Luigi Pirandello

V.  La mosca

Edizione di riferimento

Luigi Pirandello Novelle per un anno, a cura di Mario Costanzo, Premessa di Giovanni Macchia, I Meridiani vol. I, Arnoldo Mondadori editore, Milano1985

 

061  -  La mosca

062  -  L'eresia catara

063  -  Le sorprese della scienza

064  -  Le medaglie

065  -  La Madonnina

066  -  La berretta di Padova

067  -  Lo scaldino

068  -  Lontano

069  -  La fede

070  -  Con altri occhi

071  -  Tra due ombre

072  -  Niente

073  -  Mondo di carta

074  -  Il sonno del vecchio

075  -  La distruzione dell'uomo

061  –  La mosca

Pubblicata in «Il Marzocco», 2 ottobre 1904 (non il 12 ottobre 1904 come asserito da altri)

Trafelati, ansanti, per far piú presto, quando furono sotto il borgo, – su, di qua, coraggio! – s'arrampicarono per la scabra ripa cretosa, ajutandosi anche con le mani – forza! forza! – poiché gli scarponi imbullettati – Dio sacrato! – scivolavano.

Appena s'affacciarono paonazzi sulla ripa, le donne, affollate e vocianti intorno alla fontanella all'uscita del paese, si voltarono tutte a guardare. O non erano i fratelli Tortorici, quei due là? Sì, Neli e Saro Tortorici. Oh poveretti! E perché correvano così?

Neli, il minore dei fratelli, non potendone piú, si fermò un momento per tirar fiato e rispondere a quelle donne; ma Saro se lo trascinò via, per un braccio.

– Giurlannu Zarú, nostro cugino! – disse allora Neli, voltandosi, e alzò una mano in atto di benedire.

Le donne proruppero in esclamazioni di compianto d'orrore: una domandò, forte:

– Chi è stato?

– Nessuno: Dio! – gridò Neli da lontano.

Voltarono, corsero alla piazzetta, ov'era la casa del medico condotto.

Il signor dottore, Sidoro Lopiccolo, scamiciato, spettorato, con una barbaccia di almeno dieci giorni su le guance flosce, e gli occhi gonfi e cisposi, s'aggirava per le stanze, strascicando le ciabatte e reggendo su le braccia una povera malatuccia ingiallita, pelle e ossa, di circa nove anni.

La moglie, in un fondo di letto, da undici mesi; sei figliuoli per casa, oltre a quella che teneva in braccio, ch'era la maggiore, laceri, sudici, inselvaggiti; tutta la casa, sossopra, una rovina: cocci di piatti, bucce, l'immondizia a mucchi sui pavimenti; seggiole rotte, poltrone sfondate, letti non piú rifatti chi sa da quanto tempo, con le coperte a brandelli, perché i ragazzi si spassavano a far la guerra sui letti, a cuscinate; bellini!

Solo intatto, in una stanza ch'era stata salottino, un ritratto fotografico ingrandito, appeso alla parete; il ritratto di lui, del signor dottore Sidoro Lopiccolo, quand'era ancora giovincello, laureato di fresco: lindo, attillato e sorridente.

Davanti a questo ritratto egli si recava ora, ciabattando; gli mostrava i denti in un ghigno aggraziato, s'inchinava e gli presentava la figliuola malata, allungando le braccia.

– Sisiné, eccoti qua!

Perché così, Sisiné, lo chiamava per vezzeggiarlo sua madre, allora; sua madre che si riprometteva grandi cose da lui ch'era il beniamino, la colonna, lo stendardo della casa.

– Sisiné!

Accolse quei due contadini come un cane idrofobo.

– Che volete?

Parlò Saro Tortorici, ancora affannato, con la berretta in mano:

– Signor dottore, c'è un poverello, nostro cugino, che sta morendo...

– Beato lui! Sonate a festa le campane! – gridò il dottore.

– Ah nossignore! Sta morendo, tutt'a un tratto, non si sa di che. Nelle terre di Montelusa, in una stalla.

Il dottore si tirò un passo indietro e proruppe, inferocito:

– A Montelusa?

C'erano, dal paese, sette miglia buone di strada. E che strada!

– Presto presto, per carità – pregò il Tortorici. – È tutto nero, come un pezzo di fegato! gonfio, che fa paura. Per carità!

– Ma come, a piedi? – urlò il dottore. – Dieci miglia a piedi? Voi siete pazzi! La mula! Voglio la mula. L'avete portata?

– Corro subito a prenderla, – s'affrettò a rispondere il Tortorici. – Me la faccio prestare.

– Ed io allora, – disse Neli, il minore, – nel frattempo, scappo a farmi la barba.

Il dottore si voltò a guardarlo, come se lo volesse mangiar con gli occhi.

– È domenica, signorino, – si scusò Neli, sorridendo, smarrito. – Sono fidanzato.

– Ah, fidanzato sei? – sghignò allora il medico, fuori di sé. – E pigliati questa, allora!

Gli mise, così dicendo, sulle braccia la figlia malata; poi prese a uno a uno gli altri piccini che gli s'erano affollati attorno e glieli spinse di furia fra le gambe:

– E quest'altro! e quest'altro! e quest'altro! e quest'altro! Bestia! bestia! bestia!

Gli voltò le spalle, fece per andarsene, ma tornò indietro, si riprese la malatuccia e gridò ai due:

– Andate via! La mula! Vengo subito.

Neli Tortorici tornò a sorridere, scendendo la scala, dietro al fratello Aveva vent'anni, lui; la fidanzata, Luzza, sedici: una rosa! Sette figliuoli? Ma pochi! Dodici, ne voleva. E a mantenerli, si sarebbe ajutato con quel pajo di braccia sole, ma buone, che Dio gli aveva dato. Allegramente, sempre. Lavorare e cantare, tutto a regola d'arte Non per nulla lo chiamavano Liolà, il poeta. E sentendosi amato da tutti per la sua bontà servizievole e il buon umore costante, sorrideva finanche all'aria che respirava. Il sole non era ancora riuscito a cuocergli la pelle, a inaridirgli il bel biondo dorato dei capelli riccioluti che tante donne gli avrebbero invidiato; tante donne che arrossivano, turbate, se egli le guardava in un certo modo, con quegli occhi chiari, vivi vivi.

Piú che del caso del cugino Zarú, quel giorno, egli era afflitto in fondo del broncio che gli avrebbe tenuto la sua Luzza, che da sei giorni sospirava quella domenica per stare un po' con lui. Ma poteva, in coscienza, esimersi da quella carità di cristiano? Povero Giurlannu! Era fidanzato anche lui. Che guajo, così all'improvviso! Abbacchiava le mandorle, laggiú, nella tenuta del Lopes, a Montelusa. La mattina avanti, sabato, il tempo s'era messo all'acqua; ma non pareva ci fosse pericolo di pioggia imminente. Verso mezzogiorno, però, il Lopes dice: – In un'ora Dio lavora; non vorrei, figliuoli, che le mandorle mi rimanessero per terra, sotto la pioggia. – E aveva comandato alle donne che stavano a raccogliere, di andar su, nel magazzino, a smallare. – Voi, – dice, rivolto agli uomini che abbacchiavano (e c'erano anche loro, Neli e Saro Tortorici) – voi, se volete, andate anche su, con le donne a smallare. – Giurlannu Zarú: – Pronto, – dice, – – ma la giornata mi corre col mio salario, di venticinque soldi? – No, mezza giornata, – dice il Lopes, – te la conto col tuo salario; il resto, a mezza lira, come le donne. – Soperchieria! Perché, mancava forse per gli uomini di lavorare e di guadagnarsi la giornata intera? Non pioveva né piovve difatti per tutta la giornata, né la notte. – Mezza lira, come le donne – dice Giurlannu Zarú – Io porto calzoni. Mi paghi la mezza giornata in ragione di venticinque soldi, o vado via.

Non se n andò: rimase ad aspettare fino a sera i cugini che s'erano contentati di smallare, a mezza lira, con le donne. A un certo punto, però stanco di stare in ozio a guardare, s'era recato in una stalla lì vicino per buttarsi a dormire, raccomandando alla ciurma di svegliarlo quando sarebbe venuta l'ora d'andar via.

S'abbacchiava da un giorno e mezzo, e le mandorle raccolte erano poche. Le donne proposero di smallarle tutte quella sera stessa, lavorando fino a tardi e rimanendo a dormire lì il resto della notte, per risalire al paese la mattina dopo, levandosi al bujo. Così fecero. Il Lopes portò fave cotte e due fiaschi di vino. A mezzanotte, finito di smallare, si buttarono tutti, uomini e donne, a dormire al sereno su l'aja, dove la paglia rimasta era bagnata dall'umido, come se veramente fosse piovuto.

– Liolà, canta!

E lui, Neli, s'era messo a cantare all'improvviso. La luna entrava e usciva di tra un fitto intrico di nuvolette bianche e nere; e la luna era la faccia tonda della sua Luzza che sorrideva e s'oscurava alle vicende ora tristi e ora liete dell'amore.

Giurlannu Zarú era rimasto nella stalla. Prima dell'alba, Saro si era recato a svegliarlo e lo aveva trovato lì, gonfio e nero, con un febbrone da cavallo.

Questo raccontò Neli Tortorici, là dal barbiere, il quale, a un certo punto distraendosi, lo incicciò col rasojo. Una feritina, presso il mento, che non pareva nemmeno, via! Neli non ebbe neanche il tempo di risentirsene, perché alla porta del barbiere s'era affacciata Luzza con la madre e Mita Lumia, la povera fidanzata di Giurlannu Zarú, che gridava e piangeva, disperata.

Ci volle del bello e del buono per fare intendere a quella poveretta che non poteva andare fino a Montelusa, a vedere il fidanzato: lo avrebbe veduto prima di sera, appena lo avrebbero portato su, alla meglio. Sopravvenne Saro, sbraitando che il medico era già a cavallo e non voleva piú aspettare. Neli si tirò Luzza in disparte e la pregò che avesse pazienza: sarebbe ritornato prima di sera e le avrebbe raccontato tante belle cose.

Belle cose, difatti, sono anche queste, per due fidanzati che se le dicono stringendosi le mani e guardandosi negli occhi.

Stradaccia scellerata! Certi precipizi, che al dottor Lopiccolo facevano vedere la morte con gli occhi, non ostante che Saro di qua, Neli di là reggessero la mula per la capezza.

Dall'alto si scorgeva tutta la vasta campagna, a pianure e convalli; coltivata a biade, a oliveti, a mandorleti; gialla ora di stoppie e qua e là chiazzata di nero dai fuochi della debbiatura; in fondo, si scorgeva il mare, d'un aspro azzurro. Gelsi, carrubi, cipressi, olivi serbavano il loro vario verde, perenne; le corone dei mandorli s'erano già diradate.

Tutt'intorno, nell'ampio giro dell'orizzonte, c'era come un velo di vento. Ma la calura era estenuante; il sole spaccava le pietre. Arrivava or sì or no, di là dalle siepi polverose di fichidindia, qualche strillo di calandra o la risata d'una gazza, che faceva drizzar le orecchie alla mula del dottore

– Mula mala! mula mala! – si lamentava questi allora.

Per non perdere di vista quelle orecchie, non avvertiva neppure al sole che aveva davanti agli occhi, e lasciava l'ombrellaccio aperto foderato di verde, appoggiato su l'omero.

– Vossignoria non abbia paura, ci siamo qua noi, – lo esortavano i fratelli Tortorici.

Paura, veramente, il dottore non avrebbe dovuto averne. Ma diceva per i figliuoli. Se la doveva guardare per quei sette disgraziati, la pelle.

Per distrarlo, i Tortorici si misero a parlargli della mal'annata: scarso il frumento, scarso l'orzo, scarse le fave; per i mandorli, si sapeva: non raffermano sempre: carichi un anno e l'altro no; e delle ulive non parlavano: la nebbia le aveva imbozzacchite sul crescere; né c'era da rifarsi con la vendemmia, ché tutti i vigneti della contrada erano presi dal male.

– Bella consolazione! – andava dicendo ogni tanto il dottore, dimenando la testa.

In capo a due ore di cammino, tutti i discorsi furono esauriti. Lo stradone correva diritto per un lungo tratto, e su lo strato alto di polvere bianchiccia si misero a conversare adesso i quattro zoccoli della mula e gli scarponi imbullettati dei due contadini. Liolà, a un certo punto, si diede a canticchiare, svogliato, a mezza voce; smise presto. Non s'incontrava anima viva, poiché tutti i contadini, di domenica, erano su al paese, chi per la messa, chi per le spese, chi per sollievo. Forse laggiú, a Montelusa, non era rimasto nessuno accanto a Giurlannu Zarú, che moriva solo, seppure era vivo ancora.

Solo, difatti, lo trovarono, nella stallaccia intanfata, steso sul morello, come Saro e Neli Tortorici lo avevano lasciato: livido, enorme, irriconoscibile.

Rantolava.

Dalla finestra ferrata, presso la mangiatoja, entrava il sole a percuotergli la faccia che non pareva piú umana: il naso, nel gonfiore, sparito; le labbra, nere e orribilmente tumefatte. E il rantolo usciva da quelle labbra, esasperato, come un ringhio. Tra i capelli ricci da moro una festuca di paglia splendeva nel sole.

I tre si fermarono un tratto a guardarlo, sgomenti, e come trattenuti dall'orrore di quella vista. La mula scalpitò, sbruffando, su l'acciottolato della stalla. Allora Saro Tortorici s'accostò al moribondo e lo chiamò amorosamente:

– Giurlà, Giurlà, c'è il dottore.

Neli andò a legar la mula alla mangiatoja, presso alla quale, sul muro, era come l'ombra di un'altra bestia, l'orma dell'asino che abitava in quella stalla e vi s'era stampato a forza di stropicciarsi.

Giurlannu Zarú, a un nuovo richiamo, smise di rantolare; Si provò ad aprir gli occhi insanguati, anneriti, pieni di paura; aprì la bocca orrenda e gemette, come arso dentro:

– Muojo!

– No, no, – s'affrettò a dirgli Saro, angosciato. – C'è qua il medico. L'abbiamo condotto noi; lo vedi?

– Portatemi al paese! – pregò il Zarù, e con affanno, senza potere accostar le labbra: – Oh mamma mia!

– Sì, ecco, c'è qua la mula! – rispose subito Saro.

– Ma anche in braccio, Giurlà, ti ci porto io! – disse Neli, accorrendo e chinandosi su lui. – Non t'avvilire!

Giurlannu Zarú si voltò alla voce di Neli, lo guatò con quegli occhi insanguati come se in prima non lo riconoscesse, poi mosse un braccio e lo prese per la cintola.

– Tu, bello? Tu?

– Io, sì, coraggio! Piangi? Non piangere, Giurlà, non piangere. È nulla!

E gli posò una mano sul petto che sussultava dai singhiozzi che non potevano rompergli dalla gola. Soffocato, a un certo punto il Zarú scosse il capo rabbiosamente, poi alzò una mano, prese Neli per la nuca e l'attiro a sé:

– Insieme, noi, dovevamo sposare...

– E insieme sposeremo, non dubitare! – disse Neli, levandogli la mano che gli s'era avvinghiata alla nuca.

Intanto il medico osservava il moribondo. Era chiaro: un caso di carbonchio.

– Dite un po', non ricordate di qualche insetto che v'abbia pinzato?

– No, – fece col capo il Zarú.

– Insetto? – domandò Saro.

Il medico spiegò, come poteva a quei due ignoranti, il male. Qualche bestia doveva esser morta in quei dintorni, di carbonchio. Su la carogna, buttata in fondo a qualche burrone, chi sa quanti insetti s'erano posati; qualcuno poi, volando, aveva potuto inoculare il male al Zarú, in quella stalla.

Mentre il medico parlava così, il Zarù aveva voltato la faccia verso il muro

Nessuno lo sapeva, e la morte intanto era lì, ancora; così piccola, che si sarebbe appena potuta scorgere, se qualcuno ci avesse fatto caso.

C'era una mosca, lì sul muro, che pareva immobile; ma, a guardarla bene, ora cacciava fuori la piccola proboscide e pompava, ora si nettava celermente le due esili zampine anteriori, stropicciandole fra loro, come soddisfatta.

Il Zarú la scorse e la fissò con gli occhi.

Una mosca.

Poteva essere stata quella o un'altra. Chi sa? Perché, ora, sentendo parlare il medico, gli pareva di ricordarsi. Sì, il giorno avanti, quando s'era buttato lì a dormire, aspettando che i cugini finissero di smallare le mandorle del Lopes, una mosca gli aveva dato fastidio. Poteva esser questa?

La vide a un tratto spiccare il volo e si voltò a seguirla con gli occhi.

Ecco era andata a posarsi sulla guancia di Neli. Dalla guancia, lieve lieve, essa ora scorreva in due tratti, sul mento, fino alla scalfittura del rasojo, e s'attaccava lì, vorace.

Giurlannu Zarú stette a mirarla un pezzo, intento, assorto. Poi, tra l'affanno catarroso, domandò con una voce da caverna:

– Una mosca, può essere?

– Una mosca? E perché no? – rispose il medico.

Giurlannu Zarú non disse altro: si rimise a mirare quella mosca che Neli, quasi imbalordito dalle parole del medico non cacciava via. Egli, il Zarú, non badava piú al discorso del medico, ma godeva che questi, parlando, assorbisse così l'attenzione del cugino da farlo stare immobile come una statua, da non fargli avvertire il fastidio di quella mosca lì sulla guancia. Oh fosse la stessa! Allora sì, davvero, avrebbero sposato insieme! Una cupa invidia, una sorda gelosia feroce lo avevano preso di quel giovane cugino così bello e florido, per cui piena di promesse rimaneva la vita che a lui, ecco, veniva irnprovvisamente a mancare.

A un tratto Neli, come se finalmente si sentisse pinzato, alzò una mano, cacciò via la mosca e con le dita cominciò a premersi il mento, sul taglietto. Si voltò a Zarú che lo guardava e restò un po' sconcertato vedendo che questi aveva aperto le labbra orrende, a un sorriso mostruoso. Si guardarono un po' così. Poi il Zarú disse, quasi senza volerlo:

– La mosca.

Neli non comprese e chinò l'orecchio:

– Che dici?

– La mosca, – ripeté quello.

– Che mosca? Dove? – chiese Neli, costernato, guardando il medico.

– Lì, dove ti gratti. Lo so sicuro! – disse il Zarú.

Neli mostrò al dottore la feritina sul mento:

– Che ci ho? Mi prude.

Il medico lo guardò, accigliato; poi, come se volesse osservarlo meglio, lo condusse fuori della stalla. Saro li seguì.

Che avvenne poi? Giurlannu Zarú attese, attese a lungo, con un'ansia che gl'irritava dentro tutte le viscere. Udiva parlare, là fuori, confusamente. A un tratto, Saro rientrò di furia nella stalla, prese la mula e, senza neanche voltarsi a guardarlo, uscì, gemendo:

– Ah, Neluccio mio! ah, Neluccio mio!

Dunque, era vero? Ed ecco, lo abbandonavano lì, come un cane. Provò a rizzarsi su un gomito, chiamò due volte:

– Saro! Saro!

Silenzio. Nessuno. Non si resse piú sul gomito, ricadde a giacere e si mise per un pezzo come a grufare, per non sentire il silenzio della campagna, che lo atterriva. A un tratto gli nacque il dubbio che avesse sognato, che avesse fatto quel sogno cattivo, nella febbre; ma, nel rivoltarsi verso il muro, rivide la mosca, lì di nuovo.

Eccola.

Ora cacciava fuori la piccola proboscide e pompava, ora si nettava celermente le due esili zampine anteriori, stropicciandole fra loro, come soddisfatta.

062  –  L'eresia catara

Bernardino Lamis, professore ordinario di storia delle religioni, socchiudendo gli occhi addogliati e, come soleva nelle piú gravi occasioni, prendendosi il capo inteschiato tra le gracili mani tremolanti che pareva avessero in punta, invece delle unghie, cinque rosee conchigliette lucenti, annunziò ai due soli alunni che seguivano con pertinace fedeltà il suo corso:

– Diremo, o signori, nella ventura lezione, dell'eresia catara.

Uno de' due studenti, il Ciotta – bruno ciociaretto di Guarcino, tozzo e solido – digrignò i denti con fiera gioja e si diede una violenta fregatina alle mani. L'altro, il pallido Vannìcoli, dai biondi capelli irti come fili di stoppia e dall'aria spirante, appuntì invece le labbra, rese piú dolente che mai lo sguardo dei chiari occhi languidi e stette col naso come in punto a annusar qualche odore sgradevole, per significare ch'era compreso della pena che al venerato maestro doveva certo costare la trattazione di quel tema, dopo quanto glien'aveva detto privatamente. (Perché il Vannìcoli credeva che il professor Lamis quand'egli e il Ciotta, finita la lezione, lo accompagnavano per un lungo tratto di via verso casa, si rivolgesse unicamente a lui, solo capace d'intenderlo.)

E difatti il Vannìcoli sapeva che da circa sei mesi era uscita in Germania (Halle a. S.) una mastodontica monografia di Hans von Grobler su l'Eresia Catara, messa dalla critica ai sette cieli, e che su lo stesso argomento, tre anni prima, Bernardino Lamis aveva scritto due poderosi volumi, di cui il von Grobler mostrava di non aver tenuto conto, se non solo una volta, e di passata, citando que' due volumi, in una breve nota; per dirne male.

Bernardino Lamis n'era rimasto ferito proprio nel cuore; e piú s'era addolorato e indignato della critica italiana che, elogiando anch'essa a occhi chiusi il libro tedesco, non aveva minimamente ricordato i due volumi anteriori di lui, né speso una parola per rilevare l'indegno trattamento usato dallo scrittore tedesco a uno scrittor paesano. Piú di due mesi aveva aspettato che qualcuno, almeno tra i suoi antichi scolari, si fosse mosso a difenderlo; poi, tuttochè – secondo il suo modo di vedere – non gli fosse parso ben fatto, s'era difeso da sè, notando in una lunga e minuziosa rassegna, condita di fine ironia, tutti gli errori piú o meno grossolani in cui il con Grobler era caduto, tutte le parti che costui s'era appropriate della sua opera senza farne menzione, e aveva infine raffermato con nuovi e inoppugnabili argomenti le proprie opinioni contro quelle discordanti dello storico tedesco.

Questa sua difesa, però, per la troppa lunghezza e per lo scarso interesse che avrebbe potuto destare nella maggioranza dei lettori, era stata rifiutata da due riviste; una terza se la teneva da piú d'un mese, e chi sa quanto tempo ancora se la sarebbe tenuta, a giudicare dalla risposta punto garbata che il Lamis, a una sua sollecitazione, aveva ricevuto dal direttore.

Sicché dunque davvero Bernardino Lamis aveva ragione, uscito dall'Università di sfogarsi quel giorno amaramente coi due suoi fedeli giovani che lo accompagnavano al solito verso caca. E parlava loro della spudorata ciarlataneria che dal campo della politica era passata a sgambettare in quello della letteratura prima, e ora, purtroppo anche nei sacri e inviolabili dominii della scienza; parlava della servilità vigliacca radicata profondamento nell'indole del popolo italiano, per cui è gemma preziosa qualunque cosa venga d'oltralpe o d'oltremare e pietra falsa e vile tutto ciò che si produce da noi; accennava infine agli argomenti piú forti contro il suo avversario, da svolgere nella ventura lezione. E il Ciotta, pregustando il piacere che gli sarebbe venuto dall'estro ironico e bilioso del professore, tornava a fregarsi le mani, mentre il Vannìcoli, afflitto, sospirava.

A un certo punto il professor Lamis tacque e prese un'aria astratta: segno, questo, per i due scolari, che il professore voleva esser lasciato solo.

Ogni volta, dopo la lezione, si faceva una giratina per sollievo giú per la piazza del Pantheon, poi su per quella della Minerva, attraversava Via dei Cestari e sboccava sul Corso Vittorio Emanuele. Giunto in prossimità di Piazza San Pantaleo, prendeva quell'aria astratta, perché solito – prima d'imboccare la Via del Governo Vecchio, ove abitava– d'entrare (furtivamente, secondo la sua intenzione) in una pasticceria, donde poco dopo usciva con un cartoccio in mano.

I due scolari sapevano che il professor Lamis non aveva da fare neppur le spese a un grillo, e non si potevano perciò capacitare della compera di quel cartoccio misterioso, tre volte la settimana.

Spinto dalla curiosità, il Ciotta era finanche entrato un giorno nella pasticceria a domandare che cosa il professore vi comperasse.

– Amaretti, schiumette e bocche di dama.

E per chi serviranno?

Il Vannìcoli diceva per i nipotini. Ma il Ciotta avrebbe messo le mani sul fuoco che servivano proprio per lui, per il professore stesso: perché una volta lo aveva sorpreso per via nel mentre che si cacciava una mano in tasca per trarne fuori una di quelle schiumette e doveva già averne un altra in bocca, di sicuro, la quale gli avea impedito di rispondere a voce al saluto che lui gli aveva rivolto.

– Ebbene, e se mai, che c'è di male? Debolezze! gli aveva detto, seccato, il Vannìcoli, mentre da lontano seguiva con lo sguardo languido il vecchio professore, ti quale se n'andava Pian piano, molle molle, strusciando le scarpe.

Non solamente questo peccatuccio di gola, ma tante e tant'altre cose potevano essere perdonate a quell'uomo che, per la scienza, s'era ridotto con quelle spalle aggobbate che pareva gli volessero scivolare e fossero tenute su, penosamente, dal collo lungo, proteso come sotto un giogo. Tra il cappello e la nuca la calvizie del professor Lamis si scopriva come una mezza luna cuojacea; gli tremolava su la nuca una rada zazzeretta argentea, che gli accavallava di qua e di là gli orecchi e seguitava barba davanti – su le gote e sotto il mento – a collana.

Né il Ciotta né il Vannìcoli avrebbero mai supposto che in quel cartoccio Bernardino Lamis si portava a casa tutto il suo pasto giornaliero.

Due anni addietro, gli era piombata addosso da Napoli la famiglia d'un suo fratello, morto colà improvvisamente: la cognata, furia d'inferno, con sette figliuoli, il maggiore dei quali aveva appena undici anni. Notare che il professor Lamis non aveva voluto prender moglie per non esser distratto in alcun modo dagli studi. Quando, senz'alcun preavviso, s'era veduto innanzi quell'esercito strillante, accampato sul pianerottolo della scala, davanti la porta, a cavallo d'innumerevoli fagotti e fagottini, era rimasto allibito. Non potendo per la scala, aveva pensato per un momento di scappare buttandosi dalla finestra. Le quattro stanzette della sua modesta dimora erano state invase; la scoperta d'un giardinetto, unica e dolce cura dello zio, aveva suscitato un tripudio frenetico nei sette orfani sconsolati, come li chiamava la grassa cognata napoletana. In mese dopo, non c'era piú un filo d'erba in quel giardinetto. Il professor Lamis era diventato l'ombra di se stesso: s'aggirava per lo studio come uno che non stia piú in cervello, tenendosi pur nondimeno la testa tra le mani quasi per non farsela portar via anche materialmente da quegli strilli, da quei pianti, da quel pandemonio imperversante dalla mattina alla sera. Ed era durato un anno, per lui, questo supplizio, e chi sa quant'altro tempo ancora sarebbe durato, se un giorno non si fosse accorto che la cognata, non contenta dello stipendio che a ogni ventisette del mese egli le consegnava intero, ajutava dal giardinetto il maggiore dei figliuoli a inerpicarsi fino alla finestra dello studio, chiuso prudentemente a chiave, per fargli rubare i libri:

– Belli grossi, neh, Gennarie', belli grossi e nuovi!

Mezza la sua biblioteca era andata a finire per pochi soldi su i muricciuoli.

Indignato, su le furie, quel giorno stesso, Bernardino Lamis con sei ceste di libri superstiti e tre rustiche scansie, un gran crocefisso di cartone, una cassa di biancheria, tre seggiole, un ampio seggiolone di cuojo, la scrivania alta e un lavamano, se n'era andato ad abitare solo – in quelle due stanzette di via Governo Vecchio, dopo aver imposto alla cognata di non farsi vedere mai piú da lui.

Le mandava ora per mezzo d'un bidello dell'Università, puntualmente ogni mese, lo stipendio, di cui tratteneva soltanto lo stretto necessario per sé.

Non aveva voluto prendere neanche una serva a mezzo servizio, temendo che si mettesse d'accordo con la cognata. Del resto, non ne aveva bisogno. Non s'era portato nemmeno il letto: dormiva con uno scialletto su le spalle, avvoltolato in una coperta di lana, entro il seggiolone Non cucinava. Seguace a modo suo della teoria del Fletcher, si nutriva con poco, masticando molto. Votava quel famoso cartoccio nelle due ampie tasche dei calzoni, metà qua, metà là, e mentre studiava o scriveva, in piedi com'era solito, mangiucchiava o un amaretto o una schiumetta o una bocca di dama. Se aveva sete, acqua. Dopo un anno di quell'inferno, si sentiva ora in paradiso.

Ma era venuto il von Grobler con quel suo libraccio su l'Eresia Catara a guastargli le feste.

Quel giorno, appena rincasato, Bernardino Lamis si rimise al lavoro, febbrilmente.

Aveva innanzi a sè due giorni per finir di stendere quella lezione che gli stava tanto a cuore. Voleva che fosse formidabile. Ogni parola doveva essere una frecciata per quel tedescaccio von Grobler.

Le sue lezioni egli soleva scriverle dalla prima parola fino all'ultima, in fogli di carta protocollo, di minutissimo carattere. Poi, all'Università, le leggeva con voce lenta e grave, reclinando indietro il capo, increspando la fronte e stendendo le pàlpebre per poter vedere attraverso le lenti insellate su la punta del naso, dalle cui narici uscivano due cespuglietti di ispidi peli grigi liberamente cresciuti. I due fidi scolari avevano tutto il tempo di scrivere quasi sotto dettatura. Il Lamis non montava mai in cattedra: sedeva umilmente davanti al tavolino sotto. I banchi, nell'aula, erano disposti in quattro ordini, ad anfiteatro.

L'aula era buja, e il Ciotta e il Vannìcoli all'ultimo ordine, uno di qua, l'altro di là, ai due estremi, per aver luce dai due occhi ferrati che si aprivano in alto. Il professore non li vedeva mai durante la lezione: udiva soltanto il raspìo delle loro penne frettolose.

Là, in quell'aula, poiché nessuno s'era levato in sua difesa, lui si sarebbe vendicato della villania di quel tedescaccio, dettando una lezione memorabile.

Avrebbe prima esposto con succinta chiarezza l'origine, la ragione, l'essenza, l'importanza storica e le conseguenze dell'eresia catara, riassumendole dai suoi due volumi; si sarebbe poi lanciato nella parte polemica, avvalendosi dello studio critico che aveva già fatto sul libro del von Grobler. Padrone com'era della materia, e col lavoro già pronto, sotto mano, a una sola fatica sarebbe andato incontro: a quella di tenere a freno la penna. Con l'estro della bile, avrebbe scritto in due giorni, su quell'argomento, due altri volumi piú poderosi dei primi.

Doveva invece restringersi a una piana lettura di poco piú di un'ora: riempire cioè di quella sua minuta scrittura non piú di cinque o sei facciate di carta protocollo. Due le aveva già scritte. Le tre o quattro altre facciate dovevano servire per la parte polemica.

Prima d'accingervisi, volle rileggere la bozza del suo studio critico sul libro del von Grobler. La trasse fuori dal cassetto della scrivania, vi soffiò su per cacciar via la polvere, con le lenti già su la punta del naso, e andò a stendersi lungo lungo sul seggiolone.

A mano a mano, leggendo, se ne compiacque tanto, che per miracolo non si trovò ritto in piedi su quel seggiolone; e tutte, una dopo l'altra, in meno d'un'ora, s'era mangiato inavvertitamente le schiumette che dovevano servirgli per due giorni. Mortificato, trasse fuori la tasca vuota, per scuoterne la sfarinatura.

Si mise senz'altro a scrivere, con l'intenzione di riassumere per sommi capi quello studio critico. A poco a poco però, scrivendo, si lasciò vincere dalla tentazione d'incorporarlo tutto quanto di filo nella lezione, parendogli che nulla vi fosse di superfluo, né un punto né una virgola. Come rinunziare, infatti, a certe espressioni d'una arguzia così spontanea e di tanta efficacia? a certi argomenti così calzanti e decisivi? E altri e altri ancora gliene venivano, scrivendo, piú lucidi, piú convincenti, a cui non era del pari possibile rinunziare.

Quando fu alla mattina del terzo giorno, che doveva dettar la lezione, Bernardino Lamis si trovò davanti, sulla scrivania, ben quindici facciate fitte fitte, invece di sei.

Si smarrì.

Scrupolosissimo nel suo officio, soleva ogni anno, in principio, dettare il sommario di tutta la materia d'insegnamento che avrebbe svolto durante il corso, e a questo sommario si atteneva rigorosissimamente. Già aveva fatto, per quella malaugurata pubblicazione del libro del von Grobler, una prima concessione all'amor proprio offeso, entrando quell'anno a parlare quasi senza opportunità dell'eresia catara. Piú d'una lezione, dunque, non avrebbe potuto spenderci. Non voleva a nessun costo che si dicesse che per bizza o per sfogo il professor Lamis parlava fuor di proposito o piú del necessario su un argomento che non rientrava se non di lontano nella materia dell'annata.

Bisognava dunque, assolutamente, nelle poche ore che gli restavano, ridurre a otto, a nove facciate al massimo, le quindici che aveva scritte.

Questa riduzione gli costò un così intenso sforzo intellettuale, che non avvertì nemmeno alla grandine, ai lampi, ai tuoni d'un violentissimo uragano che s'era improvvisamente rovesciato su Roma. Quando fu su la soglia del portoncino di casa, col suo lungo rotoletto di carta sotto il braccio, pioveva a diluvio. Come fare? Mancavano appena dieci minuti all'ora fissata per la lezione. Rifece le scale, per munirsi d'ombrello, e s'avviò sotto quell'acqua, riparando alla meglio il rotoletto di carta, la sua « formidabile » lezione.

Giunse all'Università in uno stato compassionevole: zuppo da capo a piedi. Lasciò l'ombrello nella bacheca del portinajo; si scosse un po' la pioggia di dosso, pestando i piedi; s'asciugò la faccia e salì al loggiato.

L'aula – buja anche nei giorni sereni – pareva con quel tempo infernale una catacomba; ci si vedeva a mala pena. Non di meno, entrando, il professor Lamis, che non soleva mai alzare il capo, ebbe la consolazione d'intravedere in essa, così di sfuggita, un insolito affollamento, e ne lodò in cuor suo i due fidi scolari che evidentemente avevano sparso tra i compagni la voce del particolare impegno con cui il loro vecchio professore avrebbe svolto quella lezione che tanta pena e tanta fatica gli era costata e dove tanto tesoro di cognizioni era con sommo sforzo racchiuso e tanta arguzia imprigionata.

In preda a una viva emozione, posò il cappello e montò, quel giorno, insolitamente, in cattedra. Le gracili mani gli tremolavano talmente, che stentò non poco a inforcarsi le lenti sulla punta del naso. Nell'aula il silenzio era perfetto. E il professor Lamis, svolto il rotolo di carta, prese a leggere con voce alta e vibrante, di cui egli stesso restò meravigliato. A quali note sarebbe salito, allorché, finita la parte espositiva per cui non era acconcio quel tono di voce, si sarebbe lanciato nella polemica? Ma in quel momento il professor Lamis non era piú padrone di sè. Quasi morso dalle vipere del suo stile, sentiva di tratto in tratto le reni fènderglisi per lunghi brividi e alzava di punto in punto la voce e gestiva, gestiva. Il professor Bernardino Lamis, così rigido sempre, così contegnoso, quel giorno, gestiva! Troppa bile aveva accumulato in sei mesi, troppa indignazione gli avevano cagionato la servilità, il silenzio della critica italiana; e questo ora, ecco, era per lui il momento della rivincita! Tutti quei bravi giovani, che stavano ad ascoltarlo religiosamente, avrebbero parlato di questa sua lezione, avrebbero detto che egli era salito in cattedra quel giorno perché con maggior solennità partisse dall'Ateneo di Roma la sua sdegnosa risposta non al von Grobler soltanto, ma a tutta quanta la Germania.

Leggeva così da circa tre quarti d'ora, sempre piú acceso e vibrante, allorché lo studente Ciotta, che nel venire all'Università era stato sorpreso da un piú forte rovescio d'acqua e s'era riparato in un portone, s'affacciò quasi impaurito all'uscio dell'aula. Essendo in ritardo, aveva sperato che il professor Lamis con quel tempo da lupi non sarebbe venuto a far lezione. Giú, poi, nella bacheca del portinajo, aveva trovato un bigliettino del Vannìcoli che lo pregava di scusarlo presso l'amato professore perché « essendogli la sera avanti smucciato un piede nell'uscir di casa, aveva ruzzolato la scala, s'era slogato un braccio e non poteva perciò, con suo sommo dolore, assistere alla lezione ».

A chi parlava, dunque, con tanto fervore il professor Bernardino Lamis?

Zitto zitto, in punta di piedi, il Ciotta varcò la soglia dell'aula e volse in giro lo sguardo. Con gli occhi un po' abbagliati dalla luce di fuori, per quanto scarsa, intravide anche lui nell'aula numerosi studenti, e ne rimase stupito. Possibile? Si sforzò a guardar meglio.

Una ventina di soprabiti impermeabili, stesi qua e là a sgocciolare nella buja aula deserta, formavano quel giorno tutto l'uditorio del professor Bernardino Lamis

Il Ciotta li guardò, sbigottito, sentì gelarsi il sangue, vedendo il professore leggere così infervorato a quei soprabiti la sua lezione, e si ritrasse quasi con paura.

Intanto, terminata l'ora, dall'aula vicina usciva rumorosamente una frotta di studenti di legge, ch'erano forse i proprietarii di quei soprabiti.

Subito il Ciotta, che non poteva ancora riprender fiato dall'emozione, stese le braccia e si piantò davanti all'uscio per impedire il passo.

– Per carità, non entrate! C'è dentro il professor Lamis.

– E che fa? – domandarono quelli, meravigliati dell'aria stravolta del Ciotta.

Questi si pose un dito su la bocca, poi disse piano, con gli occhi sbarrati:

– Parla solo!

Scoppiò una clamorosa irrefrenabile risata.

Il Ciotta chiuse lesto lesto l'uscio dell'aula, scongiurando di nuovo:

– Zitti, per carità, zitti! Non gli date questa mortificazione, povero vecchio! Sta parlando dell'eresia catara!

Ma gli studenti, promettendo di far silenzio, vollero che l'uscio fosse riaperto. Pian piano, per godersi dalla soglia lo spettacolo di quei loro poveri soprabiti che ascoltavano immobili, sgocciolanti neri nell'ombra, la formidabile lezione del professor Bernardino Lamis.

– ...ma il manicheismo, o signori, il manicheismo, in fondo, che cosa è? Ditelo voi! Ora, se i primi Albigesi, a detta del nostro illustre storico tedesco, signor Hans von Grobler...

063  –  Le sorprese della scienza

Avevo ben capito che l'amico Tucci, nell'invitarmi con quelle sue calorose e pressanti lettere a passare l'estate a Milocca, in fondo non desiderava tanto di procurare un piacere a me, quanto a se stesso il gusto di farmi restare a bocca aperta mostrandomi ciò che aveva saputo fare, con molto coraggio, in tanti anni d'infaticabile operosità.

Aveva preso a suo rischio e ventura certi terreni paludosi che ammorbavano quel paese, e ne aveva fatto i campi piú ubertosi di tutto il circondario: un paradiso!

Non mi faceva grazia nelle sue lettere di nessuno dei tanti palpiti che quella bonifica gli era costata e di nessuno dei tanti mezzi escogitati, dei tanti guai che gli erano diluviati, di nessuna delle tante lotte sostenute, lui solo contro Milocca tutta: lotte rusticane e lotte civili.

Per invogliarmi forse maggiormente, nell'ultima lettera mi diceva tra l'altro che aveva preso in moglie una saggia massaja, massaja in tutto: otto figliuoli in otto anni di matrimonio (due a un parto), e un nono per via; che aveva anche la suocera in casa, bravissima donna che gli voler a un mondo di bene, e anche il suocero in casa, perla d'uomo, dotto latinista e mio sviscerato ammiratore. Sicuro. Perché la mia fama di scrittore era volata fino a Milocca, dacché in un giornale s'era letto non so che articolo che parlava di me e d'un mio libro, dove c era un uomo che moriva due volte. Leggendo quell'articolo di giornale, l'amico Tucci s'era ricordato d'un tratto che noi era, amo stati compagni di scuola tant'anni, al Liceo e all'Università, e aveva parlato entusiastica mente del mio straordinario ingegno a suo suocero, il quale subito s'era fatto venire il libro di cui quel giornale parlava.

Ebbene, confesso che proprio quest'ultima notizia fu quella che mi vinse. Non càpita facilmente agli scrittori italiani la fortuna di veder la faccia dabbene d'uno dei tre o quattro acquirenti di qualche loro libro benavventurato. Presi il treno e partii per Milocca.

Otto ore buone di ferrovia e cinque di vettura.

Ma piano, con questa vettura! Cent'anni fa, non dico, sarà anche stata non molto vecchia; forse qualche molla, cent'anni fa, doveva averla ancora, anche se tre o quattro razzi delle ruote davanti e cinque o sei di quelle di dietro erano di già attorti di spago così come si vedevano adesso. Cuscini, non ne parliamo! Là, su la tavola nuda; e bisognava sedere in punta in punta, per cansare il rischio che la carne rimanesse presa in qualche fessura, giacché il legno, correndo, sganasciava tutto. Ma piano, con questo correre! Doveva dirlo la bestia. E quella bestia lì non diceva nulla: salutava perfino col muso a camminare. Sì, centomila volle sì, scambio dei piedi, voleva metterci le froge per terra, come ce le metteva, povera decrepita rozza, tanto gli zoccoli sferrati le facevano male. E quel boja di vetturino intanto aveva il coraggio di dire che bisognava saperla guidare, lasciarla andare col suo verso, perché ombrava, ombrava e, a frustarla, ritta gli si levava come una lepre, certe volte quella bestiaccia lì.

E che strada! Non posso dire d'averla proprio veduta bene tutta quanta perché in certi precipizi ridi piuttosto la morte con gli occhi. Ma c erano poi le peltate che me la lasciavano ammirare per tutta un'eternità, tra i cigolii del legno e il soffiai di quella rozza sfiancata, che accorava. Da quanti mai secoli non era stata piú riattata quella strada?

– Il pan delle vetture è il brecciale, – mi spiegò il vetturino. – Se lo mangiano con le ruote. Quando manchi il brecciale, si mangiano la strada.

E se l'erano mangiata bene oh, quella strada! Certi solchi che, a infilarli, non dico, ci s'andava meglio che in un binario, da non muoversene piú però, badiamo! ma, a cascarci dentro per uno spaglio della bestia, si ribaltava com'è vero Dio ed era grazia cavarne sano l'osso del collo

– Ma perché le lasciano così senza pane le vetture a Milocca? – domandai.

– Perché? Perché c'è il progetto, – mi rispose il vetturino.

– Il...?

– Progetto, sissignore. Anzi, tanti progetti, ci sono. C'è chi vuoi portare la via ferrata fino a Milocca, e chi dice il tram e chi l'automobile. Insomma si studia, ecco, per poi riparare come faccia meglio al caso.

– E intanto?

– Intanto io mi privo di comperare un altro legno e un'altra bestia, perché, capirà, se mettono il treno o il tram o l'automobile, posso fischiare.

Arrivai a Milocca a sera chiusa.

Non vidi nulla, perché secondo il calendario doveva esserci la luna, quella sera; la luna non c'era; i lampioni a petrolio non erano stati accesi; e dunque non ci si vedeva neanche a tirar moccoli.

Villa Tucci era a circa mezz'ora dal paese. Ma, o che la rozza veramente non ne potesse piú o che avesse fiutato la rimessa lì vicina, come diceva sacrando il vetturino, il fatto è che non volle piú andare avanti nemmeno d'un passo.

E non seppi darle torto, io.

Dopo cinque ore di compagnia, m'ero quasi quasi medesimato con quella bestia: non avrei voluto piú andare avanti, neanch'io.

Pensavo:

« Chi sa, dopo tant'anni, come ritroverò Merigo Tucci! Già me lo ricordo così in nebbia. Chi sa come si sarà abbrutito a furia di batter la testa contro le dure, stupide realtà quotidiane d'una meschina vita provinciale! Da compagno di scuola, egli mi ammirava; ma ora vuoi essere ammirato lui da me, perché, – buttati via i libri – s'è arricchito; mentr'io, là! potrò farmi giulebbare dal suocero dotto latinista, il quale, figuriamoci! mi farà scontare a sudore di sangue le tre lirette spese per il mio libro. E otto marmocchi poi, e la suocera, Dio immortale, e la nuora buona massaja. E questo paese che Tucci mi ha decantato ricchissimo e che intanto si fa trovare al bujo, dopo quella stradaccia lì e questo legnetto qua per accogliere gli ospiti. Dove son venuto a cacciarmi? »

Mentre mi pascevo comodamente di queste dolci riflessioni, la rozza, piantata lì su i quattro stinchi, si pasceva a sua volta d'una tempesta di frustate, imperturbabilmente. Alla fine il vetturino, stanco morto di quella sua gran fatica, disperato e furibondo, mi propose di andare a piedi.

– È qui vicino. La valigia gliela porto io.

– E andiamo, su! Sgranchiremo le gambe, – dissi io, smontando. – Ma la via è buona, almeno? Con questo bujo...

Lei non tema. Andrò io avanti; lei mi terrà dietro, piano piano, con giudizio.

Fortuna ch'era bujo! Quel ch'occhio non vede, cuore non crede. Quando però il giorno dopo vidi quell'altra strada lì restai basito, non tanto perché c'ero passato, quanto per il pensiero che se Dio misericordioso aveva permesso che non ci lasciassi la pelle, chi sa a quali terribili prove vuoi dire che m'ha predestinato.

Fu così forte l'impressione che mi fece quella strada e poi l'aspetto di quel paese – squallido, nudo in desolato abbandono, come dopo un saccheggio o un orrendo cataclisma; senza vie, senz'acqua, senza luce – che la villa dell'amico mio e l'accoglienza ch'egli mi fece con tutti i suoi e l'ammirazione del suocero e via dicendo mi parvero rose, a confronto.

– Ma come! – dissi al Tucci. – Questo è il paese ricco e felice, tra i piú ricchi e felici del mondo?

E Tucci, socchiudendo gli occhi:

– Questo. E te ne accorgerai.

Mi venne di prenderlo a schiaffi. Perché non s'era mica incretinito quel pezzo d'omaccione là; pareva anzi che l'ingegno naturale, con l'alacrità e l'esperienza della vita, nelle dure lotte contro la terra e gli uomini, gli si fosse ingagliardito e acceso; e gli sfolgorava dagli occhi ridenti, da cui io, sciupato e immalinconito dalle vane brighe della città, roso dalle artificiose assidue cure ìntellettuali, mi sentivo commiserato e deriso a un tempo.

Ma se, ad onta delle mie previsioni, dovevo riconoscer lui, Merigo Tucci, degno veramente d'ammirazione, quel paesettaccio no e poi no, perdio! Ricco? felice?

– Mi canzoni? – gli gridai. – Non avete neanche acqua per bere e per lavarvi la faccia, case da abitare, strade per camminare, luce la sera per vedere dove andate a rompervi il collo, e siete ricchi e felici? Va' là, ho capito, sai. La solita retorica! La ricchezza e la felicità nella beata ignoranza, è vero? Vuoi dirmi questo?

– No, al contrario, – mi rispose Merigo Tucci, con un sorriso, opponendo studiatamente alla mia stizza altrettanta calma. – Nella scienza, caro mio! La felicità nostra è fondata nella scienza piú occhialuta che abbia mai soccorso la povera, industre umanità. Oh sì, staremmo freschi veramente se fossero ignoranti i nostri amministratori! Tu m insegni. Che salvaguardia può esser piú l'ignoranza in tempi come i nostri? Promettimi che non mi domanderai piú nulla fino a questa sera. Ti farò assistere a una seduta del nostro Consiglio comunale. Appunto questa sera si discuterà una questione di capitalissima importanza: l'illuminazione del paese. Tu avrai dalle cose stesse che vedrai e sentirai la dimostrazione piú chiara e piú convincente di quanto ti ho detto. Intanto, la ricchezza nostra è nelle meravigliose cascate di Chiarenza che ti farò vedere, e nelle terre che sono, grazie a Dio, così fertili, che ci dan tre raccolti all'anno. Ora vedrai; vieni con me.

Passò tutto; mi sobbarcai a tutto; mi sorbii come decottini a digiuno tutti gli spassi e le distrazioni della giornata, col pensiero fisso alla dimostrazione che dovevo avere quella sera al Municipio della ricchezza e della felicità di Milocca.

Tucci, ad esempio, mi fece visitare palmo per palmo i suoi campi? Gli sorrisi. Mi fece una nuova e piú diffusa spiegazione della sua grande impresa lì su i luoghi? Gli sorrisi. E davvero l'impeto delle correnti aveva sgrottato tutte le terre e a lui era toccato asciugare e rialzar le campagne, corredandole della belletta, del grassume prezioso? Sì? davvero? Oh che piacere! Gli sorrisi. Ma far la roba è niente: a governarla ti voglio! E dunque gli ulivi si governano ogni tre anni con tre o quattro corbelli di sugo sostanzioso, pecorino? Sì? davvero? Oh che piacere! E gli sorrisi anche quando in cantina, con un'aria da Carlomagno, mi mostrò quattro lunghe andane di botti, e anche lì mi spiegò come valga piú saper governare il tino che la botte e com'egli facesse piú colorito il vino e come gli accrescesse forza e corpo mescolandovi certe qualità d'uve scelte, spicciolate, ammostate da sè, senza mai erbe, mai foglie di sambuco o di tiglio, mai tannino o gesso o catrarne.

E sorrisi anche quando, piú morto che vivo, rientrai in villa e mi vidi venire incontro la tribú dei marmocchi in processione, i quali, mostrandomi rotti i giocattoli che avevo loro donati la sera avanti, mi domandavano con un lungo, strascicato lamento, uno dopo l'altro, tra lagrime senza fine:

– Peeerché queeesto m'hai portaaato?

– Peeerché queeesto m'hai portaaato?

Carini! carini! carini!

E sorrisi anche al suocero, mio ammiratore, il quale – sissignori – era cieco, cieco da circa dieci anni e del mio libro non conosceva che qualche paginetta che il genero gli aveva potuto leggere di sera, dopo cena. Voleva egli ora che glielo leggessi io, il mio libro? Ma subito! E fu una vera fortuna per lui, che non potesse vedere il mio sorriso, e tutti quelli che gli porsi poi, ogni qualvolta il brav'uomo, ch'era straordinariamente erudito, m'interrompeva nella lettura (oh, quasi a ogni rigo!) per domandarmi con buona grazia se non credessi per avventura che avrei fatto meglio a usare un'altra parola invece di quella che avevo usata, o un'altra frase, o un altro costrutto, perché Daniello Bartoli, sicuro, Daniello Bartoli...

Finalmente arrivò la sera! Ero vivo ancora, non avrei saputo dir come, ma vivo, e potevo avere la famosa dimostrazione che Tucci mi aveva promesso.

Andammo insieme al Municipio, per la seduta del Consiglio comunale.

Era, come la maestra e donna di tutte le case del paese, la piú squallida e la piú scura: una catapecchia grave in uno spiazzo sterposo, con in mezzo un fosco cisternone abbandonato Vi si saliva per una scalaccia buja, intanfata d'umido, stenebrata a malapena da due tisici lumini filanti, di quelli con le spere di latta, appiccati al muro quasi per far vedere come ornati di stucco, no, per dir la verità, non ce ne fossero, ma gromme di muffa, si e tante!

Saliva con noi una moltitudine di gente, attirata dalla discussione di gran momento che doveva svolgersi quella sera: salii a con un contegno, anzi con un cipiglio che doveva per forza meravigliare uno come me, abituato a non veder mai prendere sul serio le sedute d'un Consiglio comunale.

La meraviglia mi era poi accresciuta, dall'aria, dall'aspetto di quella gente, che non mi pareva affatto così sciocca da doversi con tanta facilità contentare d'esser trattata com'era, cioè a modo di cani, dal Municipio.

Tucci fermò per la scala un tozzo omacciotto aggrondato, barbuto, rossigno, che, evidentemente, non voleva esser distratto dai pensieri che lo gonfiavano.

– Zagardi, ti presento l'amico mio...

E disse il mio nome. Quegli si voltò di mala grazia e rispose appena, con un grugnito, alla presentazione. Poi mi domandò a bruciapelo.

– Scusi, com'è illuminata la sua città? – A luce elettrica, – risposi.

E lui, cupo:

– La compiango. Sentirà stasera. Scusi, ho fretta.

E via, a balzi, per il resto della scala.

– Sentirai, – mi ripeté Tucci, stringendomi il braccio. – È formidabile! Eloquenza mordace, irruente. Sentirai!

– – E intanto ha il coraggio di compiangermi?

– Avrà le sue ragioni. Su, su, affrettiamoci, o non troveremo piú posto.

La mastra sala, la Sala del Consiglio, rischiarata da altri lumini a cui quelli della scala avevano ben poco da invidiare, pareva un aula di pretura delle piú sudice e polverose I banchi dei consiglieri e le poltrone di cuojo erano della più venerabile antichità; ma, a considerarli bene nelle loro relazioni con quelli che tra poco avrebbero preso posto in essi e che ora passeggiavano per la sala, assorti, taciturni, ispidi come tanti cocomerelli selvatici pronti a schizzare a un minimo urto il loro sugo purgativo, pareva che non per gli anni si fossero logorati così, ma per la cura cupamente austera del pubblico bene, per i pensieri roditori che in loro, naturalmente, erano divenuti tarli.

Tucci mi mostrò e mi nominò a dito i consiglieri piú autorevoli: l'Ansatti tra i giovani, rivale dello Zagardi, tozzo e barbuto anche lui, ma bruno; il Colacci, vecchio gigantesco, calvo, sbarbato, dalla pinguedine floscia; il Maganza, bell'uomo, militarmente impostato, che guardava tutti con rigidezza sdegnosa. Ma ecco, ecco il sindaco in ritardo. Quello? Sì, Anselmo Placci. Tondo, biondo, rubicondo: quel sindaco stonava.

– Non stona, vedrai, – mi disse Tucci. – È il sindaco che ci vuole.

Nessuno lo salutava; solo il Colacci gigantesco gli si accostò per battergli forte la mano su la spalla. Egli sorrise, corse a prender posto sul suo seggio, asciugandosi il sudore, e sonò il campanello, mentre il capo – usciere gli porgeva la nota dei consiglieri presenti. Non mancava nessuno.

Il segretario, senza aspettar l'ordine, aveva preso a leggere il verbale della seduta precedente, che doveva essere redatto con la piú scrupolosa diligenza, perché i consiglieri che lo ascoltavano accigliati approvavano di tratto in tratto col capo, e in fine non trovarono nulla da ridire.

Prestai ascolto anch'io a quel verbale, volgendomi ogni tanto, smarrito e sgomento, a guardare l'amico Tucci. A proposito delle strade di Milocca, si parlava come niente di Londra, di Parigi, di Berlino, di New York, di Chicago, in quel verbale, e saltavan fuori nomi d'illustri scienziati d'ogni nazione e calcoli complicatissimi e astrusissime disquisizioni, per cui i capelli del magro, pallido segretario mi pareva si ritraessero verso la nuca, man mano ch'egli leggeva, e che la fronte gli crescesse mostruosamente. Intanto due o tre uscieri, zitti zitti, in punta di piedi, recavano a questo e a quel banco pile enormi di libri e grossi incartamenti.

– Nessuno ha da fare osservazioni al verbale? – domandò alla fine il sindaco. stropicciandosi le mani paffutelle e guardando in giro. – Allora s'intende approvato. L'ordine del giorno reca: – Discussione del progetto presentato dalla Giunta per un impianto idro–termo–elettrico nel Comune di Milocca. – Signori Consiglieri! Voi conoscete già questo progetto e avete avuto tutto il tempo d'esaminarlo e di studiarlo in ogni sua parte. Prima di aprire la discussione, consentite che io, anche a nome dei colleghi della Giunta, dichiari che noi abbiamo fatto di tutto per risolvere nel minor tempo e nel modo che ci è sembrato piú conveniente, sia per il decoro e per il vantaggio del paese, sia rispetto alle condizioni economiche del nostro Comune, il gravissimo problema dell'illuminazione. Aspettiamo dunque fiduciosi e sereni il vostro giudizio, che sarà equo certamente; e vi promettiamo fin d'ora, che accoglieremo ben volentieri tutti quei consigli, tutte quelle modificazioni che a voi piacerà di proporre, ispirandovi come noi al bene e alla prosperità del nostro paese.

Nessun segno d'approvazione.

E si levò prima a parlare il consigliere Maganza, quello dall'impastatura militaresca. Premise che sarebbe stato brevissimo, al solito suo. Tanto piú che per distruggere e atterrare quel fantastico edificio di cartapesta (sic), ch'era il progetto della Giunta, poche parole sarebbero bastate. Poche parole e qualche cifra.

E punto per punto il consigliere Maganza si mise a criticare il progetto, con straordinaria lucidità d'idee e parola acuta, incisiva: il complesso dei lavori e delle spese; la sanzione che si doveva dare per l'acquisto della concessione dell'acqua di Chiarenza; i rischi gravissimi a cui sarebbe andato incontro il Municipio: il rischio della costruzione e il rischio dell'esercizio; l'insufficienza della somma preventivata, che saltava agli occhi di tutti coloro che avevano fatto impianti meccanici e sapevano come fosse impossibile contener le spese nei limiti dei preventivi, specialmente quando questi preventivi erano fatti sopra progetti di massima e con l'evidente proposito di fare apparir piccola la spesa; il carattere impegnativo che aveva l'offerta dell'accollatario, fermi restando i dati su i quali l'offerta medesima era fondata; dati che per forza il Consiglio avrebbe dovuto alterare con varianti e aggiunte ai lavori idraulici, con varianti e aggiunte Gl'impianti meccanici; e ciò oltre a tutti i casi imprevisti e imprevedibili, di forza maggiore, e a tutte le accidentalità, incagli, intoppi, che certamente non sarebbero mancati. Come poi fare appunti particolareggiati senza avere a disposizione i disegni d'esecuzione e i dati necessari? Eppure due enormi lacune apparivano già evidentissime nel progetto: nessuna somma per le spese generali, mentre ognuno comprendeva che non si potevano eseguire lavori così grandiosi, così estesi, così varii e delicati, senza gravi spese di direzione e di sorveglianza e spese legali e amministrative; e l'altra lacuna ben piú vasta e profonda: la riserva termica che in principio la Giunta sosteneva non necessaria e che poi finalmente ammetteva.

E qui il consigliere Maganza, con l'ajuto dei libri che gli avevano recati gli uscieri, si sprofondò in una intricatissima, minuziosa confutazione scientifica, parlando della forza dei torrenti e delle cascate e di prese e di canali e di condotte forzate e di macchinarii e di condotte elettriche e delle relazioni da stabilire tra riserva termica e forza idraulica, oltre la riserva degli accumulatori; citando la Società Edison di Milano e l'Alta Italia di Torino e ciò che per simili impianti s'era fatto a Vienna, a Pietroburgo, a Berlino.

Eran passate circa due ore e il brevissimo discorso non accennava ancora di finire. Il pubblico stipato pendeva dalle labbra dell'oratore, per nulla oppresso da tanta copia d'irta, spaventevole erudizione. Io quasi non tiravo piú fiato; eppure lo stupore mi teneva lì, con gli occhi sbarrati e a bocca aperta. Ma alla fine, il Maganza, mentre il pubblico s'agitava, non già per sollievo, anzi per viva ammirazione, concluse così:

– La dura esperienza in altre città, o signori, ha purtroppo dimostrato che gl'impianti idro–termo–elettrici cono della massima difficoltà e serbano dolorosissime sorprese. Nessuno può far miracoli, e tanto meno, su la base d'un così fatto progetto, potrà farne il Municipio di Milocca!

Scoppiarono frenetici applausi e il consigliere Ansatti si precipitò dal suo banco ad abbracciare e baciare il Maganza; poi, rivolto al pubblico e ritornando man mano al suo posto, prese a gridare tutto infocato, con violenti gesti:

– Si osa proporre, o signori, oggi, oggi, come se noi ci trovassimo dieci o venti anni addietro, al tempo di Galileo Ferraris, si osa proporre un impianto idro–termoelettrico a Milocca! Ah come mi metterei a ridere, se potesse parermi uno scherzo! Ma coi denari dei contribuenti, o signori della Giunta, non è lecito scherzare, ed io non rido, io m'infiammo anzi di sdegno! Un impianto idro–termo–elettrico a Milocca, quando già spunta su l'orizzonte scientifico la gloria consacrata di Pictet? Non vi farò il torto di credere, o signori, che voi ignoriate chi sia l'illustre professor Pictet, colui che con un processo di produzione economica dell'ossigeno industriale prepara una memoranda rivoluzione nel mondo della scienza, della tecnica e dell'industria, una rivoluzione che sconvolgerà tutto il macchinismo della vita moderna, sostituendo questo nuovo elemento di luce e di calore a tutti quelli, di potenza molto minore, che finora sono in uso!

E con questo tono e con crescente fuoco, il consigliere Ansatti spiegò al pubblico attonito e affascinato la scoperta del Pictet, e come col sistema da lui inventato le fiamme delle reticelle Auer sarebbero arrivate alle altissime temperature di tremila gradi, aumentando di ben venti volte la loro luminosità; e come la luce così ottenuta sarebbe stata, a differenza di tutte le altre, molto simile a quella solare; e che se poi, al posto del gas, si fosse messa un'altra miscela derivante da un trattamento del carbon fossile col vapore acqueo e l'ossigeno industriale, il potere calorifico sarebbe aumentato di altre sei volte!

Mentr'egli spiegava questi prodigi, il consigliere Zagardi, suo rivale, quello che mi aveva compianto per la scala, sogghignava sotto sotto. L'Ansatti se ne accorse e gli gridò:

– C'è poco da sogghignare, collega Zagardi! Dico e sostengo di altre sei volte! Ci ho qui i libri; te lo dimostrerò!

E glielo dimostrò, difatti; e alla fine, balzando da quella terribile dimostrazione piú vivo e piú infocato di prima, concluse, rivolto alla Giunta:

– Ora in quali condizioni, o ciechi amministratori, in quali condizioni d'inferiorità si troverebbero il Municipio e il paese di Milocca, coi loro miserabili 1000 cavalli di forza elettrica, quando questo enorme rivolgimento sarà nell'industria e nella vita un fatto compiuto?

– Scusami, – diss'io piano all'amico Tucci, mentre gli applausi scrosciavano nella sala con tale impeto che il tetto pareva ne dovesse subissare, – levami un dubbio: non è intanto al bujo il paese di Milocca?

Ma Tucci non volle rispondermi:

Zitto! Zitto! Ecco che parla Zagardi! Sta' a sentire!

Il tozzo omacciotto barbuto s'era infatti levato, col sogghigno ancora su le labbra, torcendosi sul mento, con gesto dispettoso, il rosso pelo ricciuto.

– Ho sogghignato, – disse, – e sogghigno, collega Ansatti, nel vederti così tutto fiammante d'ossigeno industriale, paladino caloroso del professor Pictet! Ho sogghignato e sogghigno collega Ansatti non tanto di sdegno quanto di dolore nel vedere come tu, così accorto, tu, giovane e vigile bracco della scienza, ti sia fermato alla nuova scoperta di quel professor francese e, abbagliato dalla luce venti volte cresciuta delle reticelle Auer, non abbia veduto un piú recente sistema d'illuminazione che il Municipio di Parigi va sperimentando per farne poi l'applicazione generale nella ville lumière. Io dico il Lusol, collega Ansatti, e non scioglierò inni in gloria della nuova scoperta, perché non con gl'inni si fanno le rivoluzioni nel campo della scienza, della tecnica e dell'industria, ma con calcoli riposati e rigorosi.

E qui lo Zagardi, non smettendo mai di tormentarsi sul mento la barbetta rossigna, piano piano, col suo fare mordace e dispettoso, parlò della semplicità meravigliosa delle lampade a lusol, nelle quali il calore di combustione dello stoppino e la capillarità bastavano a determinare senz'alcun meccanismo l'ascesa del liquido illuminante, la sua vaporizzazione e la sua mescolanza alla forte proporzione d'aria che rendeva la fiamma piú viva e sfavillante di quella ottenuta con qualunque altro sistema. E per un miserabilissimo centesimo si sarebbe ormai avuta la stessa luce che si aveva a quattro o cinque centesimi col vile petrolio, a otto o dieci con l'ambiziosa elettricità, a quindici o venti col pacifico olio. E il Lusol non richiedeva né costruzioni di officine, né impianti, né canalizzazioni. Non aveva egli dunque ragione di sogghignare?

O fosse per la tempesta suscitata nella poca aria della sala dalle deliranti acclamazioni e dai battimani del pubblico, o fosse per mancanza d'alimento, essendosi la seduta già protratta oltre ogni previsione, il fatto è che, alla fine del discorso dello Zagardi, i lumi si abbassarono di tanto, che si era quasi al bujo quando sorse per ultimo a parlare il Colacci, il vecchio gigantesco dalla pinguedine floscia. Ma ecco: prima un usciere e poi un altro e poi un terzo entrarono come fantasmi nell'aula, reggendo ciascuno una candela stearica. L'aspettazione nel pubblico era intensa: indimenticabile la scena che offriva quella tetra sala affollata nella semioscurità, con quelle tre candele accese presso il vecchio gigantesco che con ampli gesti e voce tonante mellificava la Scienza, feconda madre di luce inestinguibile, produttrice inesauribile di sempre nuove energie e di piú splendida vita.

Dopo le scoperte mirabili di cui avevano parlato l'Ansatti e lo Zagardi, era piú possibile sostenere l'impianto idro–termo–elettrico proposto dalla Giunta? Che figura avrebbe fatto il paese di Milocca illuminato soltanto a luce elettrica? Questo era il tempo delle grandi scoperte, e ogni amministrazione che avesse veramente a cuore il decoro del paese e il bene dei cittadini, doveva stare in guardia dalle sorprese continue della Scienza. Il consigliere Colacci, pertanto, sicuro d'interpretare i voti del buon popolo milocchese e di tutti i colleghi consiglieri, proponeva la sospensiva sul progetto della Giunta, in vista dei nuovi studi e delle nuove scoperte che avrebbero finalmente dato la luce al paese di Milocca.

– Hai capito? – mi domandò Tucci, uscendo poco dopo nelle tenebre dello spiazzo sterposo innanzi al Municipio. – E così per l'acqua, e così per le strade, e così per tutto. Da una ventina d'anni il Colacci si alza a ogni fine di seduta per inneggiare alla Scienza, per inneggiare alla luce, mentre i lumi si spengono, e propone la sospensiva su ogni progetto, in vista di nuovi studii e di nuove scoperte. Così noi siamo salvi, amico mio! Tu puoi star sicuro che la Scienza, a Milocca, non entrerà mai. Hai una scatola di fiammiferi? Cavala fuori e fatti lume da te.

064  –  Le medaglie

Sciaramè, quella mattina, s'aggirava per la sua cameretta come una mosca senza capo.

Piú d'una volta Rorò, la figliastra, s'era fatta all'uscio, a domandargli:

– Che cerca?

E lui, dissimulando subito il turbamento, frenando la smania, le aveva risposto, dapprima, con una faccetta morbida, ingenua:

– Il bastone, cerco.

E Rorò:

– Ma lì, non vede? All'angolo del canterano.

Ed era entrata a prenderglielo. Poco dopo, a una nuova domanda di Rorò, aveva ancora trovato modo di dirle che gli bisognava un... sì, un fazzoletto pulito. E lo aveva avuto; ma ecco, non si risolveva ancora ad andarsene.

La verità era questa: che Sciaramè, quella mattina, cercava il coraggio di dire una certa cosa alla figliastra; e non lo trovava. Non lo trovava, perché aveva di lei la stessa soggezione che aveva già avuto della moglie, morta da circa sette anni. Di crepacuore, sosteneva Rorò, per la imbecillità di lui.

Perché Carlandrea Sciaramè, agiato un tempo, aveva perduto a un certo punto il dominio dei venti e delle piogge, e dopo una serie di malannate, aveva dovuto vendere il poderetto e poi la casa e, a sessantotto anni, adattarsi a fare il sensale d'agrumi. Prima li vendeva lui, gli agrumi, ch erano il maggior prodotto del podere (li vendeva per modo di dire: se li lasciava rubare, portar via per una manciata di soldi dai sensali ladri); ora avrebbe dovuto farla lui la parte del ladro, e figurarsi come ci riusciva!

Già, non gliela lasciavano nemmeno mettere in prova. Una volta tanto, qualche affaruccio, per pagargli la senserìa, come carità. E per guadagnarsela, quella senseria, doveva correre, povero vecchio, un'intera giornata, infermiccio com'era, gracile, malato di cuore, con quei piedi gonfi, imbarcati in certe scarpacce di panno sforacchiate. Quand'era al vespro, rincasava, disfatto e cadente, con due lirette in mano, sì e no.

La gente però credeva che di tutte le pene che gli toccava patire si rifacesse poi nelle grandi giornate del calendario patriottico, nelle ricorrenze delle feste nazionali, allorché con la camicia rossa scolorita, il fazzoletto al collo, il cappello a cono sprofondato fin su la nuca, recava in trionfo le sue medaglie garibaldine del Sessanta.

Sette medaglie!

Eppure, arrancando in fila coi commilitoni nel corteo, dietro la bandiera del sodalizio dei Reduci, Sciaramè sembrava un povero cane sperduto. Spesso levava un braccio, il sinistro, e con la mano tremicchiante o si stirava sotto il mento la floscia giogaia o tentava di pinzarsi i peluzzi ispidi sul labbro rientrato; e insomma pareva facesse di tutto per nascondere così, sotto quel braccio levato, le medaglie, dando a ogni modo a vedere che non gli piaceva farne pompa.

Molti, vedendolo passare, gli gridavano:

– Viva la patria, Sciaramè!

E lui sorrideva, abbassando gli occhietti calvi, quasi mortificato, e rispondeva piano, come a se stesso:

– Viva... viva...

La Società dei Reduci Garibaldini aveva sede nella stanza a pianterreno dell'unica casupola rimasta a Sciaramè di tutte le sue proprietà. Egli abitava su, con la figliastra, in due camerette, a cui si accedeva per una scaletta da quella stanza terrena. Su la porta era una tabella, ove a grosse lettere rosse era scritto:

REDUCI GARIBALDINI

Dalla finestra di Rorò s'allungava graziosamente su quella tabella una rappa vagabonda di gelsomini.

Nella stanza, un tavolone coperto da un tappeto verde, per la presidenza e il consiglio; un altro, piú piccolo, per i giornali e le riviste; una scansia rustica a tre palchetti, polverosa, piena di libri in gran parte intonsi; alle pareti, una gran ritratto oleografico di Garibaldi; uno, di minor dimensione, di Mazzini, uno, ancor piú piccolo, di Carlo Cattaneo; e poi una stampa commemorativa della Morte dell'Eroe dei Due Mondi, fra nastri, lumi e bandiere.

Rorò, ogni giorno, rassettate le due camerette di sopra, indossata una ormai famosa camicetta rossa fiammante, scendeva in quella stanza a terreno e sedeva presso la porta a conversare con le vicine, lavorando all'uncinetto. Era una bella ragazza, bruna e florida, e la chiamavano la Garibaldina.

Ora, Sciaramè, quel giorno, doveva dire appunto alla figliastra di non scendere piú in quella stanza, sede della Società, e di rimanersene invece a lavorare su, nella sua cameretta, perché Amilcare Bellone, presidente dei Reduci, s'era lamentato con lui, non propriamente di quest'abitudine di Rorò, ch'era infine la padrona di casa, ma perché, con la scusa di venire a leggere i giornali, vi entrava quasi ogni mattina un giovinastro, un tal Rosolino La Rosa, il quale, per essere andato in Grecia insieme con tre altri giovanotti del paese, il Betti, il Gàsperi e il Marcolini, a combattere nientemeno contro la Turchia, si credeva garibaldino anche lui.

Il La Rosa, ricco e fannullone, era orgoglioso di questa sua impresa giovanile; se n'era fatta quasi una fissazione, e non sapeva piú parlar d'altro. Inno de' suoi tre compagni, il Gàsperi, era stato ferito leggermente a Domokòs; ed egli se ne vantava quasi la ferita fosse invece toccata a lui. Era anche un bel giovane, Rosolino La Rosa: alto, smilzo, con una lunga barba quadra, biondo rossastra, e un pajo di baffoni in su, che, a stirarli bene, avrebbe potuto annodarseli come niente dietro la nuca.

Ci voleva poco a capire che non veniva nella sede dei Reduci per leggere i giornali e le riviste, ma per farsi vedere lì come uno di casa tra i garibaldini, e anche per fare un po' all'amore con Rorò dalla camicetta rossa.

Sciaramè lo aveva capito anche lui; ma sapeva pure che Rorò era molto accorta e che il giovanotto era ricco e sventato. Poteva egli, in coscienza, troncare la probabilità d'un matrimonio vantaggioso per la figliastra? Egli era vecchio e povero; tra breve, dunque, come sarebbe rimasta quella ragazza, se non riusciva a procurarsi un marito? Poi, non era veramente suo padre e non aveva perciò tanta autorità su lei da proibirle di fare una cosa, in cui non solo riteneva che non ci fosse nulla di male, ma da cui anzi prevedeva che potesse derivarle un gran bene.

D'altro canto, però, Amilcare Bellone non aveva torto, neanche lui. Questi erano affari di famiglia, in cui la Società dei Reduci non aveva che vedere. Già nella via si sparlava di quell'intrighetto del La Rosa e di Rorò, a cui pareva tenesse mano la Società; e il Bellone, ch'era di questa e del suo buon nome giustamente geloso, non poteva permetterlo. Che fare intanto? Come muoverne il discorso a Rorò?

Era da piú di un'ora tra le spine il povero Sciaramè, quando Rorò stessa venne a offrirgliene il modo.

Già acconciata con la sua camicetta rossa fiammante, entrò nella camera del patrigno, spazientita:

Insomma, esce o non esce questa mattina? Non mi ha fatto neanche rassettare la camera! Me ne scendo giú.

– Aspetta, Rorò, senti, – cominciò allora Sciaramè, facendosi coraggio. – Solevo dirti proprio questo.

– Che?

– Che tu, ecco, sì... dico, non potresti, dico, non ti piacerebbe lavorare quassù, in camera tua, piuttosto che giú?

– E perché?

– Ma, ecco, perché giú, sai? i... i socii...

Rorò aggrottò subito le ciglia.

– Novità? Scusi, si sono messi forse a pagarle la pigione, i signori Reduci?

Sciaramè fece un sorrisino scemo, come se Rorò avesse detto una bella spiritosaggine.

– Già, – disse. – È vero, non... non pagano la pigione.

– E che vogliono dunque? – incalzò, fiera, Rorò.

– Che pretendono? Dettar legge, per giunta, in casa nostra?

– No: che c'entra! – si provò a replicare Sciaramè. – Sai che fui io, che volli io offrir loro...

– La sera, – concesse per tagliar corto Rorò. – La sera, padronissimi! giacché lei ebbe la felicissima idea d'ospitarli qua. E so io quel che mi ci vuole ogni notte a prender sonno, con tutte le loro chiacchiere e le canzonacce che cantano, ubriachi! Ma basta. Ora pretenderebbero che io...?

– Non per te, – cercò d'interromperla Sciaramè, – non per te, propriamente, figliuola mia...

– Ho capito! – disse, infoscandosi, Rorò. – Avevo capito anche prima che lei si mettesse a parlare. Ma risponda ai signori Reduci così: che si facciano gli affari loro, ché ai miei ci bado io: se questo loro non accomoda, se ne vadano, che mi faranno un grandissimo piacere. Io ricevo in casa mia chi mi pare e piace. Devo renderne conto soltanto a lei. Dica un po': forse lei non si fida piú di me?

– Io sì, io sì, figliuola mia!

– E dunque, basta così! Non ho altro da dirle.

E Rorò, piú rossa in volto della sua camicetta, voltò le spalle e se ne scese giú, con un diavolo per capello.

Sciaramè diede un'ingollatina, poi rimase in mezzo alla camera a stirarsi il labbro e a battere le palpebre, stizzito, non sapeva bene se contro se stesso o contro Rorò o contro i Reduci. Ma qualche cosa bisognava infine che facesse Intanto, questa: uscir fuori. Un po' d'aria! All'aria aperta, chi sa! qualche idea gli sarebbe venuta.

E scese la scaletta, con una mano appoggiata al muro e l'altra al bastoncino che mandava innanzi; poi giú un piede gonfio c poi l'altro, soffiando per le nari, a ogni scalino, la pena e lo stento; attraversò la stanza terrena e uscì senza dir nulla a Rorò, che già parlava con una vicina e non si voltò neppure a guardarlo.

Ah che sollievo sarebbe stato per lui se questa benedetta figliuola si fosse maritata, magari con qualche altro giovine, se non proprio col La Rosa! Col La Rosa, veramente – a pensarci bene – gli sembrava difficile: punto primo, perché Rorò era povera; poi, perché la chiamavano la Garibaldina, e i signori La Rosa, invece, per il figliuolo sventato cercavano una ragazza assennata, senza fumi patriottici. Non che Rorò ne avesse: non ne aveva mai avuti; ma s'era fatta pur troppo questa fama, e forse ora se n avvaleva, come d'una ragna a cui nessuno poteva dire che lei avesse posto mano per farvi cascare quel farfallina del La Rosa.

– Magari! – sospirava tra sè e sè Sciaramè, pensando che, veramente, pareva già avviluppato bene il farfalline.

Via, come andare a guastar quella ragna proprio adesso, per far piacere ai signori Reduci che non pagavano neppure la pigione? E in che consisteva, alla fin fine, tutto il male per Amilcare Bellone? Nel fatto che il La Rosa aveva portato in Grecia la camicia rossa. Dispetto e gelosia! La camicia rossa addosso a quel giovanotto pareva a quel benedett'uomo un vero e proprio sacrilegio, e lo faceva infuriare come un toro. Se a leggere i giornali, là dai Reduci, fosse venuto qualche altro giovanotto, certo non se ne sarebbe curato.

Così pensando, Sciaramè pervenne alla piazza principale del paese e andò a sedere, com'era solito, davanti a uno dei tavolini del Caffè, disposti sul marciapiede.

Lì seduto, ogni giorno, aspettava che qualcuno lo chiamasse per qualche commissione: aspettando, mangiato dalle mosche e dalla noja,. Non prendeva mai nulla, in quel Caffè, neanche un bicchier d'acqua con lo schizzo di fumetto; ma il padrone lo sopportava perché spesso gli avventori si spassavano con lui forzandolo a parlare e di Calatafimi e dell'entrata di Garibaldi a Palermo e di Milazzo e del Volturno. Sciaramè ne parlava con accorata tristezza, tentennando il capo e socchiudendo gli occhietti calvi. Ricordava gli episodii pietosi, i morti, i feriti, senz'alcuna esaltazione e senza mai vantarsi. Sicché, alla fine, quelli che lo avevano spinto a parlare per goderselo, restavano afflitti, invece, a considerare come l'antico fervore di quel vecchietto fosse caduto e si fosse spento nella miseria dei tristi anni sopravvissuti.

Vedendolo, quella mattina, piú oppresso del solito, uno degli avventori gli gridò:

– E su, coraggio, Sciaramè! Tra pochi giorni sarà la festa dello Statuto. Faremo prendere un po' d'aria alla vecchia camicia rossa!

Sciaramè fece scattare in aria una mano, in un gesto che voleva dire che aveva altro per il capo. Stava per posare il mento su le mani appoggiate al pomo del bastoncino, quando si sentì chiamare rabbiosamente da Amilcare Bellone sopravvenuto come una bufera. Sobbalzò e si levò in piedi, sotto lo sguardo iroso del Presidente della Società dei Reduci.

– Gliel'ho detto, sai? a Rorò. Gliel'ho detto questa mattina – premise, per ammansarlo, accostandoglisi.

Ma il Bellone lo afferrò per un braccio, lo tirò a sé e, mettendogli un pugno sotto il naso, gli gridò:

– Ma se è là!

– Chi?

– Il La Rosa!

– Là?

– Sì, e adesso te lo accomodo io. Te lo caccio via io, a pedate!

– Per carità! – scongiurò Sciaramè. – Non facciamo scandali! Lascia andar me. Ti prometto che non ci metterà piú piede. Credevo che bastasse averlo detto a Rorò... Ci andrò io, lascia fare!

Il Bellone sghignò; poi, senza lasciargli il braccio, gli domandò:

– Vuoi sapere che cosa sei?

Sciaramè sorrise amaramente, stringendosi nelle spalle.

– Mammalucco? – disse. – E te ne accorgi adesso? Lo so da tanto tempo, io, bello mio.

E s'avviò, curvo, scotendo il capo, appoggiato al bastoncino.

 

Quando Rorò, che se ne stava seduta presso la porta, scorse il patrigno da lontano, fece segno a Rosolino La Rosa di scostarsi e di sedere al tavolino dei giornali. Il La Rosa con una gambata fu a posto; aprì sottosopra una rivista, e s'immerse nella lettura.

E Rorò:

– Così presto? – domandò al patrigno, col piú bel musino duro della terra. – Che le è accaduto?

Sciaramè guardò prima il La Rosa che se ne stava coi gomiti sul piano del tavolino e la testa tra le mani, poi disse alla figliastra:

– Ti avevo pregata di startene su.

E io le ho risposto che a casa mia... – cominciò Rorò; ma Sciaramè la interruppe, minaccioso, alzando il bastoncino e indicandole la scaletta in fondo:

– Su, e basta! Debbo dire una parolina qua al signor La Rosa.

– A me? – fece questi, come se cascasse dalle nuvole, voltandosi e mostrando la bella barba quadra e i baffoni in su.

Si levò in piedi, quant'era lungo, e s'accostò a Sciaramè che restò, di fronte a lui, piccino piccino.

– State, state seduto, prego, caro don Rosolino. Vi volevo dire, ecco... Va' su tu, Rorò!

Rosolino La Rosa si spezzò in due per inchinarsi a Rorò, che già s'avviava per la scaletta, borbottando, rabbiosa.

Sciaramè aspettò che la figliastra fosse su; si volse con un fare umile e sorridente al La Rosa e cominciò:

– Voi siete, lo so, un buon giovine, caro don Rosolino mio.

Rosolino La Rosa tornò a spezzarsi in due:

– Grazie di cuore!

– No, è la verità – rispose Sciaramè. – E io, per conto mio, mi sento onorato...

– Grazie di cuore!

– Ma no, è la verità vi dico. Onoratissimo, caro don Rosolino, che veniate qua per... per leggere i giornali. Però ecco, io qua sono padrone e non sono padrone. V ai vedete: questa è la sede della Società dei Reduci; e io, che sono padrone e non sono padrone, ho verso i miei compagni, verso i socii, una... una certa responsabilità, ecco.

– Ma io... – si provò a interrompere Rosolino La Rosa.

– Lo so, voi siete un buon giovine – soggiunse subito Sciaramè protendendo le mani – venite qua per leggere i giornali; non disturbate nessuno. Questi giornali, però, ecco... questi giornali, caro don Rosolino mio, non sono miei. Fossero miei... ma tutti, figuratevi! Non essendo socio...

– Alto là! – esclamò a questo punto il La Rosa, protendendo lui, adesso, le mani, e accigliandosi. – Vi aspettavo qua: che mi diceste questo. Non sono socio? Benissimo. Rispondete ora a me: in Grecia, io, ci sono stato, sì o no?

– Ma sicuro che ci siete stato! Chi può metterlo in dubbio?

– Benissimo! E la camicia rossa, l'ho portata, sì o no?

– Ma sicuro! – ripeté Sciaramè.

– Dunque, sono andato, ho combattuto, sono ritornato. Ho prove io, badate, Sciaramè, prove, prove, documenti che parlano chiaro. E allora, sentiamo un po': secondo voi, che cosa sono io?

– Ma un bravo giovinetto siete, un buon figliuolo, non ve l'ho detto?

– Grazie tante! – squittì Rosolino La Rosa. – Non voglio saper questo. Secondo voi, sono o non sono garibaldino?

– Siete garibaldino? Ma sì, perché no? – rispose, imbalordito, Sciaramè, non sapendo dove il La Rosa volesse andar a parare.

– E reduce? – incalzò questi allora. – Sono anche reduce, perché non sono morto e sono ritornato. Va bene? Ora i signori veterani non permettono che io venga qua a leggere i giornali perché non sono socio, è vero? L'avete detto voi stesso. Ebbene: vado or ora a trovare i miei tre compagni reduci di Domokòs, e tutt'e quattro d'accordo, questa sera stessa, presenteremo una domanda d'ammissione alla Società.

– Come? come? – fece Sciaramè, sgranando gli occhi. – Voi socio qua?

– E perché no? – domandò Rosolino La Rosa, aggrottando piú fieramente le ciglia. – Non ne saremmo forse degni, secondo voi?

– Ma sì, non dico... per me, figuratevi! tanto onore e tanto piacere! – esclamò Sciaramè. – Ma gli altri, dico, i miei compagni...

– Voglio vederli! – concluse minacciosamente il La Rosa. – Io sì che ho diritto di far parte di questa Società piú di qualche altro; e, all'occorrenza, Sciaramè, potrei dimostrarlo. Avete capito?

Così dicendo, Rosolino La Rosa prese con due dita il bavero della giacca di Sciaramè e gli diede una scrollatina; poi, guardandolo negli occhi, aggiunse:

– A questa sera, Sciaramè, siamo intesi?

Il povero Sciaramè rimase in mezzo alla stanza, sbalordito, a grattarsi la nuca.

Erano rimasti a far parte della Società dei Reduci poco piú d'una dozzina di veterani, nessuno dei quali era nativo del paese. Amilcare Bellone, il presidente, era lombardo, di Brescia; il Nardi e il Navetta romagnoli, e tutti insomma di varie regioni d'Italia, venuti in Sicilia chi per il commercio degli agrumi e chi per quello dello zolfo.

La Società era sorta, tanti e tanti anni fa, d'improvviso una sera per iniziativa del Bellone. Si doveva festeggiare a Palermo il centenario dei Vespri Siciliani. Alla notizia che Garibaldi sarebbe venuto in Sicilia per quella festa memorabile, s'erano raccolti nel Caffè i pochi garibaldini residenti in paese, con l'intento di recarsi insieme a Palermo a rivedere per l'ultima volta il loro Duce glorioso. La proposta del Bellone, di fondare lì per lì un sodalizio di Reduci che potesse figurare con una bandiera propria nel gran corteo ch'era nel programma di quelle feste, era stata accolta con fervore. Alcuni avventori del Caffè avevano allora indicato al Bellone Carlandrea Sciaramè, che se ne stava al solito appisolato in un cantuccio discosto, e gli avevano detto ch'era anche lui un veterano garibaldino, il vecchio patriota del paese; e il Bellone, acceso dal ricordo dei giovanili entusiasmi e un po' anche dal vino, gli s'era senz'altro accostato: – Ehi, commilitone! Picciotto! Picciotto! – Lo aveva scosso dal sonno e chiamato, tra gli evviva, a far parte del nascente sodalizio. Costretto a bere, a quell'ora insolita, tropp'oltre la sua sete, Carlandrea Sciaramè s'era lasciata scappare a sua volta la proposta che, per il momento, la nuova Società avrebbe potuto aver sede nella stanza a terreno nel suo Casalino. I Reduci avevano subito accettato; poi, dimenticandosi che Sciaramè aveva profferto quella stanza precariamente, erano rimasti lì per sempre, senza pagar la pigione.

Sciaramè però, dando gratis la stanza, aveva il vantaggio di non pagare le tre lirette al mese che pagavano gli altri per l'abbonamento ai giornali, per l'illuminazione, ecc. ecc. Del resto, per lui, il disturbo era, se mai, la sera soltanto, quando i socii si riunivano a bere qualche fiasco di vino, a giocare qualche partitina a briscola, a leggere i giornali e a chiacchierar di politica.

Nessuno supponeva che il povero Sciaramè, tra la figliastra e il Bellone, fosse come tra l'incudine e il martello. Il presidente Bresciano non ammetteva repliche: impetuoso e urlone, s'avventava contro chiunque ardisse contradirlo.

– I ragazzini! oh! i ragazzini! – cominciò a strillare quella sera, dopo aver letta la domanda del La Rosa e compagnia, ballando dalla bile e agitando la carta sotto il naso dei socii e sghignazzando, con tutto il faccione affocato. – I ragazzini, signori, i ragazzini! Eccoli qua! Le nuove camicie rosse, a tre lire il metro, di ultima fabbrica, signori miei, inchinate in Grecia, linde, pulite e senza una macchia! Sedete, sedete; siamo qua tutti; apro la seduta: senza formalità, senz'ordine del giorno, le liquideremo subito subito, con una botta di penna! Sedete, sedete.

Ma i socii, tranne Sciaramè, gli s'erano stretti attorno per vedere quella carta, come se non volessero crederci e lo affollavano di domande, segnatamente il grasso e sdentato romagnolo Navetta, ch'era un po' sordo e aveva una gamba di legno, una specie di stanga, su cui il calzone sventolava e che, andando, dava certi cupi tonfi che incutevano ribrezzo.

Il Bellone si liberò della ressa con una bracciata, andò a prender posto al tavolino della presidenza, sonò il campanello e si mise a leggere la domanda dei giovani con mille smorfie e giocolamenti degli occhi, del naso e delle labbra, che suscitavano a mano a mano piú sguajate le risa degli ascoltatori.

Il solo Sciaramè se ne stava serio serio ad ascoltare, col mento appoggiato al pomo del bastoncino e gli occhi fissi al lume a petrolio.

Terminata la lettura, il presidente assunse un'aria grave e dignitosa. Sciaramè lo frastornò, alzandosi.

– A posto! A sedere! – gli gridò Bellone.

– Il lume fila – osservò timidamente Sciaramè.

– E tu lascialo filare! Signori, io ritengo oziosa, io ritengo umiliante per noi qualsiasi discussione su un argomento così ridicolo. (Benissimo!) Tutti d'accordo, con una botta di penna, respingeremo questa incredibile, questa inqualificabile... questa non so come dire! (Scoppio d'applausi).

Ma il Nardi, l'altro romagnolo, volle parlare e disse che stimava necessario e imprescindibile dichiarare una volta per sempre che per garibaldini dovevano considerarsi quelli soltanto che avevano seguito Garibaldi (Bene! Bravo! Benissimo!), il vero, il solo, Giuseppe Garibaldi (Applausi fragorosi, ovazioni), Giuseppe Garibaldi, e basta.

– E basta, sì, e basta!

– E aggiungiamo! – sorse allora a dire, pum, il Navetta, – aggiungiamo, o signori, che la... la, come si chiama? la sciagurata guerra della Grecia contro la... la, come si chiama? la Turchia, non può, non deve assolutamente esser presa sul serio, per la... sicuro, la, come si chiama? la pessima figura fatta da quella nazione che... che...

– Senza che! – gridò, seccato, il Bellone, sorgendo in piedi. – Basta dire soltanto: « da quella nazione degenere! ».

– Bravissimo! Del genere! del genere! Non ci vuol altro! – approvarono tutti.

A questo punto Sciaramè sollevò il mento dal bastoncino e alzò una mano.

– Permettete? – chiese con aria umile.

I socii si voltarono a guardarlo, accigliati, e il Bellone lo squadrò, fosco.

– Tu? Che hai da dire, tu?

Il povero Sciaramè si smarrì, inghiottì, protese un'altra volta la mano.

– Ecco... Vorrei farvi osservare che... alla fin fine... questi... questi quattro giovanotti...

– Buffoncelli! – scattò il Bellone. – Si chiamano buffoncelli e basta. Ne prenderesti forse le difese?

– No! – rispose subito Sciaramè. – No, ma, ecco, vorrei farvi osservare, come dicevo, che... alla fin fine, hanno... hanno combattuto, ecco, questi quattro giovanotti, sono stati al fuoco, sì sì... si sono dimostrati bravi, coraggiosi, uno anzi fu ferito... che volete di piú? Dovevano per forza lasciarci la pelle, Dio liberi? Se Lui, Garibaldi, non ci fu, perché non poteva esserci – sfido! era morto... – c'è stato il figlio però, che ha diritto, mi sembra, di portarla, la camicia rossa, e di farla portare perciò a tutti coloro che lo seguirono in Grecia, ecco. E dunque...

Fino a questo punto Sciaramè poté parlare meravigliato lui stesso che lo lasciassero dire, ma pur timoroso e a mano a mano vieppiú costernato del silenzio con cui erano accolte le sue parole. Non sentiva in quel silenzio il consenso, sentiva anzi che con esso i compagni quasi lo sfidavano a proseguire per veder dove arrivasse la sua dabbenaggine o la sua sfrontatezza, oppure per assaltarlo a qualche parola non ben misurata; e perciò cercava di rendere a mano a mano piú umile l'espressione del volto e della voce. Ma ormai non sapeva piú che altro aggiungere; gli pareva d'aver detto abbastanza, d'aver difeso del suo meglio quei giovanotti. E intanto quelli seguitavano a tacere, lo sfidavano a parlare ancora. Che dire? Aggiunse:

– E dunque mi pare...

– Che ti pare? – proruppe allora, furibondo, il Bellone, andandogli davanti, a petto.

– Un corno! un corno! – gridarono gli altri, alzandosi anch'essi.

E se lo misero in mezzo e presero a parlare concitatamente tutti insieme e chi lo tirava di qua e chi di là per dimostrargli che sosteneva una causa indegna e che se ne doveva vergognare. Vergognare, perché difendeva quattro mascalzoni scioperati! – O che le epopee, le vere epopee come la garibaldina, potevano avere aggiunte, appendici? Di ridicolo, di ridicolo s'era coperta la Grecia!

Il povero Sciaramè non poteva rispondere a tutti, sopraffatto, investito. Colse a volo quel che diceva il Nardi e gli gridò:

– L'impresa non fu nazionale? Ma Garibaldi, scusate, Garibaldi combatté forse soltanto per l'indipendenza nostra? Combatté anche in America, anche in Francia combatté, Cavaliere dell'umanità! Che c'entra!

– Ti vuoi star zitto, Sciaramè? – tuonò a questo punto il Bellone, dando un gran pugno su la tavola presidenziale. – Non bestemmiare! Non far confronti oltraggiosi! Oseresti paragonare l'epopea garibaldina con la pagliacciata della Grecia? Vergògnati! Vergògnati, perché so bene io la ragione della tua difesa di questi quattro buffoni. Ma noi, sappi, prendendo stasera questa decisione, faremo un gran bene anche a te; ti libereremo da un moscone che insidia all'onore della tua casa; e tu devi votare con noi, intendi? La domanda dov'essere respinta all'unanimità, perdio! Vota con noi! vota con noi!

– Permettete almeno che io mi astenga... – scongiurò Sciaramè, a mani giunte.

– No! Con noi! con noi! – gridarono, inflessibili, i socii, irritatissimi.

E tanto fecero e tanto dissero, che costrinsero il povero Sciaramè a votar di no, con loro.

Due giorni dopo, sul giornaletto locale, comparve questa protesta del Gàsperi, il ferito di Domokòs.

GARIBALDINI VECCHI E NUOVI

Riceviamo e pubblichiamo:

Egregio Signor Direttore, a nome mio e de' miei compagni, La Rosa, Betti e Marcolini, Le comunico la deliberazione votata ad unanimità dal Sodalizio dei Reduci Garibaldini, in seguito alla nostra domanda d'ammissione.

Siamo stati respinti, signor Direttore!

La nostra camicia rossa, per i signori veterani del Sodalizio, non è autentica. Proprio così! E sa perché? perché, non essendo ancor nati o essendo ancora in fasce quando Giuseppe Garibaldi – il vero, il solo – come dice la deliberazione – si mosse a combattere per la liberazione della Patria, noi poveretti non potemmo naturalmente con le nostre balie e con le nostre mamme seguir Lui, allora, e abbiamo avuto il torto di seguire invece il Figlio (che pare, a giudizio dei sullodati veterani, non sia Garibaldi anche lui) nell'Ellade sacra. Ci si fa una colpa, infatti, del triste e umiliante esito della guerra greco–turca, come se noi a Domokòs non avessimo combattuto e vinto, lasciando sul campo di battaglia l'eroico Fratti e altri generosi.

Ora capirà, egregio signor Direttore, che noi non possiamo difendere, come vorremmo, il Duce nostro, la nobile idealità che ci spinse ad accorrere all'appello, i nostri compagni d'arme caduti e i superstiti, dall'indegna offesa contenuta nell'inqualificabile deliberazione dei nostri Reduci: non possiarno, perché ci troviamo di fronte a vecchi evidentemente rimbecilliti. La parola può parere in prima un po' dura, ma non parrà piú tale quando si consideri che questi signori hanno respinto noi dal sodalizio senza pensare che intanto ne fa parte qualcuno, il quale non solo non è mai stato garibaldino, non solo non ha mai preso parte ad alcun fatto d'armi, ma osa per giunta d'indossare una camicia rossa e di fregiarsi il petto di ben sette medaglie che non gli appartengono, perché furono di suo fratello morto eroicamente a Digione.

Detto questo, mi sembra superfluo aggiungere altri commenti alla deliberazione. Mi dichiaro pronto a dimostrare coi documenti alla mano quanto asserisco. Se vi sarò costretto, smaschererò anche pubblicamente questo falso garibaldino, che ha pure avuto il coraggio di votare con gli altri contro la nostra ammissione.

Intanto, pregandola, signor Direttore, di pubblicare integralmente nel suo periodico questa mia protesta, ho l'onore di dirmi

Suo dev.mo

ALESSANDRO GÀSPERI

Era noto anche a noi da un pezzo che della Società dei Reduci Garibaldini faceva parte un messer tale che non è punto reduce come non fu mai garibaldino. Non ne avevamo mai fatto parola, per carità di patria, né ce ne saremmo mai occupati, se ora l'atto inconsulto della suddetta Società non avesse giustamente provocato la protesta del signor Gàsperi e degli altri giovani calorosi che combatterono in Grecia. Riteniamo che la Società dei Reduci, per dare almeno una qualche soddisfazione a questi giovani e provvedere al suo decoro, dovrebbe adesso affrettarsi ad espellere quel socio per ogni riguardo immeritevole di farne parte.

(N. d. R.)

Amilcare Bellone, col giornaletto in mano – mentre tutto il paese commentava meravigliato la protesta del Gàsperi – si precipitò, furente, nella sede della Società e, imbattutosi in Carlandrea Sciaramè, che s'avviava triste e ignaro al Caffè della piazza, lo prese per il petto e lo buttò a sedere su una seggiola, schiaffandogli con l'altra mano in faccia il giornale.

– Hai letto? Leggi qua!

– No... Che... che è stato? – balbettò Sciaramè, soprappreso con tanta violenza.

– Leggi! leggi – gli gridò di nuovo il Bellone, serrando le pugna, per frenare la rabbia; e si mise a far le volte del leone per la stanza.

Il povero Sciaramè cercò con le mani mal ferme le lenti; se le pose sulla punta del naso; ma non sapeva che cosa dovesse leggere in quel giornale. Il Bellone gli s'appressò; glielo strappò di mano e, apertolo, gl'indicò nella seconda pagina la protesta.

– Qua! qua! Leggi qua!

– Ah, – fece, dolente, Sciaramè, dopo aver letto il titolo e la firma. – Non ve l'avevo detto io?

– Va' avanti! Va' avanti! – gli urlò il Bellone; e riprese a passeggiare.

Sciaramè si mise a leggere, zitto zitto. A un certo punto, aggrottò le ciglia, poi le spianò, sbarrando gli occhi e spalancando la bocca. Il giornale fu per cadergli di mano. Lo riprese, lo accostò di piú agli occhi, come se la vista gli si fosse a un tratto annebbiata. Il Bellone s'era fermato a guardarlo con occhi fulminanti, le braccia conserte, e attendeva, fremente, una protesta, una smentita, una spiegazione.

– Che ne dici? Alza il capo! Guardami!

Sciaramè con faccia cadaverica, restringendo le palpebre attorno agli occhi smorti, scosse lentamente la testa, in segno negativo, senza poter parlare; posò sul tavolino il giornale e si recò una mano sul cuore.

– Aspetta... – poi disse, piú col gesto che con la voce.

Si provò a inghiottire; ma la lingua gli s'era d'un tratto insugherita. Non tirava piú fiato.

– Io... – prese quindi a balbettare, ansimando, – io ci... ci fui io... a... a Calatafimi... a... a Palermo... poi a Milazzo... e in... in Calabria a... a Melito... poi su, su fino a... a Napoli... e poi al Volturno...

– Ma come ci fosti? Le prove! Le prove! I documenti! Come ci fosti?

– Aspetta... Io... con... con Stefanuccio... Avevo il somarello...

– Che dici? Che farnetichi? Le medaglie di chi sono? Tue o di tuo fratello? Parla! Questo voglio sapere!

– Sono... Lasciami dire... A Marsala... stavamo lì, al Sessanta, io e Stefanuccio, il mio fratellino... Gli avevo fatto da padre... a Stefanuccio... Aveva appena quindici anni, capisci? Mi scappò di casa, quando... quando sbarcarono i Mille... per seguir Lui, Garibaldi, coi volontarii... Torno a casa; non lo trovo... Allora presi a nolo un somarello... Lo raggiunsi prima a Calatafimi, per riportarmelo a casa... A quindici anni, ragazzino, che poteva fare, cuore mio?... Ma lui mi minacciò che si sarebbe fatto saltar la... la testa, dice, con quel vecchio fucile piú alto di lui che gli avevano dato... se io lo costringevo a tornare indietro... la testa... E allora, persuaso dagli altri volontarii lasciai in libertà il somarello... che poi mi toccò ripagare... e... e m'accompagnai con loro.

– Volontario anche tu? E combattesti?

– Non... non avevo... non avevo fucile...

– E avevi invece paura?

– No, no... Piuttosto morire che lasciarlo!

– Seguisti dunque tuo fratello?

– Sì, sempre!

E Sciaramè ebbe come un brivido lungo la schiena, e si strinse piú forte il petto con la mano, curvandosi vieppiù.

– Ma le medaglie? La camicia rossa? – riprese il Bellone, scrollandolo furiosamente, – di chi sono? Tue o di tuo fratello? Rispondi!

Sciaramè aprì le braccia, senza ardire di levare il capo; poi disse:

– Siccome Stefanuccio non... non se le poté godere...

– Te le sei portate a spasso tu! – compì la frase il Bellone. – Oh miserabile impostore! E hai osato di gabbare così la nostra buona fede? Meriteresti ch'io ti sputassi in faccia; meriteresti ch'io... Ma mi fai pietà! Tu uscirai ora stesso dal sodalizio! Fuori! Fuori!

– Mi cacciate di casa mia?

– – Ce n'andremo via noi, ora stesso! Fa' schiodare subito la tabella dalla porta! Ma come, ma come non mi passò mai per la mente il sospetto che, per essere così stupido, bisognava che costui Garibaldi non lo avesse mai veduto nemmeno di lontano!

– – Io? – esclamò Sciaramè con un balzo. – Non lo vidi? io? Ah, se lo vidi! E gli baciai anche le mani! A Piazza Pretorio, gliele baciai, a Palermo, dove s'era accampato! Le mani!

– Zitto, svergognato! Non voglio piú sentirti! Non voglio piú vederti! Fai schiodare la tabella e guai a te se osi piú gabellarti da garibaldino!

E il Bellone s'avviò di furia verso la porta. Prima d'uscire, si voltò a gridargli di nuovo:

– Svergognato!

Rimasto solo, Sciaramè provò a levarsi in piedi; ma le gambe non lo reggevano piú; il cuore malato gli tempestava in petto. Aggrappandosi con le mani al tavolino, alla sedia, alla parete, si trascinò su.

Rorò, nel vederselo comparire davanti in quello stato, gettò un grido: ma egli le fece segno di tacere; poi le indicò il cassettone nella camera e le domandò quasi strozzato:

– Tu... le carte di là... al La Rosa?

– Le carte? Che carte? – disse Rorò, accorrendo a sostenerlo, tutta sconvolta.

– Le mie... i documenti di... di mio fratello... – balbettò Sciaramè appressandosi al cassettone. – Apri... Fammi vedere...

Rorò aprì il cassetto. Sciaramè cacciò una mano con le dita artigliate sul fascetto dei documenti logori, ingialliti, legati con lo spago; e, rivolto alla figliastra con gli occhi spenti, le domandò:

– Li... li hai mostrati tu... al La Rosa?

Rorò non poté in prima rispondere; poi, sconcertata e sgomenta, disse:

– Mi aveva chiesto di vederli... Che male ho fatto?

Sciaramè le si abbandonò fra le braccia, assalito da un impeto di singhiozzi. Rorò lo trascinò fino alla seggiola accanto al letto e lo fece sedere, chiamandolo, spaventata:

– Papà! papà! perché? Che male ho fatto? Perché piange? che le è avvenuto?

– Va'... va'... lasciami! – disse, rantolando, Sciaramè. – E io che li ho difesi... io solo... Ingrati!... Io ci fui! Lo accompagnai... Quindici anni aveva... E il somarello... alle prime schioppettate... Le gambe, le gambe... Per due, patii... E a Milazzo... dietro quel tralcio di vite... un toffo di terra, qua sul labbro...

Rorò lo guardava, angosciata e sbalordita, sentendolo sparlare così.

– Papà... papà... che dice?

Ma Sciaramè, con gli occhi senza sguardo, sbarrati, una mano sul cuore, il volto scontraffatto.. non la sentiva più.

Vedeva, lontano, nel tempo.

Lo aveva seguito davvero, quel suo fratellino minore, a cui aveva fatto da padre; lo aveva raggiunto davvero, con l'asinello prima di Calatafimi, e scongiurato a mani giunte di tornarsene indietro a casa in groppa all'asinello, per carità, se non voleva farlo morire dal terrore di saperlo esposto alla morte, ancora così ragazzo! Via! Via! Ma il fratellino non aveva voluto saperne, e allora anche lui, a poco a poco, fra gli altri volontarii, s'era acceso d'entusiasmo ed era andato. Poi, però, alle prime schioppettate... No, no, non aveva desiderato di riavere il somarello abbandonato, perché, quantunque la paura fosse stata piú forte di lui, non sarebbe mai scappato, sapendo che il suo fratellino, là, era intanto nella mischia e che forse in quel punto, ecco, gliel'uccidevano. Avrebbe voluto anzi correre, buttarsi nella mischia anche lui e anche lui farsi uccidere, se avesse trovato morto Stefanuccio. Ma le gambe, le gambe! Che può fare un povero uomo quando non sia piú padrone delle proprie gambe? Per due, davvero, aveva patito, patito in modo da non potersi dire, durante la battaglia e dopo. Ah, dopo, fors'anche piú! quando, sul campo di battaglia, aveva cercato tra i morti e i feriti il fratellino suo. Ma che gioja, poi nel rivederlo, sano e salvo! E così lo aveva seguito anche a Palermo, fino a Gibilrossa, dove lo aveva aspettato, piú morto che vivo, parecchi giorni: un'eternità! A Palermo, Stefanuccio, per il coraggio dimostrato, era stato ascritto alla legione dei Carabinieri genovesi, che doveva poi essere decimata nella battaglia campale di Milazzo. Era stato un vero miracolo, se in quella giornata non era morto anche lui, Sciaramè. Acquattato in una vigna, sentiva di tratto in tratto, qua e là, certi tonfi strani tra i pampini; ma non gli passava neanche per la mente che potessero esser palle, quando, proprio lì, sul tralcio dietro al quale stava nascosto... Ah, quel sibilo terribile, prima del tonfo! Carponi, con le reni aperte dai brividi, aveva tentato di allontanarsi ma invano; ed era rimasto lì, tra il grandinare delle palle, atterrito, basito, vedendo la morte con gli occhi, a ogni tonfo.

Li conosceva dunque davvero tutti gli orrori della guerra; tutto ciò che narrava, lo aveva veduto, sentito, provato; c'era stato insomma davvero, alla guerra, quantunque non vi avesse preso parte attiva. Ritornato in Sicilia, dopo la donazione di Garibaldi a Re Vittorio del regno delle Due Sicilie, egli era stato accolto come un eroe insieme al fratellino Stefano. Medaglie lui, però, non ne aveva avute: le aveva avute Stefanuccio; ma erano come di tutt'e due. Del resto, lui non s'era mai vantato di nulla: spinto a parlare, aveva sempre detto quel tanto che aveva veduto. E non avrebbe mai pensato di entrare a far parte della Società, se quella maledetta sera lì non ve lo avessero quasi costretto, cacciato in mezzo per forza. Dell'onore che gli avevano fatto e di cui egli alla fin fine non si sentiva proprio immeritevole, giacché per la patria aveva pure patito e non poco, s'era sdebitato ospitando gratis per tanti anni la Società. Aveva indossato, sì, la camicia rossa del fratello e si era fregiato il petto di medaglie non propriamente sue; ma, fatto il primo passo, come tirarsi piú indietro? Non aveva potuto farne a meno, e s'era segretamente scusato pensando che avrebbe così rappresentato il suo povero fratellino in quelle feste nazionali, il suo povero Stefanuccio morto a Digione, lui che se le era ben guadagnate, quelle medaglie, e non se le era poi potute godere, nelle belle feste della patria.

Ecco qua tutto il suo torto. Erano venuti i nuovi garibaldini, avevano litigato coi vecchi, e lui c'era andato di mezzo, lui che li aveva difesi, solo contro tutti. Ah, ingrati! Lo avevano ucciso.

Rorò, vedendogli la faccia come di terra e gli occhi infossati e stravolti, si mise a chiamare ajuto dalla finestra.

Accorsero, costernati ansanti alcuni del vicinato.

– Che è? che è?

Restarono, alla vista di Sciaramè, là sulla seggiola, rantolante.

Due, piú animosi, lo presero per le ascelle e per i piedi e fecero per adagiarlo sul tettuccio. Ma non lo avevano ancora messo a giacere, che...

– Oh! Che?

– Guardate!

– Morto?

Rorò rimase allibita, con gli occhi sbarrati, a mirarlo. Guardò i vicini accorsi; balbettò:

– Morto? Oh Dio! Dio! Morto?

E si buttò sul cadavere, poi, in ginocchio, a piè del letto, con la faccia nascosta, le mani protese:

– Perdono, papà mio! Perdono!

I vicini non sapevano che pensare. Perdono? Perché? Che era accaduto? Ma Rorò parlava di certe carte, di certi documenti... che ne sapeva lei? Fu strappata dal letto e trascinata nell'altra camera. Alcuni corsero a chiamare il Bellone, altri rimasero a vegliare il morto.

Quando il presidente della Società dei Reduci, col Navetta, il Nardi e gli altri socii, sopravvenne, fosco e combattuto, Carlandrea Sciaramè sul suo tettuccio era parato con la camicia rossa e le sette medaglie sul petto.

I vicini, vestendo il povero vecchio, avevano creduto bene di fargli indossare per l'ultima volta l'abito delle sue feste. Non gli apparteneva? Ma ai morti non si sogliono passare, sulle lapidi, tante bugie, peggiori di questa? Là, le medaglie! Tutt'e sette sul cuore!

Pum, pum, pum, il Navetta, con la sua gamba di legno, gli s'accostò, aggrondato; lo mirò un pezzo; poi si voltò ai compagni e disse, cupo:

– Gli si levano?

Il Bellone, che s'era ritratto con gli altri in fondo alla camera, presso la finestra, a confabulare, lo chiamò a sé con la mano si strinse nelle spalle e confermò il pensiero di quei vicini, brontolando:

– Lascia. Ora è morto.

Gli fecero un bellissimo funerale.

065  –  La Madonnina

Una scatola di giocattoli, di quelle con gli alberetti incoronati di trucioli e col dischetto di legno incollato sotto al tronco perché si reggano in piedi, e le casette a dadi e la Chiesina col campanile e ogni cosa: ecco, immaginate una di queste scatole, data in mano al Bambino Gesú, e che il Bambino Gesú si fosse divertito a costruire al padre beneficiale Fiorìca quella sua parrocchietta così; la Chiesina modesta, dedicata a San Pietro, di fronte; e di qua, la canonica con tre finestrette riparate da tendine di mussola inamidate che, intravedendosi di là dai vetri, lasciavano indovinare il candore e la quiete delle stanze piene di silenzio e di sole; il giardinetto accanto, col pergolato e i nespoli del Giappone e il melagrano e gli aranci e i limoni; poi, tutt'intorno, le casette umili dei suoi parrocchiani, divise da vicoli e vicoletti, con tanti colombi che svolazzavano da gronda a gronda; e tanti conigli che, rasenti ai muri, spiavano raccolti e tremanti, e gallinelle ingorde e rissose e pacchetti sempre un po' angustiati, si sa, e quasi irritati dalla soverchia grassezza.

In un mondo così fatto, poteva mai figurarsi il padre beneficiale Fiorìca che il diavolo vi potesse entrare da qualche parte?

E il diavolo invece vi entrava a suo piacere, ogni qual volta gliene veniva il desiderio, di soppiatto e facilissimamente, sicuro d'essere scambiato per un buon uomo o una buona donna, o anche spesso per un innocuo oggetto qualsiasi. Anzi si può dire che il padre beneficiale Fiorìca stava tutto il santo giorno in compagnia del diavolo, e non se n'accorgeva. Non se ne poteva accorgere anche perché, bisogna aggiungere, neppure il diavolo con lui sapeva esser cattivo: si spassava soltanto a farlo cadere in piccole tentazioni che, al piú al piú, scoperte, non gli cagionavano altro danno che un po' di beffe da parte dei suoi fedeli parrocchiani e dei colleghi e superiori.

Una volta, per dirne una, questo maledettissimo diavolo indusse una vecchia dama della parrocchia, andata a Roma per le feste giubilari, a portare di là al padre beneficiale Fiorìca una bella tabacchiera d'osso con l'immagine del Santo Padre dipinta a smalto sul coperchio. Ebbene, si crederebbe? Vi s'allogò dentro, non ostante la custodia di quell'immagine, e per piú d'un mese, ai vespri, mentre il padre beneficiale Fiorìca faceva alla buona un sermoncino ai divoti prima della benedizione, di là dentro la tabacchiera si mise a tentarlo:

– Su, un pizzichetto, su! Facciamola vedere la bella tabacchiera... Per soddisfazione della dama che te l'ha regalata e che sta a guardarti... Un pizzichetto!

E dàlli, e dàlli, con tanta insistenza, che alla fine il padre beneficiale Fiorìca, il quale non aveva mai preso tabacco e aveva cominciato a prenderlo molto timidamente dal giorno che aveva avuto quel regalo, ecco che doveva cedere a cavar di tasca la tabacchiera e il grosso fazzoletto di cotone a fiorami. Conseguenza: il sermoncino interrotto da un infilata di almeno quaranta sternuti e arrabbiate e strepitose soffiate di naso, che facevano ridere tutta la Chiesina.

Ma la peggio di tutte fu quando questo diavolo maledetto s'insinuò nel cuore d'una certa Marastella, che era una poverina svanita di cervello, bambina di trent'anni, bellissima e cara a tutto il vicinato che rideva dell'inverosimile credulità di lei tutta sempre sospesa a una perpetua ansiosa maraviglia. S'insinuò, dunque, nel cuore di questa Marastella e la fece innamorare coram populo del padre beneficiale Fiorìca che aveva già circa sessant'anni e i capelli bianchi come la neve.

La poverina, vedendolo in chiesa, o sull'altare durante l'ufficio divino, o sul pulpito durante la predica, non rifiniva piú d'esclamare, piangendo a goccioloni grossi così dalla tenerezza e picchiandosi il petto con tutte e due le mani:

– Ah Maria, com'è bello! Bocca di miele! Occhi di sole! Cuore mio, come parla e come guarda!

Sarebbe stato uno scandalo, se tutti, conoscendo la santa illibatezza del padre beneficiale e l'innocenza della povera scema, non ne avessero riso.

Ma un giorno Marastella, vedendo uscire il padre beneficiale dalla chiesa, s'inginocchiò in mezzo alla piazzetta, e, presagli una mano, cominciò a baciargliela perdutamente e poi a passarsela sui capelli, su tutta la faccia, fin sotto la gola, gemendo:

– Ah padre mio, mi levi questo fuoco, per carità! per carità, mi levi questo fuoco!

Il povero padre Fiorìca, smarrito, sbalordito, chino sulla poverina, senza nemmeno tentare di ritirar la mano, le chiedeva:

– Che fuoco, Marastella, che fuoco, figliuola mia?

E forse non avrebbe ancora capito, se da tutte le casette attorno non fossero accorse le vicine a strappar da terra la scema con parole e atti così chiari, che il padre Fiorìca, sbiancato, trasecolato, tremante, se n'era fuggito, facendosi la croce a due mani.

Questa volta sì, il diavolo s'era troppo scoperto. Riconobbero tutti l'opera sua in quella pazzia di Marastella. E allora egli ne pensò un'altra, che doveva costare al padre beneficiale il piú gran dolore della sua vita.

La perdita di Guiduccio. State a sentire.

Guiduccio era un ragazzo di nove anni, unico figliuolo maschio della piú cospicua famiglia della parrocchia: la famiglia Greli.

Il padre beneficiale Fiorìca aveva in cuore da anni la spina di questa famiglia che si teneva lontana dalla santa chiesa, non già perché fosse veramente nemica della fede, ma perché lei, la chiesa, a giudizio del signor Greli (ch'era stato garibaldino, carabiniere genovese nella campagna del 1860 e ferito a un braccio nella battaglia di Milazzo) lei, la chiesa, s'ostinava a rimanere nemica della patria; ragion per cui un patriota come il signor Greli credeva di non potervi metter piede.

Ora, di politica il padre beneficiale Fiorìca non s'era impicciato mai e non riusciva perciò a capacitarsi come l'amor di patria potesse esser cagione che la mamma e le sorelle maggiori di Guiduccio e Guiduccio stesso non venissero in chiesa almeno la domenica e le feste principali per la santa messa. Non diceva confessarsi; non diceva comunicarsi. La santa messa almeno, la domenica, Dio benedetto! E, tentato al solito dal diavolaccio che gli andava sempre avanti e dietro come l'ombra del suo stesso corpo, cercava d'entrar nelle grazie del signor Greli.

– Eccolo là che passa! Non fingere di non vederlo. Salutalo, salutalo tu per primo: un bell'inchino, con dignitosa umiltà!

Il padre Fiorìca ubbidiva subito al suggerimento del diavolo; s'inchinava sorridente; ma il signor Greli, accigliato, rispondeva appena appena, con brusca durezza, a quell'inchino e a quel sorriso. E il diavolo, si sa, ne gongolava.

Ora, un pomeriggio d'estate, vigilia d'una festa solenne, il diavolo, sapendo che il signor Greli s'era ritirato a casa molto stanco del lavoro della mattinata e s'era messo a letto per ristorar le forze con qualche oretta di sonno, che fece? salì non visto con alcuni monellacci al campanile della Chiesina di San Pietro e lì dàlli a sonare, dàlli a sonare tutte le campane, con una furia così dispettosa, che il signor Greli, il quale era d'indole focosa e facilmente si lasciava prendere dall'ira, a un certo punto, non potendone piú, saltò giú dal letto e, così come si trovava, in maniche di camicia e mutande, corse su in terrazza armato di fucile e – sissignori – commise il sacrilegio di sparare contro le sante campane della chiesa.

Colpì, delle tre, quella di destra, la piú squillante: occhio d'antico carabiniere genovese! Ma povera campanella! Sembrò una cagnolina che, colta a tradimento da un sasso, mentre faceva rumorosamente le feste al padrone, cangiasse d'un tratto l'abbajo festoso in acuti guaiti. Tutti i parrocchiani, raccolti per la festa davanti alla chiesa, si levarono in tumulto, furibondi, contro il sacrilego. E fu vera grazia di Dio, se al padre beneficiale Fiorìca, accorso tutto sconvolto e coi paramenti sacri ancora in dosso, riuscì d'impedire con la sua autorità che la violenza dei suoi fedeli indignati prorompesse e s'abbattesse sulla casa del Greli. Li arrestò a tempo, li placò, rendendosi mallevadore che il signor Greli avrebbe donato una campana nuova alla chiesa e che un'altra e piú solenne festa si sarebbe fatta per il battesimo di essa.

Allora, per la prima volta, Guiduccio Greli entrò nella Chiesina di San Pietro.

Veramente il padre beneficiale Fiorìca avrebbe desiderato che madrina della campana fosse la signora Greli, o almeno una delle figliuole, la maggiore che aveva circa diciott'anni. Rimase però grato poi, in cuor suo, al signor Greli di non aver voluto condiscendere a quel suo desiderio, vedendo il miracolo che il battesimo della campana operò nell'anima di quel fanciullo.

Fu forse per l'esaltazione della festa, o forse per la simpatia che gli testimoniarono tutti i fedeli della parrocchia; o piuttosto la voce ch'egli per primo trasse da quella campana benedetta, salito su in cima al campanile, nel luminoso azzurro del cielo. Il fatto è che da quel giorno in poi la voce di quella campana lo chiamò ogni mattina alla chiesa, per la prima messa. Di nascosto, udendo quella voce, balzava dal letto e correva in cerca della vecchia serva di casa perché lo conducesse con sé.

– E se papà non volesse? – gli diceva la serva.

Ma Guiduccio insisteva, scosso da un brivido a ogni rintocco della campana che seguitava a chiamar sommessa nella notte. E per l'angusta viuzza, ancora invasa dalle tenebre notturne, abbrividendo, si stringeva alla vecchia serva e, arrivato alla piazzetta della chiesa, alzava gli occhi al campanile, e allo sgomento misterioso che gliene veniva, non meno misterioso rispondeva il conforto che, appena entrato nella chiesa, gli veniva dai ceri placidi accesi sull'altare, nella frescura dell'ombra solenne insaporata d'incenso.

La prima volta che il padre beneficiale Fiorìca, voltandosi dall'altare verso i fedeli, se lo vide davanti inginocchiato dinanzi alla balaustrata, con gli occhioni, tra i riccioli castani, ancora imbambolati, spalancati e lucenti quasi di follia divina, si sentì fendere le reni da un lungo brivido di tenerezza e dovette far violenza a se stesso per resistere alla tentazione di scendere dall'altare a carezzare quel volto d'angelo e quelle manine congiunte.

Finita la messa, fece segno alla vecchia di condurre il bimbo in sagrestia; e lì se lo prese in braccio, lo baciò in fronte e sui capelli gli mostrò a uno a uno tutti gli arredi e i paramenti sacri, le pianete coi ricami e le brusche d'oro e i càmici e le stole, le mitrie, i manipoli, tutti odorosi d'incenso e di cera: lo persuase poi dolcemente a confessare alla mamma d'esser venuto in chiesa, quella mattina, per il richiamo della sua campana santa, e a pregarla che gli concedesse di ritornarci. Infine lo invitò – sempre col permesso della mamma – alla canonica, a vedere i fiori nel giardinetto, le vignette colorate dei libri e i santini, e a sentire qualche suo raccontino.

Guiduccio andò ogni giorno alla canonica, avido dei racconti della storia sacra. E il padre beneficiale Fiorìca, vedendosi davanti spalancati e intenti quegli occhioni fervidi nel visetto pallido e ardito, tremava di commozione per la grazia che Dio gli concedeva di bearsi di quel meraviglioso fiorire della fede in quella candida anima infantile; e quando, sul piú bello di quei racconti, Guiduccio, non riuscendo piú a contenere l'interna esaltazione, gli buttava le braccia al collo e gli si stringeva al petto, fremente, ne provava tale gaudio e insieme tale sgomento, che si sentiva quasi schiantar l'anima, e piangendo e premendo le mani sulle terga del bimbo, esclamava:

– Oh figlio mio! E che vorrà Dio da te?

Ma sì! Il diavolo stava intanto in agguato dietro il seggiolone su cui il padre beneficiale Fiorìca sedeva con Guiduccio sulle ginocchia; e il padre beneficiale Fiorìca, al solito, non se n'accorgeva.

Avrebbe potuto notare, santo Dio, una cert'ombra che di tratto in tratto passava sul volto del fanciullo e gli faceva corrugare un po' le ciglia. Quell'ombra, quel corrugamento di ciglia erano provocati dalla bonaria indulgenza con cui egli velava e assolveva certi fatti della storia sacra; bonaria indulgenza che turbava profondamente l'anima risentita del fanciullo già forse messa in diffidenza a casa e fors'anche derisa dal padre e dalle sorelle.

Ed ecco allora in che modo il diavolo trasse partito da questi e tant'altri piccoli segni che sfuggivano all'accorgimento del padre Fiorìca.

Nel mese di maggio, dedicato alla Vergine, nella chiesetta di San Pietro, dopo la predica e la recita del rosario, dopo impartita la benedizione e cantate a coro al suono dell'organo le canzoncine in lode di Maria, si faceva il sorteggio tra i divoti d'una Madonnina di cera custodita in una campana di cristallo.

Donne e fanciulli, cantando le canzoncine in ginocchio, tenevano fissi gli occhi a quella Madonnina sull'altare, tra i ceri accesi e le rose offerte in gran profusione; e ciascuno desiderava ardentemente che quella Madonnina gli toccasse in sorte. Tuttavia, non poche donne, ammirando il fervore con cui Guiduccio pregava davanti a tutti, avrebbero voluto che la Madonnina, anziché a qualcuna di loro, sortisse a lui. E piú di tutti, naturalmente, lo desiderava il padre beneficiale Fiorìca

Le polizzine della riffa costavano un soldo l'una. Il sagrestano aveva l'incarico della vendita durante la settimana, e su ogni polizzino segnava il nome dell'acquirente. Tutte le polizzine poi, la domenica, erano raccolte arrotolate in un'urna di cristallo; il padre beneficiale Fiorìca vi affondava una mano, rimestava un po' tra il silenzio ansioso di tutti i fedeli inginocchiati, ne estraeva una, la mostrava, la svolgeva e, attraverso le lenti insellate sulla punta del naso, ne leggeva il nome. La Madonnina era condotta in processione tra canti e suoni di tamburi alla casa del sorteggiato.

S'immaginava il padre Fiorìca l'esultanza di Guiduccio, se dall'urna fosse sortito il suo nome, e vedendolo lì davanti all'altare inginocchiato, rimestando nell'urna avrebbe voluto che per un miracolo le sue dita indovinassero la polizzina che ne conteneva il nome. E quasi quasi era scontento della generosità del fanciullo, il quale, potendo prendere dieci polizze con la mezza lira che ogni domenica gli dava la mamma, si contentava d'una sola per non avere alcun vantaggio sugli altri ragazzi, a cui anzi lui stesso con gli altri nove soldi comperava le polizzine.

E chi sa che quella Madonnina, entrando con tanta festa in casa Greli, non avesse poi il potere di conciliare con la chiesa tutta la famiglia!

Così il diavolo tentava il padre beneficiale Fiorìca. Ma fece anche di piú. Quando fu l'ultima domenica, venuto il momento solenne del sorteggio, appena lo vide salire all'altare ove accanto all'urna di cristallo stava la Madonnina di cera, zitto zitto gli si mise dietro le spalle e, sissignori, gli suggerì di leggere nella polizzino estratta il nome di Guiduccio Greli. Allo scoppio d'esultanza di tutti i divoti, Guiduccio però, diventato in prima di bragia, si fece subito dopo pallido pallido, aggrottò le ciglia sugli occhioni intorbidati, cominciò a tremar tutto convulso, nascose il volto tra le braccia e, guizzando per divincolarsi dalla ressa delle donne che volevano baciarlo per congratularsi, scappò via dalla chiesa, via, via, e rifugiandosi in casa, si buttò tra le braccia della madre e proruppe in un pianto frenetico. Poco dopo, udendo per la viuzza il rullo del tamburo e il coro dei divoti che gli portavano in casa la Madonnina, cominciò a pestare i piedi, a contorcersi tra le braccia della madre e delle sorelle e a gridare:

– Non è vero! Non è vero! Non la voglio! Mandatela via! Non è vero! Non la voglio!

Era accaduto questo: che dei dieci soldi che la mamma gli dava ogni domenica, nove Guiduccio li aveva già dati al solito ai ragazzi poveri della parrocchia perché fossero iscritti anche loro al sorteggio; nel recarsi alla sagrestia con l'ultimo soldino rimastogli per sé, era stato avvicinato da un ragazzetto tutto arruffato e scalzo, il quale, da tre settimane ammalato, non aveva potuto prender parte alla festa e al sorteggio delle Madonnine precedenti, e vedendo ora Guiduccio con quell'ultimo soldino in mano, gli aveva chiesto se non era per lui. E Guiduccio gliel'aveva dato.

Troppe volte il signor Greli in casa, scherzando, aveva ammonito il figlio:

– Bada, Duccio! Ti vedo con la chierica! Duccio, bada: quel tuo prete ti vuole accalappiare!

E difatti, perché a lui quella Madonnina, se nessuna polizza recava il suo nome, quell'ultima domenica?

La signora Greli, per far cessare l'orgasmo del figlio, ordinò che subito la Madonnina fosse rimandata indietro, alla chiesa; e d'allora in poi il padre beneficiale Fiorìca non vide piú Guiduccio Greli.

066  –  La berretta di Padova

Berrette di Padova: belle berrette a lingua, di panno, a uso di quelle che si portano ancora in Sardegna, e che si portavano allora (cioè a dire nei primi cinquant'anni del secolo scorso) anche in Sicilia, non dalla gente di campagna che usava di quelle a calza di filo e con la nappina in punta, ma dai cittadini, anche mezzi signori; se è vera la storia che mi fu raccontata da un vecchio parente, il quale aveva conosciuto il berrettajo che le vendeva, zimbello di tutta Girgenti allora, perché dei tanti anni passati in quel commercio pare non avesse saputo ricavare altro guadagno che il nomignolo di Cirlinciò, che in Sicilia, per chi volesse saperlo, è il nome d'un uccello sciocco. Si chiamava veramente don Marcuccio La Vela, e aveva bottega sulla strada maestra, prima della discesa di San Francesco.

Don Marcuccio La Vela sapeva di quel suo nomignolo e se ne stizziva molto; ma per quanto poi si sforzasse di fare il cattivo e di mostrarsi corrivo a riavere il suo, non solo non gli veniva mai fatto, ma ogni volta alla fine era una giunta al danno perché, impietosendosi alle finte lagrime dei debitori maltrattati, per compensarli dei maltrattamenti, oltre la berretta ci perdeva qualche pezzo di dodici tarì porto sottomano.

S'era ormai radicata in tutti l'idea che non avesse in fondo ragione di lagnarsi di niente né d'adirarsi con nessuno; giacché, se da un canto era vero che gli uomini lo avevano sempre gabbato, era innegabile dall'altro che Dio, in compenso, lo aveva sempre ajutato. Aveva di fatti una cattiva moglie, indolente, malaticcia, sciupona, e se n'era presto liberato: un esercito di figliuoli, ed era riuscito in breve ad accasarli bene tutti quanti. Ora provvedeva sì gratuitamente di berrette tutto il cresciuto parentado, ma poteva esser certo che esso, all'occorrenza, non lo avrebbe lasciato morir di fame. Che voleva dunque di piú?

Le berrette intanto volavano da quella bottega come se avessero le ali. Gliene portavano via figli, generi, nipoti, amici e conoscenti. Per alcuni giorni egli s'ostinava a correre ora dietro a questo, ora dietro a quello, per riavere almeno, tra tante, il costo di una sola. Niente! E giurava e spergiurava di non voler piú dare a credenza:

– Neanche a Gesú Cristo, se n'avesse bisogno!

Ma ci ricascava sempre.

Ora, alla fine, aveva deciso di chiuder bottega, non appena esaurita la poca mercanzia che gli restava, della quale non avrebbe dato via neppure un filo, se non gli fosse pagato avanti.

Ma ecco venire un giorno alla sua bottega un tal Lizio Gallo, ch'era suo compare.

Per le sue berrette Cirlinciò non temeva del compare. Ben altro il Gallo, in grazia del comparatico, pretendeva da lui. Uomo sodo, denari voleva. E già gli doveva una buona sommetta. Ora dunque basta, eh?

– Che buon vento, compare?

Lizio Gallo aveva in vezzo passarsi e ripassarsi continuamente una mano su i radi e lunghi baffi spioventi e sotto quella mano, serio serio, con gli occhi bassi, sballarne di quelle, ma di quelle! Caro a tutti per il suo buon umore, non pure da Cirlinciò ch'era molto facile, ma dai piú scaltri mercanti del paese riusciva sempre a ottenere quanto gli bisognasse ed era indebitato fino agli occhi, e sempre abbruciato di denari. Ma quel giorno si presentò con un altr'aria.

– Male, compare! – sbuffò, lasciandosi cadere su una seggiola. – Mi sento stanco, ecco, stanco e nauseato.

E col volto atteggiato di tedio e di disgusto, disse seguitando, che non gli reggeva piú l'animo a vivere così d'espedienti e ch'era troppo il supplizio che gli davano i raffacci aperti o le mute guardatacce dei suoi creditori.

Cirlinciò abbassò subito gli occhi e mise un sospiro.

– E pure voi sospirate, compare; vi vedo! – soggiunse il Gallo, tentennando il capo. – Ma avete ragione! Non posso piú accostarmi a un amico, lo so. Mi sfuggono tutti! E intanto, piú che per me, credetemi, soffro per gli altri, a cui debbo cagionare la pena della mia vista. Ah! vi giuro che se non fosse per Giacomina mia moglie, a quest'ora...

– Che dite! – gli diede sulla voce Cirlinciò.

– E sapete che altro mi tiene? – riprese Lizio Gallo. – Quel poderetto che mi recò in dote mia moglie, pur così gravato com'è d'ipoteche. Ho speranza compare, che debba essere la mia salvezza, per via di non so che scavi che ci vuol fare il Governo. Dicono che là sotto ci sono le antichità di Camìco. Uhm! Rottami... Che saranno? Ma, se è vero questo, sono a cavallo. E non dubitate, compare: prima di tutti, penserei a voi. Già il Governatore m'ha fatto sapere che vuol parlare con me. Dovrei andarci domattina. Ma come ci vado?

– Perché? – domandò, stordito, Cirlinciò.

– Con questi stracci? Non mi vedete? Per l'abito, forse, potrei rimediare. Mio cognato, che ha su per giú la mia stessa statura, se n'è fatto uno nuovo da pochi giorni e me lo presterebbe. Ma la berretta? Ha un testone così!

– Ah! Anche voi! – esclamò allora Cirlinciò spalancando tanto d'occhi.

– Come, anch'io? – disse con la faccia piú fresca del mondo il Gallo. – Che son forse solito di andare per via a capo scoperto? Ora questa berretta, vedete? non ne vuol piú sapere.

– E venite da me? – riprese Cirlinciò, col volto avvampato di stizza. – Scusatemi, compare: gnornò! non ve la do! non ve la posso dare!

– Ma io non dico dare. Ve la pagherò.

– Avete i denari?

– Li avrò.

– Niente, allora! Quando li avrete.

– È la prima volta, – gli fece notare, dolente e con calma, il Gallo, – è la prima volta che vengo da voi per una padovana.

– Ma io ho giurato, lo sapete! Ho giurato! ho giurato!

– Lo so. Ma vedete perché mi serve?

– Non sento ragione! Piuttosto, guardate, piuttosto vi do tre tarì e vi dico di andarvela a comprare in un'altra bottega.

Lizio Gallo sorrise mestamente, e disse:

– Caro compare, se voi mi date tre tarì, lo sapete, io me li mangio, e berretta non me ne compro. Dunque, datemi la berretta.

– Dunque, né questa né quelli! – concluse Cirlinciò, duro. Lizio Gallo si levò pian piano da sedere, sospirando:

– E va bene! Avete ragione. Cerco la via per uscire da questi guai e vedo che l'unica, per me, sarebbe di morire, lo so.

– Morire... – masticò Cirlinciò. – C'è bisogno di morire? Tanto, la berretta dovete levarvela in presenza del Governatore.

– Eh già! – esclamò il Gallo. – Bella figura ci farei per istrada con l'abito nuoto e la berretta vecchia! Ma dite piuttosto che non volete darmela.

E si mosse per uscire. Cirlinciò allora, al solito, pentito, lo acchiappò per un braccio e gli disse all'orecchio:

– Vi do tre giorni di tempo per il pagamento. Ma non lo dite a nessuno! Fra tre giorni... badate! sono capace di levarvela dal capo, per istrada, appena vi vedo passare. Sono porco io, se mi ci metto!

Aprì lo scaffale e ne trasse una bellissima berretta di Padova. Lizio Gallo se la provò. Gli andava bene.

– Quanto mi pesa! – disse, scotendo il capo. – Mi sentivo male, venendo qua; voi mi avete dato il colpo di grazia, compare!

E se ne andò.

Tutto poteva aspettarsi il povero Cirlinciò, tranne che Lizio Gallo, dopo due giorni, dovesse davvero morire!

Si mise a piangere come un vitello, dal rimorso, ripensando – ah! – alle ultime parole del compare – ah! – gli pareva di vederselo ancora lì, nella bottega, nell'atto di tentennare amaramente il capo, – ah! – ah! – ah!

E corse alla casa del morto, per condolersi con la vedova donna Giacomina.

Per via, tanta gente pareva si divertisse a fermarlo:

– È morto Lizio Gallo, sapete?

– E non vedete che piango?

Tutti in paese ne facevano le lodi e ne commiseravano la fine immatura, pur sorridendo mestamente al ricordo delle sue tante baggianate. I molti creditori chiudevano gli occhi, sospirando, e alzavano la mano per rimettergli il debito.

Cirlinciò trovò donna Giacomina inconsolabile. Quattro torcetti ardevano agli angoli del letto su cui il compare giaceva, coperto da un lenzuolo. Piangendo, la vedova narrò al compare com'era avvenuta la disgrazia.

– A tradimento, – diceva. – Ma già, volendola dire, da parecchio tempo, Lizio mio non pareva piú lui!

Cirlinciò piangendo annuiva e in prova narrò alla vedova l'ultima visita del compare alla bottega.

– Lo so! lo so! – gli disse donna Giacomina. – Ah, quanto se ne afflisse, povero Lizio mio! Le vostre parole, compare, gli rimasero confitte nel cuore come tante spade!

Cirlinciò pareva una fontana.

– E piú mi piange il cuore, – seguitò la vedova, – che ora me lo vedrò portar via sul cataletto dei poveri, sotto uno straccio nero...

Cirlinciò allora, con impeto di commozione, si profferse per le spese d'una pompa funebre. Ma donna Giacomina lo ringraziò; gli disse esser quella l'espressa volontà del marito, e che lei voleva rispettarla, e che anzi il marito non avrebbe neppur voluto l'accompagnamento funebre, e che infine aveva indicato la chiesa ove, da morto, voleva passare l'ultima notte, secondo l'uso: la chiesetta cioè di Santa Lucia, come la piú umile e la piú fuorimano, per chi se ne volesse andare quasi di nascosto, senza mortorio.

Cirlinciò insistette; ma alla fine si dovette arrendere alla volontà della vedova.

– Ma quanto all'accompagnamento – disse, licenziandosi, – – siate pur certa che tutto il paese oggi sarà dietro il povero compare.

E non s'ingannò.

Ora, andando il mortorio per la strada che conduce alla chiesetta di Santa Lucia, avvenne a Cirlinciò, il quale si trovava proprio in testa dietro al cataletto che quattro portantini, due di qua, due di là, sorreggevano per le stanghe, di fissare gli occhi lagrimosi su quella sua fiammante berretta di Padova, che il morto teneva in capo e che spenzolava e dondolava fuori della testata del cataletto. La berretta che il compare non gli aveva pagata. Tentazione!

Cercò piú volte il povero Cirlinciò di distrarne lo sguardo; ma poco dopo gli occhi tornavano a guardarla, attirati da quel dondolio che seguiva il passo cadenzato dei portantini. Avrebbe voluto consigliare a uno di questi di ripiegare sul capo al morto la berretta e porvi sopra la coltre per fermarla.

« Ma sì! Non ci mancherebbe altro », rifletteva, poi, « che io, proprio io vi richiamassi l'attenzione della gente. Già forse, vedendomi qua e guardando questa berretta, tutti ridono di me, sotto i baffi. »

Morso da questo sospetto, lanciò due occhiatacce oblique ai vicini, sicuro di legger loro negli occhi il temuto dileggio; poi si rivolse con rabbioso rammarico alla berretta dondolante. – Com'era bella! com'era fina! E ora, – peccato! – o sarebbe andata a finire sul capo a un becchino, o sottoterra, inutilmente, col compare.

Questi due casi, e maggiormente il primo ch'era il piú probabile, cominciarono a esagitarlo così, che, senza quasi volerlo, si diede a pensare se ci fosse modo di riavere quella berretta. Lanciò di nuovo qualche occhiata intorno e s'accorse che molti, procedendo, seguivano quel dondolar cadenzato, che a lui cagionava tante smanie, anzi un vero supplizio. Gli parve perfino che, prendendo quasi a materia il rumore dei passi dei portantini, quel dondolio ripetesse forte, a tutti, senza posa:

È stato – gabbato,

È stato – gabbato...

No, perdio, no! Anche a costo di passare l'intera nottata nascosto nella chiesetta di Santa Lucia, egli doveva, doveva riavere quella berretta ch'era sua! Tanto, che se ne faceva piú il compare, morto? Era nuova fiammante! ed egli avrebbe potuto rimetterla, senz'altro, dentro lo scaffale. Poiché, perdio, non si trattava soltanto di mantenere un proposito deliberato, ma anche di non venir meno a un giuramento fatto, ecco, a un giuramento! a un giuramento!

Così, quando il mortorio giunse (ch'era già sera chiusa) alla chiesetta fuorimano dove lo scaccino aveva preparato i due cavalletti su cui il misero feretro doveva esser deposto, mentre la gente assisteva alla benedizione del cadavere, andò a nascondersi quatto quatto dietro un confessionale.

Come la chiesa fu sgombra, lo scaccino con la lanterna in mano si recò a chiudere il portone, poi entrò in sagrestia a prender l'olio per rifornire un lampadina votivo davanti a un altare.

Nel silenzio della chiesa, quei passi strascicati rintronarono cupamente.

Della solenne vacuità dell'interno sacro, nel bujo, Cirlinciò ebbe in prima tale sgomento, che fu lì lì per farsi avanti e pregare il sagrestano, che lo facesse andar via. Ma riuscì a trattenersi.

Rifornito d'olio il lampadino, quegli si accostò pian piano al feretro; si chinò; poi, senza volerlo, volse in giro uno sguardo e, prima di ritirarsi nella sua cameruccia sopra la sagrestia a dormire, tolse pulitamente con due dita la berretta al morto, e se la filò zitto zitto.

Cirlinciò non se n'accorse. Quando sentì chiudere e sprangare la porta della sagrestia, gli parve che la chiesa sprofondasse nel vuoto. Poi, nella tenebra, si avvisò a mala pena quel lumicino davanti all'altare lontano; a poco a poco quel barlume si allargò, si diffuse, tenuissimo, intorno. Gli occhi di Cirlinciò cominciarono a intravedere a stento, in confuso, qualche cosa. E allora, cauto, trattenendo il fiato, si provò a uscire dal nascondiglio.

Ma, contemporaneamente, altri due che si erano nascosti nella chiesetta con lo stesso intento, s'avanzavano cheti e chinati come lui, e con le mani protese, verso il feretro, ciascuno senza accorgersi dell'altro.

A un tratto però tre gridi di terrore echeggiarono nella chiesetta buja.

Lizio Gallo, credendosi solo ormai, s'era levato a sedere sul cataletto, imprecando al sagrestano e tastandosi la testa nuda. A quei tre gridi, urlò, anche lui, spaventato:

– Chi è là?

E, istintivamente, si ridistese sul cataletto, tirandosi di nuovo addosso la coltre.

– Compare... – gemette una voce soffocata dall'angoscia.

– Chi è?

– Cirlinciò?

– Quanti siamo?

– Porco paese! – sbuffò allora Lizio Gallo buttando all'aria la coltre e levandosi in piedi. – Per una berrettaccia di Padova! Quanti siete? Tre? Quattro? E voi, compare?

– Ma come! – balbettò Cirlinciò, appressandosi tutto tremante. – Non siete morto?

– Morto? Vorrei esserlo, per non vedere la vostra spilorceria! – gli gridò il Gallo, indignato, sul muso. – Come! non vi vergognate? Venire a spogliare un morto, come quel mascalzone del sagrestano! Ebbene, non la ho piú, vedete? se l'è presa! E dire che l'avevo promessa a uno dei portantini... Non si può piú neanche da morti esser lasciati in pace, al giorno d'oggi, in questo porco paese! Speravo di farmi rimettere i debiti... Ma sì! Quanti siete? tre, quattro, dieci, venti? Avreste la forza di tenere il segreto? No! E dunque facciamola finita!

Li piantò lì, allocchiti, intontiti come tre ceppi d'incudine, e andò a tempestare di calci e di pugni la porta della sagrestia.

– Ohé! ohé! Mascalzone! Sagrestano!

Questi accorse, poco dopo, in mutande e camicia, con la lanterna in mano, tutto stravolto.

Lizio Gallo lo agguantò per il petto.

– Va a ripigliarmi subito la berretta, pezzo di ladro!

– Don Lizio! – gridò quello, e fu per cadere in deliquio.

Il Gallo lo sostenne in piedi, scrollandolo furiosamente.

– La berretta, ti dico sporcaccione! E vieni ad aprirmi la porta. Non faccio piú il morto.

067  –  Lo scaldino

Quei lecci neri piantati in doppia fila intorno alla vasta piazza rettangolare, se d'estate per far ombra, d'inverno perché servivano? Per rovesciare addosso ai passanti, dopo la pioggia, l'acqua rimasta tra le fronde, a ogni scosserella di vento. E anche per imporrire di piú il povero chiosco di Papa–re, servivano.

Ma senza questo male, del resto riparabile, ch'essi cagionavano d'inverno, sarebbero stati poi un bene, un refrigerio d'estate? No. E dunque? Dunque l'uomo, se qualche cosa gli va bene, se la prende senza ringraziar nessuno, come se ci avesse diritto; poco poco, invece, che gli vada male, s'inquieta e strilla. Bestia irritabile e irriconoscente, l'uomo. Gli basterebbe, santo Dio, non passare sotto i lecci della piazza, quand'è piovuto da poco.

È vero però che, d'estate, Papa–re non poteva goder dell'ombra di quei lecci là, dentro il suo chiosco. Non poteva goderne perché non vi stava mai durante il giorno, né d'estate né d'inverno. Che cosa facesse di giorno e dove se ne stesse, era un mistero per tutti. Tornava ogni volta da via San Lorenzo, e veniva da lontano e con la faccia scura. Il chiosco era sempre chiuso, e Papa–re, quasi senza goderselo, ne pagava la tassa che grava su tutti i beni immobili.

Poteva parere un'irrisione considerar come « immobile » anche questo chiosco di Papa–re, che a momenti camminava solo, dai tanti tarli che lo abitavano, in luogo del proprietario sempre assente. Ma il fisco non bada ai tarli. Anche se il chiosco si fosse messo a passeggiare da sé per la piazza e per le strade, avrebbe pagato sempre la tassa, come un qualunque altro bene immobile davvero.

Dietro il chiosco, un po' piú là, sorgeva un caffè posticcio, di legname, o – piú propriamente, con licenza del proprietario – una baracca dipinta con cotal pretensione di stil floreale, dove fino a tarda notte certe così dette canzonettiste, con l'accompagnamento d'un pianofortino scordato, dai tasti ingialliti come i denti di un pover'uomo che digiuni per professione, strillavano... ma no, che strillavano, poverette, se non avevano neanche fiato per dire: « Ho fame »?

Eppure, quel caffè–concerto era ogni sera pieno zeppo d'avventori che, con la gola strozzata dal fumo e dal puzzo del tabacco, si spassavano come a un carnevale alle smorfie sguajate e compassionevoli, ai lezii da scimmie tisiche, di quelle femmine disgraziate, le quali, non potendo la voce, mandavano le braccia e piú spesso le gambe ai sette cieli (« Benee! Bravaa! Biiis! »), e parteggiavano anche per questa o per quella, mettendo negli applausi e nelle disapprovazioni tanto calore e tanto accanimento, che piú volte la questura era dovuta intervenire a sedarne la violenza rissosa.

Per questi egregi avventori Papa–re stava, d'inverno, ogni notte fin dopo il tocco, a morirsi di freddo nel chiosco, pisolando, con la sua mercanzia davanti: sigari, candele steariche, scatole di fiammiferi, cerini per le scale, e i pochi giornali della sera, che gli restavano dal giro per le strade consuete.

Sul far della sera, veniva al chiosco e aspettava che una ragazzetta, sua nipotina, gli recasse un grosso scaldino di terracotta; lo prendeva per il manico e, col braccio teso, lo mandava un pezzo avanti e dietro per ravvivarne il fuoco; poi lo ricopriva con un po' di cenere che teneva in serbo nel chiosco e lo lasciava lì, a covare, senza neanche curarsi di chiudere a chiave lo sportello.

Non avrebbe potuto resistere al freddo della notte per tante ore, senza quello scaldino, Papa–re, vecchio com'era ormai e cadente.

Ah, senza un pajo di buone gambe, senza una voce squillante, come far piú il giornalajo? Ma non gli anni soltanto lo avevano debellato così, né soltanto le membra aveva imbecillite dall'età: anche l'anima, per le tante disgrazie, povero Papa–re. Prima disgrazia, si sa, la scoronazione del Santo Padre; poi la morte della moglie; poi quella dell'unica figliuola; morte atroce, in un ospedale infame, dopo il disonore e la vergogna, donde era venuta al mondo quella ragazzetta, per cui egli, ora, seguitava a vivere e a tribolare. Se non avesse avuto quella povera innocente da mantenere...

L'immagine del destino che opprimeva e affogava, nella vecchiaja, Papa–re, si poteva intravedere in quel suo gran cappellaccio roccioso e sbertucciato, che, troppo largo di giro, gli sprofondava fin sotto la nuca e fin sopra gli occhi. Chi gliel'aveva regalato? dove lo aveva ripescato? Quando, sott'esso, Papa–re fermo in mezzo alla piazza socchiudeva gli occhi, pareva dicesse: « Eccomi qua. Vedete? Se voglio vivere, devo stare per forza sotto questo cappello qua, che mi pesa e mi toglie il respiro! ».

Se voglio vivere! Ma non avrebbe voluto vivere per nientissimo affatto, lui: s'era tremendamente seccato; non guadagnava quasi piú nulla. Prima, i giornali glieli davano a dozzine; ora il distributore gliene affidava sì e no poche copie, per carità, quelle che gli restavano dopo aver fornito tutti gli altri rivenditori che s'avventavano vociando per aver prima le loro dozzine e far piú presto la corsa. Papa–re, per non farsi schiacciare tra la ressa, se ne stava indietro ad aspettare che anche le donne fossero provviste prima di lui; qualche malcreato, spesso, gli lasciava andare un lattone, e lui se lo pigliava in santa pace e si tirava da canto per non essere investito a mano a mano da quelli che, ottenute le copie, si scagliavano a testa bassa, con cieca furia, in tutte le direzioni. Egli li vedeva scappar via come razzi, e sospirava, tentennando sulle povere gambe piegate.

– A te, Papa–re: sciala, due dozzine, stasera! C'è la rivoluzione in Russia.

Papa–re alzava le spalle, socchiudeva gli occhi, pigliava il suo pacco, e via dopo tutti gli altri, adoperandosi anche lui a correre con quelle gambe e forzando la voce chioccia a strillare:

La Tribúuuna!

Poi, con altro tono:

La rivoluzione in Russiaaa!

E in fine, quasi tra sè:

Importante stasera la Tribuna.

Manco male che due portinai in via Volturno, uno in via Gaeta, un altro in via Palestro gli eran rimasti fedeli e lo aspettavano. Le altre copie doveva venderle così, alla ventura, girando per tutto il quartiere del Macao. Verso le dieci, stanco, affannato, andava a rintanarsi nel chiosco, ove aspettava, dormendo, che gli avventori uscissero dal caffè. Ne aveva fino alla gola, di quel mestieraccio! Ma, quando si è vecchi, che rimedio c'è? Vuòtati pure il capo, non ne trovi nessuno. Là, il muraglione del Pincio.

 

Vedendo, sul tramonto, apparire la nipotina quasi scalza, con la vesticciuola sbrendolata, e infagottata, povera creatura, in un vecchio scialle di lana che una vicina le aveva regalato, Papa–re si pentiva ogni volta anche della poca spesa di quel fuoco che pur gli era indispensabile. Non gli restava piú altro di bene nella vita che quella bambina e quello scaldino. Vedendoli arrivare entrambi, sorrideva loro da lontano, stropicciandosi le mani. Baciava in fronte la nipotina e si metteva ad agitar lo scaldino per ravvivarne la brace.

L'altra sera, intanto, o che avesse l'anima piú imbecillita del solito, o che si sentisse piú stanco, nel mandare avanti e dietro lo scaldino, tutt'a un tratto, ecco che gli sfugge di mano, e va a schizzar là, in mezzo alla piazza, in frantumi. « Paf! » Una gran risata della gente, che si trovava a passare, accolse quel volo e quello scoppio, per la faccia che fece Papa–re nel vedersi scappar di mano il fido compagno delle sue fredde notti e per l'ingenuità della bimba che gli era corsa dietro, istintivamente, come se avesse voluto acchiapparlo per aria.

Nonno e nipotina si guardarono negli occhi, rimminchioniti. Papa–re, ancora col braccio proteso, nell'atto di mandare avanti lo scaldino. Eh, troppo avanti lo aveva mandato! E il carbone acceso, ecco, friggeva là, tra i cocci, in una pozza d'acqua piovana.

– Viva l'allegria! – diss'egli alla fine, riscotendosi e tentennando il capo. – Ridete, ridete. Sarò allegro anch'io, stanotte. Va', Nena mia, va'. Alla fin fine, forse è meglio così.

E s'avviò per i giornali.

Quella sera, invece di venire a rintanarsi verso le dieci nel chiosco, prese un giro piú alla lontana per le vie del Macao. Avrebbe trovato freddo il suo covo notturno, e piú freddo avrebbe sentito a star lì fermo, seduto. Ma, alla fine, si stancò. Prima d'entrare nel chiosco volle guardare il punto della piazza, ove lo scaldino era schizzato, come se gli potesse venire di là un po' di caldo. Dal caffè posticcio venivano le stridule note del pianofortino e, a quando a quando, gli scrosci d'applausi e i fischi degli avventori. Papa–re col bavero del pastrano logoro tirato fin sopra gli orecchi, le mani gronchie dal freddo, strette sul petto con le poche copie del giornale che gli erano rimaste, si fermò un pezzo a guardare dietro il vetro appannato della porta. Si doveva star bene, lì dentro, con un poncino caldo in corpo. Brrr! s'era rimessa la tramontana, che tagliava la faccia e sbiancava finanche il selciato della piazza. Non c'era piú una nuvola in cielo e pareva che anche le stelle lassú tremassero tutte di freddo. Papa–re guardò, sospirando, il chiosco nero sotto i lecci neri, si cacciò i giornali sotto l'ascella e s'appressò per sfilare la sola banda davanti.

– Papa–re! – chiamò allora qualcuno, con voce roca, dall'interno del chiosco.

Il vecchio giornalajo ebbe un sobbalzo e si sporse a guardare.

– Chi è là?

– Io, Rosalba. E lo scaldino?

– Rosalba?

– Vignas. Non ti ricordi piú? Rosalba Vignas.

– Ah, – fece Papa–re, che riteneva in confuso i nomi strambi di tutte le canzonettiste passate e presenti del caffè. – E perché non te ne vai al caldo? Che stai a far lì?

– Aspettavo te. Non entri?

– E che vuoi da me? Fatti vedere.

– Non voglio farmi vedere. Sto qua accoccolata, sotto la tavoletta. Entra. Ci staremo bene.

Papa–re girò il chiosco, con la banda in mano, ed entrò, curvandosi, per lo sportello.

– Dove sei?

– Qua, – disse la donna.

Non si vedeva, nascosta com'era sotto la tavoletta su cui Papa–re posava i giornali, i sigari, le scatole di fiammiferi e le candele. Stava seduta dove di solito il vecchio appoggiava i piedi, quando si metteva a sedere sul sediolino alto.

– E lo scaldino? – domandò quella di nuovo, da lì sotto. – L'hai smesso?

– Sta' zitta, mi s'è rotto, oggi. M'è scappato di mano, nel dimenarlo.

– Oh guarda! E ti muori di freddo? Ci contavo io, sul tuo scaldino. Su, siedi. Ti riscaldo io, Papa–re.

– Tu? Che vuoi piú riscaldarmi, tu, ormai. Sono vecchio, figlia. Va', va'. Che vuoi da me?

La donna scoppiò in una stridula risata e gli afferrò una gamba.

– Va', sta' quieta! – disse Papa–re, schermendosi. – Che tanfo di zozza. Hai bevuto?

– Un pochino. Mettiti a sedere. Vedrai che c'entriamo. Su, così... monta su. Ora ti riscaldo le gambe. O vuoi un altro scaldino? Eccotelo.

E gli posò su le gambe come un involto, caldo, caldo.

–  Che roba è? – domandò il vecchio.

–  Mia figlia.

– Tua figlia? Ti sei portata appresso anche la bimba? –

– M'hanno cacciata di casa, Papa–re. Mi ha abbandonata. –

– Chi?

– Lui, Cesare. Sono in mezzo alla strada. Con la pupa in braccio.

Papa–re scese dal seggiolino, si curvò nel bujo verso la donna accoccolata e le porse la bimba.

– Tieni qua, figlia, tieni qua, e vattene. Ho i miei guai; lasciami in pace!

– Fa freddo, – disse la donna con voce ancor piú rauca. – Mi cacci via anche tu?

– Ti vorresti domiciliare qua dentro? – le domandò, aspro, Papa–re. – Sei matta o ubbriaca davvero?

La donna non rispose, né si mosse. Forse piangeva. Come una sfumatura di suono, titillante, dal fondo di via Volturno s'intese nel silenzio una mandolinata, che s'avvicinava di punto in punto, ma che poi, a un tratto, tornò a perdersi man mano, smorendo, in lontananza.

– Lasciamelo aspettare qua, ti prego, – riprese, poco dopo, la donna, cupamente.

– Ma aspettare, chi? – domandò di nuovo Papa–re.

Lui, te l'ho detto: Cesare. È là, nel caffè. L'ho veduto dalla vetrata.

E tu va a raggiungerlo, se sai che è là! Che vuoi da me?

– Non posso, con la pupa. Mi ha abbandonata! là con un'altra. E sai con chi? Con Mignon, già! con la celebre Mign... già, che comincerà a cantare domani sera. La presenta lui, figurati! Le ha fatto insegnare le canzonette dal maestro, a un tanto all'ora. Sono venuta per dirgli due paroline, appena esce. A lui e a lei. Lasciami star qua. Che male ti faccio? Ti tengo anzi piú caldo, Papa–re. Fuori, con questo freddo, la povera creatura mia... Tanto, ci vorrà poco: una mezz'oretta sì e no. Via, sii buono, Papa–re! Rimettiti a sedere e riprenditi la bimba su le ginocchia. Qua sotto non la posso tenere. Starete piú caldi tutti e due. Dorme, povera creatura, e non dà fastidio.

Papa–re si rimise a sedere e si riprese la bimba sulle ginocchia, borbottando:

– Oh guarda un po' che altro scaldino son venuto a trovare io qua, stanotte. Ma che gli vuoi dire?

– Niente. Due parole, – ripeté quella.

Tacquero per un buon pezzo. Dalla prossima stazione giungeva il fischio lamentoso di qualche treno in arrivo o in partenza. Passava per la vasta piazza deserta qualche cane randagio. Laggiú, imbacuccate, due guardie notturne. Nel silenzio, si sentivano perfino ronzare le lampade elettriche.

– Tu hai una nipotina, è vero, Papa–re? – domandò la donna, riscotendosi con un sospiro.

– Nena, sì.

– Senza mamma?

– Senza.

– Guarda la mia figliuola. Non è bella?

Papa–re non rispose.

– Non è bella? – insistette la donna – Ora, che ne sarà di lei, povera creatura mia? Ma così... così non posso piú stare. Qualcuno dovrà pure averne pietà. Tu capisci che non trovo da lavorare, con lei in braccio. Dove la lascio? E poi, sì! chi mi prende? Neanche per serva mi vogliono.

– Sta' zitta! – la interruppe il vecchio, scrollandosi convulso; e si mise a tossire.

Ricordava la figlia, che gli aveva lasciato così, sulle ginocchia, una creaturina come quella. La strinse piano piano a sé, teneramente. La carezza però non era per lei, era per la nipotina, ch'egli in quel punto ricordava così piccola, e quieta e buona come questa.

Venne dal caffè un piú forte scoppio d'applausi e di grida scomposte.

– Infame! – esclamò a denti stretti la donna. – Se la spassa là, con quella brutta scimmia piú secca della morte. Di', viene qua ogni sera al solito, è vero? a comprare il sigaro, appena esce.

– Non so, – disse Papa–re, alzando le spalle.

– Cesare, il Milanese, come non sai? Quel biondo, alto, grosso, con la barba spartita sul mento, sanguigno. Ah, è bello! E lui lo sa, canaglia, e se n'approfitta. Non ti ricordi che mi prese con sè, l'anno scorso?

– No, – le rispose il vecchio, seccato. – Come vuoi che mi ricordi, se non ti lasci vedere?

La donna emise un ghigno, come un singulto, e disse cupamente:

– Non mi riconosceresti piú. Sono quella che cantava i duettini con quello scimunito di Peppot. Peppot, sai? Monte Bisbin? Sì, quello. Ma non fa nulla, se non ti ricordi. Non sono piú quella. M'ha finita, mi ha distrutta, in un anno. E sai? In principio, diceva anche che mi voleva sposare. Roba da ridere, figurati!

– Figurati! – ripeté Papa–re, già mezzo appisolato.

– Non ci credetti mai, – seguitò la donna. – Dicevo tra me: Purché mi tenga, ora. E lo dicevo per via di codesta creatura che, non so come, forse perché mi presi troppo di lui, avevo concepito. Dio mi volle castigare così. Poi, che ne sapevo io? poi fu peggio. Avere una figlia! pare niente! Gilda Boa... ti ricordi di Gilda Boa? mi diceva: « Buttala! ». Come si butta? Lui, sì, la voleva buttare davvero. Ebbe il coraggio di dirmi che non gli somigliava. Ma guardala, Papa–re, se non è tutta lui! Ah, infame! Lo sa bene che è sua, che io non potevo farla con altri, perché per lui io... non ci vedevo piú dagli occhi, tanto mi piaceva! E gli sono stata peggio d'una schiava, sai? M'ha bastonata, ed io zitta; m'ha lasciata morta di fame, ed io zitta. Ci ho sofferto, ti giuro, non per me, ma per codesta creatura, a cui, digiuna, non potevo dar latte. Ora poi...

Seguitò così per un pezzo; ma Papa–re non la sentiva piú: stanco, confortato dal calore di quella piccina trovata lì in luogo del suo scaldino, s'era al suo solito addormentato. Si destò di soprassalto, quando, aperta la vetrata del caffè, gli avventori cominciarono a uscire rumorosamente, mentre gli ultimi applausi risonavano nella sala. Ma, ov'era la donna?

– Ohé! Che fai? – le domandò Papa–re, insonnolito.

Ella s'era cacciata carponi, ansimante, tra i piedi della sedia alta, su cui Papa–re stava seduto; aveva schiuso con una mano lo sportello; e rimaneva lì, come una belva, in agguato.

– Che fai? – ripeté Papa–re.

Una pistolettata rintronò in quel punto fuori del chiosco.

– Zitto, o arrestano anche te! – gridò la donna al vecchio, precipitandosi fuori e richiudendo di furia lo sportello.

Papa–re, atterrito dagli urli, dalle imprecazioni, dal tremendo scompiglio dietro il chiosco, si curvò sulla piccina che aveva dato un balzo allo sparo, e si restrinse tutto in sé, tremando. Accorse di furia una vettura, che, poco dopo, scappò via di galoppo, verso l'ospedale di Sant'Antonio. E un groviglio di gente furibonda passò vociando davanti al chiosco e si allontanò verso Piazza delle Terme. Altra gente però era rimasta lì, sul posto, a commentare animatamente il fatto, e Papa–re, con gli orecchi tesi non si muoveva, temendo che la bimba mettesse qualche strillo. Poco dopo, uno dei camerieri del caffè venne a comperare un sigaro al chiosco.

– Eh, Papa–re, hai visto che straccio di tragedia?

– Ho... inteso... – balbettò.

– E non ti sei mosso? – esclamò ridendo il cameriere. – Sempre col tuo scaldino, eh?

– Col mio scaldino, già... – disse Papa–re, curvo, aprendo la bocca sdentata a uno squallido sorriso.

068  –  Lontano

I

Dopo aver cercato inutilmente dappertutto questo e quel capo di vestiario e avere imprecato: – Porco diavolo! – non si sa quante tra sbuffi e grugniti e ogni sorta di gesti irosi, alla fine Pietro Mìlio (o Don Paranza come lo chiamavano in paese) sentì il bisogno d'offrirsi uno sfogo andando a gridare alla parete che divideva la sua camera da quella della nipote Venerina:

– Dormi, sai! fino a mezzogiorno, cara. Ti avverto però che oggi non c'è lo sciocco che piglia pesci per te.

E veramente quella mattina don Paranza non poteva andare alla pesca, come da tanti anni era solito. Gli toccava invece (porco diavolo!) vestirsi di gala, o impeparsi secondo il suo modo di dire. Già! perché era viceconsole, lui, di Svezia e Norvegia. E Venerina, che dalla sera avanti sapeva del prossimo arrivo del nuovo piroscafo norvegese – ecco qua – non gli aveva preparato né la camicia inamidata, né la cravatta, né i bottoni, né la finanziera: nulla, insomma.

In due cassetti del canterano, in luogo delle camice, aveva intravisto una fuga di spaventatissimi scarafaggi.

– Comodi! Comodi! Scusate del disturbo!

Nel terzo, una sola camicia, chi sa da quanto tempo inamidata, ingiallita. Don Paranza l'aveva tratta fuori con due dita, cautamente, come se anche quella avesse temuto abitata dai prolifici animaletti dei due piani superiori; poi, osservando il collo, lo sparato e i polsini sfilacciati:

– Bravi! – aveva aggiunto. – Avete messo barba? E s'era dato a stropicciare sulle sfilàcciche un mozzicone di candela stearica.

Era chiaro che tutte le altre camice (che non dovevano poi esser molte) stavano ad aspettare da mesi dentro la cesta della biancheria da mandare al bucato i vapori mercantili di Svezia e di Norvegia.

Viceconsole della Scandinavia a Porto Empedocle, don Paranza faceva nello stesso tempo anche da interprete su i rari piroscafi che di là venivano a imbarcar zolfo. A ogni vapore una camicia inamidata: non piú di due o tre l'anno. Per amido, poca spesa.

Certo non avrebbe potuto vivere con gli scarsi proventi di questa saltuaria professione, senza l'ajuto della pesca giornaliera e di una misera pensioncina di danneggiato politico. Perché, sissignori, bestia non era soltanto da ieri – come egli stesso soleva dire: – bestione era sempre stato: aveva combattuto per questa cara patria, e s'era rovinato.

Cara–patria perciò era anche il nome con cui chiamava qualche volta la sua miserabile finanziera.

Venuto da Girgenti ad abitare alla Marina, come allora si chiamavano quelle quattro casucce sulla spiaggia, alle cui mura, spirando lo scirocco, venivano a rompersi furibondi i cavalloni, si ricordava di quando Porto Empedocle non aveva che quel piccolo molo, detto ora Molo Vecchio, e quella torre alta, fosca, quadrata, edificata forse per presidio dagli Aragonesi, al loro tempo, e dove si tenevano ai lavori forzati i galeotti: i soli galantuomini del paese, poveretti!

Allora sì Pietro Mìlio faceva denari a palate! Di interpreti, per tutti i vapori mercantili che approdavano nel porto, non c'era altri che lui e quella pertica sbilenca di Agostino Di Nica, che gli veniva appresso, allora, come un cagnolino affamato per raccattar le briciole ch egli lasciava cadere. I capitani, di qualunque nazione fossero, dovevano contentarsi di quelle quattro parole di francese che scaraventava loro in faccia, imperterrito, con pretto accento siciliano: – mossiurre, sciosse, ecc.

– Ma la cara patria! la cara patria!

Una sola, veramente, era stata la bestialità di don Paranza: quella di aver avuto vent'anni, al Quarantotto. Se ne avesse avuti dieci o cinquanta, non si sarebbe rovinato. Colpa involontaria, dunque. Nel bel meglio degli affari, compromesso nelle congiure politiche, aveva dovuto esulare a Malta. La bestialità d'averne ancora trentadue al Sessanta era stata, si sa! conseguenza naturale della prima. Già a Malta, a La Valletta, in quei dodici anni, s'era fatto un po' di largo, ajutato dagli altri fuorusciti. Ma il Sessanta! Ci pensava e fremeva ancora. A Milazzo, una palla in petto: e di quel regalo d'un soldato borbonico misericordioso non aveva saputo approfittare: – era rimasto vivo!

Tornato a Porto Empedocle, aveva trovato il paese cresciuto quasi per prodigio, a spese della vecchia Girgenti che, sdrajata su l'alto colle a circa quattro miglia dal mare, si rassegnava a morir di lenta morte, per la quarta o la quinta volta, guardando da una parte le rovine dell'antica Acragante, dall'altra il porto del nascente paese. E al suo posto il Mìlio aveva trovato tant'altri interpreti, uno piú dotto dell'altro, in concorrenza fra loro.

Agostino Di Nica, dopo la partenza di lui per l'esilio, rimasto solo, s'era fatto d'oro e aveva smesso di far l'interprete per darsi al commercio con un vaporetto di sua proprietà, che andava e veniva come una spola tra Porto Empedocle e le due vicine isolette di Lampedusa e di Pantelleria.

– Agostino, e la patria?

Il Di Nica, serio serio, picchiava con una mano su i dindi del taschino del panciotto:

– Eccola qua!

Era rimasto però tal quale, bisognava dirlo, senza superbia. Madre natura, nel farlo, non s'era dimenticata del naso. Che naso! Una vela! In capo, quella stessa berrettina di tela, dalla visiera di cuojo; e a tutti coloro che gli domandavano perché, con tanti bei denari, non si concedesse il lusso di portare il cappello:

– Non per il cappello, signori miei, – rispondeva invariabilmente, – ma per le conseguenze del cappello.

Beato lui! « A me, invece, » pensava don Paranza, « con tutta la mia miseria, mi tocca d'indossare la finanziera e d'impiccarmi in un colletto inamidato. Sono viceconsole, io! »

Sì, e se qualche giorno non gli riusciva di pigliar pesci, correva il rischio d'andare a letto digiuno, lui e la nipote, quella povera orfana lasciatagli dal fratello, anche lui così fortunato che appena sbarcato in America vi era morto di febbre gialla. Ma don Paranza aveva in compenso le medaglie del Quarantotto e del Sessanta.

Con la canna della lenza in mano e gli occhi fissi al sughero galleggiante, assorto nei ricordi della sua lunga vita, gli avveniva spesso di tentennare amaramente il capo. Guardava le due scogliere del nuovo porto, ora tese al mare come due lunghe braccia per accogliere in mezzo il piccolo Molo Vecchio, al quale, in grazia della banchina, era stato serbato l'onore di tener la sede della Capitaneria e la bianca torre del faro principale; guardava il paese che gli si stendeva davanti agli occhi, da quella torre detta il Rastiglio a piè del Molo fino alla stazione ferroviaria laggiú e gli pareva che, come su lui gli anni e i malanni, così fossero cresciute tutte quelle case là, quasi l'una su l'altra, fino ad arrampicarsi all'orlo dell'altipiano marnoso che incombeva sulla spiaggia col suo piccolo e bianco cimitero lassú, col mare davanti, e dietro la campagna. La marna infocata, colpita dal sole cadente, splendeva bianchissima, mentre il mare, d'un verde cupo, di vetro, presso la riva, s'indorava tutto nella vastità tremula dell'ampio orizzonte chiuso da Punta Bianca a levante, da Capo Rossello a ponente.

Quell'odore del mare tra le scogliere, l'odore del vento salmastro che certe mattine nel recarsi alla pesca lo investiva così forte da impedirgli il respiro o il passo facendogli garrire addosso la giacca e i calzoni, l'odore speciale che la polvere dello zolfo sparsa dappertutto dava al sudore degli uomini affaccendati, l'odore del catrame, l'odore dei salati, l'afrore che esalava sulla spiaggia dalla fermentazione di tutto quel pacciame d'alghe secche misto alla rena bagnata, tutti gli odori di quel paese cresciuto quasi con lui erano così pregni di ricordi per don Paranza che, non ostante la miseria della sua vita, era per lui un rammarico pensare che gli anni che facevano lui vecchio erano invece la prima infanzia del paese; tanto vero che il paese prendeva sempre piú, di giorno in giorno, vita coi giovani, e lui vecchio era lasciato indietro, da parte e non curiato. Ogni mattina, all'alba, dalla scalinata di Montoro, il grido tre volte ripetuto d'un banditore dalla voce formidabile chiamava tutti al lavoro sulla spiaggia:

– Uomini di mare, alla fatica!

Don Paranza li udiva dal letto, ogni alba, quei tre appelli e si levava anche lui, ma per andarsene alla pesca, brontolando. Mentre si vestiva, sentiva giú stridere i carri carichi di zolfo, carri senza molle, ferrati, traballanti sul bracciale fradicio dello stradone polveroso popolato di magri asinelli bardati, che arrivavano a frotte, anch'essi con due pani di zolfo a contrappeso. Scendendo alla spiaggia, vedeva le spigonare, dalla vela triangolare ammainata a metà su l'albero, in attesa del carico, oltre il braccio di levante, lungo la riva, sulla quale si allineava la maggior parte dei depositi di zolfo. Sotto alle cataste s'impiantavano le stadere, sulle quali lo zolfo era pesato e quindi caricato sulle spalle degli uomini di mare protette da un sacco commesso alla fronte. Scalzi, in calzoni di tela, gli uomini di mare recavano il carico alle spigonare, immergendosi nell'acqua fino all'anca, e le spigonare, appena cariche, sciolta la vela, andavano a scaricare lo zolfo nei vapori mercantili ancorati nel porto o fuori. Così, fino al tramonto del sole, quando lo scirocco non impediva l'imbarco.

E lui? Lui lì, con la canna della lenza in mano. E non di rado, scotendo rabbiosamente quella canna, gli avveniva di borbottare nella barba lanosa che contrastava col bruno della pelle cotta dal sole e con gli occhi verdastri e acquosi:

– Porco diavolo! Non m'hanno lasciato neanche pesci nel mare!

II

Seduta sul letto, coi capelli neri tutti arruffati e gli occhi gonfi dal sonno, Venerina non si risolveva ancora a uscire dalla sua cameretta, quando udì per la scala uno scalpiccio confuso tra ànsiti affannosi e la voce dello zio che gridava:

Piano, piano! Eccoci arrivati.

Corse ad aprire la porta; s'arrestò sgomenta, stupita, esclamando:

– Oh Dio! Che è?

Davanti alla porta, per l'angusta scala, una specie di barella sorretta penosamente da un gruppo di marinai ansanti, costernati. Sotto un ampia coperta d'albagia qualcuno stava a giacere su quella barella.

– Zio! zio! – gridò Venerina.

Ma la voce dello zio le rispose dietro quel gruppo di uomini che s'affannava a salire gli ultimi gradini.

– Niente: non ti spaventare! Ho fatto pesca anche stamattina! La grazia di Dio non ci abbandona. Piano, piano figliuoli: siamo arrivati. Qua, entrate. Ora lo adageremo sul mio letto.

Venerina vide accanto allo zio un giovane di statura gigantesca, straniero all'aspetto, biondo, e dal volto un po' affumicato, che reggeva sotto il braccio una cassetta: poi chinò gli occhi su la barella, che i marinai, per riprender fiato, avevano deposta presso l'entrata, e domando:

– Chi è? Che è avvenuto?

– Pesce di nuovo genere, non ti confondere! – le rispose don Pietro, promovendo il sorriso dei marinai che s'asciugavano la fronte. – Vera grazia di Dio! Su, figliuoli: sbrighiamoci. Di qua, sul mio letto.

E condusse i marinai col triste carico nella sua camera ancora sossopra.

Lo straniero, scostando tutti, si chinò su la barella; ne tolse via cautamente la coperta, e sotto gli occhi di Venerina raccapricciata scoprì un povero infermo quasi ischeletrito, che sbarrava nello sgomento certi occhi enormi d'un così limpido azzurro, che parevano quasi di vetro, tra la squallida magrezza del volto su cui la barba era rispuntata; poi, con materna cura, lo sollevò come un bambino e lo pose a giacere sul letto.

– Via tutti, via tutti! – ordinò don Pietro. – Lasciamoli soli, adesso. Per voi, figliuoli, penserà il capitano dell'Hammerfest. – E, richiuso l'uscio, aggiunse, rivolto alla nipote: – Vedi? Poi dici che non siamo fortunati. Un vapore a ogni morte di papa; ma quell'uno che arriva, è la manna! Ringraziamo Dio

– Ma chi è? Si può sapere che è avvenuto? – domandò di nuovo Venerina.

E don Paranza:

– Niente! Un marinajo malato di tifo, agli estremi. Il capitano m'ha visto questa bella faccia di minchione e ha detto: « Guarda, voglio farti un regaluccio, brav'uomo ». Se quel poveraccio moriva in viaggio, finiva in bocca a un pesce–cane; invece è voluto arrivare fino a Porto Empedocle, perché sapeva che c'era Pietro Mìlio, pesce–somaro. Basta. Andrò oggi stesso a Girgenti per trovargli posto all'ospedale. Passo prima da tua zia donna Rosolina! Voglio sperare che mi farà la grazia di tenerti compagnia finché io non ritornerò da Girgenti.

Speriamo che, per questa sera, sia tutto finito. Aspetta oh... debbo dire...

Riaprì l'uscio e rivolse qualche frase in francese a quel giovane straniero, che chinò piú volte il capo in risposta; poi, uscendo, soggiunse alla nipote:

– Mi raccomando: te ne starai di là, in camera tua. Vado e torno con tua zia.

Per istrada, alla gente che gli domandava notizie, seguitò a rispondere senza nemmeno voltarsi:

– Pesca, pesca: tricheco!

Forzando la consegna della serva, s'introdusse in casa di donna Rosolina La trovò in gonnella e camicia, con le magre braccia nude e un asciugamani su le spallucce ossute, che s'apparecchiava il latte di crusca per lavarsi la faccia.

– Maledizione! – strillò la zitellona cinquantaquattrenne riparandosi d'un balzo dietro una cortina. – Chi entra? Che modo!

– Ho gli occhi chiusi, ho gli occhi chiusi! – protestò Pietro Mìlio. – Non guardo le vostre bellezze!

– Subito, voltatevi! – ordinò donna Rosolina.

Don Pietro obbedì, e poco dopo, udì l'uscio della camera sbatacchiare furiosamente. Attraverso quell'uscio, allora, egli le narrò ciò che gli era accaduto, pregandola di far presto.

Impossibile! Lei, donna Rosolina, uscir di casa a quell'ora? Impossibile! Caso eccezionale, sì. Ma quel malato, era vecchio o giovane?

– Santo nome di Dio! – gemette don Pietro. – Alla vostra età, dite sul serio? Né vecchio, né giovane: è moribondo. Sbrigatevi!

Ah sì! Prima che donna Rosolina si risolvesse a licenziarsi dalla propria immagine nello specchio, dovette passare piú di un'ora. Si presentò alla fine tutta aggeggiata, come una bertuccia vestita, l'ampio scialle indiano con la frangia fino a terra, tenuto sul seno da un gran fermaglio d'oro smaltato con pendagli a lagrimoni, grossi orecchini agli orecchi, la fronte simmetricamente virgolata da certi mezzi riccetti unti non si sa di qual manteca, e tinte le guance e le labbra.

– Eccomi, eccomi...

E gli occhietti lupigni, guarniti di lunghissime ciglia, lappoleggiando, chiesero a don Pietro ammirazione e gratitudine per quell'abbigliamento straordinariamente sollecito. (Ben altro un tempo quegli occhi avevano chiesto a don Pietro: ma questi, Pietro di nome, pietra di fatto.)

Trovarono Venerina su tutte le furie. Quel giovine straniero s'era arrischiato a picchiare all'uscio della camera, dov'ella s'era chiusa, e chi sa che cosa le aveva bestemmiato nella sua lingua; poi se n'era andato.

– Pazienza, pazienza fino a questa sera! – sbuffò don Paranza. – Ora scappo a Girgenti. Di' un po': lui, il malato, s'è sentito?

Tutti e tre entrarono pian pianino per vederlo. Restarono, trattenendo il fiato, presso la soglia. Pareva morto.

– Oh Dio! – gemette donna Rosolina. – Io ho paura! Non ci resisto.

– Ve ne starete di là, tutt'e due, – disse don Pietro. – Di tanto in tanto vi affaccerete qua all'uscio, per vedere come sta. Tirasse almeno avanti ancora un pajo di giorni! Ma mi par proprio ch'accenni d'andarsene, e non mi mancherebbe altro! Ah che bei guadagni, che bei guadagni mi dà la Norvegia! Basta: lasciatemi scappare.

Donna Rosolina lo acchiappò per un braccio.

– Dite un po': è turco o cristiano

– Turco, turco, non si confessa! – rispose in fretta don Pietro.

– Mamma mia! Scomunicato! – esclamò la zitellona, segnandosi con una mano e tendendo l'altra per portarsi via Venerina fuori di quella camera. – Sempre così! – sospirò poi, nella camera della nipote, alludendo a don Pietro che già se n era andato. – Sempre con la testa tra le nuvole! Ah se avesse avuto giudizio...

E qui donna Rosolina, che toglieva ogni volta pretesto dalle continue disgrazie di don Paranza per parlare con mille reticenze e sospiri del suo mancato matrimonio, anche in quest'ultima volle vedere la mano di Dio, il castigo, il castigo d'una colpa remota di lui: quella di non aver preso lei in moglie.

Venerina pareva attentissima alle parole della zia; pensava invece, assorta, con un senso di pauroso smarrimento, a quell'infelice che moriva di là, solo, abbandonato, lontano dal suo paese, dove forse moglie e figliuoli lo aspettavano. E a un certo punto propose alla zia d'andare a vedere come stesse.

Andarono strette l'una all'altra, in punta di piedi, e si fermarono poco oltre la soglia della camera, sporgendo il capo a guardare sul letto.

L'infermo teneva gli occhi chiusi: pareva un Cristo di cera, deposto dalla croce. Dormiva o era morto?

Si fecero un po' piú avanti; ma al lieve rumore, L'infermo schiuse gli occhi, quei grandi occhi celesti, attoniti. Le due donne si strinsero vieppiú tra loro; poi, vedendogli sollevare una mano e far cenno di parlare, scapparono via con un grido, a richiudersi in cucina.

Sul tardi, sentendo il campanello della porta, corsero ad aprire; ma, invece di don Pietro, si videro davanti quel giovane straniero della mattina. La zitellona corse ranca ranca a rintanarsi di nuovo; ma Venerina, coraggiosamente, lo accompagnò nella camera dell'infermo già quasi al bujo, accese una candela e la porse allo straniero, che la ringraziò chinando il capo con un mesto sorriso; poi stette a guardare, afflitta: vide che egli si chinava su quel letto e posava lieve una mano su la fronte dell'infermo, sentì che lo chiamava con dolcezza:

Cleen... Cleen...

Ma era il nome, quello, o una parola affettuosa?

L'infermo guardava negli occhi il compagno, come se non lo riconoscesse; e allora ella vide il corpo gigantesco di quel giovane marinajo sussultare, lo sentì piangere, curvo sul letto, e parlare angosciosamente, tra il pianto, in una lingua ignota. Vennero anche a lei le lagrime agli occhi. Poi lo straniero, voltandosi, le fece segno che voleva scrivere qualcosa. Ella chinò il capo per significargli che aveva compreso e corse a prendergli l'occorrente. Quando egli ebbe finito, le consegnò la lettera e una borsetta.

Venerina non comprese le parole ch'egli le disse, ma comprese bene, dai gesti e dall'espressione del volto, che le raccomandava il povero compagno. Lo vide poi chinarsi di nuovo sul letto a baciare piú volte in fronte l'infermo, poi andar via in fretta con un fazzoletto su la bocca per soffocare i singhiozzi irrompenti.

Donna Rosolina poco dopo, tutta impaurita, sporse il capo dall'uscio e vide Venerina che se ne stava seduta, lì, come se nulla fosse, assorta, e con gli occhi lacrimosi.

– Ps, ps! – la chiamò, e col gesto le disse: – che fai? sei matta?

Venerina le mostrò la lettera e la borsetta, che teneva ancora in mano, e le accennò d'entrare. Non c'era piú da aver paura. Le narrò a bassa voce la scena commovente tra i due compagni, e la pregò che sedesse anche lei a vegliare quel poveretto che moriva abbandonato.

Nel silenzio della sera sopravvenuta sonò a un tratto, acuto, lungo, straziante, il fischio d'una sirena, come un grido umano.

Venerina guardò la zia, poi l'infermo sul letto, avvolto nell'ombra, e disse piano:

– Se ne vanno. Lo salutano.

III

– Dio, come si dice bestia in francese?

Pietro Mìlio, che stava a lavarsi in cucina, si voltò con la faccia grondante a guardare la nipote:

– Perché? Vorresti chiamarmi in francese? Si dice bête, figlia mia: bête, bête! E dimmelo forte, sai!

Altro che bestia si meritava d'esser chiamato. Da circa due mesi teneva in casa e cibava come un pollastro quel marinajo piovutogli dal cielo. A Girgenti – manco a dirlo! – non aveva potuto trovargli posto all'ospedale. Poteva buttarlo in mezzo alla strada? Aveva scritto al Console di Palermo – ma sì! – Il Console gli aveva risposto che desse ricetto e cura al marinajo dell'Hammerfest, fin tanto che esso non fosse guarito, o – nel caso che fosse morto – gli desse sepoltura per bene, che delle spese poi avrebbe avuto il rimborso.

Che genio, quel Console! Come se lui, Pietro Mìlio, potesse anticipare spese e dare alloggio ai malati. Come? dove? Per l'alloggio, sì: aveva ceduto all'infermo il suo letto, e lui a rompersi le ossa sul divanaccio sgangherato che gli cacciava tra le costole le molle sconnesse, così che ogni notte sognava di giacer lungo disteso sulle vette di una giogaja di monti. Ma per la cura, poteva andare dal farmacista, dal droghiere, dal macellajo a prender roba a credito, dicendo che la Norvegia avrebbe poi pagato? Lì, boghe e cefaletti, il giorno, e gronghi la sera, quando ne pescava; e se no, niente!

Eppure quel povero diavolo era riuscito a non morire! Doveva essere a prova di bomba, se non ci aveva potuto neanche il medico del paese, che aveva tanto buon cuore e tanta carità di prossimo da ammazzare almeno un concittadino al giorno. Non diceva così, perché in fondo volesse male a quel povero straniero; no, ma – porco diavolo! – esclamava don Pietro – chi piú poveretto di me?

Manco male che, fra pochi giorni, si sarebbe liberato. Il Norvegese, ch'egli chiamava L'arso (si chiamava Lars Cleen), era già entrato in convalescenza, e di lì a una, a due settimane al piú, si sarebbe potuto mettere in viaggio

Ne era tempo, perché donna Rosolina non voleva piú saperne di fare la guardia alla nipote: protestava d'esser nubile anche lei e che non le pareva ben fatto che due donne stessero a tener compagnia a quell'uomo ch'ella credeva veramente turco, e perciò fuori della grazia di Dio. Già si era levato di letto, poteva muoversi e... e... non si sa mai!

Donna Rosolina non aggiungeva, in queste rimostranze a don Pietro, che il contegno di Venerina, verso il convalescente, da un pezzo non le garbava piú.

Il convalescente pareva uscito dalla malattia mortale quasi di nuovo bambino. Il sorriso, lo sguardo degli occhi limpidi avevano proprio una espressione infantile. Era ancora magrissimo; ma il volto gli s'era rasserenato, la pelle gli si ricoloriva leggermente; e gli spuntavano piú biondi, lievi, aerei, i capelli che gli erano caduti durante la malattia.

Venerina, nel vederlo così timido, smarrito nella beatitudine di quel suo rinascere in un paese ignoto, tra gente estranea, provava per lui una tenerezza quasi materna. Ma tutta la loro conversazione si riduceva, per Venerina che non intendeva il francese e tanto meno il norvegese, a una variazione di tono nel pronunziare il nome di lui, Cleen. Così, se egli si ricusava, arricciando il naso, scotendo la testa, di prendere qualche medicina o qualche cibo, ella pronunziava quel Cleen con voce cupa, d'impero, aggrottando le ciglia su gli occhi fermi, severi, come per dire: « Obbedisci: non ammetto capricci! ». Se poi egli, in uno scatto di gioconda tenerezza, vedendosela passar da presso, le tirava un po' la veste, col volto illuminato da un sorriso di gratitudine e di simpatia, Venerina strascicava quel Cleen in una esclamazione di stupore e di rimprovero, come se volesse dirgli: « Sei matto? ».

Ma lo stupore era finto, il rimprovero dolce: espressi l'uno e l'altro per ammantare gli scrupoli di donna Rosolina che, assistendo a quelle scene, sarebbe diventata di centomila colori, se non avesse avuto sulle magre gote quella patina di rossetto.

Anche lei, Venerina, si sentiva quasi rinata. Avvezza a star sempre sola, in quella casa povera e nuda, senza cure intime, senza affetti vivi, da un pezzo s'era abbandonata a un'uggia invincibile, a un tedio smanioso: il cuore le si era come isterilito, e la sterilità del sentimento si disfaceva in lei nella pigrizia piú accidiosa. Lei stessa, ora, non avrebbe saputo spiegarsi perché le andasse tanto di sfaccendare per casa, lietamente, di levarsi per tempo e d'acconciarsi.

– Miracoli! Miracoli! – esclamava don Paranza, rincasando la sera, con gli attrezzi da pesca, tutto fragrante di mare. Trovava ogni cosa in ordine: la tavola apparecchiata, pronta per la cena. – Miracoli!

Entrava nella camera dell'infermo, fregandosi le mani:

Bon suarre, mossiur Cleen, bon suarre!

– Buona sera, – rispondeva in italiano il convalescente, sorridendo, staccando e quasi incidendo con la pronunzia le due parole.

– Come come? – esclamava allora don Pietro stupito, guardando Venerina che rideva, e poi donna Rosolina che stava seria, seduta, intozzata su di sè, con le labbra strette e le palpebre gravi, semichiuse.

A poco a poco Venerina era riuscita a insegnare allo straniero qualche frase italiana e un po' di nomenclatura elementare, con un mezzo semplicissimo. Gl'indicava un oggetto nella camera e lo costringeva a ripeterne piú e piú volte il nome, finché non lo pronunziasse correttamente: – bicchiere, letto, seggiola, finestra... – E che risate quando egli sbagliava, risate che diventavano fragorose se s'accorgeva che la zia zitellona, legnosa nella sua pudibonda severità per non cedere al contagio del riso si torturava le labbra, massime quando l'infermo accompagnava con gesti comicissimi quelle parole staccate, telegrafando così a segni le parti sostanziali del di scorso che gli mancavano. Ma presto egli poté anche dire: aprire, chiudere finestra, prendere bicchiere, e anche voglio andare letto. Se non che, imparato quel voglio, comincio a farne frequentissimo uso, e l'impegno che metteva nel superare lo stento della pronunzia, dava un piú reciso tono di comando alla parola. Venerina ne rideva, ma pensò d'attenuare quel tono insegnando all'infermo di premettere ogni volta a quel voglio un prego. Prego, sì, ma poiché egli non riusciva a pronunziare correttamente questa nuova parola, quando voleva qualche cosa, aspettava che Venerina si voltasse a guardarlo, e allora congiungeva le mani in segno di preghiera e quindi spiccicava piú che mai imperioso e reciso il suo voglio.

La premessa di quel segno di preghiera era assolutamente necessaria ogni qual volta egli voleva presso di sè lo stipetto che il compagno gli aveva portato dal piroscafo, il giorno in cui ne era sceso moribondo. Venerina glielo porgeva ogni volta di malanimo e senza il garbo consueto. Quella cassetta rappresentava per lui la patria lontana: c'erano tutti i suoi ricordi e tante lettere e alcuni ritratti. Guardandolo obliquamente, mentr'egli rileggeva qualcuna di quelle lettere, o se ne stava astratto, con gli occhi indagati, Venerina lo vedeva quasi sotto un altro aspetto, come se fosse avvolto in un'altra aria che lo allontanasse da lei all'improvviso, e notava tante particolarità della diversa natura di lui, non mai prima notate. Quella cassetta, in cui egli frugava con tanta insistenza, le richiamava davanti agli occhi l'immagine di quell'altro marinajo che lo aveva sollevato dalla barella come un bambino per deporlo sul letto, lì, e poi se n'era andato, piangendo. Ed ella si era presa tanta cura di quell'abbandonato! Chi era egli? Donde veniva? Quali ricordi custodiva con tanto amore in quella cassetta? Venerina scrollava a un tratto le spalle con un moto di dispetto, dicendo a se stessa: – Che me n'importa? – e lo lasciava lì solo nella camera a pascersi di quei suoi segreti ricordi, e si tirava con sè la zia, che la seguiva stordita di quella risoluzione repentina:

– Che facciamo?

– Nulla. Ce n'andiamo!

Venerina ricadeva d'un tratto, in quei momenti, nel suo tedio neghittoso, inasprito da una sorda stizza o aggravato da una pena d'indefiniti desiderii: la casa le appariva vuota di nuovo, vuota la vita, e sbuffava: non voleva far nulla, piú nulla!

IV

Lars Cleen, appena solo, si sentiva come caduto in un altro mondo, piú luminoso, di cui non conosceva che tre abitanti soli e una casa, anzi una camera. Non si rendeva ragione di quei dispettucci di Venerina. Non si rendeva ragione di nulla. Tendeva l'orecchio ai rumori della via, si sforzava d'intendere; ma nessuna sensazione della vita di fuori riusciva a destare in lui un'immagine precisa. La campana... sì, ma egli vedeva col pensiero una chiesa del suo remoto paese! Un fischio di sirena, ed egli vedeva l'Hammerfest perduto nei mari lontani. E com'era restato una sera, nel silenzio, alla vista della luna, nel vano della finestra! Era pure, era pure la stessa luna ch'egli tante volte in patria, per mare, aveva veduta; ma gli era parso che lì, in quel paese ignoto, ella parlasse ai tetti di quelle case, al campanile di quella chiesa, quasi un altro linguaggio di luce, e l'aveva guardata a lungo, con un senso di sgomento angoscioso, sentendo piú acuta che mai la pena dell'abbandono, il proprio isolamento.

Viveva nel vago, nell'indefinito, come in una sfera vaporosa di sogni. Un giorno, finalmente, s'accorse che sul coperchio della cassetta erano scritte col gesso tre parole: – bet! bet! bet! – così. Domandò col gesto a Venerina che cosa volessero significare, e Venerina, pronta:

– Tu, bet!

Lars Cleen restò a guardarla con gli occhi chiari ridenti e smarriti. Non comprendeva, o meglio non sapeva credere che... No, no – e con le mani le fece segno che avesse pietà di lui che tra poco doveva partire. Venerina scrollò le spalle e lo salutò con la mano.

– Buon viaggio!

– No, no, – fece di nuovo il Cleen col capo, e la chiamò a sè col gesto: aprì la cassetta e ne trasse una veduta fotografica di Trondhjem. Vi si vedeva, tra gli alberi, la maestosa cattedrale marmorea sovrastante tutti gli altri edifici, col camposanto prossimo, ove i fedeli superstiti si recano ogni sabato a ornare di fiori le tombe dei loro morti.

Ella non riuscì a comprendere perché le mostrasse quella veduta.

Ma mère, ici, – s'affannava a dirle il Cleen, indicandole col dito il cimitero, lì, all'ombra del magnifico tempio. Anche lui, come don Pietro, non era molto padrone della lingua francese, che del resto non serviva affatto con Venerina. Trasse allora dalla cassetta un'altra fotografia: il ritratto d'una giovine. Subito Venerina vi fissò gli occhi, impallidendo. Ma il Cleen si pose accanto al volto il ritratto, per farle vedere che quella giovine gli somigliava.

Ma soeur, – aggiunse.

Questa volta Venerina comprese e s'ilarò tutta. Se poi quella sorella fosse fidanzata o già moglie del giovane marinajo che aveva recato la cassetta, Venerina non si curò piú che tanto d'indovinare. Le bastò sapere che L'arso era celibe. Sì: ma non doveva ripartire fra pochi giorni? Era già in grado di uscir di casa e di recarsi a piedi, al tramonto, al Molo Vecchio.

Una frotta di monellacci scalzi, stracciati, alcuni ignudi nati, abbruttiti dal sole seguiva ogni volta Lars Cleen in quelle sue passeggiate: lo spiavano, scambiandosi ad alta voce osservazioni e commenti che presto si mutavano in lazzi. Egli, stordito, abbagliato nell'aria che grillava di luce, si voltava ora verso l'uno ora verso l'altro, sorridendo; talora gli toccava di minacciare col bastone i piú insolenti; poi sedeva sul muricciolo della banchina a guardare i bastimenti ormeggiati e il mare infiammato dal riflesso delle nuvole vespertine. La gente si fermava a osservarlo, mentr'egli se ne stava in quell'atteggiamento, tra smarrito ed estatico: lo guardava, come si guarda una gru o una cicogna stanca e sperduta, discesa dall'alto dei cieli. Il berretto di pelo, il pallore del volto e l'estrema biondezza della barba e dei capelli attiravano specialmente la curiosità. Egli alla fine se ne stancava e piano piano rincasava, triste.

Dalla lettera lasciatagli dal compagno, insieme col denaro, sapeva che l'Hammerfest, dopo il viaggio in America, sarebbe ritornato a Porto Empedocle, fra sei mesi. Ne erano trascorsi già tre. Volentieri si sarebbe rimbarcato sul suo piroscafo di ritorno, volentieri si sarebbe riunito ai compagni; ma come trattenersi tre altri mesi, così, senza piú alcuna ragione, nella casa che l'ospitava? Il Mìlio aveva già scritto al console in Palermo per fargli ottenere gratuitamente il rimpatrio. Che fare? partire o attendere? – Decise di consigliarsi col Mìlio stesso, una di quelle sere, al ritorno dalla pesca dei gronghi.

Venerina assistette, dopo cena, a quel dialogo che voleva essere in francese tra lo zio e lo straniero. Dialogo? Si sarebbe detto diverbio piuttosto, a giudicare dalla violenza dei gesti ripetuti con esasperazione dall'uno e dall'altro. Venerina, sospesa, costernata, a un certo punto, nel vedersi additata rabbiosamente dallo zio, diventò di bragia. Eh che! Parlavano dunque di lei? a quel modo? Vergogna, ansia, dispetto le fecero a un tratto impeto dentro, che appena il Cleen si ritirò, saltò su a domandare allo zio:

– Che c'entro io? Che avete detto di me?

– Di te? Niente, – rispose don Pietro, rosso e sbuffante, dopo quella terribile fatica. – Non è vero! Avete parlato di me. Ho capito benissimo. E tu ti sei arrabbiato!

Don Pietro non si raccapezzava ancora.

– Che t'ha detto? Che t'ha inventato? – incalzò Venerina, tutta accesa. – Vuole andarsene? E tu lascialo andare! Non me n'importa nulla, sai, proprio nulla.

Don Paranza restò a guardare ancora un pezzo la nipote, stordito, con la bocca aperta.

– Sei matta? O io...

All'improvviso si diede a girare per la stanza come se cercasse la via per scappare e, agitando per aria le manacce spalmate:

– Che asino! – gridò. – Che imbecille! Oh somarone! A settantotto anni! Mamma mia! Mamma mia!

Si voltò di scatto a guardare Venerina, mettendosi le mani tra i capelli.

– Dimmi un po', per questo m'hai domandato... per dirlo a lui in francese, ch'ero bestia?

– No, non per te... Che hai capito?

Di nuovo don Pietro, con la testa tra le mani, si mise ad andare in qua e in là per la stanza.

– Bestione, somarone, e dico poco! Ma quella bertuccia di tua zia che ha fatto qui? ha dormito? Porco diavolo! E tu? e questo pezzo di... Aspetta, aspetta che te l'aggiusto io, ora stesso!

E in così dire si lanciò verso l'uscio della camera, dove s'era chiuso il Cleen. Venerina gli si parò subito davanti.

– No! Che fai, zio? Ti giuro che egli non sa nulla! Ti giuro che tra me e lui non c'è stato mai nulla! Non hai inteso che se ne vuole andare?

Don Pietro restò come sospeso. Non capiva piú nulla!

– Chi? lui? Se ne vuole andare? Chi te l'ha detto? Ma al contrario! al contrario! Non se ne vuole andare!

M'hai preso per bestia sul serio? Io, io te lo caccio via però, ora stesso!

Venerina lo trattenne di nuovo, scoppiando questa volta in singhiozzi e buttandoglisi sul petto. Don Paranza sentì mancarsi le gambe. Con la mano rimasta libera accennò il segno della croce.

– In nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo, – sospirò. – Vieni qua, vieni qua, figlia mia! Andiamocene nella tua camera e ragioniamo con calma. Ci perdo la testa!

La trasse con sè nell'altra camera, la fece sedere, le porse il fazzoletto perché si asciugasse gli occhi e cominciò a interrogarla paternamente.

Frattanto Lars Cleen, che aveva udito dalla sua camera il diverbio tra lo zio e la nipote senza comprenderne nulla, apriva Pian piano l'uscio e sporgeva il capo a guardare, col lume in mano, nella saletta buja. Che era avvenuto? Intese solo i singhiozzi di Venerina, di là, e se ne turbò profondamente. Perché quella lite? E perché piangeva ella così? Il Mìlia gli aveva detto che non era possibile che egli stesse nella casa piú oltre: non c'era posto per lui; e poi quella vecchia matta della zia s'era stancata; e la nipote non poteva restar sola con un estraneo in casa. Difficoltà, ch'egli non riusciva a penetrare. Mah! tant'altre cose, da che usciva di casa, gli sembravano strane in quel paese. Bisognava partire, senz'aspettare il piroscafo: questo era certo. E avrebbe perduto il posto di nostromo. Partire! Piangeva per questo la sua giovane amica infermiera?

Fino a notte avanzata Lars Cleen stette lì, seduto sul letto a pensare, a fantasticare. Gli pareva di vedere la sorella lontana; la vedeva. Ah! lei sola al mondo gli voleva bene ormai. E anche quest'altra fanciulla qua, possibile?

– Questa? E tu vorresti?

Chi sa! Ogni qual volta ritornava in patria, la sorella gli ripeteva che volentieri avrebbe preferito di non rivederlo mai piú, mai piú in vita, se egli, in uno di quei suoi viaggi lontani, si fosse innamorato di una buona ragazza e la avesse sposata. Tanto strazio le dava il vederlo così, svogliato della vita e rimesso, anzi abbandonato alla discrezione della sorte, esposto a tutte le vicende, pronto alle piú rischiose, senz'alcun ritegno d'affetto per sè, come quella volta che, traversando l'Oceano in tempesta, s'era buttato dall'Hammerfest per salvare un compagno! Sì, era vero; e senza alcun merito; perché la sua vita, per lui, non aveva piú prezzo.

Ma lì, ora? possibile? Questo paesello di mare, in Sicilia, così lontano lontano, era dunque la meta segnata dalla sorte alla sua vita? era egli giunto, senz'alcun sospetto, al suo destino? Per questo s'era ammalato fino a toccare la soglia della morte? per riprendere lì la via d'una nuova esistenza? Chi sa.

– E tu gli vuoi bene? – concludeva intanto di là don Pietro, dopo avere strappato a Venerina, che non riusciva a quietarsi, le scarse, incerte notizie che ella aveva dello straniero e la confessione di quegli ingenui passatempi, donde era nato quell'amore fino a quel punto sospeso in aria, come un uccello sulle ali.

Venerina s'era nascosto il volto con le mani.

– Gli vuoi bene? – ripeté don Pietro. – Ci vuoi tanto a dir di sì?

– Io non lo so. – rispose Venerina, tra due singhiozzi.

– E invece lo so io! – borbottò don Paranza, levandosi. – Va', va' a letto ora, e procura di dormire. Domani, se mai... Ma guarda un po' che nuova professione mi tocca adesso d'esercitare!

E, scotendo il capo lanoso, andò a buttarsi sul divanaccio sgangherato.

Rimasta sola, Venerina, tutta infocata in volto, con gli occhi sfavillanti, sorrise; poi si nascose di nuovo il volto con le mani; se lo tenne stretto, stretto, così, e andò a buttarsi sul letto, vestita.

Non lo sapeva davvero, se lo amava. Ma, intanto, baciava e stringeva il guanciale del lettuccio. Stordita da quella scena imprevista, a cui s'era lasciata tirare, per un malinteso, dal suo amor proprio ferito, non riusciva ancor bene a veder chiaro in sè, in ciò che era avvenuto. Un senso scottante di vergogna le impediva di rallegrarsi di quella spiegazione con lo zio, forse desiderata inconsciamente dal suo cuore, dopo tanti mesi di sospensione su un pensiero, su un sentimento, che non riuscivano quasi a posarsi sulla realtà, ad affermarsi in qualche modo. Ora aveva detto di sì allo zio, e certo avrebbe sentito un gran dolore, se il Cleen se ne fosse andato; sentiva orrore del tedio mortale in cui sarebbe ricaduta, sola sola, nella casa vuota e silenziosa; era perciò contenta che lo zio fosse ora con lei, di là, a pensare, a escogitare il modo di vincere, se fosse possibile, tutte le difficoltà che avevano fino allora tenuto sospeso il suo sentimento.

Ma si potevano vincere quelle difficoltà? Il Cleen, pur lì presente, le pareva tanto, tanto lontano: parlava una lingua ch'ella non intendeva; aveva nel cuore, negli occhi, un mondo remoto, ch'ella non indovinava neppure. Come fermarlo lì? Era possibile? E poteva egli aver l'intenzione di fermarsi, per lei, tutta la vita, fuori di quel suo mondo? Voleva, sì, restare; ma fino all'arrivo del piroscafo dall'America. Intanto, certo, in patria nessun affetto vivo lo attirava; perché, altrimenti, scampato per miracolo dalla morte, avrebbe pensato subito a rimpatriare. Se voleva aspettare, era segno che anche lui doveva sentire... chi sa! forse lo stesso affetto per lei, così sospeso e come smarrito nell'incertezza della sorte.

Fra altri pensieri si dibatteva don Pietro sul divanaccio che strideva con tutte le molle sconnesse. Le molle stridevano e don Paranza sbuffava:

– Pazzi! Pazzi! Come hanno fatto a intendersi, se l'uno non sa una parola della lingua dell'altra? Eppure, sissignori, si sono intesi! Miracoli della pazzia! Si amano, si senza pensare che i cefali, le boghe, i gronghi dello zio bestione non possono dal mare assumersi la responsabilità e l'incarico di fare le spese del matrimonio e di mantenere una nuova famiglia. Meno male, che io... Ma sì! Se padron Di Nica vorrà saperne! Domani, domani si vedrà... Dormiamo!

Faceva affaroni, col suo vaporetto, Agostino Di Nica. Tanto che aveva pensato di allargare il suo commercio fino a Tunisi e Malta e, a tale scopo, aveva ordinato all'Arsenale di Palermo la costruzione di un altro vaporetto, un po' piú grande, che potesse servire anche al trasporto dei passeggeri.

«Forse,» seguitava a pensare don Pietro, «un uomo come L'arso potrà servirgli. Conosce il francese meglio di me e l'inglese benone. Lupo di mare, poi. O come interprete, o come marinajo, purché me lo imbarchi e gli dia da vivere e da mantenere onestamente la famiglia.. Intanto Venerina gli insegnerà a parlare da cristiano. Pare che faccia miracoli, lei, con la sua scuola. Non posso lasciarli piú soli. Domani me lo porto con me da padron Di Nica e, se la proposta è accettata, egli aspetterà, se vuole, ma venendosene con me ogni giorno alla pesca; se non è accettata, bisogna che parta subito subito, senza remissione. Intanto, dormiamo.»

Ma che dormire! Pareva che le punte delle molle sconnesse fossero diventate piú irte quella notte, compenetrate delle difficoltà fra cui don Paranza si dibatteva.

V

Da circa quindici giorni Lars Cleen seguiva mattina e sera il Mìlio alla pesca: usciva di casa con lui, vi ritornava con lui.

Padron Di Nica, con molti se, con molti ma, aveva accettato la proposta presentatagli dal Mìlio come una vera fortuna per lui (e le conseguenze?). Il vaporetto nuovo sarebbe stato pronto fra un mese al piú, e lui, il Cleen, vi si sarebbe imbarcato in qualità di interprete – a prova, per il primo mese.

Venerina aveva fatto intender bene allo zio che il Cleen non s'era ancora spiegato con lei chiaramente, e gli aveva perciò raccomandato di comportarsi con la massima delicatezza, tirandolo prima con ogni circospezione a parlare, a spiegarsi. Il povero don Paranza, sbuffando piú che mai, nel cresciuto impiccio, si era recato dapprima solo dal Di Nica e, ottenuto il posto, era ritornato a casa a offrirlo al Cleen, soggiungendogli nel suo barbaro francese che, se voleva restare, come gliene aveva espresso il desiderio, se voleva trattenersi fino al ritorno dell'Hammerfest, doveva essere a questo patto: che lavorasse; il posto, ecco, glielo aveva procurato lui: quando poi il piroscafo sarebbe arrivato dall'America, ne avrebbe avuti due, di posti; e allora, a sua scelta: o questo o quello, quale gli sarebbe convenuto di piú. Intanto, nell'attesa, bisognava che andasse con lui ogni giorno alla pesca.

Alla proposta, il Cleen era rimasto perplesso. Gli era apparso chiaro che la scena di quella sera tra zio e nipote era avvenuta proprio per la sua prossima partenza, e che era stato lui perciò la cagione del pianto della sua cara infermiera. Accettare, dunque, e compromettersi sarebbe stato tutt'uno. Ma come rifiutare quel benefizio, dopo le tante cure e le premure affettuose di lei? quel benefizio offerto in quel modo, che non lo legava ancora per nulla, che lo lasciava libero di scegliere, libero di mostrarsi, o no, grato di quanto gli era stato fatto?

Ora, ogni mattina, levandosi dal divanaccio con le ossa indolenzite, don Pietro si esortava così:

– Coraggio, don Paranza! alla doppia pesca!

E preparava gli attrezzi: le due canne con le lenze, una per sè, l'altra per L'arso, i barattoli dell'esca, gli ami di ricambio: ecco, sì, per i pesci era ben munito; ma dove trovare l'occorrente per l'altra pesca: quella al marito per la nipote? chi glielo dava l'amo per tirarlo a parlare?

Si fermava in mezzo alla stanza, con le labbra strette, gli occhi sbarrati; poi scoteva in aria le mani ed esclamava:

– L'amo francese!

Eh già! Perché gli toccava per giunta di muovergliene il discorso in francese, quando non avrebbe saputo dirglielo neppure in siciliano.

Monsiurre, ma nièsse...

E poi? Poteva spiattellargli chiaro e tondo che quella scioccona s'era innamorata o incapricciata di lui?

Dalla Norvegia o dal console di Palermo avrebbe avuto il rimborso delle spese, probabilmente; ma di quest'altro guajo qui chi lo avrebbe ricompensato?

– Lui, lui stesso, porco diavolo! M'ha attizzato il fuoco in casa? Si scotti, si bruci!

Quell'aria da mammalucco, da innocente piovuto dal cielo, gliel'avrebbe fatta smettere lui. E lì, su la scogliera del porto, mentre riforniva gli ami di nuova esca, si voltava a guardare L'arso, che se ne stava seduto su un masso poco discosto, diritto su la vita, con gli occhi chiari fissi al sughero della lenza che galleggiava su l'aspro azzurro dell'acqua luccicante d'aguzzi tremolii.

– Ohé, mossiur Cleen ohé!

Guardare, sì, lo guardava: ma lo vedeva poi davvero quel sughero? Pareva allocchito.

Il Cleen, all'esclamazione, si riscoteva come da un sogno, e gli sorrideva: poi tirava pian piano dall'acqua la lenza, credendo che il Mìlio lo avesse richiamato per questo, e riforniva anche lui gli ami chi sa da quanto tempo disarmati.

Ah, così, la pesca andai a benone! Anch'egli, don Paranza, pensando, escogitando il modo e la maniera d'entrare a parlargli di quella faccenda così difficile e delicata, si lasciava intanto mangiar l'esca dai pesci: si distraeva, non vedeva piú il sughero, non vedeva piú il mare, e solo rientrava in sè, quando l'acqua tra gli scogli vicini dava un piú forte risucchio. Stizzito, tirava allora la lenza, e gli veniva la tentazione di sbatterla in faccia a quell'ingrato. Ma piú ira gli suscitava l'esclamazione che il Cleen aveva imparata da lui e ripeteva spesso, sorridendo, nel sollevare a sua volta la canna.

– Porco diavolo!

Don Paranza, dimenticandosi in quei momenti di parlargli in francese, prorompeva:

– Ma porco diavolo lo dico sul serio, io! Tu ridi, minchione! Che te n'importa?

No, no, così non poteva durare: non conchiudeva nulla, non solo, ma si guastava anche il fegato.

– Se la sbrighino loro, se vogliono!

E lo disse una di quelle sere alla nipote, rincasando dalla pesca.

Non s'aspettava che Venerina dovesse accogliere la irosa dichiarazione della insipienza di lui con uno scoppio di risa, tutta rossa e raggiante in viso.

– Povero zio!

– Ridi?

– Ma sì!

– Fatto?

Venerina si nascose il volto con le mani, accennando piú volte di sì col capo, vivacemente. Don Paranza, pur contento in cuor suo, alleggerito da quel peso quando meno se l'aspettava, montò su le furie.

– Come! E non me ne dici niente? E mi tieni lì per tanti giorni alla tortura! E lui, anche lui, muto come un pesce!

Venerina sollevò la faccia dalle mani:

– Non t'ha saputo dir nulla, neanche oggi?

– Pesce, ti dico! Baccalà! – gridò don Paranza al colmo della stizza. – Ho il fegato grosso così, dalla bile di tutti questi giorni!

– Si sarà vergognato – disse Venerina, cercando di scusarlo.

– Vergognato! Un uomo! – esclamò don Pietro. – Ha fatto ridere alle mie spalle tutti i pesci del mare, ha fatto ridere! Dov'è? Chiamalo; fammelo dire questa sera stessa: non basta che l'abbia detto a te!

– Ma senza codesti occhiacci, – gli raccomandò Venerina, sorridendo.

Don Paranza si placò, scosse il testone lanoso e borbottò nella barba:

– Sono proprio... già tu lo sai, meglio di me. Di' un po', come hai fatto, senza francese?

Venerina arrossì, sollevò appena le spalle, e i neri occhioni le sfavillarono.

– Così, – disse, con ingenua malizia.

– E quando?

– Oggi stesso, quando siete tornati a mezzogiorno, dopo il desinare. Egli mi prese una mano... io...

– Basta, basta! – brontolò don Paranza, che in vita sua non aveva mai fatto all'amore. – È pronta la cena? Ora gli parlo io.

Venerina gli si raccomandò di nuovo con gli occhi, e scappò via. Don Pietro entrò nella camera del Cleen.

Questi se ne stava con la fronte appoggiata ai vetri del balcone, a guardar fuori; ma non vedeva nulla. La piazzetta lì davanti, a quell'ora, era deserta e buja. I lampioncini a petrolio quella sera riposavano, perché della illuminazione del borgo era incaricata la luna. Sentendo aprir l'uscio, il Cleen si voltò di scatto. Chi sa a che cosa stava pensando.

Don Paranza si piantò in mezzo alla camera con le gambe aperte, tentennando il capo: avrebbe voluto fargli un predicozzo da vecchio zio brontolone; ma sentì subito la difficoltà d'un discorso in francese consentaneo all'aria burbera a cui già aveva composta la faccia e all'atteggiamento preso. Frenò a stento un solennissimo sbuffo di impazienza e cominciò:

Mossiur Cleen, ma niêsse m'a dit...

Il Cleen sorrise, timido, smarrito, e chinò leggermente il capo piú volte.

Oui? – riprese don Paranza. – E va bene!

Tese gl'indici delle mani e li accostò ripetutamente l'uno all'altro, per significare: «Marito e moglie, uniti...».

Fous ei ma nièsse... mariage... oui?

Si vous voulez, – rispose il Cleen aprendo le mani, come se non fosse ben certo del consenso.

– Oh, per me! – scappò a don Pietro. Si riprese subito. – Très–heureux, mossiur Cleen, très–heureux. C'est fait! Donnez–moi la main...

Si strinsero la mano. E così il matrimonio fu concluso. Ma il Cleen rimase stordito. Sorrideva, sì, d'un timido sorriso, nell'impaccio della strana situazione, in cui s'era cacciato senza una volontà ben definita. Gli piaceva, sì, quella bruna siciliana, così vivace, con quegli occhi di sole; le era gratissimo dell'amorosa assistenza; le doveva la vita, sì... ma, sua moglie, davvero? già concluso?

Maintenant, – riprese don Paranza, nel suo francese – je vous prie, mossiur Cleen, cherchez, cherchez d'apprendre notre langue... je vous prie...

Venerina venne a picchiare all'uscio con le nocche delle dita.

– A cena!

Quella prima sera, a tavola, provarono tutti e tre un grandissimo imbarazzo. Il Cleen pareva caduto dalle nuvole; Venerina, col volto in fiamme, confusa, non riusciva a guardare né il fidanzato né lo zio. Gli occhi le si intorpidivano, incontrando quelli del Cleen e s'abbassavano subito. Sorrideva, per rispondere al sorriso di lui non meno impacciato, ma volentieri sarebbe scappata a chiudersi sola sola in camera, a buttarsi sul letto, per piangere... Sì. Senza saper perché.

« Se non è pazzia questa, non c'è piú pazzia al mondo! » pensava tra sè dal canto suo don Paranza, aggrondato, tra le spine anche lui, ingozzando a stento la magra cena.

Ma poi, prima il Cleen, con qualche ritegno, lo pregò di tradurre per Venerina un pensiero gentile che egli non avrebbe saputo manifestarle; quindi Venerina, timida e accesa, lo pregò di ringraziarlo e di dirgli...

– Che cosa? – domandò don Paranza, sbarrando tanto d'occhi.

E poiché, dopo quel primo scambio di frasi, la conversazione tra i due fidanzati avrebbe voluto continuare attraverso a lui, egli, battendo le pugna su la tavola:

– Oh insomma! – esclamò. – Che figura ci faccio io? Ingegnatevi tra voi.

Si alzò, fra le risa dei due giovani, e andò a fumarsi la pipa sul divanaccio, brontolando il suo porco diavolo nel barbone lanoso.

VI

Il vaporetto del Di Nica compiva, l'ultima notte di maggio, il suo terzo viaggio da Tunisi. Fra un'ora, verso l'alba, il vaporetto sarebbe approdato al Molo Vecchio. A bordo dormivano tutti, tranne il timoniere a poppa e il secondo di guardia sul ponte di comando.

Il Cleen aveva lasciato la sua cuccetta, e da un pezzo, sul cassero, se ne stava a mirare la luna declinante di tra le griselle del sartiame, che vibrava tutto alle scosse cadenzate della macchina. Provava un senso di opprimente angustia, lì, su quel guscio di noce, in quel mare chiuso, e anche... sì, anche la luna gli pareva piú piccola, come se egli la guardasse dalla lontananza di quel suo esilio, mentr'ella appariva grande là, su l'oceano, di tra le sartie dell'Hammerfest donde qualcuno dei suoi compagni forse in quel punto la guardava. Lì egli con tutto il cuore era vicino. Chi era di guardia, a quell'ora, su l'Hammerfest? Chiudeva gli occhi e li rivedeva a uno a uno, i suoi compagni: li vedeva salire dai boccaporti; vedeva, vedeva col pensiero il suo piroscafo, come se egli proprio vi fosse; bianco di salsedine, maestoso e tutto sonante. Udiva lo squillo della campana di bordo; respirava l'odore particolare della sua antica cuccetta; vi si chiudeva a pensare, a fantasticare. Poi riapriva gli occhi, e allora, non già quello che aveva veduto ricordando e fantasticando gli sembrava un sogno, ma quel mare lì, quel cielo, quel vaporetto, e la sua presente vita. E una tristezza profonda lo invadeva, uno smanioso avvilimento. I suoi nuovi compagni non lo amavano, non lo comprendevano, né volevano comprenderlo; lo deridevano per il suo modo di pronunziare quelle poche parole d'italiano che già era riuscito a imparare; e lui, per non far peggio, doveva costringere la sua stizza segreta a sorridere di quel volgare e stupido dileggio. Mah! Pazienza. L'avrebbero smesso, col tempo. A poco a poco, egli, con l'uso continuo e l'ajuto di Venerina, avrebbe imparato a parlare correttamente. Ormai, era detto: lì, in quel borgo, lì, su quel guscio e per quel mare, tutta la vita.

Incerto come si sentiva ancora, nella nuova esistenza, non riusciva a immaginare nulla di preciso per l'avvenire. Può crescere l'albero nell'aria, se ancora scarse e non ben ferme ha le radici nella terra? Ma questo era certo, che lì ormai e per sempre la sorte lo aveva trapiantato.

L'Hammerfest, che doveva ritornare dall'America tra sei mesi, non era piú ritornato. La sorella, a cui egli aveva scritto per darle notizia della sua malattia mortale e annunziarle il fidanzamento, gli aveva risposto da Trondhjem con una lunga lettera piena d'angoscia e di lieta meraviglia, e annunziato che l'Hammerfest a New York aveva ricevuto un contr'ordine ed era stato noleggiato per un viaggio nell'India, come le aveva scritto il marito. Chi sa, dunque, se egli lo avrebbe piú riveduto. E la sorella?

Si alzò, per sottrarsi all'oppressione di quei pensieri. Aggiornava. Le stelle erano morte nel cielo crepuscolare; la luna smoriva a poco a poco. Ecco laggiú, ancora accesa, la lanterna verde del Molo.

Don Paranza e Venerina aspettavano l'arrivo del vaporetto, dalla banchina. Nei due giorni che il Cleen stava a Porto Empedocle, don Pietro non si recava alla pesca; gli toccava di far la guardia ai fidanzati, poiché quella scimunita di donna Rosolina non s'era voluta prestare neanche a questo: prima perché nubile (e il suo pudore si sarebbe scottato al fuoco dell'amore di quei due), poi perché quel forestiere le incuteva soggezione.

– Avete paura che vi mangi? – le gridava don Paranza. – Siete un mucchio d'ossa, volete capirlo?

Non voleva capirlo, donna Rosolina. E non s'era voluta disfare di nulla, in quella occasione, neppure d'un anellino, fra tanti che ne aveva, per dimostrare in qualche modo il suo compiacimento alla nipote.

– Poi, poi, – diceva.

Giacché pure, per forza, un giorno o l'altro, Venerina sarebbe stata l'erede di tutto quanto ella possedeva: della casa, del poderetto lassú, sotto il Monte Cioccafa, degli ori e della mobilia e anche di quelle otto coperte di lana che ella aveva intrecciate con le sue proprie mani, nella speranza non ancora svanita di schiacciarvi sotto un povero marito.

Don Paranza era indignato di quella tirchieria; ma non voleva che Venerina mancasse di rispetto alla zia.

– È sorella di tua madre! Io poi me ne debbo andare prima di lei per legge di natura, e da me non hai nulla da sperare. Lei ti resterà. e bisogna che te la tenga cara. Le farai fare un po' di corte dal tuo marito, e vedrai che gioverà. Del resto, per quel poco che il Signore può badare a uno sciocco come me, stai sicura che ci ajuterà.

Erano venuti, infatti, dal consolato della Norvegia quei pochi quattrinucci per il mantenimento prestato al Cleen. Aveva potuto così comperare alcuni modesti mobili, i piú indispensabili, per metter su, alla meglio, la casa degli sposi. Erano anche arrivate da Trondhjem le carte del Cleen.

Venerina era così lieta e impaziente, quella mattina, di mostrare al fidanzato la loro nuova casetta già messa in ordine! Ma, poco dopo, quando il vaporetto finalmente si fu ormeggiato nel Molo e il Cleen poté scenderne, quella sua gioja fu improvvisamente turbata dalla stizza, udendo il saluto che gli altri marinai rivolgevano, quasi miagolando, al suo fidanzato:

Bon cion! Bon cion!

– Brutti imbecilli! – disse tra i denti, voltandosi a fulminarli con gli occhi.

Il Cleen sorrideva, e Venerina si stizzì allora maggiormente.

– Ma non sei buono da rompere il grugno a qualcuno, di' un po'? Ti lasci canzonare così, sorridendo, da questi mascalzoni?

– Eh via! – disse don Paranza. – Non vedi che scherzano, tra compagni?

– E io non voglio! – rimbeccò Venerina, accesa di sdegno. – Scherzino tra loro, e non stupidamente, con un forestiere che non può loro rispondere per le rime.

Si sentiva, quasi quasi, messa in berlina anche lei. Il Cleen la guardava, e quegli sguardi fieri gli parevano vampate di passione per lui: gli piaceva quello sdegno; ma ogni qualvolta gli veniva di manifestarle ciò che sentiva o di confidarle qualcosa, gli pareva d'urtare Contro un muro, e taceva e sorrideva, senza intendere che quella bontà sorridente, in certi casi, non poteva piacere a Venerina.

Era colpa sua, intanto, se gli altri erano maleducati? se egli ancora non poteva uscire per le strade, che subito una frotta di monellacci non lo attorniasse? Minacciava, e faceva peggio: quelli si sbandavano con grida e lazzi e rumori sguajati.

Venerina n'era furibonda.

– Storpiane qualcuno! Da' una buona lezione! Possibile che tu debba diventare lo zimbello del paese?

– Bei consigli! – sbuffava don Pietro. – Invece di raccomandargli la prudenza!

– Con questi cani? Il bastone ci vuole, il bastone!

– Smetteranno, smetteranno, sta' quieta, appena L'arso avrà imparato.

– Lars! – gridava Venerina, infuriandosi ora anche contro lo zio che chiamava a quel modo il fidanzato, come tutto il paese.

– Ma se è lo stesso! – sospirava, seccato, don Pietro, alzando le spalle.

– Càmbiati codesto nome! – ripigliava Venerina, esasperata, rivolta al Cleen. – Bel piacere sentirsi chiamare la moglie de L'arso!

– E non ti chiamano adesso la nipote di Don Paranza? Che male c'è? Lui L'arso, e io, Paranza. Allegramente!

Non rideva piú, ora, Venerina nell'insegnare al fidanzato la propria lingua: certe bili anzi ci pigliava!

– Vedi? – gli diceva. – Si sa che ti burlano, se dici casi! Chiaro, chiaro! Ci vuol tanto, Maria Santissima?

Il povero Cleen – che poteva fare? – sorrideva, mansueto, e si provava a pronunziar meglio. Ma poi, dopo due giorni, doveva ripartire; e di quelle lezioni, così spesso interrotte non riusciva a profittare quanto Venerina avrebbe desiderato.

– Sei come l'uovo, caro mio!

Questi dispettucci parevano puerili a don Pietro, condannato a far la guardia, e se ne infastidiva. La sua presenza intanto impacciava peggio il Cleen, che non arrivava ancora a comprendere perché ci fosse bisogno di lui: non era egli il fidanzato di Venerina? non poteva uscir solo con lei a passeggiare lassú, su l'altipiano, in campagna? Lo aveva proposto un giorno; ma dalla stessa Venerina si era sentito domandare:

– Sei pazzo? – Perché?

– Qua i fidanzati non si lasciano soli, neppure per un momento.

– Ci vuole il lampione! – sbuffava don Pietro

E il Cleen s'avviliva di tutte queste costrizioni, che gli ammiserivano lo spirito e lo intontivano. Cominciava a sentire una sorda irritazione, un segreto rodio, nel vedersi trattato, in quel paese, e considerato quasi come uno stupido e temeva di istupidirsi davvero.

VII

Ma che non fosse stupido, lo sapeva bene padron Di Nica, dal modo con cui gli disimpegnava le commissioni e gli affari con quei ladri agenti di Tunisi e di Malta. Non voleva dirlo – al solito – non per negare il merito e la lode, ma per le conseguenze della lode, ecco.

Credette tuttavia di dimostrargli largamente quanto fosse contento di lui con l'accordargli dieci giorni di licenza, nell'occasione del matrimonio.

– Pochi, dieci giorni? Ma bastano, caro mio! – disse a don Pietro che se ne mostrava mal contento. – Vedrai, in dieci giorni, che bel figliuolo maschio ti mettono su! Potrei al massimo concedere che, rimbarcandosi, si porti la sposa a Tunisi, e a Malta, per un viaggetto di nozze. È giovine serio: mi fido. Ma non potrei di piú.

Spiritò alla proposta di don Pietro di far da testinionio nelle nozze.

– Non per quel buon giovine, capirai; ma se, Dio liberi, mi ci provassi una volta, non farei piú altro in vita mia. Niente, niente, caro Pietro! Manderò alla sposa un regaluccio, in considerazione della nostra antica amicizia, ma non lo dire a nessuno: mi raccomando!

Dal canto suo, la zia donna Rosolina si strizzò, si strizzò in petto il buon cuore che Dio le aveva dato e venne fuori con un altro regaluccio a Venerina: un pajo d'orecchini a pendaglio, del mille e cinque. Faceva però la finezza di offrire agli sposi, per quei dieci giorni di luna di miele, la sua campagna sotto il Monte Cioccafa.

– Purché, la mobilia, mi raccomando!

Camminavano sole quelle quattro seggiole sgangherate, a chiamarle col frullo delle dita, dai tanti tarli che le popolavano! E il tanfo di rinchiuso in quella decrepita stamberga, perduta tra gli alberi lassú, era insopportabile.

Subito Venerina, arrivata in carrozza con lo sposo, e i due zii, dopo la celebrazione del matrimonio, corse a spalancare tutti i balconi e le finestre.

– Le tende! I cortinaggi! – strillava donna Rosolina, provandosi a correr dietro l'impetuosa nipote.

– Lasci che prendano un po' d'aria! Guardi guardi come respirano! Ah che delizia!

– Sì, ma, con la luce, perdono il colore.

– Non sono di broccato, zia!

Quell'oretta passata lassú con gli sposi fu un vero supplizio per donna Rosolina. Soffrì nel veder toccare questo o quell'oggetto, come se si fosse sentita strappare quei mezzi riccetti unti di tintura che le circolavano la fronte; soffrì nel vedere entrare coi pesanti scarponi ferrati la famiglia del garzone per porgere gli omaggi agli sposini.

Stava quel garzone a guardia del podere e abitava con la famiglia nel cortile acciottolato della villa, con la cisterna in mezzo, in una stanzaccia buja: casa e stalla insieme. Perplesso, se avesse fatto bene o male, recava in dono un paniere di frutta fresche.

Lars Cleen contemplava stupito quegli esseri umani che gli parevano d'un altro mondo, vestiti a quel modo, così anneriti dal sole. Gli parevano siffattamente strani e diversi da lui, che si meravigliava poi nel veder loro battere le palpebre, com'egli le batteva, e muovere le labbra, com'egli le moveva Ma che dicevano?

Sorridendo, la moglie del garzone annunziava che uno dei cinque figliuoli, il secondo, aveva le febbri da due mesi e se ne stava lì, su lo strame, come un morticino.

– Non si riconosce piú, figlio mio!

Sorrideva, non perché non ne sentisse pena, ma per non mostrare la propria afflizione mentre i padroni erano in festa.

– Verrò a vederlo, – le promise Venerina.

Nonsi! Che dice, Voscenza? – esclamò angustiata la contadina. – Ci lasci stare, noi poveretti. Voscenza, goda. Che bello sposo! Ci crede che non ho il coraggio di guardarlo?

– E me? – domandò don Paranza. – Non sono bello io? E sono pure sposo, oh! di donna Rosolina. Due coppie!

– Zitto là! – gridò questa, sentendosi tutta rimescolare – Non voglio che si dicano neppure per ischerzo, certe cose!

Venerina rideva come una matta.

– Sul serio! sul serio! – protestava don Pietro.

E insistette tanto su quel brutto scherzo, per far festa alla nipote, che la zitellona non volle tornarsene sola con lui, in carrozza, al paese. Ordinò al garzone che montasse in cassetta, accanto al cocchiere.

– Le male lingue... non si sa mai! con un mattaccio come voi.

– Ah, cara donna Rosolina! che ne volete piú di me, ormai? non posso farvi piú nulla io! – le disse don Pietro in carrozza, di ritorno, scotendo la testa e soffiando per il naso un gran sospiro, come se si sgonfiasse di tutta quell'allegria dimostrata alla nipote. – Vorrei aver fatto felice quella povera figliuola!

Gli pareva di aver raggiunto ormai lo scopo della sua lunga, travagliata, scombinata esistenza. Che gli restava piú da fare ormai? mettersi a disposizione della morte, con la coscienza tranquilla, sì, ma angosciata. Altri quattro giorni di noja... e poi, lì.

La carrozza passava vicino al camposanto, aereo su l'altipiano che rosseggiava nei fuochi del tramonto.

– Lì, e che ho concluso?

Donna Rosolina, accanto a lui, con le labbra appuntite e gli occhi fissi, acuti, si sforzava d'immaginare che cosa facessero in quel momento gli sposi, rimasti soli, e dominava le smanie da cui si sentiva prendere e che si traducevano in acre stizza contro quell'omaccio, ormai vecchio, che le stava a fianco. Si voltò a guardarlo, lo vide con gli occhi chiusi: credette che dormisse.

– Su, su, a momenti siamo arrivati.

Don Pietro riaprì gli occhi rossi di pianto contenuto, e brontolò:

– Lo so, sposina. Penso ai gronghi di questa sera. Chi me li cucina?

VIII

Superato il primo impaccio, vivissimo, della improvvisa intrinsechezza piú che ogni altra intima, con un uomo che le pareva ancora quasi piovuto dal cielo, Venerina prese a proteggere e a condurre per mano, come un bambino, il marito incantato dagli spettacoli che gli offriva la campagna, quella natura per lui così strana e quasi violenta.

Si fermava a contemplare a lungo certi tronchi enormi, stravolti, d'olivi, pieni di groppi, di sproni, di giunture storpie, nodose, e non rifiniva d'esclamare:

– Il sole! il sole! – come se in quei tronchi vedesse viva, impressa, tutta quella cocente rabbia solare, da cui si sentiva stordito e quasi ubriacato.

Lo vedeva da per tutto, il sole, e specialmente negli occhi e nelle labbra ardenti e socchiuse di Venerina, che rideva di quelle sue meraviglie e lo trascinava via, per mostrargli altre cose che le parevano piú degne d'esser vedute: la grotta del Cioccafa, per esempio. Ma egli si arrestava, quando ella se l'aspettava meno, davanti a certe cose per lei così comuni.

– Ebbene, fichi d'India. Che stai a guardare?

Proprio un fanciullo le pareva, e gli scoppiava a ridere in faccia, dopo averlo guardato un po', così allocchito per niente! e lo scoteva, gli soffiava sugli occhi, per rompere quello stupore che talvolta lo rendeva attonito.

– Svegliati! svegliati!

E allora egli sorrideva, l'abbracciava, e si lasciava condurre, abbandonato a lei, come un cieco.

Ricadeva sempre a parlare, con le stesse frasi d'orrore, della famiglia del garzone, a cui entrambi avevano fatto la visita promessa. Non si poteva dar pace che quella gente abitasse lì, in quella stanzaccia, ch'era divenuta quasi una grotta fumida e fetida, e invano Venerina gli ripeteva:

– Ma se togli loro l'asino, il porcellino e le galline dalla camera, non vi possono piú dormire in pace. Devono star lì tutti insieme; fanno una famiglia sola.

– Orribile! orribile! – esclamava egli, agitando in aria le mani.

E quel povero ragazzo, lì, sul pagliericcio per terra, ingiallito dalle febbri continue e quasi ischeletrito? Lo curavano con certi loro decotti infallibili. Sarebbe guarito come erano guariti gli altri. E, intanto, il poverino, che pena! se ne stava a rosicchiare, svogliato, un tozzo di pan nero.

– Non ci pensare! – gli diceva Venerina, che pur se ne affliggeva, ma non tanto, sapendo che la povera gente vive così. Credeva che dovesse saperlo anche lui, il marito, e perciò, nel vederlo così afflitto, sempre piú si raffermava nell'idea che egli fosse di una bontà non comune, quasi morbosa, e questo le dispiaceva.

Passarono presto quei dieci giorni in campagna. Ritornati in paese, Venerina accompagnò fino al vaporetto il marito, ma non volle imbarcarsi con lui per il viaggio di nozze concesso dal Di Nica.

Don Pietro ve la spingeva.

– Vedrai Tunisi, che quei cari nostri fratelli francesi, sempre aggraziati, ci hanno presa di furto. Vedrai Malta, dove tuo zio bestione andò a rovinarsi. Magari potessi venirci anch'io! Vedresti di che cuore mi schiaffoggerei, se m'incontrassi con me stesso per le vie de La Valletta, com'ero allora, giovane patriota imbecille.

No, no; Venerina non volle saperne: il mare le faceva paura, e poi si vergognava, in mezzo a tutti quegli uomini.

– E non sei con tuo marito? –– insisteva don Pietro. – Tutte così, le nostre donne! Non debbono far mai piacere ai loro uomini. Tu che ne dici? – domandava al Cleen.

Non diceva nulla, lui: guardava Venerina col desiderio di averla con sé, ma non voleva che ella facesse un sacrifizio o che avesse veramente a soffrire del viaggio.

– Ho capito! – concluse don Paranza, – sei un gran babbalacchio!

Lars non comprese la parola siciliana dello zio, ma sorrise vedendo riderne tanto Venerina. E, poco dopo, partì solo.

Appena si fu allontanato dal porto, dopo gli ultimi saluti col fazzoletto alla sposa che agitava il suo dalla banchina del Molo e ormai quasi non si distingueva piú, egli provò istintivamente un gran sollievo, che pur lo rese piú triste, a pensarci. S'accorse ora, lì, solo davanti allo spettacolo del mare, d'aver sofferto in quei dieci giorni una grande oppressione nell'intimità pur tanto cara con la giovane sposa. Ora poteva pensare liberamente, espandere la propria anima, senza dover piú sforzare il cervello a indovinare, a intendere i pensieri, i sentimenti di quella creatura tanto diversa da lui e che tuttavia gli apparteneva così intimamente.

Si confortò sperando che col tempo si sarebbe adattato alle nuove condizioni d'esistenza, si sarebbe messo a pensare, a sentire come Venerina, o che questa, con l'affetto, con l'intimità sarebbe riuscita a trovar la via fino a lui per non lasciarlo piú solo, così, in quell'esilio angoscioso della mente e del cuore.

Venerina e lo zio, intanto, parlavano di lui nella nuova casetta, in cui anche don Pietro aveva preso stanza.

– Sì, – diceva lei, sorridendo, – è proprio come tu hai detto!

Babbalacchio? Minchione? – domandava don Paranza. – Va' là, è buono, è buono...

– E buono che significa, zio? – osservava, sospirando, Venerina.

– Quest'è vero! – riconosceva don Pietro. – Infatti, i birbaccioni, oggi, si chiamano uomini accorti, e tuo zio per il primo li rispetta. Ma speriamo che l'aria del nostro mare, che dev'essere, sai, piú salato di quello del suo paese, gli giovi. Ho gran paura anch'io, però, che somigli troppo a me, quanto a giudizio.

Gli si era affezionato, lui, don Pietro, ma non si proponeva, neppure per curiosità, di cercar d'indovinare com'egli la pensasse, né gli veniva in mente di consigliarlo a Venerina.

– Vedrai, – anzi le diceva, – vedrai che a poco a poco prenderà gli usi del nostro paese. Testa, ne ha.

Prima di partire, il Cleen aveva suggerito a Venerina di non lasciar andar piú il vecchio zio alla pesca; ma don Pietro, non solo non volle saperne, ma anche s'arrabbiò:

– Non sapete piú che farvene adesso de' miei gronghi? Bene, bene. Me li mangerò io solo.

– Non è per questo, zio! – esclamò Venerina.

– E allora volete farmi morire? – riprese Paranza. – C'era ai miei tempi un povero contadino che aveva novantacinque anni, e ogni santa mattina saliva dalla campagna a Girgenti con una gran cesta d'erbaggi su le spalle, e andava tutto il giorno in giro per venderli. Lo videro così vecchio, ne sentirono pietà, pensarono di ricoverarlo all'ospedale, e lo fecero morire dopo tre giorni. L'equilibrio, cara mia! Toltagli la cesta dalle spalle, quel poveretto perdette l'equilibrio e morì. Così io, se mi togliete la lenza. Gronghi han da essere: stasera e domani sera e fin che campo.

E se ne andava con gli attrezzi e col lanternino alla scogliera del porto.

Sola, Venerina si metteva anche a pensare al marito lontano. Lo aspettava con ansia, sì, in quei primi giorni; ma non sapeva neppur desiderarlo altrimenti che così; due giorni in casa e il resto della settimana fuori; due giorni con lui, e il resto della settimana, sola, ad aspettare ogni sera che lo zio tornasse dalla pesca; e poi, la cena; e poi, a letto, sì, sola. Si contentava? No. Neppure lei, così. Troppo poco... E restava a lungo assorta in una segreta aspettazione, che pure le ispirava una certa ambascia, quasi di sgomento.

– Quando?

IX

– Ih, che prescia! – esclamò don Paranza, appena si accorse delle prime nausee, dei primi capogiri. – Lo previde quel boja d'Agostino! Di' un po', hai avuto paura che tuo zio non ci arrivasse a sentire la bella musica del gattino?

– Zio! – gli gridò Venerina, offesa e sorridente.

Era felice: le era venuto il da fare, in quelle lunghe sere nella casa sola: cunette, bavaglini, fasce, camicine... – e non le sere soltanto. Non ebbe piú tempo né voglia di curarsi di sè, tutta in pensiero già per l'angioletto che sarebbe venuto, – dal cielo, zia Rosolina! dal cielo! – gridava alla zitellona pudibonda, abbracciandola con furia e scombinandola tutta.

– E me lo terrà lei a battesimo, lei e zio Pietro!

Donna Rosolina apriva e chiudeva gli occhi, mandava giú saliva, con l'angoscia nel naso, fra le strette di quella santa figliuola che pareva impazzita e non aveva nessun riguardo per tutti i suoi cerotti.

– Piano piano, sì, volentieri. Purché gli mettiate un nome cristiano. Io non lo so ancora chiamare tuo marito.

– Lo chiami L'arso, come lo chiamano tutti! – le rispondeva ridendo Venerina. – Non me n'importa piú, adesso!

Non le importava piú di niente, ora: non s'acconciava neppure un pochino, quand'egli doveva arrivare.

– Rifatti un po' i capelli, almeno! – le consigliava donna Rosolina. – Non stai bene, così.

Venerina scrollava le spalle:

– Ormai! Chi n'ha avuto, n'ha avuto. Così, se mi vuole! E se non mi vuole, mi lasci in pace: tanto meglio!

Era così esclusiva la gioja di quella sua nuova attesa, che il Cleen non si sentiva chiamato a parteciparne, come di gioja anche sua: si sentiva lasciato da parte, e n'era lieto soltanto per lei, quasi che il figlio nascituro non dovesse appartenere anche a lui, nato lì in quel paese non suo, da quella madre che non si curava neppure di sapere quel che egli ne sentisse e ne pensasse.

Lei aveva già trovato il suo posto nella vita: aveva la sua casetta, il marito; tra breve avrebbe avuto anche il figlio desiderato; e non pensava che lui, straniero, era sul principio di quella sua nuova esistenza e aspettava che ella gli tendesse la mano per guidarlo. Noncurante, o ignara, lei lo lasciava lì, alla soglia, escluso, smarrito.

E ripartiva, e lontano, per quel mare, su quel guscio di noce, si sentiva sempre piú solo e piú angosciato. I compagni, nel vederlo così triste, non lo deridevano piú come prima, è vero, ma non si curavano di lui, proprio come se non ci fosse: nessuno gli domandava: – Che hai? – Era il forestiere. Chi sa com'era fatto e perché era così!

Non se ne sarebbe afflitto tanto, egli, se anche a casa sua, come lì sul vaporetto, non si fosse sentito estraneo. Casa sua? Questa, in quel borgo di Sicilia? No, no! Il cuore gli volava ancora lontano, lassú, al paese natale, alla casa antica, ove sua madre era morta, ove abitava la sorella, che forse in quel punto pensava a lui e forse lo credeva felice.

X

Una speranza ancora resisteva in lui, ultimo argine, ultimo riparo contro la malinconia che lo invadeva e lo soffocava: che si vedesse, che si riconoscesse nel suo bambino appena nato e si sentisse in lui, e con lui, lì, in quella terra d'esilio, meno solo, non piú solo.

Ma anche questa speranza gli venne subito meno, appena guardato il figlioletto, nato da due giorni, durante la sua assenza. Somigliava tutto alla madre.

– Nero, nero, povero ninno mio! Sicilianaccio – gli disse Venerina dal letto, mentre egli lo contemplava deluso, nella cuna. – Richiudi la cortina. Me lo farai svegliare. Non mi ha fatto dormire tutta la notte, poverino: ha le dogliette. Ora riposa, e io vorrei profittarne.

Il Cleen baciò in fronte, commosso, la moglie; riaccostò gli scuri e uscì dalla camera in punta di piedi. Appena solo, si premette le mani sul volto e soffocò il pianto irrompente.

Che sperava? Un segno, almeno un segno in quell'esseruccio, nel colore degli occhi, nella prima peluria del capo, che lo palesasse suo, straniero anche lui, e che gli richiamasse il suo paese lontano. Che sperava? Quand'anche, quand'anche, non sarebbe forse cresciuto lì, come tutti gli altri ragazzi del paese, sotto quel sole cocente, con quelle abitudini di vita, alle quali egli si sentiva estraneo, allevato quasi soltanto dalla madre e perciò con gli stessi pensieri, con gli stessi sentimenti di lei? Che sperava? Straniero, straniero anche per suo figlio.

Ora, nei due giorni che passava in casa, cercava di nascondere il suo animo; né gli riusciva difficile, poiché nessuno badava a lui: don Pietro se n'andava al solito alla pesca, e Venerina era tutta intenta al bambino, che non gli lasciava neppur toccare:

– Me lo fai piangere... Non sai tenerlo! Via, via, esci un po' di casa. Che stai a guardarmi? Vedi come mi sono ridotta? Su, va' a fare una visita alla zia Rosolina, che non viene da tre giorni. Forse vuoi fatta davvero la corte, come dice zio Pietro.

Ci andò una volta il Cleen, per far piacere alla moglie, ma ebbe dalla zitellona tale accoglienza, che giurò di non ritornarci piú, né solo né accompagnato.

– Solo, gnornò, – gli disse donna Rosolina, vergognosa e stizzita, con gli occhi bassi. – Mi dispiace, ma debbo dirvelo. Nipote, capisco; siete mio nipote, ma la gente vi sa forestiere, con certi costumi curiosi, e chi sa che cosa può sospettare. Solo gnornò. Verrò io piú tardi a casa vostra, se non volete venire qua con Venerina.

Si vide, così, messo alla porta. e non seppe, né poté riderne, come Venerina quanti egli le raccontò l'avventura. Ma se ella sapeva che quella vecchia era così fastidiosamente matta, perché spingerlo a fargli fare quella ridicola figura? voleva forse ridere anche lei alle sue spalle?

– Non hai trovato ancora un amico? – gli domandava Venerina.

– No.

– È difficile, lo so: siamo orsi, caro mio! Tu poi sei così, ancora come una mosca senza capo. Non ti vuoi svegliare? Va' a trovare lo zio, almeno: sta' al porto. Tra voi uomini, v'intenderete. Io sono donna, e non posso tenerti conversazione: ho tanto da fare!

Egli la guardava, la guardava e gli veniva di domandarle: « Non mi ami piú? ». Venerina, sentendo che non si moveva, alzava gli occhi dal cucito, lo vedeva con quell'aria smarrita e rompeva in una gaja risata:

– Che vuoi da me? Un omaccione tanto, che se ne sta in casa come un ragazzino, Dio benedetto! Impara un po' a vivere come i nostri uomini: piú fuori che dentro. Non posso vederti così. Mi fai rabbia e pena.

Fuori non lo vedeva. Ma dall'aria triste, con cui egli si disponeva a uscire, cacciato così di casa, come un cane caduto in disgrazia avrebbe potuto argomentare come egli si trascinasse per le vie del paese, in cui la sorte lo aveva gettato, e che egli già odiava.

Non sapendo dove andare, si recava all'agenzia del Di Nica. Trovava ogni volta il vecchio dietro gli scritturali, col collo allungato e gli occhiali su la punta del naso, per vedere che cosa essi scrivessero nei registri. Non perché diffidasse, ma, chi sa! si fa presto, per una momentanea distrazione, a scrivere una cifra per un'altra, a sbagliare una somma; e poi, per osservare la calligrafia, ecco. La calligrafia era il suo debole: voleva i registri puliti. Intanto in quella stanzetta umida e buja, a pian terreno, certi giorni, alle quattro, ci si vedeva a mala pena: si dovevano accendere i lumi.

– È una vergogna, padron Di Nica! Con tanti bei denari...

– Quali denari – domandava il Di Nica. – Se me li date voi! E poi, niente. Qua ho cominciato! qua voglio finire.

Vedendo entrare il Cleen, si angustiava:

– E mo'? E mo'? E mo'?

Gli andava incontro, col capo reclinato indietro per poter guardare attraverso gli occhiali insellati su la punta del naso, e diceva:

– Che cosa volete, figlio mio? Niente? E allora, prendetevi una seggiola, e sedete là, fuori della porta.

Temeva che gli scritturali si distraessero davvero, e poi non voleva che colui sapesse gli affari dell'agenzia prima del viaggio.

Il Cleen sedeva un po' lì, su la porta. Nessuno, dunque, lo voleva? Già egli non portava piú il berretto di pelo; era vestito come tutti gli altri; eppure, ecco, la gente si voltava a osservarlo, quasi che egli si tenesse esposto lì, davanti all'agenzia; e a un tratto si vedeva girar innanzi su le mani e sui piedi, a ruota, un monellaccio, che per quella bravura da pagliaccetto gli chiedeva poi un soldo; e tutti ridevano.

– Che c'è? che c'è? – gridava padron Di Nica, facendosi alla porta. – Teatrino? Marionette?

I monellacci si sbandavano urlando, fischiando.

– Caro mio, – diceva allora il Di Nica al Cleen, – voi lo capite, sono selvaggi. Andatevene; fatemi questo piacere.

E il Cleen se ne andava. Anche quel vecchio, con la sua tirchieria diffidente, gli era venuto in uggia. Si recava su la spiaggia, tutta ingombra di zolfo accatastato, e con un senso profondo d'amarezza e di disgusto assisteva alla fatica bestiale di tutta quella gente, sotto la vampa del sole. Perché, coi tesori che si ricavavano da quel traffico, non si pensava a far lavorare piú umanamente tutti quegli infelici ridotti peggio delle bestie da tomai Perché non si pensava a costruire le banchine su le due scogliere del nuovo porto, dove si ancoravano i vapori mercantili? Da quelle banchine non si sarebbe fatto piú presto l'imbarco dello zolfo, coi carri o coi vagoncini?

– Non ti scappi mai di bocca una parola su questo argomento! – gli raccomandò don Paranza, una sera, dopo cena. – Vuoi finire come Gesú Cristo? Tutti i ricchi del paese hanno interesse che le banchine non siano costruite, perché sono i proprietarii delle spigonare, che portano lo zolfo dalla spiaggia sui vapori. Basta, sai! Ti mettono in croce.

Sì, e intanto su la spiaggia nuda, tra i depositi di zolfo, correvano scoperte le fogne, che appestavano il paese; e tutti si lamentavano e nessuno badava a provveder d'acqua sufficiente il paese assetato. A che serviva tutto quel denaro con tanto accanimento guadagnato? Chi se ne giovava? Tutti ricchi e tutti poveri! Non un teatro, né un luogo o un mezzo di onesto svago, dopo tanto e così enorme lavoro. Appena sera, il paese pareva morto, vegliato da quei quattro lampioncini a petrolio. E pareva che gli uomini, tra le brighe continue e le diffidenze di quella guerra di lucro, non avessero neanche tempo di badare all'amore, se le donne si mostravano così svogliate, neghittose. Il marito era fatto per lavorare; la moglie per badare alla casa e far figliuoli.

– Qua? – pensava il Cleen, qua, tutta la vita?

E si sentiva stringere la gola sempre piú da un nodo di pianto.

XI

– L'Hammmerfest! arriva l'Hammerfest! – corse ad annunziare a Venerina don Paranza tutto ansante. – Ho l'avviso: guarda: arriverà oggi! E L'arso è partito. Porco diavolo! Chi sa se farà a tempo a rivedere il cognato e gli amici!

Scappò dal Di Nica con l'avviso in mano:

– Agostino, l'Hammerfest!

Il Di Nica lo guardò, come se lo credesse ammattito.

– Chi è? Non lo conosco!

– Il vapore di mio nipote.

– E che vuoi da me? Salutamelo!

Si mise a ridere, con gli occhi chiusi, d'una sua speciale risatina nel naso, sentendo le bestialità che scappavano a don Pietro nel tumultuoso dispiacere che gli cagionava quel contrattempo.

– se si potesse...

– Eh già! – gli rispose il Di Nica. – Detto fatto. Ora telegrafo a Tunisi, e lo faccio tornare a rotta di collo. Non dubitare.

– Sempre grazioso sei stato! – gli gridò don Paranza, lasciandolo in asso. – Quanto ti voglio bene!

E tornò a casa, a pararsi, per la visita a bordo. Su l'Hammerfest, appena entrato in porto, fu accolto con gran festa da tutti i marinai compagni del Cleen. Egli, che per gli affari del vice–consolato se la sbrigava con quattro frasucce solite, dovette quella volta violentare orribilmente la sua immaginaria conoscenza della lingua francese, per rispondere a tutte le domande che gli venivano rivolte a tempesta sul Cleen; e ridusse in uno stato compassionevole la sua povera camicia inamidata, tanto sudò per lo stento di far comprendere a quei diavoli che egli propriamente non era il suocero de L'arso, perché la sposa di lui non era propriamente sua figlia, quantunque come figlia la avesse allevata fin da bambina

Non lo capirono, o non vollero capirlo. – Beau–père! Beau–père!

– E va bene! – esclamava don Paranza. – Sono diventato beau–père!

Non sarebbe stato niente se, in qualità di beau–père, non avessero voluto ubriacarlo, non ostante le sue vivaci proteste:

Je ne bois pas de vin.

Non era vino. Chi sa che diavolo gli avevano messo in corpo. Si sentiva avvampare. E che enorme fatica per far entrare in testa a tutto l'equipaggio che voleva assolutamente conoscere la sposina, che non era possibile, così, tutti insieme!

– Il solo beau–frère! il solo beau–frère! Dov'è? Vous seulement! Venez! venez!

E se lo condusse in casa. Il cognato non sapeva ancora della nascita del bambino: aveva recato soltanto alla sposa alcuni doni, per incarico della moglie lontana. Era dispiacentissimo di non poter riabbracciare Lars. Fra tre giorni l'Hammerfest doveva ripartire per Marsiglia.

Venerina non poté scambiare una parola con quel giovine dalla statura gigantesca, che le richiamò vivissimo alla memoria il giorno che Lars era stato portato su la barella, moribondo, nell'altra casa dello zio. Sì, a lui ella aveva recato l'occorrente per scrivere quella lettera all'abbandonato; da lui aveva ricevuto la borsetta, e per averlo veduto piangere a quel modo ella s'era presa tanta cura del povero infermo. E ora, ora Lars era suo marito, e quel colosso biondo e sorridente, chino su la culla, suo parente, suo cognato. Volle che lo zio le ripetesse in siciliano ciò che egli diceva per il piccino.

– Dice che somiglia a te, – rispose don Paranza. – Ma non ci credere, sai: somiglia a me, invece.

Con quella porcheria che gli avevano cacciato nello stomaco, a bordo, se lo lasciò scappare, don Paranza. Non voleva mostrare il tenerissimo affetto che gli era nato per quel bimbo, ch'egli chiamava gattino. Venerina si mise a ridere.

– Zio, e che dice adesso? – gli domandò poco dopo, sentendo parlare lo straniero, suo cognato.

– Abbi pazienza, figlia mia! – sbuffò don Paranza, – Non posso attendere a tutt'e due... Ah, Oui... L'arso, sì. Dommage! che rabbia, dice... Eh! certo, non sarà possibile vederlo... se il capitano, capisci?... Già! già! oui... Engagement... impegni commerciali, capisci! Il vapore non può aspettare.

Eppure quest'ultimo strazio non fu risparmiato al Cleen. Per un ritardo nell'arrivo delle polizze di carico, L'Hammerfest dovette rimandare di un giorno la partenza. Si disponeva già a salpare da Porto Empedocle, quando il vaporetto del Di Nica entrò nel Molo.

Lars Cleen si precipitò su una lancia, e volò a bordo del suo piroscafo, col cuore in tumulto. Non ragionava piú! Ah, partire, fuggire coi suoi compagni, parlare di nuovo la sua lingua, sentirsi in patria, lì, sul suo piroscafo – eccolo! grande! bello! – fuggire da quell'esilio, da quella morte! – Si buttò tra le braccia del cognato, se lo strinse a sé fin quasi a soffocarlo, scoppiando irresistibilmente in un pianto dirotto.

Ma quando i compagni intorno gli chiesero, costernati, la cagione di quel pianto convulso, egli rientrò in sè, mentì, disse che piangeva soltanto per la gioja di rivederli.

Solo il cognato non gli chiese nulla: gli lesse negli occhi la disperazione, il violento proposito con cui era volato a bordo, e lo guardò per fargli intendere che egli aveva compreso. Non c'era tempo da perdere: sonava già la campana per dare il segno della partenza.

Poco dopo Lars Cleen dalla lancia vedeva uscire dal porto l'Hammerfest e lo salutava col fazzoletto bagnato di lagrime, mentre altre lagrime gli sgorgavano dagli occhi, senza fine. Comandò al barcajolo di remare fino all'uscita del porto per poter vedere liberamente il piroscafo allontanarsi man mano nel mare sconfinato, e allontanarsi con lui la sua patria, la sua anima, la sua vita. Eccolo, piú lontano... piú lontano ancora... spariva...

– Torniamo – gli domandò, sbadigliando, il barcajolo.

Egli accenno di sì, col capo.

069  –  La fede

In quell'umile cameretta di prete piena di luce e di pace, coi vecchi mattoni di Valenza che qua e là avevano perduto lo smalto e sui quali si allungava quieto e vaporante in un pulviscolo d'oro il rettangolo di sole della finestra con l'ombra precisa delle tendine trapunte e lì come stampate e perfino quella della gabbiola verde che pendeva dal palchetto col canarino che vi saltellava dentro, un odore di pane tratto ora dal forno giú nel cortiletto era venuto ad alitare caldo e a fondersi con quello umido dell'incenso della chiesetta vicina e quello acuto dei mazzetti di spigo tra la biancheria dell'antico canterano.

Pareva che ormai non potesse avvenire piú nulla in quella cameretta. Immobile, quella luce di sole; immobile, quella pace; come, ad affacciarsi alla finestra, immobili giú tra i ciottoli grigi del cortiletto i fili di erba, i fili di paglia caduti dalla mangiatoja, sotto il tettuccio in un angolo, dalle tegole sanguigne e coi tanti sassolini scivolati dalla ripa che si stendeva scabra lassú.

Dentro, le piccole antiche sedie verniciate di nero, pulite pulite, di qua e di là dal canterano, avevano tutte una crocettina argentata sulla spalliera, che dava loro un'aria di monacelle attempate, contente di starsene lì ben custodite, al riparo, non toccate mai da nessuno; e con piacere pareva stessero a guardare il modesto lettino di ferro del prete, che aveva a capezzale, su la parete imbiancata, una croce nera col vecchio Crocefisso d'avorio, gracile e ingiallito.

Ma soprattutto un grosso Bambino Gesú di cera in un cestello imbottito di seta celeste, sul canterano, riparato dalle mosche da un tenue velo anche esso celeste, pareva profittasse del silenzio, in quella luce di sole, per dormire con una manina sotto la guancia paffuta il suo roseo sonno tra quegli odori misti d'incenso, di spigo e di caldo pane di casa.

Dormiva anche, su la poltroncina di iuta a piè del letto, col capo calvo, incartapecorito, reclinato indietro penosamente sulla spalliera, don Pietro. Ma era un sonno ben diverso, il suo. Sonno a bocca aperta, di vecchio stanco e malato. Le pàlpebre esili pareva non avessero piú forza neanche di chiudesi sui duri globi dolenti degli occhi appannati. Le narici s'affilavano nello stento sibilante del respiro irregolare che palesava l'infermità del cuore.

Il viso giallo, scavato, aguzzo, aveva assunto in quel sonno, e pareva a tradimento, un'espressione cattiva e sguajata, come se, nella momentanea assenza, il corpo volesse vendicarsi dello spirito che per tanti anni l'austera volontà lo aveva martoriato e ridotto in servitú, così disperatamente estenuato e miserabile. Con quello sguajato abbandono, con quel filo di bava che pendeva dal labbro cadente, voleva dimostrare che non ne poteva piú. E quasi oscenamente rappresentava la sua sofferenza di bestia.

Don Angelino, entrato di furia nella cameretta, s'era subito arrestato e poi era venuto avanti in punta di piedi. Ora da una decina di minuti stava a contemplare il dormente, in silenzio, ma con un'angoscia che di punto in punto, esasperandosi, gli si cangiava in rabbia; per cui apriva e serrava le mani fino ad affondarsi le unghie nella carne. Avrebbe voluto gridare per svegliarlo:

– Ho deciso, don Pietro: mi spoglio!

Ma si sforzava di trattenere perfino il respiro per paura che, svegliandosi, quel santo vecchio se lo trovasse davanti all'improvviso con quell'angoscia rabbiosa che certo doveva trasparirgli dagli occhi e da tutto il viso disgustato; e anzi aveva la tentazione di far saltare con una manata fuori della finestra quella gabbiola che pendeva dal palchetto, tanta irritazione gli cagionava, nella paura che il vecchio si svegliasse, il raspìo delle zampine di quel canarino su lo zinco del fondo.

Il giorno avanti, per piú di quattr'ore, andando su e giú per quella cameretta, dimenandosi, storcendosi tutto, come per staccare e respingere dal contatto col suo corpicciuolo ribelle l'abito talare, e movendo sott'esso le gambe come se volesse prenderlo a calci, aveva discusso accanitamente con don Pietro sulla sua risoluzione d'abbandonare il sacerdozio, non perché avesse perduto la fede, no, ma perché con gli studii e la meditazione era sinceramente convinto d'averne acquistata un'altra, piú viva e piú libera, per cui ormai non poteva accettare né sopportare i dommi, i vincoli, le mortificazioni che l'antica gli imponeva. La discussione s'era fatta, da parte sua soltanto, sempre piú violenta, non tanto per le risposte che gli aveva dato don Pietro, quanto per un dispetto man mano crescente contro se stesso, per il bisogno che aveva sentito, invincibile e assurdo, d'andarsi a confidare con quel santo vecchio, già suo primo precettore e poi confessore per tanti anni, pur riconoscendolo incapace d'intendere i suoi tormenti, la sua angoscia, la sua disperazione.

E infatti don Pietro lo aveva lasciato sfogare, socchiudendo Su tanto gli occhi e accennando con le labbra bianche un lieve sorrisino, a cui non parevano neppure piú adatte quelle sue labbra, un sorrisino bonariamente ironico, o mormorando, senza sdegno, con indulgenza:

– Vanità... vanità...

Un'altra fede? Ma quale, se non ce n'è che una? Piú viva? piú libera? Ecco appunto dov'era la vanità; e se ne sarebbe accorto bene quando, caduto quell'impeto giovanile, spento quel fervore diabolico, intepidito il sangue nelle vene, non avrebbe piú avuto tutto quel fuoco negli occhietti arditi e, coi capelli canuti o calvo, non sarebbe stato piú così bellino e fiero. Insomma, lo aveva trattato come un ragazzo, ecco, un buon ragazzo che sicuramente non avrebbe fatto lo scandalo che minacciava, anche in considerazione del cordoglio che avrebbe cagionato alla sua vecchia mamma, che aveva fatto tanti sacrifici per lui.

E veramente, al ricordo della mamma, di nuovo ora don Angelino si sentì salire le lagrime agli occhi. Ma intanto, proprio per lei, proprio per la sua vecchia mamma era venuto a quella risoluzione; per non ingannarla più; e anche per lo strazio che gli dava il vedersi venerato da lei come un piccolo santo. Che crudeltà, che crudeltà di spettacolo, quel sonno di vecchio! Era pure nella miseria infinita di quel corpo stremato in abbandono la dimostrazione piú chiara delle verità nuove che gli s'erano rivelate.

Ma in quel punto si schiuse l'uscio della cameretta ed entrò la vecchia sorella di don Pietro, piccola, cerea, vestita di nero, con un fazzoletto nero di lana in capo, piú curva e piú tremula del fratello. Parve a don Angelino che – chiamata dalle sue lagrime – entrasse nella cameretta la sua mamma, piccola, cerea e vestita di nero come quella. E alzò gli occhi a guardarla, quasi con sgomento, senza comprendere in prima il cenno con cui gli domandava:

– Che fa, dorme?

Don Angelino fece di sì col capo.

– E tu perché piangi?

Ma ecco che il vecchio schiude gli occhi imbambolati e con la bocca ancora aperta solleva il capo dalla spalliera della poltroncina.

– Ah, tu Angelino? che c'è?

La sorella gli s'accostò e, curvandosi sulla poltrona, gli disse piano qualche parola all'orecchio. Allora don Pietro si alzò a stento e, strascicando i piedi, venne a posare una mano sulla spalla di don Angelino, e gli domandò:

– Vuoi farmi una grazia, figliuolo mio? È arrivata dalla campagna una povera vecchia, che chiede di me. Vedi che mi reggo appena in piedi. Vorresti andare in vece mia? È giú in sagrestia. Puoi scendere di qua, dalla scaletta interna. Va', va', che tu sei sempre il mio buon figliuolo. E Dio ti benedica!

Don Angelino, senza dir nulla, andò. Forse non aveva neanche compreso bene. Per la scaletta interna della cura, buja, angustissima, a chiocciola, si fermò; appoggiò il capo alla mano che, scendendo, faceva scorrere lungo il muro, e si rimise a piangere, come un bambino. Un pianto che gli bruciava gli occhi e lo strozzava. Pianto d'avvilimento, pianto di rabbia e di pietà insieme. Quando alla fine giunse alla sagrestia, si sentì improvvisamente come alienato da tutto. La sagrestia gli parve un'altra, come se vi entrasse per la prima volta. Frigida, squallida e luminosa. E trovandovi seduta la vecchia, quasi non comprese che cosa vi stesse ad aspettare, e quasi non gli parve vera.

Era una decrepita contadina, tutta infagottata e lercia, dalle palpebre sanguigne orribilmente arrovesciate. Biasciando, faceva di continuo balzare il mento aguzzo fin sotto il naso. Reggeva in una mano due galletti per le zampe, e mostrava nel palmo dell'altra mano tre lire d'argento, chi sa da quanto tempo conservate. Per terra, davanti ai piedi imbarcati in due logore enormi scarpacce da uomo, aveva una sudicia bisaccia piena di mandorle secche e di noci.

Don Angelino la guatò con ribrezzo.

– Che volete?

La vecchia, sforzandosi di sbirciarlo, barbugliò qualcosa con la lingua imbrogliata entro le gote flosce e cave, tra le gengive sdentate.

– Come dite? Non sento. Vi chiamate zia Croce?

Sì, zia Croce. Era la zia Croce. Don Pietro la conosceva bene. La zia Croce Scoma; che il marito le era morto tant'anni fa, nel fiume di Naro, annegato. Veniva a piedi, con quella bisaccia sulle spalle, dalle pianure del Cannatello. Piú di sette miglia di cammino. E con quell'offerta di due galletti e di quella bisaccia di mandorle e di noci e con le tre lire della messa doveva placare (don Pietro lo sapeva) San Calògero, il santo di tutte le grazie, che le aveva fatto guarire il figlio d'una malattia mortale. Appena guarito, però, quel figlio se n'era andato in America. Le aveva promesso che di là le avrebbe scritto e mandato ogni mese tanto da mantenersi. Erano passati sedici mesi; non ne aveva piú notizia; non sapeva neppure se fosse vivo o morto. Lo avesse almeno saputo vivo, pazienza per lei, se non le mandava niente. Neanche un rigo di lettera! Niente. Ma ora tutti in campagna le avevano detto che questo dipendeva perché lei, appena guarito il figlio, non aveva adempiuto il voto a San Calògero. E certo doveva essere così: lo riconosceva anche lei. Il voto però non lo aveva adempiuto (don Pietro lo sapeva) perché s'era spogliata di tutto per quella malattia del figlio e le erano rimasti appena gli occhi per piangere: piangere sangue! ecco, sangue! Poi, andato via il figlio, vecchia com'era e senz'ajuto di nessuno, come trovare da mettere insieme l'offerta e quelle tre lire della messa, se guadagnava appena tanto ogni giorno da non morire di fame? Sedici mesi le ci eran voluti, e con quali stenti, Dio solo lo sapeva! Ma ora, ecco qua i due galletti, ed ecco le tre lire e le mandorle e le noci. San Calògero misericordioso si sarebbe placato e tra poco, senza dubbio, le sarebbe arrivata dall'America la notizia che il figlio era vivo e prosperava.

Don Angelino, mentre la vecchia parlava così, andava su e giú per la sagrestia, volgendo di qua e di là occhiate feroci e aprendo e chiudendo le mani, perché aveva la tentazione d'afferrare per le spalle quella vecchia e scrollarla furiosamente, urlandole in faccia:

– Questa è la tua fede?

Ma no: altri, altri, non quella povera vecchia; altri, i suoi colleghi sacerdoti avrebbe voluto afferrare per le spalle e scrollare, i suoi colleghi sacerdoti che tenevano in quell'abiezione di fede tanta povera gente, e su quell'abiezione facevano bottega. Ah Dio, come potevano prendersi per una messa le tre lire di quella vecchia, i galletti, le mandorle e le noci?

– Riprendete codesta bisaccia e andatevene! – le gridò, tutto fremente.

Quella lo guardò, sbalordita.

– Potete andarvene, ve lo dico io! – aggiunse don Angelino, infuriandosi vieppiú. – San Calògero non ha bisogno né di galletti né di fichi secchi! Se vostro figlio ha da scrivervi, state sicura che vi scriverà. Quanto alla messa, vi dico che don Pietro è malato. Andatevene! Andatevene!

Come intronata da quelle parole furiose, la vecchia gli domandò:

– Ma che dice? Non ha capito che questo è un voto? È un voto!

E c'era nella parola, pur ferma, un tale sbalordimento per l'incomprensione di lui, quasi incredibile, che don Angelino fu costretto a fermarvi l'attenzione. Pensò che era lì in vece di don Pietro, e si frenò. Con parole meno furiose cercò di persuadere la vecchia a riportarsi i galletti e le mandorle e le noci, e le disse che, quanto alla messa, ecco, se proprio la voleva, magari gliel'avrebbe detta lui, invece di don Pietro, ma a patto che lei si tenesse le tre lire.

La vecchia tornò a guardarlo, quasi atterrita, e ripeté:

– Ma come! Che dice? E allora che voto è? Se non do quello che ho promesso, che vale? Ma scusi, a chi parlo? Non parlo forse a un sacerdote? E perché allora mi tratta così? O che forse crede che non do a San Calògero miracoloso con tutto il cuore quello che gli ho promesso? Oh Dio! oh Dio! Forse perché le ho parlato di quanto ho penato per raccoglierlo?

E così dicendo, si mise a piangere perdutamente, con quegli orribili occhi insanguati.

Commosso e pieno di rimorso per quel pianto, don Angelino si pentì della sua durezza, sopraffatto all'improvviso da un rispetto, che quasi lo avviliva di vergogna, per quella vecchia che piangeva innanzi a lui per la sua fede offesa. Le s'accostò, la confortò, le disse che non aveva pensato quello che lei sospettava, e che lasciasse lì tutto; anche le tre lire, sì; e intanto entrasse in chiesa, che or ora le avrebbe detto la messa.

Chiamò il sagrestano; corse al lavabo; e mentre quello lo ajutava a pararsi, pensò che avrebbe trovato modo di ridare alla vecchia, dopo la messa, le tre lire e i galletti e quell'altra offerta della bisaccia. Ma ecco, questa carità perché avesse il valore che potesse renderla accetta a quella povera vecchia, non richiedeva forse qualcosa ch'egli non sentiva piú d'avere in sè? Che carità sarebbe stata il prezzo d'una messa, se per tutti gli stenti e i sacrifizi durati da quella vecchia per adempiere il voto, egli non avesse celebrato quella messa col piú sincero e acceso fervore? Una finzione indegna, per una elemosina di tre lire?

E don Angelino, già parato, col calice in mano, si fermò un istante, incerto e oppresso d'angoscia, su la soglia della sagrestia a guardare nella chiesetta deserta; se gli conveniva, così senza fede, salire all'altare. Ma vide davanti a quell'altare prosternata con la fronte a terra la vecchia, e si sentì come da un respiro non suo sollevare tutto il petto, e fendere la schiena da un brivido nuovo. O perché se l'era immaginata bella e radiosa come un sole, finora, la fede? Eccola lì, eccola lì, nella miseria di quel dolore inginocchiato, nella squallida angustia di quella paura prosternata, la fede!

E don Angelino salì come sospinto all'altare, esaltato di tanta carità, che le mani gli tremavano e tutta l'anima gli tremava, come la prima volta che vi si era accostato.

E per quella fede pregò, a occhi chiusi, entrando nell'anima di quella vecchia come in un oscuro e angusto tempio, dov'essa ardeva; pregò il Dio di quel tempio, qual esso era, quale poteva essere: unico bene, comunque, conforto unico per quella miseria.

E finita la messa, si tenne l'offerta e le tre lire, per non scemare con una piccola carità la carità grande di quella fede.

070  –  Con altri occhi

Dall'ampia finestra, aperta sul giardinetto pensile della casa, si vedeva come posato sull'azzurro vivo della fresca mattina un ramo di mandorlo fiorito, e si udiva, misto al reco quatto chioccolio della vaschetta in mezzo al giardino, lo scampanio festivo delle chiese lontane e il garrire delle rondini ebbre d'aria e di sole.

Nel ritrarsi dalla finestra sospirando, Anna s'accorse che il marito quella mattina s'era dimenticato di guastare il letto, come soleva ogni volta, perché i servi non s'avvedessero che non s'era coricato in camera sua. Poggiò allora i gomiti sul letto non toccato, poi vi si stese con tutto il busto, piegando il bel capo biondo sui guanciali e socchiudendo gli occhi, come per assaporare nella freschezza del lino i sonni che egli soleva dormirvi. Uno stormo di rondini sbalestrate guizzarono strillando davanti alla finestra. ,

– Meglio se ti fossi coricato qui, – mormorò tra sé, e si rialzò stanca.

Il marito doveva partire quella sera stessa, ed ella era entrata nella camera di lui per preparargli l'occorrente per il viaggio.

Nell'aprire l'armadio, sentì come uno squittio nel cassetto interno e subito si ritrasse, impaurita. Tolse da un angolo della camera un bastone dal manico ricurvo e, tenendosi stretta alle gambe la veste, prese il bastone per la punta e si provò ad aprire con esso, così discosta, il cassetto. Ma, nel tirare, invece del cassetto, venne fuori agevolmente dal bastone una lucida lama insidiosa. Non se l'aspettava; n'ebbe ribrezzo e si lasciò cadere di mano il fodero dello stocco.

In quel punto, un altro squittio la fece voltare di scatto, in dubbio se anche il primo fosse partito da qualche rondine guizzante davanti alla finestra.

Scostò con un piede l'arma sguainata e trasse in fuori tra i due sportelli aperti il cassetto pieno d'antichi abiti smessi del marito. Per improvvisa curiosità si mise allora a rovistare in esso e, nel riporre una giacca logora e stinta, le avvenne di tastare negli orli sotto il soppanno come un cartoncino, scivolato lì dalla tasca in petto sfondata; volle vedere che cosa fosse quella carta caduta lì chi sa da quanti anni e dimenticata; e così per caso Anna scoprì il ritratto della prima moglie del marito.

Impallidendo, con la vista intorbidata e il cuore sospeso, corse alla finestra, e vi rimase a lungo, attonita, a mirare l'immagine sconosciuta, quasi con un senso di sgomento.

La voluminosa acconciatura del capo e la veste d'antica foggia non le fecero notare in prima la bellezza di quel volto; ma appena poté coglierne le fattezze, astraendole dall'abbigliamento che ora, dopo tanti anni, appariva goffo, e fissarne specialmente gli occhi, se ne sentì quasi offesa e un impeto d'odio le balzò dal cuore al cervello: odio di postuma gelosia; l'odio misto di sprezzo che aveva provato per colei nell'innamorarsi dell'uomo ch'era adesso suo marito, dopo undici anni dalla tragedia coniugale che aveva distrutto d'un colpo la prima casa di lui.

Anna aveva odiato quella donna non sapendo intendere come avesse potuto tradire l'uomo ora da lei adorato e, in secondo luogo, perché i suoi parenti s'erano opposti al matrimonio suo col Brivio, come se questi fosse stato responsabile dell'infamia e della morte violenta della moglie infedele.

Era lei, sì, era lei, senza dubbio! la prima moglie di Vittore: colei che s'era uccisa!

Ne ebbe la conferma dalla dedica scritta sul dorso del ritratto: Al mio Vittore, Almira sua – 11 Novembre 1873.

Anna aveva notizie molto vaghe della morta: sapeva soltanto che il marito, scoperto il tradimento, l'aveva costretta, con l'impassibilità di un giudice, a togliersi la vita.

Ora ella si richiamò con soddisfazione alla mente questa condanna del marito, irritata da quel «mio» e da quel «sua» della dedica, come se colei avesse voluto ostentare così la strettezza del legame che reciprocamente aveva unito lei e Vittore, unicamente per farle dispetto.

A quel primo lampo d'odio, guizzato dalla rivalità per lei sola ormai sussistente, seguì nell'anima di Anna la curiosità femminile di esaminare i lineamenti di quel volto, ma quasi trattenuta dalla strana costernazione che si prova alla vista di un oggetto appartenuto a qualcuno tragicamente morto; costernazione ora piú viva, ma a lei non ignota, poiché n'era compenetrato tutto il suo amore per il marito appartenuto già a quell'altra donna.

Esaminandone il volto, Anna notò subito quanto dissomigliasse dal suo; e le sorse a un tempo dal cuore la domanda, come mai il marito che aveva amato quella donna, quella giovinetta certo bella per lui, si fosse poi potuto innamorare di lei così diversa.

Sembrava bello, molto piú bello del suo anche a lei quel volto che, dal ritratto, appariva bruno. Ecco: e quelle labbra si erano congiunte nel bacio alle labbra di lui; ma perché mai agli angoli della bocca quella piega dolorosa? e perché così mesto lo sguardo di quegli occhi intensi? Tutto il volto spirava un profondo cordoglio; e Anna ebbe quasi dispetto della bontà umile e vera che quei lineamenti esprimevano, e quindi un moto di repulsione e di ribrezzo, sembrandole a un tratto di scorgere nello sguardo di quegli occhi la medesima espressione degli occhi suoi allorché, pensando al marito, ella si guardava nello specchio, la mattina, dopo essersi acconciata.

Ebbe appena il tempo di cacciarsi in tasca il ritratto: il marito si presentò, sbuffando, sulla soglia della camera.

– Che hai fatto? Al solito? Hai rassettato? Oh povero me! Ora non trovo piú nulla!

Vedendo poi lo stocco sguainato per terra:

– Ah! Hai anche tirato di scherma con gli abiti dell'armadio?

E rise di quel riso che partiva soltanto dalla gola, quasi qualcuno gliel'avesse vellicata; e, ridendo così, guardò la moglie, come se domandasse a lei il perché del suo proprio riso. Guardando, batteva di continuo le palpebre celerissimamente su gli occhietti cauti, neri, irrequieti.

Vittore Brivio trattava la moglie come una bambina non d'altro capace che di quell'amore ingenuo e quasi puerile di cui si sentiva circondato, spesso con fastidio, e al quale si era proposto di prestar solo attenzione di tempo in tempo, mostrando anche allora una condiscendenza quasi soffusa di lieve ironia, come se volesse dire: « Ebbene, via! per un po' diventerò anch'io bambino con te: bisogna fare anche questo, ma non perdiamo troppo tempo! ».

Anna s'era lasciata cadere ai piedi la vecchia giacca in cui aveva trovato il ritratto. Egli la raccattò infilzandola con la punta dello stocco, poi chiamò dalla finestra nel giardino il servotto che fungeva anche da cocchiere e che in quel momento attaccava al biroccio il cavallo. Appena il ragazzo si presentò in maniche di camicia nel giardino davanti alla finestra, il Brivio gli buttò in faccia sgarbatamente la giacca infilzata, accompagnando l'elemosina con un: « Tieni, è per te ».

– Così avrai meno da spazzolare – aggiunse, rivolto alla moglie, – e da rassettare, speriamo!

E di nuovo emise quel suo riso stentato battendo piú e piú volte le pàlpebre.

Altre volte il marito s'era allontanato dalla città e non per pochi giorni soltanto, partendo anche di notte come quella volta; ma Anna, ancora sotto l'impressione della scoperta di quel ritratto, provò una strana paura di restar sola, e lo disse, piangendo, al marito.

Vittore Brivio, frettoloso nel timore di non fare a tempo e tutto assorto nel pensiero dei suoi affari, accolse con mal garbo quel pianto insolito della moglie.

– Come! Perché? Via, via, bambinate!

E andò via di furia, senza neppur salutarla.

Anna sussultò al rumore della porta ch'egli si chiuse dietro con impeto; rimase col lume in mano nella saletta e sentì raggelarsi le lagrime negli occhi. Poi si scosse e si ritirò in fretta nella sua camera, per andar subito a letto.

Nella camera già in ordine ardeva il lampadino da notte.

– Va' pure a dormire – disse Anna alla cameriera che la attendeva. – Fo da me. Buona notte.

Spense il lume, ma invece di posarlo, come soleva, su la mensola, lo posò sul tavolino da notte, presentendo – pur contro la propria volontà – che forse ne avrebbe avuto bisogno piú tardi. Cominciò a svestirsi in fretta, tenendo gli occhi fissi a terra, innanzi a sè. Quando la veste le cadde attorno ai piedi, pensò che il ritratto era là e con viva stizza si sentì guardata e commiserata da quegli occhi dolenti, che tanta impressione le avevano fatto. Si chinò risolutamente a raccogliere dal tappeto la veste e la posò senza ripiegarla, su la poltrona a piè del letto, come se la tasca che nascondeva il ritratto e il viluppo della stoffa dovessero e potessero impedirle di ricostruirsi l'immagine di quella morta.

Appena coricata, chiuse gli occhi e s'impose di seguire col pensiero il marito per la via che conduceva alla stazione ferroviaria. Se l'impose per astiosa ribellione al sentimento che tutto quel giorno l'aveva tenuta vigile a osservare, a studiare il marito. Sapeva donde quel sentimento le era venuto e voleva scacciarlo da sé.

Nello sforzo della volontà, che le produceva una viva sovreccitazione nervosa, si rappresentò con straordinaria evidenza la via lunga, deserta nella notte, rischiarata dai fanali verberanti il lume tremulo sul lastrico che pareva ne palpitasse: a piè d'ogni fanale, un cerchio d'ombra; le botteghe, tutte chiuse; ed ecco la vettura che conduceva Vittore. Come se l'avesse aspettata al varco, si mise a seguirla fino alla stazione: vide il treno lugubre, sotto la tettoja a vetri; una gran confusione di gente in quell'interno vasto, fumido, mal rischiarato, cupamente sonoro: ecco, il treno partiva; e, come se veramente lo vedesse allontanare e sparire nelle tenebre, rientrò d'un subito in sè, aprì gli occhi nella camera silenziosa e provò un senso angoscioso di vuoto, come se qualcosa le mancasse dentro.

Sentì allora confusamente, smarrendosi, che da tre anni forse, dal momento in cui era partita dalla casa paterna, ella era in quel vuoto, di cui ora soltanto cominciava ad assumere coscienza. Non se n'era accorta prima, perché lo aveva riempito solo di sè, del suo amore, quel vuoto; se ne accorgeva ora, perché in tutto quel giorno aveva tenuto quasi sospeso il suo amore, per vedere, per osservare, per giudicare.

« Non mi ha neppure salutata! » pensò; e si mise a piangere di nuovo, quasi che questo pensiero fosse determinatamente la cagione del pianto.

Sorse a sedere sul letto: ma subito arrestò la mano tesa, nel levarsi, per prendere dalla veste il fazzoletto. Via, era ormai inutile vietarsi di rivedere, di riosservare quel ritratto! Lo prese. Riaccese il lume.

Come se la era raffigurata diversamente quella donna! Contemplandone ora la vera effigie, provava rimorso dei sentimenti che la immaginaria le aveva suggeriti. Si era raffigurata una donna, piuttosto grassa e rubiconda, con gli occhi lampeggianti e ridenti, inclinata al riso, agli spassi volgari. E invece, ora, eccola: una giovinetta che dalle pure fattezze spirava un'anima profonda e addolorata; diversa sì, da lei, ma non nel senso sguajato di prima: al contrario, anzi quella bocca pareva non avesse dovuto mai sorridere, mentre la sua tante volte e lietamente aveva riso; e certo, se bruno quel volto (come dal ritratto appariva), di un'aria men ridente del suo, biondo e roseo.

Perché, perché così triste?

Un pensiero odioso le balenò in mente, e subito staccò gli occhi dall'immagine di quella donna, scorgendovi d'improvviso un'insidia non solo alla sua pace, al suo amore che pure in quel giorno aveva ricevuto piú d'una ferita, ma anche alla sua orgogliosa dignità di donna onesta che non s'era mai permesso neppure il piú lontano pensiero contro il marito. Colei aveva avuto un amante! E per lui forse era così triste, per quell'amore adultero, e non per il marito!

Buttò il ritratto sul comodino e spense di nuovo il lume, sperando di addormentarsi, questa volta, senza pensare piú a quella donna, con la quale non poteva aver nulla di comune. Ma, chiudendo le palpebre, rivide subito, suo malgrado, gli occhi della morta, e invano cercò di scacciare quella vista.

– Non per lui, non per lui! – mormorò allora con smaniosa ostinazione, come se, ingiuriandola, sperasse di liberarsene.

E si sforzò di richiamare alla memoria quanto sapeva intorno a quell'altro, all'amante, costringendo quasi lo sguardo e la tristezza di (negli occhi a rivolgersi non piú a lei, ma all'antico amante, di cui ella conosceva soltanto il nome: Arturo Valli. Sapeva che costui aveva sposato qualche anno dopo, quasi a provare ch'era innocente della colpa che gli voleva addebitare il Brivio di cui aveva respinto energicamente la sfida, protestando che non si sarebbe mai battuto con un pazzo assassino. Dopo questo rifiuto, Vittore aveva minacciato di ucciderlo ovunque lo avesse incontrato, foss'anche in chiesa; e allora egli era andato via con la moglie dal paese, nel quale era poi ritornato, appena Vittore, riammogliatosi, se n'era partito.

Ma dalla tristezza di questi avvenimenti da lei rievocati, dalla viltà del Valli e, dopo tanti anni, dalla dimenticanza del marito, il quale, come se nulla fosse stato, s'era potuto rimettere nella vita e riammogliare, dalla gioja che ella stessa aveva provato nel divenir moglie di lui, da quei tre anni trascorsi da lei senza mai un pensiero per quell'altra, inaspettatamente un motivo di compassione per costei s'impose ad Anna spontaneo; ne rivide viva l'immagine, ma come da lontano lontano, e le parve che con quegli occhi, intensi di tanta pena, colei le dicesse, tentennando lievemente il capo:

– Io sola però ne son morta! Voi tutti vivete!

Si vide, si sentì sola nella casa: ebbe paura. Viveva, sì, lei; ma da tre anni, dal giorno delle nozze, non aveva piú riveduto, neanche una volta, i suoi genitori, la sorella. Lei che li adorava, e ch'era stata sempre con loro docile e confidente, aveva potuto ribellarsi alla loro volontà, ai loro consigli per amore di quell'uomo; per amore di quell'uomo s'era mortalmente ammalata e sarebbe morta, se i medici non avessero indotto il padre a condiscendere alle nozze. Il padre aveva ceduto, non consentendo, però, anzi giurando che ella per lui, per la casa, dopo quelle nozze, non sarebbe piú esistita. Oltre alla differenza di età, ai diciotto anni che il marito aveva piú di lei, ostacolo piú grave per il padre era stata la posizione finanziaria di lui soggetta a rapidi cambiamenti per le imprese rischiose a cui soleva gettarsi con temeraria fiducia in se stesso e nella fortuna.

In tre anni di matrimonio Anna, circondata da agi, aveva potuto ritenere ingiuste o dettate da prevenzione contraria le considerazioni della prudenza paterna, quanto alle sostanze del marito, nel quale del resto ella, ignara, riponeva la medesima fiducia che egli in se stesso; quanto poi alla differenza d'età, finora nessun argomento manifesto di delusione per lei o di meraviglia per gli altri, poiché dagli anni il Brivio non risentiva il minimo danno né nel corpo vivacissimo e nervoso, né tanto meno poi nell'animo dotato d'infaticabile energia, d'irrequieta alacrità.

Di ben altro Anna, ora per la prima volta, guardando (senza neppur sospettarlo) nella sua vita con gli occhi di quella morta, trovava da lagnarsi del marito. Sì, era vero: della noncuranza quasi sdegnosa di lui ella si era altre volte sentita ferire; ma non mai come quel giorno; e ora per la prima volta si sentiva così angosciosamente sola, divisa dai suoi parenti, i quali le pareva in quel momento la avessero abbandonata lì, quasi che, sposando il Brivio, avesse già qualcosa di comune con quella morta e non fosse piú degna d'altra compagnia. E il marito che avrebbe dovuto consolarla, il marito stesso pareva non volesse darle alcun merito del sacrifizio ch'ella gli aveva fatto del suo amore filiale e fraterno, come se a lei non fosse costato nulla, come se a quel sacrifizio egli avesse avuto diritto, e per ciò nessun dovere avesse ora di compensarnela. Diritto, sì, ma perché lei se ne era così perdutamente innamorata allora; dunque il dovere per lui adesso di compensarla. E invece...

Sempre così! – parve ad Anna di sentirsi sospirare dalle labbra dolenti della morta.

Riaccese il lume e di nuovo, contemplando l'immagine. fu attratta dall'espressione di quegli occhi. Anche lei dunque, davvero, aveva sofferto per lui? anche lei, anche lei, accorgendosi di non essere amata, aveva sentito quel vuoto angoscioso?

– Si? sì? – domandò Anna, soffocata dal pianto, all'immagine. E le parve allora che quegli occhi buoni, intensi di passione, la commiserassero a lor volta, la compiangessero di quell'abbandono, del sacrifizio non rimeritato dell'amore che le restava chiuso in seno quasi tesoro in uno scrigno, di cui egli avesse le chiavi, ma per non servirsene mai, come l'avaro.

071  –  Tra due ombre

Stridore di catene e scambio di saluti e d'auguri, ultime raccomandazioni e grida di richiamo tra i passeggeri di terza classe e la gente che s'affollava su lo scalo dell'Immacolatella o sulle barchette ballanti attorno al piroscafo in partenza.

– De venì cu tte! de venì cu tte!

– No! no! t' 'o ddico!

– E nun avè paura!

– Core mia, core 'e mamma, stenne 'e mmane!

– Addó sta? addó sta?

– Mo sta cca!

– Allegramente!

E tra tanta confusione, per accrescere l'agitazione di chi partiva, il suono titillante dei mandolini d'una banda di musici girovaghi.

– Faustino! Dio mio, guarda Ninì... guarda Bicetta... – gridava al Sangelli la moglie che non si moveva per timore del mal di mare, prima ancora che il piroscafo si mettesse in movimento.

Non c'era stato verso d'indurla ad andare a sedere sul piano di coperta destinato alla prima classe, a pruavia. Sera buttata come una balla sul sedile del lucernario della camera di poppa; e così grassa come s'era fatta pochi anni dopo il matrimonio, bionda e pallida, con gli occhi azzurri ovati, non si curava nemmeno dello spettacolo che dava con quel suo ridicolo sgomento, aggrappata con la mano tozza piena d'anelli al bracciuolo di legno del sedile, quasi che, tenendolo così, volesse impedire lo scotimento fitto fitto e continuo della macchina già sotto pressione.

Strillava lamentosamente per Bicetta, per Ninì, per Carluccio, ma non osava neppure girare un po' la testa per vedere dove fossero. L'ampio velo turchino attorno al cappello di paglia, col vento, le sbatteva in faccia; lo lasciava sbattere, pur di non muoversi e teneva fissi gli occhi spaventati a una manica a vento lì presso, suo incubo forse, ma anche riparo e protezione.

– Carluccio, Dio mio, dov'è? Faustino! Faustino! E Bicetta?

Con l'aria che batteva viva, da terra là sopra coperta e che si portava via il fumo della ciminiera tra il cordame dell'alberatura, nel chiarore aperto e fresco, tutto lampeggiante dei riflessi del sole al tramonto sul mare un po' mosso a ogni sollevarsi dei parasoli, quei tre benedetti ragazzi, che non erano stati mai su un piroscafo, parevano impazziti; si ficcavano tra la gente, da per tutto, tra le scale sul Passavanti, le lapazze, i ponti di sbarco, sotto le lance; volevano veder tutto, e correvano davvero il rischio anche di precipitar giú in mare.

Faustino Sangelli, andando loro dietro, si sentiva intanto finir lo stomaco a quelle raccomandazioni della moglie. Non gli era parso mai tanto ridicolo il suo nome in diminutivo sulle labbra di quella donna così grassa, né mai tanto sgradevole la voce di lei.

Avrebbe voluto gridarle:

– E sta' zitta! Non vedi che sto badando a loro?

Ma aveva sulle labbra, rassegato, un sorriso freddo e fatuo, come di chi si presti a far cosa che a lui veramente non appartenga o non prema molto.

Oh Dio, come? I figliuoli? Non gli premevano i figliuoli? Sì, gli premevano. Ma in quel momento, Faustino Sangelli – il quale aveva già trentasei anni e qualche pelo bianco, piú d'uno, nella barba e alle tempie si sentiva proprio costretto a sorridere in quel modo, di quel mezzo sorriso freddo e fatuo, tra di compiacenza e di rassegnazione. Non poteva farne a meno. Avrebbe seguitato a sorridere così, anche se Carluccio o Ninì o Bicetta fossero caduti – non in mare, no, Dio liberi! ma lì sopra coperta e si fossero messi a piangere. Perché non sorrideva lui così, propriamente; ma un altro Faustino Sangelli, di circa diciott'anni, e dunque senza quella barba, e dunque senza né quella moglie né quei figliuoli.

Questo gli avveniva per il fatto che, tra la gente che quella sera partiva da Napoli col piroscafo per la Sicilia, aveva intraveduto e riconosciuto subito un suo lontano parente, un tal Silvestro Crispo, già tutto grigio e piú ispido e piú cupo di quando, tanti e tanti anni addietro, lui, Faustino Sangelli, allor quasi ragazzo imberbe, studentello matricolino di lettere all'Università di Palermo, gli aveva tolto l'amore di Lillì, loro comune cugina, di cui tutti e due allora erano perdutamente innamorati; e quel poveretto aveva tentato d'uccidersi, chiudendosi in camera una notte col braciere acceso. Ora Lillì da otto anni era moglie di colui; e Faustino Sangelli sapeva che, nonostante l'età, si conservava ancora bellissima e fresca.

Tutti i ricordi scottanti, gli errori, i rimorsi della prima gioventú, improvvisamente, alla vista di quell'uomo, gli avevano fatto un tale impeto dentro, che n'era come stordito. Al solo pensiero che quel Silvestro Crispo potesse vederlo, invecchiato e così dietro a quei tre ragazzi mal vestiti, e con quella moglie grassa e ridicola che strillava di là, si sentiva vaneggiare in un avvilimento di vergogna, acre e insopportabile, al quale reagiva seguitando a sorridere a quel modo, mentre avvertiva con una lucidità che gl'incuteva quasi ribrezzo, che non soltanto lui qual era adesso, ma lui anche qual era stato tant'anni addietro, sedici anni addietro, viveva tuttora e sentiva e ragionava con quegli stessi pensieri, con quegli stessi sentimenti, che già da tanto tempo credeva spenti o cancellati in sè; ma così vivo, così « presentemente » vivo che, quasi non parendogli piú vero in quel momento tutto ciò che lo circondava, e pur non potendo negarne a se stesso la realtà, non potendo negare per esempio che quei tre ragazzi là fossero suoi; ecco qua, sorrideva, proprio come se non fossero; proprio come se lui non fosse questo Faustino d'adesso, ma quello: diviso in due vite distanti e contemporanee; vere tutt'e due, e vane tutt'e due nello stesso tempo; e di là quella biondona pallida, di cui gli arrivava la voce sgraziata: « Faustino! Faustino! » – e qua, fuggente e ammiccante tra il rimescolio dei passeggeri sopra coperta, Lillì, Lillì di ventidue anni, bella come quando di nascosto, da lontano, per tentarlo, tenendo socchiuso l'uscio della sua cameretta si scopriva il seno tra il candor delle trine e con la mano faceva appena appena l'atto d'offrirglielo e subito con la stessa mano se lo nascondeva.

Aveva quattr'anni piú di lui, Lillì. E che passione, che frenesie, prima ch'ella accondiscendesse a fidanzarsi con lui, corteggiata da tanti, anche da quel povero Silvestro Crispo, che s'affannava in tutti i modi a lavorare per farsi uno stato e ottener subito la mano di lei! Ma allora Lillì non si curava di nessuno dei due: di Silvestro Crispo, perché troppo rozzo, ispido e brutto; di lui, perché troppo ragazzo; e s'univa perfidamente a tutti i parenti che se lo prendevano a godere per lo spettacolo che dava loro con quella sua passione precoce e della gelosia che lo assaliva appena vedeva qualcuno ottenere i sorrisi di lei. Finché, all'improvviso, chi sa perché, forse per qualche dispetto o per qualche disinganno inatteso o per prendersi una subita rivincita su qualcuno, ella gli s'era accostata amorosa, gli s'era promessa, ma a patto che subito egli si fosse apertamente fidanzato con lei. Lì per lì gli era parso di toccare il cielo col dito. Per piú d'un mese aveva dovuto combattere per strappare il consenso al padre. il quale saggiamente gli aveva fatto osservare ch'era troppo intempestivo per lui un impegno di quel genere; che la cugina aveva quattr'anni piú di lui, e che egli, ancora studente, avrebbe dovuto aspettare per lo meno altri sei anni per farla sua. Ostinato, dopo molte promesse e giuramenti, era riuscito a spuntarla. Se non che, subito dopo, nel vedersi presentare a tutti, così ancor quasi ragazzo, senza uno stato, come promesso sposo di Lillì, s'era sentito ridicolo agli occhi di tutti e specialmente di quegli altri giovanotti che, corrisposti, avevano per qualche tempo amoreggiato con la sua fidanzata. La passione, così cocente quand'era nascosta, contrariata e derisa, aveva perduto a un tratto il fervore, tutta la poesia; e poco dopo egli se n'era scappato dalla Sicilia per troncare quel fidanzamento, ch'era stato intanto il colpo di grazia per quel Silvestro Crispo. Nel vedersi posposto a un giovanottino ancor imberbe, senza né arte né parte, lui che già lavorava, lui che era già uomo; sdegnato, disperato, aveva voluto uccidersi; ed era stato salvato per miracolo.

Ora eccolo là! Marito di Lillì. Padre (sapeva anche questo, Faustino Sangelli), padre d'un bambino, di cui gli avevano tanto vantato la bellezza. Bello come mammà. Dunque, forse felice, quell'uomo lì. Mentre lui... Ecco perché, correndo appresso a quei bambini non belli e mal vestiti, aveva bisogno di sorridere a quel modo Faustino Sangelli in quel momento; bisogno, proprio bisogno di veder viva, di ventidue anni, là, fuggente e ammiccante, tra il rimescolio dei passeggeri Lillì, Lillì che accennava, così fuggendo e riparandosi dietro le spalle dei passeggeri, di scoprirsi ancora il seno e far con la mano appena appena l'atto d'offrirglielo e subito con la stessa mano l'atto di nasconderselo. Ah, tante volte, tante volte, ebbro d'amore gliel'aveva baciato, lui, quel piccolo seno! E ora voleva che quell'uomo lì lo sapesse. Sì sì. Sorrideva a quel modo per farglielo sapere. E con tal rabbia, con tal livore – pur con quel sorriso sulle labbra – pensava, sentiva, vedeva tutto questo, che a un certo punto costretto a correre fin quasi ai piedi di Silvestro Crispo per acchiappare a tempo uno dei bambini che stava per cadere, acchiappatolo, si rizzò tutto fremente davanti a lui, quasi a petto, come se si aspettasse che quello dovesse saltargli al collo per strozzarlo.

Silvestro Crispo, invece, lo guardò appena con la coda dell'occhio; evidentemente senza riconoscerlo. E s'allontanò pian piano.

Faustino Sangelli restò di gelo a quello sguardo d'assoluta indifferenza. Da che rideva, da che baciava vivo, con labbra ardenti, il tepido, piccolo seno bianco di Lillì, e costringeva quell'uomo a chiudersi in camera con un braciere acceso per asfissiarsi, ecco che d'un tratto spariva in lui l'immagine di ciò ch'era stato, come un'ombra; e un'altra ombra d'improvviso sottentrava, l'ombra miserabile di se stesso, ombra irriconoscibile, se colui non lo aveva riconosciuto, dopo sedici anni: i sedici anni di tutti i suoi sogni svaniti, e di tante noje e di tante amarezze; i sedici anni che lo avevano invecchiato precocemente; che gli avevano portato la sciagura di quella moglie, il tormento di quei figliuoli.

Di furia, inferocito, con la scusa della caduta di quel piccino riparata a tempo, mentre tra il cresciuto clamore la sirena della ciminiera avventava il rauco fischio formidabile, acchiappò gli altri due, andò a prendere la moglie, e giú, a cuccia! a cuccia!

– Andiamo a dormire!

Ma Ninì voleva il biscotto; l'acqua, Bicetta; Carluccio, la tromba.

– A dormire! a dormire! Avete sentito il babau?

– Oh Dio, Faustino, e non è presto?

– Che presto! che presto! Meglio che ti trovi accucciata, prima che si esca dal porto! Giú! giú!

– La tromba, papà!

– Oh Dio, Faustino, mi gira la testa...

– Ma se siamo ancora fermi! Se ancora non si muove!

Biccotto, papà!

– Papà, quando bevo?

– Giú! giú! Berrai giú! Andiamo!

– Oh Dio, Faustino...

– Corpo di... Giusto qua? ... Cameriere! cameriere!

Tutta la nottata, quella delizia lì. E fosse stato cattivo il mare! Ma che! Un olio. E che strilli, che strilli!

– Sta' zitta! Pare che ti scànnino!

– Oh Dio, muojo! Reggimi, Faustino! Ah, non arrivo... non arrivo... Voglio scendere!

– Scendiamo, papà.

– A casa, andiamo a casa, papà!

– Mammà, oh Dio! ho paura, papà!

– Fermi, perdio! E tu stenditi giú, supina, o vado a buttarmi a mare!

Di solito tanto paziente con la moglie e coi figliuoli, era diventato una belva, Faustino Sangelli, quella notte, per mare.

Ma come Dio volle, verso il tocco, la moglie s'assopì; i bambini s'addormentarono.

Egli rimase un pezzo nella cuccetta, seduto, coi gomiti sulle ginocchia e la testa tra le mani. E stando così seduto si vide, a un certo punto, sotto gli occhi emergere il pancino, che da alcuni anni gli era cresciuto; e vide quasi per ischerno ciondolare dalla catena dell'orologio una medaglina d'oro, premio volgare d'un misero concorso vinto. A diciott'anni, innamorato di Lillì, aveva sognato la gloria. Era finito professor di liceo, non tanto miserabile perché la moglie gli aveva recato una buona dote. Ah Dio, un po' d'aria, un po' d'aria! Si sentita soffocare!

Spense la lampadina elettrica; uscì dalla cuccetta; attraversò un po' barcollando e reggendosi alle pareti di legno del corridojo, e salì in coperta.

La notte era scurissima, polverata di stelle. Gli alberi del piroscafo vibravano allo scotimento della macchina e dalla ciminiera sboccava continuo un pennacchio di fumo denso, rossastro. Il mare, tutto nero, rotto dalla prua, s'apriva spumeggiando un poco lungo i fianchi del piroscafo. Tutti i passeggeri s'erano ritirati nelle loro cuccette.

Faustino Sangelli tirò su il bavero del pastrano; si diede una rincalcata al berretto da viaggio; passeggiò un tratto sul ponte riservato alla prima classe; guardò i passeggeri di terza buttati come bestie a dormire su la coperta, con le teste sui fagotti, attorno alla bocca della stiva: poi, alzando il capo, vide dall'altra parte, sul ponte di poppa riservato ai passeggeri di seconda, uno – lui? – presso il parapetto, appoggiato a una delle bacchette di ferro che sorreggevano la tenda.

Al bujo non discerneva bene. Ma pareva lui, Silvestro Crispo. Doveva esser lui. Forse, anche prima che egli lo scorgesse tra i passeggeri in partenza quella sera da Napoli, era stato scorto da lui. E forse, quand'egli sorreggendo il bambino che stava per cadere, s'era rizzato a guardarlo, lo sguardo che colui gli aveva rivolto con la coda dell'occhio nell'allontanarsi non era d'indifferenza, ma di sdegno, e forse d'odio. Ora là, fermo, insaccato nelle spalle, anch'esso col bavero del pastrano tirato su e il berretto rincalcato, guardava il mare. Da guardare però non c'era nulla, in quella tenebra. Dunque pensava. Anche lui, dunque, sapendo che l'antico rivale viaggiava sullo stesso piroscafo, non poteva dormire, quella notte. Che pensava?

Faustino Sangelli stette a spiarlo un pezzo con una pena, con una pena che, a mano a mano crescendo, gli si faceva piú amara e piú angosciosa: pena della vita che è così; pena delle memorie che dolgono, come se i dolori presenti non bastassero al cuore degli uomini. Ma a poco a poco, cominciò quasi a svaporargli, quella pena, nella vastità sconfinata, tenebrosa, sotto quella polvere di stelle, e si vide, si sentì piccolissimo, e piccolissimo vide il rivale; piccolissima, la sua miseria annegarsi nel sentimento che gli s'allargava smisurato, della vanità di tutte le cose. Allora, con amaro dileggio, si persuase a profittar del mare tranquillo e del sonno della moglie e dei figliuoli per farsi una dormitina anche lui, fino all'approdo in Sicilia a giorno chiaro.

Così fece. Ma la bella filosofia gli venne meno di nuovo, come il piroscafo fu per doppiare Monte Pellegrino e imboccare il golfo di Palermo. Ora la moglie era diventata coraggiosissima: una leonessa; e anche i figliuoli, tre leoncini. Volevano andare sul ponte subito subito a godere della magnifica vista dell'entrata a Palermo

– Nossignori! Non permetto! Prima aspettate che il vapore si fermi!

– Oh Dio, Faustino, ma se tutti gli altri passeggeri sono già su!

– Va bene. E voi state giú. Ma perché?

– Perché voglio così!

Figurarsi se si voleva far vedere da quello alla luce del giorno, con quella moglie accanto tutta ammaccata e spettinata, con quei tre piccini con gli abitucci sporchi e tutti raggrinziti!

Ma quando, alla fine, il vapore s'ormeggiò e dalla banchina dello scalo fu buttato il pontile sul barcarizzo – via! via di furia! il facchino avanti, con le valige, lui Faustino dietro, coi due maschietti uno per mano; la moglie appresso, con la Bicetta. Se non che, giunto a mezzo del pontile, gettando per caso uno sguardo sotto la tettoja della banchina alla gente venuta ad assistere allo sbarco dei passeggeri, Faustino Sangelli non vide e non capì piú nulla.

Lì, su la banchina, sotto la tettoja, c'era Lillì, Lillì venuta col suo bambino ad accogliere il marito, Lillì che lo guardava, sbalordita, con tanto d'occhi; piú che sbalordita, quasi oppressa di stupore.

La intravide appena. Lo stesso viso; lo stesso corpo, saldo, svelto, formoso; solo gli parve che avesse i capelli ritinti, dorati. Il pontile, la folla, le valige, lo scalo, la tettoja, tutto gli girò attorno. Avrebbe voluto sprofondare, sparire. Dov'era il facchino? Chi aveva per mano? Si cacciò nell'ufficio della dogana, ma, in tempo che faceva visitare le valige ai doganieri, vide Silvestro Crispo attraversar l'ufficio, fosco e solo.

E come? Lillì dunque non s'era accorta del marito? Se l'era lasciato passar davanti senz'accorgersene? Ed era venuta apposta così di buon mattino allo scalo, per accoglierlo all'arrivo. Tanta impressione dunque le aveva fatto la vista inattesa di lui; dopo tanti anni? E chi sa che scena tra poco sarebbe accaduta a casa, quand'ella, ritornando col bambino, vi avrebbe trovato il marito, già arrivato; il marito che avrebbe indovinato subito la ragione per cui ella non s'era accorta di lui, là sulla banchina dello scalo!

Fu per goderne malignamente, Faustino Sangelli; ma ecco che, sballottato con la moglie e i tre figliuoli dentro un enorme e sgangherato omnibus d'albergo, tutto fragoroso di vetri, là per il viale dei Quattro Venti si vide raggiungere da una carrozzella, la quale si mise lenta lenta a seguire il lentissimo enorme omnibus fragoroso.

Nella carrozzella c'era Lillì col suo bambino.

Faustino Sangelli si sentì strappare le viscere, tirare il respiro, e non seppe piú da che parte voltarsi a guardare per non veder l'antica fidanzata che gli veniva appresso, appresso, e che lo guardava sbalordita con tanto d'occhi. Patì morte e passione. Quegli occhi, così stupiti gli dicevano quant'era cambiato: lo guardavano come di là da un abisso ove adesso anche il ricordo della sua lontana immagine precipitava e ogni rimpianto, tutto. E di qua dall'abisso, sul carrozzone traballante e fragoroso ecco, c'era lui, lui quale s'era ridotto, fra quei tre figliuoli non belli e quella stupida moglie. Ah, fare un salto da quel carrozzone a quella carrozzella, mettere a terra il bambino di lei, e attaccarsi con la bocca a quella bocca che era stata sua tant'anni fa; commettere l'ultima pazzia, fuggire, fuggire... – Perché lo guardava ella così? Che pensava? Che voleva? Ecco, si chinava verso il bambino che le sedeva accanto, poi rialzava la testa e sorrideva, sorrideva guardando verso lui, tentennando lievemente il capo. Lo derideva? Su le spine, temendo che la moglie guardando a quella carrozzella s'accorgesse della sua agitazione, si prese sulle ginocchia uno dei figliuoli, gli grattò con una mano la pancina e si mise a ridere, a ridere anche lui, a ridere per fare a sua volta un ultimo dispetto a lei che seguitava a venirgli appresso senz'essersi accorta del marito arrivato con lui.

– Ti sei smattinata, e adesso a casa sentirai, cara, sentirai!

Pensava, e rideva, rideva. Ma come una lumaca sul fuoco.

072  –  Niente

La botticella che corre fragorosa nella notte per la vasta piazza deserta, si ferma davanti al freddo chiarore d'una vetrata opaca di farmacia all'angolo di via San Lorenzo. Un signore impellicciato si lancia sulla maniglia di quella vetrata per aprirla. Piega di qua, piega di là – che diavolo? – non s'apre.

– Provi a sonare, – suggerisce il vetturino.

– Dove, come si suona?

– Guardi, c'è lì il pallino. Tiri.

Quel signore tira con furia rabbiosa.

– Bell'assistenza notturna!

E le parole, sotto il lume della lanterna rossa, vaporano nel gelo della notte, quasi andandosene in fumo.

Si leva lamentoso dalla prossima stazione il fischio d'un treno in partenza. Il vetturino cava l'orologio; si china verso uno dei fanaletti; dice:

– Eh, vicino le tre...

Alla fine il giovine di farmacia, tutto irto di sonno, col bavero della giacca tirato fin sopra gli orecchi, viene ad aprire.

E subito il signore:

– C'è un medico?

Ma quegli, avvertendo sulla faccia e sulle mani il gelo di fuori, dà indietro, alza le braccia, stringe le pugna e comincia a stropicciarsi gli occhi, sbadigliando:

– A quest'ora?

Poi, per interrompere le proteste dell'avventore, il quale – ma sì, Dio mio, sì – tutta quella furia, sì, con ragione: chi dice di no? – ma dovrebbe pure compatire chi a quell'ora ha anche ragione d'aver sonno – ecco, ecco, si toglie le mani dagli occhi e prima di tutto gli fa cenno d'aspettare; poi, di seguirlo dietro il banco, nel laboratorio della farmacia.

Il vetturino intanto, rimasto fuori, smonta da cassetta e vuole prendersi la soddisfazione di sbottonarsi i calzoni per far lì apertamente, al cospetto della vasta piazza deserta tutta intersecata dai lucidi binarii delle tramvie, quel che di giorno non è lecito senza i debiti ripari.

Perché è pure un piacere, mentre qualcuno si dibatte in preda a qualche briga per cui deve chiedere agli altri soccorso e assistenza, attendere tranquillamente, così, alla soddisfazione d'un piccolo bisogno naturale, e vedere che tutto rimane al suo posto: là, quei lecci neri in fila che costeggiano la piazza, gli alti tubi di ghisa che sorreggono la trama dei fili tramviari, tutte quelle lune vane in cima ai lampioni, e qua gli uffici della dogana accanto alla stazione.

 

Il laboratorio della farmacia, dal tetto basso, tutto scaffalato, è quasi al bujo e appestato dal tanfo dei medicinali. Un sudicio lumino a olio, acceso davanti a un'immagine sacra sulla cornice dello scaffale dirimpetto all'entrata, pare non abbia voglia di far lume neanche a se stesso. La tavola in mezzo, ingombra di bocce, Visetti, bilance, mortai e imbuti, impedisce di vedere in prima se sul logoro divanuccio di cuojo, là sotto a quello scaffale dirimpetto all'entrata, sia rimasto a dormire il medico di guardia.

– Eccolo, c'è – dice il giovine di farmacia, indicando un pezzo d'amene che dorme penosamente, tutto aggruppato e raffagottato, con la faccia schiacciata contro la spalliera.

– E lo chiami, perdio!

– Eh, una parola! Capace di tirarmi un calcio,

– Ma è medico?

– Medico, medico. Il dottor Mangoni.

– E tira calci?

– Capirà, svegliarlo a quest'ora...

– Lo chiamo io!

E il signore, risolutamente, si china sul divanuccio e scuote il dormente.

– Dottore! dottore!

Il dottor Mangoni muggisce dentro la barbaccia arruffata che gl'invade quasi fin sotto gli occhi le guance; poi stringe le pugna sul petto e alza i gomiti per stirarsi; infine si pone a sedere, curvo, con gli occhi ancora chiusi sotto le sopracciglia spioventi. Uno dei calzoni gli è rimasto tirato sul grosso polpaccio della gamba e scopre le mutande di tela legate all'antica con una cordellina sulla rozza calza nera di cotone

– Ecco, dottore... subito, la prego, – dice impaziente il signore. – Un caso d'asfissia...

– Col carbone? – domanda il dottore, volgendosi ma senza aprir gli occhi. Alza una mano a un gesto melodrammatico e, provandosi a tirar fuori la voce dalla gola ancora addormentata, accenna l'aria della « Gioconda »: – Suicidio? In questi fieeeriii momenti...

Quel signore fa un atto di stupore e d'indignazione. Ma il dottor Mangoni, subito, arrovescia indietro il capo e incignando ad aprire un occhio solo:

– Scusi, – dice, – è un suo parente?

– Nossignore! Ma la prego, faccia presto! Le spiegherò strada facendo. Ho qui la vettura. Se ha da prendere qualche cosa...

– Sì, dammi... dammi... – comincia a dire il dottor Mangoni, tentando d'alzarsi, rivolto al giovine di farmacia.

– Penso io, penso io, signor dottore, – risponde quello, girando la chiavetta della luce elettrica e dandosi attorno tutt'a un tratto con una allegra fretta che impressiona l'avventore notturno.

Il dottor Mangoni storce il capo come un bue che si disponga a cozzare, per difendersi gli occhi dalla subita luce.

– Sì, bravo figliuolo, – dice. – Ma mi hai accecato. Oh, e il mio elmo? dov'è?

L'elmo è il cappello. Lo ha, sì. Per averlo, lo ha: positivo. Ricorda d'averlo posato, prima d'addormentarsi, su lo sgabello accanto al divanuccio. Dov'è andato a finire?

Si mette a cercarlo. Ci si mette anche l'avventore; poi anche il vetturino, entrato a riconfortarsi al caldo della farmacia. E intanto il commesso farmacista ha tutto il tempo di preparare un bel paccone di rimedii urgenti.

– La siringa per le iniezioni, dottore, ce l'ha?

– Io? – si volta a rispondergli il dottor Mangoni con una maraviglia che provoca in quello uno scoppio di risa.

– Bene bene. Dunque, si dice, carte senapate. Otto, basteranno? Caffeina, stricnina. Una Pravaz. E l'ossigeno, dottore? Ci vorrà pure un sacco d'ossigeno, mi figuro.

– Il cappello ci vuole! il cappello! il cappello prima di tutto! – grida tra gli sbuffi il dottor Mangoni. E spiega che, tra l'altro, c'è affezionato lui a quel cappello, perché è un cappello storico: comperato circa undici anni addietro in occasione dei solenni funerali di Suor Maria dell'Udienza, superiora del ricovero notturno al vicolo del Falco, in Trastevere, dove si reca spesso a mangiare ottime ciotole di minestra economica, e a dormire, quando non è di guardia nelle farmacie.

Finalmente il cappello è trovato, non lì nel laboratorio ma di là, sotto il banco della farmacia. Ci ha giocato il gattino.

L'avventore freme d'impazienza. Ma un'altra lunga discussione ha luogo, perché il dottor Mangoni, con la tuba tutta ammaccata tra le mani, vuole dimostrare che il gattino, sì, senza dubbio, ci ha giocato, ma che anche lui, il giovine di farmacia, le ha dovuto dare col piede, per giunta, una buona acciaccata sotto il banco. Basta. Un gran pugno allungato dentro la tuba, che per miracolo non la sfonda, e il dottor Mangoni se la butta in capo su le ventitré.

– Ai suoi ordini, pregiatissimo signore!

– Un povero giovine, – prende a dir subito il signore rimontando sulla botticella e stendendo la coperta su le gambe del dottore e su le proprie.

– Ah, bravo! Grazie.

– Un povero giovine che m'era stato tanto raccomandato da un mio fratello, perché gli trovassi un collocamento. Eh già, capisce? come se fosse la cosa piú facile del mondo; t–o–to, fatto. La solita storia. Pare che stiano all'altro mondo, quelli della provincia: credono che basti venire a Roma per trovare un impiego: t–o–to, fatto. Anche mio fratello, sissignore! m'ha fatto questo bel regalo. Uno dei soliti spostati, sa: figlio d'un fattore di campagna, morto da due anni al servizio di questo mio fratello. Se ne viene a Roma, a far che? niente, il giornalista, dice. Mi presenta i titoli: la licenza liceale e uno zibaldone di versi. Dice: « Lei mi deve trovar posto in qualche giornale». Io? Roba da matti! Mi metto subito in giro per fargli ottenere il rimpatrio dalla questura. E intanto, potevo lasciarlo in mezzo alla strada, di notte? Quasi nudo, era; morto di freddo, con un abituccio di tela che gli sventolava addosso; e due o tre lire in tasca: non piú di tanto. Gli do alloggio in una mia casetta, qua, a San Lorenzo, affittata a certa gente... lasciamo andare! Gentuccia che subaffitta due camerette mobiliate. Non mi pagano la pigione da quattro mesi. Me n'approfitto; lo ficco lì a dormire. E va bene! Passano cinque giorni: non c'è verso d'ottenere il foglio di rimpatrio dalla questura. La meticolosità di questi impiegati: come gli uccelli, sa? cacano da per tutto, scusi! Per rilasciare quel foglio debbono far prima non so che pratiche là, al paese; poi qua alla questura. Basta: questa sera ero a teatro, al Nazionale. Viene, tutto spaventato, il figlio della mia inquilina a chiamarmi a mezzanotte e un quarto, perché quel disgraziato s'era chiuso in camera, dice, con un braciere acceso. Dalle sette di sera, capisce?

A questo punto il signore si china un poco a guardare nel fondo della vettura il dottore che, durante il racconto, non ha piú dato segno di vita. Temendo che si sia riaddormentato, ripete piú forte:

– Dalle sette di sera!

– Come trotta bene questo cavallino, – gli dice allora il dottor Mangoni, sdrajato voluttuosamente nella vettura.

Quel signore resta, come se al bujo abbia ricevuto un pugno sul naso.

– Ma scusi, dottore, ha sentito? – Sissignore.

– Dalle sette di sera. Dalle sette a mezzanotte, cinque ore.

– Precise.

– Respira però, sa! Appena appena. È tutto rattrappito, e...

– Che bellezza! Saranno... sì, aspetti, tre... no, che dico tre? cinque anni saranno almeno, che non vado in carrozza Come ci si va bene!

– Ma scusi, io le sto parlando...

– Sissignore. Ma abbia pazienza, che vuole che mi importi la storia di questo disgraziato?

– Per dirle che sono cinque ore...

– E va bene! Adesso vedremo. Crede lei che gli stia rendendo un bel servizio

– Come?

– Ma sì, scusi! Un ferimento in rissa, una tegola sul capo, una disgrazia qualsiasi... prestare ajuto, chiamare il medico, lo capisco. Ma un pover'uomo, scusi, che zitto zitto si accuccia per morire?

– Come! – ripete, vieppiú trasecolato, quel signore.

E il dottor Mangoni, placidissimo:

– Abbia pazienza. Il piú l'aveva fatto, quel poverino. Invece del pane, s'era comperato il carbone. Mi figuro che avrà sprangato l'uscio, no? otturato tutti i buchi; si sarà magari alloppiato prima; erano passate cinque ore; e lei va a disturbarlo sul piú bello!

– Lei scherza! – grida il signore.

– No no; dico sul serio.

– Oh perdio! – scatta quello. – Ma sono stato disturbato io, mi sembra! Sono venuti a chiamarmi...

Capisco, già, a teatro.

Dovevo lasciarlo morire? E allora, altri impicci, è vero? come se fossero pochi quelli che m'ha dati. Queste cose non si fanno in casa d'altri, scusi!

– Ah, sì, sì; per questa parte, sì, ha ragione, – riconosce con un sospiro il dottor Mangoni. – Se ne poteva andare a morire fuori dai piedi, lei dice. Ha ragione. Ma il letto tenta, sa! Tenta, tenta. Morire per terra come un cane... Lo lasci dire a uno che non ne ha!

– Che cosa?

– Letto.

– Lei?

Il dottor Mangoni tarda a rispondere. Poi, lentamente, col tono di chi ripete una cosa già tant'altre volte detta:

– Dormo dove posso. Mangio quando posso. Vesto come posso.

E subito aggiunge:

– Ma non creda oh, che ne sia afflitto. Tutt'altro. Sono un grand'uomo, io, sa? Ma dimissionario.

Il signore s'incuriosisce di quel bel tipo di medico in cui gli è avvenuto così per caso d'imbattersi; e ride, domandando:

– Dimissionario? Come sarebbe a dire dimissionario?

– Che capii a tempo, caro signore, che non metteva conto di nulla. E che anzi, quanto piú ci s'affanna a divenir grandi, e piú si diventa piccoli. Per forza. Ha moglie lei, scusi?

– Io? Sissignore.

– Mi pare che abbia sospirato dicendo sissignore.

– Ma no, non ho sospirato affatto.

– E allora, basta. Se non ha sospirato, non ne parliamo più.

E il dottor Mangoni torna a rannicchiarsi nel fondo della vettura, dando a vedere così che non gli pare piú il caso di seguitare la conversazione. Il signore ci resta male.

– Ma come c'entra mia moglie, scusi?

Il vetturino, a questo punto, si volta da cassetta e domanda:

– Insomma, dov'è? A momenti siamo a Campoverano!

– Uh, già! – esclama il signore. – Volta! volta! La casa è passata da un pezzo.

– Peccato tornare indietro, – dice il dottor Mangoni, – quando s'è quasi arrivati alla mèta.

Il vetturino volta, bestemmiando.

Una scaletta buja, che pare un antro dirupato: tetra umida fetida.

– Ahi! Maledizione. Diòòòdiodio!

– Che cos'è? s'è fatto male?

– Il piede. Ahiahi. Ma non ci avrebbe un fiammifero, scusi?

Mannaggia! Cerco la scatola. Non la trovo!

Alla fine, un barlume che viene da una porta aperta sul pianerottolo della terza branca.

La sventura, quando entra in una casa, ha questo di particolare: che lascia la porta aperta, così che ogni estraneo possa introdursi a curiosare.

Il dottor Mangoni segue zoppicando il signore che attraversa una squallida saletta con un lumino bianco a petrolio per terra presso l'entrata; poi, senza chieder permesso a nessuno, un corridojo bujo, con tre usci: due chiusi, l'altro, in fondo, aperto e debolmente illuminato. Nello spasimo di quella storta al piede, trovandosi col sacco dell'ossigeno in mano, gli viene la tentazione di scaraventarlo alle spalle di quel signore; ma lo posa per terra, si ferma, s'appoggia con una mano al muro, e con l'altra, tirato su il piede, se lo stringe forte alla noce, provandosi a muoverlo in qua e in là, col volto tutto strizzato.

Intanto, nella stanza in fondo al corridojo, è scoppiata, chi sa perché, una lite tra quel signore e gl'inquilini. Il dottor Mangoni lascia il piede e fa per muoversi, volendo sapere che cosa è accaduto, quando si vede venire addosso come una bufera quel signore che grida:

– Sì, sì, da stupidi! da stupidi! da stupidi!

Fa appena a tempo a scansarlo; si volta, lo vede inciampare nel sacco d'ossigeno:

– Piano! piano, per carità!

Ma che piano! Quello allunga un calcio al sacco; se lo ritrova tra i piedi; è di nuovo per cadere e, bestemmiando, scappa via, mentre sulla soglia della stanza in fondo al corridojo appare un tozzo e goffo vecchio in pantofole e papalina, con una grossa sciarpa di lana verde al collo, da cui emerge un faccione tutto enfiato e paonazzo, illuminato dalla candela stearica, sorretta in una mano.

– Ma scusi... dico, o che era meglio allora, che lo lasciavamo morire qua, aspettando il medico?

Il dottor Mangoni crede che si rivolga a lui e gli risponde:

– Eccomi qua, sono io.

Ma quello alza e protende la mano con la stearica; lo osserva, e come imbalordito gli domanda:

– Lei? chi?

– Non diceva il medico?

– Ma che medico! ma che medico! – insorge, strillando, nella camera di là, una voce di donna.

E si precipita nel corridojo la moglie di quel degno vecchio in pantofole e papalina, tutta sussultante, con una nuvola di capelli grigi e ricci per aria, gli occhi affumicati ammaccati e piangenti, la bocca tagliata di traverso, oscenamente dipinta, che le freme convulsa. Sollevando il capo da un lato, per guardare, soggiunge imperiosa:

– Se ne può andare! se ne può andare! Non c'è piú bisogno di lei! L'abbiamo fatto trasportare al Policlinico, perché moriva!

E cozzando in un braccio il marito violentemente:

– Fallo andar via!

Ma il marito dà uno strillo e un balzo perché, così cozzato nel braccio, ha avuto sulle dita la sgocciolatura calda della candela.

– Eh, piano, santo Dio!

Il dottor Mangoni protesta, ma senza troppo sdegno, che non è un ladro né un assassino da esser mandato via a quel modo: che se è venuto, è perché sono andati a chiamarlo in farmacia; che per ora ci ha guadagnato soltanto una storta al piede, per cui chiede che lo lascino sedere almeno per un momento.

– Ma si figuri, qua, venga, s'accomodi, s'accomodi, signor dottore, – s'affretta a dirgli il vecchio, conducendolo nella stanza in fondo al corridojo; mentre la moglie, sempre col capo sollevato da un lato per guardare come una gallina stizzita, lo spia impressionata da tutta quella feroce barba fin sotto gli occhi.

– Bada, oh, se per aver fatto il bene, – dice ora, ammantata, a mo' di scusa, – ci si deve anche prendere i rimproveri!

Già, i rimproveri, – soggiunge il vecchio, cacciando la candela accesa nel bocciuolo della bugia sul tavolino da notte accanto al lettino vuoto, disfatto, i cui guanciali serbano ancora l'impronta della testa del giovinetto suicida. Quietamente si toglie poi dalle dita le gocce rapprese, e seguita: – Perché dice che nossignori, non si doveva portare all'ospedale, non si doveva.

– Tutto annerito era! – grida, scattando, la moglie. – Ah, quel visino. Pareva succhiato. E che occhi! E quelle labbra, nere, che scoprivan qua, qua, i denti, appena appena. Senza piú fiato...

E si copre il volto con le mani.

– Si doveva lasciarlo morire senza ajuto? – ridomanda placido il vecchio. – Ma sa perché s'è arrabbiato? Perché sospetta, dice, che quel povero ragazzo sia un figlio bastardo di suo fratello.

– E ce l'aveva buttato qua, – riprende la moglie balzando in piedi di nuovo, non si sa se per rabbia o per commozione. – Qua, per far nascere in casa mia questa tragedia, che non finirà per ora, perché la mia figliuola, la maggiore, se n'è innamorata, capisce? Come una pazza, vedendolo morire – ah, che spettacolo! – se l'è caricato in collo, io non so com'ha fatto! se l'è portato via, con l'ajuto del fratello, giú per le scale, sperando di trovare una carrozza per istrada. Forse l'hanno trovata. E mi guardi, mi guardi là quell'altra figliuola, come piange.

Il dottor Mangoni, entrando, ha già intraveduto nell'attigua saletta da pranzo una figliolona bionda scarmigliata intenta a leggere, coi gomiti sulla tavola e la testa tra le mani. Legge e piange, sì; ma col corpetto sbottonato e le rosee esuberanti rotondità del seno quasi tutte scoperte sotto il lume giallo della lampada a sospensione.

Il vecchio padre, a cui il dottor Mangoni ora si volta come intronato, fa con le mani gesti di grande ammirazione. Sul seno della figliuola? No. Su ciò che la figliuola sta leggendo di là fra tante lagrime. Le poesie del giovinetto.

– Un poeta! – esclama. – Un poeta, che se lei sentisse... Oh, cose! cose! Me ne intendo, perché professore di belle lettere a riposo. Cose grandi, cose grandi.

E si reca di là per prendere alcune di quelle poesie: ma la figliuola con rabbia se le difende, per paura che la sorella maggiore, ritornando col fratello dall'ospedale, non gliele lascerà piú leggere, perché vorrà tenersele per sé gelosamente, come un tesoro di cui lei sola dov'essere l'erede.

– Almeno qualcuna di queste che hai già lette, – insiste timidamente il padre.

Ma quella, curva, con tutto il seno su le carte, pesta un piede e grida: – No! – Poi le raccoglie dalla tavola, se le ripreme con le mani sul seno scoperto e se le porta via in un'altra stanza di là.

Il dottor Mangoni si volta allora a guardar di nuovo quella tristezza di lettino vuoto, che rende vana la sua visita; poi guarda la finestra che, non ostante il gelo della notte, è rimasta aperta in quella lugubre stanza per farne svaporare il puzzo del carbone.

La luna rischiara il vano di quella finestra. Nella notte alta, la luna. Il dottor Mangoni se la immagina, come tante volte, errando per vie remote, L'ha veduta, quando gli uomini dormono e non la vedono piú, inabissata e come smarrita nella sommità dei cieli.

Lo squallore di quella stanza, di tutta quella casa, che è una delle tante case degli uomini, dove ballonchiano tentatrici, a perpetuare l'inconcludente miseria della vita, due mammelle di donna come quelle ch'egli ha or ora intravedute sotto il lume della lampada a sospensione nella stanza di là, gl'infonde un così frigido scoraggiamento e insieme una così acre irritazione, che non gli è piú possibile rimanere seduto.

Si alza, sbuffando, per andarsene. Infine, via, è uno dei tanti casi che gli sogliono capitare, stando di guardia nelle farmacie notturne. Forse un po' piú triste degli altri, a pensare che probabilmente, chi sa! era un poeta davvero quel povero ragazzo. Ma, in questo caso, meglio così: che sia morto.

– Senta, – dice al vecchio che s'è alzato anche lui per riprendere in mano la candela. – Quel signore che li ha rimproverati e che è venuto a scomodarmi in farmacia, dov'essere veramente un imbecille. Aspetti: mi lasci dire. Non già perché li ha rimproverati, ma perché gli ho domandato se aveva moglie, e mi ha risposto di sì; ma senza sospirare. Ha capito?

Il vecchio lo guarda a bocca aperta. Evidentemente non capisce. Capisce la moglie, che salta su a domandargli:

– Perché chi dice d'aver moglie, secondo lei, dovrebbe sospirare?

E il dottor Mangoni, pronto:

– Come m'immagino che sospira lei, cara signora, se qualcuno le domanda se ha marito.

E glielo addita. Poi riprende:

– Scusi, a quel giovinetto, se non si fosse ucciso, lei avrebbe dato in moglie la sua figliuola?

Quella lo guarda un pezzo, di traverso, e poi, come a sfida, gli risponde:

– E perché no?

– E se lo sarebbero preso qua con loro in questa casa? – torna a domandare il dottor Mangoni.

E quella, di nuovo:

– E perché no?

– E lei, – domanda ancora il dottor Mangoni, rivolto al vecchio marito, – lei che se n'intende, professore di belle lettere a riposo, gli avrebbe anche consigliato di stampare quelle sue poesie?

Per non esser da meno della moglie, il vecchio risponde anche lui:

E perché no?

E allora, – conclude il dottor Mangoni, – me ne dispiace, ma debbo dir loro, che sono per lo meno due volte piú imbecilli di quel signore.

E volta le spalle per andarsene.

– Si può sapere perché? – gli grida dietro la donna inviperita.

Il dottor Mangoni si ferma e le risponde pacatamente:

– Abbia pazienza. Mi ammetterà che quel povero ragazzo sognava forse la gloria, se faceva poesie. Ora pensi un po' che cosa gli sarebbe diventata la gloria, facendo stampare quelle sue poesie. Un povero, inutile volumetto di versi. E l'amore? L'amore che è la cosa piú viva e piú santa che ci sia dato provare sulla terra? Che cosa gli sarebbe diventato? L'amore: una donna. Anzi, peggio, una moglie: la sua figliuola.

– Oh! oh! – minaccia quella, venendogli quasi con le mani in faccia. – Badi come parla della mia figliuola!

– Non dico niente, – s'affretta a protestare il dottor Mangoni. – Me l'immagino anzi bellissima e adorna di tutte le virtú. Ma sempre una donna, cara signora mia: che dopo un po', santo Dio, lo sappiamo bene, con la miseria e i figliuoli, come si sarebbe ridotta. E il mondo, dica un po'? Il mondo, dove io adesso con questo piede che mi fa tanto male mi vado a perdere; il mondo veda lei, veda lei, signora cara, che cosa gli sarebbe diventato! Una casa. Questa casa. Ha capito?

E facendo scattar le mani in curiosi gesti di nausea e di sdegno, se ne va, zoppicando e borbottando:

– Che libri! Che donne! Che casa! Niente... niente. niente... Dimissionario! dimissionario! Niente.

073  –  Mondo di carta

Un gridare, un accorrere di gente in capo a Via Nazionale, attorno a due che s'erano presi: un ragazzaccio sui quindici anni, e un signore ispido, dalla faccia gialliccia, quasi tagliata in un popone, su la quale luccicavano gli occhialacci da miope, grossi come due fondi di bottiglia.

Sforzando la vocetta fessa, quest'ultimo voleva darsi ragione e agitava di continuo le mani che brandivano l'una un bastoncino d'ebano dal pomo d'avorio, l'altra un libraccio di stampa antica.

Il ragazzaccio strepitava pestando i piedi sui cocci di una volgarissima statuetta di terracotta misti a quelli di gesso abbronzato della colonnina che la sorreggeva.

Tutti attorno, chi scoppiava in clamorose risate, chi faceva un viso lungo lungo e chi pietoso: e i monelli, attaccati ai lampioni, chi abbajava, chi fischiava, chi strombettava sul palmo della mano.

– È la terza! è la terza! – urlava il signore. – Mentre passo leggendo, mi para davanti le sue schifose statuette, e me le fa rovesciare. È la terza! Mi si dà la caccia! Si mette alle poste! Una volta al Corso Vittorio; un'altra a Via Volturno; adesso qua.

Tra molti giuramenti e proteste d'innocenza, il figurinajo cercava anch'esso di farsi ragione presso i piú vicini:

– Ma che! È lui! Non è vero che legge! Mi ci vien sopra! O che non veda, o che vada stordito, o che o come, fatto si è...

– Ma tre? Tre volte? – gli domandavano quelli tra le risa.

Alla fine, due guardie di città, sudate, sbuffanti, riuscirono tra tutta quella calca a farsi largo; e siccome l'uno e l'altro dei contendenti, alla loro presenza, riprendevano a gridare piú forte ciascuno le proprie ragioni, pensarono bene, per togliere quello spettacolo, di condurli in vettura al piú vicino posto di guardia.

Ma appena montato in vettura, quel signore occhialuto si drizzò lungo lungo sulla vita e si mise a voltare a scatti la testa, di qua, di là, in su, in giú; infine s'accasciò, aprì il libraccio e vi tuffò la faccia fino a toccar col naso la pagina; la sollevò, tutto sconvolto, si tirò sulla fronte gli occhialacci e rituffò la faccia nel libro per provarsi a leggere con gli occhi soltanto; dopo tutta questa mimica cominciò a dare in smanie furiose, a contrarre la faccia in smorfie orrende, di spavento, di disperazione:

– Oh Dio. Gli occhi. Non ci vedo piú. Non ci vedo piú!

Il vetturino si fermò di botto. Le guardie, il figurinajo, sbalorditi, non sapevano neppure se colui facesse sul serio o fosse impazzito; perplessi nello sbalordimento, avevano quasi un sorriso d'incredulità sulle bocche aperte.

C'era là una farmacia; e, tra la gente ch'era corsa dietro la lettura e l'altra che si fermò a curiosare, quel signore, tutto scompigliato, cadaverico in faccia, sorretto per le ascelle, vi fu fatto entrare.

Mugolava. Posto a sedere su una seggiola, si diede a dondolare la testa e a passarsi le mani sulle gambe che gli ballavano, senza badare al farmacista che voleva osservargli gli occhi, senza badare ai conforti, alle esortazioni, ai consigli che gli davano tutti: che si calmasse; che non era niente; disturbo passeggero; il bollore della collera che gli aveva dato agli occhi. A un tratto, cessò di dondolare il capo, levò le mani, cominciò ad aprire e chiudere le dita.

– Il libro! Il libro! Dov'è il libro?

Tutti si guardarono negli occhi, stupiti; poi risero. Ah, aveva un libro con sè? Aveva il coraggio, con quegli occhi, di andar leggendo per istrada? Come, tre statuette? Ah sì? e chi, chi, quello? Ah sì? Gliele metteva davanti apposta? Oh bella! oh bella!

– Lo denunzio! – gridò allora il signore, balzando in piedi, con le mani protese e strabuzzando gli occhi con Contorcimenti di tutto il volto ridicoli e pietosi a un tempo. – In presenza di tutti qua, lo denunzio! Mi pagherà gli occhi! Assassino! Ci sono due guardie qua; prendano i nomi, subito, il mio e il suo. Testimoni tutti! Guardia, scrivete: Balicci. Sì, Balicci; è il mio nome. Valeriano, sì, via Nomentana 112, ultimo piano. E il nome di questo manigoldo, dov'è? è qua? Io tengano! Tre volte, approfittando della mia debole vista, della mia distrazione, sissignori, tre schifose statuette. Ah, bravo, grazie, il libro, sì, obbligatissimo! Una vettura, per carità. A casa, a casa, voglio andare a casa! Resta denunziato.

E si mosse per uscire, con le mani avanti; barellò; fu sorretto, messo in vettura e accompagnato da due pietosi fino a casa.

Fu l'epilogo buffo e clamoroso d'una quieta sciagura che durava da lunghissimi anni. Infinite volte, per unica ricetta del male che inevitabilmente lo avrebbe condotto alla cecità, il medico oculista gli aveva detto di smettere la lettura. Ma il Balicci aveva accolto ogni volta questa ricetta con quel sorriso vano con cui si risponde a una celia troppo evidente.

– Noè – gli aveva detto il medico. – E allora séguiti a leggere, e poi mi lodi la fine! Lei ci perde la vista, glielo dico io. Non dica poi, se me lo credevo! Io la ho avvertita!

Bell'avvertimento! Ma se vivere, per lui, voleva dir leggere! Non dovendo piú leggere, tanto valeva che mousse.

Fin da quando aveva imparato a compitare, era stato preso da quella mania furiosa. Affidato da anni e anni alle cure di una vecchia domestica che lo amava come un figliuolo, avrebbe potuto campare sul suo piú che discretamente, se per l'acquisto dei tanti e tanti libri che gl'ingombravano in gran disordine la casa, non si fosse perfino indebitato. Non potendo piú comprarne di nuovi, s'era dato già due volte a rileggersi i vecchi, a rimasticarseli a uno a uno tutti quanti dalla prima all'ultima pagina. E come quegli animali che per difesa naturale prendono colore e qualità dai luoghi, dalle piante in cui vivono, così a poco a poco era divenuto quasi di carta: nella faccia, nelle mani, nel colore della barba e dei capelli. Discesa a grado a grado tutta la scala della miopia, ormai da alcuni anni pareva che i libri se li mangiasse davvero, anche materialmente, tanto se li accostava alla faccia per leggerli.

Condannato dal medico, dopo quella tremenda caldana, a stare per quaranta giorni al bujo, non s'illuse piú neanche lui che quel rimedio potesse giovare, e appena poté uscire di camera, si fece condurre allo studio, presso il primo scaffale. Cercò a tasto un libro, lo prese, lo aprì, vi affondò la faccia, prima con gli occhiali, poi senza, come aveva fatto quel giorno in vettura; e si mise a piangere dentro quel libro, silenziosamente. Piano piano poi andò in giro per l'ampia sala, tastando qua e là con le mani i palchetti degli scaffali. Eccolo lì, tutto il suo mondo! E non poterci piú vivere ora, se non per quel tanto che lo avrebbe ajutato la memoria!

La vita, non l'aveva vissuta: poteva dire di non aver visto bene mai nulla: a tavola, a letto, per via, sui sedili dei giardini pubblici, sempre e da per tutto, non aveva fatto altro che leggere, leggere, leggere. Cieco ora per la realtà viva che non aveva mai veduto; cieco anche per quella rappresentata nei libri che non poteva piú leggere.

La grande confusione in cui aveva sempre lasciato tutti i suoi libri, sparsi o ammucchiati qua e là sulle seggiole, per terra, sui tavolini, negli scaffali, lo fece ora disperare. Tante volte s'era proposto di mettere un po' d'ordine in quella babele, di disporre tutti quei libri per materie, e non l'aveva mai fatto, per non perder tempo. Se l'avesse fatto, ora, accostandosi all'uno o all'altro degli scaffali, si sarebbe sentito meno sperduto, con lo spirito meno confuso, meno sparpagliato.

Fece mettere un avviso nei giornali, per avere qualcuno pratico di biblioteche, che si incaricasse di quel lavoro d'ordinamento. In capo a due giorni gli si presentò un giovinetto saccente, il quale rimase molto meravigliato nel trovarsi davanti un cieco che voleva riordinata la libreria e che pretendeva per giunta di guidarlo. Ma non tardò a comprendere, quel giovanotto, che – via – doveva essere uscito di cervello quel pover'uomo, se per ogni libro che gli nominava, eccolo là, saltava di gioja, piangeva, se lo faceva dare, e allora, palpeggiamenti carezzevoli alle pagine e abbracci, come a un amico ritrovato.

– Professore, – sbuffava il giovanotto. – Ma così badi che non la finiamo piú!

– Sì, sì, ecco, ecco, – riconosceva subito il Balicci. – Ma lo metta qua, questo: aspetti, mi faccia toccare dove l'ha messo. Bene, bene qua, per sapermi raccapezzare.

Erano per la maggior parte libri di viaggi, d'usi e costumi dei varii popoli, libri di scienze naturali e di amena letteratura, libri di storia e di filosofia.

Quando alla fine il lavoro fu compiuto, parve al Balicci che il bujo gli s'allargasse intorno in tenebre meno torbide, quasi avesse tratto dal caos il suo mondo. E per un pezzo rimase come rimbozzolito a contarlo.

Con la fronte appoggiata sul dorso dei libri allineati sui palchetti degli scaffali, passava ora le giornate quasi aspettando che, per via di quel contatto, la materia stampata gli si travasasse dentro. Scene, episodii, brani di descrizioni gli si rappresentavano alla mente con minuta, spiccata evidenza: rivedeva, rivedeva proprio in quel suo mondo alcuni particolari che gli erano rimasti piú impressi, durante le sue riletture: quattro fanali rossi accesi ancora, alla punta dell'alba, in un porto di mare deserto, con una sola nave ormeggiata, la cui alberatura con tutte le sartie si stagliava scheletrica sullo squallore cinereo della prima luce; in capo a un erto viale, su lo sfondo di fiamma d'un crepuscolo autunnale, due grossi cavalli neri con le sacche del fieno alla testa.

Ma non poté reggere a lungo in quel silenzio angoscioso. Volle che il suo mondo riavesse voce, che si facesse risentire da lui e gli dicesse com'era veramente e non come lui in confuso se lo ricordava. Mise un altro avviso nei giornali, per un lettore o una lettrice; e gli capitò una certa signorinetta tutta fremente in una perpetua irrequietezza di perplessità. Aveva svolazzato per mezzo mondo, senza requie, e anche per il modo di parlare dava l'immagine d'una calandrella smarrita, che spiccasse di qua, di là il volo, indecisa, e s'arrestasse d'un subito, con furioso sbàttito d'ali, e saltellasse, rigirandosi per ogni verso.

Irruppe nello studio, gridando il suo nome:

– Tilde Pagliocchini. Lei? Ah già... me lo... sicuro, Balicci, c'era scritto sul giornale... anche su la porta.. Oh Dio per carità, no! guardi, professore, non faccia così con gli occhi. Mi spavento. Niente, niente, scusi, me ne vado.

Questa fu la prima entrata. Non se n'andò. La vecchia domestica, con le lagrime agli occhio le dimostrò che quello era per lei un posticino proprio per la quale.

– Niente pericoli?

Ma che pericoli! Mai, che è mai? Solo, un po' strano, per via di quei libri. Ah, per quei libracci maledetti, anche lei, povera vecchia, eccola là, non sapeva piú se fosse donna o strofinaccio.

– Purché lei glieli legga bene.

La signorina Tilde Pagliocchini la guardò, e appuntandosi l'indice d'una mano sul petto:

– Io?

Tirò fuori una voce, che neanche in paradiso.

Ma quando ne diede il primo saggio al Balicci con certe inflessioni e certe modulazioni, e volate e smorzamenti e arresti e scivoli, accompagnati da una mimica tanto impetuosa quanto superflua, il pover'uomo si prese la testa tra le mani e si restrinse e si contorse come per schermirsi da tanti cani che volessero addentarlo.

– No! Così no! Così no! per carità! – si mise a gridare.

E la signorina Pagliocchini, con l'aria piú ingenua del mondo:

– Non leggo bene?

– Ma no! Per carità, a bassa voce! Piú bassa che può! quasi senza voce! Capirà, io leggevo con gli occhi soltanto, signorina!

– Malissimo, professore! Leggere a voce alta fa bene. Meglio poi non leggere affatto! Ma scusi, che se ne fa? Senta (picchiava con le nocche della dita sul libro). Non suona! Sordo. Ponga il caso, professore, che io ora le dia un bacio.

Il Balicci s'interina pallido:

– Le proibisco!

– Ma no, scusi! Teme che glielo dia davvero? Non glielo do! Dicevo per farle avvertir subito la differenza. Ecco, mi provo a leggere quasi senza voce. Badi però che, leggendo così, io fischio l'esse, professore!

Alla nuova prova, il Balicci si contorse peggio di prima. Sila comprese che, su per giú, sarebbe stato lo stesso con qualunque altra lettrice, con qualunque altro lettore. Ogni voce, che non fosse la sua, gli avrebbe fatto parere un altro il suo mondo.

– Signorina, guardi, mi faccia il favore, provi con gli occhi soltanto, senza voce.

La signorina Tilde Pagliocchini si voltò a guardarlo, con tanto d'occhi

– Come dice? Senza voce? E allora, come? per me?

– Sì, ecco, per conto suo.

– Ma grazie tante! – scattò, balzando in piedi, la signorina. – Lei si burla di me? Che vuole che me ne faccia io, dei suoi libri, se lei non deve sentire?

– Ecco, le spiego, – rispose il Balicci, quieto, con un amarissimo sorriso. – Provo piacere che qualcuno legga qua, in vece mia. Lei forse non riesce a intenderlo, questo piacere. Ma gliel'ho già detto: questo è il mio mondo; mi conforta il sapere che non è deserto, che qualcuno ci vive dentro, ecco. Io le sentirò voltare le pagine, ascolterò il suo silenzio intento, le domanderò di tanto in tanto che cosa legge, e lei mi dirà... oh, basterà un cenno... e io la seguirò con la memoria. La sua voce, signorina, mi guasta tutto!

– Ma io la prego di credere, professore, che la mia voce è bellissima! – protestò, sulle furie, la signorina.

– Lo credo, lo so – disse subito il Balicci. – Non voglio farle offesa. Ma mi colora tutto diversamente, capisce? E io ho bisogno che nulla mi sia alterato; che ogni cosa mi rimanga tal quale. Legga, legga. Le dirò io che cosa deve leggere. Ci sta?

– Ebbene, ci sto, sì. Dia qua!

In punta di piedi, appena il Balicci le assegnava il libro da leggere, la signorina Tilde Pagliocchini volava via dallo studio e se n'andava a conversare di là con la vecchia domestica. Il Balicci intanto viveva nel libro che le aveva assegnato e godeva del godimento che si figurava ella dovesse prenderne. E di tratto in tratto le domandava: – Bello, eh? – oppure: – Ha voltato? – Non sentendola nemmeno fiatare, s'immaginava che fosse sprofondata nella lettura e che non gli rispondesse per non distrarsene.

– Sì, legga, legga... – la esortava allora, piano, quasi con voluttà.

Talvolta, rientrando nello studio, la signorina Pagliocchini trovava il Balicci coi gomiti su i bracciuoli della poltrona e la faccia nascosta tra le mani

– Professore, a che pensa?

– Vedo... – le rispondeva lui, con una voce che pareva arrivasse da lontano lontano. Poi, riscotendosi con un sospiro: – Eppure ricordo che erano di pepe!

– Che cosa, di pepe, professore?

– Certi alberi, certi alberi in un viale... Là, veda, nella terza scansia, al secondo palchetto, forse il terz'ultimo libro.

– Lei vorrebbe che io le cercassi, ora, questi alberi di pepe? – gli domandava la signorina, spaventata e sbuffante.

– Se volesse farmi questo piacere.

Cercando, la signorina maltrattava le pagine, s'irritava alle raccomandazioni di far piano. Cominciava a essere stufa, ecco. Era abituata a volare, lei, a correre, a correre, in treno, in automobile, in ferrovia, in bicicletta, su i piroscafi. Correre, vivere! Già si sentiva soffocare in quel mondo di carta. E un giorno che il Balicci le assegnò da leggere certi ricordi di Norvegia, non seppe piú tenersi. A una domanda di lui, se le piacesse il tratto che descriveva la cattedrale di Trondhjem, accanto, alla quale, tra gli alberi, giace il cimitero, a cui ogni sabato sera i  parenti superstiti recano le loro offerte di fiori freschi:

– Ma che! ma che! ma che! – proruppe su tutte le furie. – Io ci sono stata, sa? E le so dire che non è com'è detto qua!

Il Balicci si levò in piedi, tutto vibrante d'ira e convulso:

– Io le proibisco di dire che non è com'è detto là! – le gridò, levando le braccia. – M'importa un corno che lei c'è stata! È com'è detto là, e basta. Dev'essere così, e basta! Lei mi vuole rovinare! Se ne vada! Se ne vada! Non può piú stare qua! Mi lasci solo! Se ne vada!

Rimasto solo, Valeriano Balicci, dopo aver raccattato a tentoni il libro che la signorina aveva scagliato a terra, cadde a sedere su la poltrona: aprì il libro, carezzò con le mani tremolanti le pagine gualcite, poi v'immerse la faccia e restò lì a lungo, assorto nella visione di Trondhjem con la sua cattedrale di marmo, col cimitero accanto, a cui i devoti ogni sabato sera recano offerte di fiori freschi– così, così com'era detto là. Non si doveva toccare. Il freddo, la neve, quei fiori freschi, e l'ombra azzurra della cattedrale. – Niente lì si doveva toccare. Era così, e basta. Il suo mondo. Il suo mondo di carta. Tutto il suo mondo.

074  –  Il sonno del vecchio

Mentre nel salotto della Venanzi ferveva la conversazione in varie lingue su i piú disparati argomenti, Vittorino Lamanna pensava alle due notizie che la padrona di casa gli aveva date, appena entrato. L'una buona, l'altra cattiva. La buona, che alla lettura della sua commedia avrebbe assistito, quel giorno, Alessandro De Marchis, il vecchio venerando che tanta luce di pensiero aveva diffuso nel mondo co' suoi libri di scienza e di filosofia e che giustamente ora la patria considerava come una delle sue piú fulgide glorie. La cattiva, che Casimiro Luna, il « brillante » giornalista Luna, reduce da Londra, ove si era recato a « intervistare » un giovine scienziato italiano che aveva fatto or ora una grande scoperta scientifica, ne avrebbe parlato nella radunanza, prima che 1'« intervista » fosse pubblicata sul giornale della sera.

Il Lamanna non invidiava al Luna tutte quelle doti appariscenti, che in pochi anni lo avevano reso il beniamino del pubblico, specialmente femminile; gl'invidiava la fortuna. Prevedeva che tra breve tutti gli sguardi si sarebbero rivolti con simpatia al giornalista effimero, elegantissimo, e che nessuno piú avrebbe badato a lui; e si lasciava vincere a poco a poco dal malumore, al quale, senza bisogno, pareva facesse da mantice un certo signore che la Venanzi gli aveva messo alle costole: un signore arguto, calvo, di cui non ricordava piú il nome, ma che gli ricordava invece quello di tutti gli altri lì presenti, dicendo male di ciascuno.

– Chi vuole, caro signore, che capisca un'acca della sua commedia, tra tutta questa gente qui? Non se ne curi, però. Basterà si sappia che lei l'ha letta nel salotto intellettuale della Venanzi. Ne parleranno i giornali. Il che, al giorno d'oggi, vuoi dire tutto. La maggior parte, come vede, sono forestieri che spiccicano appena appena qualche parola d'italiano. Non sanno bene come si scriva la parola soldo, ma s'accorgono subito adesso se il soldo è falso, e sanno meglio di noi che vale cinque centesimi. L'industria dei forestieri? Idea sbagliata, caro signore! Perché...

Venne, per fortuna, la signora Alda Venanzi a liberarlo da quel tormento. Era entrata nel salotto la marchesa Landriani, a cui la Venanzi lo voleva presentare.

– Marchesa, eccole il nostro Vittorino Lamanna, futura gloria del teatro nazionale.

– Per carità! – disse Vittorino Lamanna, arrossendo, inchinandosi e sorridendo.

La vecchia e grassa marchesa Landriani, dall'aria perennemente stordita, stava a togliersi dal naso gli occhiali a staffa azzurri e, prima d'inforcarsi quelli chiari, rimase un pezzo con gli occhi chiusi e un sorriso freddo, rassegato sulle labbra pallide.

– Conosco, conosco... – disse, molle molle. – Mi ajuti a rammentare dove ho letto di recente roba sua.

– Mah, – fece il Lamanna, compiaciuto, cercando nella memoria. – Non saprei.

E citò una o due riviste, dove aveva di recente stampato qualche cosa.

– Ah! ecco, sì. Bravo! Non ricordavo bene. Leggo tanto, leggo tanto, che poi mi trovo imbarazzata. Sì sì, appunto, bravo, bravo.

E lo guardò con le lenti chiare, e col sorriso freddo rassegato ancora sulle labbra.

– Quella lì? – diceva, poco dopo, all'orecchio del Lamanna il signore calvo, che evidentemente lo perseguitava – Quella lì? Una talpa, caro signore! Non conosce neppure l'o. E non di meno, va ripetendo che conosce tutti, ch'a ha letto roba di tutti. Lo avrà detto anche a lei, scusi, non è vero? Non ci creda, per carità! Una talpa di prima forza, le dico.

Entrò, in quel momento, Casimiro Luna. Vittorino Lamanna lo conosceva bene, fin da quand'era, come lui, un ignoto. Ragion per cui il Luna lo degnò appena d'un freddissimo saluto.

– Miro! Miro!

Lo chiamavano tutti per nome, così, di qua e di là, ed egli aveva un sorriso e una parola graziosa per ciascuno. Accennò di ghermire una rosa dal seno d'una signora e poi egli stesso fece un gesto di stupore e d'indignazione per la sua temerità, e la signora ne rise, felicissima. La padrona di casa non ebbe bisogno di presentarlo a nessuno. Lo conoscevano tutti.

Nel vederlo così vezzeggiato e incensato, Vittorino Lamanna pensava quanto facile dovesse riuscire a colui il far valere quel po' d'ingegno di cui era dotato, quanto facile la vita. « Vita? » domandò tuttavia a se stesso. « E che vita è mai quella ch'egli vive? Una continua stomachevole finzione! Non uno sguardo, non un gesto, non una parola, sinceri. Non è piú un uomo: è una caricatura ambulante. E bisogna ridursi a quel modo per aver fortuna, oggi? » Sentiva, così pensando, un profondo disgusto anche di sè, vestito e pettinato alla moda, e si vergognava d'esser venuto a cercare la lode, la protezione, l'ajuto di quella gente che non gli badava.

A un tratto, nel salotto si fece silenzio e tutti si volsero verso l'uscio, in attesa. Entrava, a braccio della moglie, Alessandro De Marchis.

Ansava il grand'uomo, tozzo e corpulento, dal testone calvo, sotto la cui cute liscia giallastra spiccava la trama delle vene turgide. La moglie coi capelli fulvi, pomposamente acconciati, lo sorreggeva, diritta, tronfia, e guardava di qua e di là, sorridendo con le labbra dipinte.

Tutti si mossero a ossequiare

Alessandro De Marchis, lasciandosi cadere pesantemente sul seggiolone preparato apposta per lui, sorrideva con la bocca sdentata, senza baffi né barba, ed emetteva, tra l'ànsito che gli davano la pinguedine e la vecchiaja, come un grugnito, e guardava con gli occhi quasi spenti, scialbi, acquosi.

Ma subito un vivissimo imbarazzo si diffuse nel salotto: tutti gli occhi, appena guardavano al grand'uomo, si voltavano altrove, schivandosi a vicenda.

La De Marchis, infocata in volto, contenendo a stento il dispetto, accorse presso il marito, gli si parò davanti, vicinissima, e gli disse piano, ma con voce vibrata:

– Alessandro, abbottonati! Vergogna!

Il povero vecchio si recò subito la grossa mano tremante, ove la moglie imperiosamente con gli occhi gl'indicava, e la guardò quasi impaurito, con un sorriso scemo sulle labbra.

Poco dopo, mentre Casimiro Luna riferiva « brillantemente » il suo colloquio col giovine inventore italiano sulla famosa scoperta, un'altra impressione piú penosa della prima dovettero provare i convenuti nel salotto della Venanzi, guardando il vecchio glorioso.

Alessandro De Marchis, che era pure un celebre fisico, i cui libri senza dubbio quel giovane inventore italiano aveva dovuto studiare e consultare, Alessandro De Marchis sera messo a dormire, col testone reclinato sul petto.

Vittorino Lamanna fu tra i primi ad accorgersene, e si sentì gelare. Casimiro Luna seguitava a parlare; ma, a un certo punto, seguendo lo sguardo degli altri, e vedendo anche lui il De Marchis immerso nel sonno, atteggio il volto di tal commiserazione che a piú d'uno scappò irresistibilmente un breve riso subito soffocato.

Ma a ottantasei anni, scusi, – osservò piano, all'orecchio del Lamanna, quello stesso signore arguto, – a ottantasei anni, davanti alla soglia della morte, che può piú importare, caro signore, ad Alessandro De Marchis che Guglielmo Marconi abbia scoperto il telegrafo senza fili? Domani morrà. È già morto. Lo guardi.

Vittorino Lamanna, pallido, alterato, si voltò per dirgli sgarbatamente che si stesse zitto; ma incontrò lo sguardo della Venanzi che gli fece un cenno, levandosi e uscendo dal salotto. Si alzò anche lui poco dopo, e la seguì nel salottino accanto.

La trovò, che accendeva una sigaretta, traendo con voluttà le prime boccate di fumo.

– Fumate, fumate, Lamanna, fumate anche voi, – gli disse, presentandogli una scatola di sigarette. – Non ne potevo piú! Se non fumo, muojo.

Arrivò dal salotto, attraverso la vetrata, un fragoroso scoppio di risa.

– Caro, caro, quel Luna! Sentite? Trova modo di far ridere anche parlando di una scoperta scientifica. Speriamo che si svegli! – sospirò poi, alludendo al De Marchis. – Chi sa come deve soffrire quella povera Cristina!

– Cristina? – domandò, accigliato, Vittorino La Manna.

– La moglie, – spiegò la Venanzi. – Non l'avete veduta? È tanto bella! Forse ora s'ajuta un po' con la chimica. Ah, è stato un vero peccato sacrificare alla gloria di quel vecchio tanta bellezza! Calcolo sbagliato! Il vecchio glorioso se ne sta lì, come vedete, abbandonato dalla vita, dimenticato dalla morte. La povera Cristina, evidentemente, contò che, sì, il sacrifizio della sua bellezza alla gloria non sarebbe durato tanto, e che la luce di questa gloria avrebbe poi illuminato meglio la sua bellezza. Calcolo sbagliato! E ora, poverina, vuol cavare dalla gloria a cui s'è sacrificata tutte quelle magre soddisfazioni che può: si trascina il marito dappertutto; per miracolo non si appende al collo le innumerevoli decorazioni di lui, nazionali e forestiere. Il vecchio però, eh! il vecchio se ne vendica: dorme così dappertutto, sapete! Dorme, dorme. Ed è già molto che non ronfi!

Vittorino Lamanna sentì cascarsi le braccia. Pensò alla prossima lettura della sua commedia, mentre il vecchio dormiva; pensò al detto di un celebre commediografo francese: che durante la lettura o la rappresentazione d'un dramma, il sonno debba esser considerato come un'opinione, e si lasciò scappare dalle labbra:

– Oh Dio! E allora?

La Venanzi, a questo ingenuo sospiro, scoppiò a ridere, proprio di cuore.

– Non temete, non temete! – gli disse poi. – Procureremo di tenerlo sveglio. Ma già, vedrete che non ce ne sarà bisogno. L'arte vostra farà da sè il miracolo.

– Ma se mi dice che dorme sempre!

– No: sempre sempre poi no! Se mai, però, gli metteremo accanto il Gabrini: sapete? quello che vi tormenta. Me ne sono accorta. Ah, il Gabrini è terribile! Capacissimo d'allungargli sotto sotto qualche pizzicotto. Lasciate fare a me!

Entrò in quel momento Flora, la bellissima figliuola della Venanzi, a chiamare la madre. Casimiro Luna aveva finito d'esporre la sua « intervista » ed era scappato via.

La Venanzi carezzò la splendida figliuola alla presenza del giovanotto, le ravviò i capelli, le rassettò sul seno ricolmo le pieghe della camicetta di seta. Flora la lasciò fare, sorridente, con gli occhi rivolti al giovine; poi disse alla madre:

– Sai che donna Cristina è andata via anche lei?

La madre allora s'adirò fieramente.

– Via? E mi lascia lì quel mausoleo addormentato? Ah! È un po' troppo, mi pare! Dov'è andata?

Mah! – sospirò la figlia. – Ha detto che ritornerà tra poco.

Poi si volse al Lamanna e aggiunse:

– Non dubiti: glielo sveglio io, or ora, con una tazza di tè.

Il Lamanna, già col sangue tutto rimescolato, avrebbe voluto pregare la Venanzi di mandare a monte la lettura della commedia e di permettergli d'andar via di nascosto. Ma la signora Alba s'era già levata e aveva schiuso la bussola per rientrare in salotto con la figlia.

Quando, di lì a poco, questa con una tazza di tè in una mano e nell'altra il bricco del latte, pregò la signora inglese che sedeva accanto al De Marchis di scuoterlo per un braccio, Vittorino Lamanna, divenuto nervosissimo, avrebbe voluto gridarle: « Ma lo lasci dormire, perdio! ». Così, quelli che non sapevano del continuo sonno del vecchio, avrebbero potuto attribuirne la causa alla relazione del Luna e non alla prossima lettura della sua commedia.

Destato, Alessandro De Marchis guardò Flora con gli occhi stralunati:

– Ah sì... Guglielmo... Guglielmo Marconi...

– No, scusi, senatore, – disse Flora, con un sorriso. – Col latte o senza?

– Col... col latte, sì, grazie.

Preso il tè, rimase sveglio. Vittorino Lamanna, che già si disponeva alla lettura, accolse in sè la lusinga che la sua commedia avrebbe veramente incatenato l'attenzione del vecchio, come la Venanzi gli aveva lasciato sperare, e lesse a voce alta il titolo: Conflitto.

Lesse i personaggi, lesse la descrizione della scena, e volse una rapida occhiata al De Marchis.

Questi se ne stava ancora con le ciglia corrugate e pareva attentissimo. Il Lamanna si riaffermò in quella lusinga, e cominciò a leggere la prima scena, tutto rianimato.

S'era proposto di rappresentare un conflitto d'anime, diceva lui. Un vecchio benefattore, ancor valido, aveva sposato la sua beneficata; questa, presa poco dopo d'amore per un giovane, si dibatteva tra il sentimento del dovere e della gratitudine e il ribrezzo che provava nell'adempimento de' suoi doveri di sposa, mentre il suo cuore era pieno di quell'altro. Tradire, no; ma mentire, mentire neppure!

Orbene, chi sa! il De Marchis forse avrebbe potuto intravedere in quella situazione drammatica un caso simile al suo, e avrebbe prestato attenzione fino all'ultimo. E il Lamanna seguitava a leggere con molto calore.

A un tratto però, dagli occhi degli ascoltatori comprese che il vecchio s'era rimesso a dormire. Non ebbe il coraggio di guardare per accertarsene. Cercò invece gli occhi del Gabrini e li incontrò subito appuntati su di lui, taglienti di ironia.

A ottantasei anni, davanti alla soglia della morte... – gli parve di leggere in quello sguardo; e subito sentì tutto il sangue affluirgli alle guance, dalla stizza; si confuse, s'impappinò, perdette il tono, il colore, la misura; e, con un gran ronzio negli orecchi, in preda a una esasperazione crescente di punto in punto, strascinò miseramente la lettura del suo lavoro fino alla fine.

Fu un supplizio per lui e per gli altri, che parve durasse un secolo. Finito, non vide l'ora di trovarsi solo in casa per lacerare in mille minutissimi pezzi quel suo atto unico, ch'era stato per lui strumento d'indicibile tortura.

Mezz'ora dopo, nel salotto della Venanzi non c'era piú nessuno, tranne il vecchio che dormiva sul seggiolone, col capo rovesciato sul petto, le labbra flosce, da cui pendeva sul panciotto un filo di bava.

Madre e figlia, nel salottino accanto, parlavano della pessima figura fatta dal Lamanna e mangiucchiavano intanto qualche violetta inzuccherata.

Oh! – esclamò a un tratto la madre. – Quella lì non torna. Bisogna svegliare il vecchio.

Si recarono nel salotto e stettero un po' a contemplare con una certa pena mista di ribrezzo quel glorioso dormente, in cui ogni luce d'intelletto era estinta da un pezzo.

Lo scossero piano piano, poi piú forte. Stentò non poco Alessandro De Marchis a comprendere che la moglie lo aveva abbandonato lì.

– Se vuole, – gli disse la Venanzi, – lo farò accompagnare fino a casa.

– No, – rispose il vecchio, provandosi piú volte a levarsi dal seggiolone. – Mi basta.. mi basta fino a piè della scala. Poi mi metto in vettura.

Riuscì finalmente a tirarsi su; guardò Flora; le accarezzò una guancia.

– Sei un po' sciupatina, – le disse. – Bellina mia, che cos'è? facciamo forse all'amore?

Flora, senza arrossire, alzò una spalla e sorrise.

– Che dice mai, senatore!

– Male! – riprese allora il De Marchis. – A diciannove anni bisogna fare all'amore. E credi pure che non c'è niente di meglio, bellina mia.

Si accostò lentamente a una mensola, per tuffar la faccia in un gran mazzo di rose; poi, ritraendola, sospirò:

– Povero vecchio...

Scese pian piano, a gran fatica, la scala, appoggiato al cameriere; si mise in vettura e poco dopo si addormentò anche lì, senza il piú lontano sospetto che la sera, nelle "note mondane", tutti i giornali piú in vista avrebbero parlato di lui, del suo grande compiacimento per i trionfi di Guglielmo Marconi, della sua vivissima simpatia per Casimiro Luna e anche della sua paterna benevolenza per Vittorino Lamanna, giovane commediografo di belle speranze.

075  –  La distruzione dell'uomo

Vorrei sapere soltanto se il signor giudice istruttore (* – Parliamo del delitto di Petix) ritiene in buona fede d'aver trovato una sola ragione che valga a spiegare in qualche modo questo ch'egli chiama assassinio premeditato (e sarebbe, se mai, doppio assassinio, perché la vittima stava per compire felicemente l'ultimo mese di gravidanza).

Si sa che Nicola Petix s'è barricato in un silenzio impenetrabile, prima davanti al commissario di polizia, appena arrestato, poi davanti a lui, voglio dire al signor giudice istruttore che inutilmente tante volte e in tutte le maniere s'è provato a interrogarlo, e infine anche davanti al giovane avvocato che gli hanno imposto d'ufficio, visto che fino all'ultimo non ha voluto incaricarne uno di sua fiducia per la difesa.

Di questo silenzio così ostinato si dovrebbe pur dare, mi sembra, una qualche interpretazione.

Dicono che in carcere Petix dimostra la smemorata indifferenza d'un gatto che, dopo aver fatto strazio d'un topo o d'un pulcino, si raccolga beato dentro un raggio di sole.

Ma è chiaro che questa voce, la quale vorrebbe dare a intendere che Petix consumò il delitto con l'incoscienza d'una bestia, non è stata accolta dal giudice istruttore, se egli ha creduto di dovere ammettere e sostenere la premeditazione nell'assassinio. Le bestie non premeditano. Se s'appostano, il loro agguato è parte istintiva e naturale della loro naturalissima caccia, che non le fa né ladre né assassine. La volpe è ladra per il padrone della gallina: ma per sè la volpe non è ladra: ha fame; e quand'ha fame, acchiappa la gallina e se la mangia. E dopo che se l'è mangiata, addio, non ci pensa piú.

Ora Petix non è una bestia. E bisogna vedere, prima di tutto, se questa indifferenza è vera. Perché, se vera, anche di questa indifferenza si dovrebbe tener conto, come di quel silenzio ostinato, di cui – a mio modo di vedere – sarebbe la conseguenza piú naturale; corroborati come sono l'una e l'altro dall'esplicito rifiuto d'un difensore.

Ma non voglio anticipar giudizi, né mettere avanti per ora la mia opinione.

Séguito a discutere col signor giudice istruttore.

Se il signor giudice istruttore crede che Petix sia da punire con tutti i rigori della legge, perché per lui non è uno scemo feroce da paragonare a una bestia, né un pazzo furioso che per nulla abbia ucciso una donna a poche settimane dal parto; la ragione del delitto, di quest'assassinio premeditato, quale può essere stata?

Una passione segreta per quella donna, no. Basterebbe che il giovane avvocato d'ufficio mettesse sotto gli occhi ai signori giurati, per un momento, un ritratto della povera morta. La signora Porrella aveva quarantasette anni e a tutto ormai poteva somigliare tranne che a una donna.

Ricordo d'averla veduta pochi giorni prima del delitto, sulla fine d'ottobre, a braccetto del marito cinquantenne, un pochino piú piccolino di lei, ma col suo bravo pancino anche lui, il signor Porrella, per il viale nomentano sul tramonto, non ostante il vento che sollevava in calde raffiche fragorose le foglie morte.

Posso assicurare sulla mia parola d'onore, ch era una provocazione la vista di quei due, fuori a passeggio in una giornata come quella, con tutto quel vento, tra il turbine di tutte quelle foglie morte, piccoli sotto gli alti platani nudi che armeggiavano nel cielo tempestoso con l'ispido intrico dei rami.

Buttavano i piedi allo stesso modo, nello stesso tempo, gravi, come per un compito assegnato.

Forse credevano che di quella passeggiata non si potesse assolutamente fare a meno, ora che la gravidanza era agli ultimi giorni. Prescritta dal medico; consigliata da tutte le amiche del vicinato.

Seccante forse, sì, ma naturalissimo per loro che quel vento insorgesse così di tratto in tratto e sbattesse furiosamente di qua e di là tutte quelle foglie accartocciate senza mai riuscire a spazzarle via; e che quei platani là, poiché a tempo avevano rimesso le foglie, ora a tempo se ne spogliassero per rimaner come morti fino alla ventura primavera; e che là quel cane randagio fosse condannato da ogni fiuto nel naso a fermarsi a tutti i tronchi di quei platani e ad alzare con esasperazione un'anca per non spremer che poche gocciole appena, dopo essersi rigirato piú e piú volte smaniosamente per cercare il verso.

Giuro che non a me soltanto, ma a quanti passavano quel giorno per il viale nomentano sembrava incredibile che quell'omino là potesse mostrarsi così soddisfatto di portarsi a spasso quella moglie in quello stato; e piú incredibile che quella moglie si lasciasse portare, con un'ostinazione che tanto piú appariva crudele contro se stessa, quanto piú lei sembrava rassegnata allo sforzo insopportabile che doveva costarle. Barellava, ansimava e aveva gli occhi come induriti nello spasimo, non già di quella sforzo disumano, ma dalla paura che non sarebbe riuscita a portare fino all'ultimo quel suo ingombro osceno nel ventre che le cascava. È vero che di tanto in tanto abbassava su quegli occhi le palpebre livide. Ma non tanto per vergogna le abbassava, quanto per il dispetto di vedersi obbligata a sentirla, quella vergogna, dagli occhi di chi la guardava e la vedeva in quello stato, alla sua età, vecchia ciabatta ancora in uso per una cosa che pareva tanto. Infatti, tenendo per il braccio il marito, avrebbe potuto con qualche strizzatina sotto sotto richiamarlo dalla soddisfazione a cui spesso e con troppa evidenza s'abbandonava, d'esser lui, pur così piccolino e calvo e cinquantenne, l'autore di tutto quel grosso guajo lì. Non lo richiamava, perché era anzi contenta che avesse il coraggio di mostrarla lui, quella soddisfazione, mentre a lei toccava di mostrarne vergogna.

Mi pare di vederla ancora, quando, a qualche raffica piú violenta che la investiva da dietro, si fermava su le tozze gambe larghe, a cui s'attaccava la veste che gliele disegnava sconciamente, mentre davanti le faceva pallone. Allora ella non sapeva a qual riparo correr prima col braccio libero; se abbassare cioè quel pallone della veste, che rischiava di scoprirla tutta davanti, o se tener per la falda il vecchio cappello di velluto viola, alle cui malinconiche piume nere nasceva col vento una disperata velleità di volo.

Ma veniamo al fatto.

Vi prego (se avete un po' di tempo) d'andar a visitare quel vecchio casone di Via Alessandria, dove abitavano i coniugi Porrella e anche, in due stanzette del piano di sotto, Nicola Petix.

È uno di quei tanti casoni, tutti brutti a un modo, come bollati col marchio della comune volgarità del tempo in cui furon levati in gran furia, nella previsione che poi si riconobbe errata d'un precipitoso e strabocchevole affluir di regnicoli a Roma subito dopo la proclamazione di essa a terza Capitale del regno.

Tante private fortune, non solo di nuovi arricchiti, ma anche d'illustri casati, e tutti i sussidiò prestati dalle banche di credito a quei costruttori, che parvero per piú anni in preda a una frenesia quasi fanatica, andarono allora travolti in un enorme fallimento, che ancor si ricorda.

E si videro, dov'erano antichi parchi patrizii, magnifiche ville e, di là dal fiume, orti e prati, sorger case e case e case, interi isolati, per vie eccentriche appena tracciate; e tante all'improvviso restare – ruderi nuovi – alzate fino ai quarti piani, a infracidar senza tetto, con tutti i vani delle finestre sguarniti, e fissato ancora in alto, ai buchi dei muri grezzi, qualche resto dell'impalcatura abbandonata, annerito e imporrito dalle piogge; e altri isolati, già compiuti, rimaner deserti lungo intere vie di quartieri nuovi, per cui non passava mai nessuno; e l'erba nel silenzio dei mesi rispuntare ai margini dei marciapiedi, rasente ai muri e poi, esile, tenerissima, abbrividente a ogni soffio d'aria, riprendersi tutto il battuto delle strade.

Parecchie di queste case poi, costruite con tutti i comodi per accogliere agiati inquilini, furono aperte, tanto per trarne qualche profitto, all'invasione della gente del popolo. La quale, come può bene immaginarsi, ne fece in poco tempo tale scempio, che quando alla fine, con l'andar degli anni, cominciò a Roma veramente la penuria degli alloggi, troppo presto temuta prima, troppo tardi rimediata poi per la paura che teneva tutti di far nuove costruzioni a causa di quella solenne scottatura, i nuovi proprietarii, che le avevano acquistate a poco prezzo dalle banche sussidiatrici degli antichi costruttori falliti, facendosi ora il conto di quanto avrebbero dovuto spendere a riattarle e rimetterle in uno stato di decenza per darle in affitto a inquilini disposti a pagare una piú alta pigione, stimarono piú conveniente non farne nulla e contentarsi di lasciar le scale con gli scalini smozzicati, i muri oscenamente imbrattati, le finestre dalle persiane cadenti e i vetri rotti imbandierate di cenci sporchi e rattoppati, stesi sui cordini ad asciugare.

Se non che, adesso, in qualcuna di queste grandi e miserabili case, pur tra cotali inquilini rimasti a compie l'opera di distruzione sulle pareti e sugli usci e sui pavimenti, qualche nobile famiglia decaduta o di ceto medio, d'impiegati o di professori, ha cominciato a cercar ricovero, o per non averlo trovato altrove o per bisogno o amor di risparmio, vincendo il ribrezzo di tutto quel lerciume e piú della mescolanza con quello che si, Dio mio, prossimo è, non si nega, ma che pur certamente, poco poco che si ami la pulizia e la buona creanza, dispiace aver troppo vicino; e non si può dire del resto che il dispiacere non sia contraccambiato; tanto vero che questi nuovi venuti sono stati in principio guardati in cagnesco, e poi, a poco a poco, se han voluto esser visti men male, han dovuto acconciarsi a certe confidenze piuttosto prese che accordate.

Ora in quel casone là di Via Alessandria, quando avvenne il delitto, i coniugi Porrella abitavano da circa quindici anni; Nicola Petix, da una decina. Ma mentre quelli da un pezzo erano entrati nelle grazie di tutti i piú antichi casigliani, Petix s'era attirato al contrario sempre piú l'antipatia generale, per il disprezzo con cui guardava, a cominciar dal portinajo ciabattino, tutti; senza mai voler degnare non che d'una parola, ma neppur d'un lieve cenno di saluto, nessuno.

Ho detto, veniamo al fatto. Ma un fatto è come un sacco che, vuoto, non si regge.

Se n'accorgerà bene il signor giudice istruttore, se come pare – vorrà provarsi a farlo reggere così, senza prima farci entrar dentro tutte quelle ragioni che certamente lo han determinato, e che lui forse non immagina neppure.

Petix ebbe per padre un ingegnere spatriato da gran tempo e morto in America, il quale tutta la fortuna raccolta in tanti anni laggiú con l'esercizio della professione lasciò in eredità a un altro figliuolo, maggiore di due anni di Petix e ingegnere anche lui, con l'obbligo di passare mensilmente al fratello minore, vita natural durante, un assegnino di poche centinaja di lire, quasi a titolo d'elemosina e non perché gli spettassero di diritto, essendosi già « mangiata », com'era detto nel testamento, « tutta la legittima a lui spettante in un ozio vergognoso ».

Quest'ozio di Petix sarà bene intanto che non venga considerato solamente dal lato del padre, ma un po' anche da quello di lui, perché Petix veramente frequentò per anni e anni le aule universitarie, passando da un ordine di studii all'altro, dalla medicina alla legge, dalla legge alle matematiche, da queste alle lettere e alla filosofia: non dando mai, è vero, nessun esame, perché non si sognò mai di fare il medico o l'avvocato, il matematico o il letterato o il filosofo: Petix non ha voluto fare in verità mai nulla; ma ciò non vuoi dire che se ne sia stato in ozio, e che quest'ozio sia stato vergognoso. Ha meditato sempre, studiando a suo modo, sui casi della vita e sui costumi degli uomini.

Frutto di queste continue meditazioni, un tedio infinito, un tedio insopportabile tanto della vita quanto degli uomini.

Fare per fare una cosa? Bisognerebbe star dentro alla cosa da fare, come un cieco, senza vederla da fuori; o se no, assegnarle uno scopo. Che scopo? Soltanto quello di farla? Ma sì, Dio mio: come si fa. Oggi questa e domani un'altra O anche la stessa cosa ogni giorno. Secondo le inclinazioni o le capacità, secondo le intenzioni, secondo i sentimenti o gl'istinti. Come si fa.

Il guajo viene, quando di quelle inclinazioni e capacità e intenzioni, di quei sentimenti e istinti, seguiti da dentro perché si hanno e si sentono, si vuoi vedere da fuori lo scopo, che appunto perché cercato così da fuori non si trova piú, come non si trova piú nulla.

Nicola Petix arrivò presto a questo nulla, che dovrebbe essere la quintessenza d'ogni filosofia.

La vista quotidiana dei cento e piú inquilini di quel casone lercio e tetro, gente che viveva per vivere, senza saper di vivere se non per quel poco che ogni giorno pareva condannata a fare: sempre le stesse cose; cominciò presto a dargli un'uggia, un'insofferenza smaniosa; che si esasperava sempre piú di giorno in giorno.

Soprattutto intollerabili gli erano la vista e il fracasso dei tanti ragazzini che brulicavano nel cortile e per le scale. Non poteva affacciarsi alla finestra su quel cortile, che non ne vedesse quattro o cinque in fila chinati a far lì i loro bisogni mentre addentavano qualche mela fradicia o un tozzo di pane; o sull'acciottolato sconnesso, ove stagnavano pozze di acqua putrida (seppure era acqua) tre maschietti buttati carponi a spiare donde e come faceva pipi una bambinuccia di tre anni che non se ne curava, grave, ignara e con un occhio fasciato. E gli sputi che si tiravano, i calci, gli sgraffi che si davano, le strappate di capelli, e gli strilli che ne seguivano, á cui partecipavano le mamme da tutte le finestre dei cinque piani; mentre, ecco, la signorina maestrina dalla faccetta sciupata e dai capelli cascanti attraversa il cortile con un grosso mazzo di fiori, dono del fidanzato che le sorride accanto.

Petix aveva la tentazione di correre al cassetto del comodino per tirare una rivoltellata a quella maestrina, tale e tanta furia d'indignazione gli provocavano quei fiori e quel sorriso del fidanzato, le lusinghe dell'amore in mezzo alla stomachevole oscenità di tutta quella sporca figliolanza, che tra poco quella maestrina si sarebbe anche lei adoperata ad accrescere.

Ora pensate che da dieci anni ogni giorno Nicola Petix assisteva in quel casone alle periodiche immancabili gravidanze di quella signora Porrella, la quale, arrivata fra nausee, trepidazioni e patimenti al settimo o l'ottavo mese, ogni volta rischiando di morire, abortiva In diciannove anni di matrimonio quella carcassa di donna contava già quindici aborti.

La cosa piú spaventevole per Nicola Petix era questa: che non si riusciva a vedere in quei due la ragione per cui, con un'ostinazione così cieca e feroce contro se stessi, volevano un figlio

Forse perché diciott'anni addietro, al tempo della prima gravidanza, la donna aveva preparato di tutto punto il corredino del nascituro: fasce, cuffiette, camicine, bavaglini, vestine lunghe infiocchettate, pedalini di lana, che aspettavano ancora di essere usati ormai ingialliti e stecchiti nella loro insaldatura, come cadaverini.

Ormai da dieci anni tra tutte quelle donne del casamento che figliavano a piú non posso e Nicola Petix che a piú non posso odiava questa loro sporca figliolanza, s'era impegnata come una sfida: quelle a sostenere che la signora Porrella avrebbe questa volta fatto il figlio e lui a dir di no, che neanche questa volta l'avrebbe fatto E quanto piú premurose, con infinite cure e consigli e attenzioni, quelle covavano il ventre della donna che di mese in mese ingrossava; tanto piú lui, vedendolo di mese in mese ingrossare, si sentiva crescere l'irritazione, la smania, il furore. Negli ultimi giorni d'ogni gravidanza, alla sua fantasia sovreccitata tutto quel casone si rappresentava come un ventre enorme travagliato disperatamente dalla gestazione dell'uomo che doveva nascere. Non si trattava piú per lui del parto imminente della signora Porrella, che doveva dargli una sconfitta; si trattava dell'uomo, dell'uomo che tutte quelle donne volevano che nascesse dal ventre di quella donna; dell'uomo quale può nascere dalla bruta necessità dei due sessi che si sono accoppiati.

Ebbene, l'uomo volle distruggere Petix quando fu certo che finalmente quella sedicesima gravidanza avrebbe avuto il suo compimento. L'uomo. Non uno dei tanti, ma tutti in quell'uomo; per fare in quell'uno la vendetta dei tanti che vedeva lì, piccoli bruti che vivevano per vivere, senza saper di vivere, se non per quel poco che ogni giorno parevano condannati a fare; sempre le stesse cose.

E avvenne pochi giorni dopo ch'io vidi i due coniugi Porrella per il viale nomentano, tra il turbine di quelle foglie morte, buttare i piedi allo stesso modo, nello stesso tempo, gravi, compunti, come per un compito assegnato.

La meta della quotidiana passeggiata era un pietrone oltre la Barriera, dove il viale, svoltando ancora una volta dopo Sant'Agnese e restringendosi un poco, declina verso la vallata dell'Aniene. Ogni giorno, seduti su quel pietrone, si riposavano della lunga e lenta camminata per una mezz'oretta, il signor Porrella guardando il ponte fosco e certamente pensando che di là erano passati gli antichi romani; la signora Porrella seguendo con gli occhi qualche vecchia cercatrice d'insalata tra l'erba del declivio lungo il corso del fiume, che appare Il sotto per un breve tratto dopo il ponte; o guardandosi le mani e rigirandosi Pian piano gli anelli attorno alle tozze dita.

Anche quel giorno vollero arrivare alla meta, non ostante che il fiume per le abbondanti piogge recenti fosse in piena e straripato minacciosamente sul declivio quasi fin sotto a quel loro pietrone; e non ostante che, seduto su questo, come se stesse ad aspettarli, scorgessero da lontano il loro coinquilino Nicola Petix: tutto aggruppato e raccolto in sè come un grosso gufo.

Si fermarono, scorgendolo, contrariati e perplessi per un istante, se andare a sedere altrove o tornare indietro. Ma quello stesso avvertimento di contrarietà e di diffidenza li spinse appunto ad accostarsi, perché sembrò loro irragionevole ammettere che la presenza invisa di quell'uomo e anche l'intenzione che pareva in lui evidente d'esser venuto lì per essi potessero rappresentare qualcosa di così grave, da rinunziare a quella sosta consueta, di cui la pregnante specialmente aveva bisogno.

Petix non disse nulla; e tutto si svolse in un attimo, quasi quietamente. Come la donna s'accostò al pietrone per mettervisi a sedere egli la afferrò per un braccio e la trasse con uno strappo fino all'orlo delle acque straripate; la le diede uno spintone e la mandò ad annegare nel fiume.

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Ultimo aggiornamento: 29 gennaio 2011