i gesti della madre e del marito; e. come le parve che questi facesse con molto calore qualche promessa che la madre accoglieva con evidente piacere, si mise a strillare:

– Gnornò! Scordatevelo! State ad accordarvi tra voi? inutile! è inutile! Debbo dirlo io!

Le donne del vicinato le fecero cenni pressanti di star zitta, d’aspettare che il colloquio terminasse. Alla fine Batà salutò la suocera, le lasciò in consegna una delle due mule, e, ringraziate le buone vicine, tirandosi dietro l’altra mula per la cavezza, se ne andò.

– Sta’ zitta, sciocca! – disse subito, piano, la madre a Sidora, rincasando. – Quando farà la luna, verrò giù io, con Saro...

– Con Saro? L’ha detto lui?

– Gliel’ho detto io, sta’ zitta! Con Saro.

E, abbassando gli occhi per nascondere il sorriso, finse d’asciugarsi la bocca sdentata con una cocca del fazzoletto che teneva in capo, annodato sotto il mento, e aggiunse:

– Abbiamo forse, di uomini, altri che lui nel nostro parentado? È l’unico che ci possa dare ajuto e conforto. Sta’ zitta!

Così la mattina appresso, all’alba, Sidora ripartì per

la campagna su quell’altra mula lasciata dal marito.

Non pensò ad altro più, per tutti i ventinove giorni che corsero fino alla nuova quintadecima. Vide quella luna d’agosto a mano a mano scemare e sorgere sempre più tardi, e col desiderio avrebbe voluto affrettarne le fasi declinanti; poi per alcune sere non la vide più; la rivide infine tenera, esile nel cielo ancora crepuscolare, e a mano a mano, di nuovo crescere sempre più.

– Non temere, – le diceva, triste, Batà, vedendola con gli occhi sempre fissi alla luna. – C’è tempo ancora, c’è tempo! Il guajo sarà, quando non avrà più le corna...

Sidora, a quelle parole accompagnate da un ambiguo

sorriso, si sentiva gelare e lo guardava sbigottita.

Giunse alla fine la sera tanto sospirata e insieme tanto temuta. La madre arrivò a cavallo col nipote Saro due ore prima che sorgesse la luna.

Batà se ne stava come l’altra volta aggruppato tutto sull’aja, e non levò neppure il capo a salutare.

Sidora, che fremeva tutta, fece segno al cugino e alla madre di non dirgli nulla e li condusse dentro la roba. La madre andò subito a ficcare il naso in un bugigattolino bujo, ov’erano ammucchiati vecchi arnesi da lavoro, zappe, falci, bardelle, ceste, bisacce, accanto alla stanza grande che dava ricetto anche alle bestie.

– Tu sei uomo, – disse a Saro, – e tu sai già com’è, – disse alla figlia; – io sono vecchia, ho paura più di tutti, e me ne starò rintanata qua, zitta zitta e sola sola. Mi chiudo bene, e lui faccia pure il lupo fuori.

Riuscirono tutti e tre all’aperto, e si trattennero un lungo pezzo a conversare davanti alla roba. Sidora, a mano a mano che l’ombra inchinava su la campagna, lanciava sguardi vieppiù ardenti e aizzosi. Ma Saro, pur così vivace di solito, brioso e buontempone, si sentiva all’incontro a mano a mano smorire, rassegare il riso su le labbra, inaridir la lingua. Come se sul murello, su cui stava seduto, ci fossero spine, si dimenava di continuo e inghiottiva con stento. E di tratto in tratto allungava di traverso uno sguardo a quell’uomo lì in attesa dell’assalto del male; allungava anche il collo per vedere se dietro le alture della Crocca non spuntasse la faccia spaventosa della luna.

– Ancora niente, – diceva alle due donne.

Sidora gli rispondeva con un gesto vivace di noncuranza e seguitava, ridendo, ad aizzarlo con gli occhi.

Di quegli occhi, ormai quasi impudenti, Saro cominciò a provare orrore e terrore, più che di quell’uomo là aggruppato, in attesa.

E fu il primo a spiccare un salto da montone dentro la roba, appena Batà cacciò il mùgolo annunziatore e con la mano accennò ai tre di chiudersi subito dentro. Ah con qual furia si diede a metter puntelli e puntelli e puntelli, mentre la vecchia si rintanava mogia mogia nello sgabuzzino, e Sidora, irritata, delusa, gli ripeteva, con tono ironico:

– Ma piano, piano... non ti far male... Vedrai che non è niente.

Non era niente? Ah, non era niente? Coi capelli drizzati su la fronte, ai primi ululi del marito, alle prime testate, alle prime pedate alla porta, ai primi sbruffi e graffii, Saro, tutto bagnato di sudor freddo, con la schiena aperta dai brividi, gli occhi sbarrati, tremava a verga a verga. Non era niente? Signore Iddio! Signore Iddio! Ma come? Era pazza quella donna là? Mentre il marito, fuori, faceva alla porta quella tempesta, eccola qua, rideva, seduta sul letto, dimenava le gambe, gli tendeva le braccia, lo chiamava:

– Saro! Saro!

Ah si? Irato, sdegnato, Saro d’un balzo saltò nel bugigattolo della vecchia, la ghermí per un braccio, la trasse fuori, la buttò a sedere sul letto accanto alla figlia.

– Qua, – urlò. – Quest’è matta!

E nel ritrarsi verso la porta, scorse anch’egli dalla grata della finestrella alta, nella parete di faccia, la luna che, se di là dava tanto male al marito, di qua pareva ridesse, beata e dispettosa, della mancata vendetta della moglie.

111  –  Il figlio cambiato

Avevo udito urlare durante tutta la notte, e a una cert’ora fonda e perduta tra il sonno e la veglia non avrei più saputo dire se quelle urla fossero di bestia o umane.

La mattina dopo venni a sapere dalle donne del vicinato ch’erano state disperazioni levate da una madre (una certa Sara Longo), a cui, mentre dormiva, avevano rubato il figlio di tre mesi, lasciandogliene in cambio un altro.

– Rubato? E chi gliel’ha rubato?

– Le "Donne"!

– Le donne? Che donne?

Mi spiegarono che le "Donne" erano certi spiriti della notte, streghe dell’aria.

Sbalordito e indignato, domandai:

– Ma come? E la madre ci crede davvero?

Quelle brave comari erano ancora cosi tutte accorate e atterrite, che del mio sbalordimento e della mia indignazione s’offesero. Mi gridarono in faccia, come se volessero aggredirmi, che esse, alle urla, erano accorse alla casa della Longo, mezz’ignude come si trovavano, e avevano visto, visto coi loro occhi il bambino cambiato, ancora là sul mattonato della stanza, ai piedi del letto. Quello della Longo era bianco come il latte, biondo come l’oro, un Gesù Bambino; e questo invece, nero, nero come il fegato e brutto, più brutto d’uno scimmiotto. E avevano saputo il fatto, com’era stato, dalla stessa madre, che se ne strappava ancora i capelli: cioè, che aveva sentito come un pianto nel sonno e s’era svegliata; aveva steso un braccio sul letto in cerca del figlio e non l’aveva trovato; s’era allora precipitata dal letto, e acceso il lume, aveva veduto là per terra, invece del suo bambino, quel mostriciattolo, che l’orrore e il ribrezzo le avevano perfino impedito di toccare.

Notare ch’era ancora in fasce, il bambino della Longo. Ora, un bambino in fasce, cadendo per inavvertenza della madre nel sonno, poteva mai schizzar così lontano e coi piedini verso la testata del letto, vale a dire al contrario di come avrebbe dovuto trovarsi?

Era dunque chiaro che le "Donne" erano entrate in casa della Longo, nella notte, e le avevano cambiato il figlio, prendendosi il bambino bello e lasciandogliene uno brutto per farle dispetto.

Uh, ne facevano tanti, di quei dispetti, alle povere mamme! Levare i bambini dalle culle e andare a deporli su una sedia in un’altra stanza; farli trovare dalla notte al giorno coi piedini sbiechi o con gli occhi strabi!

– E guardi qua! guardi qua! – mi gridò una, acchiappando di furia e facendo voltare il testoncino a una bimbetta che teneva in braccio, per mostrarmi che aveva sulla nuca un codino di capelli incatricchiati, che guaj a tagliarli o a cercar di districarli: la creaturina ne sarebbe morta. – Che le pare che sia? Treccina, treccina delle "Donne", appunto, che si spassano così, di notte tempo, sulle testine delle povere figlie di mamma!

Stimando inutile, di fronte a una prova così tangibile, convincere quelle donne della loro superstizione, m’impensierii della sorte di quel bambino che rischiava di rimanerne vittima.

Nessun dubbio per me che doveva essergli sopravvenuto qualche male, durante la notte; forse un insulto di paralisi infantile.

Domandai che intendesse fare adesso, quella madre.

Mi risposero che l’avevano trattenuta a viva forza perché voleva lasciar tutto, abbandonare la casa e buttarsi alla ventura in cerca del figlio, come una pazza.

– E quella creaturina là?

– Non vuole né vederla, né sentirne parlare!

Una di loro, per tenerla in vita, le aveva dato a succhiare un po’ di pan bagnato, con lo zucchero, avvolto in una pezzuola formata a modo di capezzolo. E mi assicurarono che, per carità di Dio, vincendo lo sgomento e il raccapriccio, avrebbero badato a lei, un po’ l’una un po’ l’altra. Cosa che, in coscienza, almeno nei primi giorni, dalla madre non si poteva pretendere.

– Ma non vorrà mica lasciarla morir di fame?

Riflettevo tra me e me se non fosse opportuno richiamar l’attenzione della questura su quello strano caso, allorché, la sera stessa, venni a sapere che la Longo s’era recata per consiglio da una certa Vanna Scoma, che aveva fama d’essere in misteriosi commercii con quelle "Donne". Si diceva che queste, nelle notti di vento, venivano a chiamarla dai tetti delle case vicine, per portarsela attorno con loro. Restava lì su una seggiola, con le sue vesti e le sue scarpe, come un fantoccio posato; e lo spirito se n’andava a volo, chi sa dove, con quelle streghe. Potevano farne testimonianza tanti che avevano appunto sentito chiamarla con voci lunghe e lamentose: – Zia Vanna! Zia Vanna! – dal proprio tetto.

S’era dunque recata per consiglio da questa Vanna Scoma, la quale in prima (e si capisce) non aveva voluto dirle nulla; ma poi, pregata e ripregata a mani giunte, le aveva lasciato intendere, parlando a mezz’aria, che aveva "veduto" il bambino.

– Veduto? Dove?

Veduto. Non poteva dir dove. Ma stesse tranquilla perché il bambino, dove stava, stava bene, a patto però che anche lei trattasse bene la creaturina che le era toccata in cambio; badasse anzi, che quanta più cura lei avrebbe avuto qua per questo bambino, e tanto meglio di là si sarebbe trovato il suo.

Mi sentii subito compreso d’uno stupore pieno d’ammirazione per la sapienza di questa strega La quale, perché fosse in tutto giusta, tanto aveva usato di crudeltà quanto di carità, punendo della sua superstizione quella madre col farle obbligo di vincere per amore del figlio lontano la ripugnanza che sentiva per quest’altro, il ribrezzo del seno da porgergli in bocca per nutrirlo; e non levandole poi del tutto la speranza di potere un giorno riavere il suo bambino, che intanto altri occhi, se non più i suoi, seguitavano a vedere, sano e bello com’era.

Che se poi, com’è certo, tutta questa sapienza, così crudele insieme e caritatevole, non era adoperata da quella strega perché fosse giusta, ma perché ci aveva il suo tornaconto con le visite della Longo, una al giorno, e per ognuna un tanto, sia che le dicesse d’aver veduto il bambino, sia che le dicesse di no ( e più quando le diceva di no); questo non toglie nulla alla sapienza di lei; e d’altra parte io non ho detto che, per quanto sapiente, quella strega non fosse una strega.

Le cose andarono così, finché il marito della Longo non arrivò con la goletta da Tunisi.

Marinaio, oggi qua, domani là, poco ormai si curava della moglie e del figlio. Trovando quella smagrita e quasi insensata, e questo pelle e ossa, irriconoscibile; saputo dalla moglie ch’erano stati ammalati tutt’e due, non chiese altro.

Il guajo avvenne dopo la partenza di lui; ché la Longo per maggior ristoro ammalò davvero. Altro castigo: una nuova gravidanza.

E ora, in quello stato (le aveva così cattive, specialmente nei primi mesi, le gravidanze) non poteva più recarsi ogni giorno dalla Scoma, e doveva contentarsi d’usar le cure che poteva a quel disgraziato perché non ne mancassero là al suo figliuolo perduto. Si torturava pensando che non sarebbe stata giustizia, dato che nel cambio ci aveva scapitato lei, e il latte, prima per il gran dolore le era diventato acqua, e ora, incinta, non avrebbe potuto più darlo; non sarebbe stata giustizia che il suo figliuolo fosse cresciuto male, come pareva dovesse crescere questo. Sul colluccio vizzo, il testoncino giallo, un po’ su una spalla e un po’ su]l’altra; e cionco, forse, di tutt’e due le gambine.

Intanto, da Tunisi, il marito le scrisse che, durante il viaggio, i compagni gli avevano raccontato quella favola delle «Donne», nota a tutti meno che a lui; sospettava che la verità fosse un’altra, cioè che il figlio fosse morto e che lei avesse preso dall’ospizio qualche trovatello in sostituzione; e le imponeva d’andar subito a riportarlo, perché non voleva in casa bastardi. La Longo però, al ritorno, tanto lo pregò che ottenne, se non pietà, sopportazione per quell’infelice. Lo sopportava anche lei, e quanto’, per non far danno all’altro.

Fu peggio, quando alla fine il secondo bambino venne al mondo; perché allora la Longo, naturalmente, cominciò a pensar meno al primo e anche, per conseguenza, ad aver meno cure di quel povero cencio di bimbo che, si sa, non era il suo.

Non lo maltrattava, no. Ogni mattina lo vestiva e lo metteva a sedere davanti alla porta, sulla strada, nel seggiolino a dondolo di tela cerata, con qualche tozzo di pane o qualche meluccia nel cassettino del riparo davanti.

E il povero innocente se ne stava lì, con le gambine cionche, il testoncino ciondolante dai capelli terrosi, perché spesso gli altri ragazzi della strada gli buttavano per chiasso la rena in faccia, e lui si riparava col braccino e non fiatava nemmeno. Era assai che riuscisse a tener ritte le palpebre sugli occhietti dolenti. Sudicio, se lo mangiavano le mosche.

Le vicine lo chiamavano il figlio delle «Donne». Se talvolta qualche bambino gli s’accostava per rivolgergli una domanda! egli lo guardava e non sapeva rispondere. orse non capiva. Rispondeva col sorriso triste e come lontano dei bimbi malati, e quel sorriso gli segnava le rughe agli angoli degli occhi e della bocca.

La Longo si faceva alla porta col neonato in braccio, roseo e paffuto (come l’altro) e volgeva uno sguardo pietoso a quel disgraziato, che non si sapeva che cosa ci stesse più a far lì; poi sospirava:

– Che croce!

Sì, le spuntava ancora, di tanto in tanto, qualche lagrima, pensando a quell’altro, di cui ora Vanna Scoma, non più richiesta, veniva a darle notizie, per scroccarle qualcosa: notizie liete: che il suo figliuolo cresceva bello e sano, e che era felice.

112  –  Lo storno e l’Angelo Centuno

Ci eravamo levati a bujo e camminavamo da tre ore con una fame da lupi, per certe scorciatoje scellerate che, a dire di Stefano Traìna, ci avrebbero fatto risparmiare un terzo di cammino: ma già tre o quattro volte ci era toccato di tornare indietro, non trovando l’uscita, e non so quanto tempo avevamo perduto a scavalcar muricce, e cercare il passo tra le fitte siepi di àgavi e di rovi, a traversar rigagnoli sui ciottoli: fatiche da bestie, che ci avevano tolto l’unico compenso al sonno perduto: quello di godere, camminando per vie piane, l’ilare freschezza dell’aria mattutina in campagna. E gli scarponi e le munizioni da caccia ci pesavano e la cinghia del fucile ci segava le spalle.

Chi di noi tre, in tali condizioni, poteva aver animo da contraddire Stefano Traìna e da difendere gli storni ch’egli ci dipingeva come una vera calamità per le campagne, peggio assai delle cavallette, vero flagello di Dio?

Ma Stefano Traìna era fatto così: parlando aveva bisogno di credere che qualcuno lo contraddicesse; e accalorandosi sempre più, volle far sapere a noi tre poveri innocenti che gli storni vanno a nugoli così fitti che, se passano davanti al sole, l’oscurano, se calano su un bosco d’olivi, in un batter d’occhio lo sterminano. Perché ogni storno si porta via con sé nientemeno che tre ulive una per zampa e una nel becco; e questa del becco se la ingoia sana sana e la digerisce come niente.

– Con tutto l’osso? – domandò Bartolino Gaglio, sgomento.

– Con tutto l’osso.

E Sebastiano Terilli esclamò:

– All’anima del ventricolo!

– Gli storni? Ma se vi dico... – seguitò Stefano Traìna.

Per concludere che se da un canto noi dovevamo ringraziare Celestino Calandra – il più giovane e il più bello dei canonici di Montelusa – per averci invitati a passare una settimana nelle sue terre di Cumbo, dall’altro Celestino Calandra doveva restar grato a noi del segnalato servizio che gli avremmo reso, salvandogli il raccolto delle ulive con la nostra caccia agli storni.

È vero che non eravamo mai stati a caccia, né io né Sebastiano Terilli né Bartolino Gaglio, come si poteva vedere dai nostri fucili nuovi fiammanti, comperati il giorno avanti. Ma questo non voleva dir nulla. Agli storni – sosteneva Stefano Traìna – si spara anche con gli occhi chiusi.

Ecco, forse fu perché sparammo con un occhio chiuso e l’altro aperto, ma il fatto è che, dopo quattro giorni di caccia accanita nell’oliveto di Cumbo, non uno storno, che si dice uno, riuscimmo a far cadere, neppure per combinazione; ulive sl, invece, oh, a ogni scarica, giù come grandinare; tanto che il buon Celestino Calandra (giovane e santo) cominciò a dire tra bellissime risate che una consolazione così non gliela poteva mandare altri che Dio.

Lo sterminio ci fu, ma nel pollajo di Cumbo. Una fame pantagruelica si sviluppò in tutti noi quattro giovani cacciatori. Ma era forse la rabbia che ci divorava per tutti gli storni falliti, che se ne volavano via pian pianino, senza fretta, come se volessero dirci: « Uh, come siete nojosi, con codeste schioppettate! ».

La vecchia donna Gesa, casiera di Celestino Calandra (vecchia e santa), con due mazzi di pollastrelli, uno per mano, dai colli tirati e ciondolanti, ci fulminava con gli occhi ogni mattina al ritorno dalla caccia; fulminava più di tutti Sebastiano Terilli, il quale, non contento dello sterminio delle ulive e dei polli, faceva poi, a tavola, arrabbiare Monsignore con certe discussioni che non stavano né in cielo né in terra.

Quel buon odore di casa campestre perduta in mezzo agli olivi e ai mandorli, quelle camere patriarcali, nude ampie sonore, dai pavimenti avvallati, che sapevano di antiche granaglie e di mosto e del sudore di chi fatica al sole e del fumo che esalano la paglia e la legna dei rozzi focolari, non erano riusciti a disarmare l’acre spirito di Sebastiano, filosofo dilettante e materialista convinto. È vero ch’egli ficcava l’anima in tutte le sue esclamazioni molto frequenti: – «All’anima di questo! all’anima di quello!» – ma quell’anima non era un’anima: era un modo d’intercalare.

Le discussioni più calorose avvenivano la sera, dopo cena, e disturbavano donna Gesa, la casiera, la quale prima d’andare a letto si rincantucciava, tutta raffagottata, in un angolo a recitare il rosario di quindici poste. La disturbavano, perché di continuo ella si sentiva tentata a interloquire e rintuzzare, come si scorgeva chiaramente dagli atti che faceva, dalle smusate che dava, da quel dito che di tratto in tratto si passava rapidamente due o tre volte sotto il naso arricciato.

Era una donnetta piccola magra e viva, sempre un po’ irritata. Tra le lunghe labbra sottili la saliva le friggeva. Batteva di continuo le pàlpebre su gli occhietti neri e furbi, da furetto. Giù dalle tempie, per le gote, fino al naso, le si allungava a fior di pelle un’intricata diramazione d’esilissime venicciuole violette.

Una mattina finalmente, dopo colazione, non poté più reggere. Si parlava di donne e di prender moglie e di Suocere e di nuore. Stefano Traìna, che aveva in casa una suocera demonio, s’era scagliato in una invettiva furibonda contro tutte le suocere.

– Ma tante volte, – uscì allora a dire donna Gesa, con le mani levate e le narici frementi, – sono vipere le nuore! Vipere, sì, vipere, vipere! E voce di cattive intanto hanno sempre le suocere.

Stefano Traìna la guardò un tratto come basito; balzò in piedi, corse in camera a prendere il fucile, e scappò via.

Rompemmo tutti in una risata fragorosa. Donna Gesa aggrottò le ciglia, e aspettò che finissimo di ridere; poi si volse verso Monsignore e, tentennando il capo in segno di commiserazione, domandò:

– Era buona la Poponé? Vossignoria lo sa: quella del miracolo dell’Angelo Centuno.

– Raccontate! raccontate! – le gridammo io e Bartolino Gaglio.

Ma Sebastiano Terilli, facendo campana:

– Un momento! Aspettate! Come avete detto? Centuno? C’è l’angelo cento e l’angelo centuno?

– Mi pare! – gli gridò subito in faccia Bartolino Gaglio, temendo che l’interruzione indignasse la vecchia e le facesse passar la voglia di raccontare. – Centuno, centodue, centotré... Che maraviglia? Ci sono gli angeli e Dio assegna il numero a ciascuno.

Celestino Calandra (giovane e santo) sorrise bonariamente e ci spiegò che quel centuno, non era, a dir proprio, un numero progressivo; ma che si trattava invece di un angelo particolare, per cui la gente del paese aveva una special divozione, come quello che aveva in custodia cento anime del purgatorio e le guidava ogni notte a sante imprese.

– Un angelo centurione? – fece il Terilli.

– Dunque... dunque, la Poponé? – domandai io, infastidito, rivolto a donna Gesa.

Questa si sedette e prese a narrare:

«Si chiamava veramente Maragrazia Ajello. Di soprannome, Poponé. Tutti gli Ajello, di padre in figlio, sono intesi così, chi sa perché.

Buona come il pane, sempre con gli occhi a terra, poverina, e con le labbra cucite. Il suo non era suo. S’era spogliata di tutto per il figlio, e stava dove la mettevano, senza dar fastidio neanche all’aria.

La nuora, invece, che si chiamava Maricchia, dispetti sopra dispetti, dalla mattina alla sera. Facciaccia tosta, che non arrossiva di nulla, linguacciuta e cimentosa poi!

Non c’è peggio delle donne cimentose.

Non voleva portare la mantellina come tutte le villane, perché diceva che il padre era della maestranza: portava il manto di lana, a pizzo e con la frangia, e voleva esser chiamata ’gnora e non comare.

La Poponé, zitta, per amore del figliuolo che abbozzava anche lui. Un po’ bestialotto era. Se fosse stato figlio mio! Basta.

Quante ne patì, povera creatura di Dio, la Poponé!

A sessant’anni – bisognava vederla – non un pelo bianco. Pareva una madonnina di cera, linda linda, coi capelli gremiti e fresca nelle carni più di una ragazza di quindici. Vestiva, come tutte le poverette, di baracane; ma ogni casacchina addosso a lei pareva di seta: tanto bel portamento aveva, con un che di civile. Tutti le davano passo appena la vedevano. Mi ricordo le mani, che finezza! Parevano un velo di cipolla. E sì che avevano faticato quelle mani!

Non c’era neanche da dire che la nuora si dispendiasse per lei, che pure aveva ceduto in vita al figliuolo tutto quanto possedeva: la casetta e una piccola chiusa, sotto le Fornaci. Campava ancora sul suo, facendo novene e recitando rosarii per conto dei divoti che venivano a trovarla fino a casa da miglia e miglia lontano, e la compensavano delle grazie che riusciva a impetrare dalle anime sante del Purgatorio, con le quali durante la notte era in comunione.

Se ne vedevano le prove ogni giorno.

Una volta – consta a me – una povera madre venne a trovarla per un figliuolo ch’era in America e non le scriveva più da tre mesi.

– Ritornate domani, – le disse la Poponé.

E il giorno appresso le annunciò che il figliuolo non le aveva più scritto perché era in viaggio di ritorno, e che già era arrivato a Genova e tra pochi giorni lo avrebbe riabbracciato.

Così fu. Guardate: lo dico, e mi s’aggricciano ancora le carni. Santa! santa! era proprio una santa la Poponé!

– Ma questo miracolo dell’Angelo Centuno? – le domandò Sebastiano Terilli.

– Ecco, ci vengo adesso, – rispose donna Gesa. Per avere un po’ di requie dai continui dispetti della nuora, un giorno la Poponé pensò di recarsi per qualche settimana al vicino paese di Favara, dove aveva una sorella, vedova come lei.

Ne chiese licenza al figliuolo e, avutala, andò da un compare del vicinato, che si chiamava zi’ Lisi, per chiedergli in prestito una vecchia asinella che egli aveva, un po’ tignosa, ma tranquilla come una tartaruga.

Sapeva bene la Poponé che a lei, zi’ Lisi, non l’avrebbe negata, quantunque per quella sua asina avesse tanto amore che non aveva più pace per tutto un giorno se essa la mattina non beveva intero il suo solito bugliolo d’acqua. Era un vecchio curioso, questo zi’ Lisi. Tutti sparlavano di lui, nel vicinato, per via di quella sua asina. Ogni mattina, le reggeva con le mani davanti al muso il bugliolo, invitandola col fischio a bere per una o due ore, tante volte; e guaj se le vicine, infastidite da quel fischio lamentoso, persistente, gli gridavano che la smettesse!

Vedovo come la Poponé, da tanti anni le stava attorno desideroso di mettersi con lei.

– Statevi zitto, santo cristiano! – gli dava sempre su la voce la Poponé; e si faceva il segno della croce, ché le pareva una tentazione del diavolo.

Quel giorno ella aspettò davanti al cortile acciottolato, dove zi’ Lisi aveva la casa e la stalla; aspettò un bel pezzo che il vecchio finisse di fischiare, tra gli sbuffi di tutte le vicine che la spingevano ad entrare, dicendole: "Su, su, se entrate voi, la smette!".

Alla fine il vecchio la smise, ed ella entrò nel cortile.

L’asina? Ma subito! Anche per un mese l’avrebbe prestata a lei, anche per un anno, e magari gliel’avrebbe donata, e tutto le avrebbe donato, tutto quanto possedeva, se...

– Daccapo, vecchio stolido? statevi zitto! Mi bisogna per una settimana. Debbo andare da mia sorella, alla Favara.

Com’egli intese proferire quel nome di Favara, spiritò, e cominciò a dire che mai e poi mai avrebbe consentito ch’ella andasse sola a quel paese d’assassini, dove ammazzare un uomo era come ammazzare una mosca. E le raccontò che un favarese, una volta, per provare se la carabina era ben parata, fattosi all’uscio di strada, la aveva scaricata sul primo che aveva veduto passare; e che un carrettiere di Favara, un’altra volta, dopo aver fatto montare sul carretto un ragazzino di dodici anni incontrato di notte lungo lo stradone, lo aveva ucciso nel sonno, perché aveva inteso che gli sonavano in tasca tre soldi; lo aveva sgozzato come un agnello, povero piccino; s’era messi in tasca i tre soldi per comperarsene tabacco; aveva buttato il cadaverino dietro la siepe, e arrì! a passo a passo, cantando aveva seguitato ad andare, sotto le stelle del cielo, sotto gli occhi di Dio che lo guardavano. Ma l’animuccia del povero ucciso aveva gridato vendetta, e Dio aveva disposto che lui stesso, il carrettiere, arrivato all’alba alla Favara, invece di recarsi alla carretterìa del padrone, si fermasse davanti al posto di guardia e coi tre soldi nella mano insanguinata si denunziasse da sé, come se parlasse un altro per bocca sua.

– Vedete che può  Dio? – gli disse allora la Poponé. – E perciò io non ho paura!

Zi’ Lisi insistette per accompagnarla; ma lei tenne duro; gli disse che avrebbe preso in affitto l’asino da qualche altro; e allora egli cedette e le promise che il giorno appresso, all’alba, l’asinella sarebbe stata davanti alla porta di lei, con la bardella e tutto.

Ora avvenne, che di notte zi’ Lisi, col pensiero dell’asina da approntare per l’alba, si svegliò. C’era un gran chiaro di luna, e gli parve giorno. Saltò dal letto, sellò l’asina in un amen e la condusse alla casa della Poponé. Bussò alla porta e disse:

– L’asina è qua, gna’ Poponé. L’ho legata all’anello. Il Signore e la bella Madre vi accompagnino.

La Poponé, zitta zitta, per non svegliare la nuora, il figliuolo e i nipotini, prese a vestirsi. Ma solita di levarsi alla punta dell’alba, non si capacitava, col silenzio che regnava tutt’intorno, che quella fosse l’ora di partire.

– Sarà! – disse. – M’avrà gabbata il sonno.

E uscì col fagottello sotto la mantellina. S’accorse subito, guardando il cielo, che quella non era alba, ma chiaro di luna. Tutto il paesello dormiva tranquillo; dormiva anche l’asinella in piedi, legata lì, all’anello accanto alla porta.

– O Gesù mio, – disse la Poponé. – Che stolido, quello zi’ Lisi! Debbo mettermi in cammino, di notte? Mah! Sono vecchia, c’è la luna; e non ho niente da perdere. Le animucce sante del Purgatorio mi accompagneranno.

Montò su l’asinella, si fece il segno della croce e s’incamminò.

Quando fu un buon tratto lontana dal paese, nello stradone, tra le campagne sotto la luna, andando lentamente su l’asinella, si mise a pensare a quel ragazzino sgozzato e buttato lì, dietro la siepe polverosa, povera creaturina di Dio; a tanti altri ammazzamenti e male vendette pensò, che si raccontavano della Favara, e intanto proseguiva con la mantellina in capo tirata fin su gli occhi per impedirsi di guardare le ombre paurose della campagna di qua e di là dello stradone, ove la polvere era così alta, che non faceva neanche sentire il rumore degli zoccoli dell’asinella.

Tutto quel silenzio e quel suo andare, e la luna e quella via lunga e bianca le parevano un sogno.

– O Animucce sante del Purgatorio, – diceva tra sé, – a voi mi raccomando!

E non smetteva un momento di pregare.

Ma, o fosse la lentezza del cammino, o la sua debolezza, o che, o come, a un certo punto, forse la vinse il sonno. La Poponé non lo seppe mai dire; ma il fatto è che ai due lati dello stradone, a un certo punto, svegliandosi, si trovò due lunghe file di soldati. In testa, nel mezzo dello stradone, andava a cavallo il capitano.

La Poponé, appena li vide, si sentì riconfortare, e ringraziò Dio, che proprio in quella notte del suo viaggio aveva disposto che quei militari dovessero recarsi anch’essi alla Favara. Le faceva però una certa meraviglia che tanti giovinotti di vent’anni non dicessero nulla vedendo in mezzo a loro una vecchia come lei, su un’asina vecchia più di lei, che non doveva fare certamente una bella figura, per lo stradone a quell’ora.

Perché cosi in silenzio, tutti quei soldati?

Non si sentivano nemmeno camminare e non sollevavano neanche un po’ di polvere. La Poponé ora li mirava sbigottita, non sapendo che pensarne. Le parevano ombre, sotto la luna; eppure erano veri, soldati veri, sì, col loro capitano là, a cavallo. Ma perché cosi silenziosi ?

Il perché lo seppe, quando fu in vista del paese, sul primo albeggiare. Il capitano a un certo punto fermò il cavallo e aspettò ch’ella lo raggiungesse.

– Maragrazia Ajello, – le disse allora, – io sono l’Angelo Centuno, di cui sei tanto divota, e queste che ti hanno scortata fin qui sono anime del Purgatorio. Appena arrivata, mettiti in regola con Dio, ché prima di mezzogiorno tu morrai.

Disse e scomparve con la santa scorta.

Quando la sorella, alla Favara, si vide arrivare in casa la Poponé, bianca, come di cera, e stralunata:

– Maragrà, che hai? – le gridò.

E lei con un filo di voce:

– Chiamami un confessore.

– Ti senti male?

– Devo farmi le cose di Dio. Prima di mezzogiorno morirò.

E così fu, difatti. Prima di mezzogiorno morì. E tutto il popolo di Favara scasò a vedere la santa che l’Angelo Centuno e le anime del Purgatorio avevano scortata quella notte fino alle porte del paese».

Donna Gesa tacque. Tacemmo, ammirati, io e il Gaglio e Monsignore, suo padrone. Ma Sebastiano Terilli, scrollandosi, esclamò:

– All’anima del miracolo! È questo il miracolo? E che miracolo è questo? Ma scusate... Miracolo? Perché miracolo? Ammettiamo tutto: ammettiamo che la poveretta non sia morta veramente di paura, e che quella non sia stata un’allucinazione spiegabilissima in una che credeva di parlare ogni notte con le anime del Purgatorio e con quest’Angelo Centuno; ammettiamo che l’angelo le sia apparso per davvero e le abbia parlato. Ebbene? Altro che miracolo! Questa è crudeltà feroce. Annunziare imminente la morte a una poverina! Ma noi tutti, scusate, noi tutti possiamo vivere solo a patto che...

Celestino Calandra protese le mani per rispondergli, e l’eterna discussione si riaccese più calorosa che mai.

Ma la fede, la fede! non si doveva tener conto della fede, di cui si nutre e s’appaga la povera gente? Gli uomini così detti intellettuali non vedono, non sanno veder altro che la vita, e non pensano mai alla morte. La scienza, le scoperte, la gloria, il dominio! E si domandano come faccia a vivere senza tutte queste belle e grandi cose la gente del popolo, quella che zappa la terra e che appare loro condannata alle più dure e umili fatiche; come faccia a vivere e perché viva; e la stimano bruta, perché non pensano che una ben più grande idealità, di fronte alla quale diventano vane e ridicole miserie tutte le scoperte della scienza e il dominio del mondo e la gloria delle arti, vive come certezza irrefragabile in quelle povere anime e rende loro desiderabile come un giusto premio la morte.

Chi sa quanto si sarebbe protratta quella discussione sul miracolo dell’Angelo Centuno, se un altro miracolo, e questo vero, autentico, indiscutibile, non la avesse a un tratto troncata.

Stefano Traìna, col fucile da caccia in pugno, si precipitò nella sala da pranzo tutto ansante, esultante, col volto paonazzo, congestionato, sgraffiato, affumicato.

Era riuscito finalmente a uccidere uno storno!

113  –  « Superior stabat lupus »

Corrado Tranzi, fino a ventiquattr’anni disprezzatore implacabile di tutte le donne, implacabile derisore di tutti gli uomini che se n’innamoravano, appena presa la laurea di dottore in medicina, chiamato per un caso d’urgenza mentre di buon mattino stava a concertare una partita di caccia nella farmacia d’un amico – (il bel cielo ? il tepore della primavera imminente? qualche sogno della notte?) – s’innamorò anche lui tutt’a un tratto, proprio in quella sua prima visita di medico.

Che pregi straordinarii e doti scoprisse in quella fanciulla che venne ad aprirgli la porta, spettinata, mezzo discinta, tutta affannata tra le lagrime, lo avrà saputo lui che li scoperse. Certo è che, fin dal primo vederla, restò abbagliato a guardarla in bocca, mentr’ella affollatamente gli parlava della zia trovata a letto, un quarto d’ora addietro, rantolante e senza conoscenza.

Introdotto nella camera della colpita, vide accanto al letto un giovinotto che forse, anzi certo, era il figlio, e un uomo e una donna che forse erano il padre e la madre della fanciulla. Il Tranzi notò subito che questa, mentr’egli dichiarava il male (caso indubbio e irrimediabile d’embolia cerebrale), s’era messa a carezzare i capelli del giovinotto, del cuginetto che piangeva con la faccia affondata nel guanciale proprio accanto al capo della madre agonizzante, e se ne stizzì tanto, che improvvisamente s’interruppe per ordinare che, perdio, quel figliuolo se ne poteva andare a piangere di là. Aria! aria! un po’ d’aria attorno al letto!

L’inferma morì tre giorni dopo. In quei tre giorni Corrado Tranzi riuscì a sapere tante cose: che la fanciulla si chiamava Ebe; che era figliuola d’un tal De Vitti, professore di fisica al Collegio Nautico; che la defunta era cognata del professore, vedova da tanti anni e accolta in casa col figliuolo che si chiamava Marco Perla; che questi, già impiegato modestamente alla Dogana, aveva chiesto col piacere dei parenti la mano della cuginetta, la quale però aveva rifiutato con molto dolore, confessando candidamente che le sarebbe stato impossibile sposarlo, perché, fin da bambina cresciuta con lui, lo amava come fratello, e solamente come tale e non altrimenti avrebbe potuto amarlo.

Sapute queste cose, Corrado Tranzi si fece avanti, senza perder tempo. Tra pochi mesi si sarebbe deciso il concorso a tre posti di assistente nell’ospedale maggiore della città, a cui egli aveva preso parte: era sicuro di vincere; sicurissimo; aveva poi qualcosa di suo e la professione di medico: poteva sposare.

Il professor De Vitti rimase dapprima costernato di tanta furia e della stranezza dei modi e del dire del giovine medico, ricciuto e barbuto, tutto scatti e schizzi tra sprezzature sbrigative; esitò; si provò a prender tempo con la scusa del lutto recentissimo; ma Corrado Tranzi, che giusto per questo lutto recentissimo temeva che l’amor fraterno della fanciulla per il cugino potesse da un momento all’altro cangiar natura col lievito della pietà, or che lo sapeva orfano anche di madre e bisognoso di conforto, tenne duro: o sì o no, subito! Ebe accettò e in pochissimo tempo si fecero le nozze.

Fu una furia, una frenesia d’amore, che durò appena un anno Ebe morì di parto. La sera stessa della sciagura, Corrado Tranzi, senza voler neanche vedere la bambina che, nascendo, aveva ucciso la madre, scappò via di casa come un pazzo; scomparve. Si venne poi a sapere che, incontrato per caso un giovane collega, il quale quella sera stessa doveva imbarcarsi come medico di bordo su un transatlantico, ne aveva preso il posto col piacere di lui, ed era rimasto in America, senza lasciar tracce di sé.

La bambina, orfana di madre e abbandonata così dal padre, crebbe in casa dei nonni, che la chiamarono Ebe come la loro figliuola. E sembrò ad essi che veramente la loro Ebe ricominciasse a vivere in quella bimba, dapprima tra le loro braccia, custodita con l’anima e col fiato, poi tra le loro cure piene di palpiti e di sgomenti.

A mano a mano, crescendo, Bebè somigliò sempre più alla mamma: ne ripeté tutte le grazie infantili, le mosse, i sorrisi, i primi giuochi, tra lo stupore accorato de’ due vecchi che credevano d’assistere a una prodigiosa resurrezione.

Il nipote, Marco Perla, nel vederla anche lui crescere così simile in tutto alla cuginetta ch’egli avrebbe voluto far sua, cominciò a provare di tratto in tratto, o per il guizzo di uno sguardo o per il suono d’una risata o d’una parola o per un capriccetto o una bizza della piccina, l’impressione curiosa quasi d’un arresto in sé, d’un ritorno misterioso a tante cose, non già riviventi, ma ancor vive dentro di lui; non già ai ricordi della sua infanzia trascorsa insieme con un’altra bimba, di cui questa era il ritratto preciso, ma agli stessi sentimenti onde quei ricordi erano animati e che si rifacevan vivi, della vita stessa della piccina.

La quale, ecco, come quell’altra, voleva giocare con lui; voleva – senza saperlo – far ripetere a lui quegli stessi giuochi già fatti con quell’altra se stessa, ch’era stata la sua mamma piccina.

E lui ripeteva quei giuochi.

Di ritorno dall’ufficio, si nascondeva dietro l’uscio dello stanzino buio, ov’erano due vecchi armadii. L’odore che covava in quel luogo attufato, senz’aria, senza luce, era come il respiro stesso dell’infanzia lontana. Gridava con la voce d’allora cu–cu, e stava ad aspettare che quella, quell’altra, ma viva, viva ancora in questa piccina, venisse a scoprirlo, a scovar lui anche piccino lì dietro quell’uscio; e, appena dallo spiraglio la intravedeva tutta ansiosa e vibrante e perplessa, ecco, come allora, tratteneva il fiato e trepidava e, potendo, scappava via da quel nascondiglio e si metteva a correre, a girare per non farsi prendere, attorno alla tavola apparecchiata, e si cacciava tra le seggio]e sotto la tavola per riuscir dall’altra parte, finché, caduto a sedere per terra, non si lasciava acchiappare dalla bimba accesa in volto e inferocita.

Ma per dove lo acchiappava? Oh! per i baffi ch’egli allora non aveva; o gli ghermiva le lenti, ch’egli allora non portava. E di questo improvviso ripiombare su se stesso restava in prima sbalordito, a lisciarsi sul labbro i baffi scomposti, a stropicciarsi gli occhi miopi smarriti. Qualche volta la zia lo sorprendeva ancor lì seduto per terra e gli domandava che facesse.

– Niente, – le rispondeva con un sorriso vano. Giuoco con Bebè.

Tra tutti i ricordi, più vivo e più preciso aveva quello del giorno e dell’ora che per la prima volta in un bacio della cuginetta aveva sentito d’improvviso, lui solo, il sapore e il calore d’un amor nuovo, diverso dal solito, per cui s’era tutto turbato e acceso, quasi che da quelle rosee e fresche labbra ignare gli fosse venuto un fuoco delizioso per tutte le vene. Ebe aveva dodici anni; lui quindici; ed era stato un giorno d’aprile, nelle prime ore del mattino. Lei si era accorta subito, allora, che egli in quel bacio aveva colto per la prima volta un sapor nuovo, e se n’era avuta per male e non aveva più voluto che lui la baciasse a quel modo.

Ma non s’accorgeva, non si poteva accorgere di nulla, ora, questa piccola Bebè già pervenuta a quell’età della madre, e ogni giorno, nel vederlo ritornare dall’ufficio, gli buttava le braccia al collo e lo baciava con ardente furia infantile.

Lui si restringeva tutto in sé e strizzava gli occhi e serrava i denti sotto quella furia per impedire con tutte le forze che anche da queste rosee e fresche labbra ignare, le quali per lui ancor più che per i vecchi nonni erano pur quelle medesime della prima Ebe, gli venisse lo stesso fuoco per tutte le vene.

– Non mi baci? Oh, come sei buffo! Che hai? gli domandò una volta Bebè, dopo averlo baciato, guardandolo in faccia e scoppiando a ridere. – Perché ti fai così brutto? Perché non mi baci?

Lui scappò via e, davanti allo specchio, si mise a piangere.

La morte quasi improvvisa del professor De Vitti venne a strappare violentemente Marco Perla da quell’ibrido e atterrito stato d’animo.

Il professore, entrato tardi nell’insegnamento, non aveva compiuto gli anni di servizio per la pensione, sicché alla vedova toccavano poche migliaja di lire: circa otto, che furono messe da parte per la nipotina.

Restò lui, ora, Marco Perla, unico sostegno della famigliuola.

Ne fu lieto, da un canto; ma dall’altro, l’idea che Bebè cominciasse a vedere in lui un altro, il capo di casa, quasi il padre, e a considerarlo come tale, lo sconcertò profondamente.

Da un pezzo la zia notava in lui curiose assenze di memoria, strane smanie, improvvise tristezze; e lo vedeva dimagrire e fissarsi sempre più in una ispida e squallida bruttezza. Sospettava che fosse innamorato; che quella morte dello zio gli avesse troncata la speranza di farsi una casa; che gli pesasse il debito di gratitudine per i benefizii ricevuti da bambino.

Marco Perla invece, nel vedere Bebè di giorno in giorno sbocciare come un fiore, era invasato dalla paura

che un altro d’un tratto venisse a strappargliela, come già gli era stata strappata la madre di lei, senza ch’egli potesse opporsi in alcun modo, pur sentendosi amato. Ma sl! una volta da fratello; ora forse da padre.

E presto venne infatti il giorno che la zia, tutta esultante, credendo di dargli un gran piacere, gli confidò che quella mattina stessa aveva ricevuto una lettera da un giovane, che si vedeva spesso passare per istrada, bello come un angiolo, diceva, biondo, coi capelli lunghi; un giovine pittore che presto sarebbe partito per Roma pensionato, e che... Non poté proseguire, la zia; tanto il volto del nipote s’era alterato.

– Ah, questo per Roma? come quell’altro per 1’America? – sghignò orribilmente. – Ma non vi basta una? Due eh? volete buttarne via due, così, al primo che capita ?

Diceva: volete, come se fosse ancor vivo lo zio e volesse anche lui infliggergli il supplizio dell’altra volta. Delirando, confondendo il primo strazio con questo d’ora, il primo amore per la cugina con questo per la figliuola di lei, ch’era per lui lo stesso amore superstite, lo stesso amore due volte vivo, egli gridò alla zia tutta la sua passione.

La zia, dapprima sbalordita, poi quasi atterrita, cercò di calmarlo. Gli disse che mai e poi mai non avrebbe sospettato ch’egli avesse potuto prendersi così d’amore per quella piccina. Sì, la ragione c’era; ma difficile farla intendere a Bebè che non sapeva nulla. Come dirle: «Tu, cara, hai creduto di vivere per te tutti questi anni, e invece no: tu hai vissuto per rinnovare a me, nel mio cuore, la passione che io ebbi per tua madre!».

Oh, lei, la zia, sarebbe stata felice d’affidare a lui quella piccina sua; proprio felice. Ma Bebè? Promise ajuto ma non bisognava aver fretta. Prima si doveva levar via dal cuore di Bebè quell’amoretto fatuo per il giovine pittore, dimostrandole che costui per l’età, per la professione, per tant’altre cose, non dava alcun serio affidamento; poi, a poco a poco... chi sa?

Furono per Marco Perla mesi d’angoscia e di disperazione.

Forse la zia non aveva saputo parlare. Lo argomentava dal contegno di Bebè verso di lui. Ma la zia lo assicurava che non le aveva ancor mosso alcun discorso di lui, neppure un cenno, e che Bebè era così, perché, indotta da lei, aveva troncato ogni corrispondenza con quel giovine già partito per Roma. Bisognava ancora aspettare, lasciarla quietare.

Aspettare? fino a quando? Più tempo passava, e più profondamente vedeva egli radicati nel cuore di lei il ricordo e il rimpianto di quel giovine già partito per Roma. O forse la zia non trovava il coraggio di parlare? Deperiva di giorno in giorno, povera vecchia, quasi rósa da quel segreto che egli le aveva confidato.

Lo trovò poco prima di morire, il coraggio di parlare a Bebè, la povera zia. Se la chiamò accanto al letto, e cominciò a domandarle se ella si rendesse conto della condizione in cui tra poco si sarebbe trovata: sola in casa, giovinetta, con un uomo che non le era né padre, né fratello, anche lui quasi giovane ancora, senz’alcun obbligo veramente verso di lei. Che cosa era egli per lei? Figlio d’una sorella della nonna. Ed ella per lui? Figlia d’un uomo, che un giorno era irrotto come una bufera in casa e l’aveva schiantata. Una pianticella quasi senza radici, era: la madre, morta; il padre, sparito. Non le restava altro sostegno che lui, Marco, il quale si era sacrificato per loro. Bisognava dargli un compenso, un premio per i tanti sacrifizii. Egli era buono e l’amava: le sarebbe stato padre e marito insieme. Se Bebè voleva ch’ella morisse tranquilla, le doveva dir sì.

Stupore, dolore, orrore, vergogna assaltarono e sconvolsero Bebè, a questa rivelazione inattesa. Si aggrappò al collo della nonna e, rompendo in singhiozzi, la scongiurò di non morire, per carità di lei. No no; ecco: la avrebbe tenuta stretta così, per sempre, e non le avrebbe permesso di morire, ecco, non glielo avrebbe permesso! Ora che sapeva questa cosa orribile, sola con zio Marco non voleva, non poteva più restare. Per carità! per carità! Sarebbe morta lei, piuttosto.

Bebè non aveva mai pensato al padre scomparso: non aveva mai avuto per lui alcun sentimento, né rancore né curiosità: esso per lei non esisteva, non era mai esistito. Cominciò a esistere il giorno della morte della nonna, allorché, ritornata in casa dal camposanto, si vide insieme con Marco Perla: insieme e divisa, insieme e nemica, conoscendo in lui un sentimento al quale non sapeva e non voleva rispondere.

Un odio cupo e feroce s’impossessò di lei per il padre sconosciuto che l’aveva messa al mondo e abbandonata senza neppure vederla; che dopo averle dato la vita, le aveva negato ogni diritto di esistere per lui, solo perché lei, senza sua colpa, nascendo, aveva ucciso la madre; come se questa non fosse stata una sciagura anche per lei, e anziché odio e orrore, la sua vista, la vista della figliuola orfana appena nata, non avrebbe dovuto suscitare in lui una maggiore pietà, il sentimento d’un doppio dovere! Era fuggito, scomparso, per orrore di lei, sottraendosi a ogni responsabilità per la vita che le aveva dato, e rovesciando questa responsabilità addosso ai due poveri vecchi, a cui aveva tolto la figlia, e ora addosso a uno, che non aveva alcun dovere di assumersela.

Bebè ignorava che anche a costui il padre aveva tolto qualche cosa; ignorava ch’egli aveva lasciato a costui il peso della figlia dopo avergli tolto l’amore della madre.

Dov’era il padre adesso? Viveva ancora? E come non pensava che, dopo tanti anni, potevano esser morti, com’erano difatti, i due vecchi, nelle cui mani aveva abbandonato la figliuola? Come non pensava a tutto ciò che sarebbe potuto accadere e che già accadeva a lei, così sola e senza ajuto? Forse egli aveva ora laggiù un’altra famiglia, altri figli, e pensando a questi che da vicino attendevano da lui amore e cure, si toglieva il rimorso di non aver mai pensato a lei lontana.

Ed ecco, uno adesso la raccoglieva, che di quanto aveva fatto per lei voleva esser pagato e in pagamento esigeva tutta lei stessa, tutta la sua vita che gli apparteneva, poiché colui, quell’altro, glien’aveva lasciato il peso.

Per la violenza di questi pensieri e di questi sentimenti, Bebè, affogata di tristezza, con lo spirito sconvolto dalla iniquità della sua sorte, ammalò subito e così gravemente, che per parecchi giorni fu in pericolo di vita.

Lottarono a lungo e senza tregua la sua volontà di morire e l’amore di Marco Perla, che le si espandeva attorno, vigile, fervido a trattenerla, a sostenerla, con insistenti, ininterrotte premure, pronto sempre a darle il proprio alito per ogni respiro che ella non volesse più trarre, e la propria vita per nutrire quell’atroce volontà di morte.

E alla fine vinse l’amore di lui; ed ella nel languido intenerimento e nell’abbandono della convalescenza, per gratitudine e per pietà, alla fine cedette e s’indusse a sposarlo.

Guarita, già donna, mirandosi il corpo fiorente, le carni ancor quasi acerbe e già offese e condannate a rimanere per sempre ignare d’ogni gioja d’amore, non poté sottrarsi alla riflessione che la misera, magra bruttezza di lui, già quasi vecchio, dava un valore inestimabile a quel suo corpo, e che perciò il pagamento che di esso egli aveva voluto farsi, rappresentava quasi un patto d’usura, solo in parte mitigato dall’adorazione di cui la circondava.

Sarebbe stata quest’adorazione simile in tutto a quella dell’avaro per il suo tesoro, se egli non si fosse poi dimostrato tanto ingordo di lei; oh sì, come se su lei volesse saziare una lunghissima fame, di cui ella sentiva orrore, ripensando ai baci che le aveva dato da bambina. E in quell’ingordigia s’imbruttiva sempre più, diventava di giorno in giorno più giallo, più ispido e magro. E anche s’accaniva a lavorare per migliorare le non laute condizioni finanziarie. Pochi mesi dopo il matrimonio, volle prender parte a un concorso interno tra gli ufficiali di dogana, e riuscì tra i vincitori. Doveva ora recarsi a Roma per un corso biennale di perfezionamento all’Istituto superiore di merceologia. Sperava, dopo i due anni, di poter rimanere a Roma, al Ministero delle finanze.

Se non che, durante lo sgombero della casa per la partenza, avvenne a Bebè di scoprire in un vecchio stipetto della nonna, relegato in soffitta, un fascio di lettere di quel giovane pittore partito per Roma circa due anni addietro per il pensionato artistico, lettere che la nonna aveva intercettate e nascoste intatte, forse perché non aveva osato distruggerle o forse perché fino all’ultimo s’era ripromessa di darle alla nipote, se Marco si fosse convinto ch’era vano sperare d’indurla a cedere.

A questa scoperta, Bebè sentì strapparsi le viscere e il cuore. Allibì dapprima, poi l’ira, lo sdegno le fecero un tale impeto nello spirito ch’ella, con le mani tra i capelli e gli occhi sbarrati e ferocemente fissi, si vide quasi impazzita nello specchio di quello stipetto.

Come, con quelle lettere sottratte, aveva potuto la nonna assicurarla che quel giovine, appena arrivato a Roma, s’era dimenticato di lei? Quelle lettere riboccavano di passione, gridavano e piangevano e scongiuravano. Ed ella aveva creduto alla nonna! E quel giovine aveva potuto pensar di lei tutto il male che ella aveva pensato di lui! Ma sì, ecco, nell’ultima lettera disperata, la dichiarava indegna del suo amore, e fatua e spergiura e civetta e senza cuore.

Ah, che infamia! che infamia! Si erano messi dunque d’accordo la nonna e Marco; d’accordo avevano commesso un tradimento così vile? Ma già! Non doveva pagare? Il sacrifizio della sua persona non bastava; anche col sacrifizio di quell’amore doveva pagare le cure, il mantenimento che le avevano dato. Oh, Dio, Dio, che cosa... oh Dio, che cosa...

Ma a Roma – ah! a Roma, adesso, si sarebbe vendicata. Avrebbe rintracciato quell’altro, a ogni costo. Anche a costo di perdersi, si sarebbe vendicata.

A Roma, tre mesi dopo, una sera d’inverno, alla porta del vecchio quartierino preso a pigione da Marco Perla in un lugubre casone del viale solitario di Castro Pretorio al Macao, bussava un vecchietto ferrigno dalla barba crespa, già molto brizzolata, che si confondeva col grigio bavero della pelliccia. Corrado Tranzi.

Attendendo che venissero ad aprirgli, col capo chino, le ciglia aggrottate e gli occhi torvi che palesavano un’ansia spasimosa, s’affondava le unghie nel palmo delle mani e stropicciava convulsamente i pollici sul dorso delle altre dita serrate.

Quando alla fine la serva venne ad aprirgli, alla vista della casa in cui stava per introdursi, sentì mancarsi il respiro.

– Il signor Perla?

La serva lo guardò costernata, e disse esitante:

– Ma non so se il signore, in questo momento, possa ricevere. Non sta bene, e...

– La signora?

– Anche lei.

– Malata?

– Ha avuto... non so... aspetti: vado a sentire il padrone.

E la serva scappò via lasciandolo li, davanti l’entrata, senza neppure invitarlo a varcare la soglia. Ritornò poco dopo a rispondere che il signor Perla si scusava, ma proprio non poteva riceverlo perché ammalato e che anche la signora era indisposta.

– Io sono medico, – disse allora il visitatore. – Per tutti e due.

Ed entrò.

– Ma signore...

– Dite al signor Perla che c’è il dottor Corrado Tranzi. Andate.

Marco Perla stava buttato, dalla sera precedente, su una poltrona in uno stanzino che voleva essere salotto e studiolo; vi aveva passata la notte; non se n’era levato neppure per prendere un po’ di cibo a mezzogiorno. Solo dalla serva, più tardi, aveva accettato una tazza di caffè con dentro una buccia di limone. Alnome di Tranzi restò come esterrefatto. E due volte tentò di balzare in piedi, ricascando ogni volta su la poltrona. Ajutato dalla serva, poté alla fine mettersi in piedi e accorrere nella saletta.

– Corrado?

Restarono per un momento entrambi, di fronte, come precipitati l’uno verso l’altro a guardarsi dal tempo remoto, in cui per l’ultima volta si erano veduti. In un attimo, con tutte le memorie balenanti di quanto era loro accaduto, dovevano colmare il vuoto di tutto quel tempo per riconoscersi così cangiati.

Oppresso di stupore, ansimante, Marco Perla credette di scorgere negli occhi del Tranzi l’animo con cui questi gli si rifaceva incontro. Non doveva pensare il Tranzi ch’egli avesse voluto prendersi una rivincita sposando sua figlia, poiché da lui aveva avuto tolta la madre? E non doveva a un tal pensiero essere pieno d’odio e d’orrore?

Si sentì mancare, sprofondare.

Ma si ritrovò invece tra le braccia di lui, sorretto premurosamente; udí invece la voce di lui che gli diceva:

– Tu... così... Ma stai male davvero! Qua... che hai?... Ma tu scotti! Non ti reggi! Hai la febbre...

E provò un sollievo, un refrigerio, un conforto, tanto più vivo e dolce, quanto più inatteso e insperato. Prese a singhiozzare, a gemere tra singhiozzi, mentre quegli, insieme con la serva, lo riconduceva alla poltrona nello stanzino:

– Ti manda Iddio! ti manda Iddio!

– Qua... qua... – riprese il Tranzi adagiandolo su la poltrona. – Che cos’è? Guardami... guardami bene in faccia... Vengo da Palermo... Sono sbarcato a Genova. Corro a Palermo, domando, mi informano di tutto... Tu... tu hai sposato mia figlia? Dov’è? dov’è?

Il Perla, accasciato, curvo, con le mani su la faccia, gridò rabbiosamente:

– Non l’avessi mai fatto!

– Non dovevi farlo, Marco! – rispose pronto il Tranzi, con una voce strana, che voleva parer di rimprovero e di rammarico soltanto, ma in cui vibrava un furore a stento contenuto. – Come, come hai potuto farlo?

– Te la puoi riprendere, ora! te la puoi riprendere... – disse allora affrettatamente il Perla, senza togliersi le mani dal volto. – Te la puoi portar via... via... via...

– Perché? dov’è, insomma? – domandò il Tranzi guardandosi attorno.

– Di là... S’è chiusa in camera... – rispose il Perla. – Aspetta... Aspetta...

Si voltò alla serva:

– Voi! andate ad avvertire la signora...

Poi, brancicando, si portò una mano nella tasca interna della giacca: ne trasse un logoro portafogli, ne cavò una lettera e la porse al Tranzi:

– Leggi prima... leggi...

– Che cos’è?

– Leggi... È del suo amante.

Corrado Tranzi serrò le pugna con la lettera, e, come una belva ferita, s’avventò su la poltrona, sopra il Perla, ruggendo:

– Ma tu...

– Io? – gridò allora quello reagendo, e in un furibondo prorompimento di ribellione, buttò in faccia all’antico rivale tutto il male che da lui aveva sofferto, tutto il bene che in cambio aveva fatto per riceverne poi in premio questo tradimento.

Alle grida, si fece davanti all’uscio, sgomenta, la serva. Appena il Tranzi la scorse, le gridò:

– Mia figlia?

E a un cenno accorse.

Ebe, su la soglia della camera in cui s’era chiusa, lo accolse spettinata, mezzo discinta, tutta affannata tra le lagrime, come già sua madre la prima volta lo aveva accolto in quel lontano mattino di primavera, quando lui, giovane medico, era stato chiamato per caso in una farmacia.

Era lei! Era lei! la sua Ebe che lo riaccoglieva così come si può accogliere un estraneo in un momento di improvviso, supremo bisogno! E ben chiaramente nello sguardo ostile le si leggeva, che se ella non si fosse trovata in quel tremendo frangente, non lo avrebbe accolto, non avrebbe voluto vederlo.

– Ebe mia! Ebe mia!

Conoscendola in sua madre, egli non poteva comprendere ch’ella, con quegli occhi stessi di sua madre, non potesse riconoscer lui. Si sentì con una mano respinto al petto dall’abbraccio.

– Non m’abbracci?... Oh, figlia mia! Lasciati almeno baciare sui capelli... Tu hai ragione. Ma tutto il male, tutto il male lo fece tua madre, con la sua morte!

– E chi l’ha scontato? – disse Ebe, guardandolo con dura freddezza negli occhi.

– Non tu sola! non tu sola! – replicò egli subito. Che ne sai tu? Sì, sono stato colpevole verso di te... Ma non credevo... non credevo... Ora che ti vedo, comprendo tutto!

Ebe vide il volto del padre, nel proferir queste ulti me parole, scomporsi d’improvviso in una espressione tra di stupore e d’orrore; gli udì soggiungere a bassa voce:

– Comprendo... comprendo perché lui t’ha sposata... Tu non sai, tu non puoi sapere...

Rabbrividì; comprese; domandò anche lei a bassa voce, inorridita:

– La mamma... Lui?

– Sì, sì...

E in questo riconoscimento provarono, l’uno, una rabbia feroce, come per un tradimento infame che colui, profittando vigliaccamente della sua assenza, gli avesse fatto con la madre; l’altra, il ribrezzo, l’abominazione come per un incesto che quegli avesse perpetrato su lei.

Si ritrassero tutti e due nella camera; ne serrarono l’uscio e parlarono a lungo tra loro. Egli le disse anche tutti gli stenti, tutte le lotte che aveva dovuto sostenere laggiù, pur disperato, divorato dal cordoglio. Il pensiero di lei, sì, gli era stato dapprima odioso, perché non riusciva a staccarlo da quello della morte della madre; gl’inacerbiva la piaga e lo rendeva feroce. Poi, quando poté cominciare a sentir pietà di lei abbandonata – (non rimorso veramente, mai, perché mai non immaginò che avessero potuto mancarle cure e affetto da parte dei nonni che supponeva ancora in vita) pensò che, avendola abbandonata così, non essendosi fatto più vivo con lei, avrebbe dovuto almeno farla ricca, per ricompensarla del lungo abbandono. E ricco difatti ritornava.

– Troppo tardi?

Troppo tardi, sì. Il tradimento – gli spiegò Ebe – non lo aveva commesso lei, lo avevano commesso la nonna e Marco, prima.

Egli aveva ancora in mano, appallottolata, la lettera che il Perla gli aveva dato da leggere.

– L’hai letta? – gli domandò Ebe.

– No, non ancora...

– Neanche io; ma ci dev’esser certamente la prova ch’egli non ha ancor nulla da rimproverarmi! Non ho ingannato né tradito. Non ho fatto altro che giustificarmi con questo... con questo giovine che mi ha scritto la lettera... Leggila... Leggila pure...

E prese a parlargli di quel suo amore ingenuo, quando si credeva libera di disporre di sé, del suo cuore; delle lettere sottratte dalla nonna e scoperte per caso alla vigilia della partenza per Roma.

Ma nel mezzo del racconto, la serva venne a picchiare all’uscio per avvertire che di là il padrone stava molto male, pareva soffocato.

Corrado Tranzi accorse. Perché gli venne di domandare in prima, se non fosse stato già chiamato il medico?

– No, nessun medico ancora, – rispose la serva.

Con l’ajuto di questa, egli trasportò sul letto Marco Perla che, tra le vampe della febbre, delirava. Lo spogliò; prese a esaminarlo; gli ascoltò il cuore, a lungo, poi i polmoni, picchiando sul petto, su le terga. Marco Perla sorretto dalla serva a sedere sul letto, col capo ciondoloni gemeva, rugliava, mormorava parole sconnesse. Finito l’esame, il Tranzi fe’ cenno alla serva di riadagiare sul letto l’infermo sotto le coperte, e si mise a passeggiare per la camera, assorto.

Non era provvidenziale, che lui, fin da quella sera appena arrivato, si potesse avvalere della sua qualità di medico?

Un brivido gli corse per la schiena. Si raddrizzò sul busto, dolorosamente, si passò le mani tremanti sui capelli; poi si portò un dito tra i denti e stette un pezzo a guardar fisso innanzi a sé. Movendo gli occhi, scorse la serva, si voltò a guardar l’infermo; andò a sedere presso un tavolinetto, su cui appoggiò i gomiti, stringendosi la testa tra le mani.

– È grave? – domandò allora la serva.

Egli si riscosse e la mirò, come se non avesse inteso. – Grave, sl, – poi disse. – Ma non c’è da dargli per ora alcun rimedio. Va’: nel caso chiamerò.

Rimasto solo, si levò da sedere, si rimise a passeggiare per la camera, schivando di guardare l’infermo.

Da anni e anni gli erano abituali certi terribili dialoghi con se stesso, che non potevano avere altra conclusione che in un atto estremo. Conosceva il ribrezzo per questo atto, il tumulto di tutte le energie vitali insorgenti a impedirlo, la volontà che le domava, lo sfogo che allora si davano quelle, nell’immaginare la vita che sarebbe rimasta per gli altri, dopo la sua morte. Ma qui l’atto violento da compiere non era più contro se stesso; e la vita che sarebbe rimasta per gli altri, non gli si rappresentava più come in una triste inutile successione di casi press’a poco invariabili. Qui, gli altri non erano più estranei indifferenti. Egli vedeva sua figlia; e la vita che gli si rappresentava, dopo l’atto violento da compiere, era quella di lei. Non avrebbe esitato un momento, se avesse dovuto agire contro se stesso. Ma agire contro un altro, e a tradimento, gli rendeva il ribrezzo invincibile.

Tutta la notte, dibattendosi in quella veglia spaventosa nella camera dell’infermo, cercò di radicarsi nell’orrenda decisione, che gli appariva di punto in punto sempre più necessaria e quasi fatale.

Altri aveva allevato sua figlia, altri la aveva finora mantenuta, per altri ella era ancora in vita. Egli non aveva mai fatto nulla per lei.

Doveva far questo, ora. Non aveva più altro da fare.

Le aveva portato la ricchezza; ma a che poteva valere per lei, ormai legata com’era a quel vecchio, dopo il sacrifizio del suo amore? Perché avesse valore per lei quella ricchezza, perché ella potesse dire di dover veramente la vita a suo padre, bisognava recidere, annientare quella che ella doveva agli altri; e il debito che aveva pagato con la propria persona. Sì, senza esitare, poiché così provvidenzialmente il caso lo favoriva, egli doveva sopprimere chi aveva fatto per la figlia tutto quello che avrebbe dovuto far lui; sopprimere chi aveva voluto in tutto sostituirlo, ripigliandosi anche la madre nella figlia. A questo solo patto poteva dirsi padre. Liberandola da tutti i legami contratti dal tempo in cui egli per lei non era esistito, le avrebbe ridato, con questa libertà e con la ricchezza, la vita.

Balenò a Ebe il sospetto della truce decisione del padre, nel vederlo la mattina dopo tutt’intento e premuroso nella cura del malato, dopo quanto tra loro era stato detto, la sera avanti? Forse sì; ma si vietò d’assumerne coscienza.

Troppo chiaramente però, infine, parlò lo sguardo di lui, quando, disfatto, curvo sul letto a spiare l’ultimo respiro del moribondo, si rialzò e si volse verso di lei, che gli stava accanto convulsa, atterrita.

Le diceva con quello sguardo di non aver paura perché egli doveva fare così.

Se la strinse al petto; le sussurrò tra i capelli:

– Sei libera. Puoi vivere ora.

Ma ella sentì che non poteva più, ora, sapendo. E s’appoggiò a quel petto per non scorgere sul letto la vittima.

114  – Nel dubbio

Nella sala terrena del grazioso villino in cima al poggio, gaja di luce e del tenero verde dei bambù sorgenti da un antico sarcofago, gaja dello sprillo d’una fontanella di marmo, la vecchia minuscola marchesa donna Angeletta Dinelli, seduta presso una piccola lucida scrivania di ghisa nichelata, sonò per la terza volta il campanello, tenendo tuttavia sul naso gli occhiali e in mano la lettera della figliuola, che scriveva da Roma.

La testolina incuffiata della marchesa tremolava quella mattina più del solito con tutti i riccioli argentei che le pendevano intorno alla fronte, e anche le piccole mani deformate miseramente dall’artritide e riparate da mezzi guanti di lana.

– Ma il commendatore? – domandò con vocetta agra di stizza alla cameriera che si presentò su la soglia.

– Avvertito, signora marchesa. Finiva di vestirsi. Ha detto che sarebbe venuto giù subito.

– Subito? Come i vecchi, doveva dire.

– Se crede...

– No, lascia, verrà.

E donna Angeletta tornò a rileggere per la quarta volta la lettera, mentre una voce cornea dietro la tenda della finestra ripeteva:

Verrà... Federico, Federico... Povero Cocò... verrà... Com–men–da–to–re...

La stupidissima bestia sul trespolo pareva volesse canzonare la marchesa, imitandone i tre toni di voce, con cui ella soleva chiamare il commendator Morozzi: quello frettoloso, confidenziale (Federico, Federico), quello di commiserazione un po’ derisoria (Povero Cocò) e l’ultimo, grave, e per così dire, di parata (Com–menda–to–re).

Pareva; perché il pappagallo poi aveva questo di buono, che non capiva nulla; e non si sognava dunque neppure di canzonar la padrona. Che sugo, del resto, ci sarebbe stato, anche per un pappagallo, a canzonare una vecchina già presso ai sessant’anni, che se un tempo aveva dato pretesto a ciarle non al tutto maligne in società, da tanti anni ormai viveva ritirata e tranquilla come una tartarughina in quella sua amena e solitaria villetta umbra?

Veramente donna Angeletta Dinelli, da tanto tempo vedova, avrebbe potuto sposare il commendator Federico Morozzi. Non l’aveva fatto, perché in realtà viveva con lui senza troppo scandalo quasi maritalmente anche quando era in vita il marchese, il quale, dopo la nascita dell’unica figliuola, se n’era scappato a prender aria a Parigi: tant’aria che n’era scoppiato quattr’anni dopo; e non ci sarebbe stato niente, proprio niente di male, se in questi quattr’anni non avesse dato fondo alle sue rendite e a buona parte di quelle di lei.

Donna Angeletta era come una bambola, allora: e se non avesse avuto accanto il Morozzi, senza dubbio si sarebbe ridotta all’elemosina, con la figliuola. L’affetto, lo zelo, la protezione del commendatore per la minuscola marchesa erano stati molto apprezzati in Roma; e quasi quasi, era sembrato non solamente scusabile, ma logico e inevitabile che qualcuno lì, in quella casa, si fosse messo a far da uomo sul serio, perché tanto lei, la marchesa, quanto lui, il marchesino, nel presentarsi la prima volta in società, avevano fatto la figura d’una coppia di ragazzetti parati per ischerzo a far da sposini, per una graziosa mascherata carnevalesca.

Senza l’intervento del commendatore, uomo serio, chi sa come sarebbero andati a finire quei due bambocci! Già s’era veduto: il marchesino, quando a un certo punto aveva voluto far l’uomo, era andato a rompersi il collo a Parigi.

Ammirabile era adesso per tutti l’esempio che quei due vecchi, il commendatore e la marchesa, offrivano d’una così lunga e perfetta fedeltà di amore, della compagnia piena di squisite attenzioni che entrambi a quell’età si tenevano ancora, in quel loro dolce ritiro.

Egli si dava tuttavia amorosissima cura della persona e voleva che anche lei se ne desse, in difesa, anzi a dispetto del tempo. Voleva che questo non gliela guastasse troppo, la sua povera bambola vecchierella, non approfittasse troppo dell’estrema gracilità di lei. Quelle povere manine! Se avesse potuto riparargliele, come già aveva fatto coi capelli! Perché non erano mica veri quei ricciolini argentei sotto la cuffia... Ma il cuore, il cuore sopra ogni altra cosa, avrebbe voluto ripararle, il cuore che le s’avvizziva troppo. Si offendeva tanto il commendator Morozzi, se donna Angeletta s’insaccava nelle spalle e, socchiudendo gli occhi, sospirava:

– Ormai, caro, ormai...

Che ormai! che ormai! Come un giovane innamorato, nelle tepide sere di primavera, egli voleva passeggiare a braccetto con lei, sotto la luna, pei viali inghiajati del giardino davanti la villa. Alto e robusto, doveva chinarsi un po’ da una parte per dar braccio a lei così piccina. Pareva che davvero credesse, che ancora la luna dal cielo facesse lume per loro e per loro odorassero le rose del giardino e scampanellassero i grilli lontani.

La vecchiaja a poco a poco rilascia tutto ciò che la giovinezza si era preso del mondo. Giovani, crediamo infatti che sia nostra ogni cosa, nostro o fatto per noi tutto il mondo. Vecchi, lasciamo che il mondo se lo prendano gli altri o credano di prenderselo; e ridiamo di questo inganno, d’un riso che non può non essere amaro, considerando che fu anche nostro e che ne fummo felici.

Così pensava ormai donna Angeletta che, se non questa, molte cose aveva già imparato dal suo vecchio amico, oltre a quelle altre che gli anni e i malanni le avevano fatto entrare a poco a poco nella testolina incuffiata, mentre negli ozii invernali si carezzava i mezzi guanti di lana protettori delle povere mani. E perciò spesso sospirava:

– Povero Cocò!

Tanto spesso, che il pappagallo aveva già imparato a ripeterlo così bene per conto suo.

Finalmente il Morozzi entrò nella sala, stropicciandosi le grosse mani pelose:

– Eccomi qua, eccomi qua...

Dopo il bagno, una passeggiatina svelta svelta in giardino... No? Perché no, quella mattina?

E il commendator Morozzi tese gl’indici e, con un gesto che gli era solito, li accostò pian pianino fino a toccarsi le punte insegate dei maschi baffoni grigi, come per accertarsi se stessero a posto.

Non poteva star fermo un minuto; a costringerlo, alzava una gamba, o spingeva un gomito, o stirava una spalla, o storceva la bocca, o contraeva una guancia e poi dàlli con gl’indici a toccarsi le punte dei baffi, facendo il bocchino.

– Nudo, nudo, nudo, cara mia; carissima mia, nudo! Potevo venir giù? – rispose frettolosamente al rimprovero di donna Angeletta.

Le si accostò, si chinò su lei, le tolse dal naso gli occhiali, come se volesse baciarla senza farglielo vedere, e:

– Che abbiamo? che è avvenuto?

– Nelda, – disse donna Angeletta, ponendogli una ma no sul petto per tenerlo discosto. – Guarda che letterona...

– A me? a te?

– A me, confidenziale. Da’, da’ gli occhiali... Dove li hai messi?

Il Morozzi glieli porse; donna Angeletta tornò a inforcarseli, e...

Mammina mia bella, – cominciò a leggere, – promettimi prima di tutto che non farai leggere questa lettera al commendatore...

– Brava! – esclamò questi, accigliandosi.

Scrivo a te solamente, – seguitò ella, – e voglio che tu laceri la lettera appena avrai finito di leggerla. Si tratta...

Donna Angeletta s’interruppe; guardò di su gli occhiali il Morozzi, e:

– Non te la leggo, per ubbidire, – disse. – Si tratta che io dovrei fingere di non aver ricevuto questa lettera e che, discorrendo così... tra noi, mi venisse a un tratto la curiosità di sapere se Giulio...

– Ah, – esclamò egli aggrondato, offeso, – si tratta di suo marito?

– Già... Ma non ci capisco nulla, – disse donna Angeletta.

– Brava! Nulla ci capisci tu; nulla voglio saperne io, – soggiunse il Morozzi, – me ne vado subito in giardino!

– Aspetta! – esclamò donna Angeletta, accennando di levarsi. – Nelda scrive a me, non perché non si voglia confidare con te, ma per non darti un dispiacere: me lo dice in fondo alla lettera espressamente. Sempre furie! sempre furie!

– Che dispiacere? – domandò il Morozzi, voltandosi, di nuovo con gl’indici tesi su le punte dei baffi. – Le solite sciocchezze!

– Già! Perché tu sempre hai protetto Giulio, – rispose la marchesa.

– Protetto? io? – esclamò il commendatore. – Per

ché se lo merita, se mai... Sta’ pur sicura, bella mia, che non ha fatto nulla di male, Giulio; perché, se qualcosa avesse fatto di male, Nelda, la signora baronessa, avrebbe scritto a me, a me, a me, non a te, per farmi un piacere!

– E se non fosse cosa d’ora? – disse donna Angeletta. – Se si trattasse d’un vecchio peccataccio, che tu sai ?

– La Zena? – domandò allora il Morozzi. – Si tratta di quella povera diavola?

– Ecco! – fece la Dinelli.

– Ma se è tutto finito, strafinito, arcifinito! Ancora? Perbacco! Se tutto era già finito due anni prima, due, due anni prima che Giulio sposasse la Nelda! A quella povera diavola avevo dato marito io...

– E il figlio? – domandò donna Angeletta, con un tono che lasciava intendere che qui lo aspettava.

– Il figlio? – disse il Morozzi, restando. – Che figlio? il figlio che Giulio ebbe da...?

– L’ebbe di sicuro? – tornò a domandare donna Angeletta. – Ecco il punto! Nelda vuol sapere proprio questo.

– Se Giulio ebbe un figlio? E perché?

– Perché... il perché non lo dice. Ma io temo che vogliano giocargli qualche tiro. Sapessi come insiste Nelda, perché tu prenda esattissime informazioni, fino ad acquistar la certezza assoluta che il figlio sia stato proprio di Giulio. Capirai che, avendo avuto da fare con una donna come...

– Che! ché! che! – proruppe a questo punto il commendator Morozzi. – La Zena? Ma fammi il piacere! Quella povera figliuola? Diciassette anni aveva... figlia d’onesti contadini! Incapace! E poi, se il bambino è morto...

– Morto?

– Morì dopo due mesi.

– E allora? – disse donna Angeletta, non sapendo più che pensare.

– Da’ qua la lettera, – riprese con fare sbrigativo il commendatore. – Andiamo per le spicce.

S’accostò alla finestra per legger meglio. Doveva leggere a distanza, a braccio teso, perché – prèsbite – s’ostinava a credere di non aver punto bisogno degli occhiali. S’impostò lì in un atteggiamento eroico; ma a un tratto diede un balzo. Il pappagallo, dietro la cortina, per fargli a suo modo una carezza, gli aveva pinzato la mano con cui reggeva la lettera.

– Brutta bestiaccia! – gridò. – Parola d’onore, le tiro il collo qualche volta...

Tutti e due, donna Angeletta e il pappagallo, gli risposero con lo stesso tono:

– Povero Cocò!

– Permetti? – disse allora il Morozzi su le furie. Vado a leggere in giardino.

E uscì a passi concitati.

Rideva ancora, rideva forte, quando, di lì a mezz’oretta, rientrò in sala, agitando la lettera.

– Ma non hai capito nulla? proprio nulla?

Donna Angeletta lo guardò un pezzetto, un po’ urtata da quel riso, perplessa, ma già inchinevole a sorridere anche lei della propria costernazione.

– Tu hai capito?

– Io? Ma perfettamente! – esclamò il commendatore. – È così chiara la ragione della lettera... Si capisce dal tono, scusa! Di’ un po’, quanti anni sono che Nelda è maritata?

– Quattro, a ottobre.

– E niente figliuoli! – soggiunse subito il Morozzi. – Nelda non somiglia mica a te! Nelda, dico... se non mi passa, è alta quanto me, e... dico, florida, robusta come me... Non si persuade, che possa mancare per lei. Capisci adesso?

– D’aver figliuoli?

Il Morozzi le rispose con un gesto espressivo delle mani, e aggiunse:

– Ma s’è ricordata, com’ella dice, che da ragazza «colse a volo» qualche discorso tra me e te, sul conto di Giulio, qualche accenno a quel trascorso giovanile di lui, alla nascita di quel bambino... Vedi che ne parla cosi, senza darci alcun peso, mentre insiste molto invece su le ricerche scrupolose da fare per venir bene in chiaro se il figlio fosse proprio di Giulio... Ne dubita, è evidente! E perché ne dubita?

Tornò a rider forte il commendator Morozzi e concluse:

– Sciocchezze! sciocchezze! sciocchezze!

– Risponderò allora... – prese a dire donna Angeletta.

E il commendatore:

– Risponderai così: Sciocchezze, dice Federico; dice che... già no! non dico nulla, io, poiché la signora baronessa s’è vergognata di rivolgersi a me: ma glielo puoi dire tu, da te, forte, che è una sciocchissima creatura! Non sono ancora quattr’anni! Godete finché siete giovani, senza pensieri! I figliuoli verranno... S’è dato il caso d’aver figliuoli anche dopo quindici anni. E quanto a Giulio dille che non mi faccia il torto di dubitare d’un marito che le ho scelto io! Il figliuolo era proprio suo e ci posso metter le mani sul fuoco, perché quella Zena, povera figliuola... ma figurarsi! So io quel che mi ci volle per rimediare... Suo, suo, suo; si metta il cuore in pace la signora Nelda e aspetti...

– Paziente e fiduciosa... – Ecco, benissimo, così! Paziente e fiduciosa. 

Quattro giorni dopo, arrivò da Roma a donna Angeletta Dinelli, quest’altra letterina breve breve della figliuola:

 

Mammina mia bella,

Due paroline in fretta e furia per non tenerti in pensiero.

Che predicone m’hai fatto, tu mammina mia piccola e cara! E fuor di luogo, sai?

Non tenere più in alcun conto la mia lettera precedente, che tu avrai lacerata. Te l’ho scritta... non so più neanch’io bene perché. Fisime!

Sappi che già... non vorrei dirtelo ancora, ma temo, temo forte che, da due mesi, tu abbia cominciato a esser nonnina, ecco!

Aspetta ancora un po’ per annunziarlo al Commendatore.

Un bacio in fretta dalla tua

Nelda

 

– E allora? – domandò il commendator Morozzi, sgranando tanto d’occhi, appena donna Angeletta ebbe finito di leggere. – Tutto quell’impegno di sapere se Giulio aveva proprio avuto un figliuolo?

Donna Angeletta si portò alla fronte una di quelle sue povere mani; poi, sotto lo sguardo di lui ancor pieno di stupore, disse:

– Chi sa che storie, pazzerella...

E non disse altro.

Ma questa volta aveva capito lei, invece.

Che cosa? Non volle dirlo; se lo chiuse in cuore, per non amareggiare invano dopo tanti anni il suo povero Cocò.

Era sicurissimo infatti, il povero Cocò, che la Nelda fosse sua figlia; e lei non aveva mai detto una sillaba per toglierlo da questa sicurezza. Ma ne era ugualmente sicura lei?

Conviveva allora anche col marito, col marchesino...

Che senso di smanioso tormento, quali fitte di rimorso le aveva cagionato il non sapere, il non poter dire neanche a se stessa a chi appartenesse veramente il nuovo essere che cominciava a viverle in grembo; a chi dovesse lei stessa le ansie trepide, i dolori della maternità, da cui, pur caduta, quantunque in peccato,: si sentiva dinanzi a se stessa nobilitata; a chi avrebbe dovuto domani le gioje che dal frutto delle proprie viscere le sarebbero venute! E che strazio anche dipoi, nel vedere, nel sentire la propria creatura ignara tendere le manine e dir babbo a chi forse non era tale!

Ah, per perversa che sia una moglie, e quantunque nemica, a torto o a ragione, del proprio marito, vorrebbe aver sempre la certezza che appartiene a questo il frutto delle proprie viscere, non fosse altro per non sentir lo strazio della menzogna incosciente su le tenere e pure labbra della propria creaturina!

Ora Nelda...

Ma poteva confidar queste cose donna Angeletta Dinelli al commendator Federico Morozzi?

115  – La corona

Il dottor Cima si fermò all’entrata della villetta comunale, che sorgeva sul poggio all’uscita del paese; stette un pezzo a guardare il rustico cancello a una sola banda, sorretto da due pilastri non meno rustici, dietro ai quali si levavano tristi due cipressetti (tristi, quantunque attorno a loro ridessero in ghirlande qua e là, tra il cupo verde, alcune roselline rampicanti); guardò l’erto viale che dal cancello saliva al poggio, alla cui vetta stava tra gli alberi un chiosco che voleva sembrare una pagoda; e aspettò che il desiderio di farsi una giratina per sollievo in quella vecchia villetta quasi abbandonata riuscisse a vincere in lui la rilassatezza delle membra, che il tepore inebriante del primo sole gli aveva cagionato.

Il fresco d’ombra di quella poggiata a bacìo era saturo di fragranze selvatiche: amare, di prugnole; dense e acute, di mentastri e di salvie. Veniva dagli alberi, come un invito, il cinguettìo continuo degli uccellini festanti per il ritorno della dolce primavera. E il dottor Francesco Cima si mise a salire a lenti passi alla villetta, respirando con voluttà quell’aria satura di fragranze, rapito, stordito, quasi vaneggiante in un’ebbrezza deliziosa.

La vista di quelle piante rinverdite, che si beavano smemorate nel sole, lo svolare delle farfalle bianche su i fiori dell’ajuole, davano ai pensieri del dottore, che non potevano esser lieti, un contorno quasi vaporoso, di sogno.

Com’era bella quella villetta quieta, in cui nessuno veniva a passeggiare!

– Se fosse mia...

Ecco: il desiderio, non potendo la mano rapace, allungava un sospiro. E chi sa quanti e quanti non venivano lì a passeggiare appunto per questo, per non sospirare come lui adesso: Se fosse mia!

Perché è destino delle cose che sono di tutti di non essere poi propriamente di nessuno.

A ogni passo un palo e una tabella: «Proibito di entrare nelle aiuole»; «Proibito di danneggiare le piante»; «Proibito di cogliere i fiori».

Si era insomma padroni soltanto di guardare, passando. Ora la proprietà vuol dire «io», non vuol dire «noi». E lì dentro uno solo poteva dir «io»: il giardiniere, che era dunque il padrone vero, e per giunta pagato per esserlo, e vi aveva casa e stato e vendeva per conto suo i fiori, ch’eran di tutti e di nessuno.

Un trillo, fra tanti, più acuto, ridestò chiara a un tratto nel dottore la memoria d’una villeggiatura lontana, in una vecchia cascina perduta tra gli alberi dell’aperta campagna, lieta della vicinanza del mare. Ah! era ragazzo allora: un ragazzaccio che aveva la passione della caccia. Quanti poveri uccellini aveva uccisi!

Le amarezze, le costernazioni, i fastidii che gli venivano dalla sua professione di medico, gli s’erano quasi addormentati in fondo all’anima. Non così il rammarico d’aver compiuto da qualche mese quarant’anni. Il più bel tempo della vita era già finito per lui, e purtroppo senza ch’egli potesse dire d’aver goduto mai veramente della giovinezza. E c’era forse da godere nella vita! Oh, sì, poteva, poteva esser bella la vita; poteva una mattinata serena come quella compensare di tante afflizioni e di tante noje.

Il dottore si fermò, a un pensiero sortogli improvviso: quello di tornare indietro, di correre a casa a prendere la giovane moglie (era sposo da sette mesi), per far godere anche a lei l’incanto di quella passeggiata. Rimase un tratto perplesso, poi riprese ad andare lentamente per il viale.

No. Quell’incanto era per lui solo. Sarebbe stato anche per la moglie, forse, se lei fosse venuta senza il suo invito, a passeggiare da sola. Insieme, l’incanto sarebbe svanito, per tutt’e due. Ecco, era già svanito anche per lui, solamente a pensarci. L’amaro di quella sottile malinconia, dianzi avvertito appena, gli saliva ora alla gola.

Non che avesse da ridire minimamente su la moglie. Tanto buona, poverina! Ma aveva circa diciotto anni meno di lui; appena ventidue; ed egli, già coi capelli grigi su le tempie e la barba brizzolata.

Sette mesi addietro, sposando, aveva sperato che la stima affettuosa, dimostratagli durante il breve fidanzamento, avrebbe potuto cangiarsi presto in amore, facilmente. Bastava che ella si accorgesse appena che, nonostante quella canizie su le tempie, egli la amava come un fanciullo. Non aveva amato mai, prima di lei, alcun’altra donna.

Sogni! L’amore, il vero amore (egli lo sentiva bene) in sua moglie non era ancor nato, non sarebbe forse mai nato. Gli sorrideva, gli dimostrava in tanti modi di volergli bene, ma così, come per dovere.

Ora, non sarebbe stato forse tanto aspro per lui il cordoglio, se un certo puntiglio non glie l’avesse segretamente esacerbato, impedendogli di fare anche su la sua giovane compagna quelle riflessioni un po’ amare ma piene di bonaria indulgenza, con le quali era pur solito di scusare e compatire tante altre cose nella vita.

Da ragazza, sua moglie, s’era innamorata, col fervore dei diciott’anni, d’un giovanetto, studente di liceo, morto di tifo. Lo sapeva, perché era stato chiamato come medico, allora, proprio lui al letto di quel giovane. E sapeva ch’ella era stata lì lì per impazzire dal dolore; che s’era chiusa in una camera, al bujo, per molte settimane, senza voler vedere nessuno; che non era più uscita di casa; che avrebbe voluto farsi monaca. Uh, se n’erano dette tante, in paese! L’intera cittadinanza s’era commossa al caso crudele di quell’amore di due giovani spezzato dalla morte, perché egli, il povero morto, era nelle grazie di tutti per la vivacità dell’ingegno, per le gentili fattezze, per i modi gioviali e garbati; e lei, lei che lo piangeva disperatamente, era ritenuta con ragione una delle più belle ragazze del paese.

Quando, dopo circa un anno, forzata dai parenti, s’era presentata in qualche radunanza, la sua vista, il suo contegno, l’aria mesta del volto, i mesti sorrisi avevano destato in tutti, e specialmente nei giovani, una fervida ammirazione, una vivissima tenerezza. Essere amato da lei, scuoterla da quel fascino doloroso, richiamarla alla vita, all’amore, alla giovinezza, era diventato il sogno, l’ambizione d’ogni giovanotto.

Ma lei si era ostinata in quel suo lutto. Ostentazione, no; ma, a poco a poco, qualcuno aveva cominciato a susurrare malignamente che ella, pur così umile e modesta, doveva provare un certo compiacimento del proprio cordoglio, essendosi accorta ch’esso la rendeva a tutti più cara, più ammirevole. Forse chi diceva così, parlava per dispetto o per gelosia. La prova ch’ella non intendeva, con quelle gramaglie, d’essere maggiormente desiderata, era nel fatto che in pochi mesi aveva rifiutato quattro o cinque profferte di matrimonio, serie profferte dei migliori giovani del paese.

Erano passati quasi due anni dalla sciagura, e nessuno più ormai, dopo quei rifiuti così recisi, s’attentava a chiederla in isposa, quando s’era fatto avanti lui, il dottor Cima, quantunque sconsigliato dagli amici; e – sissignori – era stato accolto, lui, subito.

Passata la prima sorpresa però, tutti s’erano spiegata la ragione di quella vittoria. Ella aveva detto di sì, perché il dottore non era più giovane, e nessuno dunque avrebbe potuto supporre che ella lo sposasse per amore, per vero amore: aveva detto di sì, perché egli stesso non avrebbe certamente preteso d’essere amato come un giovanotto, e si sarebbe contentato di quell’affetto quieto e tepido, fatto di stima, di gratitudine e di devozione.

Che così fosse veramente, non aveva tardato a comprenderlo anche lui. Ne aveva tanto sofferto; ne soffriva tanto tuttora; doveva fare più volte al giorno sforzi violenti su se stesso, ora per frenare uno scatto, ora per non tradire il rammarico acerbo. Era una vera tortura sentirsi tuttavia giovane nel cuore, e non poterlo dire, non poterlo dimostrare, per paura di perdere anche la stima e la gratitudine di lei, accordate solo a questo patto: reprimere ogni impulso di quell’amore che per lui era il primo e sarebbe stato l’ultimo.

Mah! giovane ancora, anzi bambino, per una sola donna egli avrebbe potuto essere ormai: per la sua vecchia mamma, se non fosse morta da tre anni! Lei, sì, avrebbe sentito bene con lui l’incanto di quella mattinata deliziosa; e, senza pensarci due volte, egli sarebbe corso a prenderla a casa, la sua santa vecchierella, per farla ristorare al tepore di quel primo sole. L’avrebbe trovata certamente rannicchiata in un cantuccio, col rosario in mano, a pregare per tutti i malati ch’egli aveva in cura.

Sorrise con dolce mestizia il dottor Cima a questa immagine, scrollando lievemente il capo, mentre saliva al vialetto più alto della villa sul poggio. Pregando per tutti i malati ch’egli aveva in cura, la sua santa vecchierella non dimostrava molta fiducia in lui e nella sua scienza. Glielo aveva domandato scherzosamente una volta, ed ella gli aveva subito risposto che non pregava per questo, ma perché Dio lo ajutasse a salvare i suoi malati.

– E dunque tu credi, che senza l’ajuto di Dio...

Non lo aveva lasciato finire.

– Che dici? L’ajuto di Dio ci vuol sempre, figliuolo!

E pregava, pregava da mane a sera; tanto che egli, quasi quasi, avrebbe desiderato di non aver molti clienti, per non stancare troppo le labbra di lei.

Tornò a sorridere. Col ricordo della madre, i suoi pensieri avevano ripreso i contorni vaporosi del sogno; l’incanto gli s’era rifatto.

Glielo ruppe improvvisamente il nuovo giardiniere, che si trovava lassù a sarchiare in un pratello.

– Oh, eccomi qua, signor dottore! M’ha cercato a lungo ?

– Io no, veramente...

– È pronta, sa? bell’e pronta fin dalle otto.

E, così dicendo, gli si fece avanti col berretto in mano e la fronte imperlata di sudore.

– Se vuol vederla, è qua, nella pagoda. Andiamo subito.

– Veder che cosa? – domandò il dottore, restando. – Io non so...

– Come, signor dottore! La corona.

– La corona?

Il giardiniere lo guardò, restando anche lui, non meno stupito.

– Scusi, non ne abbiamo 12, oggi?

– Ebbene?

– Non mi ha mandato la serva l’altro jeri, a ordinarmi per oggi una corona?

– Io?... per il 12?... Ah, già... – disse allora il dottore, fingendo di ricordarsi. – Ho mandato... già... ho mandato la serva...

– Rose e violette, non si ricorda? – e il giardiniere tornò a sorridere della smemorataggine del signor dottore. – È pronta da stamani alle otto! Venga a vederla.

Per fortuna si mosse avanti e così non poté notare l’alterazione improvvisa del volto del dottore, che lo seguì come un automa, con gli occhi attoniti, foschi, la bocca aperta, aperte le mani.

Una corona? La moglie, di nascosto, aveva ordinato una corona? Sì, il giorno 12 appunto cadeva l’anniversario della morte di quel ragazzo. Ancora, dopo tre anni? Pur essendo adesso sua moglie? Gli mandava di nascosto una corona... Moglie già d’un altro! Lei, così timida; lei, così modesta, tanto ardire! Tanto dunque lo amava? tanto viva era ancora la memoria di lui nel suo cuore? E perché aveva sposato un altro, allora? Se il suo cuore era ancora di quello, e sempre di quello sarebbe stato? Perché? perché?

 

Così tra sé farneticando, il dottore seguitava ad andar dietro al giardiniere. Voleva vederla, quella corona; sì, vederla per accertarsi bene, con gli occhi suoi, che sua moglie era capace di un tale inganno, d’un tal tradimento.

Quando la vide, là nella pagoda, in un angolo, ritta su una tavola di ferro, appoggiata alla parete, gli parve che fosse per lui, e restò a mirarla a lungo.

Il giardiniere, interpretando a suo modo quell’ammirazione:

– Bella, eh? – domandò. – E tutte rose e violette fresche, sa? colte all’alba. Pochine, cento lire, signor dottore! Sa che fatica metterle insieme a una a una tutte queste violette? E le rose? D’inverno, perché rare; quand’è stagione, perché le vogliono tutti... pochine cento lire! Me ne deve dare almeno altre venti.

Il dottore si provò a parlare, ma sentì che gli mancava la voce; aprì le labbra a uno squallido sorriso, e si sforzò a dire:

– Io... pagartela, eh? Poche, cento lire... Rose e violette, già... cento venti? Eccole qua.

– Grazie, signor dottore, – s’affrettò a rispondere il giardiniere, prendendo il denaro. – Creda che le merita...

– Tienla qua, – troncò il dottore, rimettendo in tasca il portafogli. – Se viene la serva, non gliela dare. Verrò a prenderla io.

E uscì dalla pagoda; scese per il viale; svoltò; appena si vide solo, nascosto, si fermò, strinse le pugna e contrasse tutto il volto in uno spasimo di riso:

– Gliel’ho pagata io...

Che doveva fare adesso? Prendere la moglie, senza farle male, e ricondurla alla casa del padre: ecco, sì, questo si meritava! E che andasse a piangere lontano quel suo ragazzo morto, senza rubar così l’amore d’un galantuomo, ch’ella aveva, se non altro, il dovere di rispettare. Né amore, né rispetto? Ah, ella aveva rifiutato i giovani e s’era preso uno, per lei vecchio, perché costui l’amore, via!, non si sarebbe neppur sognato di pretenderlo, coi capelli già grigi, con la barba già brizzolata; ma avrebbe anche chiuso un occhio, e anche tutti e due, su la sua pena antica; non si sarebbe avuto a male di nulla, il vecchio! Però di soppiatto gliela mandava, la corona! Meno male! Eh già, moglie d’un altro, non aveva stimato conveniente andar lei, di persona. Per quanto vecchio il marito, via, sarebbe stato un po’ troppo! Aveva mandato la serva a ordinar la corona, in prova del costante amore; e la avrebbe fatta appendere dalla serva alla tomba di quel suo povero amore.

Ah, com’era stata ingiusta veramente la morte di quel ragazzo! Se fosse vissuto, quel ragazzo, se avesse avuto il tempo di divenire uomo, di divenire esperto e istrutto anche lui di tutte le sagge perfidie della vita, e la avesse sposata lui, la sua cara fanciulla innamorata; si sarebbe accorta bene costei, che altro è fare all’amore dalla finestra, a diciott’anni, altro è vivere nella dura realtà quotidiana, quando già le prime fiamme si sono ammorzate e comincia il tedio dei giorni uguali, e la stanchezza, e nascono i primi dissapori, e il giovane marito comincia a esser sazio e stufo della moglie e pensa già di tradirla... Ah, come avrebbe desiderato ch’ella avesse potuto fare per qualche tempo, con quel ragazzo là, una siffatta esperienza! Allora sì, questo vecchio...

Serrò più volte le pugna fino ad affondarsi le unghie nelle palme; poi si guardò le mani che gli tremolavano, e alla fine si riscosse traendo un lungo sospiro.

L’impeto della prima impressione era caduto. Stette un pezzo a guardare innanzi a sé, vide poco discosto un sediletto e andò a sedervisi meccanicamente.

Ebbene, e questo vecchio, – seguitò a pensare, – non intendeva forse di regolarsi anche lui come un ragazzaccio? fare una scenata? uno scandalo? Oh, allora tutti quelli che avevano indovinato così facilmente la ragione per cui egli era stato subito accolto: – Uno scandalo? – avrebbero esclamato. – Eh, via, in fin dei conti perché? Per una corona da morto... Certo ogni anno la poverina, per il giorno 12, aveva mandato una corona al camposanto. Il nuovo giardiniere non lo sapeva. Quell’anno, anche quell’anno ella, naturalmente, se n’era ricordata... Naturalmente, sì, perché il povero dottore, via, non aveva potuto farglielo dimenticare. Se n’era ricordata, e non aveva saputo resistere alla tentazione. Certo, oh, certo aveva fatto male... Ma il sentimento non ragiona! Si trattava d’un morto, alla fin fine!

Così tutti avrebbero pensato.

E allora che doveva far lui? Lasciar correre? fingere di non saper nulla? ritornar sù, dal giardiniere, a dirgli che desse alla serva quella corona, trattenuta lì perché gli servisse da prova?

Ah, no, questo no! Avrebbe dovuto anche farsi restituire il danaro pagato, raccomandare a colui di star zitto...

E allora? andare a casa, a domandare inutili spiegazioni alla moglie? rinfacciarle il sotterfugio, l’inganno, e punirla?

Come sarebbe stato meschino! Più meschino ancora che a far lo scandalo...

Era grave, il fatto, ma per il suo cuore che n’era rimasto ferito; grave anche per il ridicolo che gliene sarebbe potuto venire, se il caso si fosse risaputo, perché provava il poco rispetto che sua moglie aveva per lui. Egli doveva vincere il proprio cuore, dirgli che aveva un bel sentirsi giovane, quando tutti lo credevano vecchio. Un giovanotto, sì, avrebbe potuto anche fare uno scandalo; lui, vecchio, no; doveva mostrarsi superiore, lui, e imporre altrimenti alla moglie il rispetto.

Si alzò, con gran calma, ma con un senso d’indolenzimento in tutte le membra. Gli uccelletti della villa seguitavano a cinguettare, festanti. Dov’era più l’incanto di poco prima?

Il dottore lasciò la villa e s’avviò per ritornare a casa. Quando giunse al portone, però, addio calma! Aveva un affanno da cavallo; e non sapeva come avrebbe fatto a salir la scala, con quelle gambe che gli tremavano. L’idea di riveder la moglie, adesso... Doveva esser più triste del solito, ella, in quel giorno... Ma forse avrebbe saputo dissimular bene la tristezza: era già abituata, rassegnata. Ed egli la amava, oh miseria! la amava tanto, tanto... e sentiva, in fondo, ch’ella meritava d’essere amata; sì, perché era buona anche, buona come appariva da quelle pure fattezze delicate, da quei profondi occhi neri, vellutati, nel pallor bruno del volto.

Venne ad aprirgli la serva. La vista di costei lo sconcertò. Era a parte del segreto, quella vecchia, complice dell’inganno Stava da tanti anni a servizio nella casa paterna della moglie, era affezionatissima a questa; e forse non avrebbe parlato; certo però non avrebbe saputo apprezzare né fors’anche comprendere ciò che egli aveva già divisato di fare. Sarebbe stata a ogni modo una testimonia volgare. Ed egli voleva che quanto stava per fare rimanesse segreto tra lui e la moglie.

Entrò diviato alla camera di lei.

La moglie era davanti la specchiera a pettinarsi. Di tra le braccia alzate sul capo, le scorse nello specchio il volto, incontrò lo sguardo di lei, che esprimeva sorpresa di vederlo in casa a quell’ora insolita.

– Sono ritornato, – disse, – per invitarti a uscire con

me.

– Ora? – domandò lei, voltandosi, senz’abbassare le braccia che reggevano sul capo il volume dei bellissimi capelli neri, ancora sciolti; e gli sorrise languidamente.

Egli si turbò quasi fino alle lagrime a quel pallido sorriso, come se vi avesse scorto una profonda pietà di lui, dell’amore che le portava, del dolore ch’ella ancora non indovinava, ma che tra poco avrebbe saputo.

– Sì, ora, – rispose. – È tanto bello, fuori... Sbrìgati. Andremo alla villetta, anche più lontano, in campagna . Prenderemo una vettura...

– Perché? – domandò lei, quasi senza volerlo. – Giusto oggi?

Egli temette, a questa domanda, che lo sguardo lo tradisse. Stentava già tanto a mantenere calma la voce.

– Non ti andrebbe, oggi? – disse. – Ma ti farà bene, vedrai. Sbrìgati, sbrìgati. Voglio così.

Si mosse per uscire dalla camera. Sulla soglia si voltò:

– T’aspetto nello studio.

Poco dopo, ella era pronta. Ah, per questo lo ubbidiva sempre, buona buona; faceva sempre ciò che egli voleva e com’egli voleva: soltanto sul cuore di lei, eh, lì no, egli non aveva alcun potere. Una timida opposizione aveva tentato appena: – Giusto oggi? – ma pure, ecco, con tutta l’angoscia che in quel giorno doveva aver dentro, aveva ubbidito, era pronta ad andare a passeggio, in campagna, dove lui voleva.

Uscirono; attraversarono per un tratto a piedi il paese, poi egli prese a nolo una vettura, e ordinò al vetturino di fermarsi davanti la villetta comunale. Qua, smontò lui solo, pregando la moglie d’attenderlo un poco. Quando, dopo circa un quarto d’ora, ella, già turbata e costernata, lo vide ridiscendere dalla villetta, seguito dal giardiniere che reggeva su le braccia la corona, fu per mancare. Ma egli la sostenne con lo sguardo.

– Alcamposanto! – ordinò al vetturino, rimontando subito in carrozza.

Appena questa si mosse, ella ruppe in un pianto irrefrenabile, recandosi il fazzoletto sugli occhi e sulla bocca.

– Non piangere, – diss’egli allora, piano. – Non ho voluto dirti nulla a casa; non vorrei dirti nulla neanche adesso. Ti prego, non piangere. L’ho saputo per caso. M’ero recato là alla villetta a passeggiare; e il giardiniere me l’ha detto, credendo che l’avessi ordinata io, questa corona. Non piangere, sù! Andiamo a deporla insieme, vedi?

Ella stette con gli occhi nascosti nel fazzoletto, finché la vettura non si fermò davanti al cancello del camposanto.

Egli la ajutò a scendere, poi prese la corona ed entrò con lei nel recinto.

– Sai, dov’è?

Ella fe’ cenno di no, col capo.

– Vieni! – diss’egli, incamminandosi per il primo viale a manca, e guardando a una a una tutte le tombe, che vi erano allineate

Era la penultima di quel viale. Egli allora si scoprì il capo, depose la corona su la pietra tombale, si ritrasse pian piano e, senza farsi scorgere da lei, s’allontanò, come per darle tempo di recitare una preghiera. Ma ella restò lì, muta, senza poter nemmeno staccare il fazzoletto dagli occhi. Non un pensiero, non una lagrima per il morto. Come smarrita, si voltò a un tratto a cercare il marito, lo chiamò, come finora non l’aveva mai chiamato; gli s’appese al braccio, convulsa:

– Perdonami! Perdonami! Portami via!

116  – Jeri e oggi

La guerra era scoppiata da pochi giorni

Marino Lerna, volontario del primo corso accelerato di allievi ufficiali, avuta la nomina a sottotenente di fanteria, dopo una licenza di otto giorni trascorsa in famiglia, partì per Macerata, ov’era il deposito del reggimento a cui era stato assegnato: il 12.mo, brigata Casale.

Contava di passar lì qualche mese per l’istruzione delle reclute, prima d’esser mandato al fronte. Invece tre giorni dopo, mentre si trovava nel cortile della caserma, fu improvvisamente chiamato, non seppe da chi; e sù per le scale si trovò insieme con gli altri undici sottotenenti arrivati con lui a Macerata dai diversi plotoni.

– Ma dove? Perché?

Sù, in sala. Dal colonnello.

Rigido sull’attenti, coi compagni, davanti una tavola massiccia, ingombra d’incartamenti, fin dalle prime parole di quel colonnello dei carabinieri, che teneva in sostituzione il comando della caserma, comprese poco dopo che doveva esser giunto un ordine di partenza per loro.

Con gli occhi ancora abbagliati dal sole di giugno che splendeva giù nell’ampio cortile, non riuscì in prima a discernere, nel bujo di quella tetra sala, se non l’argento della montura al collo della divisa del signor colonnello, il roseo d’una lunga faccia cavallina tagliato da un grosso pajo di baffi, e il biancheggiar delle carte sulla tavola

Per un tratto, smarrì nello scompiglio tumultuoso dei pensieri e dei sentimenti il senso delle parole proferite con voce dura e urtante. Si sforzò di prestar attenzione e, sissignori, era proprio così: l’ordine di partenza era per la sera del giorno appresso.

Già al deposito si sapeva che il 12.mo occupava al fronte una tra le più aspre e difficili posizioni, sul Podgora; e che i più giovani ufficiali vi erano stati mietuti in parecchi assalti infruttuosi. Bisognava, dunque, correr subito a colmare quei vuoti.

La tensione dell’animo, appena il colonnello licenziò quei dodici giovani, si sciolse in ciascuno di loro, per un istante, in un curioso stordimento, quasi di delusa ebbrezza. Subito se ne distolsero per abbandonarsi a un eccesso di disinvoltura rumorosa; da cui però, un momento dopo, tornarono a riprendersi con uno studio di mostrare l’uno all’altro che quella loro disinvoltura non era punto affettata.

Si trovarono, a ogni modo, tutti d’accordo nella decisione di correre al telegrafo per annunziare ai parenti con parole animose la partenza.

Tutti, meno uno. Proprio quell’uno tra gli ottanta del plotone allievi ufficiali che da Roma era stato assegnato con Marino Lerna al 12.mo reggimento: un tal Sarri; proprio quel tal Sarri che a Marino Lerna era tanto dispiaciuto d’avere a compagno, quasi che la sorte avesse voluto tra gli ottanta camerati del plotone romano scegliergli quello appunto che gli era più antipatico.

Ma veramente quel Sarri non aveva nessuno, a cui telegrafare la sua partenza. In quei tre giorni passati insieme a Macerata, Marino Lerna, pur non riuscendo a mutare in fondo l’opinione che n’aveva, s’era sentito tuttavia un po’ meglio disposto verso di lui, forse perché da solo a solo il Sarri aveva smesso quell’aria sprezzante che lo aveva reso a Roma inviso a tutti i compagni del plotone. Marino Lerna aveva creduto di capire che lo sprezzo del Sarri derivava da un proposito, ch’era in lui quasi bisogno istintivo, di non confonder mai il suo sentimento con quello degli altri, dimostrando in tutti i modi ch’egli sentiva, non pur diversamente, ma l’opposto, senza punto curarsi dell’altrui stima. Era forse, insomma, antipatico più per professione che per natura, e aveva l’orgoglio delle antipatie che suscitava. Poteva permetterselo, perché molto ricco e solo al mondo.

Da Roma s’era portata a Macerata una donnina allegra, che manteneva da circa tre mesi, ben nota ai compagni del plotone. Contava anche lui di rimanere al deposito forse più d’un mese e voleva in questo tempo cavarsi del tutto – diceva – almeno il gusto più facile, quello bestiale dell’altro sesso, sicuro com’era che non sarebbe certamente mancato per lui di morire in guerra, tanto l’idea di seguitare a vivere, dopo la guerra, nell’enfasi d’una patria piena d’eroi, gli era intollerabile.

Marino Lerna, mentre con gli altri si dirigeva al telegrafo, vedendolo restare indietro, si trattenne.

– Tu non vieni?

Il Sarri scrollò le spalle.

– No... volevo dire... – riprese il Lerna per riparare. un po’ imbarazzato, alla sciocca domanda. – Volevo chiederti un consiglio.

– Proprio a me?

– Non so... guarda: tre giorni fa, partendo da Roma, assicurai mio padre e mia madre... – Tu sei figlio unico? – Sì, perché? – Ti compiango. – Eh, lo so, per i miei. Li assicurai che non sarei partito per il fronte se non tra qualche mese, e che prima di partire sarei andato a salutarli per ...

Stava per dire «per l’ultima volta». S’interruppe. Il Sarri lo capì; sorrise.

– Ma dillo pure, per l’ultima volta.

– No, ecco, speriamo di no; faccio le corna. A salutarli, diciamo, ancora una volta, prima di partire.

– Bene. E poi?

– Aspetta. Mio padre si fece promettere, che se per caso m’avessero negato la licenza, lo avrei avvertito a tempo perché potesse venir lui con la mamma a salutarmi qui. Ora, noi partiamo domani sera alle cinque.

– Se prendono questa sera il treno delle dieci, seguitò il Sarri, – domattina alle sette possono essere qua per passare con te quasi tutta la giornata.

– Dunque, me lo consigli? – domandò Marino Lerna.

– Ma no! – esclamò il Sarri, senza esitare. – Scusa, hai avuto la fortuna di partire senza pianti...

– No, per questo, la mamma ha pianto!

– E non ne sei contento? Vorresti vederla piangere ancora? Ma di’ che parti stasera e salutali di qui! Sarà meglio per te e per loro.

Poi, vedendo che il Lerna restava lì incerto e perplesso:

– Ciao, eh – gli disse. – Vado ad annunziarla a Ninì io, la partenza. Sarà da ridere. Mi ama! Ma quella, se piange, la scazzotto.

E se n’andò.

Marino Lerna s’avviò al telegrafo ancora perplesso se seguire o no quel consiglio. Altelegrafo ritrovò i compagni che avevano tutti telegrafato gli addii, senz’altro; e fece come loro; ma poi, ripensandoci e parendogli d aver fatto un tradimento alla povera mamma, al babbo, spedì un nuovo telegramma d’urgenza, nel quale li avvertiva che se prendevano il treno delle dieci di sera, avrebbero fatto in tempo a salutarlo prima della partenza.

La mamma di Marino Lerna era una dura donnetta all’antica, come ne conserva ancora la provincia.

Eretta sul busto armato di grosse stecche, ossuta, un po’ legnosa, pur senz’esser magra; in un’ansia continua, tra sospetti e diffidenze, voltava di qua e di là gli occhietti aguzzi di topo, irrequieti.

Adorava tanto quel suo unico figliuolo, che per lui, per non staccarsi da lui già studente d’Università, aveva lasciato gli agi della sua casa antica, le abitudini patriarcali della sua vita in un villaggio degli Abruzzi; e da due anni era andata a stabilirsi nella Capitale ove si sentiva sperduta.

Arrivò la mattina del giorno appresso a Macerata in tale stato, che subito il figlio si pentì d’averla fatta venire. Ma lei protestava di no, appena scesa dal treno: di no, di no; senza poter più staccare le braccia dal collo del figlio, piangendogli sul petto:

– Non me lo dire, Rinuccio... non me lo dire...

Ilpadre le batteva intanto, serio serio, una mano sulla spalla. Perché era uomo, lui. E non piangeva, lui.

A Roma, poco prima di partire, aveva avuto un certo discorso con un signore sconosciuto, il quale aveva anch’esso un figliuolo al campo fin dal primo giorno della guerra e due altri più piccoli in casa. Un certo discorso, sì. Niente. Un discorso tra due padri, ecco.

– Senza piangere...

Però, nello sforzo di trattenere il pianto a ogni costo (sforzo che gli appariva evidentissimo dagli occhietti lustri, febbrili), la sua magra personcina molto curata aveva ora una ridicola solennità artificiosa che faceva pena, forse più di quell’abbandonato cordoglio della madre.

Era senza dubbio esaltato; accennava a quel suo misterioso discorso con quel signore sconosciuto, come per nascondervi un proposito che aveva intanto un ben curioso effetto: quello di fargliela vedere, come da fuori, a lui stesso, la sua esaltazione mascherata di calma, e di fargliene forse provare ora rimorso, ora fastidio, di fronte alla nuda schiettezza, alla commozione forte e muta del figlio che soffriva del pianto della sua mamma e le faceva coraggio più con le carezze che con le parole.

Fu pur troppo, come il Sarri aveva previsto, uno strazio inutile.

Accompagnati i genitori all’albergo, Marino Lerna dovette scappare subito in caserma, dove fu trattenuto fin quasi a mezzogiorno. E appena finito lì, nella stessa camera dell’albergo, il desinare (perché la mamma con quegli occhi disfatti dal pianto non fu possibile portarla al ristorante; e poi non si reggeva più sulle gambe), appena finito il desinare, dovette di nuovo ritornare in fretta in furia alla caserma per le ultime istruzioni. Cosicché il padre e la madre non poterono rivederlo che pochi momenti appena, prima della partenza.

Ma un bel discorso, un bel discorso lungo e ragionato si provò a fare il padre alla moglie, come rimasero soli. Cose peregrine le disse in quel discorso, provandosi spesso a ingollare e passandosi la manina tremicchiante sulle labbra: che non si doveva piangere così, perché non era mica detto che Rinuccio... Dio liberi... i casi potevano esser tanti... il reggimento, per ora, poteva anche esser mandato in seconda linea, se si trovava agli avamposti, come dicevano, fin dal primo giorno della guerra... e poi, se tutti i soldati che andavano al fronte fossero morti, addio... più facile era che fossero feriti.. qualche feritina lieve... a un braccio, per esempio.. Dio lo avrebbe assistito, il loro figliuolo... perché fargli così la jettatura con quel pianto? Eh... eh... a vederla piangere così, Rinuccio si sarebbe impressionato; certo che si sarebbe impressionato...

Ma la madre diceva che non era lei. Gli occhi... gli occhi... che poteva farci? Per il senso che le facevano

tutte le parole, tutti gli atti del suo figliuolo: un senso strano e crudele, di ricordo.

– Ogni parola, capisci? mi fa l’effetto che non me la dica ora, ma che me la diceva... Così! Mi resta impressa, come se lui già non ci fosse più... Che posso farci?... Dio... Dio...

– E non è jettatura, questa?

– No! che dici!

– Dico che è jettatura! E io mi metterò a ridere, vedrai che io mi metterò a ridere, quando partirà.

Se avessero seguitato ancora un poco, avrebbero litigato. C’era già acuta, fustigante l’impazienza per il ritardo del figliuolo. Ma Dio, come non capivano i superiori che quegli ultimi momenti dovevano essere riserbati a una povera mamma, a un povero padre?

L’impazienza diventò smania insopportabile, allorché tutti i compagni di Marino cominciarono a venire alla spicciolata e in gran fretta all’albergo, con le carrozze che si fermavano li davanti ad aspettare il bagaglio per ripartir subito verso la stazione. Ecco, l’attendente dell’uno portava già la cassetta; l’attendente dell’altro, lo zaino, il cappotto, la sciabola; e via tutti a precipizio, in carrozza, di gran trotto.

Marino, uscito per ultimo dalla caserma, era corso a ritirare un paio di scarpe imbullettate, da campagna, ordinate il giorno avanti; e aveva fatto tardi.

Più che un distacco, fu uno strappo, una furia, un precipizio. C’era il rischio di perdere il treno. Difatti, arrivò col padre e la madre alla stazione, che già chiudevano gli sportelli delle vetture: si cacciò in una, da cui i compagni si sbracciavano a chiamarlo; e subito il treno parti fra un tumulto di gridi, di pianti, d’augurii, tra uno svolazzio di fazzoletti e cenni di mani e di cappelli.

Quando il signor Lerna, che aveva agitato il suo fino all’ultimo, ma senza nessuna convinzione, quasi stizzito che non gli avessero dato il tempo di farlo bene, si voltò, ancora mezzo intronato, a cercarsi accanto la moglie, non la trovò più: l’avevano trasportata, svenuta, nella sala d’aspetto.

Una gran quiete, ora, nella stazione. Non c’era più nessuno. Solo, nel vano abbagliante del lungo e stanco

pomeriggio estivo, i binarii lucidi, e un lontano ininterrotto stridio di cicale.

Tutte le carrozze avevano già ricondotto in città la gente venuta a salutare i partenti; e non se ne trovò più nessuna davanti la stazione, allorché la mamma di Marino Lerna, alla fine rinvenuta, fu in condizione d’esser trasportata all’albergo.

Il guardasala, impietosito, si profferse d’andare al prossimo garage per far venire l’omnibus automobile, che doveva esser già di ritorno.

All’ultimo momento, quando la signora, sorretta, quasi portata di peso, vi aveva già preso posto, e l’omnibus stava per avviarsi, venne di furia a montarvi una giovine bionda, sbucata chi sa da dove, con una gran paglia fiorita di rose in capo, molto scollata e vestita alla bizzarra; occhi e labbra dipinti; ma che piangeva anche lei perdutamente.

Una bella giovine.

Aveva, raccolto in una mano, un minuscolo fazzolettino di filo azzurro, ricamato; teneva l’altra, sfavillante d’anelli, su la guancia destra, come per nascondere il rossore e il bruciore d’un terribile schiaffo.

La Ninì, che il sottotenente Sarri s’era portata da Roma, tre giorni addietro.

Il padre di Marino Lerna capì subito di che genere fosse quella biondina lì. Non capì la madre che, vedendosi di faccia un’altra donna che piangeva come lei, non seppe tenersi da domandarle:

– È moglie la signora?

Quella, col suo fazzolettino da bambola sugli occhi, fece subito di no col capo.

– Sorella? – insistette la madre.

Ma a questo punto il marito intervenne col gomito a fare, sotto sotto, un segno alla moglie.

La giovine notò forse quel segno: comprese, a ogni modo, che l’inganno di quella vecchia signora sul suo conto non poteva durare a lungo, e non rispose.

Ma un’altra cosa, anche più triste, comprese, mentre seguitava a piangere. Comprese che lei ora impediva a quella vecchia mamma di piangere, perché quella vecchia mamma, ora, provava onta a confondere le sue lagrime con quelle di lei.

Erano lagrime, per tanto, anche le sue; e lagrime d’una pena più rara assai di quella così comune e naturale d’una mamma.

Non era stata soltanto del Sarri ultimamente, a Roma, la Ninì; era stata anche di altri compagni di lui in quel plotone allievi ufficiali; e chi sa, fors’anche di colui, per cui quella vecchia mamma ora piangeva.

A mezzogiorno, era stata a tavola con loro, con dieci di loro. Una tavolata di diavoli. Glien’avevano fatte di tutti i colori, e lei li aveva lasciati fare, perché si stordissero come tanti matti, quei poveri ragazzi in procinto di partire per la guerra. Avevano voluto finanche scoprirle il seno, là, alla vista di tutti, in trattoria, perché era famoso tra loro quel suo piccolo seno, quasi ancora virgineo, dai tuberi eretti; e gliel’avevano voluto battezzare, matti, con lo champagne; e lei li aveva lasciati fare e toccare, baciare, premere, stringere, strappare, perché se lo portassero, sì, vivo lassù, quell’ultimo ricordo della sua carne d’amore; lassù dove forse a uno a uno tutti que’ bei giovani di vent’anni sarebbero morti domani. Aveva tanto riso con loro, e poi, sì, Dio mio... poi, baciandoli per l’ultima volta... Ma le era arrivato da parte del Sarri quel terribile schiaffo sulla guancia destra. E no, no: non se n’era avuta per male...

Via, avrebbe potuto dunque lasciarla piangere senz’offendersene, quella povera vecchia mamma. La lasciava piangere, certo; ma non piangeva più lei, ora, povera vecchia mamma, che n’aveva chi sa quanto bisogno.

E allora, ecco che lei si sforzò di trattener le sue lagrime, per lasciare scorrere quelle della madre. Ma invano. Quanto più si sforzava di trattenerle, tanto più impetuose esse le rompevano dagli occhi, premute anche dalla ragione crudele per cui cercava d’impedirsi lo sfogo. E alla fine, trangosciata, non potendone più, scoprì il volto, proruppe in singhiozzi, gemendo:

– Per carità... per carità... non posso farne a meno, signora... Questo mio pianto... Posso piangere anch’io, signora... Lei, per suo figlio... e io... non per suo figlio propriamente... per uno ch’è partito con lui, e che mi ha anche percossa, perché piangevo... Lei per uno solo... io per tutti... posso per tutti... anche per suo figlio, signora... per tutti... per tutti...

E tornò a nascondersi la faccia, non resistendo al duro cipiglio di quella madre, che stava ora a guardarla col rancore geloso che hanno tutte le mamme per le donne come lei.

Troppo schianto aveva provato la madre alla partenza del figlio. E ora troppo bisogno aveva d’un po’ di tregua e di silenzio. Colei glielo turbava non solo, ma anche gliel’offendeva. Il pensiero che il figliuolo non sarebbe stato esposto al pericolo prima di due giorni le concedeva quella tregua. Ella poteva dunque esser dura; e fu dura. Per fortuna, il tragitto dalla stazione alla città era breve. Appena giunta, scese dall’omnibus senza neanche volgere uno sguardo a quella là.

Il giorno appresso, durante il viaggio di ritorno, alla stazione di Fabriano, la signora Lerna, mentre col marito se ne stava affacciata al finestrino d’una vettura di prima classe, rivide la giovane, che cercava di corsa un posto nel treno. Era in compagnia d’un giovanotto; recava tra le braccia un fascio di fiori, e rideva.

La signora Lerna si volse al marito e disse forte, in modo da farglielo sentire:

– Oh, guarda là, quella che piangeva per tutti!

La giovane si voltò, senz’ira, senza sdegno.

– Povera mamma buona e stupida, – le disse con quello sguardo. – E non capisci che la vita è così? Jeri ho pianto per uno. Bisogna che oggi rida per quest’altro.

117  –  Nel gorgo

Al Circolo della racchetta non si parlò d’altro tutta la sera.

Il primo a darne l’annunzio fu Respi, Nicolino Respi che n’era profondamente addolorato. Alsolito, però, non riusciva a impedire che la commozione gli s’arricciasse sulle labbra in quel sorrisino nervoso che nelle discussioni più gravi, come nei momenti più difficili del giuoco, gli rendeva così caratteristico il visetto pallido, itterico, dai tratti taglienti.

Gli amici gli si fecero intorno, ansiosi e costernati:

– Impazzito davvero?

– No, per ischerzo.

Traldi, sprofondato sul divano con tutto il peso del corpaccio da pachiderma, fece più volte leva con le mani per tirarsi sù a sedere più in punta, spalancando nello sforzo gli occhi bovini, venati di sangue, schizzanti dalle orbite. Domandò:

– Ma scusa, lo dici... (ohi ohi...) lo dici, perché ha guardato anche te?

– Anche me? guardato? che vuoi dire? – domandò a sua volta, stordito, Nicolino Respi, rivolto agli amici. – Io sono arrivato questa mattina da Milano, e trovo qua questa bella notizia. Non so nulla, e non riesco ancora a comprendere come Romeo Daddi, perdio, il più placido, il più sereno, il più savio di tutti noi...

– L’hanno chiuso?

– Ma sì, vi dico! Oggi alle tre. Nella casa di salute Monte Mario.

– O povero Daddi!

– E donna Bicetta? Ma come... Sarà stata lei, donna Bicetta ?

– No! Lei, no! Lei, anzi, non voleva assolutamente!

accorso il padre, jeri l’altro, da Firenze.

– Ah, per questo...

– Già, e l’ha forzata a prender questo partito, anche per lui... Ma ditemi il fatto com’è! Tu, Traldi, perché m’hai domandato se Daddi aveva guardato anche me?

Carlo Traldi s’era riaffondato beatamente nel divano, col capo buttato indietro, la pappagorgia esposta, paonazza, sudaticcia. Dimenando le gambette esili di ranocchia, che il pancione esorbitante gli faceva tener sempre oscenamente discoste, e umettandosi di continuo le labbra non meno oscenamente, rispose, astratto:

– Ah, già... Perché credevo che lo dicessi impazzito per questo.

– Come per questo?

– Ma sì! La pazzia gli s’è palesata così. Guardava tutti in un certo modo, caro mio... Ragazzi, non mi fate parlare: diteglielo voi come guardava il povero Daddi.

Gli amici, allora, raccontarono a Nicolino Respi, che il Daddi, ritornato dalla villeggiatura, era apparso a tutti com’intronato, come assente da sé, con un sorriso vano su le labbra e gli occhi opachi, senza sguardo, appena qualcuno lo chiamava. Poi quello stordimento era sparito, s’era cangiato in una fissità acuta, strana. Fissava prima da lontano, obliquo; poi, a mano a mano, come attirato da certi segni che credeva di scoprire in questo e in quello degli amici più intimi, specie in coloro che frequentavano più assiduamente la sua casa (segni naturalissimi, perché tutti infatti erano costernati di quel cangiamento improvviso e straordinario, così in contrasto con la tranquillità serena del suo carattere), a mano a mano s’era messo a spiare più da vicino, e negli ultimi giorni era divenuto addirittura insopportabile. Si parava di fronte ora all’uno ora all’altro, posava le mani su le spalle e mirava negli occhi, affitto affitto.

– Corpo, che spavento! – esclamò a questo punto il Traldi, tirandosi di nuovo sù, a sedere più in punta.

– Ma perché? – domandò, nervoso, il Respi.

– Senti questo, che vuol sapere il perché! – tornò a esclamare il Traldi. – Ah, dici il perché dello spavento? Caro mio, avrei voluto vederti alle prese con quello sguardo! Tu ti cangi la camicia ogni giorno, suppongo; sei sicuro d’avere i piedi puliti e i calzini non spuntati. Ma sei ugualmente sicuro di non aver nulla di sudicio dentro, nella coscienza?

– Oh Dio, direi...

– Va’ là, che non sei sincero!

– E tu sì?

– Io sì, ne sono sicurissimo! E credi che avviene a tutti, più o meno, di scoprirci majali in qualche momento di lucido intervallo! Da un pezzo in qua, quasi ogni sera, quando spengo la candela, prima di prender sonno...

– Tu invecchi, caro! tu invecchi! – gli gridarono a coro gli amici.

– Sarà perché invecchio, – ammise il Traldi. – Tanto peggio! Non è uno spasso prevedere che, alla fine. mi costituirò cosi, in questa stima di me stesso, di vecchio majale. Del resto, aspetta. Ora che t’ho detto questo, vogliamo fare una prova? Silenzio tutti, voialtri!

E Carlo Traldi si levò faticosamente in piedi; posò le mani su le spalle di Nicolino Respi, e gli gridò:

– Guardami bene negli occhi. No, non ridere, caro! Guardami bene negli occhi... Aspetta! Aspetta... Silenzio...

Tacquero tutti, intorno, sospesi e intenti a quello strano esperimento.

Il Traldi coi grossi occhi ovali, venati di sangue, schizzanti dalle orbite, fissava acutissimamente quelli di Nicolino Respi e pareva col lustro maligno dello sguardo, a mano a mano più aguzzo e più intenso, gli frugasse nella coscienza e vi scoprisse nei più intimi nascondigli le cose più turpi e più atroci. A poco a poco, gli occhi di Nicolino Respi – quantunque, sotto, le labbra col solito risolino dicessero: – "Via, mi presto a uno scherzo" – cominciarono a smorire, a intorbidarsi, a sfuggire, mentre, tra il silenzio degli amici, il Traldi con voce strana, senza smettere di fissare, senz’allentare d’un punto l’intensità dello sguardo, diceva vittoriosamente:

– Ecco... vedi?... vedi?...

– Ma va’ là! – proruppe il Respi, non resistendo più e scrollandosi tutto.

– Va’ là tu, che ci siamo capiti! – gridò il Traldi. – Tu sei più porco di me!

E scoppiò a ridere. Risero anche gli altri, con un senso d’inatteso sollievo. E Traldi riprese:

– Ora questo è stato uno scherzo. Soltanto per uno scherzo uno di noi può mettersi a guardare un altro così. Perché tanto io quanto tu abbiamo in regola finora, dentro di noi, la macchinetta della civiltà, e lasciamo che la feccia di tutte le nostre azioni, di tutti i nostri pensieri, di tutti i nostri sentimenti ci si posi zitta zitta, di nascosto, in fondo alla coscienza. Ma fa’ che uno, a cui la macchinetta si sia guastata, si metta a guardarti come t’ho guardato io. non più per uno scherzo, ma sul serio, e ti rimuova, senza che te l’aspetti, dal fondo della coscienza tutta la posatura di quella feccia che hai dentro, e sappimi dire se non ti spaventi!

Carlo Traldi, così dicendo, si mosse di furia per andar via. Tornò indietro e aggiunse:

– E sai come mormorava, sotto sotto, il povero Daddi, mirandoti negli occhi? Diteglielo voi, come mormorava! Io debbo scappare.

« Che abisso... che abisso... »

– Così?

Sì... che abisso... che abisso

Il crocchio, andato via il Traldi, si sciolse, e Nicolino Respi rimase turbato, in compagnia di due soli amici che seguitarono ancora per un pezzo a parlare della sciagura del povero Daddi.

Circa due mesi fa, egli era andato a visitarlo nella sua villa presso Perugia. Lo aveva trovato tranquillo e sereno come sempre, insieme con la moglie e con un’amica di questa, Gabriella Vanzi, antica compagna di collegio, da poco tempo maritata a un ufficiale di marina, allora in crociera. Si era trattenuto tre giorni in villa, e in quei tre giorni, no, neppure una volta Romeo Daddi lo aveva guardato nel modo che il Traldi aveva detto.

Se lo avesse guardato...

Nicolino Respi fu colto da uno smarrimento, come di vertigine, e per appoggiarsi – sorridendo, pallidissimo finse di volere introdurre confidenzialmente un braccio sotto il braccio d’uno di quei due amici.

Che era stato? Che dicevano? La tortura? Che tortura? Ah, quella a cui il Daddi aveva sottoposto la moglie...

– Dopo eh? – gli scappò detto.

E i due si voltarono a guardarlo.

– Come dopo?

– Ah... no, dicevo... dopo, quando gli si guastò la... la macchinetta.

– E sfido! Prima, no di certo!

– Perdio, erano un miracolo di concordia coniugale, di pace domestica! Certo qualcosa deve essergli accaduto, in villeggiatura.

– Ma sì, per lo meno qualche sospetto gli deve esser nato.

– Ma fate il piacere! Su la moglie? – scattò Nicolino Respi. – Questo, se mai, ha potuto essere effetto, non causa della pazzia! Soltanto un pazzo...

– D’accordo! d’accordo! – gli gridarono gli amici. Una moglie come donna Bicetta!

– Insospettabile! Ma, d’altra parte...

Nicolino Respi non poté più prestare ascolto a quei due. Soffocava. Aveva bisogno d’aria, di camminare all’aperto, solo. Prese un pretesto; andò via.

Un dubbio angoscioso gli s’era insinuato nell’animo e glielo metteva in subbuglio.

Nessuno meglio di lui poteva sapere che donna Bicetta Daddi era insospettabile. Da più d’un anno egli le aveva dichiarato il suo amore, l’aveva assediata con la sua corte, senza ottenere mai altro che un sorriso dolcissimo di compatimento per le sue pene perdute. Con quella serenità che viene dalla più ferma sicurezza di sé, senza né offendersi né ribellarsi, ella gli aveva dimostrato che sarebbe stata inutile ogni sua insistenza, poiché lei era innamorata tal quale, come lui, forse più di lui, ma di suo marito. Così essendo, se egli veramente la amava, doveva intendere che ella non avrebbe potuto in alcun modo venir meno al suo amore. Se questo non intendeva, era segno che non la amava. E allora?

Ha talvolta l’acqua marina, in certi lidi solinghi, una limpidità cosi tersa e trasparente che, per quanto desiderio si abbia di immergersi in essa per averne il ristoro più delizioso, si prova quasi un sacro ritegno a intorbidarla.

Questa impressione di limpidità e questo ritegno aveva provato sempre Nicolino Respi, accostandosi all’anima di donna Bicetta Daddi. Amava la vita, questa donna, d’un cosi quieto, attento e dolce amore! Solo in quei tre giorni trascorsi nella villa di lei presso Perugia, sopraffatto dal desiderio ardentissimo, aveva sforzato quel ritegno, aveva intorbidato quella limpidità, ed era stato duramente respinto.

Ora il dubbio angoscioso era questo: che forse il turbamento, ch’egli le aveva cagionato in quei tre giorni, non s’era sedato dopo la sua partenza; era forse cresciuto così, che il marito se n’era accorto. Certamente, all’arrivo di lui nella villa, Romeo Daddi era sereno; e, dopo la partenza, in pochi giorni, era impazzito.

Dunque, per lui? Dunque ella era rimasta profondamente turbata e vinta dalla sua aggressione amorosa?

Ma si, ma si, come dubitarne?

Tutta la notte Nicolino Respi si dibatté, si torse tra fiere smanie, ora strappato al rimorso da una maligna gioja impetuosa, ora strappato a questa gioja dal rimorso.

La mattina seguente, appena gli parve l’ora opportuna, corse alla casa di donna Bicetta Daddi. Bisognava che la vedesse; bisognava che chiarisse subito, comunque, quel suo dubbio. Forse ella non lo avrebbe ricevuto; ma, a ogni modo, egli voleva presentarsi alla casa di lei, pronto ad affrontare o a subire tutte le conseguenze di quella situazione.

Donna Bicetta Daddi non era in casa.

Da un’ora, senza volerlo, senza saperlo, ella infliggeva il più crudele dei martirii alla sua amica Gabriella Vanzi, a colei che era stata per tre mesi sua ospite in villa.

Era andata da lei per cercare insieme, non la ragione, ahimè, ma il pretesto, l’incentivo almeno, di quella sua sciagura, là, nel tempo in cui s’era dapprima manifestata, durante quella villeggiatura, negli ultimi giorni di essa Ella, per quanto avesse cercato, non riusciva a scoprir nulla.

Da un’ora si ostinava a rievocare, a ricostruire, minuto per minuto, quegli ultimi giorni.

– Ti ricordi questo? Ti ricordi ch’egli la mattina scese in giardino senza prendere il suo cappellaccio di tela, e che chiamò per averlo buttato dalla finestra, e poi risalì, ridendo, con quel fascio di rose? Ti ricordi che volle ne portassi due con me; che poi m’accompagnò fino al cancello e m’ajutò a salire su l’automobile e mi disse che gli portassi da Perugia quei libri... aspetta... uno

era... non so... trattava di sementi... ti ricordi? ti ricordi?

Smarrita nell’affanno di quella rievocazione di tanti minuziosi particolari senza valore, non s’accorgeva dell’angoscia, dell’agitazione a mano a mano crescenti dell’amica.

Già aveva rievocato, senza il minimo segno di turbamento, i tre giorni passati in villa da Nicolino Respi, e non s’era fermata neanche un minuto a considerare che il marito avesse potuto trovare un incentivo alla sua pazzia nella corte innocua di colui. Non era ammissibile. Era stato argomento di riso, fra loro tre, quella corte, dopo la partenza del Respi per Milano. Come supporlo? E poi, dopo quella partenza, egli, il marito, non era forse rimasto per più di quindici giorni tranquillo, sereno come prima?

No, mai, neppure il minimo accenno del più lontano sospetto! In sette anni di matrimonio, mai! Come, dove avrebbe potuto trovare il pretesto? Ed ecco che, tutt’a un tratto, lì, nella pace di quella campagna, senza che nulla fosse accaduto...

– Ah, Gabriella, Gabriella mia, credi, impazzisco, impazzisco anch’io.

All’improvviso, riavendosi da questa crisi di disperazione, donna Bicetta Daddi, nel rialzare gli occhi lacrimosi in volto all’amica, scoprì che questa s’era lividamente indurita, come un cadavere, per resistere a uno spasimo insopportabile, e ansava con le nari dilatate, e la guatava con occhi cattivi. Oh Dio! Quasi con gli stessi occhi, con cui negli ultimi giorni s’era messo a guardarla suo marito.

Si sentì raggelare, ne provò quasi terrore.

– Perché... anche tu... perché... – balbettò tremante, – perché mi guardi anche tu... così?

Gabriella Vanzi fece uno sforzo atroce per scomporre l’espressione, assunta a sua insaputa, in un sorriso benigno, di compatimento:

– Io... ti guardo?... No... pensavo... Ecco, volevo dirti... sì, lo so, tu sei sicura di te... non hai nulla... tu... proprio nulla... nulla da rimproverarti?

Donna Bicetta Daddi trasecolò: con gli occhi sbarrati, le mani su le guance, gridò:

– Ma come?... ma tu mi dici adesso... anche le sue parole?... Come?... come puoi?...

Il volto di Gabriella Vanzi si contraffece, gli occhi le s’invetrarono:

– Io?

– Tu, sì. Oh Dio... e ti smarrisci come lui... Che vuol dire? che vuol dire?

Non aveva finito di gemere così, sentendosi come sprofondare a poco a poco, che si trovò tra le braccia, sul petto, l’amica.

– Bice... Bice... tu sospetti di me?... tu sei venuta qua, perché hai sospettato di me, è vero?

– No... no... ti giuro, Gabriella... no... Solo ora...

– Ora, è vero? sì... Ma hai torto, hai torto, Bice... perché tu non puoi capire...

– Che è stato?... Gabriella, sù, dimmi, che è stato?

– Non puoi capire... non puoi capire... Io so la ragione perché tuo marito è impazzito... la so!

ragione? Che ragione?

so, perché è in me, anche in me, questa ragione

d’impazzire. per quello che è avvenuto a noi due

– A voi due?

– Sì... sì... a me e a tuo marito.

– Ah, dunque?

– No, no! Non come tu immagini! Tu non puoi capire Senz’inganno, senza pensarlo né volerlo... in un attimo Una cosa orribile, di cui nessuno può farsi colpa. Vedi come te ne parlo? come te lo posso dire? Perché io non ho colpa! E neanche lui! Ma appunto per questo Senti, senti; e quando avrai saputo tutto, forse impazzirai anche tu, come sto per impazzire io, com’è impazzito lui... Senti! Tu hai rievocato il giorno che andasti a Perugia, in automobile, dalla villa, è vero? ch’egli ti diede due rose e ti disse dei libri...

– Sì.

– Ebbene: fu quella mattina!

– Che cosa?

– Tutto quello che è accaduto. Tutto e nulla... Lasciami dire, per carità! Faceva gran caldo, ti ricordi? Dopo averti veduta partire, io e lui riattraversammo il giardino... Il sole bruciava e lo stridìo delle cicale stordiva... Rientrammo in villa: ci ponemmo a sedere nel salottino, accanto alla sala da pranzo. Le persiane erano serrate; gli scuri, accostati: era quasi bujo, là dentro; e la frescura immobile... (ti dico adesso la mia impressione, l’unica che potei avere, di cui mi ricordi, e mi ricorderò sempre; ma l’ebbe forse anche lui, identica... dovette averla, perché altrimenti non mi spiegherei più nulla!); fu quella frescura immobile, dopo tutto quel sole e quello stordimento delle cicale... In un attimo, senza pensarci, te lo giuro! mai, mai, né io né lui, certo... come per un’attrazione irresistibile di quel vuoto attonito, della frescura deliziosa di quella semioscurità... Bice, Bice... così, te lo giuro, in un attimo...

Donna Bicetta Daddi scattò in piedi, sospinta da un impeto d’odio e di sdegno:

– Ah, per questo? – fischiò fra i denti, addietrando felinamente.

– No! non per questo! – le gridò Gabriella Vanzi, protendendo verso di lei le braccia in atto supplice e disperato. – Non per questo, non per questo, Bice! Tuo marito è impazzito per te, per te, non per me!

– i! impazzito per me? Che vuoi dire? Per rimorso?

– No! Che rimorso? Non c’è da aver rimorsi, quando non s’è voluta la colpa... Tu non puoi intendere! Come non avrei potuto intenderlo io se, considerando quel che è avvenuto a tuo marito, non avessi pensato al mio! Sì, sì, io comprendo ora la pazzia di tuo marito, perché penso al mio, che impazzirebbe allo stesso modo, se gli accadesse quel che è accaduto al tuo, con me! Senza rimorso! Senza rimorso! E appunto perché senza rimorso... Capisci? È questa la cosa orribile. Non so come fartela intendere! Io la intendo, ripeto, soltanto se penso a mio marito e vedo me, così senza rimorso d’una colpa che non ho voluto commettere. Vedi come posso parlartene, senza arrossire? Perché io non so, Bice, non so proprio come sia tuo marito; com’egli certo non sa, non può sapere come sia io... È stato come un gorgo, capisci? come un gorgo, che si è aperto tra noi all’improvviso senz’alcun sospetto, e ci ha afferrati e travolti in un attimo, e subito s’è richiuso, senza lasciar di sé la minima traccia! Subito dopo, la coscienza nostra è tornata limpida e uguale. Noi non abbiamo pensato più, neppure per un istante, a ciò ch’era accaduto tra noi; il nostro turbamento è stato momentaneo; siamo scappati uno di qua, uno di là; ma appena soli, niente, come se nulla fosse stato: non solo innanzi a te, quando poco dopo sei ritornata in villa, ma anche innanzi a noi stessi. Ci siamo potuti guardare negli occhi e parlarci, come prima, tal quale, perché non era più in noi, ti giuro, alcun vestigio di ciò ch’era stato; nulla, nulla, neppure un’ombra di ricordo, neppure un’ombra di desiderio, nulla! Finito tutto. Sparito. Il segreto d’un attimo, sepolto per sempre. Ebbene, questo ha fatto impazzire tuo marito Non la colpa, che nessuno di noi due ha pensato di commettere! Ma questo: il poter pensare che questo può accadere: che una donna onesta, innamorata di suo marito, in un attimo, senza volerlo, per un improvviso agguato dei sensi, per la complicità misteriosa dell’ora, del luogo, cada nelle braccia d’un uomo; e, un minuto dopo, sia tutto finito, per sempre; richiuso il gorgo; sepolto il segreto; nessun rimorso; nessun turbamento; nessuno sforzo per mentire di fronte agli altri, di fronte a noi stessi. Ha aspettato un giorno, due, tre non s’è sentito rimuover nulla dentro, né in tua presenza, né alla presenza mia; ha visto me, ritornata qual ero prima, tal quale, con te, con lui; ha veduto poco dopo, ti ricordi? arrivare in villa mio marito; ha veduto com’io l’ho accolto, con quale ansia, con quale amore... e allora l’abisso in cui il nostro segreto era sprofondato per sempre, senza lasciar la minima traccia, lo ha attratto a poco a poco e gli ha travolto la ragione. Ha pensato a te; ha pensato che forse anche tu...

– Anch’io?

– Ah, Bice, non ti sarà mai accaduto, ti credo, Bice mia! Ma noi, io e lui, sappiamo per prova che può accadere, e che, come è stato possibile a noi, senza volerlo, può essere a chiunque! Avrà pensato che qualche volta, ritornando a casa, ti avrà trovata sola, in salotto, con qualche suo amico, e che in un attimo sarà potuto accadere a te, e a quel suo amico, ciò ch’era potuto accadere a me e a lui, allo stesso modo; che tu potessi chiudere in te, senz’alcuna traccia, e nascondere senza mentire quello stesso segreto, ch’io chiudevo in me e nascondevo senza mentire a mio marito. E appena questo pensiero gli è entrato in mente, un bruciore sottile, acuto, ha cominciato a mordergli il cervello, nel vederti aliena, lieta, amorosa, con lui, com’io ero con mio marito; con mio marito che amo, ti giuro, più di me stessa, più di tutto al mondo! S’è messo a pensare: «Eppure, ecco questa donna, che è così con suo marito, è stata per un momento tra le mie braccia! E forse anche mia moglie, dunque, in un momento... chi sa?... chi potrà mai sapere?...». Ed è impazzito. Ah! Zitta, Bice, zitta per carità!

Gabriella Vanzi s’alzò, pallidissima, tremante.

Aveva sentito schiudere di là, nella saletta d’ingresso, la porta. Suo marito rincasava.

Donna Bicetta Daddi, nel vedere la sua amica d’un tratto ricomporsi, diventar rosea, con gli occhi limpidi, e sorridere, movendo incontro al marito, restò quasi annichilita.

Nulla, ecco, era vero: nessun turbamento più, nessun rimorso, nessuna traccia...

E donna Bicetta comprese perfettamente perché suo marito, Romeo Daddi, era impazzito.

118  –  Musica vecchia

Davanti allo specchio, in gran fretta, tutta impacciata tra tante bocce boccette pomate calamistri, la signorina Milla finiva d’acconciarsi i capelli, quando udì il campanello della porta.

– Ih che furia!

E corse a chiuder l’uscio della camera che dava nella saletta d’ingresso. Appena chiuso, lo riaprì e, sporgendo il capo, disse piano alla servetta che accorreva alla scampanellata:

– Fa’ passare, Tilde. E di’ che aspetti un momentino.

Ritornata davanti allo specchio, si sorrise.

Un po’ di sangue le era affluito alle guance; niente, a confronto delle caldane d’una volta; ma pur quel poco, ecco, le rianimava tutto il visetto sciupato di vecchia bambola dagli occhi troppo grandi, dal nasino troppo piccolo.

E nel volto così rianimato, non le stava ora quasi per grazia quel ciuffetto di capelli bianchi rialzato su la fronte, lì proprio nel mezzo? La signorina Milla alzò la mano per carezzarselo col pettine. Il gesto però le rimase a mezzo.

Chi parlava nella saletta d’ingresso?

Non poteva esser lui, di certo. Quando entrava lui, tremava il pavimento.

Poco dopo, Tilde, con la scuffietta in capo e il grembiulino bianco su la veste nera, venne a presentarle un biglietto da visita. La signorina Milla vi lesse un nome sconosciuto: Maestro Icilio Saporini; guardò accigliata la servetta.

– E chi è?

– Un vecchietto piccolo piccolo, pulito pulito.

– Un vecchietto? E che vuole? – tornò a domandare la signorina Milla, infastidita. – Ma non sai che devo uscire col signor Begler? Credevo che fosse lui. Ora come si fa?

– Posso dirglielo...

– Che vuoi più dirgli adesso? Chi è? che vuole da me?

– Mah! – fece Tilde, stringendosi nelle spalle. – Parla tanto curioso... con un vocino di zanzara... Mi ha chiesto se stava qua la signora Margherita.

– La mamma? – domandò con un sussulto la signorina Milla.

– Già, se era ancora viva, – rispose Tilde. – Io gli ho detto che...

Una nuova scampanellata più forte troncò la risposta.

– Quest’è lui! – scappò detto alla signorina Milla; poi, correggendosi: – il signor Begler.

La servetta sorrise sotto sotto. La signorina Milla richiuse l’uscio. Poco dopo, dal pianoforte del salotto venne una tempesta fragorosa di note: il segnale ansioso d’Isotta nel secondo atto del Tristano. Il signor Begler la chiamava ogni volta cosi.

Accorse. Oh Dio... no, piano, piano! – Ma che piano! Balzando dal seggiolino del pianoforte, il signor Begler le si precipita incontro con le braccia levate, grosso, azzampato, il cappellaccio ancora in capo, ammaccato, rincalcato fino alla nuca. Dalle tese a spera, schizza tondo e irto di peli rossicci il faccione brozzoloso, paonazzo, in cui ghignano impudenti gli occhi.

– E il kappello? senza kappello? Subito il kappello!

La signorina Milla parò le mani in difesa, sorridendo, e nella penombra del salotto, ove oltre al pianoforte erano altri strumenti a corda e varii leggìi da musica, accennò all’altro ospite, di cui ancora il signor Begler non s’era accorto.

Il maestro Icilio Saporini se ne stava tutto ristretto in sé, piccino piccino, lisciandosi con una mano guantata, che non pareva nemmeno, la rada zazzeretta argentea.

– Il maestro... il maestro... – disse la signorina Milla, non ricordandosi più il nome per far la presentazione.

– Saporini Icilio... – suggerì, a due riprese, con un fil di voce il vecchietto, e strisciò una riverenza.

– Saporini, già! Il maestro Icilio Saporini, – ripeté la signorina Milla. – Il violoncellista Hans Begler. S’accomodino.

Ma il Begler:

– Nein, nein! – miagolò, accennando appena appena di togliersi il cappellaccio. – Nein, nein! krazie, pella mia! Niente akkomodo io; fado fia, fado fia! Non voghlio pértere konzerto per fisita questo sigh–nore. Krazie, pella mia! Riferisco, riferisco, karo sigh–nor.

E, inchinandosi due volte goffamente, scappò via a tempesta, com’era venuto.

La signorina Milla, conoscendone la furia, non si provò neanche a trattenerlo; mortificata, contrariata, afflitta, guardò il vecchietto, il quale, venendo così per caso a sapere che ella doveva recarsi a un concerto con quel signore, cominciò a storcersi tutto come un cagnolino, per scongiurarla d’andare: per carità, non si sarebbe dato pace, altrimenti, d’esser capitato in un momento così poco opportuno.

– Sù, sù, il cappellino, il cappellino. Raggiungeremo il signore con una vettura. La accompagnerò io fino alla sala. Mi faccia questa grazia, per carità!

– Ma io vorrei prima sapere...

– Dopo, dopo...

– Lei ha chiesto della mamma, – disse la signorina Milla. – Ma non c’è più la mamma!

– Eh, me... me l’immaginavo, – balbettò il vecchietto. – Non dovrei esserci più, veramente, neanche io... Ottantun anni!

– Ottantuno? – esclamò la signorina Milla. – La mamma è morta da sei anni.

E, levando una mano a indicare il ritratto fotografico appeso alla parete:

– Eccola là.

Il maestro Icilio Saporini alzò gli occhietti che quasi gli sparivano fra le borse delle pàlpebre, e rimase un pezzetto a rimirare quel ritratto di vecchia incuffiata, che evidentemente non gli diceva nulla: scosse il capo, e con un sorriso afflitto cominciò a balbettare:

– No... non mi... non mi... Quella, no... eh!... io, sa? io... no, no!

Così balbettando, con due dita si stirava il colletto, come se tutt’a un tratto se ne sentisse serrar la gola. Diede un’ingollatina e riprese:

– Lei, lei piuttosto... ecco, sì, lei... me la... me la richiama viva.

– Io? proprio? – domandò meravigliata la signorina Milla. – Ma no, sa! Io non somiglio punto alla mamma... Ma che!

Il vecchietto scosse un dito.

– Non può saperlo, – bisbigliò. – Lei guarda ai lineamenti.. Ma la luce degli occhi?... le mosse?... il sorriso?... la voce?... Io ho conosciuto la sua mamma molto, molto prima di lei, signorina, in ben altri tempi! E lei non può... non può comprendere quello che io provo in...

Non poté seguitare; trasse un fazzoletto e se lo recò agli occhi. Fu un momento. Si riprese subito e costrinse di nuovo la signorina Milla a prendere e a mettersi il cappellino per arrivare a tempo al concerto. In vettura, le avrebbe dato notizia di sé.

Che notizia? La signorina Milla ne poté capire ben poco, quel giorno; e ne incolpò la sua ansia d’arrivare al concerto’ l’esilissima voce del vecchietto, il frastuono della vettura. Ma poi? Da altre notizie raccolte riposatamente, nel silenzio del salottino, con tutta la buona volontà, non riuscì mai a comporsi chiaramente la storia (che voleva parer molto avventurosa e piena di strane vicende) di quel vecchietto. Il quale, mettendosi ogni volta a parlare di sé, pareva non sapesse da qual parte rifarsi, come se tuttavia si sentisse lontanissimo, e per arrivare a dir chi era dovesse fare un cammino infinito, attraverso a vie remotissime, intricate, irte d’intoppi, di siepi e tra una folla innumerevole che lo tirava di qua, di là, e gli sbarrava il passo di continuo.

– Eh, ma poi... – sospirava – poi c’era... sicuro... e quando io... sì, perché quello là, come si chiamava?... quello là... no, veramente fu un altro... quell’altro, prima che...

Si confondeva, si smarriva fra tanti minuti particolari, citando nomi ignoti, luoghi spariti o mutati, testimonianze di cose morte, che accompagnava con esclamazioni e sorrisi e gesti, come se a mano a mano vedesse e toccasse quel che diceva, o piuttosto che bisbigliava.

Certo era questo, che aveva ottantun anni; che a poco più di venti, cioè nel 1849, alla caduta della repubblica, aveva abbandonato Roma e l’Italia, e che vi ritornava adesso, dopo circa sessanta anni passati in America, a New York.

Teneva molto a far comprendere che si era compromesso allora più d’un po’ nei moti rivoluzionarii... Eh, sì, dopo il famoso voltafaccia!

– Il voltafaccia di chi?

– Come di chi? Ma di Pio IX, santo Dio!

La signorina Milla lo guardava con gli occhi di bambola, sbarrati. Sentendo ricordare tanti fatti, e personaggi, tutti così uno più « famoso » dell’altro, s’era accorta ch’era proprio deplorevole la sua ignoranza di storia contemporanea. E forse per questo non riusciva a intendere come e perché si fosse compromesso il maestro Icilio Saporini.

C’era di mezzo la musica, senza dubbio: un certo inno patriottico. E c’era di mezzo anche un certo zio Nando. Sicuro. Uno zio Nando, rientrato in Roma nel 1846, dopo il famoso editto...

Altro sbarramento d’occhi della signorina Milla. Che editto? Ma quello del perdono, perbacco! il famoso editto del perdono, col quale Pio IX, tra tanti delirii di entusiasmo, aveva dato principio al suo regno, accordando piena amnistia a tutti i condannati ed esuli politici dello Stato pontificio.

– E anche allo zio Nando?

– Anche allo zio Nando, sicuro!

Ora, in casa di questo zio Nando pareva si raccogliessero i più ferventi patrioti d’allora. Il guajo era che il maestro Icilio Saporini li chiamava tutti per nome, questi ferventi patrioti. Diceva:

– Pietro... eh, Pietro... valente medico, valente poeta...

Chi fosse questo Pietro, valente medico, valente poeta, la signorina Milla dovette stentare un pezzo a capire. Ma Pietro Sterbini, santo Dio! il dottor Pietro Sterbini, quello della famosa congiura contro Pellegrino Rossi!

– Ecco, sì... fu Pescetto che gli diede prima un urtone, un semplice urtone, qua, nel vestibolo della Cancelleria, Pescetto, cioè... come si chiamava di nome? Filippo... no, Pippo era un altro della congiura... Eh sì, Pippo!... Pippo Trentanove... Pescetto si chiamava Antonio Ranucci. Sì, ecco: Antonio, un urtone; e Giggi, Luigi Brunetti, figlio di Ciceruacchio, prima un pugno in faccia e poi, là, una coltellata alla gola... Ma chi li aveva messi sù, la sera del 14, all’osteria del Fornajo, a Ripetta? Lui, Pietro, Pietro Sterbini; mentre la polizia si aspettava la botta da quelli della salita di Marforio congiurati per ridere, i fratelli Facciotti, Gennaro Bomba, Salvati e Toncher, che faceva la spia. Ma erano tutti... sa? come tante girandole apparecchiate, erano; e lui, Pietro. Pietro era la colombina che le incendiava tutte.

Così raccontava il maestro Icilio Saporini col suo vocino di zanzara. E quel Pietro entrava in tutti i suoi racconti. Già alla signorina Milla pareva proprio di potergli stringere la mano, a Pietro, e farlo sedere lì, su una poltroncina del salotto.

Neanche a dirlo, era dovuta anche a Pietro l’unica e non ben chiara compromissione del maestro Icilio Saporini negli affari politici dal 1846 al 1849. Sì, perché Pietro per la famosa ricorrenza del 21 aprile 1846, natale di Roma, dovendosi tenere una gran festa alle Terme di Tito, sù all’Esquilino, per inneggiare al divino Pio IX, esaltato allora come secondo fondatore dell’eterna città, Pietro, valente medico, valente poeta, aveva composto un bellissimo inno, breve, di due strofette, con un ritornello:

Eri caduta; lévati,

Madre di tanti eroi...

Se le ricordava ancora parola per parola il maestro Icilio Saporini! E il ritornello:

Tu vivi in Campidoglio,

Tu sei regina ancor.

Basta: era venuto a leggerlo (Pietro) in casa di zio Nando, questo suo inno, pochi giorni avanti.

Dice (sempre lui, Pietro):

– Tu, Icilio! – dice – ti sentiresti di musicarlo? – dice. – Lo canteranno – dice – gli studenti.

Il maestro Icilio Saporini aveva, sì e no, diciott’anni, allora; non aveva ancor preso il diploma all’Accademia ma il sentimento stesso... eh, tutta l’anima gli cantava, in quei giorni! Ci s’era messo, e in una notte lo aveva musicato.

Se non che Pietro... un vero tradimento! Dice:

– Figliuolo mio, Magazzari, il maestro Magazzari s’è profferto – dice – di musicarlo lui!

E il 21 aprile alle Terme di Tito su l’Esquilino, alla presenza di ottocento convitati, era stato cantato l’inno musicato dal Magazzari

Ma allora? Anche ammesso che potesse considerarsi come una seria compromissione politica l’aver musicato un inno, quando ancora Pio IX si compiaceva degli osanna dei liberali, il Magazzari, se mai, non lui poteva essersi compromesso... Ma! La signorina Milla non poté capirci più che tanto.

Del maestro Magazzari ella aveva sentito parlar più volte dalla madre che fino agli ultimi anni aveva serbato memoria di tutti i fatti e gli uomini, specialmente del mondo musicale romano d’allora: il nome del maestro Icilio Saporini non era venuto mai fuori dalle labbra di sua madre. E dunque agli occhi della signorina Milla il maestro Icilio Saporini rimaneva non solo nel presente, nella Roma d’oggi, uno sperduto che non riusciva a trovar posto; ma anche nel passato, in quel mondo d’allora, com’ella attraverso le notizie e le memorie della madre se l’era immaginato. Neanche in quel mondo ella riusciva a trovargli posto; certo perché egli non aveva saputo farselo né nel cuore, né nella memoria della madre. Come niente era adesso, niente era stato di certo anche allora.

A dir vero, il Saporini non si dava alcun vanto. Una punta d’invidia e di gelosia la mostrava ancora per il Magazzari; e pregato insistentemente dalla signorina Milla sonò, o meglio, accennò sul pianoforte una frase... non tutto l’inno famoso... la frase che accompagnava i due versi della seconda strofetta di Pietro:

A te lo scettro, il soglio,

A te l’eterno allor...

ma soltanto per far vedere quant’era più solenne, più maestosa, più ispirata di quella del Magazzari. E basta.

Che aveva poi fatto là, in America, per sessant’anni di fila? Eh, da quella zazzeretta argentea era facile indovinarlo! Il maestro di musica italiano, come lo intendono degli italiani, tutti i signori forestieri, aveva fatto! Cioè, uno che strimpelli sulla chitarra, zazzeruto e con gli occhi imbambolati, l’antica e da noi dimenticata canzonetta di Santa Lucia:

Sul mare luccica

l’astro d’argento...

E, a giudicar dall’apparenza, la professione del maestro di musica italiano doveva aver fruttato bene; il maestro Icilio Saporini doveva aver raccolto una discreta sommetta, con la quale aveva potuto attuare il sogno, chi sa quanto vagheggiato là, di venire a chiudere gli occhi in patria. Ma forse, povero vecchiettino, si figurava di ritrovar Roma quale l’aveva lasciata nel 1849.

Roma, la sua Roma, quella che viveva per lui, nei suoi ricordi lontani, era invece sparita; scomparsi, morti, tutti i conoscenti della sua generazione.

Arrivando da lontano, da tanto lontano, non s’immaginava certo di dover trovarsi davanti a un’altra lontananza irraggiungibile: quella del tempo.

Dov’era giunto?

Dalla Roma d’oggi a quella della sua gioventù, quanto cammino!

E s’era messo, appena arrivato, per questo cammino, a ritroso, con l’animo pieno d’angoscia, a cercar nella Roma d’oggi le tracce dell’antica vita.

Ora, passando per via del Governo Vecchio, s’era ricordato che vi stava il maestro Rigucci al numero 47, il maestro Rigucci dell’Accademia, che aveva una figliuola tanto bella, Margherita, sonatrice di arpa esimia... Chi sa! Poteva esser viva ancora! Ma era possibile che stésse ancora lì di casa? Era già una fortuna aver ritrovato, nella vecchia via, ancora in piedi, la casa. Non solo le case, ma anche tante e tante vie erano scomparse! Aveva salito la scala, solamente per il piacere di rimettere il piede su quei gradini della scala antica, umida, semibuja. Sul pianerottolo del secondo piano si era fermato e, guardando alla porta di mezzo... ah che balzo gli aveva dato il cuore in petto! La vecchia targa ovale, di rame, che recava il nome di Rigucci, era ancora li, sotto a un’altra, meno vecchia, col nome di Donnetti. E dunque stava li ancora? ah, lui, il maestro, no di certo; ma lei, Margherita? E aveva tirato il pallino del campanello.

Eccola là, Margherita, la fanciulla tanto, tanto bella, esimia sonatrice d’arpa: quella vecchietta incuffiata, rinsecchita del ritratto...

Ma che era stata per lui un giorno quella vecchietta?

La signorina Milla aveva veduto commuoversi fino alle lagrime il maestro Icilio Saporini, guardando quel ritratto, ma tuttavia credette di poter concludere che sua madre, da giovane, non era stata mai altro per lui che la figlia del professor Rigucci dell’Accademia. Forse, si, egli era stato qualche volta nella casa del nonno, perché sapeva dire di tanti che vi convenivano; delle famose serate musicali che vi si tenevano in onore dei più celebrati maestri del tempo; delle fervide simpatie di cui godeva Margherita Rigucci, allora giovinetta e bellissima. Fors’anche, studentello, chi sa! s’era innamorato anche lui della figlia del professore; ma innamorato per conto suo, senza lasciare alcun ricordo, neppure del nome, in lei.

La commozione si spiegava forse così: che in quella casa finalmente, dopo tanti giorni di vana e amarissima ricerca, il povero vecchietto sperduto era riuscito a rintracciare un vestigio della vita antica, un posticino ove sedere, dopo tanto cammino, senza sentirsi estraneo del tutto.

Ma il piacere d’aver ritrovato questo posticino, questo cantuccio dei ricordi, cominciò in breve a essergli amareggiato da quel pianoforte li, da quegli altri strumenti musicali, che lo intronavano, che lo intontivano addirittura, con certe zuffe di suoni, ire di Dio, che facevano andare in visibilio tutti quei signori, stranieri per la maggior parte, che si riunivano nel salotto antico del 

maestro Rigucci, del maestro Rigucci adoratore di Rossini! E più di tutti facevano andare in visibilio la signorina Milla Donnetti, la nipote del maestro Rigucci, la figlia di Margherita Donnetti–Rigucci!

Non diceva nulla, ma gli pareva una vera profanazione quella musica, lì, in quel salotto, che sapeva le divine melodie della più schietta musica italiana. Non diceva nulla, si faceva anzi più piccino che poteva, su la seggiola, e di tratto in tratto levava la manina guantata a lisciarsi, dietro, la zazzeretta, e alzava gli occhi al ritratto della sua vecchia Margherita.

La signorina Milla lo vedeva con la coda dell’occhio e frenava a stento una risatina. Una sera gli sedette accanto e gli domandò:

– Non le piace? Non si diverte?

– Dico la verità, – le rispose piano, con un sorrisetto, – io... io guardo là... quella mia vecchietta là...

– Me ne sono accorta!

– Sì? La guardo e... sento cantar Rosina del Barbiere, sento cantare Amina...

– Eppure, sa? – gli disse allora la signorina Milla. La mamma con gli anni si era... evoluta, convertita, eh sì! convertita alla musica nuova.

– A questa? – chiese così sbigottito il vecchietto, che la signorina Milla non poté frenare questa volta la risata.

– Tradimento?

– Ma... ecco... scusi... – rispose egli, tutto imbarazzato. – Capisco, capisco bene che possa piacere a codesti signori forestieri: è la loro musica; la sentono così, amen! Ma noi? Abbiamo la nostra, le glorie nostre: Paisiello, Pergolesi, Rossini, Bellini, Donizetti, Verdi...

Quella bufera del signor Begler, a cui la mattina seguente la signorina Milla riferì le amare rimostranze del vecchiettino, quando fu la sera, per fargli uno scherzo a suo modo, d’accordo con gli amici che componevano il quartetto, interruppe, a un certo punto, non so che languida diavoleria del Ciaicovski che pareva l’incubo d’un malato che ci avesse i cani in corpo, lasciò il violoncello, saltò al pianoforte e attaccò furiosamente l’aria del Rigoletto: "Questa o quella per me pari sono".

Tutti scoppiarono a ridere. Il maestro Icilio Saporini si guardò prima attorno stordito, poi impallidì: forse sarebbe riuscito a dominarsi, se il Begler, rigirandosi di furia sul seggiolino a vite del pianoforte, non avesse gridato a tutti quelli che ridevano:

– Ma perché? Ma pellissima musika da persaghlieri questa! Pellissima! pellissima!

– La musica di Verdi, musica da bersaglieri? – disse allora il vecchietto, levandosi in piedi, tutto fremente d’indignazione nell’esigua personcina. – Ma io allora ho l’onore di dirle che lei, caro signore, non capisce nulla! che lei non ha... non ha...

E con la mano, poiché la voce gli mancò, si mise a picchiarsi il petto, dalla parte del cuore.

– Vorrei aver vent’anni di meno, – disse poi, mostrando le dita delle manine che gli tremicchiavano, per farle sentire la musica vera...

– Col pirolì? – domandò il Begler. – Qua, qua, fenga qua... lei, pella mia.

E andò a strappare dalla seggiola la signorina Milla; la fece sedere a forza al pianoforte, e le impose:

– Sonate musika fostra!... tutta musika fostra!... io skommetto di mettere sempre in tutta musika fostra il pirolì.

E fece con tre dita uno sgambetto sui cantini del pianoforte.

– Così!

Risero tutti di nuovo. Il maestro Icilio Saporini sperò per un attimo che la signorina Milla, la nipote del maestro Rigucci, non si prestasse a quello scherzo indegno. Felicissima invece, la signorina Milla si diede a sonare questo e quel pezzo delle opere italiane più famose; e pareva che scegliesse apposta quelli in cui più facilmente quel tedescaccio potesse cacciare il suo pirolì. E, ogni volta, uno scroscio di risa. Mira, o Norma, pirolì... ai tuoi ginocchi, pirolì.

Il vecchietto dovette fare un violento sforzo su se stesso per non scappar via; finse di ridere anche lui, per non dare a vedere d’aversi a male di quello scherzo; andò parecchie altre sere, puntuale, alle riunioni in casa della signorina Donnetti; poi diradò le visite, con la scusa della fredda stagione e dell’età avanzata; infine non andò più.

Ora un giorno la signorina Milla, cercando tra le vecchie carte della mamma, scoprì un foglio di musica ingiallito, spiegazzato, scritto a mano; credette dapprima fosse qualche bozza del nonno, e la buttò lì; finita la ricerca, rimise nello scaffale tutto il fascio delle carte; ma quel foglio di carta... come mai? eccolo lì di nuovo. Come se avesse voluto restar fuori. Lo guardò meglio, e quale non fu la sua sorpresa nel trovarvi un’arietta del maestro Icilio Saporini, allora forse non ancora maestro, un’arietta dedicata alla mamma, alla divina Margherita Rigucci, su i tenui versi del Metastasio:

Nelle luci

Tue divine

Pace alfine

Trova il cor...

Corse al pianoforte e la lesse. Oh, non era niente: stentatuccia, pretenziosetta; ma pure con certe ingenuità care, che facevano ridere e che commovevano a un tempo. Forse la mamma aveva cantato, da giovane, quell’arietta. Si provò a canticchiarla anche lei:

Nelle luci... nelle luci...

Nelle luci tue divine

Pace alfine

Pace alfine

Pace alfine trova il cor...

Lo stesso giorno, mandò Tilde a chieder notizia del vecchiettino. Egli le aveva detto che, dopo la lunga ricerca, aveva finalmente trovato stanza in una vecchia casa di via Cestari, e le aveva descritto minutamente questa stanza, la padrona di casa che aveva quasi i suoi anni, i mobili antichi, un pianofortino nella stanza accanto, buono da sonarci ancora... la musica vecchia, almeno.

Tilde, di ritorno, le annunziò che il vecchietto era infermo e che da parecchie settimane non usciva più di casa. La signorina Milla si propose di andarlo a visitare; se lo propose per otto giorni di seguito; ma, purtroppo, non trovò mai un momentino di tempo. Mandò di nuovo Tilde dopo gli otto giorni; e Tilde questa volta venne a dirle che il povero vecchiettino era proprio per andarsene.

C’era a visita quel giorno il signor Begler; pur tuttavia la signorina Milla si commosse alla notizia. Nella commozione, ebbe un pensiero gentile e lo comunicò al signor Begler. Il signor Begler, con la boccaccia atteggiata al perpetuo ghigno muto, lo approvò. Andarono insieme alla casa del vecchietto; ma né l’uno né l’altra entrarono nella camera, ov’egli giaceva quasi inerte e come di cera su i guanciali; si fermarono nella stanza ov’era il pianofortino; la signorina Milla posò sul leggìo quel foglio di musica ingiallito, rinvenuto tra le carte della mamma, e si mise a cantar piano quell’antica arietta, quasi con voce che arrivasse da lontano:

Nelle luci

Tue divine

Pace alfine

Trova il cor...

Il maestro Icilio Saporini, ai primi accordi, schiuse gli occhi e guardò la vecchia padrona di casa, che sedeva vigile a piè del letto. Riconobbe la sua arietta d’un tempo? Forse no. Ma la voce... quella voce...

Bisbigliò qualcosa, con gli occhi velati di lagrime. Forse un nome:

– Margherita.

A un tratto, mentre la voce di là seguitava a modular dolcemente: Nelle luci... nelle luci tue divine... pace alfine... pace alfine... pace alfine trova il cor... scattò stridulo, nei cantini, un beffardo PIROLÌ.

Il vecchietto ebbe un sussulto; come colpito, riabbandonò il capo che aveva sollevato appena dai guanciali, quasi attratto dal canto. E non lo rialzò più.

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Ultimo aggiornamento: 29 gennaio 2011