Luigi Pirandello

Appendice

Amori senza amore

Testi estravaganti

223a

Edizione di riferimento

Luigi Pirandello Novelle per un anno, a cura di Mario Costanzo, Premessa di Giovanni Macchia, I Meridiani vol. III, Arnoldo Mondadori editore, Milano1990

Luigi Pirandello, Amori senza amore, Tutti i racconti esclusi dalle “Novelle per un anno”, Oscar Mondadori, a cura di Giovanni Macchia, Introduzione di Giovanni Macchia, Cronologia e Bibliografia di Simona Costa, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1995

223A  -  Dialoghi tra il Gran Me e il piccolo me

223A  -  IV. In società

[Il ventesimo, 4 febbraio 1906]

(Salotto in casa X. Salotto «intellettuale». La marchesa X è scrittrice, con questo però di singolare: che è una bella donna.

Quarantamila lire di rendita.

Stampa novelle e variazioni sentimentali - le chiama così, lei - su le principali riviste. Non è raro, ogni sabato, trovare tra i commensali della marchesa i direttori di queste riviste.

Il marito, l’on. marchese X, calvo, miope, barbuto, ha quattro legislature, siede a Destra, ma è - s’intende - liberale e democratico anche lui. Collezionista appassionato, possiede come S.M. un prezioso medagliere. Non ne è però molto geloso. Prova ne sia, che ha regalato più d ’una bella medaglia a scrittori ben noti, ammiratori della moglie.

Frequentano il salotto molte donne dell’aristocrazia e signore patronesse della Società per la coltura della donna, senatori, deputati, letterati e giornalisti scelti.

A onor del vero, il mio piccolo me non ha punto brigato per entrare nel novero di questi eletti: ma sarebbe ipocrisia il negare che l’invito non gli abbia recato un vivo piacere e una grande soddisfazione, di cui il Gran Me s’è stizzito.

Ora la marchesa X, bionda e carnuta, raggiante e palpitante nella sua arditissima eppur non indecente scollatura, prende a braccio il piccolo me, lo conduce in giro per presentarlo alle dame, alle signore, facendo di volo qualche accenno al Gran Me, che ne arrossisce, mentre il piccolo me - pronto sorriso e gesto vivo - si inchina.

Terminata la presentazione, il Gran Me domanda al piccolo me:)

GRAN ME: Dove prenderai posto, adesso?

PICCOLO ME: Aspetta: lasciami guardare. Ma fatti animo! Mi sembri ancora sbigottito dalla gravità del cameriere che ci ha tolto in sala il soprabito. Bada che se vuoi darti un contegno, sarà peggio.

GRAN ME: Ma io soffoco, mio caro, altro che contegno! Mi hai impiccato in un solino più alto di te, mi hai parato come un fantoccio...

PICCOLO ME: Su, su, pazienza! Composto, su! Si accorgeranno, perdio, che non siamo soliti di portar la marsina...

GRAN ME: E che vuoi che me n’importi? Lo sapevi bene, imbecille, che sarei stato a disagio qua, fra questa gente, in questo abbigliamento ridicolo. Mi farai fare una pessima figura!

PICCOLO ME: Ma se sono venuto apposta per te, per farti conoscere, vedere...

GRAN ME: Come un orso alla fiera?

PICCOLO ME: Bisogna che tu impari, santo Dio! Senti, senti che si dice là in quel gruppo di deputati e giornalisti. Parlano della rivoluzione russa, compiangono Witte... Peccato! L’uomo che in pochi giorni, a tavolino, era riuscito a render vane tante strepitose vittorie giapponesi, ora... «Ma no, signori!», dice il brillante giornalista Kappa. «Vi prego di credere che a Portsmouth non ha mica vinto il signor Witte!» «Oh oh! E chi ha vinto dunque?» «Ma la sua marsina, signori, la sua marsina! L’ometto giallo, in coda di rondine, voi lo sapete, è compassionevolmente ridicolo...»

GRAN ME: (Kappa ha guardato noi...)

PICCOLO ME: (Sta’ zitto! Ascoltiamo.) - «Signori miei, i Giapponesi, astuti come sono, avrebbero dovuto capirlo. Non si spoglia impunemente l’abito consueto...»

GRAN ME: (Senti? Senti?)

PICCOLO ME: (Sta’ zitto!) - «Non si spoglia impunemente il costume nazionale, signori, il vestito conforme alle fattezze naturali, al color della pelle e che so io. Se il signor Witte e gli altri invitati russi si fossero trovati innanzi a una scelta di figurine giapponesi, di quelle che siamo soliti di vedere nei ventagli, nei vasi e nei paraventi, pensando come da quelle figurine là, che pajon fatte per ischerzo, fosse venuta alla santa Russia una così furiosa tempesta, vi assicuro io che sarebbero rimasti assai sconcertati e non avrebbero vinto così facilmente. Si sono trovati invece davanti il signor Komura in marsina e lo hanno trattato come i camerieri d’un gran signore trattano putacaso un sindaco di villaggio invitato a un pranzo di gala nel palazzo.»

GRAN ME: Bravo! Ti servirà, spero, questa bella lezione!

PICCOLO ME: Ma dovrebbe servire a te, mi pare! Ha trionfato la marsina, in fin dei conti. E credi pure che al giorno d’oggi... Zitto! Ci s’avvicina un signore...

GRAN ME: Scansalo! Guarda altrove!

PICCOLO ME: Sta’ fermo! Eccolo qua... Dice che ti conosce di nome... che ha letto. Oh, troppo buono... troppo buono... Fammi sentire, perdio, quel che mi dice! Ah, ci domanda se stiamo a Roma da molto tempo. Che ce ne sembra? Su, presto: suggeriscimi una bella frase su Roma...

GRAN ME: Digli che quasi quasi va diventando Parigi.

PICCOLO ME: Bravo! Senti? Il signore approva... Su, a modo! Non sorridere così... Ecco: il signore mi domanda perché sorridiamo. Egli dice che Parigi però...

GRAN ME: Ma si sa, che diamine! consolalo: Parigi è un’altra cosa! Parigi è Parigi: non ve ne ha che una - diglielo in francese! Mentre Roma... già siamo alla terza, e prima che diventi Parigi...

PICCOLO ME: Adesso sorride il signore! L’hai fatto allontanare... Ed eccoti un nemico di più! Auff! Sei incorreggibile davvero! Ma che gusto provi a farti il vuoto intorno? E poi ti lagni che nessuno badi a te! Se non parli, se non ti muovi, se non attiri in nessun modo l’attenzione della gente! Hai da seccar l’anima, dentro, soltanto a me? Parla! O come vuoi che la gente impari a conoscerti?

GRAN ME: Venendo qua, portando a spasso i tuoi abiti e la tua sciocchezza, vuoi che impari a conoscermi la gente?

PICCOLO ME: Ma io vorrei che prima tu, invece, tu imparassi a conoscere la gente, com’essa è in realtà, non come tu te la fingi. Mentr’io parlo, e, per non seccare, dico magari sciocchezze, pigliati la pena di osservare, senza troppa insistenza, ciò che ti sta intorno, e, credi a me, troverai da studiare qui con più profitto, che non su i tanti tuoi libri... Senti come si sfrottola, come si salta di palo in frasca, senza pedanterie, senza intolleranze? Idee profonde, no, e nessuna passione, è vero! Ma che gusti vivi, che tratto vivo, che correttezza squisita di modi e di parole... Guarda quelle damine là: intellettuali, non si nega; ma che spalle, intanto, che seni! Eppure, come guardano tranquillamente, quasi non avessero il più lontano sospetto d’esser nude così... E i poveri mariti! Chi sa quanti pensano in questo momento: «Si tornasse almeno alla foglia di fico! Perché - quanto alla nudità Dio buono, dopo che abbiamo speso un occhio del capo a vestir le nostre mogli, eccole qua: la mostrano lo stesso...». Su, su, non affondar troppo lo sguardo! Bisogna godere di questa vista fugacemente, come d’una illusione che passa, d’una fantasmagoria splendida che svapora... Uh! Guardati a quello specchio là... Sei rosso come un papavero!... Questo profumo... Tu ti turbi troppo, eh?, grand’uomo... Via! via! Un po’ d’aria alla finestra..

GRAN ME: Non sarebbe meglio andar via?

PICCOLO ME: No, vieni qua, vieni qua alla finestra!

GRAN ME: Si respira. . .

PICCOLO ME: Che contrasto, eh? Che oscurità! E come tutto appar lugubre... Guarda quei lampioncini la, e quegli alberetti nella piazza... il riverbero vacillante del gas sul lastricato... e quei due lanternini di vettura che s’avanzano lentamente... Che funebre squallore! - Oh, su: ci chiamano... vieni... La marchesa ci domanda se ci annojamo...

GRAN ME: Ma se mi diverto un mondo!

PICCOLO ME: Oh, attento, qua! Stiamo fra le signore. Parlano del Duchino d’Orléans... Dicono che comincia a trovar la via per rientrare in Francia, re. Ha fatto un viaggio al Polo Nord. Ti domandano che ne pensi...

GRAN ME: Mah! Dev’essere una bella soddisfazione il poter dire: «Eccomi qua: ho raggiunto il polo! Nessuno lo sa; ma io mi reggo adesso, con la punta d’un piede solo, nientemeno che su l’estremità dell’irnmaginario asse terrestre. Non c’è scritto nulla; ma star qua non precisamente come stare un passettino più in là. Qua è il punto vero. Ghiaccio. sì, qua e là; e un freddo indiavolato; e non ci si vede anima viva; ma io sto qui alto, in questo momento, più di qualunque re sul trono!». Forse il Duchino d’Orléans, raggiunto il polo, si sarebbe contentato di stare un tantino più basso, sul trono di Francia, stabilmente. Ma non ci hanno detto i giornali che, invece del polo, egli scoprì un’isola e che la battezzò Terra di Francia? Io non capisco! Terra di Francia, e se ne tornò indietro... Poteva, intanto - per cominciare - proclamarsi re di quella Francia là...

PICCOLO ME: Forse ci faceva troppo freddo. C’è un altro imperatore che non può dimorare nel suo impero, perché ci fa troppo caldo, invece. Là, i ghiacci del polo; qua le sabbie del deserto.

GRAN ME: Ma Lebaudy, lui, almeno, s’è proclamato imperatore...

PICCOLO ME: Bravo! Vedi? Hai fatto ridere queste belle signore... Se tu volessi... Piano! Che avviene: Si alzano...

GRAN ME: Si balla? Se si balla, andiamo subito via! Bada: non sento ragione... Andiamo via!

PICCOLO ME: Orso, non si balla! Non senti? La signorina B. sonerà: adesso si fa pregare. Ha le mani diacce, poverina, non può! Guarda, guarda: un giovanotto le propone di riscaldargliele, battendogliele forte forte... Oh Dio, e lei ci crede: nasconde le mani, mostra i bei dentini, si storce tutta.. . Ah, ecco: le amiche la trascinano al pianoforte...

GRAN ME: Musica moderna?

PICCOLO ME: Nessuna musica! Volteggio di mani su la tastiera. Sta’ a sentire. Poi applaudiremo.

GRAN ME: Imbuisci a vista d’occhio, caro mio: mi fai spavento!

PICCOLO ME: Coraggio, via! C’è peggio di me. . . Guarda come sono tutti intenti, ora, e assorti... Che silenzio! Ma guarda lì, che ciglia aggrottate, quel deputato dalla faccia rossa come una palla meditabonda di formaggio d’Olanda... in pericolo la patria? No: contempla le spalle, la nuca della Marchesa, che è veramente splendida stasera, come una dea di Rubens... Ma di’ un po’, sul serio, non ti diverte questo spettacolo?

GRAN ME: Molto! Senti: mettimi una mano innanzi alla bocca.

PICCOLO ME: Perché? Che fai?

GRAN ME: Mettimi subito una mano innanzi alla bocca.. .

PICCOLO ME: Sbadigli?

GRAN ME: Sbadiglio.

Indice Biblioteca Progetto Luigi Pirandello

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 11 maggio 2008