Luigi Pirandello

VI  -  In silenzio. 

Edizione di riferimento

Luigi Pirandello Novelle per un anno, a cura di Mario Costanzo, Premessa di Giovanni Macchia, I Meridiani vol. I, Arnoldo Mondadori editore, Milano1985

076 - In silenzio

077 - L'altro figlio

078 - La morte addosso

079 - Va bene

080 - Il giardinetto lassù

081 - La maschera dimenticata

082 - La balia

083 - Il corvo di Mìzzaro

084 - La veglia

085 - Lo spirito maligno

086 - Alla zappa!

087 - Una voce

088 - Pena di vivere così

076 – In silenzio.

– Waterloo! Waterloo, santo Dio! Si pronunzia Waterloo!

– Sissignore, dopo Sant’Elena.

– Dopo? Ma che dice? Come c’entra Sant’Elena adesso

– Ah, già! l’isola d’Elba.

– Ma no! lasci l’isola d’Elba, caro Brei! Crede che un lezione di storia si possa improvvisare? E dunque segga!

Cesarino Brei, pallido, timido, sedette; e il professore seguitò a guardarlo per un pezzo, contrariato, se non proprio stizzito.

Quel ragazzo, della cui diligenza e buona volontà nello studio s’era tanto lodato ne’ due primi anni di liceo, ora – cioè da quando aveva indossato l’uniforme di convittore del Collegio Nazionale, – pure stando attento attentissimo alle lezioni da quel bravo alunno che era, eccolo là: neanche le vere ragioni per cui Napoleone Bonaparte era stato sconfitto a Waterloo sapeva piú penetrare!

Che gli era accaduto?

Non se ne sapeva render conto nemmeno lo stesso Cesarino. Stava ore e ore a studiare, o per dir meglio, co libri aperti sotto le grosse lenti da miope; ma non poteva piú fermare l’attenzione su di essi, sorpreso e frastornato da pensieri nuovi e confusi. E questo, non soltanto dacché era entrato in collegio, come i professori credevano, ma da qualche tempo prima. Anzi Cesarino avrebbe potuto dire che a causa di questi pensieri appunto e di certe strane impressioni s’era lasciato indurre dalla madre a entrare in collegio.

La madre (che lo chiamava Cesare e non Cesarino) senza guardarlo negli occhi gli aveva detto:

– Tu hai bisogno, Cesare, di cambiar vita; bisogno di un po’ di compagnia di giovani della tua età, e d’un po’ d’ordine e di regola, non solo nello studio, ma anche nello svago. Ho pensato, se non ti dispiace, di farti passare quest’ultimo anno di liceo in collegio. Vuoi?

S’era affrettato a rispondere di sí, senza pensarci su due volte; tanto turbamento la vista della madre gli cagionava da alcuni mesi.

Figlio unico, non aveva conosciuto il padre, il quale doveva esser morto giovanissimo, se la madre si poteva ancora dir giovane: trentasette anni. Lui già ne aveva diciotto: cioè proprio l’età che aveva la madre quando aveva sposato.

I conti tornavano; ma, veramente, l’essere sua madre ancora giovane e l’aver sposato a diciotto anni, non voleva poi dire che, per conseguenza, il padre doveva esser morto giovanissimo, perché la madre poteva avere sposato uno maggiore d’età di lei, e fors’anche un vecchio, eh? Ma Cesarino aveva poca fantasia. Non s’immaginava né questa né tant’altre cose.

In casa, del resto, non c’era alcun ritratto del babbo, né alcuna traccia ch’egli fosse mai esistito: la madre non gliene aveva mai parlato, né a lui era mai venuta curiosità d’averne qualche notizia. Sapeva soltanto che si chiamavi Cesare come lui, e basta. Lo sapeva perché negli attestati di scuola c’era scritto: Brei Cesarino del fu Cesare, nato a Milano, ecc. A Milano? Sí. Ma non sapeva nulla neanche della sua città natale, o, per dir meglio, sapeva che a Milano c’era il Duomo, e basta: il Duomo, la Galleria Vittorio Emanuele, il panettone, e basta. La madre, anch’essa milanese, era venuta a stabilirsi a Roma subito dopo la morte del marito e la nascita di lui.

Quasi quasi, a pensarci, Cesarino poteva dire di non conoscer bene neppure la madre. Non la vedeva quasi mai durante il giorno. Dalla mattina fino alle due del pomeriggio, ella stava alla Scuola Professionale, dove insegnava disegno e ricamo; andava poi in giro fino alle sei, fino alle sette, talvolta fino alle otto di sera, per impartire lezioni particolari anche di lingua francese e di pianoforte. Rincasava stanca, la sera; ma, pure in casa, in quel po’ di tempo prima di cena, altre fatiche, certe cure domestiche a cui la serva non avrebbe potuto attendere; e, subito dopo cena, la correzione dei lavori delle scolarette private.

Mobili piú che decenti, tutte le comodità, guardaroba ben fornito, dispensa abbondantemente provvista, eh sí, sfido! con tutto questo gran lavoro della mammina infaticabile; ma che tristezza anche, e che silenzio in quella casa!

Cesarino, ripensandoci dal collegio, se ne sentiva ancora stringere il cuore. Quand’era là, appena ritornato dalla scuola, desinava solo, svogliato, nella saletta da pranzo ricca ma quasi buja, con un libro aperto davanti appoggiato alla bottiglia dell’acqua sul riquadro bianco del tovagliolo apparecchiato lí per lí sulla tavola antica di noce; poi si chiudeva in camera a studiare; e, infine, la sera quando lo chiamavano a cena, usciva tutto raffagottato intorpidito, rannuvolato, con gli occhi strizzati dietro le lenti da miope.

Madre e figlio, cenando, scambiavano tra loro poche parole. Ella gli domandava qualche notizia della scuola; come avesse passato la giornata; spesso lo rimproverava del modo di vita che teneva, cosí poco giovanile, e voleva che si scotesse; lo incitava a muoversi un po’, di giorno all’aperto; a esser piú vivace, piú uomo, via! Lo studio sí, ma anche qualche svago ci voleva. Soffriva, ecco, a vederlo cosí uggito, pallido, disappetente. Egli le dava brevi risposte: sí, no; prometteva con freddezza e aspettava con impazienza la fine della cena per andarsene a letto, presto presto, poiché era solito di levarsi per tempo la mattina.

Cresciuto sempre solo, non aveva nessuna domestichezza con la madre. La vedeva, la sentiva molto diversa da sé, cosí alacre, energica e disinvolta. Forse egli somigliava al padre. E il vuoto lasciato dal padre da tanto tempo stava tra lui e la madre, e s’era sempre piú ingrandito con gli anni. Sua madre, anche lí presente, gli appariva sempre come lontana.

Ora questa impressione era cresciuta fino a cagionargli uno stranissimo imbarazzo, allorché (molto tardi, veramente; ma Cesarino – si sa – aveva poca fantasia), per una conversazione tra due compagni di scuola, le prime infantili finzioni dell’anima gli erano cadute, scoprendogli improvvisamente certi vergognosi segreti della vita finora insospettati. Allora la madre gli era come balzata ancor piú lontana. Negli ultimi giorni passati a casa, aveva notato ch’ella, non ostante il gran lavoro a cui attendeva senza requie dalla mattina alla sera, si conservava bella, molto bella e florida, e che di questa bellezza aveva gran cura: si acconciava i capelli con lungo e amoroso studio ogni mattina, vestiva con signorile semplicità, con non comune eleganza; e s’era sentito quasi offeso finanche dal profumo ch’ella aveva addosso, non mai prima avvertito cosí, da lui.

Per togliersi appunto da questa curiosa disposizione d’animo verso la madre, aveva subito accolto la proposta d’entrare in collegio. Ma se n’era ella accorta? o da che era stata spinta a fargli quella proposta?

Cesarino, ora, ci ripensava. Era stato sempre buono e studioso, fin da piccino; aveva fatto sempre il suo dovere senza la sorveglianza d’alcuno; era un po’ gracile, sí, ma stava pur bene in salute. Le ragioni addotte dalla madre non lo persuadevano punto. Lottava intanto contro se stesso per non accogliere certi pensieri, di cui sentiva poi onta e rimorso; tanto piú che, ora, sapeva ammalata la mamma. Da piú mesi ella non veniva a visitarlo, le domeniche, al collegio. Le ultime volte ch’era venuta, s’era lamentata di non star bene; e, difatti, a Cesarino non era sembrata florida come prima; aveva anzi notato una trascuratezza insolita nell’acconciatura di lei, che gli aveva fatto sentire piú acuto il rimorso dei pensieri cattivi suggeriti dalla soverchia cura ch’ella prima vi poneva.

Dalle letterine, che di tanto in tanto la madre gli inviava per domandargli se avesse bisogno di qualche cosa, Cesarino sapeva che il medico le aveva ordinato di stare in riposo, perché si era troppo e per troppo tempo affaticata, e proibito d’uscire, assicurando tuttavia che non c’era nulla di grave e che, seguendo scrupolosamente le prescrizioni, sarebbe senza dubbio guarita. Ma l’infermità si protraeva e Cesarino già stava in pensiero e non gli pareva l’ora che l’anno scolastico terminasse.

Naturalmente, in tali condizioni di spirito, le vere ragioni escogitate dal professore di storia, per cui Napoleone Bonaparte era stato sconfitto a Waterloo, per quanti sforzi facesse, non riusciva a penetrarle bene.

Quel giorno stesso, appena rientrato in collegio, Cesarino fu chiamato dal Direttore. S’aspettava qualche grave riprensione per lo scarso profitto ricavato da quell’anno di studio; ma trovò invece il Direttore molto benigno e amorevole e anche un po’ turbato, all’aria.

– Caro Brei, – gli disse, posandogli insolitamente una mano su la spalla, – lei sa che la sua mamma...

– Sta peggio? – lo interruppe subito Cesarino, levando gli occhi a guardarlo, quasi con terrore; e il berretto gli cadde di mano.

– Pare, figliuolo mio, sí. Bisogna che lei vada subito a casa.

Cesarino rimase a guardarlo, con una domanda negli occhi supplichevoli, che le labbra non ardivano di proferire

– Io non so bene – disse il Direttore, comprendendo quella domanda muta. – È venuta una donna, poco fa da casa, a chiamarla. Coraggio, figliuolo mio! Vada. Lascerò il custode a sua disposizione.

Cesarino uscí dalla sala della direzione con la mente scombujata: non sapeva piú quel che dovesse fare, di dove prendere per correre a casa. Dov’era il custode? E il berretto? dove aveva lasciato il berretto?

Il Direttore glielo porse e ingiunse al custode di rimanere a disposizione del giovane anche per tutta la giornata, se occorreva.

Cesarino corse in via Finanze, ov’era la casa. Pochi passi prima di giungervi, vide il portone socchiuso e sentí mancarsi le gambe.

– Coraggio! – gli ripeté il custode, che sapeva.

Tutta la casa era sossopra, come se la morte vi fosse entrata di violenza.

Precipitandosi dentro, Cesarino cacciò subito lo sguardo nella camera della madre, in fondo, e la intravide, là.. sul letto... lunga – fu questa, nello stordimento, la prima impressione, strana, di meraviglia – lunga, oh Dio, come se la morte l’avesse stirata, a forza; rigida, pallida piú della cera, e già livida nelle occhiaje, ai lati del naso irriconoscibile!

– Come?... come?... – balbettò, piú incuriosito quasi sulle prime, che atterrito da quella vista, stringendosi nelle spalle e protendendo il collo a guardare come fanno i miopi.

Quasi in risposta, venne dall’altra stanza, a infrangere orribilmente quel silenzio di morte, uno strillo infantile, ròco.

Cesarino si voltò di scatto, quasi quello strillo gli fosse arrivato come una rasojata alla schiena, e tremando in tutto il corpo guardò la serva che piangeva in silenzio inginocchiata presso il letto.

– Un bimbo?

– Di là... – gli accennò quella.

– Suo? – domandò, piú col fiato che con la voce, allibito.

La serva accennò di sí, col capo.

Si voltò di nuovo verso la madre, non poté sostenerne la vista. Sconvolto dall’improvvisa, atroce rivelazione che lo istupidiva e gli strappava, ora, il cordoglio violentemente, si nascose gli occhi con le mani, mentre su dalle viscere sospese gli saliva come un urlo che la gola, strozzata dall’angoscia, non lasciava passare.

Di parto, dunque? morta di parto? Ma come? Dunque, per questo? E subito gli balenò il sospetto che di la, dond’era venuto quel pianto infantile, ci fosse qualcuno; e si voltò a guatare la serva odiosamente.

– Chi... chi?

Non poté dir altro. Con la mano che gli ballava voleva reggersi le lenti che gli scivolavano dal naso per le lagrime che intanto, inavvertitamente, gli sgorgavano dagli occhi.

– Venga... venga... – gli disse la serva.

– No... dimmi... – insistette.

Ma finalmente s’accorse che nella camera, attorno al letto, c’era altra gente ch’egli non conosceva e che lo guardava con pietoso stupore. Tacque e si lasciò condurre dalla serva nella stanzetta che aveva occupato prima d’entrare in collegio.

C’era di là la levatrice soltanto, che aveva da poco tratto dal bagno il neonato ancora gonfio e paonazzo.

Cesarino lo guardò con ribrezzo, e si volse di nuovo alla serva.

– Nessuno? – disse, quasi tra sé. – Questo bambino?

– Oh signorino mio! – esclamò la serva, giungendo le mani. – Che posso dirle? Non so nulla, io. Dicevo appunto questo alla levatrice qua... Non so proprio nulla! Qua non è mai venuto nessuno: questo glielo posso giurare!

– Non ti disse?

– Mai, nulla! Non mi confidò mai nulla, e io, certo, non potevo domandarle... Piangeva, sa? Oh tanto, di nascosto... Non uscí piú di casa, dacché cominciò a parere... lei m’intende...

Cesarino, raccapricciato, alzò le mani per accennare alla serva di tacere. Per quanto, nel vuoto orrendo in cui quella morte improvvisa lo gettava, sentisse prepotente il bisogna di sapere, non volle. L’onta era troppa. E sua madre n’era morta, ed era ancora di là.

Si premette le mani sul volto, accostandosi alla finestra per fare da solo, nel bujo della mente, le sue supposizioni.

Non ricordava d’aver veduto neanche lui, finché era stato in casa, nessun uomo, mai, che potesse dargli sospetto Ma, fuori? Sua madre era vissuta cosí poco in casa! E che sapeva lui della vita ch’ella aveva condotto fuori? Che cosa fosse sua madre oltre il cerchio ristrettissimo delle relazioni che aveva avuto prima con lui, lí, le sere, a cena? Tutta una vita, a cui egli era rimasto sempre estraneo. Si era messa con qualcuno, certo... Con chi?... Piangeva. Dunque costui l’aveva abbandonata, non volendo o non potendo sposarla. Ed ecco perché ella lo aveva chiuso in collegio: per sottrarsi e sottrarlo a una vergogna inevitabile. Ma dopo? Egli sarebbe pure uscito dal collegio, nel prossimo luglio. E allora? Intendeva ella forse di cancellare ogni traccia della colpa?

Schiuse le mani per guardar di nuovo il bimbo. Ecco: la levatrice lo aveva fasciato e messo a giacere sul lettino, in cui egli dormiva, quand’era in casa. Quella cuffietta, quella camicina, quel bavaglino... Ma no, ecco: ella intendeva tenerselo, il bimbo. Lo aveva preparato lei, certo, quel corredino. E dunque, uscendo dal collegio, egli avrebbe trovato in casa quella nuova creaturina. E che gli avrebbe detto allora la madre? Ecco, ecco perché era morta! Chi sa quale tremenda tortura segreta, in quei mesi! Ah, vile, vile quell’uomo che gliel’aveva inflitta, abbandonandola, dopo averla svergognata! Ed ella s’era rintanata in casa, a celare il suo stato, e forse aveva perduto il posto d’insegnante alla Scuola Professionale... Con quali mezzi aveva vissuto in quei mesi? Certo, coi risparmii accumulati in tanti anni di lavoro. Ma adesso?

Cesarino sentí d’improvviso il vuoto spalancarglisi piú nero e piú vasto d’attorno. Si vide solo, solo nella vita, senz’ajuto, senz’alcun parente, né prossimo né lontano; solo, con quella creaturina lí che aveva ucciso la mamma venendo al mondo ed era rimasta anche lei, cosí, nello stesso vuoto, abbandonata alla stessa sorte, senza padre... Come lui.

Come lui? Eh sí, fors’anche lui... – come non ci aveva mai pensato prima? – fors’anche lui era nato cosí! Che sapeva di suo padre? Chi era stato quel Cesare Brei?...Brei? Ma non era questo il cognome della madre? Sí. Enrica Brei. Cosí ella si firmava, e tutti la conoscevano come la maestra Brei. Se fosse stata vedova, venuta a Roma, entrata nell’insegnamento, non avrebbe ripreso il suo cognome, magari facendolo seguire da quello del marito? Ma no: Brei era il cognome della madre; ed egli dunque portava soltanto il cognome di lei; e quel fu Cesare, di cui non sapeva nulla, di cui non era rimasta in casa alcuna traccia, forse non era mai esistito: Cesare, forse, sí, ma non Brei... Chi sa qual era veramente il cognome di suo padre! Come non ci aveva mai pensato, finora, a queste cose?

– Senta, povero signorino! – gli disse la serva. – La levatrice qui vorrebbe dirle... Questa creaturina...

– Già, – interruppe la levatrice, – ha bisogno del latte, ora, questa creatura. Chi glielo darà?

Cesarino la guardò smarrito.

– Ecco, – riprese la levatrice, – io dicevo che... essendo nato cosí... e perché la mamma, poverina, non c’è piú... e lei è un povero ragazzo che non potrebbe badare a questo innocente... dicevo...

– Portarlo via? – domandò Cesarino, accigliandosi.

– Ma perché, guardi, – seguitò quella, – io dovrei denunziarlo allo Stato Civile... Bisogna che sappia quel che lei vuol fare.

– Sí, – disse Cesarino, smarrendosi di nuovo. – Sí... Aspettate... Voglio, voglio prima vedere...

E si guardò attorno, come se cercasse qualcosa. La serva gli venne in ajuto.

– Le chiavi? – gli domandò piano.

– Che chiavi? – fece egli, che non pensava a nulla.

– Vuole il mazzetto di chiavi, per vedere... non so! Guardi, sono di là, su la specchiera, in camera della mamma.

Cesarino si mosse per andare, ma s’arrestò subito, al pensiero di rivedere la madre, ora che sapeva. La serva, che s’era messa a seguirlo, aggiunse, piú piano:

– Bisognerebbe, signorino mio, provvedere a tante cose Lo so, lei si trova sperduto, cosí solo, povera anima innocente... È venuto il medico; son corsa in farmacia... ho preso tanta roba... Questo sarebbe nulla; ma c’è da pensare, ora, anche alla povera mamma, eh? Come si fa?.. Veda un po’ lei...

Cesarino andò per prender le chiavi. Rivide stesa, lunga e rigida sul letto, la madre, e come attratto dalla vista le si appressò. Ah, mute, mute ora, per sempre, quelle labbra, da cui tante cose egli avrebbe voluto sapere! Se l’era portato via con sé, nel silenzio orribile della morte il mistero di quel bimbo di là, e l’altro della nascita di lui... Ma, forse, cercando, frugando... Dov’erano le chiavi?

Le prese dalla specchiera, e seguí la serva nello studiolo della madre.

– Ecco... veda dà, in quello stipetto.

Vi trovò poco piú di cento lire, ch’erano forse il residuo dei risparmii.

– Nient’altro?

– Niente, aspetta...

Aveva scorto in quello stipetto alcune lettere. Volle leggerle subito. Ma erano (tre, in tutto) di una maestra della Scuola Professionale, dirette alla madre a Rio Freddo, dove due anni avanti ella, insieme con lui, aveva passato le vacanze estive. E l’anno dopo, quella maestra, collega della madre, era morta. Dall’ultima di quelle lettere, a un tratto scivolò a terra un bigliettino, che la serva s’affrettò a raccogliere.

– Da’ qua! da’ qua!

Era scritto a lapis, senza intestazione, senza data, e diceva cosí:

Impossibile, oggi. Forse venerdí.

ALBERTO.

– Alberto... – ripeté, guardando la serva. – È lui! Alberto... Lo conosci? Non sai nulla? proprio nulla! Parla!

– Nulla, signorino mio, gliel’ho detto!

Cercò di nuovo nello stipetto, poi nei cassetti degli armadii, dovunque, scompigliando ogni cosa. Non trovò nulla. Solo quel nome! Solo questa notizia: che il padre di quel bimbo si chiamava Alberto. E suo padre, Cesare... Due nomi: nient’altro. E lei, di là, morta. E tutti quei mobili della casa, inconsapevoli, impassibili. E lui, ora, senza piú nessun sostegno, in quel vuoto, con quel bimbo là, che, appena nato, non apparteneva piú a nessuno; mentre lui almeno, finora, aveva avuto la madre. Buttarlo via? No, no, povero piccino!

Commosso da una veemente pietà, ch’era già quasi tenerezza fraterna, sentí destarsi dentro una disperata energia. Trasse dallo stipetto alcune gioje della madre e le diede alla serva, perché cercasse di cavarne denaro, per il momento. Si recò nella saletta per pregare il custode, che l’aveva accompagnato, di attender lui a quanto si doveva ancor fare per la mamma. Ritornò dalla levatrice, per pregarla di cercare subito una balia. Corse a prendere il suo berretto da collegiale, là, nella camera mortuaria; e dopo avere in cuor suo promesso alla madre che quel suo piccino non sarebbe perito e neanche lui, corse al collegio, a parlare col Direttore.

Era divenuto un altro, in pochi istanti. Espose al Direttore, senza un lamento, il suo caso, il suo proposito, chiedendogli ajuto, sicuramente, con la ferma convinzione che nessuno avrebbe potuto negarglielo, perché ne aveva il diritto sacrosanto, ormai, per tutto il male che, innocente, gli toccava soffrire, dalla propria madre, da quell’ignoto che gli aveva dato la vita, da quest’altro ignoto che gli aveva tolto la madre, lasciandogli in braccio un bambino appena nato.

Il Direttore che, ascoltandolo, stava a mirarlo a bocca aperta e con gli occhi pieni di lagrime, subito lo assicurò che avrebbe fatto di tutto per ottenergli al piú presto un soccorso, e che non lo avrebbe mai, mai abbandonato. Se lo strinse al petto, pianse con lui, gli disse che quella sera stessa sarebbe venuto a trovarlo a casa e, sperava, con una buona notizia.

– Sta bene. Sissignore. L’aspetto.

E ritornò di furia a casa.

Il soccorso, tenue, giunse sollecito; e Cesarino quasi non se ne accorse, perché serví subito per il trasporto della mamma, a cui pensarono gli altri.

Egli non pensò piú che al bambino, come salvarlo insieme con sé, fuori, fuori di quella trista casa dove tanta agiatezza, chi sa come, chi sa donde era entrata, per finir di confonderlo: mobili, tende, tappeti, stoviglie, tutto quell’arredo, se non proprio di lusso, certo costoso. Lo guardava quasi con rancore per il segreto ch’esso serbava della sua provenienza. Bisognava disfarsene al piú presto, trattenendo soltanto le cose piú umili e necessarie per arredarne le tre povere stanzette, prese a pigione fuori di porta con l’ajuto del Direttore del collegio.

Coi negozianti di mobili usati e i rigattieri ai quali si rivolse per consiglio degli altri casigliani, ne contrattò la rivendita con accanimento; perché – cosa strana! – gli parve che appartenessero sopratutto al bambino, quei mobili, or che la mamma era morta per lui, rendendo nota a tutti cosí la vergogna di quell’agiatezza; e al bambino almeno perdio, si poteva concedere il diritto, piccino com’era e ignaro di tutto, di non sentirla quella vergogna – se uno invece di lui, ne difendeva gl’interessi.

Avrebbe rivenduto anche gli abiti e tante galanterie rimaste della mamma a una malinconica rigattiera malaticcia, che gli si presentò tutta gale e cascante di stanchezza e di vezzi, se costei, parlando molle molle tra dolci sorrisi non gli avesse lasciato intendere a quale clientela destinava quegli abiti e quelle gale. La cacciò via. Ah quelle spoglie, quasi vive ancora, come serbavano il profumo che tanto lo aveva turbato negli ultimi tempi! Gli parve ora, nella bracciata che ne fece per andarle a riporre, di sentirci come l’alito del bimbo, a riprova della strana impressione che tutto, tutto lí appartenesse a lui, lavato, incipriato, avvolto in quel corredino ricco ch’ella gli aveva preparato prima di morire. Ecco, gli appariva ormai come una cosa preziosa, preziosa e cara, quel bimbo, non piú soltanto da salvare, ma anche da tener custodito con tutte quelle cure che certamente avrebbe avuto per lui la mamma, di cui era felice di risentire in sé, cosí d’improvviso ridestata, la bella alacrità coraggiosa.

Non s’accorgeva, come potevano accorgersi gli altri, che la vivace e ardente prontezza disinvolta della mamma, nella sgraziata magrezza del suo corpicciuolo, appariva come un disperato sforzo, che lo rendeva ispido, sospettoso ed anche crudele. Sí, anche crudele, come si dimostrò nel licenziare la vecchia serva Rosa che pure era stata tanto buona per lui, in quel trambusto. Ma non gli si poteva voler male di quello che faceva o che diceva. Era giusto, in fondo, che licenziasse la serva, dovendo sostenere la grossa spesa della balia per il bambino: avrebbe, sí, potuto farlo con un altra maniera; ma gli si perdonava anche questa, come del resto gliel’aveva perdonato la stessa Rosa; perché forse, poverino, neanche il sospetto poteva avere d’esser crudele verso gli altri, lui che sperimentava in quel momento e in quella misura la crudeltà feroce della sorte. Tutt’al piú, se la compassione non l’avesse impedito, sorridere se ne poteva, nel vederlo cosí assaettato, con quelle spallucce strette e troppo in su, e la faccetta pallida e dura protesa come a rintuzzare, con gli occhi aguzzi dietro quelle forti lenti da miope. Affannato, angosciato dalla paura di non arrivare mai a tempo, correva di qua, di là, per trar partito da tutto. Lo ajutavano e non ringraziava nemmeno. Non ringraziò neanche il Direttore del collegio quando, nella casetta nuova, dopo lo sgombero, venne ad annunziargli che gli aveva trovato il posto di scrivanello al Ministero della Pubblica Istruzione.

– È poco, sí. Ma verrai la sera al collegio, all’uscita dal Ministero, per qualche lezioncina privata ai convittori, scolaretti del ginnasio inferiore. Vedrai che ti basterà. Tu sei bravo.

– Sissignore. Ma l’abito?

– Che abito?

– Non posso mica andare al Ministero vestito ancora da collegiale.

– Indosserai uno degli abiti che avevi prima d’entrare in collegio.

– Nossignore, non posso. Sono tutti come li voleva la mamma, coi calzoni corti. E poi, neanche neri.

Ogni difficoltà che gli si parava davanti (ed erano tante!), lo irritava, piú che sbigottirlo. Voleva vincere; doveva vincere. Ma il dovere di farlo vincere pareva che spettasse agli altri, quanto piú lui ne dimostrava la volontà. E al Ministero, se gli altri scrivani, tutti uomini maturi o vecchi, passavano il tempo a far la burletta, nonostante la minaccia dei capi che quell’ufficio di ricopiatura sarebbe stato soppresso per lo scarso rendimento che dava, egli dapprima s’agitava sulla seggiola, sbuffando, o pestava un piede, poi si voltava brusco a guardarli dal suo tavolino, battendo il pugno sulla spalliera della seggiola; non perché gli paresse disonesta quella loro stupida negligenza, ma perché, non sentendo l’obbligo di lavorare con lui e quasi per lui, lo mettevano a rischio di perdere il posto. Nel vedersi cosí richiamati al dovere da un ragazzo, era naturale che quelli ridessero e se lo pigliassero a godere. Balzava in piedi; minacciava d’andarli a denunziare; e faceva peggio; perché quelli, ecco, lo sfidavano a farlo; allora lui doveva riconoscere che, facendolo, avrebbe forse affrettato il danno di tutti. Restava a guardarli come se con le loro risate gli avessero squarciato il ventre; poi ricurvava le spallucce sul tavolino, e dàlli a ricopiare, a ricopiare quante piú carte poteva, a rivedere anche le poche ricopiate dagli altri per levarne via gli errori; sordo ai motteggi con cui quelli ora si spassavano a sbottoneggiarlo. Certe sere, perché il lavoro assegnato all’ufficio fosse terminato, usciva dal Ministero un’ora dopo tutti gli altri. Il Direttore se lo vedeva arrivare al collegio, trafelato ansante, con gli occhi induriti dalla fissità spasimosa che dava loro il pensiero di non bastare a difendersi dalle difficoltà e le contrarietà della sorte, a cui purtroppo si univa anche la malignità degli uomini, adesso.

– Ma no, ma no, – gli diceva il Direttore, per confortarlo; e qualche volta anche lo rimproverava amorevolmente.

Non sentiva né i conforti né i rimproveri; come per via correndo, non vedeva mai nulla; la mattina, per trovarsi puntuale all’ufficio, venendo dalla casa lontana fuor di porta; a mezzogiorno, per ritornare fin là a desinare, e poi per ritrovarsi a tempo all’ufficio alle tre, sempre a piedi sia per risparmiare i soldi del tram, sia per la paura di mancare all’orario stando ad aspettare che quello passasse. Non ne poteva piú, la sera. Si sentiva cosí stanco, che neanche la forza aveva di reggere in braccio Ninní, stando in piedi. Doveva prima sedere.

Sul balconcino dalla ringhiera di ferro arrugginita, che gli era parso tanto bello dapprima là alla vista degli orti suburbani, ora, tenendo sulle ginocchia Ninní, avrebbe voluto compensarsi delle corse, delle fatiche, delle amarezze di tutta la giornata. Ma il bimbo, che aveva già circa tre mesi, non voleva stare con lui, forse perché, non vedendolo quasi mai durante la giornata, ancora non lo riconosceva; fors’anche perché egli non lo sapeva tener bene in braccio; o perché aveva già sonno, come diceva la balia per scusarlo.

– Su, me lo ridía, gli farò far la nanna; e poi penserò a lei, per la cena.

Aspettando la cena, lí seduto sul balconcino, nell’ultima luce fredda del crepuscolo, guardando (senza neppur forse vederla) la fetta di luna già accesa nel cielo scialbo e vano poi abbassando gli occhi sulla sudicia stradicciuola deserta costeggiata da una parte da una siepe secca e polverosa a riparo degli orti, si sentiva invader l’anima, in quella stanchezza, da uno squallore angoscioso; ma non appena il pianto accennava di pungergli gli occhi, serrava i denti, stringeva nel pugno la bacchetta di ferro della ringhiera, appuntava lo sguardo all’unico fanale della stradicciuola, a cui i monellacci avevano fracassato a sassate due vetri, e si metteva a pensar cose cattive, apposta, contro gli scolaretti del convitto, anche contro il Direttore, ora che non sentiva piú di poter essere come prima fiducioso con lui, avendo capito che gli faceva il bene, sí, ma quasi piú per sé, per il compiacimento di sentirsi, lui, buono; il che gli dava adesso, nel riceverne quel bene, come un impiccio d’umiliazione. E quei compagni d’ufficio, coi loro sudici discorsi e certe sconce domande che avrebbero voluto avvilirlo di vergogna: «se e come faceva; se l’aveva mai fatto». Ed ecco, un improvviso convulso di lagrime lo assaliva al ricordo d’una sera che, andando al solito di furia per via come un cieco, aveva inciampato in una donnaccia di strada la quale, subito, fingendo di pararlo, se l’era premuto al seno con tutte e due le braccia, costringendolo cosí a cogliere con le nari sulla carne viva, oscenamente, il profumo, quel profumo stesso della sua mamma; per cui s’era strappato da lei, mugolando, ed era fuggito via. Gli pareva ora di sentirsi frustato dal dileggio di quelli: «Verginello! verginello!», e tornava a stringere nel pugno la bacchetta della ringhiera e a serrare i denti. No, non avrebbe potuto mai farlo, lui, perché sempre, sempre avrebbe avuto nelle nari, a dargliene l’orrore, quel profumo della madre.

Ora, nel silenzio, gli arrivavano i secchi tonfi sul mattonato dei piedi della seggiola prima i due davanti, poi i due di dietro, dondolata dalia balia che addormentava i piccino; e di là dalla siepe il frusciare dell’acqua che usciva a ventaglio dalla tromba lunga come un serpente con cu l’ortolano annaffiava l’orto. Quel fruscío d’acqua gli piaceva, gli rinfrescava lo spirito; e non voleva che, per distrazione dell’ortolano, in qualche punto ne cadesse troppa lo avvertiva subito dal rumore della terra che si faceva creta e n’era come affogata. Perché gli veniva a mente adesso quella tovaglietta da tè, damascata, con l’orlo cilestrino e i pèneri fitti fitti, che la mamma stendeva su un tavolinetto per offrire il tè a qualche amica, capitando insolitamente a casa verso le cinque? Quella tovaglietta... il corredino di Ninní... l’eleganza, il gusto, quello scrupolo di pulizia della mamma; e ora, ecco stesa là sulla tavola una sudicia tovaglia; la cena non ancora preparata; il suo letto, di là, non ancora rifatto dalla mattina, e fosse stato almeno ben curato il bimbo; ma nossignori: sporca la vestina, sporco il bavaglino; e a muoverne a quella balia il minimo rimprovero, già la certezza d’indispettirla e il pericolo ch’ella approfittasse dell’assenza di lui per sfogare il dispetto contro la creaturina innocente; e poi subito pronta la doppia scusa che, dovendo badare al bambino, non aveva tempo né di rassettare la casa né di attendere alla cucina; e che, se mancava al bambino qualche cura, questo dipendeva perché le toccava far anche da serva e da cuoca. Brutta zoticona, venuta su dalla campagna che pareva un tronco d albero, e che ora credeva di farsi bella, pettinandosi coi capelli alti e infronzolandosi. Ma pazienza! 11 latte, lo aveva buono; e il bimbo, quantunque trascurato, prosperava. Ah, come somigliava alla mamma! Gli stessi occhi e quel nasino, quella boccuccia... La balia gli voleva far credere che somigliasse a lui, invece. Ma che! Chi sa a chi somigliava lui! Ma ormai, non gl’importava piú di saperlo. Gli bastava che Ninní somigliasse alla mamma; n era felice, anzi, perché, cosí non avrebbe baciato su quel visino alcun tratto che avrebbe potuto fargli nascere l’idea di quell’ignoto, che ormai non si curava piú di scoprire.

Dopo cena, sulla stessa tavola appena sparecchiata, si metteva a studiare, con l’intenzione di presentarsi l’anno appresso agli esami di licenza liceale, per entrar poi – con l’esenzione dalle tasse, se gli veniva fatto – all’Università. Si sarebbe iscritto in legge, e se riusciva a ottener la laurea, questa gli avrebbe servito per qualche concorso di segretario allo stesso Ministero della Pubblica Istruzione. Voleva sollevarsi al piú presto da quella meschina e non ben sicura condizione di scrivano. Ma studiando, certe sere, era a poco a poco invaso e vinto da un cupo scoraggiamento. Gli parevan cosí lontane dal suo presente affanno quelle cose da studiare! E, distratto in quella lontananza, sentiva come vano il suo stesso affanno; e che non dovesse né potesse aver mai fine. Il silenzio di quelle tre stanzette quasi nude era tanto, che gli faceva perfino avvertire il ronzío del lume a petrolio tolto dalla sospensione e posato lí sulla tavola per vederci meglio: si toglieva le lenti dal naso; fissava con gli occhi socchiusi la fiamma e grosse lagrime allora gli pollavano dalle pàlpebre e piombavano sul libro aperto sotto il mento.

Ma erano momenti. La mattina dopo tornava ad assaettarsi piú ostinato, protendendo dalle spallucce ricurve, a modo dei miopi, quell’ossuto visetto di cera, stirato e madido, con quei capelli lisci di malato, troppo cresciuti tra gli orecchi e le gote, e quella violenza delle lenti che gli smaltavano gli occhi rimpiccoliti lucenti e precisi, pinzandogli a sangue le gracili pareti del naso.

Di tanto in tanto veniva a fargli qualche visitina Rosa, la vecchia serva. Piano piano gli faceva notare anch’essa tutte le magagne di quella balia; e, per metterlo in guardia, gli riferiva quanto le dicevano sul conto di lei le donne del vicinato. Cesarino si stringeva nelle spalle. Sospettava che Rosa parlasse per rancore, perché fin da principio, per non essere mandata via, gli aveva proposto d’allevare il bimbo col latte sterilizzato, come aveva veduto fare a tante mamme che se n’erano poi trovate contente. Ma le dovette render giustizia alla fine, quando si vide costretto a cacciar via su due piedi quella balia già gravida da due mesi. Per fortuna il bambino non soffrí del cambiato allevamento, anche per le cure amorose della buona vecchia, la quale si mostrò lietissima di ritornare al servizio di que due abbandonati.

E ora, finalmente, Cesarino poté assaporare davvero la dolcezza della pace conquistata con tanta pena. Sapeva, il suo Ninní affidato in buone mani, e poteva lavorare e studiar tranquillamente. La sera, rincasando, trovava tutta in ordine; Ninní lindo come uno sposino, e gustosa la cena e soffice il letto. Era la felicità. I primi gridolini, certe mossette piene di grazia di Ninní lo facevano impazzire dalla gioja. Lo mandava a pesare ogni due giorni, per paura che calasse di peso con quell’allattamento artificiale, nonostante che Rosa lo rassicurasse:

– Ma non sente che a momenti pesa piú di me? Sempre con la trombetta in bocca!

La trombetta era il biberon.

– Su, Ninní, fatti una sonatina!

E Ninní, subito: non se lo faceva dire due volte, e non gli bastava che gliela reggessero gli altri, la trombetta se la voleva reggere anche da sé, là, da bravo trombettiere e socchiudeva languidi i cari occhiuzzi dalla voluttà. Lo guardavano tutt’e due, in estasi; e, poiché il bimbo, spesso prima che finisse di succhiare, s’addormentava, zitti zitti si levavano e andavano in punta di piedi e rattenendo il respiro a deporlo nella cuna.

Riprendendo lo studio serale con raddoppiata lena, ormai sicuro dell’esito, le vere ragioni per cui Napoleone Bonaparte era stato sconfitto a Waterloo, Cesarino oramai le penetrava benissimo.

Se non che, una sera, rientrando in casa – di furia, come soleva, quasi assetato d’un bacio del suo Ninní – fu arrestato su la soglia da Rosa, la quale, tutta turbata, gli annunziò che c’era di là un signore che voleva parlargli e che lo aspettava da una buona mezz’ora.

Cesarino si trovò di fronte un uomo di circa cinquant’anni, alto di statura e ben piantato, vestito tutto di nero per lutto recentissimo, grigio di capelli e bruno in volto dall’aria cupa, grave. Si era alzato al suono del campanello della porta, e lo attendeva nella saletta da pranzo.

 – Desidera parlarmi? – gli domandò Cesarino, osservandolo, sospeso e costernato.

– Sí, da solo; se permette.

– Venga, entri.

E Cesarino gl’indicò l’uscio della sua cameretta e lo fece passare avanti; poi, richiuso l’uscio, con le mani che già gli ballavano, si volse, alterato in viso, pallidissimo, con gli occhi strizzati dietro le lenti e le ciglia corrugate, e avventò la domanda:

– Alberto?

– Rocchi, sí. Sono venuto...

Cesarino gli s’appressò, convulso, trasfigurato, come se volesse inveire:

– A far che? In casa mia?

Quegli si trasse indietro, impallidendo e contenendosi:

– Mi lasci dire. Vengo con buone intenzioni.

– Che intenzioni? Mia madre è morta!

– Lo so.

– Ah, lo sa? E non le basta? Se ne vada via subito, o lo farò pentire!

– Ma scusi!

– Pentire, pentire d’esser venuto qua a infliggermi l’onta...

– Ma no... scusi...

– L’onta della sua vista! Sissignore. Che vuole me?

– Se non mi lascia dire, scusi... Si calmi! – riprese egli, cosí investito, sconcertato. – Io comprendo... bisogna che le dica...

– No! – gridò Cesarino, risoluto, fremente, levando le gracili pugna. – Guardi, io non voglio saper nulla! Non voglio spiegazioni! Le basti avere osato di comparirmi davanti! E se ne vada!

– Ma qua c’è mio figlio... – disse allora quegli, torbido e spazientito.

– Vostro figlio? – inveí Cesarino. – Ah, siete venuto per questo? Ve ne ricordate adesso, che c’è vostro figlio qua?

– Prima non potevo... Se non mi lasciate dire...

– Che volete dire? Andate via! Andate via! Avete fatto morire mia madre! Andate via, o chiamo gente!

Il Rocchi socchiuse gli occhi; trasse, gonfiandosi, un profondo sospiro e disse:

– Va bene. Vuol dire che farò valere altrove le mie ragioni.

E s’avviò.

– Ragioni? Voi? – gli gridò dietro Cesarino, perdendo il lume degli occhi. – Miserabile! Dopo che m’hai ucciso la madre, vuoi aver ragioni da far valere? Tu, contro di me? Ragioni?

Quegli si voltò a guardarlo, fosco; ma aprí poi la bocca a un sorriso tra di sdegno e di compassione per la gracilità di quel ragazzo che lo insultava.

– Vedremo, – disse.

E se n’andò.

Cesarino rimase al bujo, nella saletta, dietro la porta tutto vibrante dell’impeto violento che in lui, timido, debole, avevano fatto il rancore, l’onta, la paura di perdere il suo piccino adorato. Rimessosi alla meglio, andò a bussare all’uscio di Rosa, che s’era chiusa a chiave, col bimbo stretto tra le braccia.

– Ho capito! ho capito! – gli disse Rosa.

– Voleva Ninní.

– Lui?

– Sí. E le sue ragioni, capisci? vuol far valere...

– Lui? E chi può dar ragione a lui?

– È il padre. Ma mi può togliere forse Ninní ora? L’ho cacciato via, come un cane! Gli ho detto che... che m’ha ucciso la madre... e che l’ho raccolto io, il bambino... e che ora è mio, è mio; e nessuno me lo può strappare dalle braccia! Mio! mio!... Guarda un po’... Miserabile... assa... assassino...

– Ma sí! ma certo! si calmi, signorino! – gli disse Rosa, piú afflitta e costernata di lui. – Mica con la forza potrà venire a prenderglielo, il bambino. Lei avrà pure le sue ragioni da far valere. E vorrei veder questa, ora, che ci levassero Ninní che abbiamo allevato noi. Ma stia tranquillo, che non si farà piú vedere, dopo la degna accoglienza che Lei gli ha fatta.

Né queste, però, né altre assicurazioni che la buona vecchia ripeté durante tutta la sera, valsero a tranquillare Cesarino. Il giorno dopo, là, al Ministero, provò un vero, eterno supplizio. A mezzogiorno, scappò a casa, trepidante, col cuore in gola. Non voleva piú ritornare all’ufficio per le tre del pomeriggio; ma Rosa lo spinse ad andare, promettendogli che avrebbe tenuto la porta sprangata e non avrebbe aperto a nessuno e che non avrebbe lasciato Ninní neanche per un minuto. Cosí egli andò; ma rincasò alle sei, senza recarsi al collegio per la ripetizione agli scolaretti.

Nel vederselo davanti come uno stordito, cosí abbattuto e costernato, Rosa cercò in tutti i modi di scuoterlo. Ma invano. Aveva un presentimento Cesarino, che gli rodeva l’anima e non gli dava requie. Passò insonne tutta la nottata.

Il giorno appresso, non ritornò a casa a mezzodí per il desinare. La vecchia Rosa non sapeva come spiegarsi quel ritardo. Verso le quattro, finalmente, lo vide arrivare ansante, livido, con una fissità truce negli occhi.

– Devo darglielo. M’hanno chiamato in questura. C’era anche lui. Ha mostrato le lettere di mia madre. È suo.

Disse cosí, a scatti, senza alzar gli occhi a guardare il bimbo, che Rosa teneva in braccio.

– Oh cuore mio! – esclamò questa, stringendosi al seno Ninní. – Ma come? Che ha detto? Come ha potuto la giustizia?. ..

– È il padre! è il padre! – rispose Cesarino. – Dunque è suo!

– E lei? – domandò Rosa. – Come farà lei?

– Io? Io, con lui. Ce n’andremo insieme.

– Con Ninní, da lui?

– Da lui.

– Ah, cosí?... tutt’e due insieme, allora? Ah, cosí va bene! Non lo lascerà... E io, signorino? questa povera Rosa?

Cesarino, per non risponderle direttamente, si tolse in braccio il piccino, se lo strinse al petto, e, piangendo, cominciò a dirgli:

– La povera Rosa, Ninní? Insieme con noi anche lei? Non è giusto! Non si può! Le lasceremo tutto, alla povera Rosa. Questa poca roba che è qua. Stavamo insieme tanto bene, tutt’e tre, è vero, Ninní mio? Ma non hanno voluto... non hanno voluto...

– Ebbene, – disse Rosa, inghiottendo le lagrime. – Si vuole affliggere cosí per me, adesso, signorino? Io sono vecchia; non conto piú; Dio per me provvederà. Purché siano contenti loro... Del resto, dica: non potrò forse venire a trovarla, a vedere questo mio angioletto? Non mi cacceranno via, se verrò. Alla fin fine, perché non dev’essere cosí? Passato il primo momento, sarà forse anche un bene per lei, signorino, che le pare!

– Forse, – disse Cesarino. – Intanto, Rosa, bisogna che tu prepari tutto, presto... tutto quello che abbiam fatto a Ninní, le mie robe e le tue anche. Si va via stasera. Siamo aspettati a pranzo. Senti: io ti lascio tutto...

– Che dice, signorino mio! – esclamò Rosa.

– Tutto... tutto quel po’ che ho con me... in denaro. Ben altro ti debbo, per tutto l’affetto... Zitta, zitta! No ne parliamo. Tu lo sai, e io lo so. Basta. Anche quei pochi mobili... Noi troveremo di là un’altra casa... Tu farai di questa ciò che vorrai. Non mi ringraziare. Prepara tutto e andiamo via. Tu, prima. Non saprei andarmene, lasciandoti qua. Poi, domani, verrai a trovarmi, e io ti lascerò la chiave e tutto.

La vecchia Rosa obbedí, senza rispondere. Aveva il cuore cosí gonfio che, ad aprir la bocca per parlare, singhiozzi, certo, e non parole le sarebbero venuti fuori. Preparò tutto, anche il suo fagotto.

– Lo lascio qua? – domandò. – Tanto, se domani debbo ritornare...

– Sí, certo, – le rispose Cesarino. – E ora, eccoti bacia Ninní... Bacialo, e addio.

Rosa si prese in braccio il piccino che guardava un po’ sbigottito; ma non poté in prima baciarlo: bisognò che si sfogasse un pezzo, pur dicendo:

È una sciocchezza piangere... perché domani... Ecco a lei, signorino... se lo prenda. E coraggio, eh? Un bacio anche a lei... A domani!

Se ne andò senza voltarsi indietro, soffocando i singhiozzi nel fazzoletto.

Subito Cesarino sprangò la porta. Si passò una mano su i capelli, che gli si drizzarono, irti. Andò a posare Ninnì sul letto: gli mise in mano l’orologino d’argento, perché stesse quieto. Scrisse in gran fretta poche righe su un foglio di carta: la donazione a Rosa della povera suppellettile di casa. Poi scappò in cucina; preparò lesto lesto un buon fuoco; lo portò in camera; chiuse gli scuri, l’uscio e al lume della lampadina che la vecchia Rosa teneva sempre accesa davanti un’immagine della Madonna, si stese sul letto accanto a Ninní. Questo allora lasciò cadere sul letto l’orologino, e – al solito – alzò la mano per strappare dal naso al fratello le lenti. Cesarino, questa volta, se le lasciò strappare; chiuse gli occhi e si strinse il bimbo al petto:

– Quieto, ora, Ninní, quieto... Facciamo la nanna bellino, la nanna.

077  -  L’altro figlio

– C’è Ninfarosa?

– C’è. Bussate.

La vecchia Maragrazia bussò, e poi si calò a sedere pian piano sul logoro scalino davanti la porta.

Era la sua sedia naturale; quello, come tant’altri davanti le porte delle casupole di Farnia. Lí seduta, o dormiva o piangeva in silenzio. Qualcuno, passando, le buttava in grembo un soldo o un tozzo di pane; ella si scoteva appena dal sonno o dal pianto; baciava il soldo o il pane; si segnava, e riprendeva a piangere o a dormire.

Pareva un mucchio di cenci. Cenci unti e grevi, sempre gli stessi, d’estate e d inverno, strappati, sbrindellati, senza piú colore e impregnati di sudor puzzolente e di tutto il sudicio delle strade. La faccia giallastra era un fitto reticcio di rughe, in cui le pàlpebre sanguinavano, rovesciate, bruciate dal continuo lacrimare; ma, tra quelle rughe e quel sangue e quelle lagrime, gli occhi chiari apparivano come lontani, quelli d’un’infanzia senza memorie. Ora, spesso, qualche mosca le si attaccava, vorace, a quegli occhi; ma ella era cosí sprofondata e assorta nella sua pena, che non l’avvertiva nemmeno; non la cacciava. I pochi capelli, aridi, spartiti sul capo, le terminavano in due nodicini pendenti su gli orecchi, i cui lobi erano strappati del peso degli orecchini massicci a pendaglio portati in gioventú. Dal mento, giú giú fin sotto la gola, la floscia giogaja era divisa da un solco nero che le sprofondava nel petto cavo.

Le vicine, messe a sedere su l’uscio, non le badavano piú. Stavano quasi tutto il giorno lí, e chi rattoppava panni, chi sceglieva legumi, chi faceva la calza, e insomma, tutte occupate in qualche lavoro; conversavano davanti a quelle loro casupole basse, che prendevano luce dall’uscio; case e stalle insieme, dal pavimento acciottolato come la strada; e di qua la mangiatoja, dove qualche asinello o qualche mula scalpitavano, tormentati dalle mosche; di là, il letto alto, monumentale; e poi una lunga cassapanca nera, d’abete o di faggio, che pareva una bara; e due o tre seggiole impagliate; la madia; e poi, attrezzi rurali. Su le pareti grezze, fuligginose, per unico ornamento, certe stampacce da un soldo, che volevano raffigurare i santi del paese. Per la strada intanfata di fumo e di stalla ruzzavano ragazzi cotti dal sole, alcuni ignudi nati, altri con la sola camicina, a brendoli, sudicia; e le galline razzolovano, e grugnivano, soffiando col grifo tra la spazzatura, i porcellini cretacei.

Quel giorno si parlava della nuova comitiva d’emigranti che la mattina dopo doveva partire per l’America.

– Parte Saro Scoma, – diceva una. – Lascia la moglie e tre figliuoli.

 – Vito Scordía, – soggiungeva un’altra, – ne lascia cinque e la moglie gravida.

– È vero che Càrmine Ronca, – domandava una terza, – se lo porta con sé il figliuolo di dodici anni, che già andava alla zolfara? Oh Santa Maria, il ragazzo, almeno, avrebbe potuto lasciarglielo alla moglie. Come farà quella povera cristiana, ora, a darsi ajuto?

– Che pianto, che pianto, – gridava lamentosamente una quarta piú là, – tutta la notte, in casa di Nunzia Ligreci! Il figlio Nico, tornato appena da soldato, vuol partire anche lui!

Udendo queste notizie, la vecchia Maragrazia si turava la bocca con lo scialle per non scoppiare in singhiozzi. La foga del dolore le rompeva però, dagli occhi sanguigni, in lagrime senza fine.

Da quattordici anni erano partiti anche a lei per l’America due figliuoli; le avevano promesso di ritornare dopo quattro o cinque anni; ma avevano fatto fortuna laggiú, specialmente uno, il maggiore, e si erano dimenticati della vecchia mamma. Ogni qual volta una nuova comitiva di emigranti partiva da Farnia, ella si recava da Ninfarosa, perché le scrivesse una lettera, che qualcuno dei partenti doveva per carità consegnare nelle mani dell’uno o dell’altro di quei figliuoli. Poi seguiva per un lungo tratto dello stradone polveroso la comitiva, che si recava, sovraccarica di sacchi e di fagotti, alla stazione ferroviaria della prossima città, fra le madri, le spose e le sorelle che piangevano, disperate; e, camminando, guardava affitto affitto gli occhi di questo o di quel giovane emigrante che simulava una romorosa allegria per soffocare la commozione e stordire i parenti che lo accompagnavano.

– Vecchia matta, – qualcuno le gridava. – O perché mi guardate cosí? Vorreste cavarmi gli occhi?

– No, bello, te li invidio! – gli rispondeva la vecchia – Perché tu li vedrai i miei figliuoli. Di’ loro come m’hai lasciata; che non mi ritroveranno piú, se tardano ancora.

Intanto là le comari del vicinato seguitavano a fare il conto di quelli che partivano il giorno appresso. A un tratto un vecchio dalla barba e dai capelli lanosi, che se n’era stato finora zitto ad ascoltare, steso a pancia all’aria e fumando la pipa in fondo alla straducola, rizzò il capo che teneva appoggiato a una bardella d’asino, e, posandosi le grosse mani rocciose sul petto:

– S’io fossi re, – disse, e sputò, – s’io fossi re, nemmeno una lettera farei piú arrivare a Farnia da laggiú.

– Evviva Jaco Spina! – esclamò allora una delle vicine. – E come farebbero qua le povere mamme, le spose, senza notizie e senz’ajuto?

– Sí! Ne mandano assai! – brontolò il vecchio, e sputò di nuovo. – Le madri, a far le serve; e le spose vanno a male. Ma perché i guaj che trovano laggiú non li dicono, nelle loro lettere? Solo il bene dicono, e ogni lettera è per questi ragazzacci ignoranti come la chioccia: – pïo pïo pïo – se li chiama e porta via tutti quanti! Dove son piú le braccia per lavorare le nostre terre? A Farnia, ormai, siamo rimasti noi soli: vecchi, femmine e bambini. E ho la terra e me la vedo patire. Con un solo pajo di braccia che posso fare? E ne partono ancora, ne partono! Pioggia in faccia e vento alle spalle, dico io. Si rompano il collo, maledetti!

A questo punto, Ninfarosa schiuse la porta, e parve spuntasse il sole in quella stradetta.

Bruna e colorita, dagli occhi neri, sfavillanti, dalle labbra accese, da tutto il corpo solido e svelto, spirava una allegra fierezza. Aveva sul petto colmo un gran fazzoletto di cotone rosso, a lune gialle, e grossi cerchi d’oro agli orecchi. I capelli corvini, lucidi, ondulati, volti indietro senza scriminatura le si annodavano voluminosamente sulla nuca attorno a uno spadino d’argento. Nel mento rotondo, una fossetta acuta nel mezzo le dava una grazia maliziosa e provocante.

Vedova d’un primo marito, dopo appena due anni di matrimonio, era stata abbandonata dal secondo, partito per l’America cinque anni addietro. Di notte – nessuno doveva saperlo – dalla porticina posta sul dietro della casa dov’era l’orto, qualcuno (un pezzo grosso del paese) veniva a visitarla. Perciò le vicine, oneste e timorate, la vedevano di mal’occhio, quantunque in segreto poi la invidiassero. Gliene volevano anche, perché in paese si diceva che, per vendicarsi dell’abbandono del secondo marito, aveva scritto parecchie lettere anonime agli emigrati in America, calunniando e infamando alcune povere donne.

– Chi predica cosí? – disse, scendendo su la via. – Ah, Jaco Spina! Meglio, zio Jaco, se restiamo a Farnia noi soli! Zapperemo noi donne la terra.

– Voi donne, – brontolò di nuovo il vecchio con voce catarrosa, – per una cosa sola siete buone.

E sputò.

– Per che cosa, zio Jaco? Dite forte.

– Piangere e un’altra cosa.

– E dunque per due, allegramente! Io non piango però, vedete?

– Eh, lo so, figlia. Non piangesti neppure quando ti morí il primo marito!

– Ma se morivo prima io, zio Jaco, – ribatté pronta Ninfarosa, – non avrebbe forse ripreso moglie, lui? Dunque! Vedete chi piange qua per tutti? Maragrazia.

– Questo dipende, – sentenziò Jaco Spina, sdrajandosi di nuovo a pancia all’aria, – perché la vecchia ha acqua da buttar via, e la butta anche dagli occhi.

Le vicine risero. Maragrazia si scosse ed esclamò:

– Due figli ho perduto, belli come il sole, e volete che non pianga?

– Belli davvero, oh! E da piangerli, – disse Ninfarosa. – Nuotano nell’abbondanza, laggiú, e vi lasciano morire qua, mendica.

– Loro sono i figli e io sono la mamma, – replicò la vecchia. – Come possono capirla la mia pena?

– Ih! Io non so perché tante lagrime e tanta pena, – riprese Ninfarosa, – quando voi stessa, a quel che dicono, li faceste scappar via per disperati.

– Io? – esclamò Maragrazia, dandosi un pugno sul petto e sorgendo in piedi, trasecolata. – Io? Chi l’ha detto?

– Chi si sia, l’ha detto.

– Infamità! Io? ai figli miei? io, che...

– Lasciatela perdere! – la interruppe una delle vicine. – Non vedete che scherza?

Ninfarosa prolungò la risata, ondeggiando dispettosamente su le anche; poi, per rifar la vecchia della celia crudele, le domandò con voce affettuosa:

– Su, su, nonnetta mia, che volete?

Maragrazia si cacciò in seno la mano tremolante e ne trasse fuori un foglietto di carta tutto gualcito e una busta; mostrò l’uno e l’altra, con aria supplichevole, a Ninfarosa, e disse:

– Se vuoi farmi la solita carità...

– Ancora una lettera?

– Se vuoi...

Ninfarosa sbuffò; ma poi, sapendo che non se la sarebbe levata d’addosso, la invitò a entrare.

La sua casa non era come quelle del vicinato. La vasta camera, un po’ buja, quando la porta era chiusa, perché prendeva luce allora soltanto da una finestra ferrata che s’apriva su la porta stessa, era imbiancata, ammattonata, pulita e ben messa, con una lettiera di ferro, un armadio, un cassettone dal piano di marmo, un tavolino impiallacciato di noce: mobilia modesta, ma di cui tuttavia si capiva che Ninfarosa non avrebbe potuto da sola pagarsi il lusso, coi suoi guadagni molto incerti di sarta rurale.

Prese la penna e il calamajo, posò il foglietto gualcito sul piano del cassettone e si dispose a scrivere, lí in piedi.

– Dite su, sbrigatevi!

Cari figli – cominciò a dettare la vecchia.

Io non ho più occhi per piangere... – seguitò Ninfarosa, con un sospiro di stanchezza.

E la vecchia:

Perché gli occhi miei sono abbruciati di vedervi almeno per l’ultima volta...

– Avanti, avanti! – la incitò Ninfarosa. – Questo gliel’avete scritto, a dir poco, una trentina di volte.

– E tu scrivi. È la verità, cuore mio, non vedi? Dunque, scrivi: Cari figli...

– Daccapo?

– No. Adesso un’altra cosa. Ci ho pensato tutta stanotte. Senti: Cari figli, la povera vecchia mamma vostra vi promette e giura... cosí, vi promette e giura davanti a Dio che, se voi ritornate a Farnia, vi cederà in vita il suo casalino.

Ninfarosa scoppiò a ridere:

– Pure il casalino? Ma che volete che se ne facciano, se già sono ricchi, di quei quattro muri di creta e canne che crollano a soffiarci su?

– E tu scrivi, – ripeté la vecchia, ostinata. – Valgono piú quattro pietruzze in patria, che tutto un regno fuorivia. Scrivi, scrivi.

– Ho scritto. Che altro volete aggiungere?

– Ecco, questo: che la vostra povera mamma, cari figli, ora che l’inverno è alle porte, trema di freddo; vorrebbe farsi un vestitino e non può; che vogliate farle la carità di mandarle almeno una carta da cinque lire, per...

– Basta basta basta! – fece Ninfarosa, ripiegando il foglietto e cacciandolo entro la busta. – Ho bell’e scritto. Basta.

– Anche per le cinque lire? – domandò, investita da quella furia inattesa, la vecchia.

– Tutto, anche per le cinque lire, gnorsí.

– Scritto bene... tutto?

– Auff! Vi dico di sí!

– Pazienza... abbi un po’ di pazienza con questa povera vecchia, figlia mia, – disse Maragrazia. – Che vuoi? Sono mezzo stolida, ora. Dio ti paghi la carità, e la Bella Madre Santissima.

Prese la lettera e se la cacciò in seno. Aveva pensato di affidarla al figlio di Nunzia Ligreci, che si recava a Rosario di Santa Fè, dov’erano i suoi figliuoli; e s’avviò per portargliela.

Già le donne, sopravvenuta la sera, erano rientrate in casa e quasi tutte le porte si chiudevano. Per le straducole anguste non passava piú un’anima. Il lampionajo andava in giro, con la scala in collo, per accendere i rari lampioncini a petrolio, che rendevano piú triste col loro scarso lume piagnucoloso la vista malcerta e il silenzio di quelle viuzze abbandonate.

La vecchia Maragrazia andava curva, premendosi con una mano sul seno la lettera da mandare ai figliuoli, come per comunicare a quel pezzo di carta il suo calore materno. Con l’altra, o si grattava a una spalla, o si grattava in testa. A ogni nuova lettera, le rinasceva prepotente la speranza, che con quella sarebbe alla fine riuscita a commuovere e a richiamare a sé i figliuoli. Certo, leggendo quelle sue parole, pregne di tutte le lagrime versate per loro in quattordici anni, i suoi figliuoli belli, i suoi dolci figliuoli non avrebbero piú saputo resistere.

Ma questa volta, veramente, non era molto soddisfatta della lettera che recava in seno. Le pareva che Ninfarosa l’avesse buttata giú troppo in fretta, e non era neanche ben sicura che ci avesse proprio messo l’ultima parte, delle cinque lire per il vestitino. Cinque lire! Che guasto avrebbero fatto ai suoi figliuoli, già ricchi, cinque lire, per vestire le carni della loro vecchia mamma infreddolita?

Attraverso le porte chiuse delle casupole, le giungevano intanto le grida di qualche madre che piangeva la prossima partenza del figliuolo.

– Oh figli! figli! – gemeva allora tra sé Maragrazia, premendosi piú forte la lettera sul seno. – Con che cuore potete partire? Promettete di ritornare; poi non ritornate piú... Ah, povere vecchie, non credete alle loro promesse! I vostri figliuoli, come i miei, non ritorneranno piú... non ritorneranno più...

A un tratto, si fermò sotto un lampioncino, sentendo romor di passi per la viuzza Chi era?

Ah, era il nuovo medico condotto, quel giovine venuto da poco, ma che presto – a quanto dicevano – sarebbe andato via, non perché avesse fatto cattiva prova, ma perché malvisto dai pochi signorotti del paese. Tutti i poveri, invece, avevano preso subito a volergli bene. Sembrava un ragazzo, a vederlo; eppure era proprio vecchio di senno, e dotto: faceva restar tutti a bocca aperta, quando parlava. Dicevano che anche lui voleva partire per l’America. Ma non aveva piú la mamma, lui: era solo!

– Signor dottore, – pregò Maragrazia, – vorrebbe farmi una carità?

Il giovane dottore si fermò sotto il lampioncino, frastornato. Pensava, andando, e non s’era accorto della vecchia.

– Chi siete? Ah, voi..

Si ricordò d’aver veduto piú volte quel mucchio di cenci davanti alle porte delle casupole.

– Vorrebbe farmi la carità, – ripeté Maragrazia, – di leggermi questa letterina che debbo mandare ai miei figliuoli?

– Se ci vedo... – disse il dottore, ch’era miope, rassettandosi sul naso le lenti.

Maragrazia trasse dal seno la lettera; gliela porse e restò in attesa ch’egli cominciasse a leggerle le parole dettate a Ninfarosa: – Cari figli... – Ma che! Il medico, o non ci vedeva, o non riusciva a decifrare la scrittura: accostava agli occhi il foglietto, lo allontanava per vederlo meglio al lume del lampioncino, lo rovesciava di qua, di là... Alla fine, disse:

– Ma che è?

– Non si legge? – domandò timidamente Maragrazia.

Il dottore si mise a ridere.

– Ma qua non c’è scritto nulla, – disse. – Quattro sgorbii, tirati giú con la penna, a zig–zag. Guardate.

– Come! – esclamò la vecchia, restando.

– Ma sí, guardate. Nulla. Non c’è scritto proprio nulla.

– Possibile? – fece la vecchia. – Ma come? Se gliel’ho dettata io, a Ninfarosa, parola per parola! E l’ho vista che scriveva...

– Avrà finto, – disse il medico stringendosi nelle spalle.

Maragrazia rimase come un ceppo; poi si diede un gran pugno sul petto:

– Ah, infamaccia! – proruppe. – E perché m’ha ingannata cosí? Ah, per questo, dunque, i miei figli non mi rispondono! Dunque, nulla! mai nulla ha scritto loro di tutto quello che io le ho dettato... Per questo! Dunque non ne sanno niente i figli miei, del mio stato? che io sto morendo per loro? E io li incolpavo, signor dottore, mentr’era lei, quest’infamaccia qua, che si è sempre burlata di me... Oh Dio! oh Dio! E come si può fare un simile tradimento a una povera madre, a una povera vecchia come me? O oh, che cosa! oh...

Il giovane dottore, commosso e indignato, si provò dapprima a quietarla un poco; si fece dire chi fosse quella Ninfarosa, dove stesse di casa, per farle il giorno dopo una strapazzina, come si meritava. Ma la vecchia badava ancora a scusare i figliuoli lontani del lungo silenzio, straziata dal rimorso d’averli incolpati per tanti anni dell’abbandono, sicurissima ora ch’essi sarebbero ritornati, volati a lei se una sola di quelle tante lettere, ch’ella aveva creduto di mandar loro, fosse stata scritta veramente e fosse loro pervenuta.

Per troncare quella scena, il dottore dovette prometterle che la mattina seguente avrebbe scritto lui una lunga lettera per quei figliuoli:

– Su, su, non vi disperate cosí! Verrete domattina da me. A dormire, adesso! Andate a dormire.

Ma che dormire! Circa due ore dopo, il dottore, ripassando per quella straducola, la ritrovò ancora lí, che piangeva, inconsolabile, accosciata sotto il lampioncino. La rimproverò, la fece levare, le ingiunse d’andar subito a casa, subito, perché era notte.

– Dove state?

– Ah, signor dottore... Ho un casalino, qua sotto, all’uscita del paese. Avevo detto a quell’infamaccia di scrivere ai figli miei che lo avrei loro ceduto in vita, se volevano ritornare. S’è messa a ridere, svergognata! perché sono quattro muretti di creta e canne. Ma io...

– Va bene, va bene, – troncò di nuovo il dottore . – Andate a dormire! Domani scriveremo anche del casalino. Su venite, v’accompagno.

– Dio La benedica, signor dottore! Ma che dice? Acccompagnarmi, vossignoria! Vada, vada avanti; io sono vecchierella e vado piano.

Il dottore le diede la buona notte, e s’avviò. Maragrazia gli tenne dietro, a distanza; poi, arrivata al portoncino in cui lo vide entrare, si fermò, si tirò sul capo lo scialle s’avvolse bene, e sedette su lo scalino lí davanti la porta per passarvi la notte, in attesa.

All’alba, dormiva, quando il dottore, ch’era mattiniero uscí per le prime visite. Essendo il portoncino a un solo battente, nell’aprirlo, si vide cadere ai piedi la vecchia dormente, che vi stava appoggiata.

– Ohé! Voi! Vi siete fatta male?

– Vo... vossignoria mi perdoni, – balbettò Maragrazia, ajutandosi, con ambo le mani, avviluppate nello scialle, a rizzarsi.

– Avete passato qua la notte?

– Sissignore... È niente, ci sono avvezza, – si scusò la vecchia. – Che vuole, signorino mio? Non mi so dar pace... non mi so dar pace del tradimento di quella scellerata! Mi verrebbe d’ammazzarla, signor dottore! Poteva dirmi che le seccava scrivere, sarei andata da un altro; sarei venuta da vossignoria, che è tanto buono...

– Sí, aspettate un po’ qua, – disse il dottore. – Ora passerò io da questa buona femmina. Poi scriveremo la lettera, aspettate.

E andò di fretta dove la vecchia la sera avanti gli aveva indicato. Gli avvenne per caso di domandare proprio a Ninfarosa, che si trovava già in istrada, l’indirizzo di colei a cui voleva parlare.

– Eccomi qua, sono io, signor dottore, – gli rispose, ridendo e arrossendo, Ninfarosa; e lo invitò a entrare.

Aveva veduto passare piú volte per la stradetta quel giovane medico dall’aspetto quasi infantile, e com’era sempre sana, e non avrebbe saputo finger di star male per chiamarlo, ora si mostrò contenta, pur nella sorpresa, che egli fosse venuto da sé per parlare con lei. Appena seppe di che si trattava, e lo vide turbato e severo, si piego, procace, verso di lui, col volto dolente, per il dispiacere ch’egli si prendeva senza ragione, via! e, appena poté, senza commettere la sconvenienza d’interromperlo:

– Ma scusi tanto, signor dottore, – disse, socchiudendo i begli occhi neri, – lei s’affligge sul serio per quella vecchia matta? Qua in paese la conoscono tutti, signor dottore, e non le bada piú nessuno. Lei domandi a chi vuole, e tutti Le diranno che è matta, da quattordici anni, sa? da che le sono partiti quei due figliuoli per l’America. Non vuole ammettere che essi si siano scordati di lei, com’è la verità, e s’ostina a scrivere, a scrivere... Ora, tanto per contentarla, capisce? io fingo... cosí, di farle la lettera; quelli che partono, poi, fingono di prendersela per recapitarla. E lei, poveraccia, s’illude. Ma se tutti dovessimo far come lei, a quest’ora, signor dottore mio, non ci sarebbe piú mondo. Guardi, anch’io che Le parlo sono stata abbandonata da mio marito... Sissignore! E sa che coraggio ha avuto questo bel galantuomo? di mandarmi un ritratto di lui e della sua bella di laggiú! Glielo posso far vedere. Stanno tutti e due con le teste, l’una appoggiata all’altra e le mani afferrate cosí, permette? mi dia la mano... cosí. E ridono, ridono in faccia a chi li guarda: in faccia a me vuol dire. Ah, signor dottore, tutta la pietà è per chi parte e per chi resta niente! Ho pianto anch’io, si sa, nei primi tempi; ma poi mi sono fatta una ragione, e ora... ora tiro a campare e a spassarmela anche, se mi càpita, visto che il mondo è fatto cosí!

Turbato dall’affabilità provocante, dalla simpatia che quella bella donna gli dimostrava, il giovane dottore abbasso gli occhi e disse:

– Ma perché voi, forse, avrete da vivere. Quella poverina, invece...

– Ma che! Quella? – rispose vivacemente Ninfarosa – Avrebbe da vivere anche lei, ih! bella seduta e servita in bocca. Se volesse. Non vuole.

– Come? – domandò il dottore, alzando gli occhi, meravigliato.

Ninfarosa, nel vedergli quel bel faccino stupito, scoppiò a ridere, scoprendo i denti forti e bianchi, che davano al suo sorriso la bellezza splendida della salute.

– Ma sí! – disse. – Non vuole, signor dottore! Ha un altro figlio qua, l’ultimo, che la vorrebbe con sé e non le farebbe mancare mai nulla.

– Un altro figlio? Lei?

– Sissignore. Si chiama Rocco Trupía. Non vuole saperne.

– E perché?

– Perché è proprio matta, non glielo dico? Piange giorno e notte per quei due che l’hanno abbandonata, e non vuole accettare neanche un tozzo di pane da quest’altro che la prega a mani giunte. Dagli estranei, sí.

Non volendo un’altra volta mostrarsi stupito, per nascondere il turbamento crescente il dottore s’accigliò e disse:

– Forse l’avrà trattata male, codesto figlio.

– Non credo, – disse Ninfarosa. – Brutto, sí; sempre ingrugnato; ma non cattivo. E lavoratore, poi! Lavoro, moglie e figliuoli: non conosce altro. Se vossignoria si vuol levare questa curiosità, non ha da camminare molto. Guardi, seguitando per questa via, appena a un quarto di miglio, uscito dal paese, troverà a destra quella che chiamano la Casa della Colonna. Sta lí. Ha in affitto una bella chiusa, che gli rende bene. Ci vada, e vedrà che è come le dico io.

Il dottore si levò. Ben disposto da quella conversazione, allettato dalla dolce mattinata di settembre, e piú che mai incuriosito sul caso di quella vecchia, disse:

– Ci vado davvero.

Ninfarosa si recò le mani dietro la nuca per rassettarsi i capelli attorno allo spadino d’argento, e sogguardando il dottore con gli occhi che le ridevano promettenti:

– Buona passeggiata, allora, – disse. – E serva sua!

Superata l’erta, il dottore si fermò, per riprender fiato. Poche altre povere casette di qua e di là e il paese finiva; la viuzza immetteva nello stradone provinciale, che correva diritto e polveroso per piú d’un miglio sul vasto altipiano, tra le campagne: terre di pane, per la maggior parte, gialle ora di stoppie. Un magnifico pino marittimo sorgeva a sinistra, come un gigantesco ombrello, meta ai signorotti di Farnia delle consuete loro passeggiate vespertine. Una lunga giogaia di monti azzurrognolj limitava, in fondo in fondo, l’altipiano; dense nubi candenti, bambagiose, stavano dietro ad essi come in agguato: qualcuna se ne staccava, vagava lenta pel cielo, passava sopra Monte Mirotta, che sorgeva dietro Farnia. ~ quel passaggio, il monte s’invaporava d’un’ombra cupa, violacea, e subito si rischiarava. La quiete silentissima della mattina era rotta di tratto in tratto dagli spari dei cacciatori al passo delle tortore o alla prima entrata delle allodole; seguiva a quegli spari un lungo, furibondo abbajare dei cani di guardia.

Il dottore andava di buon passo per lo stradone, guardando di qua e di là le terre aride, che aspettavano le prime piogge per esser lavorate Ma le braccia mancavano, e spirava da tutte quelle campagne un senso profondo di tristezza e d’abbandono.

Ecco laggiú la Casa della Colonna, detta cosí perché sostenuta a uno spigolo! da una colonna d’antico tempio greco, corrosa e smozzicata. Era una catapecchia, veramente; una roba, come i contadini di Sicilia chiamano le loro abitazioni rurali. Protetta, dietro, da una fitta siepe di fichidindia, aveva davanti due grossi pagliai a cono.

– Oh, della roba! – chiamò il dottore, che aveva paura dei cani, fermandosi davanti a un cancelletto di ferro arrugginito e cadente.

Venne un ragazzotto di circa dieci anni, scalzo, con una selva di capelli rossastri, scoloriti dal sole, e un pajo di occhi verdognoli, da bestiola forastica.

– C’è il cane? – gli domandò il dottore.

– C’è, ma non fa niente: tonosce, – rispose il ragazzo.

– Sei figlio di Rocco Trupía, tu?

– Sissignore.

 – Dov’è tuo padre.

– Scarica il toncime, di là, ton le mule.

Sul murello davanti la roba stava seduta la madre, che pettinava la figliuola maggiore, la quale poteva aver presso a dodici anni, seduta su un secchio di latta, con un bambinello di pochi mesi su le ginocchia. Un altro bambino ruzzava per terra, tra le galline che non lo temevano, a dispetto d’un bel gallo che, impettito, drizzava il collo e scoteva la cresta.

– Vorrei parlare con Rocco Trupía, – disse il giovane dottore alla donna. – Sono il nuovo medico del paese.

La donna rimase un tratto a guardarlo, turbata, non comprendendo che cosa potesse volere quel medico da suo marito. Si cacciò la camicia ruvida dentro il busto, che le era rimasto aperto da che aveva finito d’allattare il piccino, se lo abbottonò e si levò in piedi per offrire una sedia. Il medico non la volle, e si chinò a carezzare il bamboccetto per terra, mentre l’altro ragazzo scappava a chiamare il padre

Poco dopo s’intese lo scalpiccío di grossi scarponi imbullettati, e, di tra i fichidindia, apparve Rocco Trupía, che camminava curvo, con le gambe larghe ad arco, e una mano alla schiena, come la maggior parte dei contadini.

Il naso largo, schiacciato, e la troppa lunghezza del labbro superiore, raso, rilevato, gli davano un aspetto scimmiesco; era rosso di pelo, e aveva la pelle del viso pallida e sparsa di lentiggini; gli occhi verdastri, affossati, gli guizzavano a tratti di torvi sguardi, sfuggenti.

Sollevò una mano per spingere un po’ indietro su la fronte la berretta nera, a calza, in segno di saluto.

– Bacio le mani a vossignoria. Che comandi ha da darmi?

– Ecco, ero venuto – cominciò il medico, – per parlarvi di vostra madre.

Rocco Trupía si turbò:

– Sta male?

– No, – s’affrettò a soggiungere quello. – Sta al solito; ma cosí vecchia, capirete, lacera, senza cure...

Man mano che il dottore parlava, il turbamento di Rocco Trupía cresceva. Alla fine, non poté piú reggere, e disse:

– Signor dottore, mi deve dare qualche altro comando? Sono pronto a servirla. Ma se vossignoria è venuto qua per parlarmi di mia madre, Le chiedo licenza, me ne torno al lavoro.

– Aspettate... So che non manca per voi, – disse il medico, per trattenerlo. – M’hanno detto che voi, anzi...

– Venga qua, signor dottore, – saltò su a dire Rocco Trupía improvvisamente, additando la porta della roba. – Casa da poverelli, ma se vossignoria fa il medico, chi sa quante altre ne avrà vedute. Le voglio mostrare il letto pronto sempre e apparecchiato per quella... buona vecchia: è mia madre, non posso chiamarla altrimenti. Qua c’è mia moglie, ci sono i miei figliuoli: possono attestarle com’io abbia loro comandato di servire, di rispettare quella vecchia come Maria Santissima. Perché la mamma è santa, signor dottore! Che ho fatto io a questa madre? Perché deve svergognarmi cosí davanti a tutto il paese e lasciar credere di me chi sa che cosa? Io sono cresciuto, signor dottore, coi parenti di mio padre, è vero, fin da bambino; non dovrei rispettarla come madre, perché essa è sempre stata dura con me; eppure l’ho rispettata e le ho voluto bene. Quando quei figliacci partirono per l’America, subito corsi da lei per prendermela e portarmela qua, come la regina della mia casa. Nossignore! Deve far la mendica, per il paese deve dare questo spettacolo alla gente e quest’onta a me Signor dottore, Le giuro che se qualcuno di quei suoi figliacci ritorna a Farnia, io lo ammazzo per quest’onta e per tutte le amarezze che da quattordici anni soffro per loro lo ammazzo, com’è vero che sto parlando con Lei, in presenza di mia moglie e di questi quattro innocenti!

Fremente, piú che mai sbiancato in volto, Rocco Trupía si forbí la bocca schiumosa col braccio. Gli occhi gli erano iniettati di sangue.

Il giovane dottore rimase a guardarlo, sdegnato.

– Ma ecco – poi disse, – perché vostra madre non vuole accettare l’ospitalità che le offrite: per codesto odi che nutrite contro i vostri fratelli! È chiaro.

– Odio? – fece Rocco Trupía serrando le pugna indietro e protendendosi. – Ora sí, odio, signor dottore, per quello che hanno fatto patire alla loro madre e a me! Ma prima, quando erano qua, io li amavo e rispettavo come fratelli maggiori. E loro, invece, due Caini per me! Ma senta: non lavoravano, e lavoravo io per tutti; venivano qua a dirmi che non avevano da cucinare la sera; che la mamma se ne sarebbe andata a letto digiuna, e io davo; s’ubriacavano, scialacquavano con le donnacce, e io davo; quando partirono per l’America, mi svenai per loro. Qua c’è mia moglie che glielo può dire.

– E allora perché? – disse di nuovo, quasi a sé stesso il dottore.

Rocco Trupía ruppe in un ghigno

– Perché? Perché mia madre dice che non sono su figlio!

– Come?

– Signor dottore, se lo faccia spiegare da lei. Io non ho tempo da perdere: gli uomini di là mi aspettano con le mule cariche di concime. Debbo lavorare e... guardi, mi sono tutto rimescolato. Se lo faccia dire da lei. Bacio le mani.

E Rocco Trupía se n’andò curvo, com’era venuto, con le gambe larghe, ad arco, e la mano alla schiena. Il dottore lo seguí con gli occhi per un tratto, poi si voltò a guardare i piccini, ch’eran rimasti come basiti, e la moglie. Questa congiunse le mani e, agitandole un poco e socchiudendo amaramente gli occhi, emise il sospiro delle rassegnate:

– Lasciamo fare a Dio!

Ritornato in paese, il dottore volle venir subito in chiaro di quel caso cosí strano, da parer quasi inverosimile; e ritrovando la vecchia ancora seduta su lo scalino davanti alla porta della sua casa, come l’aveva lasciata, la invitò a salire con una certa asprezza nella voce.

– Sono stato a parlare con vostro figlio, alla Casa della Colonna, – poi le disse. – Perché mi avete nascosto che avevate qua quest’altro figlio?

Maragrazia lo guardò, dapprima smarrita, poi quasi atterrita; si passò le mani tremanti su la fronte e sui capelli, e disse:

– Ah, signorino: io sudo freddo, se vossignoria mi parla di quel figlio. Non me ne parli, per carità!

– Ma perché? – le domandò, adirato, il dottore. – Che v’ha fatto? Dite su!

– Nulla, m’ha fatto, – s’affrettò a rispondere la vecchia. – Questo debbo riconoscerlo, in coscienza! Anzi, m’è sempre venuto appresso, rispettoso... Ma io... vede come tremo, signorino mio, appena ne parlo? Non ne posso parlare! Perché quello lí, signor dottore, non è figlio mio!

Il giovane medico perdette la pazienza, proruppe:

– Ma come non è figlio vostro? Che dite? Siete stolida o matta davvero? Non l’avete fatto voi?

La vecchia chinò il capo, a questa sfuriata, socchiuse gli occhi sanguigni, rispose:

– Sissignore. E sono stolida, forse. Matta, no. Dio volesse! Non penerei piú tanto. Ma certe cose vossignoria non le può sapere, perché è ancora ragazzo. Io ho i capelli bianchi, sto a penare da tanto tempo io, e n’ho viste! n’ho viste! Ho visto cose, signorino mio, che vossignoria non si può nemmeno immaginare.

– Che avete visto, insomma? Parlate! – la incitò il dottore.

– Cose nere! cose nere! – sospirò la vecchia scotendo il capo. – Vossignoria non era allora neanche nella mente di Dio, e io le ho viste con questi occhi che hanno pianto da allora lagrime di sangue. Ha sentito parlare vossignoria d’un certo Canebardo?

 – Garibaldi? – domandò il medico, stordito.

– Sissignore, che venne dalle nostre parti e fece ribellare a ogni legge degli uomini e di Dio campagne e città? N’ha sentito parlare?

– Sí, sí, dite! Ma come c’entra Garibaldi?

– C’entra, perché vossignoria deve sapere che questo Canebardo diede ordine, quando venne, che fossero aperte tutte le carceri di tutti i paesi. Ora, si figuri vossignoria che ira di Dio si scatenò allora per le nostre campagne! I peggiori ladri, i peggiori assassini, bestie selvagge, sanguinarie, arrabbiate da tanti anni di catena... Tra gli altri ce n’era uno, il piú feroce, un certo Cola Camizzi, capobrigante, che ammazzava le povere creature di Dio, cosí, per piacere, come fossero mosche, per provare la polvere – diceva, – per vedere se la carabina era parata bene. Costui si buttò in campagna, dalle nostre parti. Passò per Farnia, con una banda che s’era formata, di contadini; ma non era contento, ne voleva altri, e uccideva tutti quelli che non volevano seguirlo. Io ero maritata da pochi anni e avevo già quei due figliucci, che ora sono laggiú, in America, sangue mio! Stavamo nelle terre del Pozzetto che mio marito, sant’anima, teneva a mezzadria. Cola Camizzi passò di là e si trascinò via anche lui, mio marito a viva forza. Due giorni dopo, me lo vidi ritornare come un morto; non pareva piú lui; non poteva parlare, con gli occhi pieni di quello che aveva veduto, e si nascondeva le mani, poveretto, per il ribrezzo di ciò ch’era stato costretto a fare... Ah, signorino mio, mi si voltò il cuore in petto quando me lo vidi davanti cosí: «Nino mio!» gli gridai (sant’anima!) «Nino mio, che hai fatto?» Non poteva parlare. «Te ne sei scappato? E se ti riafferrano, ora? Ti ammazzeranno!» Il cuore, il cuore mi parlava. Ma egli, zitto, sedette vicino al fuoco, sempre con le mani nascoste cosí, sotto la giaccia, gli occhi da insensato, e stette un pezzo a guardare verso terra; poi disse: «Meglio morto!». Non disse altro. Stette tre giorni nascosto; al quarto uscí: eravamo poverelli, bisognava che lavorasse. Uscí per lavorare. Venne la sera – non tornò... Aspettai, aspettai, ah Dio! Ma già lo sapevo me l’ero immaginato. Pure pensavo:

«Chi sa! forse non l’hanno ammazzato; forse se lo sono ripreso!». Venni a sapere, dopo sei giorni, che Cola Camizzi si trovava con la sua banda nel feudo di Montelusa, che era dei Padri Liguorini, scappati via. Ci andai, come una pazza. C’erano, dal Pozzetto, piú di sei miglia di strada. Era una giornata di vento, signorino mio, come non ne ho piú viste in vita mia. Si vede il vento? Eppure quel giorno si vedeva! Pareva che tutte le anime degli assassinati gridassero vendetta. agli uomini e a Dio. Mi misi in quel vento, tutta strappata, ed esso mi portò: gridavo piú di lui. Volai: ci avrò messo appena un’ora ad arrivare al convento, che stava lassú lassú, tra tante pioppe nere. C’era un gran cortile, murato. Vi s’entrava per una porticina piccola piccola, da una parte, mezzo nascosta, ricordo ancora, da un gran cespo di capperi radicato su, nel muro. Presi una pietra, per bussare piú forte; bussai, bussai; non mi volevano aprire; ma tanto bussai, che finalmente m’aprirono. Ah, che vidi!

A questo punto, Maragrazia si levò in piedi, stravolta dall’orrore, con gli occhi sanguigni sbarrati, e allungò una mano con le dita artigliate dal ribrezzo. Le mancò la voce in prima, per proseguire.

– In mano... – poi disse, – in mano... quegli assassini...

S’arrestò di nuovo, come soffocata, e agitò quella mano, quasi volesse lanciare qualcosa.

– Ebbene? – domandò il dottore, allibito.

– Giocavano... là, in quel cortile... alle bocce... ma con teste d’uomini... nere, piene di terra... le tenevano acciuffate pei capelli... e una, quella di mio marito... la teneva lui, Cola Camizzi... e me la mostrò. Gettai un grido che mi stracciò la gola e il petto, un grido cosí forte, che quegli assassini ne tremarono; ma, come Cola Camizzi mi mise le mani al collo per farmi tacere, uno di loro gli saltò addosso, furioso; e allora, quattro, cinque, dieci, prendendo ardire da quello, gli s’avventarono contro, se lo presero in mezzo. Erano sazii, rivoltati anche loro della tirannia feroce di quel mostro, signor dottore, e io ebbi la soddisfazione di vederlo scannato lí, sotto gli occhi miei, dai suoi stessi compagni, cane assassino!

La vecchia s’abbandonò su la seggiola, sfinita, ansimante, agitata tutta da un tremito convulso.

Il giovane medico stette a guardarla, raccapricciato, col volto atteggiato di pietà, di ribrezzo e di orrore. Ma passato il primo stupore, come poté ricomporre le idee, non seppe comprendere che nesso quella truce storia potesse avere col caso di quell’altro figlio; e glielo domandò.

– Aspetti, – rispose la vecchia, appena poté riprender fiato. – Quello che prima si ribellò, quello che prese le mie difese, si chiamava Marco Trupía.

– Ah! – esclamò il medico. – Dunque, questo Rocco...

– Suo figlio, – rispose Maragrazia. – Ma pensi, signor dottore, se io potevo esser la moglie di quell’uomo dopo quanto avevo visto! Mi volle per forza; tre mesi mi tenne con sé, legata, imbavagliata, perché io gridavo, la mordevo... Dopo tre mesi, la giustizia venne a scovarlo là e lo richiuse in galera, dove morí poco dopo. Ma rimasi incinta. Ah, signorino mio, Le giuro che mi sarei strappate le viscere: mi pareva che stessi a covarci un mostro! Sentivo che non me lo sarei potuto vedere tra le braccia. Al solo pensiero che avrei dovuto attaccarmelo al petto, gridavo come una pazza. Fui per morire, quando lo misi alla luce. Mi assisteva mia madre, sant’anima, che non me lo fece neanche vedere: lo portò subito dai parenti di lui, che lo allevarono... Ora non Le pare, signor dottore ch’io possa dire davvero ch’egli non è figlio mio?

Il giovane dottore stette un pezzo senza rispondere, assorto a pensare; poi disse:

– Ma lui, in fondo, vostro figlio, che colpa ha?

– Nessuna! – rispose subito la vecchia. – E quando mai, difatti, le mie labbra hanno detto una parola sola contro di lui? Mai, signor dottore! Anzi... Ma che ci posso fare, se non resisto a vederlo neanche da lontano! È tutto suo padre, signorino mio; nelle fattezze, nella corporatura finanche nella voce... Mi metto a tremare, appena lo vedo, e sudo freddo! Non sono io; si ribella il sangue, ecco! Che ci posso fare?

Attese un po’, asciugandosi gli occhi col dorso delle mani; poi, temendo che la comitiva degli emigranti partisse da Farnia senza la lettera per i suoi figliuoli veri, per i suoi figliuoli adorati, si fece coraggio e disse al dottore ancora assorto:

– Se vossignoria volesse farmi la carità che mi ha promesso...

E come il dottore, riscotendosi, le disse che era pronto si accostò con la seggiola alla scrivania e, ancora una volta, con la stessa voce di lagrime, cominciò a dettare:

Cari ,figli...

078  -  La morte addosso

– Ah, lo volevo dire! Lei dunque un uomo pacifico è... Ha perduto il treno?

– Per un minuto, sa? Arrivo alla stazione, e me lo vedo scappare davanti.

– Poteva corrergli dietro!

– Già. È da ridere, lo so. Bastava, santo Dio, che non avessi tutti quegl’impicci di pacchi, pacchetti, pacchettini... Piú carico d’un somaro! Ma le donne – commissioni... commissioni... – non la finiscono piú! Tre minuti, creda, appena sceso dalla vettura, per dispormi i nodini di tutti quei pacchetti alle dita: due pacchetti per ogni dito.

– Doveva esser bello... Sa che avrei fatto io? Li avrei lasciati nella vettura.

– E mia moglie? Ah sí! E le mie figliuole? E tutte le loro amiche?

– Strillare! Mi ci sarei spassato un mondo.

– Perché lei forse non sa che cosa diventano le donne in villeggiatura!

– Ma sí che lo so! Appunto perché lo so. Dicono tutte che non avranno bisogno di niente.

– Questo soltanto? Capaci anche di sostenere che ci vanno per risparmiare! Poi, appena arrivano in un paesello qua dei dintorni, piú brutto è, piú misero e lercio, e piú imbizzariscono a pararlo con tutte le loro galenterie piú vistose! Eh, le donne, caro signore! Ma del resto, è la loro professione... – «Se tu facessi una capatina in città, caro! Avrei proprio bisogno di questo... di quest’altro... e potresti anche, se non ti secca (caro, il se non ti secca)... e poi, giacché ci sei, passando di là...» – Ma come vuoi, cara mia, che in tre ore ti sbrighi tutte codeste faccende? – «Uh, ma che dici? Prendendo una vettura...» – Il guajo è, capisce?, che dovendo trattenermi tre ore sole, sono venuto senza le chiavi di casa.

– Oh bella! E perciò...

– Ho lasciato tutto quel monte di pacchi e pacchetti in deposito alla stazione; me ne sono andato a cenare in una trattoria, poi per farmi svaporar la stizza, a teatro. Si crepava dal caldo. All’uscita, dico, che faccio? Andarmene a dormire in un albergo? Sono già le dodici; alle quattro prendo il primo treno; per tre orette di sonno, non vale la spesa. E me ne sono venuto qua. Questo caffè non chiude, è vero?

– Non chiude, nossignore. E cosí, ha lasciato tutti quei pacchetti in deposito alla stazione?

– Perché? Non sono sicuri? Erano tutti ben legati...

– No no, non dico! Eh, ben legati, me l’immagino, con quell’arte speciale che mettono i giovani di negozio nell’involtare la roba venduta... Che mani! Un bel foglio grande di carta doppia, rosea, levigata... ch’è per sé stessa un piacere a vederla... cosí liscia, che uno ci metterebbe la faccia per sentirne la fresca carezza... La stendono sul banco e poi, con garbo disinvolto, vi collocano su, in mezzo, la stoffa lieve, ben ripiegata. Levano prima da sotto, col dorso della mano, un lembo; poi, da sopra, vi abbassano l’altro e ci fanno anche, con svelta grazia, una rimboccaturina, come un di piú, per amore dell’arte; poi ripiegano da un lato e dall’altro a triangolo e cacciano sotto le due punte, allungano una mano alla scatola dello spago; tirano per farne scorrere quanto basta a legar l’involto, e legano cosí rapidamente, che lei non ha neanche il tempo d’ammirar la loro bravura, che già si vede presentare il pacco col cappio pronto a introdurvi il dito.

– Eh, si vede che lei ha prestato molta attenzione ai giovani di negozio...

– lo? Caro signore, giornate intere ci passo. Sono capace di stare anche un’ora fermo a guardare dentro una bottega, attraverso la vetrina. Mi ci dimentico. Mi sembra d’essere, vorrei essere veramente quella stoffa là di seta... quel bordatino... quel nastro rosso o celeste che le giovani di merceria, dopo averlo misurato sul metro, ha visto come fanno? se lo raccolgono a numero otto intorno al pollice e al mignolo della mano sinistra, prima d’incartarlo... Guardo il cliente o la cliente che escono dalla bottega con l’involto o appeso al dito o in mano o sotto il braccio... li seguo con gli occhi, finché non li perdo di vista... immaginando... – uh, quante cose immagino! lei non può farsene un’idea. Ma mi serve. Mi serve questo.

– Le serve? Scusi... che cosa?

– Attaccarmi cosí, dico con l’immaginazione... attaccarmi alla vita, come un rampicante attorno alle sbarre d’una cancellata. Ah, non lasciarla mai posare un momento l’immaginazione... aderire, aderire con essa, continuamente, alla vita degli altri... ma non della gente che conosco. No no. A quella non potrei! Ne provo un fastidio, se sapesse... una nausea... Alla vita degli estranei, intorno ai quali la mia immaginazione può lavorare liberamente, ma non a capriccio, anzi tenendo conto delle minime apparenze scoperte in questo e in quello. E sapesse quanto e come lavora! fino a quanto riesco ad addentrarmi! Vedo la casa di questo e di quello, ci vivo, ci respiro, fino ad avvertire.. sa quel particolare alito che cova in ogni casa? nella sua, nella mia... Ma nella nostra, noi, non l’avvertiamo piú per ché è l’alito stesso della nostra vita, mi spiego? Eh, vedo che lei dice di sí...

– Sí, perché... dico, dev’essere un bel piacere, questo che lei prova, immaginando tante cose...

– Piacere? io?

– Già... mi figuro...

– Ma che piacere! Mi dica un po’. È stato mai a consulto da qualche medico bravo?

– Io no, perché? Non sono mica malato!

– No no! Glielo domando per sapere se ha mai veduto in casa di questi medici bravi la sala dove i clienti stanno ad aspettare il loro turno per esser visitati.

– Ah, sí... mi toccò una volta accompagnare una mia figliuola che soffriva di nervi.

– Bene. Non voglio sapere. Dico, quelle sale... Ci ha fatto attenzione? Quei divani di stoffa scura, di foggia antica... quelle seggiole imbottite, spesso scompagne... quelle poltroncine... È roba comprata di combinazione, roba di rivendita, messa lí per i clienti; non appartiene mica alla casa. Il signor dottore ha per sé, per le amiche della sua signora, un ben altro salotto, ricco, splendido. Chi sa come striderebbe qualche seggiola, qualche poltroncina di quel salotto portata qua nella sala dei clienti, a cui basta quell’arredo cosí, alla buona. Vorrei sapere se lei, quando andò per la sua figliuola, guardò attentamente la poltrona o la seggiola su cui stette seduto, aspettando.

– Io no, veramente...

– Eh già, perché lei non era malato... Ma neanche i malati spesso ci badano, compresi come sono del loro male. Eppure, quante volte certuni stan lí intenti a guardarsi il dito che fa segni vani sul bracciuolo lustro di quella poltrona su cui stan seduti! Pensano e non vedono. Ma che effetto fa, quando poi si esce dalla visita, riattraversando la sala, il riveder la seggiola su cui poc’anzi, in attesa della sentenza sul nostro male ancora ignoto, stavamo seduti! Ritrovarla occupata da un altro cliente, anch’esso col suo male nascosto; o là, vuota, impassibile, in attesa che un altro qualsiasi venga a occuparla... Ma che dicevamo? Ah, già... il piacere dell’immaginazione... Chi sa perché, ho pensato subito a una seggiola di queste sale di melici, dove i clienti stanno in attesa del consulto...

 – Già... veramente..

– Non capisce? Neanche io. Ma è che certi richiami di immagini, tra loro lontane, sono cosí particolari a ciascuno di noi, e determinati da ragioni ed esperienze cosí singolari, che l’uno non intenderebbe piú l’altro se, parlando, non ci vietassimo di farne uso. Niente di piú illogico, spesso, di queste analogie. Ma la relazione, forse, può esser questa, guardi: – Avrebbero piacere quelle seggiole d’immaginare chi sia il cliente che viene a seder su loro in attesa del consulto? che male covi dentro? dove andrà, che farà dopo la visita? – Nessun piacere. E cosí io: nessuno! Vengono tanti clienti, ed esse sono là, povere seggiole, per essere occupate. Ebbene, è anche un’occupazione simile la mia. Ora mi occupa questo, ora quello. In questo momento mi sta occupando lei, e creda che non provo nessun piacere del treno che ha perduto, della famiglia che l’aspetta in villeggiatura, di tutti i fastidii che posso supporre in lei...

– Uh, tanti, sa!

– Ringrazii Dio, se sono fastidii soltanto. C’è chi ha di peggio, caro signore. Io le dico che ho bisogno d’attaccarmi con l’immaginazione alla vita altrui, ma cosí, senza piacere, senza punto interessarmene, anzi... anzi... per sentirne il fastidio, per giudicarla sciocca e vana, la vita, cosicché veramente non debba importare a nessuno di finirla. E questo è da dimostrare bene, sa? con prove ed esempii continui a noi stessi, implacabilmente. Perché, caro signore, non sappiamo da che cosa sia fatto, ma c’è, c’è ce lo sentiamo tutti qua, come un’angoscia nella gola, il gusto della vita, che non si soddisfa mai, che non si può mai soddisfare, perché la vita, nell’atto stesso che la vi viviamo, è cosí sempre ingorda di sé stessa, che non si lascia assaporare. Il sapore è nel passato, che ci rimane vivo dentro. Il gusto della vita ci viene di là, dai ricordi che ci tengono legati. Ma legati a che cosa? A questa sciocchezza qua... a queste noje... a tante stupide illusioni... insulse occupazioni... Sí sí. Questa che ora qua è una sciocchezza... questa che ora qua è una noja... e arrivo finanche a dire questa che ora e per noi una sventura, una vera sventura... sissignori, a distanza di quattro, cinque, dieci anni, chi sa che sapore acquisterà... che gusto, queste lagrime... E la vita, perdio, al solo pensiero di perderla... specialmente quando si sa che è questione di giorni... – Ecco... vede là? dico là, a quel cantone... vede quell’ombra malinconica di donna? Ecco, s’è nascosta!

– Come? Chi... chi è che...? – Non l’ha vista? S’è nascosta...

– Una donna?

– Mia moglie, già...

– Ah! la sua signora?

– Mi sorveglia da lontano. E mi verrebbe, creda, d’andarla a prendere a calci. Ma sarebbe inutile. È come una di quelle cagne sperdute, ostinate, che piú lei le prendi a calci, e piú le si attaccano alle calcagna. Ciò che quella donna sta soffrendo per me, lei non se lo può immaginare Non mangia, non dorme piú... Mi viene appresso, giorno e notte, cosí... a distanza... E si curasse almeno di spolverarsi quella ciabatta che tiene in capo, gli abiti... Non pare piú una donna, ma uno strofinaccio. Le si sono impolverate per sempre anche i capelli, qua sulle tempie; ed ha appena trentaquattro anni. Mi fa una stizza, che lei non può credere. Le salto addosso, certe volte, le grido in faccia «Stupida!» scrollandola. Si piglia tutto. Resta lí a guardarmi con certi occhi... con certi occhi che, le giuro, mi fa venire qua alle dita una selvaggia voglia di strozzarla Niente. Aspetta che mi allontani per rimettersi a seguirmi – Ecco, guardi... sporge di nuovo il capo dal cantone...

– Povera signora...

– Ma che povera signora! Vorrebbe, capisce? ch’io me ne stessi a casa, mi mettessi là fermo placido, come vuol lei, a prendermi tutte le sue piú amorose e sviscerate cure... a goder dell’ordine perfetto di tutte le stanze, della lindura di tutti i mobili, di quel silenzio di specchio che c’era prima in casa mia, misurato dal tic-tac della pendola nel salotto da pranzo... Questo vorrebbe! Io domando ora a lei, per farle intendere l’assurdità... ma no, che dico l’assurdità! la màcabra ferocia di questa pretesa, le domando se crede possibile che le case d’Avezzano, le case di Messina, sapendo del terremoto che di lí a poco le avrebbe sconquassate, avrebbero potuto starsene lí tranquille, sotto la luna, ordinate in fila lungo le strade e le piazze, obbedienti al piano regolatore della commissione edilizia municipale? Case, perdio, di pietra e travi, se ne sarebbero scappate! Immagini i cittadini d’Avezzano, cittadini di Messina, spogliarsi tranquilli per mettersi a letto, ripiegare gli abiti, metter le scarpe fuori dell’uscio, e cacciandosi sotto le coperte godere del candor fresco delle lenzuola di bucato, con la coscienza che fra poche ore sarebbero morti... Le sembra possibile?

– Ma forse la sua signora...

– Mi lasci dire! Se la morte, signor mio, fosse come uno di quegl’insetti strani, schifosi, che qualcuno inopinatamente ci scopre addosso... Lei passa per via; un altro passante, all’improvviso, lo ferma e, cauto, con due dita protese, le dice: «Scusi, permette? lei, egregio signore, ci ha la morte addosso». E con quelle due dita protese, gliela piglia e gliela butta via... Sarebbe magnifica! Ma la morte non è come uno di questi insetti schifosi. Tanti che passeggiano disinvolti e alieni, forse ce l’hanno addosso; nessuno la vede; ed essi pensano intanto tranquilli a ciò che faranno domani o doman l’altro. Ora io, caro signore, ecco... venga qua... qua, sotto questo lampione... venga... le faccio vedere una cosa... Guardi qua, sotto questo baffo... qua, vede che bel tubero violaceo? Sa come si chiama questo? Ah, un nome dolcissimo... piú dolce d’una caramella: Epitelioma, si chiama. Pronunzii, pronunzii... sentirà che dolcezza: epiteli-o-ma... La morte, capisce? è passata. M’ha ficcato questo fiore in bocca e m’ha detto: «Tientelo, caro: ripasserò fra otto o dieci mesi!». Ora m dica lei, se, con questo fiore in bocca, io me ne posso stare a casa tranquillo e alieno, come quella disgraziata vorrebbe. Le grido: «Ah sí, e vuoi che ti baci?» – «Sí, baciami!» – Ma sa che ha fatto? Con uno spillo, l’altra settimana s’è fatto uno sgraffio qua, sul labbro, e poi m’ha preso la testa: mi voleva baciare... baciare in bocca... Perché dice che vuol morire con me. È pazza. A casa io non ci sto. Ho bisogno di starmene dietro le vetrine delle botteghe, io ad ammirare la bravura dei giovani di negozio. Perché lei lo capisce, se mi si fa un momento di vuoto dentro.. lei lo capisce, posso anche ammazzare come niente tutta 1a vita in uno che non conosco... cavare la rivoltella e ammazzare uno che, come lei, per disgrazia, abbia perduto il treno... No no, non tema, caro signore: io scherzo! – Me ne vado. Ammazzerei me, se mai... Ma ci sono, di questi giorni, certe buone albicocche... Come le mangia lei? cor tutta la buccia, è vero? Si spaccano a metà: si premono con due dita, per lungo, come due labbra succhiose... Ah che delizia! – Mi ossequi la sua egregia signora e anche le sue figliuole in villeggiatura. Me le immagino vestite di bianco e celeste, in un bel prato verde in ombra... E mi faccia un piacere, domattina, quando arriverà. Mi figuro che il paesello disterà un poco dalla stazione... All’alba lei può far la strada a piedi. Il primo cespuglietto d’erba su la proda. Ne conti i fili per me. Quanti fili saranno tanti giorni ancora io vivrò. Ma lo scelga bello grosso, mi raccomando. Buona notte, caro signore.

079  -  Va bene

I

Stato di servizio (fino addí 5 marzo del 1904)

A Sorrento, da Corvara Francesco Aurelio e Florida Amidei, nella notte dal 12 al 13 febbrajo dell’anno 1861, nasce Cosmo Antonio Corvara Amidei, e subito è accolto male: a sculacciate; preso per i piedi dalla levatrice e tenuto per qualche momento a testa giú, perché, quasi strozzato a causa delle doglie stanche della madre, è entrato nel mondo senza strillare.

Botte, finché non strilla.

Entrando, bisogna strillare.

Dal 13 di febbrajo del 1861 al 15 di marzo del 1862, cinque balie. La prima e la seconda, cambiate perché scarse di latte; la terza, perché nel fargli il bagno, una mattina, lo tuffa nell’acqua ancor quasi bollente, scordandosi di temperarla. Scottatura di secondo grado. È per morirne; Dio misericordioso non vuole; ma gli muore, invece, la madre. La quarta balia lo lascia cadere tre volte dal letto, e non di piú; e gli fa poi ruzzolare la scala, insieme con lei, una volta sola. Ferite di poco conto: la piú grave, rottura dell’osso del naso.

A nove anni, dopo aver sofferto tutte le malattie, che sono come i gradini per cui dalla tenera infanzia – con l’ajuto del medico da un lato e del farmacista dall’altro – si sale alla vispa fanciullezza, Cosmo Antonio Corvara Amidei, animato da fervido zelo religioso, entra in seminario.

Pochi giorni prima d’entrarvi, seguendo alla lettera una delle sette opere corporali di misericordia, s’era spogliato d’un bell’abituccio nuovo che il babbo gli aveva portato da Napoli; ne aveva vestito un povero ragazzetto che se ne stava su la spiaggia ignudo nato, ed era ritornato a casa col solo berrettino da marinajo in capo. In compenso, il babbo gli aveva detto tante belle cose, imbecille, somaro, scimunito, e gli aveva carezzato con tanto slancio gli orecchi, che per miracolo non glieli aveva strappati.

In seminario Cosmo Antonio Corvara Amidei studia e attende alle pratiche religiose con grandissimo fervore; tanto che – a sedici anni – minaccia di dare in tisico. Tutt’a un tratto, però, quando ha già preso i primi ordini religiosi, gli avviene d’impuntarsi in questo passo del trattato De Gratia:

«Si quis dixerit gratiam perseverantiae non esse gratis datam, anathema sit.»

Perché la perseveranza, per il caso che qualcuno volesse saperlo, è – secondo la teologia cattolica cristiana – una grazia che Dio concede a chi vuol salvare, senza attenzione ai meriti o ai demeriti del salvando.

Deus libere movet, dice San Tommaso.

Cosmo Antonio Corvara Amidei ci ragiona su ben bene parecchie settimane, e una notte alla fine vien sorpreso in camicia, con una candela in mano, infocato in volto, con gli occhi sbarrati, brillanti di febbre, che va cercando per il dormitorio una chiave.

Che chiave?

La chiave della perseveranza.

È ammattito. Per fortuna, gli sopravviene la meningite. Esce dal seminario. Un mese tra la vita e la morte.

Quando alla fine può riaversi, ha perduto la fede; ma pare che abbia perduto anche tant’altre cose: i capelli, intanto, la parola, un po’ anche la vista; non si ricorda piú di nulla e sta, circa un anno, intronato e come levato di cervello. Si riscuote a furia di trombate d’acqua alla schiena; e, a ventidue anni e qualche mese, può presentarsi agli esami di licenza liceale e andare a Napoli, all’Università, per addottorarsi in lettere e filosofia, calvo, mezzo cieco e col naso schiacciato dalla caduta infantile.

Nell’ottobre del 1887 ottiene, per concorso, il posto di reggente nel ginnasio inferiore di Sassari. I ragazzi, si sa, sono vivaci; il professore è brutto e non ci vede molto: dunque, baldoria; e, per conseguenza, continue riprensioni del direttore del ginnasio al subalterno che non sa tenere la disciplina. Ma anche per le vie di Sassari il professor Cosmo Antonio Corvara Amidei è sbeffeggiato da tutti i monelli, finché non viene un collega, Dolfo Dolfi, professore di scienze naturali, che prende a proteggerlo in iscuola e fuori; anzi fa di piú: lo invita ad accasarsi con lui (novembre del 1888).

Dolfo Dolfi entra tardi nell’insegnamento, senza titoli, senza concorso, per protezione d’un deputato autorevolissimo, dopo aver fatto l’esploratore in Africa e per tant’anni a Genova il giornalista: s’è battuto una diecina di volte, e ne ha prese e ne ha date, piú date che prese; è libero pensatore, e ha con sé una figliuola naturale, a cui ha imposto questo magnifico nome: Satanina.

Protetto da Dolfo Dolfi, Cosmo Antonio Corvara Amidei vorrebbe finalmente rifiatare, ma non può: il suo protettore non gliene lascia il tempo: gli parla de’ suoi viaggi, delle sue campagne giornalistiche, de’ suoi duelli; gli narra le sue innumerevoli, straordinarie avventure, e vuole anche discutere con lui di filosofia, di religione, ecc. ecc. Bestialità, con tanto di petto in fuori. (Nota bene: Dolfo Dolfi ha la faccia piena di nèi e, parlando, se li arriccia tutti; una gamba qua, una gamba là.) Cosmo Antonio Corvara Amidei si fa piccino piccino, man mano che quegli le sballa piú grosse, e approva, approva senza mai contradire. Egli ormai è ben protetto, non si nega; gli alunni e i monellacci di strada per paura del Dolfi lo lasciano in pace; ma è vero altresí ch’egli non è piú padrone di sé, del suo tempo, del suo misero stipendiuccio di professore di ginnasio inferiore. Se ha bisogno imprescindibile di qualche soldino, deve domandarlo a Satanina, e la ragazza, che ha già quindici anni e fa da mammina, glielo dà con gran mistero, raccomandandogli di non farne sapere nulla, per carità, al babbino, ché altrimenti vorrebbe anche lui la sua parte per i minuti piaceri, e dove s’andrebbe a finire?

Buona ragazza, Satanina; tanto che Cosmo Antonio Corvara Amidei vorrebbe chiamarla piú brevemente e graziosamente Nina, Ninetta; ma Dolfo Dolfi non vuole.

– Che Nina! che Ninetta! Satana, si chiama Satana:

Salute, o Satana,

O ribellione,

O forza vindice

Della ragione

Si va avanti cosí tre anni.

Tutti domandano al professor Corvara Amidei come faccia a andar d’accordo con quella bufera d’uomo che è il professor Dolfo Dolfi; egli si stringe nelle spalle; apre le mani e abbozza un sorriso squallido, socchiudendo gli occhi; perché con quella domanda – è facile intenderlo la gente vorrebbe farlo capace della sua imbecillità.

Eh sí; Cosmo Antonio Corvara Amidei, in fondo, sarebbe anche disposto a ammettere la propria imbecillità; non ne è però al tutto convinto, giacché, a pensarci bene, gli pare che sia forse alquanto piú imbecille di lui la vita in genere, ecco; e che non valga perciò la pena d’essere o d’apparire accorti o scaltri, massime quand’essa dimostri con tanta perseveranza l’impegno di volerla proprio pigliare coi denti contro di uno. In questo caso, bisogna lasciarla fare la vita, ché un fine forse – nascosto – lo ha – e, se non ha un fine, avrà pure una fine, questo è certo.

L’ebbe, difatti, un bel giorno e d’improvviso, la fine. Ma non per lui, ahimé! Per il professor Dolfo Dolfi. Colpo apoplettico fulminante, mentre faceva lezione (16 marzo 1891).

Cosmo Antonio Corvara Amidei ne rimane esterrefatto. Non se l’aspettava! Gli pare che la casa sia diventata a un tratto vuota, misteriosamente vuota; perché nessun oggetto in essa ha un barlume d’anima, un qualche ricordo intimo per lui; e sembra invece che stia là, triste, a aspettar colui che non potrà piú ritornare

Satanina piange inconsolabile. Egli, dapprima, non si prova nemmeno a consolarla, stimando che ogni sua parola sarebbe vana. Ma poi il direttore del ginnasio, i colleghi gli domandano come intenda di regolarsi con quella povera orfana rimasta cosí, in mezzo a una strada, senza diritto a pensione, senza alcun parente, né prossimo né lontano. Il professor Corvara Amidei risponde subito che se la terrà con sé, c’è bisogno di dirlo? le farà lui da padre, che diamine! Tanto il direttore del ginnasio quanto i colleghi, a questa sua risposta, alzano le spalle e socchiudono gli occhi, sospirando. Come! Non ne sono contenti? Non pare loro ben fatto? Il professor Corvara Amidei s’allontana sconcertato. Ne parla a Satanina, e – con suo sommo stupore – sente rispondersi anche da lei che non è possibile; ch’ella non può piú, ormai, rimanere con lui; che le conviene andar via, al piú presto, anzi subito.

– Dove?

– Alla ventura!

– E perché?

Il perché glielo spiegano poco dopo i colleghi. Ha poco piú di trent’anni il professor Corvara Amidei; e Satanina, già diciotto; dunque, non cosí vecchio ancora lui da farle da padre, né cosí giovine lei da essere semplicemente sua figlia. Chiaro, eh? Ma il professor Corvara Amidei si guarda prima la punta delle scarpe, poi quella delle dita; si prova a inghiottire. Intendono forse i suoi colleghi ch’egli dovrebbe... sposar Satanina? Appena quest’idea gli balena rimane come basito; poi sorride amaramente. Via, glielo dicono per ischerzo. Si vede costretto a riparlare con Satanina, per convincerla che commetterebbe una pazzia, una vera pazzia, a andarsene – com’ella dice – alla ventura; e allora anche lei, Satanina, gli fa intendere che a un solo patto potrebbe rimanere con lui: a patto, sissignore, di diventare sua moglie.

Cosmo Antonio Corvara Amidei teme d’impazzire, o che tutti si siano messi d’accordo per fargli una beffa atroce. Non riesce in alcun modo a capacitarsi come quella giovinetta possa sentire sul serio la necessità di diventare sua moglie, quasi che davvero la convivenza con lui possa dar pretesto a ciarle in paese. Ma possibile che tal necessità non le appaja quasi grottesca e, a ogni modo, ripugnante? Va a guardarsi allo specchio; si vede anche piú brutto di quel che non sia: ingiallito dai patimenti e dalla miseria, squallido, calvo, quasi cieco. Pensa a lei, a Satanina, cosí giovine, cosí fresca, cosí florida, e ha come una vertigine. Sua moglie? Possibile? Si reca a ridomandarglielo, balbettando. E Satanina – sissignore – gli risponde di sí, senz’arrossire, e che anzi, se egli vi fosse disposto, ella gliene serberebbe eterna gratitudine

Cosmo Antonio Corvara Amidei si mette allora a piangere come un bambino, facendole con la mano cenno di tacere, per carità! Grata, lei? Ma che dice? E allora lui? Una tal gioja, dunque, gli serbava la sorte? Come crederci? Per piú giorni il professor Corvara Amidei non può articolar parola.

Le nozze si debbono affrettare, sia per la considerazione che i due fidanzati sono costretti a vivere insieme, sotto lo stesso tetto, sia per la speranza del direttore del ginnasio, che esse valgano a scuotere il professore dal beato istupidimento in cui è caduto. Ma questa speranza riesce vana. Dopo le nozze – celebrate solo civilmente (14 marzo 1892), non potendo il professor Corvara Amidei sposare anche davanti a Dio, per i suoi precedenti impegni con la Chiesa – l’istupidimento cresce con la beatitudine.

Quel che tanti anni di sofferenze non han potuto, può tutt’a un tratto la gioja. Cosmo Antonio Corvara Amidei dimentica la grammatica latina, dimentica tutto, diventa proprio inetto a ogni cosa. Non vede che Satanina; non pensa che a Satanina, non sogna che Satanina; non attenderebbe piú neanche a cibarsi, se Satanina stessa non ve lo costringesse; tanto gli basta la gioja di vedersela davanti, ridente e vorace; le darebbe da mangiare anche le sue misere carni, se le stimasse degne dei dentini di lei

Intanto, Dolfo Dolfi non c’è piú per tenere a freno gli scolaretti in iscuola e i monellacci in istrada; e la gazzarra è scoppiata, in classe e fuori, piú indiavolata che mai. Il direttore del ginnasio ne è furibondo; raffibbia al subalterno le piú dure riprensioni; ma a che possono giovare? il professor Corvara Amidei lo guarda sorridente, come se non fossero rivolte a lui. Allora Satanina si vede costretta a scrivere a quel deputato tanto amico e protettore della buon’anima di suo padre, scongiurandolo di far valere la sua cresciuta autorità perché il professor Corvara Amidei sia tolto subito dall’insegnamento e chiamato invece a prestar servizio piú tranquillo o in qualche biblioteca o al Ministero della Pubblica Istruzione.

Cosí, due mesi dopo, Cosmo Antonio Corvara Amidei con molto dispiacere de’ suoi scolaretti che, in fin dei conti, gli vogliono un gran bene, ma con piacere grandissimo del direttore del ginnasio e dei colleghi, parte per Roma, «comandato» al Ministero. Satanina è incinta, e soffre molto durante il viaggio di mare; ma non ci pensa piú appena sbarcata a Civitavecchia; tal gioja le suscita il rimetter piede nel Continente, il pensiero di Roma, vicina.

Ah, che bollore improvviso alza il sangue del padre avventuroso nelle vene di lei!

Al Ministero, il professore Corvara Amidei è relegato nella stanza degli scrivani, come correttore. Ma non corregge nulla. Quei miseri impiegatucci alla giornata han fiutato subito con chi hanno da fare. Fosse, putacaso, un vecchio ladro di bella reputazione, allora sí; inchini e scappellate; ma un povero galantuomo di quella fatta, perché rispettarlo? Del resto, non gli fanno nulla. Qualche scherzetto innocente, per passare il tempo, quando mancano le pratiche da ricopiare. Degli errori poi, che essi commettono ricopiando, la colpa – si sa – è appioppata a lui, al professor Corvara Amidei.

– Mi raccomando, signori miei; lasciatemi riveder le carte. Attenzione! Lei, ragione, con una g sola la scriva, per piacere, mi raccomando!

– Meglio abbondare, professore, meglio abbondare quando si tratta di ragione.

– E va bene! – sospira il professor Corvara Amidei, stringendosi nelle spalle, allungando il collo e socchiudendo gli occhi dietro le lenti doppie, da miope, che pajono due fondi di bottiglia.

Gli scrivani, ogni qual volta gli sentono emettere questo sospiro: E va bene! scoppiano a ridere a coro. Perché? Il professor Corvara Amidei non ci ha fatto mai caso; ma ripete frequentissimamente (quando qualche cosa gli va proprio male) quel suo: E va bene! E ormai tutti quegli scrivani, fra loro, non lo chiamano altrimenti che Il professor Va bene.

Quand’egli viene a saperlo, si stringe nelle spalle, sorridente, allunga il collo, socchiude gli occhi, è proprio lí lí per sospirar... Ah, ecco, dunque è vero, sí: ha preso questo vezzo, senz’accorgersene, per la lunga abitudine di rassegnarsi ai colpi del destino avverso. Ma, ormai, un compenso a tutto ciò che ha sofferto, a tutto ciò che gli toccherà forse a soffrire ancora, lo ha, e non gl’importa piú di nulla. Lo sbeffeggino pure tutti gli scrivani del mondo, lo chiamino Va bene, Va male, Va zero, come che sia, egli ha ora Satanina, e se n’infischia. A lei, dal Ministero, tien fisso di continuo il pensiero e quasi la vede, là, nelle stanze dell’umile casetta presa a pigione in Via San Niccolò da Tolentino.

Il 15 di agosto del 1893, Satanina dà felicemente alla luce un maschietto, Dolfino. Fra l’esultanza quasi delirante, un solo piccolo guajo: Satanina non si sente di allattare da sé il figliuolo. E Dolfino è messo a balia, lontano in un paesello della Sabina. Pazienza! Vuol dire che d’ora in poi il professor Corvara Amidei farà a meno del sigaro del caffè e di qualche altra coserella, per pagar le spese del baliatico.

Quando il saltimbanco, tra l’accorato stupore della folla raccolta intorno, fa lavorare un suo pagliaccetto gracile, pallido, come grida? «Ancora piú difficile, signori! stiano a vedere: si passa a un esercizio ancora piú difficile!»

Quanti esercizi, dalla nascita in poi, il destino saltimbanco non aveva fatto eseguire a Cosmo Antonio Corvara Amidei, suo pagliaccetto? Ma il piú difficile, ancora non gliel’aveva fatto eseguire. Aspettava il giorno 20 maggio dell’anno 1894.

Con un cartoccio di schiumette sotto il braccio (quanto piacciono le schiumette a Satanina!) il professor Corvara Amidei rincasa quel giorno, al solito, alle ore diciotto e mezzo precise; sale la scala interminabile; trae il chiavino cerca e trova a tasto il buco della serratura, apre, entra. Satanina non è in casa. E dov’è? Ella non suole mai andar fuori a quell’ora. Qualcosa, certamente, dev’esserle accaduta; perché, né la tavola nel salottino da pranzo è apparecchiata, né in cucina c’è alcunché preparato per il desinare: i fornelli, spenti; e tutto in ordine, come a mezzogiorno ha dovuto lasciarlo la servetta che tengono a mezzo servizio, per la spesa e la pulizia di casa. Ma che mai può essere accaduto a Satanina? Forse qualche improvvisa chiamata dalla balia di Dolfino? E sarebbe partita cosí, senza neppure avvertirlo al Ministero? Ridiscende la scala quant’è lunga, per domandare al portinajo qualche notizia; ne domanda anche ai bottegaj lí presso, alla servetta del pigionale che gli sta accanto: nessuno sa nulla. Su, in casa, non può resistere a lungo al contrasto fra la confusione che ha nell’animo e l’ordine e la quiete delle tre stanzette, le quali pare stieno a aspettare, con tutti i mobili, che la placida vita consueta séguiti a svolgersi fra loro. Esce, dapprima senza mèta, in cerca; poi si reca al Telegrafo e spedisce alla balia di Dolfino un telegramma d’urgenza, con risposta pagata; séguita a gironzolare, di qua e di là, dove lo portano i piedi, con la testa che gli gira come un molino; e non s’accorge neppure che s’è fatto bujo. Quando gli pare che il telegramma di risposta non possa ormai piú tardare di molto, rincasa con la speranza di trovar su Satanina; ma il portinajo gliela leva subito; e allora egli si sente cosí stanco, cosí stanco, da non saper come fare a risalire ancora una volta tutta quella scala. Come Dio vuole, ci riesce; entra al bujo, al bujo perviene nella camera da letto, al bujo rimane a attendere, sprofondato in una poltrona.

Gli pare a un certo punto che un ronzío strano si sia messo a turbinargli dentro, nel capo, nel ventre, fin nelle piante dei piedi e nei ginocchi, sommovendo, sconvolgendo, attirando nella sua furia pensieri e sentimenti; ma quando, di lí a poco, intronato, si reca alla finestra per spiare se qualche fattorino del Telegrafo si faccia alla porta di casa, s’accorge che quel ronzío turbinoso proviene – eh maledetta! – da una lampada elettrica che s’è stizzita, giú, in mezzo alla via.

All’alba arriva finalmente la risposta della balia – negativa. L’ultimo filo di speranza, cosí, è spezzato.

Poche ore dopo, viene la servetta per far la spesa giornaliera e rimettere in ordine la casa. È una toscanina; tozza, ma svelta; muso duro e linguacciuta.

– Ben alzato!

– Non c’è... – le annunzia, con aria stralunata e con faccia cadaverica, il padrone. – Da jeri.

– Via! O che mi dice?

Il professor Corvara Amidei apre le braccia; poi si cala pian piano a sedere su una seggiola e rimane lí, come inebetito. Aggiunge:

– Tutta la notte.

– O dove mai la pol’essere andata?

Il professor Corvara Amidei apre di nuovo le braccia.

– Che provi un po’, sor padrone, – gli suggerisce allora quella, – che provi un po’ a cercarla giú, dove stanno que’ certi... ’un so... son forastieri, che fan le pitture. So d’uno che le faceva... ’un so, il ritratto.

Il professor Corvara Amidei si scuote, la guarda un po’:

– A lei? Il ritratto a lei? E quando?

– Credevo che lo sapesse. Ma sí! La sora padrona ci andava ’gni mattina, ci andava. E poi, il dopopranzo.

Egli rimane a bocca aperta, poi comincia a passarsi le mani nocchierute su le gambe, pian piano, zitto.

– Vole, sor padrone, che vada giú io a sentire? In due salti... ’onosco lui, il pittore francese.

Egli par che non senta, e la servetta allora scappa via. In capo a pochi minuti è su di nuovo, affocata, ansimante. Appena può trar fiato:

– Eh, mi pareva assai! – esclama. – Ito via, anche lui. Da jeri. Sicché, via, ’oincide.

Il professor Corvara Amidei séguita a’ star muto, col volto immobile, da ebete, e a passarsi meccanicamente le mani sulle gambe. La servetta sta un pezzo a mirarlo, impietosita, poi esclama tra sé, alludendo alla padrona:

«Imbecille, vah! Poteva starsene qua, col su’ sposo che la trattava ’osi perbenino, tranquillo là, poer’omo, come una tartaruga.» – Su via, sor padrone, si faccia animo, su! ’un stia ’osí, si dia uno sfogo. ’Gnorantaccia, sa! L’amore... Sa com’è? L’è come il latte messo al foco, che prima si gonfia, poi alza il bollo e scappa via... Su, su, coraggio. Si provi un po’ a votarsi il core, sor padrone... ’un stia ’osí!

Ma il professor Corvara Amidei, a queste ingenue, amorevoli esortazioni, tentenna appena il capo; non dice nulla. Non piange, perché non gl’importa di far conoscere che soffre; non vuole intenerire, né chieder conforto o commiserazione. È stupito, in fondo, di non provare tutto quel cordoglio che forse qualche volta aveva pensato di dover provare se Satanina o l’amore di lei, per un caso atroce imprevedibile, gli fossero venuti a mancare. Ed ecco: nulla, invece, nulla. S’aspettava forse che il mondo dovesse crollare, o lui per lo meno restarne fulminato. Ed ecco, invece, nulla, nulla. Egli, ora, può licenziare la serva, pagarle il resto della mesata rispondere anche alle altre esortazioni ch’ella gli fa nell’andarsene, col suo solito:

– E va bene... E va bene...

Rimasto solo, però, rimessosi a sedere, s’accorge tutt’a un tratto che non ha piú voglia neppure d’alzare un dito, e che il mondo, dunque, davvero è crollato per lui; ma, cosí, quietamente, senza parere. Le sedie stanno lí, l’armadio sta lí, il letto lí... ma per che farne piú, ormai?

Egli ora si stropiccia un po’ piú forte le gambe con ambo le mani, istintivamente, perché si sente preso dal freddo, da un freddo curioso, alle ossa, invadente. Ma non si muove. Ripete fra sé quelle poche notizie che gli ha dato la servetta: «Il ritratto... Il pittore francese... Ci andava ogni mattina...». E ora comincia a battere anche i denti, seguitando a stropicciarsi piú forte, senza saperlo, le gambe che gli ballano. Quelle tre idee: del ritratto, del pittore francese e di lei che ci andava ogni mattina, gli si fissano nel cervello, come tre stellette di carta, di quelle che piglian vento e girano. Gli s’annebbia la vista; trema tutto; perde i sensi; casca dalla seggiola, e resta lí.

Siamo nel marzo del 1904. Sono passati nove anni e dieci mesi. Il professor Corvara Amidei non si ricorda piú, quasi, d’essere stato lí lí per morire all’ospedale, allora, dopo quell’esercizio ancor più difficile. Il pensiero del figlioletto lontano, là, in un paesello della Sabina, lo ha salvato. Ora egli lo ha con sé, Dolfino. Ma il povero ragazzo, che ha già dieci anni e par che li abbia proprio per forza, tirati, tirati su dalle piú minuziose cure del babbo, il povero ragazzo corre ahimé il rischio d’aver la stessa fortuna del padre: o forse no, si spera: perché, cosí gracile, cosí miserino com’è, sembra accenni piuttosto di volersene andare dello stesso male, di cui il babbo fu minacciato da ragazzo, quand’era al seminario.

Dolfino sapeva, fino all’età di otto anni, che la mamma sua era morta nel darlo alla luce, ma, due anni fa, un bel giorno, mentre il padre si trovava all’ufficio, aveva veduto entrare in casa una certa signora vestita alla bizzarra, incipriata, imbellettata, la quale, fra molte lagrime, aveva avuto il piacere di assicurargli che non era vero niente, perché la mamma sua, invece, eccola qua, viveva ancora; era lei, proprio lei, che gli voleva bene, oh tanto! e voleva star sempre con lui e curarlo e carezzarlo giorno e notte cosí, come faceva ora, cosí, il figlietto suo bello, il figlietto suo caro.

Se non che, la balia che lo aveva allevato e che, rimasta vedova e sola, era venuta a trovarlo per star con lui, da governante ora e da serva rientrando in casa con la spesa giornaliera, s’era scagliata addosso a quella femmina, le aveva strappato il ragazzo dalle braccia; e il povero Dolfino, atterrito, aveva sentito ripetere dalla sua balia a colei che si diceva sua madre turpi parole, per cui le due donne eran venute alle mani, e n’era seguita una scena orribile, dopo la quale egli aveva dovuto mettersi a letto assalito da una violentissima febbre.

Cosmo Antonio Corvara Amidei s’era recato in questura a denunziare quella trista donna, che – non contenta di tutto il male fatto a lui – voleva farne dell’altro al figliuolo innocente.

Satanina, che fin dall’età di diciott’anni, alla morte de padre, voleva andarsene – come si sa – alla ventura, fuggita col pittore francese che le faceva il ritratto, era stata quattr’anni a Parigi, poi a Nizza, poi a Torino, poi a Milano, cadendo man mano sempre piú nel fango. Pochi giorni dopo il suo arrivo a Roma, era stata veduta dal marito il quale, nello scorgerla in quello stato, quantunque già se lo fosse immaginato, s’era sentito mancare in mezzo alla via ed era stato condotto in una farmacia, sorretto per le ascelle.

Egli era già caduto in mano d’un certo prete sardo, conosciuto a Sassari, per nome don Melchiorre Spanu, il quale s era fisso il chiodo di ricondurre all’ovile quella pecorella da tant’anni smarrita. Gli dava a leggere, nelle interminabili ore d’ufficio, libri e libri e libri d’argomento religioso; gli dimostrava con le piú lampanti prove che unica e sola causa di tutte le sciagure sofferte era l’indegno modo con cui egli in gioventú s’era regolato con la Santa Madre Chiesa, e che non per nulla, certo, Dio pareva si volesse raccogliere ora nella sede degli angeli e dei beati quel caro ragazzo, quel buon Dolfino: insomma, era un sacro ammonimento, questo, perché il professor Corvara Amidei, l’apostata, rimasto solo, si fosse indotto a entrare in qualche convento: per esempio, in quello della Trappa, alle Tre Fontane. Santo luogo, santo luogo; quello che proprio ci voleva per far penitenza.

Sentendo questi discorsi, il professor Corvara Amidei si stringeva nelle spalle, protendeva il collo, socchiudeva gli occhi e ripeteva ancora una volta:

E va bene!

Certi giorni, all’uscita dal Ministero, lo attendevano don Melchiorre Spanu di qua, sui gradini di Santa Maria della Minerva, la moglie di là, appoggiata maestosamente alla ringhiera del Pantheon. I due si lanciavano da lontano occhiatacce fulminanti: il prete, stropicciandosi le dita sul mento e su le guance, dove le ispide punte della barba pareva gli rinascessero ogni volta sotto il raschiamento del rasojo; la donna, con un sogghignetto perfido su le labbra dipinte.

Il professor Corvara Amidei, uscendo ogni sera su la piazza, volgeva uno sguardo obliquo a quella ringhiera, dove di solito si appostava la moglie; ma andava diviato al prete, pur sapendo che quella in Via Piè di Marmo lo avrebbe senza dubbio raggiunto per chiedergli un po’ di denaro, ch’egli non sapeva negarle. Le aveva già negato piú volte il perdono, sdegnosamente. A ogni nuovo assalto, per prevenire le rampogne del prete, si accostava a lui, sospirando, con la solita mossa, e stropicciandosi per di piú le mani:

– E va bene! E va bene!

Intanto, era prossima la primavera: stagione piú delle altre nociva ai malati di petto; e il medico aveva consigliato al professor Corvara Amidei di condurre Dolfino al mare, almeno per il primo mese, durante il quale l’aria di Roma sarebbe stata per lui troppo sottile.

Cosí, Cosmo Antonio Corvara Amidei domandò un mese di licenza, e il dí 5 di marzo del 1904 si recò a Nettuno per appigionarvi un quartierino alla vista del mare.

II

La pigna

La promessa di quel mese di sollievo e di riposo non poteva essere migliore. Era piovuto fino al giorno avanti: ora, con la freschezza del primo limpido sole di marzo, pareva che la Primavera volesse dire: «Son qua».

E veramente, al professor Corvara Amidei, affacciato al finestrino d’una vettura di terza classe, parve d’intravederla, la Primavera, appena uscito dalla stazione: alle porte di Roma, la Primavera, in un non so che di roseo fuggevole e palpitante tra il tenero verde dei prati. Che era? Forse un gruppo di peschi fioriti. Sí sí, eccone un altro, e un altro La Primavera! Ah da quanto tempo non l’aveva piú veduta nel suo primo nascere, con quel roseo riso dei peschi!

Trasse un lungo sospiro, e si sentí da quell’aria nuova inebriare, d’una ebrezza cosí limpida e pura, che lo intenerí fino alle lagrime. Gli parve una grazia che la sorte nemica gli volesse concedere quella vista deliziosa, da cui gli veniva una letizia cosí arcana che ora, ecco, non sapeva perché, pur lí presente, gli pareva dei lievi anni lontani della sua fanciullezza, là nell’incanto del suo paese nativo.

E dimenticò allora, per un momento, tutte le sue sciagure, passate e presenti; il figliuolo tanto malato, quella donnaccia che lo disonorava; quel prete che l’opprimeva; la spesa superiore alle sue misere condizioni, alla quale bisognava pur sottomettersi per la speranza, forse vana ahimé, di recar bene a Dolfino: la noja cupa, amara; il peso enorme di quella sua insopportabile esistenza. Di contro a tutto il nero che aveva nell’anima, ecco il verde dei prati, l’azzurro del cielo e quella soave freschezza dell’aria, alito vivo della Primavera. E rimase, incantato, a mirare.

Sí, poteva, poteva esser bella la vita; ma lí, in mezzo a quel verde, all’aperto, dove la sorte crudele, certo, non poteva esercitare, come in città, la sua feroce persecuzione. Di questa persecuzione per le opprimenti vie cittadine, egli aveva quasi un’immagine tangibile: se la sentiva realmente dietro le spalle, come un’ombra orrenda, che lo faceva andar curvo, guardingo, tutto ristretto in sé: sua moglie.

Ne scacciò subito l’immagine, che gli aveva tutt’a un tratto offuscato la dolce visione, e si rimise a mirare. Ecco là i Monti Albani che pareva respirassero nel cielo, lievi, come se non fossero di dura pietra. Monte Cavo, con la vetta incoronata di aceri e di faggi, e il vecchio convento e il bosco biancheggiante a mezza costa. Ecco, piú là, Frascati solatía. Al fragore del treno si levò uno stormo di passeri, e un’allodola, in alto, librata sulle ali brillanti trillò. Il professor Corvara Amidei si ricordò allora della prima proposizione della grammatica latina, che da tanti anni non insegnava piú: alauda est laeta. E tentennò il capo. Ora, quasi quasi, gli parevano belli anche i suoi primi anni d’insegnamento, quando però non s’era ancor messo a far casa comune con quel...

– E va bene! – sospirò, turbandosi di nuovo.

Ma fu per poco. Passata la stazione di Carroceto cominciò a sentir prossimo il mare, e tutta l’anima gli si allargò, ilare e trepidante, nella viva aspettazione di quella tremula azzurra immensità, che da un momento all’altro gli si sarebbe spalancata davanti a gli occhi. Ah, il suo mare! Da quanto tempo piú non lo vedeva, e che desiderio acuto, intenso, ardente, di rivederlo! Ma eccolo già! eccolo! eccolo! E il professor Corvara Amidei sorse in piedi, tutto tremante dall’emozione, si sporse dal finestrino, e bevve con tanta ansia e tanta volontà la brezza marina, che n’ebbe una vertigine, e ricadde a sedere su la panca della vettura, con le mani sul volto.

Il treno si arrestò ad Anzio, per pochi minuti, e il professor Corvara Amidei stette con tanto d’occhi a mirare ciò che dalla stazione si scorgeva della bella cittadina, dove non era mai stato. Scese, di lí a poco, alla stazione di Nettuno, ancora stordito e inebriato da quel primo respiro che, rivedendo il mare, aveva tratto proprio dal fondo dei polmoni, come non gli era piú avvenuto da tanto tempo.

Gli scrivani del Ministero gli avevano dato qualche ragguaglio del paese. Si recò nella piazza principale, e domandò dove avrebbe potuto trovare un quartierino modesto di poca spesa, alla vista del mare. Gli fu indicato un villinetto lí sotto la piazza, a destra, su la spiaggia. Era veramente un po’ troppo caro per lui quel quartierino; ma, pazienza! La finestra della cameretta posta sul davanti, verso lo spiazzo, di fronte alla caserma dei soldati d’artiglieria che venivano in distaccamento per le esercitazioni di tiro, era appena all’altezza d’un mezzanino: quella della camera prospiciente il mare, all’altezza d’un secondo piano. E il mare, di qua, pareva proprio che volesse entrare in casa; non si vedeva altro che mare. Il professor Corvara Amidei pagò la caparra al proprietario, gli disse che sarebbe venuto a prender alloggio la mattina dopo, e scese sulla spiaggia.

Dirimpetto al villino, dal lato di ponente, sorgeva e s’avanzava fin nel mare, maestoso, l’antico castello sansovinesco, annerito dal tempo. Salí su la scogliera sotto il castello, e lí rimase per piú di un’ora stupefatto, a contemplare. Vide in fondo al mare levarsi azzurrino, quasi fragile, Monte Circello come un’isola aerea, e piú qua, seguendo la riviera, il Castello di Astura; vide prossimo, a destra, il porto d’Anzio popolato di navi, nereggiante per il traffico del carbone, poi la sterminata distesa delle acque, riscintillante al sole cosí placida, che sulla spiaggia s’arricciava appena, silenziosamente. Quando alla fine poté scuotersi dal fascino di quello spettacolo, si recò a prendere un boccone; poi, sapendo che prima delle cinque non avrebbe trovato alcun treno pe ritornare a Roma, pensò d’occupare le tre ore che aveva innanzi a sé in una visita al magnifico parco dei Borghese, a mezza via tra Anzio e Nettuno.

Non ricordava d’aver mai passato un giorno piú delizioso di quello in vita sua; si sentiva beato entro quel precoce, voluttuoso tepor primaverile, col mare di qua, sotto lo scoscendimento dell’altipiano, e il verde dei campi e dei boschi dall’altra parte. Il cancello del parco era aperto e il professor Corvara Amidei s’avviava, ammirato, per uno dei viali in pendío, quando si sentí chiamare da una nanerottola che gli correva dietro come una papera:

– Ehi! ehi! Si paga... si paga il biglietto!

Cinque soldi. Li pagò, quantunque si fosse proposto di limitarsi nelle spese. E riprese a vagare per quei viali profondi, deserti, ombrosi, come in un sogno. In un sogno parevano veramente assorti quegli alberi maestosi, nel silenzio che il canto degli uccelli non rompeva, ma rendeva anzi più misterioso. Gli avevano detto che in quel parco quasi abbandonato c’erano molti usignoli. Gli parve, ascoltando, di sentirne cantare uno, in fondo, e s’internò da quella parte Si trovò, dopo un lungo tratto, in una meravigliosa pineta i fusti altissimi, diritti, davan l’immagine di colonne d’un tempio gigantesco; le fitte corone, lassú, eran confuse ed escludevano del tutto lo sguardo dalla vista del cielo. Pareva che la pineta avesse una sua propria aria, cuprea, insaporata di quella frescura d’ombra speciale delle chiese.

Il professor Corvara Amidei non seppe andar piú oltre. Si tolse, quasi istintivamente, il cappello, e sedette per terra; poi si sdrajò.

Da molti e molti anni, fra una grave sciagura e l’altra, i diuturni dolori gli avevano quasi vestito la mente d’una scorza di stupidità; le cure affannose, minute, gli avevano impedito di levar lo spirito a quelle considerazioni che in gioventú lo avevano travagliato fino a fargli perdere per un momento la ragione e poi la fede. Ora, in quel giorno di tregua, essendo finalmente riuscito a intravedere come si potesse davvero sentir la gioja di vivere, ebbe la cattiva ispirazione di provarsi di nuovo a penetrare nel folto di quelle antiche considerazioni. E si domandò perché mai egli, che non aveva mai fatto per volontà male ad alcuno, doveva esser cosí bersagliato dalla sorte, egli, che anzi s’era inteso di far sempre il bene; bene lasciando l’abito ecclesiastico, quando la sua logica non s’era piú accordata con quella dei dottori della chiesa, la quale avrebbe dovuto esser legge per lui; bene, sposando per dare il pane a un’orfana, la quale per forza aveva voluto accettarlo a questo patto, mentr’egli onestamente e con tutto il cuore avrebbe voluto offrirglielo altrimenti. E ora, dopo l’infame tradimento e la fuga di quella donna indegna che gli aveva spezzata l’esistenza, ora quasi certamente gli toccava a soffrire anche la pena di vedersi morire a poco a poco il figliuolo, l’unico bene, per quanto amaro, che gli fosse rimasto. Ma perché? Dio, no: Dio non poteva voler questo. Se Dio esisteva, doveva coi buoni esser buono. Egli lo avrebbe offeso, credendo in lui. E chi dunque, chi dunque aveva il governo del mondo, di questa sciaguratissima vita degli uomini?

Una pigna. Come? Sí: una grossa pigna, staccandosi in quel momento dai rami lassú, piombò, a guisa di fulminea risposta, sul capo del professor Corvara Amidei.

Rimase il pover uomo a giacere, quietamente, privo di sensi, quasi fulminato. Quando poté riaversi, si trovò in una pozza di sangue. E ne perdeva ancora, da una bella ferita, che dal sommo del capo gli andava giú giú dietro l’orecchio. Ancor tutto intronato, riuscí a levarsi in piedi e a grande stento si trascinò fino al cancello della villa. La nanerottola di guardia, nel rivederlo in quello stato, col volto tutto imbrattato di sangue, strillò, inorridita:

– Gesú! Che ha fatto?

Egli levò un braccio tremolante e contrasse il volto in una smorfia, tra di spasimo e di riso:

– La... la pigna, – balbettò, – la pigna che governa il mondo... già!

«È matto!» pensò quella e, spaventata, s’affrettò a chiamare il boaro della latteria annessa alla villa, perché con l’ajuto d’uno del ferrovieri che stavano lí presso al cancello a riattare la linea, quel disgraziato fosse condotto al vicino Sanatorio Orsenigo dei Fate Bene Fratelli.

Qua il professor Corvara Amidei fu prima raso, poi medicato con sette bei punti di cucitura, e infine fasciato. Aveva fretta; temeva di perdere il treno. Il medico, sentendo ch’egli doveva mettersi in viaggio, volle abbondare in cautela, e gli combinò allora con le bende una specie di turbante, il quale gl’impedí d’assettarsi il cappello sul capo. Quando fu pronto, Cosmo Antonio Corvara Amidei si strinse nelle spalle, si provò pian piano a protendere il collo, e socchiudendo gli occhi, sospirò ancora una volta

– E va bene!

III

Il vento

 «Tu, cara Primavera, non vedo perché debba proprio quest’anno venire innanzi al dí che gli uomini ne’ loro calendarii t’assegnano per il ritorno. L’inverno è stato piuttosto mite, e vorrebbe, prima di spirare, fare almeno un po’ di guasto: è nel suo diritto; vorrebbe che tu, per esempio, gli lasciassi il tempo di scaricarsi di qualche temporaletto che l’addoglia; ma se questo non ti garba perché temi che ti sporcheresti i rosei piedini, trovando troppo imbrattate le campagne e le vie della città per il tuo ingresso trionfale; egli ti fa sapere che è ancor tutto gonfio di vento, povero vecchio, e ti prega che sii contenta di fargli, se non altro, buttar fuori questo, che ti snebbierebbe anche l’aria ben bene e ti spazzerebbe le terre dalle sudicerie che v’ha fatto. Renderesti un gran piacere a lui e uno grandissimo a me, che proteggo tanto, se tu sapessi, un brav’uomo, fin da quand’egli è nato. Figúrati, per dirtene una, che jeri, mentre egli si beava di te, steso a pancia all’aria nella pineta d’un bel parco, mi son divertita a fargli cadere in testa una pigna bella grossa e dura, che avrebbe potuto anche accopparlo, eh altro! ma io non ho voluto. Sai bene che porto nello stemma un gatto che scherza col topolino e non l’uccide.»

Come letta in altro tempo in un libro antico, perché la crudeltà ne apparisse piú raffinata, se la ripeteva tra sé e sé, da quindici giorni, Cosmo Antonio Corvara Amidei, questa bellissima preghiera che certamente la sua buona sorte aveva dovuto rivolgere alla Primavera, e che questa – manco a dirlo – aveva subito accolto. Era ancora col turbante in capo, e se ne stava alla sponda del lettuccio di Dolfino, il quale, da che era sceso alla stazione di Nettuno, gli si consumava nel lento cociore della febbre, anche di giorno. Prima, almeno, a Roma l’aveva soltanto di notte, la febbre.

E vento, e vento, e vento! Da quindici giorni non cessava un minuto, né dí né notte. Fischiava, mugolava, ruggiva in tutti i toni, ed era in certe scosse lunghe e tremende di tanta veemenza, che pareva volesse schiantar le case e portarsele via. Pareva; perché poi, in realtà, si portava via soltanto qualche tegola, abbatteva qualche albero o qualche palo telegrafico e infrangeva qualche vetro. Si divertiva poi a rendere furioso il mare, perché si ripigliasse la spiaggia, e venisse a rompersi fragoroso e spaventevole contro le mura delle case.

Al professor Corvara Amidei sembrava di trovarsi su una nave assaltata e sbattuta dalla tempesta. Il povero Dolfino n’era atterrito, e lui non trovava piú modo a confortarlo con qualche parolina, perché quel mugolo del vento, piú che il fragore del mare, gli toglieva, non che la voce, ma finanche il respiro, gli torceva dentro le viscere, gli dava un’angoscia rabbiosa e muta, che trovava solo, di tanto in tanto, un po’ di sfogo involontario nella gola della povera balia, la quale, per compir l’opera, s’era ammalata d’angina e doveva starsene a letto, anche lei.

– Piano, per carità, signorino mio! – pregava quella, appena se lo vedeva davanti, come una fantasima, con la boccetta dell’acido fenico in una mano e il pennello nell’altra. – Piano, per carità!

Si metteva a sedere sul letto e spalancava la bocca, che pareva un forno arroventato.

Il professor Corvara Amidei non voleva far forte; ma, ogni volta, come se la veemenza del vento che s’abbatteva ai vetri gli spingesse il braccio, lasciava andare certe spennellature, che a quella poveretta per miracolo non schizzavan gli occhi dal capo.

– Sputate! Sputate!

E se ne tornava accanto a Dolfino, con una fissità truce negli occhi, mentre la boccetta dell’acido fenico gli tremava in mano. Acido fenico... veleno... ma troppo poco, troppo poco e diluito... non sarebbe certamente bastato... E poi del resto, come lasciar Dolfino in quelle condizioni! No via! La tentazione però era forte. Quel vento lo faceva impazzire.

– Villeggiatura!... – borbottava tra sé.

Già metà del mese era passata. La spesa in piú del fitto la mancanza dei comodi di casa, l’aggravamento del mal di Dolfino, la malattia della serva: ci aveva guadagnato questo. E poi, ancora un po’ di pazienza: bisognava che facesse tutto da sé: lui accendersi il fuoco, lui andar per la spesa, lui apparecchiar da mangiare... E non poter condurre, neanche per un minuto, il ragazzo sulla spiaggia vedersi lí, in quelle tre stanzette, imprigionato, assediato dal mare e dal vento.

Troppo, eh?

Tin tin tin – piano piano, alla porta.

– Chi è?

Ma lei, Satanina, si sa! venuta in groppa a quel vento Satanina, la buona mammina, che vuole a tutti i costi rivedere il figliuolo malato.

Entra, si precipita, cade in ginocchio ai piedi del professore, il quale indietreggia sbalordito; gli s’aggrappa alla giacca, gridando, scarmigliata:

– Cosmo! Cosmo, per carità! Lasciami veder Dolfino mio! Perdonami! Salvami! Abbi compassione di me!

E scoppia, cosí gridando, in un pianto dirotto, in un pianto vero, di lagrime vere, senza fine, e in singhiozzi anche, in singhiozzi non meno veri, che la scuotono tutta e non si leva da terra, e si nasconde la faccia con le mani seguitando a implorare:

– Bacerò, bacerò la terra, dove tu metti i piedi, Cosmo se tu mi perdoni, se tu mi salvi! Non ne posso piú! Voglio esser tutta del mio Dolfino, ora! Lasciamelo assistere, curare, per carità!

Cosmo Antonio Corvara Amidei casca a sedere su una seggiola, si nasconde il volto con le mani anche lui, benché in quella cameretta, veramente, per l’ombra della sera sopravvenuta, non ci si veda quasi piú. Suona la campana dell’Avemaria.

Ave Maria... – dice forte, apposta, la balia dal letto, cominciando la preghiera, per sottrarre il padrone alla tentazione.

E Dolfino chiama dall’altra camera in fondo, sbigottito:

– Papà... papà...

Allora Satanina, come sospinta da una susta, scatta in piedi e corre dal figliuolo.

Il professor Corvara Amidei rimane inchiodato sulla sedia. Gli giungono dalla camera di Dolfino le tenere espressioni d’affetto che colei rivolge al figliuolo, il suono dei baci che gli dà. Gli sembra che d’improvviso un gran silenzio si sia fatto intorno, un silenzio misterioso, di fuori, come di tutto il mondo. Si toglie le mani dal volto e resta attonito ad ascoltare. Un vetro si scuote, appena appena, alla finestra. Ah, il vento – ecco – il vento è cessato. E come mai? Si reca dietro la vetrata a guardare la via illuminata di là dal prossimo giardino annesso alla casa degli ufficiali che escono allegri dalla mensa. Ma Dolfino è ancora al buio, in camera, con colei; e il professore Corvara va per accendere la candela.

– Lascia, faccio io! – gli dice subito Satanina. – Il lume dov’è? di là?

E scappa a prenderlo, premurosa.

– Papà, – dice allora Dolfino, piano piano, – papà, io non la voglio... Fa troppo odore...

– Zitto, figliuolo mio, zitto...

– Papà, dove ti corichi tu? Per lei non c’è letto... Tu devi coricarti qui, papà, senti? accanto a me...

– Sí, bello mio, sí... Sta’ zitto, sta’ zitto...

Silenzio E perché non torna Satanina? Non trova forse il lume? Che fa? Il professore Corvara Amidei tende l’orecchio; poi avverte un fresco insolito alle gambe, come se colei di là avesse aperto la finestra. Possibile?

Si leva dalla sponda del letto e va, al bujo, in punta di piedi, a origliare, fino all’uscio della camera che ha la finestra bassa sullo spiazzo, davanti la caserma. Satanina sta affacciata a quella finestra e parla sottovoce con qualcuno giú! Come! Con chi? Ah, spudorata! Ancora? Cosmo Antonio Corvara Amidei si stringe in sé, felinamente, le si accosta, senza fare il minimo rumore, e – quando le sente dire all’ufficiale che sta lí sotto: «No, Gigino stasera no: non è possibile. Domani... domani, immancabilmente...» si china, l’abbranca per i piedi, e giú! la rovescia dalla finestra, gridando:

– Signor tenente, se la pigli!

Al doppio urlo che gli risponde di sotto, dell’ufficiale e della precipitata, egli si ritrae, raccapricciato, in preda a un tremor convulso di tutto il corpo: si prova a richiuder le imposte, ma non può, poiché dallo spiazzo nuove grida si levano, di soldati, di ufficiali, d’altra gente accorsa. Traballando, col passo legato, si trascina fino alla camera del figlio, ribellandosi ferocemente alla balia, che saltata dal letto in camicia, a quegli urli, vorrebbe trattenerlo per sapere che ha fatto, che è stato.

– Nulla... nulla... – risponde lui, fremebondo, abbracciando il figliuolo sul letto. – Nulla... non ti spaventare... Una tegola... una tegola sul capo a un tenente.

Bussano furiosamente alla porta. La balia scappa a infilarsi una sottana, corre ad aprire: un fiume di gente, soldati e ufficiali allagano vociando la casa ancora al bujo, dietro a due carabinieri e al delegato.

– Abbiano pazienza, accendo il lume... – balbetta la balia, spaventata.

Cosmo Antonio Corvara Amidei si tiene stretto con tutte e due le braccia Dolfino, che s’è inginocchiato sul letto.

– Via! Venite con me! – gli grida il delegato.

Egli si volta a guardarlo. Sotto il turbante delle fasce, quella faccia da morto con gli occhiali incute sgomento e orrore alla folla che ha invaso la camera.

– Dove? – domanda.

– Con me! Senza storie! – gli risponde, brusco, il delegato, prendendolo per una spalla.

– Va bene. Ma questo figlio? – domanda lui, di nuovo. – ~ malato. A chi lo lascio? Sappia, signor delegato...

– Via! via! via! – lo interrompe questi, con violenza. – Vostro figlio sarà condotto al Sanatorio. Voi venite con me!

Il professor Corvara Amidei rimette a giacere Dolfino che trema tutto dallo spavento; lo esorta pian piano a far buon animo: ché non è nulla, ché presto ritornerà a lui; e se lo bacia quasi a ogni parola rattenendo le lagrime. Uno dei carabinieri, spazientito, lo agguanta per un braccio.

– Anche le manette? – domanda il professor Corvara Amidei.

Ammanettato, si china su Dolfino, di nuovo, e gli dice:

– Figlio mio, questi occhiali...

– Che vuoi? – gli chiede il ragazzo, tremando, atterrito.

– Strappameli dal naso, bello mio... Cosí... Bravo! Ora non ti vedo piú...

Si volge verso la folla, ammiccando e scoprendo nella contrazione del volto, i denti gialli; si stringe nelle spalle, protende il collo, ma l’angoscia gli serra troppo la gola, e non può ripetere anche questa volta:

– E va bene!

080  -  Il giardinetto lassú

I

Che voleva dirmi?

L’affanno cresciuto non dava adito alle parole, che volevano certo esser aspre, a giudicare dagli sguardi e dai gesti con cui, tossendo, cercava di farmi comprendere.

– Il servo? – gli domandai, cercando, angustiato, una interpretazione.

Accennò di sí piú volte col capo, irosamente; poi con la mano tremolante mi fece altri gesti.

– Lo caccio via?

Sí, sí, sí, m’accennò col capo, di nuovo.

Per quanto l’indignazione, a cui pareva in preda il povero infermo, ora si comunicasse anche a me, al pensiero che quel servo vigliacco si fosse approfittato dei brevi momenti durante la giornata, nei quali ero costretto ad allontanarmi; pure restai perplesso. Venivo proprio ad annunziargli che, d’ora in poi, non avrei piú potuto trattenermi a vegliarlo, a curarlo, come nei primi giorni della malattia. Cacciando ora il servo, poteva egli restar solo lí in casa?

Mi venne in mente lí per lí di persuaderlo a cercar ricovero o in un ospedale o in qualche casa di salute, e gliene feci la proposta.

Nonno Bauer (lo chiamavo cosí fin da quand’ero ragazzo) mi guardò con occhi smarriti, poi guardò in giro lentamente la camera, la cui vecchia suppellettile gli era tanto cara quanto la sua stessa persona, e dal seggiolone di cuojo, entro al quale stava sprofondato, volse infine gli occhi alla finestra, senza rispondermi.

C’era di là un giardinetto. Apparteneva a gl’inquilini del secondo piano; ma chi veramente ne godeva era lui, Nonno Bauer, che da quella finestra bassa poteva conversar comodamente col giardiniere e, allungando appena un braccio, toccare i rami d’un mandorlo, che adesso pareva tutto fiorito di farfalle.

Mi accorsi che due lagrime erano sgorgate dai calvi occhi infossati del mio caro vecchietto; due lagrimoni che ora gli scorrevano su le guance di cera.

– Lei non vorrebbe, è vero? – m’affrettai a dirgli, impietosito.

Negò col capo, senza guardarmi, quasi vergognoso, mentre la commozione gli agitava le labbra.

– No? Ebbene, vuol dire che si provvederà in altro modo. Lei non si affligga.

Il povero vecchio alzò gli occhi lacrimosi a ringraziarmi, e un mezzo sorriso, quasi puerile, gli affiorò alle labbra che, subito, si contrassero come per fare il greppo. Tanto intenerimento aveva provato in quel punto per sé.

Povero Nonno Bauer! Moriva, o meglio si spegneva a poco a poco, lí solo; e dopo una lunga vita, tutta stenti e fatiche, esser privato all’ultimo di quegli oggetti familiari, testimoni della pace finalmente conquistata, gli era parsa una vera crudeltà.

II

Era nato in Italia, da genitori alsaziani; e, fin da giovanetto, era stato col nonno, e poi con mio padre, nell’umile ufficio di scritturale di banco. Dopo il nostro rovescio finanziario e la conseguente morte di mio padre, se n’era andato in Alsazia a trovare i parenti sconosciuti. Trascorsi circa sette anni, eccolo di ritorno in Italia, vinto dalla nostalgia per il paese in cui era nato e cresciuto.

Era ritornato con una modesta sostanza, ereditata da un cugino morto celibe. In quei sette anni, io ero rimasto solo, senza piú la mamma, e quasi povero. Nonno Bauer venne a trovarmi, appena ritornato, e mi profferse di abitare con lui. Non accettai, perché, per le buone relazioni di cui godevo, avevo da poco ottenuto un impiego di fiducia, che m’obbligava a viaggiare continuamente. Tuttavia, non perdetti mai di vista il buon vecchietto; andavo a trovarlo ogni qualvolta ritornavo a Roma; e lui m’accoglieva con tenerezza paterna.

Era per me una vera delizia la sua compagnia. Conversando con lui, mi pareva di tuffar l’anima in un bagno di antica semplicità

Nonno Bauer era rimasto in uno stato di vergine ignoranza per quasi tutte le cose della vita, e bisognava vedere con quale e quanta meraviglia la sua mente si aprisse man mano alle cognizioni piú ovvie, ora che la vita per lui era quasi finita. Passava ore e ore in biblioteca a leggere, a studiare, per rendersi conto di tante e tante cose che, veramente, ormai non doveva piú importargli di sapere. Restava stordito di ciò che apprendeva cosí tardi; riportava l’ammaestramento al tempo in cui avrebbe potuto giovargli, e s’immergeva allora in lunghe e profonde considerazioni, immaginando il diverso cammino che avrebbe potuto prendere con esso la sua vita.

Ma la sua passione piú viva erano le piante. Una volta andò via da una casa per non veder morire un albero che era cresciuto, non si sa come, in mezzo al cortile.

Quel povero albero – io lo ricordo – s’era levato sul magro stelo cinereo con evidente sforzo e rizzando i rami come a supplicare, desideroso di vedere il sole e l’aria libera, angosciato dalla paura di non avere in sé tanto rigoglio da arrivare oltre i tetti delle case che lo circondavano. Ma, finalmente, c’era arrivato! E come brillavano felici le frondi della cima e quanta invidia destavano in quelle che stavano giú senz’aria, senza sole! Anche nella morte, nello staccarsi dai rami, in autunno, le foglie di lassú avevano una lieta sorte: volavano via col vento, in alto, cadevano su i tetti, vedevano il cielo ancora; mentre le povere foglie basse morivano nel fango della via, calpestate.

In tutte le stagioni, all’ora del tramonto, quell’albero si popolava d’una miriade di passeri, che pareva vi si dessero convegno da tutti i tetti della città. Quei rami allora palpitavano piú d’ali che di foglie; pareva che ogni foglia avesse voce; che tutto l’albero cantasse, fremebondo.

Dalle finestre delle case i bambini sorridevano storditi, a quel passerajo fitto, continuo, assordante. Nonno Bauer si affacciava con me; sorrideva con aria misteriosa di vecchio mago, mi diceva socchiudendo gli occhi:

– Aspetta...

E batteva forte, due volte, le mani. Subito, come per incanto, tutto l’albero taceva, esanime.

– Che te ne pare?

Ma, di lí a poco, lo sbaldore ricominciava: ogni passero tornava a inebriarsi del proprio gridío e di quello degli altri, e il concento diveniva man mano piú fitto, piú assordante di prima.

Ora avvenne che il proprietario di quella casa, un bel giorno, pensò di alzar tutto in giro il muro per fabbricare un altro piano. E allora l’albero che con tanto stento si era guadagnata la libertà del sole, dell’aria aperta, piegò avvilito la cima, si curvò sul tronco.

Nonno Bauer, vedendolo cosí, cominciò a smaniare, a sentire una pena che gli toglieva il respiro.

– Guarda, guarda! – mi diceva, mostrandomi i passerotti che dalle grondaje spiccavano il volo e si tenevano sospesi su le ali gridando quasi per esortar piú da vicino l’albero a rizzarsi.

E forse quei passerotti, anche loro, ripetevano al vecchio albero le solite frasi, gli inutili consigli, i vani ammonimenti, che si sogliono dare ai caduti, a gli sconsolati: «Fatti coraggio! non bisogna avvilirsi! raccogli le forze! rialzati!!»

Ma il vecchio albero non aveva ormai piú forza di rialzarsi: aveva stentato tanto per arrivare fin lassú, a quell’altezza: piú su, ormai, non poteva arrivare. Meglio morire.

Andato via da quella casa, Nonno Bauer se n’era venuto in questa col giardinetto, che non apparteneva a lui. Non andava piú da un pezzo in biblioteca; erano cominciati gli acciacchi della vecchiaja, dopo la settantina; e Nonno Bauer, non potendo piú uscir di casa tutti i giorni, se ne stava alla finestra a conversar col giardiniere e a fare all’amore – com’egli diceva – con le rose del giardino.

III

Di quelle rose e degli altri fiori s’innamorò tanto, che cominciò a struggersi dal desiderio di avere anche lui un giardinetto. Gli venne allora un’idea che non mi piacque affatto quando me la manifestò, quantunque la fondasse in un ragionamento pieno di buon senso.

– Alla mia età, – mi disse, – bisogna pensare, figliuolo mio, anche alla morte. E giacché non ho tanti quattrini da farmi due case con due giardinetti, me ne farò una sola, ma bella, e con un giardinetto che varrà per due. Questo mi servirà per sfogare ora il desiderio che m’è nato, quella che mi servirà per poi.. E quando questo poi sarà arrivato, al giardinetto di Nonno Bauer verrai a pensarci tu.

Cosí acquistò un buon pezzo di terra al camposanto

La casa, sotto, invece che sopra: e senza nessuna pretesa. Una piccola nicchietta, e lí. Perché i morti hanno questo di buono: che possono anche fare a meno di star comodi, e dell’aria e del sole e d’ogni altra cosa, visto e considerato che si son tolto per sempre il fastidio di muoversi, di respirare, e che, se son freddi, non sentono più nessun bisogno di riscaldarsi.

Ma veramente Nonno Bauer, stando intere giornate lassú, quando si sentiva bene, intento a far nascere il giardino da quel suo pezzo di terra, pareva un morto venuto su dalla sua nicchietta sotterranea per darsi ancora da fare, per muoversi, per bearsi ancora dell’aria e del sole, zitto zitto e affaccendato, senza piú nessun pensiero, nessuna curiosità della vita, senza neppure accorgersi dello stupore di certi visitatori del camposanto che si fermavano in distanza a mirarlo a bocca aperta, lí chino su questa o quella pianta con la forbice o con la zappetta o con l’annaffiatojo, o seduto su la sedia a libricino che si portava ogni mattina appesa al braccio, il cappellaccio di paglia in capo, l’ombrello aperto su la spalla, immobile, con gli occhi fissi nel vuoto, assorti in qualche pensiero lontano, che gli atteggiava d’un lieve sorriso le labbra tra la barbetta argentea.

Veniva a qualcuno, quasi quasi, la tentazione d’andarlo a scuotere e d’ordinargli che se ne tornasse già subito, a riporsi, perché a un morto non è lecito, perdio, sconcertar cosí la gente, farla impazzire con tutte quelle sue faccende là attorno al giardinetto, o con quella immobilità sul sediolino e quell’ombrello aperto sulla spalla.

La sera, Nonno Bauer, ritornando a casa, parlava col giardiniere dalla finestra. Bisognava sentire che conversazioni! Aveva ottenuto da lui semi e tralci da trapiantare lassú; e i fiori – sosteneva – sbocciavano meglio, assai meglio là che qua, perché infine, i morti a qualche cosa erano ancora buoni.

Ora, inchiodato da quindici giorni in quel seggiolone di cuojo, da cui non doveva piú rialzarsi, egli non sentiva altra pena che quella di non poter recarsi, neanche in vettura, a vedere il suo caro giardinetto lassú. Ed era per lui una consolazione veder quest’altro, invece, dalla finestra, sollevandosi un poco su la vita, a stento, e allungando il collo quanto piú poteva. Le rose che vi fiorivano non erano forse sorelle delle rose che fiorivano lassú? Meno belle, ma sorelle.

E sapete perché quel giorno io trovai Nonno Bauer cosí arrabbiato contro il suo servo? Perché non era vero che questi si fosse recato ogni mattina al camposanto a curare il giardinetto, come Nonno Bauer gli aveva ordinato. Il vicino giardiniere, venuto quella mattina a fargli visita, gliene aveva dato la brutta notizia.

Non ci fu verso: dovetti cacciar via il servo: lo cacciai anche, in verità, perché lo ritenevo infedele e sgarbato. Il vicino giardiniere promise che ci sarebbe andato lui ogni giorno a curare le piante, sorelle piú belle, e cosí Nonno Bauer si tranquillò.

Io pensai (conoscendo purtroppo che la morte non poteva esser lontana) di domandare l’assistenza di due suore per quegli ultimi giorni, ed egli non si oppose. Era cosciente del suo stato, e non se ne rammaricava punto; aveva vissuto a lungo, aveva assaporato la pace; ora si sentiva stanco: era tempo di chiudere gli occhi e dormire per sempre, là, nella nicchietta, sotto le rose dell’altro giardino.

IV

Ogni giorno, andando a visitarlo, mi sorgeva innanzi alla porta la speranza che la mia assidua costernazione dovesse essere ovviata da un repentino miglioramento; ma la men giovane delle suore che veniva ad aprirmi la porta, rispondeva sempre con un gesto di triste rassegnazione alla mia prima, ansiosa domanda.

Mi trattenevo da lui qualche ora; la conversazione però languiva, poiché egli, dopo avermi accolto con un sorriso mesto e muto di riconoscenza, spesso richiudeva gli occhi; e allora io, per non disturbarlo, me ne stavo zitto, come le due suore assistenti. Veramente, quegli occhi, non si sapeva piú come guardarglieli, cosí scavati dentro come erano nel male che lo consumava.

Nessun rumore, nessun segno di vita arrivava in quella linda casetta appartata, in cui il vecchietto aspettava tranquillo la morte. Talvolta, nel silenzio, attraverso le vetrate, giungeva il cinguettío di un passero: io e le due suore alzavamo gli occhi alla finestra: il passero era lí, sul ramo fiorito del mandorlo, e, scotendo or di qua or di 1à il capino, guardava curioso nella camera, come se volesse domandare: «Che fate?» Poi, a un tratto, un frullo, via! quasi avesse compreso che cosa in quella camera si stesse ad aspettare.

Un giorno Nonno Bauer mi domandò se ero stato a vedere il suo giardinetto. C’ero stato, ma non avevo voluto dirglielo.

– Perché non me l’hai detto? – fece egli. – Qua o là, ormai, non è lo stesso? Anzi, meglio là... Hai visto come è bello? Vi tengo tutti impicciati, e io ho tanta voglia di dormire...

Gli parlai allora delle sue piante tutte in fiore, esagerando, per fargli piacere, la mia ammirazione. Gli occhi di Nonno Bauer si avvivarono di contentezza.

– Ci andrò presto... Peccato, che non possa piú vederlo. . .

Lo spettacolo di quell’essere ancor del tutto cosciente che con tanta tranquillità s’era conciliato col pensiero della morte, mi cagionava un occulto, indefinibile sentimento. Ma, di lí a pochi giorni, un’altra cosa doveva stupirmi maggiormente.

S’era ammalato d’una malattia assai grave l’unico figlio di un mio intimo amico, vispo e leggiadro fanciullo di circa sette anni, che già s’accarezzava sul labbro un pajo di baffetti immaginarii e, a cavallo d’una seggiola, con una sciabola di legno in mano, un elmo di cartone in capo, marciava a debellare in Africa i Beduini.

Ero andato a casa di quel mio amico per affari e lo avevo trovato con la moglie in preda a un cordoglio angoscioso, attorno al lettuccio dell’infermo adorato.

– Tifo... tifo...

Non sapevano dir altro, padre e madre, e si nascondevano la faccia con le mani, come per non vedere il fanciulletto avvampato dalla febbre.

Ancora turbato e commosso andai quel giorno con molto ritardo a visitare Nonno Bauer. Egli prestò ascolto alla triste notizia recata da me per scusare il ritardo: volle anzi sapere quanti anni avesse il bambino e se i medici avessero dichiarata la malattia.

 – Tifo?

Scosse il capo, con le ciglia corrugate, poi richiuse gli occhi, e nella cameretta ritornò il silenzio consueto.

– Quanti giorni sono? – domandò dopo un lungo tratto, senza aprire gli occhi.

Non potendo supporre che egli pensasse ancora a quel fanciullo infermo e non intendendo perciò la domanda, gli domandai a mia volta:

– Quanti giorni di che?

– Che il bambino è ammalato? – spiegò Nonno Bauer, come se parlasse in sogno.

– Nove giorni, – risposi. – E la febbre sempre alta a un modo.

– Bagni freddi, gliene fanno? Anche uno ogni due ore, senza paura... Diglielo al tuo amico.

Dopo un altro lungo silenzio, volle sapere anche il nome del fanciullo.

Il giorno appresso mi recai con lo stesso ritardo a visitare Nonno Bauer, e cosí nei giorni successivi. Andavo prima a prender notizia del bambino, e non già perché questo mi interessasse piú del mio caro vecchietto, ma perché Nonno Bauer se ne interessava lui piú di me, e per prima cosa, ogni giorno, nel vedermi entrare, mi domandava:

– Come sta? come sta?

Era rimasto impressionato del caso di quel bambino che moriva contemporaneamente a lui; e, mentre per sé non si lagnava nemmeno, di quello si affliggeva cosí che pareva non se ne potesse dar pace.

– Ma di’, ma un consulto non l’hanno ancora tenuto?

E consigliava i medici da chiamare. Avrebbe voluto salvarlo a ogni costo.

Purtroppo però il fanciullo era spacciato. Il giorno in cui diedi a Nonno Bauer la triste notizia, c’era da lui a visita il vicino giardiniere, il quale era venuto a riferirgli che il rosajo tutto intorno aveva gettato tanto, che la pietra sepolcrale ne era quasi nascosta.

– Signor Bauer, le rose dicono: là dentro non ci si va

Ma Nonno Bauer stava peggio anche lui, quel giorno. Guardava con occhi spenti; pareva non intendesse.

Andato via il giardiniere, cadde in letargo. Poi, si riscosse con un sospiro e disse:

– Se volessero portarlo lí...

Credetti che vaneggiasse, e, per richiamarlo in sensi, gli domandai:

– Dove, Nonno Bauer.

– Lì...

E alzò appena la mano.

Compresi, e provai una viva tenerezza. Egli intendeva nel suo giardinetto, lassú, al camposanto. Voleva con sé il bambino, lí, nella nicchietta, sotto le rose.

– Diglielo... diglielo... – riprese con insistenza, rianimandosi un po’ e guardandomi negli occhi: – Glielo dirai?

081  -  La maschera dimenticata

Nella sala già quasi piena per la riunione indetta dal Comitato elettorale in casa del candidato Laleva, tutti, vedendolo entrare zitto zitto zoppicante e con gli occhi fissi e cupi sotto la fronte grinzuta, s’erano voltati, stupiti, a mirarlo.

Don Ciccino Cirinciò? Possibile? E chi lo aveva invitato?

Si sapeva che da anni e anni non s’immischiava piú di nulla, tutto assorto com’era nelle sue sciagure: la morte della moglie e di due figliuoli, la perdita della zolfara dopo una sequela di liti giudiziarie, e la miseria: sciagure che avrebbe fatto meglio a portare in pubblico con dignità meno funebre, perché non spiccasse agli occhi di tutti i maldicenti del paese quel sigillo particolare di scherno con cui la sorte buffona pareva si fosse spassata a bollargliele, se era vero che la moglie gli fosse morta per aver partorito su la cinquantina non si sapeva bene che cosa: chi diceva un cagnolo, chi una marmotta; e che avesse perduto la zolfara per una virgola mal posta nel contratto d’affitto; e che zoppicasse cosí per una famosa avventura di caccia, nella quale invece dell’uccello era volato in aria lui con tutti gli stivaloni e lo schioppo e la carniera e il cane, investito dalle alacce d’un mulino a vento abbandonato sul poggio di Montelusa, le quali tutt’a un tratto s’erano messe a girare da sé; per cui ormai era inteso da tutti come don Ciccino Cirinciò «quello del mulino».

Cosa strana: se da qualche malcreato sentiva fare allusione a quel parto della moglie o a quella virgola nel contratto d’affitto, sorrideva triste o scrollava le spalle; ma nel sentirsi chiamare quello del mulino usciva dai gangheri, minacciava col bastone e urlava che il suo era un paese di carognoni imbecilli.

Ora questi carognoni imbecilli ecco che si maravigliavano del suo intervento alla riunione elettorale. Ma ci voleva tanto i pensare ch’egli doveva – prima di tutto – gratitudine eterna al vecchio avvocato don Francesco Laleva, padre del candidato d’oggi, l’unico tra tutti gli avvocati del fòro che lo avesse ajutato e difeso nell’occasione delle liti per la zolfara? Queste liti, è vero, le aveva perdute; l’ajuto, perciò, se vogliamo, era stato vano; ma che per questo? L’obbligo della gratitudine non restava forse per lui stesso, sacrosanto? E poi – a parte la gratitudine – ci voleva tanto forse a crederlo capace di un sentimento, che doveva in quell’ora esser comune a tutti i galantuomini, disgraziati e non disgraziati? Perdio, il sentimento della dignità del proprio paese! Era, sí o no, un cittadino anche lui? Le disgrazie, va bene; ma, come cittadino, non poteva essere forse indignato anche lui delle spudorate vergogne che il vecchio deputato uscente commetteva da venti anni impunemente? Non parlava; non aveva mai parlato, perché – le parole – vento! Ma ora ch’era venuto il tempo d’agire, sissignori; eccolo qua; si presentava da sé, non invitato, per mettersi a disposizione del figlio del suo antico e unico benefattore.

I radunati stettero un pezzo a mirarlo a bocca aperta; qualcuno si toccò con un dito la fronte, come per dire: «Eh, che volete? gli s’è voltato il cervello, poveretto!». Perché sapevano tutti che non era vero che dovesse poi tanta gratitudine al padre del Laleva, il quale non lo aveva né ajutato né difeso; ma solo dissuaso dal mettersi in lite per quella zolfara maledetta. Se non che, a forza di ragionare tra sé e sé le sue disgrazie, chi sa, povero Cirinciò, com’era arrivato adesso a rappresentarsi uomini e cose, tutti gli avvenimenti della sua vita; e quali parti in questi lontani avvenimenti della sua vita attribuiva a presunti amici, a presunti nemici! E chi sa da che strambe ragioni era stato perciò indotto a presentarsi ora lí non invitato; e che cosa, nei misteriosi arzigogoli, nelle segrete previsioni del suo spirito conturbato, doveva rappresentare per lui questa sua partecipazione alla lotta politica in favore del figlio di don Francesco Laleva; che beneficii sbardellati se ne riprometteva, che tremendi pericoli e responsabilità si immaginava di dovere affrontare... Ma sí, quegli occhi che lampeggiavano sotto la fronte aggrottata; quelle pugna serrate sui i ginocchi... Povero don Ciccino!

Cirinciò, invece, guardava cosí, perché non riusciva a spiegarsi il perché di tutta quella meraviglia per la sua venuta.

Vedendosi osservato, spiato da lontano con quell’aria di costernazione perplessa e afflitta, cominciò a entrare in sospetto, che non lo volessero lí. Aveva forse capito male l’invito del Comitato elettorale?

A un certo punto, non potendone piú, s’alzò sdegnoso, e, zoppicando, s’accostò a domandarlo al Laleva:

– Scusate, debbo rimanere o me ne debbo andare? Ho forse fatto male a venire?

– Ma no! perché, caro don Ciccino? – s’affrettò a rispondergli il Laleva. – Siamo tutti felicissimi, e io particolarmente, della sua venuta! Ma si figuri! Segga, segga. L’ho per un onore; e ne ho tanto piacere!

«E allora?» domandò a sé stesso Cirinciò, tornando a sedere. «Perché tutti mi guardano cosí?»

Che ci fosse in lui qualche cosa ch’egli non vedeva e che gli altri vedevano? Perché in quel momento gli pareva proprio che potesse, come tutti gli altri, occuparsi delle elezioni, e che non ci fosse, in questo, nulla di straordinario.

Capiva bene, sí o no? Ma sí, perdio, che capiva benissimo tutte le discussioni che ora si facevano attorno a lui su le probabilità piú o meno di vittoria, sulla disposizione dei varii partiti locali in questo e in quel comune del collegio, sul computo dei voti favorevoli e contrarii, non solo, ma gli pareva anzi di veder piú chiaro di certuni nella tattica da seguire verso qualche capo-elettore ancora neutrale nella lotta. Tanto che a un certo punto, dimenticandosi del dubbio che lo aveva finora tenuto ingrugnato e sospettoso, non poté piú trattenersi; s’alzò, prese la parola e in breve, con chiarezza e semplicità, espresse il suo concetto, come a lui pareva che si dovesse fare.

Fu nella sala uno sbalordimento generale; perché proprio nessuno riusciva a capacitarsi come mai don Ciccino Cirinciò potesse vedere cosí chiaro e giusto. Eppure, sí, era proprio quella la mossa da tentare; si doveva far proprio come diceva lui.

Tre quattro volte, durante la lunga discussione, si rinnovò quello sbalordimento per il retto giudizio e la giustezza dei consigli e la finezza degli espedienti da lui suggeriti. Non pareva vero! Signori miei, don Ciccino Cirinciò... Ma parlava benissimo! Chi l’avrebbe creduto? Un oratore... Ma bravo! Ma bene! Viva Cirinciò!

Piú sbalordito di tutti, alla fine, perché da un canto non gli pareva proprio d’aver detto cose cosí straordinarie da suscitare tanto stupore, tanto fervore d’ammirazione; ma, dall’altro canto, mezzo ubriacato dagli applausi Cirinciò si trovò designato da tutti a un posto di combattimento difficilissimo, nel comune di Borgetto, che si riteneva la cittadella inespugnabile del partito avversario.

Cercò di tirarsi indietro, con la scusa che non conosceva nessuno lí; che non c’era mai stato; disse anche che non erano imprese per lui; che aveva esposto cosí, in astratto il suo modo di vedere, ma che nell’atto pratico si sarebbe perduto. Non vollero neppur lasciarlo finire di parlare; lo costrinsero ad accettare quel posto di combattimento: cosí, la mattina dopo, don Ciccino Cirinciò, provvisto di mezzi e di commendatizie, partí per Borgetto.

Vi fece miracoli, a detta di tutti, nei quindici giorni che precedettero l’elezione politica. Veri miracoli, se in due settimane riuscí a cambiare la posizione del Laleva in quel comune da cosí a cosí.

Fu per il bisogno di raggiungere e toccare una realtà qualunque nel vuoto strano, in cui quell’avventura impensata lo aveva cosí d’improvviso gettato? Vuoto arioso e lieve, nel quale tutti gli aspetti nuovi, d’uomini e di cose gli apparivano come in una luce di sogno, nella freschezza di quell’azzurro di marzo corso da allegre nuvole luminose? O fu per il prorompere di tante energie ancor vive e ignorate, da anni e anni compresse in lui, soffocate dall’incubo delle sciagure? Energie giovanili, intatte, che lo avrebbero portato chi sa dove, chi sa a quali imprese, quali vittorie, se la sua vita non si fosse chiusa come s’era chiusa nel lutto di quelle sciagure?

Il fatto è che operò miracoli in quel paesello dove nessuno lo conosceva. E certo perché nessuno lo conosceva.

Tutto fuori di sé, là, in preda a quelle energie insospettate e scatenate d’un subito in lui, affrontò imperterrito gli avversarii, li forzò a discutere e a riconoscere prima gli errori e l’insipienza, poi la vergogna del loro vecchio deputato; e non si diede un momento di requie: ora qua a scrollare i titubanti; ora là a sventare un’insidia, a presiedere un comizio, a sfidare al contradittorio anche lo stesso deputato uscente, o chi per lui: tutto quanto il paese!

Cose che non avrebbe mai supposto non che di poter dire, ma neppure di pensare lontanamente, gli venivano alle labbra, spontanee, con un’abbondanza e facilità di parola, un’efficacia d’espressioni, che ne restava lui stesso come abbagliato. Pareva che una vena nuova di vita gli fosse rampollata dentro, e si fosse messa a scorrere in lui con urgenza impetuosa. Coglieva a volo tutto, comprendeva tutto a un minimo cenno; e ogni cosa, dentro, pur restandogli nuova e fresca, gli diventava subito nota e propria; se n’impadroniva con quelle forze vergini, che non avevano potuto aver mai uno sfogo in lui, e che ora lo rendevano àlacre e sicuro della vittoria, come un giovane, tra la frenesia che già aveva preso a bollire in tutti coloro che gli si facevano attorno sempre in maggior numero, e che a stento riuscivano a tenergli dietro in quella tumultuosa agitazione.

Non pensò piú neanche d’aver una gamba zoppicante. Non gli faceva piú male. Gli anni? Sessantadue, sí... Ma che voleva dire? Avanti! Era come se cominciasse ora la vita. Avanti! avanti! Qua, per il momento, c’era da correre a minacciare a quel signor assessore la denunzia delle cento schede trattenute ai soci del circolo operajo, poi a documentare il tentativo di corruzione del signor sindaco: il pagamento di cinquanta voti a dieci lire l’uno. Come documentarlo? Ma con le testimonianze, perdio! S’incaricava lui di far confessare quei contadini alla presenza d’un notajo, lui, lui... Avanti!

Arrivò cosí al giorno della vittoria che pareva un altro, ricreato in quell’aura di popolarità, tra gente nuova, in un paese nuovo, preso d’assalto, messo sottosopra e conquistato in pochi giorni. E, la sera della proclamazione del nuovo eletto, si presentò raggiante nella vasta sala del Circolo dei «civili» dove era imbandita una splendida mensa in suo onore; per quanto già gli apparissero evidenti i segni della stanchezza nella vecchia maschera dimenticata.

Circolava intanto in quella sala, nell’attesa che i posti fossero assegnati nella mensa, un certo squallido ometto scontorto, dal cranio d’avorio, luccicante sotto i lumi. Quasi a nascondersi, teneva il capo insaccato nelle spallucce ossute, ma cacciava in tutti i crocchi la punta della barbetta arguta, gialliccia, come scolorita, e figgeva in faccia a questo e a quello gli occhietti lustri, acuti come due spilli, che gli spiccavano maligni nel cereo pallore del viso. Si fermava un momento a ripetere una domanda insistente alla quale era chiaro che non riceveva una risposta che lo soddisfacesse; negava col dito, scrollava le spalle come se esclamasse: «Ma che! Ma che! Impossibile!», o stirava il volto sporgendo il labbro inferiore, come uno che non riesca a capacitarsi, e s’allontanava rivoltandosi a guardare di sfuggita e di sbieco, con quegli occhietti puntuti, Cirinciò.

Cirinciò se n’accorse subito.

Pur tra il fervore entusiastico dell’accoglienza, si sentí ferire fin da principio da quegli occhietti. Cercò di sfuggirli, rituffandosi in mezzo alla confusione della festa. Ma di qua, di là, da vicino, da lontano, donde meno se l’aspettava, si sentiva pungere dalla fissità quasi spasimosa di quegli occhietti persecutori; e, appena punto, raggelare, sconcertare, rimescolar tutto da un sentimento oscuro che, facendogli impeto rabbiosamente, gli occupava come di una tenebra di vertigine il cervello. Si ripigliava; ma avvertiva internamente che non gli era piú possibile ormai tenersi fermo, ché tutto, dentro, gli vagellava, non tanto per la persecuzione di quegli occhietti, di cui in fine non aveva nulla da temere, quanto perché... perché non lo sapeva bene lui stesso.

Non era timore, non era vergogna; ma si sentiva come tratto di dentro a nascondersi e a scomparire da quella festa.

Troppo chiasso, oh Dio... troppo chiasso.

E andando in giro per la sala, intronato, faceva atto con le mani di smorzare i rumori.

Ma piú faceva cosí, piú si acuiva proprio fino allo spasimo in quei tali occhietti una curiosità pazzesca.

E allora Cirinciò cadde in preda a una cosí cupa esasperazione, che di fuori ebbe lo strano effetto di farlo apparire quasi cangiato all’improvviso.

Si riebbe un momento allorché tutti lo presero e lo portarono in trionfo a sedere a capo tavola; ma, cessata l’agitazione della cerca dei posti, appena tutti si furono accomodati, Cirinciò, volgendo lo sguardo in giro, ricadde piú intronato che mai e nell’intronamento si fissò, come impietrato, vedendosi vicinissimo, a quattro posti di distanza, quell’ometto che seguitava a fissarlo, e ora – ecco – allungava il collo verso di lui, con l’indice teso come un’arma presso uno di quegli occhietti diabolici, quasi a prender la mira, e gli domandava:

– Ma scusate, non siete don Ciccino Cirinciò, voi?

Non era sul nome la domanda. Non potevano capirlo gli altri; ma lui, sí, Cirinciò lo intese benissimo.

Che quegli fosse don Ciccino Cirinciò, glielo dovevano aver detto e ripetuto tutti cento volte, a quell’ometto. Ma appunto di questo non riusciva a capacitarsi quell’ometto: che cioè don Ciccino Cirinciò ch’egli tempo addietro aveva conosciuto, fosse questo che ora gli stava davanti. .. Questo? Possibile!

– Quello del mulino?

Sí, sí, quello del mulino... Aveva ragione! Non era credibile! – Cirinciò adesso tutt’a un tratto lo riconosceva anche lui.

Non era credibile, non appariva piú credibile neanche a lui stesso, che quello del mulino, lui, proprio lui, potesse trovarsi lí, in mezzo a quella festa, e che avesse potuto fare tutto quel che aveva fatto, senza saperne piú il perché.

Che importava a lui, infatti, ora che con gli occhi di quell’ometto si vedeva rientrare in sé medesimo con tutte le sue sciagure e la sua miseria, che importava piú a lui della vittoria del Laleva? delle vergogne del deputato sconfitto?

Tutti i convitati, nel vederlo cosí d’un subito appassire, credettero in prima che fosse effetto di momentanea stanchezza, e cercarono di ravvivarlo con incitamenti e congratulazioni; ma si sentirono rispondere e agghiacciare con certi scemi e strascicati: «Già... già...» che rivelarono assente, lontano mille miglia dalla festa, lo spirito di lui E quando, il giorno appresso, Cirinciò se ne partí da Borgetto, ingrugnato, funebre, rispondendo a mala pena ai saluti, tutti restarono a guardarsi tra loro, non sapendo comprendere la ragione di un mutamento cosí improvviso, e parecchi avanzarono il sospetto che fosse un imbroglione, un miserabile impostore venuto a mistificarli.

082  -  La balia

I

– Finalmente! – esclamò la signora Manfroni, strappando di mano alla serva la lettera da Roma tanto sospirata, nella quale il genero, Ennio Mori, doveva darle tutti i minuti ragguagli promessi, intorno al parto recente della figlia Ersilia.

Inforcò subito gli occhiali e si mise a leggere.

Già sapeva da telegrammi precedenti, che il parto era stato laborioso, ma che tuttavia la figlia non correva alcun rischio. Ora però la lettera le dava a sapere che qualche rischio Ersilia veramente lo aveva corso e che anzi c’era stato bisogno d’un ostetrico. Questa notizia il Mori la dava non certo per affliggere i parenti della moglie, ora che tutto, bene o male, era passato; ma per lagnarsi della caparbietà di lei che, contro i suoi saggi consigli, s’era ostinata a portare fino all’ultimo il busto troppo stretto, i tacchi delle scarpe troppo alti.

– Asino! i tacchi!

E parecchie volte la signora Manfroni, friggendo, ripeté quell’asino! durante la lettura. A un tratto s’impuntò, piú che mai stizzita, e levò gli occhi dalla lettera e guardò in giro, quasi cercasse qualcuno con cui sfogarsi.

– Come? come?

Ah, la balia non doveva essere romana? O perché no, signor avvocato Mori? Le balie romane hanno troppe pretensioni? Oh guarda, l’economia adesso! Come se la dote di Ersilia non potesse permettere un tal lusso al signor avvocato socialista. Eh già! e intanto che bella figura avrebbe fatto Ersilia per le vie di Roma con a fianco una zotica contadinotta siciliana da lavare a sei o a sette acque, parata da balia!

– Asino! Asino! Asino!

– Ohé! Non si mangia oggi? Perché la tavola non è ancora apparecchiata?

Il signor Manfroni entrò, vociando cosí, al solito. Di là aveva già sgridato la serva e la cuoca.

– Piano, Saverio, piano... – disse la moglie. – Sai bene che c’è sempre un mondo da fare in casa nostra.

– Da fare? Voi? E io?

– Leggiti, leggiti la bella lettera del tuo carissimo genero, piuttosto.

– Ersilia?

– Sentirai.

Il signor Manfroni si calmò di botto; scorse la lettera poi, ripiegandola:

– Benissimo! Ho la balia che ci vuole.

Aveva di questi lampi il signor Manfroni, nei quali egli per primo s’abbagliava e a cui doveva – a suo credere – la sua ingente fortuna commerciale.

Con aria derisoria e di sfida la signora Manfroni domandò:

– Sarebbe?

– La moglie di Titta Marullo.

– La moglie di quell’avanzo di forca?

– Taci!

– La moglie di quel capopopolo?

– Taci!

– La moglie d’un coatto!

– Lasciami dire! – gridò il Manfroni. – Sei donna tu e, per tua norma, qua, Domineddio, stoppa, stoppa, cara mia, ti ci ha messo! stoppa in luogo di cervello. Con le belle condizioni sociali, nelle quali viviamo...

– Come c’entrano le condizioni sociali? – domandò, stordita, la moglie.

– C’entrano! C’entrano! – ribatté furiosamente il signor Saverio. – Perché, noi, noi che siamo riusciti col lavoro assiduo e per... – come si dice? perticace, cioè, no... sí, giusto dico, perticace, a metter da banda una sostanza qualsiasi, noi, oggi, per tua norma, di fronte all’avvenire che si fa man mano piú torbido e minaccioso... hai capito?

– No! Che vuoi che capisca?

– E non te lo dico io? Stoppa!

Afferrò una seggiola, l’accostò a quella su cui stava la moglie e vi sedette in gran furia, sbuffando.

– Io, Titta Marullo, – riprese, sforzandosi di parlar sotto voce, perché i servi non udissero, – io, Titta Marullo, per tua norma, lo scacciai dal panificio, per le sue idee rivoluzionarie.

– Come quelle del signor Mori, a cui hai dato tua figlia!

– Lasciami dire! – urlò il Manfroni. – E perché gli ho dato mia figlia, io? Prima di tutto perché Ennio è un ottimo giovine; poi, sissignora, perché socialista! sissignora! E mi è convenuto! e mi ha fatto gioco! Sai dirmi perché sono tanto rispettato, io, da tutta quella canaglia a cui do da mangiare? Stoppa! Ma qui Ennio non c’entra... Parlavamo di Titta Marullo. Lo scacciai dal panificio. Rimasto sul lastrico, il disgraziato, si regolò in modo da farsi mandare all’isola, a domicilio coatto. Ora io, ricco, ma con qui dentro qualcosa che batte e che, per tua norma, si chiama cuore, prendo sua moglie, la ficco in un vagone di terza classe e la spedisco a Roma, balia del mio nipotino!

Poteva avere centomila ragioni il signor Manfroni, ma aveva anche su uno zigomo un ridicolissimo porro, sul quale la moglie appuntava gelidamente uno sguardo quanto mai dispettoso, quando si vedeva costretta a sottomettersi a quelle ragioni. E il signor Manfroni, nel vedersi ogni volta guardato il porro, provava un tale urto di nervi che, per non fare uno sproposito, troncava subito la discussione. Sonò il campanello e ordinò alla serva:

– Di’ a Lisi che venga subito qua.

Lisi, che fungeva da cocchiere e da servotto, si presentò su la soglia senza giacca, con le maniche della camicia rimboccate su le braccia e la bocca aperta a un riso muto, come soleva ogni qual volta i padroni lo chiamavano al loro cospetto.

Il signor Manfroni, fin dal primo vederlo, aveva scoperto uno straordinario ingegno in questo ragazzo.

– Sai dove sta la moglie di Titta Marullo?

– Sissignore. Ho capito! – rispose Lisi, e sollevò una spalla e si contorse, mentre un sorriso scemo gli alzava quasi il bollo in gola.

– Che hai capito, animale? – gli gridò il Manfroni, che non era in vena d’ammirarlo, in quel momento.

Lisi si storcignò di nuovo, come se il padrone gli avesse fatto un bel complimento, e rispose:

– Vado a dirglielo, sissignore.

– Dille che venga subito qua. Debbo parlarle.

E, di lí a poco, il signor Manfroni ebbe una prova lampantissima del non comune ingegno di Lisi. Figurarsi che, mentre era ancora a tavola con la moglie, vide irrompere nella stanza Annicchia, la moglie di Titta, piangente di gioja, con un bambinello in braccio di circa due mesi.

– Ah, signorino! signorino mio! si lasci baciare la mano!

E, cosí esclamando, gli s’inginocchiò ai piedi. La serva, la cuoca s’erano affacciate all’uscio per assistere alla scena, e Lisi innanzi a loro rideva, trionfante, beato.

Tra gli occhi e le sopracciglia del signor Saverio s’impegnò una viva lotta: quelli volevano sbarrarsi per lo stordimento improvviso, e queste contemporaneamente aggrottarsi dalla rabbia. Ritrasse subito la mano che la giovine inginocchiata voleva baciargli: guardò verso l’uscio e urlò:

– Fuori! No, tu qua, Lisi! Che le hai detto?

– Che Titta verrà! – esclamò Annicchia senza levarsi. – Che me l’ha liberato Lei, signorino mio!

Il Manfroni balzò in piedi e brandí la seggiola:

– Aspetta, canaglia!

Lisi scappo via come un daino.

– Non è vero? – fece Annicchia, appassendo, rivolta alla signora Manfroni.

E si rialzò lentamente. Ci volle del bello e del buono per farle intendere che la liberazione del marito non dipendeva, né poteva dipendere in alcun modo dalla volontà e dalle amicizie del signor Manfroni, il quale, se lo aveva scacciato dal panificio, ella era testimonia di quanta longanimità avesse prima dato prova, unicamente per lei che, da bambina, gli era cresciuta in casa ed era stata compagna di giuoco d’Ersilia, tant’anni.

Mentre il marito dava queste spiegazioni, la signora Manfroni osservava la giovine e, con l’immaginazione, la parava da balia e approvava col capo, approvava come se già la vedesse con un goffo zendado rosso in testa e uno spillone dai tremuli fiori d’argento tra i biondi capelli.

Annicchia, allorché il Manfroni le espose la ragione per cui aveva mandato Lisi a chiamarla, restò tra stordita e perplessa.

– E questo mio bambinello? – disse, mostrandolo. – A chi lo lascio?

Se lo strinse al seno; si mise a piangere di nuovo.

– Tata non torna, Luzzí! non torna!

Infine, scoprendo la faccia lacrimosa, aggiunse, rivolta alla signora Manfroni:

– Non lo conosce; ancora non l’ha veduto, quest’angeletto che gli è nato.

– Potresti darlo ad allevare, con un po’ di quello che avrai da Ersilia.

– Oh, per la signorina Ersilia, – s’affrettò a dire Annicchia, – si figuri con che cuore lo vorrei fare! Ma... troppo lontano! a Roma!

Il signor Saverio spiegò lí per lí che: Partenza! Pronti! col treno e col piroscafo, non c’erano piú distanze, ormai.

– Sissignore, – disse Annicchia, – Vossignoria, dice bene; ma io sono una povera ignorante; mi sperderei. Non ho mai dato un passo fuori del paese. E poi, – aggiunse, – Vossignoria sa che ho con me la suocera: come potrei lasciarla, povera vecchia? Siamo restate noi due sole. Titta me l’ha tanto raccomandata! E se sapesse come viviamo! io, con le braccia legate da questa creaturina; lei, vecchia di settant’anni! Volevo dare ad allevare il piccino e mettermj a servizio. Già, Titta non troverà piú nulla della bella roba comperata quando sposammo: roba da poverelli, si sa, ma pulita. Svenduta, a questo e a quello... Ma la vecchia non vuole ch’io vada a servizio. È superba; non vuole. Però, essendo per la signorina Ersilia, forse... Ecco, potrei tentare di dirglielo.

– Sí, ma la risposta, subito. Dovresti partire domattina, al piú tardi.

Annicchia rimase ancora perplessa.

– Sentirò, e Le saprò dire sí o no, – disse in fine; e andò via.

Abitava in una viucola lí presso. Già tutte le vicine, al tanto lieto quanto falso annunzio di Lisi, s’erano affollate nella nuda casetta a pian terreno, intorno alla vecchia madre del deportato che se ne stava seduta, tutta inarcocchiata, con un fazzoletto nero in capo annodato sotto il mento e le mani nodose su un rozzo scaldino di terracotta posato su le ginocchia. Lodavano quelle il buon cuore e la generosità del Manfroni, e la vecchia, con la testa bassa, emetteva di tratto in tratto come un grugnito, non si sapeva se d’assenso o di dispetto, saettando con gli occhi certi sguardi che esprimevano diffidenza e fastidio. Quando Annicchia si presentò su la soglia e con l’aspetto e con le prime parole raggelò su le labbra delle vicine le frasi ammirative per il signor Manfroni, la vecchia suocera alzò la testa e guardò in giro con sdegno le vicine; poi, all’annunzio della proposta del Manfroni, si levò in piedi.

– Che gli hai risposto?

Annicchia volse uno sguardo alle vicine, come per dire: Fatele intender voi, che io debbo accettare.

– Gli ho risposto che sarei venuta a dirvelo, mamma.

– Non voglio! Non voglio! – gridò subito, irosa, la vecchia.

– Non vorrei nemmeno io; ma...

E di nuovo Annicchia si rivolse per ajuto alle vicine. Queste allora, un po’ l’una e un po’ l’altra, cercarono di persuadere alla vecchia le ragioni per cui la nuora non avrebbe dovuto perder l’occasione che le si offriva di provvedere onestamente a sé, a lei, al bambino. Una, anzi, ch’era venuta col suo figliuolo in braccio, attaccato a una enorme poppa:

– Qua! qua! guardate, – si mise a gridare, – ho latte per due! Me lo piglio io, il bambino... Qua, guardate!

E, cavando il capezzolo di bocca al poppante, sollevando con una mano la mammella, fece sprizzare il latte in faccia alle comari del vicinato che, ridendo e riparandosi con le braccia, si scostarono addossandosi l’una all’altra.

Ma la vecchia non volle piegarsi; si ribellò a tutte le insistenze, gridando alla nuora:

– Se vai, è contro la mia volontà, e ti maledico! Ricòrdatene!

II

L’avvocato Ennio Mori aspettava alla stazione l’arrivo del treno da Napoli. Piccolo di statura, magrissimo, con le spalle in capo, sbuffava, impaziente, o si grattava la faccetta ossuta, dalla tinta itterica, invasa e quasi oppressa da una barba nera troppo cresciuta, o si aggiustava le lenti che non volevano reggerglisi sul naso, o si tastava di tanto in tanto le tasche del pastrano e della giacca piene di giornali.

Si accostò a un ferroviere.

– Scusi, il treno da Napoli?

– È in ritardo di quaranta minuti.

– Ferrovie italiane! Cose da pazzi!

E s’allontanò, in cerca d’un posto qualunque per sedere; là in fondo, sotto l’orologio, in qualche sporgenza del muro, poiché tutti i sedili erano ingombri.

Gli toccava fare anche da servitore alla balia che doveva arrivare:

– Cose da pazzi!

Dopo due anni di matrimonio e di dimora in Roma, sua moglie era come uscita or ora da quella tribú di selvaggi dell’estremo lembo della Sicilia: non sapeva né muoversi per casa, né uscir sola per provvedere ai bisogni minuti della famiglia; non sapeva far altro che rimproverar lui dalla mattina alla sera, sempre imbronciata, e punzecchiarlo dove piú si teneva: nella logica, nella logica; e affliggerlo con la piú stupida e odiosa gelosia, non per amore, ma per puntiglio. Non si sentiva amata! E sfido! Che aveva mai fatto, che faceva per essere amata? Se pareva anzi che provasse gusto a farsi odiare! Mai una parola gentile, mai una carezza, mai! e sempre armata di diffidenza, spinosa, dura, arcigna, permalosa. Ah, parola d’onore, aveva fatto un bel guadagno a sposarla!

– Cose da pazzi!

Sbuffò, tornò ad aggiustarsi sul naso le lenti; trasse uno dei tanti giornali e si mise a leggere.

Ma, pure in quella lettura, come in casa trattando con la moglie, non riusciva a trovare un momento di requie; e, quasi a ogni notizia, tornava a ripetere quella sua solita frase: – Cose da pazzi! – . Seguitava a leggere, tuttavia; e, ogni giorno, non si dichiarava soddisfatto, se non aveva scorso da capo a fondo tutti i fogli piú in vista di Roma e di Milano, di Napoli, di Torino, di Firenze, di cui aveva sempre cosí piene le tasche.

– Medicina, – soleva dire. – Mi muovono la bile.

Troppo, però! Eh, glielo aveva detto anche il medico Troppo, sí, forse; ma poi, non leggendo i giornali, lo spettacolo diretto dell’amenissima vita italiana, la compagnia della moglie, non gli avrebbero guastato il fegato? Meglio dunque i giornali.

– E questo maledetto treno da Napoli, insomma, arriva o non arriva?

Guardò l’orologio; scattò in piedi, smarrito. Era trascorsa piú di un’ora! S’avviò di corsa verso l’uscita. Dove trovare adesso quella poveretta, che doveva essere arrivata e non sapeva l’indirizzo di casa?

Ma la trovò, per fortuna, nell’ufficio della dogana, dove si visitano i bagagli, che piangeva seduta sul sacco. I doganieri cercavano di confortarla; le consigliavano di andare in questura, non conoscendo essi quell’avvocato moro di cui ella parlava.

 – Annicchia!

– Signorino! – gridò la poveretta, levandosi d’un balzo, alla voce.

E per poco non l’abbracciò, dalla gioja. Tremava tutta

– Perduta, signorino mio, perduta... E come avrei fatto io, se Vossignoria non veniva?

– Ma quel degnissimo galantuomo di mio suocero, – le gridò Mori, – non poteva scriverti l’indirizzo di casa mia su un pezzettino di carta?

– Ma io non so leggere... – gli fece osservare Annicchia, che si sforzava di soffocare gli ultimi singhiozzi e si asciugava le lagrime.

– Cose da pazzi. Avresti potuto dare l’indirizzo a un vetturino, senza che m’incomodassi io a venire. Del resto son venuto. Ero dentro la stazione. Non mi sono accorto dell’arrivo del treno. Basta.

Montando in vettura, le raccomandò:

– Non far parola a mia moglie di quest’incidente. Succederebbe un caso del diavolo.

Trasse di tasca un altro giornale e si mise a leggere

Annicchia si restrinse, per occupare nella vettura quanto meno posto le fosse possibile. Provava una gran soggezione, seduta lí, accanto al padrone, sola con lui. Ma fu per poco. Era addirittura intronata dal lungo viaggio dalle tante e nuove impressioni che le avevano tumultuosamente investito la povera anima, chiusa finora e ristretta là, nelle abituali occupazioni dell’angusta sua vita. Non ricordava piú nulla; non pensava, non vedeva piú nulla; sentiva soltanto il sollievo d’esser giunta, finalmente; d’aver superato il terrore della traversata sul piroscafo da Palermo a Napoli, lo sgomento della furia del treno. Ov’era giunta? Si provava a guardar fuori della vettura; ma gli occhi le dolevano. Avrebbe avuto tanto tempo di veder Roma, la grande città dov’era il Papa! Intanto, già si trovava accanto a uno ch’ella conosceva, e tra poco avrebbe riveduto la «signorina sua» e si sarebbe di nuovo sentita quasi nel suo paese. Sorrise. Le si affacciò per un istante al pensiero il figliuolo lontano, la vecchia suocera, ma ne scacciò subito l’immagine per il bisogno. E si mise, fosco, a riflettere su l’impresa disperata di dare istintivo di non turbarsi quel momento di sollievo dopo le lunghe sofferenze angosciose del viaggio.

– A Napoli, – le domandò a un tratto il Mori, – è venuto qualcuno a rilevarti sul piroscafo?

– Ah, sissignore! Un galantuomo! Tanto buono... – s’affrettò a rispondergli Annicchia. – Anzi mi ha comandato di salutarla.

– Ti ha comandato?

– Sissignore, di salutarla.

– Ti avrà pregato.

– Sissignore; ma... un padrone mio...

Ennio Mori sbuffò e si rimise a leggere il giornale.

– Medicina, medicina!

– Come dice? – arrischiò, timidamente, Annicchia.

– Niente: parlo con me.

– Sta’ zitta! – la interruppe, di scatto, il Mori, come se, nominando il re, quella poveretta gli avesse pestato un piede.

– Basterebbe una parolina... – osò d’aggiungere Annicchia, sommessamente.

– Cose da pazzi! – sbuffò di nuovo il Mori, cosí urtato, che spiegazzò il giornale che teneva su le gambe e lo buttò fuori della vettura. – Credi che ci abbiano mandato soltanto tuo marito, a domicilio coatto? Ci mandano anche noi!

– I signori? – domandò Annicchia, stupita ~ incredula. – Come ce li mandano i signori?

Annicchia rimase un po’ perplessa, poi aggiunse:

– Anche a Palermo è venuto alla stazione un altro galantuomo che mi ha poi accompagnata fino al vapore: tanto buono anche lui.

– E t’ha comandato anche lui di salutarmi?

– Sissignore, anche lui.

Il Mori abbassò su le gambe il giornale, si aggiustò sul naso le lenti e le domandò, accigliato:

– Tuo marito?

– Sempre là! – sospirò Annicchia. – All’isola! Ah se Vossignoria che sta qui a Roma, che c’è il Re...

– Sta’ zitta! – la interruppe, di scatto, il Mori, come se, nominando il re, quella poveretta gli avesse pestato un piede.

– Basterebbe una parolina... – osò d’aggiungere Annicchia, sommessamente.

– Cose da pazzi! – sbuffò di nuovo il Mori, così urtato, che spiegazzò il giornale che teneva su le gambe e lo buttò fuori della vettura. – Credi che ci abbiano mandato solo tuo marito, a domicilio coatto? Ci mandano anche noi!

– I signori? – domandò Annicchia, stupita e incredula. – Come ce li mandano i signori?

_ Sta’ zitta! – replicò il Mori, a cui riusciva addirittura insopportabile quella supina ignoranza.

E si mise fosco, a riflettere su l’impresa disperata di dare una nuova coscienza a quell’infima gente della sua Sicilia, in cui era così profondamente radicato il sentimento della servilità.

La carrozza, alla fine, giunse in Via Sistina, ove il Mori abitava.

Ersilia era ancora a letto. Sotto il roseo parato a padiglione dell’ampio letto, tra il candore dei guanciali e de’ merletti, appariva piú bruna di carnagione, quasi nera, immagrita com’era dalle doglie del recente parto.

Annicchia corse ad abbracciarla festosamente.

– Signorina! Signorina mia! Eccomi qua... Mi pare un sogno! Come sta? Ha sofferto molto, è vero? Oh, figlia mia! Si vede... Non si riconosce piú... Mah, cosí vuole Dio: noi donne siamo fatte per patire.

– Un corno! – protestò Ersilia. – Che stupide, le donne. Tutte cosí! Ci provate gusto, è vero? a ripetere che noi donne siamo fatte per patire. E a furia di ripeterlo, eccoli qua, i signori uomini, credono davvero, adesso, che nojaltre dobbiamo stare al loro servizio, per il loro comodo e per il loro piacere. Noi le schiave, e vero? e loro i padroni. Un corno!

Ennio Mori, a cui era diretta la botta, ripiegò furiosamente il terzo giornale, sbuffò e uscí dalla camera.

Annicchia guardò la padrona, un po’ impacciata, e disse:

– Anche loro, poveretti, hanno tanti guaj...

– Dormire, mangiare e andare a spasso. Vorrei fare un po’ il cambio, io. Ah, uomo, uomo, e cieco d’un occhio!

– Certo, quando abbiamo finito da poco di patire per loro...

– No, sempre! Li odio tutti!

A questo punto, s’intese dall’altra parte un grido di Ennio Mori:

– L’universo mondo!

A cui rispose un altro grido:

– Eccomi, signorino! Mi comandi.

Ersilia scoppiò a ridere e spiegò ad Annicchia:

– Ho la serva sorda. Appena si grida un po’, si sente chiamata. Margherita! Margherita!

Su la soglia si presentò la vecchia sorda, con un’aria tra di offesa e di stralunata. Di là, il Mori, con gli occhi fuori del capo, le aveva fatto un gesto... un certo gesto sguajato.

– Senti, Margherita, – riprese Ersilia. – Questa è la balia, arrivata adesso... adesso, sí. Bene: ora tu insegnale la sua camera. Hai capito? Andrai a lavarti, – aggiunse, rivolgendosi ad Annicchia, – sei tutta affumicata.

Annicchia sporse il capo per guardarsi nello specchio dell’armadio e subito esclamò, con le mani per aria:

– Mamma mia!

Il fumo della ferrovia e le lagrime versate alla stazione le avevano insudiciato il volto. Prima d’andare a lavarsi, volle però raccontare alla «signorina sua», con vivacissimi gesti e frequenti esclamazioni, che facevano sbarrare tanto d’occhi alla serva sorda, le peripezie del viaggio di mare, poi di quello in ferrovia, e come a un certo punto, sentendosi scoppiare il seno per la furia del latte, si fosse messa a piangere come una bambina. I compagni di viaggio le domandavano che avesse; ma ella si vergognava a dirlo; alla fine, quelli capirono; e allora un giovinastro le propose di succhiarle lui il latte – malcreato! – e già le stendeva, ridendo, le mani al petto. Ella, gridando, aveva minacciato di buttarsi dal finestrino del vagone. Ma poi, per fortuna, alla prima fermata del treno, un vecchio ch’era lí accanto a lei, l’aveva condotta a un altro scompartimento, dove c’era una donna che aveva con sé una bambinuccia di tre mesi, misera misera, alla quale finalmente aveva potuto dar latte, sentendosi man mano rinascere.

Ersilia credeva d’aver già preso l’aria della «continentale» ed ebbe perciò fastidio di quelle vive, ingenue espressioni di pudor paesano.

– Basta, a lavarti, ora! Poi mi dirai della mamma e del babbo. Va’, va’.

– E il bambinello? – chiese Annicchia. – Non me lo vuol far vedere? Lo vedo e me ne vado.

– Là, – disse Ersilia, indicando la culla. – Ma tu no, non toccare il velo con le mani sporche. Su, Margherita, faglielo vedere.

Tra tanta ricchezza di nastri, di veli, di merletti, Annicchia vide un mostriciattolo dal volto paonazzo, piú misero di quella bimba a cui aveva dato latte in treno. Pure esclamò:

– Bello! Bello! Coruccio mio, dorme come un angioletto... Vossignoria vedrà quanto glielo farò diventare... Anche il mio Luzziddu era nato cosí, piccolo piccolo, e ora, se lo vedesse!

S’interruppe, commossa:

– Vado e torno, – poi disse; e seguí la serva nell’altra camera.

III

Avrebbe voluto attaccarsi subito al seno il piccino; il padrone era d’accordo con lei; ma Ersilia, che doveva in tutto contrariare il marito, nossignore, volle prima che un medico esaminasse il latte.

– C’è bisogno del medico? – disse Annicchia, ridendo. – Non vede come sto?

Era raggiante di salute, fresca e rosea.

Ersilia, dal letto, la guardò odiosamente, come se ella, con quelle parole, avesse voluto attirare l’attenzione del marito.

– Il medico! Voglio subito il medico! – insistette.

E il Mori, borbottando la sua solita frase, dovette andare per il medico.

Questi venne verso sera, quando già Annicchia spasimava di nuovo per il seno inturgidito, e il bambino, che non riusciva ad attaccarsi a quello, del resto, arido della madre, trangosciava, affamato.

Ennio avrebbe voluto assistere alla visita; ma la moglie lo cacciò via:

– Che hai da vedere? Di’ piuttosto a Margherita che porti un cucchiajo e un bicchier d’acqua.

– Bionda, eh?... bionda... bionda... – diceva, in tanto, il medico che aveva in vezzo ripetere tre e quattro volte di seguito la stessa parola, guardando con aria astratta, come se stentasse ogni volta a fissare il pensiero.

Annicchia, nel vedersi osservata a quel modo, diventò rossa come un papavero.

– Bionda, eh? diciamo, gentilissima signora, – seguitava intanto il medico, – bionda, è vero? gentilissima signora... Bella giovane... bella, e pare sana, anche sana... Ma bruna, eh, bruna, bruna sarebbe stata meglio... Il latte delle brune, sicuro, il latte delle brune... Basta, vediamo un po’.

Fece alzare il capo ad Annicchia e le esaminò le glandule del collo; dopo altre osservazioni, distratto, cominciò a sbottonarle il corpetto. Annicchia, tremante di vergogna, stupita e imbarazzata, cercò di impedirglielo, riparandosi il seno con le mani.

– Cava, eh? cava fuori, – le disse il medico.

Ersilia scoppiò a ridere.

– Perché... perché ri... perché ride, gentilissima signora?

– Ma non vede come si vergogna codesta sciocca? – gli fece notare Ersilia.

– Di me? Io sono il medico!

– Non c’è avvezza, – riprese Ersilia. – E poi le nostre donne, sa, noi siciliane non siamo mica come le donne di qua.

– Ah, – fece subito il medico, – capisco, capisco... so bene, so bene... piú pudibonde, eh? pudibonde... Ma io sono il medico; un medico è come il confessore. Vediamo un po’: spremi tu stessa qualche goccia in questo cucchiajo. Quanto tempo ha il tuo figliuolo?

– L’ho comprato, – rispose Annicchia, forzandosi a guardarlo in volto, – che saranno due mesi.

– L’hai comprato? che dici?

– Come debbo dire?

– Ma fatto, figliuola mia, fatto... I figliuoli si fanno... si fanno... Che c’è di male?

Quando il medico finalmente, dopo l’esame del latte andò via, Annicchia si abbandonò su una seggiola, sfinita come se avesse sostenuto una tremenda fatica:

– Ah, signorina mia, che vergogna! mi sentivo morire.

Poco dopo, udendo vagire il bambino, corse alla culla e subito gli porse il petto.

– Tie’, sàziati, figlio bello mio, animuccia mia!

Ersilia, dal letto, la guatò di nuovo: le vide i biondi capelli dorati, spartiti nel mezzo, in due bande che si ripiegavano sugli orecchi e le incorniciavano il volto delicato; le intravide il seno meravigliosamente bianco e formoso; e le disse, stizzita:

– Sarebbe stato meglio custodirlo, prima; e poi dargli il latte per addormentarlo.

– Lo lasci succhiare, poverino! – esclamò Annicchia. – Ha proprio fame! Se sentisse come succhia, come succhia!

Poco dopo, nella camera accanto, destinata a lei e al piccino, non rifiniva d’esclamare, ammirando la mobilia e i cortinaggi:

– Gesú! che cose, a Roma! che cose!

E si sentí impacciata davanti a quel letto nuovo, cosí bello, apparecchiato per lei. Ricordò allora l’impaccio piú vivo provato, due anni addietro, alla vista di un altro letto, nel quale per la prima volta avrebbe dovuto coricarsi non piú sola: rivide col pensiero la sua casetta lontana, com’era già, allorché Titta, senza quelle ideacce cattive che lo avevano rovinato, aveva messa su, amorosamente, per le nozze; com’era adesso, squallida e nuda, con due seggiole appena e un letto solo, per lei e per la suocera.

Ora la vecchia laggiú lo aveva tutto per sé, quel letto a due, poiché forse il bambino dormiva in casa della vicina. Povero Luzziddu, cosí piccino, là, fuori di casa, e con la mamma sua cosí lontana! Certo quella donna non poteva aver per lui le cure che aveva per il proprio figliuolo; e Luzziddu, messo da parte doveva aspettar quieto quel po’ che avanzava: lui, lui che finora aveva avuto tutta per sé la mamma sua!

Annicchia si mise a piangere; ma poi, temendo che qualcuno se n’avvedesse, asciugò le lagrime e, per confortarsi, pensò che lí presso, a guardia, c’era la nonna, la quale, all’occorrenza, avrebbe saputo farsi valere con quel suo fare cupo e imperioso. Degna madre di Titta! Ma buona in fondo, com’era buono Titta; certo col tempo si sarebbe convinta che, se la nuora aveva osato disobbedire, vi era stata costretta dalla necessità e per il bene di tutti.

Ora, per dimostrare quasi a sé stessa ch’era stato un sacrifizio il suo e che, nel compierlo, aveva pensato soltanto al bene degli altri e non al suo, avrebbe voluto dormire magari per terra e non lí, su quel letto signorile, sotto quel cortinaggio: il piccino, lí, poiché tutta quella ricchezza era profusa per lui; e lei per terra, come una cagna. Non le dava proprio l’animo di entrare sotto quelle coperte, pensando allo strame su cui giaceva il suo Luzziddu e a quello della suocera.

Ma, di lí a pochi giorni, il goffo e pomposo abbigliamento recato dalla sarta doveva maggiormente offenderla in quel suo segreto sentimento. Erano proprio per lei tutte quelle galanterie, grembiuli ricamati, nastri di raso, spilloni d’argento? E doveva uscire cosí, come se dovesse andare a una mascherata?

Ersilia, che già s’era levata di letto, si stizzí acerbamente:

– Uh, quante smorfie! Me l’aspettavo. Qua usa cosí, e cosí devi vestire, ti piaccia o non ti piaccia.

– Come comanda Vossignoria, – s’affrettò a risponderle Annicchia, per calmarla. – Mi perdoni. Vossignoria ha speso tanti bei denari per me che non merito nulla. E poi, che c’entra? Vossignoria è la padrona... Dicevo, che mi sembra curioso... perché nel nostro paese...

– Qua siamo a Roma, – troncò Ersilia. – Del resto, stai benissimo.

Era vero. Il rosso acceso dello zendado dava un vivo risalto al biondo dei capelli, all’azzurro degli occhi limpidi e gaj. Ersilia era certa che, uscendo a passeggio con lei, avrebbe fatto una pessima figura; ma la vanità, l’ambizione di aver la balia parata riccamente, erano piú forti in lei della stessa gelosia.

La condusse con sé, la prima volta, in carrozza.

Annicchia, infocata in volto dalla vergogna, teneva gli occhi bassi, sul piccino che le giaceva in grembo. Ersilia intanto notava che tutti per via si fermavano e si voltavano a mirarla.

– Su, su, – le disse, – tieni alta la testa. Non diamo spettacolo! Pare che t’abbiano schiaffeggiata!

Annicchia si provò ad alzare gli occhi e a tener alta la testa. A poco a poco, la maraviglia dello spettacolo insolito e grandioso della città le fece scordar la vergogna, e si mise a guardare come allocchita, dove Ersilia le indicava.

– Gesú, Gesú, – mormorava tra sé Annicchia, – che cose grandi! che cose...

Rientrò in casa, da quella prima passeggiata, stordita, quasi vacillante, con gli orecchi che le ronzavano, come se fosse stata in mezzo a un tumulto e avesse faticato tanto a uscirne. E si sentí di gran lunga, di gran lunga piú lontana dal suo paese, come non si sarebbe mai immaginato e quasi sperduta in un altro mondo, che non le pareva ancor vero.

– Gesú! Gesú!

Intanto, di là, il Mori dava a leggere alla moglie una lettera arrivata dalla Sicilia, durante l’assenza di lei.

La signora Manfroni scriveva alla figlia che la vecchia Marullo le aveva rimandato il denaro che ella secondo l’accordo con Annicchia, le aveva anticipato sulla prima mesata del baliatico: la vecchia non aveva voluto neanche vederlo da lontano; piuttosto, diceva, sarebbe morta di fame o sarebbe andata a mendicare di porta in porta un tozzo di pane. Intanto, era venuta la vicina, a cui Annicchia aveva affidato il bambino, a protestare contro quella vecchia strega, che non le voleva dar nulla, neanche per provvedere ai bisogni della creaturina. La signora Manfroni aggiungeva che aveva dato a quella vicina metà della mesata, a patto però ch’ella desse ogni giorno alla vecchia, come carità che partisse da lei, un piatto di minestra per non farla proprio morir di fame. Consigliava alla figlia di non stare a mandar l’altra metà che la Marullo non avrebbe mai accettato, e concludeva dichiarandosi dolentissima di essersi cacciata in questo impiccio per aver voluto seguire il consiglio altrui.

– Il tuo bel consiglio! – scattò Ersilia, ripiegando la lettera. – Non devi farne mai una giusta!

– Io? – rimbeccò Ennio. – E che ho forse scritto alla tua degnissima signora madre che mi scegliesse per balia la nuora d’una pazza furiosa?

– No; ma di volere una balia siciliana! Se non avessi avuto questa splendida idea, non ci troveremmo ora in questi impicci. Del resto, va’ là, va’ là che ti piace, e molto, la balietta siciliana! Già me ne sono accorta.

Il Mori sgranò tanto d’occhi.

– La balia di mio figlio?

– Grida, grida: fa’ sentire tutto di là...

– Prima mi pungi, e poi vuoi che non gridi? Anche gelosa della balia di mio figlio, adesso? Sei pazza?

– Tu sei pazzo! Avessi tu tanto sale qui, quanto ne ho io! Intanto, che si fa? che dobbiamo farne, di questo denaro?

– Non vorrai mica, spero, spiattellarle che sua suocera lo rifiuta.

– Ma figúrati! Darle questo dispiacere? Me ne guarderei bene!

Il Mori perdette la pazienza e, scrollandosi rabbiosamente, andò via.

IV

Gli toccava, ora, anche questo: privarsi di fare una carezza, finanche di volgere uno sguardo al suo piccino, perché la moglie sospettava già che la balia potesse interpretar quelle carezze, quegli sguardi come rivolti a lei.

– E perché, – gli domandava ella, infatti, – perché non ti compiaci di tuo figlio quando sta in braccio a me, e vai invece a fargli tante smorfie quando sta con quella?

Sdegnato, avvilito di quell’ingiusto e odioso sospetto, Ennio le gridava:

– Ma se con te non ci sta mai!

Il bambino, ogni qual volta ella se lo prendeva in braccio, si metteva a piangere e tendeva le manine alla balia. Forse ella lo teneva male, non tanto perché non ci fosse avvezza, quanto per timore che potesse averne sporcate le ricche vesti da camera di cui faceva grande sfoggio.

Quantunque non ricevesse mai visite e di rado uscisse di casa, pure spendeva enormemente per gli abiti, dei quali alla fine restava sempre scontenta, come di tutto e di sé stessa. Si sentiva, ed era forse davvero infelice, ma di questa sua infelicità incolpava gli altri, anziché la propria indole scontrosa, l’aspro carattere, la mancanza di ogni garbo. Era convinta che se si fosse imbattuta in un altr’uomo che l’avesse amata e compresa, non avrebbe sentito tutto quel vuoto che sentiva dentro e attorno a sé Ora le era venuto in uggia finanche il bambino, perché questi dimostrava di voler piú bene alla balia che a lei. E non passava giorno che, anneghittita in quell’ozio, non piangesse di nascosto. Il marito le vedeva qualche volta gli occhi gonfi e rossi, ma fingeva di non accorgersene; schivava quanto piú poteva di parlare con lei, ormai certo che, per quanto dicesse o facesse, non sarebbe riuscito a ispirarle, a comunicarle quell’affetto per la vita, di cui ella sentiva il desiderio smanioso, ma del quale nello stesso tempo la riteneva incapace. Se l’aspettava dagli altri, la vita, senza intendere che ciascuno deve farsela da sé. Del resto, se era infelice, non meno infelice era lui che doveva viverci insieme. Bella esistenza, la sua! Tutto il giorno tappato lí, nello studio. Meno male che, di tanto in tanto, venivano a trovarlo gli amici del partito, coi quali poteva almeno sfogarsi, discutere liberamente.

Durante quelle discussioni, il vecchio scrivano dello studio era mandato in sala. S’inchinava, ogni volta, profondamente, il signor Felicissimo Ramicelli a quei signori rivoluzionari e usciva con molta dignità. Appena varcata la soglia però, e richiuso l’uscio, strizzava un occhio, sollevava un piede e si stropicciava, contentone, le mani; poi rizzandosi le punte dei baffetti ritinti, andava a seder su la panca della sala d’ingresso, con la speranza che vi capitasse Annicchia, la bella balietta siciliana.

Già aveva tentato d’attaccar discorso con lei:

– Sai come mi chiamo? Felicissimo.

Ma Annicchia pareva non capisse; gli voltava le spalle; e il signor Ramicelli diceva allora a sé stesso:

– Felicissimo, eh già! Ma di che?

Gli avevano imposto, come un augurio, questo bel nome superlativo. – Grazie! – ma, proprio, nella vita, non aveva trovato mai di che dichiararsi, non che felice, ma neppure appena appena contento, il signor Ramicelli. Guadagnava otto lirette al giorno, che gli sarebbero bastate forse, se non avesse avuto un vizietto... un certo vizietto...

– Eh, come si fa? Le belle donnine...

Quell’Annicchia, per esempio, che bocconcino! Ogni qualvolta la vedeva, si sentiva toccar l’ugola. E gli pareva anche una buona ragazza: gli pareva, intendiamoci! perché tutte le balie, si sa: ragazze andate a male, roba da... da guerra, là!

Annicchia, notando le occhiate, i lezii da scimmia del signor Ramicelli, non sapeva se dovesse riderne o aversene a male. Le sembrava tanto curioso quel vecchietto ancora cosí biondo! Certo, se non era già andato via col cervello, poco ci doveva mancare.

Là, nella saletta d’ingresso, ella tentava di mettere a prova i piedini del bimbo, reggendolo sotto le ascelle. Non era ancor riuscita, dopo sei mesi, a pronunziare correttamente il nome che il Mori aveva imposto al bambino: Leonida. Lo chiamava Nònida.

– Ma che Nònida! – le diceva il signor Ramicelli, per stuzzicarla. – LE-O-nida.

– Io non so dirlo.

– E Felicissimo? Non sai dirlo neppure Felicissimo? Mi chiamo proprio cosí, sai?

Annicchia si riprendeva in braccio il bambino e andava via dalla saletta, dicendo:

– Non ci credo.

– E neppure io, – concludeva, filosoficamente, il signor Ramicelli, che restava lí ad aspettare che la discussione nello studio terminasse.

Tattica... Farabutti... L’educazione del proletariato... Programma minimo... – Queste e simili espressioni giungevano, di tratto in tratto, a gli orecchi del Ramicelli, il quale scoteva malinconicamente il capo e si volgeva piuttosto a guardare verso l’uscio per cui era andata via la balia, e sospirava. Gli giungeva di là, qualche volta, una certa ninna-nanna paesana, che Annicchia cantava con voce dolce e malinconica, forse pensando al suo bambino, e guardando intanto questo che già, col suo latte, s’era fatto grosso e bello, anche piú grosso di quanto aveva lasciato il suo, là! Ah, un gigante, certo, si sarebbe fatto, povero Luzziddu, se ella avesse potuto allattarlo! E invece... chi sa! Le passavano tante brutte ideacce per il capo! Spesso se lo sognava infermo, magro magro, pelle e ossa, col colluccio vizzo e un testone da rachitico che gli s’abbandonava ora su una spalluccia ora sull’altra e gl’ingrossava di punto in punto, mentr’ella stava a contemplarlo, raccapricciata, allibita: – Questo, il mio Luzziddu? cosí s’è ridotto? – E voleva, nel sogno angoscioso, dargli il suo latte, subito subito; ma il bambino allora la guardava con gli occhi cupi, truci della nonna, e voltava la faccia, rifiutando il seno ch’ella gli porgeva. Che strazio! Si destava col cuore in gola, e fino a giorno non riusciva a togliersi dagli occhi l’immagine del figliuolo ridotto in quello stato.

Non ardiva piú, intanto, di parlarne alla padrona che già piú volte le aveva risposto male, forse perché urtata della sua soverchia insistenza, o forse perché temeva che ella – pensando troppo alla sua creaturina – trascurasse il bimbo. Ma questo no, in coscienza: non poteva, né doveva dirlo: eccolo qua Nònida, florido e vispo!

Annicchia quasi quasi non sapeva piú riconoscere nella padrona d’oggi la signorina Ersilia d’un tempo, cosí malamente si vedeva trattata: peggio d’una serva. Faceva di tutto per lasciarla contenta, si piegava a tanti servizii a cui non era obbligata, ora che Margherita, la sorda, era andata via; e si sforzava di parere allegra e di rincorare anche la padrona che dava in ismanie e si disperava per ogni nonnulla.

– Eccomi qua, ci sono io, faccio tutto io, signorina mia, non si confonda.

Avrebbe voluto, in compenso, un po’ piú di considerazione. Per esempio, quando arrivavano le lettere dalla Sicilia... Gliele recava lei, tutta contenta, esultante:

– Signorina! Signorina!

– Che c’è? Hai preso un terno al lotto?

La agghiacciava, ogni volta, con quelle parole. Stava ad aspettarla ch’ella finisse di leggere la lettera, sperando che le desse subito notizia del suo bambino, ma che! nulla; doveva domandargliene lei, quando le vedeva rimettere il foglio nella busta.

– E di Luzziddu, niente?

– Sí; dice che sta bene.

– E mia suocera, mia suocera?

– Anche.

Doveva contentarsi di queste risposte. Ma possibile che di laggiú non le mandassero a dire altro? Ah come si pentiva adesso di non avere imparato a scrivere! Aveva, sí, supposto, partendo, che la lontananza le sarebbe riuscita penosa; ma tanto poi no; era un vero supplizio, cosí!

Il bambino, però, tra pochi giorni, avrebbe compiuto sette mesi: a nove, per volontà del padre, doveva essere svezzato: dunque, due mesi ancora di quelle sofferenze. Pazienza!

Non s’aspettava, confortandosi e rassegnandosi cosí alla mala sorte, quel che doveva accaderle proprio nel giorno che il bambino compiva il settimo mese: giorno di doppia festa, perché a Nònida era anche spuntato il primo dentuccio.

Sentendo sonare quel giorno il campanello alla porta, e parendole dalla scampanellata che fosse il postino, s’era recata ad aprire tutta contenta, al solito; ma a un tratto, senza aver avuto neanche il tempo d’accorgersi a chi avesse aperto, s’era trovata per terra, intronata da un terribile schiaffo. Titta Marullo, il marito, pallido, scontraffatto dall’ira, le era sopra, con un piede alzato, per pestarle la faccia.

– Brutta cagna! Dov’è il tuo padrone?

Al grido, accorsero il Mori, la moglie, il signor Ramicelli. Titta Marullo, pallido come un morto, si accostò al Mori, gli prese il bavero della giacca e, scrollandoglielo pian piano:

– Mio figlio è morto, sai? Morto! – aggiunse, voltandosi verso Annicchia che aveva cacciato un urlo. – E tu ora, che vuoi fare? Me lo paghi o vuoi darmi il tuo?

– È pazzo! – gridò Ersilia, tremando, spaventata.

Il Mori respinse con un urtone il Marullo, indicandogli la porta, furente nel corpicciuolo nervoso:

– Via! – gridò. – Mascalzone! Esci di casa mia, subito!

– Che fai? – gli disse il Marullo, venendogli avanti, a petto. – Io non ho piú nulla da perdere, badi! Mia madre è all’ospedale: mio figlio e morto! Sono venuto a sputarti in faccia e a prendermi questa cagna. Su, àlzati! – aggiunse, rivolgendosi alla moglie che stava ancora buttata a terra.

Ma, a questo punto, il Ramicelli ch’era scappato via, non visto, ritornò ansante e spaventato, insieme con due guardie di questura, alle quali subito il Mori, che tremava tutto di rabbia, si rivolse, concitatissimo:

– Via! conducetelo via! È venuto a insultarmi, a minacciarmi fino in casa, codesto mascalzone!

V

Le due guardie afferrarono per le braccia il Marullo che cercava di svincolarsi, gridando: «Io voglio mia moglie!» e lo trascinarono via, seguiti dal Mori, che volle recarsi in questura a denunziare l’aggressione patita.

Il giorno dopo, senza fretta, arrivò la lettera della signora Manfroni, che annunziava la morte del bambino e la malattia della vecchia Marullo. Di Titta, nessun cenno.

Il Mori suppose dapprima ch’egli fosse evaso dal domicilio coatto; ma poi venne a sapere che era stato graziato per intercessione del prefetto, a cui la madre, ammalata, aveva rivolto una supplica dall’ospedale. La questura di Roma, intanto, lo aveva rimandato in Sicilia, sotto la minaccia che sarebbe tornato al suo luogo di pena, se laggiú avesse minimamente tentato di sottrarsi alla sorveglianza speciale, a cui era stato sottoposto per tre anni.

Ad Annicchia, per lo spavento del marito e lo strazio della morte del figlio, era sopravvenuta una fierissima febbre. Parve per tre giorni che volesse impazzire; poi il delirio, le allucinazioni cessarono; rimase come stordita, in un istupidimento che costernava anche piú delle furie di prima. Guardava, e pareva non vedesse; udiva ciò che le si diceva, rispondeva di sí col capo o con la voce, ma poi dimostrava di non aver compreso.

Il latte le era venuto meno; e il bambino si era dovuta svezzare. Tutta la casa era sossopra. Ersilia, inesperta, inetta a tutto, aveva dovuto vegliar due notti il bambino che voleva la balia e non si quietava un momento; aveva dovuto anche attendere alla casa, dar le prime istruzioni alla nuova serva; badare anche un po’ alla malata; ed era su le furie contro il marito, che si guardava attorno, cor un giornale in mano, senza saper che fare. Ma che avrebbe potuto fare?

– Che? – gli gridava la moglie. – Ma muoverti, darti attorno! Non vedi che io sono qua sola, senza nessuno; col bambino in braccio; e non posso badare anche a lei che mi ha cagionato tutto questo scompiglio? Va’, esci, procura di trovarle posto in qualche ospedale!

Ennio, a tale proposta, si fermava a guardarla trasecolato.

– All’ospedale?

– Pietà, compassione? – riprendeva Ersilia, inviperita. – Per lei, è vero? non per me, che non dormo piú da tante notti, che non trovo piú neanche il tempo da pettinarmi. Devo fare la serva a tutti? Ma aspetta che si rimetta in piedi, e ti farò vedere! Neanche un giorno, neanche un minuto deve rimanere piú in casa mia!

Non ebbe però il coraggio di porre a effetto questa minaccia, appena Annicchia si fu un poco rimessa. Tentò di muovergliene il discorso, dichiarandole che teneva a disposizione di lei il danaro che la suocera aveva rifiutato– ma Annicchia le rispose:

– E che vuole che me ne faccia piú, oramai? Non ho piú che questo qua, ora!

E si strinse al seno Nònida, ch’era tornato a lei e le dimostrava lo stesso amore, quantunque divezzato.

La prima volta che la serva glielo recò lí a letto, ne provò una viva repulsione; per lui il suo bambino era morto! Ma poi, commossa dall’amorosa impazienza con cui il piccino ignaro le tendeva le manine, se lo abbracciò stretto stretto, come si sarebbe abbracciato il suo stesso figliuolo, e sciolse il cordoglio che la soffocava in un pianto senza fine.

Il piccino le cercava ancora il seno.

– Ah figlio, ah figlio! che vuoi piú da me? non ho piú nulla, io, non posso dar piú nulla, io né a te né a nessuno... Finí la mamma tua, amore mio, finí! finí!...

Ah se almeno avesse potuto sapere con certezza come, perché fosse morto il suo bambino, se per mancanza di nutrimento o per qualche male non curato. Doveva rassegnarsi cosí, senza saperne nulla, piú nulla? Possibile? Come fosse morto un cagnolino! Oh povero innocente abbandonato, senza la mamma sua accanto, senza il padre, senza nessuno, morto lí, fra mani estranee, oh Dio! oh Dio!

Ma chi si curava, ora, della sua pena? La padrona, anzi, era in collera con lei, per via del figlio, privato improvvisamente del latte, a soli sette mesi: e aveva ragione, sí perché anche lei era mamma e non poteva darsi pensiero che del suo figliuolo. Che importava a lei che quell’altro fosse morto? Dispetto poteva sentirne, non dolore. «Sí, ma deve pur comprendere» pensava Annicchia, «che il suo figliuolo appartiene, ora, anche a me: che se ella ci ha messo la pena di farlo, io ci ho rimesso il figlio per lui: e ora non mi resta piú altro.»

Per quanto a Ersilia non dispiacesse di sottrarsi al fastidio del bambino, pure non voleva che questo s’affezionasse di piú a colei, che già lo considerava come suo. E si raffermava sempre piú nel proposito di mandarla via. De resto, che obbligo aveva di tenerla ancora? Non era adatta né a far da serva né da bambinaja. Ella poi voleva che i suo piccino imparasse a parlar bene l’italiano, e, con quella accanto, che parlava soltanto in dialetto, non sarebbe stato possibile. Dunque, via! via! O doveva forse tenerla perché desse spettacolo della sua bellezza al marito? Via! via! E il marito stesso doveva licenziarla.

– Io? Perché io? – le disse il Mori.

– Perché tu sei il capo di casa. E poi, perché non so che cosa ella si sia fitto in mente, per la pietà, per la commiserazione che tu hai voluto dimostrarle in questa occasione.

– Io? – ripeté Ennio. – Non le ho dimostrato nulla, io.

– L’avrà forse creduto lei, allora. Per me fa lo stesso. Non vedi? Crede già di essere a casa sua. Le madri cosí, qua, le padrone di casa, saremmo due. Ora, se questo può piacere a te, a me non piace!

Ennio, pur sapendo che faceva peggio, si provò ancora una volta a ragionare:

– Ma scusa: perché vuoi ostinarti a vedere il male dove non è, a crearti fantasmi odiosi, quando io, con la mia vita di studio, di lavoro, non ti ho mai dato cagione di dubitare di me? Hai visto che, per stare in pace, per contentarti, mi sono finanche vietato di fare una carezza al mio bambino. Diffidi ora di quella poveretta? Ma ti pare che possa sorriderle il pensiero di tornare laggiú, dove non troverà pii il figlio, dove troverà invece un bruto, che la incolpa della morte del bambino e di cui lei ha paura? Avendo perduto il proprio figliuolo, per esser venuta qua ad allattare il nostro, crede d’aver acquistato il diritto di stare in casa nostra presso a quest’altro bambino, al quale ha sacrificato il suo. Non ti par giusto? non ti par ragionevole?

Ripeteva, senza volerlo, quel che aveva scritto poco prima che la moglie entrasse nello studio a parlargli. Riflettendo intorno al triste caso di quel bambino morto laggiú in Sicilia, aveva pensato a un passo dell’opera del Malon Le socialisme intégral; e, invece di farsene un rimorso, s’era proposto di farne argomento d’una conferenza che avrebbe tenuto al Circolo Socialista fra qualche giorno.

Ersilia, com’era da aspettarsi, si ribellò a quelle riflessioni umanitarie e uscí dallo studio deliberata a licenziare sul momento Annicchia. Il Mori, esasperato, afferrò le prime cartelle già scritte della conferenza e le scaraventò a terra. Poco dopo, attraverso l’uscio chiuso, intese il pianto disperato di quella disgraziata e le parole strazianti con cui pregava la padrona di non mandarla via.

– Mi tenga come serva, senza darmi niente! Mi dia solo un tozzo di pane! quel che dovrà buttar via! Dormirò magari per terra... Ma non mi scacci, per carità! Io laggiú non posso, non posso piú ritornare... Abbia pietà di me, lo faccia per amore di questo innocente! Se lei mi scaccia, io mi perdo, signorina; io mi perdo, ma laggiú non torno...

Durarono a lungo quel pianto e quelle angosciose preghiere. Poi il Mori non intese piú nulla: ritenne che Ersilia si fosse impietosita e avesse concesso a quella poveretta di rimanere col bambino.

Di lí a poco entrò nello studia il signor Felicissimo Ramicelli, senza la consueta dignità, infocato in volto e con gli occhietti lustri.

Che vittoria! che vittoria! Per poco non si fregava le mani, lí, sotto gli occhi dell’avvocato, il signor Ramicelli. La bella balietta siciliana, scacciata or ora dalla padrona, quella sera stessa sarebbe venuta a dormire in casa sua. Eh, ma già, le balie – lui lo sapeva bene – tutte ragazze andate a male, roba da... da guerra, là! Questa qui faceva ancora l’ingenua: mostrava di credere d’aver compreso che lui la volesse soltanto per serva. Eh sí, per serva... perché no?

– Signor Ramicelli!

– Comandi, signor avvocato!

– Attento, eh? Scrittura chiara e, mi raccomando, senza svolazzi né in su né in giú.

E il Mori gli porse da ricopiare le cartelle già scritte della conferenza.

Poi seguitò:

«L’eguaglianza tra gli uomini secondo il socialismo, come diceva il Malon, si deve intendere quindi in un duplice senso relativo: 1° che tutti gli uomini, perché tali, abbiano assicurate le condizioni dell’esistenza; 2° che quindi gli uomini siano uguali nel punto di partenza alla lotta per la vita sicché ognuno svolga liberamente la propria personalità a parità di condizioni sociali; mentre ora il bambino che nasce sano e robusto, ma povero, deve soccombere nella concorrenza con un bambino nato debole ma ricco...»

– Signor Ramicelli!

– Avvocato!

– Che ha? È impazzito? Perché ride cosí?

083  -  Il corvo di Mízzaro

Pastori sfaccendati, arrampicandosi un giorno su per le balze di Mízzaro, sorpresero nel nido un grosso corvo, che se ne stava pacificamente a covar le uova.

– O babbaccio, e che fai? Ma guardate un po’! Le uova cova! Servizio di tua moglie, babbaccio!

Non è da credere che il corvo non gridasse le sue ragioni: le gridò, ma da corvo; e naturalmente non fu inteso. Quei pastori si spassarono a tormentarlo un’intera giornata; poi uno di loro se lo portò con sé al paese; ma il giorno dopo, non sapendo che farsene, gli legò per ricordo una campanellina di bronzo al collo e lo rimise in libertà:

– Godi!

 

Che impressione facesse al corvo quel ciondolo sonoro, lo avrà saputo lui che se lo portava al collo su per il cielo. A giudicare dalle ampie volate a cui s’abbandonava, pareva se ne beasse, dimentico ormai del nido e della moglie.

Din dindin din dindin...

I contadini, che attendevano curvi a lavorare la terra, udendo quello scampanellío, si rizzavano sulla vita; guardavano di qua, di là, per i piani sterminati sotto la gran vampa del sole:

– Dove suonano?

Non spirava alito di vento; da qual mai chiesa lontana dunque poteva arrivar loro quello scampanío festivo?

Tutto potevano immaginarsi, tranne che un corvo sonasse cosí, per aria.

«Spiriti!» pensò Cichè, che lavorava solo solo in un podere a scavar conche attorno ad alcuni frutici di mandorlo per riempirle di concime. E si fece il segno della croce. Perché ci credeva, lui, e come! agli Spiriti. Perfino chiamare s’era sentito qualche sera, ritornando tardi dalla campagna, lungo lo stradone, presso alle Fornaci spente, dove, a detta di tutti ci stavano di casa. Chiamare? E come? Chiamare: «Cichè! Cichè!» cosí. E i capelli gli s’erano rizzati sotto la berretta.

Ora quello scampanellío lo aveva udito prima da lontano, poi da vicino, poi da lontano ancora; e tutt’intorno non c’era anima viva: campagna, alberi e piante, che non parlavano e non sentivano, che con la loro impassibilità gli avevano accresciuto lo sgomento. Poi, andato per la colazione che la mattina s’era portata da casa, mezza pagnotta e un cipolla dentro al tascapane lasciato insieme con la giacca un buon tratto piú là appeso a un ramo d’olivo, sissignori, la cipolla sí, dentro al tascapane, ma la mezza pagnotta non ce l’aveva piú trovata. E in pochi giorni, tre volte, cosí.

Non ne disse niente a nessuno, perché sapeva che quando gli Spiriti prendono a bersagliare uno, guaj a lamentarsene: ti ripigliano a comodo e te ne fanno di peggio.

– Non mi sento bene, – rispondeva Cichè, la sera ritornando dal lavoro, alla moglie che gli domandava perché avesse quell’aria da intronato.

– Mangi però! – gli faceva osservare, poco dopo, la moglie, vedendogli ingollare due e tre scodelle di minestra una dopo l’altra.

– Mangio, già! – masticava Cichè, digiuno dalla mattina e con la rabbia di non potersi confidare.

Finché per le campagne non si sparse la notizia di quel corvo ladro che andava sonando la campanella per il cielo.

Cichè ebbe il torto di non saperne ridere come tutti gli altri contadini, che se n’erano messi in apprensione.

– Prometto e giuro, – disse, – che gliela farò pagare!

E che fece? Si portò nel tascapane, insieme con la mezza pagnotta e la cipolla, quattro fave secche e quattro gugliate di spago. Appena arrivato al podere, tolse all’asino la bardella e lo avviò alla costa a mangiar le stoppie rimaste. Col suo asino Cichè parlava, come sogliono i contadini; e l’asino rizzando ora questa ora quell’orecchia, di tanto in tanto sbruffava, come per rispondergli in qualche modo.

– Va’, Ciccio, va’, – gli disse, quel giorno, Cichè. – E sta’ a vedere, ché ci divertiremo!

Forò le fave; le legò alle quattro gugliate di spago attaccate alla bardella, e le dispose sul tascapane per terra. Po s’allontanò per mettersi a zappare.

Passò un’ora; ne passarono due. Di tratto in tratto Ciché interrompeva il lavoro credendo sempre di udire il suono della campanella per aria; ritto sulla vita, tendeva l’orecchio. Niente. E si rimetteva a zappare.

Si fece l’ora della colazione. Perplesso, se andare per il pane o attendere ancora un po’, Cichè alla fine si mosse; ma poi, vedendo cosí ben disposta l’insidia sul tascapane, non volle guastarla: in quella, intese chiaramente un tintinnío lontano; levò il capo:

– Eccolo!

E, cheto e chinato, col cuore in gola, lasciò il posto e si nascose lontano.

Il corvo però, come se godesse del suono della sua campanella, s’aggirava in alto, in alto, e non calava.

«Forse mi vede», pensò Cichè; e si alzò per nascondersi piú lontano.

Ma il corvo seguitò a volare in alto, senza dar segno di voler calare. Cichè aveva fame; ma pur non voleva dargliela vinta. Si rimise a zappare. Aspetta, aspetta; il corvo, sempre lassú, come se glielo facesse apposta. Affamato, col pane lí a due passi, signori miei, senza poterlo toccare! Si rodeva dentro, Cichè, ma resisteva, stizzito, ostinato.

– Calerai! calerai! Devi aver fame anche tu!

Il corvo, intanto, dal cielo, col suono della campanella, pareva gli rispondesse, dispettoso:

Né tu né io! Né tu né io!

Passò cosí la giornata. Cichè, esasperato, si sfogò con l’asino, rimettendogli la bardella, da cui pendevano, come un festello di nuovo genere, le quattro fave. E, strada facendo, morsi da arrabbiato a quel pane, ch’era stato per tutto il giorno il suo supplizio. A ogni boccone, una mala parola all’indirizzo del corvo: – boja, ladro, traditore – perché non s’era lasciato prendere da lui.

Ma il giorno dopo, gli venne bene.

Preparata l’insidia delle fave, con la stessa cura, s’era messo da poco al lavoro, allorché intese uno scampanellío scomposto lí presso e un gracchiar disperato, tra un furioso sbattito d’ali. Accorse. Il corvo era lí, tenuto per lo spago che gli usciva dal becco e lo strozzava.

– Ah, ci sei caduto? – gli gridò, afferrandolo per le alacce. – Buona, la fava? Ora a me, brutta bestiaccia! Sentirai.

Tagliò lo spago; e, tanto per cominciare, assestò al corvo due pugni in testa.

– Questo per la paura, e questo per i digiuni!

L’asino che se ne stava poco discosto a strappar le stoppie dalla costa, sentendo gracchiare il corvo, aveva preso intanto la fuga, spaventato. Cichè lo arrestò con la voce poi da lontano gli mostrò la bestiaccia nera:

– Eccolo qua, Ciccio! Lo abbiamo! lo abbiamo!

Lo legò per i piedi; lo appese all’albero e tornò al lavoro Zappando, si mise a pensare alla rivincita che doveva prendersi. Gli avrebbe spuntate le ali, perché non potesse piú volare; poi lo avrebbe dato in mano ai figliuoli e agli altri ragazzi del vicinato, perché ne facessero scempio. E tra sé rideva.

Venuta la sera, aggiustò la bardella sul dorso dell’asino tolse il corvo e lo appese per i piedi al posolino della groppiera; cavalcò, e via. La campanella, legata al collo del corvo, si mise allora a tintinnire. L’asino drizzò le orecchie e s’impuntò.

– Arri! – gli gridò Cichè, dando uno strattone alla cavezza.

E l’asino riprese ad andare, non ben persuaso però di quel suono insolito che accompagnava il suo lento zoccolare sulla polvere dello stradone.

Cichè, andando, pensava che da quel giorno per le campagne nessuno piú avrebbe udito scampanellare in cielo il corvo di Mízzaro. Lo aveva lí, e non dava piú segno di vita, ora, la mala bestia.

– Che fai? – gli domandò, voltandosi e dandogli in testa con la cavezza. – Ti sei addormentato?

Il corvo, alla botta:

Crah!

Di botto, a quella vociaccia inaspettata, l’asino si fermò, il collo ritto, le orecchie tese. Cichè scoppiò in una risata.

– Arri, Ciccio! Che ti spaventi?

E picchiò con la corda l’asino sulle orecchie. Poco dopo, di nuovo, ripeté al corvo la domanda:

– Ti sei addormentato?

E un’altra botta, piú forte. Piú forte, allora, il corvo:

Cràh!

Ma questa volta, l’asino spiccò un salto da montone prese la fuga. Invano Cichè, con tutta la forza delle braccia e delle gambe, cercò di trattenerlo. Il corvo, sbattuto in quella corsa furiosa, si diede a gracchiare per disperato; ma piú gracchiava e piú correva l’asino spaventato.

Cràh! Cràh! Cràh!

Cichè urlava a sua volta, tirava, tirava la cavezza; ma ormai le due bestie parevano impazzite dal terrore che si incutevano a vicenda, l’una berciando e l’altra fuggendo. Sonò per un tratto nella notte la furia di quella corsa disperata; poi s’intese un gran tonfo, e piú nulla.

Il giorno dopo, Cichè fu trovato in fondo a un burrone, sfracellato, sotto l’asino anch’esso sfracellato: un carnajo che fumava sotto il sole tra un nugolo di mosche.

Il corvo di Mízzaro, nero nell’azzurro della bella mattinata, sonava di nuovo pei cieli la sua campanella, libero e beato.

084  -  La veglia

Marco Mauri, nel bujo della scala avvivato appena da l’incerto barlume che s’insinuava dal corridojo dove aveva lasciato la candela accesa, domandò a un signore che affrettava a salire:

– Il medico? Venga, muore!

Quegli si arrestò un istante, come per discernere chi l’investiva con quella domanda e con quell’annunzio:

– Muore?

Il Mauri, singhiozzando e gestendo, senza poter rispondere, si mise a risalire a balzi la scala, poi tolse da terra la candela, attraversò il corridojo, infilò per primo l’uscio in fondo.

– Qua, – disse, – in quest’altra camera!

Il nuovo arrivato lo seguí ansioso, guardingo, come se dalle cose che balzavan dall’ombra al lume fuggente della candela che quegli teneva in mano, volesse prima indovinare dove fosse venuto a cacciarsi. Su la soglia della seconda camera si arrestò, ansante.

Era un uomo di circa cinquant’anni, alto di statura, dall’aria rabbuffata; portava occhiali a staffa, cerchiati d’oro non aveva né barba né baffi; quasi calva la sommità del capo ma ciocche di capelli biondi gli scendevano scompostamente su la fronte e su le tempie. Se le rialzò; e si tenne un tratto le mani sul capo.

Giaceva sul letto disfatto, nella camera in disordine appena rischiarata, una donna. Livida, col viso già orribilmente stirato ai due lati del naso, teneva gli occhi chiusi, i capelli, d’un bellissimo color rosso, sciolti e sparsi su guanciale. Pareva già come inabissata nella morte, ma frequenti, muti singulti incoscienti le scotevano ancora il capo appena appena.

Un vecchio pretucolo senza sottana, bruno, coi calzoni a mezza gamba, le calze lunghe e le fibbie di argento alle scarpine, interruppe la preghiera che labbreggiava distratto accanto al letto e si levò da sedere in un’ansia dubbiosa; mentre il Mauri diceva a bassa voce, smaniando, tra le lagrime:

– Qua, qua, guardi: la ferita è qua! – (e si premeva forte l’indice d’una mano sul basso ventre). – Qua. Il colpo, evidentemente, è deviato: la mano era inesperta. Sente? Singhiozza cosí, da questa mattina... Perché? Non l’hanno operata a tempo, capisce? non hanno voluto operarla... Veda, veda Lei, le dia subito ajuto.

Non s’aspettava che quell’uomo, da lui creduto il medico, rimasto lí a piè del letto, con gli occhi dilatati fissi sulla moribonda, si rivoltasse a un tratto a guatarlo.

– Non ode, sa! non ode piú! – aggiunse, allora, con un gesto disperato.

Ma quegli si voltò verso il prete che già si era accostato timido, perplesso.

– Don Camillo Righi? – domandò.

– A servirla, proprio io, sissignore! E... Lei, di grazia! Il dottor Silvio Gelli?

– Ah, il marito? – ghignò il Mauri.

– Zitto lei! – saltò a dirgli il vecchio pretucolo, stizzito. – Fuori di qua! fuori di questa camera!

E lo trasse per un braccio nella camera attigua.

– No, scusate, spiegatemi, – sopravvenne a dirgli l’altro, guardandolo freddamente, con disprezzo; ma s’interruppe, vedendo all’improvviso venir fuori da un angolo in ombra un mostriciattolo, una povera sbiobbina, alta appena un metro, dal volto giallastro disfatto, in cui però spiccavano vivacissimi gli occhi neri, pieni di spavento.

– Di là, Margherita, di là, – le disse il prete, indicando la camera della moribonda. – Mia sorella, – aggiunse, rivolto al Gelli, con uno sguardo che invocava compassione.

Ma il Gelli riprese a dire con durezza:

– Mi avete scritto che moriva...

– Pentita, sí, creda, signor professore! – s’affrettò a rassicurarlo il Righi. – Proprio pentita, sa! Lei stessa, anzi, la poverina, ha voluto chiederle perdono per mio mezzo.

– Chi è dunque costui? – domandò, sprezzante, il Gelli.

– Ecco, Le dirò... È venuto, non so di dove...

– Ma sí, da Perugia, da Perugia, – interloquí il Mauri, ponendosi a sedere su un divanuccio presso al tavolino su cui ardeva la candela.

Il Righi riprese, impacciatissimo:

– La sera dello stesso giorno che ci capitò qua la signora. Io e le mie donne credemmo anzi dapprima che fosse un parente. Eh, Margherita?

La sbiobbina, rimasta presso l’uscio, impaurita, chinò piú volte il capo, guardando il Gelli, con un sorriso incosciente su le labbra.

– Poi, – seguitò il Righi, – quando la signora... dopo, volle confessarsi con me, seppi che... sí, lui la... la perseguitava, ecco!

Il Mauri ruppe in un altro ghigno, scrollando il capo.

– Vah, io non capisco! – esclamò il prete. – Non c’è stato possibile, creda, mandarlo via.

– E non me ne andrò! – raffibbiò sordamente il Mauri, guardando verso terra.

Silvio Gelli lo fissò un tratto; poi domandò al Righi:

– Questa è casa vostra?

– Albergo! – rispose il Mauri, invece del prete, senza alzar gli occhi.

– Nossignore! – rimbeccò pronto il Righi, su le furie – Chi gliel’ha detto? dove sta scritto? Questa è, se mai pensione, ma d’estate. Ora non è stagione, ed è casa mia soltanto, e vi ricevo chi mi pare e piace, e le ripeto: Vada via! Quante volte gliel’ho a dire? Come parere ch’io abbia tollerato la sua sconvenienza, scusi! Lei non ha piú nulla da far qui, ora, che è venuto il signor professore! Dunque, si levi su!

– Non me ne vado! – ripeté il Mauri, rimanendo seduto e guardando fisso il prete, con gli occhi da matto.

– Neanche se vi scaccio io? – gli gridò allora il Gelli, appressandosi e parandoglisi di fronte.

– Nossignore! M’insulti, mi bastoni; ma mi lasci star qui! – proruppe, con un orribile schianto nella voce, il Mauri. – Che le faccio io? che ombra posso piú darle? Me ne starò qua, in questa camera... per carità! Mi lasci piangere. Lei non può piangerla, signore. La lasci piangere a me: perché quella infelice non ha bisogno, creda, d’essere perdonata; ma d’esser pianta! Lei, mi perdoni, avrebbe dovuto ammazzare come un cane colui che prima gliela tolse e poi ebbe cuore d’abbandonarla; non deve scacciar me che l’ho raccolta, che l’ho adorata e che per lei ho spezzato anche la mia vita. Per lei, io, Marco Mauri, sappia che ho abbandonato la mia famiglia, mia moglie, i miei figli!

Si levò in piedi, cosí dicendo, con gli occhi sbarrati, le braccia alzate, e soggiunse:

– Veda un po’ se è possibile che lei mi scacci!

Silvio Gelli, in preda a uno sbalordimento che non lasciava intendere se in lui fosse piú sdegno o pietà, ira o vergogna, rimase a guardare quell’uomo già maturo, cosí alterato dalla furia del disperato cordoglio. Gli vide scorrere grosse lagrime per la faccia contratta, che andavano a inzuppargli l’ispida barba nera, qua e là brizzolata, spartita sul mento.

Un gemito angoscioso venne dalla camera da letto.

Il Mauri si mosse istintivamente per accorrere. Ma il Gelli lo arrestò, intimandogli:

– Non entri!

– Sí signore, – si rimise egli, inghiottendo le lagrime. – Vada Lei; è giusto. Veda, veda se sia possibile far qualche cosa. Lei è un gran medico, lo so. Ma già, meglio che muoja! Dia retta, la lasci morire, perché... se lei è venuto a perdonarla, io...

Si nascose il volto con le mani, rompendo un’altra volta in singhiozzi, e andò a buttarsi di nuovo sul divanuccio, tutto raggomitolato, nel rabbioso cordoglio che lo divorava.

Don Camillo Righi toccò pian piano il braccio al Gelli e indicò la camera della moribonda, che forse si era scossa dal letargo.

– Ma. no, scusate... – gli disse il Gelli, con un sorriso sforzato, tremante su le labbra. – Intenderete bene che io non m’aspettavo...

– Ha ragione, ha ragione; ma la prego di compatire: costui è pazzo... – si lasciò scappare il Righi.

– Pazzo... pazzo... – nicchiò allora il Mauri. – Sí, per disperazione forse, sí... per rimorso! Ma perché non gli hai tu scritto, prete, che Flora s’è uccisa per me?

– Flora? – domandò il Gelli, senza volerlo.

– Fulvia, Fulvia, lo so! – si corresse subito il Mauri.

– Ma s’è fatta chiamar Flora, dopo. Lei non lo sa, e io so tutto: la sua vita d’ora e quella di prima: tutto; e  anche perché lei è venuto qua.

– Ah, bene! – esclamò il Gelli. – Io, invece, comincio a non saperlo piú.

– Glielo dico io! – ribatté il Mauri. – Senta: sono su l’orlo d’un abisso, sia ch’ella viva, sia che muoja; posso dunque parlare come voglio, senza piú riguardo a nulla né a nessuno.

– Signor professore, scusi... – si provò a suggerire d nuovo il Righi, tra le spine.

– Ma no, ma no: lo lasci dire... – gli rispose il Gelli

– Siamo davanti alla morte! – esclamò il Mauri. – Non c’è piú gelosia. Né lei, del resto, può aver ragione d’adontarsi di me. Flora, quand’io la conobbi, era sulla strada. Dunque? Ha fatto male codesto prete a non scriverle che si è uccisa per me.

– Ma io, – si scusò il Righi, tirato di nuovo in balla – io ho obbedito al mio sacro ministero, e basta.

– Buffonate! – tornò a sghignare il Mauri. – Volete sul serio rappresentare la commedia del perdono, adesso? Bene: vada là, dunque, lei; vada ad accordarle il perdono e se ne torni dond’è venuto, là, là, a Como, nell’amena sua villa di Cavallasca, con l’amor proprio contento, con la bella soddisfazione della propria generosità! Ma vi par questo il luogo e l’ora di rappresentar commedie? Glielo dica lei francamente, a codesto prete, che cosa l’ha spinto a venire qua. Il rimorso, prete, il rimorso! Perché lui, lui, ridusse quella disgraziata alla disperazione, tant’anni fa! È vero Lo dica. Finiamola. Là c’è una donna che muore assassinata. Finiamola! Ora lei s’è fatto un uomo virtuoso, uno scienziato illustre... Sfido! S’è tenuta con sé la figliuola!

– Vi proibisco... – gridò il Gelli, fremendo in tutto i corpo e contenendosi a stento.

– E che dico io? – riprese umile il Mauri. – Dico che quell’anima innocente ha avuto il potere di farla rinsavire non è vero? Ma pensi intanto, che neppure quella donna sarebbe là, se lei non si fosse tenuta la figliuola.

– Voi avete abbandonato i vostri figli, e avete il coraggio di parlare cosí, di fronte a me?

– Sissignore! E io m’accuso, io! Io sono qua con lo strazio d’un doppio delitto, infatti. Perché l’ho ingannata io, questa donna. Sissignore: le ho detto ch’ero scapolo, che non avevo nessuno. Le ho detto la verità a modo mio. Quella che era verità per me. Mia moglie invece, capisce? è andata a trovarla... lí, a Perugia, e le ha detto... che le avrà detto? Io non so! So che lei, lusingandosi di ridar la pace a una famiglia, se n’è venuta qua, per torsi di mezzo... Ora come vuole ch’io me ne vada? Lei, la martire, m’ha perdonato. Ma a me non può bastare il suo perdono. Bisogna che io me ne stia a piangere, qua, finch’ella è in vita, e poi... poi, non so! Senta: mi vuol dare ascolto? Si levi la maschera, lei che è venuto a perdonare, e vada a buttarsi in ginocchio davanti a quel letto, a farsi piuttosto perdonare lei, e dica a quella povera donna che è una santa, le dica che è la vittima di tutti noi, le dica che gli uomini sono vigliacchi: non si disonorano mai, gli uomini! Solo se rubano un po’ di danaro, perché, se poi rubano l’onore a una donna, è niente! se ne vantano! Guardi, guardi come dovremmo fare, noi uomini...

D’improvviso s’inginocchiò davanti alla sbiobbina atterrita; le prese le braccia e le gridò:

– Sputami! sputami! sputami in faccia!

Sopravvennero alle grida due donne, svegliate di soprassalto, mezzo discinte: la signora Nàccheri, cognata del Righi, vedova, e la figliuola Giuditta, con un bambino in braccio.

Il Gelli e il prete erano rimasti lí, sbalorditi dalla violenza di quel forsennato.

La Nàccheri accorse a liberare la povera sbiobbina, che tremava tutta, lí lí per svenire.

– Va’, va’, Margherita! Oh guardate, Signore Iddio, che s’ha a vedere! Ma si vergogni, lei, e la faccia finita una buona volta! Siamo stufi, sa! siamo stufi! Su, via, si levi, su!

Il Mauri, rimasto ginocchioni, con la faccia per terra, singhiozzava. A un tratto, balzò in piedi, e domandò:

– Non sono piú un uomo civile, io, è vero? Non c’è piú neppure l’ombra della civiltà, in me? Che scompiglio, gran Dio, per questo illustre signore che è venuto a perdonare! per questo signor Canonichetto afffittacamere! E lei, signora? Oh oh oh, guarda! E il parrucchino riccio, biondo? Se l’è dimenticato sul tavolino da notte? Buffoni, buffoni! M’inchino, mille ossequii, buffoni!

E, inchinandosi furiosamente e sghignazzando, scappa via.

– Quell’uomo impazzisce... – mormorò il Gelli, stupefatto.

– Ma mi pare che sia già ito via col cervello, scusi! osservò la Nàccheri.

– Screanzato! – aggiunse la figlia.

Don Camillo Righi, rimasto piú a lungo degli altri tresecolato (pensava forse che il matto avrebbe potuto buttargli in faccia ben altre accuse), si scosse per presentare alla cara cognata e alla nipote il signor professore, che aveva avuto la santa ispirazione di accorrere all’invito, per accordare di presenza il perdono:

– Dio lo benedica! Tanto buono...

Le due donne cercavano di scusarsi con lui di quanto era accaduto e per i loro indumenti notturni, quand’ecco di ritorno il Mauri, ilare, che si spingeva innanzi un omacciotto calvo, barbuto, stizzito dalla furia sconveniente di quel matto.

– Ecco il dottor Balla!

– Lei vada via! subito! via! – inveí allora il Gelli, afferrando per il bavero della giacca il Mauri e scrollandolo e spingendolo verso l’uscio sul corridojo.

– Sissignore! sissignore! – disse il Mauri, senza opporre nessuna resistenza, rinculando. – Mi lasci dire soltanto due parole al dottore! Ecco, dottore; la salvi lei, pe carità! Non la faccia salvare a lui, altrimenti per me è perduta... Me ne vado, me ne vado da me... si calmi!.. Mi raccomando, dot...

Il Gelli gli diede un ultimo spintone e richiuse l’uscio

– Ha fatto bene, benone, benissimo – esclamò il Righi sollevato.

– Ma la porta, giú, scusate, perché ha da rimanere aperta? – domandò la Nàccheri, stizzita, al cognato. – Che modo è codesto? Va’, Margherita, va’; di’ che chiudano subito!

La sbiobbina andò, e tutti, vedendola passare in mezzo a loro, osservarono il modo con cui ella moveva le gambe sbieche; come se non avessero altro da fare in quel momento.

Il dottor Balla sbuffò; poi, guardando con dispetto tutti quei visi stravolti intorno a sé, annunziò:

– Sono stato a Montepulciano.

– Ah, bene! Dunque? – domandò il Righi.

– Dunque... che dunque? Niente! Una scarrozzata inutile. Ho visto il collega Cardelli... gli ho riferito... Ma egli stima... sí, inutile. ormai la sua venuta.

– Abbiamo qui con noi, – disse il Righi, – il marito della signora... il dottor Gelli... un luminare.

– Ah, – esclamò il Balla. – Felicissimo!

Gli s’appressò e, con la facondia collerica di un uomo esasperato della propria sorte, il quale, convinto delle persecuzioni continue di essa, abbia precisato nel suo cervello le ingiustizie patite e le ripeta sempre con le stesse parole, con la stessa espressione, quasi compiacendosi di aver saputo cosí bene precisarle ed esprimerle, gli espose le sciagurate condizioni in cui si trovava in quel piccolo paese di Toscana, a esercitare la professione di medico. C’era, è vero, un ospedaletto fornito anche... sí, discretamente; ma erano due medici soli: l’uno, il Nardoni, dedicato piú specialmente alla chirurgia; lui, alla fisica. Ora il collega Nardoni era infermo da parecchi giorni.

– Infermo, già, infermo... – ripeté, come se il Nardoni glielo facesse apposta, per creargli imbarazzi. Quindi concluse improvvisamente: – Scusi, ha visitato la signora?

Il Gelli negò col capo.

– No? come no? Ah... già!

E il Balla guardò con stizza il Righi, compunto, e le due donne ancor piú compunte.

– Che dobbiamo fare, insomma? – domandò alla fine. – È già quasi il tocco, scusino.

Il Gelli entrò per primo nella camera da letto; gli altri lo seguirono.

II

La moribonda aveva aperto gli occhi, il cui colore azzurro smoriva con infinita tristezza tra il livido delle occhiaje incavate. Alla vista del marito, fece quasi per rannicchiarsi, sgomenta, nel fondo del letto. Dagli occhi le sgorgarono due lagrime che, non potendo scorrerle per guance, le invetrarono lo sguardo smarrito.

Con un sorriso nervoso, involontario, che esprimeva sforzo atroce che faceva su sé stesso per dominare il fermento degli opposti sentimenti: odio, nausea, pietà, ira, dispetto, Silvio Gelli si chinò su lei:

– Fulvia, eh... vedi? eccomi qua... Tu m’hai fatto chiamare, è vero? Son venuto.

– Opera di vera misericordia! – sospirò di nuovo, da l’altra sponda del letto, don Camillo Righi, per ajutarla.

Ma il Gelli non gliene fu grato:

– No! Nient’affatto! – negò anzi, con ira. – Son venuto, debbo dirlo, per riconoscere il danno... il danno degli antichi miei torti, debbo dirlo. Non mi aspettavo, vero... di... di sentirmelo dire da altri, ecco!

E sorrise di nuovo, nervosamente, guardando in giro il dottor Balla, le due donne, il prete, che annuirono, imbarazzati.

– Ma sono venuto proprio per questo, – raffermò, chinandosi di nuovo sul letto. – Sí, Fulvia; e non mi pento d’esser venuto.

Si rialzò soddisfatto, parendogli d’avere almeno rimediato in qualche modo al ridicolo della sua posizione.

La moribonda aveva richiuso gli occhi, e le due lagrime ora, le scorrevano lente. Agitò le labbra.

– Che dici? – domandò egli, tornando a chinarsi, pronto, su lei.

Tutti si protesero verso il letto.

– Grazie, – alitò ella.

– No, no, – rispose egli. – Ora, io... Che dici?

Le pàlpebre chiuse della moribonda si erano gonfiate e nuove lagrime e, quasi punte da lievi tremiti, si agitavan insieme con le labbra. Egli comprese che una parola, un nome, tremava in quelle lagrime nascoste e su quelle labbra, senza trovar la voce, nell’angoscia; si rabbujò in volto profondamente commosso:

– Livia?... Sí... Basta, ora... Non agitarti cosí... Parleremo poi.

– La figlia, – spiegò piano il Righi al dottor Balla

Questi chinò piú volte il capo, seccato; poi, vedendosi guardato dal Gelli, domandò perplesso:

– Vogliamo?... Prego, signori, ci lascino soli.

Il Righi, la cognata e la nipote uscirono, trepidi, con gli occhi lagrimosi.

Il dottor Balla chiuse l’uscio della camera, poi s’accostò al letto, per scoprire la giacente. Ma questa, come impaurita, fissando il marito, trattenne con una mano la coperta, e disse:

– Tu?

– Come? – domandò il Balla, sorpreso, e si volse a guardare il Gelli.

Gli vide il volto contratto, come per un fitto spasimo improvviso, o per vivo ribrezzo.

– Non vuoi? – le domandò il Gelli, chinandosi un’altra volta su lei. – Non debbo? È vero, sí... io non sono venuto qua come medico... e forse...

Si alzò, guardò il medico e aggiunse:

– Mi assumerei una tremenda responsabilità...

– Sono già tre giorni e una notte, – disse il Balla, interpretando a suo modo la perplessità del marito. – Ed è evidente che il processo di infiammazione è molto inoltrato... Tentare ora, dice lei? Eh già, una tremenda responsabilità... Ma d’altra parte...

– Sí, d’altra parte, bisognerà pure tentare, – soggiunse il Gelli.

– Dunque, pazienza, eh? signora... – disse allora il Balla, tirando pian piano la coperta.

Ella richiuse gli occhi e aggrottò dolorosamente le ciglia.

Il Balla si mise a sfasciare la ferita.

Nel silenzio, gli oggetti della camera, le tende, la candela che ardeva sul cassettone, riflessa nello specchio, parve al Gelli che assumessero, nella immobilità loro, sentimento di vita e fossero come sospesi in una attesa angosciosa. Impressionato dalla lucidezza di questa sua percezione, in quel momento, si distrasse: guardò in giro la camera, come per far la conoscenza di quegli oggetti che cosí, in un paese lontano, a lui ignoto, erano testimoni di quel triste imprevedibile avvenimento della sua vita. Quando il Balla lo richiamò a sé, dicendo: – Ecco... – egli chinò subito gli occhi su la ferita scoperta, calmo, e non vide altro, non pensò piú ad altro, come se fosse venuto lí per un consulto. Esaminò a lungo, attentamente, la ferita. Forse, tentata a tempo la laparatomia, ci sarebbe stata qualche speranza di salvezza. Ma ormai, dopo quattro giorni...

Silvio Gelli si sollevò; guardò il Balla acutamente. Questi si strinse nelle spalle e, tanto per dire qualcosa, indicando certi segni esteriori attorno alla ferita, diede alcune spiegazioni affatto inutili.

Il Gelli si chinò di nuovo a osservare; poi guardò la moglie, senza badare all’altro che domandava:

– Rifasciamo?

Rifasciata e ricoperta, Fulvia schiuse gli occhi, guardò il marito e domandò con un filo di voce:

– Muojo?

– No, – rispose egli, posandole una mano su la fronte. – Sta’ tranquilla, sta’ tranquilla. A domani, dottore. Farò io. Prepari tutto.

Il Balla lo guardò perplesso, se intendere come una pietosa bugia quel proponimento e quell’ordinazione.

– Gli strumenti dell’ospedale? – domandò.

– Sí, – rispose il Gelli. – Tutto.

– E... e farò venire anche, – aggiunse il Balla, cercando gli occhi di lui per fargli un cenno d’intelligenza, – anche la nostra infermiera, che è il braccio destro del collega Nardoni, eh?

– Nardoni? No, non c’è bisogno di lui.

– No, scusi... dico l’infermiera, Aurelia. Sta da circa tredici anni, lí, nel nostro ospedaletto.

– Ah! bene! – sospirò il Gelli, astratto. – Tredici anni? Proprio tredici anni... è vero, Fulvia? Tredici anni...

– Di che? – fece il Balla.

Non capiva. Attese ancora un po’, quindi, seccato, scrollò le spalle e andò via.

Silvio Gelli sedette accanto al letto. La moribonda allora volse il capo verso di lui; ma i capelli, nel volgersi, la impacciarono. Egli con una mano glieli ravviò e, intenerendosi a quel suo atto, sospirò:

– Povera Fulvia!

Sí, i capelli erano ancora quelli d’un tempo, ma quanto, quanto piú misero e sparuto le rendevano ora il volto cangiato, e che ruga, ora, su quella fronte un giorno cosí altera! Tredici anni! Che abisso!

Ella si provò a sporgere una mano dalle coperte, e ripeté piú con gli occhi che con le labbra:

– Grazie.

Egli prese quella mano e la tenne stretta fra le sue.

Ma non il contatto delle mani l’uno e l’altra avvertirono in quel punto: gli occhi dovevano prima intendersi tra loro e non potevano ancora, poiché non solo lo sguardo, ma tutta l’aria di lui aveva per Fulvia un’espressione nuova, incomprensibile. Cercò egli con gli occhi di rassicurare, di sorreggere quasi, lo sguardo di lei che gli sfuggiva, come in un dubbioso attonimento, e aggiunse con la voce:

– Sí, Fulvia... per tutto quello che tu soffristi con me... e che hai sofferto dopo, per causa mia, fino a questo punto... Questo tuo atto disperato ne è una prova... Sí, io...

S’interruppe; volse il capo verso l’uscio, che il Balla, andandosene, aveva lasciato aperto. Di là, c’era forse qualcuno che poteva sentire; c’era stato quel matto che, nel furore della passione, osava dire in faccia a tutti la verità, e che aveva creduto di interpretare il sentimento, ond’egli era stato spinto ad accorrere al letto della moglie moribonda. Ora egli ripeteva, quasi, le parole di lui. Ma no, no, non era vero: non dal rimorso soltanto era stato spinto a venire; ma da qualch’altra cosa insieme, anzi da qualche altra cosa principalmente: da un bisogno strano. Doveva dirlo...

– Aspetta.

Le lasciò la mano e si recò a richiudere l’uscio.

– Anch’io però, sai, Fulvia? ho sofferto tanto anch’io: non saprei piú dir come... come non mi sarei mai aspettato. Subito, fin dal primo giorno. Compresi tutto; e, nello stesso tempo, non compresi piú nulla... Proprio cosí. La bestialità mia, cinica, senza ragione e senza scopo, o meglio, con questo solo scopo: di dimostrarti che io potevo tutto e tu niente... Facevo... Che facevo? Non mi sono mai divertito! Ma era come una sfida... A urtoni, ma... coi guanti, è vero? ti sospinsi fin quasi all’orlo del precipizio, e ti lasciai lí, esposta, senza riparo, senza difesa, aspettando che la vertigine ti cogliesse. E tu, disperata, col tuo orgoglio, accettasti infine la sfida, ti lasciasti cogliere dalla vertigine, e giú, nel precipizio! Che vuoto! Con la piccina sola, abbandonata... io, inetto... io, indegno... Ho cercato di colmarlo, comunque, da allora, questo vuoto dentro e intorno a me, con le cure per la bambina... coi miei studii... invano! Dentro di me piú profondo... intorno a me, piú vasto, e nero! Ho cercato finanche di soffrire, apposta, per affermare in qualche modo me stesso in questo vuoto... Ma no; niente: non soffro non soffro per te, non soffro per me; soffro per la vita che è cosí: tu qua ti uccidi... un altro là impazzisce... chi crede di ragionare e non conclude nulla... Vengo qua; dico: Muore; vuole andarsene in pace; va’, va’, accorri... E il mio sentimento s’infrange contro una realtà che non potevo immaginare. Sí: io non debbo perdonare, debbo essere perdonato. Mi perdoni?

Si tolse le mani dalle tempie: aveva come parlato a stesso; si volse verso il letto: ella si era di nuovo assopita con le ciglia un po’ sollevate, come inorridita di quel che aveva inteso, e pareva che ne singultasse ancora dentro, così muta, rigida, col capo volto verso di lui.

Stette a contemplarla un pezzo, quasi impaurito. Gli parve che lo stiramento delle guance si fosse un po’ allentato. E per un momento, rivide precisa in quel volto l’immagine ch’egli per tanti anni aveva serbato di lei. Era bella, era bella ancora! Chi sa fin dove era caduta?... Ma la nobiltà dei lineamenti era rimasta intatta; come se il fango non l’avesse toccata. O forse ora la morte...

Si alzò pian piano, per non destarla, e in punta di piedi si recò nella stanza attigua, dove la sbiobbina era rimasta sola ad aspettare.

– Dorme, – le annunziò sottovoce, mirandola, costernato del mistero che pareva racchiudesse in sé, nel silenzio di quella notte orribile, quella creatura che viveva quasi per una atroce beffa della natura.

Ella gli sorrise di nuovo, di quel suo sorriso incosciente e disse:

– Vado io.

III

Il Gelli si pose a sedere su la stessa sedia, donde quella s’era levata, lí presso al tavolino su cui ardeva la candela

Poco dopo, sobbalzò. L’uscio, che dava sul corridoio, s schiudeva come da sé, pian piano, nel silenzio.

Marco Mauri sporse il capo, con un dito su la bocca per far segno di tacere; e si introdusse, dicendo sottovoce:

– M’ero nascosto qua, al bujo, nel corridojo... Sss... Ora che siamo noi due soli, zitto zitto, senza fiatare, me ne starò qui. Lei me lo può permettere: nessuno ci vede. Qua noi due soli, zitti zitti, eh?

Il Gelli lo guardò sorpreso, accigliato; poi, senza volerlo, sorrise nervosamente a un gesto supplice che quegli con ambo le mani gli rivolgeva; scrollò le spalle e gl’indicò il canapè lí presso. Il Mauri vi si pose a sedere, tutto contento.

Stettero entrambi un lungo tratto in silenzio.

Poi il Mauri disse:

– Se Lei volesse stendersi qua, a riposare un poco... No, è vero? E neanche io. La bestia vorrebbe dormire: la coscienza non glielo permette. Molti anni fa, quando mi morí un figliuolo, dopo nove notti di veglia assidua, non sentii pena, sul momento: avevo troppo sonno, e dovetti prima dormire; poi, quando mi destai, il dolore mi assalí. Ma allora la coscienza non mi rimordeva. Ora, quattro notti, sa, che non chiudo occhio; e non ho sonno!

Tacque un pezzo, assorto; poi domandò, fissando la fiamma della candela:

– Come lo chiamavano gli antichi quel fiume? Ah, sí! Lete... il Lete... già! Il fiume dell’oblío... Scorre nelle taverne, ora, questo fiume. E io non bevo! Da quattro giorni, sa? niente: neanche un boccone di pane. Acqua, là nella conca della fontana, giú in piazza, come le bestie. Acquaccia amara, renosiccia! puh! ma non mi va niente... Un po’ d’acido prussico m’andrebbe... Mi sento gli occhi sa come? questi due archi qua delle ciglia, come i due archi di certi ponticelli che accavalciano la rena e i ciottoli d’un greto asciutto, arido, pieno di grilli... Ci ho due grilli maledetti, qua negli orecchi: stridono, stridono, e mi fanno impazzire... Parlo bene, eh? Mi par d’essere in campagna, quando m’esercitavo nell’oratoria, sperando d’esser promosso Pubblico Ministero, e imbussolavo i temi e poi mi mettevo a improvvisare ad alta voce, fra gli alberi: Signori della Corte, Signori Giurati... Parlo, parlo, mi scusi perché non posso farne a meno... Ho una smania, qua, nello stomaco... Mi metterei a gridare!

Si stese, cosí dicendo, bocconi, sul canapè, col mento su bracciuolo e gli occhi sbarrati.

Il Gelli lo guatò e, preso da un senso di paura, si alzò si diresse verso l’uscio della camera da letto; guardò dentro; poi si trattenne là, sulla soglia. Il Mauri si rimise a sedere e domandò ansiosamente:

– Riposa?

Il Gelli accennò di sí col capo.

– E... dica, non c’è piú speranza proprio?... Nessuna?... Se riposa!... Me la vuol far vedere da costà dov’è lei... un momentino... Sí?

Balzò in piedi: gli s’accostò, rattenendo il fiato, si rizzò su la punta dei piedi e guardò nella camera.

La sbiobbina, che sedeva accanto al letto, vide cosí le teste di quei due uomini, l’una presso l’altra, che guardavano la moribonda. Lo stupore di lei si ripercosse sul Gelli che respinse allora indietro, con un braccio, il Mauri.

– A sedere... Andate a sedere.

– Sissignore... Grazie... – disse questi, obbedendo. – Eh, muore... muore... muore...

Gli occhi gli si arrossarono, e copiose lagrime ripresero a colargli per le guance, mentre si sforzava di soffocare i singhiozzi che gli scotevano il petto. Quand’ebbe pianto, cosí, un pezzo, aprí le braccia, si strinse nelle spalle e fece per parlare; ma, sentendo che la voce gli usciva ancora grossa di pianto, s’addentò una mano; strizzò gli occhi; ricacciò indietro violentemente le lagrime.

– Ce ne staremo qua, – poi disse, – tutti e due insieme, buoni buoni, a vegliarla fino all’ultimo... Come due coccodrilli... Poi la accompagneremo fino alla fossa, e quindi ciascuno riprenderà la sua via... Lei, la riprenderà: lei ha una casa, una gioja... la figliuola ignara. I-gna-ra – beata lei! I miei figli, invece, sanno tutto. Ha svelato loro tutto la madre, per istintiva crudeltà. Che bisogno ne aveva? non mi ama, non mi ha mai amato; non sa proprio che farsi di me. Se li è cresciuti lei, là in campagna a modo suo; e non hanno mai avuto per me né rispetto né considerazione. Mi chiamano Pretore; anzi Preto’, come la loro madre, si figuri! «E in casa il Preto’? No, è alla Pretura il Preto’...» Ah, Lei non sa, signore, che cosa voglia dire capitare a venticinque anni in un paesettaccio, e marcirvi per quattro, cinque, dieci eterni anni... pretore! Se Le dicessi che io sposai per avere in casa un pianoforte? Perché musica io ho studiato; non ho mai studiato legge... E ho sposato una donna più vecchia di me, che aveva case e campagne... e che... Ma se si diventa bruti! Dopo quattro o cinque anni, assediati dalle miserie, dalle bassezze umane, non ci resta piú addosso neppur una di quelle finzioni con cui la società ci mascherava e scopriamo allora che l’uomo è porco, per diritto di natura. Scusi, sa! noi, questo diritto, ce lo siamo negato, perché la società ci ha mandato a scuola, da piccini, e ci ha insegnato l’educazione, per farci soffrire e non farci ingrassare; ma che c’entra? L’uomo bisogna vederlo là, nel suo ambiente naturale, come l’ho veduto io, tant’anni. Che uomini siamo noi? Lei mi compatisce e io la rispetto... Che bella cosa!

Rise e si stirò a lungo, prima da una parte, poi dall’altra, le due bande della barba; ma infine se le strinse tutt’e due nel pugno e rimase a pensare, con gli occhi vividi, ilari, parlanti.

Il Gelli stette un pezzo a osservarlo, poi gli domandò con voce cupa:

– Dove l’avete conosciuta?

– lo? Flora? A Perugia, – s’affrettò a rispondergli il Mauri, scotendosi. – Un mese appena dopo il mio trasferimento colà, nel gabinetto d’un mio collega, giudice istruttore.

– Era arrestata?

– Nossignore. Era venuta per deporre. Stava anche lei a Perugia da poco piú d’un mese.

– Sola? Come?

– Mal’accompagnata. Con uno che... aspetti!... un certo Gamba, sissignore, che si spacciava per artista... per pittore: era invece un miserabile applicatore mosaicista, della Fabbrica di... di Murano, credo: mandato per restaurare un mosaico di non so piú qual chiesa di Perugia. Ciò... ciò... ciò... Un mascalzone, che s’ubriacava tutti i santi giorni, e... e la picchiava. Fu trovato morto, una notte, su la strada, con la testa spaccata.

Il Gelli si coprí il volto con le mani.

– Orrore, eh? – scattò il Mauri, levandosi in piedi. – Mi faccia il piacere: lasci andare! «Fin dove era caduta!», è vero? Che orrore! Buffonate, via. Lei m’insegna che tutto sta nel togliersi d’addosso, una prima volta, sotto gli occhi di tutti, l’abito che ci ha imposto la società. Si provi Lei una volta, a rubare cinque lire, e faccia che venga scoperto nell’atto di rubare. Me ne saprà dire qualche cosa! Ma Lei non ruba, è vero? Grazie! E quella disgraziata avrebbe forse fatto quello che fece se Lei, suo marito... Lasci andare! lasci andare! Eppure, sa? Flora, di Lei, non diceva male, come non diceva male d’alcuno; neppure di quel vigliacco che l’abbandonò, cosí da un giorno all’altro, senza ragione. Lo scusava, anzi; diceva d’averlo stancato, oppresso coi suoi continui timori e la sua gelosia. E anche Lei scusava, incolpando invece d’ogni suo torto le donne, le donne che ella odiava tutte profondamente in sé stessa... E quando, pochi giorni or sono, sono venuto a raggiungerla qua, ha voluto scusare anche me, il mio tradimento, la mia menzogna, incolpando sé stessa, certi suoi vezzi involontarii, il malvagio istinto, com’ella lo chiamava, il bisogno, cioè, che sentono tutte le donne di piacere finanche al marito della propria sorella...

Seguitò cosí un pezzo a sparlare, a sparlare. Il Gelli aveva appoggiato le braccia al tavolino, e vi aveva affondato i volto. S’era addormentato? A un tratto, Margherita, la sbiobbina, si presentò su la soglia, spaventata. Il Mauri le fe cenno di non parlare.

– Morta? – domandò, senza voce.

Quella chinò il capo piú volte, e allora il Mauri, in punta di piedi, corse alla camera da letto; ma, alla vista della donna esanime, scoppiò in violenti singhiozzi e si buttò su di lei disperatamente.

La sbiobbina s’accostò al dormente, per scuoterlo; ma Silvio Gelli levò il capo dalle braccia e le disse, aggrondato, con gli occhi chiusi:

– Non dormo, sa. Lo lasci piangere, ormai... lo lasci..

085  -  Lo spirito maligno

Carlo Noccia fu da giovane per circa sette anni in Africa, a Bona, commerciante, vi soffrí anche la fame nei primi tempi, e soltanto a furia di stenti, di rischi e d’incredibili fatiche riuscí a metter da parte un gruzzolo modesto.

Ritornato in Sicilia, per non apparire ingenuo in mezzo ai commercianti suoi compaesani, produttori e sensali d’agrumi e di zolfo, gente ladra, usa a combattere tra le insidie e con ogni sorta d’inganni, provò il bisogno di lasciar loro intendere che con quelle stesse arti egli aveva guadagnato colà il suo danaro. Dovette insomma confarsi al modo di pensare di quelli e disonorar le sue fatiche e il frutto di esse per aver pregio e considerazione agli occhi loro. E s’aggirò, faccente, con l’aria d’un furbo matricolato, in mezzo al traffico rumoroso del piccolo porto di mare, tra i grandi depositi di zolfo accatastati su la spiaggia; a bordo dei piroscafi d’ogni nazione, tra marinai e interpreti e scaricatori e stivatori, aspirando con voluttà l’odor del catrame e della pece, mentre gli occhi gli lacrimavano bruciati dalla polvere dello zolfo diffusa nell’aria. Stordito dai gridi dei barcajoli e dei facchini del porto, tra un continuo sbaccaneggiar di liti, e i fischi delle sirene e il fumo delle macchine, credette sinceramente che la necessità d’ingannare, i cattivi pensieri venissero dal fermento stesso di quella vita esagitata, esalassero dalle bocche delle stive, dall’acqua stessa del mare sporca di zolfo e di carbone, dal mufffido pacciame delle alghe secche su la spiaggia solcata, scavata dal transito incessante dei carri striduli, carichi di minerale; credette sinceramente ch’egli, senza volere, vivendo lí, respirando in quell’aria, avrebbe appreso quell’arte in poco tempo; e fu felicissimo quando poté aver la dimostrazione che già gli altri credevano che non avesse piú bisogno d’apprender altro. Si vide tutt’a un tratto posto a capo d’uno dei piú grossi depositi di zolfo. Il proprietario, giovanotto ambizioso, che aveva dovuto interrompere gli studi universitarii per la morte improvvisa del padre, era affatto ignaro di commercio e attendeva piuttosto a ingraziarsi con servigi e favori gli animi dei suoi compaesani per essere eletto sindaco del Comune Naturalmente, diventò subito preda dei piú furbi speculatori di piazza, e segnatamente di un certo Grao, il quale cominciò a irretirlo in una vasta impresa da tentare col nobilissimo scopo di allibertare il commercio dello zolfo dallo sfruttamento delle case estere d’esportazione che avevano sede nei maggiori centri dell’isola; impresa per cui egli, in poco tempo, centuplicando le sue ricchezze (e diceva poco!) avrebbe avuto gloria di salvatore dell’industria zolfifera siciliana, e sarebbe stato eletto sindaco subito, senza alcun dubbio.

Il Noccia ammirava sopra tutti questo Grao; lo teneva in conto d’un oracolo. Forse, a destare in lui tanta ammirazione e cosí cieca fiducia aveva gran parte una figliuola, che costui aveva, bellissima, e della quale egli si era innamorato. Il fatto è che quando il Grao gettò in quella vasta impresa il suo principale, e questi domandò a lui, suo magazziniere e amministratore, consigli e schiarimenti sui giuochi ora al rialzo ora al ribasso a cui quegli lo esponeva, egli, con la massima buona fede, gli dette sempre quei consigli e quegli schiarimenti che il Grao di nascosto e senza parere gli aveva suggeriti. Se non che, sempre, alla scadenza degli impegni, il suo principale, se aveva giocato al ribasso, s’era trovato di fronte a uno spaventoso rialzo, e viceversa; sicché in meno d’un anno era stato liquidato.

Nessuno volle credere alla buona fede del Noccia. Come mai non s’era accorto che il Grao faceva volta per volta di soppiatto il giuoco inverso?

Non se n’era accorto, perché anche lui credeva a occhi chiusi che quella vasta impresa commerciale, se non proprio centuplicato, avrebbe certo accresciuto di molto le ricchezze del suo principale. Al primo, al secondo, al terzo colpo fallito, credette sinceramente alla disperazione del Grao, e che nel nuovo giuoco proposto fosse la salvezza e il rifacimento dei danni.

Del resto, ad attestar la sua buona fede stava il fatto che alla fine nella rovina del suo principale egli vide anche la sua: perduto il posto e, quel che piú gli dolse, anche la speranza di far sua la figlia del Grao; e che si sentí come cascar dalle nuvole allorché il Grao gli venne avanti con le braccia aperte per ringraziarlo di quanto aveva fatto e dargli in premio la figliuola con più di trecentomila lire di dote.

Protestò allora, di fronte al Grao stesso, la sua innocenza e la sua buona fede ma quegli, ammiccando furbescamente e battendogli una mano sulla spalla, gli fece intendere che lo riteneva, anche per quella protesta, suo degno compare, anzi suo degno genero; e un’altra cosa gli fece intendere: che nessuno lo avrebbe lodato di non essersi approfittato del suo posto e di quel giuoco per arricchire, e che anzi sarebbe stato stimato da tutti uno sciocco, un buono a nulla, proprio come quel suo principale e degno come questo d’esser giocato e poi buttato là in un canto con una pedata.

Avvenne intanto che per invidia dell’agiatezza che gli era venuta da quelle nozze con la figlia del ricchissimo speculatore, si vide addosso inaspettatamente l’odio feroce di tutti i suoi compaesani. Presero a chiamarlo Giuda e a stimarlo capace d’ogni infamia, di ogni perfidia e ad avvelenargli con questa stima anche l’amore per la sposa.

Volle dimostrare che non era, non era, perdio, quel che tutti lo stimavano; ma ecco che in tre o quattro occasioni, senza che ne sapesse né il come né il perché, dai suoi atti e dalle sue buone intenzioni era saltata fuori all’improvviso la dimostrazione contraria, fino al punto che, un giorno, per una inesplicabile intestatura su un conto sbagliato, si era visto citare in tribunale per poche centinaja di lire da un suo subalterno colmato di beneficii.

Il Noccia cominciò a credere allora all’esistenza d’un certo spirito maligno nato e nutrito dall’odio, dall’invidia, dal rancore, dai cattivi pensieri e insomma da tutto il male che ci vogliono i nostri nemici; uno spirito maligno che ci sta sempre attorno agile vigile e pronto a nuocerci, approfittando dei nostri dubbi e della nostra perplessità, con spinte e suggerimenti e consigli e insinuazioni che hanno in prima tutta l’aria della piú onesta saggezza, del piú sennato consiglio, e che poi tutt’a un tratto si scoprono falsi e insidiosi, sicché tutta la nostra condotta appare all’improvviso agli occhi altrui e anche ai nostri stessi sotto una luce sinistra, dalla quale non sappiamo piú, cosí soprappresi, come sottrarci.

Certo era stato questo spirito maligno a fargli sbagliare quel conto.

E intanto, ecco qua, anche capace d’approfittarsi di poche centinaja di lire a danno d’un poveretto lo avevan creduto i suoi compaesani. E d’allora in poi ciascuno s’era sentito in diritto di negargli quel che gli doveva, sicché per riavere il suo si vedeva ogni volta costretto a intentare una lite.

Ora, per una di queste liti, che da un pezzo si trascinava nei tribunali e che forse il Noccia, stanco e avvilito, avrebbe volentieri mandato a monte, se la rabbia non lo avesse forzato a dimostrare ancora una volta che la giustizia stava dalla sua, eccolo in viaggio per Roma a sollecitare di persona il patrocinio del deputato del suo collegio.

Aveva già quarantasette anni, e l’animo gli s’era profondamente incupito per tutta quella guerra d’odio e di invidia.

Come una bestia, ferita in una caccia feroce, e ricoverata in una tana non sua, egli si guardava ormai davanti e dietro, diffidente e ombroso.

I grandi occhi chiari, d’acciajo, negli sguardi obliqui, davano in quel suo volto fosco, bruno, cotto dal sole nelle lontane arrabbiate spiagge di Sicilia, l’impressione d’un vuoto strano. E in quel suo volto egli sentiva ora quasi un disagio insolito per certe rughe che di tratto in tratto gli si spianavano, ammirando lo splendore della città.

Aveva in petto il portafogli gonfio di molte migliaja di lire. Forse, partendo dalla Sicilia, s’era proposto di con cedersi, se non tutti, parecchi di quegli svaghi per lui affatto nuovi, che una città come Roma poteva offrirgli. Ma in quattro giorni, per quel ritegno ombroso, divenuto in lui quasi istintivo, non aveva ancora ceduto a nessuna tentazione, e si sentiva stanco, oppresso e inquieto.

Aveva preso alloggio nell’albergo della Nuova Roma presso la stazione, e faceva ogni volta chilometri e chilometri per andarvisi a rinchiudere per una mezz’oretta; ne riusciva poco dopo piú smanioso di prima e senza mèta. Cosí gli avvenne, la mattina del quinto giorno, di cacciarsi in un caffeuccio lí nei pressi della stazione, per passarvi un po’ di tempo. C’erano pochi avventori e molte mosche. Il Noccia ordinò una tazza di birra e stese la mano al tavolino accanto per prendere un giornale che vi stava posato. Ma le mosche lo tormentavano. Per cacciarne una, sfondò il giornale; voleva ripagarlo, ma il padrone non permise; per cacciarne un’altra per poco non rovesciò la tazza di birra. Smise allora di leggere e, sbuffando, allungò le mani sulla panca imbottita di cuojo; ma subito ne ritrasse una, la destra, che aveva toccato qualche cosa, e si voltò a guardare.

Era una vecchia borsetta, evidentemente lasciata lí da qualche avventore.

Forse era vuota. Se non vuota, che poteva mai contenere? pochi soldi, qualche lira d’argento. E il Noccia rimase un pezzo perplesso, se prenderla o farla prendere dal caffettiere, perché la restituisse al proprietario, se fosse venuto a cercarla. Guardò il caffettiere dietro il banco. Non gli parve che avesse faccia da restituir la borsetta, se ci fosse dentro qualche cosa. Forse sarebbe stato meglio accertarsene, prima. Allungò cautamente la mano e la prese. Pesava. L’aprí un poco; vi intravide una piastra d’argento e due monetine da due centesimi. Tornò a guardare il caffettiere, e non ebbe alcun dubbio che quella piastra e quelle due monetine sarebbero andate a finire nella ciotola dentro il banco.

Che fare? Pensò che il giorno avanti aveva letto nella cronaca d’un giornale un nobile esempio da imitare: quello d’un fattorino di telegrafo che aveva trovato per istrada un portafogli con piú di mille lire, ed era andato a depositarlo in questura. Imitare quel nobile esempio? In questura avrebbero voluto il suo nome e lo avrebbero stampato sui giornali nel dar l’annunzio della borsetta trovata. Pensò che nel circolo di compagnia gli sfaccendati del suo paese leggevano i giornali di Roma dall’articolo di fondo all’ultimo avviso di pubblicità in sesta pagina. Quantunque lo ritenessero capace di approfittarsi anche di poche lire, avrebbero detto sghignazzando che la borsetta, lui, l’aveva consegnata alla questura perché conteneva soltanto una piastra e quattro centesimi. Veramente, darsi per cosí poco tutta quell’aria d’onestà gli parve troppo. Che fare allora? Durando quell’esitazione, non stimò prudente tenere ancora la borsetta in mano, alla vista di tutti, e se la ficcò nel taschino del panciotto per riflettere con comodo se non gli sarebbe meglio convenuto, per non aver tanti impicci, rimetterla al posto dove l’aveva trovata. Ma forse allora qualche altro avventore senza scrupoli se la sarebbe presa senza pensar due volte; e quel poveretto che l’aveva smarrita...

– Oh via, – fece tra sé a questo punto il Noccia. In fin dei conti, son cinque lire...

E stava per trarre dal taschino la borsa, quando entrò di furia nel caffeuccio e s’avventò verso il suo tavolino un sudicia vecchia dalla faccia aguzza, che soffiava come un biacco, col naso da civetta e il muso irto di grigi peluzzi tirandosi via dagli occhi i capelli lanosi, scarmigliati sotto il decrepito cappellino annodato al mento.

– C’è lí la borsetta! la mia borsetta! l’ho lasciata lí!

Cosí investito, il Noccia guardò la grinta della vecchia, e subito concepí il sospetto che, essendosi egli messo i tasca la borsetta, quella dovesse ritener per certo che avesse voluto appropriarsela, e allora le rivolse un sorriso vano da scemo, e si finse ignaro: – Una borsetta? dove? – I prima si scostò e poi si alzò per farla cercar bene; e quando la vecchia, dopo aver cercato su la panca, sotto la panca tra i piedi dei tavolini con irosa smania che lasciava in tender chiaramente quel sospetto, levò l’arcigna faccia gli domandò, squadrandolo biecamente: – Lei non l’ha trovata? – egli, che pur si struggeva di non poter più ormai cacciarsi due dita in tasca per restituirgliela, ebbe naturalmente, per quello stesso struggimento, un fiero scatto e, arrossendo fin nel bianco degli occhi, le rispose:

– Siete matta?

Il caffettiere e i pochi avventori gli diedero ragione e, appena la vecchia piangendo e brontolando se ne fu andata, gli dissero che era una poveraccia da compatire, mezza svanita di cervello e stordita sempre dal caffè e dai liquori che ingozzava, dacché le era morta all’ospedale l’unica figliuola.

Il Noccia ora si sentiva su le spine; voleva subito pagare e andar via. Intanto, aveva messo la borsetta della vecchia nello stesso taschino ove teneva la sua. Se nel cavar questa, fosse venuta fuori anche quell’altra? si sentiva tutto il sangue alla testa, e gli occhi gli brillavano come per febbre. Trasse dalla tasca in petto il portafogli gonfio di carte da cento.

– Non avrebbe spicci? – gli domandò il caffettiere, meravigliato.

Ed egli non trovò la voce per rispondergli; disse di no, col capo. Uno degli avventori si profferse di cambiar lui il biglietto, e il Noccia, lasciando una mancia di cinque lire, uscí dal caffeuccio.

Appena fuori, il suo primo pensiero fu quello di buttar via la borsetta in qualche angolo nascosto. Ma quell’ultima notizia che gli avevano dato della vecchia nel caffè, che ella cioè era una poveretta mezzo impazzita per la morte della figliuola, gli fece stimare piú che mai indegno quell’atto. Pur ammesso che la vecchia avesse avuto il sospetto ch’egli volesse tenersi la borsetta trovata, questo sospetto in fondo non era ingiusto, poiché egli veramente, contro la sua volontà, ridendo prima come uno scemo, poi scostandosi e alzandosi per farla cercar lí nel posto, aveva agito come se in realtà avesse voluto appropriarsi quella borsetta. E buttandola via, ora, non avrebbe avuto sempre la colpa della sottrazione? L’avrebbe trovata un altro, che non avrebbe sentito l’obbligo di restituirla, l’obbligo che ne aveva lui, lui che conosceva a chi essa apparteneva e gliel’aveva negata in faccia. No, no: buttarla via sarebbe stato un atto anche piú vile di quel che aveva dianzi commesso. Pensò allora che quei pochi avventori del caffeuccio e il caffettiere avevano dovuto accorgersi dal suo portafogli ben fornito ch’egli era un signore, un signore il quale poteva permettersi il lusso d’offrire a quella povera vecchia un compenso di dieci o venti lire per la borsetta perduta. Ecco, sí. Avrebbe lasciato al banco venti lire alla presenza di quei testimoni, o avrebbe domandato al caffettiere l’indirizzo della vecchia per recarsi lui stesso a dargliele.

E il Noccia ritornava con questo proposito sui proprii passi, quand’ecco, lí presso l’entrata del caffeuccio, di nuovo la vecchia che, tenendosi con ambo le mani i cerfugli lanosi spioventi su gli occhi, andava curva e piangente, guardando in terra, ancora in cerca della sua borsetta. Il Noccia la fermò, toccandole lievemente una spalla, trasse dal portafogli due biglietti da dieci lire e, tutto commosso per la buona azione che faceva, glieli porse, balbettando che li accettasse per la perdita sofferta. Ma si vide tutt’a un tratto acciuffato dalla vecchia, la quale, scrollandolo furiosamente, si mise a strillare:

– Venti lire? A chi le dai? Ah, ladro! E il resto? Venti lire sole mi dai? Al ladro! al ladro!

Accorse gente da tutte le parti, accorsero anche due guardie di questura e al Noccia che, dapprima stordito, poi abbrancato da cento braccia aveva preso a divincolarsi inferocito, fu trovata addosso la borsetta, nella quale, sissignori, c’era la piastra da cinque, ma c’erano anche due vecchi marenghi da venti lire e non due monetine da due centesimi, come al Noccia era sembrato a prima vista, là, nel caffeuccio. Perciò la vecchia reclamava con tanta rabbia il resto.

Ma anche cento lire, anche duecento, anche mille, glien’avrebbe date ora il Noccia. E cavava dalla tasca il portafogli. Se non che, anche quel portafogli, come la borsetta siamo giusti, poteva ormai credersi rubato. E il Noccia fu trascinato in questura.

Ora, è certo che a un ladro non passa per il capo di restituire una parte del suo furto. Ma anche generalmente si crede che neppure a un galantuomo possa passare per il capo di mettersi in tasca una borsetta che non gli appartiene, e di negarlo poi in faccia, cosí come il Noccia aveva fatto. Bisognava dunque trattenerlo in arresto e domandare ragguagli in Sicilia sul conto di lui. Non sarebbe stato serio prestar fede alla persecuzione di un certo spirito maligno, di cui quell’arrestato farneticava.

086  -  Alla zappa!

Il vecchio Siròli da piú di un mese sembrava inebetito dalla sciagura che gli era toccata, e non riusciva piú a prender sonno. Quella notte, allo scroscio violento della pioggia, s’era finalmente riscosso e aveva detto alla moglie, insonne e oppressa come lui:

– Domani, se Dio vuole, romperemo la terra.

Ora, dall’alba, i tre figliuoli del vecchio, consunti e ingialliti dalla malaria, zappavano in fila con altri due contadini giornanti. A quando a quando, ora l’uno ora l’altro si rizzava sulla vita, contraendo il volto per lo spasimo delle reni, e s’asciugava gli occhi col grosso fazzoletto di cotone. – Coraggio! – gli dicevano i due giornanti. – Non è caso di morte, alla fine.

Ma quello scoteva il capo; poi si sputava su le mani terrose e incallite e si rimetteva a zappare.

Dal folto degli alberi sulla costa veniva a quando a quando come un lamento, rabbioso. Il vecchio, ancora valido, attendeva di là alla rimonda e accompagnava cosí, con quel lamento, la sua dura fatica.

La campagna, infestata nei mesi estivi dalla malaria, pareva respirasse, ora, per la pioggia abbondante della notte, che aveva fatto «calar la piena» nel burrone. Si sentiva infatti, dopo tanti mesi di siccità, scorrere il Drago con allegro fragore.

Da circa quarant’anni Siròli teneva a mezzadria queste terre di Sant’Anna. Da molte stagioni, ormai, lui e la moglie erano riusciti a vincere il male e a rendersene immuni. Se Dio voleva, col volgere degli anni, i tre figliuoli che adesso ne pativano avrebbero acquistato anch’essi la immunità. Tre altri figliuoli però, due maschi e una femmina, ne erano morti e morta era anche la moglie del primo figliuolo, di cui restava solamente una ragazzetta di cinque anni, la quale forse non avrebbe resistito neppur lei agli assalti del male.

– Dio è il padrone, – soleva dire il vecchio, socchiudendo gli occhi. – Se lui la vuole, se la prenda. Ci ha messo qua; qua dobbiamo patire e faticare.

Cieco fino a tal punto nella sua fede, si rassegnava costantemente a ogni piú dura avversità, accettandola come volere di Dio. Ci voleva soltanto una sciagura come quella che gli era toccata, per accasciarlo e distruggerlo cosí.

Pur avendo bisogno di tante braccia per la campagna, aveva voluto far dono a Dio di un figliuolo. Era il sogno di tanti contadini avere un figlio sacerdote; e lui era riuscito ad attuarlo, questo sogno, non per ambizione, ma solo per averne merito davanti a Dio. A forza di risparmii, di privazioni d’ogni sorta, aveva per tanti anni mantenuto il figlio al seminario della vicina città; poi aveva avuto la consolazione di vederlo ordinato prete e di sentire la prima messa detta da lui.

Il ricordo di quella prima messa era rimasto incancellabile nell’anima del vecchio, perché aveva proprio sentito la presenza di Dio quel giorno, nella chiesa. E gli pareva di vedere ancora il figlio, parato per la solennità con quella splendida pianeta tutta a brusche d’oro, pallido e tremante, muoversi piano piano su la predella dell’altare, davanti al tabernacolo; genuflettersi; congiungere le mani immacolate nel segno della preghiera; aprirle; poi voltarsi, con gli occhi socchiusi verso i fedeli per bisbigliare le parole di rito, e ritornare al messale sul leggío. Non gli era mai parso cosí solenne il mistero della messa. Con l’anima quasi alienata dai sensi, lo aveva seguíto e ne aveva tremato, con la gola stretta da un’angoscia dolcissima; aveva sentita accanto a sé piangere di tenerezza la moglie, la sua santa vecchia, e s’era messo a piangere anche lui, senza volerlo, irrefrenabilmente, prosternandosi fino a toccare la terra con la fronte, allo squillo della campanella, nell’istante supremo dell’elevazione.

D’allora in poi, egli, di tanto piú vecchio, e provato e sperimentato nel mondo, s’era sentito quasi bambino di fronte al figlio sacerdote Tutta la sua vita, trascorsa tra tante miserie e tante fatiche senza una macchia, che valore poteva avere davanti al candore di quel figlio così vicino a Dio? E s’era messo a parlare di lui come d’un santo, ad ascoltarlo a bocca aperta, beato, quand’egli veniva a trovarlo in campagna dal Collegio degli Oblati, dove per l’ingegno e per lo zelo era stato nominato precettore. Gli altri figliuoli, destinati alle fatiche della campagna, esposti lí alla morte, non avevano invidiato per nulla la sorte di quel loro fratello, s’erano anzi mostrati orgogliosi di lui, lustro della famiglia. Infermi, s’erano tante volte confortati col pensiero che c’era Giovanni che pregava per loro.

La notizia che costui s’era macchiato d’un turpe delitto su i poveri piccini affidati alle sue cure in quell’orfanotrofio, era pertanto piombata come un fulmine su la casa campestre del vecchio Siròli. La madre, dapprima, nella sua santità patriarcale, non aveva saputo neanche farsi un’idea del delitto commesso dal figliuolo: il vecchio marito aveva dovuto spiegarglielo alla meglio; e allora ella ne era rimasta sbalordita, inorridita e pur quasi incredula:

– Giovanni? Che mi dici?

Il Siròli s’era recato in città per avere notizie piú precise e con la speranza segreta che si trattasse d’una calunnia. S’era presentato a parecchi suoi conoscenti, e tutti, alla sua vista, s’erano turbati, quasi per ribrezzo; gli avevano risposto duramente, a monosillabi, schivando persino di guardarlo. Aveva voluto andare anche dal Lobruno, ch’era il padrone della terra ch’egli teneva a mezzadria. Il Lobruno, uomo intrigante, consigliere comunale, amico di tutti, del vescovo e del prefetto, lo aveva accolto malamente, su le furie:

– Ben vi sta! ben vi sta! Sacerdote, eh? Da zappaterra a sacerdote. Siete contento, ora? Ecco i frutti della vostra smania di salire a ogni costo, senza la preparazione, senza l’educazione necessaria!

Poi s’era calmato, e aveva promesso che avrebbe fatto di tutto perché lo scandalo fosse soffocato.

– Per il decoro dell’umanità, intendiamoci! per il rispetto che dobbiamo tutti alla santa religione, intendiamoci! Non per quel pezzo di majale, né per voi!

E il povero vecchio se n’era ritornato in campagna come un cane bastonato; certo ormai che il delitto del figliuolo era vero; che Giovanni, l’infame, era fuggito, sparito dalla città, per sottrarsi al furore popolare; e che lui ormai, sotto il peso di tanta ignominia, non avrebbe avuto piú pace né il coraggio di alzare gli occhi in faccia a nessuno.

Ora, inerpicato su gli alberi, attendeva alla rimonda. Nessuno lí lo vedeva e, lavorando, poteva piangere. Non aveva piú versato una lagrima, da quel giorno. Considerava la propria vita intemerata, quella della sua vecchia compagna, e non sapeva farsi capace come mai un tal mostro fosse potuto nascere da loro, come mai si fosse potuto ingannare per tanti anni, fino a crederlo un santo. E s’era inteso di farne un dono a Dio! e per lui, per lui aveva sacrificato gli altri figliuoli, buoni, mansueti, divoti gli altri figliuoli che ora zappavano di là, poveri innocenti non ben rimessi ancora dalle ultime febbri. Ah, Dio, così laidamente offeso da colui, non avrebbe mai, mai perdonato. La maledizione di Dio sarebbe stata sempre su la sua casa. La giustizia degli uomini si sarebbe impadronita d quel miserabile, scovandolo alla fine dal nascondiglio ov’era andato a cacciare la sua vergogna; e lui e la moglie sarebbero morti dall’onta di saperlo in galera.

A un tratto, al vecchio, assorto in queste amare riflessioni, giunse la voce d’uno dei figliuoli: di Càrmine, ch’era il maggiore:

– O pa’! Venite! È arrivato!

Il Siròli ebbe un sussulto, s’aggrappò al ramo dell’albero su cui si teneva in equilibrio e si mise a tremar tutto! Giovanni? Arrivato? E che voleva da lui? E come aveva potuto rimetter piede nella casa di suo padre? alzar gi occhi in faccia alla madre?

– Va’! – gridò in risposta, furente, squassando il ramo dell’albero, – corri a dirgli che se ne vada, subito! Non lo voglio in casa, non lo voglio!

Carmine guardò negli occhi gli altri fratelli per prender consiglio, poi si mosse verso la casa campestre, facendo segno alla nipotina orfana, che aveva recato tutta esultante la notizia dell’arrivo dello zio prete, di precederlo.

Nella corte, Càrmine trovò un campiere del Lobruno seduto sul murello accanto alla porta. Evidentemente il prete era arrivato con lui.

– Tuo padre? – domandò il campiere a Càrmine, sollevando il capo e un virgulto che teneva in mano e col quale, aspettando, era stato a percuotere un piccolo sterpo cresciuto lí tra i ciottoli della corte.

– Non vuol vederlo, – rispose Càrmine, – né lo vuole in casa. Sono venuto a dirglielo.

– Aspetta, – rispose il campiere. – Torna prima da tuo padre e digli che ho da parlargli a nome del padrone.

Càrmine aprí le braccia e tornò indietro. Il campiere allora chiamò a sé la piccina che guardava con tanto d’occhi, non sapendo che pensare di tutto quel mistero, come mai non fosse festa per tutti l’arrivo dello zio prete, se la prese tra le gambe e borbottò con un tristo sorriso sotto i baffi:

– Tu sta’ qua, carina, non entrare. Sei piccina anche tu, e... non si sa mai!

Poco dopo Càrmine ritornò, seguíto dai due fratelli.

– Adesso viene, – annunziò al campiere; ed entrò coi fratelli nell’ampia stanza terrena, umida e affumicata.

In un lato, era la mangiatoja per le bestie: un asino vi tritava pazientemente la sua razione di paglia. Nel lato opposto, era un gran letto, dai trespoli di ferro non bene in equilibrio su l’acciottolato della stanza in pendío: vi si buttavano a dormire i tre fratelli, non mai tutti insieme, giacché ora l’uno ora l’altro passava la notte all’aperto, di guardia. Il resto della stanza era ingombro di attrezzi rurali. Una scaletta di legno conduceva alla camera a solajo, dove dormivano i due vecchi e l’orfana.

Giovanni, seduto sulle tavole del letto, stava col busto ripiegato sulle materasse abballinate e con la testa affondata tra le braccia. La vecchia madre teneva gli occhi fissi su lui e piangeva, piangeva senza fine, in silenzio, come se tutto il cuore, tutta la vita che le restava volesse sciogliere e disfare in quelle lagrime.

Sentendo entrare gente, il prete alzò il capo e lanciò una occhiata bieca, poi raffondò la testa tra le braccia. I tre fratelli gl’intravidero cosí il volto cangiato, pallido tra la barba ispidamente cresciuta: lo mirarono un pezzo con un senso di ribrezzo e di pietà insieme, gli videro la tonaca qua e là strappata; poi, abbassando gli occhi, notarono che gli mancava la fibbia d’argento a una scarpa.

La vecchia madre, vedendo gli altri tre figliuoli, ruppe in singhiozzi e si coprí il volto con le mani.

– Ma’, zitta, ma’! – le disse Càrmine, con voce grossa; e sedette su la cassapanca presso il letto, insieme con gli altri fratelli, in attesa del padre, taciturni.

Avevano tutt’e tre la faccia gialla, tutt’e tre con le berrette a calza, nere, ripiegate sul capo, e tutt’e tre, sedendo in fila, avevano preso lo stesso atteggiamento.

Finalmente, il vecchio comparve nella corte, curvo, con le mani dietro le reni, guardando a terra. Portava in capo anche lui una berretta simile a quella dei figliuoli, ma inverdita e sforacchiata. Aveva i capelli cresciuti e la barba non piú rifatta da un mese.

– Siròli, allegro! – esclamò il campiere del Lobruno, scostando la bambina e alzandosi per venire incontro al vecchio. – Allegro, vi dico! Tutto accomodato.

Il vecchio Siròli fisse gli occhi, ancora vivi e come induriti nello spasimo, negli occhi del campiere, senza dir nulla come se non avesse inteso o compreso.

Quegli allora, ch’era un omaccione gagliardo, dal torace enorme, dal volto sanguigno, gli posò una mano su la spalla con aria di protezione, spavalda e un po’ canzonatoria, e ripeté:

– Tutto accomodato: sanato, sanato, sarebbe meglio di re! – E rise sguajatamente; poi, riprendendosi: – Quando si ha la fortuna d’aver padroni che ci vogliono bene per la nostra devozione e per la nostra onestà certe... sciocchezzuole, via, si riparano. Cose da piccini, in fin dei conti, mi spiego? Senza conseguenze. Io però non ho voluto che questa innocente entrasse là: ho fatto bene?

Il vecchio si contenne: fremeva.

– Che avete da dirmi, insomma? – gli domandò.

Il campiere gli tolse la mano dalla spalla, se la recò insieme con l’altra dietro la schiena, sporse il torace, alzò il capo per guardare il vecchio dall’alto e sbuffò:

– Eccomi qua. Il padrone, prima di tutto, per rispetto all’abito che indossa indegnamente vostro figlio, poi anche per carità di voi, tanto ha fatto, tanto ha detto, che è riuscito a indurre i parenti di quei poveri piccini, a desistere dalla querela già spórta. La perizia medica risulta... favorevole. Ora vostro figlio partirà per Acireale.

Il vecchio Siròli, che aveva ascoltato fin qui guardando in terra, levò il capo:

– Per Acireale?

– Gnorsí. Il nostro vescovo s’è messo d’accordo col vescovo di là.

– D’accordo? – domandò nuovamente il vecchio. – D’accordo, su che?

– Su... su la frittata, perdio, non capite? – esclamò quegli spazientito. – Chiudono gli occhi, insomma, e non se ne parla piú.

Il vecchio strinse le pugna, impallidí, mormorò:

– Questo fa il vescovo?

– Questo e piú, – rispose il campiere. – Vostro figlio starà un anno o due ad Acireale, in espiazione, finché qua non si parlerà piú del fatto. Poi ritornerà e riavrà la messa, non dubitate.

– Lui! – gridò allora il Siròli, accennando con la mano verso casa. – Lui, toccare ancora con quelle mani sporcate l’ostia consacrata?

Il campiere scosse allegramente le spalle.

– Se Monsignore perdona...

– Monsignore; ma io no! – rispose pronto il vecchio indignato, percotendosi il petto cavo con la mano deforme, spalmata. – Venite a vedere!

Entrò nella stanza terrena, corse al letto su cui il prete stava buttato nella stessa positura, lo afferrò per un braccio e lo tirò su con uno strappo violento:

– Va’ su, porco! Spògliati!

Il prete, in mezzo alla stanza, con la tonaca tutta rabbuffata su le terga, i fusoli delle gambe scoperti, si nascose il volto tra le braccia alzate. I tre fratelli e la madre, rimasti seduti, guardavano costernati ora Giovanni, ora il padre, che non avevano mai visto cosí. Il campiere assisteva alla scena dalla soglia.

– Va’ su e spogliati! – ripeté il vecchio.

E, cosí dicendo, lo cacciò a spintoni su per la scaletta di legno. Poi si voltò alla moglie che singhiozzava forte e le impose di star zitta. La vecchia, d’un tratto, soffocò i singhiozzi, chinando piú volte il capo in segno d’obbedienza. Era la prima volta, quella, che il marito le parlava cosí, a voce alta.

Il campiere, dalla soglia, urtato, scrollò le spalle, e borbottò:

– Ma perché, vecchio stolido, se tutto è accomodato?

– Voi silenzio! – gridò il vecchio, movendogli incontro. – Andrete a riferire a Monsignore.

Salí lentamente la scaletta di legno. Giovanni, lassú, s’era tolta la tonaca ed era rimasto in maniche di camicia col panciotto e i calzoni corti, seduto presso il letto del padre. Subito si nascose il volto con le mani.

Il vecchio stette a guardarlo un tratto; poi gli ordinò – Strappati cotesta fibbia dalla scarpa!

Quello si chinò per obbedire. Il padre allora gli s’appressò, gli vide la calotta ancora in capo, gliela strappò insieme con un ciuffetto di capelli. Giovanni balzò in piedi inferocito. Ma il vecchio, alzando terribilmente una mano gli indicò la scala:

– Giú! Aspetta. Lí c’è una zappa. E ti faccio grazia perché neanche di questo saresti piú degno. Zappano i tuo fratelli e tu non puoi stare accanto a loro. Anche la tua fatica sarà maledetta da Dio!

Rimasto solo, prese la tonaca, la spazzolò, la ripiegò diligentemente, la baciò; raccattò da terra la fibbia d’argento e la baciò; la calotta e la baciò; poi si recò ad aprire una vecchia e lunga cassapanca d’abete che pareva una bara, dov’erano religiosamente conservati gli abiti dei tre figliuoli morti, e, facendovi su con la mano il segno della croce, vi conservò anche questi altri; del figlio sacerdote morto.

Richiuse la cassapanca, vi si pose a sedere, nascose i volto tra le mani, e scoppiò in un pianto dirotto.

087  -  Una voce

Pochi giorni prima che morisse, la marchesa Borghi aveva voluto consultare, piú per scrupolo di coscienza che per altro, anche il dottor Giunio Falci, per il proprio figlio Silvio, cieco da circa un anno. Lo aveva fatto visitare dai piú illustri oculisti d’Italia e dell’estero e tutti le avevano detto che era afflitto d’un glaucoma, irrimediabile.

Il dottor Giunio Falci aveva vinto da poco, per concorso, il posto di direttore della clinica oftalmica; ma sia per la sua aria stanca e sempre astratta, sia per la figura sgraziata, per quel suo modo di camminare tutto rilassato e dinoccolato, con la grossa testa precocemente calva, buttata indietro, non riusciva a cattivarsi né la simpatia né la confidenza d’alcuno. Egli lo sapeva e pareva ne godesse. Rivolgeva agli scolari, ai clienti domande curiose, penetranti, che aggelavano e sconcertavano; e troppo chiaramente lasciava intendere il concetto che s’era formato della vita cosí nudo di tutte quelle intime e quasi necessarie ipocrisie di quelle spontanee, inevitabili illusioni che ciascuno, senza volerlo, si crea e si compone per un bisogno istintivo, quasi di pudor sociale, che la sua compagnia diveniva a lungo andare insopportabile.

Invitato dalla marchesa Borghi, aveva esaminato a lungo, attentamente, gli occhi del giovine senza prestare ascolto, almeno in apparenza, a tutto ciò che la marchesa intanto gli diceva intorno alla malattia, ai giudizi degli altri medici, alle varie cure tentate. Glaucoma? No. Non aveva creduto di riscontrare in quegli occhi i segni caratteristici di questa malattia, il colore azzurrognolo o verdiccio della opacità, ecc. ecc.; gli era parso piuttosto che si trattasse dl una rara e strana manifestazione di quel male che comunemente suol chiamarsi cateratta. Ma non aveva voluto manifestare cosí in prima alla madre il suo dubbio, per non farle nascere di improvviso foss’anche una tenue speranza. Dissimulando il vivissimo interesse che quel caso strano gli destava, le aveva invece manifestato il desiderio di tornare a visitar l’infermo fra qualche mese.

Era infatti ritornato; ma, insolitamente, per quella via nuova, sempre deserta, in fondo ai Prati di Castello dove sorgeva il villino della marchesa Borghi, aveva trovato una frotta di curiosi davanti al cancello aperto. La marchesa Borghi era morta d’improvviso, durante la notte.

Che fare? Tornarsene indietro? Aveva pensato che, se nella prima visita avesse manifestato il dubbio che il male di quel giovane non fosse, a suo modo di vedere, un vero e proprio glaucoma, forse quella povera madre non sarebbe morta con la disperazione di lasciare il figlio irrimediabilmente cieco. Ebbene, se non gli era piú dato di consolare con questa speranza la madre, non avrebbe potuto almeno cercare con essa un gran conforto al povero superstite, cosí tremendamente colpito da quella nuova, improvvisa sciagura?

Ed era salito al villino.

Dopo una lunga attesa, fra il trambusto che vi regnava, gli si era presentata una giovine vestita di nero, bionda, dall’aria rigida, anzi severa: la dama di compagnia della defunta marchesa. Il dottor Falci le aveva esposto il perché di quella visita, che sarebbe stata altrimenti importuna. A un certo punto, con una lieve meraviglia che tradiva la diffidenza, quella gli aveva domandato:

– Ma vanno dunque soggetti anche i giovani alla cateratta?

Il Falci l’aveva guardata un tratto negli occhi, poi, con un sorriso ironico, percettibile piú nello sguardo che sulle labbra, le aveva risposto:

– E perché no? Moralmente, sempre, signorina: quando s’innamorano. Ma anche fisicamente, pur troppo.

La signorina, irrigidendosi di piú, aveva allora troncato il discorso, dicendo che, nelle condizioni in cui il marchese si trovava in quel momento, non era proprio possibile parlargli di nulla; ma che, quando si fosse un po’ quietato, ella gli avrebbe detto di quella visita e certo egli lo avrebbe fatto chiamare.

Erano trascorsi piú di tre mesi: il dottor Giunio Falci non era stato richiamato.

Veramente, la prima visita aveva lasciato alla marchesa defunta una pessima impressione del dottore. La signorina Lydia Venturi, rimasta come governante e lettrice del giovane marchese, lo ricordava bene. Per istintivo malanimo contro quell’antipaticissimo dottore non considerava, intanto, se per avventura non sarebbe stata diversa quella impressione della marchesa, ove il Falci fin da principio le avesse fatto sperare non improbabile la guarigione del figlio. Per conto suo, stimò da ciarlatano e peggio la seconda visita, quel venire proprio nel giorno che la marchesa era morta a manifestare un dubbio, ad accendere una speranza di quella sorta. Tanto piú che il giovane marchese pareva ormai rassegnato alla sciagura. Mortagli cosí d’un tratto la madre, oltre al bujo della sua cecità, un altro bujo s’era sentito addensare piú dentro che attorno, terribile, di fronte al quale, è vero, tutti gli uomini sono ciechi. Ma da questo bujo, chi abbia gli occhi sani può almeno distrarsi con la vista delle cose intorno: egli no: cieco per la vita, cieco ora anche per la morte. E in quest’altro bujo piú freddo e piú tenebroso, sua madre era scomparsa, silenziosamente, lasciandolo solo, in un vuoto orrendo.

A un tratto – non sapeva bene da chi – una voce d’una dolcezza infinita era venuta a lui, come una luce soavissima. E a questa voce tutta l’anima sua, sperduta in quel vuoto orrendo, s’era aggrappata.

Non era altro che una voce per lui la signorina Lydia. Ma era pur colei che piú di tutti, negli ultimi mesi, era stata vicina a sua madre. E sua madre – egli lo ricordava – parlandogli di lei, gli aveva detto ch’era buona e attenta, di squisite maniere, colta, intelligente; e tale egli ora la sperimentava nelle cure che aveva per lui, nei conforti che gli dava.

Lydia, fin dai primi giorni, aveva sospettato che la marchesa Borghi, prendendola al suo servizio, non avrebbe veduto male, nel suo egoismo materno, che il figlio infelice si fosse in qualche modo consolato con lei: se n’era acerbamente offesa e aveva costretto la sua naturale dolcezza a irrigidirsi in un contegno addirittura severo. Ma dopo la sciagura, quand’egli, tra il pianto disperato, le aveva preso una mano e vi aveva appoggiato il bel volto pallido, gemendo: «Non mi lasci!... non mi lasci!», s’era sentita vincere dalla compassione, dalla tenerezza, e s’era dedicata a lui, senza piú sospetto.

Presto, con la timida ma ostinata e accorante curiosità dei ciechi, egli s’era messo a torturarla. Voleva «vederla» nel suo bujo; voleva che la voce di lei diventasse immagine dentro di sé.

Furono dapprima domande vaghe, brevi. Egli volle dirle come se la immaginava, sentendola leggere o parlare.

– Bionda, è vero?

– Sì.

Bionda era; ma i capelli, alquanto ruvidi e non molti contrastavano stranamente col colore un po’ torbido della pelle. Come dirglielo? E perché?

– E gli occhi, ceruli?

– Sí.

Ceruli; ma cupi, dolenti, troppo affossati sotto la fronte grave, triste, prominente. Come dirglielo? E perché?

Bella non era, di volto; ma di corpo elegantissima. Belle veramente belle, aveva le mani e la voce. La voce, segnatamente. D’una ineffabile soavità, in contrasto con l’aria cupa altera e dolente del volto.

Ella sapeva com’egli, per la malía di questa voce e attraverso alle timide risposte che riceveva alle sue domande insistenti, la vedeva; e si sforzava davanti allo specchio di somigliare a quell’immagine fittizia di lei, si sforzava di vedersi com’egli nel suo bujo la vedeva E la sua voce, ormai, per lei stessa non usciva piú dalle sue proprie labbra, ma da quelle ch’egli le immaginava; e, se rideva, aveva subito l’impressione di non aver riso lei, ma di aver piuttosto imitato un sorriso non suo, il sorriso di quell’altra sé stessa che viveva in lui.

Tutto ciò le cagionava come un sordo tormento, la sconvolgeva: le pareva di non esser piú lei, di mancare man mano a sé medesima, per la pietà che quel giovane le ispirava. Pietà soltanto? No: era anche amore, adesso. Non sapeva piú ritrarre la mano dalla mano di lui, scostare il volto dal volto di lui, se egli la attirava troppo a sé.

– No: cosí, no... cosí, no...

Si dové presto, ormai, venire a una deliberazione, che alla signorina Lydia costò una lunga lotta con sé stessa. Il giovane marchese non aveva parenti, era padrone di sé e dunque di fare quel che gli pareva e piaceva. Ma non avrebbe detto la gente che ella approfittava della sciagura di lui per farsi sposare, per diventar marchesa e ricca? Oh sí, certamente, questo e altro avrebbe detto. Ma tuttavia, come rimanere piú oltre in quella casa, se non a questo patto? E non sarebbe stata una crudeltà abbandonare quel cieco, privarlo delle sue cure amorose, per paura dell’altrui malignità? Era, senza dubbio, per lei una gran fortuna; ma sentiva, in coscienza, di meritarsela perché ella lo amava; anzi, per lei la maggior fortuna era questa, di poterlo amare apertamente, di potersi dir sua, tutta e per sempre, di potersi consacrare a lui unicamente, anima e corpo. Egli non si vedeva: non vedeva altro entro di sé che la propria infelicità; ma era pur bello, tanto! e delicato come una fanciulla; e lei, guardandolo, beandosene, senza che egli se n’accorgesse, poteva pensare: «Ecco, sei tutto mio, perché non ti vedi e non ti sai; perché l’anima tua è come prigioniera della tua sventura e hai bisogno di me per vedere, per sentire». Ma non bisognava prima, condiscendendo alla voglia di lui, confessargli ch’ella non era com’egli se la immaginava? Non sarebbe stato il tacere un inganno da parte sua? Sí, un inganno Ma egli era pur cieco, e per lui, dunque poteva bastare un cuore, come quello di lei, devoto e ardente, e l’illusione della bellezza. Brutta, del resto, non era. E poi una bella, veramente bella forse, chi sa! avrebbe potuto ingannarlo ben altrimenti approfittando della sciagura di lui, se veramente egli, più che d’un bel volto che non avrebbe mai potuto vedere, aveva bisogno d’un cuore innamorato.

Dopo alcuni giorni di angosciosa perplessità, le nozze furono stabilite. Si sarebbero fatte senz’alcuna pompa, presto, appena spirato il sesto mese di lutto per la madre.

Ella aveva dunque davanti a sé circa un mese e mezzo di tempo per preparar l’occorrente alla meglio. Furono giorni d’intensa felicità: le ore volavano fra le lietissime, affrettate cure del nido e le carezze, da cui ella si scioglieva un po’ ebbra, con dolce violenza, per salvare da quella libertà che la convivenza dava al loro amore, qualche gioja, la piú forte, per il giorno delle nozze.

Ci mancava ormai poco piú d’una settimana, quando a Lydia fu annunziata improvvisamente una visita del dottor Giunio Falci.

Di primo impeto, fu per rispondete:

– Non sono in casa!

Ma il cieco, che aveva udito parlar sottovoce, domandò:

– Chi è?

– Il dottor Falci, – ripeté il servo.

– Sai? – disse Lydia, – quel medico che la tua povera mamma fece chiamare pochi giorni prima della. disgrazia.

– Ah, sí! – esclamò il Borghi, sovvenendosi. – Mi osservò a lungo... a lungo, ricordo bene, e disse che voleva ritornare per...

– Aspetta, – lo interruppe subito Lydia, agitatissima. – Vado a sentire.

Il dottor Giunio Falci stava in piedi in mezzo al salotto, con la grossa testa calva rovesciata indietro, gli occhi socchiusi, e si stirava distrattamente con una mano la barbetta ispida sul mento.

– S’accomodi, dottore, – disse la signorina Lydia, entrata senza ch’egli se n’accorgesse.

Il Falci si scosse, s’inchinò e prese a dire:

– Mi scuserà, se...

Ma ella turbata, eccitata, volle premettere:

 – Lei finora veramente non era stato chiamato, perché...

– Anche quest’altra mia visita è forse inopportuna, – disse il Falci, col lieve sorriso sarcastico su le labbra. – Ma lei mi perdonerà, signorina.

– No... perché? anzi... – fece Lydia arrossendo.

– Lei non sa, – rispose il Falci, – l’interesse che a un pover’uomo che si occupa di scienza possono destare certi casi di malattia... Ma io voglio dirle la verità, signorina: mi ero dimenticato di questo caso, quantunque a parer mio molto raro e strano. Ieri, però, chiacchierando del piú e del meno con alcuni amici, ho saputo del prossimo matrimonio del marchese Borghi con lei, signorina; è vero?

Lydia impallidí e affermò, alteramente, col capo.

– Permetta ch’io me ne congratuli, – soggiunse il Falci – Ma guardi, allora, tutt’a un tratto, mi sono ricordato. Mi sono ricordato della diagnosi di glaucoma fatta da tanti illustri miei colleghi, se non m’inganno. Diagnosi spiegabilissima, in principio, non creda. Io sono sicuro, infatti, che se la signora marchesa avesse fatto visitare il figliuolo da questi miei colleghi nel tempo che lo visitai io, anch’essi avrebbero detto facilmente che di glaucoma vero e proprio non era piú il caso di parlare. Basta. Mi sono ricordato anche della mia seconda visita disgraziatissima e ho pensato che lei, signorina, dapprima nello scompiglio cagionato dall’improvvisa morte della marchesa, poi nella gioja di questo avvenimento, si era di certo dimenticata, è vero? dimenticata...

– No! – negò con durezza Lydia a questo punto, ribellandosi alla tortura che il lungo discorso avvelenato del dottore le infliggeva.

– Ah, no? – fece il Falci.

– No, – ripeté ella con accigliata fermezza. – Io ho ricordato piuttosto la poca, per non dir nessuna fiducia scusi, che ebbe la marchesa, anche dopo la sua visita, su la guarigione del figlio.

– Ma io non dissi alla marchesa, – ribatté pronto il Falci, – che la malattia del figlio, a mio modo di vedere...

– È vero, lei lo disse a me, – troncò Lydia di nuovo. – Ma anch’io, come la marchesa...

– Poca, anzi, nessuna fiducia, è vero? Non importa, – interruppe a sua volta il Falci. – Ma lei non riferí intanto, al signor marchese la mia venuta e la ragione...

– Sul momento, no.

– E poi?

– Neppure. Perché...

Il dottor Falci alzò una mano:

– Comprendo. Nato l’amore... Ma lei, signorina, mi perdoni. Si dice, è vero, che l’amore è cieco; lei però lo desidera cieco proprio fino a questo punto, l’amore del signor marchese? Cieco anche materialmente?

Lydia sentí che contro la sicura freddezza mordace di quell’uomo non bastava il contegno altero, in cui man mano, per difendere la sua dignità da un sospetto odioso, s’interiva vieppiú. Tuttavia si sforzò di contenersi ancora e domandò con apparente calma:

– Lei insiste nel ritener che il marchese possa, con l’ajuto di lei, riacquistare la vista?

– Piano, signorina, – rispose il Falci, alzando un’altra volta la mano. – Non sono, come il Signor Iddio, onnipossente. Ho esaminato una volta sola gli occhi del signor marchese, e m’è parso di dovere escludere assolutamente che si tratti di glaucoma. Ecco: questo, che può essere un dubbio, che può essere una speranza, mi pare che dovrebbe bastarle, se veramente, com’io credo, le sta a cuore il bene del suo fidanzato.

– E se il dubbio, – s’affrettò a replicare Lydia, cor aria di sfida, – dopo la sua visita non potesse piú sussistere se la speranza restasse delusa? Non avrà lei inutilmente crudelmente, ora, turbata un’anima che si è già rassegnata

– No, signorina – rispose con dura e seria calma il Falci. – Tanto vero, ch’io ho stimato mio dovere, di medico, venire senza invito. Perché qua, lo sappia, io credo di trovarmi non solo di fronte a un caso di malattia, ma anche di fronte a un caso di coscienza, piú grave.

– Lei sospetta... – si provò a interromperlo Lydia; ma il Falci non le diede tempo di proseguire.

– Lei stessa, – seguitò – ha detto or ora di aver taciuto al marchese la mia venuta, con una scusa ch’io non posso accettare, non perché m’offenda, ma perché la fiducia o la sfiducia verso me non doveva esser sua, se mai, ma del marchese. Guardi, signorina: sarà anche puntiglio da parte mia, non nego; le dico anzi che io non prenderò nulla dal marchese, se egli verrà nella mia clinica, dove avrà tutte le cure e l’ajuto che la scienza può prestargli, disinteressatamente. Dopo questa dichiarazione, sarà troppo chiederle che ella annunzii al signor marchese la mia visita?

Lydia si levò in piedi.

– Aspetti, – disse allora il Falci, levandosi anche lui e riprendendo la sua aria consueta. – La avverto ch’io non dirò affatto al marchese d’essere venuto quella volta. Dirò anzi, se vuole, che lei, premurosamente, mi ha fatto chiamare, prima delle nozze.

Lydia lo guardò fieramente negli occhi.

– Lei dirà la verità. Anzi, la dirò io.

– Di non aver creduto in me?

– Precisamente.

Il Falci si strinse nelle spalle, sorrise.

– Potrebbe nuocerle. E io non vorrei. Se lei anzi volesse rimandar la visita a dopo le nozze, guardi, io sarei anche disposto a ritornare.

– No, – fece, piú col gesto che con la voce, Lydia soffocata dall’orgasmo, avvampata in volto dall’onta che quell’apparente generosità del medico le cagionava; e con la mano gli fe’ cenno di passare.

Silvio Borghi attendeva impaziente nella sua camera.

– Ecco qua il dottor Falci, Silvio – disse Lydia entrando convulsa. – Abbiamo chiarito di là un equivoco. Tu ricordi che il dottore, nella sua prima visita, disse che voleva ritornare, è vero?

– Sí, – rispose il Borghi. – Ricordo benissimo, dottore!

– Non sai ancora, – riprese Lydia, – ch’egli difatti ritornò, la stessa mattina che avvenne la disgrazia di tua madre. E parlò con me e mi disse di ritenere che il tuo male non fosse propriamente quello che tanti altri medici avevano dichiarato; e non improbabile perciò, secondo lui la tua guarigione. Io non te ne dissi nulla.

– Perché la signorina, badi, – s’affrettò a soggiungere il dottor Falci, – trattandosi d’un dubbio espresso da me in quel momento, in termini molto vaghi, lo considerò piuttosto come un conforto ch’io volessi apprestare, e non vi diede molto peso.

– Questo è ciò che ho detto io, non quel che pensa lei, – rispose Lydia, pronta e fiera. – Il dottor Falci, Silvio, ha sospettato ciò che, del resto, è vero, ch’io cioè non ti dissi nulla della sua seconda visita; ed è voluto venir lui spontaneamente, prima delle nozze, per prestarti le sue cure, senz’alcun compenso. Ora puoi credere con lui, Silvio, ch’io volessi lasciarti cieco, per farmi sposare da te.

– Che dici, Lydia? – scattò il cieco.

– Ma sí, – riprese ella subito, con uno strano riso. – E può esser vero anche questo, perché, difatti, a questo solo patto io potrei diventare la tua...

– Che dici? – ripeté il Borghi, interrompendola.

– Te ne accorgerai, Silvio, se il dottor Falci riuscirà a ridarti la vista. Io vi lascio.

– Lydia! Lydia! – chiamò il Borghi.

Ma ella era già uscita, tirando l’uscio a sé con violenza.

Andò a buttarsi sul letto, morse rabbiosamente il guanciale e ruppe dapprima in singhiozzi irrefrenabili Ceduta la prima furia del pianto, rimase attonita e come raccapricciata di fronte alla propria coscienza. Le parve che tutto ciò che il medico le aveva detto, con quel suo fare freddo e mordace, da molto tempo lei lo avesse detto a sé stessa, o meglio, che qualcuno in lei lo avesse detto; e lei aveva finto di non udire. Sí, sempre, sempre si era ricordata del dottor Falci, e ogni qual volta l’immagine di lui le si era affacciata alla mente, come il fantasma d’un rimorso, ella l’aveva respinta con una ingiuria: «Ciarlatano!». Perché – come negarlo piú, ormai? – ella voleva, voleva proprio che il suo Silvio rimanesse cieco. La cecità di lui era la condizione imprescindibile del suo amore. Che se egli, domani, avesse riacquistato la vista, bello com’era, giovane, ricco, signore, perché avrebbe sposato lei? Per gratitudine? Per pietà? Ah, non per altro! E dunque, no, no! Seppure egli avesse voluto; lei, no; come avrebbe potuto accettare, lei che lo amava e non lo voleva per altro? lei, che nella sventura di lui vedeva la ragione del suo amore e quasi la scusa, di fronte alla malignità altrui? E si può dunque transigere cosí, inavvertitamente, con la propria coscienza, fino a commettere un delitto? fino a fondar la propria felicità su la sciagura di un altro? Ella, sí, veramente, non aveva allora creduto che colui, quel suo nemico, potesse fare il miracolo di ridar la vista al suo Silvio; non lo credeva neanche adesso; ma perché aveva taciuto? proprio perché non aveva creduto di prestar fiducia a quel medico; o non piuttosto perché il dubbio che il medico aveva espresso e che sarebbe stato per Silvio come una luce di speranza, sarebbe stato invece per lei la morte, la morte del suo amore, se poi si fosse affermato? Per ora ella poteva credere che il suo amore sarebbe bastato a compensar quel cieco della vista perduta; credere che, se pure egli, per un miracolo, avesse ora riacquistato la vista, né questo bene sommo, né tutti i piaceri che avrebbe potuto pagarsi con la sua ricchezza, né l’amore d’alcun’altra donna, avrebbero potuto compensarlo della perdita dell’amore di lei. Ma queste erano ragioni per sé, non per lui. Se ella fosse andata a dirgli: «Silvio, tu devi scegliere fra il bene della vista e il mio amore», «E perché tu vuoi lasciarmi cieco?» avrebbe egli certamente risposto. Ma perché cosí soltanto, cioè a patto della sciagura di lui, era possibile la sua felicità.

Si levò in piedi improvvisamente, come per un subito richiamo. Durava ancora la visita, di là? Che diceva il medico? Che pensava egli? Ebbe la tentazione di andare in punta di piedi a origliare dietro quell’uscio ch’ella stessa aveva chiuso; ma si trattenne. Ecco: dietro l’uscio era rimasta. Lei stessa, con le sue mani, se l’era chiuso, per sempre. Ma poteva forse accettare le velenose profferte di colui? Era arrivato finanche a proporle di rimandare la visita a dopo le nozze. – Se ella avesse accettato... – No! No! Si strinse tutta in sé, dal ribrezzo, dalla nausea. Che mercato infame sarebbe stato! il piú laido degli inganni! E poi? Disprezzo, e non piú amore...

Sentí schiudere l’uscio; ebbe un sussulto; corse istintivamente al corridojo per cui il Falci doveva passare.

– Ho rimediato, signorina, alla sua soverchia franchezza, – diss’egli freddamente. – Io mi sono raffermato nella mia diagnosi. Il marchese verrà domattina nella mia clinica. Vada, vada intanto da lui che la aspetta. A rivederla.

Come annientata, vuota, lo seguí con gli occhi fino all’uscio, in fondo al corridojo; poi udí la voce di Silvio che la chiamava, di là: si sentí tutta rimescolare, ebbe come una vertigine; fu per cadere; si recò le mani al volto, per frenar le lagrime; accorse.

Egli la attendeva, seduto, con le braccia aperte; la strinse, forte, forte a sé, gridando la sua felicità e che per lei soltanto voleva riacquistar la vista, per vedere la sua cara, la sua bella, la sua dolce sposa.

– Piangi? Perché? Ma piango anch’io, vedi? Ah che gioja! Ti vedrò... ti vedrò! Io vedrò!

Era ogni parola per lei una morte; tanto che egli, pur nella gioja, intese che il pianto di lei non era come il suo e prese allora a dirle che certo, oh! ma certo neanche lui in un giorno come quello, avrebbe creduto alle parole del medico, e dunque, via, basta ora! Che andava piú pensando? Era giorno di festa, quello! Via tutte le afflizioni! via tutti i pensieri, tranne uno, questo: che la sua felicità sarebbe stata intera, ormai, perché egli avrebbe veduto la sua sposa. Ora ella avrebbe avuto piú agio, piú tempo di preparare il nido; e doveva esser bello, come un sogno, questo nido, ch’egli avrebbe veduto per prima cosa. Sí, prometteva che sarebbe uscito con gli occhi bendati dalla clinica, e che li avrebbe aperti lí, per la prima volta, lí, nel suo nido.

– Parlami! Parlami! Non lasciar parlare me solo!

– Ti stanchi?

– No... Chiedimi di nuovo: «Ti stanchi?» con questa tua voce. Lasciamela baciare, qui, su le tue labbra, questa tua voce...

– Sí...

– E parla, ora; dimmi come me lo prepari il nido.

– Come?

– Sí, io non t’ho domandato nulla, finora. Ma no, non voglio sapere nulla, neanche adesso. Farai tu. Sarà per me uno stupore, un incanto... Ma io non vedrò nulla, dapprima: te sola!

Ella, risolutamente, soffocò il pianto disperato, s’ilarò tutta in volto, e lí, inginocchiata innanzi a lui, con lui curvo su lei, abbracciato, cominciò a parlargli del suo amore quasi all’orecchio, con quella sua voce piú che mai dolce e malïosa. Ma quand’egli, ebbro, la strinse e minacciò di non lasciarla piú, in quel momento, ella si sciolse, si rizzò, fiera come d’una vittoria di fronte a sé stessa. Ecco: avrebbe potuto, anche ora, legarlo a sé indissolubilmente. Ma no Perché lo amava.

Tutto quel giorno, fino a tarda notte, lo inebriò della sua voce, sicura, perché egli era ancora nel bujo, là, suo nel bujo, in cui già fiammeggiava la speranza, bella come l’immagine ch’egli s’era finto di lei.

La mattina seguente volle accompagnarlo in vettura fino alla clinica e, nel lasciarlo, gli disse che si sarebbe messa subito subito all’opera, come una rondine frettolosa.

– Vedrai!

Attese due giorni, in un’ansia terribile, l’esito dell’operazione. Quando lo seppe felice, attese ancora un po’, nella casa vuota; gliela preparò amorosamente, mandando a dire a lui che, esultante, la voleva lí, anche per un minuto che avesse pazienza ancora per qualche giorno; non accorreva per non agitarlo; il medico non permetteva...

– Sí? – Ebbene, allora sarebbe venuta...

Raccolse le sue robe, e il giorno prima che egli lasciasse la casa di salute, se ne partí ignorata, per rimanere almeno nella memoria di lui una voce, ch’egli forse, uscito ora dal suo bujo, avrebbe cercata su molte labbra, invano.

088  -  Pena di vivere così

I

Silenzio di specchio, odore di cera ai pavimenti, fresca lindura di tendine di mussola alle finestre: da undici anni cosí, la casa della signora Léuca. Ma ora s’è fatta nelle stanze come una strana sordità.

Possibile che la signora Léuca abbia acconsentito che dopo undici anni di separazione il marito torni a convivere con lei?

Fa dispetto che la pendola grande della sala da pranzo faccia udire in questa sordità, cosí distintamente in tutte le stanze, il suo tic e tac lento e staccato, come se il tempo possa seguitare a scorrere ormai placido e uguale come prima.

Nel salottino (che ha l’impiantito sensibilissimo) fu jeri un tintinnare d’oggettini di vetro e d’argento, quasi che le gocciole dei candelabri dorati sulla mensola e i bicchierini della rosoliera sul tavolino da tè avessero brividi di paura e fremiti d’indignazione alla fine della visita dell’avvocato Aricò che la signora Léuca chiama con le amiche «grillo vecchio»; dopo aver perorato e perorato quell’avvocato se ne era andato, badando a ripetere fino all’ultimo:

– Eh, la vita... la vita...

E si stringeva nelle spallucce, socchiudendo i grossi occhi ovati nel visetto olivigno, e stirava penosamente il magro collo per spingere su e su, dall’angustia delle spalle cosí ristrette, la punta del piccolo mento aguzzo.

Credevano tutti quegli oggettini di vetro e d’argento che la signora Léuca, lí, alta e dritta, e cosí fresca, cosí bianca e rosea, con le piccole lenti in cima al naso affilato, di fronte a quel cosino verde e nero che si storceva tutto per licenziarsi ancora una volta ripetendo sulla soglia dell’uscio: – La vita... la vita... – dovesse almeno negar col capo o alzar la mano in segno di protesta. La vita? Eh già, proprio quella, la vita: una vergogna da non potersi nemmeno confessare; una miseria da compatire cosí, stringendo le spalle e socchiudendo gli occhi, o spingendo su su il mento come fosse anche un ben duro e amaro boccone da ingozzare. E che cos’era allora questa che da undici anni lei, la signora Léuca, viveva qua, in questa sua casa monda e schiva, con le discrete visite di tanto in tanto delle sue buone amiche del patronato di beneficenza e del dotto parroco di Sant’Agnese e di quel bravo signor Ildebrando l’organista?

Non era vita questa che si godeva qua nella santa pace inalterabile, qua in tanta lindura d’ordine, in questo silenzio, tra il tic e tac lento e staccato della pendola grande che batte le ore e le mezz’ore con un suono languido e blando entro la cassa di vetro?

II

Alla parrocchia di Sant’Agnese è corsa a dar l’allarme come una colomba spaventata la vecchia signorina Trecke del patronato di beneficenza.

– La signora Léuca, la signora Léuca, col marito...

Lo spavento è divenuto stupore e lo stupore s’è poi liquefatto in un sorriso vano della bianca bocca sdentata davanti al placido assentimento del capo con cui il parroco ha accolto la notizia già nota.

Lunga di gambe, corta di vita e con la schiena ad arco, ancora biondissima a sessantasei anni, la signorina Trecke, mezzo russa, mezzo tedesca, ma piú russa forse che tedesca, convertita dalla buon’anima di suo cognato al cattolicesimo e zelantissima, ha conservato nel viso pallido e flaccido gli azzurrini occhi primaverili dei suoi diciotto anni, come due chiari laghi che tra la desolazione s’ostinino a riflettere i cieli innocenti e ridenti della sua giovinezza. Eppure molti nuvoloni tempestosi son passati da allora a offuscarli tante volte. Ma persiste a fingere di non averne mai saputo nulla la signorina Trecke; e cosí, la sua bontà, che pure è vera, assume spesso apparenze d’ipocrisia. Non vuole che l’amarezza delle tristi esperienze insidii e corroda la saldezza della nuova fede, e preferisce manifestare la sua bontà come affatto ingenua e inesperta, vale a dire come proprio non è. E questo provoca tanta stizza in chi le vuol bene, perché non si capisce come lei non riconosca quanto piú merito avrebbe della sua bontà se la manifestasse come superstite sperimentata e vittoriosa di tutte le tristezze della vita.

Liquefatta in quel sorriso vano, comincia a domandare con una compunta maraviglia se il signor Marco Léuca, marito della signora Léuca, è dunque veramente degno di perdono, cosa che lei non ha mai immaginato perché – saranno forse calunnie, dato che il signor parroco approva la riconciliazione – ma non ha tre figli, tre, tre femminucce, questo signor Léuca, con una... come si dice? sí, con un’altra donna? E allora come... che farà adesso? le abbandonerà per riconciliarsi con la moglie? Ah no? E che allora? Due case? Qua la moglie, e là quell’altra con le tre, sí, come si dice?, figliole naturali?

– Ma no, ma no, – si prova a rassicurarla il parroco con la consueta placidità soffusa di mite aria protettrice.

(Ci sono le catacombe a Sant’Agnese e anche la chiesa sotterranea, cupa e solenne; ma poi la casa parrocchiale è in mezzo a un verde cosí dolce e chiaro e con tanto aperto davanti e tanta aria e tanto sole; e si vede negli occhi limpidi del parroco e si sente nella calda voce di lui il bene che fanno, non pure al corpo, anche all’anima.)

– No, cara signorina Trecke. Niente due case, niente abbandono; e neppure una vera e propria riconciliazione: avremo, se Dio vorrà, un semplice amichevole riavvicinamento, qualche visitina di tanto in tanto, e basterà cosí. Per un po’ di conforto.

– A lui?

– Ma sí, a lui. Un po’ di sollievo alla colpa che pesa il balsamo d’una buona parola al rimorso che punge. Non ha chiesto altro, e la nostra eccellente signora Léuca non avrebbe potuto del resto accordargli altro. Stia tranquilla.

Le posa come fossero cose, le parole, il signor parroco: cose pulite e levigate – là – là – là bei vasetti di porcellana sul tavolino che gli sta davanti, ciascuno con un fiorellino di carta, di quelli con lo stelo di fil di ferro ricoperto di carta velina verde, che fanno un cosí grazioso effetto e costano poco. Ma bisognerebbe consigliare a quel bravo signor Ildebrando, l’organista che fa anche da segretario al signor parroco, di non approvarle tanto con quei melliflui sorrisi e quelle mossettine del capo. Se ne sente finir lo stomaco quella brava signorina Trecke.

Il signor Ildebrando non ha saputo mai perdonare ai suoi genitori, morti da tanto tempo, d’avergli imposto un nome cosí sonoro e compromettente, il piú improprio di tutti i nomi che avrebbero potuto imporgli, non solo al suo corpicciuolo gracile, fievole, ma anche alla sua indole, al suo animo. Non ha mai potuto soffrire il signor Ildebrando quegli omacci sanguigni e prepotenti che han bisogno di far fracasso, gettar certe occhiatacce, prender certe pose con le mani sul petto: ci sono io, ci sono io; non ha mai voluto esserci per nulla, lui; ha cercato sempre di restare in ombra, tepido appena appena, insipido e scolorito. Gli pare che la signorina Trecke, cosí scolorita anche lei, dovrebbe far come lui, e invece, ecco che vuol mettersi in mezzo, immischiarsi in ciò che non la riguarda; ecco che, a proposito di quel signor Marco Léuca, domanda al signor parroco:

– E allora, potrei anche invitarlo a cena a casa mia?

Il parroco casca dalle nuvole:

– Ma no! Che c’entra lei, signorina Trecke?

E questa stiracchiando il vano sorriso della bocca bianca:

– Eh, se se ne deve aver pietà... Mia nipote dice di conoscerlo.

Il parroco la guarda severamente:

– Lei farebbe bene, cara signorina, a sorvegliare un po’ la sua nipote.

– Io? E come potrei, signor parroco? Non capisco proprio nulla io; e gliene sto dando ora stesso la prova. Proprio nulla, proprio nulla...

E cosí dicendo, apre le braccia e s’inchina per andar via, ancora con quel sorriso sulle labbra e gli occhi infantili velati di pena per quest’incorreggibile ignoranza che sempre, Dio mio, la affliggerà.

III

Tre giorni dopo, il signor Marco Léuca, accompagnato dall’avvocatino Aricò, fece la sua prima visita alla moglie.

Tutto arruffato, arrozzito, malandato, irto di commozione, fu, tra quella specchiante lindura di casa, per quei mobiletti gracili, nitidi del salottino, gelosi della loro castità, uno sbalordimento d’angosciosa trepidazione.

Cinque minuti senza poter parlare, ad arrangolare come una bestia ferita, con un tremore spaventoso di tutto il corpo. E che terrore poi, che balzo, che scompiglio, quando, non potendo parlare, quasi afferrato e costretto dalla disperazione, si buttò a terra sui ginocchi davanti alla moglie, su quell’impiantito sensibilissimo. La signora Léuca, che stentava ancora a riconoscerlo, cosí cangiato, cosí arrozzito e invecchiato dopo undici anni, avrebbe voluto accostarsi per sollevarlo da terra, ma non riusciva a vincere il ribrezzo e lo spavento, e si tirava indietro, invece, per non vederselo cosí davanti in ginocchio, e gemeva:

– Ma no... Dio, no!

Le toccò ripeterla piú volte quest’esclamazione e fu quasi tentata di scapparsene di là a un certo punto, quando parve che lui e l’Aricò si volessero azzuffare. L’Aricò l’aveva investito irritatissimo gridandogli di non far scenate, d’alzarsi e star tranquillo e composto; e lui l’aveva respinto con una furiosa bracciata per mostrarsi a lei in tutta la sua disperazione e abiezione; voleva alzare la faccia disfatta da terra a guardarla, e non poteva; e restava lí, Dio, restava lí, certo con la vergogna, ora, del suo atto teatrale mancato, che pur avrebbe voluto sostenere fino all’ultimo perché vi era stato trascinato dalla foga d’un sentimento sincero, dalla speranza forse che lei se ne sarebbe lasciata commuovere, intenerire fino a posargli la mano sui capelli in atto di perdono, non per carezza.

Dio mio, ma poteva far questo la signora Léuca? Avrebbe dovuto capirlo, che non poteva. Commiserazione, sí, compatimento può aver per lui, carità, come per tutti quei disgraziati che al pari di lui sentono la vita come una fame che insudicia e non si sazia mai.

– La vita!

Cosí, ecco, come lui l’ha scritta in faccia, con una violenza che comincia a rilassarsi sguajatamente Che brutto segno, quel labbro inferiore che gli pende bestialmente e quelle borse nere intorno agli occhi torbidi e addogliati Ma verrà qui ora, di tanto in tanto – ecco, sí, come dice l’avvocato– per respirare un po’ di pace, per ristoro dello spirito, ora che i capelli si son fatti grigi – lei li ha già tutti bianchi – e risentire la dolcezza della casa, benché...

– Benché?

– La dolcezza della casa, lei dice, avvocato?

La signora Léuca sa bene che non ha piú nessuna dolcezza la sua casa; solo una gran quiete. Ma quella quiete poi... No, non dice che le pesi; dice anzi che n’è contenta la signora Léuca: legge, lavora per sé e per i poveri, va in questua con le amiche del patronato di beneficenza, va in chiesa, esce anche spesso per compere o per andare dalla sarta (ché ancora le piace vestir bene), va quando deve dall’avvocato Aricò che ha cura dei suoi affari, e insomma non sta in ozio un momento. È contenta cosí, certo, poiché Dio non volle che fosse contenta altrimenti, che la sua vita cioè avesse altri piú intimi affetti. Ma c’è pur questo silenzio che a volte, tra un punto e l’altro della maglietta di lana per una bimba povera del quartiere, o tra un rigo e l’altro del libro che sta leggendo, pare sprofondi tutt’a un tratto nel tempo senza fine e vi renda vani, o piuttosto, sconsolati ogni pensiero, ogni opera. Gli occhi si fissano su un oggetto della stanza e, per quanto lí da tempo e familiare, quell’oggetto è come se non l’abbiano mai veduto, o come se tutt’a un tratto si sia votato d’ogni senso. E sorge un rimpianto: no, di nulla piú ormai, ma di quello che non ha avuto, che non ha potuto avere; e una certa pena anche, non pena piú veramente, un certo senso di disgusto che si fa quasi stizza dentro, per l’inganno che il suo stesso cuore un tempo le fece, di potere esser lieta, anzi felice, sposando un uomo che... – un uomo, insomma. Non sa piú nemmeno disprezzarlo, ormai, la signora Léuca.

– La vita..

Pare che debba esser cosí. Questo, ecco, il disgusto. Non come il suo cuore, da giovinetta, la sognò; ma questa miseria che (forse è peccato dirlo) ad accostarsi, pare debba proprio insudiciare; da compiangere fors’anche, certo anzi da compiangere, perché ogni piacere è poi pagato a prezzo di lagrime e di sangue. Ma non è facile.

Per rispondere al signor parroco che le ha domandato: «Ma chi le ha detto, in nome di Dio, che la carità debba esser facile?» lei s’è lasciata persuadere a ricevere il marito di tanto in tanto, per una breve visita, ora che il disprezzo di prima s’è cangiato in questa commiserazione, che non è propriamente per lui soltanto, ma per tutti quei disgraziati che sentono la vita come lui.

Ha riconosciuto la signora Léuca che molte delle opere di carità a cui attende sono anche un modo per lei di passare il tempo; fa, è vero, piú di quanto potrebbe; si stanca a salire e scendere tante scale e vince spesso con la volontà la stanchezza degli occhi e delle mani nel lavorare per i poveri fino a tarda notte; dà poi in beneficenza gran parte delle sue rendite, privandosi di cose che per lei non sarebbero al tutto superflue; ma un vero e proprio sacrifizio non può dire che l’abbia mai fatto, come sarebbe vincere quel disgusto, quel certo orrore che nasce dalla propria carne al pensiero d’un contatto insoffribile, o rischiar di rompere quell’armonia di vita raccolta in tanta lindura d’ordine. Ha paura che non potrà mai farlo. Nascono pure in lei gli stessi sentimenti che in tutti gli altri; ma mentre gli altri vi s’abbandonano cecamente, lei, appena sorti, li avverte e, se buoni, li accompagna come s’accompagna un bambino per mano. Ha troppo attento lo spirito; ha troppo vissuto in silenzio. La vita le si è quasi diradata fino al punto che le relazioni tra lei e le cose piú consuete non hanno piú talvolta nessuna certezza, e le avviene allora di scoprire di quelle cose tutt’a un tratto aspetti nuovi e strani che la turbano, come se d’improvviso e per un attimo lei penetrasse in un’altra insospettata realtà che le cose abbiano per sé, nascosta, oltre quella che comunemente si dà loro. Teme d’impazzire, a fissarcisi. Ma distrarsene è difficile, con quel sospetto che le persiste come agguattato sotto il consueto aspetto delle cose. Che gli altri credano placidissima la sua vita e abbiano di lei il concetto che sia la serenità in persona, dovrebbe perciò irritarla, almeno in segreto. Invece no. Se ne compiace, perché anche lei vuol crederlo, sicura di non aver mai dato campo a desiderii, di cui, appena balenati, non abbia respinto tante volte l’immagine. Perché veramente lei ha il disgusto della vita che insudicia. Vi sta in mezzo, la cerca per portarvi la sua opera di carità. Ma non potrebbe, se non sentisse che il suo spirito ne resta immune. Il solo sacrificio che lei può fare, è questo: vincere quest’orrore. È poco. Perché anche in questo, ciò che lei fa per gli altri è assai meno di ciò che ha fatto per sé quando, tante volte, ha dovuto vincere l’orrore del suo stesso corpo, della sua stessa carne, per tutto ciò che nell’intimità si passa, anche senza volerlo, e che nessuno vuol confessare nemmeno a sé stesso.

IV

Con l’aria consueta di svagata innocenza, la signorina Trecke è venuta intanto a prendere informazioni, portando con sé la nipote. Ha trovato altre amiche in visita: la signora Marzorati con la figliuola, la signora Mielli, alle quali la signora Léuca, spinta a parlare, cerca di dire il meno che può su quella prima visita del marito.

La signorina Trecke esclama:

– Ah senti! È dunque venuto?

La nipote ha subito uno scatto di fastidio:

– Perché fingi di non saperlo, se lo sai?

La signorina Trecke la guarda e si liquefà nel suo sorriso vano:

– Lo sapevo? Ah sí, lo sapevo... Ma che doveva venire, non che fosse venuto.

La nipote si scrolla e le volta le spalle per mettersi a parlare con la signorina Marzorati; il che cagiona subito una viva apprensione alla mamma, signora Marzorati, che non ha affatto piacere che la nipote della signorina Trecke parli con la sua figliuola.

È davvero uno scandalo quella nipote della signorina Trecke. Basta vedere come va vestita. E si dicono di lei certe cose!

Solo la signora Léuca, tra le tante amiche, comprende che se quella ragazza è cosí, la colpa non è tutta sua, ma dipende anche da ciò che quotidianamente avviene tra lei e la zia.

S’è impegnata, tra loro due, come una gara molto pericolosa. La zia s’ostina a mostrare di non comprendere il male che la nipote fa; e questa allora lo fa per costringerla a comprenderlo e a smettere quella fintaggine insopportabile. E chi sa dove arriverà!

Ma Dio mio, come deve regolarsi la signorina Trecke, se si dà sempre il caso che, dove lei suppone che ci possa esser male, là – nossignori – male non c’è; e viceversa poi par che ci sia, e grave, dove lei proprio non riesce a capire che ci possa essere?

Sarà una sventura, ma è cosí.

Ecco, per esempio: ha creduto che dovesse portare chi sa quale sconvolgimento nell’animo della signora Léuca quella «terribile» visita del marito, la vista di lui dopo undici anni di separazione, e invece niente; placida e fresca, la signora Léuca ne discorre con le amiche, come se non fosse avvenuto nulla.

– Ma se non è proprio avvenuto nulla, – sorride la signora Léuca. – È stato qui un quarto d’ora, con l’avvocato.

– Ah, meno male, con l’avvocato! Ho avuta tanta, oh tanta paura io, che venisse solo.

– Ma no, perché?

– Mia nipote m’ha detto che è tanto violento. Insegna appunto nella scuola, Nella, dove lui porta ogni mattina la maggiore delle sue... Dio mio, sí, non saranno legittime, ma credo, non so, che si debbano chiamar figliuole, no? benché non ne portino il nome. Eh, Nella, come hai detto che si chiamano?

La nipote, brusca:

– Smacca.

– Sarà il cognome della madre, – osserva la signora Mielli, che pare arrivi ogni volta da molto lontano alle poche parole che le avviene di dire.

– Già, forse, – riprende la signorina Trecke. – Si figurino che una mattina a questa figliuola, in presenza di mia nipote, diede un... come si dice? ceffone, già, ceffone... ma cosí forte che la mandò in terra, poverina, e dice che con l’unghia, nel darglielo, la ferí alla guancia; per quanto poi, vedendo che s’era fatta male, dice che s’è messo a piangere. Oh! avrà, avrà pianto anche qua, suppongo.

La signora Léuca, poiché anche le due altre amiche si voltano a guardarla per sapere se il marito abbia pianto davvero durante la visita, è costretta a dir di sí. E subito allora la nipote della signorina Trecke torna a voltarsi, come se, pur discorrendo fervidamente con la signorina Marzorati, sia stata sempre a orecchi tesi verso il crocchio delle signore, e di scatto, rivolgendosi alla zia:

– Niente di male, sai! niente di male, per la signora Léuca, in questo pianto del marito. Te n’avverto, perché tu non finga di commuovertene.

Detto questo, riprende il suo discorso con la signorina Marzorati.

La signora Léuca non può non notare che in quelle parole, nel tono con cui sono state proferite, è contenuta una sprezzante provocazione a lei, per uno scopo che non riesce a indovinare, se non è solo quello d’offendere con la derisione il suo modo di comportarsi. Non dice nulla. Guarda le due amiche, che si son guardate tra loro facendo un viso lungo lungo di gelata maraviglia, e con pena sorride come per indurre a compatire, per riguardo a quella povera signorina Trecke, la quale, al solito, non ha capito nulla ed è rimasta, allo scatto della nipote, liquefatta in quel sorriso vano della sua bocca sdentata.

– Ora non si vede tanto, – confida in quel mentre Nella Trecke in un orecchio alla signorina Marzorati, – ma le assicuro che dev’essere stato al suo tempo un gran tipo chic il marito della signora Léuca.

La signora Marzorati dà a vedere di sentirsi piú che mai sulle spine vedendo la figliuola interessarsi tanto a ciò che le dice quella diavola là. E la signora Léuca torna a sorridere con pena per quell’ambascia di madre.

È una ragazzona rubiconda con gli occhiali, la figlia della signora Marzorati, soffocata da un gran seno, ma gonfio soltanto d’una certa allarmata ingenuità infantile che, di tratto in tratto investita, a sbuffi, da strani pensieri segreti o subitanee impressioni, le avvampa il viso, le riempie gli occhi di lagrime improvvise, perché teme di non esser piú creduta quella fanciullona che è. Ma forse dubita anche lei stessa, dentro di sé, d’esser qualche volta cattiva, perché resta in forse lei stessa della sua sincerità, per via di quei lampi pazzeschi che nella sua bambinaggine la fanno intravedere diversa da quella che lei si crede e che tutti la credono.

Dio, come appar chiaro tutto questo alla signora Léuca! Ed è una sofferenza, non è mica una soddisfazione per lei, che i suoi occhi vedano cosí chiaro, cosí a dentro, tutto, con la piú precisa coscienza di non ingannarsi. E là, quella signora Mielli, con quell’aria di non saper mai quello che facesse o dicesse tutto lontano da sé, senza E poi accorgersi di nulla, quasi per poter dire a un bisogno, se colta in fallo: «Ah sí? Oh guarda! Io? ho fatto questo? ho detto questo?».

Quando, alla fine, le cinque amiche se ne vanno, si sente cosí stanca e triste, la signora Léuca. Guarda le sedie del salottino, smosse, dov’esse poc’anzi stavano sedute. Quelle sedie vuote, fuori di posto, pare domandino sperdute il perché di quel loro disordine; che cosa quelle signore siano venute a fare; se avevan proprio bisogno di quella visita. Mah! Pare di sí, che ci sia questo bisogno di sapere che cosa dà agli altri o come è per gli altri la vita, e che se ne pensi e che se ne dica. Bisogno di viver fuori, in questa curiosità della vita degli altri, e per riempire il vuoto della nostra, distrarci dai fastidi, dagli affanni che ci dà. E cosí passare il tempo. È accaduta una disgrazia? un caso strano? Com’è? Come si spiega? Si corre a vedere, a sentire. Ah, è cosí? Ma no, che! Cosí non può essere. E allora come? Quando poi non avviene nulla, la noja, il peso delle solite occupazioni. E l’angoscia di vedere, come ora la signora Léuca la vede, lentamente morire ai vetri la luce del giorno.

V

S’era stabilito col parroco e l’avvocato che il signor Marco Léuca non sarebbe venuto mai solo in casa della moglie, e che le visite – brevi – non dovessero essere piú di due al mese. Invece, a pochi giorni di distanza dalla prima, eccolo un’altra volta, e solo; con l’aria d’un cane che preveda d’esser male accolto e, aspettandosi un calcio, sogguardi pietosamente.

La signora Léuca riesce a dissimulare il turbamento per la contrarietà che ne prova, e lo fa entrare e sedere nella saletta da pranzo.

Appena seduto, lui si copre con le grosse mani la faccia e si mette a piangere; ma senza nessuna teatralità, questa volta.

La signora Léuca lo guarda e comprende che quel pianto, per finire, aspetta che lei dica una parola di pietosa esortazione.

E poi?

No no. Che sia ritornato, cosí presto e solo, e che le non si sia rifiutata di riceverlo, è già troppo. Incoraggiarlo con qualche buona parola sarebbe come accettar senz’altro che i patti possano d’ora in poi non esser piú rispettati e abilitarlo a venire anche ogni giorno e a chieder subito chi sa che cos’altro.

No no. Bisogna che lo trovi lui da sé, smettendo di piangere, il coraggio di dire perché è ritornato. La ragione Una ragione di fatto, se l’ha.

Dio mio! Dio mio! Dopo due ore di supplizio, la signora Léuca resta come intronata, convulsa in tutte le fibre de corpo.

Le ha detto d’esser venuto perché voleva confessarsi E invano lei gli ha ripetuto piú volte ch’era inutile, per ché sapeva, sapeva tutto dall’avvocato Aricò. Ha voluto farle la confessione.

Turpitudini. Bagnate di certe lagrime, tanto piú schifose, quanto piú sincere. E a ognuna, guardandola con occhi atroci, soggiungeva:

– Ma questo non lo sai!

E trovava il coraggio di mettergliele davanti, là, con la piú brutale impudenza, convinto che lei, quasi riparata dall’orrore che ne provava, non poteva esserne toccata; e perché, nel mettergliele così davanti, godeva, godeva di farsi sempre piú basso, per esser calpestato da lei; raggiunto, in quel fango, dal piede di lei:

– Come Maria... tu... il serpe...

È ancora sbalordita la signora Léuca da certe oscene immagini di vizi insospettati. Dalla stessa offesa che ne ricevevano, i suoi occhi sono stati attratti a fissarle, precise, in tutto il loro schifo, quelle immagini. E ne ha ancora sulle guance le vampe della vergogna. E un altro schifo, un altro schifo nelle dita, ora che lo avverte: lo schifo d’un biglietto da cento lire che, come ubriaca di tutta quella vergogna, gli ha dato all’ultimo, e che lui s’è preso, quasi di nascosto da sé stesso, strappandoglielo presto presto dalla mano che pur cosí, quasi di nascosto glielo porgeva.

Ora si domanda se non era questo il vero scopo della visita di lui.

Forse no.

È stata lei a darglielo, quel danaro, per farlo andar via e levarselo davanti.

Non se ne vorrebbe far coscienza, ma deve pur riconoscere che, almeno esplicitamente, lui non gliel’ha chiesto. Ha detto, sí, per commuoverla, che tutto quel po’ che gli è rimasto del suo patrimonio l’ha vincolato alle tre figliuole e consegnato all’Aricò, che ne rimette gl’interessi a quella donna per i bisogni di casa; e che lui è lasciato senza un soldo in tasca, dall’avarizia di colei, tanto che non ha da pagarsi nemmeno un sigaro, nemmeno una tazza di caffè, quando n’ha voglia, da prendere in piedi in un bar. E le si è intenerito davanti fino alle lagrime, parlando di queste privazioni; ma non le ha chiesto nulla: né avrebbe potuto, dopo quella confessione che voleva parer fatta con l’intento di scusare, se non in tutto, almeno in parte, la sua abiezione, rovesciandola addosso a quella donna e accusando sé soltanto per la debolezza della propria natura cosí purtroppo inchinevole a cedere a tutte le tentazioni dei sensi; non avrebbe potuto, dopo averla pregata a mani giunte, supplicata di voler sorreggere, anche con la sua vista soltanto, quella sua debolezza.

Ora, avergli dato cosí, quasi di nascosto, quel danaro, e aver cosí tentato quella debolezza che aveva chiesto al contrario d’esser sorretta, per levarsene davanti subito lo spettacolo nauseante, è stata veramente una cattiva azione. La signora Léuca lo sente. E l’avvilimento che ne prova diventa piú forte, quanto piú considera che forse lui non ne ha provato altrettanto nel prendersi quel danaro.

Nel voltarsi verso una delle finestre, vede il sole steso là sul verde vivo di quei vasti terreni da vendere che si scorgono dalla saletta da pranzo, con quella fila di cipressi in mezzo e qualche pino, superstiti di un’antica villa patrizia scomparsa. E quest’azzurro di bella giornata che ride limpido e puro e dà tanta luce a tutta la casa silenziosa.

– Dio mio! Dio mio! – torna a gemere la signora Léuca, coprendosi il volto con le mani. – Il male che si fa... il male che si riceve...

E cosí con le mani sul volto, rivede a questa considerazione l’immagine d’un vecchio candido pastore inglese incontrato ad Ari, in Abruzzo, quell’estate che vi andò a villeggiare, in quell’antica pensione inglese che pareva un castello in cima al colle. Quanto verde! Quanto sole! E quella frotta di ragazzette che le si faceva attorno, ogni qual volta dal fondo di quella viuzza si fermava ad ammirare le ampie vallate.

– Marzietta di Lama...

Ecco, sí, Marzietta. Si chiamava Marzietta, una di queste ragazze. Che occhi! Foravano. E che risatine sotto il braccio levato per farle vedere quello sgraffietto sul naso

Ah, potere esser madre! Neanche questo. Neanche? Ma sarebbe stato tutto per lei, se avesse potuto essere madre

Si guarda le mani; vi scorge l’anello nuziale, ha la tentazione di strapparselo dal dito e buttarlo fuori dalla finestra.

L’ha tenuto lí per segno del suo stato.

Ora vede in esso l’obbrobrio dell’uomo che gliel’ha dato tutti gli obbrobrii che or ora lui le ha confessati, e si torce in grembo le mani.

Eppure, forse se la carne anche in lei fosse diventata padrona, attirata trascinata cecamente da una curiosità perversa e perfidamente istigata verso certi abissi di perdizione ora intravisti, chi sa se non vi sarebbe precipitata anche lei.

La signora Léuca si guarda attorno. I mobili della saletta da pranzo, cosí tersa, si sono come allontanati nell’attesa che lei risenta in essi la vita monda e schiva di prima; cosí allontanati in quell’attesa, che lei quasi non li vede piú, ora che la sua vita di prima è insidiata, sconvolta, offesa dalla torbida violenza di quel corpo d’uomo entrato lí a cimentar la consistenza di quanto lei finora aveva creduto d’edificare con tanto ordine e tanta lindura in sé e attorno a sé. La sua coscienza, la sua casa.

S’è lasciata mettere a questo cimento. Ma chi l’ha consigliata e indotta, fin dove vuole che arrivi la carità di lei scendendo a contatto di tanta nascosta vergogna? Vergogna di tutti, e piú forse di quanti mostrano d’essere immuni perché meglio degli altri riescono a tenerla nascosta anche a sé stessi, che d’un che se la porti scritta in faccia, come quel povero mostro là.

Dev’essere come un castigo per lei? Ma castigo di che. Credono che se lui s’allontanò da casa, undici anni addietro, fino a cadere in tanta abiezione, sia stato per colpa di lei che non seppe trattenerlo a sé?

Non è vero. Non gli negò mai quanto, come marito, poteva pretendere che non gli mancasse da lei. E questo, non solo per dovere, non solo per non dargli un facile pretesto d’allontanarsi. No. Anche a costo d’una pena che piú d’ogni altra ha afflitto l’anima di lei, nell’obbligo crudele che si è sempre fatto della sincerità piú difficile: quella che offende e ferisce l’amor proprio; lei oggi ancora si confessa che no, no, il suo corpo non cedeva allora soltanto per quel dovere, ma si concedeva anche per sé, anche sapendo bene che non poteva valer per esso la scusa di quel dovere di fronte alla sua coscienza che, subito dopo, si risvegliava disgustata, perché già da un pezzo, non pur l’amore, ma ogni stima le era caduta per quell’uomo

Non lo allontanò lei; volle allontanarsi lui, quando ciò che lei poteva concedergli non gli bastò piú.

Ora, a chi le ha consigliato quella carità per commiserazione della bestialità sofferente e mortificata, per la bestialità che s’è lasciata trascinare cieca fino alle ultime abiezioni, non ha forse il diritto lei di domandare, indignata, se non sia troppo facile codesta commiserazione che le han presentato come una prova difficile per il suo spirito di carità; e se al contrario un’altra commiserazione non sia assai piú difficile: quella per chi riesca a liberarsi da ogni bestialità, nella vita che è pur questa, piena di miserie e brutture che offendono, quando, come si fa, non ci si voglia dar l’aria d’ignorarle, di non averle sperimentate in noi stessi.

La signora Léuca, che ha saputo affermare e sostenere in sé, nel suo corpo, e contro il suo corpo stesso, questa liberazione, vuole allora, in nome della vita e di tutte le miserie ch’essa comporta, aver l’orgoglio d’essere anche lei, ma ben altrimenti, commiserata; sí sí, commiserata, commiserata; non ammirata. Basta, alla fine, con questa insulsa ammirazione! Non è mica di marmo lei, da non esserle costata nulla, la liberazione.

E per la prima volta le dànno uggia, vera uggia, tedio, avversione, tutto quell’ordine, tutta quella lindura della sua casa.

Scrolla il capo; balza in piedi:

– Ipocrisie!

VI

Se n’è uscito stronfiando, ubriaco di soddisfazione, Marco Léuca, da quella visita alla moglie. E ora gli pare che tra gli alberi e le case, l’aperto del viale se lo faccia lui, se lo allarghi lui, gonfiando il petto per respirare. Ah, vivaddio! S’è liberato. E stringe, come ad averne la prova, tra le dita della mano affondata nella tasca dei calzoni quel logoro biglietto da cento lire ripiegato in quattro. S’è liberato dalle angustie affliggenti in cui l’avevano attuffato il parroco e l’avvocato, spingendolo su per la scala della redenzione in casa della moglie.

Ecco che ora ne discende liberato. La moglie ha come tirato una barra, con quelle cento lire: lei di qua, e lui di là. Restare di là, restare di là. Di qua non si passa non deve piú passare: che séguiti di là a insudiciarsi quanto gli pare. Ah che rifiato! Che allegria! E che non s’arrischi a presumere di non aver piú bisogno di carità, nobilitandosi.

Cento lire: va’ a bere! ubriàcati!

Guarda attorno con un lustro di pazzia negli occhi ride impudente.

Com’ha rappresentato bene la sua parte! Cento lire, in compenso. Quasi una lira per lagrima. E che gusto a veder la impallidire a certe descrizioni, con gli occhi intorbidati poverina, e pur fissi fino allo spasimo, dietro quelle lenti in cima al naso. Eh perché, sí, faranno schifo, ma quando certe cose che nessuno vede, c’è chi trova il modo di farle vedere, è inutile, attirano la curiosità e, anche se non fanno gola, si vogliono sapere, e c’è anche il caso che il ribrezzo stesso, messo lí al cimento, restringendosi, asciugandosi come carne al fuoco, chieda che tu lo lardelli con certi allarmanti perché che ti domanda, per sapere piú precisamente, ma cosí, da lontano, senza toccare. Mani caste poverine, che raggricciamenti! Ma no, via, toccate, toccate, arrischiate una toccatina a sentire che non fa male; e poi ci starete, che vi piacerà.

Sghignazza, e c’è piú d’uno che si volta a sbirciarlo. Quelle ragazzotte là, alla fontana di Sant’Agnese. Carine. Fosse lecito tastarle, con la scusa d’un sorso d’acqua. Ma no! Lui vuol bere vino, e come un signore, in una bottiglieria di lusso. E poi con quelle non c’è gusto. Il gusto è con le altre, con quelle dalle groppe da cavalle e certi abissi dove il piacere t’afferra tutto, da non potertene piú distaccare.

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Qui s’arresta la rielaborazione che l’A. aveva iniziato nell’autunno del ’36 e che l’avrebbe condotto a dare nuovi sviluppi a questa sua opera prediletta. V’è, infatti, nelle sue carte una traccia in cui egli s’era appuntato la materia di tre nuovi capitoletti; traccia che qui riportiamo per il lettore:

(L’uscita, dopo la visita e la confessione, con le cento lire da spendere in bagordi.

Il degradamento, il vino, le donne, il corpo delle donne: le reni, da cavalla.

Non era piú buono.

Quella.

Gli è scappata una volta, e poi ritornata; dubbi sull’ultima figlia.

La mediocrità di Sandrina e Lauretta. Elodina, l’orfana del musicista: lo stelo delicato = il fiore raro.

Nella Trecke in casa, la seduzione sotto gli occhi.)

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Dice che le bambine, piangano o non piangano, bisogna pettinarle cosí. Se no, con la polvere e la porcheria che si attacca alla testa...

– Che fanno?

– Che fanno? Li fanno!

E allora sarebbero altri pianti, ogni mattina, per liberarle, a forza di pettine. Se basta! Tante volte bisogna ricorrere al rasojo. E belline, allora, tutt’e tre col testoncino raso.

Là, là. Le trecce.

Ma almeno, santo Dio, non le facesse cosí fitte, dure, tirate!

Da tanto che sono tirate, s’attorcono dietro la nuca alle tre povere piccine come due codini di majale, congiunti per le punte da una cordellina.

Cosí unti d’olio poi, con quella scriminatura spaccata a filo fin sotto la nuca, i capelli (la grande, Sandrina, n’ha tanti!) – sissignori – pajon pochini pochini. Due codini di majale, addirittura.

Ora egli si volta a guardarglieli dietro le spalle, a Sandrina, quei poveri capellucci cosí strizzati, mentre se la porta per mano lungo i viali di Villa Borghese, e ha la tentazione di fermarsi a disfarglieli.

Attraversa la villa per far piú presto. Non ha voluto prendere il tram per aver tempo di prevenire la figliuola e di farle le raccomandazioni opportune sulla visita che ora farà. Il cammino però è lungo: da via Flaminia, dove egli abita, fin presso a Sant’Agnese; e teme che, a farlo tutto a piedi, la piccina non abbia a stancarsi troppo.

Ma non sono soltanto i capellucci, povera Sandrina! Quel vestitino, quel cappello, le mutandine che le si scoprono dalla sottanella... E come se sapesse di non aver nessuna grazia, conciata a quel modo, va come una vecchina.

Ma da qualche tempo, se egli si ribella, perché vorrebbe veder messe con un po’ di garbo le figliuole, e per esempio accenna di voler disfare quelle treccioline, la minaccia è:

– Bada che te le bacio!

Perché è venuto fuori a colei, da alcuni mesi, qua al labbro di sotto, come un ovolino duro duro, un nodo che s’è a poco a poco ingrossato e fatto livido, quasi nero.

Non sarà niente. Non può esser niente, perché, a premerlo, neanche le fa male. Le hanno consigliato di farselo vedere da un medico; ma lei dice che non se ne vuol curare. Di ben altro, purtroppo, avrebbe da curarsi: d’una certa stanchezza per tutta la persona, e di quel mal di capo che non la lascia mai, e anche d’una febbretta che le viene la sera. Ma lo sa bene da che provengono tutti questi malanni. È la vitaccia che è costretta a fare.

A ogni modo, per scrupolo, non bacia piú le bambine. Bacia lui, la notte, apposta, ridendo di rabbia e tenendogli acciuffata la testa con tutt’e due le mani perché non si muova e lei glieli possa mettere lí su la bocca, quei baci, tutti quelli che vuole, lí, lí; ché se è vero che il male è quello che le vicine di casa le han lasciato intravedere, glielo vuole attaccare: lí, allo stesso posto. (Scherza. Da malvagia, sí, ma scherza. Perché poi non ci crede.)

Non ci crede neanche lui, o, piuttosto, non vorrebbe crederci, perché non gli pare possibile che la morte si presenti cosí, in forma di quell’ovolino sul labbro, che non prude né fa male, come se non ci fosse. Non ci vuol credere anche, perché sarebbe una fortuna troppo grande. Ride anche lui perciò, di rabbia fredda, nel prendersi quei baci, che vorrebbero esser morsi velenosi. Ma l’altro giorno s’è fermato allo specchio d’uno sporto di bottega per guardarsi a lungo le labbra, passandovi sopra un dito, lentamente, stirando, per accertarsi che non vi avvertiva nessuna screpolatura. E non le bacia piú da alcuni giorni neanche lui, le bambine. Al piú, sui capelli, qualche volta, la piú piccola, che non si può fare proprio a meno di baciarla, per certe cosette carine che fa o che dice.

Le altre due Sandrina qua, e la mezzana, Lauretta, sono sempre un po’ come intontite; come in attesa sempre di un nuovo spavento. Se ne son presi tanti, di spaventi, assistendo alle liti furibonde che avvengono in casa quasi ogni giorno, sotto i loro occhi; e peggio anche, quando il padre e la madre si chiudono in camera, e di là vengono urli, pianti, rumori di schiaffi, di busse, di calci, d’inseguimenti, tonfi, fracasso d’oggetti lanciati e andati in frantumi.

Anche jeri sera, una lite.

E difatti egli tiene un fazzoletto avvolto attorno alla mano destra per nascondere un lungo sgraffio; se pure non è stato un morso. E un altro sgraffio piú lungo ha sul collo.

– Sei stanca, Sandrina?

– No, papà.

– Non vorresti sedere là su quel sedile? Un tantino, per riposarti.

– No, papà.

– E allora, uscendo dalla villa e scendendo per via Veneto, prenderemo il tram. Intanto, senti. Ti porto in una bella casa. Vuoi?

Sandrina alza gli occhi a guardarlo di sotto il cappellino, con un sorriso incerto. Ha già notato che il padre le parla con una voce insolita: ne è contenta, ma non sa che pensarne. Dice piú col capo che con la voce:

– Si.

– Da una signora che... che io conosco, – risponde lui – Ma tu...

E si ferma; non sa come proseguire. Sandrina, senza darla vedere, si fa molto attenta, e aspetta ch’egli seguiti a parlare. Ma poiché egli non dice piú nulla, s’arrischia a domandare:

– E come si chiama?

– È... è una zia, – le risponde lui. – Ma tu a casa bada, non devi dirne nulla, non solo alla mamma, ma neanche a Laura, neanche a Rosina; a nessuno, a nessuno Hai capito?

Si ferma di nuovo a guardarla. Anche Sandrina lo guarda; ma abbassa subito gli occhi.

– Hai capito? – le ripete lui, chino, con voce cattiva seguitando a guardarla.

Sandrina allora s’affretta a dir di sí, piú volte, col capo

– A nessuno.

– A nessuno...

– Sai perché non voglio che tu lo dica? – soggiunge egli, riprendendo a camminare. – Perché la mamma, con questa... con questa zia è in lite. Guaj se viene a sapere che ti ho condotto da lei. Hai visto jeri? Farebbe peggio!

E dopo un’altra pausa: – Hai capito?

– Sí, papà.

– Non dir niente a nessuno! O guaj!

Sandrina, dopo queste raccomandazioni e queste minacce, sogguardando la faccia scura del padre, non prova piú nessun piacere ad andare nella casa bella di quella zia. Comprende che il padre non ci va per fare un piacere a lei ma perché ci vuole andar lui, a rischio d’una lite con la mamma, se questa viene a saperlo; non certamente da lei. Ma se la mamma, al ritorno, le domanderà dove è stata?

Appena le sorge questo pensiero, suggerito dalla paura Sandrina si volta di nuovo verso il padre.

– Papà...

– Che vuoi?

– E come dirò allora alla mamma?

–Il padre le scuote violentemente la mano per cui la conduce, e tutto il braccino con essa.

– Ma nulla! ma nulla, t’ho detto! Non devi dirle nulla!

– No; se mi domanda dove sono stata, – gli fa osservare, piú che mai sbigottita, Sandrina.

Allora egli si pente della violenza e si china subito a carezzare, commosso, la piccina.

– Bella! bella mia! Non avevo capito... Ma sí, te lo dirò io poi, te lo dirò io come devi risponderle, se ti domanda dove sei stata... Su, su, adesso! Fai vedere a papà il tuo bel sorrisino. Su! Un sorrisino bello, come quello del Teatro dei piccoli quando ti ci portai...

La commozione è piú per se stesso, che per la bambina; perché in quel momento si sente buono, lui. E il cuore gli si gonfia d’una tenerissima gioja nel sorprendere un sorriso di compiacimento sulle labbra d’una signora che, trovandosi a passargli accanto, lo vede cosí curvo e premuroso intorno alla figliuola. Un premio maggiore s’aspetta dalla boccuccia di Sandrina; ma questa, sí, gli sorride, o piuttosto si prova a sorridergli, solo per ubbidire; e tutto il suo visino, freddo e dolente, dice al padre di contentarsi cosí di questo piccolo, pallido sorrisino che può fargli. Per quel che vuole da lei, non potrebbe di piú.

Non ha ancora dieci anni Sandrina; ma già pensa che a difendersi deve provvedere da sé, cominciando dal padre, dalla madre e dalle sorelline.

Nel visino bianco, non bello anche perché patito, gli occhi non sono come forse li vorrebbe il nasetto che si drizza in mezzo a loro un po’ ardito: sono serii e fermi. E non sempre è buono lo sguardo, quand’essi si fissano attenti, o quando si volgono obliqui per un istante, quasi di nascosto.

Egli avverte questa segreta ostilità della figlia, e drizzandosi per riprendere il cammino, è pieno d’astio al pensiero che non può aspettarsi nulla di meglio dalle figliuole d’una madre come quella.

Cosí quel giorno la signora Léuca si vede arrivare in casa il marito con quella figliuola.

È ancora afflitto per la sua bontà mal rimeritata, stizzito e turbato dalla scarsa gioja che la figlia gli ha manifestato per quella visita furtiva; ma dentro di sé, tuttavia, non pentito.

Non pentito, perché ha pensato a lungo, lui, che sarebbe un gran bene per quelle tre figliuole, se riuscisse a metterle sotto la protezione della moglie. Se la loro mamma morisse (ma non ci crede); se anche, un giorno o l’altro chi sa! – anche lui dovesse venire a mancare; la moglie, ricca, potrebbe ajutar quelle bambine, lei che ne ajuta tante con la sua beneficenza. Cosí, se ha fatto male a metterle al mondo e poi a rovinarle, almeno potrà dire d’aver fatto qualche cosa per il loro avvenire.

Teme intanto che questo fine interessato appaja chiaro alla moglie, che già ha dimostrato di sospettare che quelle visite di lui possano avere qualche altro scopo, oltre il bisogno d’un conforto morale. E non è ben sicuro ch’ella non abbia a giudicar soverchio l’ardire di portarle in casa la prova, là, delle sue colpe vergognose di marito.

Si presenta perciò un po’ incerto e come sospeso. Vuol parere un mendico alla porta della pietà di lei, anche per quella sua figliuola, mendica. Si rianima subito, notando negli occhi della moglie il gradimento inatteso, il piacere ch’egli anzi sia venuto cosí accompagnato; e allora apre le braccia e senza darlo a vedere tira pian piano un gran sospiro con le labbra atteggiate d’un tremulo sorriso.

La signora Léuca, infatti, accoglie con molta tenerezza quella piccina, la quale guarda con tanto d’occhi, smarrita. E quasi non bada a lui.

– Oh, guarda! Vieni, vieni qua... Come ti chiami? Sandrina?... Brava! Sei la maggiore, è vero? La maggiore, brava... E vai a scuola? Oh, già alla quarta!... E allora, quanti anni hai? Già tanti! Nove e mezzo... Vuoi levarti il cappellino? Ecco, posiamolo qua... Siedi, siedi qua, vicino a me...

Si volge a lui che, rimasto in piedi, guarda ancora in quell’atteggiamento, ma già di nuovo con le lacrime agli occhi, e gli dice:

– Forse non sa chi sono...

Ma Sandrina, con gli occhi bassi, risponde:

– La zia.

– Ah cara, sí, la zia, – conferma subito la signora Léuca, che non s’aspetta la risposta da parte di lei, e si china a baciarle una manina.

Perché sa che è segno di simpatia, se i bambini parlano prima che abbiano preso confidenza con qualcuno.

– La zia! la zia!

È abituata a sentirsi chiamar cosí, «la zia», da parecchie bambine, per suggerimento affettuoso delle mamme, che intendono dimostrarle in tal modo la loro gratitudine. E prova un certo piacere, che egli abbia pensato di suggerir per lei lo stesso appellativo alla figliuola, benché certo per un’altra ragione.

E allora, poiché è la zia, bisogna che la nipotina abbia subito subito la sua merenduccia di cioccolatte e biscottini, e fettine di pane imburrato, e spalmato di marmellata. Qua, qua, seduta a tavola, e col cuscino sotto, cosí, bella alta, come una grande. E ora, questa salviettina al collo qua:

– Va bene cosí?

E gliele imburra lei, le fettine, gliene spalma lei di marmellata.

– E poi un cucchiaino cosí, di questa marmellata, da mettere in bocca solo, senza la fettina, non lo vogliamo? Eh, mi pare di sí!

Sandrina la guarda e sorride, beata, ma come se ancora non credesse bene alla realtà di quanto le accade, di quel che si vede attorno, tanto le par bello e nuovo.

Ora che la vede sorridere, però, la signora Léuca soffre di piú a guardarle quel vestitino addosso cosí sgarbato, quei capellucci cosí tirati... Le debbono anche far male, povera piccina! E come Sandrina finisce di far merenda, se la porta di là, in camera, per scioglierle quelle treccioline e fargliene una sola, grossa e lenta, ma fino a metà, e sfioccato il resto, con un bel nodo di raso dove termina la treccia; e poi le aggiusta i capellucci davanti, facendoglieli scendere un po’ sulla fronte, perché diano piú grazia al visino che s’è tutto colorito per la gioja. E che lustro, che lustro le hanno preso gli occhi!

Pare un’altra, ora, Sandrina. Lei stessa, guardandosi allo specchio, in mezzo alle belle cose che la circondano in quella camera da letto, e che si riflettono quiete e luminose nello stesso specchio, quasi non si riconosce piú.

Non sa capire in prima la signora Léuca perché il padre, quando ella gliela ripresenta cosí bene acconciata, ora, e cosí tutta ravvivata, invece d’ammirarla e di compiacersene, resti quasi dispiaciuto e turbato.

Possibile che nel cuore di lui, alla vista della nuova grazia, che la figliuola ha acquistato, si siano destati all’improvviso gli stessi sentimenti che han turbato lei dianzi nell’acconciare amorosamente quella bambina non sua?

Non vorrebbe la signora Léuca ch’egli credesse, che le cure che s’è prese per la piccina. siano come un modo di significare a lui il rimpianto che quella figlia non abbia potuto esser sua. Curandola, assaporando la gioja di quelle cure, ella non ha voluto dir nulla a lui, proprio nulla non ha neppur pensato ch’egli stesse ad aspettare di là

Ma poco dopo ch’egli se n’è andato, la signora Léuca che s’è recata alla finestra, non per veder lui sulla strada insieme con la figliuola, ma per veder questa col suo be’ fiocco di capelli sulle spallucce; non vedendoli uscire da portone e, dopo aver aspettato un bel po’, andando per curiosità a spiare pian piano dalla porta che cosa sian rimasti a fare tutti e due per le scale, si spiega il perché di quel turbamento di lui e, rinfrancandosi, non può fare a meno dl sorridere.

Lo scorge, seduto a metà della terza rampa, su uno scalino, intento a rintrecciare fitti fitti sulla nuca della figliuola quei due codini di prima. S’è levato dalla mano il fazzoletto che vi teneva avvolto; e la signora Léuca dall’alto scorge allora su quella mano il rosso dello sgrafffio; e l’altro piú tremendo sgraffio gli scorge sulla nuca.

Capisce tutto. Si pente di quel che ha fatto senza pensare che avrebbe cagionato a lui un cosí grave impiccio. Si rammenta all’improvviso delle due cordelline bisunte che tenevan legate le treccine della figliuola e che son rimaste sulla specchiera. Come farà egli adesso a legar quelle treccine, se pure riuscirà a portarle a fine con quelle grosse manone disadatte? E le due cordelline dovranno pure esse quelle, se egli vuol riportare a casa la figliuola tal quale ne è uscita, per non far sapere nulla della visita a lei, a quella donnaccia che lo sgrafffia cosí.

La signora Léuca vede necessario il suo intervento per rimediare al male fatto. Corre a prendere in camera le due cordelline, e scende in fretta, risolutamente, le due rampe di scala, dicendo a lui dall’alto mentre scende:

– Aspetta, aspetta... Lascia fare a me! Scusami, se non ho pensato... Hai ragione... hai ragione...

E, com’egli si alza per cedere il posto, vergognoso di essere stato sorpreso da lei nella miseria di quell’imbarazzo, siede sullo scalino e, presto presto, rifà le treccine alla ragazza. Nel chinarsi a baciarla, si sente prendere furtivamente una mano, e prima che abbia il tempo di ritirarla, avverte con ribrezzo il contatto dei baffi e delle labbra di lui.

Per un lungo pezzo la signora Léuca, risalita nella saletta da pranzo, si stropiccia quella mano.

Passano venti giorni, passa un mese, la signora Léuca non vede piú ritornare il marito.

Ha aspettato ch’egli le portasse in casa, come aveva promesso, le altre due figliuole piú piccole, per fargliele conoscere. Ma forse la madre avrà saputo di quelle visite a lei; gli avrà fatto qualche scenata, e impedito di condurre le altre due.

Suppone ch’egli si vergogni, forse, di venir solo, dopo quella promessa; suppone che possa essersi ammalato, o che possa essersi ammalata qualcuna delle figliuole, o anche quella donna; suppone che egli sia rimasto troppo avvilito l’ultima volta, sorpreso lí a sedere in mezzo alla scala con le treccioline di quella povera piccina in mano. (Ne sorride ancora, pietosamente, la signora Léuca). O forse si sarà accorto del ribrezzo, con cui ella ritirò violentemente la mano...

Tante supposizioni fa la signora Léuca. Le amiche del patronato di beneficenza, che vengono a trovarla in quei giorni, osservano cosí senza parere, che forse ne fa troppe. Ma se, come ritengono, è una pena per lei ricevere in casa il marito anche cosí per una breve visita di tanto in tanto, dovrebbe esser contenta ch’egli da sé abbia diradato queste visite, che per dir la verità s’eran fatte un po’ frequenti e, a quanto pare, non tanto brevi, anche.

Alla fine se ne accorge anche lei, la signora Léuca, che fa troppe supposizioni; e deve riconoscere che ha una viva curiosità di sapere perché egli non sia piú venuto; ma senza il minimo dubbio tuttavia sulla natura di quel suo interessamento. Vorrebbe saperlo per lui, non per sé; se cioè qualche cosa di male fosse accaduta a lui; non perché possa esser male per lei ch’egli non venga piú.

Né un male, né un bene. Tutto è per lei ormai come lontano. Anche le cose piú vicine. Basta che per un istante le senta vive in sé, e subito le diventano come lontane Questa curiosità d’ora... Come se un giorno, tanti anni fa, la avesse provata... Può accettare, accogliere qualunque sofferenza, torcersi anche in uno spasimo, e non perdere mai questa facoltà di non sentirsene veramente toccare là dove il suo spirito è come immune di quanto può dare la vita di sofferenze e di spasimi.

Ed ecco che, invece del marito, uno di quei giorni viene l’avvocatino Aricò insieme col vecchio parroco di Sant’Agnese.

Non c’è piú dubbio che qualche cosa dev’essere accaduta.

Che cosa?

Mah! Non sanno dire, se una fortuna o una disgrazia. È morta la donna. Quella donna.

– Morta?

Sí. Improvvisamente, in tre giorni, d’una polmonite. Ma anche se questo male non l’avesse colta all’improvviso sarebbe morta lo stesso tra poco, perché il medico accorso a curarla l’aveva trovata affetta da parecchi mesi d’un cancro alla bocca.

La signora Léuca, a questa notizia, s’aombra. Domanda al parroco e all’avvocato, se quando le proposero d’accordare al marito il conforto di quelle visite, erano a conoscenza di questo male che minacciava la donna.

I due protestano subito di no; il parroco, davanti a Dio; l’avvocatino Aricò, come se non bastasse, anche sulla sua parola d’onore.

– E lui? – domandò allora la signora Léuca.

– Che cosa, lui?

– Se lui lo sapeva!

– Ah, ecco... sí, – è costretto a confessare l’avvocatino, torcendosi un po’ sulla seggiola. – Dice che, sí... ne... ne aveva il sospetto, lui... vago, ecco, dice.

Il vecchio parroco guarda la signora Léuca accigliata, e poi domanda:

– Suppone che sia stato in previsione di questa morte? Non credo!

– Oh signor parroco, – scatta la signora Léuca, – per carità, non mi dica cosí! Sapesse che avvilimento è per me! Non ho mica bisogno, creda, che a un bambino sudicio sia prima lavato il viso, per fargli la carità. Mi perdoni! Lei ha poca stima di me, signor parroco.

– Ma no... ma no... – si prova a protestare sorridente, ma pure un po’ arrossendo, il vecchio parroco.

– Ma sí, mi scusi! – seguita la signora Léuca. – Poca stima.

Il vecchio parroco, vedendola cosí insolitamente infiammata, si fa serio.

– Vediamo di non peccar di superbia, mia cara signora.

– Io?

– Lei, sí. Perché c’è tanti modi, veda, di peccar di superbia. Se per esempio lei con un sospetto di questo genere avvilisse troppo l’oggetto della sua carità, credendo cosí di render questa piú meritoria davanti a Dio, o piuttosto davanti alla sua coscienza, che già per questo fatto comincerebbe a essere, creda, qualcosa di diverso.

– La mia coscienza?

– Sí, signora.

– Di diverso da Dio?

– Sí, signora. Gliel’avverto! Da un pezzo, da un pezzo lo noto in lei, con sommo dispiacere. Dico, questo voler troppo vedere le ragioni... con troppa inquietudine, ecco... Se ne guardi.

La signora Léuca, pentita dello scatto, china il capo dolorosamente, e si reca le mani al volto.

– Sí, è vero, – mormora. – Sono cosí... sono cosí...

A questo punto l’avvocatino Aricò, alla cui fretta ogni discussione che non venga al fatto è una siepe di spine, visto che discuter troppo, secondo che ha finito or ora di dire il signor parroco, equivale ad allontanarsi da Dio, si prova a metter fuori un:

– Sicché dunque, signora mia...

– No, aspetti avvocato, – si volge a dirgli subito la signora Léuca, scoprendo il volto turbato. – Sarà male, è certamente male, signor parroco, questo che lei mi rimprovera; e io la ringrazio. Ma non è per superbia, creda! Tutt’altro, anzi...

– Avvilir l’oggetto della propria carità...

– No, me, me, signor parroco! ho piuttosto piacere d’avvilir me, se ho fatto un cattivo pensiero, veda! E credo meglio, a ogni modo, che l’ajuto gli venga da una che, questo caso sarebbe stata piú cattiva di lui, se è vero che egli quel pensiero non l’ha avuto. Forse non so esprimermi chiaramente. Volevo dirle prima, che anche se egli si fosse riaccostato a me prevedendo prossima la morte di quella donna, io, venendo a saperlo, non mi sarei ritratta dal fare per le sue bambine e per lui tutto quello che mi sarà possibile... Aspetti, aspetti; mi lasci dire! Non creda, per render piú meritoria la mia carità a costo di quest’avvilimento di lui! Tutt’altro! Anzi perché mi sarebbe parso piú naturale, piú umano, e piú pietoso anche, così. Senza nessuna apparenza di... di sublimità, di false nobiltà d’intenzioni... Ma cosí, ecco... perché... perché siamo cosí... E se lui non è stato cosí, tanto meglio per lui! Volevo dirle questo.

– Ecco, dunque, – si lancia a dir di nuovo l’avvocatino Aricò, vedendo che anche il signor parroco, soddisfatto della spiegazione, ritornando a sorridere, approva e approva.

Ma purtroppo non ha fortuna. Benedetta donna, questa signora Léuca! Nobilissima ma tormentosa, per uno che ha tanto da fare! Ecco che si volta a dirgli di nuovo

– No, aspetti, la prego, avvocato!

Che altro ha da dire? Si vuol togliere del tutto, adesso il merito della carità. Ah, santo Dio! Quel signor parroco che cattiva ispirazione, andarla ad accusar di superbia. Sentiamo, sentiamo. Dice che non sarebbe carità, ma un piacere per lei prendersi in casa e curare, educare quelle tre bambine, far loro da mamma. Benissimo! E allora basta cosí. Se sarà anzi un piacere per lei... Questo è più di quanto s’aspettavano con la loro visita il signor parroco e lui. Ringraziare e andarsene: gli pare che non resti altro da fare.

Nossignori. Eh, nossignori... Piano piano. Il tormento

La signora Léuca vuol sapere a qual prezzo intendono che lei paghi questo che sarà un piacere per lei, di far da mamma a quelle tre piccine.

L’avvocatino Aricò sbarra tanto d’occhi in faccia al signor parroco, e si stizzisce notando che questi mostra di comprendere il riposto senso della domanda della signora Léuca e di trovarsi di fronte a un caso di coscienza che non gli s’era affacciato alla mente venendo a proporre alla signora d’accogliere in casa quelle tre orfane come la piú grande delle concessioni che potesse fare.

C’è anche lui, il marito con le tre piccine. Vedendosi riaccolto in casa, riprendendo a convivere accanto a lei, sotto lo stesso tetto...

– Ah già! ah già! – esclama l’Aricò, grattandosi con un dito la nuca. – Ma gli parlerò io, signora, non dubiti! Gli parlerà anche il signor parroco! Non potrà mica pretendere da lei l’impossibile.

– E allora? – gli domanda, per fermarlo subito, la signora Léuca.

– Allora, che cosa?

– Avvocato, lei potrà parlargli quanto vuole, non riuscirà mai a mutarlo. Sappiamo com’è, Dio mio, e dobbiamo prenderlo com’è! Lui prometterà, giurerà a lei e al signor parroco. Poi... poi verrà certo il momento che non terrà piú conto della promessa. Ebbene, io dico allora, data questa mia assoluta, assoluta impossibilità... E dico per me, badi, non per lui!

– Come, per lei?

– Per la mia responsabilità, avvocato. Perché io debbo preveder fin d’ora quello che certamente avverrà, sapendo, come so, chi mi riprendo in casa. Vedrà che mi lascerà qui le bambine, e se n’andrà, dicendo che sarà stato per causa mia, perché gliel’avrò aperta io stessa la porta, con le mie mani, per ributtarlo alla sua vita di prima!

– Ma nient’affatto, signora!

– Non neghi cosí precipitosamente. Vedrà che avverrà come le sto dicendo io.

– Eh, ma allora, tanto peggio per lui, scusi! Lei fa già troppo a prendersi in casa quelle figliuole. Se egli vuol seguitare a fare il... (mi perdoni, stavo per dirlo), il responsabile sarà lui, non sarà mica lei!

Ma la signora Léuca, ora, non guarda piú l’avvocato Aricò che parla cosí; guarda il vecchio parroco che tace.

E da quel silenzio la signora Léuca ha la certezza che il vecchio parroco non pensa piú, che con questo voler troppo veder le ragioni, e con troppa inquietudine, la coscienza di lei s’allontani da Dio.

Vuol dire dunque che Dio la ispirerà; e che per il momento – questo momento, che già per lei è come lontano lontano – la conclusione bisognerà rimetterla alla vita. Alla vita, com’è stata sempre e come sempre sarà.

Addio silenzio di specchio, ordine, quiete, lindura.

È tutta sossopra la casa della signora Léuca, per accogliere piú ospiti che non potrebbe; quattro ospiti nuovi, a cui bisognerà trovar posto, guastando, disponendo altrimenti le stanze, abolendo il salottino, la stanza dello spogliatojo, ammassando e anche portando giú in cantina tanti mobili, che forse saranno rivenduti, per collocare al loro posto i tre lettini e altri mobili che saranno comperati per le stanze da letto, le quali, da due che erano (compresa quella della serva), saranno adesso cinque.

La signora Lèuca cederà la sua, che è la piú grande, alle tre bambine, e lei dormirà nella stanzetta accanto, dov’era prima il salottino, rinunziando al grosso armadio a tre specchi, che non vi troverebbe posto. Lui, il marito, bisognerà che s’adatti nello spogliatojo, che, dopo quella delle bambine, è la stanza piú larga, benché un po’ buja.

Non ha nessun rammarico la signora Léuca né per la rinunzia a tutte le sue comodità, né per il sacrifizio di tanti oggetti cari. È anzi lieta in mezzo al disordine delle stanze, le quali, da che davano, ordinate, l’impressione di tanta solitudine, ora, cosí disordinate, e solo perché ancora cosí disordinate, pajon già piene di vita.

Il nuovo aspetto ch’esse a mano a mano cominciano ad assumere, sistemate alla meglio, non le par certo bello. Le dà tuttavia uno strano piacere, perché nella sistemazione nuova, secondo il bisogno e le necessità dello spazio sia degli oggetti vecchi, sia dei nuovi che a poco a poco arrivano, vede attuarsi, prendere consistenza l’immagine della nuova vita della casa. Quegli oggetti, cosí ora disposti, cominciano a rappresentargliela, quasi traendogliela a poco a poco da quell’incertezza in cui le si agita ancora dentro, per fargliela vedere, come sarà – questo qua, questo là – anche se, stando cosí come possono, non stanno come lei forse vorrebbe.

Pazienza!

Ora, intanto, può immaginarsi come farà, come si moverà per le stanze, che le sembrano nuove, per le cure nuove che le nasceranno.

E nuovo, tutto quanto nuovo veramente ha voluto almeno l’arredo per la camera delle bambine, scegliendo lei ogni cosa, in giro per mezze giornate da una bottega all’altra: i tre lettucci bianchi, di ferro smaltato (di legno, li avrebbe voluti; ma, fosse stato uno! tre, costavano troppo, e bisognerà pensare a far un po’ d’economia su tutto, d’ora in poi!); bianchi però, li ha voluti anche bianchi, laccati bianchi, i due cassettoni e l’armadietto a specchio, le seggiole e i due tavolinetti da scrivere col palchettino da un lato, per le due piú grandicelle che vanno a scuola (forse, non è stato prudente, bianchi anche questi: ci sarà il pericolo che presto li macchieranno d’inchiostro; ma ella si propone d’insegnar loro a far tutto a modino e di sorvegliarle sempre, tutt’e due, quando faranno i còmpiti di scuola, non perché non macchino i tavolini, ma per i còmpiti, che li facciano bene;) e poi rosei, i tappetini a piè del letto; rosea anche la tenda alla finestra, e rosee le sopracoperte dei lettucci. Cosí, bianca e rosea, tutta la camera.

Quell’antipatico grillo vecchio dell’Aricò, dice: troppe spese; e che si sarebbero potute risparmiare, facendo trasportare dalla casa del marito almeno quei mobili – letti, sedie, tavolini – che potevano servire ancora per il padre e le figliuole. Ma niente affatto! Nulla, qua, nemmeno un chiodo, di quella casa!

Eh, ma se questa fosse una ripugnanza che prova soltanto lei? Se invece lui e le piccine avessero caro di vedersi attorno qualche oggetto della casa antica?

Non gliela suggerisce l’Aricò, questa riflessione; la fa lei, che ne fa sempre tante. E allora, senz’altro, si reca a visitar quella casa in principio di via Flaminia, accompagnata dall’Aricò.

– Ma come? ora che le spese son fatte?

– Se ci sarà qualche cosa che vogliono conservare...

Le vicine di casa, conoscenti e amiche della morta, si fan tutte sull’uscio o corrono ad affacciarsi alle finestra quand’ella scende dalla carrozza davanti al vecchio portone sgangherato, alta e dritta, elegantemente vestita, e velo sulla faccia; e quali e quanti commenti, appena, entrando, in principio dell’androne svolta per la scaletta destra che conduce a un terrazzino, o piuttosto, a una specie di ballatojo, dove sono le due finestre a usciale de le camere poste sul davanti.

– Oh, coi capelli bianchi, hai visto?

– Sí, ma giovane! Che avrà? sí e no, quarant’anni!

– Eh, signora fina...

 – Per quel bestione là!

– Eppure vedete che se lo viene a riprendere!

– Bè, segno che gli serve ancora.

– Per me, che t’ho da dire, una donna con gli occhiali. Sarà perché viene da fuori; sarà perché la giornata cupa, la signora Léuca non riesce a discerner nulla appena entrata da quel ballatojo nella prima stanza. Si sente stringere il cuore, pensando ch’egli s’è ridotto a vivere in un casa come quella; e l’angoscia e insieme il ribrezzo le crescono, appena gli occhi cominciano a distinguere la miseria, il disordine, la sporcizia... Si avverte ancora che la morte è passata di là da poco tempo, in un certo lezzo che è rimasto, di fiori vizzi e di medicinali.

Ma dov’è lui?

Sandrina, che è venuta ad aprire in sottanina, con le magre braccine nude, spettinata, risponde, ancora abbagliata dalla vista inattesa della bella «zia», della casa ricca e lucente, che il babbo è di là, buttato sul letto, e che c’è la sarta.

– Ah, brava, – fa la signora Léuca, sollevando il velo sulla fronte e chinandosi per baciar la piccina. – La sarta hai detto? Andiamo, andiamo, Sandrina. Sei contenta, cara, che sia venuta la zia? Sí, è vero? Povera cara piccina mia! Sí, sí, c’è qua la zia, ora... Sarà meglio che ci parli io con questa sarta. Vi prende le misure?

– No, ha fatto tutto...

– Come? di già?

E la signora Léuca con Sandrina per mano s’avvia verso l’altra stanza in fondo; ma ecco lui, balzato dal letto tutto rabbuffato, con la camicia aperta sul petto irsuto una vecchia giacca nera, certo infilata, or ora, in fretta in furia.

– Tu, qua? Anche lei, avvocato? Sí, c’è la sarta. Per... per gli abitini da lutto... Vieni, vieni...

Ha il cuore grosso; grossa la voce; e mostra una gran fretta, forse per nascondere il turbamento e la commozione; forse per non dar tempo alla moglie d’osservare intorno la miseria della casa, il disordine di quella sua vergognosa intimità.

Ma prima di quei poveri abitini da lutto (che saranno certo uno scempio, allestiti cosí, tutt’e tre, in pochi giorni) ella vuol vedere, conoscere le altre due bambine.

Oh, ma guarda, guarda quella piccola là, che amore! in camicina, con le gambottole nude, che alza il braccino e s’afferra alla nuca tutte quelle belle boccole nere nere arruffate! Dio, che occhi! È scontrosa?

– Rosetta? Si chiama Rosetta? Che amore!

Sandrina corregge:

– No, Rosina.

Rosina? Sarebbe meglio Rosetta, cosí tombolina! Ma né Rosina, né Rosetta, veramente, perché cosí bruna bruna, e con quegli occhioni cupi e che pure, Dio mio, pungono davvero quegli occhioni; e quella boccuccia là, un bottoncino di fuoco; e quel nasino che non pare nemmeno...

– Cinque anni? Ah, deve ancora compirli... E allora no, via, il vestitino nero anche a lei... Bianco, con un bel fascione di seta nero in mezzo...

Ma ci penserà lei, a casa.

– E questa è Lauretta?

La domanda, per quanto vorrebbe essere affettuosa, le vien fuori fredda dalle labbra; perché quella Lauretta è come se lei già la avesse veduta in Sandrina; non tal e quale, certo; ma con quella stess’aria afflitta, gli stessi occhi fermi e serii, il visino pallido piuttosto lungo, e i capelli lisci.

Non è possibile non notar subito che quelle due sorelline piú grandi non hanno nulla, proprio nulla, di comune con la piú piccola, venuta parecchi anni dopo. Perché Lauretta ha già otto anni e tre mesi; vuol dire un anno e qualche mese meno di Sandrina, la maggiore.

La signora Léuca respinge un sospetto che le sorge spontaneo, sapendo purtroppo che donna era la madre e che liti s’accendevano tra i due per la gelosia. Lo respinge, sia perché quella donna ora è morta, sia perché sa che lui predilige, sopra le altre due, quella piccola.

Anzi, per dissimular subito d’averlo avuto, si mette a discutere con la sarta di quei vestitini cosí mal tagliati e mal cuciti; poi col marito, dello scopo della sua visita. Ma non c’è da portar via nulla da quella casa: egli è subito d’accordo con lei: tutta roba da svendere o da spartire lí, tra il vicinato. Solo, i suoi abiti e la sua biancheria, e quella in migliore stato delle bambine.

Nell’appressarsi a un canterano per accertarsi se non convenga lasciare anche questa biancheria delle bambine certamente non fine né graziosa com’ella pensa che deve essere d’ora in poi, la signora Léuca sorprende nel marito un atto subito represso, come se volesse trattenerla. Non tarda a comprenderne il perché. Sul piano di quel canterano c’è il ritratto della donna in una volgare cornice di rame. Finge allora di non vederlo; e dice a lui che ci sarà tempo di far la scelta di qualche capo da conservare, e che per il resto, se mai, penserà lei a farne elemosina.

Domanda a Sandrina se, intanto, quella sera stessa non vuol venire a casa con lei.

Sandrina risponde subito di sí, battendo le mani. Ma anche Lauretta dice che vuol venire. E perché non anche la piccina allora? Tutt’e tre con lei, fin da questa sera: la camera, là, è pronta.

Eh, ma la piccina, no. La piccina non si stacca dal padre. Senza il padre, non viene. E lui è meglio che rimanga qua, ancora per qualche giorno, per liquidare quel suo triste passato.

Cosí la signora Léuca, quella sera, rientra in casa con le due ragazze vestite di nero.

– Ecco la vostra camera, vi piace?

Non riescono neppure a risponder di sí, Sandrina e Lauretta, tanto ne restano ammirate.

– Qua dormirai tu, – dice a Sandrina. – E Lauretta là. E Rosina in mezzo, tra voi due, in questo lettino piú piccolo.

Poi mostra loro i tavolinetti, dove studieranno, e ne assegna uno a ciascuna.

– Col cassetto, sí. Ce l’ha anche l’altro: sono uguali. E c’è anche un cassettino qua, piccolo piccolo, nel palchetto.

E dice che d’ora in poi andranno a un’altra scuola lí vicino, in Via Novara; e che le vorrà sempre diligenti e giudiziose e pulite.

Quanto agli abitucci, bisogna che per ora tengano quelli; ne avranno poi di nuovi e di piú belli, per uscire; altri, per casa, e i grembiulini: tutto in ordine.

Intanto, le ripulisce ben bene, le ripettina; mostra loro tutta la casa; dove dormirà il babbo; dove dorme lei. E infine le fa sedere a tavola con sé per la cena.

A poco a poco bisognerà insegnar tante cose, tante, a quelle due povere piccine! Per quella prima sera, meglio lasciarle fare a modo loro. Sono come incantate. Non sanno prendere il bicchiere, non san tenere in mano le posatine comperate apposta per esse. Impareranno a poco a poco. E imparerà anche lei a far che l’indulgenza, suggerita dalla pietà, non divenga troppa e nociva.

Finita la cena, le tiene un po’ con sé. Vorrebbe saper tante cose; ma non concede alla sua curiosità neppur di rivolgere una domanda. Cerca soltanto di far parlare Lauretta, che sta a guardar sempre in bocca Sandrina, la quale, per essere stata già una volta con lei, vuol mostrare alla sorellina che ha già preso una certa confidenza. Ma Lauretta, a ogni incitamento, si volta a Sandrina, come convinta che non tocchi a lei di rispondere per quella sera.

Sarà per domani.

Quando le mette a letto, viene a sapere che non sono solite neanche di farsi la croce prima d’addormentarsi. Dice loro, alla meglio, perché bisogna farsela, la croce, e le persuade a ripetere con lei una breve preghiera. Cosí ottiene anche, ma dopo una lunga insistenza, di sentir la voce di Lauretta che non ha voluto parlare.

Spegne la luce, e le lascia sole in camera. Poco dopo, però, origliando all’uscio, per accertarsi se han preso sonno, le sente litigare a bassa voce, ma violentemente, e capisce che Lauretta è discesa dal suo lettino ed è andata a quello di Sandrina, che la respinge. Dio mio, s’azzuffano come due gattine! È certo che si sono afferrate per i capelli e che si dànno calci. Che fare? Aprire? Sorprenderle. Forse è meglio no. Perché, se fanno cosí piano per non essere intese da lei, vuol dire che un certo ritegno lo sentono. Ma sarebbe bene conoscere il perché di quella lite. Forse Lauretta ha paura di dormir sola? o forse non rimasta contenta di qualche risposta che Sandrina ha dovuto dare per conto di lei?

Ecco, si sono quietate. Lauretta torna in punta di piedi al suo lettino. Ma Sandrina ora piange sotto le coperte.

La signora Léuca rimane a pensare a lungo quella sera e si domanda che cosa quelle bambine abbiano già per le piú delle altre che finora ha soccorso e che non potrà pi; soccorrere d’ora in poi.

Quasi tutte le altre avevan certo assai piú di queste bisogno del suo soccorso; e lei, non solo non avrebbe mai fatto tante spese, e con tanta premura, per ospitarle; ma non s’era neppur mai sognata di poterne accogliere in casa qualcuna, modestamente, anche per averne lei stessa il vantaggio di qualche servizio.

Ha accolto queste, perché figlie di lui, del marito? (E chi sa! Una, forse, neanche...) No... non per lui. Le ha accolte per sé, per riempire la sua vita, anche coi fastidii e i dispiaceri ch’esse le daranno. E non esse sole, certamente...

Ecco a che l’ha condotta il consiglio della carità difficile! A farsela a sé, lei stessa, la carità, a danno di tante altre piccole derelitte, a cui ora non potrà piú pensare.

Ma no, questo no, non dev’essere!

Se non è piú possibile ormai considerar le altre bambine da lei finora protette come le due che ora dormono di là, già divenute sue, troppo rimorso sarebbe per lei il non far piú nulla per quelle; almeno per qualcuna... Quella malatuccia di via Reggio, Dio mio! e quell’orfanella, Elodina, di via Alessandria, impossibile non soccorrerle piú, abbandonarle, là, alla loro miseria, cosí nera, mentre per queste qua tanto bianco e tanto roseo di lettucci e di mobiletti laccati e di tappetini e sopracoperte, e il piacere ch’ella già prova a immaginare gli acquisti che farà per loro, di biancheria fina, di scarpette eleganti, e la cura che si darà perché siano vestite bene e con grazia.

No no. Sarebbe troppo! sarebbe troppo! E perché poi? Chi son esse infine?

Si potrà lei veramente compiacere che tutti vantino domani la sua generosità per aver accolto in casa, vincendo ogni risentimento e il disgusto per la laida offesa al suo amor proprio di moglie che non poté esser madre, quelle tre figlie che il marito ebbe da un’altra donna? da una donna come quella? No. Perché lei non l’ha fatto per questa generosità, e si sdegnerebbe, se se ne sentisse lodare; anzi il solo pensiero che una tal lode le possa esser rivolta, già le accresce il rimorso per quello che ha fatto.

In tal caso, beneficiando di questa sua presunta generosità, le tre bambine ospitate verrebbero a godersi sfacciatamente il premio della vergogna della loro madre, della colpa del loro padre, «generosamente» da lei perdonate. Mentre non ha perdonato niente, lei, la signora Léuca, non avendo proprio niente da perdonare, per il solo fatto che non ha sofferto della colpa del marito piú di quanto non abbia sofferto per tant’altro male, anche non fatto a lei direttamente: il male che tutti fanno, inevitabilmente, volendo vivere; il male che lei stessa sta facendo ora a tante povere bambine per aver voluto accogliere in sé, piú viva della loro, la vita di queste tre a lei ugualmente estranee e certo non piú disgraziate.

E bisognerà scontarlo, ora, scontarlo questo male.

Nel silenzio, a un tratto (dev’esser molto tardi) le si fa vivo il tic e tac lento e staccato della pendola. Il vuoto del suo silenzio di prima. E ancora, e forse piú angosciosamente che mai, ella vede vaneggiarvi sconsolato ogni suo pensiero, sconsolata ogni opera, sconsolata ogni immagine di vita.

Ecco, le s’inquadra lontano, nell’ombra, col luccicore della volgare cornice di rame, il ritratto di quella morta, là, sul canterano... E tutte quelle vicine accorse a vederla scendere dalla vettura...

Che farà lui, solo, a quest’ora, in quell’orribile casa, con la piccolina?

Chi sa perché, se lo immagina fermo davanti a quel canterano, con la piccolina in braccio, intento a guardare il ritratto di quella morta, ch’ella non ha potuto vedere.

È d’aver salito, su, su, fino alla cima, una cosí alta montagna, la colpa. E non per orgoglio di salire... Che orgoglio? Può anche essere stata una condanna; o il destino.

E, si sa, questo gelo ora, e questo silenzio della cima. E veder tutto piccolo e lontano; e cosí, per forza, velato, soffuso di questa esiliante tristezza di una nebbia, che da vicino, là in basso, forse non c’è, e che da lontano e dall’alto si vede, perché la stessa altezza, la stessa lontananza la formano.

Tre giorni dopo, viene il marito con quella piccolina aggrappata al collo, come una gattina selvaggia e impaurita, che non voglia farsi strappare.

Arrabbiato per questa selvatichezza della bimba, che gli ha impedito di portar su, una per mano, le due vecchie pesanti valige, in cui ha raccolto tutto quel po’ che ha creduto potesse entrare senza troppa vergogna nella casa della moglie da quella sua casa ora distrutta, accoglie senza nessuna festa le espansioni d’affetto e di gioja di Sandrina e di Lauretta e non ha occhi per vedere com’esse in tre giorni son quasi rinate.

Le due piccine, che s’aspettavano le meraviglie del padre per il loro contegno e la loro lindura, cosí ben pettinate, con quel grembiulini nuovi, neri, coi risvolti di merletto bianco ai polsi e al collo e la cinturina in mezzo, e le calzette fine e le scarpette nuove, restan deluse e come mortificate.

Per miracolo non bestemmia, il padre, soffocato dalle braccine di quella brutta Rosina, che gli si stringono sempre piú al collo. Alla fine, visto che non riesce, per quanto faccia o dica, a farle allentar la stretta, ecco che, inferocito, con uno strappo violento se la stacca dal collo e (ben le sta! ) quasi la butta su una seggiola, gridandole:

– Qua, e zitta, o te le do!

Ma la bimba, frenetica, si rovescia a terra, urlando, tempestando con le gambette, nascondendosi la faccia con le braccine, le mani afferrate ai capelli; mentr’egli va verso la finestra, esasperato, sulle furie:

– Non ne posso piú! non ne posso piú!

Si volta verso la moglie, e aggiunge:

– Da sedici giorni cosí aggrappata a me, fino a strozzarmi!

E vedendo la bimba correr verso di lui, carponi sul pavimento, come una bestiolina urlante:

– Ecco! la vedi? la vedi?

E alza la gamba, a cui la bimba è venuta ad avvinghiarsi.

Sandrina e Lauretta si mettono a ridere.

– Ah, non si ride! – le ammonisce subito, seria, la signora Léuca. – Vergogna; mentre la sorellina piange... Andate, andate piuttosto a prendere i giocattolini che le abbiamo comprato jeri...

Il padre intanto s’è chinato a riprendersela in braccio.

– Senti? senti? i giocattolini...

Ripresa in braccio, la bimba, ancor tutta convulsa, cessa di piangere; ma come Sandrina e Lauretta ritornano dalla camera coi giocattoli, udendo il suono che Lauretta cava dai due cembalini di latta d’un pagliaccetto rosso che apre e chiude le braccia, riaffonda la faccina sotto il mento del padre, per non vedere, per non udire, e riprende a smaniare, come per rimettersi a piangere.

La signora Léuca ha allora l’impressione che quella bimba cosí avvinghiata al padre rappresenti come una condanna che gli abbia lasciato quella donna, di non potersi piú staccare, di non poter piú levarsi a respirare fuori da tutto ciò che essa, in vita, a sua volta rappresentò per lui: miseria, abbrutimento, oppressione.

E prevede che non potrà nulla lei, su quella creaturina; forse mai; perché troppo neri e come unti ancora e impregnati ferinamente del vizio da cui è nata, ha i capelli, tutti quei capellucci ricciuti; e troppo cupi e pungenti gli occhi; e troppo selvaggio il sangue con cui è impastata.

Non si prova nemmeno ad accostarsi per cercar di staccarla dal padre e persuaderla a mettersi a giocare con le sorelline, certa com’è, che non solo non riuscirebbe a nulla, ma anzi farebbe peggio.

Conduce il padre a veder la camera che gli ha assegnata, con l’aria di scusarsi che, data la casa, meglio di cosí non ha potuto alloggiarlo; ma s’accorge subito che non è giusto che si dia quell’aria; e le fa uno strano effetto ch’egli risponda, infatti, accigliato:

– Ma no, ma no, che dici?

Accigliato, quasi senza volerlo; perché ha veduto il letto, che è per uno; mentre lui finora ha dormito in un letto a due. E aggiunge, indicando la piccina che ha sempre a collo:

– Per questa píttima qua.

– Ma c’è il lettuccio per lei di là, – s’affretta a rispondergli la signora Léuca. – In mezzo, tra i due delle sorelline. Vieni, ti farò vedere.

Egli resta ammirato davanti alla bella camera bianca rosea, con quei tre lettini; ammirato e commosso; ma anche dolente; perché si vergogna a dirlo – ma da quand’è morta quella, anche di notte la piccina se n’è stata con lui nel letto grande, al posto della madre, e forse non sarà possibile indurla a dormir sola, adesso, in quel lettino.

– Ebbene, vedremo stasera, – gli risponde la signora Léuca. – Se riusciamo a metterla a letto qua, le starai tu accanto, finché non si sarà addormentata. Altrimenti, pazienza! trasporteremo di là il lettuccio, e dormirà in camera tua.

S’accorge, cosí dicendo, che Sandrina e Lauretta ne sarebbero molto contente, non tanto perché resterebbero loro due sole, allora, padrone della bella camera, quanto perché da che stanno qui e han preso quell’aria di ragazzine ben messe e bene educate, vorrebbero dimostrare che ormai capiscono come bisogna stare in una casa signorile, cosí diversa da quell’altra in cui sono nate e cresciute, e temono che non sarà loro possibile con quella sorellina, la quale invece dimostra di voler con tanta tenacia rimanere attaccata alla vita di prima. Quasi quasi non han piacere neanche di vedere il padre ora, lí nella bella casa, dov’esse per tre giorni sono state cosí bene, sole, a respirare nella nuova vita, in compagnia della «zia».

Veramente si ha l’impressione che anche lui, il padre con quell’aria rabbuffata e cupa, non potrà adattarsi a viver qua, e che resterà sempre come estraneo, trattenuto da quelle braccine che non vogliono staccarglisi dal collo. Eccolo la infatti; quasi non osa guardare; non sa che cosa dire, confuso, imbarazzato, ripete con voce grossa:

– Troppo... troppo...

Poi domanda licenza d’andare in camera sua a disfar le valige per mettere a posto la roba, come se all’improvviso gli fosse sorto il timore che altri si fosse messo a disfarle in vece sua.

– Zia, – domanda allora Lauretta, – perché noi sí, di nero, per la mamma, e papà no?

La signora Léuca, che non ha badato al colore dell’abito del marito, resta a guardar la ragazza, e lí per lí non sa che cosa risponderle, non già perché le sia difficile trovare una ragione qualsiasi, ma perché pensa che egli forse non s’è vestito di nero per un riguardo a lei, per non portarle sotto gli occhi il lutto di quell’altra donna.

Se n’addolora e se n’impensierisce. Egli la deve aver pianta, quella donna. Ha bene impresse in mente la signora Léuca le orribili cose che le confessò quel giorno, e comprende che se egli poté odiare colei mentr’era viva, per la schiavitú dei sensi in cui lo teneva, ora certo tra sé si struggeva d’essersene liberato, e chi sa a qual prezzo vorrebbe riaverla e come e quanto la avrà dunque rimpianta finora e la rimpiangerà a lungo ancora.

Tranne che...

La signora Léuca tronca la supposizione, che di tanti giorni ormai la turba e la tiene agitata.

È sicura, sicurissima che avverrà purtroppo quanto ha previsto, discorrendo col vecchio parroco e con l’avvocato Aricò e ponendo i patti per il ritorno del marito in casa. Non avverrà oggi, non avverrà domani, ma appena egli avrà vinto quel primo imbarazzo e ripreso un po’ di confidenza, avverrà di certo.

Il turbamento e l’agitazione si fanno tanto piú vivi, quanto piú ella nota in lui modi, atteggiamenti, espressioni, che dovrebbero anzi quietarla e rassicurarla: quell’avvilimento, quella remissione, e la pazienza e l’affetto per le figliuole, di cui, almeno fino a tal punto, non l’avrebbe mai creduto capace, tante cose, insomma, che le consigliano un particolar riguardo per la sua condizione d’ospite ricoverato, e che le destano una pietà molto piú intensa di quella a cui già, quasi per dovere, si sentiva disposta.

A cena, che impressione! vedergli alzare a un certo punto, discorrendo dell’avvocato, uno dei sopraccigli, ma contraendolo dalla parte del naso in un’increspatura di volontà intelligente, come soleva fare un tempo, discutendo con lei, nei primi anni del matrimonio: riconoscere nel viso mutato, alterato sguajatamente dai vizi, quell’antico segno d’intelligenza, che le piaceva.

E che impressione, anche, nell’osservare in lui ancora tratti dell’antico signore, a tavola!

Imbarazzo, soltanto se lei lo guardava. (Abbassava subito gli occhi, allora, o li volgeva, torbidi, altrove.) Ma nessun imbarazzo nel modo di comportarsi, di servirsi benché per le due figliuole piú grandi dovesse esser nuovo quel modo, perché guardavano il padre come se non lo riconoscessero piú. Ma lo riconosceva lei, quel modo ch’era con sua meraviglia, quello d’un tempo, ma ancora come nativo in lui e perfettamente spontaneo.

Il vino...

Dio mio, che pena! Vedersi costretta, ogni volta, a stornar subito gli occhi che le si fissavano sulla bottiglia, senza che lei lo volesse. Eppure, restava lí quasi intatta quella bottiglia... Le rendevano vano, quegli occhi maledetti, lo sforzo di dissimulargli che ella sapeva dall’avvocato Aricò del suo vizio d’ubriacarsi quasi ogni sera.

Certo, egli doveva soffrire a bere cosí poco, a non bere quasi niente; ma non lo dava affatto a vedere.

È vero che quella era la prima volta che sedeva a tavola con lei dopo tanti anni. Chi sa, se in seguito – domani a colazione; domani sera a cena – sarebbe riuscito a frenarsi ancora cosí...

E poi, dopo cena, quella sua bocca divenuta brutta, quasi nera sotto i baffi neri un po’ brizzolati nel mezzo, che sorriso bello, di paterna tenerezza, aveva saputo trovare nel mostrarle la bimba che gli s’era addormentata sulle ginocchia! E le aveva domandato sottovoce se non sarebbe stato bene provarsi a svestirla pian piano, per andarla a deporre sul suo lettino, là in camera, dove già erano andate a dormire le sorelline maggiori.

Sí, certo. Ed ecco che lei s’era curvata fin quasi a toccarlo con la spalla sul petto, fin quasi a porgli il capo sotto la bocca, tanto che sui capelli ne aveva avvertito il respiro; e poi, per forza, piú volte aveva dovuto toccarlo davvero dovendo svestirgliela sulle ginocchia, la bimba; ma l’atto le aveva fatto meno impressione del pensiero di poterlo fare. E che stizza dentro di sé, intanto, per quelle sue mani che potevano dargli a vedere e a credere ch’ella non si sentisse al tutto calma e sicura!

Infine, adagiata sul letto con tutte le precauzioni la bambina, e usciti tutti e due in punta di piedi dalla camera, era venuto il momento piú pericoloso: quello di vedersi loro due soli, di nuovo insieme, per un momento, prima di recarsi a dormire, nel silenzio e nell’intimità della casa.

Ebbene, non era accaduto nulla.

Appena richiuso l’uscio della camera delle bambine, egli aveva tratto un respiro di sollievo, e a bassa voce, sorridendo, le aveva detto che ormai poteva esser sicuro di stare in pace fino a domattina, perché la bimba non si svegliava mai durante la notte; poi, umile ma tranquillamente, le aveva augurato la buona notte e s’era ritirato nella sua camera.

Da un’ora, a letto, ritorna con la mente a tutte queste sue impressioni, la signora Léuca; e prova un acerbo dispetto contro sé stessa, per quel turbamento che ha avuto, e che le pare tanto piú indegno, quanto piú lo confronta con l’umiltà, con l’avvilimento e la mortificazione di lui; di lui che non ha nemmeno osato guardarla, e che certamente, certamente non si sogna neppure, per ora, di poter tentare di riaccostarsi a lei piú di quanto ella gli possa permettere.

Che s’è aspettato, Dio mio? E ha chiuso a chiave l’uscio, appena entrata! Quasi quasi scenderebbe dal letto per andare a levar quella serratura, tanto le fa stizza che abbia pensato di dover premunirsi cosí fin dalla prima sera.

L’ha notato il signor parroco, dopo l’ultimo convegno delle dame del patronato nella casa parrocchiale, parlandone col signor Cesarino, che dice di averlo notato anche lui, l’hanno notato ugualmente le amiche, signora Mielli e signora Marzorati e, pare quasi impossibile, anche la brava signorina Trecke. Una cosa che... sí, ecco, fa proprio dispiacere

Le zelo della signora Léuca s’è piú d’un po’ raffreddato. Non viene, da circa due mesi, alle riunioni del patronato; non solo, ma ha saltato anche la santa messa qualche domenica, piú d’una! E un certo raffreddamento anche è evidente verso le amiche, come se sospettasse anche in loro una certa responsabilità per le non liete condizioni in cui s’è lasciata mettere con quelle tre bambine in casa, e quel l’uomo là, il quale, per quanto dicano che sia molto rispettoso verso di lei, pur tuttavia deve pesarle come un macigno sul petto.

Non c’è dubbio che le daranno molto da fare quelle tre bambine; ma se è vero (e dev’esser vero) ch’esse non sapevano neanche farsi la croce la prima sera ch’ella le accolse in casa; tanto piú, adesso, non dovrebbe trascurare di condurle a messa regolarmente tutte le domeniche, e ora anche alla novena in preparazione della festa dell’Immacolata Concezione di Maria Santissima, che cade il giorno otto.

La signora Mielli nota poi che l’amica, prima cosí curata sempre nelle vesti, nell’acconciatura, ora è proprio trascurata, pettinata male, se non addirittura spettinata, come se non avesse piú né tempo né voglia di guardarsi allo specchio. Francamente, ella ha quattro bambini, non tre, e tutte le cure e tutte le attenzioni per essi, per il marito, per la casa; ma il tempo di pettinarsi a modo e di vestirsi bene con comodo, lo vuole; e, volendo, si trova, via, si trova! È chiaro che ancora la signora Léuca deve farci l’abitudine a combattere coi figliuoli. Eh, vita beata, quella che viveva prima! Ma il merito può esser soltanto quando si vincono le difficoltà; non quando tutto è semplice e facile, non è vero?

Peccato, sí, ha perduto la serva affezionata che stava cor lei da tanti anni, povera signora Léuca. Ma naturale! Avrebbe dovuto prenderne un’altra per ajuto, considerando in tempo che una sola non poteva piú bastare, con tre bambine ora e con un uomo per casa.

– Ma l’aveva presa! l’aveva presa! – dice la signorina Trecke. – Sembra però che abbia dovuto licenziarla su due piedi, perché il marito... non so...

– Come come? Il marito? – domanda la signora Marzorati, facendo un viso lungo lungo.

La signorina Trecke apre la bocca al suo solito sorriso. Non capisce bene di che cosa si possa essere accorta, la signora Léuca, ma il fatto è che sua nipote si mise tanto a ridere, ma tanto, ma tanto, allorché lei andò a dirle di quel licenziamento.

– Come una matta, rise, chi sa perché!

– Ma già! – esclama con gli occhi lontani lontani la signora Mielli. – È certo che quell’uomo, adesso...

– Ma Dio mio! – osserva indignata la signora Marzorati. – Se la signora Léuca (e ha ragione, poverina: moglie io, al suo posto, ma piuttosto mi butterei da una finestra!)... dico, lei m’intende, signora Mielli. Fuori di casa, però!

A questo punto, beata come se fosse stata in cielo con gli angioletti nel tempo che le due signore si sono scambiate quelle poche parole tra molti ammiccamenti, la signorina Trecke scappa a dire, sorridendo, che – sí – va fuori di casa infatti ogni sera il signor Léuca.

– Tant’è vero, – soggiunge – che viene da me.

La signora Marzorati si volta a guardarla, sorpresa e accigliata:

– Da lei? E come? a far che?

E la signorina Trecke risponde:

– A trovare mia nipote.

Non ci può esser niente di male per lei in queste visite del signor Léuca a sua nipote, visto che il signor Léuca s’è riconciliato con la signora Léuca, e che il signor parroco ha tanto favorito questa riconciliazione.

– Ma che riconciliazione, che riconciliazione! – le dà sulla voce la signora Marzorati. – Dica un po’, sa che discorsi fanno, almeno, tra loro?

La signorina Trecke abbassa con furbizia assassina le vecchie pàlpebre cartilaginose da scimmia sui chiari occhi innocenti, e rapidamente, sempre sorridendo in quel suo modo, accenna piú volte di sí col capo:

– Parlano dell’Equatore, – dice. – Della Repubblica dell’Equatore.

Perfino la signora Mielli, cosí sempre lontana da tutto, sgrana tant’occhi.

– Della Repubblica dell’Equatore?

– Sí, – spiega la signorina Trecke. – – Perché è partita una spedizione di grossi industriali per la Repubblica dell’Equatore. C’è tutto da fare, nella Repubblica dell’Equatore. Ponti, strade, ferrovie, illuminazione, scuole... E mia nipote conosce uno che fa parte della spedizione. Dice che ce ne sarà una nuova, tra poco, piú numerosa, d’operai, di contadini, d’ingegneri, e anche di avvocati, di maestri. E dice che ci vuole andare anche lei, mia nipote, nella Repubblica dell’Equatore. Ecco, parlano di questo.

Ha una faccia cosí stupida nel dar quella notizia, la signorina Trecke, che la signora Marzorati e la signora Mielli per non sgraffiargliela dalla stizza che ne provano, preferiscono tenersi in corpo la curiosità e mettersi a parlar d’altro tra loro.

Finito tutto.

Non si duole di quanto è avvenuto, la signora Léuca né di chi le ha procurato e inflitto un tale supplizio. Di sé si duole e di quanto è avvenuto in lei, contro ogni sua aspettativa; quando invece s’attendeva che il male da un momento all’altro le dovesse venir da fuori, da parte degli altri.

Appunto perché questo male, previsto, temuto e da un momento all’altro atteso, le è mancato, ella ha patito il supplizio.

È sicura di potere ancora affermare a sé stessa, non ostante lo sdegno di cui è piena per la sua carne miserabile, che se una di quelle sere il marito, nel silenzio della casa, la avesse ghermita, non avrebbe ceduto, lo avrebbe respinto opponendosi anche alla lusinga della sua coscienza, la quale tentava d’indurla a considerare che, respingendolo, avrebbe dato lei a quell’uomo il pretesto di ricadere nell’orribile vita di prima. Ancora, fermamente sostiene che no, non si sarebbe lasciata vincere neppure dalla previsione certa di questo rimorso.

Sí, ma è ugualmente sicura la signora Léuca che, se questo fosse avvenuto, il supplizio per lei sarebbe stato molto meno crudele di quello che ha sofferto, non essendo avvenuto.

Perché a poco a poco l’orrore del corpo di lui, in tutte quelle immagini indelebili che le si erano destate durante la confessione delle sue turpitudini, era divenuto orrore del suo stesso corpo; il quale, ogni sera, davanti allo specchio, appena ella si richiudeva in camera (e senza piú girar la chiave nella serratura!) le domandava, se davvero esso fosse ormai cosí poco desiderabile, da non esser piú nemmeno guardato di sfuggita da un uomo come quello, che s’era contentato fino a poco fa d’una donnaccia volgare.

Ella era ancor bella, e lo sapeva dagli occhi di tanti uomini, che spesso tuttora per via la richiamavano a ricordarsene, quando meno ci pensava. Quei capelli divenuti prestissimo di neve, ancor prima di compire i trent’anni, davano maggior risalto alla freschezza della carne e una grazia ambigua, come d’una menzogna innocua, al suo sorriso, quand’ella, additandoli, diceva:

– Ormai son vecchia...

E il suo collo si spiccava ancora agile e senza una ruga dal busto formoso, e... – Dio, che miseria, quell’intimo esame di tutto il suo corpo per affermare che sí, sí, era ancor bella, era ancor desiderabile; e che poteva perciò sicuramente prevedere, parlando col parroco e l’Aricò, che il marito l’avrebbe messa presto alle strette e si sarebbe fatto cacciar di casa.

E allora, per quest’orrore del proprio corpo, di giorno in giorno crescente, quanto piú le cresceva la certezza della piú tranquilla noncuranza di esso da parte del marito (sempre, per altro, umile e come mortificato davanti a lei), via ogni tentazione di guardarsi allo specchio! Non s’era piú guardata neanche di mattina, per pettinarsi; ma senza voler tuttavia riconoscere che lo faceva per questo, rappresentando la commedia davanti a sé stessa, dicendosi che doveva rifarsi, cosí, in fretta in furia, i capelli, perché non aveva piú tempo, con quelle due piú grandicelle da badare ogni mattina, perché arrivassero in orario alla scuola.

E quando poi aveva scoperto, nella stanza di lui, dentro il cassetto del comodino, aperto per caso, il ritratto di quella donnaccia senza piú la cornice di rame! Con che occhi da assetata s’era buttata a guardarlo! E che disillusione! Procace, sí, ma brutta, con certi occhi da pazza, e volgarissima, quella donna... E lei che se l’era immaginata bella! Ma era naturale, via, che a lui ormai dovessero piacere le donne di quel genere.

Se non che, ecco qua tutta festosa la signorina Nella, la nipote della signorina Trecke, che non si può dir volgare, d’aspetto; eppure è chiaro che piace al marito. Ella adesso insegna nella scuola elementare di via Novara, dove vanno Sandrina e Lauretta. Sandrina è stata sua scolaretta, due anni fa, nell’altra scuola fuori Porta del Popolo, a cui, di prima nomina, ella era stata assegnata. Che combinazione! Ecco che ora ritrova qua la sua scolaretta di laggiú, il primo giorno di scuola, e vuol riportarla a casa, alla fine delle lezioni, insieme col padre, tenendola per mano, il padre qua e lei di là.

La signora Léuca – ora che tutto è finito – non vuol piú dolersi neanche di questa perfida, che sempre, per istintiva avversione, le è stata nemica.

Il marito, per quello ch’era sempre stato e che si sapeva bene che fosse, non aveva certo bisogno d’esser sedotta. Eppure, ecco che quella s’era fatto un vero godimento a venirglielo a sedurre lí, sotto gli occhi, in casa, quasi ogni giorno, con la scusa di Sandrina, sua scolaretta antica, e di Lauretta, sua scolaretta nuova. Veniva a sedurglielo sotto gli occhi, sicurissima che una signora come lei non dovesse accorgersene e che se mai se ne fosse accorta, via, un po’ piú di sdegno, al massimo, per quel pover uomo là, accolto con le figliuole per compassione.

E lei, dapprima, aveva quasi accettato la sfida, che e chiara negli sguardi e nei sorrisi di colei; e aveva finto di non accorgersi di nulla, per non dover riconoscere che fosse provocata dall’oscura, segreta, insorgente gelosia la indignazione, per tanta sfrontatezza; e quando finalmente non aveva piú potuto contenere quest’indignazione e aveva lasciato intendere a quella impudente, che non stesse piú a venirle per casa, s’era vietato d’assumer coscienza del delitto che lasciava compiere non prevenendo quella stupida signorina Trecke e anche il signor parroco; ancora per non dover riconoscere che fosse spinta dalla gelosia.

Ed ecco adesso lo scandalo!

Il signor parroco, le dame del patronato se la prendono con la signorina Trecke, con quella povera stupida signorina Trecke, che ha permesso ai due di vedersi ogni sera in casa sua, dando loro agio cosí di concertar la fuga per la Repubblica dell’Equatore.

La signorina Trecke piange, piange inconsolabilmente non tanto sulla disgrazia che le è toccata, quanto sulla sua irrimediabile ignoranza del male, che le fa avere da parte del signor parroco e delle amiche del patronato tanti tanti rimproveri, tutti meritatissimi, ma che purtroppo non varranno a infondere un po’ di salutare malizia in quei suoi poveri infantili occhi innocenti, che saranno d’ora i poi (per l’abbandono di quell’ingrata nipote) sempre cosí rossi di pianto.

E infine, per giunta, si vede accusata anche lei, la signora Léuca, d’aver fatto le cose a mezzo, sempre – s’intende – per il suo difetto di non saper vincere quella tale schifiltà naturale, che tante volte le ha impedito l’intero esercizio della carità, proprio di quella certa carità difficile, che pure questa volta lei stessa era andata a cercare.

Santo Dio, visto che s’era piegata a riprendersi in casa il marito, poteva bene sforzarsi a vincerne il disgusto e acconciarsi a ridivenire in tutto e per tutto sua moglie. Sono croci, si sa! E il merito consiste appunto nel rassegnarsi a portarle.

Ma lascia dire, la signora Léuca, e lascia pur credere che sia mancato per lei. Non le importa delle parole, come non le importa dei fatti. È nell’animo la piaga. Che siano su questa piaga come gocce di limone, quelle parole, non è male, perché adesso, quanto piú brucia, questa piaga, meglio è.

Ed ha accolto con un sorriso di compiacenza le congratulazioni che a quattr’occhi ha creduto di venirle a porgere l’avvocatino Aricò, ma sí! d’essersi liberata, dopo tutto checché ne dica il signor parroco, di quell’animalone lí, che le ingombrava la casa.

Non aveva detto lei, che il male sarebbe stato soltanto per il ritorno di lui, perché per il resto, che fossero venute le bambine, tanto piacere?

Ebbene, ecco qua: lui se n’era andato (e per giunta, non cacciato da lei), e le erano rimaste le bambine.

Meglio di cosí!

Eh già, meglio di cosí...

Può mai confidare la signora Léuca a quell’avvocatino Aricò, che tutt’a un tratto, appena saputo della fuga di lui, sparito come per incanto il piacere, ella si è sentito gravare enormemente sulle braccia il peso di quelle tre bambine non sue, e diventate subito totalmente estranee a lei, alla casa?

Non lo vuol confidare neanche a sé stessa, la signora Léuca, e si mostra piú premurosa e piú affettuosa che mai verso quelle tre orfane abbandonate, perché non abbiano minimamente ad accorgersi del suo animo mutato, specie le due maggiori. E non già perché ella tema che Sandrina e Lauretta siano in grado d’accorgersene piú della piccola ma perché per la piccola no, per quel batuffolino di carne selvaggia, la signora Léuca sente, sí, che è anche mutato il suo animo, o piuttosto comincia a mutare, ma mutare all’opposto; e ne vede la ragione, per quanto non vorrebbe farsene coscienza.

– Mi vuoi bene?

!

Le dice quel «» Rosina, lí in ginocchio su le sue gambe protendendo le grinfiette artigliate verso il suo collo per afferrarglielo, e arricciando quel suo puntino di naso e sporgendo anche tutto aggrinzito quel bottoncino di bocca.

– Ma no, Dio mio! Cosí sei brutta!

– Brutta tu!

A prezzo di quanti sgraffi e di quanti calci, e anche di sputi in faccia, è riuscita, non già ad entrarle bene in grazia ancora, ma a ottenere almeno che si lasci prendere in braccia e curare da lei!

Le altre due stanno a guardare, un po’ invidiose. Credono di non meritarsi che lei, davanti a loro, dia quella spettacolo di voler cosí bene a quella Rosina, che è proprio cattiva, mentre loro sono state sempre buone buone.

Solo Sandrina, ma evidentemente anche per conto della sorella minore ha domandato una volta:

– E papà?

Devono aver compreso, cosí a mezz’aria, qualche cosa, e dalle parole del parroco quand’è venuto, tutto sossopra ad annunziare la fuga, o dal gran pianto che è venuta a fare il giorno dopo la signorina Trecke, protestando che voleva esser perdonata per la colpa della nipote; o alla scuola.

Ma si sono acquietate alla risposta che lei ha dato:

– Papà è partito. Ritornerà...

Ritornerà? È sicura di no, la signora Léuca. Ma del resto, anche se un giorno o l’altro egli dovesse ritornare, che importerebbe piú a lei, ormai?

Finito tutto.

Resta con quel suo spirito, sempre cosí dolorosamente attento a sé e a tutto, la signora Léuca, sotto la candida maschera della sua serenità, lacerata dentro da una prova che nessuno ha sospettato; con queste tre bambine non sue, da curare, da crescere; e con questa pena, con questa pena che non passa, non già per lei soltanto, che forse soffre meno di tant’altri, ma per tutte le cose e tutte le creature della terra, com’ella le vede nell’infinita angoscia del suo sentimento che è d’amore e di pietà; questa pena, questa pena che non passa, anche se qualche gioja di tanto in tanto la consoli, anche se un po’ di pace dia qualche sollievo e qualche ristoro: pena di vivere cosí...

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 29 gennaio 2011