Luigi Pirandello

Appendice

Amori senza amore

Testi estravaganti

221a

Edizione di riferimento

Luigi Pirandello Novelle per un anno, a cura di Mario Costanzo, Premessa di Giovanni Macchia, I Meridiani vol. III, Arnoldo Mondadori editore, Milano1990

Luigi Pirandello, Amori senza amore, Tutti i racconti esclusi dalle “Novelle per un anno”, Oscar Mondadori, a cura di Giovanni Macchia, Introduzione di Giovanni Macchia, Cronologia e Bibliografia di Simona Costa, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1995

221A  -  Dialoghi tra il Gran Me e il piccolo me

221A  -  II. L’accordo

[Il Marzocco, 30 giugno 1897]

(Il Gran Me, sdrajato su la greppina, guarda assorto il soffitto a tela, che ha uno strambello pendente, di cui l’estate suol fare un grappolo di mosche. Il piccolo me è come su un arnese di tortura, e mena smanie e sbuffa a quando a quando. Lo scrittojo è tenuto in penombra, mercé la stuoja alla finestra. Ha però la stuoja due o tre steli di biodo rotti, per cui un fil di sole penetra acuto nella stanza e si spunta a piè della greppina, sul tappetino tessuto a opera, del quale incendia in un punto la variopinta calugine. Il Gran Me si volge a osservare intentamente l’aureo pulviscolo che s ’aggira lento, senza posa, in questo fil di sole, e da cui di tanto in tanto sparte come un atomo di luce, che subito s’estingue nell’ombra.)

 

- Così ogni mio pensiero!

- Bravo! E non stimi sciocco tu l’atomo che si stacca dal raggio, in cui gli era dato di cullarsi beatamente per dare un tuffo e naufragare nell’ombra?

- No. Sciocco tu, invece. Che prezzo può aver la luce per un cieco?

- Bravo! Ma questo, quante volte io non avessi l’illusione che i nostri occhi mi servano benissimo, come gli altri sensi, del resto, i quali rni servirebbero meglio senza dubbio, se m’accordassi maggior libertà d’usarne. Son io forse cagione, se tu non riesci a veder nulla?

- E tu che vedi?

- Io? Quel che c’è da vedere. È vero che, di questi tempi, si vedono quasi solamente miserie e brutture; ma tu che potresti esser mago e far l’incanto per te e per me (se non per gli altri su queste miserie e su queste brutture, perché invece, scusa, par che ti studii di farmele vedere le une più tristi, le altre più basse, tanto che, più che noja, possiamo dire di provar schifo di vivere?

- Ah, mi parli ora d’incanto, tu che di continuo mi richiami ai comuni usi, tu schiavo dei comuni bisogni, tu che ti lasci portare dalla corrente dei casi giornalieri, accettando, senza pensare, la vita com’essa man mano ne’ suoi effetti ti si rivela?

- Come, come! Non t’intendo. Che accetto io? che rifiuto? Io che vivo, o meglio, vorrei vivere come io e tu nelle condizioni nostre potremmo, se non ti volessi pigliar tanto fastidio di quel che in fondo poco importa, almeno a giudizio mio.

- Ma che giudizio vuoi aver tu?

- Oh bella! Il giudizio di dormir la notte, per esempio, se tu non m’inaridissi negli occhi il sonno, insinuandomi nel silenzio col tuo fantasticare lo sgomento della morte infallibile e quasi imminente; il giudizio di procurarmi un po’ d’appetito, mercé qualche ameno e salutar diporto, a tempo debito; il giudizio di non aver giudizio, qualche volta; e quello infine (perché no?) di lavorare, ma con utilità nostra e altrui, in un modo qualsiasi. - E poi? - Poi nulla.

- Poi te lo dico io: poi rassegnarti ad andare innanzi così, un giorno dopo l’altro, fino alla vecchiezza, lasciando me sempre interdetto, in esasperata infinita sospensione, ovviando con futili pretesti l’assidua costernazione mia, e non osando di spingere un menomo atto, una parola oltre ai limiti del consueto, temendo il pruno, che in difesa di questi limiti piantaron le leggi, non ti strappi un po’ l’abito tagliato rigorosamente alla moda o non ti sgraffii le oneste mani. Così, così tu vorresti seguitare a trascinarmi teco ciecamente verso l’estrema rovina, giù, giù con gli altri a branco, spinto, cacciato dal tempo, come tra un armento in fuga pascolante la poca erba che gli avvenga tra i piedi frettolosi, sotto il bastone e i sassi dell’antico pastore. Ma io non son dell’armento, mio caro! Io non dico come te: Eccomi qua, tosatemi; datemi quella forma che meglio vi aggrada! - Io voglio la signoria di me medesimo, e la tua schiavitù.

- La mia schiavitù? E come! Non mi tieni forse schiavo abbastanza? Oh di’ che mi vuoi morto piuttosto! Io, poveretto... e che altro mi permetto di fare, se non consigliarti timido e sommesso di prender qualche cibo quando mi ti vedo languire, o un po’ di riposo in qualche distrazioncella o in un sonnellino? Ah, fo dunque male quando innanzi allo specchio ti faccio notare che la nostra fronte, per esempio, accenna a diventar troppo ampia; che tra breve insomma la gioventù nostra sarà sfiorita? E pretendi che non me ne lagni, caspita! che non mi disperi di non averne potuto trar pro quanto avrei desiderato? Ma sì! purtroppo nulla nasce se la volontà non si marita col desiderio. E per te il desiderio ha sempre avuto il torto d’esser mio, mentre poi ha dovuto sempre esser tua la volontà, infeconda per me d’ogni bene. Beati, beati gli anni dell’infanzia. Perché voglio sperare che tu non fossi grande anche allora, quando tutti e due eravamo piccoli. A proposito, di’: o come mai t’è venuto in mente di diventar così grande? Che infelicità, mio caro! Se pur non è stata una pazzia...asta. Perdona alla mia piccolezza, io dico: il senso, lo scopo della vita, come potrai trovarlo, se non lo cerchi nella vita stessa?

- Cercarlo... Bravo! E come? L’altra sera, in vettura, ricordi? mentre si andava al passo su per l’erta via che conduce alla stazione: tu pensavi a colei che andavi ad accogliere e che non è venuta; io guardavo le terga e i fianchi rilassati del vecchio vetturino per tanti anni lì su la cassetta cigolante. «Nascer cavallo è brutto, su per queste vie...» «E io, guidarlo?», si voltò a dirmi il vetturino. «Buona Pasqua, signorino! Da’ qualche cosa a una povera vedova con quattro bambini...» «Fiammiferi in tasca ne ho» tu mi hai detto, e io non ho dato il soldo alla vedova Sul marciapiedi a destra scendeva tossendo un vecchio poveramente vestito col cappello a stajo spelato e stinto: «L’ultima Pasqua, vecchio! Bada dove metti i piedi: un altro passo, e la fossa... L’hai tu trovato quel ch’io cerco?». «Lì!», mi avrebbe forse risposto il vecchio, se mi avesse inteso, additandomi una coppia di sposi che scendeva dietro a lui. «Lì, ma per poco tempo, come in tant’altre cose: ora provo a cercarlo in chiesa; ma non l’ho trovato. Seme di lino, caro, quand’hai la tosse: un buon cataplasma sul petto, e un pizzico di senape: tira l’umidità...»

- Grazie! Ma il vecchio ha cercato, ha vissuto. Mentre tu guardi vivere, e non vivi. E così, si sa, io sarò un asino, ma tu non intenderai mai come gli altri possano relativamente trovare il senso e lo scopo oggi in una cosa, domani in un’altra fra le tante e tante che formano e compongono appunto la vita. Abbi compassione di me: lo vedi, mi fai diventar pure filosofo, che sarebbe per me la peggiore delle sciagure. E allora, mio caro, pigliamo per ricetta di buttarci da una finestra o d’impiccarci a un albero, che sarà meglio. No no, via: mettiamoci piuttosto d’accordo una buona volta, giacché per forza dobbiamo vivere insieme. Credi pure che quanta brama hai tu d’uccider me, tanta n’avrei io d’uccider te... T’odio, ti detesto, ti bastonerei ogni giorno, se poi non dovessi gridar ahi insieme con te. Patti chiari, dunque, e dividiamoci le ore.

- Dividiamocele.

- Ognuno di noi, delle proprie, assoluto padrone.

- Assoluto padrone.

- Cominciamo: quante ore di sonno credi che mi spettino? Io ne reclamo sette.

- Troppe!

- Ti pajon troppe? Ma se io ho sempre sonno, praticando con te! Tu non te ne accorgi, ma bada che sei molto nojoso, e che, se me ne dai meno, finirò certo con l’addormentarmi, non appena ti metti ad almanaccare... Andiamo innanzi. Oh, ma... aspetta, prima: sette ore, dico, di sonno - intendiamoci! Non vorrei, come hai fatto fin qui, che appena a letto... - pensieri, fantasie, elucubrazioni, smanie, libri, storie: tutto ha da rimanere nello scrittojo. A pigliar subito sonno, poi, ci penso io. E non avvenga più del pari che tu debba avvelenarmi il pasto con le tue eterne riflessioni. L’ora del pasto ha da esser mia. Convenuto?

- Chi te l’ha mai negata?

- Non me la neghi, ma me la guasti. Non sei spesso venuto a tavola con un libro aperto tra le mani? Un boccone per me, e un quarto d’ora di lettura per te. E io mangio freddo e digerisco male.

- Basta, basta! M’affoghi in un pantano!

- Basta... Articolo amore, che intendi fare?

- Lo lascio a te; ma bada, non voglio mica perderci molto tempo, io.

- Ah, non intendi di pigliar sul serio né anche l’amore, tu? E che resta dunque per te nella vita? che vorrai fartene allora del tuo tempo?

- Questo sarà affar mio, e tu non devi entrarci.

- E sta bene. . . cioè, sta male. Ma levami un dubbio. Dici sempre che ti senti tutto il mondo nel cervello. Dev’esser vero, perché io ho sempre mal di capo. Ma se la terra ti sembra veramente, in codesto tuo mondo, così piccola e misera cosa, non stimi tu che io abbia più diritto di viverci che tu? Ah, in certi momenti, credi, mio caro, la tua grandezza mi fa proprio pietà; e, in certi altri, mi domando se io, nel mio piccolo, non sia poi più grande di te.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 11 maggio 2008