Luigi Pirandello

02  -  La vita nuda

Edizione di riferimento

Luigi Pirandello Novelle per un anno, a cura di Mario Costanzo, Premessa di Giovanni Macchia, I Meridiani vol. I, Arnoldo Mondadori editore, Milano1985

016  –  La vita nuda

017  -  La toccatina

018  -  Acqua amara

019  -  Pallino e Mimì

020  -  Nel segno

021  -  La casa del Granella

022  -  Fuoco alla paglia

023  -  La fedeltà del cane

024  -  Tutto per bene

025  -  La buon’anima

026  -  Senza malizia

027  -  Il dovere del medico

028  -  Pari

029  -  L’uscita del vedovo

030  -  Distrazione

016  –  La vita nuda

- Un morto, che pure è un morto, caro mio, vuole anche lui la sua casa. E se è un morto per bene, bella la vuole; e ha ragione! Da starci comodo, e di marmo la vuole, e decorata anche. E se poi è un morto che può spendere, la vuole anche con qualche profonda... come si dice? allegoria, già!, con qualche profonda allegoria d’un grande scultore come me: una bella lapide latina: HIC JACET... chi fu, chi non fu... un bel giardinetto attorno, con l’insalatina e tutto, e una bella cancellata a riparo dei cani e dei...

- M’hai seccato! - urlò, voltandosi tutt’acceso e in sudore, Costantino Pogliani.

Ciro Colli levò la testa dal petto, con la barbetta a punta ridotta ormai un gancio, a furia di torcersela; stette un pezzo a sbirciar l’amico di sotto al cappelluccio a pan di zucchero calato sul naso, e con placidissima convinzione disse, quasi posando la parola:

- Asino.

Là.

Stava seduto su la schiena; le gambe lunghe distese, una qua, una là, sul tappetino che il Pogliani aveva già bastonato ben bene e messo in ordine innanzi al canapè.

Si struggeva dalla stizza il Pogliani nel vederlo sdrajato lì, mentr’egli s’affannava tanto a rassettar lo studio, disponendo i gessi in modo che facessero bella figura, buttando indietro i bozzettacci ingialliti e polverosi, che gli eran ritornati sconfitti dai concorsi, portando avanti con precauzione i cavalletti coi lavori che avrebbe potuto mostrare, nascosti ora da pezze bagnate. E sbuffava.

- Insomma. te ne vai, si o no?

- No.

- Non mi sedere lì sul pulito, almeno, santo Dio’ Come te lo devo dire che aspetto certe signore?

- Non ci credo.

- Ecco qua la lettera. Guarda! L’ho ricevuta ieri dal commendator Seralli: Egregio amico, La avverto che domattina, verso le undici...

- Sono già le undici?

- Passate!

- Non ci credo. Sèguita!

- ... verranno a trovarLa, indirizzate da me la signora Con... come dice qua?

- Confucio.

- Cont... o Consalvi, non si legge bene, e la figliuola, le quali hanno bisogno dell’opera Sua. Sicuro che... ecc. ecc.

- Non te la sei scritta da te, codesta lettera? - domandò Ciro Colli, riabbassando la testa sul petto.

--- Imbecille! - esclamò, gemette quasi, il Pogliani che, nell’esasperazione, non sapeva piú se piangere o ridere.

Il Colli alzò un dito e fece segno di no.

- Non me lo dire. Me n’ho per male! Perché, se fossi imbecille, ma sai che personcina per la quale sarei io? Guarderei la gente come per compassione. Ben vestito, ben calzato, con una bella cravatta elioprò... eliotrò... come si dice? ... tropio, e il panciotto di velluto nero come il tuo... Ah, quanto mi piacerei col panciotto di velluto come il tuo, scannato miserabile che non sono altro! Senti. Facciamo così per il tuo bene. Se è vero che codeste signore Confucio debbono venire, rimettiamo in disordine lo studio o si faranno un pessimo concetto di te. Sarebbe meglio che ti trovassero anche intento al lavoro col sudore... come si dice? col pane... insomma col sudore del pane della tua fronte. Piglia un bel tocco di creta, schiaffalo su un cavalletto e comincia alla brava un bozzettuccio di me così sdrajato. Lo intitolerai Lottando e vedrai che te lo comprano subito per la Galleria Nazionale. Ho le scarpe... sì non tanto nuove; ma tu, se vuoi puoi farmele anche novissime, perché come scultore, non te lo dico per adularti sei un bravo calzolajo...

Costantino Pogliani intento ad appendere alla parete certi cartoni, non gli badava piú. Per lui, il Colli era un disgraziato fuori della vita, ostinato superstite d’un tempo già tramontato, d’una moda già smessa tra gli artisti; sciamannato, inculto, noncurante e con l’ozio ormai incarognito nelle ossa. Peccato veramente, perché, poi, quand’era in tèmpera di lavorare, poteva dar punti ai migliori. E lui, il Pogliani, ne sapeva qualche cosa, ché tante volte, lì nello studio, con due tocchi di pollice impressi con energica sprezzatura s’era veduto metter sú d’un tratto qualche bozzetto che gli cascava dallo stento. Ma avrebbe dovuto studiare, almeno un po’ di storia dell’arte, ecco; regolar la propria vita; avere un po’ di cura della persona: così cascante di noja e con tutta quella trucia addosso, era inaccostabile, via! Lui, il Pogliani... ma già lui aveva fatto finanche due anni d’università, e poi... signore, campava sul suo... si vedeva...

Due discreti picchi alla porta lo fecero saltare dallo sgabello su cui era montato per appendere i cartoni.

- Eccole! E adesso? - disse al Colli, mostrandogli le pugna.

- Loro entrano e io me ne esco, - rispose il Colli senza levarsi. - Ne stai facendo un caso pontificale! Del resto, potresti anche presentarmi, pezzo d’egoista!

Costantino Pogliani corse ad aprir la porta, rassettandosi su la fronte il bel ciuffo biondo riccioluto.

Prima entrò la signora Consalvi, poi la figliuola: questa, in gramaglie, col volto nascosto da un fitto velo di crespo e con in mano un lungo rotolo di carta; quella, vestita d’un bell’abito grigio chiaro, che le stava a pennello su la persona formosa. Grigio l’abito, grigi i capelli, giovanilmente acconciati sotto un grazioso cappellino tutto contesto di violette.

La signora Consalvi dava a veder chiaramente che si sapeva ancor fresca e bella a dispetto dell’età. Poco dopo, sollevando il crespo sul cappello, non meno bella si rivelò la figliuola, quantunque pallida e dimessa nel chiuso cordoglio.

Dopo i primi convenevoli, il Pogliani si vide costretto a presentare il Colli che era rimasto lì con le mani in tasca, e mezza sigaretta spenta in bocca, il cappelluccio ancora sul naso; e non accennava d’andarsene

- Scultore? - domandò allora la signorina Consalvi invermigliandosi d’un subito per la sorpresa: - Colli... Ciro?

- Coricillo, già! - disse questi, impostandosi su l’attenti, togliendosi il cappelluccio e scoprendo le folte ciglia giunte e gli occhi accostati al naso. - Scultore? perché no? Anche scultore.

- Ma mi avevano detto, - riprese, impacciata, contrariata, la signorina Consalvi, - che lei non stava piú a Roma...

- Ecco... già! io... come si dice? Passeggio, - rispose il Colli. - Passeggio per il mondo, signorina. Stavo prima ozioso fisso a Roma, perché avevo vinto la cuccagna: il Pensionato. Poi...

La signorina Consalvi guardò la madre che rideva, e disse:

- Come si fa?

- Debbo andar via? - domandò il Colli

- No, no, al contrario, - s’affrettò a rispondere la signorina. - La prego anzi di rimanere, perché...

- Combinazioni! - esclamò la madre; poi, rivolgendosi al Pogliani: - Ma si rimedierà in qualche modo... Loro sono amici, non è vero?

- Amicissimi, - rispose subito il Pogliani.

E il Colli:

- Mi voleva cacciar via a pedate un momento fa, si figuri!

- E sta’ zitto! - gli diede su la voce il Pogliani. - Prego signore mie, s’accomodino. Di che si tratta?

- Ecco, - cominciò la signora Consalvi, sedendo. - La mia povera figliuola ha avuto la sciagura di perdere improvvisamente il fidanzato

- Ah sì?

- Oh!

- Terribile. Proprio alla vigilia delle nozze, si figurino!

Per un accidente di caccia. Forse l’avranno letto su i giornali. Giulio Sorini.

- Ah, Sorini, già! - disse il Pogliani. - Che gli esplose il fucile?

- Su i primi del mese scorso... cioè, no... l’altro... insomma, fanno ora tre mesi. Il poverino era un po’ nostro parente: figlio d’un mio cugino che se n’andò in America dopo la morte della moglie. Ora, ecco, Giulietta (perché si chiama Giulia anche lei)...

Un bell’inchino da parte del Pogliani.

- Giulietta, - seguitò la madre, - avrebbe pensato d’innalzare un monumento nel Verano alla memoria del fidanzato, che si trova provvisoriamente in un loculo riservato; e avrebbe pensato di farlo in un certo modo... Perché lei, mia figlia, ha avuto sempre veramente una grande passione per il disegno.

- No... così... - interruppe, timida, con gli occhi bassi, la signorina in gramaglie. - Per passatempo, ecco...

- Scusa, se il povero Giulio voleva anzi che prendessi lezioni...

- Mamma, ti prego... - insisté la signorina. - Io ho veduto in una rivista illustrata il disegno d’un monumento funerario del signore qua... del signor Colli, che mi è molto piaciuto, e...

- Ecco, già, - appoggiò la madre, per venire in ajuto alla figliuola che si smarriva.

- Però, - soggiunse questa, - con qualche modificazione l’avrei pensato io...

- Scusi qual è? - domandò il Colli. - Ne ho fatti parecchi io, di questi disegni, con la speranza di avere almeno qualche commissione dai morti, visto che i vivi...

- Lei scusi, signorina - interloquì il Pogliani un po’ piccato nel vedersi messo così da parte, - ha ideato un monumento su qualche disegno del mio amico?

- No, proprio uguale, no ecco, - rispose vivacemente la signorina. - Il disegno del signor Colli rappresenta la Morte che attira la Vita, se non sbaglio...

- Ah, ho capito! - esclamò il Colli. - Uno scheletro col lenzuolo, è vero? che s’indovina appena, rigido, tra le pieghe, e ghermisce la Vita, un bel tocco di figliuola che non ne vuol sapere... Sì, sì... Bellissimo! Magnifico! Ho capito.

La signora Consalvi non poté tenersi di ridere di nuovo, ammirando la sfacciataggine di quel bel tipo.

- Modesto, sa? - disse il Pogliani alla signora. - Genere particolare.

- Sú, Giulia, - fece la signora Consalvi levandosi. -  Forse è meglio che tu faccia vedere senz’altro il disegno.

- Aspetta, mamma, - pregò la signorina. - È bene spiegarsi prima col signor Pogliani, francamente. Quando mi nacque l’idea del monumento, devo confessare che pensai subito al signor Colli. Sì. Per via di quel disegno. Ma mi dissero, ripeto, che Lei non stava piú a Roma. Allora m’ingegnai d’adattare da me il suo disegno all’idea e al sentimento mio, a trasformarlo cioè in modo che potesse rappresentare il mio caso e il proposito mio. Mi spiego?

- A meraviglia! - approvò il Pogliani.

- Lasciai, - seguitò la signorina, - le due figurazioni della Morte e della Vita, ma togliendo affatto la violenza dell’aggressione, ecco. La Morte non ghermisce piú la Vita, ma questa anzi, volentieri, rassegnata al destino, si sposa alla Morte.

- Si sposa? - fece il Pogliani, frastornato.

- Alla Morte! - gli gridò il Colli. - Lascia dire!

- Alla Morte! - ripeté con un modesto sorriso la signorina. - E ho voluto anzi rappresentare chiaramente il simbolo delle nozze. Lo scheletro sta rigido, come lo ha disegnato il signor Colli, ma di tra le pieghe del funebre paludamento vien fuori, appena, una mano che regge l’anello nuziale. La Vita, in atto modesto e dimesso, si stringe accanto allo scheletro e tende la mano a ricevere quell’anello.

- Bellissimo! Magnifico! Lo vedo! - proruppe allora il Colli. - Questa è un’altra idea! stupenda! un’altra cosa, diversissima! stupenda! L’anello... il dito... Magnifico!

- Ecco, sì, - soggiunse la signorina, invermigliandosi di nuovo a quella lode impetuosa. - Credo anch’io che sia un po’ diversa. Ma è innegabile che ho tratto partito dal disegno e che...

- Ma non se ne faccia scrupolo! - esclamò il Colli. - La sua idea è molto piú bella della mia, ed è sua! Del resto, la mia... chi sa di chi era!

La signorina Consalvi alzò le spalle e abbassò gli occhi.

- Se devo dire la verità, - interloquì la madre, scotendosi, - lascio fare la mia figliuola, ma a me l’idea non piace per nientissimo affatto!

- Mamma, ti prego... - ripeté la figlia; poi volgendosi al Pogliani, riprese: - Ora, ecco, io domandai consiglio al commendator Seralli, nostro buon amico...

- Che doveva fare da testimonio alle nozze, - aggiunse la madre, sospirando.

- E avendoci il commendatore fatto il nome di lei, - seguitò l’altra, - siamo venute per...

- No, no, scusi, signorina, - s’affrettò a dire il Pogliani - Poiché Lei ha trovato qua il mio amico...

- Oh fa’ il piacere! Non mi seccare! - proruppe il Colli, scrollandosi furiosamente e avviandosi per uscire.

Il Pogliani lo trattenne per un braccio, a viva forza.

- Scusa, guarda... se la signorina... non hai inteso? s’è rivolta a me perché ti sapeva fuori di Roma...

- Ma se ha cambiato tutto! - esclamò il Colli, divincolandosi - Lasciami! Che c’entro piú io? È venuta qua da te! Scusi, signorina; scusi, signora, io le riverisco...

- Oh sai! - disse il Pogliani, risoluto, senza lasciarlo. - Io non lo faccio; non lo farai neanche tu, e non lo farà nessuno dei due...

- Ma, scusino... insieme? - propose allora la madre. - Non potrebbero insieme?

- Sono dolente d’aver cagionato... - si provò ad aggiungere la signorina.

- Ma no! - dissero a un tempo il Colli e il Pogliani Seguitò il Colli:

- Io non c’entro piú per nulla, signorina! E poi, guardi, non ho piú studio, non so piú concluder nulla, altro che di dire male parole a tutti quanti... Lei deve assolutamente costringere quest’imbecille qua...

- È inutile, sai? - disse il Pogliani. - O insieme, come propone la signora, o io non accetto.

- Permette, signorina? - fece allora il Colli, stendendo una mano verso il rotolo di carta ch’ella teneva accanto sul canapè. - Mi muojo dal desiderio di veder il suo disegno. Quando l’avrò veduto...

- Oh, non s’immagini nulla di straordinario, per carità! premise la signorina Consalvi, svolgendo con le mani tremolanti il rotolo. - So tenere appena la matita... Ho buttato giú quattro segnacci tanto per rendere l’idea... ecco...

- Vestita?! - esclamò subito il Colli, come se avesse ricevuto un urtone guardando il disegno.

- Come... vestita? - domandò, timida e ansiosa la signorina.

- Ma no, scusi! - riprese con calore il Colli. - Lei ha fatto la Vita in camicia... cioè, con la tunica, diciamo! Ma no, nuda, nuda, nuda! la Vita dev’esser nuda, signorina mia, che c’entra!

- Scusi, - disse, con gli occhi bassi, la signorina Consalvi. - La prego di guardare piú attentamente.

- Ma sì, vedo - replicò con maggior vivacità il Colli. - Lei ha voluto raffigurarsi qua, ha voluto fare il suo ritratto; ma lasciamo andare che Lei è molto piú bella; qua siamo nel campo... nel camposanto dell’arte, scusi! e questa vuol essere la Vita che si sposa alla Morte. Ora, se lo scheletro è panneggiato, la Vita dev’esser nuda, c’è poco da dire; tutta nuda e bellissima, signorina, per compensare col contrasto la presenza macabra dello scheletro involto! Nuda, Pogliani, non ti pare? Nuda, è vero, signora? Tutta nuda, signorina mia! Nudissima. dal capo alle piante. Creda pure che altrimenti, così, verrebbe una scena da ospedale: quello col lenzuolo, questa con l’accappatoio... Dobbiamo fare scultura, e non c’è ragioni che tengano!

- No no, scusi, - disse la signorina Consalvi alzandosi con la madre. - Lei avrà forse ragione, dal lato dell’arte; non nego, ma io voglio dire qualche cosa, che soltanto così potrei esprimere. Facendo come vorrebbe Lei, dovrei rinunciarvi.

- Ma perché, scusi? perché lei vede qua la sua persona e non il simbolo, ecco! Dire che sia bello, scusi, non si potrebbe dire.

E la signorina:

- Niente bello, lo so; ma appunto come dice lei, non il simbolo ho voluto rappresentare, ma la mia persona, il mio caso, la mia intenzione, e non potrei che così. Penso poi anche al luogo dove il monumento dovrà sorgere... Insomma, non potrei transigere.

Il Colli aprì le braccia e s’insaccò nelle spalle.

- Opinioni!

- O piuttosto, - corresse la signorina con un dolce, mestissimo sorriso, - un sentimento da rispettare!

Stabilirono che i due amici si sarebbero intesi per tutto il resto col commendator Seralli, e poco dopo la signora Consalvi e la figliuola in gramaglie tolsero commiato.

Ciro Colli - due passetti - trallarallèro trallarallà - girò sopra un calcagno e si fregò le mani.

Circa una settimana dopo Costantino Pogliani si recò in casa Consalvi per invitar la signorina a qualche seduta per l’abbozzo della testa.

Dal Commendator Seralli amico molto intimo della signora Consalvi, aveva saputo che il Sorini, sopravvissuto tre giorni allo sciagurato accidente, aveva lasciato alla fidanzata tutta intera la cospicua fortuna ereditata dal padre, e che però quel monumento doveva esser fatto senza badare a spese

Epuisé s’era dichiarato il commendator Seralli delle cure, dei pensieri, delle noje che gli eran diluviati da quella sciagura; noje, cure, pensieri, aggravati dal caratterino un po’... emporté, voilà, della signorina Consalvi, la quale, sì poverina, meritava veramente compatimento: ma pareva, buon Dio, si compiacesse troppo nel rendersi piú grave la pena. Oh, uno choc orribile, chi diceva di no; un vero fulmine a ciel sereno! E tanto buono lui, il Sorini, poveretto! Anche un bel giovine, sì. E innamoratissimo! La avrebbe resa felice senza dubbio, quella figliuola. E forse per questo era morto.

Pareva anche fosse morto e fosse stato tanto buono per accrescer le noje del commendator Seralli.

Ma figurarsi che la signorina non aveva voluto disfarsi della casa che egli, il fidanzato aveva già messa sú di tutto punto: un vero nido, un joli rêve de luxe et de bien-être. Ella vi aveva portato tutto il suo bel corredo da sposa, e stava lì gran parte del giorno, non a piangere, no; a straziarsi fantasticando intorno alla sua vita di sposina così miseramente stroncata... arrachée...

Difatti il Pogliani non trovò in casa la signorina Consalvi. La cameriera gli diede l’indirizzo della casa nuova, in via di Porta Pinciana. E Costantino Pogliani, andando, si mise a pensare all’angosciosa, amarissima voluttà che doveva provare quella povera sposina! già vedova prima che maritata, pascendosi nel sogno - lì quasi attuato - d’una vita che il destino non aveva voluto farle vivere.

Tutti quei mobili nuovi, scelti chi sa con quanta cura amorosa da entrambi gli sposini, e festivamente disposti in quella casa che tra pochi giorni doveva essere abitata, quante promesse chiudevano?

Riponi in uno stipetto un desiderio: aprilo: vi troverai un disinganno. Ma lì, no: tutti quegli oggetti avrebbero custodito, con le dolci lusinghe, i desiderii e le promesse e le speranze. E come dovevano essere crudeli gl’inviti che venivano alla sposina da quelle cose intatte attorno!

- In un giorno come questo! - sospirò Costantino Pogliani.

Si sentiva già nella limpida freschezza dell’aria l’alito della primavera imminente: e il primo tepore del sole inebriava.

Nella casa nuova, con le finestre aperte a quel sole, povera signorina Consalvi, chi sa che sogni e che strazio!

La trovò che disegnava, innanzi a un cavalletto, il ritratto del fidanzato. Con molta timidezza lo ritraeva ingrandito da una fotografia di piccolo formato, mentre la madre, per ingannare il tempo, leggeva un romanzo francese della biblioteca del commendator Seralli.

Veramente la signorina Consalvi avrebbe voluto star sola lì, in quel suo nido mancato. La presenza della madre la frastornava. Ma questa, temendo fra sé che la figliuola, nell’esaltazione, si lasciasse andare a qualche atto di romantica disperazione, voleva seguirla e star lì, gonfiando in silenzio e sforzandosi di frenar gli sbuffi per quell’ostinato capriccio intollerabile.

Rimasta vedova giovanissima, senza assegnamenti, con quell’unica figliuola, la signora Consalvi non aveva potuto chiuder le porte alla vita e porvi il dolore per sentinella come ora pareva volesse fare la figliuola.

Non diceva già che Giulietta non dovesse piangere per quella sua sorte crudele; ma credeva, come il suo intimo amico commendator Seralli, credeva che... ecco, sì, ella esagerasse un po’ troppo e che, avvalendosi della ricchezza che il povero morto le aveva lasciata, volesse concedersi il lusso di quel cordoglio smodato. Conoscendo pur troppo le crude e odiose difficoltà dell’esistenza, le forche sotto alle quali ella, ancora addolorata per la morte del marito, era dovuta passare per campar la vita, le pareva molto facile quel cordoglio della figliuola; e le sue gravi esperienze glielo facevano stimare quasi una leggerezza scusabile, sì, certamente, ma a patto che non durasse troppo... - voilà, come diceva sempre il commendator Seralli.

Da savia donna, provata e sperimentata nel mondo, aveva già, più d’una volta, cercato di richiamare alla giusta misura la figliuola - invano! Troppo fantastica, la sua Giulietta aveva, forse piú che il sentimento del proprio dolore, l’idea di esso. E questo era un guajo! Perché il sentimento col tempo, si sarebbe per forza e senza dubbio affievolito, mentre l’idea no, l’idea s’era fissata e le faceva commettere certe stranezze come quella del monumento funerario con la Vita che si marita alla Morte (bel matrimonio!) e quest’altra qua della casa nuziale da serbare intatta per custodirvi il sogno quasi attuato d’una vita non potuta vivere.

Fu molto grata la signora Consalvi al Pogliani di quella visita.

Le finestre erano aperte veramente al sole, e la magnifica pineta di Villa Borghese, sopra l’abbagliamento della luce che pareva stagnasse su i vasti prati verdi, sorgeva alta e respirava felice nel tenero limpidissimo azzurro del cielo primaverile.

Subito la signorina Consalvi accennò di nascondere il disegno, alzandosi; ma il Pogliani la trattenne con dolce violenza.

- Perché? Non vuol lasciarmi vedere?

- È appena cominciato...

- Ma cominciato benissimo! - esclamò egli, chinandosi a osservare. - Ah, benissimo... Lui, è vero? il Sorini... Già, ora mi pare di ricordarmi bene, guardando il ritratto. Sì, sì... L’ho conosciuto... Ma aveva questa barbetta?

- No, - s’affrettò a rispondere la signorina. - Non l’aveva piú, ultimamente.

- Ecco, mi pareva... Bel giovine, bel giovine...

- Non so come fare, - riprese la signorina. - Perché questo ritratto non risponde... non è piú veramente l’immagine che ho di lui, in me.

- Eh sì, - riconobbe subito il Pogliani, - meglio, lui, molto piú... piú animato, ecco... piú sveglio, direi...

- Se l’era fatto in America codesto ritratto, - osservò la madre, - prima che si fidanzasse, naturalmente...

- E non ne ho altri! - sospirò la signorina. - Guardi: chiudo gli occhi, così, e lo vedo preciso com’era ultimamente: ma appena mi metto a ritrarlo, non lo vedo piú: guardo allora il ritratto, e lì per lì mi pare che sia lui, vivo. Mi provo a disegnare, e non lo ritrovo piú in questi lineamenti. È una disperazione!

- Ma guarda, Giulia, - riprese allora la madre, con gli occhi fissi sul Pogliani, - tu dicevi la linea del mento, volendo levare la barba... Non ti pare che qua nel mento, il signor Pogliani...

Questi arrossì; sorrise. Quasi senza volerlo, alzò il mento, lo presentò; come se con due dita, delicatamente, la signorina glielo dovesse prendere per metterlo lì, nel ritratto del Sorini.

La signorina levò appena gli occhi a guardarglielo, timida e turbata. (Non aveva proprio alcun riguardo per il suo lutto, la madre!)

- E anche i baffi, oh! guarda... - aggiunse la signora Consalvi, senza farlo apposta. - Li portava così ultimamente il povero Giulio, non ti pare?

- Ma i baffi, - disse, urtata, la signorina, - che vuoi che siano? Non ci vuol niente a farli!

Costantino Pogliani, istintivamente, se li toccò. Sorrise di nuovo. Confermò:

- Niente, già...

S’accostò quindi al cavalletto e disse:

- Guardi, se mi permette... vorrei farle vedere, signorina... così, in due tratti, qua... non s’incomodi, per carità! qua in quest’angolo... (poi si cancella)... com’io ricordo il povero Sorini.

Sedette e si mise a schizzare, con l’ajuto della fotografia, la testa del fidanzato, mentre dalle labbra della signorina Consalvi, che seguiva i rapidi tocchi con crescente esultanza di tutta l’anima protesa e spirante, scattavano di tratto in tratto certi sì... sì... sì..., che animavano e quasi guidavano la matita. Alla fine, non poté piú trattenere la propria commozione:

- Sì, oh guarda, mamma... è lui... preciso... oh, lasci... grazie... Che felicità poter così... è perfetto... è perfetto...

- Un po’ di pratica – disse, levandosi, il Pogliani, con umiltà che lasciava trasparire il piacere per quelle vivissime lodi. - E poi, le dico, lo ricordo tanto bene, povero Sorini...

La Signorina Consalvi rimase a rimirare il disegno, insaziabilmente.

- Il mento, sì... è questo... preciso... Grazie, grazie...

In quel punto il ritrattino del Sorini che serviva da modello, scivolò dal cavalletto, e la signorina, ancora tutta ammirata nello schizzo del Pogliani, non si chinò a raccoglierlo.

Lì per terra, quell’immagine già un po’ sbiadita apparve piú che mai malinconica, come se comprendesse che non si sarebbe rialzata mai piú.

Ma si chinò a raccoglierla il Pogliani, cavallerescamente.

- Grazie, - gli disse la signorina. - Ma io adesso mi servirò del suo disegno, sa? Non lo guarderò piú, questo brutto ritratto.

E d’improvviso, levando gli occhi, le sembrò che la stanza fosse piú luminosa. Come se quello scatto d’ammirazione le avesse a un tratto snebbiato il petto da tanto tempo oppresso, aspirò con ebbrezza, bevve con l’anima quella luce ilare viva, che entrava dall’ampia finestra aperta all’incantevole spettacolo della magnifica villa avvolta nel fascino primaverile.

Fu un attimo. La signorina Consalvi non poté spiegarsi che cosa veramente fosse avvenuto in lei. Ebbe l’impressione improvvisa di sentirsi come nuova fra tutte quelle cose nuove attorno. Nuova e libera; senza piú l’incubo che la aveva soffocata fino a poc’anzi. Un alito, qualche cosa era entrata con impeto da quella finestra a sommuovere tumultuosamente in lei tutti i sentimenti, a infondere quasi un brillio di vita in tutti quegli oggetti nuovi, a cui ella aveva voluto appunto negar la vita lasciandoli intatti lì, come a vegliare con lei la morte d’un sogno.

E udendo il giovane elegantissimo scultore con dolce voce lodare la bellezza di quella vista e della casa, conversando con la madre che lo invitava a veder le altre stanze, seguì l’uno e l’altra con uno strano turbamento, come se quel giovine, quell’estraneo, stesse davvero per penetrare in quel suo sogno morto, per rianimarlo.

Fu così forte questa nuova impressione, che non poté varcar la soglia della camera da letto; e vedendo il giovine e la madre scambiarsi lì un mesto sguardo di intelligenza, non poté piú reggere; scoppiò in singhiozzi.

E pianse, sì, pianse ancora per la stessa cagione per cui tante altre volte aveva pianto; ma avvertì confusamente che, tuttavia, quel pianto era diverso, che il suono di quei suoi singhiozzi non le destava dentro l’eco del dolore antico, le immagini che prima le si presentavano. E meglio lo avvertì, allorché la madre accorsa prese a confortarla come tant’altre volte l’aveva confortata, usando le stesse parole, le stesse esortazioni. Non poté tollerarle; fece un violento sforzo su se stessa; smise di piangere; e fu grata al giovine che per distrarla, la pregava di fargli vedere la cartella dei disegni scorta lì su una sedia a libriccino.

Lodi, lodi misurate e sincere, e appunti, osservazioni, domande, che la indussero a spiegare a discutere; e infine un’esortazione calda a studiare, a seguir con fervore quella sua disposizione all’arte, veramente non comune. Sarebbe stato un peccato! un vero peccato! Non s’era mai provata a trattare i colori? Mai, mai? Perché? Oh non ci sarebbe mica voluto molto con quella preparazione, con quella passione

Costantino Pogliani si profferse d’iniziarla; la signorina Consalvi; accettò; e le lezioni cominciarono dal giorno appresso, lì, nella casa nuova, che invitava e attendeva.

Non piú di due mesi dopo, nello studio del Pogliani, ingombro già d’un colossale monumento funerario tutto abbozzato alla brava. Ciro Colli, sdrajato sul canapè col  vecchio camice di tela stretto fra le gambe, fumava a pipa e teneva uno strano discorso allo scheletro fissato diritto su la predellina nera, che s’era fatto prestare per modello da un suo amico dottore.

Gli aveva posato un po’ a sghembo sul teschio il suo berretto di carta; e lo scheletro pareva un fantaccino su l’attenti, ad ascoltar la lezione che Ciro Colli, scultore-caporale, tra uno sbuffo e l’altro di fumo gl’impartiva:

- E tu perché te ne sei andato a caccia? Vedi come ti sei conciato, caro mio? Brutto... le gambe secche... tutto secco... Diciamo la verità, ti pare che codesto matrimonio si possa combinare? La vita, caro... guardala là’ ma eh! che tocco di figliolona senza risparmio m’è uscita dalle mani! Ti puoi sul serio lusingare che quella lì ti voglia sposare? Ti s’è accostata, timida e dimessa, lagrime giú a fontana... ma mica per ricevere l’anello nuziale... lèvatelo dal capo! Spèndola, caro, spèndola giú la borsa... Gliel’hai data? E ora che vuoi da me? Inutile dire, se me lo credevo! Povero mondo e chi ci crede! S’è messa a studiar pittura, la Vita, e il suo maestro sai chi è? Costantino Pogliani. Scherzo che passa la parte, diciamo la verità. Se fossi in te, caro mio, lo sfiderei. Hai sentito stamane? Ordine positivo: non vuole, mi pro-i-bi-sce assolutamente che io la faccia nuda. Eppure lui, per quanto somaro, scultore è, e sa bene che per vestirla bisogna prima farla nuda... Ma te lo spiego io il fatto com’è: non vuole che si veda su quel nudo là meraviglioso il volto della sua signorina... È salito lassú, hai visto? su tutte le furie, e con due colpi di stecca, taf! taf! me l’ha tutto guastato... Sai dirmi perché, fantaccino mio? Gli ho gridato: «Lascia! Te la vesto subito! Te la vesto!» Ma che vestire! Nuda la vogliono ora... la Vita nuda, nuda e cruda com’è, caro mio! Sono tornati al mio primo disegno, al simbolo: via il ritratto! Tu che ghermisci, bello mio, e lei che non ne vuol sapere... Ma perché te ne sei andato a caccia? me lo dici?

017  -  La toccatina

I

Col cappellaccio bianco buttato sulla nuca, le cui tese parevano una spera attorno al faccione rosso come una palla di formaggio d’Olanda, Cristoforo Golisch s’arrestò in mezzo alla via con le gambe aperte un po’ curve per il peso del corpo gigantesco; alzò le braccia; gridò:

- Beniamino!

Alto quasi quanto lui, ma secco e tentennante come una canna, gli veniva incontro pian piano, con gli occhi stranamente attoniti nella squallida faccia, un uomo sui cinquant’anni, appoggiato a un bastone dalla grossa ghiera di gomma. Strascicava a stento la gamba sinistra.

- Beniamino! - ripeté il Golisch; e questa volta la voce espresse, oltre la sorpresa, il dolore di ritrovare in quello stato, dopo tanti anni, l’amico.

Beniamino Lenzi batté piú volte le pàlpebre: gli occhi gli rimasero attoniti; vi passò solamente come un velo di pianto, senza però che i lineamenti del volto si scomponessero minimamente. Sotto i baffi già grigi le labbra, un po’ storte, si spiccicarono e lavorarono un pezzo con la lingua annodata a pronunziare qualche parola:

- O... oa... oa sto meo... cammìo...

- Ah. bravo... - fece il Golisch, agghiacciato dall’impressione di non aver piú dinanzi un uomo. Beniamino Lenzi, qual egli lo aveva conosciuto: ma quasi un ragazzo ormai, un povero ragazzo che si dovesse pietosamente ingannare.

E gli si mise accanto e si sforzò di camminare col passo di lui. (Ah, quel piede che non si spiccicava piú da terra e strisciava, quasi non potesse sottrarsi a una forza che lo tirava da sotto!)

Cercando di dissimulare alla meglio la pena, la costernazione strana che a mano a mano lo vinceva nel vedersi accanto quell’uomo toccato dalla morte, quasi morto per metà e cangiato, cominciò a domandargli dove fosse stato tutto quel tempo da che s’era allontanato da Roma; che avesse fatto; quando fosse ritornato.

Beniamino Lenzi gli rispose con parole smozzicate quasi inintelligibili, che lasciarono il Golisch nel dubbio che le sue domande non fossero state comprese. Solo le pàlpebre, abbassandosi frequentemente su gli occhi, esprimevano lo stento e la pena, e pareva che volessero far perdere allo sguardo quel teso, duro, strano attonimento. Ma non ci riuscivano.

La morte, passando e toccando, aveva fissato così la maschera di quell’uomo. Egli doveva aspettare con quel volto, con quegli occhi, con quell’aria di spaurita sospensione, ch’ella ripassasse e lo ritoccasse un tantino piú forte per renderlo immobile del tutto e per sempre.

-  Che spasso! - fischiò tra i denti Cristoforo Golisch.

E lanciò di qua e di là occhiatacce alla gente che si voltava e si fermava mirar col volto atteggiato di compassione quel pover’uomo accidentato.

Una sorda rabbia prese a bollirgli dentro.

Come camminava svelta la gente per via! svelta di collo, svelta di braccia, svelta di gambe... E lui stesso! Era padrone, lui, di tutti i suoi movimenti; e si sentiva così forte... Strinse un pugno. Perdio! Senti come sarebbe stato poderoso a calarlo bene scolpito su la schiena di qualcuno. Ma perché? Non sapeva...

Lo irritava la gente, lo irritavano in special modo i giovani che si voltavano a guardare il Lenzi. Cavò dalla tasca un grosso fazzoletto di cotone turchino e si asciugò il sudore che gli grondava dal faccione affocato.

- Beniamino. dove vai adesso?

Il Lenzi s’era fermato, aveva appoggiato la mano illesa a un lampione e pareva lo carezzasse guardandolo amorosamente. Biascicò:

- Da dottoe... Esecìio de piee.

E si provò a ad alzare il piede colpito.

- Esercizio? - disse il Golisch. - Ti eserciti il piede?

- Piee, - ripetè il Lenzi.

- Bravo! - esclamò di nuovo il Golisch.

Gli venne la tentazione d’afferrargli quel piede, stirarglielo, prendere per le braccia l’amico e dargli un tremendo scrollone, per scomporlo da quell’orribile immobilità.

Non sapeva, non poteva vederselo davanti, ridotto in quello stato. Eccolo qua, il compagno delle antiche scapataggini, nei begli anni della gioventú e poi nelle ore d’ozio, ogni sera, scapoli com’erano rimasti entrambi. Un bel giorno una nuova via s’era aperta innanzi all’amico, il quale s’era incamminato per essa, svelto anche lui, allora, - oh tanto! - svelto e animoso. Sissignori! Lotte, fatiche, speranze; e poi, tutt’a un tratto: eccolo qua, com’era ritornato... Ah, che buffonata! che buffonata!

Avrebbe voluto parlargli di tante cose, e non sapeva. Le domande gli s’affollavano alle labbra e gli morivano assiderate.

- Ti ricordi, - avrebbe voluto dirgli, - delle nostre famose scommesse alla Fiaschetteria Toscana? E di Nadina, ti ricordi? L’ho ancora con me, sai! Tu me l’hai appioppata, birbaccione, quando partisti da Roma. Cara figliuola, quanto bene ti voleva... Ti pensa ancora, sai? mi parla ancora di te, qualche volta. Andrò a trovarla questa sera stessa e le dirò come t’ho riveduto, poveretto... È proprio inutile ch’io ti domandi: tu non ricordi piú nulla: tu forse non mi riconosci più, o mi riconosci appena.

Mentre il Golisch pensava così, con gli occhi gonfi di lagrime, Beniamino Lenzi seguitava a guardare amorosamente il lampione e pian piano con le dita gli levava la polvere.

Quel lampione segnava per lui una delle tre tappe della passeggiata giornaliera. Strascinandosi per via non vedeva nessuno non pensava a niente; mentre la  vita gli turbinava intorno, agitata da tante passioni, premuta da tante cure, egli tendeva con tutte le terze che gli erano rimaste a quel lampione, prima; poi, piú giú, alla vetrina d’un bazar, che segnava la seconda tappa; e qui si tratteneva piú a lungo a contemplare con gioja infantile una scimmietta di porcellana sospesa a un’altalena dai cordoncini di seta rossa. La terza sosta era alla ringhiera del giardinetto in fondo alla via, donde poi si recava alla casa del medico.

Nel cortile di quella casa, tra i vasi di fiori e i cassoni d’aranci, di lauro e di bambú, eran disposti parecchi attrezzi di ginnastica, tra i quali alcune pertiche elastiche, fermate orizzontalmente in cima a certi pali tozzi e solidi; pertiche da tornitore, dalla cui estremità pendeva una corda, la quale, dato un giro attorno a un rocchetto, scendeva ad annodarsi a una leva di legno, fermata per un capo al suolo da una forcella.

Beniamino Lenzi poneva il piede colpito su questa leva e spingeva; la pertica in alto molleggiava e brandiva, e il rocchetto, sostenuto orizzontalmente da due toppi, girava per via della corda.

Ogni giorno, mezz’ora di questo esercizio. E in capo a pochi mesi, sarebbe guarito. Oh, non c’era alcun dubbio! Guarito del tutto...

Dopo aver assistito per un pezzetto a questo grazioso spettacolo, Cristoforo Golisch uscì dal cortile a gran passi, sbuffando come un cavallo, dimenando le braccia, furibondo.

Pareva che la morte avesse fatto a lui e non al povero Lenzi lo scherzo di quella toccatina lì, al cervello.

N’era rivoltato.

Con gli occhi torvi, i denti serrati, parlava tra sé e gesticolava per via, come un matto.

- Ah, si? - diceva. - Ti tocco e ti lascio? No, ah, no perdio! Io non mi riduco in quello stato! Ti faccio tornare per forza, io! Mi passeggi accanto e ti diverti a vedere come mi hai conciato? a vedermi strascinare un piede? a sentirmi biascicare? Mi rubi mezzo alfabeto, mi fai dire oa e cao, e ridi? No, caa! Vieni qua! Mi tio una pistoettata, com’è veo Dio. Questo spasso io non te lo do! Mi sparo, m’ammazzo com’è vero Dio! Questo spasso non te lo do.

Tutta la sera e poi il giorno appresso e per parecchi giorni di fila non pensò ad altro, non parlò d’altro, a casa, per via, al caffè, alla fiaschetteria, quasi se ne fosse fatta una fissazione. Domandava a tutti:

- Avete veduto Beniamino Lenzi?

E se qualcuno gli rispondeva di no:

- Colpito! Morto per metà! Rimbambito... Come non s’ammazza? Se io fossi medico, lo ammazzerei! Per carità di prossimo... Gli fanno girare il tornio, invece... Sicuro! Il tornio... Il medico gli fa girare il tornio nel cortile... e lui crede che guarirà! Beniamino Lenzi, capite? Beniamino Lenzi che s’è battuto tre volte in duello, dopo aver fatto con me la campagna del ’66, ragazzotto... Perdio, e quando mai l’abbiamo calcolata noi, questa pellaccia? La vita ha prezzo per quello che ti dà... Dico bene? Non ci penserei neanche due volte...

Gli amici, alla fiaschetteria, alla fine non ne poterono piú.

- M’ammazzo... m’ammazzo... E ammazzati una buona volta e falla finita!

Cristoforo Golisch si scosse, protese le mani:

- No; io dico, se mai...

II

Circa un mese dopo, mentre desinava con la sorella vedova e il nipote, Cristoforo Golisch improvvisamente stravolse gli occhi, storse la bocca quasi per uno sbadiglio mancato; e il capo gli cadde sul petto e la faccia sul piatto.

Una toccatina, lieve lieve, anche a lui.

Perdette lì per lì la parola e mezzo lato del corpo: il destro.

Cristoforo Golisch era nato in Italia, da genitori tedeschi; non era mai stato in Germania, e parlava romanesco come un romano di Roma. Da un pezzo gli amici gli avevano italianizzato anche il cognome, chiamandolo Golicci, e gl’intimi anche Golaccia, in considerazione del ventre e del formidabile appetito. Solo con la sorella egli soleva di tanto in tanto scambiare qualche parola in tedesco, perché gli altri non intendessero.

Ebbene, riacquistato a stento, in capo a poche ore, l’uso della parola, Cristoforo Golisch offrì al medico un curioso fenomeno da studiare; non sapeva piú parlare in italiano: parlava tedesco.

Aprendo gli occhi insanguati, pieni di paura, contraendo quasi in un mezzo sorriso la sola guancia sinistra e aprendo alquanto la bocca da questo lato, dopo essersi piú volte provato a snodar la lingua inceppata, alzò la mano illesa verso il capo e balbettò, rivolto al medico:

- Ih...ihr... wie ein Faustschlag...

Il medico non comprese, e bisognò che la sorella, mezzo istupidita dall’improvvisa sciagura, gli facesse da interprete.

Era divenuto tedesco a un tratto, Cristoforo Golisch: cioè, un altro; perché tedesco veramente, lui, non era mai stato. Soffiata via, come niente, dal suo cervello ogni memoria della lingua italiana, anzi tutta quanta l’italianità sua.

Il medico si provò a dare una spiegazione scientifica del fenomeno: dichiarò il male: emiplegia; prescrisse la cura. Ma la sorella, spaventata, lo chiamò in disparte e gli riferì i propositi violenti manifestati dal fratello pochi giorni innanzi avendo veduto un amico colpito da quello stesso male.

- Ah, signor dottore, da un mese non parlava piú d’altro quasi se la fosse sentita pendere sul capo la condanna! S’ammazzerà... Tiene la rivoltella lì, nel cassetto del comodino... Ho tanta paura...

Il medico sorrise pietosamente.

- Non ne abbia! non ne abbia, signora mia! Gli daremo a intendere che è stato un semplice disturbo digestivo e vedrà che...

- Ma che, dottore!

-  Le assicuro che lo crederà. Del resto, il colpo, per fortuna, non è stato molto grave. Ho fiducia che tra pochi giorni riacquisterà l’uso degli arti offesi, se non bene del tutto, almeno da potersene servire pian piano... e, col tempo, chi sa! Certo è stato per lui un terribile avviso. Bisognerà cangiar vita e tenersi a un regime scrupolosissimo per allontanare quanto piú sarà possibile un nuovo assalto del male.

La sorella abbassò le pàlpebre per chiudere e nascondere negli occhi le lagrime. Non fidandosi però dell’assicurazione del medico, appena questo andò via, concertò col figliuolo e con la serva il modo di portar via dal cassetto del comodino la rivoltella: lei e la serva si sarebbero accostate alla sponda del letto con la scusa di rialzare un tantino le materasse, e nel frattempo - ma, attento per carità! - il ragazzo avrebbe aperto il cassetto senza far rumore e... - attento! - via, l’arma.

Così fecero. E di questa sua precauzione la sorella si lodò molto, non parendole naturale, di lì a poco, la facilità con cui il fratello accolse la spiegazione del male, suggerita dal medico: disturbo digestivo.

- Ja... ja... es ist doch...

Da quattro giorni se lo sentiva ingombro lo stomaco.

-  Unver... Unverdaulichkeit... ja... ja...

Ma possibile, - pensava la sorella, - ch’egli non avverta la paralisi di mezzo lato del corpo? possibile ch’egli, già prevenuto dal caso recente del Lenzi, creda che una semplice indigestione possa avere un tale effetto?

Fin dalla prima veglia cominciò a suggerirgli amorosamente, come a un bambino, le parole della lingua dimenticata: gli domandò perché non parlasse piú italiano.

Egli la guardò imbalordito. Non s’era accorto peranche di parlare in tedesco: tutt’a un tratto gli era venuto di parlar così né credeva che potesse parlare altrimenti. Si provò tuttavia a ripetere le parole italiane, facendo eco alla sorella Ma le pronunziava ora con voce cangiata e con accento straniero, proprio come un tedesco che si sforzasse di parlare italiano. Chiamava Giovannino il nipote, Ciofaio. E il nipote - scimunito! - ne rideva, come se lo zio lo chiamasse così per ischerzo.

Tre giorni dopo, quando alla Fiaschetteria Toscana si seppe del malore improvviso del Golisch, gli amici accorsi a visitarlo poterono avere un saggio pietoso di quella sua nuova lingua. Ma egli non aveva punto coscienza della curiosissima impressione che faceva, parlando a quel modo.

Pareva un naufrago che si arrabattasse disperatamente per tenersi a galla, dopo essere stato tuffato e sommerso per un attimo eterno nella vita oscura, a lui ignota, della sua gente. E da quel tuffo, ecco, era balzato fuori un altro; ridivenuto bambino, a quarant’otto anni, e straniero.

E contentissimo era. Sì, perché proprio in quel giorno aveva cominciato a poter muovere appena appena il braccio e la mano. La gamba no, ancora. Ma sentiva che forse il giorno dopo, con uno sforzo, sarebbe riuscito a muovere anche quella. Ci si provava anche adesso, ci si provava... e, no eh? non scorgevano alcun movimento gli amici?

- Tomai... tomai...

- Ma sì, domani, sicuro!

A uno a uno gli amici, prima d’andar via - quantunque lo spettacolo offerto dal Golisch non désse piú luogo ad alcun timore - stimarono prudente raccomandare alla sorella la sorveglianza.

Da un momento all’altro, non si sa mai... Può darsi che la coscienza gli si ridesti, e...

Ciascuno pensava ora, come già aveva pensato il Golisch da sano: che l’unica, cioè, era di finirsi con una pistolettata per non restar così malvivo e sotto la minaccia terribile, inovviabile d’un nuovo colpo da un momento all’altro.

Ma loro sì, adesso, lo pensavano: non piú il Golisch però. L’allegrezza del Golisch, invece, quando - una ventina di giorni dopo - sorretto dalla sorella e dal nipote, poté muovere i primi passi per la camera!

Gli occhi, è vero, no, senza uno specchio non se li poteva vedere: attoniti, smarriti, come quelli di Beniamino Lenzi; ma della gamba sì, perbacco, avrebbe potuto accorgersi bene che la strascicava a stento... Eppure, che allegrezza!

Si sentiva rinato. Aveva di nuovo tutte le meraviglie d’un bambino, e anche le lagrime facili, come le hanno i bambini, per ogni nonnulla. Da tutti gli oggetti della camera sentiva venirsi un conforto dolcissimo, familiare, non mai provato prima; e il pensiero ch’egli ora poteva andare co’ suoi piedi fino a quegli oggetti, a carezzarli con le mani, lo inteneriva di gioja fino a piangerne. Guardava dall’uscio gli oggetti delle altre stanze e si struggeva dal desiderio di recarsi a carezzare anche quelli. Sì, via... pian piano, pian piano, sorretto di qua e di là... Poi volle fare a meno del braccio del nipote, e girò appoggiato alla sorella soltanto e col bastone nell’altra mano; poi, non piú sorretto da alcuno, col bastone soltanto; e finalmente volle dare una gran prova di forza:

- Oh... oh... guaddae, guaddae, sea battoe...

E davvero, tenendo il bastone levato, mosse due o tre passi Ma dovettero accorrere con una seggiola per farlo subito sedere.

Gli era quasi scolata d’addosso tutta la carne, e pareva l’ombra di se stesso; pur non di meno, neanche il minimo dubbio in lui che il suo non fosse stato un disturbo digestivo; e sedendo ora di nuovo a tavola con la sorella e il nipote condannato a bere latte invece di vino, ripeteva per la millesima volta che s’era presa una bella paura:

- Una bea paua...

Se non che, la prima volta che poté uscir di casa, accompagnato dalla sorella, in gran segreto manifestò a questa il desiderio d’esser condotto alla casa del medico che curava Beniamino Lenzi. Nel cortile di quella casa voleva esercitarsi il piede al tornio anche lui.

La sorella lo guardò, sbigottita. Dunque egli sapeva?

- Di’, vuoi andarci oggi stesso?

- Sì... sì...

Nel cortile trovarono Beniamino Lenzi, già al tornio, puntuale.

- Beiamìo! - chiamò il Golisch.

Beniamino Lenzi non mostrò affatto stupore nel riveder lì l’amico, conciato come lui: spiccicò le labbra sotto i baffi, contraendo la guancia destra; biascicò:

- Tu pue?

E seguitò a spingere la leva. Due pertiche ora molleggiavano e brandivano, facendo girare i rocchetti con la corda.

Il giorno dopo Cristoforo Golisch, non volendo esser da meno del Lenzi che si recava al tornio da solo, rifiutò recisamente la scorta della sorella. Questa, dapprima, ordinò al figliuolo di seguire lo zio a una certa distanza, senza farsi scorgere; poi, rassicurata, lo lasciò davvero andar solo.

E ogni giorno, adesso, alla stess’ora, i due colpiti si ritrovano per via e proseguono insieme facendo le stesse tappe; al lampione, prima; poi, piú giú, alla vetrina del bazar, a contemplare la scimmietta di porcellana sospesa all’altalena; in fine, alla ringhiera del giardinetto.

Oggi, intanto, a Cristoforo Golisch è saltata in mente un’idea curiosa; ed ecco, la confida al Lenzi. Tutti e due, appoggiati al fido lampione, si guardano negli occhi e si provano a sorridere, contraendo l’uno la guancia destra, l’altro la sinistra. Confabulano un pezzo, con quelle loro lingue torpide; poi il Golisch fa segno col bastone a un vetturino d’accostarsi. Ajutati da questo, prima l’uno e poi l’altro, montano in vettura, e via, alla casa di Nadina in Piazza di Spagna.

Nel vedersi innanzi quei due fantasmi ansimanti. che non si reggono in piedi dopo l’enorme sforzo della salita. La povera Nadina resta sgomenta, a bocca aperta. Non sa se debba piangere o ridere. S’affretta a sostenerli, li trascina nel salotto, li pone a sedere accanto e si mette a sgridarli aspramente della pazzia commessa, come due ragazzini discoli, sfuggiti alla sorveglianza dell’ajo

Beniamino Lenzi fa il greppo, e giú a piangere.

Il Golisch, invece, con molta serietà, accigliato, le vuole spiegare che si è inteso di farle una bella sorpresa.

Una bea soppea...

(Bellino! Come parla adesso, il tedescaccio!)

- Ma sì, ma sì, grazie... - dice subito Nadina. - Bravi! Siete stati bravi davvero tutt’e due... e m’avete fatto un gran piacere... Io dicevo per voi, venire fin qua, salire tutta questa scala... Sú, sú, Beniamino! Non piangere, caro... Che cos’è? Coraggio, coraggio!

E prende a carezzarlo su le guance, con le belle mani lattee e paffutelle, inanellate.

-  Che cos’è? che costa? Guardami!... Tu non volevi venire, è vero? Ti ha condotto lui, questo discolaccio! Ma non farò nemmeno una carezza a lui... Tu sei il mio buon Beniamino, il mio gran giovanottone sei... Caro! caro!... Suvvia, asciughiamo codeste lagrimucce... Così... così... Guarda qua questa bella turchese: chi me l’ha regalata? chi l’ha regalata a Nadina sua? Ma questo mio bel vecchiaccio me l’ha regalata... Toh, caro!

E gli posa un bacio su la fronte. Poi si alza di scatto e rapidamente con le dita si porta via le lagrime dagli occhi.

- Che posso offrirvi?

Cristoforo Golisch, rimasto mortificato e ingrugnato, non vuole accettar nulla; Beniamino Lenzi accetta un biscottino e lo mangia accostando la bocca alla mano di Nadina che lo tiene tra le dita e finge di non volerglielo dare, scattando con brevi risatine:

-  No... no... no...

Bellini tutt’e due, adesso, come ridono, come ridono a quello scherzo...

018  -  Acqua amara

Poca gente, quella mattina, nel parco attorno alle Terme. La stagione balneare era ormai per finire.

In due sediletti vicini, in un crocicchio sotto gli alti platani, stavano un giovanotto pallido, anzi giallo, magro da far pietà dentro l’abito nuovo, chiaro, le cui pieghe, per esser troppo ampio, ancora fresche della stiratura, cascavano tutte a zig-zag, e un omaccione su la cinquantina, con un abituccio di teletta tutto raggrinzito dove la pinguedine enorme non lo stirava fino a farlo scoppiare, e un vecchio panama sformato sul testone raso.

Reggevano entrambi per il manico i bicchieri ancor pieni della tepida e greve acqua alcalina presa or ora alla fonte.

L’uomo grasso, quasi intronato ancora dagli strepitosi ronfi che aveva dovuto tirar col naso durante la notte, socchiudeva di tanto in tanto nel faccione da padre abate satollo e pago gli occhi imbambolati dal sonno. Il giovanotto magro, all’aria frizzante della mattina, sentiva freddo e aveva perfino qualche brivido.

Né l’uno né l’altro sapevano risolversi a bere e pareva che ciascuno aspettasse dall’altro l’esempio. Alla fine dopo il primo sorso si guardarono coi volti contratti dalla medesima espressione di nausea.

- Il fegato eh? - domandò piano, a un tratto, l’uomo grasso al giovinotto, riscotendosi. - Colichette epatiche, eh? Lei ha moglie, mi figuro...

- No, perché? - domandò a sua volta il giovinotto con un penoso raggrinzimento di tutta la faccia, che voleva esser sorriso.

- Mi pareva, così all’aria... - sospirò 1’altro. - Ma se non ha moglie, stia pur tranquillo: lei guarirà!

Il giovinotto tornò a sorridere come prima.

- Lei soffre forse di fegato? - domandò poi, argutamente.

- No no, niente piú moglie, io! - s’affrettò a rispondere con serietà l’uomo grasso. - Soffrivo di fegato; ma grazie a Dio, mi sono liberato della moglie; son guarito. Vengo qua, da tredici anni ormai, per atto di gratitudine. Scusi, quand’è arrivato lei?

- Ieri sera, alle sei, - disse il giovinotto.

- Ah, per questo! - esclamò l’altro, socchiudendo gli occhi e tentennando il testone. - Se fosse arrivato di mattina, già mi conoscerebbe.

- Io... la conoscerei?

- Ma sì, come mi conoscono tutti, qua. Sono famoso! Guardi, alla Piazza dell’Arena, in tutti gli Alberghi, in tutte le Pensioni, al Circolo, al Caffè da Pedoca, in farmacia, da tredici anni a questa parte, stagione per stagione, non si parla che di me. Io lo so e ne godo e ci vengo apposta. Dov’è sceso lei? Da Rori? Bravo. Stia pur sicuro che oggi a tavola da Rori, le narreranno la mia storia. Ci prendo avanti, se permette, e gliela narro io, filo filo.

Così dicendo, si tirò sú faticosamente dal suo sedile e andò, a quella, del giovinotto, che gli fece posto, con la faccetta gialla tutta strizzata per la contentezza.

- Prima di tutto per intenderci, qui mi chiamano Il marito della dottoressa. Cambi mi chiamo. Di nome, Bernardo. Bernardino perché son grosso. Beva. Bevo anch’io.

Bevvero. Fecero una nuova smorfia di disgusto, che vollero cambiar subito in un sorriso, guardandosi teneramente. E Cambiè riprese:

- Lei è giovanissimo e patituccio sul serio. Queste confidenze sviscerate che le farò, le potranno servire piú di quest’acquaccia qua, che è amara ma in compenso, non giova a  nulla, creda pure. Ce la danno a bere, in tutti i sensi e noi la beviamo perché è cattiva. Se fosse buona... Ma no, basta: perché lei fa la cura, e le conviene aver fiducia.

Deve sapere che sentivo dire matrimonio e, con rispetto parlando, mi si rompeva lo stomaco, proprio mi... mi veniva di... sissignore. Vedevo un corteo nuziale? sapevo che un amico andava a nozze? Lo stesso effetto. Ma che vuole da noi, sciagurati mortali? Spunta una macchiolina nel sole? un subisso di cataclismi. Un re si alza con la lingua sporca? guerre e sterminii senza fine. Un vulcano ci ha il singhiozzo? terremoti, catastrofi, un’ecatombe...

A Napoli, al tempo mio, ci scoppiò il colera: quel gran colera di circa vent’anni fa, di cui lei, se non si ricorda, avrà certo sentito parlare.

Mio padre, povero impiegato, con la bella fortuna che lo perseguitava, naturalmente si trovò a Napoli, l’anno del colera. Io, che avevo già trent’anni e vi avevo trovato un buon collocamento, avevo preso a pigione un quartierino da scapolo, non molto lontano da casa mia. Stavo in famiglia e lì tenevo una ragazza che m’era piovuta come dal cielo.

Carlotta. Si chiamava così. Ed era figlia d’un... non c’è niente di male sa! professioni, - figlia d’uno strozzino. Prete spogliato.

Era scappata di casa per certi litigi con la madraccia e un fratellino farabutto, che non starò a raccontarle. Pareva bonina, lei; ed era forse, allora; ma, capirà: amante, poco ci sofisticavo.

Scusi è religioso lei? Così così. Forse piú no che sì. Come me. Mia madre, invece, caro signore, religiosissima. Povera donna, soffriva molto di quella mia relazione per lei peccaminosa. Sapeva che quella ragazza, prima che mia, non era stata d’altri. Scoppiato il colera, atterrita dalla grande morìa e convinta fermamente che dovessimo tutti morire, io sopra tutti, ch’ero, secondo lei, in peccato mortale, per placare l’ira divina, pretese da me il sacrifizio che sposassi, almeno in chiesa solamente, quella ragazza.

Creda pure che non l’avrei mai fatto, se Carlotta non fosse stata colpita dal male. Dovevo salvarle l’anima, almeno: l’avevo promesso a mia madre. Corsi a chiamare un prete e la sposai. Ma che fu? mano santa? miracolo? Pareva morta, guarì!

Mia madre, per spirito di carità, anzi di sacrifizio, non ostante la tremarella, aveva voluto assistere alla cerimonia e poi rimanere lì presso al letto della colpita.

Sembrava che il colera fosse venuto a Napoli per me, per castigar me del peccato mortale, e che dovesse passare con la guarigione di Carlotta, tanto impegno, tanto zelo mise mia madre a curarla. Appena l’ebbe salvata, vedendo che lì, in quel quartierino, mancavano per la convalescente tutti i comodi, volle anche portarsela a casa, non ostante la mia opposizione.

Capirà bene che, entrata, Carlotta non ne uscì se non mia sposa legittima di lì a poco, appena cessata la morìa.

E ribeviamo, caro signore!

Per fortuna, a Carlotta durante l’epidemia erano morti padre, madre e fratelli. Fortuna e disgrazia, perché, unica superstite della famiglia, ereditò trentotto o quarantamila lire, frutto della nobile professione paterna.

Moglie e con la dote, che vide, signor mio? cambiò da un giorno all’altro, da così a così.

Ora senta. Sarà che io mi trovo in corpo un certo spiritaccio... come dire? fi... filosofesco, che magari a lei potrà sembrare strambo; ma mi lasci dire.

Crede lei che ci siano due soli generi, il maschile e il femminile?

Nossignore.

La moglie è un genere a parte; come il marito, un genere a parte.

E, quanto ai generi, la donna, col matrimonio, ci guadagna sempre. Avanza! Entra cioè a partecipare di tanto del genere mascolino di quanto 1’uomo, necessariamente, ne scapita. E ne scapita molto, creda a me.

Se mi venisse la malinconia di comporre una grammatichetta ragionata, come dico io, vorrei mettere per regola che si debba dire: il moglie; e, per conseguenza, la marito.

Lei ride? Ma per la moglie, caro signore, il marito non è piú uomo. Tanto vero, che non si cura piú di piacergli.

«Con te non c’è piú sugo,» pensa la moglie. «Tu già mi conosci.»

Ma pure, se il marito è così dabbenaccio da rinzelarsi, vedendola per esempio a letto come una diavola, coi capelli incartocciati, col viso impiastricciato, e via dicendo:

-  Ma io lo faccio per te! - è capace di rispondergli lei.

-  Per me?

-  Sicuro. Per non farti sfigurare. Ti piacerebbe che la gente, vedendoci per via, dicesse: «Oh guarda un po’ che moglie è andato a scegliere quel pover’uomo»?

E il marito, che - gliel’assicuro - non è piú uomo, si sta zitto; quand’invece dovrebbe gridare:

- Ma me lo dico io da me, cara, che moglie sono andato a scegliermi, nel vederti così, adesso, accanto a me! Ah tu mi ti mostri brutta per casa e a letto, perché gli altri poi, per via possano esclamare: «Oh guarda che bella moglie ha quel pover’uomo»? E mi debbono invidiare per giunta? Ma grazie, grazie, cara, di quest’invidia per me, che si traduce, naturalmente, in un desiderio per te. Tu vuoi esser desiderata perché io sia invidiato? Quanto sei buona! Ma piú buono sono io che t’ho sposata.

E il dialogo potrebbe seguitare. Perché c’è il caso, sa? che la moglie abbia anche l’impudenza incosciente di domandare al marito se, acconciata adesso e parata per uscire a passeggio, gli pare che stia bene.

Il marito dovrebbe risponderle:

-  Ma sai. cara? I gusti son tanti. A me, come a me, già te l’ho detto, codesti capelli pettinati così non mi garbano. A chi vuoi piacere? Bisognerebbe che tu me lo dicessi, per saperti rispondere. A nessuno? proprio a nessuno? Ma allora, benedetta te, nessuno per nessuno, cerca di piacere a tuo marito, che almeno è uno!

Caro signore, a una tale risposta la moglie guarderebbe il marito quasi per compassione, poi farebbe una spallucciata, come a dire:

-  Ma tu che c’entri?

E avrebbe ragione. Le donne non possono farne a meno: per istinto, vogliono piacere. Han bisogno d’esser desiderate, le donne.

Ora, capirà, un marito non può piú desiderar la moglie che ha giorno e notte con sé. Non può desiderarla, intendo, com’ella vorrebbe esser desiderata.

Già, come la moglie nel marito non vede piú l’uomo così l’uomo nella moglie, a lungo andare, non vede piú la donna.

L’uomo, piú filosofo per natura, ci passa sopra; la donna, invece, se ne offende; e perciò il marito le diventa presto increscioso e spesso insopportabile.

Essa deve fare il comodo suo, e il marito no.

Ma qualunque cosa egli facesse, creda pure, non andrebbe mai bene per lei, perché l’amore, quel tale amore di cui ella ha bisogno, il marito, solamente perché marito, non può piú darglielo. Piú che amore è una cert’aura di ammirazione di cui ella vuol sentirsi avviluppata. Ora vada lei ad ammirarla per casa coi diavoletti in capo, senza busto, in ciabatte e oggi, poniamo, col mal di pancia, e domani col mal di denti. Quella cert’aura può spirar fuori, dagli occhi degli uomini che non sanno, e dei quali essa, senza parere, con arte sopraffina, ha voluto e saputo attirare e fermare £1i sguardi per inebriarsene deliziosamente. Se è una moglie onesta, questo le basta. Le parlo adesso delle mogli oneste, io, intendiamoci, anzi delle intemerate addirittura. Delle altre non c’è piú sugo a parlarne.

Mi consenta un’altra piccola riflessione. Noi uomini abbiamo, preso il vezzo di dire che la donna è un essere incomprensibile Signor mio, la donna, invece, è tal quale come noi, ma non può né mostrarlo, né dirlo, perché sa, prima di tutto, che la società non g1ielo consente, recando a colpa di lei quel che invece reputa naturale per l’uomo: e poi perché sa che non farebbe piacere agli uomini, se lo mostrasse e lo dicesse. Ecco spiegato l’enimma. Chi ha avuto come me la disgrazia d’intoppare in una moglie senza peli sulla lingua, lo sa bene.

E diamo ancora una bevutina. Coraggio!

Non era così dapprima, Carlotta. Diventò così subito dopo il matrimonio, appena cioè si senti a posto e s’accorse ch’io cominciai naturalmente a vedere in lei non soltanto il piacere, ma anche quella bruttissima cosa che è il dovere.

Io dovevo rispettarla, adesso, no? Era mia moglie! Ebbene, forse lei non voleva essere rispettata. Chi sa perché, il vedermi diventare di punto in bianco un marito esemplare, le diede terribilmente ai nervi.

Cominciò per noi una vita d’inferno. Lei, sempre ingrugnata, spinosa, irrequieta; io, paziente, un po’ per paura, un po’ per la coscienza d’aver commesso la piú grossa delle bestialità e di doverne piangere le conseguenze. Le andavo appresso come un cagnolino. E facevo peggio! Per quanto mi ci scapassi, non riuscivo però a indovinare, che diamine volesse mia moglie. Ma avrei sfidato chiunque a indovinarlo! Sa che volava? Voleva esser nata uomo, mia moglie. E se la pigliava con me perché era nata femmina. «Uomo, - diceva, - e magari cieco d’un occhio!»

Un giorno le domandai:

- Ma sentiamo un po’, che avresti fatto, se fossi nata uomo?

Mi rispose, sbarrando tanto d’occhi:

-  Il mascalzone!

-  Brava!

-  E mog1ie, niente, sai! Non l’avrei presa.

- Grazie cara.

- Oh, puoi esserne piú che sicuro!

- E ti saresti spassato? Dunque tu credi che con le donne ci si possa spassare?

Mia moglie mi guardò nel fondo degli occhi.

- Lo domandi a me? - mi disse. - Tu forse non lo sai? Io non avrei preso moglie anche per non far prigioniera una povera donna.

-  Ah, - esclamai. - Prigioniera ti senti?

E lei:

- Mi sento? E che sono? che sono stata sempre, da che vivo? Io non conosco che te. Quando mai ho goduto io?

- Avresti voluto conoscer altri?

- Ma certo! ma precisamente come te, che ne hai conosciute tante prima e chi sa quante dopo!

Dunque, signor mio, tenga bene a mente questo: che una donna desidera proprio tal quale come noi. Lei, per modo d’esempio, vede una bella donna, la segue con gli occhi, se la immagina tutta, e col pensiero la abbraccia, senza dirne nulla, naturalmente, a sua moglie che le cammina accanto? Nel frattempo, sua moglie vede un bell’uomo, lo segue con gli occhi, se lo immagina tutto, e col pensiero lo abbraccia, senza dirne nulla a lei, naturalmente.

Niente di straordinario in questo; ma creda pure che non fa punto piacere il supporre questa cosa ovvia e comunissima nella propria moglie, prigioniera col corpo, non con l’anima. E il corpo stesso! Dica un po’: non abbiamo noi uomini la coscienza che, avendo un’opportunità, non sapremmo affatto resistere? Ebbene, s’immagini che è proprio lo stesso per la donna. Cascano, cascano che è un piacere, con la stessa facilità, se loro vien fatto, se trovano cioè un uomo risoluto, di cui si possan fidare. Me l’ha lasciato intender bene mia moglie, parlando - s’intende delle altre.

E vengo al caso mio.

Naturalmente dopo un anno di matrimonio, m’ammalai di fegato.

Per sei anni di fila, cure inutili, che fecero strazio del mio povero corpo, ridotto in uno stato da far pietà finanche agli altri ammalati del mio stesso male.

Il rimedio dovevo trovarlo qua.

Ci venni con mia moglie e, nei primi giorni, alloggiai da Rori, dove ora è lei. Ordinai, appena arrivato, che mi si chiamasse un medico per farmi visitare e prescrivere quanti bicchieri al giorno avrei dovuto bere, o se mi sarebbero convenute piú le docce o i bagni d’acqua sulfurea.

Mi si presentò un bel giovane, bruno, alto, aitante della persona, dall’aria marziale, tutto vestito di nero. Seppi poco dopo che era stato, difatti, nell’esercito, medico militare, tenente medico; che a Rovigo aveva contratto una relazione con la figlia d’un tipografo; che ne aveva avuto una bambina, e che, costretto a sposare, s’era dimesso ed era venuto qua in condotta. Otto mesi dopo questo suo grande sacrifizio, gli erano morte quasi contemporaneamente moglie e figliuola. Erano già passati circa tre anni dalla doppia sciagura, ed egli vestiva ancora di nero, come un bellissimo corvo.

Faceva furore, capirà, con quel sacrifizio delle dimissioni per amore, così mal ricompensato dalla sorte; con quelle due disgrazie che gli si leggevano ancora scolpite in tutta la persona, impostata che neanche Carlomagno. Tutte le donne, a lasciarle fare, avrebbero voluto consolarlo. Egli lo sapeva e si mostrava sdegnoso.

Dunque venne da me; mi visitò ben bene, palpandomi tutto; mi ripeté press’a poco quel che già tant’altri medici mi avevano detto, e infine mi prescrisse la cura: tre mezzi bicchieri, di questi mezzani pei primi giorni, poi tre interi, e un giorno bagno, un giorno doccia. Stava per andarsene, quando finse d’accorgersi della presenza di mia moglie.

- Anche la signora? - domandò, guardandola freddamente.

- No no - negò subito mia moglie con un viso lungo lungo e le sopracciglia sbalzate fino all’attaccatura dei capelli.

- Eppure permette? - fece lui.

Le si accostò, le sollevò con delicatezza il mento con una mano, e con l’indice dell’altra le rovesciò appena una pàlpebra.

- Un po’ anemica - disse.

Mia moglie mi guardò, pallidissima, come se quella diagnosi a bruciapelo la avesse lì per lì anemizzata. E con un risolino nervoso su le labbra, alzò le spalle, disse: - Ma io non mi sento nulla... Il medico s’inchinò, serio: -  Meglio così. E andò via con molta dignità.

Fosse l’acqua o il bagno o la doccia, o piuttosto, com’io credo, la bella aria che si gode qua e la dolcezza della campagna toscana, il fatto è che mi sentii subito meglio; tanto che decisi di fermarmi per un mese o due; e, per stare con maggior libertà, presi a pigione un appartamentino presso la Pensione, un po’ piú giú, da Coli, che ha un bel poggiolo donde si scopre tutta la vallata coi due laghetti di Chiusi e di Montepulciano.

Ma - non so se lei lo ha già supposto - cominciò a sentirsi male mia moglie.

Non diceva anemia, perché lo aveva detto il medico; diceva che si sentiva una certa stanchezza al cuore e come un peso sul petto che le tratteneva il respiro.

E allora io, con l’aria piú ingenua che potei:

- Vuoi farti visitare anche tu, cara?

Si stizzì fieramente, com’io prevedevo, e rifiutò.

Il male, si capisce, crebbe di giorno in giorno, crebbe quanto piú lei s’ostinò nel rifiuto. Io, duro, non le dissi piú nulla. Finché lei stessa, un giorno, non potendone piú, mi disse che voleva la visita ma non di quel medico, no, recisamente no; dell’altro medico condotto (ce n’erano due, allora): dal dottor Berri voleva farsi visitare, ch’era un vecchiotto ispido, asmatico, quasi cieco, già mezzo giubilato ora giubilato del tutto, all’altro mondo.

- Ma via! - esclamai. - Chi chiama piú il dottor Berri? E sarebbe poi uno sgarbo immeritato al dottor Loero che s’è dimostrato sempre così premuroso e cortese con noi!

Di fatti ogni giorno qua alle Terme, vedendomi scendere dalla vettura con mia moglie, il dottor Loero ci si faceva innanzi con quella impostatura altera e compunta; si congratulava con me della rapida miglioria; m’accompagnava alla fonte e poi sú e giú per questi vialetti del parco, non mancando ai debiti riguardi verso mia moglie, ma curandosi pochissimo, nei primi giorni, di lei, che ne gonfiava, s’intende, in silenzio

Da una settimana, però, avevano preso a battagliar fra loro su l’eterna questione degli uomini e delle donne, dell’uomo che è prepotente, della donna che è vittima, della società che è ingiusta, ecc. ecc.

Creda, signor mio, non posso piú sentirne parlare, di queste baggianate. In sette anni di matrimonio, fra me e mia moglie non si parlò mai d’altro.

Le confesso tuttavia che in quella settimana gongolai nel sentir ripetere al dottor Loero con molta compostezza le mie stesse argomentazioni, e col pepe e col sale dell’autorità scientifica. Mia moglie, a me, mi caricava d’insulti; col dottor Loero, invece, doveva rodere il freno della convenienza; ma della bile che non poteva sputare, insaporava ben bene le parole.

Speravo, con questo, che il mal di cuore le passasse. Ma che! Come le ho detto, le crebbe di giorno in giorno. Segno, non le pare? ch’ella voleva convincere con altri argomenti l’avversario. E guardi un po’ che razza di parte tocca talvolta di rappresentare a un povero marito! Sapevo benissimo ch’ella voleva esser visitata dal dottor Loero e ch’era tutta una commedia l’antipatia che questi le faceva, una commedia la pretesa d’esser visitata invece da quel vecchio asmatico e rimbecillito, come una commedia era quel suo mal di cuore. Eppure dovetti fingere di credere sul serio a tutt’e tre le cose e sudare una camicia per indurla a far quello che lei in fondo desiderava.

Caro signore quando mia moglie, senza busto - s’intende - si stese sul letto e lui il dottore, la guardò negli occhi nel chinarsi per posarle l’orecchio sulla mammella, io la vidi quasi mancare, quasi disfarsi; le vidi negli occhi e nel volto quel tale turbamento... quel tale tremore, che... - lei m’intende bene. La conoscevo e non potevo sbagliare.

Poteva bastare, no? Una moglie rimane onestissima, illibata, inammendabile dopo una visita come quella, visita medica, c’è poco da dire, sotto gli occhi del marito. E va bene! Che bisogno c’era, domando io, di venirmi a cantar sul muso quel che già sapevo dentro di me e avevo visto con gli occhi miei e quasi toccato con mano?

Sú, sú. Coraggio. Ribeviamo. Ribeviamo.

Me ne stavo una sera sul poggiolo a contemplare il magnifico spettacolo dell’ampia vallata sotto la luna.

Mia moglie s’era già messa a letto.

Lei mi vede così grasso e forse non mi suppone capace di commuovermi a uno spettacolo di natura. Ma creda che ho un’anima piuttosto mingherlina. Un’animaccia coi capelli biondi ho, e col visino dolce dolce, diafano e afffilato e gli occhi color di cielo. Un’animuccia insomma che pare un’inglesina, quando, nel silenzio, nella solitudine, s’affaccia alle finestre di questi miei occhiacci di bue, e s’intenerisce alla vista della luna e allo scampanellio che fanno i grilli sparsi per la campagna.

Gli uomini, di giorno, nelle città, e i grilli non si dànno requie la notte nelle campagne. Bella professione, quella del grillo!

- Che fai?

- Canto.

- E perché canti?

Non lo sa nemmeno lui. Canta. E tutte le stelle tremano nel cielo. Lei le guarda. Bella professione anche quella delle stelle! Che stanno a farci lassú! Niente. Guardano anche loro nel vuoto e par che n’abbiano un brivido continuo. E sapesse quanto mi piace il gufo che, in mezzo a tanta dolcezza, si mette a singhiozzare da lontano, angosciato. Ci piange lui, dalla dolcezza.

Basta. Guardavo commosso, come le ho detto, quello spettacolo, ma già sentivo un po’ di fresco (eran passate le undici) e stavo per ritirarmi: quando udii picchiar forte e a lungo all’uscio di strada. Chi poteva essere a quell’ora?

Il dottor Loero.

In uno stato, signor mio, da far compassione finanche alle pietre.

Ubriaco fradicio.

Erano venuti da Firenze, da Perugia e da Roma cinque o sei medici, per la cura dell’acqua, ed egli, col farmacista, aveva pensato bene di dare una cena ai colleghi, nell’Ospedaletto della Croce Verde, dietro la Collegiata, lì vicino a Rori.

Allegra, come lei può immaginare, una cenetta all’ospedale! E altro che cura d’acqua! s’erano ubriacati tutti come tanti... non diciamo majali, perché i majali, poveracci, non hanno veramente quest’abitudine.

Che idea gli era balenata, nel vino, di venire a inquietar me, ch’ero quella sera, come le ho detto, tutto chiaro di luna?

Barcollava, e dovetti sorreggerlo fino al poggiolo. Lì m’abbracciò stretto stretto e mi disse che mi voleva bene, un bene da fratello, e che tutta la sera aveva parlato di me coi colleghi, del mio fegato e del mio stomaco rovinati, che gli stavano a cuore, tanto a cuore che, passando innanzi alla mia porta, non aveva voluto trascurare di farmi una visitina, temendo che il giorno appresso non sarebbe potuto andare alle Terme, perché - non si sarebbe detto, veh! ma aveva proprio bevuto un pochino. Io a ringraziarlo, si figuri, e a esortarlo ad andarsene a casa, ché era già tardi... Niente! Volle una seggiola per mettersi a sedere sul poggiolo e cominciò a parlarmi di mia moglie, che gli piaceva tanto, e voleva che andassi a destarla, perché con lui ci stava, la signora Carlottina, oh se ci stava! e come! e come! Bella puledra ombrosa, che sparava calci per amore, per farsi carezzare... E via di questo passo, sghignazzando e tentando con gli occhi, che gli si chiudevano soli, certi furbeschi ammiccamenti.

Mi dica lei che potevo fargli, in quello stato. Schiaffeggiare un ubriaco che non si reggeva in piedi? Mia moglie, che s’era svegliata, me lo gridò rabbiosamente tre o quattro volte dal letto. Anche a me la volontà di schiaffeggiarlo era scesa alle mani: ma chi sa che impressione avrebbe fatto uno schiaffo a quel povero giovine che, nella beata incoscienza del vino, aveva perduto ogni nozione sociale e civile e gridava in faccia la verità allegramente. Lo afferrai e lo tirai sú dalla seggiola: una certa scrollatina non potei far a meno di dargliela, ma fu lì lì per cascare e dovetti aver cura del suo stato fino alla porta; là... sì, gli diedi un piccolo spintone e lo mandai a ruzzolare per la strada.

Quando entrai in camera da letto, trovai mia moglie con un diavolo per capello: frenetica addirittura. S’era levata da letto. Mi assaltò con ingiurie sanguinose; mi disse che se fossi stato un altro uomo, avrei dovuto pestarmi sotto i piedi quel mascalzone e poi buttarlo dal poggiolo; che ero un uomo di cartapesta, senza sangue nelle vene, senza rossore in faccia, incapace di difendere la rispettabilità della moglie, e capacissimo invece di far tanto di cappello al primo venuto che...

Non la lasciai finire; levai una mano; le gridai che badasse bene: lo schiaffo che avrei dovuto dare a colui, se non fosse stato ubriaco, l’avrei appioppato a lei, se non taceva. Non tacque, si figuri! Dal furore passò al dileggio. Ma sicuro che m’era facilissimo fare il gradasso con lei, schiaffeggiare una donna, dopo avere accolto e accompagnato coi debiti riguardi fino alla porta uno che era venuto a insultarmi fino a casa. Ma perché, perché non ero andato a destarla subito? Anzi perché non glielo avevo introdotto in camera e pregato di mettersi a letto con lei?

- Tu lo sfiderai! mi gridò in fine, fuori di sé. -  Tu lo sfiderai domani, e guaj a te se non lo fai!

A sentirsi lire certe cose da una donna, qualunque uomo si ribella. M’ero già spogliato e messo a letto. Le dissi che la smettesse una buona volta e mi 1asciasse dormire in pace: non avrei sfidato nessuno, anche per non dare a lei questa soddisfazione.

Ma durante la notte, tra me e me, ci pensai molto. Non sapevo e non so di cavalleria, se un gentiluomo debba raccogliere l’insulto e la provocazione di un ubriaco che non sa quel che si dica. La mattina dopo, ero sul punto di recarmi a prender consiglio da un maggiore in ritiro che avevo conosciuto alle Terme, quando questo stesso maggiore, in compagnia di un altro signore del paese, venne a chiedermi lui soddisfazione a nome del dottor Loero. Già! per il modo come lo avevo messo alla porta la sera precedente. Pare che, al mio spintone, cadendo, si fosse ferito al naso.

- Ma se era ubriaco! - gridai a quei signori.

Tanto peggio per me. Dovevo usargli un certo riguardo. Io, capisce? E per miracolo mia moglie non mi aveva mangiato, perché non lo avevo buttato giú dal poggiolo!

Basta. Voglio andar per le leste. Accettai la sfida; ma mia moglie mi sghignò sul muso e, senza por tempo in mezzo, cominciò a preparar le sue robe. Voleva partir subito; andarsene, senza aspettar l’esito del duello, che pure sapeva a condizioni gravissime.

Da che ero in ballo, volevo ballare. Le impose lui, le condizioni: alla pistola. Benissimo! Ma io pretesi allora, che si facesse a quindici passi. E scrissi una lettera, alla vigilia, che mi fa crepar dalle risa ogni qual volta la rileggo. Lei non può figurarsi che sorta di scempiaggini vengano in mente a un pover’uomo in siffatti frangenti.

Non avevo mai maneggiato armi. Le giuro che, istintivamente, chiudevo gli occhi, sparando. Il duello si fece sú alla Faggeta. I due primi colpi andarono a vuoto; al terzo... no il terzo andò pure a vuoto; fu al quarto: al quarto colpo - veda un po’ che testa dura quella del dottore! - la palla ci vide per me e andò a bollarlo in fronte, ma non gl’intaccò l’osso, gli strisciò sotto la cute capelluta e gli riuscì di dietro, dalla nuca.

Lì per lì parve morto. Accorremmo tutti; anch’io; ma uno dei miei padrini mi consigliò d’allontanarmi, di salire in vettura e scappare per la via di Chiusi.

Scappai.

Il giorno dopo venni a sapere di che si trattava; e un’altra cosa venni a sapere, che mi riempì di gioja e di rammarico a un tempo; di gioja per me, di rammarico per il mio avversario, il quale dopo una palla in fronte, pover’uomo, non se la meritava davvero.

Riaprendo gli occhi, nell’Ospedaletto della Croce Verde il dottor Loero si vide innanzi un bellissimo spettacolo: mia moglie, accorsa al suo capezzale per assisterlo!

Della ferita guarì in una quindicina di giorni: di mia moglie, caro signore, non è piú guarito.

Vogliamo andare per il secondo bicchiere?

019  -  PALLINO E MIMÌ

Si chiamò prima Pallino perché, quando nacque, pareva una palla.

Di tutta la figliata, che fu di sei, si salvò lui solo, grazie alle preghiere insistenti e alla tenera protezione dei ragazzi.

Babbo Colombo, come non poteva andare piú a caccia, ch’era stata la sua passione, non voleva piú neanche cani per casa, e tutti, tutti morti li voleva quei cuccioli là. Così pure fosse morta la Vespina loro madre, che gli ricordava le belle cacciate degli altri anni, quand’egli non soffriva ancora dei maledetti reumi, dell’artritide, che - eccolo là - lo avevano torto come un uncino!

A Chianciano, già il vento ci dava anche nei mesi caldi: certe libecciate che investivano e scotevan le case da schiantarle e portarsele via. Figurarsi d’inverno! E dunque tutti in cucina, stretti accovacciati da mane a sera nel canto del foco, sotto la cappa, senza cacciar fuori la punta del naso, neanche per andare a messa la domenica. Giusto, la Collegiata era lì dirimpetto a due passi. Quasi quasi la messa si poteva vederla dai vetri della finestra di cucina. Nelle altre camere della casa non ci s’andava se non per ficcarsi a letto, la sera di buon’ora. Ma babbo Colombo ci faceva anche di giorno una capatina di tanto in tanto, curvo, con le gambe fasciate spasimando a ogni passo, per andar a vedere dal balcone della sala da pranzo tutta la Val di Chiana che si scopriva di là e il suo bel podere di Caggiolo. E Vespina, a farglielo apposta, gravida così che poteva appena spiccicar le piote da terra. lo seguiva lemme lemme per accrescergli il rimpianto della campagna lontana, il dispetto di vedersi ridotto in quello stato. Maledetta! E ora gli faceva i figliuoli, per giunta. Ma glieli avrebbe accomodati lui! Oh, senza farli penare, beninteso. Li avrebbe presi per la coda e là, avrebbe loro sbatacchiata la testa in una pietra.

I ragazzi, la Delmina, Ezio, Iginio, la Norina, nel vedergli far l’atto, gridavano:

- No, babbo! piccinini!

Sicché, quando i cuccioli vennero alla luce, ne vollero salvare almeno uno, quello che sembrò loro il piú carino, sottraendolo e nascondendolo. Ottenuta la grazia, andarono per veder Pallino, e sissignori, gli mancava la coda! Parve loro un tradimento, e si guardarono tuttte quattro negli occhi:

- Madonna! Senza coda! E come si fa?

Appiccicargliene una finta non si poteva, né fare che il babbo non se n’accorgesse. Ma ormai la grazia era concessa, e Pallino fu tenuto in casa, per quanto già la tenerezza dei padroncini, a causa di quel ridicolo difetto, fosse venuta a mancare.

Per giunta anche si fece di giorno in giorno piú brutto. Ma non ne sapeva nulla lui, bestiolino! Senza coda era nato, e pareva ne facesse a meno volentieri; pareva anzi non sospettasse minimamente che gli mancava qualche cosa. E voleva ruzzare.

Ora, farà pena un bimbo nato male, zoppetto o gobbino, a vederlo ridere e scherzare, ignaro della sua disgrazia: ma una brutta bestiola non ne fa, e se ruzza disturba, non si ha sofferenza di lei; le si dà un calcio, là e addio.

Pallino, distratto dai suoi giuochi furibondi con un gomitolo o con qualche pantofola da una pedata che lo mandava a ruzzolare da un Capo all’altro della cucina, si levava lesto lesto su le due zampette davanti, le orecchie dritte, la testa da un 1ato, e stava un pezzo a guardare.

Non guaiva né protestava.

Pareva che a poco a poco si capacitasse che i cani debbano esser trattati così; che questa fosse una condizione inerente alla sua esistenza canina e che non ci fosse perciò da aversene a male.

Gli ci vollero però circa tre mesi per capire ben bene che al padrone non piaceva che le pantofole gli fossero rosicchiate. Allora imparò anche a cansar le pedate: appena babbo Colombo alzava il piede, lasciava la preda e andava a cacciarsi sotto il letto. Lì riparato, imparò un’altra cosa: quanto, cioè, gli uomini siano cattivi. Si sentì chiamare amorevolmente, invitare a venir fuori col frullo delle dita:

- Qua, Pallino! Caro! caro! qua, piccinino!

S’aspettava carezze, s’aspettava il perdono, ma, appena ghermito per la cuticagna, botte da levare il pelo. Ah sì? E allora, anche lui si buttò alle cattive: rubò, stracciò, insudiciò, arrivò finanche a morsicare. Ma ci guadagnò questo, che fu messo alla porta; e, siccome nessuno intercedette per lui, andò randagio e mendico per il paese.

Finché non se lo tolse in bottega Fanfulla Mochi, macellajo, a cui era morto in quei giorni il cagnolino.

Fanfulla Mochi era un bel tipo.

Amava le bestie, e gli toccava ammazzarle; non poteva soffrire gli uomini e gli toccava servirli e rispettarli. Avrebbe tenuto in cuor suo dalla parte dei poveri; ma, da macellajo, non poteva, perché la carne ai poveri, si sa, riesce indigesta. Doveva servire i signori che non avevano voluto averlo dalla loro. Sicuro! Perché era nato signore, lui, almeno per metà! Lo desumeva dal fatto che, uscito a sedici anni da un nobile ospizio in cui era stato accolto fin dalla nascita, gli eran venuti, non sapeva né donde, né come, né perché, sei mila lire residuo d’un rimorso liquidato in contanti Lo avevan messo garzone in una macelleria; e da che c’era, con quella sommetta, aveva seguitato a fare il macellajo per conto suo. Ma il sanguaccio del gran signore se lo sentiva nelle vene torpide, nelle piote gottose, e un cotal fluido pazzesco gli circolava per il corpo, che ora gli dava una noja cupa e amara, ora lo spingeva a certi atti... Per esempio: tre anni fa, radendosi la barba e vedendosi nello specchio piú brutto del solito già invecchiato, infermiccio, s’era lasciata andare una bella rasojata alla gola, tirata coscienziosamente a regola d’arte. Condotto mezzo morto all’ospedaletto, aveva rassicurato la gente che gli correva dietro spaventata:

- Non è niente, non è niente: un’incicciatina!

Per prima cosa, Fanfulla Mochi ribattezzò Pallino: gli impose il nome di Bistecchino; poi lo portò alla finestra e gli disse:

- Vedi là, Bistecchino, il mio bel Monte Amiata! Grosse le scarpe, ma tu sapessi che cervelli fini ci si fa! Bastardi, ma fini. Se tu vuoi stare con me, dev’essere a patto che tu diventi un canino saggio e per bene. T’addottoro io, non temere: accúlati qua! Se fossi porco, Bistecchino, mangeresti tu? Io no. Il porco crede di mangiare per sé e ingrassa per gli altri. Non è punto bella la sorte del porco. Ah - io direi - m’allevate per questo? Ringrazio, signori. Mangiatemi magro.

Pallino a questo punto sternutì due o tre volte, come in segno d’approvazione. Fanfulla ne fu molto contento, e seguitò a conversare a lungo con lui, ogni giorno; e quello ad ascoltare serio serio, finché, prima una zampa ad annaspare, poi levava la testa e spalancava la bocca a uno sbadiglio seguito da un variato mugolio, per far intendere al padrone che bastava.

Fosse per la triste esperienza fatta in casa di babbo Colombo, per via della coda che gli mancava, fosse per gli ammaestramenti di Fanfulla, fatto sta ed è che Pallino divenne un cane di carattere, un cane che si faceva notare, non solamente perché scodato, ma anche per il suo particolar modo di condursi tra le bestie sue pari e le superiori.

Era un cane serio, che non dava confidenza a nessuno.

Se qualche suo simile gli veniva dietro o incontro, esso lo puntava raccolto in sé, fermo su le quattro zampe, come per dirgli:

- Chi ti cerca? Lasciami andare!

E questo faceva, non certo per paura, sì per profondo disprezzo dei cani del suo paese, tanto maschi che femmine.

Pareva almeno così, perché d’estate quando a Chianciano venivano per la cura dell’acqua i villeggianti in gran numero coi loro cagnolini, e le loro cagnoline, Pallino cangiava di punto in bianco, diventava socievole, chiassone, proprio un altro; tutto il giorno in giro da questa a quella Pensione, a lasciare a suo modo, alzando un’anca, biglietti da visita, il benvenuto ai cani forestieri, agli ospiti, che poi accompagnava da per tutto e, al bisogno, difendeva con feroce zelo dalle aggressioni dei paesani.

Scodinzolare non poteva per salutarli, e si dimenava tutto, si storcignava, si buttava finanche a terra per invitarli a ruzzare. E i cagnolini forestieri gliene sapevano grado. In città, uscivano incatenati e con la museruola; qua invece, liberi e sciolti, perché i padroni erano sicuri di non perderli e di non incorrere in multe. Quei cagnolini, insomma, facevano la villeggiatura anche loro, e Pallino era il loro spasso. Se qualche giorno tardava, essi, in tre, in quattro, si presentavano innanzi alla bottega di Fanfulla a reclamarlo.

- Bistecchino, abbi senno! - gli diceva Fanfulla, minacciandolo col dito. - Codesti cani signorini non sono per te. Tu cane di strada sei, proletario rinnegato! Non mi piace che tu faccia così da buffone ai cani dei signori.

Ma Pallino non gli dava retta, non gli dava retta, non gliene poteva dare, segnatamente quell’anno, perché tra quei cani signorini che venivano a stuzzicarlo in bottega, c’era un amor di canina, piccola quanto un pugno, un batuffoletto bianco arruffato, che non si sapeva dove avesse le zampe, dove le orecchie; letichina di prima forza, che mordeva però per davvero qualche volta. Certi morsichetti, che ardevano e lasciavano il segno per piú d’un giorno!

Ma Pallino se li pigliava tanto volentieri.

Quella cosina bianca gli guizzava, abbajando, di tra i piedi per assaltarlo di qua e di là. Fermo per farle piacere, esso la seguiva con gli occhi in quelle mossette aggraziate; poi, quasi temendo che si straccasse e affiochisse dal troppo abbajare (donde la cavava quella voce piú grossa di lei?) si sdrajava a terra, a pancia all’aria, e aspettava che essa, dopo essersi sfogata per finta, tornasse indietro con la stessa furia e gli saltasse addosso; la abbracciava e si lasciava mordere beatamente il muso e le orecchie.

Se n’era proprio innamorato insomma; e, così rozzo e senza coda, povero Pallino, ne’ suoi vezzi smorfiosi a quel niente fatto di peli, era d’una ridicolaggine compassionevole.

La canina si chiamava Mimì e alloggiava con la padrona alla Pensione Ronchi.

La padrona era una signorina americana, ormai un po’ attempatella, da parecchi anni dimorante in Italia - in cerca d’un marito, dicevano le male lingue.

Perché non lo trovava?

Brutta non era: alta di statura, svelta e anche formosa; begli occhi, bei capelli, labbra un po’ tumide, accese, e in tutto il corpo e nel volto un’aria di nobiltà e una certa grazia malinconica. E poi miss Galley vestiva con ricca e linda semplicità e portava enormi cappelli ondeggianti di lunghi e tenui veli, che le stavano a maraviglia.

Corteggiatori, non gliene mancavano; ne aveva anzi sempre attorno due o tre alla volta, e tutti dapprima, sapendola americana, animati dai piú serii propositi; ma poi... eh poi, discorrendo, tastando il terreno... Ecco: povera no, e si vedeva dal modo come viveva; ma ricca miss Galley non era neppure. E allora... allora perché era americana?

Senza una buona dote, tanto valeva sposare una signorina paesana. E tutti i corteggiatori si ritiravano pulitamente in buon ordine. Miss Galley se ne rodeva e sfogava il rodio segreto in furiose carezze alla sua piccola, cara, fedele Mimì.

Ma fossero state carezze soltanto! La voleva zitella miss Galley sempre zitella, zitella come lei la sua piccola, cara, fedele Mimì. Oh avrebbe saputo guardarla lei dalle insidie dei maschiacci! Guaj, guaj se un canino le si accostava. Subito miss Galley se la toglieva in braccio; ed eran busse, se Mimì, che aveva già cinque anni e non sapeva capacitarsi per qual ragione, rimanendo zitella la padrona, dovesse rimaner zitella anche lei, si ribellava; busse se agitava le zampette per springare a terra, busse se allungava il collo o cacciava il musetto sotto il braccio della sua tiranna per vedere se il canino innamorato la seguisse tuttavia.

Per fortuna, questa crudele sorveglianza si faceva men rigorosa ogni qual volta un nuovo corteggiatore veniva a rinverdir le speranze di miss Galley. Se Mimì avesse potuto ragionare e riflettere, dalla maggiore o minore libertà di cui godeva, avrebbe potuto argomentare di quanta speranza la nuova avventura desse alimento al cuore inesausto della sua padrona, uccellino dal becco sempre aperto.

Ora, quell’estate, a Chianciano, Mimì era liberissima.

C’era, difatti, alla Pensione Ronchi, un signore, un bell’uomo d’oltre quarant’anni, molto bruno, precocemente canuto, ma coi baffi ancor neri (forse un po’ troppo), elegantissimo, il quale, venuto a Chianciano pei quindici giorni della cura, vi si tratteneva da oltre un mese e non accennava ancora d’andarsene, per quanto all’arrivo avesse dichiarato d’avere a Roma urgentissimi affari, a cui s’era sottratto a stento e non senza grave rischio. Di che genere fossero questi affari, non diceva; aveva molto viaggiato e mostrava di conoscer bene Londra e Parigi e d’aver molte aderenze nel mondo giornalistico romano. Sul registro della Pensione s’era firmato: Comm. Basilio Gori. Fin dal primo giorno s’era messo a parlare in inglese, a lungo, con miss Galley. Ora l’uno e l’altra ogni mattina uscivano dalla Pensione per tempissimo e si recavano a piedi per il lungo stradale alberato alle Terme dell’Acqua Santa.

Miss Galley non beveva: diceva d’esser venuta a Chianciano solo per cambiamento d’aria.

Beveva lui.

Passeggiavano accanto, loro due soli pe’ vialetti del prato in pendìo sotto gli alti platani, bersagliati dalla maligna curiosità di tutti gli altri bagnanti. A lui questa maligna curiosità pareva non dispiacesse punto; e se due o tre si fermavano apposta per godere davvicino e con una certa impertinenza di quello spettacolo d’amor peripatetico, egli volgeva loro uno sguardo freddo, sprezzante, ma con un’aria di vanità soddisfatta, ella, invece, abbassava gli occhi, per levarli poco dopo in volto a lui, a ricevere il compenso di quella tenera, istintiva gratitudine che ogni uomo prova per la donna che, sacrificando un po’ del suo pudore, dimostra di voler piacere a uno solo, sfidando la malignità degli altri.

Mimì li seguiva, e spesso provocava le risa di quanti stavano a osservar la coppia innamorata, perché di tratto in tratto addentava di dietro la veste della padrona e gliela tirava, gliela scoteva, squassando rabbiosamente la testina, come se volesse richiamarla in sé, arrestarla. Miss Galley assalita dalla stizza, strappava la veste dai denti della cagnolina e la mandava a ruzzolar lontano su l’erbetta del prato. Ma, poco dopo, Mimì ritornava all’assalto, non già perché le premesse la buona reputazione della padrona, ma perché a girar lì per quei pratelli scoscesi s’annojava maledettamente e voleva ritornare in paese, ove si sapeva aspettata dal suo Pallino.

Tira e tira, raggiunse finalmente l’intento. Miss Galley la lasciò, con molti avvertimenti, alla Pensione, adducendo in iscusa che temeva si stancasse troppo, la povera bestiolina.

Difatti miss Galley e il commendator Gori, dopo aver girato per piú d’un’ora pei viali dell’Acqua Santa, ritornavano sempre a piedi al paese, ma per riprender poco dopo a vagabondare o sú per la strada di Montepulciano, o giú per quella che conduce alla stazione, o salivano al poggio dei Cappuccini e non rientravano alla Pensione se non all’ora di pranzo. E, via facendo, ella con 1’ombrellino rosso riparava anche lui dai raggi dei sole, e tutti e due andavano mollemente quasi avviluppati in una tenerezza deliziosa, assaporando l’ebrietà squisita delle carezze rattenute, dei contatti fuggevoli delle mani, dei lunghi sguardi appassionati, in cui le anime si allacciano, si stringono fino a spasimar di voluttà.

Intanto i vetturini, che non li potevano soffrire perché li vedevano sempre a piedi, si facevano venir la tosse ogni qual volta li incontravano per la strada, e quella tosse faceva ridere i signori che traballavano nelle vetturette sgangherate.

A Chianciano ormai non si parlava d’altro; in tutte le Pensioni, al Circolo, al Caffè, in farmacia, al Giuoco del Pallone, all’Arena, miss Galley e il commendator Gori facevano da mane a sera le spese della conversazione. Chi li aveva incontrati qua e chi là, e lui era messo così e lei era messa cosà... Quelli che, finita la cura, partivano, ragguagliavano i nuovi arrivati, e dopo quattro o cinque giorni domandavano ancora, da lontano, nelle cartoline illustrate, notizie della coppia felice.

Tutt’a un tratto (si era ormai ai primi di settembre) si sparse per Chianciano la notizia che il commendator Gori partiva per Roma all’improvviso, lui solo. I commenti furono infiniti e grandissimo lo stupore.

Che era accaduto?

Alcuni dicevano che miss Galley aveva saputo che egli era ammogliato e diviso dalla moglie; altri, che il Gori, essendo d’un balzo in principio salito ai sette cieli, aveva avuto bisogno di tutto quel tempo per calare con garbo e ghermir la preda, la quale, alla stretta, gli s’era scoperta magra e spennata; altri poi volevano sostenere che non c’era rottura; che miss Galley avrebbe raggiunto a Roma il fidanzato, e altri infine, che il Gori sarebbe ritornato a Chianciano fra pochi giorni per ripartire quindi con la sposa per Firenze. Ma quelli della Pensione Ronchi assicuravano che l’avventura era proprio finita, tanto vero che miss Galley non era scesa quel giorno in sala a desinare e che il Gori s’era mostrato a tavola molto turbato.

Tutti questi discorsi s’intrecciavano nella piazza del Giuoco del Pallone, ove l’intera colonia bagnante e molti del paese eran convenuti per assistere alla partenza del Gori.

Quando la vettura uscì dalla porta del paese, tutti si fecero alla spalletta della piazza.

Il Gori, in vettura, leggeva tranquillamente il giornale. Passando sotto la piazza, levò gli occhi, come per godere, lui attore, dello spettacolo di tanti spettatori.

Ma all’improvviso, dietro la piccola Arena che sorge in mezzo alla piazza si levò un furibondo abbaio d’una frotta di cani azzuffati, aggrovigliati in una mischia feroce. Tutti si voltarono a guardare, alcuni ritraendosi per paura, altri accorrendo coi bastoni levati.

In mezzo a quel groviglio c’era Pallino con la sua Mimì, Pallino e Mimì  che, tra l’invidia e la gelosia terribile dei loro compagni, erano riusciti finalmente a celebrare le loro nozze.

Le signore torcevano il viso, gli uomini sghignazzavano, quando, preceduta da una frotta di monellacci, si precipitò nella piazza miss Galley, come una furia, scapigliata dal vento e dalla corsa, col cappello in mano e gli occhi gonfii e rossi di pianto.

- Mimì! Mimì! Mimì!

Alla vista dell’orribile scempio, levò le braccia, allibita, poi si coprì il volto con le mani, volse le spalle e risalì in paese con la stessa furia con la quale era venuta. Rientrata alla Pensione come una bufera, s’avventò contro il Ronchi, contro i camerieri, con le dita artigliate, quasi volesse sbranarli si contenne a stento, strozzata dalla rabbia, arrangolata, senza potere articolar parola. Già dianzi aveva perduto la voce, strillando, nell’accorgersi (dopo tanti giorni!) che Mimì  non era sorvegliata, che Mimì non era in casa e non si sapeva dove fosse. Salì nella sua camera, afferrò, ammassò tutte le sue robe nel baule, nelle valige, ordinò una vettura a due cavalli, che la conducesse subito subito alla stazione di Chiusi, perché non voleva trattenersi piú a Chianciano, neanche un’ora, neanche un minuto.

Sul punto di partire, da quegli stessi monellacci che eran corsi con lei in cerca della cagnolina, ansanti, esultanti per la speranza d’una buona mancia, le fu presentata la povera Mimì, piú morta che viva. Ma miss Galley, contraffatta dall’ira, con un violentissimo scatto la respinse, storcendo la faccia.

Mimì, all’urto furioso, cadde a terra, batté il musetto e, con acuti guaiti, corse ranca ranca a ficcarsi sotto un divano alto appena tre dita dal suolo, mentre la padrona inviperita montava sul legno e gridava al vetturino:

- Via!

Il Ronchi, i camerieri, i bagnanti rientrati di corsa alla Pensione, restarono un pezzo a guardarsi tra loro, sbalorditi; poi ebbero pietà della povera cagnolina abbandonata; ma, per quanto la chiamassero e la invitassero coi modi piú affettuosi, non ci fu verso di farla uscire da quel nascondiglio. Bisognò che il Ronchi, ajutato da un cameriere, sollevasse e scostasse il divano. Ma allora Mimì  s’avventò alla porta come una freccia e prese la fuga. I monelli le corsero dietro, girarono tutto il paese, per ogni verso, arrivarono fin presso la stazione: non la poterono rintracciare.

Il Ronchi, che aveva avuto per lei tante noje, scrollò le spalle, esclamando:

- O vada a farsi benedire!

Dopo cinque o sei giorni, verso sera, Mimì , sudicia, scarduffata, famelica, irriconoscibile, fu rivista per le vie di Chianciano, sotto la pioggia lenta, che segnava la fine della stagione. Gli ultimi bagnanti partivano: in capo a una settimana, il paesello, annidato su l’alto colle ventoso, avrebbe ripreso il fosco aspetto invernale.

- To’, la cagnetta della signorina! - disse qualcuno, vedendola passare.

Ma nessuno si mosse a prenderla, nessuno la chiamò. E Mimì seguitò a vagare, sotto la pioggia. Era già stata alla Pensione Ronchi, ma l’aveva trovata chiusa, perché il proprietario s’era affrettato di andare in campagna per la vendemmia.

Di tratto in tratto s’arrestava a guardare con gli occhietti cisposi tra i peli, come se non sapesse ancora comprendere come mai nessuno avesse pietà di lei così piccola, di lei così carezzata prima e curata: come mai nessuno la prendesse per riportarla alla padrona, che l’aveva perduta, alla padrona, che essa aveva cercato invano per tanto tempo e cercava ancora. Aveva fame, era stanca, tremava di freddo, e non sapeva piú dove andare, dove rifugiarsi.

Nei primi giorni, qualcuno, nel vedersi seguìto da lei, si chinò a lisciarla, a commiserarla; ma poi, seccato di trovarsela sempre alle calcagna, la cacciò via sgarbatamente. Era gravida. Pareva quasi impossibile: una coserellina lì, che non pareva nemmeno: gravida! E la scostavano col piede.

Fanfulla Mochi, dalla soglia della bottega, vedendola trotterellar per via, sperduta, un giorno la chiamò; le diede da mangiare; e siccome la povera bestiola, ormai avvezza a vedersi scacciata da tutti, se ne stava con la schiena arcuata, per paura, come in attesa di qualche calcio, la lisciò, la carezzò, per rassicurarla. La povera Mimì, quantunque affamata, lasciò di mangiare per leccar la mano al benefattore. Allora Fanfulla chiamò Pallino, che dormiva nella cuccia sotto il banco:

- Cane, figlio di cane, brutto libertino scodato, guarda qua la tua sposa!

Ma ormai Mimì non era piú una cagnetta signorina, era divenuta una cagnetta di strada, una delle tante del paese. E Pallino non la degnò nemmeno d’uno sguardo.

020  -  NEL SEGNO

Come seppe che nella mattinata gli studenti di medicina sarebbero ritornati all’ospedale, Raffaella Òsimo pregò la caposala d’introdurla nella sala del primario, dove si tenevano le lezioni di semejotica.

La capo-sala la guardò male.

- Vuoi farti vedere dagli studenti?

- Sì, per favore; prendete me.

- Ma lo sai che sembri una lucertola?

- Lo so. Non me n’importa! Prendete me.

- Ma guarda un po’ che sfacciata. E che ti figuri che ti faranno là dentro?

- Come a Nannina, - rispose la Òsimo. - No?

Nannina, sua vicina di letto, uscita il giorno avanti dall’ospedale, le aveva mostrato, appena rientrata in corsia dopo la lezione là nella sala in fondo, il corpo tutto segnato come una carta geografica; segnati i polmoni, il cuore, il fegato, la milza, col lapis dermografico.

- E ci vuoi andare? – concluse quella. – Per me, ti servo. Ma bada che il segno non te lo levi più per molti giorni, neppure col sapone.

La Òsimo alzò le spalle e disse sorridendo:

- Voi portatemi, e non ve ne curate.

Le era tornato in volto un po’ di colore; ma era ancor tanto magra, tutta occhi e tutta capelli. Gli occhi però, neri, bellissimi, le brillavano di nuovo, acuti. E in quel lettuccio il suo corpo di ragazzina, minuscolo, non pareva nemmeno, tra le pieghe delle coperte.

Per quella capo-sala, come per tutte le suore infermiere, era una vecchia conoscenza, Raffaella Òsimo.

Già due altre volte era stata lì, all’ospedale. La prima volta, per... - eh, benedette ragazze! si lasciano infinocchiare, e poi, chi ci va di mezzo? una povera creaturina innocente, che va a finire all’ospizio dei trovatelli.

La Òsimo, a dir vero, lo aveva scontato amaramente anche lei, il suo fallo due mesi circa dopo il parto, era ritornata all’ospedale più di là che di qua con tre pasticche di sublimato in corpo. Ora c’era per l’anemia, da un mese. A forza d’iniezioni di ferro s’era già rimessa, e tra pochi giorni sarebbe uscita dall’ospedale.

Le volevano bene in quella corsia e avevano carità e sofferenza di lei per la timida e sorridente grazia della sua bontà pur così sconsolata. Ma anche la disperazione in lei non si manifestava né con fosche maniere né con lacrime.

Aveva detto sorridendo, la prima volta, che non le restava ormai più altro che morire. Vittima come era, però, d’una sorte comune a troppe ragazze, non aveva destato né una particolare pietà né un particolar timore per quell’oscura minaccia. Si sa che tutte le sedotte e le tradite minacciano il suicidio: non bisogna darsi a credere tante cose.

Raffaella Òsimo, però, lo aveva detto e lo aveva fatto.

Invano, allora, le buone suore assistenti s’eran provate a confortarla con la fede; ella aveva fatto, come faceva anche adesso; ascoltava attenta, sorrideva diceva di sì; ma si capiva che il groppo che le stringeva il cuore non si scioglieva né s’allentava per quelle esortazioni.

Nessuna cosa più la invogliava a sperare nella vita: riconosceva che s’era illusa, che il vero inganno le era venuto dall’inesperienza, dall’appassionata e credula sua natura, più che dal giovine a cui s’era abbandonata e che non avrebbe potuto mai esser suo.

Ma rassegnarsi, no, non poteva.

Che se per gli altri la sua storia non aveva nulla di particolare, non era per ciò men dolorosa per lei. Aveva sofferto tanto! Prima lo strazio di vedersi ucciso il padre, proditoriamente; poi, la caduta irreparabile di tutte le sue aspirazioni.

Era una povera cucitrice, adesso, tradita come tante altre, abbandonata come tante altre; ma un giorno... Sì, anche le altre, è vero, dicevano allo stesso modo: - Ma un giorno... - e mentivano; perché ai miseri, ai vinti, sorge spontaneo dal petto oppresso il bisogno di mentire.

Ma lei non mentiva.

Giovinetta ancora, lei, certamente avrebbe preso la patente di maestra, se il padre, che la manteneva con tanto amore agli studii, non le fosse venuto a mancare così di colpo, laggiù, in Calabria, assassinato, non per odio diretto ma durante le elezioni politiche, per mano d’un sicario rimasto ignoto, pagato senza dubbio dalla fazione avversaria del barone Barni, di cui egli era segretario zelante e fedele.

Eletto deputato, il Barni, sapendola anche orfana di madre e sola per farsi bello d’un atto di carità di fronte agli elettori, la aveva accolta in casa.

Così era venuta a Roma, in uno stato incerto: la trattavano come se fosse della famiglia, ma figurava intanto come istitutrice dei figliuoli più piccoli del

Lei lavorava: il Barni si prendeva il merito della carità.

Ma che glien’importava, allora? Lavorava con tutto il cuore, per acquistarsi la benevolenza paterna di chi la ospitava, con una speranza segreta: che quelle sue cure amorose, cioè, quei suoi servizi senz’alcun compenso, dopo il sacrificio del padre, valessero a vincere l’opposizione che forse il barone avrebbe fatta al figliuolo maggiore, Riccardo, quando questi, come già le aveva promesso, gli avrebbe dichiarato l’amore che sentiva per lei. Oh, era sicurissimo Riccardo che il padre avrebbe condisceso di buona voglia; ma aveva appena diciannove anni, era ancora Studente di liceo; non si sentiva il coraggio di far quella dichiarazione ai genitori meglio aspettare qualche anno.

Ora, aspettando... Ma lì, possibile? nella stessa casa, sempre vicini, fra tante lusinghe, dopo tante promesse, con tanti giuramenti...

La passione la aveva accecata,

Quando, alla fine, il fallo non s’era più potuto nascondere, cacciata via! Sì, prono cacciata via, poteva dire, senz’alcuna misericordia, senz’alcun riguardo neanche per il suo stato. Il Barni aveva scritto a una vecchia zia di lei perché fosse venuta subito a riprendersela e a portarsela via, laggiù in Calabria, promettendo un assegno; ma la zia aveva scongiurato il barone di aspettare almeno che la nipote si fosse prima liberata a Roma, per non affrontar lo scandalo in un piccolo paese; e il Barni aveva ceduto, ma a patto che il figliuolo non ne avesse saputo nulla e le avesse credute già fuori di Roma. Dopo il parto, però, ella non era voluta tornare in Calabria; il barone allora, su tutte le furie, aveva minacciato di togliere l’assegno; e lo aveva tolto difatti, dopo il tentato suicidio. Riccardo era partito per Firenze; lei, salvata per miracolo, s’era messa a far la giovine di sarta per mantenere sé e la zia. Era passato un anno; Riccardo era ritornato a Roma, ma ella non aveva nemmen tentato di rivederlo. Fallitole il proposito violento, s’era fitto in capo di lasciarsi morire a poco a poco. La zia, un bel giorno aveva perduto la pazienza e se n’era ritornata in Calabria. Un mese addietro durante uno svenimento in casa della sarta presso la quale lavorava, era stata condotta lì all’ospedale, e c’era rimasta per curarsi dell’anemia

L’altro giorno, intanto, dal suo lettino Raffaella Òsimo aveva veduto passare per la corsia gli studenti di medicina che facevano il corso di semejotica, e fra questi studenti aveva riveduto, dopo circa due anni, Riccardo, con accanto una giovinetta, che doveva essere una studentessa anche lei, bionda, bella, straniera all’aspetto: e dal modo con cui la guardava... - ah, Raffaella non poteva ingannarsi! - appariva chiaramente che n’era innamorato. E come gli sorrideva lei, pendendo quasi dagli occhi di lui...

Li aveva seguiti con lo sguardo fino in fondo alla corsia; poi era rimasta con gli occhi sbarrati levata su un gomito. Nannina, la sua vicina di letto, s’era messa a ridere.

- Che hai veduto?

- Nulla...

E aveva sorriso anche lei, riabbandonandosi sul letto, perché il cuore le batteva come volesse balzarle dal seno.

Era venuta poi la capo-sala a invitare Nannina a vestirsi, perché il professore la voleva di là per la lezione agli studenti.

- E che debbono farmi? - aveva domandato Nannina.

- Ti mangeranno! Che vuoi che ti facciano? - le aveva risposto quella. Tocca a te: toccherà anche alle altre. Tanto, tu domani andrai via.

Aveva tremato, dapprima, Raffaella al pensiero che potesse toccare anche a lei. Ah, così caduta, così derelitta, come ricomparirgli davanti, lì? Per certi falli, quando la bellezza sia sparita, né compatimento, né commiserazione.

Certo i compagni di Riccardo, vedendola così misera, lo avrebbero deriso:

- Come! Con quella lucertolina t’eri messo?

Non sarebbe stata una vendetta. Né lei, del resto, voleva vendicarsi.

Quando però, dopo circa mezz’ora, Nannina era ritornata al suo lettuccio aveva spiegato che cosa le avevano fatto di là e mostrato il corpo tutto segnato, Raffaella improvvisamente aveva cangiato idea; ed ecco, fremeva d’impazienza, ora, aspettando l’arrivo degli studenti.

Giunsero, alla fine, verso le dieci. C’era Riccardo e, come l’altro giorno accanto alla studentessa straniera. Si guardavano e si sorridevano.

- Mi vesto? - domandò Raffaella alla capo-sala, balzando a sedere tutt’accesa sul letto, appena quelli entrarono nella sala in fondo alla corsia.

- Ih che prescia! giù, - le impose la capo-sala, - aspetta prima che il professore dia l’ordine.

Ma Raffaella, come se colei le avesse detto: «Vestiti!» prese a vestirsi di nascosto.

Era già bella e pronta sotto le coperte, quando la capo-sala venne a chiamarla.

Pallida come una morta, convulsa in tutto il misero corpicino, sorridente, con gli occhi sfavillanti e i capelli che le cascavano da tutte le parti, entrò nella sala.

Riccardo Barni parlava con la giovine studentessa e non s’accorse in prima di lei, che - smarrita fra tanti giovani - lo cercava con gli occhi e non sentiva il medico primario, libero docente di semejotica, che le diceva:

- Qua, qua, figliuola!

Alla voce del professore, il Barni si voltò e vide Raffaella che lo fissava avvampata ora in volto: allibì; diventò pallidissimo; gli s’intorbidò la vista.

- Insomma! - gridò il professore. - Qua!

Raffaella sentì ridere tutti gli studenti e si riscosse vie più smarrita; vide che Riccardo si ritraeva in fondo alla sala, verso la finestra; si guardò attorno: sorrise nervosamente e domandò:

- Che debbo fare?

- Qua, qua, qua, stendetevi qua! - le ordinò il professore che stava a capo d’un tavolino, su cui era stesa una specie d’imbottita.

- Eccomi, sissignore! - s’affrettò a ubbidire Raffaella; ma siccome stentava a tirarsi su a sedere sul tavolino, sorrise di nuovo e disse: - Non ci arrivo

Uno studente la ajutò a montare. Seduta, prima di stendersi, guardò il professore, ch’era un bell’uomo, alto di statura, tutto raso, con gli occhiali d’oro, e gli disse, indicando la studentessa straniera:

- Se me lo facesse disegnare da lei...

Nuovo scoppio di risa degli studenti. Sorrise anche il professore:

- Perché? Ti vergogni?

- Nossignore. Ma sarei più contenta.

E si volse a guardare verso la finestra, là in fondo, ove Riccardo s’era rincantucciato, con le spalle volte alla sala.

La bionda studentessa seguì istintivamente quello sguardo. Aveva già notato l’improvviso turbamento del Barni. Ora s’accorse ch egli s’era ritirato là, e si turbò anche lei vivamente.

Ma il professore la chiamò:

- Su, dunque, a lei, signorina Orlitz. Contentiamo la paziente.

Raffaella si stese sul tavolino e guardò la studentessa che si sollevava 1a veletta su la fronte. Ah, com’era bella, bianca e delicata, con gli occhi celesti dolci dolci. Ecco, si liberava della mantella, prendeva il lapis dermografico, che il professore le porgeva e si chinava su lei per scoprirle, con mani non ben sicure, il seno.

Raffaella Òsimo serrò gli occhi per vergogna di quel suo misero seno, e sposto agli sguardi di tanti giovani, là, attorno al tavolino. Sentì posarsi una mano fredda sul cuore.

- Batte troppo... - disse subito, con spiccato accento esotico, la signorina, ritraendo la mano.

- Quant’è che siete all’ospedale? - domandò il professore.

Raffaella rispose, senza schiuder gli occhi; ma con le palpebre che le fervevano, nervosamente:

- Trentadue giorni. Son quasi guarita.

- Senta se c’è soffio anemico, - riprese il professore, porgendo alla studentessa lo stetoscopio.

Raffaella sentì sul seno il freddo dello strumento; poi la voce della signorina che diceva:

- Soffio, no... Palpitazione, troppo.

- Andiamo, faccia la percussione, - ingiunse allora il professore.

Ai primi picchi, Raffaella piegò da un lato la testa, strinse i denti e si provò ad aprire gli occhi: li richiuse subito, facendo un violento sforzo su se stessa per contenersi. Di tratto in tratto come la studentessa sospendeva un po’ la percussione per segnare sotto il dito medio una breve lineetta col lapis intinto in un bicchier d’acqua che uno studente lì presso reggeva, ella soffiava penosamente per le nari il fiato trattenuto.

Quanto durò quel supplizio? Ed egli era sempre là, presso la finestra... Perché non lo richiamava il professore? perché non lo invitava a vedere il cuore di lei, che la sua bionda compagna tracciava man mano su quello squallido seno, così ridotto per lui?

Ecco, finalmente la percussione era finita. Ora la studentessa congiungeva tutte le lineette per compire il disegno. Raffaella fu tentata di guardarselo, quel suo cuore, lì disegnato; ma, improvvisamente, non poté piú reggere; scoppiò in singhiozzi.

Il professore, seccato, la rimandò nella corsia, ordinando alla capo-sala d’introdurre un’altra inferma meno isterica e meno scema di quella.

La Òsimo sopportò in pace i rimbrotti della capo-sala e tornò al suo lettuccio ad aspettare, tutta tremante, che gli studenti uscissero dalla sala.

La avrebbe egli cercata con gli occhi, almeno, attraversando la corsia? Ma no, no: che importava piú a lei, ormai? Non avrebbe alzato nemmeno il capo per farsi scorgere. Egli non doveva piú vederla. Le bastava di avergli fatto conoscere come s’era ridotta per lui.

Prese con le mani tremanti la rimboccatura del lenzuolo e se la tirò sul volto, come se fosse morta.

Per tre giorni Raffaella Òsimo vigilò con attenta cura che il segno del cuore non le si cancellasse dal seno.

Uscita dall’ospedale, innanzi a un piccolo specchio nella sua povera cameretta, si confisse uno stiletto puntato contro la parete, là, nel bel mezzo del segno che la rivale ignara le aveva tracciato.

021  -  LA CASA DEL GRANELLA

I

I topi non sospettano l’insidia della trappola. Vi cascherebbero, se la sospettassero? Ma non se ne capacitano neppure quando vi son cascati. S’arrampicano squittendo sú per le gretole; cacciano il musetto aguzzo tra una gretola e l’altra; girano; rigirano senza requie, cercando l’uscita.

L’uomo che ricorre alla legge sa, invece, di cacciarsi in una trappola. Il topo vi si dibatte. L’uomo, che sa, sta fermo. Fermo, col corpo, s’intende. Dentro, cioè con l’anima, fa poi come il topo, e peggio.

E così facevano, quella mattina d’agosto, nella sala d’aspetto dell’avvocato Zummo i numerosi clienti, tutti in sudore, mangiati dalle mosche e dalla noja.

Nel caldo soffocante, la loro muta impazienza, assillata dai pensieri segreti, si esasperava di punto in punto. Fermi però, là, si lanciavano tra loro occhiatacce feroci.

Ciascuno avrebbe voluto tutto per sé, per la sua lite, il signor avvocato, ma prevedeva che questi, dovendo dare udienza a tanti nella mattinata, gli avrebbe accordato pochissimo tempo, e che, stanco, esausto dalla troppa fatica, con quella temperatura di quaranta gradi, confuso, frastornato dall’esame di tante questioni, non avrebbe piú avuto per il suo caso la solita lucidità di mente, il solito acume.

E ogni qualvolta lo scrivano, che copiava in gran fretta una memoria, col colletto sbottonato e un fazzoletto sotto il mento, alzava gli occhi all’orologio a pendolo, due o tre sbuffavano e piú d’una seggiola scricchiolava. Altri, già sfiniti dal caldo e dalla lunga attesa, guardavano oppressi le alte scansie polverose, sovraccariche d’incartamenti: litigi antichi, procedure, flagello e rovina di tante povere famiglie! Altri ancora, sperando di distrarsi, guardavano le finestre dalle stuoje verdi abbassate, donde venivano i rumori della via, della gente che andava spensierata e felice mentr’essi qua... auff! E con un gesto furioso scacciavano le mosche, le quali, poverine, obbedendo alla loro natura, si provavano a infastidirli un po’ piú e a profittare dell’abbondante sudore che l’agosto e il tormento smanioso delle brighe giudiziarie spremono dalle fronti e dalle mani degli uomini.

Eppure c’era qualcuno piú molesto delle mosche nella sala d’aspetto, quella mattina: il figlio dell’avvocato, brutto ragazzotto di circa dieci anni, il quale era certo scappato di soppiatto dalla casa annessa allo studio, senza calze, scamiciato, col viso sporco, per rallegrare i clienti di papà.

- Tu come ti chiami? Vincenzo? Oh che brutto nome! E questo ciondolo è d’oro? si apre? come si apre? e che c’è dentro? Oh, guarda... capelli... E di chi sono? e perché ce li tieni?

Poi, sentendo dietro l’uscio dello studio i passi di papà che veniva ad accompagnare fino alla porta qualche cliente di conto, si cacciava sotto il tavolino, tra le gambe dello scrivano. Tutti nella sala d’aspetto si levavano in piedi e guardavano con occhi supplici l’avvocato, il quale, alzando le mani, diceva, prima di rientrare nello studio:

- Un po’ di pazienza, signori miei. Uno per volta.

Il fortunato, a cui toccava, lo seguiva ossequioso e richiudeva l’uscio; per gli altri ricominciava piú smaniosa e opprimente l’attesa.

II

Tre soltanto, che parevano marito, moglie e figliuola, non davano alcun segno d’impazienza.

L’uomo, su i sessant’anni, aveva un aspetto funebre; non s’era voluto levar dal capo una vecchia tuba dalle tese piatte, spelacchiata e inverdita, forse per non scemar solennità all’abito nero, all’ampia, greve. antica finanziera, che esalava un odore acuto di naftalina

Evidentemente s’era parato così perché aveva stimato di non poterne fare a meno! venendo a parlare col signor avvocato.

Ma non sudava.

Pareva non avesse piú sangue nelle vene, tanto era pallido; e che avesse le gote e il mento ammuffiti, per una peluria grigia e rada che voleva esser barba. Aveva gli occhi strabi, chiari, accostati a un gran naso a scarpa; e sedeva curvo, col capo basso, come schiacciato da un peso insopportabile; le mani scarne, diafane, appoggiate al bastoncino.

Accanto a lui, la moglie aveva invece un atteggiamento fierissimo nella lampante balordaggine. Grassa, popputa, prosperosa, col faccione affocato e un po’ anche baffuto e un pajo d’occhi neri spalancati, volti al soffitto.

Con la figliuola, dall’altro lato, si ricascava nel medesimo squallore contegnoso del padre. Magrissima, pallida, con gli occhi strabi anche lei, sedeva come una gobbina. Tanto la figlia quanto il padre pareva non cascassero a terra perché nel mezzo avevano quel donnone atticciato che in qualche modo li teneva sú.

Tutti e tre erano osservati dagli altri clienti con intensa curiosità, mista d’una certa costernazione ostile, quantunque essi già tre volte, poverini, avessero ceduto il passo, lasciando intendere che avevano da parlare a lungo col signor avvocato.

Quale sciagura li aveva colpiti? Chi li perseguitava? L’ombra d’una morte violenta, che gridava loro vendetta? La minaccia della miseria?

La miseria, no, di certo. La moglie era sovraccarica d’oro: grossi orecchini le pendevano dagli orecchi; una collana doppia le stringeva il collo; un gran fermaglio a lagrimoni le andava sú e giú col petto, che pareva un mantice e una lunga catena le reggeva il ventaglio e tanti e tanti anelli massicci quasi le toglievano l’uso delle tozze dita sanguigne.

Ormai nessuno piú domandava loro il permesso di passare avanti: era già inteso ch’essi sarebbero entrati dopo di tutti. Ed essi aspettavano, pazientissimi, assorti, anzi sprofondati nel loro cupo affanno segreto. Solo, di tanto in tanto, la moglie si faceva un po’ di vento, e poi lasciava ricadere il ventaglio, e l’uomo si protendeva per ripetere alla figlia:

- Tinina, ricòrdati del ditale.

Piú d’un cliente aveva cercato di spingere il molestissimo figlio dell’avvocato verso quei tre; ma il ragazzo, aombrato da quel funebre squallore, s’era tratto indietro, arricciando il naso.

L’orologio a pendolo segnava già quasi le dodici, quando, andati via piú o meno soddisfatti tutti gli altri clienti, lo scrivano, vedendoli ancora lì immobili come statue, domandò loro:

- E che aspettano per entrare?

- Ah, - fece l’uomo, levandosi in piedi con le due donne. - Possiamo?

- Ma sicuro che possono! - sbuffò lo scrivano. - Avrebbero potuto già da tanto tempo! Si sbrighino, perché l’avvocato desina a mezzogiorno. Scusino, il loro nome?

L’uomo si tolse finalmente la tuba e, all’improvviso, scoprendo il capo calvo, scopri anche il martirio che quella terribile finanziera gli aveva fatto soffrire: infiniti rivoletti di sudore gli sgorgarono dal roseo cranio fumante e gl’inondarono la faccia esangue, spiritata. S’inchinò, sospirando il suo nome:

- Piccirilli Serafino.

III

L’avvocato Zummo credeva d’aver finito per quel giorno e rassettava le carte su la scrivania, per andarsene, quando si vide innanzi quei tre nuovi, ignoti clienti.

- Lor signori? - domandò di mala grazia.

- Piccirilli Serafino, - ripeté l’uomo funebre, inchinandosi piú profondamente e guardando la moglie e la figliuola per vedere come facevano la riverenza.

La fecero bene, e istintivamente egli accompagnò col corpo la loro mossa da bertucce ammaestrate.

- Seggano, seggano, - disse l’avvocato Zummo, sbarrando tanto d’occhi allo spettacolo di quella mimica. -- È tardi. Debbo andare.

I tre sedettero subito innanzi alla scrivania, imbarazzatissimi. La contrazione del timido sorriso, nella faccia cerea del Piccirilli, era orribile: stringeva il cuore. Chi sa da quanto tempo non rideva piú quel pover’uomo!

- Ecco, signor avvocato...

- Siamo venuti, - cominciò contemporaneamente la figlia.

E la madre, con gli occhi al soffitto, sbuffò:

- Cose dell’altro mondo!

- Insomma, parli uno, - disse Zummo, accigliato. - Chiaramente e brevemente. Di che si tratta?

- Ecco, signor avocato, - riprese il Piccirilli, dando un’ingollatina. - Abbiamo ricevuto una citazione.

- Assassinio, signor avvocato! - proruppe di nuovo la moglie.

- Mammà, - fece timidamente la figlia per esortarla a tacere o a parlar piú pacata.

Il Piccirilli guardò la moglie, e, con quella autorità che la meschinissima corporatura gli poteva conferire, aggiunse:

- Mararo’, ti prego parlo io. Una citazione, signor avvocato. Noi abbiamo dovuto lasciar la casa in cui abitavamo, perché...

- Ho capito. Sfratto? - domandò Zummo per tagliar corto.

- Nossignore, - rispose umilmente il Piccirilli. - Al contrario. Abbiamo pagato sempre la pigione, puntualmente, anticipata. Ce ne siamo andati da noi, contro la volontà del proprietario, anzi. E il proprietario ora ci chiama a rispettare il contratto di locazione e per di piú, responsabili di danni e interessi, perché, dice, la casa noi gliel’abbiamo infamata

- Come come? - fece Zummo, rabbujandosi e guardando, questa volta, la moglie. - Ve ne siete andati da voi; gli avete infamato la casa, e il proprietario... Non capisco Parliamoci chiaro, signori miei! L’avvocato è come il confessore. Commercio illecito?

- Nossignore! - s’affrettò a rispondere il Piccirilli, ponendosi le mani sul petto. - Che commercio? Niente! Noi non siamo commercianti. Solo tua moglie dà qualche cosina... così... in prestito, ma a un interesse...

- Onesto, ho capito!

- Creda, sissignore, consentito finanche dalla Santa Chiesa... Ma questo non c’entra. Il Granella, proprietario della casa, dice che noi gliel’abbiamo infamata, perché in tre mesi, in quella casa maledetta, ne abbiamo vedute di tutti i colori, signor avvocato! Mi vengono... mi vengono i brividi solo a pensarci!

- Oh Signore, scampatene e liberatene tutte le creature della terra! - esclamò con un formidabile sospiro la moglie levandosi in piedi levando le braccia e poi facendosi con la mano piena d’anelli il segno della croce.

La figlia, col capo basso e con le labbra strette, aggiunse:

- Una persecuzione... (Siedi, mammà).

- Perseguitati, sissignore! - rincalzò il padre. - (siedi, Mararo’!) Perseguitati, è la parola. Noi siamo stati per tre mesi perseguitati a morte in quella casa.

- Perseguitati da chi? - gridò Zummo, perdendo alla fine la pazienza.

- Signor avvocato, - riprese piano il Piccirilli, protendendosi verso la scrivania e ponendosi una mano presso la bocca, mentre con l’altra imponeva silenzio alle due donne. -  (Ssss...) Signor avvocato, dagli spiriti!

- Da chi? - fece Zummo, credendo d’aver sentito male.

- Dagli spiriti, sissignore! - raffermò forte, coraggiosamente, la moglie, agitando in aria le mani.

Zummo scattò in piedi, su le furie:

- Ma andate là! Non mi fate ridere! Perseguitati dagli spiriti? Io devo andare a mangiare, signori miei!

Quelli, allora, alzandosi anche loro, lo circondarono per trattenerlo, e presero a parlare tutti e tre insieme, supplici:

- Sissignore, sissignore! Vossignoria non ci crede? Ma ci ascolti... Spiriti, spiriti infernali! Li abbiamo veduti noi, coi nostri occhi. Veduti e sentiti... Siamo stati martoriati, tre mesi!

E Zummo, scrollandosi rabbiosamente:

- Ma andate, vi dico! Sono pazzie! Siete venuti da me? Al manicomio, al manicomio, signori miei!

- Me se ci hanno citato... - gemette a mani giunte il Piccirilli.

- Hanno fatto benone! - gli gridò Zummo sul muso.

- Che dice, signor avvocato? - s’intromise la moglie, scostando tutti. - È questa l’assistenza che Vossignoria presta alla povera gente perseguitata? Oh Signore! Vossignoria parla così perché non ha veduto come noi! Ci sono, creda pure, ci sono gli spiriti! ci sono! E nessuno meglio di noi lo può sapere!

- Voi li avete veduti? - le domandò Zummo con un sorriso di scherno.

- Sissignore. con gli occhi miei, - affermò, subito, non interrogato, il Piccirilli.

- Anch’io coi miei - aggiunse la figlia, con lo stesso gesto.

- Ma forse coi vostri! - non poté tenersi dallo sbuffare l’avvocato Zummo con gl’indici tesi verso i loro occhi strabi.

- E i miei. allora? - saltò a gridare la moglie, dandosi una manata furiosa sul petto e spalancando gli occhiacci. - Io ce li ho giusti, per grazia di Dio, e belli grossi, signor avvocato! E li ho veduti anch’io, sa, come ora vedo Lei.

- Ah sì? - fece Zummo. - Come tanti avvocati?

- E va bene! - sospirò la donna. - Vossignoria non ci crede; ma abbiamo tanti testimoni, sa? tutto il vicinato che potrebbe venire a deporre...

Zummo aggrottò le ciglia:

- Testimoni che hanno veduto?

- Veduto e udito, sissignore!

- Ma veduto... che cosa per esempio? - domandò Zummo, stizzito.

- Per esempio, seggiole muoversi, senza che nessuno le toccasse...

- Seggiole?

- Sissignore.

- Quella seggiola là, per esempio?

- Sissignore, quella seggiola là, mettersi a far le capriole per la stanza, come fanno i ragazzacci per istrada; e poi, per esempio... che debbo dire? un portaspilli, per esempio, di velluto, in forma di melarancia, fatto da mia figlia Tinina, volare dal cassettone su la faccia del povero mio marito, come lanciato... come lanciato da una mano invisibile; l’armadio a specchio scricchiolare e tremar tutto, come avesse le convulsioni, e dentro... dentro l’armadio, signor avvocato... mi s’aggricciano le carni solo a pensarci... risate!

- Risate! - aggiunse la figlia.

- Risate! - il padre

E la moglie, senza perder tempo, seguitò:

- Tutte queste cose, signor avvocato mio, le hanno vedute e udite le nostre vicine, che sono pronte, come le ho detto, a testimoniare. Noi abbiamo veduto e udito ben altro!

- Tinina, il ditale, - suggerì, a questo punto, il padre.

- Ah, sissignore, - prese a dire la figlia, riscotendosi con un sospiro. - Avevo un ditalino d’argento, ricordo della nonna, sant’anima! Lo guardavo, come la pupilla degli occhi. Un giorno, lo cerco nella tasca e non lo trovo! lo cerco per tutta la casa e non lo trovo. Tre giorni a cercarlo, che a momenti ci perdevo anche la testa. Niente! Quando una notte, mentre stavo a letto, sotto la zanzariera...

- Perché ci sono anche le zanzare, in quella casa, signor avvocato! - interruppe la madre.

- E che zanzare! - appoggiò il padre, socchiudendo gli occhi e tentennando il capo.

- Sento, - riprese la figlia, - sento qualcosa che salta sul cielo della zanzariera...

A questo punto il padre la fece tacere con un gesto della mano. Doveva attaccar lui. Era un pezzo concertato, quello.

- Sa, signor avvocato? tal quale come si fanno saltare le palle di gomma, che si dà loro un colpetto e rivengono alla mano.

- Poi, - seguitò la figlia, - come lanciato piú forte, il mio ditalino dal cielo della zanzariera va a schizzare al soffitto e casca per terra, ammaccato.

- Ammaccato - ripeté la madre.

E il padre:

- Ammaccato!

- Scendo dal letto, tutta tremante, per raccoglierlo e, appena mi chino, al solito, dal tetto...

- Risate, risate, risate... - terminò la madre.

L’avvocato Zummo restò a pensare, col capo basso e le mani dietro la schiena, poi si riscosse, guardò negli occhi i tre clienti, si grattò il capo con un dito e disse con un risolino nervoso:

- Spiriti burloni, dunque! Seguitate, seguitate... mi diverto.

- Burloni? Ma che burloni, signor avvocato! - ripigliò la donna. - Spiriti infernali, deve dire Vossignoria! Tirarci le coperte del letto; sederci su lo stomaco, la notte; percuoterci alle spalle; afferrarci per le braccia; e poi scuotere tutti i mobili, sonare i campanelli, come se, Dio liberi e scampi, ci fosse il terremoto; avvelenarci i bocconi, buttando la cenere nelle pentole e nelle casseruole... Li chiama burloni Lei? Non ci hanno potuto né il prete né l’acqua benedetta! Allora ne abbiamo parlato al Granella, scongiurandolo di scioglierci dal contratto, perché non volevamo morire là, dallo spavento, dal terrore... Sa che ci ha risposto quell’assassino? Storie! ci ha risposto. Gli spiriti? Mangiate, dice, buone bistecche, dice, e curatevi i nervi. Lo abbiamo invitato a vedere con gli occhi suoi, a sentir con le sue orecchie. Niente. Non ha voluto saperne; anzi ci ha minacciati: «Guardatevi bene» dice «dal farne chiasso, o vi fulmino!». Proprio così.

- E ci ha fulminato! - concluse il marito, scotendo il capo amaramente. - Ora, signor avvocato, noi ci mettiamo nelle sue mani. Vossignoria può fidarsi di noi: siamo gente dabbene: sapremo fare il nostro dovere.

L’avvocato Zummo finse, al solito, di non udire queste ultime parole: si stirò per un pezzo ora un baffo ora l’altro, poi guardò l’orologio. Era presso il tocco. La famiglia, di là, lo aspettava da un’ora per il desinare.

- Signori miei, - disse, - capirete benissimo che io non posso credere ai vostri spiriti. Allucinazioni... storielle da femminucce. Guardo il caso, adesso, dal lato giuridico. Voi dite d’aver veduto... non diciamo spiriti, per carità! dite d’avere anche testimoni, e va bene; dite che l’abitazione in quella casa vi era resa intollerabile da questa specie di persecuzione... diciamo, strana... ecco! Il caso è nuovo e speciosissimo; e mi tenta, ve lo confesso. Ma bisognerà trovare nel codice un qualche appoggio, mi spiego? un fondamento giuridico alla causa. Lasciatemi vedere, studiare, prima di prendermene l’accollo. Ora è tardi. Ritornate domani e vi saprò dare una risposta. Va bene così?

IV

Subito il pensiero di quella strana causa si mise a girar nella mente dell’avvocato Zummo come una ruota di molino. A tavola, non poté mangiare; dopo tavola, non poté riposare come soleva d’estate, ogni giorno, buttato sul letto

- Gli spiriti! - ripeteva tra sè di tratto in tratto; e le labbra gli s’aprivano a un sorriso canzonatorio, mentre davanti agli occhi gli si ripresentavano le comiche figure dei tre nuovi clienti, che giuravano e spergiuravano d’averli veduti.

Tante volte aveva sentito parlar di spiriti; e, per certi racconti delle serve, ne aveva avuto anche lui una gran paura, da ragazzo. Ricordava ancora le angosce che gli avevano strizzato il coricino atterrito nelle terribili insonnie di quelle notti lontane.

- L’anima! - sospirò a un certo punto, stirando le braccia verso il cielo della zanzariera, e lasciandole poi ricader pesantemente sul letto. - L’anima immortale... Eh già! Per ammetter gli spiriti bisogna presupporre l’immortalità dell’anima; c’è poco da dire. L’immortalità dell’anima... Ci credo, o non ci credo? Dico e ho detto sempre di no. Dovrei ora, almeno, ammettere il dubbio, contro ogni mia precedente asserzione. E che figura ci faccio? Vediamo un po’. Noi spesso fingiamo con noi stessi, come con gli altri. Io lo so bene. Sono molto nervoso e, qualche volta, sissignore, trovandomi solo io ho avuto paura. Paura di che? Non lo so. Ho avuto paura! Noi... ecco, noi temiamo di indagare il nostro intimo essere, perché una tale indagine potrebbe scoprirci diversi da quelli che ci piace di crederci o di esser creduti. Io non ho mai pensato sul serio a queste cose. La vita ci distrae. Faccende, bisogni, abitudini, tutte le minute brighe cotidiane non ci lasciano tempo di riflettere a queste cose, che pure dovrebbero interessarci sopra tutte le altre. Muore un amico? Ci arrestiamo là, davanti alla sua morte, come tante bestie, e preferiamo di volgere indietro il pensiero, alla sua vita, rievocando qualche ricordo, per vietarci di andar oltre con la mente, oltre il punto cioè che ha segnato per noi la fine del nostro amico. Buona notte! Accendiamo un sigaro per cacciar via col fumo il turbamento e la malinconia. La scienza s’arresta anch’essa, là, ai limiti della vita, come se la morte non ci fosse e non ci dovesse dare alcun pensiero. Dice: «Voi siete ancora qua; attendete a vivere, voialtri: l’avvocato pensi a far l’avvocato; l’ingegnere a far l’ingegnere...». E va bene! Io faccio l’avvocato. Ma ecco qua: l’anima immortale, i signori spiriti che fanno? vengono a bussare alla porta del mio studio: «Ehi, signor avvocato, ci siamo anche noi, sa? Vogliamo ficcare anche noi il naso nel suo codice civile! Voi, gente positiva, non volete curarvi di noi? Non volete piú darvi pensiero della morte? E noi, allegramente, dal regno della morte, veniamo a bussare alle porte dei vivi, a sghignazzar dentro gli armadii, a far rotolare sotto gli occhi vostri le seggiole, come se fossero tanti monellacci ad atterrir la povera gente e a mettere in imbarazzo, oggi, un avvocato che passa per dotto; domani, un tribunale chiamato a dar su noi una novissima sentenza... ».

L’avvocato Zummo lasciò il letto in preda a una viva eccitazione e rientrò nello studio per compulsare il codice civile.

Due soli articoli potevano offrire un certo fondamento alla lite: l’articolo 1575 e il 1577.

Il primo diceva:

Il locatore è tenuto per la natura del contratto e senza bisogno di speciale stipulazione.

1° a consegnare al conduttore la cosa locata.

2° a mantenerla in istato di servire all’uso per cui viene locata,

3° a garantirne al conduttore il pacifico godimento per tutto il tempo della locazione.

L’altro articolo diceva:

Il conduttore debb’essere garantito per tutti quei vizii o difetti della cosa locata che ne impediscano l’uso, quantunque non fossero noti al locatore al tempo della locazione. Se da questi vizii o difetti proviene qualche danno al conduttore il locatore è tenuto a farnelo indenne, salvo che provi d’averli ignorati.

Se non che, eccependo questi due articoli, non c’era via di mezzo, bisognava provare l’esistenza reale degli spiriti.

C’erano i fatti e c’erano le testimonianze. Ma fino a qual punto erano queste attendibili? e che spiegazione poteva dare la scienza di quei fatti?

L’avvocato Zummo interrogò di nuovo, minutamente, i Piccirilli; raccolse le testimonianze indicategli e, accettata la causa, si mise a studiarla appassionatamente.

Lesse dapprima una storia sommaria dello Spiritismo, dalle origini delle mitologie fino ai dì nostri, e il libro del Jacolliot su i prodigi del fachirismo; poi tutto quanto avevano pubblicato i piú illustri e sicuri sperimentatori, dal Crookes al Wagner, all’Aksakof; dal Gibier allo Zoellner al Janet, al de Rochas, al Richet, al Morselli; e con suo sommo stupore venne a conoscere che ormai i fenomeni così detti spiritici, per esplicita dichiarazione degli scienziati piú scettici e piú positivi, erano innegabili.

- Ah, perdio! - esclamò Zummo, già tutto acceso e vibrante. - Qua la cosa cambia d’aspetto!

Finché quei fenomeni gli erano stati riferiti da gentuccia come i Piccirilli e i loro vicini, egli, uomo serio, uomo colto, nutrito di scienza positiva, li aveva derisi e senz’altro respinti. Poteva accettarli? Seppure glieli avessero fatti vedere e toccar con mano avrebbe piuttosto confessato di essere un allucinato anche lui. Ma ora ora che li sapeva confortati dall’autorità di scienziati come il Lombroso, come il Richet, ah perdio, la cosa cambiava d’aspetto!

Zummo, per il momento, non pensò piú alla lite dei Piccirilli, e si sprofondò tutto, a mano a mano sempre piú convinto e con fervore crescente, ne’ nuovi studii.

Da un pezzo non trovava piú nell’esercizio dell’avvocatura, che pur gli aveva dato qualche soddisfazione e ben lauti guadagni, non trovava piú nella vita ristretta di quella cittaduzza di provincia nessun pascolo intellettuale, nessuno sfogo a tante scomposte energie che si sentiva fremere dentro, e di cui egli esagerava a se stesso l’intensità, esaltandole come documenti del proprio valore, via! quasi sprecato lì, tra le meschinità di quel piccolo centro. Smaniava da un pezzo, scontento di sè, di tutto e di tutti; cercava un puntello, un sostegno morale e intellettuale, una qualche fede, sì, un pascolo per l’anima, uno sfogo per tutte quelle energie. Ed ecco, ora, leggendo quei libri... Perdio! Il problema della morte, il terribile essere o non essere d’Amleto, la terribile questione era dunque risolta? Poteva l’anima d’un trapassato tornare per un istante a «materializzarsi» e venire a stringergli la mano? Sì, a stringere la mano a lui, Zummo, incredulo, cieco fino a ieri, per dirgli: - Zummo, sta’ tranquillo; non ti curare piú delle miserie di codesta tua meschinissima vita terrena! C’è ben altro, vedi? ben altra vita tu vivrai un giorno! Coraggio! Avanti!

Ma Serafino Piccirilli veniva anche lui, ora con la moglie ora con la figliuola, quasi ogni giorno, a sollecitarlo, a raccomandarglisi.

- Studio! studio! - rispondeva loro Zummo, su le furie. - Non mi distraete, perdio! state tranquilli; sto pensando a voi.

Non pensava piú a nessuno, invece. Rinviava le cause, rimandava anche tutti gli altri clienti.

Per debito di gratitudine, tuttavia, verso quei poveri Piccirilli, i quali, senza saperlo, gli avevano aperto innanzi allo spirito la via della luce, si risolse alla fine a esaminare attentamente il loro caso.

Una grave questione gli si parò davanti e lo sconcertò non poco su le prime. In tutti gli esperimenti, la manifestazione dei fenomeni avveniva costantemente per la virtú misteriosa d’un medium. Certo, uno dei tre Piccirilli doveva esser medium senza saperlo. Ma in questo caso il vizio non sa ebbe stato piú della casa del Granella, bensì degli inquilini; e tutto il processo crollava. Però, ecco, se uno dei Piccirilli era medium senza saperlo, la manifestazione dei fenomeni non sarebbe avvenuta anche nella nuova casa presa da essi in affitto? Invece, no! E anche nelle case precedentemente abitate i Piccirilli assicuravano d’esser stati sempre tranquilli. Perché dunque nella sola casa del Granella si erano verificate quelle paurose manifestazioni? Evidentemente, doveva esserci qualcosa di vero nella credenza popolare delle case abitate dagli spiriti. E poi c’era la prova di fatto. Negando nel modo piú assoluto la dote della medianità alla famiglia Piccirilli, egli avrebbe dimostrato falsa la spiegazione biologica, che alcuni scienziati schizzinosi avevan tentato di dare dei fenomeni spiritici. Che biologia d’Egitto! Bisognava senz’altro ammettere l’ipotesi metafisica. O che era forse medium, lui, Zummo? Eppure parlava col tavolino. Non aveva mai composto un verso in vita sua; eppure il tavolino gli parlava in versi, coi piedi. Che biologia d’Egitto!

Del resto, giacché a lui piú che la causa dei Piccirilli premeva ormai d’accertare la verità, avrebbe fatto qualche esperimento in casa dei suoi clienti.

Ne parlò ai Piccirilli; ma questi si ribellarono, impauriti. Egli allora s’inquietò e diede loro a intendere che quell’esperimento era necessario, per la lite, anzi imprescindibile! Fin dalle prime sedute, la signorina Piccirilli, Tinina, si rivelò un medium portentoso. Zummo, convulso, coi capelli irti su la fronte, atterrito e beato, potè assistere a tutte, o quasi, le manifestazioni piú stupefacenti registrate e descritte nei libri da lui letti con tanta passione. La causa crollava, è vero; ma egli, fuori di sé, gridava ai suoi clienti a ogni fine di seduta:

- Ma che ve n’importa, signori miei? Pagate, pagate... Miserie! Sciocchezze! Qua, perdio, abbiamo la rivelazione dell’anima immortale!

Ma potevano quei poveri Piccirilli condividere questo generoso entusiasmo del loro avvocato? Lo presero per matto. Da buoni credenti, essi non avevano mai avuto il minimo dubbio su l’immortalità delle loro afflitte e meschine animelle. Quegli esperimenti, a cui si prestavano da vittime, per obbedienza, sembravano loro pratiche infernali. E invano Zummo cercava di rincorarli. Fuggendo dalla casa del Granella, essi credevano d’essersi liberati dalla tremenda persecuzione; e ora, nella nuova casa, per opera del signor avvocato, eccoli di nuovo in commercio coi demonii, in preda ai terrori di prima! Con voce piagnucolosa scongiuravano l’avvocato di non farne trapelar nulla, di quelle sedute, di non tradirli, per carità!

- Ma va bene, va bene! - diceva loro Zummo, sdegnato - Per chi mi prendete? per un ragazzino? State tranquilli, signori miei! Io esperimento qua, per conto mio. L’uomo di legge, poi, saprà fare il suo dovere in tribunale, che diamine! Sosterremo il vizio occulto della casa, non dubitate!

V

Lo sostenne, difatti, il vizio occulto della casa, ma senz’alcun calore di convinzione, certo com’era ormai della medianità della signorina Piccirilli.

Invece sbalordì i giudici, i colleghi, il pubblico che stipava l’aula del tribunale, con una inaspettata, estrosa, fervida professione di fede. Parlò di Allan Kardech come d’un novello messia; definì lo spiritismo la religione nuova dell’umanità; disse che la scienza co’ suoi saldi ma freddi ordigni, col suo formalismo troppo rigoroso aveva sopraffatto la natura; che l’albero della vita allevato artificialmente dalla scienza, aveva perduto il verde, s’era isterilito o dava frutti che imbozzacchivano e sapevano di cenere e tosco, perché nessun calore di fede piú li maturava. Ma ora, ecco, il mistero cominciava a schiudere le sue porte tenebrose: le avrebbe spalancate domani! Intanto, da questo primo spiraglio all’umanità sgomenta, in angosciosa ansia, venivano ombre ancora incerte e paurose a rivelare il mondo di là: strane luci, strani segni...

E qui l’avvocato Zummo, con drammaticissima eloquenza, entrò a parlare delle piú meravigliose manifestazioni spiritiche, attestate, controllate, accettate dai piú grandi luminari della scienza: fisici, chimici, psicologi, fisiologi, antropologi, psichiatri; soggiogando e spesso atterrendo addirittura il pubblico che ascoltava a bocca aperta e con gli occhi spalancati.

Ma i giudici, purtroppo, si vollero tenere terra terra, forse per reagire ai voli troppo sublimi dell’avvocato difensore. Con irritante presunzione, sentenziarono che le teorie, tuttora incerte, dedotte dai fenomeni così detti spiritici, non erano ancora ammesse e accettate dalla scienza moderna, eminentemente positiva; che, del resto, venendo a considerar piú da vicino il processo, se per l’articolo 1575 il locatore è tenuto a garantire al conduttore il pacifico godimento della cosa locata, nel caso in esame, come avrebbe potuto il locatore stesso garantir la casa dagli spiriti, che sono ombre vaganti e incorporee? come scacciare le ombre? E, d’altra parte, riguardo all’articolo 1577, potevano gli spiriti costituire uno di quei vizii occulti che impediscono l’uso dell’abitazione? Erano forse ingombranti? E quali rimedii avrebbe potuto usare il locatore contro di essi? Senz’altro, dunque, dovevano essere respinte le eccezioni dei convenuti.

Il pubblico, commosso ancora e profondamente impressionato dalle rivelazioni dell’avvocato Zummo, disapprovò unanimemente questa sentenza, che nella sua meschinità, pur presuntuosa sonava come un’irrisione. Zummo inveì contro il tribunale con tale scoppio d’indignazione che per poco non fu tratto in arresto. Furibondo, sottrasse alla commiserazione generale i Piccirilli, proclamandoli in mezzo alla folla plaudente martiri della nuova religione.

Il Granella intanto, proprietario della casa, gongolava di gioia maligna

Era un omaccione di circa cinquant’anni, adiposo e sanguigno. Con le mani in tasca, gridava forte a chiunque volesse sentirlo, che quella sera stessa sarebbe andato a dormire nella casa degli spiriti - solo! Solo, solo, sì, perché la vecchia serva che stava da tant’anni con lui, grazie all’infamia dei Piccirilli, lo aveva piantato, dichiarandosi pronta a servirlo dovunque, foss’anche in una grotta, tranne che in quella povera casa infamata da quei signori là. E non gli era riuscito di trovare in tutto il paese un’altra serva o un servo che fosse, i quali avessero il coraggio di stare con lui. Ecco il bel servizio che gli avevano reso quegli impostori! E una casa perduta, come andata in rovina!

Ma ora egli avrebbe dimostrato a tutto il paese che il tribunale, condannando alle spese e al risarcimento dei danni quegli imbecilli, gli aveva reso giustizia. Là, egli solo! Voleva vederli in faccia questi signori spiriti!

E sghignazzava.

VI

La casa sorgeva nel quartiere piú alto della città, in cima al colle.

La città aveva lassú una porta, il cui nome arabo, divenuto stranissimo nella pronunzia popolare: Bibirrìa, voleva dire Porta dei Venti.

Fuori di questa porta era un largo spiazzo sterrato; e qui sorgeva solitaria la casa del Granella. Dirimpetto aveva soltanto un fondaco abbandonato, il cui portone imporrito e sgangherato non riusciva più a chiudersi bene, e dove solo di tanto in tanto qualche carrettiere s’avventurava a passar la notte a guardia del carro e della mula.

Un solo lampioncino a petrolio stenebrava a mala pena, nelle notti senza luna, quello spiazzo sterrato. Ma, a due passi, di qua dalla porta, il quartiere era popolatissimo, oppresso anzi di troppe abitazioni.

La solitudine della casa del Granella non era dunque poi tanta, e appariva triste (piú che triste, ora, paurosa) soltanto di notte. Di giorno, poteva essere invidiata da tutti coloro che abitavano in quelle case ammucchiate. Invidiata la solitudine, e anche la casa per se stessa, non solo per la libertà della vista e dell’aria, ma anche per il modo com’era fabbricata, per l’agiatezza e i comodi che offriva, a molto minor prezzo di quelle altre, che non ne avevano né punto né poco.

Dopo l’abbandono del Piccirilli, il Granella l’aveva rimessa tutta a nuovo; carte da parato nuove; pavimenti nuovi, di mattoni di Valenza; ridipinti i soffitti; rinverniciati gli usci, le finestre, i balconi e le persiane. Invano! Erano venuti tanti a visitarla, per curiosità; nessuno aveva voluto prenderla in affitto. Ammirandola, così pulita, così piena d’aria e di luce, pensando a tutte le spese fatte, quasi quasi il Granella piangeva dalla rabbia e dal dolore.

Ora egli vi fece trasportare un letto, un cassettone, un lavamano e alcune seggiole, che allogò in una delle tante camere vuote; e, venuta la sera, dopo aver fatto il giro del quartiere per far vedere a tutti che manteneva la parola, andò a dormire solo in quella sua povera casa infamata.

Gli abitanti del quartiere notarono che s’era armato di ben due pistole. E perché?

Se la casa fosse stata minacciata dai ladri, eh, quelle armi avrebbero potuto servirgli, ed egli avrebbe potuto dire che se le portava per prudenza. Ma contro gli spiriti, caso mai, a che gli sarebbero servite? Uhm!

Aveva tanto riso, là, in tribunale, che ancora nel faccione sanguigno aveva l’impronta di quelle risa.

In fondo in fondo, però... ecco, una specie di vellicazione irritante allo stomaco se la sentiva, per tutti quei discorsi che si erano fatti, per tutte quelle chiacchiere dell’avvocato Zummo.

Uh, quanta gente. anche gente per bene, spregiudicata, che in presenza sua aveva dichiarato piú volte di non credere a simili fandonie, ora, prendendo ardire dalla fervida affermazione di fede dell’avvocato Zummo e dall’autorità dei nomi citati e dalle prove documentate, non s’era messa di punto in bianco a riconoscere che... sì, qualche cosa di vero infine poteva esserci, doveva esserci, in quelle esperienze... (ecco, esperienze ora, non piú fandonie!).

Ma che piú? Uno degli stessi giudici, dopo la sentenza, uscendo dal tribunale, s’era avvicinato all’avvocato Zummo che aveva ancora un diavolo per capello, e - sissignori aveva ammesso anche lui che non pochi fatti riferiti in certi giornali, col presidio di insospettabili testimonianze di scienziati famosi, lo avevano scosso, sicuro! E aveva narrato per giunta che una sua sorella, maritata a Roma, fin da ragazza, una o due volte l’anno, di pieno giorno, trovandosi sola, era visitata, com’ella asseriva, da un certo ometto rosso misterioso, che le confidava tante cose e le recava finanche doni curiosi...

Figurarsi Zummo, a una tale dichiarazione, dopo la sentenza contraria! E allora quel giudice imbecille s’era stretto nelle spalle e gli aveva detto:

- Ma capirà, caro avvocato, allo stato delle cose...

Insomma, tutta la cittadinanza era rimasta profondamente scossa dalle affermazioni e dalle rivelazioni di Zummo. E Granella ora si sentiva solo: solo e stizzito, come se tutti lo avessero abbandonato, vigliaccamente.

La vista dello sterrato deserto, dopo il quale l’alto colle su cui sorge la città strapiomba in rigidissimo pendio su un’ampia vallata, con quell’unico lampioncino, la cui fiammella vacillava come impaurita dalla tenebra densa che saliva dalla valle, non era fatta certamente per rincorare un uomo dalla fantasia un po’ alterata. Né poté rincorarlo poi di piú il lume d’una sola candela stearica la quale - chi sa perché - friggeva ardendo, come se qualcuno vi soffiasse sù per spegnerla. (Non s’accorgeva Granella che aveva un ansito da cavallo, e che soffiava lui, con le nari, su la candela.)

Attraversando le molte stanze vuote silenziose rintronanti per entrare in quella nella quale aveva allogato i pochi mobili, tenne fisso lo sguardo su la fiamma tremolante riparata con una mano, per non veder l’ombra del proprio corpo mostruosamente ingrandita, fuggente lungo le pareti e sul pavimento.

Il letto, le seggiole, il cassettone, il lavamano gli parvero come sperduti in quella camera rimessa a nuovo. Posò la candela sul cassettone, vietandosi di allungar lo sguardo all’uscio, oltre al quale le altre camere vuote eran rimaste buje. Il cuore gli batteva forte. Era tutto in un bagno di sudore.

Che fare adesso? Prima di tutto, chiudere quell’uscio e metterci il paletto. Sì, perché sempre, per abitudine, prima d’andare a letto, egli si chiudeva così, in camera. È vero che, di là, adesso, non c’era nessuno, ma... l’abitudine, ecco! E perché intanto aveva ripreso in mano la candela per andare a chiudere quell’uscio nella stessa stanza? Ah... già, distratto!...

Non sarebbe stato bene, ora, aprire un tantino il balcone? Auff! si soffocava dal caldo, là dentro... E poi, c’era ancora un tanfo di vernice... Sì, sì, un tantino, il balcone. E nel mentre che la camera prendeva un po’ d’aria, egli avrebbe rifatto il letto con la biancheria che s’era portata

Così fece. Ma appena steso il primo lenzuolo su le materasse, gli parve di sentire come un picchio all’uscio. I capelli gli si drizzarono su la fronte, un brivido gli spaccò le reni, come una rasoiata a tradimento. Forse il pomo della lettiera di ferro aveva urtato contro la parete? Attese un po’, col cuore in tumulto. Silenzio. Ma gli parve misteriosamente animato, quel silenzio...

Granella raccolse tutte le forze, aggrottò le ciglia, cavò dalla cintola una delle pistole riprese in mano la candela, riaprì l’uscio e, coi capelli che gli fremevano sul capo, gridò:

- Chi è là?

Rimbombò cupamente il vocione nelle vuote camere. E quei rimbombo, fece indietreggiare il Granella. Ma subito egli si riprese: batté un piede; avanzò il braccio con la pistola impugnata. Attese un tratto, poi si mise a ispezionare dalla soglia quella camera accanto.

C’era solamente una scala, in quella camera, appoggiata alla parete di contro: la scala di cui s’erano serviti gli operai per riattaccar la carta da parato nelle stanze. Nient’altro. Ma sì, via, non ci poteva esser dubbio: il pomo della lettiera aveva urtato contro la parete.

E Granella rientrò nella camera, ma con le membra d’un subito rilassate e appensatite così, che non poté piú per il momento rimettersi a fare il letto. Prese una seggiola e andò a sedere al balcone, al fresco.

- Zrì!

Accidenti al pipistrello! Ma riconobbe subito, eh, che quello era uno strido di pipistrello attirato dal lume della candela che ardeva nella camera. E rise Granella della paura che, questa volta, non aveva avuto, e alzò gli occhi per discerner nel buio lo svolazzìo del pipistrello. In quel mentre, gli giunse all’orecchio dalla camera uno scricchiolio. Ma riconobbe subito ugualmente che quello scricchiolio era della carta appiccicata di fresco alle pareti, e ci si divertì un mondo! Ah, erano uno spasso gli spiriti, a quella maniera... Se non che, nel voltarsi, così sorridente, a guardar dentro la camera, vide... - non comprese bene, che fosse, in prima: balzò in piedi, esterrefatto; s’afferrò, rinculando, alla ringhiera del balcone. Una lingua spropositata, bianca, s’allungava silenziosamente lungo il pavimento, dall’uscio dell’altra camera, rimasto aperto!

Maledetto, maledetto, maledetto! un rotolo di carta da parato un rotolo di carta da parato che gli operai forse avevano lasciato lì in capo a quella scala... Ma chi lo aveva fatto precipitare di là e poi scivolare così, svolgendosi, lungo il pavimento di due stanze, imbroccando perfettamente l’uscio aperto?

Granella non poté piú reggere Rientrò con la sedia; richiuse di furia il balcone; prese il cappello la candela, e scappò via, giú per la scala. Aperto pian piano il portone, guardò nello sterrato. Nessuno! Tirò a sé il portone e, rasentando il muro della casa, sgattaiolò per il viottolo fuori delle mura al bujo.

Che doveva perderci la salute, lui, per amor della casa? Fantasia alterata, sì; non era altro... dopo tutte quelle chiacchiere... Gli avrebbe fatto bene passare una notte all’aperto, con quel caldo. La notte, del resto, era brevissima. All’alba, sarebbe rincasato. Di giorno, con tutte le finestre aperte, non avrebbe avuto piú, di certo, quella sciocchissima paura; e, venendo di nuovo la sera, avendo già preso confidenza con la casa, sarebbe stato tranquillo, senza dubbio, che diamine! Aveva fatto male, ecco, ad andarci a dormire, così, in prima, per una bravata. Domani sera...

Credeva il Granella che nessuno si fosse accorto della sua fuga. Ma in quel fondaco dirimpetto alla casa, un carrettiere era ricoverato quella sera, che lo vide uscire con tanta paura e tanta cautela, e lo vide poi rientrare ai primi albori. Impressionato del fatto e di quei modi, costui ne parlò nel vicinato con alcuni che, il giorno avanti, erano andati a testimoniare in favore dei Piccirilli. E questi testimonii allora si recarono in gran segreto dall’avvocato Zummo ad annunziargli la fuga del Granella spaventato.

Zummo accolse la notizia con esultanza.

- Lo avevo previsto! - gridò loro, con gli occhi che gli schizzavano fiamme. - Vi giuro, signori miei, che lo avevo previsto! E ci contavo Farò appellare i Piccirilli, e mi avvarrò di questa testimonianza dello stesso Granella! A noi, adesso! Tutti d’accordo, ohé, signori miei!

Complottò subito, per quella notte stessa, l’agguato. Cinque o sei, con lui, cinque o sei: non si doveva essere in piú! Tutto stava a cacciarsi in quel fondaco, senza farsi scorgere dal Granella. E zitti per carità! Non una parola con nessuno, durante tutta la giornata.

- Giurate!

- Giuriamo’

Piú viva soddisfazione di quella non poteva dare a Zummo l’esercizio della sua professione d’avvocato! Quella notte stessa, poco dopo le undici, egli sorprese il Granella che usciva scalzo dal portone della sua casa, proprio scalzo quella notte, in maniche di camicia, con le scarpe e la giacca in una mano, mentre con l’altra si reggeva su la pancia i calzoni che, sopraffatto dal terrore, non era riuscito ad abbottonarsi.

Gli balzò addosso, dall’ombra, come una tigre, gridando: - Buon passeggio, Granella!

Il pover’uomo, alle risa sgangherate degli altri appostati si lasciò cader le scarpe di mano, prima una e poi l’altra e restò, con le spalle al muro, avvilito, basito addirittura.

- Ci credi ora, imbecille, all’anima immortale? - ruggì Zummo, scrollandolo per il petto. - La giustizia cieca ti ha dato ragione. Ma tu ora hai aperto gli occhi. Che hai visto? Parla!

Ma il povero Granella, tutto tremante, piangeva, e non poteva parlare.

022  -  Fuoco alla paglia

Non avendo piú nessuno a cui comandare, Simone Lampo aveva preso da un pezzo l’abitudine di comandare a se stesso. E si comandava a bacchetta:

- Simone, qua! Simone, là!

S’imponeva apposta, per dispetto del suo stato, le faccende piú ingrate. Fingeva talvolta di ribellarsi per costringersi a obbedire, rappresentando a un tempo le due parti in commedia. Diceva, per esempio, rabbioso:

- Non lo voglio fare!

- Simone, ti bastono. T’ho detto, raccogli quel concime! No?

Pum... S’appioppava un solennissimo schiaffo. E raccoglieva il concime.

Quel giorno, dopo la visita al poderetto, l’unico che gli fosse restato di tutte le terre che un tempo possedeva (appena due ettari di terra, abbandonati lassú, senza custodia d’alcun villano), si comandò di sellar la vecchia asinella, con la quale soleva pur fare, ritornando al paese, i piú speciosi discorsi.

L’asinella, drizzando ora questa ora quella orecchia spelata, pareva gli prestasse ascolto, paziente, non ostante un certo fastidio, che da qualche tempo il padrone le infliggeva e ch’essa non avrebbe saputo precisare: qualcosa che, nell’andare, le sbatteva dietro, sotto la coda.

Era un cestello di vimini, senza manico, legato con due lacci al posolino della sella e sospeso sotto la coda alla povera bestia, per raccogliervi e conservare belle calde, fumanti, le pallottole di fimo, ch’essa altrimenti avrebbe seminato lungo la strada.

Tutti ridevano vedendo quella vecchia asinella col cestino dietro, lì pronto al bisogno; e Simone Lampo ci scialava.

Era ben noto alla gente del paese con quale e quanta liberalità fosse un tempo vissuto e in che conto avesse tenuto il denaro. Ma ora, ecco, era andato a scuola dalle formiche, le quali, b-a-ba, b-a-ba, gli avevano insegnato questo espediente per non perdere neanche quel po’ di fimo buono a ingrassar la terra! Sissignori!

- Sú, Nina, sú, làsciati mettere questa bella gala qua! Che siamo piú noi, Nina? Tu niente e io nessuno. Buoni soltanto da far ridere il paese. Ma non te ne curare. Ci restano ancora a casa qualche centinaio d’uccellini. Cïo-cïo-cïo-cïo... Non vorrebbero essere mangiati! Ma io me li mangio: e tutto il paese ride. Viva l’allegria!

Alludeva a un’altra sua bella pensata, che poteva veramente fare il pajo col cestello appeso sotto la coda dell’asina.

Mesi addietro aveva finto di credere che avrebbe potuto novamente arricchire con la cultura degli uccelli. E aveva fatto delle cinque stanze della sua casa in paese tutt’una gabbia (per cui era detta la gabbia del matto), riducendosi a vivere in due stanzette del piano superiore con la scarsa suppellettile scampata al naufragio delle sue sostanze e con gli usci, gli scuri e le invetriate delle finestre e dei finestroni, che aveva chiuso, per dar aria agli uccelli, con ingraticolati.

Dalla mattina alla sera, dalle cinque stanze da basso venivan sú, con gran delizia di tutto il vicinato, ringhii e strilli e cìnfoli e squittii, chioccolio di merli, spincionar di fringuelli; un cinguettio, un passeraio fitto, continuo, assordante.

Da parecchi giorni però, sfiduciato del buon esito di quel negozio, Simone Lampo mangiava uccellini a tutto pasto, e aveva distrutto lì, nel poderetto, l’apparato di reti e di canne, con cui aveva preso, a centinaia e centinaia, quegli uccellini.

Sellata l’asina, cavalcò e si mise in via per il paese.

Nina non avrebbe affrettato il passo, neanche se il padrone la avesse tempestata di nerbate. Pareva glielo facesse apposta, per fargli assaporar meglio con la lentezza del suo andare i tristi pensieri che, a suo dire, gli nascevano anche per colpa di lei, di quel tentennio del capo, cioè, ch’essa gli cagionava con la sua andatura. Sissignori. A forza di far così e così con la testa, guardando attorno dall’alto della sua groppa la desolazione dei campi che s’incupiva a mano a mano sempre piú con lo spegnersi degli ultimi barlumi crepuscolari, non poteva fare a meno di mettersi a commiserar la sua rovina.

Lo avevano rovinato le zolfare.

Quante montagne sventrate per il miraggio del tesoro nascosto! Aveva creduto di scoprire dentro ogni montagna una nuova California. Californie da per tutto! Buche profonde fino a duecento, a trecento metri, buche per la ventilazione, impianti di macchine a vapore, acquedotti per la eduzione delle acque e tante e tante altre spese per uno straterello di zolfo, che non metteva conto, alla fine, di coltivare. E la triste esperienza fatta piú volte, il giuramento di non cimentarsi mai piú in altre imprese, non eran valsi a distoglierlo da nuovi tentativi, finché non s’era ridotto, com’era adesso, quasi al lastrico. E la moglie lo aveva abbandonato, per andare a convivere con un suo fratello ricco, poiché l’unica figlia era andata a farsi monaca per disperata.

Era solo, adesso, senza neanche una servaccia in casa; solo e divorato da un continuo orgasmo, che gli faceva commettere tutte quelle follie.

Lo sapeva, sì: era cosciente delle sue follie; le commetteva apposta, per far dispetto alla gente che, prima, da ricco, lo aveva tanto ossequiato, e ora gli voltava le spalle e rideva di lui. Tutti! tutti ridevano di lui e lo sfuggivano; nessuno che volesse dargli aiuto, che gli dicesse: - Compare, che fate? venite qua: voi sapete lavorare, avete lavorato sempre, onestamente; non fate piú pazzie; mettetevi con me a una buona impresa! - Nessuno.

E la smania, l’interno rodìo, in quell’abbandono, in quella solitudine agra e nuda, crescevano e lo esasperavano sempre piú.

L’incertezza di quella sua condizione era la sua maggiore tortura. Sì perché non era piú né ricco, né povero. Ai ricchi non poteva piú accostarsi, e i poveri non lo volevano riconoscere per compagno, per via di quella casa in paese e di quel poderetto lassú. Ma che gli fruttava la casa? Niente. Tasse, gli fruttava. E quanto al poderetto, ecco qua: c’era, per tutta ricchezza, un po’ di grano che, mietuto fra pochi giorni, gli avrebbe dato, sì e no, tanto da pagare il censo alla mensa vescovile. Che gli restava dunque, per mangiare? Quei poveri uccellini, là... E che pena, anche questa! Finché s’era trattato di prenderli, per tentare un negozio da far ridere la gente, transeat; ma ora, scender giú nel gabbione, acchiapparli, ucciderli e mangiarseli...

- Sú Nina, su! Dormi, stasera? Sú!

Maledetta la casa e maledetto il podere, che non lo lasciavano essere neanche povero bene, povero e pazzo, lì, in mezzo a una strada, povero senza pensieri, come tanti ne conosceva e per cui, nell’esasperazione in cui si trovava, sentiva un’invidia angosciosa.

Tutt’a un tratto Nina s’impuntò con le orecchie tese.

- Chi è là? - gridò Simone Lampo.

Sul parapetto d’un ponticello lungo lo stradone gli parve di scorgere, nel buio, qualcuno sdraiato.

- Chi è là?

Colui che stava lì sdraiato alzò appena il capo ed emise come un grugnito.

- Oh tu Nàzzaro! Che fai lì?

- Aspetto le stelle.

- Te le mangi?

- No: le conto.

- E poi?

Infastidito da quelle domande, Nàzzaro si rizzò a sedere sul parapetto e gridò iroso, tra il fitto barbone abbatuffolato:

- Don Simo’, andate, non mi seccate! Sapete bene che a quest’ora non negozio piú; e con voi non voglio discorrere!

Così dicendo, si sdraiò di nuovo, a pancia all’aria sul parapetto in attesa delle stelle.

Quando aveva guadagnato quattro soldi, o strigliando due bestie o accudendo a qualche altra faccenda, purché spiccia, Nàzzaro diventava padrone del mondo. Due soldi di pane e due soldi di frutta. Non aveva bisogno d’altro. E se qualcuno gli proponeva di guadagnarsi, oltre a quei quattro soldi, per qualche altra faccenda, una o magari dieci lire, rifiutava, rispondendo sdegnosamente a quel suo modo:

- Non negozio piú!

E si metteva a vagar per le campagne o lungo la spiaggia del mare o su per i monti. S’incontrava da per tutto, e dove meno si sarebbe aspettato, scalzo, silenzioso, con le mani dietro la schiena e gli occhi chiari, invagati e ridenti.

- Ve ne volete andare, insomma, sì o no? - gridò levandosi di nuovo a sedere sul parapetto, piú iroso, vedendo che quello s’era fermato con l’asina a contemplarlo.

- Non mi vuoi neanche tu? - disse allora Simone Lampo, scotendo il capo. - Eppure, va’ là, che potremmo far bene il pajo, noi due.

- Col demonio, voi, il pajo! - borbottò Nàzzaro, tornando a sdrajarsi. - Siete in peccato mortale, ve l’ho detto!

- Per quegli uccellini?

- L’anima, l’anima, il cuore... non ve lo sentite rodere, il cuore? Sono tutte quelle creature di Dio, che vi siete mangiate! Andate... Peccato mortale!

- Arrì, - disse Simone Lampo all’asinello.

Fatti pochi passi, s’arrestò di nuovo, si voltò indietro e chiamò:

- Nàzzaro!

Il vagabondo non gli rispose.

- Nàzzaro. - ripeté Simone Lampo. - Vuoi venire con me a liberare gli uccelli?

Nàzzaro si rizzò di scatto. - Dite davvero?

- Sì.

- Volete salvarvi l’anima? Non basta. Dovreste dar fuoco anche alla paglia!

- Che paglia?

- A tutta la paglia! - disse Nàzzaro, accostandosi, rapido e leggero come un’ombra

Posò una mano sul collo dell’asina, l’altra su una gamba di Simone Lampo e, guardandolo negli occhi, tornò a domandargli:

- Vi volete salvar l’anima davvero?

Simone Lampo sorrise e gli rispose:

- Sì.

- Proprio davvero? Giuratelo! Badate, io so quello che ci vorrebbe per voi. Studio la notte, e so quello che ci vorrebbe, non per voi soltanto, ma anche per tutti i ladri, per tutti gl’impostori che abitano laggiú, nel nostro paese; quello che Dio dovrebbe fare per la loro salvazione e che fa, presto o tardi, sempre: non dubitate! Dunque, volete davvero liberare gli uccelli?

- Ma sì, te l’ho detto.

- E fuoco alla paglia?

- E fuoco alla paglia!

- Va bene. Vi prendo in parola. Andate avanti e aspettatemi. Devo ancora contare fino a cento.

Simone Lampo riprese la via, sorridendo e dicendo a Nàzzaro:

- Bada, t’aspetto.

S’intravedevano ormai laggiú, lungo la spiaggia, i lumi fiochi del paesello. Da quella via su l’altipiano marnoso che dominava il paese, si spalancava nella notte la vacuità misteriosa del mare, che faceva apparir piú misero quel gruppetto di lumi laggiú.

Simone Lampo trasse un profondo sospiro e aggrottò le ciglia. Salutava ogni volta così, da lontano, l’apparizione di quei lumi.

C’eran due pazzi patentati per gli uomini che stavano laggiú, oppressi, ammucchiati: lui e Nàzzaro. Bene: ora si sarebbero messi insieme, per accrescere l’allegria del paese! Libertà agli uccellini e fuoco alla paglia! Gli piaceva questa esclamazione di Nàzzaro; e se la ripeté con crescente soddisfazione parecchie volte prima di giungere al paese.

- Fuoco alla paglia!

Gli uccellini, a quell’ora, dormivano tutti, nelle cinque stanze del piano di sotto. Quella sarebbe stata per loro l’ultima notte da passar lì. Domani, via! Liberi. Una gran volata! E si sarebbero sparpagliati per l’aria; sarebbero ritornati ai campi, liberi e felici. Sì, era una vera crudeltà, la sua. Nàzzaro aveva ragione. Peccato mortale! Meglio mangiar pane asciutto, e lì.

Legò l’asina nella stalluccia e, con la lucernetta a olio in mano, andò su ad aspettar Nàzzaro, che doveva contare, come gli aveva detto, fino a cento stelle. - Matto! Chi sa perché? Ma era forse una divozione...

Aspetta e aspetta, Simone Lampo cominciò ad aver sonno. Altro che cento stelle! Dovevano esser passate piú di tre ore. Mezzo firmamento avrebbe potuto contare... Via! Via! Forse glie l’aveva detto per burla, che sarebbe venuto. Inutile aspettarlo ancora. E si disponeva a buttarsi sul letto, così vestito, quando sentì bussare forte all’uscio di strada.

Ed ecco Nàzzaro, ansante e tutto ilare e irrequieto.

- Sei venuto di corsa?

- Sì. Fatto!

- Che hai fatto?

- Tutto. Ne parleremo domani, don Simo’! Sono stanco morto.

Si buttò a sedere su una seggiola e cominciò a stropicciarsi le gambe con tutt’e due le mani, mentre gli occhi d’animale forastico gli brillavano d’un riso strano, abbozzato appena sulle labbra di tra il folto barbone.

- Gli uccelli? - domandò.

- Giú. Dormono.

- Va bene. Non avete sonno voi?

- Si. T’ho aspettato tanto...

- Prima non ho potuto. Coricatevi. Ho sonno anch’io, e dormo qua, su questa seggiola. Sto bene, non v’incomodate! Ricordatevi che siete ancora in peccato mortale! Domani compiremo l’espiazione.

Simone Lampo lo mirava dal letto, appoggiato su un gomito; beato. Quanto gli piaceva quel matto vagabondo! Gli era passato il sonno, e voleva seguitare la conversazione.

- Perché conti le stelle, Nàzzaro, di’?

- Perché mi piace contarle. Dormite!

- Aspetta. Dimmi: sei contento tu?

- Di che? - domandò Nàzzaro, levando la testa, che aveva già affondata tra le braccia appoggiate al tavolino.

- Di tutto, - disse Simone Lampo. - Di vivere così...

- Contento? Tutti in pena siamo, don Simo’! Ma non ve n’incaricate. Passerà! Dormiamo.

E riaffondò la testa tra le braccia.

Simone Lampo sporse il capo per spegnere la candela: ma, sul punto, trattenne il fiato. Lo costernava un po’ l’idea di restare al buio con quel matto là

- Di’, Nàzzaro: vorresti rimanere sempre con me?

- Sempre non si dice. Finché volete. Perché no?

- E mi vorrai bene?

- Perché no? Ma, né voi padrone, né io servo. Insieme. Vi sto appresso da un pezzo, sapete? So che parlate con l’asina e con voi stesso; e ho detto tra me: la sorba si matura. Ma non mi volevo accostare a voi, perché avevate gli uccelli prigionieri in casa. Ora che m’avete detto di voler salvare l’anima, starò con voi finché mi vorrete. Intanto, v’ho preso in parola, e il primo passo è fatto. Buona notte.

- E il rosario, non te lo dici? Parli tanto di Dio!

- Me lo son detto. È in cielo il mio rosario. Un’avemaria per ogni stella.

- Ah, le conti per questo?

- Per questo. Buona notte.

Simone Lampo, rassodato da queste parole. spense la candela E poco dopo, tutti e due dormivano.

All’alba, i primi cinguetti degli uccelli imprigionati svegliarono subito il vagabondo, che dalla seggiola s’era buttato a dormire in terra. Simone Lampo, che a quei cinguettii era già avvezzo, ronfava ancora.

Nàzzaro andò a svegliarlo.

- Don Simo’, gli uccelli ci chiamano.

- Ah, già! - fece Simone Lampo, destandosi di soprassalto e sgranando tanto d’occhi alla vista di Nàzzaro.

Non si ricordava piú di nulla. Condusse il compagno nell’altra stanzetta e, sollevata la caditoia su l’assito, scesero entrambi la scala di legno della cateratta e pervennero nel piano di sotto, intanfato dello sterco di tutte quelle bestioline e di rinchiuso.

Gli uccelli, spaventati, presero tutti insieme a strillare, levandosi con gran tumulto d’ali verso il tetto.

- Quanti! quanti! - esclamò Nàzzaro, pietosamente, con le lagrime agli occhi. - Povere creature di Dio!

- E ce n’erano di piú! - esclamò Simone Lampo, tentennando il capo.

- Meritereste la forca, don Simo’! - gli gridò quello mostrandogli le pugna. - Non so se basterà l’espiazione che v’ho fatto fare! Sú. andiamo! Bisognerà mandarli tutti in una stanza, prima.

- Non ce n’è bisogno. Guarda! - disse Simone Lampo. afferrando un fascio di cordicelle che, per un congegno complicatissimo, tenevano aderenti ai vani delle finestre e dei finestroni gli ingraticolati.

Vi si appese e giú! Gl’ingraticolati, alla strappata, precipitarono tutt’insieme con fracasso indiavolato.

- Cacciamo via, ora! cacciamo via! Libertà! Libertà! Sciò! sciò! sciò!

Gli uccelli, da piú mesi lì imprigionati, in quel subitaneo scompiglio, sgomenti, sospesi sul fremito delle ali, non seppero in prima spiccare il volo: bisognò che alcuni, piú animosi! s’avventassero via, come frecce, con uno strido di giubilo e di paura insieme; seguiron gli altri, cacciati, a stormi, a stormi, in gran confusione, e si sparpagliarono dapprima, come per rimettersi un po’ dallo stordimento, su gli scrimoli dei tetti, su le torrette dei camini, su i davanzali delle finestre, su le ringhiere dei balconi del vicinato, suscitando giú, nella strada, un gran clamore di meraviglia, a cui Nàzzaro, piangente dalla commozione, e Simone Lampo rispondevano seguitando a gridare per le stanze ormai vuote:

- Sciò, sciò! Libertà! Libertà!

S’affacciarono quindi anch’essi a godere dello spettacolo della via invasa da tutti quegli uccellini liberati alla nuova luce dell’alba. Ma già qualche finestra si schiudeva; qualche ragazzo, qualche donna tentavano, ridendo di ghermire questo o quell’uccellino: e allora Nàzzaro, furibondo, protese le braccia e cominciò a sbraitare come un ossesso:

- Lasciate! Non v’arrischiate! Ah, mascalzone! ah! ladra di Dio! Lasciateli andare!

Simone Lampo cercò di calmarlo:

- Va’ là! Sta’ tranquillo, che non si lasceranno piú prendere ormai...

Ritornarono al piano di sopra, sollevati e contenti. Simone Lampo s’accostò a un fornelletto per accendere il fuoco e fare il caffè; ma Nàzzaro lo trasse di furia per un braccio.

- Che caffè, don Simo’! Il fuoco è già acceso. L’ho acceso io stanotte. Su, corriamo a vedere l’altra volata di là!

- L’altra volata? - gli domandò Simone Lampo, stordito. -  Che volata?

- Una di qua, e una di là’ - disse Nàzzaro. - L’espiazione, per tutti gli uccelli che vi siete mangiati. Fuoco alla paglia non ve l’ho detto? Andiamo a sellare l’asina, e vedrete.

Simone Lampo vide passarsi come una vampa davanti agli occhi. Temette d’intendere. Afferrò Nàzzaro per le braccia e, scotendolo, gli gridò:

- Che hai fatto?

- Ho bruciato il grano del vostro podere, - gli rispose tranquillamente Nàzzaro.

Simone Lampo allibì, dapprima; poi, trasfigurato dall’ira, si lanciò contro il matto.

- Tu! Il grano? Assassino! Dici davvero? M’hai bruciato il grano?

Nàzzaro lo respinse con una bracciata furiosa.

- Don Simo’ a che gioco giochiamo? Di quanti parlari siete? Fuoco alla paglia, mi avete detto. E io ho dato fuoco alla paglia, per l’anima vostra!

- Ma io ti mando ora in galera! - ruggì Simone Lampo.

Nàzzaro ruppe in una gran risata, e gli disse chiaro e tondo:

- Pazzo siete! L’anima, eh? Così ve la volete salvare l’anima? Niente, don Simo’! Non ne facciamo niente.

- Ma tu m’hai rovinato, assassino! - gridò con altro tono di voce Simone Lampo, quasi piangente, ora. - Potevo figurarmi che tu intendessi dir questo? bruciarmi il grano? E come faccio ora? Come pago il censo alla mensa vescovile? il censo che grava sul podere?

Nàzzaro lo guardò con aria di compatimento sdegnoso:

- Bambino! Vendete la casa, che non vi serve a nulla, e liberate del censo il podere. È presto fatto.

-  Si, - sghignò Simone Lampo. - E intanto che mangio io là, senza uccelli e senza grano?

- A questo ci penso io, - gli rispose con placida serietà Nàzzaro. - Non devo star con voi? Abbiamo l’asina; abbiamo la terra; zapperemo e mangeremo. Coraggio, don Simo’!

Simone Lampo rimase stupito a mirare la fiducia serena di quel matto, ch’era rimasto innanzi a lui con una mano alzata a un gesto di noncuranza sdegnosa e un bel riso d’arguta spensieratezza negli occhi chiari e tra il folto barbone abbatuffolato.

023  -  LA FEDELTÀ DEL CANE

Mentre donna Giannetta, ancora in sottana, e con le spalle e le braccia scoperte e un po’ anche il seno (piú d’un po’, veramente) si acconciava i bei capelli corvini seduta innanzi alla specchiera, il marchese don Giulio del Carpine finiva di fumarsi una sigaretta, sdrajato sulla poltrona a piè del letto disfatto, ma con tale cipiglio, che in quella sigaretta pareva vedesse e volesse distruggere chi sa che cosa, dal modo come la guardava nel togliersela dalle labbra, dalla rabbia con cui ne aspirava il fumo e poi lo sbuffava. D’improvviso si rizzò sulla vita e disse scrollando il capo:

- Ma no, via, non è possibile!

Donna Giannetta si voltò sorridente a guardarlo, con le belle braccia levate e le mani tra i capelli, come donna che non tema di mostrar troppo del proprio corpo.

- Ancora ci pensi?

- Perché non c’è logica! - scattò egli, alzandosi, stizzito. - Tra me e... coso, e Lulú, via, non tocca a dirlo a me...

Donna Giannetta chinò il capo da una parte e stette così a osservar don Giulio di sotto il braccio come per farne una perizia disinteressata prima di emettere un giudizio Poi, comicamente, quasiché la coscienza proprio non le permettesse di concedere senza qualche riserva, sospirò:

- Eh, secondo...

- Ma che secondo, fa’ il piacere!

- Secondo, secondo, caro mio, - ripeté allora senz’altro donna Giannetta.

Del Carpine scrollò le spalle e si mosse per la camera.

Quand’aveva la barba era veramente un bell’uomo; alto di statura, ferrigno. Ma ora tutto raso per obbedire alla moda, con quel mento troppo piccolo e quel naso troppo grosso, dire che fosse bello, via, non si poteva piú dire, soprattutto perché pareva che lui lo pretendesse, anche così con la barba rasa, anzi appunto perché se l’era rasa.

- La gelosia, del resto, - sentenziò - non dipende tanto dalla poca stima che l’uomo ha della donna o viceversa, quanto dalla poca stima che abbiamo di noi stessi. E allora...

Ma guardandosi per caso le unghie, perdette il filo del discorso, e fissò donna Giannetta, come se avesse parlato lei e non lui. Donna Giannetta, che se ne stava ancora alla specchiera, con le spalle voltate, lo vide nello specchio, e con una mossetta degli occhi gli domandò:

- E allora... che cosa?

- Ma sì, è proprio questo! Nasce da questo! - riprese lui, con rabbia. - Da questa poca stima di noi, che ci fa credere, o meglio, temere di non bastare a riempiere il cuore o la mente, a soddisfare i gusti o i capricci di chi amiamo; ecco!

- Oh, - fece allora lei, con un respiro di sollievo. -  E tu non l’hai, di te?

- Che cosa?

- Cotesta poca stima che dici.

- Non l’ho, non l’ho, non l’ho, se mi paragono con... coso, con Lulú; ecco!

- Povero Lulú mio! - esclamò allora donna Giannetta, rompendo in una sua abituale risatina, ch’era come una cascatella gorgogliante.

- Ma tua moglie? - domandò poi. - Bisognerebbe ora vedere che stima ha di te tua moglie.

- Oh senti! - s’affrettò a risponderle don Giulio, infiammato. - Non posso in nessun modo crederla capace di preferirmi...

- Coso!

- Non c’è logica! non c’è logica! Mia moglie sarà... sarà come tu vuoi; ma intelligente è. Di noi, ch’io sappia, non sospetta. Perché lo farebbe? E con Lulú, poi?

Donna Giannetta, finito d’acconciarsi i capelli, si levò dalla specchiera.

- Tu insomma, - disse, - difendi la logica. La tua, però. Prendimi il copribusto, di là. Ecco, sì, codesto, grazie. Non la logica di tua moglie, caro mio. Come ragionerà Livia? Perché Lulù è affettuoso, Lulú è prudente, Lulú è servizievole... E mica tanto sciocco poi, sai? Guarda: io, per esempio, non ho il minimo dubbio che lui...

- Ma va’! - negò recisamente don Giulio, dando una spallata. - Del resto, che sai tu? chi te l’ha detto?

- Ih, - fece donna Giannetta, appressandoglisi, prendendolo per le braccia e guardandolo negli occhi. - Ti alteri? Ti turbi sul serio? Ma scusa, è semplicemente ridicolo... mentre noi, qua...

- Non per questo! - scattò Del Carpine, infocato in volto. - Non ci so credere, ecco! Mi pare impossibile, mi pare assurdo che Livia...

- Ah sì? Aspetta, - lo interruppe donna Giannetta.

Gli tese prima il copribusto di nansouk, perch’egli l’ajutasse a infilarselo, poi andò a prendere dalla mensola una borsetta, ne trasse un cartoncino filettato d’oro, strappato dal taccuino, e glielo porse.

Vi era scritto frettolosamente a matita un indirizzo: Via Sardegna, 96

- Se vuoi, per pura curiosità...

Don Giulio del Carpine restò a guardarla, stordito, col pezzettino di carta in mano.

- Come... come l’hai scoperto?

- Eh, - fece donna Giannetta, stringendosi nelle spalle e socchiudendo maliziosamente gli occhi. - Lulú è prudente, ma io... Per la nostra sicurezza... Caro mio, tu badi troppo a te... Non ti sei accorto, per esempio, com’io da qualche tempo venga qua e ne vada via piú tranquilla?

- Ah... - sospirò egli astratto, turbato. - E Livia dunque...? Via Sardegna: sarebbe una traversa di Via Veneto?

- Sì: numero 96, una delle ultime case, in fondo. C’è sotto uno studio di scultura, preso anche a pigione da Lulú. Ah! ah! ah! Te lo figuri Lulú... scultore?

Rise forte, a lungo. Rise altre volte, a scatti, mentre finiva di vestirsi, per le comiche immagini che le suscitava il pensiero di Lulú, suo marito, scultore in una scuola di nudo, con Livia del Carpine per modella. E guardava obliquamente don Giulio, che s’era seduto di nuovo su la poltrona, col cartoncino arrotolato fra le dita. Quando fu pronta, col cappellino in capo e la veletta abbassata, si guardò allo specchio, di faccia, di fianco, poi disse:

- Non bisogna presumer troppo di sè, caro! Io ci ho piacere, per il povero Lulú, e anche per me... Anche tu, del resto, dovresti esserne contento.

Scoppiò di nuovo a ridere, vedendo la faccia che lui le faceva; e corse a sederglisi su le ginocchia e a carezzarlo:

- Véndicati su me, via, Giugiú! Come sei terribile. Ma chi la fa l’aspetta, caro: proverbio! Poiché Lulú è contento, noi adesso...

- Io voglio prima accertarmene, capisci? - diss’egli duramente, con un moto di rabbia mal represso, quasi respingendola.

Donna Giannetta si levò subito in piedi, risentita, e disse fredda fredda:

- Fa’ pure. Addio, eh?

Ma s’affrettò a levarsi anche lui pentito. L’espansione d’affetto a cui stava per abbandonarsi gli fu però interrotta dalla stizza persistente. Tuttavia disse:

- Scusami, Gianna... Mi... mi hai frastornato, ecco. Sì, hai ragione. Dobbiamo vendicarci bene. Piú mia, piú mia, piú mia...

E la prese, così dicendo, per la vita e la strinse forte a sé.

- No... Dio... mi guasti tutta di nuovo! - gridò lei, ma contenta, cercando d’opporsi con le braccia.

Poi lo baciò pian piano, teneramente da dietro la veletta, e scappò via.

Giugiú del Carpine, aggrottato e con gli occhi fissi nel vuoto, rimase a raschiarsi le guance rase con le unghie della mano spalmata sulla bocca.

Si riscosse come punto da un improvviso ribrezzo per quella donna che aveva voluto morderlo velenosamente, così, per piacere.

Contenta ne era: ma non per la loro sicurezza. No! contenta di non esser sola; e anche (ma sì, lo aveva detto chiaramente) per aver punito la presunzione di lui. Senza capire, imbecille, che se lei, avendo Lulú per marito, poteva in certo qual modo avere una scusa al tradimento, Livia no, perdio, Livia no!

S’era fisso ormai questo chiodo, e non si poteva dar pace.

Dell’onestà di sua moglie, come di quella di tutte le donne in genere, non aveva avuto mai un gran concetto. Ma uno grandissimo ne aveva di sé, della sua forza, della sua prestanza maschile; e riteneva perciò, fermamente, che sua moglie...

Forse però poteva essersi messa con Lulú Sacchi per vendetta.

Vendetta?

Ma Dio mio, che vendetta per lei? Avrebbe fatto, se mai, quella di Lulú Sacchi, non già la sua, mettendosi con un uomo che valeva molto meno di suo marito.

Già! Ma non s’era egli messo scioccamente con una donna che valeva senza dubbio molto meno di sua moglie?

Ecco allora perché Lulú Sacchi mostrava di curarsi così poco del tradimento di donna Giannetta. Sfido! Erano suoi tutti i vantaggi di quello scambio. Anche quello d’aver acquistato, dalla relazione di lui con donna Giannetta, il diritto d’esser lasciato in pace. Il danno e le beffe, dunque. Ah, no, perdio! no, e poi no!

Uscì, pieno d’astio e furioso. Tutto quel giorno si dibatté tra i piú opposti propositi, perché piú ci pensava, piú la cosa gli pareva inverosimile. In sei anni di matrimonio aveva sperimentato sua moglie, se non al tutto insensibile, certo non molto proclive all’amore. Possibile che si fosse ingannato così?

Stette tutto quel giorno fuori; rincasò a tarda notte per non incontrarsi con sua moglie. Temeva di tradirsi, quantunque dicesse ancora a se stesso che, prima di credere, voleva vedere.

Il giorno dopo si svegliò fermo finalmente in questo proposito di andare a vedere.

Ma, appena sulle mosse, cominciò a provare un’acre irritazione; avvilimento e nausea.

Perché, dato il caso che il tradimento fosse vero, che poteva far lui? Nulla. Fingere soltanto di non sapere. E non c’era il rischio d’imbattersi nell’uno o nell’altra, per quella via? Forse sarebbe stato piú prudente andar prima, di mattina, a veder soltanto quella casa, far le prime indagini e deliberare quindi sul posto ciò che gli sarebbe convenuto di fare.

Si vestì in fretta; andò. Vide così la casa al numero 96, la quale aveva realmente al pianterreno lo studio di scultura, per cui donna Giannetta aveva tanto riso. La verità di questa indicazione gli rimescolò tutto il sangue, come se essa importasse di conseguenza la prova del tradimento. Dal portone d’una casa dirimpetto, un po’ piú giú si fermò a guardare le finestre di quella casa e a domandarsi quali fossero quelle del quartierino appigionato da Lulú. Pensò infine che quel portone, non guardato da nessuno, poteva essere per lui un buon posto da vedere senz’esser visto, quando, a tempo debito, sarebbe venuto a spiare.

Conoscendo le abitudini della moglie, le ore in cui soleva uscir di casa, argomentò che il convegno con l’amante poteva aver luogo o alla mattina, fra le dieci e le undici o nel pomeriggio poco dopo le quattro. Ma piú facilmente di mattina. Ebbene, poiché era lì, perché non rimanerci? Poteva darsi benissimo che gli riuscisse di togliersi il dubbio quella mattina stessa. Guardò l’orologio; mancava poco piú di un’ora alle dieci. Impossibile star lì fermo, in quel portone, tanto tempo Poiché lì vicino c’era l’entrata a Villa Borghese da Porta Pinciana: ecco, si sarebbe recato a passeggiare a Villa Borghese per un’oretta.

Era una bella mattinata di novembre, un po’ rigida.

Entrato nella Villa, don Giulio vide nella prossima pista due ufficiali d’artiglieria insieme con due signorine, che parevano inglesi, sorelle, bionde e svelte nelle amazzoni grige, con due lunghi nastri scarlatti annodati attorno al colletto maschile. Sotto gli occhi di don Giulio essi presero tuttte quattro a un tempo la corsa, come per una sfida. E don Giulio si distrasse: scese il ciglio del viale, s’appressò alla pista per seguir quella corsa e notò subito, con l’occhio esperto, che il cavallo, un sauro, montato dalla signorina che stava a destra, buttava male i quarti anteriori. I quattro scomparvero nel giro della pista. E don Giulio rimase lì a guardare, ma dentro di sè: sua moglie, donna Livia, su un grosso baio focoso. Nessuna donna stava così bene in sella, come sua moglie. Era veramente un piacere vederla. Cavallerizza nata! E con tanta passione pei cavalli, così nemica dei languori femminili, s’era andata a mettere con quel Lulú Sacchi frollo, melenso?... Era da vedere, via!

Girò, astratto, assorto, pe’ viali, dove lo portavano i piedi A un certo punto consultò l’orologio e s’affrettò a tornare indietro. S’eran fatte circa le dieci, perbacco! e diventava quasi un’impresa, ora, traversare Via Sardegna per arrivare a quel portone là in fondo. Certo sua moglie non sarebbe venuta dalla parte di Via Veneto, ma da laggiú, per una traversa di Via Boncompagni. C’era però il rischio che di qua venisse Lulú e lo scorgesse.

Simulando una gran disinvoltura, senza voltarsi indietro, ma allungando lo sguardo fin in fondo alla via, Del Carpine andava con un gran batticuore che, dandogli una romba negli orecchi, quasi gli toglieva il senso dell’udito. Man mano che inoltrava, l’ansia gli cresceva. Ma ecco il portone: ancora pochi passi... E don Giulio stava per trarre un gran respiro di sollievo, sgattaiolando dentro il portone, quando...

- Tu, qua?

Trasecolò. Lulú Sacchi era lì anche lui, nello stesso portone. Curvo, carezzava un cagnolino lungo lungo, basso basso, di pelo nero; e quel cagnolino gli faceva un mondo di feste, tutto fremente, e si storcignava, si allungava, grattando con le zampetto su le gambe di lui, o saltava per arrivare a lambirgli il volto. Ma non era Liri, quello? Sì, Liri, il cagnolino di sua moglie.

Lulú era pallido, alterato dalla commozione; aveva gli occhi pieni di lagrime, evidentemente per le feste che gli faceva il cagnolino quella bestiola buona, quella bestiola cara, che lo conosceva bene e gli era fedele, ah esso sì, esso sì! non come quella sua padronaccia, donna indegna, donna vile, sì, sì, o buon Liri, anche vile, vile; perché una donna che si porta nel quartierino pagato dal proprio amante un altro amante, il quale dov’essere per forza un miserabile, un farabutto, un mascalzone, questa donna, o buon Liri, è vile, vile, vile.

Così diceva fra sè Lulú Sacchi, carezzando il cagnolino e piangendo dall’onta e dal dolore, prima che Giulio del Carpine entrasse nel portone, dove anche lui era venuto ad appostarsi.

Per un equivoco preso dalla vecchia serva che si recava dopo i convegni a rassettare il quartierino, Lulú aveva scoperto quell’infamia di donna Livia; e, venendo ad appostarsi, aveva trovato per istrada Liri, smarrito evidentemente dalla padrona nella fretta di salir su al convegno.

La presenza del cagnolino lì in quella strada, aveva dato la prova a Lulú Sacchi che il tradimento era vero, era vero! Anche lui non aveva voluto crederci; ma con piú ragione, lui, perché veramente una tale indegnità passava la parte. E adesso si spiegava perchè ella non aveva voluto ch’egli tenesse la chiave del quartierino e se la fosse tenuta lei, invece, costringendolo ogni volta ad aspettare lì, nello studio di scultura, ch’ella venisse. Oh com’era stato imbecille, stupido, cieco!

Tutto intanto poteva aspettarsi il povero Lulú, tranne che don Giulio del Carpine venisse a sorprenderlo nel suo agguato.

I due uomini si guardarono, allibiti. Lulú Sacchi non pensò che aveva gli occhi rossi di pianto, ma istintivamente, poiché le lagrime gli si erano raggelate sul volto in fiamme, se le portò via con due dita e, alla prima domanda lanciata nello stupore da don Giulio: Tu qua! rispose balbettando e aprendo le labbra a uno squallido sorriso:

- Eh?... già... sì.... a-aspettavo...

Del Carpine guardò, accigliato, il cane.

- E Liri?

Lulú Sacchi chinò gli occhi a guardarlo, come se non lo avesse prima veduto, e disse:

- Già... Non so... si trova qui...

Di fronte a quella smarrita scimunitaggine, don Giulio ebbe come un fremito di stizza; scese sul marciapiede della via e guardò in sè, al numero del portone.

- Insomma è qua? Dov’è?

- Che dici? - domandò Lulú Sacchi ancora col sorriso squallido su le labbra, ma come se non avesse piú una goccia di sangue nelle vene.

Del Carpine lo guardò con gli occhi invetrati.

- Chi aspettavi tu qua?

- Un... un mio amico - balbettò Lulú. - È... è andato sú...

- Con Livia, - domandò Del Carpine.

- No! Che dici? - fece Lulú Sacchi, smorendo vieppiú.

- Ma se Liri è qua...

- Già è qua; ma ti giuro che io l’ho proprio trovato per istrada, - disse col calore della verità Lulú Sacchi, infoscandosi a un tratto.

- Qua? per istrada? - ripeté Del Carpine, chinandosi verso il cane. - Sai tu dunque la strada, eh, Liri? Come mai? Come mai?

La povera bestiola, sentendo la voce del padrone insolitamente carezzevole, fu presa da un subita gioia; gli si slanciò su le gambe, dimenandosi tutta; cominciò a smaniare con le zampette; s’allungò, guajolando; poi s’arrotolò per terra e, quasi fosse improvvisamente impazzita, si mise a girare, a girar di furia per l’androne; poi a spiccar salti addosso al padrone, addosso a Lulú, abbajando forte, ora, come se, in quel suo delirio d’affetto, in quell’accensione della istintiva fedeltà, volesse uniti quei due uomini, fra i quali non sapeva come spartire la sua gioia e la sua devozione.

Era davvero uno spettacolo commoventissimo la fedeltà di questo cane d’una donna infedele, verso quei due uomini ingannati. L’uno e l’altro, ora, per sottrarsi al penosissimo imbarazzo in cui si trovavano così di fronte, si compiacevano molto della festa frenetica ch’esso faceva loro; e presero ad aizzarlo con la voce, col frullo delle dita: - « Qua, Liri! » - « Povero Liri! » - ridendo tutti e due convulsamente.

A un tratto però Liri s’arrestò, come per fiuto improvviso: andò su la soglia del portone, vi si acculò un po’, sospeso, inquieto, guardando nella via, con le due orecchie tese e la testina piegata da una parte, quindi spiccò la corsa precipitosamente

Don Giulio sporse il capo a guardare, e vide allora sua moglie che svoltava dalla via, seguita dal cagnolino. Ma sentì afferrarsi per un braccio da Lulú Sacchi, il quale - pallido, stravolto, fremente - gli disse:

- Aspetta! Lasciami vedere con chi...

- Come! - fece don Giulio, restando.

Ma Lulú Sacchi non ragionava piú; lo strappò indietro, ripetendo:

- Lasciami vedere, ti dico! Sta’ zitto..

Vide Liri, che s’era fermato all’angolo della via, perplesso, come tenuto tra due, guardando verso il portone, in attesa. Poco dopo, dalla porta segnata col numero 96 uscì un giovanottone su i vent’anni, tronfio, infocato in volto, con un pajo di baffoni in su, inverosimili.

- Il Toti! - esclamò allora Lulú Sacchi, con un ghigno orribile, che gli contraeva tutto il volto; e, senza lasciare il braccio di don Giulio, aggiunse: - Il Toti, capisci? Un ragazzaccio! Uno studentello! Capisci, che fa tua moglie? Ma gliel’accomodo io, adesso! Lasciami fare... Hai visto? E ora basta, Giulio! Basta per tutti, sai?

Don Giulio del Carpine rimase come intronato. Eh che? Due, dunque? Lulú messo da parte, oltrepassato? lì, un altro, nello stesso - quartierino? Un giovinastro... Sua moglie! E come mai Lulú?.. Dunque, stava ad aspettare anche lui?... E quel cagnolino smarrito lì, in mezzo alla via, confuso... eh sfido!... tra tanti... E aveva fatto le feste anche a lui... carino... carino... carino...

- Ah! - fece don Giulio, scrollandosi tutto dalla nausea, dal ribrezzo, ma pur con un segreto compiacimento che, per Lulú almeno, era come aveva detto lui: che veramente, cioè, sua moglie non aveva potuto prenderlo sul serio, e lo aveva ingannato, ecco qua; e non solo, ma anche schernito! anche schernito!

Cavò il fazzoletto e si stropicciò le mani che la bestiola devota gli aveva lambite; se le stropicciò forte forte forte, fin quasi a levarsi la pelle.

Ma, a un tratto, se lo vide accanto, chiotto chiotto, con le orecchie basse, la coda tra le gambe, quel povero Liri, che s’era provato a seguir prima la padrona, poi il Toti, poi Lulú e che ora infine aveva preso a seguir lui.

Don Giulio fu assalito da una rabbia furibonda: gli parve oscenamente scandalosa la fedeltà di quella brutta bestiola e le allungò anche lui un violentissimo calcio.

- Va’ via!

024  -  TUTTO PER BENE

I

La signorina Silvia Ascensi, venuta a Roma per ottenere il trasferimento dalla Scuola normale di Perugia in altra sede - qualunque e dovunque fosse, magari in Sicilia, magari in Sardegna - si rivolse per aiuto al giovane deputato del collegio, onorevole Marco Verona, che era stato discepolo devotissimo del suo povero babbo, il professor Ascensi dell’Università di Perugia, illustre fisico, morto da un anno appena, per uno sciagurato accidente di gabinetto.

Era sicura che il Verona, conoscendo bene i motivi per cui ella voleva andar via dalla città natale, avrebbe fatto valere in suo favore la grande autorità che in poco tempo era riuscito ad acquistarsi in Parlamento.

Il Verona, difatti, la accolse non solo cortesemente, ma con vera benevolenza. Ebbe finanche la degnazione di ricordarle le visite che, da studente, egli aveva fatto al compianto professore, perché ad alcune di queste visite, se non s’ingannava, ella era stata presente, giovinetta allora, ma non tanto piccolina, se già - ma sicuro! - se già faceva da segretaria al babbo...

La signorina Ascensi, a tal ricordo, s’invermigliò tutta. Piccolina? Altro che! Aveva nientemeno che quattordici anni lei, allora... E lui, l’onorevole Verona, quanti poteva averne? Venti, ventuno al piú. Oh, ella avrebbe potuto ripetergli ancora, parola per parola, tutto ciò ch’egli era venuto a chiedere al babbo in quelle visite.

Il Verona si mostrò dolentissimo di non aver seguitato gli studii, pei quali il professor Ascensi aveva saputo ispirargli in quel tempo tanto fervore; poi esortò la signorina a farsi animo, poiché ella, al ricordo della sciagura recente, non aveva saputo trattener le lagrime. Infine, per raccomandarla con maggior efficacia, volle accompagnarla - (ma proprio scomodarsi fino a tal punto;) - sì, sì, lui in persona volle accompagnarla al Ministero della Pubblica Istruzione.

D’estate, però, erano tutti in vacanza, quell’anno, alla Minerva. Per il ministro e il sotto-segretario di Stato l’onorevole Verona lo sapeva; ma non credeva di non trovare in ufficio il capo-divisione, neppure il capo-sezione... Dovette contentarsi di parlare col cavalier Martino Lori, segretario di prima classe, che reggeva in quel momento lui solo l’intera divisione.

Il Lori, scrupolosissimo impiegato, era molto ben visto dai superiori e dai subalterni per la squisita cordialità dei modi, per l’indole mite, che gli traspariva dallo sguardo, dal sorriso, dai gesti, e per la correttezza anche esteriore della persona linda, curata con diligenza amorosa.

Egli accolse l’onorevole Verona con molti ossequii e rosso in volto per la gioia, non solo perché prevedeva che questo deputato, senza dubbio, un giorno o l’altro sarebbe stato suo capo supremo, ma perché veramente da anni era ammiratore fervido dei discorsi di lui alla Camera. Volgendosi poi a guardare la signorina e sapendo che era figlia del compianto e illustre professore dell’Ateneo perugino, il cavalier Lori provò un’altra gioia, non meno viva.

Egli aveva poco piú d trent’anni, e la signorina Silvia Ascensi aveva un curioso modo di parlare: pareva che con gli occhi - d’uno strano color verde, quasi fosforescenti - spingesse le parole a entrar bene nell’anima di chi l’ascoltava; e s’accendeva tutta. Rivelava, parlando, un ingegno lucido e preciso, un’anima imperiosa: ma quella lucidità man mano era turbata e quella imperiosità vinta e sopraffatta da una grazia irresistibile che le affiorava in volto, vampando. Ella notava con dispetto che, a poco a poco, le sue parole, il suo ragionamento, non avevano piú efficacia, poiché chi stava ad ascoltarla era tratto piuttosto ad ammirare quella grazia e a bearsene. Allora, nel volto infocato, un po’ per la stizza, un po’ per l’ebbrezza, che istintivamente e suo malgrado le cagionava il trionfo della sua femminilità, ella si confondeva; il sorriso di chi la ammirava, si rifletteva, senza che lei lo volesse, anche su le sue labbra; scoteva con una rabbietta il capo, si stringeva nelle spalle e troncava il discorso, dichiarando di non saper parlare, di non sapersi esprimere.

- Ma no! Perché? Mi pare anzi che si esprima benissimo! - s’affrettò a dirle il cavalier Martino Lori.

E promise all’onorevole Verona che avrebbe fatto di tutto per contentar la signorina e procurarsi il piacere di rendere un servizio a lui.

Due giorni dopo, Silvia Ascensi ritornò sola al Ministero. S’era accorta subito che per il cavalier Lori non aveva proprio bisogno di alcun’altra raccomandazione. E con la piú ingenua semplicità del mondo andò a dirgli che non poteva piú assolutamente lasciare Roma: aveva tanto girato in quei tre giorni, senza mai stancarsi, e tanto ammirato le ville solitarie vegliate dai cipressi, la soavità silenziosa degli orti dell’Aventino e del Celio, la solennità tragica delle rovine e di certe vie antiche, come l’Appia, e la chiara freschezza del Tevere... S’era innamorata di Roma, insomma, e voleva esservi trasferita, senz’altro. Impossibile? Perché impossibile? Sarebbe stato difficile, via! Impossibile, no. Dif-fi-ci-lis-si-mo, là! Ma volendo, via... Anche comandata in qualche classe aggiunta... Sì, sì. Doveva farle questo piacere! Sarebbe venuta tante, tante, tante volte a seccarlo, altrimenti. Non lo avrebbe lasciato piú in pace! Un comando era facile, no? Dunque...

Dunque la conclusione fu un’altra.

Dopo sei o sette di quelle visite, un dopopranzo, il cavalier Martino Lori si assentò dall’uscio, s’abbigliò come per le grandi occasioni e andò a Montecitorio a domandare dell’onorevole Verona.

Si guardava i guanti, si guardava le scarpine, si tirava fuori i polsini con le punte delle dita, molto irrequieto, aspettando l’usciere che doveva introdurlo.

Appena introdotto, per nascondere l’imbarazzo, prese a dire calorosamente all’onorevole Verona che la sua protetta chiedeva proprio l’impossibile, ecco!

- La mia protetta? - lo interruppe l’onorevole Verona. - Quale protetta?

Il Lori, riconoscendo addoloratissimo d’aver usato, senz’ombra di malizia però, una parola che poteva prestarsi veramente a una... sì, a una malevola interpretazione, s’affrettò a dire che intendeva parlare della signorina Ascensi.

- Ah, la signorina Ascensi? Ma allora sì, protetta! - gli rispose l’onorevole Verona, sorridendo e accrescendo l’imbarazzo del povero cavalier Martino Lori. - Non ricordavo piú d’avergliela raccomandata e non ho indovinato in prima di chi intendesse parlarmi. Io venero la memoria dell’illustre professore, padre della signorina e mio maestro, e vorrei che anche lei, cavaliere, ne proteggesse la figliuola - proteggesse, proprio - e me la contentasse a ogni modo, perché lo merita.

Ma se era venuto appunto per questo, il cavalier Martino Lori! Trasferirla a Roma, però, non poteva in nessun modo. Se era lecito, ecco, desiderava di conoscere la vera ragione per cui... per cui la signorina voleva andar via da Perugia.

Mah! Non bella, pur troppo, questa ragione. Il professor Ascensi era stato tradito e abbandonato dalla moglie, tristissima donna, molto danarosa, la quale s’era messa a convivere con un altr’uomo degno di lei, da cui aveva avuto due o tre figli. L’Ascensi s’era tenuta con sé, naturalmente, l’unica figliuola restituendo a colei tutto il suo avere. Grand’uomo, ma sprovvisto del tutto di senso pratico, il professor Ascensi aveva avuto un’esistenza tribolatissima, tra angustie e amarezze d’ogni genere. Comperava libri e libri e libri strumenti per il suo gabinetto, e poi non sapeva spiegarsi come mai il suo stipendio non bastasse a sopperire ai bisogni d’una famiglia ormai così ristretta. Per non affliggere il babbo con privazioni, la signorina Ascensi s’era veduta costretta a darsi anche lei all’insegnamento. Oh, la vita di quella ragazza, fino alla morte del padre, era stata un continuo esercizio di pazienza e di virtù. Ma ella era orgogliosa, e giustamente, della fama del padre, che a fronte alta poteva contrapporre alla vergogna materna. Ora però, morto sciaguratamente il padre e rimasta senza presidio, quasi povera e sola, non sapeva piú adattarsi a vivere a Perugia, dove stava anche la madre ricca e svergognata. Ecco tutto.

Martino Lori, commosso a questo racconto (commosso veramente anche prima d’ascoltarlo dalla bocca autorevole d’un deputato di grande avvenire), nel licenziarsi gli lasciò intravedere il proposito di ricompensare del suo meglio quella fanciulla, tanto del sacrifizio e delle amarezze, quanto della meravigliosa devozione filiale.

E così la signorina Silvia Ascensi, venuta a Roma per ottenere un trasferimento, vi trovò - invece - marito.

II 

Il matrimonio, però, almeno nei primi tre anni, fu disgraziatissimo. Tempestoso.

Nel fuoco dei primi giorni Martino Lori buttò, per così dire, tutto se stesso; la moglie vi lasciò cadere, invece, pochino pochino di sè. Attutita la fiamma che fonde anime e corpi, la donna ch’egli credeva divenuta ormai tutta sua come egli era divenuto tutto di lei, gli balzò innanzi molto diversa da quella che s’era immaginata.

S’accorse, insomma, il Lori che ella non lo amava, che s’era lasciata sposare come in un sogno strano, da cui ora si destava a aspra, cupa, irrequieta.

Che aveva sognato?

Di ben altro il Lori s’accorse col tempo: che ella, cioè, non solo non lo amava, ma non poteva neanche amarlo, perché le loro nature erano proprio opposte. Non era possibile tra loro nemmeno il compatimento reciproco. Che se egli, amandola, era disposto a rispettare il carattere vivacissimo, lo spirito indipendente di lei, ella che non lo amava, non sapeva aver neppure sofferenza dell’indole e delle opinioni di lui.

- Che opinioni! - gli gridava, scrollandosi sdegnosamente. - Tu non puoi avere opinioni, caro mio! Sei senza nervi...

Che c’entravano i nervi con le opinioni? Il povero Lori restava a bocca aperta. Ella lo stimava duro e freddo perché taceva, è vero? Ma egli taceva per cansar liti! taceva perché si era chiuso nel cordoglio, rassegnato già al crollo del suo bel sogno, d’avere cioè una compagna affettuosa e premurosa, una casetta linda, sorrisa dalla pace e dall’amore.

Rimaneva stupito Martino Lori del concetto che sua moglie si andava man mano formando di lui, delle interpretazioni che dava dei suoi atti, delle sue parole. Certi giorni quasi quasi dubitava fra se ch’egli non fosse quale si riteneva, quale si era sempre ritenuto, e che avesse, senz’accorgersene, tutti quei difetti, tutti quei vizii che ella gli rinfacciava.

Aveva avuto sempre vie piane innanzi a sè; non si era mai addentrato negli oscuri e profondi meandri della vita, e forse perciò non sapeva diffidare né di se stesso né d’alcuno. La moglie, all’incontro, aveva assistito fin dall’infanzia a scene orribili e imparato, purtroppo, che tutto può esser tristo, che nulla vi è di sacro al mondo, se finanche la madre, la madre. Dio mio... - Ah, sì: povera Silvia, meritava scusa, compatimento, anche se vedeva il male dove non era e si dimostrava perciò ingiusta verso di lui. Ma piú egli, con la mite bontà, cercava d’accostarsi a lei, per ispirarle una maggior fiducia nella vita, per persuaderla a piú equi giudizii, e piú ella s’inaspriva e si rivoltava.

Ma se non amore, buon Dio, almeno un po’ di gratitudine per lui che, alla fin fine, le aveva ridato una casa, una famiglia, togliendola a una vita randagia e insidiosa! No; neppure gratitudine. Era superba, sicura di sé, di potere e di saper bastare a se stessa col proprio lavoro. E sei o sette volte, in quei primi tre anni, lo minacciò di riprendere l’insegnamento e di separarsi da lui. Un giorno, alla fine, pose anche ad effetto la minaccia.

Ritornando quel giorno dall’ufficio, il Lori non trovò in casa la moglie. La mattina, aveva avuto con lei un nuovo e più aspro litigio per un lieve rimprovero che aveva osato di muoverle. Ma già da un mese circa si addensava la tempesta ch’era scoppiata quella mattina. Ella era stata stranissima tutto quel mese; di fosche maniere; e aveva finanche mostrato un’acerba ripugnanza per lui.

Senza ragione, al solito!

Ora, nella lettera lasciata in casa, ella gli annunziava il proposito irremovibile di romperla per sempre e che avrebbe fatto di tutto per riottenere il posto di maestra; e in fine, perché egli non désse in vane smanie e non facesse chiassose ricerche, gl’indicava l’albergo ove provvisoriamente aveva preso alloggio: ma che non andasse a trovarla, perché sarebbe stato inutile.

Il Lori rimase a lungo a riflettere con quella lettera in mano, perplesso.

Aveva troppo sofferto, e ingiustamente. Il liberarsi però di quella donna sarebbe stato, sì, forse, un sollievo; ma anche un indicibile dolore. Egli la amava. E dunque, un sollievo momentaneo, e poi una gran pena e un gran vuoto per tutta la vita. Sapeva, sentiva bene che non avrebbe potuto piú amare alcun’altra donna, mai. E lo scandalo inoltre, che non si meritava: egli, così corretto in tutto, separato ora dalla moglie, esposto alla malignità della gente che avrebbe potuto sospettar chi sa quali torti in lui, quando Dio era testimonio di quanta longanimità, di quanta condiscendenza avesse dato prova in quei tre anni.

Che fare?

Deliberò di non muoversi per quella sera. La notte avrebbe portato a lui consiglio, a lei forse il pentimento.

Il giorno dopo non andò all’ufficio e attese tutta la mattinata in casa. Nel pomeriggio si disponeva ad uscire, senza aver bene tuttavia fermato l’animo ad alcuna deliberazione, quando gli pervenne dalla Camera dei deputati un invito dell’on. Marco Verona.

Si era in crisi ministeriale: e, da alcuni giorni, alla Minerva si faceva con insistenza il nome del Verona come probabile Sottosegretario di Stato: qualcuno lo preconizzava anche Ministro.

Al Lori, fra le tante idee, era venuta anche quella di recarsi dal Verona per consiglio. Se n’era astenuto, immaginando a quali brighe egli dovesse trovarsi in mezzo, di quei giorni. Silvia, evidentemente, non aveva avuto questo ritegno e, sapendo ch’egli sarebbe stato a capo della Pubblica Istruzione, era forse andata da lui per farsi riammettere nell’insegnamento.

Martino Lori si rabbuiò, pensando che forse il Verona, avvalendosi adesso dell’autorità di suo prossimo superiore, volesse ordinargli di non interporsi negli ufficii contro il desiderio della moglie.

Ma invece Marco Verona lo accolse alla Camera con molta benignità.

Si mostrò seccatissimo d’esserne stato preso, come lui diceva, al laccio. Ministro, no, no, per fortuna! Sottosegretario Non avrebbe voluto assumersi neanche questa minore responsabilità, date le condizioni di quel momento politico. La disciplina dei partito lo aveva forzato. Orbene egli avrebbe voluto almeno nel gabinetto l’ausilio d’un uomo onesto a tutta prova ed espertissimo, e aveva perciò pensato subito a lui, al cavalier Lori. Accettava?

Pallido per l’emozione e con le orecchie infocate, il Lori non seppe come ringraziarlo dell’onore che gli faceva, della fiducia che gli dimostrava; ma tuttavia, profondendo questi ringraziamenti, aveva negli occhi una domanda ansiosa, lasciava intendere chiaramente con lo sguardo ch’egli, in verità, si aspettava un altro discorso. Non voleva proprio nient’altro da lui l’on. Verona, anzi Sua Eccellenza?

Questi sorrise, alzandosi, e gli posò lievemente una mano su la spalla. Eh sì, qualcos’altro voleva; pazienza, voleva, e perdono per la signora Silvia. Via, ragazzate!

- È venuta a trovarmi e mi ha esposto i suoi «fieri» propositi, - disse, sempre sorridendo. - Le ho parlato a lungo e... ma sì! ma sì! non c’è proprio bisogno che lei si discolpi cavaliere. So bene che il torto è della signora, e gliel’ho detto, sa? francamente. Anzi l’ho fatta piangere... Sì, perché le ho parlato del padre, di quanto il padre sofferse per il tristo disordine della famiglia... e d’altro ancora le ho parlato. Vada via tranquillo, cavaliere. Ritroverà a casa la signora.

- Eccellenza, io non so come ringraziarla... - si provò a dire, commosso, il Lori inchinandosi.

Ma il Verona lo interruppe subito:

- Non mi ringrazi, e sopra tutto, non mi chiami Eccellenza.

E, licenziandolo, lo assicurò che la signora Silvia, donna di carattere, avrebbe mantenuto senza dubbio le promesse che gli aveva fatte; e che, non solo le scene spiacevoli non si sarebbero piú rinnovate, ma che ella gli avrebbe dimostrato in tutti i modi il pentimento delle ingiuste amarezze che gli aveva finora cagionate.

III

Fu veramente così.

La sera della riconciliazione segnò per Martino Lori una data indimenticabile: indimenticabile per tante ragioni ch’egli comprese o meglio intuì subito, dal modo com’ella fin dal primo vederlo gli s’abbandonò tra le braccia.

Quanto, quanto pianse! Ma quanta e quale gioja egli bevve in quelle lagrime di pentimento e di amore.

Le vere sue nozze le celebrò allora; da quel giorno ebbe la compagna sognata; e un altro suo segreto ardentissimo sogno si compì certo in quel primo ricongiungimento.

Quando Martino Lori non poté piú avere alcun dubbio su lo stato della moglie e quand’ella poi gli mise al mondo una bambina, nel vedere di quale gratitudine, di qual devozione per lui e di quali sacrifizio per la figliuola la maternità avesse reso capace quella donna, tant’altre cose comprese e si spiegò. Ella voleva esser madre. Forse non comprendeva e non sapeva spiegarselo neppur lei, questo segreto bisogno della sua natura; e perciò era prima così strana e la vita le sembrava così insulsa e vuota. Voleva esser madre.

La felicità del sogno finalmente raggiunto, fu turbata soltanto dall’improvvisa caduta del Ministero di cui faceva parte l’onorevole Verona e un po’ anche - nell’ombra - Martino Lori, suo segretario particolare.

Forse piú indignato dello stesso on. Verona si mostrò il Lori per l’aggressione violenta delle opposizioni coalizzate per rovesciare, quasi senza ragione, il Ministero. L’on. Verona, per conto suo, dichiarò d’averne fino alla gola della vita politica, e che voleva ritirarsene per riprendere con miglior frutto e maggiore soddisfazione gli studii interrotti.

Alle nuove elezioni, infatti riuscì a vincere le pressioni insistenti degli elettori, e non si presentò. S’era infervorato d’una grande opera scientifica lasciata a mezzo dal professor Bernardo Ascensi. Se la figliuola, signora Lori, gli faceva l’onore d’affidargliela, egli si sarebbe provato a seguitare gli esperimenti del maestro e a portare a compimento quell’opera.

Silvia ne fu felicissima.

In quell’anno di devota fervida collaborazione, s’erano stretti fortemente i legami d’amicizia fra il marito e il Verona. Il Lori, però per quanto il Verona non avesse mai fatto pesar su di lui il proprio grado e la propria dignità e lo trattasse ora con la massima confidenza, con la massima cordialità, fino a dargli e a farsi dare del tu, si mostrava timido e un po’ impacciato, vedeva sempre nell’amico il superiore. Il Verona se n’aveva per male e spesso lo motteggiava. Rideva, sì, di quei motteggi il Lori, ma con una segreta afflizione, perché notava nell’animo dell’amico una certa amarezza che diveniva di giorno in giorno piú acre. Ne attribuiva la causa al ritiro sdegnoso dalla vita politica, dalle lotte parlamentari: e ne parlava alla moglie e le consigliava di avvalersi di quell’ascendente ch’ella pareva avesse su di lui, per indurlo, per spingerlo a rituffarsi nella vita.

- Sì! vorrà dare ascolto a me! - gli rispondeva Silvia. - Quando ha detto no, è no, lo sai. Del resto, a me non pare. Lavora con tanto impegno, con tanta passione...

Martino Lori si stringeva nelle spalle.

- Sarà così!

Gli pareva però che il Verona ritrovasse la serenità di prima solamente quando scherzava con la loro piccola Ginetta, che cresceva a vista d’occhio, florida e vispa.

Marco Verona aveva veramente per quella bimba certe tenerezze, che commovevano il Lori fino alle lagrime. Gli diceva che stesse bene attento perché qualche giorno gliel’avrebbe portata via. Sul serio, veh! non scherzava. E Ginetta non se lo sarebbe lasciato dire due volte: avrebbe abbandonato il babbo, la mamma è vero? anche la mamma, per andar via con lui... Ginetta diceva di sì: cattivona! pei regali, eh? pei regali ch’egli le faceva a ogni minima occasione. E che regali! Ne soffrivano finanche, ogni volta il Lori e la moglie. Questa anzi non sapeva tenersi dal dimostrare al Verona che se ne sentiva offesa. Avvilimento di superbia? No. Erano proprio troppi e di troppo costo, quei regali, e lei non voleva! Il Verona però, beandosi della festa che Ginetta faceva a quei giocattoli scrollava le spalle urtato dal loro rammarico e dalle loro proteste, e finanche si rivoltava con poco garbo a imporre che si stessero zitti e lasciassero godere la bambina. Silvia cominciò a poco a poco a dirsi stufa di questi modi del Verona, e al marito che, per scusarlo, tornava a battere su quel chiodo, ch’era stato cioè un grave danno per l’amico il ritiro dalla vita politica, rispondeva che questa non era una buona ragione perché egli venisse a sfogare in casa loro il malumore.

Il Lori avrebbe voluto far notare alla moglie che, in fin dei conti, quel malumore il Verona lo sfogava facendo felice la loro bambina; ma si stava zitto per non turbare l’accordo che, fin dal primo giorno della riconciliazione, s’era stabilito fra essi.

Ciò che egli, nei primi anni, aveva trovato d’ostile in lei era divenuto pregio, ora, e virtú agli occhi suoi. Dallo spirito, dalla fermezza, dall’energia di lei, non piú volti adesso contro di lui, egli si sentiva riempire tutto e sostenere. E gli pareva così piena, ora, la vita e così solidamente fondata, con quella donna accanto, sua, tutta sua, tutta per la casa e per la figliuola.

Stimava, sì, preziosa in cuor suo l’amicizia del Verona e avrebbe voluto perciò che nell’animo della moglie non si raffermasse l’impressione ch’egli fosse divenuto importuno e fastidioso per quella soverchia affezione per Ginetta; d’altra parte però, se questa affezione troppo invadente doveva turbargli la pace della casa, la buona armonia con la moglie... Ma come farlo intendere al Verona che non voleva accorgersi neppure della freddezza con cui Silvia, ora, lo accoglieva?

Col crescer degli anni, Ginetta cominciò a dimostrare una passione vivissima per la musica. Ed ecco il Verona, due, tre volte la settimana pronto con la vettura per condurre la ragazza a questo e a quel concerto: e spesso, durante la stagione lirica, veniva a congiurar con lei a metterla sú, perché inducesse con le sue graziette la mamma e il babbo ad accompagnarla a teatro nel palco già fissato per lei.

Il Lori, angustiato, imbarazzato, sorrideva: non sapeva dir di no, per non scontentare l’amico e la figliuola; ma, santo Dio, il Verona avrebbe dovuto comprendere ch’egli non poteva, così spesso: la spesa non era soltanto per il palco e per la vettura: Silvia doveva pure vestirsi bene; non poteva far cattiva figura. Sì, egli era ormai capodivisione, aveva già un discreto stipendio; ma non aveva certo denari da buttar via.

Era tanta la passione per quella ragazza, che il Verona non avvertiva a queste cose e non s’avvedeva neppure del sacrifizio che doveva far Silvia, certe sere, rimanendo sola a casa, con la scusa che non si sentiva bene.

E così fosse sempre rimasta a casa! Una di quelle sere, ella ritornò dal teatro in preda a continui brividi di freddo. La mattina dopo tossiva, con una febbre violenta. E in capo a cinque giorni moriva.

IV

Per la violenza fulminea di quella morte, Martino Lori restò dapprima quasi piú sbigottito che addolorato.

Venuta la sera, il Verona, come urtato da quell’attonimento angoscioso, da quel cordoglio cupo, che minacciava di vanir nell’ebetismo, lo spinse fuori della camera mortuaria, lo forzò a recarsi dalla figlia, assicurandolo che sarebbe rimasto lui, là, a vegliare tutta la notte.

Il Lori si lasciò mandar via; ma poi, a notte alta, silenzioso come un’ombra, ricomparve nella camera mortuaria e vi trovò il Verona con la faccia affondata nella sponda del letto, su cui giaceva rigido e illividito il cadavere.

Dapprima gli parve che, vinto dal sonno, il Verona avesse reclinato lì la testa, inavvertitamente; poi, osservando meglio, s’accorse che il corpo di lui era scosso a tratti come da singhiozzi soffocati. Allora il pianto, il pianto che finora non aveva potuto rompergli dal cuore, assalì anche lui furiosamente vedendo piangere così l’amico. Ma questi, di scatto gli si levò contro, fremente, tra sfigurato e - come egli, convulso, gli tendeva le mani per abbracciarlo - lo respinse, proprio lo respinse con fosca durezza, con rabbia. Doveva sentirsi in gran parte responsabile di quella sciagura, perché proprio lui, cinque sere prima, aveva forzato Silvia ad andare a teatro, ed ora non gli reggeva l’animo a veder soffrire in quel modo l’amico. Così pensò il Lori, per spiegarsi quella violenza; pensò che il dolore può diversamente su gli animi: certi, li atterra; certi altri li arrabbia.

E né le visite senza fine degli impiegati subalterni, che lo amavano come un padre, né le esortazioni del Verona, che gl’indicava la figliuola smarrita nella pena e costernata per lui, valsero a scuoterlo da quella specie d’annientamento in cui era caduto, quasi che il mistero cupo e crudo di quella morte improvvisa lo avesse circondato, diradandogli tutt’intorno la vita.

Gli pareva, ora, di veder tutto diversamente, e che i rumori gli arrivassero come di lontano, e le voci, le voci stesse a lui piú note, quella dell’amico, quella della figliuola, avessero un suono ch’egli non aveva mai prima avvertito.

Cominciò così man mano a sorgere in lui da quell’attonimento come una curiosità nuova, ma spassionata, per il mondo che lo circondava, che prima non gli era mai apparso né aveva conosciuto così.

Era mai possibile che Marco Verona fosse stato - sempre quale egli lo vedeva ora? Finanche la persona, l’aria del volto gli sembravano diverse. E la sua stessa figliuola? Ma come! Era davvero già cresciuta di tanto? o dalla sciagura, tutta un tratto, era balzata sú un’altra Ginetta, così alta, esile, un po’ fredda, segnatamente con lui? Sì, somigliava nelle fattezze alla madre, ma non aveva quella grazia che, in gioventú, accendeva, illuminava la bellezza della sua Silvia; e perciò tante volte Ginetta non pareva neanche bella. Aveva la stessa imperiosità della madre, ma senza quegl’impeti franchi, senza scatti.

Ora il Verona veniva con piú scioltezza, quasi ogni giorno a casa del Lori: spesso rimaneva a desinare o a cenare. Aveva finalmente compiuto la poderosa opera scientifica concepita e iniziata da Bernardo Ascensi, e già attendeva a mandarla a stampa in una magnifica edizione. Molti giornali ne recavano le prime notizie, e di alcune fra le piú importanti conclusioni avevano anche preso a discutere animatamente le maggiori riviste non solo italiane ma anche straniere, lasciando così prevedere la fama altissima, a cui tra breve quell’opera sarebbe salita.

Il merito del Verona per il proseguimento di essa e per le nuove ardite deduzioni tratte dalla prima idea fu, dopo la pubblicazione, riconosciuto universalmente non inferiore a quello dello stesso Ascensi. Ne ebbe gloria questi, ma assai piú il Verona. Da ogni parte gli fioccarono plausi e onorificenze. Tra le altre, la nomina a senatore. Non aveva voluto averla subito dopo la sua uscita dal mondo parlamentare; la accolse ora di buon grado, perché non gli veniva per il tramite della politica.

Martino Lori in quei giorni, pensando alla gioia, all’esultanza che avrebbe provato la sua Silvia nel veder così glorificato il nome del padre, s’indugiò piú a lungo nelle visite che ogni sera, uscendo dal Ministero, soleva fare alla tomba della moglie. Aveva preso quest’abitudine; e andava anche d’inverno, con le cattive giornate, a curar le piante attorno alla gentilizia, a rinnovare i lumini nella lampada; e parlava pian piano con la morta. La vista quotidiana del camposanto e le riflessioni ch’essa gli suggeriva, gl’improntavano sempre piú di squallore il volto.

Tanto la figlia quanto il Verona avevano cercato di distoglierlo da questa abitudine: egli dapprima aveva negato come un bambino colto in fallo: poi, costretto a confessare, aveva alzato le spalle, sorridendo pallidamente.

- Non mi fa nulla... Anzi è per me un conforto, - aveva detto - Lasciatemi andare.

Tanto se fosse ritornato a casa subito, dopo l’ufficio, chi vi avrebbe trovato? Giornalmente il Verona veniva a prendersi Ginetta. Non se ne lagnava lui, no; anzi era gratissimo all’amico degli svaghi che procurava alla figliuola. Quella certa asprezza che aveva avvertito in talune occasioni nei modi di lui e qualche altro lieve difetto di carattere non avevano potuto fargli scemare l’ammirazione, né tanto meno ora la gratitudine, la devozione per quest’uomo a cui né l’altezza dell’ingegno e della fama e degli uffici a cui era salito, né la fortuna toglievano d’accordare una così intima, piú che fraterna amicizia a un pover’uomo come lui che, tranne il buon cuore, non si riconosceva altra virtú, altro pregio per meritarsela.

Egli vedeva adesso con soddisfazione che non s’era ingannato quando diceva alla moglie che l’affetto del Verona sarebbe stato una fortuna per la loro Ginetta. N’ebbe la prova maggiore allorché questa compì diciott’anni. Oh come avrebbe voluto che la sua Silvia fosse stata presente quella sera, dopo la festa per il compleanno!

Il Verona, venuto apposta senza alcun regalo in mano per Ginetta, appena questa se ne andò a dormire, se lo trasse in disparte e, serio e commosso, gli annunziò che un suo giovane amico, il marchese Flavio Gualdi, chiedeva a lui per suo mezzo la mano della figliuola.

Martino Lori, lì per lì, rimase stupito. Il marchese Gualdi? Un nobile... ricchissimo... la mano di Ginetta? Andando col Verona nei concerti, nelle conferenze, a passeggio Ginetta, sì, era potuta entrare in un mondo, a cui né per nascita né per condizione sociale avrebbe potuto accostarsi, vi aveva destato qualche simpatia; ma lui...

- Tu lo sai, - disse all’amico, quasi smarrito e afflitto nella gioja, - sai qual è il mio stato... Non vorrei che il marchese Gualdi...

Il Verona lo interruppe:

- Gualdi sa... sa quel che deve sapere.

- Capisco. Ma, essendo tanta la disparità, non vorrei che egli, per quanto predisposto, non riuscisse neppure a figurarsi tante cose...

Il Verona tornò a interromperlo, stizzito:

- Mi pareva ozioso dirtelo, ma giacché tu, scusa, mi tieni ora un discorso così sciocco, per tranquillarti ti dirò che, via, essendo io da tant’anni tuo amico...

- Eh, lo so!

- Ginetta è cresciuta piú con me che con te, si può dire...

- Sì... sì...

- O che mi piangi, adesso? Non vorrò mica essere l’intermediario di questo matrimonio per nulla. Sú, sú, finiscila! Io me ne vado. Ne parlerai tu, domattina, a Ginetta. Vedrai che non ti riuscirà difficile.

- Se l’aspetta? - domandò, sorridendo tra le lagrime il Lori.

- E non hai visto che non s’è punto meravigliata nel vedermi arrivare questa sera a mani vuote?

Così dicendo, Marco Verona rise gajamente, come da tant’anni il Lori non lo aveva piú sentito ridere.

V

Un’impressione curiosa, di gelo, dapprincipio. Ma non ci avrebbe fatto caso Martino Lori, perché, come tant’altre cose in vita sua s’era spiegate, persuaso dall’ingenua bontà, anche questa si sarebbe spiegata qual effetto naturale della preveduta disparità di condizione, e un po’ anche del carattere, dell’educazione, della figura stessa del genero.

Non era piú giovanissimo il marchese Gualdi: era ancor biondo, d’un biondo acceso, ma già calvo: lucido e roseo come una figurina di finissima porcellana smaltata; e parlava piano con accento piú francese che piemontese, piano, piano, affettando nella voce una tal quale benignità condiscendente, che contrastava però in modo strano con lo sguardo rigido degli occhi azzurri, vitrei.

Da questi occhi il Lori s’era sentito se non propriamente respinto, quasi allontanato; e gli era parso finanche di scorgervi come una commiserazione lievemente derisoria per lui, per i suoi modi forse troppo semplici prima, ora troppo circospetti, forse.

Ma anche il tratto del tutto diverso che il Gualdi usava tanto col Verona quanto con Ginetta, egli si sarebbe spiegato, quantunque, via, paresse che la moglie a colui fosse venuta da parte dell’amico e non da lui ch’era il padre... Veramente era stato così, ma il Verona...

Ecco: il Verona non sapeva spiegarsi piú, Martino Lori.

Ora che egli era rimasto solo in casa e non aveva piú neanche l’ufficio, essendosi messo a riposo per far piacere al genero, non avrebbe dovuto Marco Verona prodigargli con maggior premura il conforto dell’amicizia fraterna di cui per tanti anni aveva voluto onorarlo?

Egli, il Verona, andava ogni giorno a trovar Ginetta nel villino del Gualdi; e da lui, dall’amico, dopo il giorno delle nozze, non era piú venuto, neanche una volta per isbaglio. S’era forse stancato di vederlo così chiuso ancora nel cordoglio antico, ed essendo ormai vecchio anche lui, preferiva andare dove si godeva, dove Ginetta, per opera di lui, pareva felice?

Sì, anche questo poteva darsi. Ma perché poi, quand’egli andava a veder la figlia, e lo trovava lì, a tavola con lei e il genero, come se fosse di casa, era accolto da lui quasi con dispetto, gelidamente? Poteva darsi che quest’impressione di gelo gli fosse data dal luogo, da quella vasta sala da pranzo, lucida di specchi, splendidamente arredata? Ma che! no! no! Non si era soltanto allontanato il Verona; il tratto, il tratto di lui era proprio cangiato; gli stringeva appena la mano, appena lo guardava, e seguitava a conversar col Gualdi, come se non fosse entrato nessuno.

Per poco lì non lo lasciavano in piedi, innanzi alla tavola. Solo Ginetta gli rivolgeva qualche parola, di tanto in tanto ma così, fuor fuori, perché non si potesse dire che proprio nessuno si curava di lui.

Col cuore strizzato da un’angoscia inesplicabile, confuso e avvilito, Martino Lori se n’andava.

Non doveva proprio avere alcun rispetto per lui, alcun riguardo, il genero? Tutte le feste e gl’inviti per il Verona, perché ricco e illustre? Ma se doveva esser così, se volevano tutte e tre seguitare ad accoglierlo ogni sera a quel modo, come un importuno, come un intruso, egli non sarebbe andato piú; no, no, perdio, non sarebbe andato piú! Voleva stare a vedere che cosa avrebbero fatto quei signori, tutt’e tre, allora.

Ebbene, passarono due giorni; ne passarono quattro e cinque; passò un’intera settimana, e né il Verona, né il genero e neanche Ginetta, nessuno, neppure un servo, venne a chieder di lui, se per caso fosse malato...

Con gli occhi senza sguardo, vagando per la camera, il Lori si grattava di continuo la fronte con le dita irrequiete, quasi per destar la mente dal torpore angoscioso in cui era caduta. Non sapendo piú che pensare, riandava, riandava con l’anima smarrita il passato...

Tutt’a un tratto, senza saper perché, il pensiero gli s’appuntò in un ricordo lontano, nel piú triste ricordo della sua vita. Ardevano in quella notte funesta quattro ceri e Marco Verona, con la faccia affondata nella sponda dei letto, su cui giaceva Silvia morta, piangeva.

Fu all’improvviso come se, nella sua anima scombujata, quei ceri funebri guizzassero e accendessero un lampo livido a rischiarargli orridamente tutta la vita, fin dal primo giorno che Silvia gli era venuta innanzi, accompagnata da Marco Verona.

Sentì mancarsi le gambe, e gli parve che tutta la camera gli girasse attorno. Si nascose il volto con le mani, tutto ristretto in sé:

- Possibile? Possibile?

Alzò gli occhi al ritratto della moglie, dapprima quasi sgomento di ciò che gli avveniva dentro: poi aggredì quel ritratto con lo sguardo, serrando le pugna e contraendo tutta la faccia in una espressione d’odio, di ribrezzo, d’orrore:

- Tu? tu?

Piú di tutti lei lo aveva ingannato. Forse perché il pentimento di lei, dopo, era stato sincero. Il Verona, no... il Verona, no... Costui gli veniva in casa, là, come un padrone e... ma sì! forse sospettava ch’egli sapesse e fingesse di non accorgersi di nulla per vile tornaconto..

Come questo pensiero odioso gli balenò, Martino Lori sentì artigliarsi le dita e le reni fènderglisi. Balzò in piedi; ma una nuova vertigine lo colse. L’ira, il dolore gli si sciolsero in un pianto convulso, impetuoso.

Si riebbe, alla fine, stremato di forze e come tutto vuoto, dentro.

Piú di vent’anni c’eran voluti perché comprendesse. E non avrebbe compreso, se quelli con la loro freddezza, con la loro noncuranza sdegnosa non gliel’avessero dimostrato e quasi detto chiaramente.

Che fare piú, dopo tant’anni? ora che tutto era finito... così, da un pezzo, in silenzio... pulitamente, come usa fra gente per bene, fra gente che sa fare a modo le cose? Non glielo avevano lasciato intendere con garbo forse, che oramai non aveva piú nessuna parte da rappresentare? Aveva rappresentato la parte del marito, poi quella del padre... e ora basta: ora non c’era piú bisogno di lui, poiché essi, tutti e tre, si erano così bene intesi fra loro...

La men trista fra tutti, la meno perfida, forse era stata colei che s’era pentita subito dopo il fallo ed era morta...

E Martino Lori, quella sera, come tutte le sere, seguendo l’antica abitudine, si ritrovò per la via che conduce al cimitero. S’arrestò, fosco e perplesso, se andare avanti o tornare indietro Pensò alle piante attorno alla gentilizia, che da tant’anni ormai, curava con amore. Là tra poco, anch’egli avrebbe riposato... Là sotto accanto a lei? Ah, no, no: non piú ormai... Eppure come aveva pianto quella donna allora ritornando a lui e di quanto affetto lo aveva circondato dopo... Sì, sì: s’era pentita... A lei, sì, a lei soltanto egli forse poteva perdonare.

E Martino Lori riprese la via per il cimitero. Aveva qualche cosa di nuovo da dire alla morta, quella sera.

025  -  LA BUON’ANIMA

Fin dal primo giorno, Bartolino Fiorenzo s’era sentito dire dalla promessa sposa:

- Lina, veramente, ecco... Lina no, non è il mio nome. Carolina mi chiamo. La buon’anima mi volle chiamar Lina, e m’è rimasto così.

La buon’anima era Cosimo Taddei, il primo marito.

- Eccolo là!

Glielo aveva anche indicato, la promessa sposa, perché era ancor là, ridente e in atto di salutare col cappello (vivacissima istantanea fotografica ingrandita), nella parete di fronte al canapè, presso al quale Bartolino Fiorenzo stava seduto. E istintivamente a Bartolino era venuto di inchinar la testa per rispondere a quel saluto.

A Lina Sarulli, vedova Taddei, non era neanche passato per il capo di togliere quel ritratto dal salotto, il ritratto del padrone di casa. Era di Cosimo Taddei, infatti, la casa in cui ella abitava; lui, ingegnere, la aveva levata di pianta, lui poi cosi elegantemente arredata, per lasciargliela alla fine in eredità con l’intero patrimonio.

La Sarulli seguitò, senza notare affatto l’impaccio del promesso sposo:

- A me non piaceva cangiar nome. Ma la buon’anima allora mi disse: «E se invece di Carolina ti chiamassi cara Lina, non sarebbe meglio? Quasi lo stesso, ma tanto di piú!» Va bene?

- Benissimo! sì sì benissimo! - rispose Bartolino Fiorenzo, come se la buon’anima avesse domandato a lui un parere.

- Dunque cara Lina, siamo intesi? - concluse la Sarulli, sorridendo.

E Bartolino Fiorenzo:

- Intesi... sì, sì... intesi... - balbettò, smarrito di confusione e di vergogna, pensando che il marito, intanto, guardava ridente dalla parete e lo salutava.

Quando - tre mesi dopo - i Fiorenzo, marito e moglie, accompagnati alla stazione dai parenti e dagli amici, partirono per il viaggio di nozze, diretti a Roma, Ortensia Motta, intima di casa Fiorenzo e anche amicissima della Sarulli, disse al marito, alludendo a Bartolino:

- Povero figliuolo, ha preso moglie? Io direi piuttosto che gli hanno dato marito!

Ma con ciò, si badi, la Motta non voleva mica dire che Lina Sarulli, prima Lina Taddei, ora Lina Fiorenzo, avesse piú dell’uomo che della donna. No. Troppo donna, anzi, quella cara Lina! Fra i due, però, via! non si poteva mettere in dubbio che avesse molta piú esperienza della vita e piú giudizio lei che lui. Ah, lui - tondo biondo rubicondo - aveva l’aria d’un bamboccione; d’un bamboccione curioso, però: calvo, ma d’una calvizie che pareva finta, come se egli stesso si fosse rasa la sommità del capo per togliersi quell’aria infantile. E senza riuscirci, povero Bartolino!

- Ma che povero! Ma perché povero? - miagolò, con la voce nasina, stizzito, il Motta, vecchio marito della giovine Ortensia, il quale aveva combinato quel matrimonio e non voleva se ne dicesse male. - Bartolino non è mica uno sciocco. Valentissimo chimico...

- Ma sì! di prima forzai! – ghignò la moglie.

- Di primissima forza! – ribatté lui.

Valentissimo chimico, se avesse voluto mandare a stampa gli studii profondi nuovi d’indiscutibile originalità, che aveva fatto fin da giovinetto in quella scienza - passione finora unica esclusiva della sua vita - ma senza dubbio chi sa... al primo concorso, chi sa di qual primaria Università del regno sarebbe stato professore. Dotto, dotto. E ora come marito, sarebbe stato esemplare. Nella vita coniugale entrava puro, vergine di cuore.

- Ah per questo... - riconobbe la moglie, come se, quanto a quella verginità? fosse disposta a concedere anche di piú.

Il fatto è che ella. prima che si fosse concluso quel matrimonio con la Sarulli ogni qual volta in casa Fiorenzo sentiva consigliare dal marito allo zio di Bartolino che bisognava «coniugare» questo ragazzo, scoppiava a ridere. Oh, certe risate ci faceva..

- Coniugarlo, si signora coniugarlo! - si voltava a dirle il marito irosamente.

E allora lei, frenandosi di scatto:

- Ma coniugatelo pure, cari miei! Io rido per me, rido di ciò che sto leggendo.

Difatti leggeva lei, mentre il Motta si faceva la solita partita a scacchi col signor Anselmo, zio di Bartolino; leggeva qualche romanzo francese alla vecchia signora Fiorenzo da sei mesi relegata in una poltrona dalla paralisi.

Oh, allegre veramente, quelle serate! Bartolino, tappato ermeticamente nel suo gabinetto di chimica; la vecchia zia, che fingeva di prestare ascolto alla lettura e non capiva piú una saetta; quegli altri due vecchi intenti alla loro partita... Bisognava «coniugare» Bartolino per avere un po’ d’allegria in casa. Ed ecco, povero figliuolo, lo avevano coniugato davvero!

Intanto Ortensia pensava ai due sposini in viaggio, e rideva immaginandosi la Lina a tu per tu con quel giovanottone calvo, inesperto, vergine di cuore, come diceva il marito: Lina Sarulli ch’era stata quattr’anni in compagnia di quel caro ingegner Taddei, espertissimo, vivace, gioviale, e intraprendente... anche troppo!

Forse a quell’ora la vedova sposina aveva già notato la differenza tra i due.

Prima che il treno si scrollasse per partire, lo zio Anselmo aveva detto alla nuova nipote:

- Lina, ti raccomando Bartolino... Guidalo tu!

Intendeva dire, guidarlo per Roma, dove Bartolino non era mai stato.

Lei sì c’era stata, nel suo primo viaggio di nozze, con la buon’anima: e serbava memoria anche delle minime cose, dei piú lieti incidenti che le erano occorsi; minutissima e lucidissima memoria, quasi che fossero passati, non sei anni, ma sei mesi, da allora.

Il viaggio con Bartolino durò un’eternità: le tendine non si poterono abbassare. Appena il treno s’arrestò alla stazione di Roma, Lina disse al marito:

- Ora lascia fare a me ti prego. Giú le valige!

E, al facchino che venne ad aprir loro lo sportello:

- Ecco: tre valige, due cappelliere, no, tre cappelliere, un porta-mantelli, un altro porta-mantelli, questo sacchetto, quest’altro sacchetto... che altro c’è? Niente, basta. Hotel Vittoria!

Uscendo dalla stazione, dopo ritirato il baule, riconobbe subito il conduttore dell’omnibus, e gli fe’ cenno. Come furono montati, disse al marito:

- Vedrai: albergo modesto, ma comodissimo; buon servizio, pulizia, prezzi modici, e centrale poi!

La buon’anima - senza volerlo, ella lo ricordava - se n’era trovato molto contento. Ora, anche Bartolino senza dubbio se ne sarebbe trovato contentone. Oh, benissimo figliuolo! Non fiatava neppure.

- Stordito, eh? - gli disse. - Anche a me ha fatto lo stesso effetto, la prima volta... Ma vedrai: Roma ti piacerà. Guarda, guarda... Piazza delle Terme... Terme di Diocleziano... Santa Maria degli Angeli... e quella là, voltati!, fino in fondo, Via Nazionale... magnifica, non è vero? Poi ci passeremo...

Scesi all’albergo, Lina si sentì come a casa sua. Avrebbe voluto che qualcuno la riconoscesse, come lei riconosceva quasi tutti: ecco, quel vecchio cameriere, per esempio... Pippo, sì; lo stesso di sei anni fa.

- Che camera?

Avevano assegnato loro la camera n. 12, al primo piano: bella camera, ampia, con alcova, ben messa. Ma Lina disse al vecchio cameriere:

- Pippo, e la camera al n. 19, al secondo piano? Vorreste vedere se fosse libera?

- Subito, - rispose il cameriere inchinandosi.

- Molto piú comoda, - spiegò Lina al marito. - Ci dov’essere un piccolo vano accanto all’alcova... E poi piú aria e meno frastuono. Staremmo molto meglio...

Ricordava che anche alla buon’anima era capitato lo stesso caso: gli avevano assegnato una camera al primo piano, e lui se l’era fatta cambiare.

Il cameriere, poco dopo, venne a dire che il n. 19 era libero e a loro disposizione, se lo preferivano.

- Ma sì; ma sì! - s’affrettò a dire Lina, lietissima, battendo le mani.

E, appena entrata, ebbe la gioia di riveder quella camera tal quale, con la stessa tappezzeria, gli stessi mobili nella stessa posizione... Bartolino restava estraneo a quella gioia.

- Non ti piace? - gli domandò Lina, spuntandosi il cappellino innanzi al noto specchio sul cassettone.

- Sì... va bene... - rispose egli.

- Oh, guarda! Me n’accorgo dallo specchio... Quel quadretto lì non c’era, allora... C’era un piatto giapponese... Si sarà rotto. Ma di’, non ti piace? No no no no no! Niente baci, per ora... col muso sporco... Tu ti laverai qua; io andrò di là nel mio bugigattolino... Addio!

E scappò via, felice, esultante.

Bartolino Fiorenzo si guardò attorno, un po’ mortificato; poi s’appressò all’alcova, ne sollevò il cortinaggio e vide il letto. Doveva esser lo stesso in cui la moglie per la prima volta aveva dormito con l’ingegner Taddei.

E da lontano, da un ritratto appeso alla parete del salotto nella casa della moglie, Bartolino si vide salutare.

Per tutto il tempo che durò il viaggio di nozze, non solamente poi si coricò in quello stesso letto, ma desinò e cenò anche negli stessi ristoranti, dove la buon’anima aveva condotto a desinare la moglie; andò in giro per Roma, seguendo come un cagnolino i passi della buon’anima che guidava nel ricordo la moglie; visitò le antichità e i musei e le gallerie e le chiese e i giardini, vedendo e osservando tutto ciò che la buon’anima aveva fatto vedere e osservare alla moglie.

Era timido, e non osava dimostrare in quei primi giorni l’avvilimento, la mortificazione, che cominciava a provare nel dover seguire così, in tutto e per tutto, l’esperienza, il consiglio, i gusti, le inclinazioni di quel primo marito.

Ma la moglie non lo faceva per male. Non se n’accorgeva, né poteva accorgersene.

A diciott’anni, priva d’ogni discernimento, d’ogni nozione della vita, era stata presa tutta da quell’uomo, e istruita e formata e fatta donna da lui; era insomma una creatura di Cosimo Taddei, doveva tutto, tutto a lui, e non pensava e non sentiva e non parlava e non si moveva se non a modo di lui.

E come mai, dunque, aveva ripreso marito? Ma perché Cosimo Taddei le aveva insegnato che alle sciagure le lagrime non son rimedio. La vita a chi resta, la morte a chi tocca. Se fosse morta lei, egli avrebbe certamente ripreso moglie; e dunque...

Dunque ora Bartolino doveva fare a modo di lei, cioè a modo di Cosimo Taddei, ch’era il loro maestro e la loro guida: non pensare a nulla, non affliggersi di nulla, ridere e divertirsi, poiché n’era tempo. Ella non lo faceva per male.

Sì, ma almeno, ecco... un bacio, una carezza, qualcosa infine che non fosse propriamente a modo di quell’altro... Niente, niente, niente di particolare doveva egli far sentire a quella donna? Niente di suo che 1a sottraesse anche per poco al dominio di quel morto?

Bartolino Fiorenzo cercava. cercava... Ma la timidezza gl’impediva d’escogitar carezze nuove.

Cioè, ne escogitava tra se e sè, anche di arditissime, ma poi, bastava che la moglie nel vederlo diventar rosso rosso gli domandasse:

- Che hai?

Addio, gli sbollivano tutte! Faceva un viso da scemo e le rispondeva:

- Che ho?

Di ritorno dal viaggio di nozze, furono turbati da una triste notizia inattesa: il Motta, l’autore del loro matrimonio, era morto improvvisamente.

Lina Fiorenzo, che alla morte del Taddei s’era trovata accanto Ortensia e n’aveva avuto conforto e cure da sorella, corse subito da lei, per curarla a sua volta.

Non credeva che questo compito pietoso dovesse riuscirle difficile: Ortensia, via, non doveva essere in fondo troppo afflitta di quella sciagura; buon uomo, sì, il povero Motta, ma seccantissimo, e molto piú vecchio di lei.

Rimase però costernata nel ritrovare l’amica, dopo dieci giorni dalla disgrazia, addirittura inconsolabile. Suppose che il marito la avesse lasciata in tristi condizioni finanziarie. E arrischiò con garbo una domanda.

- No no! - s’affrettò a rispondere Ortensia, tra le lagrime. - Ma... capirai...

Che cosa? Tutta quella pena, sul serio? Non la capiva, Lina Fiorenzo. E volle confessarlo al marito.

- Eh! - fece Bartolino, stringendosi nelle spalle, rosso come un gambero di fronte a quella specie d’incoscienza della moglie pur tanto sapiente - In fin de’ conti... dico... le è morto il marito...

- Eh via, adesso! marito... - esclamò Lina. - Le poteva essere padre, a momenti!

- E ti par poco?

- Ma non era neanche padre, poi!

Lino aveva ragione. Ortensia piangeva troppo.

Nei tre mesi del fidanzamento di Bartolino, la Motta aveva notato che il povero giovine era rimasto molto turbato della facilità con cui la promessa sposa parlava innanzi a lui del primo marito; turbato, perché non riusciva a metter d’accordo la memoria viva, continua, persistente, ch’ella serbava di colui, col fatto che ora stesse per riprender marito. Ne avena discusso in casa con lo zio, e questi aveva cercato di rassicurarlo, dicendogli che era anzi una prova di franchezza - quella - da parte della sposa, di cui non avrebbe dovuto offendersi, perché appunto dal fatto che ella riprendeva marito doveva venirgli la certezza che la memoria di quell’uomo non aveva piú radici nel cuore di lei, bensì nella mente soltanto, sicché dunque ella poteva parlarne senza scrupoli, anche dinanzi a lui. Bartolino non s’era affatto raffidato, dopo questo ragionamento. Ortensia lo sapeva bene. Ora poi ella aveva motivo di credere che il turbamento del giovine, per quella così detta franchezza della moglie, dopo il viaggio di nozze, doveva essere di molto cresciuto. Nel ricevere la visita di condoglianza dei due sposi, ella aveva voluto perciò mostrarsi, non tanto a Lina quanto a Bartolino, inconsolabile.

E Bartolino Fiorenzo rimase così simpaticamente impressionato di quel dolore della vedova, che per la prima volta osò contraddire alla moglie che a quel dolore non voleva credere. E le disse col volto in fiamme:

- Ma anche tu, scusa, non hai forse pianto quando t’è morto...

- Che c’entra! - lo interruppe Lina. - Prima di tutto la buon’anima era...

- Ancor giovane, sì – disse avanti Bartolino, per non farlo dire a lei.

- E poi, io, riprese ella - ho pianto, ho pianto, ho pianto, è vero...

- Non molto? - arrischiò Bartolino

- Molto, molto... ma, in fine mi son fatta una ragione, ecco! Credi pure, Bartolino; tutto quel pianto di Ortensia è troppo.

Bartolino non ci volle credere: Bartolino sentì anzi piú aspra entro di sé, dopo questo discorso, la stizza, ma non tanto contro la moglie, quanto contro il defunto Taddei, perché comprendeva bene ormai che quel modo di ragionare, quel modo di sentire non eran proprii di lei, della moglie, ma frutto della scuola di quell’uomo, che doveva essere stato un gran cinico. Non si vedeva forse Bartolino, ogni giorno, entrando nel salotto, sorridere e salutare da colui?

Ah, quel ritratto lì, non poteva piú soffrirlo! Era una persecuzione! Lo aveva sempre davanti agli occhi. Entrava nello studio? Ed ecco: l’immagine del Taddei gli rideva e lo salutava, come per dirgli:

- Passi! passi pure! Qui era anche il mio studio d’ingegnere, sa? Ora lei vi ha allogato il suo Gabinetto di chimica? Buon lavoro! La vita a chi resta, la morte a chi tocca!

Entrava nella camera da letto? Ed ecco, l’immagine del Taddei lo perseguitava anche lì. Rideva e lo salutava:

«Si serva! si serva pure! Buona notte! È contento di mia moglie? Ah, gliel’ho istruita bene... La vita a chi resta, la morte a chi tocca!»

Non ne poteva piú! Tutta quella casa lì era piena di quell’uomo, come sua moglie. Ed egli, tanto pacifico prima, ora si trovava in preda a un continuo orgasmo, che pur si sforzava di dissimulare.

Alla fine cominciò a fare stranezze, per scuotere le abitudini della moglie.

Se non che, queste abitudini, Lina le aveva contratte da vedova. Cosimo Taddei, d’indole vivacissima, non aveva abitudini, non aveva voluto mai averne. Sicché dunque Bartolino, alle prime stranezze, si sentì rimproverare dalla moglie:

- Oh Dio Bartolino, come la buon’anima?

Ma non volle darsi per vinto. Sforzò violentemente la propria natura per farne di nuove. Qualunque cosa però facesse, pareva a Lina che la avesse fatta pure quell’altro, che ne aveva fatte veramente di tutti i colori.

Bartolino si avvilì; tanto piú che Lina mostrava di riprender gusto a quelle scapataggini. Seguitando così, a lei doveva certo sembrare di rivivere proprio con la buon’anima.

E allora... allora Bartolino, per dare uno sfogo all’orgasmo crescente di giorno in giorno, concepì un tristo disegno.

Veramente, egli non intese tanto di tradir la moglie quanto di vendicarsi di quell’uomo che gliel’aveva presa tutta e se la teneva ancora. Credette che quest’idea cattiva fosse nata in lui spontaneamente; ma in verità bisogna dire in sua scusa che gli fu quasi suggerita, insinuata, infiltrata da colei che in vano da scapolo aveva piú volte tentato con le sue arti di rimuoverlo dall’eccessivo studio della chimica.

Fu per Ortensia Motta una rivincita. Ella si mostrò dolentissima d’ingannar l’amica; ma fece intendere a Bartolino che lei, prima ancora che egli prendesse moglie... via! era quasi fatale!

Questa fatalità non apparve a Bartolino molto chiara; e però, da buon figliuolo, restò deluso, quasi frodato dalla facilità con cui era riuscito nel suo intento. Rimasto per un tratto solo, là nella camera del buon vecchio Motta, si pentì della sua cattiva azione. A un certo punto, gli occhi gli andarono per caso su qualcosa che luccicava su lo scendiletto, dalla parte d’Ortensia. Era un ciondolo d’oro, con una catenella, che doveva esserle scivolato dal collo. Lo raccolse, per restituirglielo; ma, aspettando, con le dita nervose, senza volerlo, gli venne fatto d’aprirlo.

Trasecolò.

Un ritrattino piccolo piccolo di Cosimo Taddei, anche 1ì.

Rideva e lo salutava.

026  -  SENZA MALIZIA

I

Quando Spiro Tempini, con le lunghe punte dei baffetti insegate come due capi di spago lì pronti per passar nel foro praticato da una lesina, facendo a leva di continuo con le dita sui polsini inamidati per tirarseli fuor delle maniche della giacca; timido e smilzo, miope e compito, chiese debitamente alla maggiore delle quattro sorelle Margheri la mano di Iduccia, la minore, e se ne andò con quelle piote ben calzate ma fuori di squadra e indolenzite, inchinandosi piú e piú volte di seguito; tanto Serafina, quanto Carlotta, quanto Zoe, quanto Iduccia stessa rimasero per un pezzo quasi intronate.

Ormai non s’aspettavano piú che a qualcuno potesse venire in mente di chieder la mano d’una di loro. Dopo essersi rassegnate a tante gravi sciagure, alla rovina improvvisa e alla conseguente morte per crepacuore del padre, poi a quella della madre, e quindi a dover trarre profitto dei buoni studii compiuti per arricchire squisitamente la loro educazione signorile, s’erano anche rassegnate a rimaner zitelle.

Veramente, certe loro amiche carissime non volevano credere a quest’ultima rassegnazione, perché pareva loro che le Margheri, da un pezzo, si fossero come impuntate: Serafina a trent’anni; Carlotta a ventinove; Zoe a ventisette; Ida a venticinque. Il tempo passava, cominciava a urtarle un po’ sgarbatamente alle spalle; invano. Lì, ferme ostinatamente su la triste soglia di quegli anni oltrepassati, che stavano ad aspettare? Eh via, qualcuno che le inducesse finalmente a muoversene, ad andare innanzi non piú sole. Quando queste care amiche sentivano dalle tre sorelle maggiori chiamar per nome l’ultima, si confessavano che faceva loro l’effetto che la chiamassero da lontano, da molto lontano, Iduccia. Perché, a conti fatti, Ida, via! doveva aver per lo meno ventotto anni.

Intanto, aiutate da amici autorevoli, rimasti fedeli dopo la rovina, le Margheri erano riuscite col lavoro, cioè impartendo lezioni particolari di lingue straniere (inglese e francese), di pittura ad acquerello, d’arpa e di miniatura, a tener su intatta la casa, che attestava con l’eleganza sobria e semplice della mobilia e della tappezzeria l’agiatezza in cui eran nate e di cui avevano goduto; e andavano ancora a concerti e a radunante, accolte dovunque con molta deferenza e con simpatia per il coraggio di cui davano prova, per il garbo disinvolto con cui portavano gli abiti non piú sopraffini, per le maniere gentili e dolcissime e anche per le fattezze graziose e tuttora piacevoli. Erano magroline (forse un po’ troppo; spighite, dicevano i maligni) e di alta statura tuttte quattro; Ida e Serafina, bionde; Carlotta e Zoe, brune.

Certamente era una bella soddisfazione per loro poter bastare a se stesse col proprio lavoro. Avrebbero potuto morir di fame, e non morivano. Si procuravano da mangiare, da vestir discretamente, da pagar la pigione. E quelle care amiche che avevano marito e le altre che avevano il fidanzato o facevano all’amore si congratulavano tanto con esse di questo bel fatto; e quelle promettevano che avrebbero mandato presto la piccola Titti o il piccolo Cocò a studiar l’arpa o la pittura ad acquerello; e le altre per miracolo nelle effusioni d’affetto e d’ammirazione, non promettevano che si sarebbero affrettate a mettere al mondo un figliuolo, una figliuola, per avere anch’esse il piacere d’ajutare le coraggiose amiche a provvedersi da vestir discretamente, da pagar la pigione e non morire di fame

Ma ecco intanto questo signor Tempini, piovuto dai cielo.

Ci volle un bel po’, prima che le quattro sorelle rinvenissero dallo stupore. Conoscevano il Tempini soltanto da pochi mesi; lo avevano veduto, sì e no, una dozzina di volte nei salotti ch’esse frequentavano; né pareva loro ch’egli avesse mai manifestato in alcun modo - timido com’era, e impensierito sempre di quei piedi troppo grossi, ben calzati e indolenziti - d’aver qualche mira su esse.

Quasi quasi, dopo tanta vana e smaniosa attesa, quella richiesta così improvvisa e insperata le contrariava; le insospettiva.

Che considerazioni aveva potuto far costui nel venirsi a cacciare, così a cuor leggero, con quell’aria smarrita, tra quattro ragazze sole, senza dote, senza stato se non precario, o almeno molto incerto, unite fra loro, legate inseparabilmente dall’aiuto che eran costrette a prestarsi a vicenda? Che s’era immaginato? Come s’era indotto? Che aveva fatto Iduccia per indurlo?

- Ma niente! vi giuro: nientissimo! - badava a protestare Iduccia infocata in volto.

Le sorelle dapprima si mostrarono incredule; tanto che Iduccia si stizzì e dichiarò finanche che non voleva saperne, perché le era antipatico, ecco, antipaticissimo quel... come si chiamava? Tempini.

Eh via! eh via! Antipatico? Perché? Ma no! - Giovane serio, - disse Serafina; - giovane colto, - disse Carlotta; - laureato in legge, - disse Zoe; e Serafina aggiunse: - Segretario al Ministero di Grazia e Giustizia; - e Carlotta: - Libero docente di... di... non ricordo bene di che cosa, all’Università di Roma.

E lo conoscevano appena le sorelle Margheri!

Zoe finanche si ricordò che il Tempini aveva tenuto una volta una conferenza al Circolo Giuridico: sì, una conferenza con proiezioni, in cui si mostravano le impronte digitali dei delinquenti - ricordava benissimo - anzi la conferenza era intitolata: Segnalamenti dactiloscopici col rilievo delle impronte digitali.

Del resto, Serafina e Carlotta avrebbero domandato maggiori ragguagli, si sarebbero consigliate con gli amici autorevoli, non perché dubitassero minimamente del Tempini, ma per far le cose proprio a modo.

II

Tre giorni dopo, Spiro Tempini fu accolto in casa, e quindi presentato nelle radunanze quale promesso sposo di Iduccia.

Di Iduccia soltanto? Pareva veramente il promesso sposo di tutt’e quattro le Margheri; anzi, piú che di Iduccia, delle altre tre; perché Iduccia, vedendo così naturalmente partecipi le sorelle della soddisfazione, della gioia che avrebbero dovuto esser sue principalmente, s’irrigidiva in un contegno piuttosto riserbato, e faceva peggio; ché quelle, supponendo ch’ella non riuscisse ancora a vincere la prima, ingiusta antipatia per il Tempini, ritenevano che fosse loro dovere compensarlo di quella freddezza, opprimendolo di cure, d’amorevolezze, così che egli non se n’accorgesse.

- Spiro, il fazzoletto da collo! Avvolgiti bene, mi raccomando. Hai la voce un po’ rauca.

- Spiro, hai le mani troppo calde. Perché?

Poi ciascuna gli aveva chiesto un piccolo sacrifizio.

Zoe:

- Per carità, Spiro, non t’insegare piú codesti baffetti.

Carlotta:

- Se fossi in te, Spiro, me li lascerei un po’ piú lunghetti i capelli. Non ti pare, Iduccia, che pettinati così a spazzola gli stieno male? Meglio con la scriminatura da un lato. Alla Guglielmo.

E Serafina:

- Iduccia dovrebbe farti smettere codesti occhiali a staffa. Da notaio, Dio mio, o da professore tedesco! Meglio le lenti, Spiro! Un pajo di lenti, e senza laccio, mi raccomando! a pincenez.

Alle piote, nessun accenno. Erano irrimediabili.

In men d’un mese Spiro Tempini diventò un altro. I maligni però lo commiseravano a torto, perché egli, cresciuto sempre solo, senza famiglia, senza cure, era felicissimo tra quelle quattro sorelle tanto buone e intelligenti e animose, che lo vezzeggiavano e gli stavano sempre attorno a domandargli ora una notizia, ora un consiglio, ora un servizietto.

- Spiro, chi è Bacone?

- Per piacere, Spiro, abbottonami questo guanto.

- Auff, che caldo! Ti seccherebbe, Spiro, di portarmi questa mantellina?

- Oh di’, Spiro, sapresti regolarmi quest’orologino? Va sempre indietro...

Iduccia, zitta. Sospettare delle sorelle, questo no, neanche per ombra; ma certo cominciava a essere un po’ stufa di tutto quello sfoggio di civetteria senza malizia. Avrebbero dovuto comprenderlo le sorelle, che diamine! avvedersi che il Tempini, essendo per natura così timido e servizievole, e standogli esse così d’attorno senza requie, tre pittime, la trascurava per badare a loro. Non gli lasciavano piú né tempo né modo non che d’accostarsi a lei, ma neanche di respirare. Spiro di qua, Spiro di là... Avrebbe dovuto aver quattro braccia quel poveretto per offrirne uno a ciascuna e altrettante mani per pigliarsele tutte e quattro. Le seccava poi maggiormente che esse, con le loro manierine, quasi quasi lo costringevano ogni volta a portar quattro regali invece di uno. Ma sì! Gli facevano tanta festa, ogni volta, che egli, per paura che rimanessero poi deluse, si guardava bene dal recarne qualcuno particolare a lei ch’era la fidanzata.

Non parlava, Iduccia, ma certe bili ci pigiava a quello spettacolo di vezzi e di premure! Così santo Dio, egli avrebbe potuto chiedere senz’altro la mano di Zoe, o di Carlotta, o anche di Serafina... Perché aveva chiesto la sua?

Iduccia aspettava dunque con molta impazienza, quantunque senza il minimo entusiasmo, il giorno delle nozze, sperando bene che, in tal giorno almeno, una certa distinzione egli finalmente avrebbe dovuto farla.

III

Avvenne un contrattempo spiacevolissimo.

Per fare il viaggio di nozze, Spiro Tempini aveva sollecitato al Ministero di Grazia e Giustizia un lavoro straordinario. Non ostante l’amore e il gran da fare che gli davano le tre future cognatine, lo aveva condotto a termine con quella minuziosa diligenza, con quello zelo scrupoloso che soleva mettere in tutti i lavori d’ufficio e negli studii pregiatissimi di scienza positiva. Contava che questo lavoro gli fosse retribuito pochi giorni prima di quello fissato per le nozze; ma, all’ultimo momento, quando già tutto era disposto per la celebrazione del matrimonio, stampate le partecipazioni, spiccati gli inviti, il decreto ministeriale era stato respinto dalla Corte dei Conti per vizio di forma.

Spiro Tempini parve lì lì per cader fulminato da una congestione cerebrale. Lui, di solito così timido, così ossequente, così misurato nelle espressioni, si lasciò scappare parole di fuoco contro la burocrazia, contro l’amministrazione dello Stato, anche contro il Ministro, contro tutto il Governo, che gli mandava a monte il viaggio di nozze. Non per il viaggio di nozze in se stesso; ma perché si vedeva costretto a venir meno a un riguardo di delicatezza verso le tre cognatine nubili.

S’era stabilito (anzi non s’era messo neanche in discussione) che egli avrebbe fatto casa comune con esse; sì, ma Santo Dio, almeno la prima notte non avrebbe voluto rimanere lì, sotto lo stesso tetto. S’immaginava l’imbarazzo, per non dir altro, di quelle tre povere ragazze, quando, andati via tutti gli invitati, finita la festa, lui e Iduccia... Ah! Ci sudava freddo. Sarebbe stato un momento terribile, uno strappo a tutte le convenienze, un angoscioso tormento di tutta la notte... Come la avrebbero passata quelle tre povere anime con la sorellina divisa da loro per la prima volta, di là, in un’altra camera con lui?

Invano Spiro Tempini, per rimediarvi, pregò, scongiurò Iduccia, che si contentasse d’un viaggetto di pochi giorni, pur che fosse, d’una giterella a Frascati o ad Albano. Iduccia - forse perché non capiva ed egli non osò di farla anzi tempo capace - Iduccia non volle saperne. Le parve un ripiego meschino e umiliante. Là, là, meglio rimanere a casa.

Il Tempini diede un’ingollatina e arrischiò:

- Dicevo per... per le tue sorelle, ecco.

Ma la sposina, che si teneva già da un bel pezzo, gli piantò tanto d’occhi in faccia e gli domandò:

- Perché? Che c’entrano le mie sorelle? Ancora?

E chi sa che altro avrebbe aggiunto Iduccia, nella stizza, se non fosse stata una ragazza per bene, che doveva figurare di non capir nulla fino all’ultimo momento.

Fu però una bella festa: non molto vivace, perché si sa, l’idea delle nozze richiama alla mente di chi abbia un po’ di senno e di coscienza non lievi doveri e responsabilità; ma degna tuttavia e decorosa, sopra tutto per la qualità degli invitati. Spiro Tempini, che teneva piú alla libera docenza che al posto di segretario al Ministero di Grazia e Giustizia, perché credeva di contare in fine qualche cosa fuori dell’ufficio, invitò pochi colleghi e molti professori d’Università, i quali ebbero la degnazione di parlare animatamente di studii antropologici e psicofisiologici e di sociologia e d’etnografia e di statistica.

Poi il «momento terribile» venne, e fu, pur troppo, quale il Tempini lo aveva preveduto.

Quantunque volessero sembrar disinvolte, le tre sorelle e anche Iduccia stessa vibravano dalla commozione. Avevano trattato finora con la massima confidenza il Tempini; ma quella sera, che impaccio! che senso nel vederlo rimanere in casa, con loro: lui solo uomo: già nel pieno diritto d’entrare in una intimità che per quanto timida in quei primi istanti e imbarazzata, avventava.

Profondamente turbate, con gli occhi lampeggianti, le tre sorelle guardavano la sposa e le leggevano negli occhi la stessa ambascia che strizzava le loro animucce non al tutto ignare, certo, ma perciò anzi piú trepidanti.

Iduccia si staccava da loro; cominciava da quella sera ad appartenere piú a quell’estraneo che ad esse. Era una violenza che tanto piú le turbava, quanto piú delicate eran le maniere con cui si manifestava finora. E poi? Poi Iduccia, lei sola, tra breve, avrebbe saputo...

Le s’accostarono, sorridendo nervosamente, per baciarla. Subito il sorriso si cangiò in pianto. Due, Serafina e Carlotta, scapparono via nella loro camera senza neanche volgersi a guardare il cognato; Zoe fu piú coraggiosa: gli mostrò gli occhi rossi di pianto e, alzando il pugno in cui teneva il fazzoletto, gli disse tra due singhiozzi:

- Cattivo!

IV

Ma era destino che Iduccia non dovesse godere della distinzione che il Tempini, finalmente, aveva dovuto fare tra lei e le sorelle. La pagò, e come! questa distinzione, la povera Iduccia. Può dirsi che cominciò a morire fin dalla mattina dopo.

Il Tempini volle dare a intendere tanto a lei quanto alle sorelle, che non era propriamente una malattia.

- Disturbi, - diceva alle cognatine, afflitto ma non impensierito.

Alla moglie diceva:

- Eh, troppo presto, Iduccia mia! troppo presto! Basta. Pazienza.

Ma Iduccia soffriva tanto! Troppo soffriva. Non aveva un momento solo di requie. Nausee, capogiri, e una prostrazione così grave di tutte le membra che, dopo il terzo mese, non poté piú reggersi in piedi.

Abbandonata su una poltrona con gli occhi chiusi, senza piú forza neanche di sollevare un dito, udiva intanto di là nella saletta da pranzo, conversare lietamente le tre sorelle col marito, e si struggeva dall’invidia. Ah che invidia rabbiosa le sorgeva man mano per quelle tre ragazze che le pareva ostentassero innanzi a lei, così sconfitta, con tutti i loro movimenti, le corse pazze per le stanze, quasi una loro vittoria: quella d’esser rimaste ancora agili e salde nella loro verginità.

Era tanto il dispetto, che quasi quasi credeva il suo male provenisse principalmente dal fastidio ch’esse le cagionavano con la loro visita e le loro parole.

Ecco, ridevano, sonavano l’arpa, si paravano, come se nulla fosse, senza alcun pensiero per lei che stava tanto male.

Ma non era giusto? non era naturale?

Lei aveva marito: esse non l’avevano; bisognava dunque ch’ella ne piangesse pure le conseguenze.

Spiro, del resto, le tranquillava; diceva loro che non c’era da darsene pensiero. La lieve afflizione che potevano sentire per il malessere di lei era poi bilanciata dalla gioia d’aver presto un nipotino, una nipotina. Ed era tale questa gioia, ch’esse stimavano finanche ingiusti, talvolta, i lamenti e i sospiri di lei.

Ah, in certi giorni, l’invidia di Iduccia, nel veder le tre sorelle come prima, piú di prima attorno al marito, tre pecette addirittura, s’inveleniva, fino a diventare vera e propria gelosia.

Poi si calmava si pentiva dei cattivi pensieri: diceva a se stessa ch’era giusto infine che non potendo lei, badassero almeno loro a Spiro. E forse, chi sa! Ci avrebbero badato sempre loro, tutte e tre vestite di nero.

Perché lei sarebbe morta. Sì, sì: lo sentiva. N’era sicurissima! Quell’esserino che man mano le si maturava in grembo le succhiava a filo a filo la vita. Che supplizio lento e smanioso! Se la sentiva proprio tirare, la vita, a filo a filo, dal cuore. Sarebbe morta. Le tre sorelle avrebbero fatto loro da madre alla sua creaturina. Se femmina, l’avrebbero chiamata Iduccia, come lei. Poi, passando gli anni nessuna delle tre avrebbe piú pensato a lei, perché avrebbero avuto un’altra Iduccia, loro.

Ma il marito? Per lui non poteva essere la stessa cosa, quella bambina. Egli forse... quale delle tre avrebbe scelto?

Zoe? Carlotta? Serafina?

Che orrore! Ma perché ci pensava? Tutte e tre insieme, sì, avrebbero potuto far da madre alla sua creaturina; ma se egli ne sceglieva una... Zoe, per esempio, ecco Zoe, no, non sarebbe stata una buona madre, perché avrebbe avuto da attendere ad altri figliuoli, ai suoi; e alla piccina orfana avrebbero allora badato con piú amore Carlotta e Serafina, quelle cioè ch’egli non avrebbe scelto.

Ecco dunque: se lo faceva per il bene della sua piccina, Spiro non avrebbe dovuto sceglierne alcuna. Non poteva forse rimanere lì, in casa, come un fratello?

Glielo volle domandare Iduccia, pochi giorni prima del parto, confessandogli la gran paura che aveva di morire e i tristi pensieri che l’avevano straziata durante tutti quei mesi d’agonia.

Spiro le diede su la voce, dapprima; si ribellò; ma poi cedendo alle insistenze di lei - ch’eran puerili, via! come quel timore - dovette giurare.

- Sei contenta, ora?

- Contenta...

Tre giorni dopo, Iduccia morì.

V

Ma potevano mai pensare sul serio le tre sorelle superstiti di prendere il posto della sorellina morta, che aveva lasciato un così gran vuoto nel loro cuore e nella casa? Come sospettarlo? Ma nessuna delle tre!

Ecco, faceva male Zoe, anzi, a mostrar troppo il compianto e la tenerezza per la povera piccina orfana.

Serafina e Carlotta, piú riserbate, piú chiuse, quasi irrigidite nel loro cordoglio, la richiamavano:

- Zoe!

- Perché? - domandava Zoe, dopo aver cercato invano di leggere negli occhi delle sorelle la ragione di quel richiamo.

- Lasciala stare, - le diceva freddamente Carlotta.

Serafina poi, a quattr’occhi, le consigliava di frenare un po’, ecco, quelle troppo vivaci effusioni d’affetto per la bambina.

- Ma perché? - tornava a domandare Zoe, stordita. - Quella povera cosuccia nostra!

- Va bene. Ma innanzi a lui...

- A Spiro?

- Sì. Frénati. Potrebbe parergli che tu...

- Che cosa?

- Capirai... La nostra condizione, adesso, è un po’... un po’ difficile, ecco... Finché c’era Iduccia...

Ah già! Zoe capiva. Finché c’era Iduccia, Spiro era come un fratello; ma ora che Iduccia non c’era piú... Esse erano tre ragazze sole, costrette, per via di quella piccina, a convivere col cognato vedovo, e... e...

- Dobbiamo farlo per Iduccia nostra! - concludeva Serafina, con un profondo sospiro.

Poco dopo, però, Zoe, ripensandoci meglio, domandava a se stessa:

«Che cosa dobbiamo fare per Iduccia nostra? Poche carezze alla piccina? E perché? Perché Spiro, vedendo ch’io gliene faccio troppe, potrebbe supporre... Oh Dio! Com’è potuta venire in mente a Serafina una tale idea? Io?»

Così tutte e tre, ora, si vigilavano a vicenda, quando Spiro era in casa e anche quando non c’era. E questa vigilanza puntigliosa e il rigido contegno scioglievano a mano a mano e facevano cader tutti i legami d’intimità che s’eran prima annodati fraternamente tra esse e il cognato

Questi notò presto la freddezza; ma suppose in principio che dipendesse dal cordoglio per la recente sciagura. Poi cominciò ad avvertire negli sguardi nelle parole, in tutte le maniere delle tre cognatine un certo ritegno quasi sospettoso, come una mutria impacciata, che distornava la confidenza.

Perché? Non intendevano piú trattarlo da fratello?

Il gelo cresceva di giorno in giorno

E anche Spiro allora si vide costretto a frenarsi, a ritirarsi.

Un giorno gli cascarono le lenti dal naso; e invece di comperarsene un altro pajo, inforcò gli occhiali a staffa già smessi per far piacere a Serafina.

La prima volta che gli toccò d’andare dal barbiere, gli disse che voleva smettere la pettinatura con la divisa da un lato, adottata per consiglio di Carlotta, e si fece tagliare i capelli a spazzola, come prima.

Non riprese a insegarsi i baffi, per non far supporre che, da vedovo, pensasse ancora ad aver cura della propria persona, quantunque Zoe però gli avesse detto che i baffi insegati gli stavano male.

Ma poi, notando che Serafina e Carlotta, a tavola, lanciavano qualche occhiata obliqua a quei baffi e poi si guardavano tra loro, temendo ch’esse potessero sospettare ch’egli intendesse usare qualche particolarità a Zoe, tornò anche a insegarsi i baffi come un tempo.

Così si ritrasse dall’intimità anche con la figura.

Tante cure - pensava - tante amorevolezze prima, e ora... Ma in che aveva mancato? Era forse lui cagione, se Iduccia era morta? Era stata una sciagura.

Egli la sentiva come loro, piú di loro. Non avrebbe dovuto anzi affratellarli di piú il dolore comune? Desideravano forse le sue cognate che si staccasse da loro e facesse casa da sè? Ma egli, rimanendo, aveva creduto di far loro piacere; le ajutava e non poco; provvedeva lui quasi del tutto ormai al mantenimento della casa. E poi c’era la bambina. La piccola Iduccia. Non la al aveva egli affidata alle loro cure? Ma ecco, notava intanto con grandissimo dolore che anche la piccina era trattata con freddezza, se non proprio trascurata.

Spiro Tempini non sapeva piú che pensare. Prese il partito di trattenersi quanto piú poteva fuori di casa, per pesare il meno possibile in famiglia. Da tanti segni gli parve di dovere argomentare che la sua presenza dava ombra e impicciava.

Ma il gelo crebbe ancor piú. Ora Serafina diceva a Carlotta:

- Vedi? Non sta piú in casa, il signore. Quel poco che ci sta: guardingo, impacciato. Chi sa che cova! Ah, povera Iduccia nostra!

Carlotta si stringeva nelle spalle:

- Che possiamo far noi?

- Eh già, - incalzava Serafina. - Vorrei sapere che cosa pretenderebbe da noi, con quella freddezza. Dovremmo forse buttargli le braccia al collo per trattenerlo? Dico la verità, non me lo sarei mai aspettato!

Carlotta abbassava gli occhi ; sospirava:

- Pareva tanto buono...

Ed ecco Zoe:

- Parlate di Spiro? Uomini, e tanto basta! Tutti gli stessi. Sono appena sei mesi, e già...

Altro sospiro di Carlotta. Sospirava anche Serafina, e aggiungeva:

- Mi tormenta il pensiero di quella povera creaturina.

E Zoe:

- È chiaro che a lui non basta esser trattato come possiamo trattarlo noi.

E Carlotta, di nuovo con gli occhi bassi:

- Nella condizione nostra...

- Pensate intanto, pensate, - riprendeva Serafina. - La nostra piccola Iduccia in mano a una estranea, a una matrigna!

Le tre sorelle fremevano a questo pensiero: si sentivano proprio fendere la schiena da certi brividi che parevano rasoiate a tradimento.

No, no, via! Un sacrifizio era necessario per amore della bambina. Necessità! Dura necessità! Ma quale delle tre doveva sacrificarsi?

Serafina pensava: «Tocca a me. Io sono la maggiore. Ormai qui non si tratta di fare all’amore. Piú che una moglie per sè, egli deve scegliere una madre per la bambina. Io sono la maggiore; dunque, la piú adatta. Scegliendo me, dimostrerà che non ha voluto far torto alla memoria di Iduccia. Siamo quasi coetanei. Ho solamente sei mesi piú di lui».

«Tocca a me» pensava invece Zoe. «Son la minore; la piú vicina a Iduccia, sant’anima! Egli allora aveva scelto l’ultima. Ora l’ultima sono io. Tocca dunque a me. Senz’alcun dubbio, se s’affaccia anche a lui la necessità di questo sacrifizio, sceglierà me.»

Carlotta poi, dal canto suo, non credeva d’esser meno indicata delle altre due. Pensava che Serafina era troppo attempatella e che, sposando Zoe, Spiro avrebbe dimostrato di badare piú a sé che alla piccina. Le pareva indubitabile, dunque, che avrebbe scelto lei, piuttosto, che stava nel mezzo, come la virtú.

Ma Spiro? Che pensava Spiro?

Egli aveva giurato. È vero che non sempre chi vive può serbar fede al giuramento fatto a una morta. La vita ha certe difficoltà, da cui chi muore si scioglie. E chi si scioglie non può tener legato chi rimane in vita.

Se non che, quando per la prima volta Spiro Tempini s’era accostato improvvisamente alle quattro Margheri, la scelta aveva potuto farla lui. Ora, per stare in pace, capiva che avrebbero dovuto invece scegliere loro.

Ma come scegliere, Dio mio, se egli era uno ed esse erano tre?

027  -  IL DOVERE DEL MEDICO

I

E sono miei, pensava Adriana, udendo il cinguettio de’ due bambini nell’altra stanza; e sorrideva tra sè, pur seguitando a intrecciare speditamente una maglietta di lana rossa. Sorrideva, non sapendo quasi credere a se stessa, che quei bambini fossero suoi, che li aveva fatti lei, e che fossero passati tanti anni, già circa dieci, dal giorno in cui era andata sposa. Possibile! Si sentiva ancor quasi fanciulla, e il maggiore dei figli intanto aveva otto anni, e lei trenta, fra poco: trenta! possibile? vecchia a momenti! Ma che! ma che! e sorrideva.

- Il dottore? - domandò a un tratto, quasi a se stessa, sembrandole di udir nella saletta d’ingresso la voce del medico di casa; e si alzò, col dolce sorriso ancora su le labbra.

Le morì subito dopo quel sorriso, assiderato dall’aspetto sconvolto e imbarazzato del dottor Vocalòpulo, che entrava ansante, come se fosse venuto di corsa, e batteva nervosamente le palpebre dietro le lenti molto forti da miope, che gli rimpicciolivano gli occhi.

- Oh Dio, dottore?

- Nulla... non si agiti..

- La mamma?

- No no! - negò subito, forte, il dottore. - La mamma, no!

- Tommaso, allora? - gridò Adriana. E, poiché il dottore, non rispondendo, lasciava intendere che si trattava proprio del marito: - Che gli è accaduto? Mi dica la verità... Oh Dio, dov’è, dov’è?

Il dottor Vocalòpulo tese le mani, quasi per opporre un argine alle domande.

- Nulla, vedrà... Una feritina...

- Ferito? E lei... Me l’hanno ucciso?

E Adriana afferrò un braccio al dottore, sgranando gli occhi, come impazzita.

- Ma no, ma no, signora... si calmi... una ferita... speriamo leggera...

- Un duello?

- Sì, - lasciò cadersi dalle labbra, esitando, il dottore vieppiú turbato.

- Oh, Dio, Dio, no... mi dica la verità! - insistette Adriana. - Un duello? Con chi? Senza dirmi nulla?

- Lo saprà. Intanto... intanto, calma: pensiamo a lui. Il letto?...

- Di là... - rispose ella, stordita, non comprendendo in prima. Poi riprese con ansia piú smaniosa: - Dove l’hanno ferito? Lei mi spaventa... Non era con lei, Tommaso? Dov’è? Perché s’è battuto? Con chi? Quand’è stato?... Mi dica...

- Piano, piano... - la interruppe il dottor Vocalòpulo, non potendone piú. - Saprà tutto... Adesso, è in casa la serva? Per piacere, la chiami. Un po’ di calma, e ordine: dia ascolto a me.

E mentre ella quasi istupidita, si faceva a chiamare la serva, il dottore, toltosi il cappello, si passò una mano tremolante su la fronte come si sforzasse di rammentare qualcosa; poi sovvenendosi, si sbottonò in fretta la giacca trasse dalla tasca in petto il portabiglietti e scosse piú volte la penna stilografica pensando alle ordinazioni da scrivere.

Adriana ritornò con la serva.

- Ecco, - disse il Vocalòpulo, seguitando a scrivere. E, appena ebbe finito: - Subito, alla farmacia piú vicina... Fiaschi... no, no... andate pure, ve li darà il farmacista stesso. Lesta, mi raccomando.

- È molto grave, dottore? - domandò Adriana, con espressione timida e appassionata, come per farsi perdonare la insistenza.

No, le ripeto. Speriamo bene, - le rispose il Vocalòpulo e per impedire altre domande. aggiunse: - Mi vuol far vedere la camera?

- Sì, ecco, venga...

Ma, appena nella camera, ella domandò ancora, tutta tremante:

- Ma come, dottore; lei non era con Tommaso? Assistono pure due medici ai duelli...

- Bisognerebbe trasportare il letto un po’ piú qua... - osservò il dottore, come se non avesse inteso.

Entrò, in quel punto, di corsa un bellissimo ragazzo, dalla faccia ardita, coi capelli neri ricci e lunghi, svolazzanti.

- Mamma, una barella! Quanta gen..

Vide il medico e s’arrestò di botto, confuso, mortificato, in mezzo alla stanza.

La madre diè un grido e scostò il ragazzo per accorrere dietro al dottore. Su la soglia questi si voltò e la trattenne:

- Stia qua, signora: sia buona! Vado io, non dubiti... Col suo pianto gli potrà far male...

Adriana allora si chinò per stringersi forte al seno il figlioletto che le si era aggrappato alla veste, e ruppe in singhiozzi.

- Perché, mamma, perché? - domandava il ragazzo sbigottito, non comprendendo e mettendosi a piangere anche lui.

II

A piè della scala il dottore accolse la barella condotta da quattro militi della carità mentre due questurini, ajutati dal portinajo impedivano a una folla di curiosi d’entrare.

- Dottor Vocalòpulo! gridai a un giovanotto tra la folla.

Il dottore si voltò e gridò a sua volta alle guardie:

- Lo lascino passare: è il mio assistente. Entri, dottor Sià.

I quattro militi si riposavano un po’ preparando le cinghie per la salita. Il portone fu chiuso. La gente di fuori vi picchiava con le mani e coi piedi, fischiando, vociando.

- Ebbene? - domandò il dottor Vocalòpulo al Sià che sbuffava ancora, tutto sudato. - La donna?

- Che corsa, caro professore! - rispose il dottor Cosimo Sià. - La donna? All’ospedale... Sono tutto sudato! Frattura alla gamba e al braccio...

- Congestione?

- Credo. Non so... Son venuto a tempesta. Che caldo, per bacconaccio! Se potessi avere un bicchier d’acqua...

Il dottor Vocalòpulo scostò un poco la tendina di cerata della barella per vedere il ferito; la riabbassò subito e si volse ai militi:

- Andiamo, su! Piano e attenzione, figliuoli, mi raccomando.

Mentre si eseguiva con la massima cautela la penosa salita, allo scalpiccio, al rumor delle voci brevi affannose, si schiudevano sui pianerottoli le porte degli altri casigliani.

- Piano, piano... – ammoniva quasi a ogni scalino il dottor Vocalòpulo.

Il Sià veniva dietro, asciugandosi ancora il sudore dalla nuca e dalla fronte, e rispondeva ai casigliani:

- Il signor... come si chiama? Corsi... Quarto piano è vero?

Una signora e una signorina madre e figlia scapparono su di corsa per la scala con un grido d’orrore e, poco dopo, s’intesero le grida disperate di Adriana.

Il Vocalòpulo scosse la testa, contrariato, e voltosi al Sià:

- Ci badi lei, mi raccomando, - disse, e salì a balzi le altre due branche di scala fino alla porta del Corsi.

- Ma si faccia forza, signora: non gridi cosi! Non capisce che gli farà male? Prego, signore, la conducano di là!

- Voglio vederlo! Mi lascino! Voglio vederlo! - gridava piangendo e smaniando, Adriana. E il medico:

- Lo vedrà, non dubiti, non ora però... La conducano di là!

La barella era già arrivata.

- La porta! - gridò uno dei militi, ansimando.

Il dottor Vocalòpulo accorse ad aprire l’altro battente della porta, mentre Adriana, divincolandosi, trascinava seco le due vicine, imbalordite, verso la barella.

- In quale camera? Prego... Dov’è il letto? - domandò il dottor Sià.

- Di qua... ecco! - disse il Vocalòpulo, e gridò alle due pigionali accorse: - Ma la trattengano, perdio! Non son buone neanche da trattenerla?

- Oh Dio benedetto! - esclamò la signora del secondo piano, tozza, popputa, parandosi davanti ad Adriana furibonda.

Le due guardie erano dietro la barella e se ne stavano innanzi alla porta d’ingresso. A un tratto, per la scala, un vociare e un salire frettoloso di gente. Certo il portinajo aveva riaperto il portone, e la folla curiosa aveva invaso la scala.

Le due guardie tennero testa all’irruzione.

- Lasciatemi passare! - gridava tra la ressa su gli ultimi scalini, facendosi largo con le braccia, una signora alta, ossuta, vestita di nero, con la faccia pallida, disfatta, e i capelli aridi, ancor neri, non ostante l’età e le sofferenze evidenti. Si voltava ora di qua ora di là, come se non vedesse: Aveva infatti quasi spento lo sguardo tra le pàlpebre gonfie semichiuse. Pervenuta alla fine innanzi alla porta, con l’aiuto di un giovinetto ben vestito, che le veniva dietro fu su la soglia fermata dalle guardie:

- Non si entra!

- Sono la madre, - rispose imperiosamente e, con un gesto che non ammetteva replica scostò le guardie e s’introdusse in casa.

Il giovinotto ben vestito sguisciò dentro dietro a lei, dandosi a vedere come uno della famiglia anche lui.

La nuova arrivata si diresse a una stanza quasi buia, con un sol finestrino presso il tetto. Non discernendo nulla, chiamò forte:

- Adriana!

Questa, che se ne stava tra le due pigionali che cercavano scioccamente di confortarla, balzò in piedi, gridando:

- Mamma!

- Vieni! vieni con me, figlia mia! povera figlia mia! Andiamocene subito! - disse in fretta, con voce vibrante di sdegno e di dolore, la vecchia signora. - Non m’abbracciare! Tu non devi rimanere piú qua un solo minuto!

- Oh! mamma! mamma mia! - piangeva intanto Adriana, con le braccia al collo della madre.

Questa si sciolse dall’abbraccio, gemendo:

- Figlia disgraziata, piú di tua madre!

Poi dominando la commozione, riprese con l’accento di prima:

- Un cappello, subito! uno scialle! Prendi questo mio... Andiamocene subito, coi bambini... Dove sono? Già mi scottano i piedi, qua... Maledici questa casa, com’io la maledico!

- Mamma.. che dici, mamma? - domandò Adriana, smarrita nell’atroce cordoglio.

- Ah, non sai? Non sai nulla ancora? non t’hanno detto nulla? non hai nulla sospettato? Tuo marito è un assassino! - gridò la vecchia signora.

- Ma è ferito, mamma!

- Da sé s’è ferito, con le sue mani! Ha ucciso il Nori, capisci? Ti tradiva con la moglie del Nori... E lei s’è buttata dalla finestra...

Adriana cacciò un urlo e s’abbandonò su la madre, priva di sensi. Ma la madre, non badandole sorreggendola, seguitava a dirle tutta tremante:

- Per quella lì... per quella lì... te, te, figlia, angelo mio ch’egli non era degno di guardare... Assassino!... Per quella lì... capisci? capisci?

E con una mano le batteva dolcemente la spalla, carezzandola, quasi ninnandola con quelle parole.

- Che disgrazia! che tragedia! Ma com’è avvenuto? - domandò sottovoce la signora tozza del secondo piano al giovinetto ben vestito che si teneva in un angolo, con un taccuino in mano.

- Quella è la moglie? - domandò il giovinetto a sua volta, in luogo di rispondere. - Scusi, saprebbe dirmi il casato?

- Di lei?... sì, fa Montesani, lei.

- E il nome, scusi?

- Adriana. Lei è giornalista?

- Zitta, per carità! A servirla. E mi dica, quella è la madre, è vero?

- La madre di lei, la signora Amalia, sissignore.

- Amalia, grazie, grazie. Una tragedia, sì, signora, una vera tragedia...

- E morta lei, la Nori?

- Ma che morta! La mal’erba, lei m’insegna... È morto lui, invece, il marito.

- Il giudice?

- Giudice? No, sostituto procuratore del re.

- Sì, quel giovane... brutto, insomma, mingherlino, calabrese, venuto da poco... Erano tanto amici col signor Tommaso!

- Eh, si sa! - sghignò il giovinetto. - Avviene sempre così, lei m’insegna... Ma, scusi, il Corsi dov’è? Vorrei vederlo... Se lei m’indicasse...

- Ecco l’Ada di là... Dopo quella stanza, l’uscio a destra.

- Grazie, signora. Scusi un’altra domanda: Quanti figliuoli?

- Due. Due angioletti! Un maschietto di otto anni, una bambino di cinque...

- Grazie di nuovo: scusi...

Il giovinetto s’avviò, seguendo l’indicazione, alla camera del ferito. Passando per la saletta d’ingresso sorprese il bel ragazzo del Corsi che, con gli occhi sfavillanti, un sorriso nervoso su le labbra e le mani dietro la schiena, domandava a una delle guardie:

E dimmi una cosa: come gli ha sparato, col fucile?

III

Tommaso Corsi, col torso nudo, poderoso, sorretto da guanciali, teneva i grandi occhi neri e lucidissimi intenti sul dottor Vocalòpulo, il quale, scamiciato, con le maniche rimboccate su le magre braccia pelose, premeva e studiava da presso la ferita. Di tanto in tanto gli occhi del Corsi si levavano anche su l’altro medico, come se, nell’attesa che qualcosa a un tratto dovesse mancargli dentro, volesse coglierne il segno o il momento negli occhi altrui. L’estremo pallore cresceva bellezza al suo maschio volto di solito acceso.

Ora egli fissò sul giornalista, che entrava timido, perplesso, uno sguardo fiero, come se gli domandasse chi fosse e che volesse. Il giovinetto impallidì, appressandosi al letto, pur senza poter chinare gli occhi quasi ammaliato da quello sguardo.

- Oh, Vivoli! - disse il dottor Vocalòpulo, voltandosi appena.

Il Corsi chiuse gli occhi, traendo per le nari un lungo respiro.

Lello Vivoli aspettò che il Vocalòpulo gli volgesse di nuovo lo sguardo; ma poi, impaziente:

- Ss, - lo chiamò piano e, accennando il giacente, domandò come stesse, con un gesto della mano.

Il dottore alzò le spalle e chiuse gli occhi, poi con un dito accennò la ferita alla mammella sinistra.

- Allora... - disse il Vivoli, alzando una mano in atto di benedire.

Una goccia di sangue si partì dalla ferita e rigò lungamente il petto. Il dottore la deterse con un bioccolo di bambagia dicendo quasi tra sé:

- Dove diavolo si sarà cacciata la palla?

- Non si sa? - domandò timidamente il Vivoli, senza staccar gli occhi dalla ferita, non ostante il ribrezzo che ne provava. - E di’, sai di che calibro era?

- Nove... calibro nove, - interloquì con evidente soddisfazione il giovine dottor Sià. - Dalla ferita si può arguire...

- Suppongo, - rispose il Vocalòpulo accigliato, assorto, - che si sia cacciata qua sotto la scapola... Eh sì, purtroppo... il polmone...

E torse la bocca.

Indovinare, determinare il corso capriccioso della palla: per il momento, non si trattava d’altro per lui. Gli stava davanti un paziente qualunque, sul quale egli doveva esercitare la sua bravura, valendosi di tutti gli espedienti della sua scienza: oltre a questo suo compito materiale e limitato non vedeva nulla, non pensava a nulla. Solo, la presenza del Vivoli gli fece considerare che, essendo il Corsi conosciutissimo nella città e avendo quella tragedia sconvolto tutta la cittadinanza, poteva giovargli che il pubblico sapesse che il dottor Vocalòpulo era il medico curante.

- Oh, Vivoli, dirai che è affidato alle mie cure.

Il dottor Cosimo Sià dall’altra sponda del letto tossì leggermente.

- E puoi aggiungere, - riprese il Vocalòpulo, - che sono assistito dal dottor Cosimo Sià: te lo presento.

Il Vivoli chinò appena il capo, con un lieve sorriso. Il Sià, che s’era precipitato con la mano tesa per stringer quella del Vivoli, all’inchino sostenuto di questo, restò goffo arrossì, trinciò in aria con la mano già tesa un saluto, come per dire: - Ecco, fa lo stesso: saluto così!

Il moribondo schiuse gli occhi e aggrottò le ciglia. I due medici e il Vivoli lo guardarono quasi con paura.

- Adesso lo fasceremo, - disse con voce premurosa, chinandosi su lui, il Vocalòpulo.

Tommaso Corsi scosse la testa sul guanciale, poi riabbassò lentamente le palpebre su gli occhi foschi, come se non avesse compreso: così almeno parve al dottor Vocalòpulo, li quale, storcendo un’altra volta la bocca, mormorò:

- La febbre...

- Io scappo, - disse piano il Vivoli, salutando con la mano il Vocalòpulo e di nuovo inchinando appena il capo al Sià, che rispose, questa volta, con un inchino frettoloso.

- Sià, venga da questa parte. Bisogna sollevarlo. Ci vorrebbero due dei nostri infermieri.. - esclamò il Vocalòpulo. - Basta, ci proveremo. Ma tengo a fare una sola fasciatura, ben solida, e lì.

- Lo laviamo, ora? - domandò il Sià.

- Sì! L’alcool dov’è? e il catino, prego. Così, aspetti... Intanto, lei prepari le fasce. Preparate? Poi la vescica di ghiaccio.

Tommaso Corsi, allorché il dottor Vocalòpulo si fece a fasciarlo, aprì gli occhi, s’infoscò in volto, tentò con una mano di scostar dal petto quelle del dottore, dicendo con voce cavernosa:

- No... no...

- Come no? - domandò, sorpreso, il dottor Vocalòpulo.

Ma un émpito di sangue impedì al Corsi di rispondere, e le parole gli gorgogliarono nella strozza soffocate dalla tosse. Poi giacque, prostrato, privo di sensi.

E allora fu ripulito e fasciato a dovere dai due medici curanti.

IV

- No. mamma no... E come potrei? - rispose Adriana, appena rinvenuta all’ingiunzione della madre d’abbandonar la casa del marito insieme coi figliuoli.

Si sentiva quasi inchiodata lì, su la seggiola, stordita e tremante come se un fulmine le fosse caduto da presso. E invano la madre le smaniava innanzi e la spingeva:

- Via, via, Adriana! Non mi senti?

Si era lasciata mettere uno scialletto addosso e il cappello, e guardava innanzi a sè, come una mendicante. Non riusciva ancora a farsi un’idea dell’accaduto. Che le diceva la madre? d’abbandonar quella casa? e come mai, in quel momento? O prima o poi avrebbe dovuto abbandonarla per sempre? Perché? Il marito non le apparteneva piú? S’era spenta in lei l’ansia di vederlo. Che volevano intanto quelle due guardie che la madre le accennava lì nella saletta d’ingresso?

- Meglio che muoja! Se vive, in galera!

- Mamma! - supplicò, guardandola. Ma riabbassò subito gli occhi per trattenere le lagrime. Sul volto della madre rilesse la condanna del marito: - «Ha ucciso il Nori, ti tradiva con la moglie del Nori». - Non sapeva però, né poteva ancor quasi pensarlo, né immaginarlo: si vedeva ancora la barella sotto gli occhi e non poteva immaginare altri che lui - Tommaso - ferito, forse moribondo, lì... E Tommaso dunque aveva ucciso il Nori? aveva una tresca con Angelica Nori, e tutt’e due erano stati scoperti dal marito? Pensò che Tommaso portava sempre con sé la rivoltella. Per il Nori? No: l’aveva sempre portata, e il Nori e la moglie erano in città da un anno soltanto.

Nello scompiglio della coscienza, una moltitudine d’immagini si ridestavano in lei tumultuosamente: l’una chiamava l’altra e insieme si raggruppavano in balenanti scene precise e subito si disgregavano per ricomporsi in altre scene con vertiginosa rapidità. Quei due eran venuti da un paese di Calabria accompagnati da una lettera di presentazione a Tommaso, il quale li aveva accolti con la festosa espansione della sua indole sempre gioconda con aria confidenziale, col sorriso schietto di quel suo maschio volto in cui gli occhi lampeggiavano, esprimendo la vitalità piena, l’energia operosa, costante, che lo rendevano caro a tutti.

Da quest’indole vivacissima, da questa natura esuberante, in continuo bisogno d’espandersi quasi con violenza ella era stata investita fin dai primi giorni del matrimonio: s’era sentita trascinare dalla fretta ch’egli aveva di vivere: anzi furia, piú che fretta: vivere senza tregua, senza tanti scrupoli, senza tanto riflettere; vivere e lasciar vivere, passando sopra a ogni impedimento, a ogni ostacolo. Piú volte ella si era arrestata un po’ in questa corsa, per giudicare fra sè qualche azione di lui non stimata perfettamente corretta. Ma egli non dava tempo al giudizio, come non dava peso ai suoi atti. Ed ella sapeva ch’era inutile richiamarlo indietro a considerare il mal fatto: scrollava le spalle, sorrideva, e avanti! aveva bisogno d’andare avanti a ogni modo, per ogni via, senza indugiarsi a riflettere tra il bene e il male; e rimaneva sempre alacre e schietto, purificato dall’attività incessante, e sempre lieto e largo di favori a tutti, con tutti alla mano: a trent’otto anni, un fanciullone, capacissimo di mettersi a giocar sul serio coi due figliuoli, e ancora, dopo dieci anni di matrimonio, così innamorato di lei, che ella tante volte, anche di recente, aveva dovuto arrossire per qualche atto imprudente di lui innanzi ai bambini o alla serva.

E ora così d’un colpo, quest’arresto fulmineo, questo scoppio! Ma come? come? La cruda prova del fatto non riusciva ancora a dissociare in lei i sentimenti, piú che di solida stima, d’amore fortissimo e devoto per il marito, da cui si sentiva in cuor suo ricambiata.

Forse qualche lieve inganno, sì, sotto quella tumultuosa vitalità; ma la menzogna, no, la menzogna non poteva annidarsi sotto l’allegria costante di lui. Che egli avesse una tresca con Angelica Nori, non significava, no, aver tradito lei, la moglie; e questo la madre non poteva comprenderlo perché non sapeva, non sapeva tante cose... Egli non poteva aver mentito con quelle labbra, con quegli occhi con quel riso che allegrava tutti i giorni la casa. - Angelica Nori? Oh ella sapeva bene che cosa fosse costei, anche per il marito: neppure un capriccio: nulla, nulla! la prova soltanto d’una debolezza, nella quale nessun uomo forse sa o può guardarsi dal cadere... Ma in quale abisso era egli adesso caduto? e la sua casa e lei coi figliuoli giú, giú con lui?

- Figli miei! figli miei! - proruppe alla fine, singhiozzando, con le mani sul volto quasi per non veder l’abisso che le si spalancava orribile davanti. - Portali via con te, - aggiunse, rivolgendosi alla madre - Loro sì, portali via, ché non vedano... Io no, mamma: io resto. Te ne prego...

Si alzò e, cercando alla meglio di trattener le lagrime, andò, seguita dalla madre, in cerca dei bambini che giocavano tra loro in un camerino, ove la serva li aveva chiusi. Si mise a vestirli, soffocando i singhiozzi che le irrompevano dal petto a ogni loro lieta domanda infantile.

- Con la nonna, sì... a spasso con la nonna... E il cavalluccio, sì... la sciabola pure... Te li compra la nonna...

Questa contemplava, straziata, la sua cara figliuola, la creatura sua adorata, tanto buona, tanto bella, per cui tutto ormai era finito; e, nell’odio feroce contro colui che gliela faceva soffrir così, avrebbe voluto strapparle dalle mani quel bambino che somigliava tutto al padre, fin nella voce e nei gesti.

- Non vuoi proprio venire? - domandò alla figlia, quando i bambini furono pronti. - Io, bada, qua non metto piú piede. Resti sola... La casa di tua madre è aperta. Ci verrai, se non oggi, domani. Ma già, anche se non morisse...

- Mamma! - supplicò Adriana, additandole i bambini.

La vecchia signora tacque e andò via coi nipotini, vedendo uscire dalla camera del ferito il dottor Vocalòpulo.

Questi si apprestò ad Adriana per raccomandarle di non farsi vedere per il momento dal marito.

- L’emozione improvvisa, anche lieve potrebbe riuscirgli fatale. Non si faccia nulla, per carità, che possa contrariarlo o impressionarlo in qualche modo. Questa notte resterà a vegliarlo il mio collega. Se ci fosse bisogno di me...

Non terminò il discorso, notando che ella non gli dava ascolto né gli domandava notizie intorno alla gravità della ferita, e che aveva in capo il cappellino, come se stesse per abbandonare la casa. Socchiuse gli occhi, scosse un po’ il capo, sospirando, e andò via.

V

Nella notte, Tommaso Corsi si riscosse incosciente dal letargo. Stordito dalla febbre, teneva gli occhi aperti nella penombra della camera. Un lampadino ardeva sul cassettone, riparato da uno specchio a tre luci: il lume si projettava su la parete vivamente, precisando il disegno e i colori della carta da parato.

Aveva solo la sensazione che il letto fosse piú alto, e che soltanto per ciò notasse in quella camera qualcosa che prima non vi aveva mai notato. Vedeva meglio l’insieme dell’arredo, il quale, nella quiete altissima, gli pareva spirasse, dall’immobilità sua quasi rassegnata, un conforto familiare, a cui le ricche tende, che dall’alto scendevano fin sul tappeto, davano un’aria insolita di solennità. «Noi siamo qui, come tu ci hai voluti, per i tuoi comodi » pareva gli dicessero, nella coscienza che man mano si risentiva i varii oggetti della camera: «Siamo la tua casa: tutto è come prima.»

A un tratto richiuse gli occhi, quasi abbagliato bruscamente nella penombra da un lampo di luce cruda: la luce che s’era fatta in quell’altra camera, quando colei, urlando aveva aperto la finestra, d’onde s’era buttata.

Riebbe allora, d’un subito, la memoria orrenda: rivide tutto come se accadesse proprio allora.

Egli trattenuto dall’istintivo pudore, non riusciva a balzar dal letto, svestito com’era, e il Nori, ecco, gli esplodeva contro il primo colpo che infrangeva il vetro di una immagine sacra al capezzale; egli tendeva la mano alla rivoltella sul comodino, ed ecco il sibilo della seconda palla innanzi al volto... Ma non ricordava d’aver tirato sul Nori: solo quando questi era caduto a sedere sul pavimento e poi s’era ripiegato bocconi, egli s’era accorto d’aver l’arma ancora calda e fumante in pugno. Era allora saltato dal letto, e, in un attimo, entro di sé, la tremenda lotta di tutte le energie vitali contro l’idea della morte; prima, l’orrore di essa; poi la necessità e il sorgere d’un sentimento atroce, oscuro, a vincere ogni ripugnanza e ogni altro sentimento. Aveva guardato il cadavere, la finestra donde quella era saltata; aveva udito i clamori della via sottostante, e s’era sentito aprire come un abisso nella coscienza: allora la determinazione violenta gli s’era imposta lucidamente, come un atto a lungo meditato e discusso. Sì. Così era stato.

- No. - diceva a se stesso, un istante dopo, riaprendo gli occhi brillanti di febbre. - No; se questa è la mia casa, se io sto qui sul mio letto...

Gli pareva di udir voci liete e confuse di là, nelle altre stanze. Aveva fatto mettere quelle tende nuove e i tappeti nelle stanze per il battesimo dell’ultimo bambino, morto di venti giorni. Ecco, gli invitati tornavano or ora dalla chiesa. Angelica Nori, a cui egli offriva il braccio, glielo stringeva a un tratto furtivamente con la mano; egli si voltava a guardarla, stupito, ed ella accoglieva quello sguardo con un sorriso impudente, da scema, e chiudeva voluttuosamente le palpebre su i grandi occhi neri, globulenti, in presenza di tutti.

«Quel bambino è morto, - pensava ora egli - perché l’ha tenuto a battesimo colui, ch’era tra l’altro un jettatore.»

Immagini imprevedute, visioni strane, confuse, sensazioni fantastiche, improvvise, pensieri lucidi e precisi, si avvicendavano in lui, nel delirio intermittente.

Si, si, lo aveva ucciso. Ma due volte quel forsennato s’era messo per uccider lui ed egli nel volgersi per prendere l’arma da1 comodino gli aveva gridato sorridendo: «Che fai?» tanto gli pareva impossibile che colui, prima ch’egli si vedesse costretto a minacciarlo e a reagire, non comprendesse ch’era un’infamia, una pazzia ucciderlo a quel modo, in quel momento, uccider lui che si trovava lì per caso, che aveva tant’altra vita fuori di lì: i suoi affari, gli affetti suoi vivi e veri, la sua famiglia, i figli da difendere. Eh via, disgraziato!

Come mai tutt’a un tratto, quell’omiciattolo sbricio, brutto, scialbo, dall’anima apatica, attediata, che si trascinava nella vita senza alcuna voglia, senz’alcun affetto, e che da tant’anni si sapeva spudoratamente ingannato dalla moglie e non se ne curava, a cui pareva costasse pena e fatica guardare o trar fuori quella sua voce molle miagolante; come mai, tutt’a un tratto, s’era sentito muovere il sangue e per lui soltanto? Non sapeva che donna fosse sua moglie? e non sentiva ch’era una cosa ridicola e pazza e infame nello stesso tempo difender a quel modo ancora l’onor suo affidato a colei, che ne aveva fatto strazio tant’anni, senza che egli avesse mai mostrato d’accorgersene? Ma aveva pure assistito - sì, sì - a tante scene familiari, in cui ella, proprio sotto gli occhi di lui, sotto gli occhi stessi d’Adriana, aveva cercato di sedurlo con quei suoi lezii da scimmietta patita. Adriana sì se n’era accorta, e lui no? Ne avevano riso tanto insieme, lui e Adriana. Per una donna come quella lì, dunque, sul serio, una tragedia? Lo scandalo, la morte di lui, la sua morte? Oh, per quel disgraziato, forse, era stata un bene la morte: un regalo! Ma egli... doveva egli morire per così poco? Sul momento, col cadavere sotto gli occhi, assalito dai clamori della via, aveva creduto di non poter farne a meno. Ebbene e intanto come mai non era tutto finito? Egli viveva ancora, lì, nella sua stessa camera tranquilla, coricato sul suo letto, come se nulla fosse accaduto. Ah, se veramente fosse un sogno orribile!... No: e quel dolore cocente al petto, che gli toglieva il respiro? E poi il letto...

Stese pian piano un braccio nel posto accanto: vuoto... ecco! Adriana... Sentì di nuovo l’abisso aprirglisi dentro.

Dov’era ella? e i figliuoli? Lo avevano abbandonato? Solo, dunque, nella casa? e come mai?

Riaprì gli occhi per accertarsi, se quella fosse veramente la sua camera da letto. Sì: tutto come prima. Allora un dubbio crudele, in quell’alternativa di delirio e di lucidità mentale, lo vinse: non sapeva piú se, aprendo gli occhi, vedesse per allucinazione la sua camera che spirava la pace consueta, o se sognasse chiudendo gli occhi e rivedendo, con lucidezza di percezione ch’era quasi realtà, l’orribile tragedia della mattina. Emise un gemito, e subito davanti agli occhi si vide un volto sconosciuto; sentì posarsi una mano su la fronte, la cui pressione lo confortava, e richiuse gli occhi sospirando, sentendo di dover rassegnarsi a non comprendere piú nulla, a non saper che cosa fosse veramente accaduto. Era fors’anche sogno quel volto or ora intraveduto, la mano che gli premeva la fronte... E ricadde nel letargo.

Il dottor Sià si accostò in punta di piedi a un angolo della camera quasi al buio, dove Adriana vegliava nascosta.

- Forse è meglio, - le disse sottovoce, - che si mandi per il dottor Vocalòpulo. La febbre cresce e l’aspetto non mi...

S’interruppe; le domandò:

- Vuol vederlo?

Adriana fece segno di no col capo, angosciata. Poi, sentendo di non poter trattenere un émpito improvviso di pianto, balzò in piedi e scappò via dalla camera.

Il dottor Sià richiuse, cauto, l’uscio per impedire che giungesse all’orecchio del morente il pianto convulso della moglie; poi tolse dal petto di lui la vescica, ne vuotò l’acqua e, riempitala nuovamente di pezzetti di ghiaccio, la ripose su la fasciatura al posto della ferita.

- Ecco fatto.

Osservò quindi di nuovo, a lungo, il volto del giacente, ne ascoltò la respirazione affannosa; poi, non avendo altro da fare, e come se per lui bastasse l’aver provveduto al ghiaccio e l’aver fatto quelle osservazioni, ritornò al proprio posto, alla poltrona, dall’altra parte del letto.

Lì, con gli occhi chiusi, godeva di lasciarsi prendere a mano a mano dal sonno, spegnendo gradatamente in sé la volontà di resistervi, fino al punto estremo in cui il capo gli dava un crollo: schiudeva allora gli occhi e tornava da capo ad abbandonarsi a quella voluttà proibita, che quasi lo inebriava.

VI

Le complicazioni temute dal dottor Vocalòpulo si verificarono pur troppo: prima e piú grave fra tutte, l’infiammazione polmonare, che cagionava quell’altissima febbre.

Senza alcuna preoccupazione estranea alla scienza, di cui era fervidamente appassionato, il dottor Vocalòpulo raddoppiò lo zelo, come se si fosse fatta una fissazione di salvare a ogni costo quel moribondo.

Negli infermi sotto la sua cura egli non vedeva uomini, ma casi da studiare: un bel caso, un caso strano, un caso mediocre o comune; quasi che le infermità umane dovessero servire per gli esperimenti della scienza, e non la scienza per le infermità. Un caso grave e complicato lo interessava sempre a quel modo; ed egli allora non sapeva staccare piú il pensiero dal malato: metteva in pratica le piú recenti esperienze delle primarie cliniche del mondo, di cui consultava scrupolosamente i bollettini, le rassegne e le minute esposizioni dei tentativi, degli espedienti dei piú grandi luminari della scienza medica, e spesso adottava le cure piú arrischiate con fermo coraggio, con fiducia incrollabile. Si era costituita così una grande reputazione Ogni anno faceva un viaggio e ritornava entusiasta degli esperimenti a cui aveva assistito, soddisfatto di qualche nuova cognizione appresa, provvisto di nuovi e piú perfezionati strumenti chirurgici che disponeva dopo averne studiato minutamente il congegno e averli ripuliti con la massima cura - entro l’armamentario di cristallo, che aveva la forma di un’urna, lì, in mezzo al camerone da studio, e, chiusi, li contemplava ancora, stropicciandosi le mani solide, sempre fredde, o stirandosi con due dita il naso armato di quel pajo di lenti fortissime, che accrescevano la rigidezza austera del suo volto pallido, lungo, equino.

Attorno al letto del Corsi condusse alcuni suoi colleghi, a studiare, a discutere; spiegò tutti i suoi tentativi, l’uno piú nuovo e piú ingegnoso dell’altro, finora però riusciti vani. Il ferito, sotto quell’altissima febbre, restava in uno stato quasi letargico, interrotto tuttavia da certe crisi di smania delirante, nelle quali, piú d’una volta, eludendo la vigilanza, aveva finanche tentato di disfare la fasciatura.

Di questo «fenomeno» il Vocalòpulo non si era curato piú che tanto; gli era bastato di raccomandare al dottor Sià maggiore attenzione. Aveva potuto, per mezzo della radiografia, estrarre il proiettile di sotto l’ascella, aveva rischiosamente applicato i lenzuoli freddi per abbassare la temperatura. E finalmente c’era riuscito! La febbre era abbassata, l’infiammazione polmonare era vinta, il pericolo quasi superato. Nessun compenso materiale avrebbe potuto uguagliare la soddisfazione morale del dottor Vocalòpulo. Era raggiante; e il dottor Sià con lui, per riflesso.

- Collega, collega, qua la mano! Questo si chiama vincere.

Il Sià gli rispondeva con una sola parola:

- Miracoloso!

Ora la primavera imminente avrebbe senza dubbio affrettato la convalescenza

Già l’infermo cominciava a risentirsi un po’, a uscir dallo stato d’incoscienza in cui s’era mantenuto per tanti giorni. Ma non sapeva ancora, non sospettava neppure, come si fosse ridotto.

Una mattina si provò a sollevare le mani dal letto, per guardarsele e, nel veder le dita esangui tremolare. sorrise. Si sentiva ancora come nel vuoto, in un vuoto però tranquillo, soave, di sogno. Solo qualche minuzia, lì, nella camera, gli s’avvistava di tratto in tratto: un fregio dipinto nel soffitto, la peluria verde della coperta di lana sul letto, che gli richiamava alla memoria i fili d’erba d’un prato o d’una ajuola; e vi concentrava tutta l’attenzione, beato; poi, prima di stancarsene, richiudeva gli occhi e provava un dolce smarrimento d’ebbrezza, vaneggiava in una delizia ineffabile.

Tutto, tutto era finito; la vita ricominciava adesso... Ma non era forse rimasta sospesa anche per gli altri? No, no: ecco: un rumor di vettura... Fuori, per le vie, la vita in tutto quel tempo aveva seguito il suo corso...

Provò come una vellicazione irritante al ventre, a questo pensiero che oscuramente lo contrariava; e si rimise a guardar la calugine verde della coperta, dove gli pareva di veder la campagna: qua la vita, sì, ricominciava veramente, con tutti quei fili d’erba... E anche così per lui ricominciava... Nuovo, tutto nuovo, egli si sarebbe riaffacciato alla vita... Un po’ d’aria fresca! Ah, se il medico avesse voluto aprirgli un tantino la finestra...

- Dottore, - chiamò; e la sua stessa voce gli fece una strana impressione.

Ma nessuno rispose. Si provò a guardar nella camera. Nessuno. Come mai? Dov’era? - Adriana! Adriana! - Un’angosciosa tenerezza per la moglie lo vinse; e si mise a piangere come un bambino, nel desiderio cocente di buttarle le braccia al collo e stringersela forte, forte al petto... Chiamò di nuovo, nel dolce pianto:

- Adriana! Adriana!... Dottore!

Nessuno sentiva? Sgomento allora, soffocato, stese un braccio al campanello sul comodino: ma avvertì subito un acuta trafittura interna, che lo tenne un tratto quasi senza respiro col volto pallido, contratto dallo spasimo: poi sonò, sonò furiosamente. Accorse, con la sua aria spiritata il dottor Sià:

- Eccomi! Che abbiamo, signor Tommaso?

- Solo! Mi hanno lasciato solo...

- Ebbene? E perché codesta agitazione? Eccomi qua.

- No. Adriana! Mi chiami Adriana... Dov’è? Voglio vederla.

Comandava ora, eh? Il dottor Sià fece un viso lungo lungo e piegò il capo da un lato:

- Così no! Se non si calma, no.

- Voglio veder mia moglie! - replicò egli stizzito, imperioso. - Può proibirmelo lei?

Il Sià sorrise, perplesso:

- Ecco... vorrei che... No no, si stia zitto: vado a chiamargliela.

Non ce ne fu bisogno. Adriana era dietro l’uscio: si asciugò in fretta le lagrime, accorse, si buttò singhiozzando tra le braccia del marito, come in un abisso d’amore e di disperazione. Egli non provò dapprima che la gioia di tenersi così stretta quella sua adorata, il cui calore, l’odor dei capelli, lo incipriavano. Quanto, quanto, quanto la amava... Ma, a un tratto, la sentì singhiozzare. Si provò a sollevarle con tuttte due le mani il capo che si affondava su lui; non ne ebbe la forza, e si volse, stordito, al dottor Sià. Questi accorse e costrinse la signora a strapparsi dal letto; la condusse, sorreggendola in quella crisi violenta di pianto fuori della camera; poi ritornò presso il convalescente.

- Perché? - domandò il Corsi, sconvolto.

Un pensiero gli attraversò la mente, in un baleno.

Senza badare alla risposta del medico, il Corsi richiuse gli occhi, trafitto. «Non mi Perdona» pensò.

VII

Alle notizie di miglioramento, di prossima guarigione, era cresciuta la sorveglianza alla casa del ferito. Il dottor Vocalòpulo, temendo che l’autorità giudiziaria désse intempestivamente l’ordine che fosse tradotto in carcere, pensò di recarsi da un avvocato amico suo e del Corsi, e a cui il Corsi certamente avrebbe affidato la sua difesa, per pregarlo di andare insieme dal questore a impegnar la loro parola, che l’infermo non avrebbe in alcun modo tentato di sottrarsi alla giustizia.

L’avvocato Camillo Cimetta accettò l’invito. Era un uomo sui sessant’anni, smilzo, altissimo di statura, tutto gambe. Gli spiccavano stranamente nel volto squallido, giallognolo, malaticcio, gli occhietti neri, acuti, d’una vivacità straordinaria. Dotto piú di filosofia che di legge, scettico, oppresso dalla noja della vita, stanco delle amarezze che essa gli aveva procacciate, non aveva mai posto alcun impegno a guadagnarsi la grandissima fama di cui godeva e che gli aveva procurato una ricchezza di cui non sapeva piú che farsi. La moglie, donna bellissima, insensibile, dispotica, che lo aveva torturato per tanti anni, gli s’era uccisa per neurastenia; l’unica figliuola gli era fuggita di casa con un misero scritturale del suo studio ed era morta soprapparto, dopo aver sofferto un anno di maltrattamenti dal marito indegno. Era rimasto solo, senza piú scopo nella vita, e aveva rifiutato ogni carica onorifica, la soddisfazione di far valere le sue doti non comuni in una grande città. E mentre i suoi colleghi si presentavano al banco dell’accusa o della difesa armati di cavilli, abbottati di procedura o si empivano la bocca di paroloni altisonanti; egli, che non poteva soffrire la toga che l’usciere gli poneva su le spalle, si alzava con le mani in tasca e si metteva a parlare ai giurati, ai giudici, con la massima naturalezza, alla buona, cercando di presentare con la maggiore evidenza possibile qualche pensiero che potesse logicamente far loro impressione: distruggeva con irresistibile arguzia le magnifiche architetture oratorie de suoi avversarii e riusciva così talvolta ad abbattere i confini formalistici del tristo ambiente giudiziario, perché un’aura di vita vi spirasse, vi passasse un soffio doloroso di umanità, di pietà fraterna, oltre e sopra la 1egge, per l’uomo nato a soffrire, a errare.

Ottenuta dal questore la promessa che la traduzione in carcere non sarebbe avvenuta se non dopo il consenso del medico, egli e il dottor Vocalòpulo si recarono insieme alla casa del Corsi.

In pochi giorni Adriana si era cangiata così, che non pareva piú lei.

- Eccole, signora, il nostro caro avvocato, - le disse il Vocalòpulo. - Sarà meglio preparare a poco a poco il convalescente alla dura necessità...

- E come, dottore? - esclamò Adriana. - Pare che egli non ne abbia ancora il piú lontano sospetto. È come un fanciullo... si commuove per ogni nonnulla... Giusto questa mattina mi diceva che, appena in grado di muoversi, vuole andare in campagna, in villeggiatura un mese...

Il Vocalòpulo sospirò, stirandosi al solito il naso. Stette un po’ a pensare, poi disse:

- Aspettiamo qualche altro giorno. Intanto facciamogli vedere l’avvocato. Non è possibile che il pensiero della punizione non gli si affacci.

- E lei crede, avvocato, - domandò Adriana, - crede che sarà grave?

Il Cimetta chiuse gli occhi, aprì le braccia. Gli occhi di Adriana si riempirono di lagrime.

Giunse, in quella, dall’altra stanza la voce dell’infermo. Subito Adriana accorse.

- Mi permettano!

Tommaso le tendeva le braccia dal letto. Ma appena le vide gli occhi rossi di pianto, le prese un braccio e, nascondendosi il volto, le disse:

- Ancora, dunque? non mi perdoni ancora?

Adriana strinse le labbra tremanti, mentre nuove lagrime le sgorgavano dagli occhi: e non trovò in prima la voce per rispondergli.

- No? - insistette egli, senza scoprire il volto.

- Io sì, - rispose Adriana, angosciata, timidamente.

- E allora? - ripigliò il Corsi, guardandola negli occhi lagrimosi.

Le prese il volto tra le mani, e aggiunse:

- Lo comprendi, lo senti, è vero? che tu mai, mai, nel mio cuore, nel mio pensiero, non sei venuta mai meno, tu santa mia, amore, amore mio...

Adriana gli carezzò lievemente i capelli.

- È stata un’infamia! - riprese egli. - Sì, è bene, è bene che te lo dica, per togliere ogni nube fra noi. Un’infamia sorprendermi in quel momento vergognoso, di stupido ozio... Tu lo comprendi, se mi hai perdonato! Stupido fallo, che quel disgraziato ha voluto rendere enorme, tentando d’uccidermi, capisci? due volte... Uccider me, proprio me, che dovevo per forza difendermi... perché... tu lo comprendi! non potevo lasciarmi uccidere per quella lì, è vero?

- Sì, sì, - diceva Adriana, piangendo, per calmarlo, piú col cenno che con la voce.

- È vero? - seguitò egli con forza. - Non potevo... per voi! Glielo dissi, ma egli era come impazzito, tutt’a un tratto; m’era venuto sopra, con l’arma in pugno... E allora io, per forza...

- Sì, sì, - ripeté Adriana, ringojando le lagrime. – Calmati, sì... Queste cose...

S’interruppe, vedendo il marito abbandonarsi sfinito sui guanciali, e chiamò forte:

- Dottore! Queste cose, - seguitò alzandosi e chinandosi sul letto, premurosa, - tu le dirai... le dirai ai giudici, e vedrai che...

Tommaso Corsi si rizzò improvvisamente su un gomito e guardò fiso il dottore e il Cimetta che gli si facevano incontro.

- Ma io, - disse, - eh già... il processo...

Allividì. Ricadde sul letto, annichilito.

- Formalità... - si lasciò cadere dalle labbra il Vocalòpulo, accostandosi di piú al letto.

- E quale altra punizione, - fece il Corsi, quasi tra sè, guardando il soffitto con gli occhi sbarrati, - quale altra punizione maggiore di quella che mi son data io, con le mie mani?

Il Cimetta trasse una mano dalla tasca e agitò l’indice in segno negativo.

- Non conta? - domandò il Corsi. - E allora?... - si provò a replicare; ma si riprese: - Eh già! Sì, sì... Ci credi? Mi pareva che tutto fosse finito... Adriana! - chiamò, e le buttò di nuovo le braccia al collo. - Adriana! Sono perduto!

Il Cimetta, commosso, tentennò a lungo il capo, poi sbuffò:

- E perché? per una minchioneria di passata. Sarà difficile, difficilissimo, caro dottore, farne capace quella rispettabile istituzione che si chiama giuria. Non tanto, vedete, per il fatto in sé, quanto perché si tratta d’un sostituto procuratore del re. Se fosse almeno possibile dimostrare che delle corna precedenti il poveretto s’era già accorto! Ma i mezzi? Un morto non si può chiamare a giurare su la sua parola d’onore... L’onore dei morti se lo mangiano i vermi. Che valore può avere l’induzione contro la prova di fatto? Del resto, siamo giusti: su la propria testa ciascuno è padrone di accoglier quelle corna che gli garbano. Le tue, caro Tommaso, è chiaro, non le volle. Tu dici: «Ma potevo lasciarmi uccidere da lui?». No. Ma se volevi rispettato questo diritto di non aver tolta la vita non dovevi andare a prendergli la moglie, quella bertuccia vestita! Così facendo, - bada, io vedo adesso le ragioni dell’accusa, - tu stesso hai derogato al tuo diritto, ti sei esposto al rischio, e non dovevi perciò reagire. Capisci? Due falli. Del primo, dell’adulterio dovevi lasciarti punire da lui, dal marito offeso; e tu invece l’hai ucciso...

- Per forza! - gridò il Corsi, levando il volto rabbiosamente contratto. – Istintivamente! Per non farmi uccidere!

- Ma subito dopo, invece, - rimbeccò il Cimetta - hai tentato di ucciderti con le tue mani.

- E non deve bastare?

Il Cimetta sorrise.

- Non può bastare. È anzi a tuo danno, caro mio! Perché, tentando d’ucciderti, hai implicitamente riconosciuto il tuo fallo.

- Sì! E mi sono punito!

- No, caro, - disse con calma il Cimetta. – Hai tentato di sottrarti alla pena.

- Ma togliendomi la vita! - esclamò, infiammato, il Corsi. - Che potevo fare di piú?

Il Cimetta si strinse nelle spalle, e disse:

- Avresti dovuto morire. Non essendo morto...

- Ma sarei morto, - riprese Corsi, allontanando la moglie e additando fieramente il dottor Vocalòpulo, - sarei morto, se lui non avesse fatto di tutto per salvarmi!

- Come... io? - balbettò il Vocalòpulo, tirato in ballo quando meno se l’aspettava.

- Voi! Sì. Per forza! Io non volevo le vostre cure. Per forza avete voluto prodigarmele, ridarmi la vita. E perché, dunque, se ora...

- Con calma, con calma... - disse il Vocalòpulo, sorridendo nervosamente a fior di labbra, costernato. - Vi fate male, agitandovi così...

- Grazie, dottore! Quanta premura... - sghignò il Corsi - Vi sta tanto a cuore l’avermi salvato? Ma senti,  Cimetta, senti! Io voglio ragionare. M’ero ucciso. Viene un dottore, codesto nostro dottore. Mi salva. Con qual diritto mi salva? con qual diritto mi ridà la vita ch’io m’ero tolta se non poteva farmi rivivere per le mie creaturine, se sapeva ciò che m’aspettava?

Il Vocalòpulo tornò a sorridere nervosamente, intorbidandosi in volto.

- Dopo tutto. - disse - è un bel modo di ringraziarmi codesto. Che dovevo fare?

- Ma lasciarmi morire! - proruppe il Corsi, - se non avevate il diritto di sottrarmi alla pena ch’io m’ero data molto maggiore del mio fallo! Non c’è piú pena di morte; e io sarei morto, senza di voi. Ora come faccio io? Di che debbo ringraziarvi?

- Ma noi medici, scusate, - rispose, smarrito, il Vocalòpulo, - noi medici non abbiamo di questi diritti: noi medici abbiamo il dovere della nostra professione. E me n’appello all’avvocato qua presente.

- E in che differisce, allora, - domandò con amaro scherno il Corsi, - codesto vostro dovere da quello d’un aguzzino?

- Oh insomma! - esclamò, scrollandosi tutto, il Vocalòpulo, - vorreste che un medico passasse sopra la legge?

- Ah, bene! - Voi dunque la legge avete servito,- riprese il Corsi, con foga rabbiosa. - La legge; non me, poveretto. Mi ero tolta la vita; voi me l’avete ridata a forza. Tre, quattro volte tentai di strapparmi le fasce. Voi avete fatto di tutto per salvarmi, per ridarmi la vita. E perché? Perché la legge, ora, di nuovo me la ritolga, e in un modo piú crudele. Ecco: a questo, dottore, vi ha condotto il dovere della vostra professione. E non è un’ingiustizia?

- Ma, scusa, - si provò a interloquire il Cimetta, - del male che hai fatto...

- Mi sono lavato, col mio sangue! - compì subito la frase il Corsi, tutto acceso e vibrante. - Io sono un altro, ora! Io sono rinato! Come posso restar sospeso a un solo momento di quell’altra mia vita che non esiste piú per me? sospeso, agganciato a quel momento, come se esso rappresentasse tutta la mia esistenza, come se io non fossi mai vissuto per altro? E la mia famiglia? mia moglie? i miei figli, a cui devo dare il pane, la riuscita? Ma come! come! Che volete di piú? Non avete voluto che morissi... E allora perché? Per vendetta? Contro uno che s’era ucciso...

- Ma che pure ha ucciso! - ribatté forte il Cimetta.

- Trascinato! - rispose pronto, il Corsi. - E il rimorso di quel momento io me lo son tolto; in un’ora, io scontai il mio fallo; in un’ora che poteva esser lunga quanto l’eternità. Ora non ho piú nulla da scontare, io! Questa è un’altra vita per me, che m’è stata ridata. Debbo rimettermi a vivere per la mia famiglia, debbo rimettermi a lavorare per i miei figliuoli. M’avete ridato la vita per mandarmi in galera? E non è un atroce delitto, questo? E che giustizia può esser quella che punisce a freddo un uomo ormai privo di rimorsi? come starò io in un reclusorio a scontare un delitto che non ho pensato di commettere, che non avrei mai commesso, se non vi fossi stato trascinato; mentre, meditatamente, ora, a freddo, coloro che approfitteranno della vostra scienza, dottore, la quale mi ha tenuto per forza in vita solo per farmi condannare, commetteranno il delitto piú atroce, quello di farmi abbrutire in un ozio infame, e di fare abbrutire nei vizii della miseria e dell’ignominia i miei figliuoli innocenti? Con quale diritto?

Si rizzò sul busto, sospinto da una rabbia che il sentimento della propria impotenza rendeva feroce: cacciò un urlo e s’afferrò con le dita artigliate la faccia e se la stracciò; poi si riversò bocconi sul letto, convulso; tentò di scoppiare in singhiozzi, ma non poté. Nella vanità di quello sforzo tremendo, rimase un tratto stordito, come in un vuoto strano, in un attonimento spaventevole. Diventò cadaverico nel volto segnato dallo strappo recente delle dita.

Adriana spaventata, accorse; gli sollevò prima il capo, poi, aiutata dal Cimetta, si provò a rialzarlo, ma ritrasse subito le mani con un grido di ribrezzo e di terrore: la camicia, sul petto, era zuppa di sangue.

- Dottore! Dottore!

- Gli s’è riaperta la ferita! - esclamò il Cimetta.

Il dottor Vocalòpulo sbarrò gli occhi, impallidì, allibito.

- La ferita?

E istintivamente, s’appressò al letto. Ma il Corsi lo arrestò d’un subito, con gli occhi invetrati.

- Ha ragione, - disse allora il dottore, lasciandosi cader le braccia. - Hanno sentito? Io non posso, non debbo...

028  -  PARI

Bartolo Barbi e Guido Pagliocco, entrati insieme per concorso al Ministero dei Lavori Pubblici da vice-segretarii, promossi poi a un tempo segretarii di terza e poi di seconda e poi di prima classe, erano divenuti, dopo tanti anni di vita comune, indivisibili amici.

Abitavano insieme, in due camere ammobiliate al Babuino. Per grazia particolare della vecchia padrona di casa, che si lodava tanto di loro, avevano anche il salottino a disposizione, ove solevano passar le sere, quando - sempre d’accordo - stabilivano di non andare a teatro o a qualche caffè-concerto. Giocavano a dadi o a scacchi o a dama, intramezzando alle partite pacate e sennate conversazioncine o sui superiori o sui compagni d’ufficio o su le questioni politiche del momento o anche su le arti belle, di cui si reputavano con una certa soddisfazione estimatori non volgari. Ogni giorno, di fatti, passando e ripassando per via del Babuino, si indugiavano in lunghe contemplazioni o in accigliate meditazioni innanzi alle vetrine degli antiquarii e dei negozianti d’arte moderna; e Bartolo Barbi, ch’era molto perito in tutto ciò che si riferiva alle gerarchie, sia quella ecclesiastica, sia quella militare, sia quella burocratica, e agli usi e ai costumi, si scialava a dar di bestia a certi pittori che, nei soliti quadretti di genere, osavano raffigurar cardinali con paramenti addirittura spropositati.

Era molto caro ai due amici quel salottino raccolto, dai mobili d’antica foggia, consunti a furia di tenerli puliti. Il vecchio finto tappeto persiano era qua e là ragnato; le tende turche, all’uscio e alla finestra erano un po’ scolorite come la carta da parato, come i fiori di pezza su la mensola e l’ombrellino giapponese aperto e sospeso a un angolo. Qualche piccolo intaglio s’era scollato dai tanti porta-ritratti e porta-carte appesi alle pareti, eseguiti in casa, a traforo, dai due amici nei primi anni della loro convivenza.

Fin su l’orlo di quell’ombrellino giapponese, intanto, all’insaputa dei due amici, veniva a quando a quando, zitto zitto, un grosso ragno nero; stava lì un pezzo come a spiare misteriosamente ciò che essi facevano, ciò che essi dicevano; poi si ritraeva.

Dentro l’ombrellino giapponese era tessuta tutt’intorno al fusto un’ampia tela finissima e polverosa. Forse quel ragno misterioso ne aveva tratto la materia, a filo a filo, dalla vita de’ due amici, dai loro giorni sempre uguali, dai loro savii discorsi, tradotti pazientemente in quella sua sottilissima bava seguace.

Né essi né la vecchia padrona di casa ne avevano il piú lontano sospetto.

Di tanto in tanto Barbi e Pagliocco pensavano con rammarico che fra qualche anno sarebbero stati costretti a lasciar quella casa, quel caro salottino. Aspettavano dal paese i loro due fratelli minori, che dovevano intraprendere a Roma sotto la loro vigilanza gli studii universitarii; e in quella casa non ci sarebbe stato posto per tutti e quattro. Avrebbero affittato allora un quartierino; lo avrebbero ammobiliato modestamente per conto loro e avrebbero preso una vecchia serva per la pulizia e la cucina. Vecchia la serva, perché i due giovanottini di primo pelo... eh, non si sa mai! prudenza ci voleva! Per loro due non ci sarebbe stato piú pericolo.

Ogni mattina erano in piedi, puntuali, alla stess’ora; uscivano insieme a prendere il caffè; entravano insieme al Ministero dove lavoravano nella stessa stanza l’uno di fronte all’altro; a mezzogiorno andavano a desinare alla stessa trattoria; e insomma, come appaiati sotto il medesimo giogo conducevano una vita affatto uguale, dignitosa, metodica per forza, ma non priva di qualche onesto svago, segnatamente le domeniche.

Quantunque si servissero dallo stesso sarto, pagato puntualmente a tanto al mese, non vestivano allo stesso modo. Spesso Bartolo Barbi sceglieva la stoffa per l’abito di Guido Pagliocco e viceversa; giudiziosamente; perché sapevano bene quale sarebbe stata piú adatta all’uno, quale all’altro. Non erano già come due gocce d’acqua in tutto.

Bartolo Barbi era alto di statura e magro, di scarso pelo rossiccio, pallido in volto e lentigginoso, lungo di braccia, un po’ dinoccolato: presentava da lontano nella faccia quattro fori e una caverna: gli occhi tondi, le nari aperte e una bocca enorme, dalle labbra aride e screpolate. Guido Pagliocco era invece robusto e sveglio, tozzo, bruno, bene azzampato, miope e ricciuto.

Si erano però medesimati nell’anima, vagheggiando uno stesso tipo ideale, che s’ingegnavano di raggiungere e d’incarnare in due, ponendovi ciascuno dal canto suo quel tanto che mancava all’altro.

E l’uno amava e ammirava le speciali facoltà e attitudini dell’altro, e lo lasciava fare, senza tentar mai d’invaderne il campo.

Subito, a ogni minima evenienza, si assegnavano le parti; riconoscevano a volo se dovesse parlare o agire l’uno o l’altro; e di ciò che l’uno diceva o faceva l’altro rimaneva sempre contento e soddisfatto, come se meglio non si fosse potuto né dire né fare.

Raggiunto il grado di segretarii di prima classe, proposti insieme per la croce di cavaliere, ottenuta questa onorificenza ben meritata, Barbi e Pagliocco furono invitati alle radunante che il loro capo-divisione commendator Cargiuri-Crestari teneva ogni venerdì.

I due amici presero a frequentar quelle radunante con la stessa puntualità scrupolosa con cui adempivano ai doveri d’ufficio. Ma presto s’accorsero che la loro comunanza di vita fraterna correva un serio pericolo in casa del commendator Cargiuri-Crestari.

Il capo-divisione e la moglie, non avendo proprii figliuoli e figliuole da accasare, pareva si fossero preso il compito di sposar tutti i giovani e le giovani che si raccoglievano ogni venerdì nel loro salotto.

La signora, invitando le vecchie amiche, lasciava intendere con mezzi sorrisi e mezze frasi che le loro figliuole avrebbero trovato presto marito; e molte mamme sollecitavano di continuo, ansiosamente, l’onore di essere ammesse in casa di lei.

Ella però voleva essere lasciata libera nella scelta, voleva che si avesse piena fiducia in lei, nel suo tatto, nel suo intuito, nella sua esperienza.

Guai se una fanciulla, non contenta del giovane ch’ella, nella sua saggezza, le aveva destinato, faceva invece l’occhiolino a qualche altro! Subito la signora Cargiuri-Crestari si dava attorno per dividere questi illeciti ravvicinamenti, di cui si aveva proprio per male, ecco, e lo lasciava intendere in tutti i modi. Ma sì, per male, perché Dio solo sapeva quanto e quale studio le costassero quelle sue combinazioni ideali. Prima di decidere, prima d’assegnare a quel tale giovine quella tal fanciulla, ella teneva l’uno e l’altra quattro o cinque mesi in esperimento; li interrogava su tutti i punti secondo un formulario prestabilito e segnava in un taccuino le risposte; e gusti, educazione, costumi, aspirazioni, tutto indagava, pesava tutto. E se qualche coppia, messa su da lei con tanto scrupolo, faceva alla fine una cattiva riuscita, non se ne sapeva proprio dar pace. Possibile? Ma se dovevano andar così bene d’accordo quei due! Ci doveva esser sotto certamente qualche malinteso fra loro! Ed ecco la signora Cargiuri-Crestari affannata. in continue spedizioni alle case delle tante coppie messe sè da lei per ristabilir l’accordo. che non poteva mancare, diamine’ a chiarir quel malinteso che senza dubbio doveva esser sorto tra i due coniugi cosi bene appaiati.

Le vittime designate a quelle combinazioni ideali erano naturalmente gl’impiegati subalterni del marito. La promozione a segretario di prima classe, la croce di cavaliere, avevano per conseguenza inevitabile l’invito ai venerdì del commendatore e, in capo a un anno, il matrimonio. Il garbo del capo-divisione e della moglie era tanto e tale, che riusciva quasi impossibile ribellarsi; si temeva poi il malumore, l’astio e, chi sa, fors’anche la vendetta del superiore.

Pei due amici Barbi e Pagliocco la signora Cargiuri-Crestari non ebbe bisogno né di studio né di esame. Suo marito li teneva d’occhio, li covava da un pezzo; glien’aveva tanto parlato, come di due paranzelle che presto sarebbero entrate placidamente in porto!

Li aveva già belli e assegnati in precedenza la signora Cargiuri-Crestari e, come sempre, con intuito meraviglioso, a due fanciulle, amiche anch’esse tra loro, indivisibili: Gemma Gandini e Giulia Montà: quella bionda e questa bruna: la bionda a Pagliocco ch’era bruno, la bruna a Barbi che, se non era proprio biondo, ci pendeva.

Erano belline tutt’e due, e - già s’intende - buone come la stessa bontà. Ah, niente lezii! Niente bischenchi! Il commendatore e la moglie non ammettevano in casa se non future mogli per bene, e dunque fanciulle sagge e modeste, econome e massaie. I giovani potevano fidarsene a occhi chiusi. Magari la signora Cargiuri-Crestari non badava tanto alle fattezze esteriori, perché - si sa tutto non si può avere, e la bellezza non è dote che vada molto d’accordo con la modestia e con le altre virtù che a fare una perfetta moglie si ricercano.

Appena scoperta l’insidia, i due amici s’arrestarono alquanto sconcertati.

Avevano da un pezzo non solo chiuso la porta del cuore alla donna, ci avevano anche messo il catenaccio. Non ne aspettavano piú, neanche in sonno. Che se talvolta qualche desiderio monello saltava dentro all’improvviso per la finestra degli occhi, subito la ragione arcigna lo cacciava via a pedate.

Non perché avessero in odio il sesso femminile: discorrendo di donne e di pigliar moglie, riconoscevano anzi, in astratto, che lo stato coniugale (fondato - beninteso nell’onestà e governato dalla pace e dall’amore) era preferibile alla vita da scapolo. Ma purtroppo il matrimonio, nelle presenti tristissime condizioni sociali, doveva esser considerato come un lusso, che pochi solamente potevano concedersi, i quali poi non erano i piú adatti a pregiarne i vantaggi.

Nelle loro conversazioni serali, Barbi e Pagliocco avevano definito insieme il feminismo questione essenzialmente economica. Ma sì, perché le donne, poverine, avevano compreso bene la ragione per cui diventava loro di giorno in giorno piú difficile trovar marito. Il veder frustrata la loro naturale aspirazione, il dover soffocare il loro smanioso bisogno istintivo, le aveva esasperate e le faceva un po’ farneticare. Ma tutta quella loro rivolta ideale contro i così detti pregiudizii sociali, tutte quelle loro prediche fervorose per la così detta emancipazione della donna, che altro erano in fondo se non una sdegnosa mascheratura del bisogno fisiologico, che urlava sotto? Le donne desiderano gli uomini e non lo possono dire; poverine. E volevano lavorare per trovar marito, ecco. Era un rimedio, questo, suggerito dal loro naturale buon senso. Ma, ahimé, il buon senso è nemico della poesia! E anche questo capivano le donne: capivano cioè che una donna, la quale lavori come un uomo, fra uomini, fuori di casa, non è piú considerata dalla maggioranza deg1i uomini come l’ideale delle mogli, e si ribellavano contro a questo modo di considerare, che frustrava il loro rimedio, e lo chiamavano pregiudizio.

Ecco il torto. Pregiudizio il supporre che la donna, praticando di continuo con gli uomini, si sarebbe alla fine immascolinata troppo? Pregiudizio il prevedere che n casa senza piú le cure assidue, intelligenti, amorose della donna avrebbe perduto quella poesia intima e cara, che è la maggiore attrattiva del matrimonio per l’uomo? Pregiudizio il supporre che la donna, cooperando anch’essa col proprio giudizio ai mantenimento de1la casa, non avrebbe piú avuto per l uomo quella devozione e quel rispetto, di cui tanto esso si compiace? Ingiusto, questo rispetto? Ma perché allora, dal canto suo, voleva esser tanto rispettata la donna? Via! Via! Se l’uomo e la donna non erano stati fatti da natura allo stesso modo, segno era che una cosa deve far l’uomo e un’altra la donna, e che pari dunque non possono essere.

Mai e poi mai Barbi e Pagliocco avrebbero sposato una donna emancipata, impiegata, padrona di sé. Non perché volessero schiava la moglie, ma perché tenevano alla loro dignità maschile e non avrebbero saputo tollerare che questa, di fronte ai guadagni della moglie, restasse anche minimamente diminuita. Metter su casa, d’altra parte, con lo scarso stipendio di segretario, sarebbe stata una vera e propria pazzia, e dunque niente: non ci pensavano nemmeno.

Ben radicati in queste idee, i due amici deliberarono di resistere; ma, per timore d’offendere il loro capo, non osarono fuggire; seguitarono a frequentare i venerdì del commendator Cargiuri-Crestari.

In capo a tre mesi, il ragno nero che si faceva di tratto in tratto fin su l’orlo dell’ombrellino giapponese a spiare i due amici, intisichì, diventò come una spoglia secca, morì d’inedia, là su la vedetta. I due amici non gli avevano dato più materia per quella sua bava seguace; s’erano anch’essi immalinconiti profondamente; giocavano a dama svogliati; non conversavano piú tra loro.

Pareva che l’uno volesse avvertire all’altro il vuoto di quella loro esistenza, non mai prima avvertito.

Nessuno dei due però voleva muovere il discorso per il primo.

Una sera, finalmente, si mossero a parlare insieme e ciascuno ripeté le parole che l’altro aveva su la punta della lingua da un pezzo, perché all’uno e all’altro erano venute da una medesima fonte: dal commendator Cargiuri-Crestari, il quale aveva stimato opportuno far loro in segreto una paternale, così senza parere, parlando in generale dei giovani d’oggi che ragionano troppo e sentono poco, che lasciano languire la fiamma della vita, perché han paura di scottarsi (parlava bene, poeticamente, alle volte, il commendatore), e che ci voleva un po’ di coraggio, perdio: là, avanti, contro alle difficoltà dell’esistenza.

Le signorine Gandini e Montà avevano, per altro, una discreta doticina; erano poi tra loro da tanti anni amiche inseparabili, e non avrebbero perciò né sciolto, né allentato d’un punto il legame che teneva anch’essi uniti; e dunque... E dunque, giudiziosamente, al solito, i due amici stabilirono di prendere a pigione due appartamenti contigui, per seguitare a vivere insieme, uniti e separati a un tempo.

Le nozze furono fissate per lo stesso giorno. Ma una contrarietà piuttosto grave minacciò di rompere nel bel meglio la perfetta identità di sorte de’ due amici. La fidanzata di Guido Pagliocco, Gemma Gandini, non poteva recare in dote piú di dodici mila lire, mentre la Montà ne recava al Barbi venti.

Guido Pagliocco piantò i piedi, risolutamente.

Non tanto, veh, per il danno materiale che al suo contratto di nozze avrebbero arrecato quelle otto mila lire di meno, quanto per le conseguenze morali, che quella disparità avrebbe potuto cagionare, ponendo la propria sposa in una condizione alquanto inferiore a quella della Montà.

Pari in tutto, anche le doti dovevano esser pari.

La vedova Gandini, madre della sposa, riuscì per fortuna con qualche sacrifizio, a metter la propria figliuola perfettamente in bilancia con la Montà; e così i due matrimoni furono celebrati nello stesso giorno e le due coppie partirono per lo stesso viaggio di nozze a Napoli.

Nessuna ragione d’invidia fra le due spose. Se Guido Pagliocco era di fattezze piú bello del Barbi questi era però piú intelligente del Pagliocco. Del resto, poi, eran così uniti idealmente quei due uomini, che quasi formavano un uomo solo, da amare insieme, senz’alcuna invidia né da una parte né dall’altra per quel tanto che a ciascuna necessariamente ne toccava, chiudendo a sera le porte de’ due quartierini gemelli.

Ma che Giulia Montà, moglie di Bartolo Barbi, avesse segretamente, in fondo all’anima, una punta d’invidia non confessata neppure a se stessa, per quel tanto che del tipo ideale Barbi-Pagliocco toccava a Gemma Gandini, si vide chiaramente allorquando vennero a Roma i due fratelli degli sposi, Attilio Pagliocco e Federico Barbi, a intraprendere gli studii universitarii.

Le due amiche, che avrebbero provato orrore se anche fugacissimamente su lo specchio interiore della loro coscienza avesse fatto capolino, col viso spaventato del ladro, il desiderio d’un reciproco tradimento, sentirono subito e videro crescere in sè a un tratto e divampare una vivissima simpatia l’una per il cognato dell’altra, e non tardarono a dichiararsela apertamente, con gran sollievo dell’anima, come se ciascuna avesse acquistato di punto in bianco qualcosa che si sentiva mancare.

I due giovani, in fatti, somigliavano moltissimo ai loro fratelli.

Attilio Pagliocco era forse un po’ piú ottuso di mente del fratello maggiore e fors’anche men bello, ma piú tacchinotto e violento. Federico Barbi era piú proporzionato e men dinoccolato di Bartolo, con gli occhi meno languidi e le labbra meno aride; era poi piú intelligente del fratello, faceva finanche poesie.

Giulia Barbi-Montà stimò come un pregio quel che di piú animalesco aveva il giovine Pagliocco a paragone del fratello. perché le parve come un compenso alla cresciuta intellettualità intorno a sé, nel suo quartierino, con l’arrivo del cognato poeta: e Gemma Pagliocco-Gandini pregiò maggiormente quel che di piú aereo, di piú poetico aveva il giovine Barbi a paragone del fratello, perché le parve come un compenso alla cresciuta bestialità intorno a sé, nel suo quartierino con l’arrivo del giovine Attilio che le pareva un mulotto accappucciato.

Naturalmente, né Bartolo Barbi né Guido Pagliocco s’accorsero punto della simpatia delle loro mogli pei loro fratelli. Se ne accorsero bene questi, però; e, se l’uno e l’altro da un canto ne furono lieti per sè, cominciarono dall’altro a guardarsi fra loro in cagnesco, volendo ciascuno custodir l’onore e la pace del proprio fratello.

E il giovine Federico Barbi, un giorno, andò a rinzelarsi acerbamente con Guido Pagliocco, perché...

- Zitto, per amor di Dio! - scongiurò questi, a mani giunte. - Non dica nulla al povero Bartolo, per carità! Lasci fare a me...

E zitto, sì, si stette zitto il giovine Barbi, per prudenza; ma né lui seppe accontentarsi, né la moglie del Pagliocco volle che s’accontentasse senz’altro della fiera paternale, che Guido rivolse a quattr’occhi al fratello minore.

Venne allora la volta di questo. Non volendo, per la pace del fratello, accusar la cognata, e d’altro canto, non potendo prendersi soddisfazione da sè, poiché si sentiva in colpa anche lui, andò a rinzelarsi non meno acerbamente con Bartolo Barbi. E:

- Zitto, per amor di Dio! - scongiurò questi parimenti, a mani giunte. - Non ne dica nulla al povero Guido, per carità! Lasci fare a me...

Pochi giorni dopo, i due amici si trovarono d’accordo - come sempre - nell’idea di allontanare da casa i fratelli, con la scusa che - giovanotti, si sa! - davano un po’ d’impaccio e di soggezione, limitando la libertà delle rispettive mogli.

- È vero, Giulia? - domandò Barbi alla sua, in presenza di Pagliocco.

E Giulia, con gli occhi bassi, rispose di sì.

- È vero, Gemma? - domandò alla sua Pagliocco, in presenza di Barbi.

E Gemma, con gli occhi bassi, rispose di sì.

«Povero Pagliocco!» pensava intanto Barbi.

«Povero Barbi!» pensava Pagliocco.

029  -  L’USCITA DEL VEDOVO

I

Tante volte la signora Piovanelli, conversando dopo cena col marito, aveva fatto l’augurio che se, per disgrazia, uno dei due dovesse morire prima del tempo - ma fosse morto lui! Lui, lui, sì; anziché lei. Per il bene dei figliuoli; non per sé, beninteso.

Con qual sorriso aveva accolto quest’augurio della moglie Teodoro Piovanelli, arrotondando su la tovaglia pallottoline di mollica!

Grosso e mite e di modi gentili, si sentiva ferire ogni volta fin nell’anima; sorrideva per dissimulare l’agro, e coi mansueti occhi pallidi e ovati che gli s’intenerivano afflitti nel biondo rossiccio delle ciglia e dei capelli, pareva chiedesse: Ma perché? Perché? Oh bella! Perché è sempre meglio per i figliuoli... cioè, meglio no: meno peggio - sosteneva la moglie - che muoia il padre, anziché la madre.

- Ma non sarebbe meglio nessuno? - arrischiava allora con lo stesso sorrisetto lui, Piovanelli. - Permetti? Io dico, va bene, la mamma è mamma. Mamma ce n’è una sola. E vale cento, che dico cento? mille volte piú del babbo per i figliuoli; va bene? Ma l’amore... l’amore è una cosa, è il... sì, dico... il come si chiama, il mantenimento...

- Che c’entra il mantenimento? - scattava la moglie.

E lui, Piovanelli, subito:

- Permetti? Io dico... dico in genere, intendiamoci! Non stiamo mica a parlar di noi, adesso, che grazie a Dio stiamo tanto bene! In genere. Poni una famigliuola senza beni di fortuna, che viva unicamente di quel poco che guadagna il capo di casa. Muore lui, il capo di casa, va bene? Come farà la vedova a mantenere i figliuoli?

- Oooh! - rifiatava la moglie, tirandosi indietro e protendendo le mani, come per dire che qui lo aspettava. - Ti seguo nel tuo ragionamento Che potrebbe far di peggio questa vedova? Di’ su, lo lascio dire a te.

- Eh... - faceva Piovanelli, e si stringeva nelle spalle per non dire, sicuro che anche dicendo come voleva la moglie, questa lo avrebbe sempre tirato a riconoscere che aveva torto lui.

- Riprender marito, è vero? - domandava infatti la moglie. - Ebbene: per i figliuoli è cento mila volte meno peggio che riprenda marito la madre, anziché moglie il padre, perché è sempre centomila volte meglio un padrigno che una madrigna. E lo sanno tutti!

- Va bene, d’accordo... ma permetti? - (e Piovanelli si storceva come un cagnolino che vuol farsi perdonare). - Scusami, veh! Ma non ti pare che, dicendo così, tu venga a concludere che... - lo noto per te, bada! perché so che tu la pensi diversamente... - venga a concludere, dicevo, che l’uomo, in genere, è... è meglio della donna?

- Io, così? prorompeva la moglie, balzando in piedi. - Chi te l’ha detto? Io vengo, anzi, a concludere, come ho sempre concluso, che l’uomo, o è mala carne...

- Sì, sì, scusami...

- O è un imbecille che si lascia menare per il naso dalle donne...

- In genere... sì, sì, scusami...

- Senza genere, né numero, né caso. Te lo provo! Una donna che ha figliuoli e che per necessità riprende marito, anche avendo altri figliuoli da questo secondo marito, non cessa mai d’amare i primi; non solo, ma riesce a farli amare anche dal padrigno. Sfido! Li ha fatti lei, questi e quelli: suo sangue, sua carne! Un vedovo, invece, con figli, che riprenda moglie, anche se non abbia altri figliuoli dalla seconda moglie, non ama piú quelli come prima, perché la madrigna se n’adombra, la madrigna se ne ingelosisce; e se poi questa gliene dà altri, lo tira ad amare i proprii e a trascurare i poveri orfanelli; e lui, vigliacco, schifoso, mascalzone, farabutto, obbedisce!

- Non dici a me, spero... - domandava, avvilito, Piovanelli con un fil di voce, vedendo la moglie così fuori di sé. - Sai pur che io...

- Tu? - inveiva la moglie. - Tu? Ma tu, il primo! Tu domani, se io morissi! Siete tutti gli stessi! Poveri figli miei! chi sa in quali mani cadrebbero! Con un tal uomo! Per questo, vedi, Dio mi deve conceder la grazia di non farmi morire prima di te! Io, scusami, sai! io, per il bene dei figliuoli, io prima con questi occhi devo vederti morto. Io, io. E piangerti anche! Oh, sta’ pur sicuro che ti piango!

Teodoro Piovanelli si sentiva scoppiare il cuore.

- Ma sì... vorrei anch’io... me l’auguro anch’io...

E seguitando a sorridere a quel modo, si levava da tavola e si affacciava alla finestra; per un po’ d’aria.

II

Nessuno meglio di lui poteva sapere quanto fosse ingiusta la moglie, dicendo così.

Riammogliarsi lui? Ma Dio lo doveva prima fulminare!

Non solo per il bene dei figliuoli non lo avrebbe mai fatto, ma neanche per sé. E non già perché fosse scottato del matrimonio a causa della moglie che gli era toccata in sorte, ma anche per un tristo concetto che gli s’era profondamente radicato in corpo: di non aver fortuna, ecco; e che infelicissimo sarebbe stato sempre con qualunque donna, se tale era con questa che in fondo, via non era cattiva: tutt’altro, anzi! saggia massaia, amante della casa e dei figliuoli... forse un po’ troppo franca nel parlare; sì, ma lieve difetto, in fin dei conti, che tante buone qualità avrebbero potuto compensare, se non fosse stato accompagnato da un brutto male, ah brutto... brutto... - la gelosia.

Santo Dio! Vera e propria mala sorte. Gelosia di lui! Fedele come un cane, per natura, una donna sola anche da scapolo gli era sempre bastata. Gli amici, in gioventú, lo burlavano per questo. Ma che poteva farci? Non gli piaceva cambiare. Forse... sì, magari non sapeva. Perché... inutile negarlo; timido, con le donne; tanto timido da far compassione finanche a se stesso certe volte, per le meschine figure che faceva. E sua moglie, intanto, certe scene, certe scene che, se i suoi amici d’un tempo fossero stati dietro l’uscio a sentire, sarebbero crepati dalle risa. Per così futili pretesti, poi... Una volta, perché, distratto, s’era un po’ arricciati i baffi, per via. Un’altra volta perché, in sogno, aveva riso... Una terza volta perché ella aveva letto nella cronaca d’un giornale che un marito aveva ingannato la moglie ed era stato scoperto...

Diventava un supplizio per lui, ogni sera, la lettura del giornale. Sua moglie gli si metteva dietro le spalle e cercava, come un bracco, nella cronaca, i fatti scandalosi. Appena ne trovava uno:

- Qua! Leggi qua! Hai letto? Lo vedi di che siete capaci?...

E giú una filza di male parole.

Gli altri facevano il male, e lui ne doveva pianger la pena, giacché, per la moglie, il tradimento di quei mariti era tal quale come se l’avesse commesso lui: gli toglieva la pace, l’amore di lei, tutte le gioie della famiglia, che aveva pur diritto di godere, lui, illibato com’era e con la coscienza tranquilla. Odiava il genere umano quella donna - tanto i maschi quanto le femmine - per quella sua terribile malattia. Il povero Piovanelli strabiliava, sentendola sparlare delle donne, di che cosa erano capaci secondo lei.

- Tu non lo sai, è vero? - gli gridava sdegnata, indispettita, nel vederlo così stupito. - Qua. mordi il ditino, pezzo d’ipocrita! Ma se lo dico io che posso parlar franca, perché nessuno può sospettare di me e non ho bisogno, io, di far l’ipocrita come tutte le altre per far piacere ai signori uomini. Te lo dico io!

E quante gliene diceva! Si sentiva violentare, povero Piovanelli, nella sua timidità.

Ormai, lui che aveva avuto sempre il ritegno piú rispettoso per la donna, lui che non s’era permesso un atto un po’ spinto, una parola arrischiata, lui che aveva creduto sempre difficilissima ogni conquista amorosa, si sentiva insidiato da tutte le parti, e andava per le strade a capo chino; e se qualche donna lo guardava, abbassava subito gli occhi; se qualche donna gli stringeva appena appena la mano, diventava di mille colori.

Tutte le donne della terra eran diventate per lui un incubo: tante nemiche della sua pace.

III

Con quest’animo può immaginarsi che cosa fu la morte per la signora Piovanelli, quando, colta all’improvviso da una nerissima polmonite, se la vide davanti inesorabile, a poco piú di trentasei anni. Non potendo piú parlare, parlava con gli occhi, parlava con le mani. Certi gesti! E gli occhi da bestia arrabbiata.

Il povero Piovanelli, quantunque straziato, ne ebbe paura: temette davvero che lo volesse strozzare, quando gli buttò le braccia al collo e glielo strinse, glielo strinse, per la Madonna santissima, con tutta la forza che le restava, quasi se lo volesse trascinare giú nella fossa, con sé.

Ma volentieri lui, sì, volentieri giú con lei.

- Sì, sì, te lo giuro, stai tranquilla! - le ripeteva in un torrente di lagrime, rispondendo al gesto di quelle mani e per placare la ferocia di quegli occhi.

Invano! La disperazione atroce in cui quella donna moriva per non volere, con ostinata ingiustizia, neppure in quel momento supremo fidarsi di lui, accordargli la stima che si meritava, riconoscere la verità del suo cordoglio, di quelle sue lagrime sincere, esasperò talmente Piovanelli, che a un certo punto si mise a urlare come un pazzo, si strappò i capelli, si percosse le guance, se le graffiò; poi, buttandosi ginocchioni innanzi al letto, con le braccia levate:

- Vuoi giurato, di’, vuoi giurato che non avvicinerò mai piú una donna, finché campo, perché le odio tutte? Te lo giuro! Non vivrò che per i nostri piccini! O vuoi che mi uccida qua, davanti a te? Pronto! Ma pensa ai nostri piccini, e non ti dannare per me! Oh Dio, che cosa! ah, che cosa... Dio! Dio!

Incanutì su le tempie in pochi giorni Teodoro Piovanelli, dopo il funerale.

Per nove interi anni non aveva vissuto che per quella donna, assorto continuamente nel pensiero di lei, unico e tormentoso: che non avesse mai cagione di lamentarsi, di diffidar minimamente di lui; in assidua, scrupolosa, timorosa vigilanza di sè. Quasi con gli occhi chiusi, con le orecchie turate aveva vissuto nove anni; quasi fuori del mondo, come se il mondo non fosse piú esistito.

Si sentì a un tratto come balzato nel vuoto; annichilito.

Il mondo seguitava a vivere intorno a lui; col tramenio incessante, con le mille cure, le brighe giornaliere, svariate: lui n’era rimasto fuori, là serrato in quel cerchio di diffidente clausura, in quella casa vuota, ma pur tutta piena, come l’anima sua, degl’irti sospetti della moglie.

Da questi sospetti, dallo spirito ostile e alacre, dall’energia spesso aggressiva della moglie, egli - vivendo di lei e per lei unicamente - s’era sentito sostenere. Ora gli pareva d’esser rimasto come un sacco vuoto.

A chi affidarsi? a chi affidare la casa? a chi affidare i figliuoli?

Tutto il suo mondo era lì in quella casa. Ma che cos’era piú ormai, quella casa senza colei che la animava tutta? Egli non vi si sapeva piú neanche rigirare. Come curare i piccini? come attendere ad essi? Non sapeva da che parte rifarsi. Tra pochi giorni gli sarebbe toccato ritornare all’ufficio; e quei piccini?

Nessuna serva era mai durata in casa piú di sei mesi. Quest’ultima c’era da pochi giorni; si era mostrata premurosa nella sventura; pareva una buona vecchina; ma poteva fidarsene?

No. La moglie, dentro, gli diceva no. Non per quella serva soltanto; per tutte le serve del mondo. No.

Se non che, per vivere com’ella voleva, com’egli le aveva giurato, avrebbe dovuto lasciar l’ufficio e tapparsi in casa dalla mattina alla sera. Era possibile? Doveva lavorare. Non poteva far le parti anche della moglie, che in fondo faceva tutto in casa. La sventura non lo aveva colpito per nulla. Bisognava pure che quella serva facesse qualche cosa invece della moglie. Ai figliuoli, no, ai figliuoli voleva badar lui: lui vestirli la mattina; preparar loro la colazione; poi condurre a scuola il maggiore; lui servirli a tavola, e poi la sera a cena, e far loro recitare le orazioni e svestirli per metterli a letto, nella loro cameretta vigilata da un ritratto fotografico ingrandito della mamma che non c’era piú. Quanti baci dava loro tra le lagrime!

Che orrore, poi, quella casa muta, quando i piccini erano a letto.

Tornava a sedere innanzi alla tavola non ancora sparecchiata e si metteva ad arrotondare al solito pallottoline di mollica, rimeditando, angosciato la sua orrenda sciagura.

Un cupo rammarico lo coceva per la crudele ingiustizia della sua sorte.

Aveva sofferto prima, immeritamente; soffriva tanto adesso! E nessuno lo poteva consolare. La moglie non aveva saputo né voluto leggergli dentro, nell’anima; e lo aveva torturato senza ragione; ora ella non poteva vedere com’egli vivesse senza di lei in quella casa, come avesse mantenuto il giuramento fatto; e forse, se di là poteva pensare, immaginava ancora, testarda e cieca, che egli ora godesse, libero... Che irrisione!

Vedendolo così vinto e spronfodato nel cordoglio, la vecchia serva, una di quelle sere, si fece animo e gli suggerì d’andare un po’ fuori a fare una giratina per sollievo. Si voltò a guardarla torvo; alzò le spalle; non volle neanche risponderle.

- Prenderà un po’ d’aria... - insistette, quella, timidamente. - Starò attenta io ai bambini, non dubiti... Del resto, non mi svegliano mai... Lei dovrebbe farlo anche per loro, mi perdoni. Così si ammalerà.

Teodoro Piovanelli scosse il capo lentamente, con le ciglia aggrottate e gli occhi chiusi. Sotto la borsa delle palpebre gonfie gli fervevano le lagrime. Si levò da tavola, s’appressò alla finestra e si mise a guardar fuori dietro ai vetri.

Eh già... Egli poteva uscire, ormai, volendo. Nessuno piú gliel’impediva. Ma dove andare? e perché? Che funebre squallore nel buio delle vie deserte, vegliate dai radi lampioni! Rivide col pensiero, come in sogno, altre vie meglio illuminate; immaginò la gente che vi passava, assorta nelle proprie cure, con affetti vivi in cuore, con desiderii vivi nell’anima, o guidata da una abitudine ch’egli non aveva piú; immaginò i caffè luccicanti di specchi...

D’un subito si voltò a guardar la camera, come a un richiamo imperioso, minaccioso dello spettro della moglie. Cominciava già a venir meno al giuramento? No, no! E si recò nella camera dei bambini; si chinò sui lettucci per contemplarli nel dolce sonno; rattenne la mano tratta irresistibilmente a carezzar le loro testoline: poi si volse soffocato dall’angoscia, a guardare il ritratto della moglie.

Oh con quale ardore la desiderò in quel momento! Sì, sì, non ostante tutto il martirio che ella gli aveva inflitto per nove anni. Sì, egli la voleva, la voleva! aveva bisogno di lei! Senza di lei non poteva piú vincere. Oh, anche a costo di soffrire da lei le pene piú ingiuste e piú crudeli... Non poteva rassegnarsi a vedere così spezzata per sempre la sua esistenza!

Aveva appena quarant’anni!

IV

Man mano che i giorni passavano, e i mesi ormai (eran già quattro mesi!), quel posto vuoto, lì, nel letto matrimoniale, gli suscitava ogni notte, nel cocente ricordo, smanie vieppiú disperate.

Col volto nascosto, affondato nel guanciale che si bagnava di lagrime, bisbigliava nell’ambascia della passione il nome di lei:

- Cesira... Cesira...

E il cuore gli si schiantava.

- Sempre così... sempre così - mormorava poi, più calmo, con gli occhi sbarrati nel bujo.

Ah come s’era ingannata la moglie sul conto di lui!

Ecco: questo pensiero lo struggeva piú d’ogni altro, e di continuo vi ritornava sú. Se n’era fatto una lima.

Che il mondo fosse tristo, tristi gli uomini, triste le donne, così come la moglie aveva creduto, egli poteva ammettere; ammetteva. Ma lui? tristo anche lui?

Certo, chi sa quanti uomini rimasti vedovi all’età sua, dopo tre o quattro mesi, cedendo al bisogno stesso della natura... pur non volendo, pur serbando in cuore viva sempre l’immagine della moglie morta e la pena d’averla perduta, cominciavano a uscire di sera e... sì, a uscire per lo meno.

Aveva ragione la moglie: «Facilissime, le donne! Se ne incontrano tante per via...».

Ma a quarantanni... eh, a quarantanni, senza più l’abitudine, non doveva esser mica piacevole rimettersi a far la vita del giovanottino scapolo.

Chi sa quale avvilimento di vergogna!

D’altra parte però... a mettersi con altre donne... Prima di tutto perdita di tempo: poi, chi sa quanti impicci e anche... anche una certa difficoltà...

Per esempio, quella guantaja dalla quale egli andava prima a comperare i guanti per la sua Cesira, 6 e 1/4 (vi era andato dopo la disgrazia a comperarne un pajo anche per sé, neri, per il funerale) - quella guantaja, ecco... una signora, una vera signora! Come si moveva nella bella bottega lucida, tepida e profumata! Il corpo leggermente proteso... E mica si sentiva il rumore dei passi; si sentiva il fruscio discreto della sottana di seta... Nessun imbarazzo, come nessuna sfrontatezza. Voce dolce, modulata; rneravigliosa prontezza a comprendere... E non già soltanto per attirar la gente. Era così. O almeno, pareva così; naturalmente. Che nettezza e che precisione! Ebbene, a mettersi con quella... Dio liberi! E le conseguenze? I proprii piccini... Ah!

A questo pensiero, retrocedeva d’improvviso, quasi inorridito di essersi indugiato a fantasticare su tale argomento. Ma, via! troppo bene sapeva che tali cose non potevano e non dovevano piú sussistere per lui. Si forzava a dormire. Ma pur con gli occhi chiusi, poco dopo, ecco qualche altra visione tentatrice... fingeva di non avvertirla, come se gli fosse apparsa non provocata da lui. La lasciava fare... A poco a poco s’addormentava.

Ma la sera dopo, il supplizio ricominciava. E la vecchia serva a insistere, a insistere, che via! uscisse di casa per una mezz’oretta sola, almeno, a prendere un po’ d’aria...

Batti e batti, alla fine Teodoro Piovanelli si lasciò indurre. Ma quanto tempo mise a vestirsi! e volle prima recarsi a vedere i bambini che dormivano, e rassettò ben bene le coperte sui loro lettini, e poi quante raccomandazioni alla serva, che stesse bene attenta, per carità! Tuttavia, non ardì alzare gli occhi al ritratto della moglie.

E uscì.

V

Appena su la via si vide come sperduto. Da anni e anni non andava piú fuori, la sera. Il bujo, il silenzio gli fecero un’impressione quasi lugubre... e quel riverbero là, vacillante, del gas sul lastricato... e piú là, in fondo, nella piazza deserta, quelle lanterne vaghe delle vetture... Dove si sarebbe diretto?

Scese verso Piazza delle Terme, tutta sonora dell’acqua luminosa della fontana delle Najadi. Ricordò che la moglie non voleva ch’egli si fermasse a guardar quelle Najadi sguajate. E non si fermò.

Povera Cesira! Com’era sdegnata che il corpo della donna fosse esposto in atteggiamenti così procaci agli sguardi maligni e indiscreti degli uomini! Ci vedeva come un’irrisione, una mancanza di rispetto per il suo sesso, e voleva sapere perché nelle fontane i signori scultori non esponevano invece uomini nudi. Ma in Piazza Navona, veramente... la fontana del Moro... E poi, gli uomini nudi... in atteggiamenti procaci... via, forse sarebbero stati un pochino più scandalosi...

Teodoro Piovanelli, così pensando, ebbe un barlume di sorriso su le labbra amare; e imboccò Via Nazionale.

A mano a mano che andava, sopite immagini, impressioni rimaste nella sua coscienza d’altri tempi, non cancellate, sì svanite a lui per il sovrapporsi d’altri stati di coscienza opprimenti, gli si ridestavano, sommovendo e disgregando a poco a poco, con un senso di dolce pena, la triste compagine della coscienza presente. E ascoltò dentro di sé la voce lontana lontana di lui stesso, qual era in gioventú; la voce delle memorie sepolte che risorgevano al respiro di quell’aria notturna, al suono de’ suoi passi nel silenzio della via.

Arrivato all’imboccatura di Via del Boschetto, s’arrestò, come se qualcuno a un tratto lo avesse trattenuto. Si guardò attorno; poi, perplesso, con infinita tristezza, guardò giú per quella via, e scosse mestamente il capo.

Tutti i ricordi, le immagini. le impressioni del suo vagabondare notturno d’altri tempi, del tempo in cui era scapolo, si associavano al pensiero di una donna, di quell’unica ch’egli aveva conosciuta prima delle nozze, donna non sua solamente, ma a cui egli, per abitudine, per timidezza, era pure stato sempre fedele, come poi alla moglie.

Quella donna stava lì, allora, in Via del Boschetto.

Si chiamava Annetta; lavorava d’astucci e di sopraffondi; ma le piaceva vestir bene e gli ori le piacevano e i gioielli, anche falsi... Finché aveva avuta la madre, s’era mantenuta onesta; poi la madre le era morta, e lei non aveva piú saputo veder la ragione di sacrificarsi a vivere in quel modo, senza il compenso di qualche godimento... Così era caduta. Ogni volta, come per rialzarsi innanzi a se stessa, per non sentir l’avvilimento di ciò che stava per fare, affliggeva quei pochi fidati che andavano a trovarla narrando quanto aveva fatto durante la lunga malattia della madre, tutte le cure che le aveva prodigate, i medicinali costosi che le aveva comperati, quasi per assicurare se stessa che, almeno per questo, non doveva aver rimorsi

Ebbene, Teodoro Piovanelli, abbandonato in quella sua prima uscita ai ricordi d’allora, guidato naturalmente dall’istintiva esemplare fedeltà così crudelmente misconosciuta e negata dalla moglie, ecco, s’era proprio arrestato là, all’imboccatura di Via del Boschetto

Si vietò d’assumer coscienza del pensiero sortogli d’improvviso, che non sarebbe stato un tradimento alla memoria della moglie, un venir meno al giuramento che le aveva fatto di non avvicinare mai piú altra donna, se fosse ritornato a quella, che già la moglie sapeva per sua stessa confessione. Quella non sarebbe stata un’altra; quella era già stata sua; ed egli non avrebbe smentito, con quella, la sua fedeltà. La avrebbe anzi confermata.

No: non se lo volle dire; non se lo volle fare questo ragionamento. Scese per Via del Boschetto soltanto per curiosità, ecco; per la voluttà amara di seguir la traccia del tempo lontano; senza alcun altro scopo. Del resto, non sapeva piú neppure se colei stesse ancora lì. Era molto difficile, dopo nove anni... L’aveva riveduta tre o quattro volte per via, vestita poveramente, invecchiata, imbruttita, certo caduta piú in basso; ma, naturalmente, aveva fatto finta non solo di non riconoscerla, ma di non averla mai conosciuta.

Quando, di pochi passi lontano dal portoncino ben noto, a destra, scorse la finestrella quadra del mezzanino, sulla porta con le persiane accostate, che dalle stecche e da sotto lasciavano intravedere il lume della cameretta, Teodoro Piovanelli si turbò profondamente assalito dall’immagine precisa, là, vivente, del ricordo lontano... Tutto, tal quale, come allora! Ma ci stava proprio lei, là, ancora? S’accostò al muro, cauto, trepidante, e passò rasente, sotto la finestra; alzò il capo; scorse dietro alle persiane un’ombra, una donna... - lei? - Passò oltre, tutto sconvolto, insaccato nelle spalle, col sangue che gli frizzava per le vene, come sotto l’imminenza di qualche cosa che dovesse cadergli addosso.

Violentemente gli si ricompose la coscienza tetra e dura del suo stato presente; rivide in un baleno col pensiero la camera dei bambini e quel ritratto, là, vigilante, terribile, della moglie; e s’arrestò affannato nella corsa che aveva preso. A casa! a casa!

Se non che, davanti al portoncino... ma sì, lei... lei ch’era scesa... Annetta, sì. Egli la riconobbe subito. E anche lei lo riconobbe:

- Doro... tu?

E stese una mano. Egli si schermì:

- Lasciami... No, ti prego... Non posso... Lasciami...

- Come! - fece lei, ridendo e trattenendolo. - Se sei venuto a cercarmi... T’ho visto, sai? Caro... caro... sei tornato!... Sú. via! Perché no? Se sei tornato a me... Sú. sú...

E lo trasse per forza dentro il portoncino, e poi su per la scala, tenendolo per il braccio. Egli ansava col cuore in tumulto, la mente scombujata. Voleva svincolarsi e non sapeva, non poteva. Rivide la cameretta, tal quale anch’essa dal tetto basso... il letto, il cassettone, il divanuccio, le oleografie alle pareti...

Ma quando ella, tra tante parole affollate di cui egli non udiva altro che il suono, gli tolse il cappello e il bastone e poi i guanti, e fece per abbracciarlo, Teodoro Piovanelli, che già tremava tutto, la respinse, si portò le mani al volto, vacillò, come per una vertigine.

- Che hai? - domandò ella sorpresa, un po’ costernata: e lo trasse a sedere sul divanuccio.

Un impeto di pianto scosse le spalle di lui. Ella si provò a staccargli le mani dal volto; ma egli squassò il capo rabbiosamente.

- No! No!

- Tu piangi? - domandò la donna; poi, dopo aver guardato il cappello fasciato di lutto: - Forse... forse t’è morta?..

Egli accennò di sì col capo.

- Ah, poveretto... - sospirò lei, pietosamente.

Teodoro Piovanelli scattò in piedi, convulso; prese i guanti, il bastone, si buttò in capo il cappello; balbettò, soffocato:

- Impossibile... impossibile, lasciami andare...

Ella non si provò piú a trattenerlo; lo accompagnò, dolente, fino alla porta. Poi lì, sicurissima ormai che sarebbe ritornato, gli domandò, con voce mesta e con un mesto sorriso:

- T’aspetto, eh, Doro?... Presto...

Ma egli s’era messo sulla bocca il fazzoletto listato di nero, e non le rispose.

030  -  DISTRAZIONE

Nero tra il baglior polverulento d’un sole d’agosto che non dava respiro, un carro funebre di terza classe si fermò davanti al portone accostato d’una casa nuova d’una delle tante vie nuove di Roma, nel quartiere dei Prati di Castello.

Potevano esser le tre del pomeriggio.

Tutte quelle case nuove, per la maggior parte non ancora abitate, pareva guardassero coi vani delle finestre sguarnite quel carro nero.

Fatte da così poco apposta per accogliere la vita, invece della vita - ecco qua - la morte vedevano, che veniva a far preda giusto lì.

Prima della vita, la morte.

E se n’era venuto lentamente, a passo, quel carro. Il cocchiere, che cascava a pezzi dal sonno, con la tuba spelacchiata, buttata a sghembo sul naso, e un piede sul parafango davanti, al primo portone che gli era parso accostato in segno di lutto, aveva dato una stratta alle briglie, l’arresto al manubrio della martinicca, e s’era sdraiato a dormire piú comodamente su la cassetta.

Dalla porta dell’unica bottega della via s’affacciò, scostando la tenda di traliccio, unta e sgualcita, un omaccio spettorato, sudato, sanguigno, con le maniche della camicia rimboccate su le braccia pelose.

- Ps! – chiamò, rivolto al cocchiere. Ahò! Piú là...

Il cocchiere reclinò il capo per guardar di sotto la falda della tuba posata sul naso; allentò il freno; scosse le briglie sul dorso dei cavalli e passò avanti alla drogheria, senza dir nulla.

Qua o là, per lui, era lo stesso.

E davanti al portone, anch’esso accostato della casa piú in là, si fermò e riprese a dormire.

- Somaro! - borbottò il droghiere, scrollando le spalle. - Non s’accorge che tutti i portoni a quest’ora sono accostati. Deve esser nuovo del mestiere.

Così era veramente. E non gli piaceva per nientissimo affatto, quel mestiere, a Scalabrino. Ma aveva fatto il portinajo, e aveva litigato prima con tutti gl’inquilini e poi col padron di casa; il sagrestano a San Rocco, e aveva litigato col parroco; s’era messo per vetturino di piazza e aveva litigato con tutti i padroni di rimessa, fino a tre giorni fa. Ora, non trovando di meglio in quella stagionaccia morta, s’era allogato in una Impresa di pompe funebri. Avrebbe litigato pure con questa - lo sapeva sicuro - perché le cose storte, lui, non le poteva soffrire. E poi era disgraziato, ecco. Bastava vederlo. Le spalle in capo; gli occhi a sportello; la faccia gialla, come di cera, e il naso rosso. Perché rosso, il naso? Perché tutti lo prendessero per ubriacone; quando lui neppure lo sapeva che sapore avesse il vino.

- Puh!

Ne aveva fino alla gola, di quella vitaccia porca. E un giorno o l’altro, l’ultima litigata per bene l’avrebbe fatta con l’acqua del fiume, e buona notte.

Per ora là, mangiato dalle mosche e dalla noia, sotto la vampa cocente del sole, ad aspettar quel primo carico. Il morto.

O non gli sbucò, dopo una buona mezz’ora, da un altro portone in fondo, dall’altro lato della via?

- Te possino... (al morto) - esclamò tra i denti, accorrendo col carro, mentre i becchini, ansimanti sotto il peso d’una misera bara vestita di mussolo nero, filettata agli orli di fettuccia bianca, sacravano e protestavano:

- Te possino... (a lui) – e pij n’accidente – O ch’er nummero der portone non te l’aveveno dato?

Scalabrino fece la voltata senza fiatare: aspettò che quelli aprissero lo sportello e introducessero il carico nel carro.

- Tira via!

E si mosse, lentamente, a passo, com’era venuto: ancora col piede alzato sul parafango davanti e la tuba sul naso.

Il carro, nudo. Non un nastro, non un fiore.

Dietro, una sola accompagnatrice.

Andava costei con un velo nero trapunto, da messa, calato sul volto; indossava una veste scura, di mussolo rasato, a fiorellini gialli, e un ombrellino chiaro aveva, sgargiante sotto il sole, aperto e appoggiato su la spalla.

Accompagnava il morto, ma si riparava dal sole con l’ombrellino. E teneva il capo basso, quasi piú per vergogna che per afflizione.

- Buon passeggio, ah Rosi’! - le gridò dietro il droghiere scamiciato, che s’era fatto di nuovo alla porta della bottega. E accompagnò il saluto con un riso sguaiato, scrollando il capo.

L’accompagnatrice si voltò a guardarlo attraverso il telo; alzò la mano col mezzo guanto di filo per fargli un cenno di saluto, poi l’abbassò per riprendersi di dietro la veste, e mostrò le scarpe scalcagnate. Aveva però i mezzi guanti di filo e l’ombrellino, lei.

- Povero sor Bernardo, come un cane, - disse forte qualcuno dalla finestra d’una casa.

Il droghiere guardò in su, seguitando a scrollare il capo. - Un professore, con la sola servaccia dietro... - gridò un’altra voce, di vecchia, da un’altra finestra.

Nel sole, quelle voci dall’alto sonavano nel silenzio della strada deserta, strane.

Prima di svoltare, Scalabrino pensò di proporre all’accompagnatrice di pigliare a nolo una vettura per far piú presto, già che nessun cane era venuto a far coda a quel mortorio.

- Con questo sole... a quest’ora...

Rosina scosse il capo sotto il velo. Aveva fatto giuramento, lei, che avrebbe accompagnato a piedi il padrone fino all’imboccatura di via San Lorenzo.

- Ma che ti vede il padrone? Niente! Giuramento. La vettura, se mai, l’avrebbe presa, lassú, fino a Campoverano. - E se te la pago io? - insistette Scalabrino.

Niente. Giuramento.

Scalabrino masticò sotto la tuba un’altra imprecazione e seguitò a passo, prima per il ponte Cavour, poi per Via Tomacelli e per Via Condotti e per Piazza di Spagna e Via Due Macelli e Capo le Case e Via Sistina.

Fin qui, tanto o quanto, si tenne su, sveglio, per scansare le altre vetture, i tram elettrici e le automobili considerando che a quel mortorio lì nessuno avrebbe fatto largo e portato rispetto.

Ma quando, attraversata sempre a passo Piazza Barberini, imboccò l’erta via di San Niccolò da Tolentino, rialzò il piede sul parafango, si calò di nuovo la tuba sul naso e si riaccomodò a dormire.

I cavalli, tanto, sapevano la via.

I rari passanti si fermavano e si voltavano a mirare, tra stupiti e indignati. Il sonno del cocchiere su la cassetta e il sonno del morto dentro il carro: freddo e nel buio, quello del morto; caldo e nel sole, quello del cocchiere; e poi quell’unica accompagnatrice con l’ombrellino chiaro e il velo abbassato sul volto: tutto l’insieme di quel mortorio, insomma, così zitto zitto e solo solo, a quell’ora bruciata, faceva proprio cader le braccia.

Non era il modo, quello, d’andarsene all’altro mondo! Scelti male il giorno, l’ora, la stagione. Pareva che quel morto lì avesse sdegnato di dare alla morte una conveniente serietà. Irritava. Quasi quasi aveva ragione il cocchiere che se la dormiva.

E così avesse seguitato a dormire Scalabrino fino al principio di Via San Lorenzo! Ma i cavalli, appena superata l’erta svoltando per Via Volturno, pensarono bene d’avanzare un po’ il passo: e Scalabrino si destò.

Ora, destarsi, veder fermo sul marciapiedi a sinistra un signore allampanato, barbuto, con grossi occhiali neri, stremenzito in un abito grigio sorcigno, e sentirsi arrivare in faccia, su la tuba, un grosso involto, fu tutt’uno!

Prima che Scalabrino avesse tempo di riaversi, quel signore s’era buttato innanzi ai cavalli, li aveva fermati e, avventando gesti minacciosi, quasi volesse scagliar le mani, non avendo piú altro da scagliare, urlava, sbraitava:

- A me? a me? mascalzone! canaglia! manigoldo! a un padre di famiglia? a un padre di otto figliuoli? manigoldo! farabutto!

Tutta la gente che si trovava a passare per via e tutti i bottegai e gli avventori s’affollarono di corsa attorno al carro e tutti gl’inquilini delle case vicine s’affacciarono alle finestre, e altri curiosi accorsero, al clamore, dalle prossime vie, i quali, non riuscendo a sapere che cosa fosse accaduto, smaniavano, accostandosi a questo o a quello, e si drizzavano su la punta dei piedi.

- Ma che è stato?

- Uhm... pare che... dice che... non so!

- Ma c’è il morto?

- Dove?

- Nel carro, c’è?

- Uhm!... Chi è morto?

- Gli pigliano la contravvenzione!

- Al morto?

- Al cocchiere...

- E perché?

- Mah!... pare che... dice che...

Il signore grigio allampanato seguitava intanto a sbraitare presso la vetrata d’un caffè, dove lo avevano trascinato; reclamava l’involto scagliato contro il cocchiere; ma non s’arrivava ancora a comprendere perché glielo avesse scagliato. Sul carro, il cocchiere cadaverico, con gli occhi miopi strizzati, si rimetteva in sesto la tuba e rispondeva alla guardia di città che, tra la calca e lo schiamazzo, prendeva appunti su un taccuino.

Alla fine il carro si mosse tra la folla che gli fece largo vociando; ma, come apparve di nuovo, sotto l’ombrellino chiaro, col velo nero abbassato sul volto, quell’unica accompagnatrice - silenzio. Solo qualche monellaccio fischiò.

Che era insomma accaduto?

Niente. Una piccola distrazione. Vetturino di piazza fino a tre giorni fa, Scalabrino, stordito dal sole, svegliato di soprassalto, si era scordato di trovarsi su un carro funebre: gli era parso d’essere ancora su la cassetta d’una botticella e, avvezzo com’era ormai da tanti anni a invitar la gente per via a servirsi del suo legno, vedendosi guardato da quel signore sorcigno fermo lì sul marciapiedi, gli aveva fatto segno col dito, se voleva montare.

E quel signore, per un piccolo segno, tutto quel baccano...

Indice Biblioteca Progetto Luigi Pirandello

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 29 gennaio 2011