Luigi Pirandello

Appendice

Amori senza amore

Testi estravaganti

222a

Edizione di riferimento

Luigi Pirandello Novelle per un anno, a cura di Mario Costanzo, Premessa di Giovanni Macchia, I Meridiani vol. III, Arnoldo Mondadori editore, Milano1990

Luigi Pirandello, Amori senza amore, Tutti i racconti esclusi dalle “Novelle per un anno”, Oscar Mondadori, a cura di Giovanni Macchia, Introduzione di Giovanni Macchia, Cronologia e Bibliografia di Simona Costa, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1995

222A  -  Dialoghi tra il Gran Me e il piccolo me

222A  -  III. La vigilia

[Ariel, 25 dicembre 1897]

(ll piccolo me, che vorrebbe parer felicissimo, verso la mezzanotte, si trascina a casa il Gran Me sbuffante dalla noja. Quegli è stato, in quest’ultimo mese, tutto intento a metter su la casa maritale; questi come un cane bastonato ha dovuto seguirlo. E non pochi diverbii si sono accesi tra i due, come agevolmente potrà immaginare chi voglia considerar di quanto impedimento e di quante dimenticanze abbiano potuto esser cagione all’ansia e alle cure dell’uno il contraggenio e l’inettitudine dell’altro. Ma ormai la nuova casa è tutta in ordine: il piccolo me, lasciando la sposa dopo gli accordi pe ’l dì di domani, si è voluto recare a passarla in esame: e n’è rimasto contento. Ora il Gran Me, mettendo piede per l’ultima sera nel quartierino da scapolo, soffia per le nari un lunghissimo sospiro ed esclama:)

- Finalmente!

- Eh no, caro. Pazienza ancora per un tantino... Poco poco. Ora siamo soltanto alla vigilia...

- Sì, datti una stropicciatina alle mani, così, contentone! mentre io... Ma, insomma, si può sapere quando ha da finir codesto poco poco, che mi vai ripetendo da più mesi? , - Già siamo alla vigilia, ti ho detto. Il nido, hai visto? è pronto. Domani, le nozze... Domani, finalmente. Ah! ... Poi, è già inteso, in villa, e poi... poi basta.

- Basta, sì: eccetto se io non giudicherò che mi sia più espediente crepare, che aver pazienza fino allora.

- Ma che ti scappa... Ridi con me, via! sii felice con me! Scusami, neanche il mese della così detta luna di miele vorresti accordarmi? Ti sei mangiato l’asino, come suol dirsi, e ti confondi per la coda?

- L’asino non me lo sono mangiato: l’ho fatto, con te, tre mesi.

- Quando sei buono meco, ti stimi sempre asino: segno che te ne penti e perciò non te ne resto grato.

- Ma ti pare che mi sia divertito tre mesi a reggerti il moccolo, ascoltando le vostre amorose scempiaggini, assistendo ai vostri lezii e alle vostre sdolcinature da scimmiotti innamorati?

- Come se tu non ci avessi anche intinto il tuo panino! È come se le sciocchezze che si bisbigliano tra loro gl’innamorati non siano le cose più rispettabili di questo mondo! Va’ là, va’ là... Vuoi farmi dispiacere proprio questa sera della vigilia? Pure una volta, se non mi sbaglio, t’ho inteso dire che nulla ci è al mondo di maggior soddisfazione, che fare gli altri contenti...

- Sì, ma ho anche detto, se non m’inganno, che nulla ci fa gli altri più cari quanto l’esser questi o il mostrarsi contenti di noi. E tu non ti contenti mai.

- Non è vero. Forse non lo mostro, perché tu non pretenda poi soverchio compenso. Ma ti ripeto, in questi tre mesi, pieni per me di gioja, son rimasto proprio contento di te. E anche lei, anche lei, contentissima, come certamente ti sarai accorto. Anzi, sai? i parenti, nel vederti così buono e ragionevole, quasi quasi mi han lasciato intendere, che a mente loro il leggiero debba esser io, perché opinano che, volendo, dice... potrei agevolmente persuaderti di pensare un po’ più al sodo, ora che si prende moglie, lasciando, dice... per esempio, codest’arte, che non è da guadagnare... Si sbagliano, eh pur troppo, di grosso... tu lo sai; tuttavia io, per non metterti in cattiva luce, zitto: non mi sono difeso. Ho soltanto promesso... che mi sarei provato.

- Non t’arrischierai, spero, di proferir mai sillaba su questo proposito.

- Lo so! sarebbe inutile. Fortuna intanto, dico, che non siamo costretti a far pane del nostro tempo. Quantunque, d’altro canto, chi sa che non saremmo stati meno infelici, se la sorte ti avesse costretto a far del tuo tavolino da studio, piuttosto che un bancone d’alchimista su cui giornalmente ti torturi a lambiccar lagrime d’angosce misteriose, una madia per il pane quotidiano. Lasciamo questo discorso. Hai visto che bella scrivania, a proposito, e che bei scaffali abbiamo comperati per te? Ella, con gentilissimo pensiero, ha voluto metterti su uno scrittojo come quello che hai descritto nel tuo ultimo libro. Io, per ingraziarmi i parenti, ho finto d’oppormi, facendole osservare che la bella mobilia, chi la descrive, ci vuole un po’ di gusto, di carta e d’inchiostro; chi poi deve comperarla, ci vogliono i quattrini. Ma, infine, ho lasciato fare per ingraziarti lei, invece. E di’ la verità, non ne sei anche tu contento, ora?

- Sì, poverina, è buona o, almeno adesso, pare. Ma io penso che domani noi due saremo tre, o meglio, tu sarai due, e vedi, non so non affliggermene, sentendomi più che mai nato e fatto per la solitudine. Benché conosca che in gran parte sia cagione io se tu spesso sembri a gli altri leggiero, pure questa volta peggio che una leggerezza stai per commettere da te solo; e se tale gli altri la stimeranno qual’è per me, tu stesso voglio mi sii testimonio ch’io non c’entro affatto. E per ciò non voglio rimorsi né per te, che, secondo la mia previsione, sarai d’ora in poi più infelice che fin qui, diviso tra i doveri imprescindibili che hai verso me e i nuovi che domani ti assumerai verso la tua compagna; e neppur ne voglio per questa, che forse tra breve non avrà più a lodarsi della nostra compagnia.

- Ho bell’e capito! Tu questa notte vuoi divertirti a stringermi il cuore. Sarà meglio andare a letto a dormire.

- Questa vorrebbe essere tua antica abitudine: starti senz’altro affare, che dormire e mangiare.

- Meglio che ascoltar te, si capisce.

- Ma a difesa degli ammonimenti che spiacciono e pungono, caro mio, non giova farsi murar gli orecchi dal sonno; la voce non vien di fuori: parla dentro di noi.

- Io, tranne quella che mi parla dell’imminente gioja, e codesta tua che vorrebbe offuscarmela, non sento altre voci.

- Se prestassi un po’ più d’ascolto alla tua coscienza, ne udresti un’altra che ti dice: «Hai pensato a qual catena stai per legar la tua prole?».

- Oh Dio mio, la prole, adesso! E lascia prima che venga; se ne verrà! Se tutti ci pensassero avanti...

- È pur tanto facile ammettere che debba venirne.

- Ebbene, e allora farò come tutti gli altri.

- Sta’ a vedere. Che tu, da parte tua, ti proponga d’esser ottimo padre di famiglia, non dubito. Ma siamo alle solite: hai tenuto conto di me?

- E che ti proponi tu di essere?

- Lasciami dire. Hai sognato e sogni una vita, che consista d’amore, di pace lieta e sincera.

- Sperabilmente.

- Passi per l’amore, finché durerà; ma la pace? In casa tua dovrò abitar pure io...

- Eh, lo so!

- Non potrò mica relegarmi tutto il giorno nello scrittojo soltanto...

- Lo so!

- Verrò a tavola con te, verrò a letto con te...

- Lo so, purtroppo, lo so! È la mia condanna, e vuoi che non lo sappia?

- Bene, io dico, e la pace allora?

- Scusa, non ti potresti acconciare a goder zitto zitto della nostra letizia raccolta? Sarebbe pure un dolce spettacolo...

- Non dico di no. Ma potrai far tu che una grave ombra non cada su la tua casa dalla naturale mia infelicità, a intristire i tuoi bambini, a turbar tua moglie, ogni qualvolta una delle tante mie sollecitudini mi disvierà dagli altri, che né anche possono intenderle?

- Stiamo per prendere, o se più ti piace, sto per prendere moglie appunto per questo, mi pare! Per usar cioè rimedio, a mio modo, a codesta che tu chiami tua naturale infelicità.

- E proverai una gran delusione! Non è in tua mano il portarci rimedio; e se tu invece avessi avuto maggior considerazione e più amore per me, avresti inteso che il men peggio per noi due sarebbe stato il restar soli, e che era tuo dovere non attendere ad altro, né ad altri pensare, fuor che a me.

- Mio dovere, insomma, sacrificarmi?

- Non ti sarebbe parso sacrifizio, se avessi avuto maggior fiducia in me. Ma di questa mancanza non ti fo torto. Io mi sento, mi sento veramente un estraneo su questa terra e così solo, che intendo come in te sia dovuto nascere, più che il desiderio, il bisogno di un’amorosa compagnia.

- Manco male!

- Se non ti scuso, vedi bene che né anche ti accuso...

- E allora perché?...

- Sì, sì, tu ai ragione, infatti: questa terra è veramente per te, per voi altri... Tu sai trarne il sostentamento; tu vi edifichi le case, e vai trovando di giorno in giorno, con diligenza, più sicuro riparo contro le avversità della natura, e comodi maggiori. Io dovrei essere il raggio di sole, l’aria ristoratrice che entra per le finestre aperte e reca il profumo dei fiori; ma spesso non so esserlo, ho spesso la crudeltà del fanciullo, che con un sasso tappa la buca del formicajo. Spesso la grandezza mia consiste nel sentirmi infinitamente piccolo: ma piccola anche per me la terra, e oltre i monti, oltre i mari cerco per me qualche cosa che per forza ha da esserci, altrimenti non mi spiegherei quest’ansia arcana che mi tiene, e che mi fa sospirar le stelle...

     Alla mia solitudine di gelo,

al mio sgomento, al mio lento morire

parla ne le stellate notti il cielo

d’altre arcane vicende da subire,

sempre dentro al mistero e in questo anelo.

     «E fino a quando?» l’anima sospira.

Infinito silenzio in alto accoglie

la sua dimanda. Pur tremarne mira

le stelle in ciel, quasi animate foglie

d’una selva, ove arcano alito spira.

- Debbo mettere in carta codesti versi? Perdio, non direi che siano sbocciati per la fausta occasione... Ohé, discendi dal cielo, te ne prego... To me ne sto qui alla finestra, e abbrezzo. Non vorrei prendere un raffreddore giusto questa sera...

- Risponderesti domani con uno sternuto invece del sì sacramentale.

Senza scherzi, senza scherzi... Chiudiamo. E prima che il fuoco si spenga nel caminetto, occupiamo, se non ti dispiace, questo restante della notte a distruggere le carte e le reliquie compromettenti della prima nostra giovinezza che si chiude con questa sera.

Indice Biblioteca Progetto Luigi Pirandello

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 11 maggio 2008