Luigi Pirandello

III – La rallegrata

Edizione di riferimento

Luigi Pirandello Novelle per un anno, a cura di Mario Costanzo, Premessa di Giovanni Macchia, I Meridiani vol. I, Arnoldo Mondadori editore, Milano1985

031  –  LA RALLEGRATA

032  –  CANTA L’EPISTOLA

033  –  SOLE E OMBRA

034  –  L’AVEMARIA DI BOBBIO

035  –  L’IMBECILLE

036  –  SUA MAESTÀ

037  –  I TRE PENSIERI DELLA SBIOBBINA

038  –  SOPRA E SOTTO

039  –  UN «GOJ»

040  –  LA PATENTE

041  –  NOTTE

042  –  O DI UNO O DI NESSUNO

043  –  NENIA

044  –  NENÉ E NINÌ

045  –  «REQUIEM AETERNAM DONA EIS, DOMINE!»

031  –  LA RALLEGRATA

Appena il capostalla se n’andò, bestemmiando più del solito, Fofo si volse a Nero, suo compagno di mangiatoja, nuovo arrivato, e sospirò:

– Ho capito! Gualdrappe, fiocchi e pennacchi. Cominci bene, caro mio! Oggi è di prima classe.

Nero voltò la testa dall’altra parte. Non sbruffò, perché era un cavallo bene educato. Ma non voleva dar confidenza a quel Fofo.

Veniva da una scuderia principesca, lui, dove uno si poteva specchiare nei muri: greppie di faggio a ogni posta, campanelle di ottone, battifianchi imbottiti di cuojo e colonnini col pomo lucente.

Mah!

Il giovane principe, tutto dedito ora a quelle carrozze strepitose, che fanno – pazienza, puzzo – ma anche fumo di dietro e scappano sole, non contento che già tre volte gli avessero fatto correre il rischio di rompersi il collo, subito appena colpita di paralisi la vecchia principessa (che di quelle diavole là, oh benedetta!, non aveva voluto mai saperne), s’era affrettato a disfarsi, tanto di lui, quanto di Corbino, gli ultimi rimasti nella scuderia, per il placido landò della madre.

Povero Corbino, chi sa dov’era andato a finire, dopo tant’anni d’onorato servizio!

Il buon Giuseppe, il vecchio cocchiere, aveva loro promesso che, andando a baciar la mano con gli altri vecchi servi fidati alla principessa, relegata ormai per sempre in una poltrona, avrebbe interceduto per essi.

Ma che! Dal modo con cui il buon vecchio, ritornato poco dopo, li aveva accarezzati al collo e sui fianchi, subito l’uno e l’altro avevano capito che ogni speranza era perduta e la loro sorte decisa. Sarebbero stati venduti.

E difatti...

Nero non comprendeva ancora, dove fosse capitato. Male, proprio male, no. Certo, non era la scuderia della principessa. Ma una buona scuderia era anche questa. Più di venti cavalli, tutti mori e tutti anzianotti, ma di bella presenza, dignitosi e pieni di gravità. Oh, per gravità, forse ne avevano anche troppa!

Che anch’essi comprendessero bene l’ufficio a cui erano addetti, Nero dubitava. Gli pareva che tutti quanti, anzi, stessero di continuo a pensarci, senza tuttavia venirne a capo. Quel dondolio lento di code prolisse, quel raspare di zoccoli, di tratto in tratto, certo erano di cavalli cogitabondi.

Solo quel Fofo era sicuro, sicurissimo d’aver capito bene ogni cosa.

Bestia volgare e presuntuosa!

Brocco di reggimento, scartato dopo tre anni di servizio, perché – a suo dire – un tanghero di cavalleggero abruzzese lo aveva sgroppato, non faceva che parlare e parlare.

Nero, col cuore ancor pieno di rimpianto per il suo vecchio amico, non poteva soffrirlo. Più di tutto lo urtava quel tratto confidenziale, e poi la continua maldicenza sui compagni di stalla.

Dio, che lingua!

Di venti, non se ne salvava uno! Questo era così, quello cosà.

«La coda... guardami là, per piacere, se quella è una coda! se quello è un modo di muovere la coda! Che brio, eh?

«Cavallo da medico, te lo dico io.

«E là, là, guardami là quel bel truttrù calabrese, come crolla con grazia le orecchie di porco. E che bel ciuffo! e che bella barbozza! Brioso anche lui, non ti pare?

«Ogni tanto si sogna di non esser castrone, e vuol fare all’amore con quella cavalla là, tre poste a destra, la vedi? con la testa di vecchia, bassa davanti e la pancia fin a terra.

«Ma quella è una cavalla? Quella è una vacca, te lo dico io. E se sapessi come la va con passo di scuola! Pare che si scotti gli zoccoli, toccando terra. Eppure, certe saponate, amico mio! Già, perché è di bocca fresca. Deve ancor pareggiare i cantoni, figùrati!»

Invano Nero dimostrava in tutti i modi a quel Fofo di non volergli dare ascolto. Fofo imperversava sempre più.

Per fargli dispetto.

«Sai dove siamo noi? Siamo in un ufficio di spedizione. Ce n’è di tante specie. Questo è detto delle pompe funebri.

«Pompa funebre sai che vuol dire? Vuol dire tirare un carro nero di forma curiosa, alto, con quattro colonnini che reggono il cielo, tutto adorno di balze e paramenti e dorature. Insomma, un bel carrozzone di lusso. Ma roba sprecata, non credere! Tutta roba sprecata, perché dentro vedrai che non ci sale mai nessuno.

«Solo il cocchiere, serio serio, in serpe.

«E si va piano, sempre di passo. Ah, non c’è pericolo che tu sudi e ti strofinino al ritorno, né che il cocchiere ti dia mai una frustata o ti solleciti in qualche altro modo!

«Piano – piano – piano.

«Dove devi arrivare, arrivi sempre a tempo.

«E quel carro lì – io l’ho capito bene – dev’essere per gli uomini oggetto di particolare venerazione.

«Nessuno, come t’ho detto, ardisce montarci sopra; e tutti, appena lo vedono fermo davanti a una casa, restano a mirarlo con certi visi lunghi spauriti; e certi gli vengono attorno coi ceri accesi; e poi appena cominciamo a muoverci, tanti dietro, zitti zitti, lo accompagnano.

«Spesso, anche, davanti a noi, c’è la banda. Una banda, caro mio, che ti suona una certa musica, da far cascare a terra le budella.

«Tu, ascolta bene, tu hai il vizio di sbruffare e di muover troppo la testa. Ebbene, codesti vizii te li devi levare. Se sbruffi per nulla, figuriamoci che sarà quando ascolterai quella musica!

«Il nostro è un servizio piano, non si nega; ma vuole compostezza e solennità. Niente sbruffi, niente beccheggio. È già troppo, che ti concedano di dondolar la coda, appena appena.

«Perché il carro che noi tiriamo, torno a dirtelo, è molto rispettato. Vedrai che tutti, come ci vedono passare, si levano il cappello.

«Sai come ho capito, che si debba trattare di spedizione? L’ho capito da questo.

«Circa due anni fa, me ne stavo fermo, con uno de’ nostri carri a padiglione, davanti alla gran cancellata che è la nostra mèta costante.

«La vedrai, questa gran cancellata! Ci sono dietro tanti alberi neri, a punta, che se ne vanno dritti dritti in due file interminabili, lasciando di qua e di là certi bei prati verdi, con tanta buon’erba grassa, sprecata anche quella, perché guai se, passando, ci allunghi le labbra.

«Basta. Me ne stavo lì fermo, allorché mi s’accostò un povero mio antico compagno di servizio al reggimento, ridotto assai male: a tirare, figurati, un traino ferrato, di quei lunghi, bassi e senza molle.

«Dice:

«– Mi vedi? Ah, Fofo, non ne posso proprio più!

«– Che servizio? – gli domando io.

«E lui:

«– Trasporto casse, tutto il giorno, da un ufficio di spedizione alla dogana.

«– Casse? – dico io. – Che casse?

«– Pesanti! – fa lui. – Casse piene di roba da spedire.

«Fu per me una rivelazione.

«Perché devi sapere, che una certa cassa lunga lunga, la trasportiamo anche noi. La introducono pian piano (tutto, sempre, pian piano) entro il nostro carro, dalla parte di dietro; e mentre si fa quest’operazione, la gente attorno si scopre il capo e sta a mirare sbigottita. Chi sa perché! Ma certo, se traffichiamo di casse anche noi, deve trattarsi di spedizione, non ti pare?

«Che diavolo contiene quella cassa? Pesa oh, non credere! Fortuna, che ne trasportiamo sempre una alla volta.

«Roba da spedire, certo. Ma che roba, non lo so. Pare di gran conto, perché la spedizione avviene con molta pompa e molto accompagnamento.

«A un certo punto, di solito (non sempre), ci fermiamo davanti a un fabbricato maestoso, che forse sarà l’ufficio di dogana per le spedizioni nostre. Dal portone si fanno avanti certi uomini parati con una sottana nera e la camicia di fuori (che saranno, suppongo, i doganieri); la cassa è tratta dal carro; tutti di nuovo si scoprono il capo; e quelli segnano sulla cassa il lasciapassare.

«Dove vada tutta questa roba preziosa, che noi spediamo – questo, vedi – non sono riuscito ancora a capirlo. Ma ho un certo dubbio, che non lo capiscano bene neanche gli uomini; e mi consolo.

«Veramente, la magnificenza delle casse e la solennità della pompa potrebbero far supporre, che qualche cosa gli uomini debbano sapere su queste loro spedizioni. Ma li vedo troppo incerti e sbigottiti. E dalla lunga consuetudine, che ormai ho con essi, ho ricavato questa esperienza: che tante cose fanno gli uomini, caro mio, senza punto sapere perché le facciano!»

Come Fofo, quella mattina, alle bestemmie del capostalla s’era figurato: gualdrappe, fiocchi e pennacchi. Tir’a quattro. Era proprio di prima classe.

«Hai visto? Te lo dicevo io?»

Nero si trovò attaccato con Fofo al timone. E Fofo, naturalmente, seguitò a seccarlo con le sue eterne spiegazioni.

Ma era seccato anche lui, quella mattina, della soperchieria del capostalla, che nei tiri a quattro lo attaccava sempre al timone e mai alla bilancia.

«Che cane! Perché, tu intendi bene, questi due, qua davanti a noi, sono per comparsa. Che tirano? Non tirano un corno! Tiriamo noi. Si va tanto piano! Ora si fanno una bella passeggiatina per sgranchirsi le gambe, parati di gala. E guarda un po’ che razza di bestie mi tocca di vedermi preferire! Le riconosci?»

Erano quei due mori che Fofo aveva qualificati cavallo da medico e truttrù calabrese.

«Codesto calabresaccio! Ce l’hai davanti tu, per fortuna! Sentirai, caro; t’accorgerai che di porco non ha soltanto le orecchie, e ringrazierai il capostalla, che lo protegge e gli dà doppia profenda. Ci vuol fortuna a questo mondo, non sbruffare. Cominci fin d’adesso? Quieto con la testa! Ih, se fai così, oggi caro mio, a furia di strappate di briglia, tu farai sangue dalla bocca, te lo dico io. Ci sono i discorsi, oggi. Vedrai che allegria! Un discorso, due discorsi, tre discorsi... M’è capitato il caso d’una prima classe anche con cinque discorsi! Roba da impazzire. Tre ore di fermo, con tutte queste galanterie addosso che ti levano il respiro: le gambe impastoiate, la coda imprigionata, le orecchie tra due fori. Allegro, con le mosche che ti mangiano sotto la coda! Che sono i discorsi? Mah! Ci capisco poco, dico la verità. Queste di prima classe, debbono essere spedizioni molto complicate. E forse, con quei discorsi, fanno la spiega. Una non basta, e ne fanno due; non bastano due, e ne fanno tre. Arrivano a farne fino a cinque, come t’ho detto: mi ci son trovato io, che mi veniva di sparar calci, caro mio, a dritta e a manca, e poi di mettermi a rotolar per terra come un matto. Forse oggi sarà lo stesso. Gran gala! Hai visto il cocchiere, come s’è parato anche lui? E ci sono anche i famigli, i torcieri. Di’, tu sei sitoso?»

«Non capisco.»

«Via, pigli ombra facilmente? Perché vedrai che tra poco, i ceri accesi te li metteranno proprio sotto il naso... Piano, uh... piano! che ti piglia? Vedi? Una prima strappata... T’ha fatto male? Eh, ne avrai di molte tu oggi, te lo dico io. Ma che fai? sei matto? Non allungare il collo così! (Bravo, cocco, nuoti? giochi alla morra?). Sta’ fermo... Ah sì? Pigliati quest’altre... Ohé, dico bada, fai strappar la bocca anche a me! Ma questo è matto! Dio, Dio, quest’è matto davvero! Ansa, rigna, annitrisce, fa ciambella, che cos’è? Guarda che rallegrata! È matto! è matto! fa la rallegrata, tirando un carro di prima classe!»

Nero difatti pareva impazzito davvero: ansava, nitriva, scalpitava, fremeva tutto. In fretta in furia, giù dal carro dovettero precipitarsi i famigli a trattenerlo davanti al portone del palazzo, ove dovevano fermarsi, tra una gran calca di signori incamatiti, in abito lungo e cappello a staio.

– Che avviene? – si gridava da ogni parte. – Uh, guarda, s’impenna un cavallo del carro mortuario!

E tutta la gente, in gran confusione, si fece intorno al carro, curiosa, meravigliata scandalizzata. I famigli non riuscivano ancora a tener fermo Nero. Il cocchiere s’era levato in piedi e tirava furiosamente le briglie. Invano. Nero seguitava a zampare, a nitrire, friggeva, con la testa volta verso il portone del palazzo.

Si quietò, solo quando sopravvenne da quel portone un vecchio servitore in livrea il quale, scostati i famigli, lo prese per la briglia, e subito, riconosciutolo, si diede a esclamare con le lagrime agli occhi:

– Ma è Nero! è Nero! Ah, povero Nero, sicuro che fa così! Il cavallo della signora! il cavallo della povera principessa! Ha riconosciuto il palazzo, sente l’odore della sua scuderia! Povero Nero, povero Nero... buono, buono... sì, vedi? sono io, il tuo vecchio Giuseppe. Sta’ buono, sì... Povero Nero, tocca a te di portartela, vedi? la tua padrona. Tocca a te, poverino, che ti ricordi ancora. Sarà contenta lei d’essere trasportata da te per l’ultima volta.

Si voltò poi al cocchiere, che, imbestialito per la cattiva figura che la Casa di pompe faceva davanti a tutti quei signori, seguitava a tirar furiosamente le briglie, minacciando frustate, e gli gridò:

– Basta! Smettila! Lo reggo qua io. È manso come una pecora. Mettiti a sedere. Lo guiderò io per tutto il tragitto. Andremo insieme, eh Nero? a lasciar la nostra buona signora. Pian piano, al solito, eh? E tu starai buono, per non farle male, povero vecchio Nero, che ti ricordi ancora. L’hanno già chiusa nella cassa; ora la portano giù.

Fofo, che dall’altra parte del timone se ne stava a sentire, a questo punto domandò, stupito:

«Dentro la cassa, la tua padrona?»

Nero gli sparò un calcio di traverso.

Ma Fofo era troppo assorto nella nuova rivelazione, per aversene a male.

«Ah, dunque, noi,» seguitò a dir tra sé, «ah, dunque, noi... guarda, guarda... lo volevo dire io... Questo vecchio piange; tant’altri ho visto piangere, altre volte... e tanti visi sbigottiti... e quella musica languida. Capisco tutto, adesso, capisco tutto.. Per questo il nostro servizio è così piano! Solo quando gli uomini piangono, possiamo stare allegri e andar riposati nojaltri...»

E gli venne la tentazione di fare una rallegrata anche lui.

032  –  CANTA L’EPISTOLA 

– Avevate preso gli Ordini?

– Tutti no. Fino al Suddiaconato.

– Ah, suddiacono. E che fa il suddiacono? 

– Canta l’Epistola; regge il libro al diacono mentre canta il Vangelo; amministra i vasi della Messa; tiene la patena avvolta nel velo in tempo del Canone.

– Ah, dunque voi cantavate il Vangelo? 

– Nossignore. Il Vangelo lo canta il diacono; il suddiacono canta l’Epistola.

– E voi allora cantavate l’Epistola?

– Io? proprio io? Il suddiacono.

– Canta l’Epistola?

– Canta l’Epistola.

Che c’era da ridere in tutto questo?

Eppure, nella piazza aerea del paese, tutta frusciante di foglie secche, che s’oscurava e rischiarava a una rapida vicenda di nuvole e di sole, il vecchio dottor Fanti, rivolgendo quelle domande a Tommasino Unzio uscito or ora dal seminario senza più tonaca per aver perduto la fede, aveva composto la faccia caprigna a una tale aria, che tutti gli sfaccendati del paese, seduti in giro innanzi alla Farmacia dell’Ospedale, parte storcendosi e parte turandosi la bocca, s’erano tenuti a stento di ridere.

Le risa erano prorotte squacquerate, appena andato via Tommasino inseguito da tutte quelle foglie secche, poi l’uno aveva preso a domandare all’altro: 

– Canta l’Epistola?

E l’altro a rispondere: 

– Canta l’Epistola.

E così a Tommasino Unzio, uscito suddiacono dal seminario senza più tonaca, per aver perduto la fede, era stato appiccicato il nomignolo di Canta l’Epistola.

La fede si può perdere per centomila ragioni; e, in generale, chi perde la fede è convinto, almeno nel primo momento, di aver fatto in cambio qualche guadagno; non foss’altro, quello della libertà di fare e dire certe cose che, prima, con la fede non riteneva compatibili.

Quando però cagione della perdita non sia la violenza di appetiti terreni, ma sete d’anima che non riesca più a saziarsi nel calice dell’altare e nel fonte dell’acqua benedetta, difficilmente chi perde la fede è convinto d’aver guadagnato in cambio qualche cosa. Tutt’al più, lì per lì, non si lagna della perdita, in quanto riconosce d’aver perduto in fine una cosa che non aveva più per lui alcun valore.

Tommasino Anzio, con la fede, aveva poi perduto tutto, anche l’unico stato che il padre gli potesse dare, mercé un lascito condizionato d’un vecchio zio sacerdote. Il padre, inoltre, non s’era tenuto di prenderlo a schiaffi, a calci, e di lasciarlo parecchi giorni a pane e acqua, e di scagliargli in faccia ogni sorta di ingiurie e di vituperii. Ma Tommasino aveva sopportato tutto con dura e pallida fermezza, e aspettato che il padre si convincesse non esser quelli propriamente i mezzi più acconci per fargli ritornar la fede e la vocazione.

Non gli aveva fatto tanto male la violenza, quanto la volgarità dell’atto così contrario alla ragione per cui s’era spogliato dell’abito sacerdotale.

Ma d’altra parte aveva compreso che le sue guance, le sue spalle, il suo stomaco dovevano offrire uno sfogo al padre per il dolore che sentiva anche lui, cocentissimo, della sua vita irreparabilmente crollata e rimasta come un ingombro lì per casa.

Volle però dimostrare a tutti che non s’era spretato per voglia di mettersi «a fare il porco» come il padre pulitamente era andato sbandendo per tutto il paese. Si chiuse in sé, e non uscì più dalla sua cameretta, se non per qualche passeggiata solitaria o su per i boschi di castagni, fino al Pian della Britta, o giù per la carraia a valle, tra i campi, fino alla chiesetta abbandonata di Santa Maria di Loreto, sempre assorto in meditazioni e senza mai alzar gli occhi in volto a nessuno.

È vero intanto che il corpo, anche quando lo spirito si fissi in un dolore profondo o in una tenace ostinazione ambiziosa, spesso lascia lo spirito così fissato e, zitto zitto, senza dirgliene nulla, si mette a vivere per conto suo, a godere della buon’aria e dei cibi sani.

Avvenne così a Tommasino di ritrovarsi in breve e quasi per ischerno, mentre lo spirito gli s’immalinconiva e s’assottigliava sempre più nelle disperate meditazioni, con un corpo ben pasciuto e florido, da padre abate.

Altro che Tommasino, adesso! Tommasone Canta l’Epistola. Ciascuno, a guardarlo, avrebbe dato ragione al padre. Ma si sapeva in paese come il povero giovine vivesse; e nessuna donna poteva dire d’essere stata guardata da lui, fosse pur di sfuggita.

Non aver più coscienza d’essere, come una pietra, come una pianta; non ricordarsi più neanche del proprio nome; vivere per vivere, senza saper di vivere, come le bestie, come le piante; senza più affetti, né desiderii, né memorie, né pensieri, senza più nulla che désse senso e valore alla propria vita. Ecco: sdrajato lì su l’erba, con le mani intrecciate dietro la nuca, guardare nel cielo azzurro le bianche nuvole abbarbaglianti, gonfie di sole; udire il vento che faceva nei castagni del bosco come un fragor di mare, e nella voce di quel vento e in quel fragore sentire, come da un’infinita lontananza, la vanità d’ogni cosa e il tedio angoscioso della vita.

Nuvole e vento.

Eh, ma era già tutto avvertire e riconoscere che quelle che veleggiavano luminose per la sterminata azzurra vacuità erano nuvole. Sa forse d’essere la nuvola? Né sapevan di lei l’albero e le pietre, che ignoravano anche se stessi.

E lui, avvertendo e riconoscendo le nuvole, poteva anche – perché no? – pensare alla vicenda dell’acqua, che divien nuvola per ridivenir poi acqua di nuovo. E a spiegar questa vicenda bastava un povero professoruccio di fisica; ma a spiegare il perché del perché?

Su nel bosco dei castagni, picchi d’accetta; giù nella cava, picchi di piccone.

Mutilare la montagna; atterrare gli alberi, per costruire case. Lì, in quel borgo montano, altre case. Stenti, affanni, fatiche e pene d’ogni sorta, perché? per arrivare a un comignolo e per fare uscir poi da questo comignolo un po’ di fumo, subito disperso nella vanità dello spazio.

E come quel fumo, ogni pensiero, ogni memoria degli uomini.

Ma davanti all’ampio spettacolo della natura, a quell’immenso piano verde di querci e d’ulivi e di castagni, digradante dalle falde del Cimino fino alla valle tiberina laggiù laggiù, sentiva a poco a poco rasserenarsi in una blanda smemorata mestizia.

Tutte le illusioni e tutti i disinganni e i dolori e le gioie e le speranze e i desiderii degli uomini gli apparivano vani e transitorii di fronte al sentimento che spirava dalle cose che restano e sopravanzano ad essi, impassibili. Quasi vicende di nuvole gli apparivano nell’eternità della natura i singoli fatti degli uomini. Bastava guardare quegli alti monti di là dalla valle tiberina, lontani lontani, sfumanti all’orizzonte, lievi e quasi aerei nel tramonto.

Oh ambizioni degli uomini! Che grida di vittoria, perché l’uomo s’era messo a volare come un uccellino! Ma ecco qua un uccellino come vola: è la facilità più schietta e lieve, che s’accompagna spontanea a un trillo di gioia. Pensare adesso al goffo apparecchio rombante, e allo sgomento, all’ansia, all’angoscia mortale dell’uomo che vuoi fare l’uccellino! Qua un frullo e un trillo; là un motore strepitoso e puzzolente, e la morte davanti. Il motore si guasta, il motore s’arresta; addio uccellino!

– Uomo, – diceva Tommasino Unzio lì sdraiato sull’erba, – lascia di volare. Perché vuoi volare? E quando hai volato?

D’un tratto, come una raffica, corse per tutto il paese una notizia che sbalordì tutti: Tommasino Unzio, Canta l’Epistola, era stato prima schiaffeggiato e poi sfidato a duello dal tenente De Venera, comandante il distaccamento, perché, senza voler dare alcuna spiegazione, aveva confermato d’aver detto: – Stupida! – in faccia alla signorina Olga Fanelli, fidanzata del tenente, la sera avanti, lungo la via di campagna che conduce alla chiesetta di Santa Maria di Loreto.

Era uno sbalordimento misto d’ilarità, che pareva s’appigliasse a un’interrogazione su questo o quel dato della notizia, per non precipitare di botto nell’incredulità.

– Tommasino? – Sfidato a duello? – Stupida, alla signorina Fanelli? – Confermato? – Senza spiegazioni? – E ha accettato la sfida?

– Eh, perdio, schiaffeggiato!

– E si batterà?

– Domani, alla pistola.

– Col tenente De Venera alla pistola?

– Alla pistola.

E dunque il motivo doveva esser gravissimo. Pareva a tutti non si potesse mettere in dubbio una furiosa passione tenuta finora segreta. E forse le aveva gridato in faccia «Stupida!» perché ella, invece di lui, amava il tenente De Venera. Era chiaro! E veramente tutti in paese giudicavano che soltanto una stupida si potesse innamorare di quel ridicolissimo De Venera. Ma non lo poteva credere lui, naturalmente, il De Venera; e perciò aveva preteso una spiegazione.

Dal canto suo, però, la signorina Olga Fanelli giurava e spergiurava con le lagrime agli occhi che non poteva esser quella la ragione dell’ingiuria, perché ella non aveva veduto se non due o tre volte quel giovine, il quale del resto non aveva mai neppure alzato gli occhi a guardarla; e mai e poi mai, neppure per un minimo segno, le aveva dato a vedere di covar per lei quella furiosa passione segreta, che tutti dicevano. Ma che! no! non quella: qualche altra ragione doveva esserci sotto! Ma quale? Per niente non si grida: – Stupida! – in faccia a una signorina.

Se tutti, e in ispecie il padre e la madre, i due padrini, il De Venera e la signorina stessa si struggevano di saper la vera ragione dell’ingiuria; più di tutti si struggeva Tommasino di non poterla dire, sicuro com’era che, se l’avesse detta, nessuno la avrebbe creduta, e che anzi a tutti sarebbe sembrato che egli volesse aggiungere a un segreto inconfessabile l’irrisione.

Chi avrebbe infatti creduto che lui, Tommasino Unzio, da qualche tempo in qua, nella crescente e sempre più profonda sua melanconia, si fosse preso d’una tenerissima pietà per tutte le cose che nascono alla vita e vi durano alcun poco, senza saper perché, in attesa del deperimento e della morte? Quanto più labili e tenui e quasi inconsistenti le forme di vita, tanto più lo intenerivano, fino alle lagrime talvolta. Oh! in quanti modi si nasceva, e per una volta sola, e in quella data forma, unica, perché mai due forme non erano uguali, e così per poco tempo, per un giorno solo talvolta, e in un piccolissimo spazio, avendo tutt’intorno, ignoto, l’enorme mondo, la vacuità enorme e impenetrabile del mistero dell’esistenza. Formichetta, si nasceva, e moscerino, e filo d’erba. Una formichetta, nel mondo! nel mondo, un moscerino, un filo d’erba. Il filo d’erba nasceva, cresceva, fioriva, appassiva; e via per sempre; mai più, quello; mai più!

Ora, da circa un mese, egli aveva seguito giorno per giorno la breve storia d’un filo d’erba appunto: d’un filo d’erba tra due grigi macigni tigrati di mosco, dietro la chiesetta abbandonata di Santa Maria di Loreto.

Lo aveva seguito, quasi con tenerezza materna, nel crescer lento tra altri più bassi che gli stavano attorno, e lo aveva veduto sorgere dapprima timido, nella sua tremula esilità, oltre i due macigni ingrommati, quasi avesse paura e insieme curiosità d’ammirar lo spettacolo che si spalancava sotto, della verde, sconfinata pianura; poi, su, su, sempre più alto, ardito, baldanzoso, con un pennacchietto rossigno in cima, come una cresta di galletto.

E ogni giorno, per una o due ore, contemplandolo e vivendone la vita, aveva con esso tentennato a ogni più lieve alito d’aria; trepidando era accorso in qualche giorno di forte vento, o per paura di non arrivare a tempo a proteggerlo da una greggiola di capre, che ogni giorno, alla stess’ora, passava dietro la chiesetta e spesso s’indugiava un po’ a strappare tra i macigni qualche ciuffo d’erba. Finora, così il vento come le capre avevano rispettato quel filo d’erba. E la gioia di Tommasino nel ritrovarlo intatto lì, col suo spavaldo pennacchietto in cima, era ineffabile. Lo carezzava, lo lisciava con due dita delicatissime, quasi lo custodiva con l’anima e col fiato; e, nel lasciarlo, la sera, lo affidava alle prime stelle che spuntavano nel cielo crepuscolare, perché con tutte le altre lo vegliassero durante la notte. E proprio, con gli occhi della mente, da lontano, vedeva quel suo filo d’erba, tra i due macigni, sotto le stelle fitte fitte, sfavillanti nel cielo nero, che lo vegliavano.

Ebbene, quel giorno, venendo alla solita ora per vivere un’ora con quel suo filo d’erba, quand’era già a pochi passi dalla chiesetta, aveva scorto dietro a questa, seduta su uno di quei due macigni, la signorina Olga Fanelli, che forse stava lì a riposarsi un po’, prima di riprendere il cammino.

Si era fermato, non osando avvicinarsi, per aspettare ch’ella, riposatasi, gli lasciasse il posto. E difatti, poco dopo, la signorina era sorta in piedi, forse seccata di vedersi spiata da lui: s’era guardata un po’ attorno: poi, distrattamente, allungando la mano, aveva strappato giusto quel filo d’erba e se l’era messo tra i denti col pennacchietto ciondolante.

Tommasino Unzio s’era sentito strappar l’anima, e irresistibilmente le aveva gridato: – Stupida! – quand’ella gli era passata davanti, con quel gambo in bocca.

Ora, poteva egli confessare d’avere ingiuriato così quella signorina per un filo d’erba?

E il tenente De Venera lo aveva schiaffeggiato.

Tommasino era stanco dell’inutile vita, stanco dell’ingombro di quella sua stupida carne, stanco della baja che tutti gli davano e che sarebbe diventata più acerba e accanita se egli, dopo gli schiaffi, si fosse ricusato di battersi. Accettò la sfida, ma a patto che le condizioni del duello fossero gravissime. Sapeva che il tenente De Venera era un valentissimo tiratore. Ne dava ogni mattina la prova, durante le istruzioni del Tir’a segno. E volle battersi alla pistola, la mattina appresso, all’alba, proprio là, nel recinto del Tir’a segno.

Una palla in petto. La ferita dapprima, non parve tanto grave; poi s’aggravò. La palla aveva forato il polmone. Una gran febbre; il delirio. Quattro giorni e quattro notti di cure disperate.

La signora Unzio, religiosissima, quando i medici alla fine dichiararono che non c’era più nulla da fare, pregò, scongiurò il figliuolo che, almeno prima di morire, volesse ritornare in grazia di Dio. E Tommasino, per contentar la mamma, si piegò a ricevere un confessore.

Quando questo, al letto di morte, gli chiese:

– Ma perché, figliuolo mio? perché?

Tommasino, con gli occhi socchiusi, con voce spenta, tra un sospiro ch’era anche sorriso dolcissimo, gli rispose semplicemente:

– Padre, per un filo d’erba...

E tutti credettero ch’egli fino all’ultimo seguitasse a delirare.

033  –  SOLE E OMBRA

I

Tra i rami degli alberi che formavano quasi un portico verde e lieve al viale lunghissimo attorno alle mura della vecchia città, la luna, comparendo all’improvviso, di sorpresa, pareva dicesse a un uomo d’altissima statura, che, in un’ora così insolita, s’avventurava solo a quel bujo mal sicuro:

«Sì, ma io ti vedo

E come se veramente si vedesse scoperto, l’uomo si fermava e, spalmando le manacce sul petto, esclamava con intensa esasperazione:

– Io, già! io! Ciunna!

Via via, sul suo capo, tutte le foglie allora, frusciando infinitamente, pareva si confidassero quel nome: – «Ciunna... Ciunna...» – come se, conoscendolo da tanti anni, sapessero perché egli, a quell’ora, passeggiava così solo per il pauroso viale. E seguitavano a bisbigliar di lui con mistero e di quel che aveva fatto... ssss... Ciunna! Ciunna!

Lui allora si guardava dietro, nel bujo lungo del viale interrotto qua e là da tante fantasime di luna; chi sa qualcuno... ssss...

Si guardava intorno e, imponendo silenzio a se stesso e alle foglie... ssss... si rimetteva a passeggiare, con le mani afferrate dietro la schiena.

Zitto zitto, duemila e settecento lire. Duemila e settecento lire sottratte alla cassa del magazzino generale dei tabacchi. Dunque reo... ssss... di peculato.

Domani sarebbe arrivato l’ispettore:

«– Ciunna, qui mancano duemila e settecento lire.

«– Sissignore. Me le son prese io, signor Ispettore.

«– Prese? Come?

«– Con due dita, signor Ispettore.

«Ah sì? Bravo Ciunna! Prese come un pizzico di rapè? Le mie congratulazioni, da una parte; dall’altra, se non vi dispiace, favorite in prigione.

«– Ah no, ah mi scusi, signor cavaliere. Mi dispiace anzi moltissimo. Tanto che, se lei permette, guardi: domani Ciunna se ne scenderà in carrozza giù alla Marina. Con le due medaglie del Sessanta sul petto e un bel ciondolo di dieci chili legato al collo come un abitino, si butterà a mare, signor cavaliere. La morte è brutta; ha le gambe secche; ma Ciunna, dopo sessantadue anni di vita intemerata, in prigione non ci va.»

Da quindici giorni, questi strambi soliloquii dialogati, con accompagnamento di gesti vivacissimi. E, come tra i rami la luna, facevan capolino in questi soliloquii un po’ tutti i suoi conoscenti, che eran soliti di pigliarselo a godere per la comica stranezza del carattere e il modo di parlare.

«Per te, Niccolino!» seguitava infatti il Ciunna, rivolgendosi mentalmente al figliuolo. – Per te ho rubato! Ma non credere che ne sia pentito. Quattro bambini, signore Iddio, quattro bambini in mezzo alla strada! E tua moglie, Niccolino, che fa? Niente, ride incinta di nuovo. Quattro e uno, cinque. Benedetta! Prolifica, figliuolo mio, prolifica; popola di piccoli Ciunna il paese! Visto che la miseria non ti concede altra soddisfazione, prolifica, figliuolo! I pesci, che domani si mangeranno tuo papà, avranno poi l’obbligo di dar da mangiare a te e alla numerosa tua figliolanza. Paranze della Marina, un carico di pesci ogni giorno per i miei nipotini!»

Quest’obbligo dei pesci gli sovveniva adesso; perché, fino a pochi giorni addietro, s’era invece esortato così:

«Veleno! veleno! la meglio morte! Una pilloletta, e buona notte!»

E s’era procurato, per mezzo dell’inserviente dell’Istituto chimico, alcuni pezzetti cristallini d’anidride arseniosa. Con quei pezzetti in tasca, era anzi andato a confessarsi.

«Morire, sta bene; ma in grazia di Dio.»

Col veleno intanto, no! – soggiungeva adesso. – Troppi spasimi. L’uomo è vile; grida aiuto; e se mi salvano? No no, lì, meglio: a mare. Le medaglie, sul petto; il ciondolino al collo e patapùmfete. Poi: tanto di pancia. Signori, un garibaldino galleggiante: cetaceo di nuova specie! Di’ su, Ciunna, che c’è in mare? Pesciolini, Ciunna, che hanno fame, come i tuoi nipotini in terra, come gli uccellini in cielo.

Avrebbe fissato la vettura per il domani. Alle sette del mattino, col frescolino, in via; un’oretta per scendere alla Marina; e, alle otto e mezzo, addio Ciunna!

Intanto, proseguendo per il viale, formulava la lettera da lasciare. A chi indirizzarla? Alla moglie, povera vecchia, o al figliuolo, o a qualche amico? No: al largo gli amici! Chi lo aveva aiutato? Per dir la verità, non aveva chiesto aiuto a nessuno; ma perché sapeva in precedenza che nessuno avrebbe avuto pietà di lui. E la prova eccola qua: tutto il paese lo vedeva da quindici giorni andar per via come una mosca senza capo: ebbene, neppure un cane s’era fermato per domandargli: – Ciunna, che hai?

II

Svegliato, la mattina dopo, dalla serva alle sette in punto, si stupì d’aver dormito saporitamente tutta la notte.

– C’è già la carrozza?

– Sissignore, è giù che aspetta.

– Eccomi pronto! Ma, oh, le scarpe, Rosa! Aspetta: apro l’uscio.

Nello scendere dal letto per prendere le scarpe, altro stupore: aveva lasciato al solito, la sera avanti, le scarpe fuori dell’uscio, perché la serva le ripulisse. Come se gli avesse importato d’andarsene all’altro mondo con le scarpe pulite.

Terzo stupore innanzi all’armadio, dal quale si recò per trarne l’abito, che era solito indossare nelle gite, per risparmiar l’altro, il cittadino, un po’ più nuovo, o meno vecchio.

– E per chi lo risparmio adesso?

Insomma, tutto come se lui stesso in fondo non credesse ancora che tra poco si sarebbe ucciso. Il sonno... le scarpe... l’abito... Ed ecco qua, ora sta a lavarsi la faccia; e ora si fa davanti allo specchio, al solito, per annodarsi con cura la cravatta.

«Ma che scherzo?»

No. La lettera. Dove l’aveva messa? Qua, nel cassetto del comodino. Eccola!

Lesse l’intestazione: «Per Niccolino».

«Dove la metto?»

Pensò di metterla sul guanciale del letto, proprio nel posto in cui aveva posato la testa per l’ultima volta.

«Qua la vedranno meglio.»

Sapeva che la moglie e la serva non entravano mai prima di mezzogiorno a rifar la camera.

«A mezzogiorno saran più di tre ore...»

Non terminò la frase; volse in giro uno sguardo, come per salutar le cose che lasciava per sempre; scorse al capezzale il vecchio crocifisso d’avorio ingiallito, si tolse il cappello e piegò le gambe in atto d’inginocchiarsi.

Ma in fondo ancora non si sentiva neanche sveglio del tutto.

Aveva ancora nel naso e sugli occhi, pesante e saporito, il sonno.

– Dio mio... Dio mio... – disse alla fine, improvvisamente smarrito.

E si strinse forte la fronte con una mano.

Ma poi pensò che giù la carrozza aspettava, e uscì a precipizio.

– Addio, Rosa. Di’ che torno prima di sera.

Traversando in carrozza, di trotto, il paese (quella bestia del vetturino aveva messo le sonagliere ai cavalli come per una festa in campagna), il Ciunna si sentì, all’aria fresca, risvegliar subito l’estro comico che era proprio della sua natura, e immaginò che i sonatori della banda municipale, coi pennacchi svolazzanti degli elmetti, gli corressero dietro, gridando e facendo cenni con le braccia perché si fermasse o andasse più piano, ché gli volevano sonare la marcia funebre. Dietro, così a gambe levate, non potevano.

«Grazie tante! Addio, amici! Ne faccio a meno volentieri! Mi basta questo strepito dei vetri della carrozza, e quest’allegria qua dei sonaglioli!»

Oltrepassate le ultime case, allargò il petto alla vista della campagna che pareva allagata da un biondo mare di massi, su cui sornuotavano qua e là mandorli e olivi.

Vide alla sua destra sbucar da un carrubo una contadina con tre ragazzi; contemplò un tratto il grande albero nano, e pensò: «È come la chioccia che tien sotto i suoi pulcini». Lo salutò con la mano. Era in vena di salutare ogni cosa, per l’ultima volta, ma senz’alcuna afflizione; come se, con la gioia che in quel momento provava, si sentisse compensato di tutto.

La carrozza ora scendeva stentatamente per lo stradone polveroso, più che mai ripido. Salivano e scendevano lunghe file di carretti. Non aveva mai fatto caso al caratteristico abbrigliamento dei muli che tira vano quei carretti. Lo notò adesso, come se quei muli si fossero parati di tutte quelle nappe e quei fiocchi e festelli variopinti per far festa a lui.

A destra, a sinistra, qua e là su i mucchi di brecciame, stavan seduti a riposarsi alcuni mendicanti, storpii o ciechi, che dalla borgata marina salivano alla città sul colle, o da questa scendevano a quella per un soldo o un tozzo di pane promessi per quel tal giorno.

Della vista di costoro s’afflisse, e subito gli saltò in mente di invitarli tutti a salire in carrozza con lui: «Allegri! allegri! Andiamo a buttarci a mare tutti quanti! Una carrozzata di disperati! Su, su, figliuoli! salite salite! La vita è bella e non dobbiamo affliggerla con la nostra vista».

Si trattenne, per non svelare al vetturino lo scopo della gita. Sorrise però di nuovo, immaginando tutti quei mendicanti in carrozza con lui; e, come se veramente li avesse lì, vedendone qualche altro per via, ripeteva tra sé e sé l’invito:

«Vieni anche tu, sali! Ti do viaggio gratis!»

III

Nella borgata marina il Ciunna era noto a tutti.

– Immenso Ciunna! – si sentì infatti chiamare, appena smontato dalla vettura; e si trovò tra le braccia d’un tal Tino Imbrò, suo giovane amico, che gli scoccò due sonori baci, battendogli una mano su la spalla.

– Come va? Come va? Che è venuto a far qui, in questo paesettaccio di piediscalzi?

– Un affaruccio... – rispose il Ciunna sorridendo imbarazzato.

– Questa vettura è a sua disposizione?

– Sì, l’ho presa a nolo!

– Benone. Dunque: vetturino, va’ a staccare! Caro Ciunna, per male che si senta, occhi pallidi, naso pallido, labbra pallide, io la sequestro. Se ha mal di capo, glielo faccio passare; le faccio passare la qualunquissima cosa!

– Grazie, Tino mio, – disse il Ciunna intenerito dalla festosa accoglienza dell’allegro giovinetto. – Guarda, ho davvero un affare molto urgente da sbrigare. Poi bisogna che torni su di fretta. Tra l’altro, non so, forse oggi m’arriva di botto, tra capo e collo, l’ispettore.

– Di domenica ? E poi, come? senza preavviso?

– Ah sì! – replicò il Ciunna. – Vorresti anche il preavviso? Ti piombano addosso quando meno te l’aspetti.

– Non sento ragione, – protestò l’altro. – Oggi è festa, e vogliamo ridere. Io la sequestro. Sono di nuovo scapolo, sa? Mia moglie, poverina, piangeva notte e giorno... «Che hai, carina mia, che hai?» «Voglio mammà! voglio papà!» «O mi piangi per questo? Sciocchina, va’ da mammà, va’ da papà, che ti daranno la bobona, le toserelle belle belle...» Lei che è mio maestro, ho fatto bene?

Rise anche dalla cassetta il vetturino. E allora l’Imbrò:

– Scemo, sei ancora lì? Marche! T’ho detto: Va’ a staccare!

– Aspetta, – disse allora il Ciunna, cavando dalla tasca in petto il portafogli. – Pago avanti.

Ma l’Imbrò gli trattenne il braccio:

– Non sia mai! Pagare e morire, più tardi che si può!

– No: avanti, – insisté il Ciunna. – Devo pagare avanti. Se mi trattengo, sia pure per poco, in questo paese di galantuomini, capirai, c’è pericolo mi rubino finanche le suole delle scarpe, appena alzo il piede per camminare.

– Ecco il mio vecchio maestro! Alfin ti riconosco! Paghi, paghi e andiamo via.

Il Ciunna tentennò lievemente il capo, con un sorriso amaro su le labbra; pagò il vetturino e poi domandò all’Imbrò:

– Dove mi porti? Bada, per una mezzoretta soltanto.

– Lei scherza. La carrozza è pagata: può aspettar fino a sera. Senza no no: ora concerto io la giornata. Vede? ho con me la borsetta: andavo al bagno. Venga con me.

– Ma neanche per idea! – negò energicamente il Ciunna. – Io, il bagno? Altro che bagno, caro mio!

Tino Imbrò lo guardò meravigliato.

– Idrofobia?

– No, senti, – replicò il Ciunna, puntando i piedi come un mulo. – Quando ho detto no, è no. Il bagno, io, se mai, me lo farò più tardi.

– Ma l’ora è questa! – esclamò l’Imbrò. – Un buon bagno, e poi, con tanto d’appetito, di corsa al Leon d’oro: pappatoria e trinchesvàine! Si lasci servire!

– Un festino addirittura. Ma che! Mi fai ridere. Per altro, vedi, sono sprovvisto di tutto: non ho maglia, non ho accappatoio. Penso ancora alla decenza, io.

– Eh via! – esclamò quello, trascinando il Ciunna per un braccio. – Troverà tutto l’occorrente alla rotonda.

Il Ciunna si sottomise alla vivace, affettuosa tirannia del giovanotto.

Chiuso, poco dopo, nel camerino dei Bagni, si lasciò cadere su una seggiola e appoggiò la testa cascante alla parete di tavole, con tutte le membra abbandonate e impressa sul volto una sofferenza quasi rabbiosa.

– Un piccolo assaggio dell’elemento, – mormorò.

Sentì picchiare alle tavole del camerino accanto, e la voce dell’Imbrò:

– Ci siamo? Io sono già in maglia. Tinino dalle belle gambe!

Il Ciunna sorse in piedi:

– Ecco, mi svesto.

Cominciò a svestirsi. Nel trarre dal taschino del panciotto l’orologio, per nasconderlo prudentemente dentro una scarpa, volle guardar l’ora. Erano circa le nove e mezzo, e pensò: «Un’ora guadagnata!». Si mise a scendere la scaletta bagnata, tutto in preda alla sensazione del freddo.

– Giù, giù in acqua! – gli gridò l’Imbrò che già s’era tuffato, e minacciava con una mano di fargli una spruzzata.

– No, no! – gridò a sua volta il Ciunna, tremante e convulso, con quell’angoscia che confonde o rattiene davanti alla mobile, vitrea compattezza dell’acqua marina. – Bada, me ne risalgo! Non sarebbe uno scherzo... non ci resisto... Brrr, com’è fredda! – aggiunse, sfiorando l’acqua con la punta del piede rattratto. Poi, come colpito improvvisamente da un’idea, si tuffò giù tutto sott’acqua.

– Bravissimo! – gridò l’altro appena il Ciunna si rimise in piedi, grondante come una fontana.

– Coraggioso, eh? – disse il Ciunna, passandosi le mani sul capo e su la faccia.

– Sa nuotare?

– No, m’arrabatto.

– Io m’allontano un po’.

L’acqua nel recinto era bassa. Il Ciunna s’accoccolò, tenendosi con un braccio a un palo e battendo leggermente l’acqua con l’altra mano, come se volesse dirle: sta’ bonina! sta’ bonina! a più tardi !

Era veramente un’irrisione atroce, quel bagno: lui, in mutandine, accoccolato e sostenuto dal palo, che se l’intendeva con l’acqua.

Poco dopo però l’Imbrò, rientrando nel recinto e volgendo in giro lo sguardo, non lo ritrovò più. Già risalito? E s’avviava per accertarsene verso la scaletta del camerino, quand’ecco a un tratto, se lo vide springar davanti, dall’acqua, paonazzo in volto, con uno sbruffo strepitoso.

– Ohé! Ma è matto? Che ha fatto? Non sa che così le può scoppiare qualche vena del collo?

– Lascia scoppiare. – fece il Ciunna ansimando, mezz’affogato, con gli occhi fuori dell’orbita.

– Ha bevuto?

– Un poco.

– Ohé, dico, – fece l’Imbrò e con la mano accennò di nuovo il dubbio che il suo vecchio amico fosse impazzito. Lo guardò un po’ gli domandò: – Ha voluto provarsi il fiato o s’è sentito male?

– Provarmi il fiato, – rispose cupo il Ciunna, passandosi di nuovo le mani su i capelli zuppi.

– Dieci con lode al ragazzino! – esclamò l’Imbrò. – Andiamo, via, andiamo a rivestirci! Troppo fredda oggi l’acqua. Tanto, l’appetito già c’è. Ma dica la verità: si sente proprio male?

Il Ciunna s’era messo ad arcoreggiare come un tacchino.

– No, – disse, quand’ebbe finito. – Benone mi sento! È passato! Andiamo, andiamo pure a rivestirci!

– Spaghetti ai vongoli, e glo glo, glo glo... un vinetto! Lasci fare; ci penso io. Regalo dei parenti di mia moglie, buon’anima. Me ne resta ancora un barilotto. Sentirà!

IV

Si levarono di tavola, ch’erano circa le quattro. Il vetturino s’affacciò alla porta della trattoria: – Debbo attaccare?

– Se non te ne vai! – minacciò l’Imbrò acceso in volto, tirandosi con un braccio il Ciunna sul petto e ghermendo con l’altra mano un fiasco vuoto.

Il Ciunna, non meno acceso, si lasciò attirare: sorrise, non replicò; beato come un bambino di quella protezione.

– T’ho detto che prima di sera non si riparte! – riprese l’Imbrò.

– Si sa! Si sa! – approvarono a coro molte voci.

Perché la sala da pranzo s’era riempita d’una ventina d’amici del Ciunna e dell’Imbrò e gli altri avventori della trattoria si erano messi a desinare insieme, formando così una gran tavolata, allegra prima, poi a mano a mano più rumorosa: risa, urli, brindisi per burla, baccano d’inferno.

Tino Imbrò saltò su la seggiola. Una proposta! Tutti quanti a bordo del vapore inglese ancorato nel porto.

– Col capitano siamo peggio che fratelli! È un giovanotto di trent’anni, pieno di barba e di virtù: con certe bottiglie di Gin che non vi dico!

La proposta fu accolta da un turbine di applausi.

Verso le sei, scioltasi la compagnia dopo la visita al vapore, il Ciunna disse all’Imbrò:

– Caro Tinino, è tempo di far via! Non so come ringraziarti.

– A questo non ci pensi, – lo interruppe l’Imbrò. – Pensi piuttosto che ha da attendere ancora all’affaruccio di cui mi parlò stamattina.

– Ah, già, hai ragione, – disse il Ciunna aggrottando le ciglia e cercando con una mano la spalla dell’amico, come se stesse per cadere. – Sì, sì, hai ragione. E dire ch’ero sceso per questo. Bisogna infatti che vada.

– Ma se può farne a meno, – gli osservò l’Imbrò.

– No, – rispose il Ciunna, torvo; e ripeté: – Bisogna che vada. Ho bevuto, ho mangiato, e ora... Addio, Tinino. Non posso farne a meno.

– Vuole che l’accompagni? – domandò questi.

– No! Ah ah, vorresti accompagnarmi? Sarebbe curiosa. No no, grazie, Tinino mio, grazie. Vado solo, da me. Ho bevuto, ho mangiato, e ora... Addio, eh!

– Allora l’aspetto qua, con la carrozza, e ci saluteremo. Faccia presto!

– Prestissimo! prestissimo! Addio, Tinino!

E s’avviò.

L’Imbrò fece una smusata e pensò: «E gli anni! gli anni! Pare impossibile che Ciunna... In fin dei conti, che avrà bevuto?».

Il Ciunna si voltò e, alzando e agitando un dito all’altezza degli occhi che ammiccavano furbescamente, gli disse:

– Tu non mi conosci.

Poi si diresse verso il più lungo braccio del porto, quello di ponente, ancora senza banchina, tutto di scogli rammentati l’uno su l’altro, fra i quali il mare si cacciava con cupi tonfi, seguiti da profondi risucchi. Si reggeva male sulle gambe. Eppure saltava da uno scoglio all’altro, forse con l’intento, non preciso, di scivolare, di rompersi uno stinco, o di ruzzolare, così quasi senza volerlo, in mare. Ansava, sbuffava, scrollava il capo per levarsi dal naso un certo fastidio, che non sapeva se gli venisse dal sudore, dalle lacrime o dalla spruzzaglia delle ondate che si cacciavano tra gli scogli. Quando fu alla punta della scogliera, cascò a sedere, si levò il cappello, serrò gli occhi, la bocca, e gonfiò le gote, quasi per prepararsi a buttar via, con tutto il fiato che aveva in corpo, l’angoscia, la disperazione, la bile che aveva accumulato.

– Auff, vediamo un po’, – disse alla fine, dopo lo sbuffo, riaprendo gli occhi.

Il sole tramontava. Il mare, d’un verde vitreo presso la riva, s’indorava intensamente in tutta la vastità tremula dell’orizzonte. Il cielo era tutto in fiamme, e limpidissima l’aria, nella viva luce, su tutto quel tremolio d’acque incendiate.

– Io là? – domandò il Ciunna poco dopo, guardando il mare, oltre gli ultimi scogli. – Per duemila e settecento lire?

Gli parvero pochissime. Come togliere a quel mare una botte d’acqua.

– Non si ha il diritto di rubare, lo so. Ma è da vedere se non se ne ha il dovere, perdio, quando quattro bambini ti piangono per il pane e tu questo schifoso denaro lo hai tra le mani e lo stai contando. La società non te ne dà il diritto; ma tu, padre, hai il dovere di rubare in simili casi. E io sono due volte padre per quei quattro innocenti là! E se muoio io, come faranno? Per la strada a mendicare? Ah, no, signor Ispettore; la farò piangere io, con me. E se lei, signor Ispettore, ha il cuore duro come questo scoglio qua, ebbene, mi mandi pure davanti ai giudici: voglio vedere se avranno cuore loro da condannarmi. Perdo il posto? Ne troverò un altro, signor Ispettore! Non si confonda. Là, io, non mi ci butto! Ecco le paranze! Compro un chilo di triglie grosse così, e ritorno a casa a mangiarmele coi miei nipotini!

Si alzò. Le paranze entravano a tutta vela, virando. Si mosse in fretta per arrivare in tempo al mercato del pesce.

Comprò, tra la ressa e le grida, le triglie ancora vive, guizzanti. Ma – dove metterle? Un panierino da pochi soldi: àliga, dentro; e: – non dubiti, signor Ciunna, arriveranno ancora vive vive al paese.

Su la strada, innanzi al Leon d’oro, ritrovò l’Imbrò, che subito gli fece con le mani un gesto espressivo:

– Svaporato?

– Che cosa? Ah, il vino... Credevi? Ma che! – fece il Ciunna. – Vedi, ho comperato le triglie. Un bacio, Tinino mio, e un milione di grazie. 

– Di che?

– Un giorno forse te lo dirò. Oh, vetturino, su il mantice: non voglio esser veduto.

V

Appena fuori della borgata, cominciò l’erta penosa.

I due cavalli tiravano la carrozza chiusa, accompagnando con un moto della testa china ogni passo allungato a stento, e i sonagli ciondolanti pareva misurassero la lentezza e la pena.

Il vetturino, di tratto in tratto, esortava le povere magre bestie con una voce lunga e lamentosa.

A mezza via, era già sera chiusa.

Il bujo sopravvenuto, il silenzio quasi in attesa d’un lieve rumore nella solitudine brulla di quei luoghi mal guardati, richiamarono lo spirito del Ciunna ancora tra annebbiato dai vapori del vino e abbagliato dallo splendore del tramonto sul mare.

A poco a poco, col crescere dell’ombra, aveva chiuso gli occhi, quasi per lusingar se stesso che poteva dormire. Ora, invece, si ritrovava con gli occhi sbarrati nel bujo della vettura, fissi sul vetro dirimpetto, che strepitava continuamente.

Gli pareva che fosse or ora uscito, inavvertitamente, da un sogno. E, intanto, non trovava la forza di riscuotersi, di muovere un dito. Aveva le membra come di piombo e una tetra gravezza al capo. Sedeva quasi sulla schiena, abbandonato, col mento sul petto, le gambe contro il sedile di fronte, e la mano sinistra affondata nella tasca dei calzoni.

Oh che! Era davvero ubriaco?

– Ferma, – borbottò con la lingua grossa.

E immaginò, senza scomporsi, che scendeva dalla vettura e si metteva a errare per i campi, nella notte, senza direzione. Udì un lontano abbaiare, e pensò che quel cane abbaiasse a lui errante laggiù laggiù, per la valle.

– Ferma, – ripeté poco dopo, quasi senza voce, riabbassando su gli occhi le palpebre lente.

No! – egli doveva, zitto zitto, saltare dalla vettura, senza farla fermare, senza farsi scorgere dal vetturino; aspettare che la vettura s’allontanasse un po’ per l’erto stradone, e poi cacciarsi nella campagna e correre, correre fino al mare là in fondo.

Intanto non si moveva.

Plumf! – si provò a fare con la lingua torpida.

A un tratto un guizzo nel cervello lo fece sobbalzare, e con la mano destra convulsa cominciò a grattarsi celermente la fronte: 

– La lettera... la lettera...

Aveva lasciato la lettera per il figliuolo sul guanciale del letto. La vedeva. A quell’ora, in casa lo piangevano morto. Tutto il paese, a quell’ora, era pieno della notizia del suo suicidio. E l’ispettore? L’Ispettore era certo venuto: «Gli avranno consegnato le chiavi; si sarà accorto del vuoto di cassa. La sospensione disonorante, la miseria, il ridicolo, il carcere».

E la vettura intanto seguitava ad andare, lentamente, con pena.

No, no. In preda a un tremito angoscioso, il Ciunna avrebbe voluto fermarla. E allora? No, no. Saltare dalla vettura? Trasse la mano sinistra dalla tasca e col pollice e l’indice s’afferrò il labbro inferiore, come per riflettere, mentre con l’altre dita stringeva, stritolava qualcosa. Aprì quella mano, sporgendola dal finestrino, al chiaro di luna, e si guardò nella palma. Restò. Il veleno. Lì, in tasca, il veleno dimenticato. Strizzò gli occhi, se lo cacciò in bocca: inghiottì. Rapidamente ricacciò la mano in tasca, ne trasse altri pezzetti: li inghiottì. Vuoto. Vertigine. Il petto, il ventre gli s’aprivano, squarciati. Sentì mancarsi il fiato e sporse il capo dal finestrino.

– Ora muojo.

L’ampia vallata sottoposta era allagata da un fresco e lieve chiarore lunare; gli alti colli di fronte sorgevano neri e si disegnavano nettamente nel cielo opalino.

Allo spettacolo di quella deliziosa quiete lunare una grande calma gli si fece dentro. Appoggiò la mano allo sportello, piegò il mento sulla mano e attese, guardando fuori.

Saliva dal basso della valle un limpido assiduo scampanellare di grilli, che pareva la voce del tremulo riflesso lunare sulle acque correnti d’un placido fiume invisibile.

Alzò gli occhi al cielo, senza levare il mento dalla mano, poi guardò i colli neri e la valle di nuovo, come per vedere quanto ormai rimaneva per gli altri, poiché nulla più era per lui. Tra breve, non avrebbe veduto, non avrebbe udito più nulla. S’era forse fermato il tempo? Come mai non sentiva ancora nessun accenno di dolore?

– Non muojo?

E subito, come se il pensiero gli avesse dato la sensazione attesa, si ritrasse, e con una mano si strinse il ventre. No: non sentiva ancor nulla. Però... Si passò una mano sulla fronte: ah! era già bagnata d’un sudor gelido! Il terrore della morte, alla sensazione di quel gelo, lo vinse: tremò tutto sotto l’enorme, nera, orrida imminenza irreparabile, e si contorse nella vettura, addentando un cuscino per soffocar l’urlo del primo spasimo tagliente alle viscere.

Silenzio. Una voce. Chi cantava? E quella luna...

Cantava il vetturino monotonamente mentre i cavalli stanchi trascinavano con pena la carrozza nera per lo stradone polveroso, bianco di luna.

034  –  L’AVEMARIA DI BOBBIO

Un caso singolarissimo era accaduto, parecchi anni addietro, a Marco Saverio Bobbio, notajo a Richieri tra i più stimati.

Nel poco tempo che la professione gli lasciava libero, si era sempre dilettato di studii filosofici, e molti e molti libri d’antica e nuova filosofia aveva letti e qualcuno anche riletto e profondamente meditato.

Purtroppo Bobbio aveva in bocca più di un dente guasto. E niente, secondo lui, poteva meglio disporre allo studio della filosofia, che il mal di denti. Tutti i filosofi, a suo dire, avevano dovuto avere e dovevano avere in bocca almeno un dente guasto. Schopenhauer, certo, più d’uno.

Il mal di denti, lo studio della filosofia; e lo studio della filosofia, a poco a poco, aveva avuto per conseguenza la perdita della fede, fervidissima un tempo, quando Bobbio era fanciullino e ogni mattina andava a messa con la mamma e ogni domenica si faceva la santa comunione nella chiesetta della Badiola al Carmine.

Ciò che conosciamo di noi è però solamente una parte, e forse piccolissima, di ciò che siamo a nostra insaputa. Bobbio anzi diceva che ciò che chiamiamo coscienza è paragonabile alla poca acqua che si vede nel collo d’un pozzo senza fondo. E intendeva forse significare con questo che, oltre i limiti della memoria, vi sono percezioni e azioni che ci rimangono ignote, perché veramente non sono più nostre, ma di noi quali fummo in altro tempo, con pensieri e affetti già da un lungo oblio oscurati in noi, cancellati, spenti; ma che al richiamo improvviso di una sensazione, sia sapore, sia colore o suono, possono ancora dar prova di vita, mostrando ancor vivo in noi un altro essere insospettato.

Marco Saverio Bobbio, ben noto a Richieri non solo per la sua qualità di eccellente e scrupolosissimo notajo, ma anche e forse più per la gigantesca statura, che la tuba, tre menti e la pancia esorbitante rendevano spettacolosa; ormai senza fede e scettico, aveva tuttora dentro – e non lo sapeva – il fanciullo che ogni mattina andava a messa con la mamma e le due sorelline e ogni domenica si faceva la santa comunione nella chiesetta della Badiola al Carmine; e che forse tuttora, all’insaputa di lui, andando a letto con lui, per lui giungeva le manine e recitava le antiche preghiere, di cui Bobbio forse non ricordava più neanche le parole.

Se n’era accorto bene lui stesso, parecchi anni fa, quando appunto gli era occorso questo singolarissimo caso.

Si trovava a villeggiare con la famiglia in un suo poderetto a circa due miglia da Richieri. Andava la mattina col somarello (povero somarello!) in città, per gli affari dello studio, che non gli davano requie; ritornava, la sera.

La domenica, però, ah la domenica voleva passarsela tutta, e beatamente, in vacanza. Venivano parenti, amici; e si facevano gran tavolate all’aperto: le donne attendevano a preparare il pranzo o cicalavano; i ragazzi facevano il chiasso tra loro; gli uomini andavano a caccia o giocavano alle bocce.

Era uno spasso e uno spavento veder correre Bobbio dietro alle bocce, con quei tre menti e il pancione traballanti.

– Marco, – gli gridava la moglie da lontano, – non ti strapazzare! Bada, Marco, se starnuti!

Perché, Dio liberi se Bobbio starnutava! Era ogni volta una terribile esplosione da tutte le parti; e spesso, tutto sgocciolante, doveva correre ai ripari con una mano davanti e l’altra dietro.

Non aveva il governo di quel suo corpaccio. Pareva che esso, rompendo ogni freno, gli scappasse via, gli si precipitasse sbalestrato, lasciando tutti con l’anima pericolante in atto di pararglielo. Quando poi gli ritornava in dominio, riequilibrato, gli ritornava con certi strani dolori e guasti improvvisi, a un braccio, a una gamba, alla testa.

Più spesso, ai denti.

I denti, i denti erano la disperazione di Bobbio! Se n’era fatti strappare cinque, sei, non sapeva più quanti; ma quei pochi che gli erano restati pareva si fossero incaricati di torturarlo anche per gli altri andati via.

Una di quelle domeniche, ch’era sceso in villa da Richieri il cognato con tutta la famiglia, moglie e figli e parenti della moglie e parenti dei parenti, cinque carrozzate, e si era stati allegri più che mai, paf! all’improvviso, sul tardi, giusto nel momento di mettersi a tavola, uno di quei dolori... ma uno di quelli!

Per non guastare agli altri la festa, il povero Bobbio s’era ritirato in camera con una mano sulla guancia, la bocca semiaperta, e gli occhi come di piombo, pregando tutti che attendessero a mangiare senza darsi pensiero di lui. Ma, un’ora dopo, era ricomparso come uno che non sapesse più in che mondo si fosse, se un molino a vapore, proprio un molino a vapore, strepitoso, rombante, era potuto entrargli nella testa e macinargli in bocca, sì, sì, in bocca, in bocca, furiosamente. Tutti erano restati sospesi e costernati a guardargli la bocca, come se davvero s’aspettassero di vederne colar farina. Ma che farina! bava, bava gli colava. Non questo soltanto, però, era assurdo: tutto era assurdo nel mondo, e mostruoso, e atroce. Non stavano lì tutti a banchettare festanti, mentre lui arrabbiava, impazziva? mentre l’universo gli si sconquassava nella testa?

Ansando, con gli occhi stravolti, la faccia congestionata, le mani sfarfallanti, levava come un orso ora una cianca ora l’altra da terra, e dimenava la testa, come se la volesse sbattere alle pareti. Tutti gli atti e i gesti erano, nell’intenzione, di rabbia e violenti: ma si manifestavano molli e invano, quasi per non disturbare il dolore, per non arrabbiarlo di più.

Per carità, per carità, a sedere! a sedere! Oh, Dio! Lo volevano fare impazzire peggio, saltandogli addosso così? A sedere! a sedere! Niente. Nessuno poteva dargli ajuto! Sciocchezze... imposture... Niente, per carità! Non poteva parlare... Uno solo... andasse giù uno solo a far attaccare subito i cavalli a una delle carrozze arrivate la mattina. Voleva correre a Richieri a farsi strappare il dente. Subito! subito! Intanto, tutti a sedere. Appena pronta la carrozza... Ma no, voleva andar su, solo! Non poteva sentir parlare, non poteva veder nessuno... Per carità, solo! solo!

Poco dopo, in carrozza – solo, come aveva voluto – abbandonato, sprofondato, perduto nel rombo dello spasimo atroce, mentre lungo lo stradone in salita i cavalli andavano quasi a passo nella sera sopravvenuta... Ma che era accaduto? Nello sconvolgimento della coscienza, Bobbio all’improvviso aveva provato un tremore, un tremito di tenerezza angosciosa per se stesso, che soffriva, oh Dio, soffriva da non poterne più. La carrozza passava in quel momento davanti a un rozzo tabernacolo della SS. Vergine delle Grazie, con un lanternino acceso, pendulo innanzi alla grata, e Bobbio, in quel fremito di tenerezza angosciosa, con la coscienza sconvolta, senza sapere più quello che si facesse, aveva fissato lo sguardo lagrimoso a quel lanternino, e...

«Ave Maria, piena di grazie, il Signore è con Te, benedetta tra tutte le donne, e benedetto il frutto del Tuo ventre, Gesù. Santa Maria madre di Dio, prega per noi peccatori, ora e nell’ora della nostra morte. Così sia.»

E, all’improvviso, un silenzio, un gran silenzio gli s’era fatto dentro; e, anche fuori, un gran silenzio misterioso, come di tutto il mondo: un silenzio pieno di freschezza, arcanamente lieve e dolce.

Si era tolta la mano dalla guancia, ed era rimasto attonito, sbalordito, ad ascoltare. Un lungo, lungo respiro di refrigerio, di sollievo, gli aveva ridato l’anima. Oh Dio! Ma come? Il mal di denti gli era passato, gli era proprio passato, come per un miracolo. Aveva recitato l’avemaria, e... Come, lui? Ma sì, passato, c’era poco da dire. Per l’avemaria? Come crederlo? Gli era venuto di recitarla così, all’improvviso, come una feminuccia...

La carrozza, intanto, aveva seguitato a salire verso Richieri; e Bobbio, intronato, avvilito, non aveva pensato di dire al vetturino di ritornare indietro, alla villa.

Una pungente vergogna di riconoscere, prima di tutto, il fatto che lui, come una feminuccia, aveva potuto recitare l’avemaria, e che poi, veramente, dopo l’avemaria il mal di denti gli era passato, lo irritava e lo sconcertava; e poi il rimorso di riconoscere anche, nello stesso tempo, che si mostrava ingrato non credendo, non potendo credere, che si fosse liberato dal male per quella preghiera, ora che aveva ottenuto la grazia; e infine un segreto timore che, per questa ingratitudine, subito il male lo potesse riassalire.

Ma che! Il male non lo aveva riassalito. E, rientrando nella villa, leggero come una piuma, ridente, esultante, a tutti i convitati, che gli erano corsi incontro, Bobbio aveva annunziato:

– Niente! Mi è passato tutt’a un tratto, da sé, lungo lo stradone, poco dopo il tabernacolo della Madonna delle Grazie. Da sè!

 

Orbene, a questo suo caso singolarissimo di parecchi anni fa pensava Bobbio con un risolino scettico a fior di labbra, un dopopranzo, steso su la greppina dello studio, col primo volume degli Essais di Montaigne aperto innanzi agli occhi.

Leggeva il capitolo XXVII, ov’è dimostrato che c’est folie de rapporter le vray et le faux à notre suffisance.

Era, non ostante quel risolino scettico, alquanto inquieto e, leggendo, si passava di tratto in tratto una mano su la guancia destra.

Montaigne diceva:

«Quand nous lisons dans Bouchet les miracles des reliques de sainct Hilaire, passe; son credit n’est pas assez grand pour nous oster la licence d’y contredire; mais de condamner d’un train toutes pareilles histoires me semble singuliere imprudence. Ce grand sainct Augustin tesmoigne...»

– Eh già! – fece Bobbio a questo punto, accentuando il risolino. – Eh già! Ce grand sainct Augustin attesta, o diciamo, autentica d’aver veduto, su le reliquie di San Gervaso e Protaso a Milano, un fanciullo cieco riacquistare la vista; una donna a Cartagine, guarire d’un cancro col segno della croce fattovi sopra da una donna di recente battezzata... Ma allo stesso modo il gran Sant’Agostino avrebbe potuto affermare, o diciamo, autenticare su la mia testimonianza, che Marco Saverio Bobbio, notajo a Richieri tra i più stimati, guarì una volta all’improvviso d’un feroce mal di denti, recitando un’avemaria....

Bobbio chiuse gli occhi, accomodò la bocca ad o, come fanno le scimmie, e mandò fuori un po’ d’aria.

– Fiato cattivo!

Strinse le labbra e, piegando la testa da un lato, sempre con gli occhi chiusi, si passò di nuovo, più forte, la mano su la mandibola.

Perdio, il dente! O non gli faceva male di nuovo, il dente? E forte, anche, gli faceva male. Perdio, di nuovo.

Sbuffò; si levò in piedi faticosamente; buttò il libro su la greppina, e si mise a passeggiare per la stanza con la mano su la guancia e la fronte contratta e il naso ansante. Si recò davanti allo specchio della mensola; si cacciò un dito a un angolo della bocca e la stirò per guardarvi dentro il dente cariato. All’impressione dell’aria, sentì una fitta più acuta di dolore, e subito serrò le labbra e contrasse tutto il volto per lo spasimo; poi levò il volto al soffitto e scosse le pugna, esasperato.

Ma sapeva per esperienza che, ad avvilirsi sotto il male o ad arrabbiarsi, avrebbe fatto peggio. Si sforzò dunque di dominarsi; andò a buttarsi di nuovo su la greppina e vi rimase un pezzo con le palpebre semichiuse, quasi a covar lo spasimo; poi le riaprì; riprese il libro e la lettura.

«...une lemme nouvellement baptisée lui fit, Hesperius... no, appresso... Ah, ecco... une femme en une procession ayant touché à la chasse sainct Estienne d’un bouquet, et de ce bouquet s’estant frottée les yeux, avoir recouvré la veuë qu’elle avoit pieça perdue...»

Bobbio ghignò. Il ghigno gli si contorse subito in una smorfia, per un tiramento improvviso del dolore, ed egli vi applicò la mano sì, forte, a pugno chiuso. Il ghigno era di sfida.

– E allora, – disse, – vediamo un po’: Montaigne e Sant’Agostino mi siano testimonii. Vediamo un po’ se mi passa ora, come mi passò allora.

Chiuse gli occhi e, col sorriso frigido su le labbra tremanti per lo spasimo interno, recitò pian piano, con stento, cercando le parole, l’avemaria, questa volta in latino... gratia piena... Dominus tecum... fructus ventris tui... nunc et in hora mortis... Riaprì gli occhi. Amen... Attese un po’, interrogando in bocca il dente... Amen...

Ma che! Non gli passava. Gli si faceva anzi più forte... Ecco, ahi ahi... più forte... più forte...

– Oh Maria! oh Maria!

E Bobbio rimase sbalordito. Quest’ultima, reiterata invocazione non era stata sua; gli era uscita dalle labbra con voce non sua, con fervore non suo. E già... ecco... una sosta... un refrigerio... Possibile? Di nuovo?... Ma che, no! Ahi ahi... ahi ahi...

– Al diavolo Montaigne! Sant’Agostino!

E Bobbio si cacciò tutta la tuba in capo e, aggrondato, feroce, con la mano su la guancia, si precipitò in cerca d’un dentista.

Recitò o non recitò, durante il tragitto, senza saperlo, di nuovo, l’avemaria? Forse sì... forse no... Il fatto è che, davanti alla porta del dentista, si fermò di botto, più che mai aggrondato, con rivoli di sudore per tutto il faccione, in tale buffo atteggiamento di balorda sospensione, che un amico lo chiamò:

– Signor notajo!

– Ohé...

– E che fa lì?

– Io? Niente... avevo un... un dente che mi faceva male..

– Le è passato?

– Già... da sé...

– E lo dice così? Sia lodato Dio!

Bobbio lo guardò con una grinta da cane idrofobo.

– Un corno! – gridò. – Che lodato Dio! Vi dico, da sè! Ma perché vi dico così, vedrete che forse, di qui a un momento, mi ritornerà! Ma sapete che faccio? Non mi duole più; ma me lo faccio strappare lo stesso! Tutti me li faccio strappare, a uno a uno, tutti, ora stesso me li faccio strappare. Non voglio di questi scherzi... non voglio più di questi scherzi, io! Tutti, a uno a uno, me li faccio strappare!

E si cacciò, furibondo, tra le risa di quell’amico, nel portoncino del dentista.

035  –  L’IMBECILLE

Ma che c’entrava, in fine, Mazzarini, il deputato Guido Mazzarini, col suicidio di Pulino? – Pulino? Ma come? S’era ucciso Pulino? – Lulù Pulino, sì: due ore fa. Lo avevano trovato in casa, che pendeva dall’ànsola del lume, in cucina. – Impiccato? – Impiccato, sì. Che spettacolo! Nero, con gli occhi e la lingua fuori, le dita raggricchiate. – Ah, povero Lulù! – Ma che c’entrava Mazzarini?

Non si capiva niente. Una ventina di energumeni urlavano nel caffè, con le braccia levate ( qualcuno era anche montato sulla sedia), attorno a Leopoldo Paroni, presidente del Circolo repubblicano di Costanova, che urlava più forte di tutti.

– Imbecille! sì, sì, lo dico e lo sostengo: imbecille! imbecille! Gliel’avrei pagato io il viaggio! Io, gliel’avrei pagato! Quando uno non sa più che farsi della propria vita, perdio, se non fa così è un imbecille!

– Scusi, che è stato? – – domandò un nuovo venuto, accostandosi, intronato da tutti quegli urli e un po’ perplesso, a un avventore che se ne stava discosto, appartato in un angolo in ombra, tutto aggruppato, con uno scialle di lana su le spalle e un berretto da viaggio in capo, dalla larga visiera che gli tagliava con l’ombra metà del volto.

Prima di rispondere, costui levò dal pomo del bastoncino una delle mani ischeletrite, nella quale teneva un fazzoletto appallottolato, e se la portò alla bocca, su i baffetti squallidi, spioventi. Mostrò così la faccia smunta, gialla, su cui era ricresciuta rada rada qua e là una barbettina da malato. Con la bocca otturata, combatté un pezzo, sordamente, con la propria gola, ove una tosse profonda irrompeva, rugliando tra sibili; in fine disse con voce cavernosa:

– Mi ha fatto aria, accostandosi. Scusi, lei, non è di Costanova, è vero?

(E raccolse e nascose nel fazzoletto qualche cosa.) Il forestiere, dolente, mortificato, imbarazzato dal ribrezzo che non riusciva a dissimulare, rispose:

– No; sono di passaggio.

– Siamo tutti di passaggio, caro signore.

E aprì la bocca, così dicendo, e scoprì i denti, in un ghigno frigido, muto, restringendo in fitte rughe, attorno agli occhi aguzzi, la gialla cartilagine del viso emaciato.

– Guido Mazzarini, – riprese poi, lentamente, – è il deputato di Costanova. Grand’uomo.

E stropicciò l’indice e il pollice d’una mano, a significare il perché della grandezza.

– Dopo sette mesi dalle elezioni politiche, a Costanova, caro signore, ribolle ancora furioso, come vede, lo sdegno contro di lui, perché, avversato qui da tutti, è riuscito a vincere col suffragio ben pagato delle altre sezioni elettorali del collegio. Le furie non sono svaporate, perché Mazzarini, per vendicarsi, ha fatto mandare al Municipio di Costanova... – si scosti, si scosti un poco; mi manca l’aria –. un regio commissario. Grazie. Già! un regio commissario. Cosa... cosa di gran momento... Eh, un regio commissario...

Allungò una mano e, sotto gli occhi del forestiere che lo mirava stupito, chiuse le dita, lasciando solo ritto il mignolo, esilissimo; appuntì le labbra e rimase un pezzo intontissimo a fissar l’unghia livida di quel dito.

– Costanova è un gran paese, – disse poi. – L’universo, tutto quanto, gràvita attorno a Costanova. Le stelle, dal cielo, non fanno altro che sbirciar Costanova; e c’è chi dice che ridano; c’è chi dice che sospirino dal desiderio d’avere in sé ciascuna una città come Costanova. Sa da che dipendono le sorti dell’universo? Dal partito repubblicano di Costanova, il quale non può aver bene in nessun modo, tra Mazzarini da un lato, e l’ex–sindaco Cappadona dall’altro, che fa il re. Ora il Consiglio comunale è stato sciolto e per conseguenza l’universo è tutto scombussolato. Eccoli là: li sente? Quello che strilla più di tutti è Paroni, sì, quello là col pizzo, la cravatta rossa e il cappello alla Lobbia; strilla così, perché vuole che la vita universa, e anche la morte, stiano a servizio dei repubblicani di Costanova. Anche la morte, sissignore. S’è ucciso Pulino... Sa chi era Pulino? Un povero malato, come me. Siamo parecchi, a Costanova, malati così. E dovremmo servire a qualche cosa. Stanco di penare, il povero Pulino oggi si è...

– Impiccato?

– All’ansola del lume, in cucina. Eh, ma così, no, non mi piace. Troppa fatica, impiccarsi. C’è la rivoltella, caro signore. Morte più spiccia. Bene; sente che dice Paroni? Dice che Pulino è stato un imbecille, non perché si è impiccato, ma perché, prima di impiccarsi, non è andato a Roma ad ammazzar Guido Mazzarini. Già! Perché Costanova, e conseguentemente l’universo, rifiatasse. Quando uno non sa più che farsi della propria vita, se non fa così, se prima d’uccidersi non ammazza un Mazzarini qualunque, è un imbecille. Gliel’avrebbe pagato lui il viaggio, dice. Con permesso, caro signore.

S’alzò di scatto; si strinse, da sotto, con ambo le mani lo scialle attorno al volto, fino alla visiera del berretto; e, così imbacuccato, curvo, lanciando occhiatacce al crocchio degli urloni uscì dal caffè.

Quel forestiere di passaggio restò imbalordito; lo seguì con gli occhi fino alla porta: poi si volse al vecchio cameriere del caffè e gli domandò, costernatissimo:

– Chi è?

Il vecchio cameriere tentennò il capo amaramente; si picchiò il petto con un dito; e rispose, sospirando:

– Anche lui... eh, poco più potrà tirare. Tutti di famiglia! Già due fratelli e una sorella... Studente. Si chiama Fazio. Luca Fazio. Colpa della madraccia, sa? Per soldi, sposò un tisico, sapendo ch’era tisico. Ora lei sta così, grossa e grassa, in campagna, come una badessa, mentre i poveri figliuoli, a uno a uno... Peccato! Sa che testa ha quello lì? e quanto ha studiato! Dotto; lo dicono tutti. Viene da Roma, dagli studii. Peccato!

E il vecchio cameriere accorse al crocchio degli urloni che, pagata la consumazione, si disponevano a uscire dal caffè con Leopoldo Paroni in testa.

Serataccia, umida, di novembre. La nebbia s’affettava. Bagnato tutto il lastricato della piazza; e attorno a ogni fanale sbadigliava un alone.

Appena fuori della porta del caffè tutti si tirarono su il bavero del pastrano, e ciascuno, salutando, s’avviò per la sua strada.

Leopoldo Paroni, nell’atteggiamento che gli era abituale, di sdegnosa, accigliata fierezza, sollevò di traverso il capo, e così col pizzo all’aria attraversò la piazza, facendo il mulinello col bastone. Imboccò la via di contro al caffè; poi voltò a destra, al primo vicolo, in fondo al quale era la sua casa.

Due fanaletti piagnucolosi, affogati nella nebbia, stenebravano a mala pena quel lercio budello: uno a principio, uno in fine.

Quando Paroni fu a metà del vicolo, nella tenebra, e già cominciava a sospirare al barlume che arrivava fioco dall’altro fanaletto ancor remoto, credette di discernere laggiù in fondo, proprio innanzi alla sua casa, qualcuno appostato. Si sentì rimescolar tutto il sangue e si fermò.

Chi poteva essere, lì, a quell’ora? C’era uno, senza dubbio, ed evidentemente appostato; lì proprio innanzi alla porta di casa sua. Dunque, per lui. Non per rubare, certo: tutti sapevano ch’egli era povero come Cincinnato. Per odio politico, allora... Qualcuno mandato da Mazzarini, o dal regio commissario? Possibile? Fino a tanto?

E il fiero repubblicano si voltò a guardare indietro, perplesso, se non gli convenisse ritornare al caffè o correre a raggiungere gli amici, da cui si era separato or ora; non per altro, per averli testimonii della viltà, dell’infamia dell’avversario. Ma s’accorse che l’appostato, avendo udito certamente, nel silenzio, il rumore dei passi fin dal suo entrare nel vicolo, gli si faceva incontro, là dove l’ombra era più fitta. Eccolo: ora si scorgeva bene: era imbacuccato. Paroni riuscì a stento a vincere il tremore e la tentazione di darsela a gambe; tossì, gridò forte:

– Chi è là?

– Paroni, – chiamò una voce cavernosa. Un’improvvisa gioia invase e sollevò Paroni, nel riconoscere quella voce:

– Ah, Luca Fazio... tu? Lo volevo dire! Ma come? Tu qua, amico mio? Sei tornato da Roma? 

– Oggi, – rispose, cupo, Luca Fazio.

– M’aspettavi, caro?

– Sì. Ero al caffè. Non m’hai visto?

– No, affatto. Ah, eri al caffè? Come stai, come stai, amico mio?

– Male; non mi toccare.

– Hai qualche cosa da dirmi?

Sì; grave.

Grave? Eccomi qua!

Qua, no: su a casa tua.

– Ma... c’è cosa? Che c’è, Luca? Tutto quello che posso, amico mio...

– T’ho detto, non mi toccare: sto male.

Erano arrivati alla casa. Paroni trasse di tasca la chiave; aprì la porta; accese un fiammifero, e prese a salir la breve scaletta erta, seguito da Luca Fazio.

– Attento... attento agli scalini...

Attraversarono una saletta; entrarono nello scrittoio, appestato da un acre fumo stagnante di pipa. Paroni accese un sudicio lumetto bianco a petrolio, su la scrivania ingombra di carte, e si volse premuroso al Fazio. Ma lo trovò con gli occhi schizzanti dalle orbite; il fazzoletto, premuto forte con ambo le mani, su la bocca. La tosse lo aveva riassalito, terribile, a quel puzzo di tabacco.

– Oh Dio... stai proprio male, Luca...

Questi dovette aspettare un pezzo per rispondere. Chinò più volte il capo. S’era fatto cadaverico.

– Non chiamarmi amico, e scostati – prese infine a dire. – Sono agli estremi.. No, resto... resto in piedi... Tu scostati.

– Ma... ma io non ho paura... – protestò Paroni.

– Non hai paura? Aspetta... – sghignò Luca Fazio. – Lo dici troppo presto. A Roma, vedendomi così agli estremi, mi mangiai tutto: serbai solo poche lire per comperarmi questa rivoltella.

Cacciò una mano nella tasca del pastrano e ne trasse fuori una grossa rivoltella.

Leopoldo Paroni, alla vista dell’arma, in pugno a quell’uomo in quello stato, diventò pallido come un cencio, levò le mani, balbettò:

– Che... che è carica? Ohé, Luca...

– Carica, – rispose frigido il Fazio. – Hai detto che non hai paura...

– No... ma, se, Dio liberi...

– Scòstati! Aspetta... M’ero chiuso in camera, a Roma, per finirmi. Quando, con la rivoltella già puntata alla tempia, ecco che sento picchiare all’uscio...

– Tu, a Roma?

– A Roma. Apro. Sai chi mi vedo davanti? Guido Mazzarini.

– Lui? a casa tua?

Luca Fazio fece di sì, più volte, col capo. Poi seguitò:

– Mi vide con la rivoltella in pugno, e subito, anche dalla mia faccia, comprese che cosa stessi per fare; mi corse innanzi; m’afferrò per le braccia; mi scosse e mi gridò: «Ma come? così t’uccidi? Oh Luca, sei tanto imbecille? Ma va’... se vuoi far questo... ti pago io il viaggio; corri a Costanova, e ammazzami prima Leopoldo Paroni!»

Paroni, intontissimo finora al truce e strano discorso, con l’animo in subbuglio nella tremenda aspettativa d’una qualche atroce violenza davanti a lui, si sentì d’un tratto sciogliere le membra; e aprì la bocca a un sorriso squallido, vano:

– ... Scherzi?

Luca Fazio si trasse un passo indietro; ebbe come un tiramento convulso in una guancia, presso il naso, e disse, con la bocca scontorta:

– Non scherzo. Mazzarini m’ha pagato il viaggio; ed eccomi qua. Ora io, prima ammazzo te, e poi m’ammazzo.

Così dicendo, levò il braccio con l’arma, e mirò.

Paroni, atterrito, con le mani innanzi al volto, cercò di sottrarsi alla mira, gridando:

– Sei pazzo?... Luca... sei pazzo?

– Non ti muovere! – intimò Luca Fazio. – Pazzo, eh? ti sembro pazzo? E non hai urlato per tre ore al caffè che Pulino è stato un imbecille perché, prima d’impiccarsi, non è andato a Roma ad ammazzar Mazzarini?

Leopoldo Paroni tentò d’insorgere:

– Ma c’è differenza, per dio! Io non sono Mazzarini!

– Differenza? – esclamò il Fazio, tenendo sempre sotto mira il Paroni. – Che differenza vuoi che ci sia tra te e Mazzarini, per uno come me o come Pulino, a cui non importa più nulla della vostra vita e di tutte le vostre pagliacciate? Ammazzar te o un altro, il primo che passa per via, è tutt’uno per noi! Ah, siamo imbecilli per te, se non ci rendiamo strumento, all’ultimo, del tuo odio o di quello d’un altro, delle vostre gare e delle vostre buffonate? Ebbene: io non voglio essere imbecille come Pulino, e ammazzo te!

– Per carità, Luca... che fai? Ti sono stato sempre amico! – prese a scongiurar Paroni, storcendosi, per scansar la bocca della rivoltella.

Guizzava veramente negli occhi di Fazio la folle tentazione di premere il grilletto dell’arma.

– Eh, – disse col solito ghigno frigido su le labbra. – Quando uno non sa più che farsi della propria vita... Buffone! Stai tranquillo; non t’ammazzo. Da bravo repubblicano, tu sarai libero pensatore, eh? Ateo! Certamente... Se no, non avresti potuto dire imbecille a Pulino. Ora tu credi ch’io non ti ammazzi, perché spero gioie e compensi in un mondo di là... No, sai? Sarebbe per me la cosa più atroce credere che io debba portarmi altrove il peso delle esperienze che mi è toccato fare in questi ventisei anni di vita. Non credo a niente! Eppure, non t’ammazzo. Né credo d’essere un imbecille, se non t’ammazzo. Ho pietà di te, della tua buffoneria, ecco. Ti vedo da lontano, e mi sembri così piccolo e miserabile. Ma la tua buffoneria la voglio patentare.

– Come? – fece Paroni, con una mano a campana, non avendo udito l’ultima parola, nell’intronamento in cui era caduto.

– Pa–ten–ta–re, – sillabò Fazio. – Ne ho il diritto, giunto come sono al confine. E tu non puoi ribellarti. Siedi là, e scrivi.

Gl’indicò la scrivania con la rivoltella, anzi quasi lo prese e lo condusse a seder lì per mezzo dell’arma puntata contro il petto.

– Che... che vuoi che scriva? – balbettò Paroni annichilito.

– Quello che ti detterò io. Ora tu stai sotto; ma domani, quando saprai che mi sono ucciso, tu rialzerai la cresta; ti conosco; e al caffè urlerai che sono stato un imbecille anch’io. No? Ma non lo faccio per me. Che vuoi che m’importi del tuo giudizio? Voglio vendicar Pulino. Scrivi dunque... Lì, lì, va bene. Due parole. Una dichiarazioncina. «Io qui sottoscritto mi pento...» Ah, no, perdio! scrivi, sai? A questo solo patto ti risparmio la vita! O scrivi, o t’ammazzo... «... Mi pento d’aver chiamato imbecille Pulino, questa sera, al caffè, tra gli amici, perché, prima d’uccidersi, non è andato a Roma ad ammazzar Mazzarini.» Questa è la pura verità: non c’è una parola di più. Anzi, lascio che gli avresti pagato il viaggio. Hai scritto? Ora seguita: «Luca Fazio, prima d’uccidersi, è venuto a trovarmi...» Vuoi metterci armato di rivoltella? Mettilo pure: «armato di rivoltella». Tanto, non pagherò la multa per porto d’arma abusivo. Dunque: «Luca Fazio è venuto a trovarmi, armato di rivoltella», hai scritto? «e mi ha detto che, conseguentemente, anche lui, per non esser chiamato imbecille da Mazzarini o da qualche altro, avrebbe dovuto ammazzar me come un cane». Hai scritto, come un cane? Bene. A capo. «Poteva farlo, e non l’ha fatto. Non l’ha fatto perché ha avuto schifo e pietà di me e della mia paura. Gli è bastato che gli dichiarassi che il vero imbecille sono io.»

Paroni, a questo punto, congestionato, scostò furiosamente la carta, e si trasse indietro protestando:

– Questo poi...

– Che il vero imbecille sono io, – ripeté, freddo, perentoriamente, Luca Fazio. – La tua dignità la salvi meglio, caro mio, guardando la carta su cui scrivi, anziché quest’arma che ti sta sopra. Hai scritto? Firma adesso.

Si fece porgere la carta; la lesse attentamente; disse:

– Sta bene. Me la troveranno addosso, domani.

La piegò in quattro e se la mise in tasca.

– Consolati, Leopoldo, col pensiero ch’io vado a fare adesso una cosa un tantino più difficile di quella che or ora hai fatto tu. Buona notte.

036  –  Sua Maestà

I

Accanto alla tragedia, però, si ebbe anche la farsa a Costanova, quando fu sciolto il Consiglio comunale e arrivò da Roma il Regio Commissario.

Quel giorno, Melchiorino Palì, nella sala d’aspetto della stazione, picchiandosi il petto con tutte e due le manine perdute in un vecchio paio di guanti grigi Foracchiati nelle punte, si sfogava a dire:

– Ma la faremo noi, noi, la rivoluzione... One. Noi!

I suoi colleghi del Consiglio disciolto (icconsiglio andato a male, come diceva sotto sotto il guardasala, ch’era un vecchietto toscano, ascritto, com’era allora di regola, alla lega socialista dei ferrovieri) avevano, dopo lungo dibattito, deciso di venire alla stazione per accogliere l’ospite, quantunque avversario. Ed erano venuti in abito lungo e cappello a staio. Il Palì aveva cercato di dissuaderli, dimostrando loro che non si doveva in nessun modo. Non c’era riuscito e alla fine era venuto anche lui. Coi miseri panni giornalieri, però. In segno di protesta.

Piccino, piccino, con la barbetta rossa e gli occhiali azzurri, oppresso da un cappello duro, roso, inverdito che gli sprofondava fin su la nuca, gli orecchi curvi sotto le tese, oppresso da un greve soprabito color tabacco, continuava a sfogarsi, gestendo furiosamente. Ma si rivolgeva ora di preferenza ai manifesti illustrati, appesi alle pareti della sala d’aspetto, visto che nessuno dei colleghi gli dava più ascolto.

Il vecchio guardasala, intanto, se lo stava a godere, con un sorrisetto canzonatorio su le labbra.

Da uno di quei manifesti, un bel tocco di ragazza scollacciata gli offriva ridendo una tazza di birra dalla spuma traboccante, come per farlo tacere. Ma invano.

– Rivoluzione! Rivoluzione! – incalzava Melchiorino Palì, il quale, quand’era così eccitato, soleva ripetere due o tre volte le ultime sillabe delle parole, come se egli stesso si facesse l’eco: – One... one...

Era indignato non tanto per lo scioglimento del Consiglio (glien’importava un fico... ico... un fico secco... ecco... a lui, se non era più consigliere) quanto per lo spettacolo stomachevole che il Governo dava all’intera nazione trescando spudoratamente col partito socialista, fino a darla vinta a quei quattro mascalzoni che a Costanova andavano per via col garofano rosso all’occhiello, protetti dall’on. Mazzarini, deputato del collegio, che a Costanova però non aveva raccolto più di ventidue voti... oti.

Ora questa, senz’alcun dubbio, era una vendetta del Mazzarini, il quale, partendo per Roma, aveva giurato di dare una lezione memorabile al paese che gli si era dimostrato così accerrimamente nemico... ico. Ma che lezione? Lo scioglimento del Consiglio? Eh via! Miserie! Melchiorino Palì considerava da un punto più alto la questione... one. Dieci, venti, trenta lire al giorno a un tramviere, a un ferroviere? Quattro, cinque mesi di preparazione, seppure! E un professor di liceo, un giudice, che han dovuto studiar vent’anni per strappare una laurea e affrontare esami e concorsi difficilissimi, non le avevano, non le avevano trenta lire al giorno! E tutte le commiserazioni, intanto, e tutte le cure per il così detto proletariato... ato!... ato!

A questo punto, non si sa come, la ragazza scollacciata di quel manifesto, quasi fosse stufa di offrire invano la sua tazza di birra a uno che le avventava contro tanta furia di gesti irosi, si staccò dalla parete e precipitò con fracasso sul divano di cuojo, ove stava seduto l’ex–sindaco, cav. Decenzio Cappadona.

– Vai! È ito via icchiodo! – esclamò allora, accorrendo e sghignando, il vecchietto guardasala.

Il Cappadona balzò in piedi sacrando e tirò una spinta così furiosa a Melchiorino Palì rimasto a bocca aperta e con le dieci dita per aria, che lo mandò a schizzare addosso a uno dei colleghi.

– Io? Che c’entro io? So un corno io se il chiodo si stacca! – si rivoltò furibondo il Palì; quindi, parandosi di faccia a quel collega e prendendogli un bottone sul petto della finanziera: – Non ti pajono sacrosante ragioni? Perché, sissignore, io ci sto: trenta lire al giorno... orno... al tramviere, al ferroviere... ci sto! ma datene allora cento al giudice, al professore... ore... e se no, perdio, la faremo noi, la rivoluzione... one... perdio! Noi!

Quel collega si guardava il bottone. Aveva un tubino spelacchiato, ma lo portava con tanta dignità e s’era tutto aggiustato con tanta cura, che si sentiva struggere, ora, a quel discorso e approvava e sbuffava e strabuzzava gli occhi. Alla fine, non ne poté più: lo lasciò lì in asso e s’accostò al cavalier Cappadona per pregarlo che, avvalendosi della sua autorità, facesse tacere quell’energumeno. Era un’indecenza strillare così, con tutta quella trucia addosso. Comprometteva, ecco!

Ma il cavalier Decenzio Cappadona, che s’era già ricomposto e se ne stava ora astratto e assorto, fece un atto appena appena con la mano e seguitò a lisciarsi il gran pizzo regale.

Lo chiamavano a Costanova Sua Maestà, perché era il ritratto spiccicato di Vittorio Emanuele II vestito da cacciatore: la stessa corporatura, gli stessi baffi, lo stesso pizzo, lo stesso naso rincagnato all’insù; Vittorio Emanuele II insomma, purus et putus, purus et putus, come soleva ripetere il notajo Colamassimo che sapeva il latino.

Anche lui, il cavalier Cappadona, era venuto coi panni giornalieri; ma che c’entra! era noto a tutti ch’egli non cambiava mai, neanche nelle più solenni occasioni, quel suo splendido abito di velluto alla cacciatora e gli stivali e il cappellaccio a larghe tese con la penna infitta da un lato nel nastro, che erano tali e quali quelli che il Gran Re portava nel ritratto famoso che al cavalier Decenzio serviva da modello.

I maligni dicevano che non aveva altri titoli per esser sindaco di Costanova fuor che quella straordinaria somiglianza, e che non aveva fatto in vita sua altri studii oltre a quello attentissimo sul ritratto del primo re d’Italia.

Questa seconda malignazione poteva forse avere qualche fondamento di verità: la prima no.

Non bastava, infatti, nemmeno a quei tempi, somigliare a Vittorio Emanuele II per esser sindaco di un comune d’Italia. Tanto vero che in ogni città era raro il caso che non ci fosse per lo meno uno che non somigliasse o non si sforzasse di somigliare a Vittorio Emanuele II, o anche a Umberto I, senz’esser per questo nemmeno consigliere della minoranza.

In verità, ci voleva qualcos’altro.

E questo qualcos’altro il cavalier Decenzio Cappadona lo aveva. Milionario, poteva pigliarsi il gusto di sfogare esclusivamente tutta l’attività morale e materiale di cui era capace nella professione di quella somiglianza.

A Costanova era re; la sua casa, una reggia; teneva in campagna una numerosa scorta di campieri in divisa, ch’erano come il suo esercito; tutti gli abitanti, tranne quel pugno di buffoni capitanati dal repubblicano Leopoldo Paroni, eran per lui più sudditi che elettori; aveva una scuderia magnifica, una muta di cani preziosa; amava le donne, amava la caccia; e dunque chi più Vittorio Emanuele di lui?

Ora, durante l’ultima amministrazione, qualcuno degli assessori aveva dovuto commettere qualche piccola sciocchezza amministrativa: il cavalier Decenzio non sapeva bene: era re, lui: regnava e non governava. Il fatto è che il Consiglio era stato sciolto. A momenti sarebbe arrivato il Regio Commissario; il cavalier Decenzio s’era incomodato a venire alla stazione; lo avrebbe accolto cortesemente, nella certezza che anche costui sarebbe diventato suo suddito temporaneo devotissimo; si sarebbero fatte le nuove elezioni, e sarebbe stato rieletto sindaco, riacclamato re, senz’alcun dubbio.

L’avvisatore elettrico cominciò a squillare. Il cavalier Cappadona sbadigliò, si alzò, si batté il frustino su gli stivali, facendo al solito con le labbra: – Bembé... Bembé... – e uscì, seguito dagli altri, sotto la tettoja della stazione. Melchiorino Palì ripeteva ancora una volta che dobbiamo farla noi la rivolò... ma vide due carabinieri alla porta della sala d’aspetto, e le ultime sillabe della parola gli rimasero in gola: ne venne fuori, poco dopo, al solito, l’eco soltanto, attenuata:

One... one...

La cornetta del casellante strepé in distanza: s’intese il fischio del treno.

– Campana! – ordinò allora il capostazione, che s’era avvicinato a ossequiare il cavalier Cappadona.

Ed ecco il treno, sbuffante, maestoso. Tutti si allineano, in attesa, ansiosi e con quell’eccitazione che l’arrivo del convoglio con la sua imponenza rumorosa e violenta suoi destare; i ferrovieri corrono ad aprir gli sportelli gridando: Costanova! Costanova! Da una vettura di prima classe uno spilungone miope, squallido, con certi baffi biondicci alla cinese, tende una valigia al facchino e gli dice piano:

– Regio Commissario.

Gli aspettanti lo mirano delusi, toccandosi sotto sotto coi gomiti, e il cavalier Decenzio Cappadona si fa avanti con la sua impastatura regale, quando tutto un tratto – è uno scherzo? un’allucinazione? – dietro quello spilungone miope scende maestoso su la predella della vettura un altro Vittorio Emanuele II, più Vittorio Emanuele II del cavalier Decenzio Cappadona.

I due uomini, così davanti a petto, si guatano allibiti. Nessuno degli ex–consiglieri osa farsi avanti; anche il capostazione, che s’era proposto di presentare l’ex–sindaco al Regio Commissario, rimane inchiodato al suo posto; e quell’altro Vittorio Emanuele che è il commendatore Amilcare Zegretti, proprio lui, il Regio Commissario, passa tra tutti quegli uomini quasi esterrefatti, e si caccia con un acuto sgrigliolìo delle scarpe, che pare esprima la nerissima stizza ond’è preso, nella sala d’aspetto, seguito dal suo allampanato segretario particolare.

– Mi.. mi... mi..

Non trova più la voce. Quegli intanto non ardisce alzare gli occhi a guardarlo in faccia.

– Mi chiami il ca... il capostazione, la prego.

Sotto la tettoja, il capostazione è rimasto a guardare a uno a uno i membri del Consiglio disciolto, tutti ancora intronati, e il cavalier Decenzio Cappadona basito addirittura e quasi levato di cervello. Il segretario particolare gli s’accosta, timido, vacillante:

– Scusi, signor Capo, una parolina.

Il capostazione accorre premuroso alla sala d’aspetto e vi trova il commendator Zegretti con tanto d’occhi sbarrati e fulminanti e una mano spalmata sotto il naso in atteggiamento pensieroso, sì, ma che par fatto apposta per nascondere baffi e appendici.

– Quei... quei signori, scusi...

– Del Consiglio disciolto, sissignore. Venuti apposta per ossequiarla, signor Commendatore.

– Grazie, e... c’è, scusi, c’è anche il... come si chiama?

– L’ex–sindaco? Cavalier Cappadona, sissignore. Sarebbe anzi appunto...

– Va bene, va bene. Me lo ringrazii tanto, ma dica che... che io son venuto anche per fare una... una piccola inchiesta, ecco. Non sarebbe dunque prudente... Ci vedremo al Municipio. Mi faccia venire qua, la prego, il mio segretario. Dov’è? dove s’è cacciato?

Il segretario, sotto la tettoja, era assediato dai membri del Consiglio disciolto. Melchiorino Palì aveva posto crudamente il dilemma:

– O si rade l’uno o si rade l’altro.

Ma che! ma no! bisognava che si radesse il nuovo arrivato, per forza; perché del Cappadona era nota a tutti la somiglianza con Vittorio Emanuele II, e perciò, se si fosse raso lui e il Regio Commissario fosse entrato in sua vece da Vittorio Emanuele in Costanova, lo scandalo non si sarebbe evitato. Scandalo inaudito, perché a Costanova l’arrivo di quel Regio Commissario rappresentava un vero e proprio avvenimento. Una fischiata generale sarebbe scoppiata; tutto il paese sarebbe crepato dalle risa; fin le case di Costanova avrebbero traballato per un sussulto di spaventosa ilarità; fino i ciottoli delle vie sarebbero saltati fuori, scoprendosi come tanti denti, in una convulsione di riso.

– Mazzarini! Mazzarini! – strillava più forte degli altri Melchiorino Palì. – È stato lui, l’on. Mazzarini! Ecco la vendetta che ci ha giurato! la lezione memorabile! L’ha scelto lui, a Roma, il Regio Commissario per Costanova... ova... ova... Mascalzone! Offesa alla memoria, alla effigie del nostro Gran Re! Irrisione, attentato al prestigio dell’autorità!

Bisognava a ogni costo impedirlo; mandare presto presto per un barbiere fidato; e lì stesso, nella sala d’aspetto, indurre il Regio Commissario a sacrificare almeno il pappafico... sì, e un pochino pochino anche i baffi, prima d’entrare in paese.

Ma chi si prendeva l’accollo di fare una simile proposta al commendator Zegretti?

Il cavalier Decenzio Cappadona s’era allontanato, fosco, e col frustino si sfogava contro la innocente ruchetta bianca e il crespignolo dai fiori gialli, che crescevano di tra le crepe dell’antica spalletta che impedisce l’ingresso alla stazione.

– Marcocci! – tonò in quel punto il commendator Zegretti, facendosi su la soglia della sala d’aspetto, furibondo.

Il povero segretario, schiacciato sotto l’incarico che gli avevano dato gli ex–consiglieri, accorse come un cane che fiuti in aria le busse.

– Una vettura!

– Aspetti... perdoni, signor Commendatore... – si provò a dire il Marcocci. – Se... se lei volesse... dicevano quei signori... prima d’entrare in paese... qui stesso... dicevano quei signori... perché, lei ha veduto? c’è qui... quello che... l’ex–sindaco, lei ha veduto? Ora, dicevano quei signori...

– Insomma si spieghi! – gli urlò lo Zegretti.

– Ecco, sissignore... qui stesso, si potrebbe... se lei volesse... dicevano... mandare per un... come si chiama? e farsi... un pochino pachino almeno... ecco, i baffi soltanto, signor Commendatore, dicevano quei signori.

– Che? – ruggì il commendator Zegretti e gli si parò di fronte, quasi per scoppiargli addosso, gonfio com’era di collera e di sdegno. – Sa lei che io sono qua, adesso, la prima autorità del paese?

– Sissignore! sissignore! come non lo so?

– E dunque? Una vettura! Marche!

E s’avviò innanzi, col petto in fuori, aggrondato, i baffoni in aria, il naso al vento.

Naturalmente a Costanova accadde quel che i membri del Consiglio disciolto avevano purtroppo preveduto.

Più fiera vendetta di quella l’on. Mazzarini non poteva prendersi, non solo contro il cavalier Decenzio Cappadona, suo acerrimo avversario, ma anche contro l’autorità costituita; lui socialista.

Retrogrado, conservatore, il paese di Costanova? Là, due re! Di cui l’uno il ritratto dell’altro, e l’un contro l’altro armato.

Ora, come un leone in gabbia, il commendator Zegretti nella magna sala del Municipio, ripensando all’impegno di quel deputato a Roma, perché lui e non altri fosse mandato quale Regio Commissario a Costanova; ripensando alla grande soddisfazione che egli per quell’impegno aveva provato, fremeva di rabbia, s’arrotolava i baffoni fino a storcersi il labbro di qua e di là, si stirava il gran pizzo, si affondava le unghie nelle palme delle mani, vedeva rosso!

Come fare il Regio Commissario in quel paese, a cui non poteva mostrarsi, senza promuover subito uno scoppio di risa?

Se non ci fosse stato quell’altro, egli avrebbe certo ispirato maggior reverenza col suo aspetto, che attestava devozione alla monarchia, culto anche fanatico della memoria del Gran Re. Ma ora... così... E se qualcuno ne avesse scritto a Roma, ai giornali? se qualche deputato ne avesse parlato alla Camera?

Così pensando, il commendator Zegretti sentiva di punto in punto crescer l’orgasmo; passeggiava, si fermava, passeggiava ancora un po’, si riformava, sbuffando ogni volta e scotendo in aria le pugna.

Quella sala del Municipio era magnifica, dal palco scompartito, in rilievo, ornato di dorature. Il cavalier Decenzio Cappadona l’aveva fatta decorare e addobbare sontuosamente a sue spese. Nella parete di fondo troneggiava un gran ritratto a olio del primo re d’Italia, che il Cappadona stesso aveva fatto eseguire lì a Costanova, da un pittore di passaggio, sedendo lui per modello.

– Imbecille! Buffone! Così nero? Quando mai Vittorio Emanuele II fu così nero?

Biondo scuro e con gli occhi cilestri: ecco com’era Vittorio Emanuele II; com’era lui, insomma, il commendator Zegretti, che aveva perciò quasi un diritto naturale a professarne la somiglianza. Eh, ma allora, qualunque mascalzone, purché avesse il naso un po’ in sè e un po’ di crescenza nei peli della faccia, poteva figurare da Vittorio Emanuele II; se non si doveva tener conto del colore del pelo, del colore degli occhi.

Più d’uno a Costanova dava ragione al Regio Commissario, sosteneva cioè che veramente egli più del Cappadona somigliava a Vittorio Emanuele II con quegli occhi da vitellone; altri invece sosteneva il contrario; e le discussioni si facevano di giorno in giorno più calorose. Appena lo vedevano passare per via tutti uscivano fuori dalle botteghe, s’affacciavano alle finestre) si fermavano a mirarlo:

– Ma bello, vah! magnifico! guardatelo!

Nessuno poté assistere però alla scena più buffa, che si svolse nella sala del Municipio, dove una mattina dovettero pur trovarsi di fronte tutt’e due, quei Vittorii Emanueli. E ce n’era pure un terzo, lì, dipinto a olio, grande al vero, che se li godeva dall’alto della parete, così ammusati.

Una gran folla, quella mattina, all’annunzio dell’invito che il Regio Commissario aveva fatto al Cappadona per interrogarlo sull’ultima gestione amministrativa, s’era raccolta sotto il Municipio. Figurarsi dunque l’animo del cavalier Decenzio nel recarsi, tra tanta gente assiepata, a quel convegno; e l’animo del commendator Zegretti, a cui ne saliva dalla piazza il brusio.

Oltre l’irrisione, che era patente nella curiosità di tutti quegli oziosi, qualche altra cosa irritava sordamente il cavalier Cappadona.

Quantunque molto munifico al paese, era pur non di meno gelosissimo di tutti i suoi doni al Comune.

Ora, da più giorni, passando sotto il Municipio, aveva veduto spalancate al sole le ampie finestre poste davanti, ch’eran quelle appunto del salone. Povere tende, dunque! poveri mobili, a quella luce sfacciata! e chi sa quanta polvere! che disordine!

Quando, introdotto dal segretario Marcocci, vide il gran tappeto persiano, che copriva da un capo all’altro il pavimento, ridotto in uno stato miserando, come se ci fosse passato sopra un branco di porci, si sentì tutto rimescolare. Ma sentì addirittura artigliarsi le dita nel vedere che colui lo accoglieva senza il minimo riguardo. Signori miei, quell’intruso lì! Quell’intruso, che dimostrandosi fino a tal segno villano e indegno d’abitare in un luogo addobbato con tanto decoro e tanto sfarzo – osava pure scimmiottare l’imagine d’un re.

Il commendator Zegretti stava seduto innanzi a un’elegantissima scrivania, piena zeppa di carte, che s’era fatta trasportare lì nel salone, e scriveva. Senza neppure alzar gli occhi, disse seccamente:

– S’accomodi.

Ma s’era già accomodato da sè, senz’invito, il Cappadona, sulla poltrona di faccia.

Il Regio Commissario, tenendo ancora gli occhi bassi, prese a esporre all’ex–sindaco la ragione per cui lo aveva invitato a venire.

A un certo punto il Cappadona, che lo guardava fieramente, scattò in piedi, serrando le pugna.

– Scusi, – disse, – non si potrebbero almeno accostare un tantino queste finestre?

Due, tre fischi partirono in quel momento dalla folla raccolta nella piazza sottostante.

Il commendator Zegretti alzò il capo, stirandosi un baffo con aria grave, e disse:

– Ma io non ho paura, sa.

– E chi ha paura? – fece il Cappadona. – Dico per queste povere tende... per questo tappeto, capirà...

Il commendator Zegretti guardò le tende, guardò il tappeto, si buttò indietro su la spalliera del seggiolone e, accarezzandosi ora l’interminabile pizzo:

– Mah! – sospirò. – Mi piace, sa, mi piace lavorare alla luce del sole!

– Eh, – squittì il Cappadona, – se non si rovinasse la tappezzeria... Capisco che a lei non importa nulla; ma, se permette, le faccio osservare che importa a me, perché è roba mia.

– Del Municipio, se mai...

– No! Mia, mia, mia. Fatta a mie spese! Mia la sedia, su cui lei siede; mia la scrivania, su cui lei scrive. Tutto quello che lei vede qua, mio, mio, mio, fatto col denaro mio, lo sappia! E se si vuole prendere il disturbo d’affacciarsi un pochino alla finestra, le faccio vedere là l’edificio delle scuole, che ho fatto levare io di pianta e costruire a mie spese e arredare di tutto punto: io! E ci sono anche le scuole tecniche che il signor Mazzarini, deputato del collegio, non è stato buono a ottenere dal Governo, come era d’obbligo, e che mantengo io, a mie spese: io! Se si vuole alzare un pachino e affacciare alla finestra, le faccio vedere, più là, un altro edificio, l’ospedale, costruito, arredato e mantenuto anche da me, a mie spese.. E questa, ora, è la ricompensa, caro signore! Mi si manda qua lei, non so perché: aspetto che lei me lo dica... mi spieghi bene che cosa sia venuto a far qua, lei... Ma già lo vedo... già lo vedo...

E il cavalier Decenzio Cappadona, aprendo le braccia, si mise a guardare il tappeto rovinato.

Con fredda calma ostentata, il commendator Zegretti, inarcando le ciglia a mezzaluna:

– Ma io, – disse, – io invece, sa? sono qua per vedere che cosa ha fatto lei, piuttosto.

– Gliel’ho detto, che cosa ho fatto io! E ci sono le prove lì: c’è tutto il paese che può rispondere per me! Chi è lei? che cosa vuole da me?

– Io rappresento qua il Governo! – rispose infoscandosi il commendator Zegretti, e poggiò ambo le mani su la scrivania.

Il Cappadona si scrollò tutto, tre volte:

– Ma nossignore! ma che Governo! ma non ci creda! Glielo dico io che cosa rappresenta lei qua.

– Oh insomma! – gridò il Regio Commissario, levandosi in piedi anche lui. – Io non posso assolutamente tollerare che lei si dia codeste arie davanti a me!

E i due Vittorii Emanueli si guardarono finalmente negli occhi, pallidi e vibranti d’ira.

– Io, le arie? – fece con un sogghigno il Cappadona. – Ma se le dà lei, mi pare, le arie. Non si è degnato nemmeno d’alzarsi, quando io sono entrato, come se fosse entrato il signor nessuno qua, dove pure tutto mi appartiene.

– Ma io non le so, non le voglio, né le debbo sapere io, codeste cose! – rispose, sempre più eccitandosi, il commendator Zegretti. – Questa è la sede del Municipio.

– Benissimo! Del Municipio! Non stalla, dunque!

– Lei m’offende!

– Come le pare

– Ah sì? E allora io la invito a uscir fuori ! Là!

E il commendator Zegretti additò fieramente la porta.

Si videro, ora, l’uno addosso all’altro, i due re: i baffi tremavano, tremavano i pappafichi, e i nasi all’erta fremevano.

– A me osa dir questo? – tonò il Vittorio Emanuele paesano.

La sua voce s’intese nella piazza sottostante e un uragano di fischi e di grida scomposte si levò minaccioso.

– Proprio a lei! sissignore! Perché io non ho paura! – inveì, pallidissimo, il commendator Zegretti. – E se trovo qua, fra queste carte, qualche irregolarità...

– Mi manda in galera? – compì la frase il Cappadona, sghignazzando. – Ma si provi, si provi; vedrà che cosa succede... Lei qua non rappresenta che quattro mascalzoni messi su da quel farabutto del Mazzarini, deputato socialista, nemico della patria e del re, ha capito? Del re, del re; glielo grido sul muso a lei mascherato a codesto modo!

Trasecolò, nel suo furore, il commendator Zegretti.

– Io, mascherato? – disse. – Come... E lei? Ci vuole un bel coraggio, perdio! Ma si levi! Ma vada via! Io, mascherato? Ma dove, ma quando lo vide mai lei, Vittorio Emanuele, che ha fatto calunniare lì, in quel ritratto? Non era mica così nero, sa? come lei se l’immagina, Vittorio Emanuele II!

– Ah, no? com’era? rosso? nero? repubblicano? socialista come voi? protettore di farabutti? Ma radetevi! radetevi! ci farete miglior figura! Non profanate così l’immagine del Re! E basta, non vi dico altro. Ce la vedremo, caro signore, alle prossime elezioni!

E il cavalier Decenzio Cappadona, col volto in fiamme, uscì tutto sbuffante di fierissimo sdegno.

In piazza fu accolto da un fragoroso scoppio d’applausi. Agli amici più intimi, che lo attendevano ansiosi, non poté rispondere fuorché queste parole:

– Faccio nascere un macello, parola d’onore!

 

E la guerra cominciò, ferocissima, tra i due re.

Com’era però da prevedersi, la sconfitta fu per il commendator Zegretti, avendo il Cappadona tutto il paese dalla sua.

Appena si mostrava per via, due, tre lo chiamavano forte:

– Cavaliere! Signor sindaco!

Tirava via di lungo: e un quarto, ecco, lo raggiungeva di corsa, gli batteva amichevolmente una mano su la spalla.

– Caro Decenzio!

Si voltava di scatto, con gli occhi che gli schizzavano fiamme; e subito:

– Ah, scusi, signor Commendatore! Credevo che fosse il cavalier Cappadona... Capirà! Perdoni...

Rientrava al Municipio? Lungo l’androne c’erano parecchie porte murate; rimanevano però, di qua e di là, gli sguanci nella grossezza del muro, come tante nicchie: bene: da ciascuna saltava fuori un monello, al passaggio del Commendatore. Un saluto militare; uno strillo: – Maestà! – e via a gambe levate.

Il commendator Zegretti licenziò allora il guardaportone ch’era un povero vecchietto allogato lì per carità e che non ne aveva nessuna colpa. Egli, infatti, lasciava in custodia alla moglie l’entrata e andava in giro tutto il giorno, domandando ad alta voce, da lontano, se per caso ci fosse qualcuno che volesse farsi la barba.

Buttato in mezzo alla strada, se n’andò a piangere dal cavalier Cappadona. Sua Maestà gli promise che, rifatte le elezioni, lo avrebbe riassunto in servizio, e intanto gli diede da vivere per sé e per la sua famiglia. Contento, il vecchietto mostrò le forbici al cavalier Cappadona:

– Non dubiti, signor Cavaliere, che se m’avviene di ripigliarlo a comodo, lo acciuffo e lo toso di prepotenza. Baffi e pappafico, signor Cavaliere!

Questa minaccia arrivò agli orecchi del commendator Zegretti, il quale d’allora in poi prese a uscire seguito da due guardie. E allora, da lontano, fischi, urli e altri rumori sguajati, che arrivavano al cielo.

Fu peggio, quando il segretario Marcocci, divenuto d’un estremo squallore e molto più miope dal giorno dell’arrivo, una sera, cercando in uno sgabuzzino alcune carte, si bruciò per disgrazia con la candela che teneva in mano uno di quei suoi baffi biondicci alla cinese, e fu perciò costretto a radersi anche l’altro.

Tutto il paese, il giorno dopo, vedendolo così raso lo riaccompagnò quasi in trionfo al Municipio, come se quel pover’uomo si fosse raso per dare una soddisfazione al Comune di Costanova e il buon esempio al suo principale.

Il commendator Zegretti non si lasciò più vedere per il paese. Il giorno per le elezioni era ormai vicino. Per prudenza, prevedendo l’esplosione del giubilo popolare per la vittoria incontrastabile del Cappadona, domandò al Prefetto del capoluogo un rinforzo di soldati.

Ma la popolazione di Costanova, ben pagata ed eccitata dal vino delle cantine di Sua Maestà, non si lasciò intimidire da quel rinforzo; e il giorno segnato insorse in una frenetica dimostrazione. Le guardie che presidiavano il Municipio caricarono violentemente la folla; ma le spinte, gli urtoni, che scaraventavano di qua e di là i dimostranti e li lasciavano un pezzo, compressi da tutte le parti, a boccheggiar come pesci, non giovarono a nulla: riprendevano fiato quei demonii scatenati e urlavano più forte di prima.

– Abbasso Zegrettììì! Abbasso il pappaficòòò! Si rada! si radààà! Viva Cappadonààà! Ràditi, Zegrettììì!

Un pandemonio.

Ma radersi, no. Ah, radersi, no! Piuttosto il commendator Zegretti, non per paura, ma per non darla vinta a colui che indegnamente si credeva il ritratto di Vittorio Emanuele II, e per non far fuggire sconfitta nella sua persona la vera immagine del gran Re, s’era lasciati crescere da parecchi giorni i peli su le guance.

La sera stessa di quel giorno memorabile, egli, profondamente accorato, se ne andò con una barbaccia da padre cappuccino, mentre l’altro s’insediava di nuovo trionfante nel Municipio di Costanova più Vittorio Emanuele che mai.

037  –  I tre pensieri della sbiobbina

Bene, fino a nove anni: nata bene, cresciuta bene.

A nove anni, come se il destino avesse teso dall’ombra una manaccia invisibile e gliel’avesse imposta sul capo: – Fin qua! – Clementina, tutt’a un tratto, aveva fatto il groppo. Là, a poco più d’un metro da terra.

I medici, eh! subito, con la loro scienza, avevano compreso che non sarebbe cresciuta più. Linfatismo, cachessia, rachitide

Brevi! parlo intendere alle gambe, adesso, al busto di Clementina, che non si doveva più crescere! Busto e gambe, dacché, nascendo, ci s’erano messi, avevano voluto crescere per forza, senza sentir ragione. Non potendo per lungo, sotto l’orribile violenza di quella manaccia che schiacciava, s’erano ostinati a crescere di traverso: sbieche le gambe; il busto, aggobbito, davanti e dietro. Pur di crescere...

Che non crescono forse così, del resto, anche certi alberelli, tutti a nodi e a sproni e a giunture storpie? Così. Con questa differenza però: che l’alberello, intanto, non ha occhi per vedersi, cuore per sentire, mente per pensare; e una povera sbiobbina, sì; che l’alberello storpio non è, che si sappia, deriso da quelli dritti, malvisto per paura del malocchio, sfuggito dagli uccellini; e una povera sbiobbina, sì, dagli uomini, e sfuggita anche dai fanciulli; e che l’alberello infine non deve fare all’amore, perché fiorisce a maggio da sè, naturalmente, così tutto storpio com’è, e darà in autunno i suoi frutti; mentre una povera sbiobbina...

Là, via, era una cosa riuscita male, e che non si poteva rimediare in alcun modo. Chi scrive una lettera, se non gli vien bene, la strappa e la rifà da capo. Ma una vita? Non si può mica rifar da capo, a strapparla una volta, la vita.

E poi, Dio non vuole.

Quasi quasi verrebbe voglia di non crederci, in Dio, vedendo certe cose. Ma Clementina ci credeva. E ci credeva appunto perché si vedeva così. Quale altra spiegazione migliore di questa, di tutto quel gran male che, innocente, senz’alcuna sua colpa, le toccava soffrire per tutta, tutta la vita, che è una sola, e che lei doveva passar tutta, tutta così, come fosse una burla, uno scherzo, compatibile sì e no per un minuto solo e poi basta? Poi dritta, su, svelta, agile, alta, e via tutta quella oppressione. Ma che! Sempre così.

Dio, eh? Dio – era chiaro – aveva voluto così, per un suo fine segreto. Bisognava far finta di crederci, per carità; ché altrimenti Clementina si sarebbe disperata. Spiegandoselo così, invece, lei poteva anche considerare come un bene tutto il suo gran male: un bene sommo e glorioso. Di là, s’intende. In cielo. Che bella angeletta sarà poi in cielo, Clementina!

Ed ecco, ella sorride talvolta, camminando, alla gente che la guarda per istrada. Pare voglia dire: «Non mi deridete, via! perché, vedete? ne sorrido io per la prima. Sono fatta così; non mi son fatta da me; Dio l’ha voluto; e dunque non ve n’affliggete neppure, come non me n’affiggo io, perché, se l’ha voluto Dio, lo so sicuro che una ricompensa, poi, me la darà!».

Del resto, le gambe, tanto tanto non pajono, sotto la veste.

Dio solo sa quanto peni Clementina a farle andare, quelle gambe. E tuttavia sorride.

La pena è anche accresciuta dallo studio ch’ella pone a non barellare tanto, per non dar troppo nell’occhio alla gente. Passare inosservata non potrebbe. Sbiobbina è. Ma via, andando così, con una certa lestezza, e poi modesta, e poi sorridendo...

Qualcuno però, a quando a quando, si dimostra crudele: la osserva, magari col volto atteggiato di compassione, e le torna poco dopo davanti dall’altro lato, quasi volesse a tutti i costi rendersi conto di com’ella faccia con quelle gambe ad andare. Clementina, vedendo che col suo solito sorriso non riesce a disarmare quella curiosità spietata, arrossisce dalla stizza, abbassa il capo; talvolta, perdendo il dominio di sè, per poco non inciampa, non rotola giù per terra; e allora, arrabbiata, quasi quasi si tirerebbe sè la veste e griderebbe a quel crudele:

– Eccoti qua: vedi? E ora lasciami fare la sbiobbina in pace.

In questo quartiere non è ancora conosciuta. Clementina ha cambiato casa da poche settimane. Dove stava prima, era conosciuta da tutti; e nessuno più la molestava. Sarà così, tra breve, anche qua. Ci vuole pazienza! Lei è molto contenta della nuova casa, che sorge in una Piazzetta quieta e pulita. Lavora da mane a sera, con gentilezza e maestria, di scatolette e sacchettini per nozze e per nascite. La sorella (ha una sorella, Clementina, che si chiama Lauretta, minore di cinque anni: ma... diritta lei, eh altro! e svelta e tanto bella, bionda, florida) lavora da modista in una bottega: va ogni mattina, alle otto; rincasa la sera, alle sette. Fra loro, le due sorelle si son fatte da mamma a vicenda; Clementina, prima, a Lauretta; ora Lauretta, invece, a Clementina, quantunque minore d’età. Ma se questa, per la disgrazia, è rimasta come una ragazzina di dieci anni!... Lauretta ha acquistato invece tanta esperienza della vita! Se non ci fosse lei...

Spesso Clementina sta ad ascoltarla a bocca aperta.

Gesù, Gesù... che cose I

E capisce, ora, che con que’ due poveri piedi sbiechi non potrà mai entrare nel mondo misterioso che Lauretta le lascia intravedere. Non ne prova invidia, però: sì un timor vago e come un intenerimento angoscioso, di pietà per sé. Lauretta, un giorno o l’altro, si lancerà in quel mondo fatto per lei; e come resterà, allora, la povera Clementina? Ma Lauretta l’ha rassicurata, le ha giurato che non l’abbandonerà mai, anche se le avverrà di prender marito.

E Clementina ora pensa a questo futuro marito di Lauretta. Chi sarà? Come si conosceranno? Per via, forse. Egli la guarderà, la seguirà; poi, qualche sera la fermerà. E che si diranno? Ah come dov’esser buffo, fare all’amore.

Con gli occhi invagati, seduta innanzi al tavolino presso la finestra, Clementina, così fantasticando, non sa risolversi a metter mano al lavoro apparecchiato sul piano del tavolino. Guarda fuori... Che guarda?

C’è un giovine, un bel giovine biondo, coi capelli lunghi e la barbetta alla nazarena, seduto a una finestra della casa dirimpetto, coi gomiti appoggiati sul davanzale e la testa tra le mani.

Possibile? Gli occhi di quel giovine sono fissi su lei, con una intensità strana. Pallido... Dio, com’è pallido! dov’esser malato. Clementina lo vede adesso per la prima volta, a quella finestra. Ed ecco, egli séguita a guardare... Clementina si turba; poi sospira e si rinfranca. Il primo pensiero che le viene in mente è questo:

– Non guarda une!

Se Lauretta fosse in casa, lei penserebbe che quel giovine... Ma Lauretta non è mai in casa, di giorno. Forse alla finestra del quartierino accanto sarà affacciata qualche bella ragazza, con cui quel giovine fa all’amore. Ma si direbbe proprio ch’egli guarda qua, ch’egli guarda lei. Con quegli occhi? Via, impossibile! Oh, che! Ha fatto un cenno, quel giovine, con la mano: come un saluto! A lei? No, no! Ci sarà senza dubbio qualcuna affacciata.

E Clementina si fa alla finestra, monta su lo sgabelletto che sta lì apposta per lei, e – senza parere –– guarda alla finestra accanto e poi all’altra appresso... guarda giù, alla finestra del piano di sotto, poi a quella del piano di sopra...

Non c’è nessuno!

Timidamente, volge di sfuggita uno sguardo al giovine, ed ecco... un altro cenno di saluto, a lei, proprio a lei... ah, questa volta non c’è più dubbio!

Clementina scappa dalla finestra, scappa dalla stanza col cuore in tumulto. Che sciocca! Ma è uno sbaglio certamente... Quel giovine là dov’esser miope. Chi sa per chi l’avrà scambiata... Forse per Lauretta? Ma sì! Forse avrà seguito Lauretta per via; avrà saputo che lei abita qua, dirimpetto a lui... Ma, altro che miope, allora! Dev’esser cieco addirittura... Eppure, non porta occhiali. Sì, Clementina non è brutta, di faccia: somiglia veramente un po’ alla sorella, ma il corpo! Forse, chi sa! vedendola seduta, lì davanti al tavolino, col cuscino sotto egli avrà potuto avere, così da lontano, l’illusione di veder Lauretta al lavoro.

Quella sera stessa ne domanda alla sorella. Ma questa casca dalle nuvole.

– Che giovine?

– Sta lì, dirimpetto. Non te ne sei accorta?

– Io, no. Chi è?

Clementina glielo descrive minutamente e Lauretta allora le dichiara di non saperne nulla, di non averlo mai incontrato, mai veduto, né da vicino né da lontano.

Il giorno appresso, da capo. Egli è là, nello stesso atteggiamento, coi gomiti sul davanzale e il bel capo biondo tra le mani; e la guarda, la guarda come il giorno avanti, con quella strana intensità nello sguardo.

Clementina non può sospettare che quel giovine, il quale appare tanto, tanto triste, si voglia pigliare il gusto di beffarsi di lei. A che scopo? Ella è una povera disgraziata, che non potrebbe mai e poi mai prender sul serio la beffa crudele, abboccare all’amo, lasciarsi lusingare... E dunque? Oh, ecco: egli ripete il cenno di ieri, la saluta con la mano, china il capo più volte, come per dire: – «A te, sì, a te ’> – e si nasconde il volto con le mani, dolorosamente.

Clementina non può più rimanere lì, presso la finestra; scende dalla sedia, tutta in sussulto, e come una bestiolina insidiata va a spiare dalla finestra della camera accanto, dietro le tendine abbassate. Egli si è tratto dal davanzale; non guarda più fuori; sta ora in un atteggiamento sospeso e accorato; ed ecco, si volta di tratto in tratto a guardare verso la finestra di lei, per vedere se ella vi sia ritornata. La aspetta!

Che deve supporre Clementina? Le viene in mente quest’altro pensiero:

– Non vedrà bene come sono fatta.

E, per esser lasciata in pace, povera sbiobbina, immagina d’un tratto questo espediente: accosta il tavolino alla finestra, prende uno strofinaccio e poi, con l’aiuto d’una seggiola, monta a gran fatica sul tavolino, là, in piedi, come per pulire con quello strofinaccio i vetri della finestra. Così egli la vedrà bene!

Ma per poco Clementina non precipita giù in istrada, nell’accorgersi che quel giovine, vedendola lì, s’è levato in piedi e gesticola furiosamente, spaventato, e le accenna di smontare, giù di lì, giù di lì, per carità: incrocia le mani sul petto, si prende il capo tra le mani e grida, ora, grida!

Clementina scende dal tavolino quanto più presto può, sgomenta, anzi atterrita; lo guarda, tutta tremante, con gli occhi sbarrati; egli le tende le braccia, le invia baci; e allora:

«È matto... – pensa Clementina, stringendosi, storcendosi le mani. – Oh Dio, è matto! è matto!»

Difatti, la sera, Lauretta glielo conferma.

Messa in curiosità dalle domande di Clementina, ella ha domandato notizie di quel giovine, e le hanno detto ch’egli è impazzito da circa un anno per la morte della fidanzata che abitava lì, dove abitano loro, Lauretta e Clementina. A quella fidanzata, prima che morisse, avevan dovuto amputare una gamba e poi l’altra, per un sarcoma che s’era rinnovato.

Ah, ecco perché! Clementina, ascoltando questo racconto della sorella, sente riempirsi gli occhi di lagrime. Per quel giovine o per sé? Sorride poi pallidamente e dice con tremula voce a Lauretta:

Me l’ero figurato, sai? Guardava me...

038  –  Sopra e sotto

Eran venuti su per la buia, erta scaletta di legno; su, in silenzio, quasi di furto, piano piano. Il professor Carmelo Sabato tozzo pingue calvo – con in braccio, come un bamboccetto in fasce, un grosso fiasco di vino. Il professor Lamella, antico alunno del Sabato, con due bottiglie di birra, una per mano.

E da più d’un’ora, su l’alta terrazza sui tetti, irta di comignoli, di fumaioli di stufe, di tubi d’acqua, sotto lo sfavillio fitto, continuo delle stelle che pungevano il cielo senz’allargar le tenebre della notte profonda, conversavano.

E bevevano.

Vino, il professor Sabato: vino, fino a schiattarne: voleva morire. Il professor Lamella, birra: non voleva morire.

Dalle case, dalle vie della città non saliva più, da un pezzo, nessun rumore. Solo, di tratto in tratto, qualche remoto rotolio di vettura.

La notte era afosa, e il professor Carmelo Sabato s’era dapprima snodata la cravatta e sbottonato il colletto davanti, poi anche sbottonato il panciotto e aperta la camicia sul petto velloso: alla fine, nonostante l’ammonimento di Lamella: «Professore, voi vi raffreddate» s’era tolta la giacca, e con molti sospiri, ripiegatala, se l’era messa sotto, per star più comodo su la panchetta bassa, di legno, a sedere con le gambe distese e aperte, una qua, una là, sotto il tavolinetto rustico, imporrito dalla pioggia e dal sole.

Teneva ciondoloni il testone calvo e raso, socchiusi gli occhi bovini torbidi, venati di sangue, sotto le foltissime sopracciglia spioventi, e parlava con voce languida, velata, stiracchiata, come se si lamentasse in sogno:

– Enrichetto, Enrichetto mio, – diceva, – mi fai male... t’assicuro che mi fai male... tanto male...

Il Lamella, biondino, magro, itterico, nervosissimo, stava sdraiato su una specie d’amaca sospesa di qua a un anello nel muro del terrazzo, di là a due bacchette di ferro sui pilastrini del parapetto. Allungando un braccio, poteva prendere da terra la bottiglia: prendeva quasi sempre la vuota, e si stizziva; tanto che, alla fine, con una manata la mandò a rotolare sul pavimento in pendio, con grande angoscia, anzi terrore del vecchio professor Sabato, che si buttò subito a terra, gattoni, e le corse dietro per pararla, fermarla, gemendo, arrangolando:

– Per carità... per carità... sei matto? giù parrà un tuono.

Parlando, il Lamella si storceva tutto, non poteva star fermo un momento, si raggricchiava, si stirava, dava calci e pugni all’aria.

– Vi farò male; ne sono persuaso, caro professore; ma apposta lo faccio: voi dovete guarire! vi voglio rialzare! E vi ripeto che le vostre idee sono antiquate, antiquate, antiquate... Rifletteteci bene, e mi darete ragione!

– Enrichetto, Enrichetto mio, non sono idee, – implorava quello, con voce stiracchiata, lamentosa. – Forse prima erano idee. Ora sono il sentimento mio, quasi un bisogno, figliuolo: come questo vino: un bisogno.

– E io vi dimostro che è stupido! – incalzava l’altro. – E vi levo il vino e vi faccio cangiar di sentimento...

– Mi fai male...

– Vi faccio bene! State a sentire. Voi dite: Guardo le stelle, è vero? no, voi dite rimiro... è più bello, sì, rimiro le stelle, e subito sento la nostra infinita, inferma piccolezza inabissarsi! Ma sentite come parlate ancora bene voi, professore? E ricordo che sempre avete parlato così bene voi, anche quando ci facevate lezione. Inabissarsi è detto benissimo! – Che cosa diventa la terra, voi domandate, l’uomo, tutte le nostre glorie, tutte le nostre grandezze? E vero? dite così?

Il professor Sabato fece di sì pù volte col testone raso. Aveva una mano abbandonata, come morta, su la Banchetta, e con l’altra, sotto la camicia, s’acciuffava sul petto i peli da orso.

Il Lamella riprese con furia:

– E vi sembra serio, questo, egregio professore? Ma scusate! Se l’uomo può intendere e concepire così la infinita sua piccolezza, che vuoi dire? Vuoi dire ch’egli intende e concepisce l’infinita grandezza dell’universo! E come si può dir piccolo, dunque, l’uomo?

– Piccolo... piccolo – diceva, come da una lontananza infinita, il professor Sabato.

E il Lamella, sempre più infuriato:

– Voi scherzate! Piccolo’ Ma dentro di me dov’esserci per forza, capite? qualcosa di quest’infinito, se no io non lo intenderei, come non lo intende... che so? questa mia scarpa, putacaso, o il mio cappello. Qualcosa che, se io affiso... così... gli occhi alle stelle, ecco, s’apre, egregio professore, s’apre e diventa, come niente, plaga di spazio, in cui roteano mondi, dico mondi, di cui sento e comprendo la formidabile grandezza. Ma questa grandezza di chi è? E mia, caro professore! Perché è sentimento mio!

E come potete dunque dire che l’uomo è piccolo, se ha in sè tanta grandezza?

Un improvviso, curioso strido – ari – ferì il silenzio succeduto vastissimo all’ultima domanda del Lamella. Questi si voltò di scatto:

– Come? che dite?

Ma vide il professor Sabato immobile, come morto, con la fronte appoggiata allo spigolo del tavolinetto.

Era stato forse lo strido d’un pipistrello.

In quella positura, più volte, il professor Carmelo Sabato, ascoltando le parole del Lamella, aveva gemuto:

– Tu mi rovini... tu mi rovini...

Ma a un tratto, balenandogli un’idea, levò il capo irosamente e gridò all’antico alunno:

– Ah, tu così ragioni? Questo, prima di tutto, l’ha detto Pascal. Ma va’ avanti! va’ avanti, perdio! Dimmi ora che significa. Significa che la grandezza dell’uomo, se mai, è solo a patto di sentire la sua infinita piccolezza! significa che l’uomo è solo grande quando al cospetto dell’infinito si sente e si vede piccolissimo; e che non è mai così piccolo, come quando si sente grande! Questo significa! E che conforto, che consolazione ti può venir da questo? che l’uomo è dannato qua a questa atroce disperazione: di vedere grandi le cose piccole – tutte le cose nostre, qua, della terra – e piccole le grandi là, le stelle?

Diede di piglio al fiasco, furiosamente, e ingollò due bicchieri di vino, uno sopra l’altro, come se li fosse meritati e ne avesse acquistato un incontrastabile diritto, dopo quanto aveva detto.

– E che c’entra? e che c’entra? – gridava intanto il Lamella, tirate le gambe fuori dall’amaca, e agitandole insieme con le braccia, come se volesse lanciarsi sul professore. – Conforto? consolazione? Voi cercate questo, lo so! Voi avete bisogno di vedervi, di sapervi piccolo...

– Piccolo, sì... piccolo, piccolo...

– Piccolo, tra cose piccole e meschine...

– Sì... così...

– Su un corpuscolo infinitesimale dello spazio, è vero?

– Sì, sì... infinitesimale...

– Ma perché? Per seguitare ad abbrutirvi, a incarognirvi!

Il professor Sabato non rispose: aveva in bocca di nuovo il bicchiere, che già gli ballava in mano: accennò di sì col testone, seguitando a bere.

– Vergognatevi! Vergognatevi! – inveì il Lamella. – Se la vita ha in sè, se l’uomo ha in sé quella sventura che voi dite, sta a noi di sopportarla nobilmente! Le stelle sono grandi, io sono piccolo, e dunque m’ubriaco, è vero? Questa è la vostra logica! Sia le stelle sono piccole, piccole, se voi non le concepite grandi: la grandezza dunque è in voi! E se voi siete così grande da concepir grandi le cose che paiono piccole, perché poi volete vedere piccole e meschine quelle che a tutti paiono grandi e gloriose.’ Paiono e sono, professore! Perché non è piccolo, come voi credete, l’uomo che le ha fatte, l’uomo che ha qua, qua in petto, in sè la grandezza delle stelle, quest’infinito, quest’eternità dei cieli, l’anima dell’universo immortale. Che fate? ah, voi piangete? ho capito! Siete già ubriaco, professore!

Il Lamella saltò dall’amaca e si chinò sul professor Sabato che, appoggiato al muro, si scoteva tutto, sussultando, quasi ruttando i singhiozzi, che a uno a uno gli rompevano dal fondo delle viscere, fetidi di vino.

– Sù, sè, smettetela, perdio! – gli gridò. – Mi fate rabbia, perché mi fate pietà! Un uomo del vostro ingegno, dei vostri studii, ridursi così! vergogna! Voi avete un’anima, un’anima, un’anima. Me la ricordo io, la vostra anima nobile, accesa di bene; me la ricordo io!

– Per carità... per carità... – gemeva, implorava il professor Carmelo Sabato, tra le lagrime, sussultando. – Enrichetto... Enrichetto mio... no, per carità... non mi dire che ho un’anima immortale... Fuori! fuori! Ecco, sì, ecco quello che io dico: fuori; sarà fuori l’anima immortale... e tu la respiri, tu sì, perché non ti sei ancora guastato... la respiri come l’aria, e te la senti dentro... certi giorni più, certi giorni meno... Ecco quello che io dico! Fuori... fuori... per carità, lasciala fuori, l’anima immortale... Io, no... io, no... mi sono guastato apposta per non respirarla più... m’empio di vino apposta, perché non la voglio più, non la voglio più dentro di me... la lascio a voi... sentitevela dentro voi... io non ne posso più... non ne posso più...

A questo punto, una voce dolce chiamò dal fondo della terrazza:

– Signore...

Il Lamella si volse. Là, nel vano nero dell’usciolo biancheggiavano le ampie ali della cornetta d’una suora di carità.

Il giovane professore accorse, confabulò piano con la suora, poi tutt’e due vennero premurosamente verso l’ubriaco e lo tirarono per le braccia sì in piedi.

Il professor Carmelo Sabato, scamiciato, col testone ciondolante, il viso bagnato di lagrime, sbirciò l’uno e l’altra, sorpreso, intontito da tanta premura silenziosa; non disse nulla; si lasciò condurre, cempennante.

La discesa per la buia, angusta, ripida scaletta di legno fu difficile: il Lamella, avanti, con quasi tutto il peso addosso di quel corpaccio cascante; la suora, dietro, curva a trattener con ambedue le braccia, quanto più poteva, quel peso.

Alla fine, sorreggendolo per le ascelle, lo introdussero a traverso due stanzette buie nella camera in fondo, illuminata da due candele or ora accese sui due comodini ai lati del letto matrimoniale.

Rigido, impalato sul letto, con le braccia in croce, stava il cadavere della moglie, dal viso duro, arcigno, illividito dal riverbero delle candele sul soffitto basso, opprimente della camera.

Un’altra suora pregava inginocchiata e a mani giunte a piè del letto.

Il professor Carmelo Sabato, ancora sorretto per le ascelle, ansimante, guardò un pezzo la morta, quasi atterrito, in silenzio. Poi si volse al Lamella, come a fargli una domanda:

– Ah?

La suora, senza sdegno, con umiltà dolente e paziente gli te’ cenno di mettersi in ginocchio, ecco, così come faceva lei.

– L’anima, eh? – disse alla fine il Sabato, con un sussulto. – L’anima immortale, eh?

– Signore! – supplicò l’altra suora più anziana.

– Ah? sì... sì... subito... – si rimise, come spaurito, il professor Carmelo Sabato, calandosi faticosamente sui ginocchi.

Cadde, carponi, con la faccia a terra, e stette così un pezzo, picchiandosi il petto col pugno. Ma a un tratto dalla bocca, lì contro terra, gli venne fuori con suono stridulo e imbrogliato il ritornello d’una canzonettaccia francese: «Mets–la en trou, mets–la en trou...» seguito da un ghigno: ih ih ih ih...

Le due suore si voltarono, inorridite; il Lamella si chinò subito a strapparlo da terra e trascinarlo via nella stanza accanto; lo pose a sedere su una seggiola e lo scrollò forte, forte, a lungo, intimandogli:

– Zitto! zitto!

– Sì, l’anima... – disse piano, ansimando, l’ubriaco, – anche lei... l’anima... la plaga... la plaga di spazio... dove... dove roteano mondi, mondi...

– Statevi zitto! – seguitava a gridargli in faccia, con voce soffocata, il Lamella, scrollandolo. – Statevi zitto!

Il Sabato, allora, contro la sopraffazione provò di levarsi fiero in piedi; non poté; alzò un braccio; gridò:

– Due figlie... costei... due figlie mi buttò alla perdizione... due figlie!

Accorsero le due suore a scongiurarlo di calmarsi, di tacere, di perdonare; egli si rimise di nuovo, cominciò a dir di sì, di sì col

capo, aspettando il pianto, che alla fine gli proruppe, dapprima con un mugolio dalla gola serrata, poi in tremendi singhiozzi. A poco a poco si calmò esortato dalle due suore; poi non pensando d’aver lasciato su nella terrazza la giacca, cominciò a frugarsi in petto con una mano.

– Che cercate? – gli domandò il Lamella.

Guardando smarritamente le due suore e l’antico alunno, ora l’una ora l’altro, rispose:

– M’hanno scritto. Tutt’e due. Volevano veder la madre. M’hanno scritto.

Socchiuse gli occhi e aspirò col naso, a lungo, deliziosamente, accompagnando l’aspirazione con un gesto espressivo della mano:

– Che profumo... che profumo... Lauretta, da Torino... l’altra, da Genova...

Tese una mano e afferrò un braccio del Lamella.

– Quella che volevi tu...

Il Lamella, mortificato davanti alle due suore, s’infoscò in volto.

– Giovannina... Vanninella, sì... Célie... ah ah ah... Célie Bouton... La volevi tu...

– Statevi zitto, professore! – muggì il Lamella, contraffatto dall’ira e dallo sdegno.

Il Sabato insaccò il capo fra le spalle, per paura, ma guardò da sotto in sè con malizia l’antico alunno:

– Hai ragione sì... Enrichetto, non mi far male... hai ragione... L’hai sentita all’Olympia? Mets–la en trou, mets–la en trou...

Le due suore alzarono le mani come a turarsi gli orecchi, col viso atteggiato di commiserazione, e ritornarono alla camera della defunta, chiudendone l’uscio.

Inginocchiate di nuovo a piè del letto funebre, udirono a lungo la contesa di quei due rimasti al bujo.

– Vi proibisco di ricordarlo! – gridava, soffocato, il giovine.

– Va’ a guardare le stelle... va’ a guardare le stelle... – diceva l’altro.

– Siete un buffone!

– Sì... e sai? Vanninella m’ha... m’ha anche mandato un po’ di danaro... e io non gliel’ho rimandato, sai? Sono andato alla Posta, a riscuotere il vaglia, e...

– E...?

– E ci ho comprato la birra per te, idealista.

039  –  Un «goj»

Il signor Daniele Catellani, mio amico, bella testa ricciuta e nasuta – capelli e naso di razza – ha un brutto vizio: ride nella gola in un certo modo così irritante, che a molti, tante volte, viene la tentazione di tirargli uno schiaffo.

Tanto più che, subito dopo, approva ciò che state a dirgli. Approva col capo; approva con precipitosi:

– Già, già! già, già!

Come se poc’anzi non fossero state le vostre parole a provocargli quella dispettosissima risata.

Naturalmente voi restate irritati e sconcertati. Ma badate che è poi certo che il signor Daniele Catellani farà come voi dite. Non c’è caso che s’opponga a un giudizio, a una proposta, a una considerazione degli altri.

Ma prima ride.

Forse perché, preso alla sprovvista, là, in un suo mondo astratto, così diverso da quello a cui voi d’improvviso lo richiamate, prova quella certa impressione per cui alle volte un cavallo arriccia le froge e nitrisce.

Della remissione del signor Daniele Catellani e della sua buona volontà d’accostarsi senz’urti al mondo altrui, ci sono del resto non poche prove, della cui sincerità sarebbe, io credo, indizio di soverchia diffidenza dubitare.

Cominciamo che per non offendere col suo distintivo semitico, troppo apertamente palesato dal suo primo cognome (Levi), l’ha buttato via e ha invece assunto quello di Catellani.

Ma ha fatto anche di più.

S’è imparentato con una famiglia cattolica, nera tra le più nere, contraendo un matrimonio cosiddetto misto, vale a dire a condizione che i figliuoli (e ne ha già cinque) fossero come la madre battezzati, e perciò perduti irremissibilmente per la sua fede.

Dicono però che quella risata così irritante del mio amico signor Catellani ha la data appunto di questo suo matrimonio misto.

A quanto pare, non per colpa della moglie, però, bravissima signora, molto buona con lui, ma per colpa del suocero, che è il signor Pietro Ambrini, nipote del defunto cardinale Ambrini, e uomo d’intransigentissimi principii clericali.

Come mai, voi dite, il signor Daniele Catellani andò a cacciarsi in una famiglia munita d’un futuro suocero di quella forza?

Mah!

Si vede che, concepita l’idea di contrarre un matrimonio misto, volle attuarla senza mezzi termini; e chi sa poi, fors’anche con l’illusione che la scelta stessa della sposa d’una famiglia così notoriamente divota alla santa Chiesa cattolica, dimostrasse a tutti che egli reputava come un accidente involontario, da non doversi tenere in alcun conto, l’esser nato semita.

Lotte acerrime ebbe a sostenere per questo matrimonio. Ma è un fatto che i maggiori stenti che ci avvenga di soffrire nella vita sono sempre quelli che affrontiamo per fabbricarci con le nostre stesse mani la forca.

Forse però – almeno a quanto si dice non sarebbe riuscito a impiccarsi il mio amico Catellani, senza l’aiuto non del tutto disinteressato del giovine Millino Ambrini, fratello della signora, fuggito due anni dopo in America per ragioni delicatissime, di cui è meglio non far parola.

Il fatto è che il suocero, cedendo obtorto collo alle nozze, impose alla figlia come condizione imprescindibile di non derogare d’un punto alla sua santa fede e di rispettare col massimo zelo tutti i precetti di essa, senza mai venir meno a nessuna delle pratiche religiose. Pretese inoltre che gli fosse riconosciuto come sacrosanto i] diritto di sorvegliare perché precetti e pratiche fossero tutti a uno a uno osservati scrupolosamente, non solo dalla nuova signora Catellani, ma anche e più dai figliuoli che sarebbero nati da lei.

Ancora, dopo nove anni, non ostante la remissione di cui il genero gli ha dato e seguita a dargli le più lampanti prove, il signor Pietro Ambrini non disarma. Freddo, incadaverito e imbellettato, con gli abiti che da anni e anni gli restano sempre nuovi addosso e quel certo odore ambiguo della cipria, che le donne si dànno dopo il bagno, sotto le ascelle e altrove, ha il coraggio d’arricciare il naso, vedendolo passare, come se per le sue nari ultracattoliche il genero non si sia per anche mondato del suo pestilenzialissimo foetor judaicus.

 

Lo so perché spesso ne abbiamo parlato insieme.

Il signor Daniele Catellani ride in quel suo modo nella gola, non tanto perché gli sembri buffa questa vana ostinazione del fiero suocero a vedere in lui per forza un nemico della sua fede, quanto per ciò che avverte in sè da un pezzo a questa parte.

Possibile, via, che in un tempo come il nostro, in un paese come il nostro, debba sul serio esser fatto segno a una persecuzione religiosa uno come lui, sciolto fin dall’infanzia da ogni fede positiva e disposto a rispettar quella degli altri, cinese, indiana, luterana, maomettana?

Eppure, è proprio così. C’è poco da dire: il suocero lo perseguita. Sarà ridicola, ridicolissima, ma una vera e propria persecuzione religiosa, in casa sua, esiste. Sarà da una parte sola e contro un povero inerme, anzi venuto apposta senz’armi per arrendersi; ma una vera e propria guerra religiosa quel benedett’uomo del suocero gliela viene a rinnovare in casa ogni giorno, a tutti i costi, e con animo inflessibilmente e acerrimamente nemico.

Ora, lasciamo andare che – batti oggi e batti domani – a causa della bile che già comincia a muoverglisi dentro, l’homo judaeus prende a poco a poco a rinascere e a ricostituirsi in lui, senza ch’egli per altro voglia riconoscerlo. Lasciamo andare. Ma lo scadere ch’egli fa di giorno in giorno nella considerazione e nel rispetto della gente per tutto quell’eccesso di pratiche religiose della sua famiglia, così deliberatamente ostentato dal suocero, non per sentimento sincero, ma per un dispetto a lui e con l’intenzione manifesta di recare a lui una gratuita offesa, non può non essere avvertito dal mio amico signor Daniele Catellani. E c’è di più. I figliuoli, quei poveri bambini così vessati dal nonno, cominciano anch’essi ad avvertir confusamente che la cagione di quella vessazione continua che il nonno infligge loro, dov’essere in lui, nel loro papà. Non sanno quale, ma in lui dov’essere di certo. Il buon Dio, il buon Gesù – (ecco, il buon Gesù specialmente!) – ma anche i Santi, oggi questo e domani quel Santo, ch’essi vanno a pregare in chiesa col nonno ogni giorno, è chiaro ormai che hanno bisogno di tutte quelle loro preghiere, perché lui, il papà, deve aver fatto loro, di certo, chi sa che grosso male! Al buon Gesù, specialmente! E prima d’andare in chiesa, tirati per mano, si voltano, poveri piccini, ad allungargli certi sguardi così densi di perplessa angoscia e di dogliosa rimprovero, che il mio amico signor Daniele Catellani si metterebbe a urlare chi sa quali imprecazioni, se invece... se invece non preferisse buttare indietro la testa ricciuta e nasuta e prorompere in quella sua solita risata nella gola.

Ma sì, via! Dovrebbe ammettere altrimenti sul serio d’aver commesso un’inutile vigliaccheria a voltar le spalle alla fede dei suoi padri, a rinnegare nei suoi figliuoli il suo popolo eletto: ’am olam, come dice il signor Rabbino. E dovrebbe sul serio sentirsi in mezzo alla sua famiglia un goj, uno straniero; e sul serio infine prendere per il petto questo suo signor suocero cristianissimo e imbecille, e costringerlo ad aprir bene gli occhi e a considerare che, via, non è lecito persistere a vedere nel suo genero un deicida, quando in nome di questo Dio ucciso duemil’anni fa dagli ebrei, i cristiani che dovrebbero sentirsi in Cristo tutti quanti fratelli, per cinque anni si sono scannati tra loro allegramente in una guerra che, senza pregiudizio di quelle che verranno, non aveva avuto finora l’eguale nella storia.

No, no, via! Ridere, ridere. Son cose da pensare e da dir sul serio al giorno d’oggi?

Il mio amico signor Daniele Catellani sa bene come va il mondo. Gesù, sissignori. Tutti fratelli. Per poi scannarsi tra loro. E naturale. E tutto a fil di logica, con la ragione che sta da ogni parte: per modo che a mettersi di qua non si può fare a meno d’approvare ciò che s’è negato stando di là.

Approvare, approvare, approvar sempre.

Magari, sì, farci sì prima, colti alla sprovvista, una bella risata. Ma poi approvare, approvar sempre, approvar tutto.

Anche la guerra, sissignori.

 

Però (Dio, che risata interminabile, quella volta!) però, ecco, il signor Daniele Catellani volle fare, l’ultimo anno della grande guerra europea, uno scherzo al suo signor suocero Pietro Ambrini, uno scherzo di quelli che non si dimenticano più.

Perché bisogna sapere che, nonostante gran carneficina, con una magnifica faccia tosta il signor Pietro Ambrini, quell’anno, aveva pensato di festeggiare, per i cari nipotini, la ricorrenza del Santo Natale più pomposamente che mai. E s’era fatti fabbricare tanti e tanti pastorelli di terracotta: i pastorelli che portano le loro umili offerte alla grotta di Bethlehem, al Bambinello Gesù appena nato: fiscelle di candida ricotta panieri d’uova e cacio raviggiolo, e anche tanti Franchetti di Soffici pecorelle e somarelli carichi anch’essi d’altre più ricche offerte, seguiti da vecchi massari e da campieri. E sui cammelli, ammantati, incoronati e solenni, i tre re Magi, che vengono col loro seguito da lontano lontano dietro alla stella cometa che s’è fermata su la grotta di sughero, dove su un po’ di paglia vera è il roseo Bambinello di cera tra Maria e San Giuseppe; e San Giuseppe ha in mano il bàcolo fiorito, e dietro sono il bue e l’asinello.

Aveva voluto che fosse ben grande il presepe quell’anno, il caro nonno, e tutto bello in rilievo, con poggi e dirupi, agavi e palme, e sentieri di campagna per cui si dovevano veder venire tutti quei pastorelli ch’eran perciò di varie dimensioni, coi loro branchetti di pecorelle e gli asinelli e i re Magi.

Ci aveva lavorato di nascosto per più d’un mese, con l’aiuto di due manovali che avevan levato il palco in una stanza per sostener la plastica. E aveva voluto che fosse illuminato da lampadine azzurre in ghirlanda; e che venissero dalla Sabina, la notte di Natale, due zampognari a sonar l’acciarino e le ciaramelle.

I nipotini non ne dovevano saper nulla.

A Natale, rientrando tutti imbacuccati e infreddoliti dalla messa notturna, avrebbero trovato in casa quella gran sorpresa: il suono delle ciaramelle, l’odore dell’incenso e della mirra, e il presepe là, come un sogno, illuminato da tutte quelle lampadine azzurre in ghirlanda. E tutti i casigliani sarebbero venuti a vedere, insieme coi parenti e gli amici invitati al cenone, questa gran maraviglia ch’era costata a nonno Pietro tante cure e tanti quattrini.

Il signor Daniele lo aveva veduto per casa tutto assorto in queste misteriose faccende, e aveva riso; aveva sentito le martellate dei due manovali che piantavano il palco di là, e aveva riso.

Il demonio, che gli s’è domiciliato da tanti anni nella gola, quell’anno, per Natale, non gli aveva voluto dar più requie: giù risate e risate senza fine. Invano, alzando le mani, gli aveva fatto cenno di calmarsi; invano lo avena ammonito di non esagerare, di non eccedere.

– Non esagereremo, no! – gli aveva risposto dentro il demonio. – Sta’ pur sicuro che non eccederemo. Codesti pastorelli con le fiscelline di ricotta e i panierini d’uova e il cacio raviggiolo sono un caro scherzo, chi lo può negare? così in cammino tutti verso la grotta di Bethlehem! Ebbene, resteremo nello scherzo anche noi, non dubitare! Sarà uno scherzo anche il nostro, e non meno carino. Vedrai.

Così il signor Daniele s’era lasciato tentare dal suo demonio; vinto sopra tutto da questa capziosa considerazione: che cioè sarebbe restato nello scherzo anche lui.

Venuta la notte di Natale, appena il signor Pietro Ambrini con la figlia e i nipotini e tutta la servitù si recarono in chiesa per la messa di mezzanotte, il signor Daniele Catellani entrò tutto fremente d’una gioia quasi pazzesca nella stanza del presepe: tolse via in fretta e furia i re Magi e i cammelli, le pecorelle e i somarelli, i pastorelli del cacio raviggiolo e dei panieri d’uova e delle fiscelle di ricotta – personaggi e offerte al buon Gesù, che il suo demonio non aveva stimato convenienti al Natale d’un anno di guerra come quello – e al loro posto mise più propriamente, che cosa? niente, altri giocattoli: soldatini di stagno, ma tanti, ma tanti, eserciti di soldatini di stagno, d’ogni nazione, francesi e tedeschi, italiani e austriaci, russi e inglesi, serbi e rumeni, bulgari e turchi, belgi e americani e ungheresi e montenegrini, tutti coi fucili spianati contro la grotta di Bethlehem, e poi, e poi tanti cannoncini di piombo, intere batterie, d’ogni foggia, d’ogni dimensione, puntati anch’essi di sè, di giù, da ogni parte, tutti contro la grotta di Bethlehem, i quali avrebbero fatto veramente un nuovo e graziosissimo spettacolo.

Poi si nascose dietro il presepe.

Lascio immaginare a voi come rise là dietro, quando, alla fine della messa notturna, vennero incontro alla meravigliosa sorpresa il nonno Pietro coi nipotini e la figlia e tutta la folla degli invitati, mentre già l’incenso fumava e i zampognari davano fiato alle loro ciaramelle.

040  –  La patente

Con quale inflessione di voce e quale atteggiamento d’occhi e di mani, curvandosi, come chi regge rassegnatamente su le spalle un peso insopportabile, il magro giudice D’Andrea soleva ripetere: «Ah, figlio caro!» a chiunque gli facesse qualche scherzosa osservazione per il suo strambo modo di vivere!

Non era ancor vecchio; poteva avere appena quarant’anni; ma cose stranissime e quasi inverosimili, mostruosi intrecci di razze, misteriosi travagli di secoli bisognava immaginare per giungere a una qualche approssimativa spiegazione di quel prodotto umano che si chiamava il giudice D’Andrea.

E pareva ch’egli, oltre che della sua povera, umile, comunissima storia familiare, avesse notizia certa di quei mostruosi intrecci di razze, donde al suo smunto sparuto viso di bianco eran potuti venire quei capelli crespi gremiti da negro; e fosse consapevole di quei misteriosi infiniti travagli di secoli, che su la vasta fronte protuberante gli avevano accumulato tutto quel groviglio di rughe e tolto quasi la vista ai piccoli occhi plumbei, e sconforto tutta la magra, misera personcina.

Così sbilenco, con una spalla più alta dell’altra, andava per via di traverso, come i cani. Nessuno però, moralmente, sapeva rigar più diritto di lui. Lo dicevano tutti.

Vedere, non aveva potuto vedere molte cose, il giudice D’Andrea; ma certo moltissime ne aveva pensate, e quando il pensare è più triste, cioè di notte.

Il giudice D’Andrea non poteva dormire.

Passava quasi tutte le notti alla finestra a spazzolarsi una mano a quei duri gremiti suoi capelli da negro, con gli occhi alle stelle, placide e chiare le une come polle di luce, guizzanti e pungenti le altre; e metteva le più vive in rapporti ideali di figure geometriche, di triangoli e di quadrati, e, socchiudendo le palpebre dietro le lenti, pigliava tra i peli delle ciglia la luce d’una di quelle stelle, e tra l’occhio e la stella stabiliva il legame d’un sottilissimo filo luminoso, e vi avviava l’anima a passeggiare come un ragnetto smarrito.

Il pensare così di notte non conferisce molto alla salute. L’arcana solennità che acquistano i pensieri produce quasi sempre, specie a certuni che hanno in sè una certezza su la quale non possono riposare, la certezza di non poter nulla sapere e nulla credere non sapendo, qualche seria costipazione. Costipazione d’anima, s’intende. E al giudice D’Andrea, quando si faceva giorno, pareva una cosa buffa e atroce nello stesso tempo, ch’egli dovesse recarsi al suo ufficio d’Istruzione ad amministrare – per quel tanto che a lui toccava – la giustizia ai piccoli poveri uomini feroci.

Come non dormiva lui, così sul suo tavolino nell’ufficio d’Istruzione non lasciava mai dormire nessun incartamento, anche a costo di ritardare di due o tre ore il desinare e di rinunziar la sera, prima di cena, alla solita passeggiata coi colleghi per il viale attorno alle mura del paese.

Questa puntualità, considerata da lui come dovere imprescindibile, gli accresceva terribilmente il supplizio. Non solo d’amministrare la giustizia gli toccava; ma d’amministrarla così, su due piedi.

Per poter essere meno frettolosamente puntuale, credeva d’aiutarsi meditando la notte. Ma, neanche a farlo apposta, la notte, spazzolando la mano a quei suoi capelli da negro e guardando le stelle, gli venivano tutti i pensieri contrarii a quelli che dovevano fare al caso per lui, data la sua qualità di giudice istruttore; così che, la mattina dopo, anziché aiutata, vedeva insidiata e ostacolata la sua puntualità da quei pensieri della notte e cresciuto enormemente lo stento di tenersi stretto a quell’odiosa sua qualità di giudice istruttore.

Eppure, per la prima volta, da circa una settimana, dormiva un incartamento sul tavolino del giudice D’Andrea. E per quel processo che stava lì da tanti giorni in attesa, egli era in preda a un’irritazione smaniosa, a una tetraggine soffocante.

Si sprofondava tanto in questa tetraggine, che gli occhi aggrottati, a un certo punto, gli si chiudevano. Con la penna in mano, dritto sul busto, il giudice D’Andrea si metteva allora a pisolare, prima raccorciandosi, poi attrappandosi come un baco infratito che non possa più fare il bozzolo.

Appena, o per qualche rumore o per un crollo più forte del capo, si ridestava e gli occhi gli andavano lì, a quell’angolo del tavolino dove giaceva l’incartamento, voltava la faccia e, serrando le labbra, tirava con le nari fischianti aria aria aria e la mandava dentro, quanto più dentro poteva, ad allargar le viscere contratte dall’esasperazione, poi la ributtava via spalancando la bocca con un versaccio di nausea, e subito si portava una mano sul naso adunco a regger le lenti che, per il sudore, gli scivolavano.

Fra veramente iniquo quel processo là: iniquo perché includeva una spietata ingiustizia contro alla quale un pover’uomo tentaa disperatamente di ribellarsi senza alcuna probabilità di scampo. C’era in quel processo una vittima che non poteva prendersela con nessuno. Aveva voluto prendersela con due, lì in quel processo, coi primi due che gli erano capitati sotto mano, e sissignori – la giustizia doveva dargli torto, torto, torto, senza remissione, ribadendo così, ferocemente, l’iniquità di cui quel pover’uomo era vittima.

A Passeggio, di parlarne coi colleghi, ma questi, appena egli faceva il nome del Chiàrchiaro, cioè di colui che aveva intentato il processo, si alteravano in viso e si ficcavano subito una mano in tasca a stringervi una chiave, o sotto sotto allungavano l’indice e il mignolo a far le corna, o s’afferravano sul panciotto i gobbetti d’argento, i chiodi, i corni di corallo pendenti dalla catena dell’orologio. Qualcuno, più francamente, prorompeva:

– Per la Madonna Santissima, ti vuoi star zitto?

Ma non poteva starsi zitto il magro giudice D’Andrea. Se n’era fatta proprio una fissazione, di quel processo. Gira gira, ricascava per forza a parlarne. Per avere un qualche lume dai colleghi – diceva – per discutere così in astratto il caso.

Perché, in verità, era un caso insolito e speciosissimo quello d’un iettatore che si querelava per diffamazione contro i primi due che gli erano caduti sotto gli occhi nell’atto di far gli scongiuri di rito al suo passaggio.

Diffamazione? Ma che diffamazione, povero disgraziato, se già da qualche anno era diffusissima in tutto il paese la sua fama di iettatore? se innumerevoli testimonii potevano venire in tribunale a giurare che egli in tante e tante occasioni aveva dato segno di conoscere quella sua fama, ribellandosi con proteste violente? Come condannare, in coscienza, quei due giovanotti quali diffamatori per aver fatto al passaggio di lui il gesto che da tempo solevano fare apertamente tutti gli altri, e primi fra tutti – eccoli là – gli stessi giudici?

E il D’Andrea si struggeva; si struggeva di più incontrando per via gli avvocati, nelle cui mani si erano messi quei due giovanotti, l’esile e patitissimo avvocato Grigli, dal profilo di vecchio uccello di rapina, e il grasso Manin Baracca, il quale, portando in trionfo su la pancia un enorme corno comperato per l’occasione e ridendo con tutta la pallida carnaccia di biondo maiale eloquente, prometteva ai concittadini che presto in tribunale sarebbe stata per tutti una magnifica festa.

 

Orbene, proprio per non dare al paese lo spettacolo di quella «magnifica festa» alle spalle d’un povero disgraziato, il giudice D’Andrea prese alla fine la risoluzione di mandare un usciere in casa del Chiàrchiaro per invitarlo a venire all’ufficio d’Istruzione. Anche a costo di pagar lui le spese, voleva indurlo a desistere dalla querela, dimostrandogli quattro e quattr’otto che quei due giovanotti non potevano essere condannati, secondo giustizia, e che dalla loro assoluzione inevitabile sarebbe venuto a lui certamente maggior danno, una più crudele persecuzione.

Ahimè, è proprio vero che è molto più facile fare il male che il bene, non solo perché il male si può fare a tutti e il bene solo a quelli che ne hanno bisogno; ma anche, anzi sopra tutto, perché questo bisogno di aver fatto il bene rende spesso così acerbi e irti gli animi di coloro che si vorrebbero beneficare, che il beneficio diventa difficilissimo.

Se n’accorse bene quella volta il giudice D’Andrea, appena alzò gli occhi a guardar il Chiàrchiaro, che gli era entrato nella stanza, mentr’egli era intento a scrivere. Ebbe uno scatto violentissimo e buttò all’aria le carte, balzando in piedi e gridandogli:

– Ma fatemi il piacere! Che storie son queste? Vergognatevi!

Il Chiàrchiaro s’era combinata una faccia da iettatore, ch’era una meraviglia a vedere. S’era lasciata crescere su le cave gote gialle una barbaccia ispida e cespugliata; si era insellato sul naso un paio di grossi occhiali cerchiati d’osso, che gli davano l’aspetto d’un barbagianni; aveva poi indossato un abito lustro, sorcigno, che gli sgonfiava da tutte le parti.

Allo scatto del giudice non si scompose. Dilatò le nari, digrignò i denti gialli e disse sottovoce:

– Lei dunque non ci crede?

– Ma fatemi il piacere! – ripeté il giudice D’Andrea. – Non facciamo scherzi, caro Chiàrchiaro! O siete impazzito? Via, via, sedete, sedete qua.

E gli s’accostò e fece per posargli una mano su la spalla. Subito il Chiàrchiaro sfagliò come un mulo, fremendo:

– Signor giudice, non mi tocchi! Se ne guardi bene! O lei, com’è vero Dio, diventa cieco!

Il D’Andrea stette a guardarlo freddamente, poi disse:

– Quando sarete comodo... Vi ho mandato a chiamare per il vostro bene. Là c’è una sedia, sedete.

Il Chiàrchiaro sedette e, facendo rotolar con le mani su le cosce la canna d’India a mo’ d’un matterello, si mise a tentennare il capo.

– Per il mio bene? Ah, lei si figura di fare il mio bene, signor giudice, dicendo di non credere alla iettatura?

Il D’Andrea sedette anche lui e disse:

– Volete che vi dica che ci credo? E vi dirò che ci credo! Va bene così?

– Nossignore, – negò recisamente il Chiàrchiaro, col tono di chi non ammette scherzi. – Lei deve crederci sul serio, e deve anche dimostrarlo istruendo il processo!

– Questo sarà un po’ difficile, – sorrise mestamente il D’Andrea. – Ma vediamo di intenderci, caro Chiàrchiaro. Voglio dimostrarvi che la via che avete preso non è propriamente quella che possa condurvi a buon porto.

– Via? porto? Che porto e che via? – domandò, aggrondato, il Chiàrchiaro.

– Né questa d’adesso, – rispose il D’Andrea, – né quella là del processo. Già l’una l’altra scusate, son tra loro così.

F il giudice D’Andrea infrontò gl’indici delle mani per significai che le due vie gli parevano opposte.

Il Chiàrchiaro si chinò e tra i due indici così infrontati del giudice ne inserì uno suo, tozzo, peloso e non molto pulito.

– Non è vero niente, signor giudice! – disse, agitando quel dito.

– Come no? – esclamò il D’Andrea. – Là accusate come diffamatori due giovani

perché vi credono iettatore, e ora qua voi stesso vi presentate innanzi a me in veste di iettatore e pretendete anzi ch’io creda alla vostra iettatura.

– Sissignore.

– E non vi pare che ci sia contraddizione?

Il Chiàrchiaro scosse più volte il capo con la bocca aperta a un muto ghigno di sdegnosa commiserazione.

– Mi pare piuttosto, signor giudice, – poi disse, – che lei non capisca niente.

Il D’Andrea lo guardò un pezzo, imbalordito.

– Dite pure, dite pure, caro Chiàrchiaro. Forse è una verità sacrosanta questa che vi è scappata dalla bocca. Ma abbiate la bontà di spiegarmi perché non capisco niente.

– Sissignore. Eccomi qua, – disse il Chiàrchiaro, accostando la seggiola. – Non solo le farò vedere che lei non capisce niente; ma anche che lei è un mio mortale nemico. Lei, lei, sissignore. Lei che crede di fare il mio bene. Il mio più acerrimo nemico! Sa o non sa che i due imputati hanno chiesto il patrocinio dell’avvocato Manin Baracca?

– Sì. Questo lo so.

– Ebbene, all’avvocato Manin Baracca io, Rosario Chiàrchiaro, io stesso sono andato a fornire le prove del fatto: cioè, che non solo mi ero accorto da più d’un anno che tutti, vedendomi passare, facevano le corna, ma le prove anche, prove documentate e testimonianze irrepetibili dei fatti spaventosi su cui è edificata incrollabilmente, incrollabilmente, capisce, signor giudice? La mia fama di iettatore!

– Voi? Dal Baracca?

– Sissignore, io.

Il giudice lo guardò, più imbalordito che mai:

– Capisco anche meno di prima. Ma come? Per render più sicura l’assoluzione di quei giovanotti? E perché allora vi siete querelato?

Il Chiàrchiaro ebbe un prorompimento di stizza per la durezza di mente del giudice D’Andrea; si levò in piedi, gridando con le braccia per aria:

– Ma perché io voglio, signor giudice, un riconoscimento ufficiale della mia potenza, non capisce ancora? Voglio che sia ufficialmente riconosciuta questa mia potenza spaventosa, che è ormai l’unico mio capitale!

E ansimando, protese il braccio, batté forte sul pavimento la canna d’India e rimase un pezzo impostato in quell’atteggiamento grottescamente imperioso.

Il giudice D’Andrea si curvò, si prese la testa tra le mani, commosso, e ripeté:  Povero caro Chiàrchiaro mio, povero caro Chiàrchiaro mio, bel capitale! E che te ne fai? che te ne fai?

– Che me ne faccio? – rimbeccò pronto il Chiàrchiaro. – Lei, padrone mio, per esercitare codesta professione di giudice, anche così male come la esercita, mi dica un po’, non ha dovuto prender la laurea?

– La laurea, sì.

– Ebbene, voglio anch’io la mia patente, signor giudice! La patente di iettatore. Col bollo. Con tanto di bollo legale! Jettatore patentato dal regio tribunale.

– E poi?

– E poi? Me lo metto come titolo nei biglietti da visita. Signor giudice, mi hanno assassinato. Lavoravo. Mi hanno fatto cacciar via dal banco dov’ero scritturale, con la scusa che, essendoci io, nessuno più veniva a far debiti e pegni; mi hanno buttato in mezzo a una strada, con la moglie paralitica da tre anni e due ragazze nubili, di cui nessuno vorrà più sapere, perché sono figlie mie; viviamo del soccorso che ci manda da Napoli un mio figliuolo, il quale ha famiglia anche lui, quattro bambini, e non può fare a lungo questo sacrifizio per noi. Signor giudice, non mi resta altro che di mettermi a fare la professione del iettatore! Mi sono parato così, con questi occhiali, con quest’abito; mi sono lasciato crescere la barba; e ora aspetto la patente per entrare in campo! Lei mi domanda come? Me lo domanda perché, le ripeto, lei è un mio nemico!

– Io?

– Sissignore. Perché mostra di non credere alla mia potenza! Ma per fortuna ci credono gli altri, sa? Tutti, tutti ci credono! E ci son tante case da giuoco in questo paese! Basterà che io mi presenti; non ci sarà bisogno di dir nulla. Mi pagheranno per farmi andar via! Mi metterò a ronzare attorno a tutte le fabbriche; mi pianterò innanzi a tutte le botteghe; e tutti, tutti mi pagheranno la tassa, lei dice dell’ignoranza? io dico la tassa della salute! Perché, signor giudice, ho accumulato tanta bile e tanto odio, io, contro tutta questa schifosa umanità, che veramente credo d’avere ormai in questi occhi la potenza di far crollare dalle fondamenta una intera città!

Il giudice D’Andrea, ancora con la testa tra le mani, aspettò un pezzo che l’angoscia che gli serrava la gola desse adito alla voce. Ma la voce non volle venir fuori; e allora egli, socchiudendo dietro le lenti i piccoli occhi plumbei, stese le mani e abbracciò il Chiàrchiaro a lungo, forte forte, a lungo.

Questi lo lasciò fare.

– Gli vuol bene davvero? – gli domandò. E allora istruisca subito il processo, e in modo da farmi avere al più presto quello che desidero.

– La patente?

Il Chiàrchiaro protese di nuovo il braccio, batté la canna d’India sul pavimento e, portandosi l’altra mano al petto, ripeté con tragica solennità:

– La patente.

041  –  Notte

Passata la stazione di Sulmona, Silvestro Noli rimase solo nella lercia vettura di seconda classe.

Volse un’ultima occhiata alla fiammella fumolenta, che vacillava e quasi veniva a mancare agli sbalzi della corsa, per l’olio caduto e guazzante nel vetro concavo dello schermo, e chiuse gli occhi con la speranza che il sonno, per la stanchezza del lungo viaggio (viaggiava da un giorno e una notte), lo togliesse all’angoscia nella quale si sentiva affogare sempre più, man mano che il treno lo avvicinava al luogo del suo esilio.

Mai più! mai più! mai più! Da quanto tempo il fragor cadenzato delle ruote gli ripeteva nella notte queste due parole?

Mai più, sì, mai più, la vita gala della sua giovinezza, mai più, là tra i compagni spensierati, sotto i portici popolosi della sua Torino; mai più il conforto, quel caldo alito familiare della sua vecchia casa paterna; mai più le cure amorose della madre, mai più il tenero sorriso nello sguardo protettore del padre.

Forse non li avrebbe riveduti mai più, quei suoi cari vecchi! La mamma, la mamma specialmente! Ah, come l’aveva ritrovata, dopo sette anni di lontananza! Curva, rimpiccolita, in così pochi anni, e come di cera e senza più denti. Gli occhi soli ancora vivi. Poveri cari santi occhi belli!

Guardando la madre, guardando il padre, ascoltando i loro discorsi, aggirandosi per le stanze e cercando attorno, aveva sentito bene, che non per lui soltanto aveva avuto fine la vita della casa paterna. Con la sua ultima partenza, sette anni addietro, la vita era finita lì anche per gli altri.

Se l’era dunque portata via lui con sè? E che ne aveva fatto? Dov’era più in lui la vita? Gli altri avevano potuto credere che se la fosse portata via con sé; ma lui sapeva di averla lasciata lì, invece, la sua, partendo; e ora, a non ritrovarcela più, nel sentirsi dire che non poteva più trovarci nulla, perché s’era portato via tutto lui, aveva provato, nel vuoto, un gelo di morte.

Con questo gelo nel cuore ritornava ora in Abruzzo, spirata la licenza di quindici giorni concessagli dal direttore delle scuole normali maschili di Città Sant’Angelo, ove da cinque anni insegnava disegno.

Prima che in Abruzzo era stato professore un anno in Calabria; un altro anno, in Basilicata. A Città Sant’Angelo, vinto e accecato dal bisogno cocente e smanioso d’un affetto che gli riempisse il vuoto in cui si vedeva sperduto, aveva commesso la follia di prender moglie; e s’era inchiodato lì, per sempre.

La moglie, nata e cresciuta in quell’alto umido paesello, privo anche d’acqua, coi pregiudizii angustiosi, le gretterie meschine e la scontrosità e la rilassatezza della pigra sciocca vita provinciale, anziché dargli compagnia, gli aveva accresciuto attorno la solitudine, facendogli sentire ogni momento quanto fosse lontano dall’intimità d’una famiglia che avrebbe dovuto esser sua, e nella quale invece né un suo pensiero, né un suo sentimento riuscivano mai a penetrare.

Gli era nato un bambino, e – cosa atroce! – anche quel suo bambino aveva sentito, fin dal primo giorno, estraneo a sé, come se fosse appartenuto tutto alla madre, e niente a lui.

Forse il figliuolo sarebbe diventato suo, se egli avesse potuto strapparlo da quella casa, da quel paese; e anche la moglie forse sarebbe diventata sua compagna veramente, ed egli avrebbe sentito la gioia d’avere una casa sua, una famiglia sua, se avesse potuto chiedere e ottenere un trasferimento altrove. Ma gli era negato anche di sperare in un tempo lontano questa salvezza, perché sua moglie, che non s’era voluta muovere dal paese neanche per un breve viaggio di nozze, neanche per andare a conoscere la madre e il padre di lui e gli altri parenti a Torino, minacciava che, anziché dai suoi, si sarebbe divisa da lui a un caso di trasferimento.

Dunque, lì; funghire lì, stare lì ad aspettare, in quell’orrenda solitudine, che lo spirito a poco a poco gli si vestisse d’una scorza di stupidità. Amava tanto il teatro, la musica, tutte le arti, e quasi non sapeva parlar d’altro: sarebbe rimasto sempre con la sete di esse, anche di esse, sì, come d’un bicchier d’acqua pura! Ah, non la poteva bere, lui, quell’acqua greve, cruda, renosiccia delle cisterne. Dicevano che non faceva male; ma egli si sentiva da un pezzo anche malato di stomaco. Immaginario? Già! Per giunta, la derisione.

Le palpebre chiuse non riuscirono più a contenere le lagrime, di cui s’erano riempite. Mordendosi il labbro, come per impedire che gli rompesse dalla gola anche qualche singhiozzo, Silvestro Noli trasse di tasca un fazzoletto.

Non pensò che aveva il viso tutto affumicato dal lungo viaggio; e, guardando il fazzoletto, restò offeso e indispettito dalla sudicia impronta del suo pianto. Vide in quella sudicia impronta la sua vita, e prese tra i denti il fazzoletto quasi per stracciarlo.

Alla fine il treno si fermò alla stazione di Castellammare Adriatico.

Per altri venti minuti di cammino, gli toccava aspettare più di cinque ore in quella stazione. Era la sorte dei viaggiatori che arrivavano con quel treno notturno da Roma e dovevano proseguire per le linee d’Ancona o di Foggia.

Meno male che, nella stazione, c’era il caffè aperto tutta la notte, ampio, bene illuminato, con le tavole apparecchiate, nella cui luce e nel cui movimento si poteva in qualche modo ingannar l’ozio e la tristezza della lunga attesa. Ma erano dipinti sui visi gonfii, pallidi, sudici e sbattuti dei viaggiatori una tetra ambascia, un fastidio opprimente, un’agra nausea della vita che, lontana dai consueti affetti, fuor della traccia delle abitudini, si scopriva a tutti vacua, stolta, incresciosa.

Forse tanti e tanti s’eran sentiti stringere il cuore al fischio lamentoso del treno in corsa nella notte. Ognun d’essi stava lì forse a pensare che le brighe umane non han requie neanche nella notte; e, siccome sopra tutto nella notte appaion vane, prive come sono delle illusioni della luce, e anche per quel senso di precarietà angosciosa che tien sospeso l’animo di chi viaggia e che ci fa vedere sperduti su la terra, ognun d’essi, forse, stava lì a pensare che la follia accende i fuochi nelle macchine nere, e che nella notte, sotto le stelle, i treni correndo per i piani bui, passando strepitosi sui ponti, cacciandosi nei lunghi trafori, gridano di tratto in tratto il disperato lamento di dover trascinare così nella notte la follia umana lungo le vie di ferro, tracciate per dare uno sfogo alle sue fiere smanie infaticabili.

Silvestro Noli, bevuta a lenti sorsi una tazza di latte, si alzò per uscire dalla stazione per l’altra porta del caffè in fondo alla sala. Voleva andare alla spiaggia, a respirar la brezza notturna del mare, attraversando il largo viale della città dormente.

Se non che, passando innanzi a un tavolino, si sentì chiamare da una signora di piccolissima statura, esile, pallida, magra, in fitte gramaglie vedovili.

– Professor Noli...

Si fermò perplesso, stupito

– Signora... oh, lei, signora Nina? come mai?

Era la moglie d’un collega, del professor Ronchi, conosciuto sei anni fa, a Matera, nelle scuole tecniche. Morto, sì, sì, morto – lo sapeva – morto pochi mesi addietro, a Lanciano, ancor giovane. Ne aveva letto con doloroso stupore l’annunzio nel bollettino Povero Ronchi, appena arringato al liceo, dopo tanti concorsi disgraziati, morto all’improvviso, di sincope, per troppo amore, dicevano, di quella sua minuscola mogliettina, ch’egli come un orso gigantesco, violento, testardo, si trascinava sempre dietro, da per tutto.

Ecco, la vedovino, portandosi alla bocca il fazzoletto listato di lutto, guardandolo con gli occhi neri, bellissimi, affondati nelle livide occhiale enfiate, gli diceva con un lieve tentennio del capo l’atrocità della sua tragedia recente.

Vedendo da quei begli occhi neri sgorgare due grosse lagrime, il Noli invitò la signora ad alzarsi e ad uscire con lui dal caffè, per parlare liberamente, lungo il viale deserto fino al mare in fondo.

Ella fremeva in tutta la misera personcina nervosa e pareva andasse a sbalzi e gesticolava a scatti, con le spalle, con le braccia, con le lunghissime mani, quasi scusse di carne. Si mise a parlare affollatamente, e subito le s’infiammarono, di qua e di là, le tempie e gli zigomi. Raddoppiava, per un vezzo di pronunzia, la effe in principio di parola, e pareva sbuffasse, e di continuo si passava il fazzoletto su la punta del naso e sul labbro superiore che, stranamente, nella furia del parlare, le s’imperlavano di sudore; e la salivazione le si attivava con tanta abbondanza, che la voce, a tratti, quasi vi s’affogava.

– Ah, Noli, vedete? qua, caro Noli, m’ha

lasciata qua, sola, con tre figliuoli, in un paese dove non conosco nessuno, dov’ero arrivata da due mesi appena... Sola, sola... Ah, che uomo terribile, Noli! S’è distrutto e ha distrutto anche me, la mia salute, la mia vita... tutto... Addosso, Noli, lo sapete? m’è morto addosso... addosso...

Si scosse in un brivido lungo, che finì quasi in un nitrito. Riprese:

– Mi levò dal mio paese, dove ora non ho più nessuno, tranne una sorella maritata per conto suo... Che andrei più a Fare li? Non voglio dare spettacolo della mia miseria a quanti mi invidiarono un giorno... Ma qui, sola con tre bambini, sconosciuta da tutti... che ffarò? Sono disperata... mi sento perduta... Sono stata a Roma a sollecitare qualche assegno... Non ho diritto a niente: undici anni soli d’insegnamento, undici mesate: poche migliaja di lire... Non me le avevano ancora liquidate! Ho strillato tanto al Ministero, che mi hanno preso per pazza... Cara signora, dice, docce Fredde, docce Fredde!... Ma sì! fforse impazzisco davvero... Ho qui, perpetuo, qui, un dolore, come un rodio, un tiramento, qui, al cervelletto, Noli... E sono come arrabbiata... sì, sì... sono rimasta come arrabbiata... come arsa dentro... con un sfuoco, con un Fuoco in tutto il corpo... Ah, come siete Fresco, voi Noli, come siete Fresco, voi!

E, in così dire, in mezzo all’umido viale deserto, sotto le pallide lampade elettriche, le quali, troppo distanti l’una dall’altra, diffondevano appena nella notte un rado chiarore opalino, gli si appese al braccio, gli cacciò sul petto la testa, chiusa nella cuffia di crespo vedovile, frugando, come per affondargliela dentro, e ruppe in smaniosi singhiozzi.

Il Noli, sbalordito, costernato, commosso, arretrò istintivamente per staccarsela d’addosso. Comprese che quella povera donna, nello stato di disperazione in cui si trovava, si sarebbe aggrappata forsennatamente al primo uomo di sua conoscenza, che le fosse venuto innanzi.

– Coraggio, coraggio, signora, – le disse. – Fresco? Eh sì, fresco. Ho già moglie, io, signora mia.

– Ah, – fece la donnetta, staccandosi subito. – Moglie? Avete preso moglie?

– Già da quattr’anni, signora. Ho anche un bambino.

– Qua?

– Qua vicino. A Città Sant’Angelo.

La vedovino gli lasciò anche il braccio.

– Ma non siete piemontese voi?

– Sì, di Torino proprio.

– E la vostra signora?

– Ah, no, la mia signora è di qua.

I due si fermarono sotto una delle lampade elettriche e si guardarono e si compresero.

Ella era dell’estremo lembo d’Italia, di Bagnara Calabra.

Si videro tutti e due, nella notte, sperduti in quel lungo, ampio viale deserto e malinconico, che andava al mare, tra i villini e le case dormenti di quella città così lontana dai loro primi e veri affetti e pur così vicina ai luoghi ove la sorte crudele aveva fermato la loro dimora. E sentirono l’uno per l’altra una profonda pietà, che, anziché ad unirsi, li persuadeva amaramente a tenersi discosti l’uno dall’altra, chiuso ciascuno nella propria miseria inconsolabile.

Andarono, muti, fino alla spiaggia sabbiosa, e si appressarono al mare.

La notte era placidissima; la frescura della brezza marina, deliziosa.

Il mare, sterminato, non si vedeva, ma si sentiva vivo e palpitante nella nera, infinita, tranquilla voragine della notte.

Solo, da un lato, in fondo, s’intravedeva tra le brume sedenti su l’orizzonte alcunché di sanguigno e di torba, tremolante su le acque Era forse l’ultimo quarto della luna, che declinava, avviluppata nella caligine.

Sulla spiaggia le ondate si allungavano e si spandevano senza spuma, come lingue silenziose, lasciando qua e là su la rena liscia, lucida, tutta imbevuta d’acqua, qualche conchiglia, che subito, al ritrarsi dell’ondata, s’affondava.

In alto, tutto quel silenzio fascinoso era trafitto da uno sfavillio acuto, incessante di innumerevoli stelle, così vive, che pareva volessero dire qualcosa alla terra, nel mistero profondo della notte.

I due seguitarono ad andar muti un lungo tratto su la rena umida, cedevole. L’orma dei loro passi durava un attimo: l’una vaniva, appena l’altra s’imprimeva. Si udiva solo il fruscio dei loro abiti.

Una lancia biancheggiante nell’ombra, tirata a secco e capovolta su la sabbia, li attrasse. Vi si posero a sedere, lei da un lato, lui dall’altro, e rimasero ancora un pezzo in silenzio a mirar le ondate che si allargavano placide, vitree su la bigia rena molliccia Poi la donna alzò i begli occhi neri al cielo, e scoprì a lui, al lume delle stelle, il pallore della fronte torturata, della gola serrata certo dall’angoscia.

– Noli, non cantate più?

– Io... cantare?

– Ma sì, voi cantavate, un tempo, nelle belle notti... Non vi ricordate, a Matera? Cantavate... L’ho ancora negli orecchi, il suono della vostra vocetta intonata... Cantavate in Falsetto... con tanta dolcezza... con tanta grazia appassionata... Non ricordate più?...

Egli si sentì sommuovere tutto il fondo dell’essere alla rievocazione improvvisa di quel ricordo ed ebbe nei capelli, per la schiena, i brividi d’un intenerimento ineffabile.

Sì, sì... era vero: egli cantava, allora... fino laggiù, a Matera, ancora aveva nell’anima i dolci canti appassionati della sua giovinezza e, nelle belle sere, passeggiando con qualche amico, sotto le stelle, quei canti gli rifiorivano su le labbra.

Era dunque vero ch’egli se l’era portata via con se, la vita, dalla casa paterna di Torino; ancora laggiù la aveva con sè, certo, se cantava... accanto a questa povera piccola amica, a cui forse aveva fatto un po’ di corte, in quei giorni lontani, oh così, per simpatia, senza malizia... per bisogno di sentirsi accanto il tepore d’un po’ d’affetto, la tenerezza blanda d’una donna amica.

– Vi ricordate, Noli?

Egli, con gli occhi nel vuoto della notte, bisbigliò:

– Sì... sì, signora, ricordo...

– Piangete?

– Ricordo...

Tacquero di nuovo. Guardando entrambi nella notte, sentivano ora che la loro infelicità quasi vaporava, non era più di essi soltanto, ma di tutto il mondo, di tutti gli esseri e di tutte le cose, di quel mare tenebroso e insonne, di quelle stelle sfavillanti nel cielo, di tutta la vita che non può sapere perché si debba nascere, perché si debba amare, perché si debba morire.

La fresca, placida tenebra, trapunta da tante stelle, sul mare, avvolgeva il loro cordoglio, che si effondeva nella notte e palpitava con quelle stelle e s’abbatteva lento, lieve, monotono con quelle ondate su la spiaggia silenziosa. Le stelle, anch’esse, lanciando quei loro guizzi di luce negli abissi dello spazio, chiedevano perché; lo chiedeva il mare con quelle stracche ondate, e anche le piccole conchiglie lasciate qua e là su la rena.

Ma a poco a poco la tenebra cominciò a diradarsi, cominciò ad aprirsi sul mare un primo frigido pallore d’alba. Allora, quanto c’era di vaporoso, d’arcano, quasi di vellutato nel cordoglio di quei due rimasti appoggiati ai fianchi della lancia capovolta su la sabbia, si restrinse, si precisò con nuda durezza, come i lineamenti dei loro volti nella incerta squallida prima luce del giorno.

Egli si sentì tutto ripreso dalla miseria abituale della sua casa vicina, ove tra poco sarebbe arrivato: la rivide, come se già vi fosse, con tutti i suoi colori, in tutti i suoi particolari, con entro la moglie e il suo piccino, che gli avrebbero fatto festa all’arrivo. E anch’ella, la vedovina, non vide

più così nera e così disperata la sua sorte: aveva con sé parecchie migliaia di lire, cioè la vita assicurata per qualche tempo: avrebbe trovato modo di provvedere all’avvenire suo e dei tre piccini. Si racconciò con le mani i capelli su la fronte e disse, sorridendo, al Noli:

– Chi sa che ffaccia avrò, caro amico, non è vero?

E si mossero entrambi per ritornare alla stazione.

Nel più profondo recesso della loro anima il ricordo di quella notte s’era chiuso; forse, chi sa! per riaffacciarsi poi, qualche volta, nella lontana memoria, con tutto quel mare placido, nero, con tutte quelle stelle sfavillanti, come uno sprazzo d’arcana poesia e d’arcana amarezza.

042  –  O di uno o di nessuno

Chi era stato? Uno de’ due, certamente. O forse un terzo, ignoto. Ma no: in coscienza né l’uno né l’altro de’ due amici avevano alcun motivo di sospettarlo. Melina era buona, modesta; e poi, così disgustata dell’antica sua vita; a Roma non conosceva nessuno; viveva appartata e, se non proprio contenta, si dimostrava gratissima della condizione che le avevano fatta, richiamandola due anni addietro da Padova, dove, studenti allora d’università, l’avevano conosciuta.

Vinto insieme un concorso al Ministero della guerra, collegata la loro vita in tutto, Tito Morena e Carlino Sanni avevano stimato prudente e giudizioso, due anni addietro, cioè ai primi aumenti dello stipendio, provvedere anche insieme al bisogno indispensabile d’una donna, che li curasse e salvasse dal rischio a cui erano esposti, seguitando ciascuno per suo conto a cercare una qualche sicura stabilità d’amore, di contrarre un tristo legame, non men gravoso d’un matrimonio, per adesso e forse per sempre conteso loro dalle ristrettezze finanziarie e difficoltà della vita.

E avevano pensato a Melina, tenera e dolce amica degli studenti padovani, che erano soliti andar a trovare in via del Santo, nelle sere d’inverno e di primavera lassù. Melina sarebbe stata la più adatta per loro: avrebbe recato con sè da Padova tutti i lieti ricordi della prima, spensierata gioventù. Le avevano scritto; aveva accettato; e allora (giudiziosamente, come sempre) avevano disposto che ella non coabitasse con loro. Le avevano preso in affitto due stanzette modeste in un quartiere lontano, fuori di porta, e li andavano a trovarla, ora l’uno ora l’altro, così come s’erano accordati, senza invidia e senza gelosia.

Tutto era andato bene per due anni, con sodisfazione d’entrambi.

D’indole mitissima, di poche parole e ritegnosa, Melina si era mostrata amica a tutt’e due, senz’ombra di preferenza né per l’uno né per l’altro. Erano due bravi giovani, bene educati e cordiali. Certo, uno – Tito Morena – era più bello; ma Carlino Sanni (che non era poi brutto neanche lui, quantunque avesse la testa d’una forma curiosa) molto più vivace e grazioso dell’altro.

L’annunzio inatteso, di quel caso impreveduto, gettò i due amici in preda a una profonda costernazione.

Un figlio!

Uno di loro due era stato, certamente; chi de’ due, né l’uno né l’altro, né la stessa Melina potevano sapere. Era una sciagura per tutti e tre; e nessuno de’ due amici s’arrischiò a domandare dapprima alla donna: – Tu chi credi? – per timore che l’altro potesse sospettare ch’egli intendesse con ciò di sottrarsi alla responsabilità, rovesciandola soltanto addosso a uno; né Melina tentò minimamente d’indurre l’uno o l’altro a credere che il padre fosse lui.

Ella era nelle mani di tutti e due, e a tutti e due, non all’uno né all’altro, voleva affidarsi. Uno era stato; ma chi de’ due ella non solo non poteva dire, ma non voleva nemmeno supporre.

Legati ancora alla propria famiglia lontana, con tutti i ricordi dell’intimità domestica, Carlino Sanni e Tito Morena sapevano che quest’intimità non poteva più essere per loro, staccati come già ne erano per sempre. Ma, in fondo, erano rimasti come due uccellini che, sotto le penne già cresciute e per necessità abituate al volo, avessero serbato e volessero custodir nascosto il tepore del nido che li aveva accolti implumi. Ne provavano intanto quasi vergogna, come per una debolezza che, a confessarla, avrebbe potuto renderli ridicoli.

E forse l’avvertimento di questa vergogna cagionava loro un segreto rimorso. E il rimorso, a loro insaputa, si manifestava in una certa acredine di parole, di sorrisi, di modi, che essi credevano invece effetto di quella vita arida, priva di cure intime, in cui più nessun affetto vero avrebbe potuto metter radici, che eran costretti a vivere e a cui dovevano ormai abituarsi, come tanti altri. E negli occhi chiari, quasi infantili, di Tito Morena lo sguardo avrebbe voluto avere una durezza di gelo. Spesso lo aveva; ma pure talvolta quello sguardo gli si velava per la commozione improvvisa di qualche lontano ricordo; e allora quella velatura di gelo era come l’appannarsi dei vetri d’una finestra, per il caldo di dentro e il freddo di fuori. Carlino Sanni, dal canto suo, si raschiava con le unghie le gote rase e rompeva con lo stridore dei peli rinascenti certi angosciosi silenzii interiori e si richiamava all’ispida realtà del suo vigor maschile che, via, gl’imponeva ormai d’esser uomo, vale a dire, un po’ crudele.

S’accorsero, all’annunzio inatteso della donna, che, senza saperlo e senza volerlo, ciascuno, dimenticandosi dell’altro e anche della voluta durezza e della voluta crudeltà, aveva messo in quella relazione con Melina tutto il proprio cuore, per quel segreto, cocente bisogno d’intimità familiare. E avvertirono un sordo astio, un’agra amarezza di rancore, non propriamente contro la donna, ma contro il corpo di lei che nell’incoscienza dell’abbandono, aveva evidentemente dovuto prendersi più dell’uno che dell’altro. Non gelosia, perché il tradimento non era voluto. Il tradimento era della natura; ed era un tradimento quasi beffardo. Cecamente, di soppiatto, la natura s’era divertita a guastar quel nido che essi volevano credere costruito più dalia loro saggezza, che dal loro cuore.

Che fare, intanto?

La maternità in quella ragazza assumeva per la loro coscienza un senso e un valore, che li turbava tanto più profondamente in quanto sapevano che ella non si sarebbe affatto ribellata, se essi non avessero voluto rispettargliela; ma li avrebbe in cuor suo giudicati ingiusti e cattivi.

Era in lei tanta dolcezza dolente e rassegnata! Con gli occhi, il cui sguardo talvolta esprimeva il sorriso mesto delle labbra non mosse, diceva chiaramente che lei, non ostante quell’ambiguo suo stato, da due anni, mercé loro, si sentiva rinata. E appunto da questo suo rinascere alla modestia degli antichi sentimenti, dovuto a loro, al modo con cui essi, quasi a loro insaputa, l’avevano trattata, proveniva la sua maternità, il rifiorire di essa che, nella trista arsura del vizio non amato, s’era per tanti anni isterilita.

Ora, non sarebbero venuti meno, d’improvviso, crudelmente, alla loro opera stessa, ricacciando Melina nell’avvilimento di prima, impedendole di raccogliere il frutto di tutto il bene che le avevano fatto?

Questo i due amici avvertivano in confuso nel turbamento della coscienza. E forse, se ciascuno dei due avesse potuto esser sicuro che il figlio era suo, non avrebbe esitato ad assumersene il peso e la responsabilità, persuadendo l’altro a ritrarsi. Ma chi poteva dare all’uno o all’altro questa certezza?

Nel dubbio inovviabile i due amici decisero che, senza dirne nulla per adesso a Melina, quando sarebbe stata l’ora l’avrebbero mandata a liberarsi in qualche ospizio di maternità, da cui quindi sarebbe ritornata a loro, sola.

 

Melina non chiese nulla: intuì la loro decisione; ma intuì pure con quale animo entrambi la avevano presa. Lasciò passare qualche tempo; quando le parve il momento opportuno’ a Carlino Sanni che quella sera si trovava con lei, mostrò con gli occhi bassi e un timido sorriso sulle labbra una pezza di tela comperata il giorno avanti co’ suoi risparmiò.

– Ti piace?

Il giovine finse, dapprima, di non comprendere. Esaminò, appressandosi al lume la tela, con gli occhi, col tatto:

– Buona, – disse. – E... quanto l’hai pagata?

Melina alzò gli occhi, ove la malizietta sorrideva implorante:

– Oh, poco, – rispose. – Indovina?

– Quanto?

– No... dico, perché l’ho comperata.

Carlino si strinse nelle spalle, fingendo ancora di non comprendere.

– Oh bella! perché ti bisognava. Ma l’hai comperata da te, e non dovevi. Potevi dirci che ti bisognava.

Melina allora alzò la tela e vi nascose la faccia. Stette un pezzo così; poi, con gli occhi pieni di lagrime, scotendo amaramente il capo, disse:

– Dunque, no? proprio no, è vero? non debbo... non debbo preparar nulla?

E vedendo, a questa domanda supplichevole, restare il giovine tra confuso e seccato e commosso, subito gli prese una mano, lo attirò a sè e s’affrettò a soggiungere con foga:

– Senti, Carlino, senti, per carità! io non voglio nulla, non chiedo nulla di più. Come ho comperato questa tela, così con altri piccoli risparmiò potrei provvedere io a tutto. No, senti, stammi prima a sentire, senz’alzar le spalle, senza farmi cotesti occhiacci. Guarda, ti giuro, ti giuro che non n’avrete mai nessun fastidio, nessun peso, mai! Lasciami dire. M’avanza tanto tempo, qua. Ho imparato a lavorare per voi; seguiterò sempre a lavorare; oh, potete star sicuri che non vi mancheranno mai le mie cure! Ma ecco, vedi, badando a voi, come faccio, alla vostra biancheria, ai vostri abiti, m’avanza ancora tanto tempo, tanto che – lo sai – ho imparato a leggere e a scrivere, da me! Ebbene, ora lascerò questo, e cercherò altro lavoro, da fare qui in casa; e sarò felice, credimi! credimi! Non vi chiederò mai nulla, Carlino, mai nulla! Concedetemi questa grazia, per carità! Sì? sì?

Carlino schivava di guardarla, voltando la testa di qua e di là, e alzava una spalla e apriva e chiudeva le mani e sbuffava.

Prima di tutto, via, ci voleva poco a intendere che lui, così su due piedi, e senza consultare l’altro, non poteva darle nessuna risposta. E poi, sì, era presto detto nessun peso, nessun fastidio. Il peso, il fastidio sarebbero stati il meno! La responsabilità, la responsabilità d’una vita, perdio, che a uno dei due apparteneva di certo, ma a quale dei due non si poteva sapere. Ecco, era questo! era questo!

– Ma a me, Carlino? – rispose pronta, con ardore, Melina. – A me appartiene di certo! E la responsabilità... perché dovete assumervela voi? Me l’assumo io, ti dico, intera.

– E come? – gridò il giovine.

– Come? Ma così, me l’assumo! Stammi a sentire, per carità! Guarda, tra dieci anni, Carlino, chi sa quante cose potranno accadere a voi due! Tra dieci anni... E quand’anche voleste seguitare a vivere così, tutti e due insieme, tra dieci anni, che sarò più io? non sarò più certo buona per voi; vi sarete certo stancati di me. Ebbene: fino a dieci anni sarà ancora ragazzo il mio figliuolo, e non vi darà né spesa né fastidio perché provvederò io a tutto col mio lavoro. Ma capisci che ora che ho imparato a lavorare, non posso più buttarlo via? Lo terrò con me; mi darà qui conforto e compagnia; e poi, quando voi non mi vorrete più, avrò lui almeno, avrò lui, capisci? Lo so, non devi né puoi dirmi di sì, per ora, da solo. Perché l’ho detto prima a te, e non a Tito? Non lo sol Il cuore mi ha suggerito così. E anche lui tanto buono, Tito! Parlagliene tu, come credi, quando credi. Io sono qua, in mano vostra. Non dirò più nulla. Farò come voi vorrete.

Carlino Sanni parlò a Tito Morena il giorno dopo.

Si mostrò seccatissimo di Melina, e veramente credeva di avercela con lei; ma appena vide Tito accordarsi con lui nel disapprovare la proposta di Melina, si accorse che aveva la stizza in corpo non per lei, ma perché prevedeva l’opposizione di Tito. Prevedeva l’opposizione; eppure forse, in fondo, sperava che Tito invece si assumesse contro a lui la parte di contentare Melina; cioè quella stessa parte che molto volentieri si sarebbe assunta lui, ove non avesse temuto di far peggio. Si stizzì del subitaneo accordo, e Tito rimase stordito di quella stizza inattesa; lo guardò un poco; gli domandò:

– Ma scusa, non dici quello che dico io?

E Carlino:

– Ma sì! ma sì! ma sì!

A ragionare, infatti, non potevano non esser d’accordo. E anche il sentimento avevano entrambi comune. Se non che, questo sentimento comune, anziché accordarli, non solo li divideva, ma li rendeva l’uno all’altro nemici.

Tito, ch’era il più calmo in quel momento, comprese bene che, a lasciar prorompere il sentimento, sarebbe di certo e subito avvenuta tra loro una rottura insanabile; avrebbe voluto perciò lasciar lì il discorso ove la sua ragione e quella dell’amico, freddamente e così fuor fuori, potevano restar d’accordo.

Ma Carlino, turbato dalla stizza, non seppe trattenersi. Tanto disse, che alla fine fece perdere la calma anche a Tito. E, tutt’a un tratto, i due, finora l’uno accanto all’altro amici cordialissimi, si scoprirono negli occhi, l’uno di fronte all’altro, cordialissimi nemici.

– Vorrei sapere, intanto, perché prima l’ha detto a te e non a me!

– Perché iersera c’ero io; e l’ha detto a me.

– Poteva bene aspettar domani, e dirlo a me! Se l’ha detto iersera, che c’eri tu, è segno che t’ha creduto più tenero di cuore e più disposto a venir meno a ciò che tutti e due insieme, di pieno accordo, avevamo stabilito.

– Ma nient’affatto! Perché io le ho detto di no, di no, di no, precisamente come dici tu! Ma capirai che ella ha insistito, ha pianto, ha scongiurato, ha fatto tante promesse e tanti giuramenti; e, di fronte a queste lagrime e a queste promesse, io non so, non potevo sapere, come saresti rimasto tu, e se anche tu per tuo conto avresti voluto risponderle di noi

– Ma non s’era stabilito no? Dunque, no!

Carlino Sanni si scrollò rabbiosamente.

– Va bene! E ora andrai a dirglielo tu.

– Bello! Mi piace! – squittì Tito. – Così la parte del cuor duro, del tiranno, la faccio io, e tu rimani per lei quello che si era piegato, commosso e intenerito.

– E se fosse così? – salto sì Carlino, guardandolo da presso negli occhi. – Sei sicuro tu, che non ti saresti «piegato, commosso e intenerito» al posto mio? E avresti avuto il coraggio, così commosso e intenerito, di dirle di no, anche per conto di un altro, che forse al tuo posto si sarebbe, come te, commosso e intenerito? Rispondi a questo! Rispondi!

Così sfidato, con gli occhi negli occhi, Tito non volle darsi per vinto, e mentì, imperterrito.

– Io, commosso? Chi te lo dice?

– E dunque è vero, – esclamò allora Carlino trionfante, – che il cuor duro sei tu, e puoi bene andarglielo a dire!

– Oh sai che ti dico io, invece? – fremé Tito al colmo del dispetto. – Che ne ho abbastanza io, di codesta storia, e voglio farla finita.

Carlino gli s’appressò di nuovo, minaccioso:

– Cioè... cioè.... cioè... piano piano, caro mio, aspetta: farla finita, adesso, in che modo?

– Oh, – fece Tito con un sorriso stirato, guardandolo dall’alto in basso, – non ti credere che voglia venir meno a quanto debbo! Seguiterò a dare la parte mia, finché lei sarà in quello stato; poi faccia quello che vuole; se vuoi tenersi il figlio, se lo tenga: se vuoi via, lo butti. Per me, non vorrò più saperne.

– E io? – domandò Carlino.

– Ma farai anche tu ciò che ti pare!

– Non è mica vero!

– Perché no?

– Lo capisci bene perché no! Se non ci vai più tu, non potrò più andarci neanche io!

– E perché?

– Perché da solo, sai bene che non posso accollarmi tutto il peso del mantenimento; non posso e non debbo, del resto perché non so di certo se il figlio sia mio, e tu non puoi lasciarmi su le spalle il peso d’un figlio che può esser tuo.

– Ma se ti dico che seguiterò a dar la parte mia.

– Grazie tante! Non posso accettare! Già, in mezzo resterei sempre io, di più.

– Perché vuoi restarci!

– Ma scusa, ma scusa, ma scusa, e perché non vuoi tu restare ai patti? Che cosa chiede lei alla fine, che tu non possa accordarle? Se non ci fa nessun carico del figliuolo! Se lo terrà per sé. Ma senti... ma ascolta...

E Carlino prese a inseguir per la stanza Tito che si allontanava scrollandosi, per trattenerlo a ragionare. E non intendeva che, assumendo ora quel tono persuasivo, quella pacata difesa della donna, faceva peggio.

Tito stesso, alla fine, glielo gridò:

– Sarà un sospetto ingiusto, ma che vuoi farci? m’è entrato; non posso più scacciarlo! Non posso seguitare, così insieme, una relazione, che era solo possibile a patto che nessun contrasto sorgesse tra noi.

– Ma andiamo tutti e due insieme, allora, – propose Carlino, – tutti e due insieme a dirle di no. Io già gliel’ho detto per conto mio; ora andiamo a ripeterglielo insieme; e se vuoi, parlerò io più forte; le dimostrerò io che non è possibile accordarle quello che chiede!

– E poi? – fece Tito. – Credi che ella sarebbe più, quale è stata finora? Se desidera tanto di tenersi il figlio! La faremmo infelice, credi, Carlino, inutilmente. Perché... lo sento, lo sento bene, per me è finita! Sarà un dispetto sciocco: non mi passa; sento che non mi passa. E allora? Io non posso, non voglio più tornarci, ecco!

– E dovremmo abbandonarla così? – domandò Carlino accigliato.

– Ma nient’affatto, abbandonarla! – esclamò Tito. – T’ho detto e ripetuto che seguiterò a dar la mia parte. finché ella si troverà in questo stato e non troverà modo di provvedere a sé altrimenti. Tu poi, per conto tuo, fa’ quello che credi. Te lo dico proprio senz’astio, bada! e con la massima franchezza.

Carlino rimase muto, ingrugnato, a raschiarsi con le unghie le gote rase. E, per quel giorno, il discorso finì lì.

Non fu più ripreso. Ma seguitò nell’animo d’entrambi, e a mano a mano tanto più violento, quanto più cresceva la violenza che l’uno e l’altro si facevano, per tacere.

Nessuno de’ due andò più a trovar Melina. E Carlino, non andando, voleva dimostrare a Tito che la violenza la commetteva lui; che gl’impediva lui d’andare; e Tito, dal canto suo, che Carlino voleva lui, invece, usargli violenza con quel suo astenersi d’andare. Ma sì! per forzarlo, così, a recedere dal suo proposito, e averla vinta, pur essendo venuto meno, di sorpresa, a quanto già tra loro d’accordo si era stabilito.

Doveva passar sopra a tutto? Far quello che volevano loro, tutt’e due insieme, contro di lui? Non bastava che seguitasse a pagare, lasciando all’altro la libertà d’andare a trovar la donna?

Nossignori. Di questa libertà Carlino non voleva profittare, non solo, ma neppure dargli merito. La negava! Senza comprendere che, se egli avesse ceduto, se fosse tornato da Melina per farci andare anche lui, tutta la vittoria sarebbe stata di loro due, poich’egli alla fine avrebbe fatto quello che essi volevano. E non era una violenza, questa? No, perdio! Seguitava a pagare, e basta!

Per quanto, però, con questi argomenti cercasse di raffermarsi nella risoluzione di non cedere e volesse concludere che la ragione stava dalla sua, Tito si sentiva di giorno in giorno crescer l’orgasmo per la passiva ostinazione di Carlino; sentiva che il fosco silenzio del compagno assumeva per la sua coscienza un peso, che egli da solo non voleva sopportare.

Se quella ragazza, da loro invitata a venir da Padova a Roma, resa madre da uno di loro due, ora, in quello stato, si dibatteva in una incertezza angosciosa, di chi la colpa? Che pretendeva ella infine, senza fastidio, senza peso, né responsabilità da parte loro? Che non si commettesse la violenza di buttar via il figlio, che o dell’uno o dell’altro era di certo.

Ebbene, lo volevano lasciar solo a sentire il rimorso di questa violenza.

Se Carlino avesse seguitato ad andare da Melina, egli avrebbe potuto, almeno in parte, togliersi questo rimorso col pensiero che, pur seguitando a pagare, non si prendeva più nessun piacere dalla donna.

Ma nossignori! Carlino non andava più neppur lui, Carlino non si prendeva più neppur lui nessun piacere dalla donna, e così non solo gl’impediva di togliersi il rimorso con quel pensiero, ma anzi glielo aggravava. Privandosi egli solo del piacere e pur non di meno seguitando a dar la parte sua, avrebbe potuto anche pensare, che faceva un sacrifizio sciocco e fors’anche superfluo, giacché non era mica provato, che egli dovesse avere il rimorso di voler buttare il proprio figliuolo, potendo questo benissimo essere, invece, dell’altro. Eh già; ma a ragionare così, ad ammettere cioè che il figlio fosse dell’altro, poteva egli allora pretendere che quest’altro si assumesse intero il rimorso di buttar via il proprio figliuolo, per far piacere a lui? Se egli, Tito, avesse avuto la certezza d’essere il padre e Carlino avesse preteso che il figliuolo fosse buttato via, non si sarebbe egli ribellato?

Questa certezza non c’era!

Ma ecco, nel dubbio stesso, Carlino voleva che quella violenza non si commettesse.

Dovevano essere insieme, d’accordo, tutti e tre, a volere e a commettere la violenza. Il rimorso, condiviso, sarebbe stato minore. Ebbene, gli avevano fatto questo tradimento. E tanto più ne era arrabbiato, quanto più vedeva che la vendetta, che istintivamente si sentiva spinto a trarne, lo rendeva, contro il suo stesso sentimento, crudele; quanto più vedeva che anche a non trarne alcuna vendetta, esso, il tradimento, restava, restava pur sempre l’accordo di quei due nel venir meno per i primi a quanto si era stabilito; cosicché sempre sarebbe rimasta, attaccata a lui soltanto, la parte odiosa. E dunque, no, perdio, no! Perché cedere adesso? Sarebbe stato anche inutile!

Venne, intanto, il momento, che entrambi si videro costretti a riparlar di Melina: cadeva il mese, e bisognava farle avere il denaro per provvedere a sè e pagar la pigione delle due stanzette.

Tito avrebbe voluto schivare il discorso. Tratta dal portafogli la sua quota, l’aveva posata sul tavolino senza dir nulla.

Carlino, guardati un pezzo quei denari, alla fine uscì a dire:

– Io non glieli porto.

Tito si voltò a guardarlo e disse seccamente:

– E io neppure.

Il silenzio, in cui l’uno e l’altro, dopo questo scambio di parole, con estremo sforzo si tennero per un lungo tratto, vibrò di tutto il loro interno ribollimento e rese a ciascuno spasimosa l’attesa che l’altro parlasse.

La voce uscì prima, sorda, opaca, dalle labbra di Carlino:

– Allora le si scrive. Le si mandano per posta.

– Scrivi, – disse Tito.

– Scriveremo insieme.

– Insieme, va bene; poiché ti piace di far la parte della vittima, e ch’io faccia quella del tiranno.

– Io fo, – rispose Carlino, alzandosi, – precisamente quello che fai tu, né più né meno.

– E va bene, – ripeté Tito. – E dunque puoi scriverle, che da parte mia sono disposto a rispettare il suo sentimento e a fare tutto ciò che vuole; disposto a pagare, finché lei stessa non dirà basta.

– Ma allora? – scappò sì dal cuore a Carlino.

Tito, a questa esclamazione, non seppe più frenarsi e uscì dalla stanza, scrollandosi furiosamente con le braccia per aria e gridando:

– Ma che allora! che allora! che allora!

Rimasto solo, Carlino pensò un pezzo al senso da cavare da quella prima condiscendenza di Tito, a cui poi, così bruscamente, era seguito lo scatto, che nel modo più aperto raffermava la sua irremovibile decisione. Pareva che con Melina, ora, non ce l’avesse più, se era disposto a rispettare il sentimento di lei e a fare ciò che ella voleva. Dunque ce l’aveva con lui? Era chiaro! E perché, se adesso erano d’accordo? Per non aver riconosciuto prima di non aver ragione d’opporsi? Eh già! Ora gli pareva troppo tardi, e non si voleva più dare per vinto. Ah, che sbaglio aveva commesso Melina, non rivolgendosi prima a Tito! E un altro sbaglio, più grosso, aveva poi commesso lui, riferendo a Tito la proposta di lei. No, no; egli non doveva riferirgliela; doveva dire a Melina che ne parlasse a Tito direttamente, e che anzi non gli facesse intravedere di averne prima parlato a lui. Ecco come avrebbe dovuto fare! Ma poteva mai immaginarsi che Tito se la pigliasse così a male?

Carlino era sicuro, adesso, che se Melina si fosse prima rivolta all’altro, lui non ci avrebbe trovato nulla da ridire.

Basta. Bisognava scrivere la lettera, adesso. Che dire a quella povera figliuola, in quello stato? Meglio non dirle nulla di quanto era avvenuto tra loro due; trovare una scusa plausibile di quel non andare nessuno de’ due a trovarla. Ma che scusa? L’unica, poteva esser questa: che volevano lasciarla tranquilla nello stato in cui era. Tranquilla? Eh, troppa grazia, per una povera donna come lei, avvezza a così poca considerazione da parte degli uomini. E poi, tranquilla, va bene; ma perché non andavano nemmeno a vederla? a domandarle come stesse? se avesse bisogno di qualche cosa? Tanta considerazione per un verso e tanta noncuranza per un altro, bella tranquillità le avrebbero data!

Ma, via, infine, nella lettera poteva darle la più ferma assicurazione che non le sarebbe venuto meno l’assegno e tutto quell’aiuto che avrebbe potuto aver da loro. Bisognava che si contentasse di questo, per ora.

E Carlino scrisse la lettera in questo senso, con molta circospezione, perché Tito, leggendola (e voleva che la leggesse), non pigliasse altra ombra.

Pochi giorni dopo, com’era da aspettarsi, arrivò a entrambi la risposta di Melina. Poche righe, quasi indecifrabili che, impedendo la commozione per il modo ridicolo con cui l’ambascia e la disperazione erano espresse, produssero uno strano effetto di rabbia negli animi dei due giovani.

La poverina scongiurava che tutti e due insieme andassero a trovarla, ripetendo che era pronta a fare quel che essi volevano.

– Vedi? Per causa tua!

Tutti e due si trovarono sulle labbra le stesse parole; Carlino per l’ostinazione di Tito a non cedere: Tito per quella di Carlino a non andare. Ma né l’uno né l’altro poterono proferirle. Si guardarono. Ciascuno lesse negli occhi dell’altro la sfida a parlare. Ma lessero anche chiaramente l’odio, che adesso li univa, in luogo dell’antica amicizia; e subito compresero che non potevano e non dovevano più parlare su quell’argomento.

Quell’odio comandava loro non solo di non far prorompere la rabbia, ond’erano divorati, ma anzi d’indurir ciascuno il proprio proposito in una livida freddezza.

Dovevano rimanere insieme, per forza.

– Le si scrive di nuovo, che stia tranquilla, – fischiò tra i denti Carlino.

Tito si voltò appena a guardarlo, con le ciglia alzate:

– Ma sì, puoi dirglielo: tranquillissima!

Ora, ogni sera, uscendo dal Ministero, non andavano più insieme, come prima, a passeggio, o in qualche caffè. Si salutavano freddamente, e uno prendeva di qua, l’altro di là. Si riunivano a cena; ma spesso, non arrivando alla trattoria alla stess’ora e non trovando posto da sedere accanto, l’uno cenava a un tavolino e l’altro a un altro. Ma meglio così. Tito s’accorse, che aveva provato sempre vergogna, senza dirselo, del troppo appetito che Carlino dimostrava, mangiando. Anche dopo cena, ciascuno si avviava per suo conto a passar fuori le due o tre ore prima d’andare a letto.

S’incupivano sempre più, covando in quella solitudine il rancore.

Ma l’uno non voleva dare a vedere all’altro la macerazione che aveva da quella catena non trascinata più di conserva per una stessa via, ma tirata, strappata di qua e di là Rispettosamente, in quella finzione di libertà, che volevano darsi.

Sapevano che la catena, pur tirata e strappata così, non poteva e non doveva spezzarsi; ma lo facevano apposta, per farsi più male, quanto più male potevano. Forse, in questa macerazione, cercavano di stordir la pena cocente e il rimorso per la donna, che seguitava invano a chieder conforto e pietà.

Già da un pezzo ella si era arresa a ciò che credeva la loro volontà. Ma no: erano essi, ora, a volere assolutamente che ella si tenesse il figliuolo. E perché allora avrebbero sofferto tanto, e tanto la avrebbero fatta soffrire? Tornare indietro come prima, non era più possibile, ormai. E dunque, no, no: ella doveva tenersi il figliuolo. Nessuna discussione più su questo punto

Uniti com’erano dallo stesso sentimento, che non poteva più in alcun modo svolgersi in un azione comune d’amore, non potevano ammettere che esso, ora, venisse a mancare; volevano che durasse per svolgersi invece, così, necessariamente, in un’azione di reciproco odio.

E tanto quest’odio li accecava, che nessuno dei due per il momento pensava, che cosa avrebbero fatto domani di fronte a quel figliuolo, che non avrebbero potuto entrambi amare insieme.

Esso doveva vivere: non potendo né per l’uno né per l’altro esclusivamente, sarebbe vissuto per la madre, ai loro costi, così, senza che nessuno de’ due neppur lo vedesse.

E difatti, nessuno de’ due, quantunque entrambi se ne sentissero struggere dalla voglia, cedette all’invito di Melina, di correre a vedere il bambino appena nato.

Inesperti della vita, non si figuravano neppur lontanamente tra quali atroci difficoltà si fosse dibattuta quella poveretta, così sola, abbandonata, nel mettere al mondo quel bambino. Ne ebbero la rivelazione terribile, alcuni giorni dopo, quando una vecchia, vicina di casa della poveretta, venne a chiamarli, perché accorressero subito al letto di lei, che moriva.

Accorsero e restarono allibiti davanti a quel letto, da cui uno scheletro vestito di pelle, con la bocca enorme, arida, che scopriva già orribilmente tutti i denti, con enormi occhi, i cui globi parevan già appesiti e induriti dalla morte, voleva loro far festa.

Quella, Melina?

No, no... là, – diceva la poveretta, indicando la culla: che l’avrebbero ritrovata là, la Melina che conoscevano, cercando là, in quella culla, e tutt’intorno, nelle cose preparate per il suo bimbo, e nelle quali si era distrutta, o piuttosto, trasfusa.

Qua sul letto, ormai, ella non c’era più: non c’eran più che i resti di lei, miseri, irriconoscibili; appena un filo d’anima trattenuto a forza, per riveder loro un’ultima volta. Tutta l’anima sua, tutta la sua vita, tutto il suo amore, erano in quella culla, e là, là, nei cassetti del canterano, ov’era il corredino del bimbo, pieno di merletti, di nastri e di ricami, tutto preparato da lei, con le sue mani.

– Anche... anche cifrato, sì, di rosso... Tutto... capo per capo...

Capo per capo volle che la vecchia vicina lo mostrasse loro: le cuffiette, ecco... ecco le cuffiette, sì... quella coi fiocchi rossi... no, quell’altra, quell’altra... e i bavaglini, e le camme, e la vestina lunga, ricamata, del battesimo, col trasparente di seta rossa... rossa, sì, perché era maschio, maschio il suo Nillì... e...

S’abbandonò a un tratto; crollò sul letto, riversa. Nell’accensione di quella festa, forse insperata, si consumò subito quell’ultimo filo d’anima trattenuto a forza per loro.

Atterriti da quel traboccare improvviso sul letto, i due accorsero, per sollevarla.

Morta.

Si guardarono. L’uno cacciò nell’anima dell’altro, fino in fondo, con quello sguardo, la lama d’un odio inestinguibile.

Fu un attimo.

Il rimorso, per ora li sbigottiva. Avrebbero avuto tempo di dilaniarsi, tutta la vita. Per ora, qua, bisognava procedere ancora d’accordo: provvedere alla vittima, provvedere al bambino.

Non potevano piangere, l’uno di fronte all’altro. Sentivano che, se per poco, nell’orgasmo, avessero ceduto al sentimento, l’uno al suono del pianto dell’altro sarebbe diventato feroce, l’uno si sarebbe avventato alla gola dell’altro per soffocarlo, quel pianto. Non dovevano piangere! Tremavano tutti e due; non potevano più guardarsi. Sentivano che rimaner così, a guardare con gli occhi bassi la morta, non potevano; ma come muoversi? Come parlar tra loro? Come assegnarsi le parti? Chi de’ due doveva pensare alla morta, pei funerali? Chi de’ due, al bambino, per una balia?

Il bambino!

Era là, nella culla. Di chi era? Morta la madre, esso restava a tutti e due. Ma come? Sentivano che nessuno dei due poteva più accostarsi a quella culla. Se l’uno avesse fatto un passo verso di essa, l’altro sarebbe corso a strapparlo indietro.

Come fare? Che fare?

Lo avevano intravisto appena, là, tra i v eli, roseo, placido nel sonno.

La vecchia vicina disse:

– Quanto penò! E mai un lamento dalle sue labbra! Ah, povera creatura! Non gliela doveva negare Dio questa consolazione del figlio’ dopo tutto quello che penò per lui.

Povera, povera creatura! E ora? Per me, se vogliono... eccomi qua...

Si tolse lei l’incarico d’attendere al cadavere, insieme con altre vicine. Quanto al bimbo... – all’ospizio, no, è vero? – ebbene conosceva lei una balia, una contadina di Alatri, venuta a sgravarsi all’ospedale di San Giovanni: era uscita da parecchi giorni; il figlietto le era morto, e quella sera stessa sarebbe ripartita per Alatri: buona, ottima giovine; maritata, sì; il marito le era partito da pochi mesi per l’America, sana, forte, il figlietto le era morto per disgrazia, nel parto, non già per malattia. Del resto, potevano farla visitare da un medico, ma non ce n’era bisogno. Già il bimbo, per altro, da due giorni s’era attaccato a lei, poiché la povera mamma non avrebbe potuto allevarlo, ridotta in quello stato.

I due lasciarono parlar sempre la vecchia approvando col capo ogni proposta, dopo essersi guardati un attimo con la coda dell’occhio, aggrondati. Migliore occasione di quella non poteva darsi. E meglio, sì, meglio che il bimbo andasse lontano, affidato alla balia. Sarebbero andati a vederlo, ad Alatri, un mese l’uno e un mese l’altro, giacché insieme non potevano.

– No! no! – gridarono a un tempo alla vecchia, impedendo che lo mostrasse loro.

S’accordarono con lei circa alle disposizioni da prendere per il trasporto del cadavere e il seppellimento. La vecchia fece un conto approssimativo; essi lasciarono il denaro, e uscirono insieme, senza parlare.

Tre giorni dopo, allorché il bimbo fu partito con la balia per Alatri con tutto il corredo preparato dalla povera Melina, si divisero per sempre.

Fu, nei primi tempi, una distrazione quella gita d’un giorno, un mese sì e un mese no, ad Alatri. Partivano la sera del sabato; ritornavano la mattina del lunedì.

Andavano come per obbligo a visitare il bambino. Questo, quasi non esistendo ancora per se, non esisteva neppure propriamente per loro, se non così, come un obbligo; ma non gravoso: prendevano, infine, una boccata d’aria; facevano, benché soli, una scampagnata: dall’alto dell’acropoli, su le maestose mura ciclopiche, si scopriva una vista meravigliosa. E quella visita mensile, in fondo, non aveva altro scopo che d’accertarsi se la balia curasse bene il bambino.

Provavano istintivamente una certa diffidenza ombrosa, se non proprio una decisa ripugnanza per lui. Ciascuno dei due pensava, che quel batuffolo di carne lì poteva anche non esser suo, ma di quell’altro; e, a tal pensiero, per l’odio acerrimo che l’uno portava all’altro, avvertivano subito un ribrezzo invincibile non solo a toccarlo, ma anche a guardarlo.

A poco a poco, però, cioè non appena Villi cominciò a formare i primi sorrisi, a muoversi, a balbettare, l’uno e l’altro, istintivamente, furono tratti a riconoscer ciascuno se stesso in quei primi segni, e a escludere ogni dubbio, che il figlio non fosse suo.

Allora, subito, quel primo sentimento di repugnanza si cangiò in ciascuno in un sentimento di feroce gelosia per l’altro. Al pensiero che l’altro andava lì, con lo stesso suo diritto, a togliersi in braccio il bambino e a baciarlo, a carezzarlo per una intera giornata, e a crederlo suo, ciascuno de’ due sentiva artigliarsi le dita, si dibatteva sotto la morsa d’un’indicibile tortura. Se per un caso si fossero incontrati insieme là, nella casa della balia, l’uno avrebbe ucciso l’altro, sicuramente, o avrebbe ucciso il bimbo, per la soddisfazione atroce di sottrarlo alla carezza dell’altro, intollerabile.

Come durare a lungo in questa condizione? Per ora, Villi era piccino piccino, e poteva star lì con la balia, che assicurava di volerlo tenere con sè, come un figliuolo, almeno fino al ritorno del marito dall’America. Ma non ci poteva star sempre! Crescendo, bisognava pur dargli una certa educazione.

Sì, era inutile, per adesso, amareggiarsi di più il sangue, pensando all’avvenire. Bastava la tortura presente.

L’uno e l’altro s’erano confidati con la balia, la quale, impressionata dal fatto che quei due zii non venivano mai insieme a visitare il nipotino, ne aveva chiesto ingenuamente la ragione. Ciascuno dei due aveva assicurato la balia, che il figlio era suo, traendone la certezza da questo e da quel tratto del bimbo, il quale, certo, non somigliava spiccatamente né all’uno né all’altro, perché aveva preso molto dalla madre; ma, ecco, per esempio, la testa... non era forse un po’ come quella di Carlino? poco, sì.... appena appena... un’idea..., ma era pure un segno, questo! Gli occhi azzurri del bimbo, invece, erano un segno rivelatore per Tito Morena che li aveva azzurri anche lui; sì, ma anche la madre, per dire la verità, li aveva azzurri, ma non così chiari e tendenti al verde, ecco.

– Già, pare... – rispondeva all’uno e all’altro la balia, dapprima costernata e afflitta da quell’accanita contesa, sul bimbo, ma poi raffinata appieno, per il consiglio che le aver ano dato i parenti e i vicini, che fosse meglio, cioè, per lei e anche per il bimbo, tenerli così a bada tutti e due, senz’affermare mai e senza negare recisamente. Era difatti una gara, tra i due, d’amorevolezza, di pensieri squisiti, di regali, per guadagnarsi quanto più potevano il cuore del bimbo, a cui ella intanto dava istruzione non di malizia, ma d’accortezza: se veniva zio Carlo, non parlare di zio Tito, e viceversa; se uno gli domandava qualcosa dell’altro, risponder poco, un sì, un no, e basta; se poi volevano sapere a chi egli volesse più bene, rispondere a ciascuno: – Più a te! – solo per contentarli, ecco, perché poi egli doveva voler bene a tutti e due allo stesso modo.

E veramente a Nillì non costava alcuno sforzo rispondere, secondo i consigli della balia, all’uno e all’altro dei due zii: – Più a te! – perché, stando con l’uno o con l’altro, gli sembrava ogni volta che non si potesse star meglio, tanto amore e tante cure gli prodigavano entrambi, pronti a soddisfare ogni suo capriccio, pendendo ciascuno da ogni suo minimo cenno.

D’improvviso, ma quando già Carlino Sanni e Tito Morena erano più che mai sprofondati nella costernazione circa ai provvedimenti da prendere per l’educazione di Villi che aveva ormai compiuti i cinque anni, arrivò alla balia una lettera del marito, che la chiamava in America.

Carlino Sanni e Tito Morena, senza che l’uno sapesse dell’altro, nel ricevere questo annunzio, andarono da un giovane avvocato,

loro comune amico, conosciuto tempo addietro nella trattoria, dove prima si recavano a desinare insieme.

L’avvocato ascoltò prima l’uno e poi l’altro, senza dire all’uno che l’altro era venuto poc’anzi a dirgli le stessissime cose e a fargli la stessissima proposta, che cioè il ragazzo, suo o non suo, fosse lasciato interamente a suo carico (nessuno dei due diceva al suo affetto), pur d’uscire da quella insopportabile situazione.

Ma non c’era, né ci poteva essere modo a uscirne, finché nessuno dei due voleva abbandonar del tutto all’altro il ragazzo. Né il giudizio di Salomone era applicabile. Salomone si era trovato in condizioni molto più facili, perché si trattava allora di due madri, e una delle due poteva essere certa che il figlio era suo. Qua l’uno e l’altro, non potendo aver questa certezza ed essendo animati da un odio reciproco così feroce, avrebbero lasciato spaccare a metà il ragazzo per prendersene mezzo per uno. Non si poteva, eh? Dunque, un rimedio. L’unico, per il momento, era di mettere in collegio il ragazzo, e accordarsi d’andarlo a visitare una domenica l’uno e una domenica l’altro, e che le feste le passasse un po’ con l’uno e un po’ con l’altro. Questo, per il momento. Se poi volevano veramente risolvere la situazione, il giovane avvocato non ci vedeva altro mezzo, che questo: che il figlio, non potendo essere di uno soltanto, non fosse più di nessuno dei due. Come? Cercando qualcuno che volesse adottarlo. Se i due volevano, egli poteva assumersi quest’incarico.

Nessuno dei due volle. Recalcitrarono, si scrollarono furiosamente alla proposta; l’uno tornò a gridar contro l’altro le ingiurie più crude, per la sopraffazione che intendeva usare: il figlio era suo! era suo! non poteva esser che suo! per questo segno e per questo altro! E Carlino Sanni credeva anche di aver maggior diritto, perché lui, lui, Tito, aveva fatto morire quella povera donna, di cui egli aveva avuto sempre pietà! Ma allo stesso modo Tito Morena credeva anche d’avere maggior diritto, perché non aveva sofferto meno, lui, della durezza che era stato costretto a usare verso Melina, per colpa di Carlino!

Inutile, dunque, tentare di metterli d’accordo. Nillì fu chiuso in collegio. Ricominciò, con la vicinanza, più aspra e più fiera la tortura di prima. E: durò un anno. S’offerse da sé, infine, un caso, che rese possibile e accettabile ai due la proposta del giovane avvocato.

Nillì, nel collegio, durante quell’anno, aveva stretto amicizia con un piccolo compagno, unico figliuolo d’un colonnello, a cui tanto Carlino Sanni, quanto Tito Morena, avevano dovuto per forza accostarsi, giacché i due piccini (i più piccoli del collegio) entravano nel salone delle visite domenicali tenendosi per mano senza volersi staccare l’uno dall’altro. Il colonnello e la moglie erari molto grati a Nillì dell’affetto e della protezione che esso aveva per il piccolo amico, il quale, pur essendo della sua età, appariva minore, per la bionda gracilità feminea e la timidezza. Nillì, cresciuto in campagna, era bruno, robusto, sanguigno e vivacissimo. L’amore di quel piccolino per Nillì aveva qualcosa di morboso; e inteneriva assai la moglie del colonnello. Sulla fine dell’anno scolastico, esso morì all’improvviso, una notte, lì nel collegio, come un uccellino, dopo aver chiesto e bevuto un sorso d’acqua.

Il colonnello, per contentar la moglie inconsolabile, saputo dal direttore del collegio che Nillì era orfano, e che quei due signori che venivano la domenica a visitarlo, erano zii, fece per mezzo del direttore stesso la proposta d’adottare il ragazzo, a cui il piccino defunto era legato di tanto amore.

Carlino Sanni e Tito Morena chiesero tempo per riflettere: considerarono che la loro condizione e quella di Nillì sarebbe divenuta con gli anni sempre più difficile e triste; considerarono che quel colonnello e sua moglie erano due ottime persone; che la moglie era molto ricca e che perciò per Nillì quell’adozione sarebbe stata una fortuna; domandarono a Nillì, se aveva piacere di prendere il posto del suo amicuccio nel cuore e nella casa di quei due poveri genitori; e Nillì, che per i discorsi e i consigli della balia doveva aver capito, così in aria, qualcosa, disse di sì, ma a patto che i due zii venissero a visitarlo spesso, ma insieme, sempre insieme, in casa dei genitori adottivi.

E così Carlino Sanni e Tito Morena, ora che il figlio non poteva più essere né dell’uno né dell’altro, ritornarono a poco a poco di nuovo amici come prima.

043  –  Nenia

Con la valigia in mano, mi lanciai, gridando, sul treno che già si scrollava per partire: potei a stento afferrarmi a un vagone di seconda classe e, aperto lo sportello con l’aiuto d’un conduttore accorso su tutte le furie, mi cacciai dentro.

Benone!

Quattro donne, lì, due ragazzi e una bimba lattante, esposta per giunta, proprio in quel momento, con le gambetto all’aria, su le ginocchia d’una goffa balia enorme, che stava tranquillamente a ripulirla, con la massima libertà.

– Mamma, ecco un altro seccatore!

Così m’accolse (e me lo meritavo) il maggiore dei due ragazzi, che poteva aver circa sei anni, magrolino, orecchiuto, coi capelli irti e il nasetto in sì, rivolgendosi alla signora che leggeva in un angolo, con un ampio velo verdastro rialzato sul cappello, speciosa cornice al volto pallido e affilato.

La signora si turbò, ma finse di non sentire e seguitò a leggere. Scioccamente, perché il ragazzo – com’era facile supporre tornò ad annunziarle con lo stesso tono:

– Mamma, ecco un altro seccatore.

– Zitto, impertinente! – gridò, stizzita, la signora. Poi volgendosi a me con ostentata mortificazione: – Perdoni, signore, la prego.

– Ma si figuri, – esclamai io, sorridendo.

Il ragazzo guardò la madre, sorpreso del rimprovero, e parve che le dicesse con quello sguardo: – «Ma come? Se l’hai detto tu!». – Poi guardò me e sorrise così interdetto e, nello stesso tempo, con una mossa così birichina, ch’io non seppi tenermi dal dirgli:

– Sai, carino? Se no, perdevo il treno

Il ragazzetto diventò serio, fissò gli occhi, poi, riscotendosi con un sospiro, mi domandò:

– E come lo perdevi? Il treno non si può mica perdere. Cammina solo, con l’acqua bollita, sul biranno. Ma non è una caffettiera. Perché la caffettiera non ha ruote e non può camminare.

Parve a me che il ragazzo ragionasse a meraviglia. Ma la madre, con un fare stanco e infastidito, lo rimproverò di nuovo:

– Non dire sciocchezze, Carlino.

L’altra ragazzetta, di circa tre anni, stava in piedi sul sedile, presso il balione, e guardava attraverso il vetro del finestrino la campagna fuggente. Di tanto in tanto, con la manina toglieva via l’appannatura del proprio fiato sul vetro, e se ne stava zitta zitta a mirare il prodigio di quella fuga illusoria d’alberi e di siepi.

Mi voltai dall’altra parte a osservare le altre due compagne di viaggio, che sedevano agli angoli, l’una di fronte all’altra, tutte e due vestite di nero.

Erano straniere: tedesche, come potei accertarmi poco dopo udendole parlare.

Una, la giovane, soffriva forse del viaggio: doveva esser malata: teneva gli occhi chiusi, il capo biondo abbandonato su la spalliera, ed era pallidissima. L’altra, vecchia, dal torso erto, massiccio, bruna di carnagione, pareva stesse sotto l’incubo del suo ispido cappelletto dalla falde dritte, stirate: pareva lo tenesse come per punizione in bilico su i pochi grigi capelli chiusi e impastocchiati entro una reticella nera.

Così immobile, non cessava un momento di guardar la giovine, che doveva essere la sua signora.

A un certo punto, dagli occhi chiusi della giovine vidi sgorgare due grosse lagrime, e subito guardai in volto la vecchia, che strinse le labbra rugose e ne contrasse gli angoli in giù, evidentemente per frenare un impeto di commozione, mentre gli occhi, battendo più e più volte di seguito, frenavano le lagrime.

Quale ignoto dramma si chiudeva in quelle due donne vestite di nero, in viaggio, lontane dal loro paese? Chi piangeva o perché piangeva, così pallida e vinta nel suo cordoglio, quella giovane signora?

La vecchia massiccia, piena di forza, nel guardarla, pareva si struggesse dall’impotenza di venirle in aiuto. occhi però non aveva quella disperata remissione al dolore, che si suole avere per un caso di morte, ma una durezza di rabbia feroce, forse contro qualcuno che le faceva soffrir così quella creatura adorata.

Non so quante volte sospirai fantasticando su quelle due straniere; so che di tratto in tratto, a ogni sospiro, mi riscotevo per guardarmi intorno.

Il sole era tramontato da un pezzo. Perdurava fuori ancora un ultimo tetro barlume del crepuscolo: ora angosciosa per chi viaggia.

I due ragazzi si erano addormentati, la madre aveva abbassato il velo sul volto e forse dormiva anche lei, col libro su le ginocchia. Solo la bambina lattante non riusciva a prender sonno: pur senza vagire, si dimenava irrequieta, si stropicciava il volto

Coi pugnetti, tra gli sbuffi della balia che le ripeteva sottovoce:

– La ninna, cocca bella; la ninna, cocca...

E accennava, svogliata, quasi prolungando un sospiro d’impazienza, un motivo di nenia paesana.

– Aooh! Aoòh!

A un tratto, nella cupa ombra della sera imminente, dalle labbra di quella rozza contadinona si svolse a mezza voce, con soavità inverosimile, con fascino d’ineffabile amarezza, la nenia mesta:

Veglio, veglio sì te, fammi la ninna,

Chi t’ama più di me, figlia, t’inganna.

Non so perché, guardando la giovine straniera, abbandonata lì in quell’angolo della vettura, mi sentii stringere la gola da un nodo angoscioso di pianto. Ella, al canto dolcissimo aveva riaperto i begli occhi celesti e li teneva invagati nell’ombra. Che pensava? Che rimpiangeva?

Lo compresi poco dopo, quando udii la vecchia vigile domandarle piano con voce oppressa dalla commozione:

– Willst Du deine Amme nah?

«Vuoi accanto la tua nutrice?» E si alzò; andò a sederle a fianco e si trasse su l’arido seno il biondo capo di lei che piangeva in silenzio, mentre l’altra nutrice, nell’ombra, ripeteva alla bimba ignara:

Che rimpiangeva?

Chi t’ama più di me, figlia, t’inganna.

044  –  Nené e Ninì

Nené aveva un anno e qualche mese, quando il babbo le morì. Ninì non era ancor nato, ma già c’era: si aspettava. Ecco: se Ninì non ci fosse stato, forse la mammina, quantunque bella e giovane, non avrebbe pensato di passare a seconde nozze: si sarebbe dedicata tutta alla piccola Nené. Aveva da campare sul suo, modestamente nella casetta lasciatale dal marito e col frutto della sua dote.

Il pensiero d’un maschio da educare, così inesperta come lei stessa si riconosceva e senza guida o consiglio di parenti né prossimi né lontani, la persuase ad accettar la domanda d’un buon giovine, che prometteva d’esser padre affettuoso per i due poveri orfanelli.

Nené aveva circa tre anni e Ninì uno e mezzo, quando la mammina passò a seconde nozze.

Forse per il troppo pensiero di Ninì, non badò che si potesse dare il caso d’aver altri figliuoli da questo secondo marito. Ma non trascorse neppure un anno, che si trovò nel rischio mortale d’un parto doppio. I medici domandarono chi si dovesse salvare, se la madre o le creaturine. La madre, s’intende! E le due nuove creaturine furono sacrificate. Il sacrifizio però non valse a nulla perché, dopo circa un mese di strazii atroci, la povera mammina se ne morì anche lei, disperata.

 

Così Nené e Ninì restarono orfani anche di madre, con uno che non sapevano neppure come si chiamasse, né che cosa stésse a rappresentar lì in casa loro.

Quanto al nome, se Nené e Ninì lo volevano proprio sapere, la risposta era facile: Erminio Del Donzello, si chiamava; ed era professore: professore di francese nelle scuole tecniche. Ma quanto a sapere che cosa stésse più a far li, ah non lo sapeva nemmeno lui, il professor Erminio Del Donzello.

Morta la moglie, morte prima di nascere le sue creature gemelle: la casa non era sua, la dote non era sua, quei due figliuoli non erano suoi. Che stava più a far lì? Se lo domandava lui stesso. Ma se ne poteva forse andare?

Lo chiedeva con gli occhi rossi e quasi smarriti nel pianto a tutto il vicinato che, dal momento della disgrazia, gli era entrato in casa, da padrone, costituendosi da sé tutore e protettore de’ due orfanelli. Di che lui forse, si sarebbe dichiarato gratissimo, se veramente il modo non lo avesse offeso.

Sì, sapeva che molti, purtroppo, giudicano dati apparenza soltanto, e che i giudizii che si davano di lui forse erano iniqui addirittura, perché, effettivamente, la figura non lo aiutava troppo. La eccessiva magrezza lo rendeva ispido, e aveva il collo troppo lungo e per di più fornito d’un formidabile pomo d’Adamo, la sola cosa grossa in mezzo a tanta magrezza; e ruvidi i baffi, ruvidi i capelli pettinati a ventaglio dietro gli orecchi; e gli occhi armati di occhiali a staffa, poiché il naso non gli si prestava a reggere un più svelto paio di lenti. Ma, perdio, da quel suo collo così lungo egli credeva di saper tuttavia cavar fuori una seducentissima voce e accompagnare le sue frasi dolci e gentili con molta grazia di sguardi, di sorrisi e di gesti, con le mani costantemente calzate da guanti di filo di Scozia, che non si levava neanche a scuola, impartendo le sue lezioni di francese ai ragazzini delle tecniche, che naturalmente ne ridevano.

Ma che! Nessuna pietà, nessuna considerazione per lui, in tutto quel vicinato, per la sua doppia sciagura. Pareva anzi che la morte della moglie e delle sue creaturine gemelle fosse giudicata da tutti come una giusta e ben meritata punizione.

Tutta la pietà era per i due orfanelli, di cui in astratto si considerava la sorte. Ecco qua il patrigno, adesso, senza alcun dubbio, avrebbe ripreso moglie: una megera, certo, una tiranna; ne avrebbe avuto chi sa quanti figliuoli, a cui Nené e Ninì sarebbero stati costretti a far da servi, fintanto che, a furia di maltrattamenti, di sevizie, prima l’una e poi l’altro, sarebbero stati soppressi.

Fremiti di sdegno, brividi d’orrore assalivano a siffatti pensieri uomini e donne del vicinato; e impetuosamente i due piccini, in questa o in quella casa, erano abbracciati e inondati di lagrime.

Perché il professor Erminio Del Donzello, ora, ogni mattina, prima di recarsi a scuola, per ingraziarsi quel vicinato ostile e dimostrar la cura e la sollecitudine che si dava de’ due orfanelli, dopo averli ben lavati e calzati e vestiti, se li prendeva per mano, uno di qua, l’altra di là, e li andava a lasciare ora in questa ora in quella famiglia tra le tante che si erano profferte.

Era – s’intende – in ciascuna di queste famiglie più delle altre caritatevoli e in pensiero per la sorte dei piccini, almeno una ragazza da marito; e tutte, senza eccezione, queste ragazze da marito sarebbero state mammine svisceratamente amorose di quei due orfanelli perfida tiranna, spietata megera sarebbe stata solo quell’una, che il professor Erminio Del Donzello avrebbe scelto tra esse.

Perché era una necessità ineluttabile, che il professor Erminio Del Donzello riprendesse moglie. Se l’aspettava di giorno in giorno tutto il vicinato, e per dir la verità ci pensava sul serio anche lui.

Poteva forse durare a lungo così? Quelle famiglie si prestavano con tanto zelo di carità ad accogliere i piccini, per adescarlo; non c’era dubbio. Se egli avesse fatto a lungo le viste di non comprenderlo, tra un po’ di tempo gli avrebbero chiuso la porta in faccia; non c’era dubbio neanche su questo. E allora? Poteva forse da solo attendere a quei due piccini? Con la scuola tutte le mattine, le lezioni particolari nelle ore del pomeriggio, la correzione dei compiti tutte le sere... Una serva in casa? Egli era giovine, e caldo, quantunque di fuori non paresse Una serva vecchia? Ma lui aveva preso moglie perché la vita di scapolo, quell’andare accattando l’amore, non gli era parso più compatibile con la sua età e con la sua dignità di professore. E ora, con quei due piccini...

No, via: era, era veramente una necessità ineluttabile.

L’imbarazzo della scelta, intanto, gli cresceva di giorno in giorno, di giorno in giorno lo esasperava sempre più.

E dire che in principio aveva creduto che dovesse riuscirgli molto difficile trovare una seconda moglie, in quelle sue condizioni!

Gliene bisognava una? Ne aveva trovate subito dieci, dodici, quindici, una più pronta e impaziente dell’altra!

Sì, perché in fondo, via, era vedovo, ma appena: si poteva dire che quasi non avuto tempo d’essere ammogliato. E quanto ai figliuoli, sì, c’erano, ma non erano suoi. La casa, intanto, fino alla maggiore età di questi, ch’erano ancor tanto piccini, era per lui, e così anche il frutto della dote, il quale insieme col suo stipendio di professore faceva un’entratuccia più che discreta.

Questo conto se l’erano fatto bensì bene tutte le mamme e le signorine del vicinato. Ma il professor Erminio Del Donzello era certo che si sarebbe attirate addosso tutte le furie dell’inferno, se avesse fatto la scelta in quel vicinato.

Aveva sopra tutto, e con ragione, paura delle suocere. Perché ognuna di quelle mamme disilluse sarebbe certo diventata subito una suocera per lui; tutte quante si sarebbero costituite mamme postume della sua povera moglie defunta, e nonne di quei due orfanelli. E che mamma, che nonna, e suocera sarebbe stata, ad esempio, quella signora Ninfa della casa dirimpetto, che più delle altre gli aveva fatto e seguitava a fargli le più pressanti esibizioni d’ogni servizio, insieme con la figliuola Romilda e il figlio Toto!

Venivano tutti e tre, quasi ogni mattina, a strappargli di casa i piccini, perché non li conducesse altrove. Via, uno almeno! ne d’esse loro uno almeno, o Nené o Ninì; meglio Nenè, oh cara! ma anche Ninì, oh caro! E baci e chicche e carezze senza fine.

Il professor Erminio Del Donzello non sapeva come schermirsi; sorrideva, angustiato: si volgeva di qua e di là; si poneva innanzi al petto le mani inguantate; storceva il collo come una cicogna:

– Vede, cara signora... carissima signorina.... non vorrei che... non vorrei che...

– Ma lasci dire, lasci dire, professore! Lei può star sicuro che come stanno da noi, non stanno da nessuno! La mia Romilda ne è pazza, sa? proprio pazza, tanto dell’una quanto dell’altro. E guardi il mio Toto! Eccolo là... A cavalluccio, eh Ninì? Gioja cara, quanto sei bello! To’, caro! to’, amore!

Il professor Erminio Del Donzello, costretto a cedere, se n’andava come tra le spine, voltandosi a sorridere di qua e di là, quasi a chiedere scusa alle altre vicine.

Ma nelle ore che lui, sempre coi guanti di filo di Scozia, insegnava il francese ai ragazzi delle scuole tecniche, che scuola facevano quelle vicine là, e segnatamente la signora Ninfa con la figliuola Romilda e il figlio Toto, a Nené e Ninì? che prevenzioni, che sospetti insinuavano nelle loro arimucce? e che paure?

Già Nené, che s’era fatta una bella bamboccetta vispa e tosta, con le fossette alle guance, la boccuccia appuntita, gli occhietti sfavillanti, acuti e furbi, tutta scatti tra risatine nervose, coi capelli neri, irrequieti, sempre davanti agli occhi, per quanto di tratto in tratto se li mandasse via con rapide, rabbiose scrollatine, s’impostava fieramente incontro alle minacce immaginarie, ai maltrattamenti, ai soprusi della futura matrigna, che le vicine le facevano balenare; e, mostrando il piccolo pugno chiuso, gridava: 

– E io l’ammazzo!        

Subito, all’atto, quelle le si precipitavano addosso, se la strappavano, per soffocarla di baci e di carezze.

– Oh cara! Amore! Angelo! Sì, cara, cara, così! Perché tutto è tuo, sai? La casa è tua, la dote della tua mammina è tua, tua e del tuo fratellino, capisci? E devi difenderlo, tu, il tuo fratellino! E se tu non basti, ci siamo qua noi, a farli stare a dovere, tanto lei che lui, non dubitare, ci siamo qua noi per e per Ninì!

Ninì era un badalone grosso grosso, pacioso, con le gambette un po’ a roncolo e la lingua ancora imbrogliata. Quando Nenè, la sorellina, levava il pugno e gridava: «E io l’ammazzo"» si voltava piano piano a guardarla e domandava con voce cupa e con placida serietà:

L’ammassi davero?

E, a questa domanda, altri prorompimenti di frenetiche amorevolezze in tutte quelle buone vicine.

Dei frutti di questa scuola il professor Erminio Del Donzello si accorse bene, alllorché, dopo un anno di titubamenti e angosciose perplessità, scelta alla fine una casta zitella attempata, di nome Caterina, nipote d’un curato, la sposò e la portò in casa.

Quella poverina pareva seguitasse a recitar le orazioni anche quando, con gli occhi bassi parlava della spesa o del bucato. Pur non di meno, il professor Erminio Del Donzello ogni mattina, prima d’andare a scuola, le diceva:

– Caterina mia, mi raccomando. So, so la nel mansuetudine, cara. Ma procura, per carità, di non dare il minimo incentivo a tutte queste vipere attorno, di schizzar veleno. Fa’ che questi angioletti non gridino e non piangano per nessuna ragione. Mi raccomando.

– Va bene; ma Nené, ecco, aveva i capelli arruffati: non si doveva pettinare? Ninì, mangione, aveva il musetto sporco, e sporchi anche i ginocchi: non si doveva lavare? 

– Nené, vieni, amorino, che ti pettino. E Nené, pestando un piede:

– Non mi voglio pettinare!

– Ninì, via, vieni tu almeno, caro caro fa’ vedere alla sorellina come ti fai lavare.

E Ninì, placido e cupo, imitando goffamente il gesto della sorella:

Non mi vollo lavare!

E se Caterina lo costringeva appena, o s’accostava loro col pettine e col catino, strilli che arrivavano al cielo!

Subito allora le vicine:

– Ecco che comincia! Ah, povere creature! Dio di misericordia, senti, senti! Ma che fa? Ih, strappa i capelli alla grande! Senti che schiaffi al piccino! Ah che strazio, Dio, Dio, abbiate pietà di questi due poveri innocenti!

Se poi Caterina, per non farli strillare, lasciava Nené spettinata e sporco Ninì:

– Ma guardate qua questi due amorini come sono ridotti: una cagnetta scarduffata e un porcellino!

Nené, certe mattine, scappava di casa in camicia, a piedi nudi; si metteva a sedere su lo scalino innanzi all’uscio di strada, accavalciando una gambetta su l’altra e squassando la testina per mandarsi via dagli occhi le ciocche ribelli, rideva e annunziava a tutti:

– Sono castigata!

Poco dopo, piano piano, scendeva con le gambetto a roncolo Ninì, in carnicina e scalzo anche lui, reggendo per il manico l’orinaletto di latta; lo posava accanto alla sorellina, vi si metteva a sedere, e ripeteva serio serio, aggrondato e con la lingua grossa:

– So’ cattivato!

Figurarsi attorno le grida di commiserazione e di sdegno delle vicine indignate!

Eccoli qua, ignudi! ignudi! Che barbarie, con questo freddo! Far morire così d’una bronchite, d’una polmonite due povere creaturine! Come poteva Dio permetter questo? Ah sì, di nascosto, è vero? essi, di nascosto, erano scappati dal letto? E perché erano scappati? Segno che i due piccini chi sa com’erano trattati! Ah, già, niente... Gente di chiesa, figuriamoci! Diamo il supplizio senza far strillare! Oh Dio, ecco le lagrime adesso, ecco le lagrime del coccodrillo!

Una santa, anche una santa avrebbe perduto la pazienza. Quella povera donna sentiva voltarsi il cuore in petto, non solamente per la crudele ingiustizia, ma anche per lo strazio di veder quella ragazzetta, Nené, così bellina, crescere come una diavola, messa sì da quelle perfide pettegole, sguajata, senza rispetto per nessuno.

– La casa è mia! La dote è mia!

Signore Iddio, la dote! Una piccina alta un palmo, che strillava e levava i pugni pestava i piedi per la dote!

Il professor Erminio Del Donzello pareva in pochi mesi invecchiato di dieci anni.

Guardava la povera moglie che gli piangeva davanti disperata, e non sapeva dirle niente, come non sapeva dir niente a quei due diavoletti scatenati.

Era inebetito? No. Non parlava, perché si sentiva male. E si sentiva male, perché... perché proprio portavano con sé questo destino, quei due piccini là!

Il padre era morto; e la mamma, per provvedere a loro, s’era rimaritata ed era morta. Ora... ora toccava a lui.

N’era profondamente convinto il professor Erminio Del Donzello.

Toccava a lui!

Domani, la sua vedova, quella povera Caterina, per dare a Nené e a Ninì una guida, un sostegno, sarebbe passata, a sua volta, a seconde nozze, e sarebbe morta lei allora, e a quel secondo marito toccherebbe di riammogliarsi; e così, via via, un’infinita sequela di sostituti genitori sarebbe passata in poco tempo per quella casa.

La prova evidente era nel fatto, ch’egli si sentiva già molto, molto male.

Era destino, e non c’era dunque né da fare né da dir nulla.

La moglie, vedendo che non riusciva in nessun modo a scuoterlo da quella fissazione che lo inebetiva, si recò per consiglio dallo zio curato. Questi, senz’altro, le impose d’obbedire al proprio dovere e alla propria coscienza, senza badare alle proteste infami di tutti quei malvagi. Se con la bontà quei due piccini non si riducevano a ragione, usasse pure la forza!

Il fu savio; ma, ahimè, non ebbe altro effetto, che affrettar la fine del povero professore.

La prima volta che Caterina lo mise in pratica, Erminio Del Donzello, ritornando da scuola, si vide venire con le mani in faccia quel Toto della signora Ninfa seguito da tutte le vicine urlanti con le braccia levate.

La moglie s’era dovuta asserragliare in casa. E c’erano guardie e carabinieri innanzi alla porta.

Tutto il vicinato aveva apposto le firme a un protesta da presentare alla Questura per le sevizie che si facevano a quei due angioletti.

L’onta, la trepidazione per lo scandalo enorme furono tali e tanta la rabbia per quella ostinata, feroce iniquità, che Erminio Del Donzello si ridusse in pochi giorni in fin di vita, per un travaso di bile improvviso e tremendo.

Prima di chiuder gli occhi per sempre, si

chiamò la moglie accanto al letto e con un fil di voce le disse:

– Caterina mia, vuoi un mio consiglio; Sposa, sposa quel Toto, cara, della signora Ninfa. Non temere; verrai presto a raggiungermi. E lascia allora che provveda lui, insieme con l’altra, a quei due piccini. Stai pur certa, cara, che morrà presto anche lui.

Nené e Ninì, intanto, in casa d’una vicina avevano trovato una gattina mansa e un pappagalletto imbalsamato, e ci giocavano, ignari e felici.

– Mao, ti strozzo! – diceva Nené.

E Ninì, voltandosi, con la lingua imbrogliata:

– Lo strossi davero?

045  –  «Requiem aeternam dona eis, Domine!»

Erano dodici. Dieci uomini e due donne in commissione. Col prete che li conduceva, tredici.

Nell’anticamera ingombra d’altra gente in attesa, non avevano trovato posto da sedere tutti quanti. Sette erano rimasti in piedi, addossati alla parete, dietro i sei seduti, tra i quali il prete in mezzo alle due donne.

Queste piangevano, con la mantellina di panno nero tirata fin sugli occhi. E gli occhi dei dieci uomini, anche quelli del prete, s’invetravano di lagrime, appena il pianto delle donne, sommesso, accennava di farsi più affannoso per l’ergere improvviso di pensieri, che facilmente essi indovinavano.

– Buone... buone... – le esortava allora il prete, sotto sotto, anche lui con la voce gonfia di commozione.

Quelle levavano il capo, appena, e scoprivano gli occhi bruciati dal pianto, volgendo intorno un rapido sguardo pieno d’ansietà torbida e schiva.

Esalavano tutti, compreso il prete un lezzo caprino, misto a un sentor grasso di concime, così forte, che gli altri aspettanti o storcevano la faccia, disgustati, o arricciavano il naso; qualcuno anche gonfiava le gote e sbuffava.

Ma essi non se ne davano per intesi. Quello era il loro odore, e non l’avvertivano; l’odore della loro vita, tra le bestie da pascolo e da lavoro, nelle lontane campagne arse dal sole e senza un filo d’acqua. Per non morir di sete, dovevano ogni mattina andare con le mule per miglia e miglia a una gora limacciosa in fondo alla vallata. Figurarsi dunque, se potevano sprecarne per la pulizia. Erano poi sudati per il gran correre; e l’esasperazione, a cui erano in preda, faceva sbomicare dai loro corpi una certa acrèdine d’aglio, ch’era come il segno della loro ferinità.

Se pur s’accorgevano di quei versacci, li attribuivano alla nimicizia che, in quel momento, credevano d’avere da parte di tutti i signori, congiurati al loro danno.

Venivano dalle alture rocciose del fèudo di Màrgari; ed erano in giro dal giorno avanti; il prete, fiero, tra le due donne, in testa; gli altri dieci, dietro, a branco.

Il lastricato delle strade aveva schizzato faville tutto il giorno al cupo fracasso dei loro scarponi imbullettati, di cuojo grezzo, massicci e scivolosi.

Nelle dure facce contadinesche, irte d’una barba non rifatta da parecchi giorni, negli occhi lupigni, fissi in un’intensa doglia tetra, avevano un’espressione truce, di rabbia a stento contenuta. Parevano cacciati dall’urgenza d’una necessità crudele, da cui temessero di non trovar più scampo che nella pazzia.

Erano stati dal sindaco e da tutti gli assessori e consiglieri comunali; ora, per la seconda volta, tornavano alla Prefettura.

Il signor prefetto, il giorno avanti, non aveva voluto riceverli; ma essi, a coro, tra pianti e urli e gesti furiosi d’implorazione e di minaccia avevano già esposto il loro reclamo contro il proprietario del fèudo al consigliere delegato, il quale invano s’era scalmanato a dimostrare che né il sindaco, né lui, né il signor prefetto, né sua eccellenza il ministro e neppure sua maestà il re avevano il potere di contentarli in quello che chiedevano; alla fine, per disperato, aveva dovuto promettere che avrebbero avuto udienza dal signor prefetto, quella mattina, alle undici, presente anche il proprietario del fèudo, barone di Màrgari.

Le undici erari già passate da un pezzo, stava per sonare mezzogiorno, e il barone non si vedeva ancora.

Intanto l’uscio della sala ove il prefetto dava udienza rimaneva chiuso anche agli altri aspettanti.

 C’è gente, – rispondevano gli uscieri. Alla fine l’uscio s’apri e venne fuori dalla sala, dopo uno scambio di cerimonie, proprio lui, il barone di Màrgari, col faccione in fiamme e un fazzoletto in mano; tozzo, panciuto, le scarpe sgrigliolanti, insieme col consigliere delegato.

I sei seduti balzarono in piedi, le due donne levarono acute le strida, e il prete fiero si fece avanti, gridando con enfasi, sbalordito:

– Ma questo... questo è un tradimento!

– Padre Sarso! – chiamò forte un usciere dall’uscio della sala rimasto aperto.

Il consigliere delegato si rivolse al prete:

– Ecco, siete chiamato per la risposta. Entrate, voi solo. Calma, signori miei, calma!

Il prete, agitato, sconvolto, rimase perplesso se accorrere o no alla chiarnata, mentre i suoi uomini, non meno agitati e sconvolti di lui, domandavano, piangendo di rabbia per una ingiustizia, che sembrava loro patente:

– E noi? e noi? Ma come? Che risposta?

Poi, tutti insieme, in gran confusione, presero a vociare:

– Noi vogliamo il camposanto! – Siamo carne battezzata! – In groppa a una mula, signor Prefetto, i nostri morti! – Come bestie macellate! – Il riposo dei morti, signor Prefetto! – Vogliamo le nostre fosse! – Un palmo di terra, dove gettare le nostre ossa!

E le donne, tra un diluvio di lagrime:

– Per nostro padre che muore! Per nostro padre che vuoi sapere, prima di chiudere gli occhi per sempre, che dormirà nella fossa che s’è fatta scavare! sotto l’erbuccia della nostra terra!

E il prete, più forte di tutti, con le braccia levate, innanzi all’uscio del prefetto:

– E l’implorazione suprema dei fedeli: Requiem aeternam dona eis, Domine!

Accorsero a quel pandemonio, da ogni parte uscieri, guardie, impiegati che, a un comando gridato dal prefetto dalla soglia, sgombrarono violentemente l’anticamera, cacciando via tutti per la scala, anche quelli che non c’entravano.

Su la strada maestra, al precipitarsi di tutti quegli uomini urlanti dal palazzo della Prefettura, si raccolse subito una gran folla; e allora padre Sarso, al colmo dell’indignazione e dell’esaltazione, pressato dalle domande che gli piovevano da tutte le parti, si mise ad agitar le braccia come un naufrago e a far cenni col capo, con le mani di voler rispondere a tutti, or ora... ecco, sì... piano, un po’ di largo... cacciato dall’autorità... ecco, sì... al popolo, al popolo...

E prese ad arringare:

– Parlo in nome di Dio, o cristiani, che sta sopra ogni legge che altri possa vantare, ed è padrone di tutti e di tutta la terra! Noi non siamo qua per vivere soltanto, o cristiani! Siamo qua per vivere e per morire! Se una legge umana, iniqua, nega al povero in vita il diritto d’un palmo di terra, su cui, posando il piede, possa dire: `< Questo è mio! li, non può negargli, in morte, il diritto della fossa! O cristiani, questa gente è qua, in nome di altri quattrocento infelici, per reclamare il diritto della sepoltura! Vogliono le loro fosse! Per sè e per i loro morti!

– Il camposanto! il camposanto! – urlarono di nuovo tutti insieme, con le braccia per aria e gli occhi pieni di lagrime, i dodici margaritani.

E il prete, prendendo nuovo ardire dallo sbalordimento della folla, cercando di sollevarsi quanto più poteva su la punta dei piedi per dominarla tutta:

– Ecco, ecco, guardate, o cristiani a queste due donne qua... dove siete? mostratevi! ecco: a queste due donne qua sta per morire il padre, che è il padre di tutti noi, il nostro capo, il fondatore della nostra borgata! Or son più di sessant’anni, quest’uomo, ora moribondo, salì alle terre di Màrgari e sul dorso roccioso della montagna levò con le sue mani la prima casa di canne e creta. Ora le case lassù sono più di centocinquanta, più di quattrocento gli abitanti. Il paese pù vicino, o cristiani, è a circa sette miglia di distanza. Ognuno di questi uomini, a cui muore il padre o la madre, la moglie o il figlio, il fratello o la sorella, deve patir lo strazio di vedere il cadavere del parente issato, o cristiani, sul dorso d’una mula, per essere trasportato, sguazzante nella bara, per miglia e miglia di ripido cammino tra le rocce! E più volte s’è dato il caso che la mula è scivolata e la bara s’è spaccata e il morto è balzato tra i sassi e il fango del letto dei torrenti! Questo è accaduto, o cristiani, perché il signor barone di Màrgari ci nega barbaramente il permesso di seppellire in un cantuccio sotto la nostra borgatella i nostri morti, da poterli avere sotto gli occhi e custodire! Abbiamo finora sopportato lo strazio, senza gridare, contentandoci di pregare, di scongiurare a mani giunte questo barbaro signore! Ma ora che muore il padre di tutti noi, o cristiani, il vecchio nostro, con la brama di sapersi seppellito là, dove in tante case ora arde il fuoco da lui acceso per la prima volta, noi siamo venuti qua a reclamare, non un diritto propriamente legale, ma d’u... che? che c’è?... dico d’umanità, d’o...

Non poté seguitare. Un folto manipolo di guardie e di carabinieri irruppe nella folla e, dopo molto scompiglio, tra urla e fischi e applausi, riuscì a disperderla. Padre Sarso fu preso per le braccia da un delegato e tradotto insieme con gli altri dodici margaritani al commissariato di polizia.

Intanto, il barone di Màrgari, che finora se ne era stato discosto, tra un crocchio di conoscenti, stronfiando come se si sentisse a mano a mano soffocare e schiacciare sotto il peso dello scandalo pubblico per l’oltracotante predica di quel prete, e più volte aveva cercato di divincolarsi dalle braccia che lo trattenevano per lanciarsi addosso all’arringatore; ora che la folla si disperdeva, si mosse, attorniato da gente sempre in maggior numero, e, terreo, ansimante, come se fosse or ora uscito da una rissa mortale, si mise a raccontare che lui e, prima di lui, suo padre don Raimondo Màrgari, rappresentati da quella gente là e da quel prete ciarlatano come barbari spietati che negavano loro il diritto della sepoltura, erano invece da sessant’anni vittime d’una usurpazione inaudita, da parte del padre di quelle due donne là, uomo terribile, soperchiatore e abisso d’ogni malizia. Disse che da anni e anni egli non era più padrone di andare nelle sue terre, dove coloro avevano edificato le loro case e quel prete la sua chiesa, senza pagare né censo, né fitto, senza neanche chiedergli il permesso d’invadere così la sua proprietà. Egli poteva mandare i suoi campieri a cacciarli via tutti, come tanti cani, e a diroccar le loro case, non lo aveva fatto; non lo faceva; li lasciava vivere e moltiplicare, peggio dei conigli: ognuna di quelle donne metteva al mondo una ventina di figliuoli; tanto che, in meno di sessant’anni, era cresciuta lassù una popolazione. Ma non bastava, ecco, non erano contenti: quel prete avvocato, che viveva alle loro spalle, che aveva imposto a tutti una tassa per il mantenimento della sua chiesa, li metteva su, ed ercoli qua: non solo volevano stare nelle sue terre da vivi, ci volevano stare anche da morti. Ebbene, no! questo, no! questo, mai! Li sopportava da vivi; ma la soperchieria di averli anche morti nelle sue terre, mai! Anche perché l’usurpazione loro non si radicasse sottoterra coi loro morti! Il prefetto gli aveva dato ragione; gli aveva anzi promesso di mandare lassù guardie e carabinieri per impedire ogni violenza: perché il vecchio, da un mese moribondo per idropisia, era uomo da farsi seppellire vivo nella fossa che giù s’era fatta scavare nel posto ove sognava che dovesse sorgere il cimitero, appena le due figliuole e quel prete gli annunzierebbero il rifiuto.

Quando, di fatti, nel pomeriggio, padre Sarso e la sua ciurma furono rimessi in libertà e si avviarono al fondaco, ove il giorno avanti avevano lasciato le mule, vi trovarono in buon numero guardie e carabinieri a cavallo, incaricati di scortarli fino alle alture di Màrgari, alla borgata.

– Ancora? – fremette padre Sarso, vedendoli. – Ancora? Perché? Siamo forse gente di mal affare, da essere scortati così dalla forza? Ma già... meglio, sì... anzi, se ci volete ammanettare! Sù, sè, andiamo! a cavallo! a cavallo!

Pareva che avesse affrontato e sofferto il martirio. Gonfio di quanto aveva fatto, non gli pareva l’ora d’arrivare alla borgata con quella scorta, che avrebbe attestato a tutti lassù, con quanto fervore, con quale violenza egli si fosse adoperato a ottenere al vecchio la sepoltura.

S’era già fatto tardi, e si sapevano aspettati con impazienza fin dalla sera avanti. Chi sa se il vecchio era ancora in vita! Tutti si auguravano in cuore che fosse morto.

– O padruccio... o padruccio... – piagnucolavano le due donne.

Ma sì, meglio morto, nell’incertezza, con la speranza almeno, che essi fossero riusciti a strappare al barone la concessione del camposanto!

Sè, via, via... Calava l’ombra della sera, e quanto più lungo si faceva il ritardo del loro ritorno, tanto più forse si radicava e cresceva nel cuore di tutti lassù quella speranza. E tanto più grave sarebbe stata allora la disillusione.

Gesù, Gesù! Che strepito di cavalcature! Pareva una marcia di guerra. Chi sa come sarebbero restati a Màrgari, vedendoli ritornare accompagnati così, da tanta forza!

Il vecchio se ne sarebbe subito accorto.

Moriva all’aperto, in mezzo ai suoi, seduto innanzi alla porta della sua casa terrena, non potendo più stare a letto, soffocato com’era dalla tumefazione enorme dell’idropisia. Stava anche di notte lì seduto, boccheggiante, con gli occhi alle stelle, assistito da tutta la borgata, che da un mese non si stancava di vegliarlo.

Se fosse almeno possibile impedirgli la vista di tutte quelle guardie...

Padre Sarso si rivolse al maresciallo, che gli cavalcava a fianco:

– Non potrebbero restare un po’ indietro? – gli domandò. – Tenersi un poco discosti? Se si potesse far credere pietosamente a quel povero vecchio, che abbiamo ottenuto la concessione!

Il maresciallo tardò un pezzo a rispondere. Diffidava di quel prete temeva di compromettersi acconsentendo. Alla fine disse:

– Vedremo, padre; vedremo sul posto.

Ala quando, dopo molte ore d’affannoso cammino, cominciò la salita della montagna, s’intravidero da lontano, non ostante il bujo già fitto, tali cose straordinarie, che nessuno pensò più di poter fare al vecchio quell’inganno pietoso.

Era su l’alta costa rocciosa come un formicolìo di lumi. Fasci di paglia ardevano qua e là, da cui salivano alle stelle spire dense di fumo infiammato, come nella novena di Natale. E cantavano lassù, cantavano, sì, proprio come nella novena di Natale, al lume di quelle fiammate.

Che era avvenuto? Sù, di carriera! di carriera!

Tutta la borgata lassù si era raccolta quasi a celebrare un selvaggio rito funebre.

Il vecchio, non sapendo più reggere all’impazienza dell’attesa, sperando requie alle smanie della soffocazione, s’era fatto trasportare su una seggiola al posto dove sarebbe sorto il camposanto, innanzi alla sua fossa.

Lavato, pettinato e parato da morto, aveva accanto alla seggiola, su cui stava posato come un’enorme balla ansimante, la sua cassa d’abete già pronta da parecchi giorni. Eran preparati sul coperchio di quella cassa una papalina di seta nera, un paio di pantofole di panno e un fazzoletto, anch’esso di seta nera, ripiegato a fascia che, appena morto, passato sotto il mento e legato sul capo, doveva servire a tenergli chiusa la bocca. Insomma tutto l’occorrente per l’ultima vestizione.

Attorno, coi lumi, era tutta la gente della borgata, che cantava al vecchio le litanie.

– Sancta Dei Genitrix,

– Ora pro nobis!

– Sancta Virgo Virginum?

– Ora pro nobis!

E al formicolio di tutti quei lumi rispondeva dalla cupola immensa del cielo il fitto sfavillio delle stelle.

Sul capo del vecchio tremolavano alla brezzolina notturna i radi capelli, ancora umidi e tesi per l’insolita pettinatura. Movendo appena le mani enfiate, una sul dorso dell’altra, gemeva tra il grasso rantolo, come per confortarsi e averne refrigerio:

– L’erbuccia!... l’erbuccia...

Quella che sarebbe schiumata dalla sua terra, tra poco, là, su la sua fossa. E verso di essa allungava i piedi deformati dal gonfiore, ridotti come due vesciche entro le grosse calze di cotone turchino.

Appena attorno a lui la sua gente levò le grida, vedendo accorrere tra strepito di sciabole sì per l’erta una così grossa frotta di cavalcature, provò a rizzarsi in piedi; udì il pianto e le risposte affannose dei sopravvenuti; e, comprendendo, tentò di gettarsi a capofitto giù nella fossa. Fu trattenuto; tutti gli si strinsero attorno, come a proteggerlo dalla forza; ma il maresciallo riuscì a rompere la calca e ordinò che subito quel moribondo fosse trasportato a casa e che tutti sgombrassero di là.

Su la seggiola, come un santone su la bara, il vecchio fu sollevato, e i margaritani, reggendo alti i lumi, gridando e piangendo, s’avviarono verso le loro casupole, che biancheggiavano in alto, sparse su la roccia.

La scorta rimase al bujo, sotto le stelle a guardia della fossa vuota e della cassa d’abete, lasciata lì, con quella papalina e quel fazzoletto e quelle pantofole posate sul coperchio.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 29 gennaio 2011