Luigi Pirandello
Appendice
Amori senza amore
Testi estravaganti
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2
14a L'onda
I
Era Giulio Accurzi,
come si suol dire in società, un bel giovine: trentatré anni, facoltoso,
elegante, non privo di spirito. Godeva poi, nel concetto degli amici, d’una
specialità: s'innamorava costantemente delle sue inquiline.
Possedeva una casa a due
piani: affittava il primo, a cui era annesso un terrazzo, che dava su un
grazioso giardinetto riserbato per un'angusta scala interna al secondo piano;
abitava in questo con la madre paralitica, relegata da parecchi anni in
poltrona.
Di quando in quando gli
amici lo perdevan di vista, e allora si poteva ritenere con certezza, che
l'ingegnere Giulio Accurzi s'era già messo a far l'aggraziato con la filia
hospitalis del piano inferiore.
Eran per lui questi
amoreggiamenti come uno dei comodi del suo bene stabile. L'inquilino padre
notava, con compiacenza, la squisita educazione e le premure del padron di casa;
la figlia non sapeva mai bene, se quelle premure fossero veramente effetto della
squisita educazione, come argomentava il padre, o dell'amore, come a lei era
parso qualche volta di dover capire.
In ciò l'ingegnere
Accurzi dimostrava davvero del talento.
Nei primi mesi della
locazione egli civettava dal balcone sul terrazzo; ed era il primo stadio,
detto: dell'amore in giù. Poi passava al secondo stadio: dell'amore
in su, cioè dal giardino al terrazzo; e questo soleva accadere sull'entrare
della primavera. Allora egli mandava in regalo col vecchio giardiniere dei
frequenti mazzi di fiori al primo piano: viole, geranii, lillà... Talvolta si
spingeva fino a lanciar lui stesso dal giardino, con molto garbo, qualche
magnifica alba plena alle due rosee mani tese in alto e aspettanti. E la
luna soleva assistere dall'alto a queste scene, e Giulio Accurzi si chinava per
chiasso a carezzar l'ombra della fanciulla projettata dal terrazzo sull'arena
dorata del giardino. La fanciulla, dalla balaustrata di marmo, rideva
sommessamente e dimenava la testa, o si tirava indietro d'un colpo per sfuggire
con l'ombra all'innocua carezza. Ma tutto doveva finir lì, o altrimenti la
scappatoja era pronta. Egli, dispiacente, annunziava al padre, che «col nuovo
anno era costretto a rincarar la pigione». I suoi contratti con gli inquilini
avevan tutti la durata d'un anno.
Prima che sua madre
s'ammalasse così gravemente, Giulio Accurzi non aveva mai pensato sul serio a
prender moglie.
- Eppure tu saresti
l'ideale dei mariti! - gli dicevano gli amici. - Tu cerchi la comodità
nell'amore. Riduci i due piani a un piano
solo.
II
Quando la signora Sarni
con la figlia venne ad abitare nel primo piano, Agata era da tre anni promessa
sposa a Mario Corvaja, il quale allora si trovava in Germania a perfezionare i
suoi studii di filologia. Quel fidanzamento aveva avuto tristi vicende, e pareva
che il giorno delle nozze si perdesse ancora tra le nebbie dell'incertezza.
Mario Corvaja, è vero, sarebbe ritornato tra breve dalla Germania; ma chi sa
quanto tempo ancora avrebbe dovuto aspettare un concorso per qualche cattedra di
filologia all'Università.
Giulio Accurzi ignorava
tutto ciò, però non sapeva rendersi ragione dell'aria dolente della signorina
Sarni. La vedeva di raro sul terrazzo, al vespero, pallida, con sulle spalle uno
scialletto di color roseo mitissimo, e la veste nera.
Dal balcone studiava ogni
menomo atto di lei. Ella si fermava di preferenza a guardar due canerini in una
gabbia sospesa a un palo del terrazzo; quelle due bestioline cantavano
allegramente tutto il giorno; o si fermava ad osservare i vasi di fiori
allineati sulla balaustrata di marmo, dei quali la madre, donn'Amalia Sarni,
aveva straordinaria cura. La fanciulla raccoglieva due tre violette, poi si
ritirava, come tenuta da altri pensieri, senza gittar mai uno sguardo al
giardino sottostante, né levar gli occhi, sia pur di sfuggita, al balcone, dove
l'ingegnere Accurzi, tosserellando di tanto in tanto, o smovendo a posta la
seggiola, si struggeva di smania e di stizza per la noncuranza di lei.
Quelle violette chiuse in
una lettera, schiacciate da tanti bolli postali, dovevan correre molta terra,
andar lontano, lontano, fino ad Heidelberg sul Reno, lassù... Che ne sapeva
Giulio Accurzi?
Egli era incantato della
pace soavissima che regnava in quella casa, al primo piano, piena di fiori
freschi e di luce, una pace e un silenzio quasi conventuali. Donn'Amalia, alta e
magnifica dalla faccia placida e ancor bella, non ostante i sessant'anni,
attendeva con passo pesante, senza mai scomporsi, alle faccende di casa; poi,
sul vespro, ai fiori, come la mattina alle pratiche religiose, perché ella era
molto divota.
La figlia conduceva altra
vita. Si levava tardi da letto, sonava un po' il pianoforte, più per
distrazione che per diletto; poi, dopo colazione, leggeva o ricamava; la sera, o
usciva un po' colla madre, o rimaneva in casa a leggere o a sonare: non chiesa,
né faccende domestiche, mai. Tuttavia, tra madre e figlia, un perfetto accordo,
una tacita intesa, sempre.
Ogni tanto, il silenzio
della casa era turbato dalla venuta dell'altra figlia della signora Amalia,
maritata con Cesare Corvaja, fratello di Mario. La sposa portava sempre con sé
i suoi due bimbi, a cui la zietta faceva un mondo di feste.
Allora soltanto, senza
saper perché, l'ingegner Accurzi, tappato tutto il giorno in casa, sentiva
aprirsi il cuore alla gioia: vedeva dal balcone i bambini e la signorina Sarni
irrompere sul terrazzo, sentiva i sorrisi, il suono carezzevole della voce di
lei; la vedeva chinarsi innanzi ai nipotini, che le saltavano al collo pieni di
desideri e di moine; e sorrideva, guardando, lietissimo, beato.
- Il babbo dov'è, Rorò?
- Lontano... lontano... -
rispondeva Rorò, stringendo gli occhi e strascinando le due parole col musino
in fuori.
Cesare Corvaja era primo
macchinista sui vapori della Compagnia di Navigazione Generale Italiana, e
faceva i viaggi d'America.
- Che ti porta il babbo,
Mimì, quando ritorna?
- Tante cose... -
rispondeva placidamente Mimì.
Nel frattempo, dentro, la
madre e la figlia maggiore parlavano di Agata, della mutata indole di lei dopo
la promessa di matrimonio, e specialmente dopo la mortale malattia superata a
stento, mercé le cure dei parenti di Mario Corvaja.
- Ostinata! - sospirava la
madre. - Non vuol sentir ragione; non vuol capire... Eppure s'è accorta,
ch'egli non l'ama più! Certe notti la sento piangere sommessamente... Mi si
rompe il cuore, credimi; ma non so dirle nulla. Ho sempre paura, non le ritorni
quel brutto male...
- Che pazzia! Che
disgrazia! - esclamava dal canto suo la sorella, contraria fin dal principio a
quel progetto di nozze.
Che sapeva di tutto ciò
Giulio Accurzi intento allora a compiacersi dal balcone delle carezze di Agata
ai bimbi, e delle moine di questi alla zietta?
III
Sul finir dell'estate Agata s'ammalò gravemente. Già ella s'anneghittiva di far qualunque cosa. La pena chiusa, la chiusa malinconia a poco a poco s'eran disciolte nel tedio. Rimaneva più del solito a letto, sveglia, con la mente vuota; aveva perduto affatto l'appetito, e non ascoltava più né gli incitamenti, né i conforti, né le lagnanze della madre o della sorella.IV
Il viavai per la scala
divenne vieppiù frequente. Giulio dal pianerottolo superiore, curvo sulla
ringhiera, spiava chi saliva e chi scendeva. Altri medici erano accorsi al letto
della malata, due suore di carità, poi un vecchio alto dalla lunga barba
bianca, don Giacomo Corvaja, venuto espressamente dalla campagna. Giulio apprese
che l'acuto della malattia era superato, ma che tuttavia la malata, vinta
dall'estrema debolezza, era in preda a furori isterici che la rendevan quasi
pazza...
- S'è tagliati,
tartassati i capelli!... Non si riconosce più... - gli aveva detto la serva. -
Chiama sempre il fidanzato... Pare che egli non voglia più tornare... Se
vedesse, che spettacolo giù...
«Non vuol più tornare?
Come! La lascerà morire così?», pensava Giulio, struggendosi dentro.
La porta del primo piano
s'apriva di tanto in tanto rumorosamente, e qualcuno ne usciva lanciandosi a
precipizio per la scala; Giulio si destava di balzo dalle sue fantasticaggini,
impallidiva...
«Che sarà avvenuto?...
Muore?...»
Ecco altra gente sul
pianerottolo, giù; donn'Amalia, Erminia dai volti disfatti... Chi s'attende?
S'è fermata una vettura dinanzi al portone. Ecco, è lui, Mario Corvaja, il
fidanzato! Gli è accanto quel vecchio alto, dalla lunga barba bianca, il padre.
Finalmente è tornato!
- Ebbene, come sta? -
chiede Mario con ansia alla madre di lei, pallido, con le ciglia aggrottate. Poi
tutti rientrano, e la porta si richiude.
Dove mai Giulio aveva
udito quella voce? Sì, egli conosceva di vista Mario Corvaja. Era dunque colui
il fidanzato di Agata? E che avveniva laggiù, in quel momento, nella camera
della malata? Giulio si sforzò a imaginare quella scena d'arrivo. Dopo un'ora
all'incirca egli vide uscir Mario Corvaja col padre. Lo seguì con gli occhi,
dal balcone, lungo la via piena di sole. Dove si recava? Perché gestiva così
vivacemente parlando col padre? E aveva lasciata così presto la malata? In che
condizioni era ella?
Sul far della sera Giulio
vide don Giacomo Corvaja ritornare in casa Sarni senza il figlio. Seppe dopo,
che Mario era ripartito per Roma lo stesso giorno dell'arrivo. Il suo ritorno
dunque era stato come un'apparizione. Il domani Agata con la madre e con don
Giacomo Corvaja partì per la campagna.
Giulio Accurzi indovinò
che il progetto di matrimonio tra Mario Corvaja e Agata Sarni era andato a
monte. Che era avvenuto? Ella s'era ammalata per lui, ed egli l'aveva
abbandonata! Perché dunque? Che pretendeva di più quello sciocco? Come non
amare una creatura, che a lui, Giulio Accurzi, pareva così degna d'amore? Ed
ella forse lo rimpiangeva...
Provò, così pensando,
un'indefinibile gelosia, un sordo rammarico, quasi rancore... Non vi poteva far
nulla, lui? Quasi quasi avrebbe voluto intromettercisi, tanta era la stizza che
provava per l'agire di quello sciocco lì... Intromettersi! E in qual modo?
«Se la son portata via
nella campagna di lui! Sciocchi! E perché? Come si potrà distrarre lassù?»
pensava intanto, tra le smanie. «Sarebbe molto meglio che vi morisse...»
V
Aveva però avuto la
fortuna, dopo circa un mese, di trovarsi a scendere per la scala quando la
vettura di ritorno dalla campagna dei Corvaja, si fermò dinanzi al portone
della sua casa. Giulio Accurzi non poté trattenere un moto e un'esclamazione di
sorpresa alla vista di Agata, che già scendeva dalla vettura sorretta dalla
madre. Turbato, con le mani tremanti, accorse a prestare ajuto alle due donne;
offrì il braccio alla convalescente, e la sorresse lungo la penosa salita,
ripetendo a ogni scalino: - Piano... così... S'appoggi, signorina! piano!...
Dinanzi alla porta ella lo
ringraziò timidamente, con gli occhi bassi, inchinando la testa. Egli arrossì,
si confuse, e appena la porta fu richiusa, mormorò: - Come s'è ridotta! E
subito dopo: - Quanto lo amava!
Non pensò più che stava
per uscire, e continuò a salir lentamente la scala, a capo chino, percotendosi
le gambe coi guanti che teneva in mano.
- Come s'è ridotta! -
ripeté a fior di labbra fermandosi indeciso innanzi alla porta di casa. Trasse
macchinalmente di tasca la chiave, ed entrò.
Allora sentì chiamarsi
dalla madre, e accorse subito, molto sorpreso di ritrovarsi in casa sua.
- Che ti sei scordato? -
gli domandò la madre con voce nasale, stanca, piegando da un lato la testa
avvolta sempre in un fazzoletto nero di lana.
- No... nulla... mi son
seccato... Sai? Son ritornate le nostre inquiline del primo piano...
- Ho capito! - sospirò
stanca la madre, ripiegando la testa dall'altro lato, e chiuse gli occhi.
Quell'esclamazione e quel
movimento irritarono Giulio.
- La signorina è stata
molto male, è ancora ammalata - s'affrettò egli a dire con tono risentito.
- È giovine, non temere,
guarirà! - rispose con la stessa voce l'inferma senza aprir gli occhi.
Giulio rientrò nella sua
camera, e sedé su una poltrona, senza pensar di togliersi il cappello e di
posar guanti e bastone.
«Quanto lo amava!»
mormorò di nuovo a se stesso, scotendo a lungo, lentamente, la testa, con gli
occhi appuntati. «E quell'imbecille....»
Si levò da sedere, andò
in su e in giù per la stanza, a capo chino...
L'aveva riveduta; le aveva
offerto il braccio, aveva sentito il dolce peso di quel corpo affranto dalla
passione, e avrebbe voluto portarla su in braccio per risparmiarle la pena di
quella salita... Così pallida e stanca gli era sembrata più bella!
Ed ella gli aveva detto
grazie...
VI
Passarono per Giulio
Accurzi due mesi di continue smanie. Agata non si lasciava più vedere al
terrazzo, non usciva più di casa. Alle sue costanti domande alle persone di
servizio - Come sta la signorina? - otteneva un - Meglio - per tutta risposta, e
poi in seguito un - Adesso sta bene - e null'altro. Non voleva parere
indiscreto. Intanto, non lavorava più. Veramente, aveva sempre lavorato poco;
ma prima, almeno, gli piaceva di studiare o di leggere; s'era fatta così una
varia e larga coltura; adesso, non gli riusciva più d'arrivare in fondo a una
pagina, fosse pur di romanzo. Invece si prendeva molta più cura della persona:
s'affliggeva dinanzi allo specchio dei suoi capelli biondi che si diradavano man
mano specialmente sul lato sinistro, slargandogli un po' troppo la fronte;
diventava minuzioso per tutto ciò che si riferiva all'acconciatura: voleva
essere inappuntabile. Ma poi, dopo tanto studio e tanta cura, non usciva di
casa, sedeva o s'appoggiava sulla ringhiera di ferro del balcone, e aspettava...
Vedeva sul vespro donn'Amalia Sarni uscir sul terrazzo ad annacquare i fiori, e
allora egli seguiva attentamente la mela dell'annaffiatoio che spandeva acqua in
minuta pioggia sur ogni vaso, e sur ogni vaso egli s'indugiava quanto
l'annaffiatoio. Così faceva il giro della balaustrata. Certi giorni poi
s'avviliva di produrre inutilmente quel genere di vita. Avrebbe volentieri
intrapreso un viaggio. Ma sì! A chi affidar la madre?
Un giorno, all'improvviso,
vide irromper nel terrazzo rumorosamente le due bambine di Erminia Corvaja, come
un tempo, inseguite dalla zietta. Al rumore, prima ch'ella comparisse sul
terrazzo, il cuore dell'ingegnere Accurzi si mise a battere violentemente.
Finalmente la vide! Gli parve un'altra... Ella rideva!
«E lei... è lei... è
lei...», ripeté egli a se stesso, fremebondo, ritraendosi dal balcone. Vi
ritornò subito; ma ella era già andata via dal terrazzo con le bambine.
Non poté rimaner più
solo in camera: sentiva il bisogno di comunicare a qualcuno la sua gioia. Si
recò dalla madre, senza saper precisamente ciò che le avrebbe detto. La trovò
nella solita positura: con la testa piegata da un lato e gli occhi chiusi;
pareva morta! Gli scuri delle due finestre erano un po' accostati, e la camera
rimaneva in una triste penombra.
- Mamma, dormi? - domandò
egli piano, chinandosi sulla poltrona e prendendo da un bracciuolo la mano
cerea, gelida della madre.
- No, figlio - sospirò la
giacente, senza aprir gli occhi.
Al suono di quella voce
Giulio cangiò tosto d'umore. Gli parve di non aver mai compreso come in
quell'istante la sciagura toccata alla madre. La rivide, in un baleno, ancor
vispa, in piedi, sempre vestita di nero dopo la morte del marito, attendere alle
faccende di casa; gli passò come uno sprazzo dinanzi agli occhi, la visione
confusa di sua madre, tanto diversa che in tutti gli altri ricordi, vestita di
gala, innanzi a un grande specchio a muro... una remota sera. Un uomo le
chiudeva alla nuca il fermaglio d'una ricca collana: era il padre di Giulio
Accurzi allora bambino di pochi anni; e questa era l'unica, indecisa memoria che
egli serbava del padre. Rivide, immediatamente dopo, la madre nell'atto di
piegarsi sulla tavola, mentre tutti e due mangiavano, colpita improvvisamente
dalla paralisi. La guardò intenerito: erano ormai sei anni che ella se ne stava
così, dimenticata dalla morte, abbandonata dalla vita.
- Povera mamma! -
sospirò, recandosi alle labbra la mano di lei fredda, insensibile; e il suono
della sua voce gli chiamò lacrime agli occhi.
- Che hai da dirmi? -
domandò la malata, senza muovere il capo, come se s'aspettasse dal figlio
qualche confessione.
- Mamma...
- Zitto, zitto, lo so...
Sposala, figliuolo mio, se è una buona ragazza. Sposala, mi farai piacere...
E volse la testa
dall'altra parte, sospirando.
- Che dici, mamma?
- Sposala, ti dico! E
tempo che tu lo faccia... Mi farai piacere.
- Ma sai tu chi è, mamma?
- Sì, so tutto.
- Io l'amo... - fece
Giulio, e si stupì immediatamente d'aver profferito quella parola innanzi a se
stesso.
- Siate felici! - concluse
la madre.
Egli rimase perplesso. Sua
madre dunque supponeva che anche Agata lo amasse? E invece... Si sentì
nuovamente pungere da quel sentimento d'indeciso rancore.
L'inferma aggiunse:
- Me la farai
conoscere?...
- Certamente... - rispose
Giulio impacciato; salutò la madre e uscì dalla camera, sospirando amaramente.
D'onde gli era
sopravvenuta adesso tutta quella tristezza? Non era stata sempre così sua
madre, dacché era inferma? Sì, Sì... ma adesso...
Egli non sapeva definirsi
bene la causa di quella tristezza; ma nessuna cosa al mondo avrebbe potuto
consolarlo, se egli finalmente non usciva da quello stato d'indecisione.
VII
Posto appena il piede
nella propria casa, Agata sentì come inutile e grave sarebbe stata da lì
innanzi la sua vita. La madre s'era data subito a badare alla casa lasciata per
tanti giorni in abbandono.
Agata fe' il giro delle
stanze, e pareva che in nessuna trovasse posto da sedere per il momento, e da
occupare in appresso, nelle lunghe e tediose giornate che l'avvenire le
preparava. Cavò, in piedi, una nota dal pianoforte, come per riudir la voce
dello strumento, e se ne allontanò subito, quasi offesa. Oh se avesse invece
potuto seguir per le stanze la madre tutta intenta a rassettare, a spolverar la
mobilia!
Ella avrebbe voluto dare a
intendere, che non pensava più a Mario Corvaja, e sopra tutto, che non era per
nulla afflitta dello scioglimento del suo matrimonio. Ma come darsi, nel tedio
che la schiacciava, la pena e la fatica di quella simulazione?
Il ricordo, per altro, era
troppo vivo e insistente, ed ella non solo aveva molto da ricordare, ma anche
molto da pentirsi di quei quattro anni d'inutile attesa. E ancor non sapeva
bene, com'egli le fosse sfuggito durante la malattia! Conservava ancora in un
cofanetto tutte le lettere di lui, e ora, chiusa nella sua cameretta, le
rileggeva ad una ad una. S'era seduta per terra con una candela accesa, alla cui
fiamma consegnava man mano le lettere dopo averle rilette.
Eran disposte tutte per
ordine di data, e annodate per anno, in quattro fasci: più voluminoso il primo,
esiguo l'ultimo. Ella rimaneva, dopo la lettura, con gli occhi appuntati sulla
fiamma tremolante e ingranditi: l'anima rifaceva il giorno della data, mentre la
mano tremante appressava il foglio alla candela; poi sospirava, e attendeva che
la carta si riducesse per intero in cenere.
Giulio Accurzi intanto,
dopo una notte di riflessione, agitato da dubbi e da sconforti, aveva presa la
risoluzione di recarsi dalla sorella di lei, con la quale già una volta aveva
parlato, e forse s'era tradito.
«Nessun dubbio», pensava
andando, «che i parenti accetteranno con riconoscenza la mia domanda. Ma lei,
Agata? Non si è mai curata di me; non pensa neppure che io sia al mondo... Ella
in questo momento pensa a tutt'altro".»
Egli sentiva bene, che
avrebbe dovuto ragionevolmente lasciar passare ancora qualche tempo per far la
sua domanda; ma la gelosia e l'amor proprio non glielo concedevano. Non avrebbe
avuto più pace, finché il ricordo dell'altro rimaneva nel cuore di Agata, e da
un altro canto voleva fingere d'ignorare affatto ch'ella era stata promessa
sposa a Mario Corvaja. Se ella lo rifiutava, Giulio Accurzi sentiva, che si
sarebbe messo subito a odiarla, in tutte le maniere in cui l'odio può
esplicarsi. Un pensiero poi l'avviliva più d'ogni altro: «Forse un giorno egli
mi vedrà con lei, innamorato di lei, e mi guarderà con occhio di
commiserazione. "Sì, quella donna mi amava, e io non l'ho voluta.. . l'ho piantata.
Ora ella ha trovato il gonzo, che se l'è presa. Eccolo lì..."».
Erminia Corvaja fu molto
sorpresa della visita dell'ingegnere Accurzi. Egli, pallido e nervoso, si
perdette sul principio in comuni superficialità, poi tutto ad un tratto,
impulsivamente, uscì a dire:
- Senta, signora, lo scopo
della mia visita... - Ma s'arrestò all’improvviso. - Io desidererei che ella
mi desse...
Stava per dire: «Delle
spiegazioni». Arrossì, si confuse; e poi rimettendosi: - Ecco, ella sa che la
Sua signora madre abita giù in casa mia... Io ho avuto la fortuna d'apprezzare
le doti veramente elettissime tanto della signora quanto della signorina Sua
sorella. Adesso starà bene mi auguro... L'ho veduta jeri, mi sembra, quand'è
venuta lei, con le bambine... Sì... giusto jeri... M'è parso che...
- Oh, sì adesso... in
salute, almeno, sta bene... - concluse imbarazzata Erminia Corvaja, tentando un
sorriso, e abbassò gli occhi.
Giulio Accurzi notò
quell'almeno e si agitò sulla poltrona, non trovando adesso come
riattaccare il discorso.
- Sì... ho saputo... che
è stata male... Anzi, già! ho chiesto a lei una volta notizie... si ricorda?
Sì... Ma ora, per fortuna è passato... Io mi trovavo presente quando è
ritornata dalla campagna di... Suo suocero, è vero? Sì... Povera signorina!...
Era così sofferente...
- Infatti, ha molto
sofferto... - affermò, tentennando il capo, Erminia Corvaja.
Giulio Accurzi s'agitò
un'altra volta sulla poltrona.
- Ora è passato però...
- ripeté. - E quando una malattia si può raccontare... C'è dispiaciuto di non
esser potuti scendere giù, in questa occasione... ma mia madre, poverina...
Ella saprà che...
- Oh, sì, pur troppo...
so, povera signora!... - fece Erminia, con aria di profonda commiserazione.
- Da sei anni!... -
esclamò Giulio. E preso quel discorso, la conversazione andò per un tratto
più spedita. Egli non s'accorse che, parlando della madre, dello squallore e
della malinconia che regnavano nella sua casa, dacché ella s'era ammalata, e
della solitudine senza cure in cui si sciupava la sua giovinezza, si preparava
man mano quasi inconsciamente il terreno per venire allo scopo della sua visita,
e a un tratto la spiegazione gli riuscì spontanea, molto più facile che non se
l'aspettasse.
Erminia Corvaja restò un
momento imbarazzata, pur sorridendo di compiacenza all'annunzio; si strinse le
mani, e si raccolse, schivando di guardarlo, come per ponderare una risposta
giudiziosa. Quell'istante di silenzio fu penosissimo per Giulio Accurzi: già si
aspettava ch'ella, per convenienza, gli avrebbe parlato di Mario Corvaja e dello
stato d'animo della sorella; ma quasi quasi, adesso, avrebbe voluto farne parola
lui per primo, pur d'uscire al più presto di quella pena. Tanto, che avrebbe
potuto dirgli? Già s'era accorto, ch'ella era contenta della sua domanda. Il
passo più difficile era pel momento superato. Egli, è vero, avrebbe voluto
simular sorpresa nell'apprendere che Agata era stata, fino a pochi mesi a
dietro, promessa sposa a un altro; ma simulò invece indifferenza, e rispose
alla sorella: - Sì... difatti, ho saputo...
- Fanciullaggini, sa - si
affrettò ad aggiungere Erminia. - Era già finito da un pezzo... Tuttavia,
capirà, lasciano sempre un certo... come dire?... turbamento nel cuore d'una
ragazza.. Poi, col tempo... oh ma già, a quest'ora, ne son sicurissima; Agata
si sarà convinta, che è una sciocchezza, a cui non val proprio la pena di
pensare... Io, per me, glielo predicavo sempre... Era poi, più che altro, non
si figuri, una corrispondenza da lontano: mio cognato è stato sempre fuori...
prima a Roma, poi all'estero.
Giulio Accurzi ascoltava
pallidissimo, con un sorriso gelato sulle labbra, le parole d'Errninia.
- Non sarà... vorrei
sperare... un impedimento... questa sconclusione - balbettò alla fine - almeno
per parte mia.
Erminia si tolse
felicissima l'incarico d'annunziare alla madre la domanda di matrimonio.
La madre poi ne avrebbe
parlato ad Agata. Fra giorni, la risposta. Un po' di pazienza...
Così convennero. Ma
uscito sulla via, Giulio Accurzi era inasprito da una sorda stizza e avvilito da
un profondo disdegno di se stesso.
Perché?
VIII
Agata, ancora a letto,
notava la bianchezza delle sue braccia, magre tuttora dalla recente malattia, e
osservava attentamente le venicciuole azzurre, trasparenti sotto la pelle
levigata.
La luce del giorno
penetrava nella camera attraverso le persiane verdi, e su una mensoletta in un
angolo moriva già il lampadino da notte, dietro una ventola litofana.
Era uscita testé dalla
camera la signora Amalia, e nella fronte di Agata si spianava man mano la ruga
lasciatale dal dialogo breve, inatteso, avuto con la madre. Agata non aveva mai
badato veramente a quel Giulio Accurzi, di cui la madre le aveva parlato con
tanta esitanza prima, con tanto interesse poi. Costui dunque chiedeva la sua
mano, sapendo tutto? E sua madre ed Erminia sarebbero state felici, se ella
avesse accondisceso a quelle nozze. Non sapevano dunque che per lei ormai un
altro amore non era più possibile? Tutto per lei era finito!
- Fagli dir di no! - aveva
risposto a prima giunta. Ma poi s'era ripresa, temendo non sospettasse la madre,
ch'ella pensava ancora a «quell'altro». E gliel'aveva detto:
- Nemmen per sogno, sai!
Anzi, guarda! per me... fa' quel che vuoi... Se ti piace fagli pure rispondere
che accetto.
E s'era voltata dall'altra
parte del letto, tirandosi sulle spalle le coperte.
La madre però l'aveva
severamente rimproverata: - Così no! Non è giusto, né onesto. Dio non vuole!
Un impegno per la vita... Pensaci! E quando ci avrai ben pensato, noi daremo la
risposta. Quanto all'amore, non dubitare, verrà...
«Non verrà, non può
venire!» pensava Agata, e nell'istesso tempo bilanciava col suo sconforto i
savi ammonimenti della madre e le considerazioni sul suo stato. Giulio Accurzi
era giovane, buono, ricco. Ella aveva già varcato da più anni il limitare
della prima giovinezza... E aveva inoltre da vendicare un affronto alla sua
femminilità, l'abbandono che le costava ancora tanto dolore.
- Ebbene - domandò Agata,
sulla sera, alla madre. - Che avete concluso?
- Nulla, te l'ho detto...
Ci hai pensato?
- Sì... Io accetto -
rispose Agata.
Donn'Amalia baciò
commossa la figlia. E il domani sera scese per la prima volta in casa Sarni
Giulio Accurzi.
Assistevano alla
presentazione Erminia Corvaja con le bambine, una vecchia zia d'Agata, curva,
corpacciuta, gialla di carnagione e rugosa, con gli occhi smorti, pieni sempre
di lacrime, e la figlia Antonia, zitellona, che parea fatta di legno, e che non
schiudeva mai le labbra se non per terminare le frasi lasciate in sospeso dalla
madre nello stento di trovar parole. Madre e figlia eran vestite goffamente per
l'avvenimento e, benché impacciate dalle loro vesti, non staccavan gli occhi da
Agata.
Il salotto era riccamente
illuminato, e cosparso di fiori freschi. Agata, pallidissima, guardava or la
madre, or la sorella, come trasognata. Queste due ascoltavano attentamente le
parole di Giulio Accurzi, che si rivolgeva a loro di preferenza; assentivano
frequentemente col capo, e sorridevano, forse senza intender nulla di ciò che
egli diceva. La vecchia zia e la figliuola esaminavano minutamente gli altri
quattro e, di tanto in tanto, si scambiavano, sospirando, uno sguardo
d'intelligenza.
Giulio Accurzi si sforzava
evidentemente di non sembrare impacciato, e donn'Amalia e la figlia maggiore gli
venivano, come per intesa, in aiuto. Egli parlò in principio di cose aliene,
con sovrabbondanza di parole, intercalando qua e là massime di largo criterio,
ma senza presunzione, con l'aria un po' stanca di chi si sia data qualche volta
la pena di pensare ai casi della vita. Quindi si mise a parlar della madre, e si
compiacque, sotto gli occhi di Agata, nel mostrar tutto il suo affetto filiale,
e il dolore per la sciagura toccata «alla sua vecchina». - Poi la vedrà... -
concluse, rivolgendosi ad Agata.
Agata abbassò gli occhi
sotto lo sguardo di lui, e trattenne un istante il respiro.
La conversazione languì.
Giulio Accurzi girò gli occhi pel salotto, e li arrestò sul pianoforte aperto.
- Ella suona spesso, è
vero? - domandò ad Agata.
- Qualche volta... -
rispose questa esitante, con un fil di voce.
- Via, suona un po'
qualche cosa... – s’affrettò ad aggiungere Erminia, a cui tosto fecero eco
la vecchia zia e la figliuola. Donn'Amalia guardò la figlia, che si rifiutava
un po' duramente, accesa alquanto dalla vergogna.
- Mi faccia sentire... se
non le dispiace troppo - insisté dolcemente Giulio.
- Non so proprio sonare...
Sentirà... - fece ella alzandosi e guardandolo freddamente.
Egli non smise un istante
di studiarla, mentr'ella sonava; e ammirò i capelli castanei finissimi,
pettinati con tanta grazia, la nuca, le spalle, la sottilissima vita... Ecco, e
lei così bella, così adorabile, era stata rifiutata da quell'altro! Perché
dunque?... Notò ch'ella sonava un vecchio pezzo di musica. Anche Mario Corvaja
forse lo aveva udito da quelle mani... Chi sa! poteva anche essere un suo
regalo. Che vibrava in quel momento nel cuore di lei?
Quando Agata finì di
sonare, Giulio Accurzi era ancora turbato dai suoi pensieri; pure, fece dei
complimenti alla sonatrice, e parlò di musica...
- Se io avessi saputo
sonare, non avrei forse cercato più nulla nella vita... Nella musica si può
tutto dimenticare...
Arrossì a quest'ultime
parole. Gli sovvenne improvvisamente che Agata in quegli ultimi giorni passava
gran parte della giornata sonando.
La conversazione languì
di nuovo, e poco dopo egli tolse rispettosamente comiato.
IX
«M'amerà!...
m'amerà!...», si ripeteva ora Giulio Accurzi, uscendo dalla casa della sua
promessa sposa.
Egli l'avrebbe vinta a
poco a poco, cingendole l'anima di dolce e silenzioso assedio, spiandole negli
occhi e sulle labbra ogni desiderio, ogni accenno di desiderio. L'avrebbe vinta
colla sua sommissione, senza mai urtare i sentimenti di lei, né tentar mai
apertamente di penetrarle nel cuore; così, con l'alito soltanto della sua
passione, il cui ardore man mano avrebbe ridato, ne aveva fiducia, il roseo
colorito e la prima gajezza a quel freddo e pallido volto. L'avrebbe vinta...
Bisognava, innanzi tutto,
aver pazienza. Il tempo ajutato, nudrito dalle sue cure amorose, doveva un po'
per volta cancellar da quel cuore l'imagine d'un altr'uomo.
Pensava così, ormai,
tenendo sempre presente a sé l'imagine di Agata dal contegno gelido, quasi per
soffocare ogni impulso violento della gelosia. Per quanto internamente ne
soffrisse, pure amava meglio ch'ella fosse così, rigida e chiusa con lui.
Fin dalla prima sera, al
cospetto di lei, s'era sentito cader dall'animo l'avvilimento provato nel far la
domanda alla sorella. Indovinò all'accoglienza di Agata, com'ella si fosse
indotta ad accettare, e la via che conveniva a lui di seguire per vincerla al
più presto. Ma quanto più i pensieri, guidati dal compito ch'egli s'era
imposto, abbondavano in amorevolezza, tanto più il suo cuore si struggeva
dentro, quasi stretto in una morsa di ferro dall'odio impotente per Mario
Corvaja. Costui non era più, forse, il signore della rigida fortezza, cui egli
ora cingeva d'assedio amoroso; ma l'aveva lasciata pur lui così chiusa e
impenetrabile! Giulio Accurzi inviava ad Agata fiori ogni mattina, prima ch'ella
si levasse di letto: ora un grand'involto di rose sciolte, in un fazzoletto
bianco, di seta; ora un canestro di gardenie; ora un gran cappello di paglia da
contadini con fiori di campo... E cominciò a presentarle i primi regali:
anelli, bracciali, spille... Ella li accettava confusa, senza espressioni
sincere né di gradimento, né d'ammirazione; li toglieva con mano tremante
dalle ricche scatole, e lasciava che la madre si profondesse in meraviglie.
Agata gli dava ancora del lei.
- Così no... non voglio
esser più ringraziato... - si spinse egli a dirle finalmente. ,`
- Ebbene, ti ringrazio -
fece ella, chinando leggermente la testa e sorridendo appena.
- Così va bene... -
concluse freddamente Giulio. Quella concessione forzata non gli era riuscita per
nulla gradevole.
Intanto egli attendeva
alacremente all'arredo della casa, su, al secondo piano. Agata e donna Amalia
uscivano qualche volta con lui a far compere, ed egli sceglieva tutto ciò, su
cui gli occhi di lei si fermavano un po' ad ammirare.
Agata si recò con la
madre a visitar l'inferma, e la casa che tra breve l'avrebbe accolta sposa. Vi
era gran trambusto; operai vi lavoravano; solo nella stanza della malata regnava
il solito silenzio. Giulio assisteva alla visita, e non staccava gli occhi dalla
madre, quasi temendo non accogliesse ella freddamente la futura nuora.
In quegli ultimi giorni
egli aveva notato nella madre un serio cambiamento. Ella, per solito così
rassegnata al suo male, ora si lamentava a lungo, si lagnava del rumore che
facevan gli operaj, era impaziente, curiosa di sapere quel che avveniva nelle
altre stanze. - Giulio! Giulio!... - chiamava con insistenza; e se per caso egli
tardava un po', o mostrava lontanamente dispetto per l'oziosità delle sue
domande, si metteva a piangere, a invocar la morte «per non esser più di peso
a nessuno». Egli si chinava su lei, la carezzava, si mostrava afflitto fino
alla disperazione. . .
- Dimmi un po'... dimmi un
po'... - usciva ella a dire con voce irritata. - Bada, già me ne sono
accorta... Lo vedo... Ella ti rende triste, è vero? Sì... sì... Tu sei sempre
triste per causa sua... Non mi sfugge nulla!
- No, mamma... che pensi!
- E allora, è per causa
mia! Morte maledetta, perché non vieni? Che sto a far qui?
Accolse però Agata con
straordinaria tenerezza; volle ch'ella sedesse accanto a lei, e la guardò a
lungo, approvando col capo. Poi si rivolse al figlio.
- Giulio... Giulio,
dagliela tu... io non posso...
Giulio tolse dall'astuccio
una splendida collana di perle, quella stessa che gli richiamava alla memoria la
figura indecisa del padre, e la porse ad Agata.
- Annodagliela al collo -
aggiunse l'inferma, e tornò a guardarla, approvando col capo.
Poi, quando Agata e la
madre furono andate via, e Giulio ritornò da lei:
- Vedi?... Ho fatto bene?
- gli domandò come una bambina.
- Sì, mamma, certo...
- Oh, così! Purché tu
sia sempre contento di me... - concluse, facendo il greppo, e si mise a piangere
silenziosamente.
X
La vigilia delle nozze
Giulio Accurzi non poté chiuder occhio durante la notte. Occupato dai
preparativi della cerimonia, dall’allestimento della casa, degli abiti, delle
carte necessarie; in quegli ultimi giorni aveva vissuto molto frettolosamente,
sordo affatto alle contrarie voci della sua passione. Aveva voluto affrettar
quel giorno contro l'angustia del tempo, con l'ostinatezza d'un ubbriaco. Ecco,
e già vi era riuscito: tutto era pronto... - Domani la catena! - gli avevan
detto, scherzando, gli amici.
Tra lui e Agata s'era
stabilita come un'intesa di compatimento. Questa almeno era l'illusione ch'egli
s'era fatta durante i tre mesi del suo fidanzamento. Certo Agata non gli
dimostrava amore, né egli quasi ne pretendeva. Pareva pago della stima
affettuosa e della gratitudine, che ella in cuor suo doveva professargli pel
silenzio da lui mantenuto sul passato di lei. In quelle sere la madre, pacifica
e serena, per lasciar loro libertà di parlarsi, leggeva presso il lume un
grosso e vecchio libro sacro, La via del cielo; e loro due, seduti un po'
in ombra, lontani dal lume, s'ingegnavano prudentemente a schivare ogni
confidenza, ogni familiarità. Una sera soltanto, nel penoso imbarazzo d'un
prolungato silenzio, egli s'era lasciato indurre a domandarle perché fosse
sempre così triste...
- No, perché triste? -
aveva risposto Agata con un fil di voce, tormentando una trina dell'abito.
Egli l'amava così;
avrebbe voluto sempre amarla così.
Cominciò intanto ad
albeggiare. La cerimonia religiosa doveva aver luogo alle otto della mattina; la
civile, alle nove; poi gli sposi e i parenti si sarebbero recati nella campagna,
dove Giulio era nato, a pochi chilometri dalla città; quivi era apparecchiato
il pranzo delle nozze, dopo il quale i parenti se ne sarebbero tornati in
città, lasciando soli nella ricca cascina i due sposi. Pochissimi invitati: i
parenti e i più intimi amici soltanto. Così Agata aveva voluto.
Giulio finì
d'abbigliarsi, e si recò a baciare la madre ancora a letto.
- Come sei bello! Lasciati
vedere... Già vuoi andar via? Sì, sì... va' pure. Ti benedico, e sii felice,
figliuolo mio!
E lo accompagnò con gli
occhi pieni di lacrime fino all'uscio della camera.
- Mandami su i confetti...
non ti scordare!...
Giù, fu ricevuto da
Cesare Corvaja, il marito d'Erminia, un colosso bruno, barbuto, dai grandi occhi
neri, un po' goffo nell'abito nuovo, insolito, da cerimonia.
- Qua la mano, cognato!
Noi non ci conosciamo... Io son Cesare Corvaja.
Giulio lo guardò
stordito, stendendogli macchinalmente la mano. «Il fratello di Mario»... stava
per aggiungere, e sorrise freddamente.
- Una sorpresa, è vero?
La combinazione! Già vi credevo sposati. Eh sì! Mia moglie mi scrisse:
«Sposeranno prestissimo!». Bravi, dico, che fretta! Invece... Arrivo jersera.
«Sai?» mi dice Erminia. «Domani Agata sposa!» Ed eccomi qua... Agata, oh!
non sa ancor nulla, ch'io sia venuto... Erminia è di là, che l'aiuta a
vestirsi; io me ne sono entrato mogio mogio qui... Vedrete, che sorpresa! Oh! le
mie congratulazioni, intanto... Giulio si fece di bragia.
- Grazie - rispose,
tendendo di nuovo la mano alla stretta del colosso, e consultò l'orologio,
simulando gran fretta.
- Ma bisogna che si
spiccino! Già le otto...
- Eh sì, le donne! Zitto!
Vengono - rispose Cesare Corvaja, nascondendosi dietro l'uscio che s'apriva.
Entrò, con Erminia,
Agata, pallidissima, già acconciata per la cerimonia. Anch'ella forse non aveva
chiuso occhio durante la notte.
- Buon dì, sposa! - la
salutò Giulio, con fare allegro, come per ravvivarla.
Ella gli sorrise
mestamente.
- Siamo in ritardo... Già
la mamma si veste...
Una risata sonora scoppiò
dietro l'uscio. Agata trasalì e si vide innanzi Cesare Corvaja.
- Tu... tu qui? Come mai?
Che paura! Oh guarda! E si nascondeva! Come mai?
Gli aveva tese tutte e due
le mani, accesa in volto dalla sorpresa, e lo squadrava ridendo:
- Dio, come sei brutto,
conciato così!...
- Scusa... ti prego,
Agata... è già tardi - osservò Giulio con un sorriso forzato.
- Mio marito! - esclamò
Agata, con una smorfietta, come se tenesse a mostrarsi allegra davanti a Cesare
Corvaja.
Giulio non l'aveva mai
veduta così.
- Giulio, ti prego,
abbottonami questo guanto.
Giunti gl'invitati, si
recaron tutti a piedi, ordinatamente, alla prossima chiesa. Giulio
s'inginocchiò accanto ad Agata sur un cuscino a piè dell'altare, e
all'ingiunzione del prete, prese la mano gelata, tremante di Agata. La guardò.
Gli parve ch'ella trattenesse a stento le lacrime, e le strinse forte la mano.
Il prete intanto leggeva di fretta con voce nasale in un libricciuolo, e faceva
dei gesti con la mano sul loro capo; poi pronunziò la formula di rito:
- Sì - disse Giulio con
voce ferma, e attese con ansia che Agata rispondesse. Notò in lei un sussulto
subito frenato, quand'egli le mise al dito l'anello di fede. Si alzarono. La
cerimonia religiosa era finita.
- Adesso all'altra! -
diss'egli piano alla sposa.
In villa, durante il
pranzo, regnò cotal brio più voluto che spontaneo. Né Agata, né Giulio, per
quanto si forzassero, riuscirono a prender cibo. Si fecero molti brindisi e
molti auguri. Giulio si sentiva sfinito, disfatto dall'emozione della giornata;
avrebbe voluto da un canto che tutte quelle chiacchiere inconcludenti e quel
rumore non si protraessero più a lungo; e dall'altro, nello spossamento dei
nervi, rifuggiva dal pensare, che tra breve egli ed Agata, sarebbero rimasti
soli...
Intanto il tempo, fino
allora bellissimo, cominciò a poco a poco ad annuvolarsi; cosicché gl'invitati
temendo qualche improvviso rovescio d'acqua, si decisero a mettersi presto in
via per la città. Fra il trambusto del comiato, Giulio s'aggirava dispensando
ringraziamenti e strette di mano. Scorse Agata con le braccia al collo della
madre e la faccia nascosta: ella piangeva.
- Coraggio... coraggio...
- le diceva piano Erminia dietro la madre.
Giulio si volse a guardare
altrove.
- Vedrete!... vedrete...
è molto più facile che non si creda... - gli diceva intanto qualcuno,
scotendogli la mano a ogni parola. Egli, né ascoltava quelle parole, né vedeva
che la sua mano era in quella di Cesare Corvaja. Infastidito dalle scosse, lo
guardò, e ritrasse istintivamente la mano. Cesare Corvaja continuò a parlare
col primo vicino:
- Poi, dopo tant'anni, ci
si ricorda! Adesso pare chi sa che cosa. .. Ma è così! la vita è così...
XI
- Giulio!... Giulio!... -
chiamò Agata vivacemente, schiudendo l'uscio, e introducendo il capo dai
capelli disciolti. Era in accappatoio bianco e teneva in mano il pettine. -
Vieni a vedere che bella capretta!...
Dopo la prima notte
d'acqua e di vento, il tempo s'era fatto limpidissimo, quasi primaverile, e
durava così da otto giorni.
Giulio abbandonato sulla
ringhiera del balcone guardava con le ciglia aggrottate la campagna silenziosa
sotto il tiepido sole. Alla voce di Agata si volse e, come se s'aspettasse ormai
da lei quella vivacità, si mosse con indolenza dal balcone, e seguì Agata in
un'altra stanza.
- Guarda... Guarda... la
vedi? - disse questa dalla finestra, additando sul viale una leggiadra capretta
che stuzzicava allo scherzo un vecchio e paziente cane di guardia sdraiato
beatamente al sole. - La vedi?... Ma guarda!... guarda!... - E Agata rideva a
ogni mossa stramba di quella bestiuola lasciata alla libertà dei campi.
- Povero Turco! -
diss'egli invece in un sorriso malinconico, compiangendo il vecchio cane
disturbato.
Quand'ella finì di
pettinarsi e di vestirsi, uscirono a braccio per la campagna.
- Che hai? - domandò
Agata. - Non dici nulla?
- Senti che pace? -
rispose egli.
Agata andò in silenzio,
contemplando intensamente la campagna. Il suo volto, alla fresca carezza
dell'aria aperta, s'era vivamente colorito, e le due labbra accese, parevano in
quel volto rifiorite. Ella, andando, si stringeva sempre più al suo compagno,
fin quasi ad appoggiar la testa al braccio che la reggeva. Di tanto in tanto
costringeva Giulio a fermarsi: pareva presa in quel giorno d'ammirazione e di
meraviglia per ogni cosa della terra e della vita. - Guarda!... guarda questi
fiorellini di febbraio... come son timidi... Egli allora si chinava per
raccoglierli.
- No, che fai? Poverini!
non nascono per noi... son per sé un giorno così felici...
Giunsero al limite della
campagna, segnato da un muricciuolo coronato e difeso dal rovo.
- Guarda! Di là si può
saltare... Saltiamo! - fece Agata.
- No, Agata, tu non
puoi... Con la veste, non puoi... Torniamo indietro, piuttosto...
- Non posso? Ti fo
vedere... - E in così dire Agata, liberandosi dalle mani di Giulio che tentava
di trattenerla, s'inerpicò sul muricciuolo. Le sue vesti lì sopra, nel
volgersi, s'impigliarono nel rovo, e fu per cadere. Giulio accorse e con le
braccia levate la sostenne. Ella rideva di gran cuore della pessima riuscita, e
con le braccia puntellate sulle spalle di Giulio, chinandosi di più, cercava di
stropicciar la fronte sul capo di lui...
- Aspetta, Agata! Come
scendi adesso?
- Mi reggerò io... tu
liberami dal rovo... Poi salto... Che pazzia! ...
- Te l'avevo detto...
Ella si rimise a ridere
più forte. Giulio non trovava modo di districar la veste. Alla fine,
indispettito, diè un leggiero strappo.
- Oh brutto! - fece Agata,
saltando, e si guardò la veste per trovar lo strappo.
- Scusami... Che ho
fatto?... Non avrei potuto altrimenti... - disse Giulio arrossendo. - Vogliamo
tornare?
Agata non rise più.
Andarono in silenzio, e ritornarono così alla cascina. Alla sera, Giulio
propose di ritornare in città il domani.
- Come! vogliamo andar via
così presto? E così bella la campagna... la libertà... Ti sei già annoiato?
- No! Con te...
annoiato?... Ma... capirai... la mamma, poverina. . .
- Ah, già! - sospirò
Agata. - Hai ragione... Domani partiremo.
E il domani si levò
all'alba, sgusciando pian piano dal letto, mentr'egli dormiva ancora, pallido e
stanco. Si vestì alla meglio, senza far rumore, e lasciò la camera tiepida in
cui ardeva ancora la lampada, ed esili fili d'umido albore penetravano
attraverso le fessure delle imposte. Gli uccelletti cantavano di già per la
campagna; ed ella, come rispondendo a un loro invito, uscì avvolta in uno
scialletto, rabbrividendo alla pura brezza dell'aurora.
Errò per la campagna
bagnata di rugiada, assisté alla levata del sole e, sacrificando a un pensiero
amoroso la carità pei fiori, ne raccolse quanti più poté; rientrò nella
cascina e, spalancando l'uscio della tiepida camera, v'irruppe fragrante, carica
di fiori. Giulio si destò di soprassalto, ed ella gli gettò in faccia, tra le
mani, sul petto tutti i fiori raccolti.
- No... no... che fai?...
Son tutti bagnati!...
- È la rugiada! Ti porto
la primavera a letto! Destati, povero mortale!
Egli l'attirò a sé, in
un impeto di tenerezza, e se la strinse forte, a lungo, respirando sul collo e
sulle vesti di lei l'aura mattinale della campagna.
- Perché non m'hai
svegliato prima? Saremmo usciti insieme per tempo... Ci porteremo questi fiori
in città per memoria...
- Sì! fra mezz'ora saran
morti! - esclamò lei raccogliendoli. E tacquero entrambi, egli quasi afflitto
della prossima morte di quei fiori; ella, della prossima partenza per la città.
XII
- Vieni qui... Siedi.
Così! Ora dammi le mani. Devi dirmi che hai.
- Nulla, Agata... Che vuoi
che abbia?
- Non è vero! Me
n'accorgo: tu non sei contento...
- Contentissimo! Se io ho
cominciato ad amarti quando tu ancora non mi amavi...
- Ma io allora non ti
conoscevo!
- Sì... sì... è vero.
Ma, di' la verità, non t'eri mai accorta...
- Mai, te lo giuro.
- Capisco, tu allora...
- Ti prego, Giulio, non
parlarmi di quel tempo...
- Perché? Oh bella! Credi
forse ch'io sia geloso... Nemmen per sogno! Se tu ora sei mia, interamente
mia...
- E perché dunque...
Uno scoppio di lagrime
interruppe la domanda di Agata. Giulio s'affrettò a rispondere:
- E la tua fantasia! Ti
ostini a credere che io non sia contento, mentre... Non si può mica ridere
tutti i momenti! E tu, nel tuo stato...
Agata si spiegava
l'improvvisa malinconia, in cui Giulio pareva caduto, come effetto della gelosia
pel suo passato amore. «Io mi sono mostrata a lui così fredda dapprincipio!»,
pensava. «Forse egli crede, ch'io senta per lui soltanto della stima affettuosa
o della gratitudine pel suo silenzio, come prima. Ma ora...» E si sforzava di
manifestargli in tutti i modi il suo amore, specialmente con l'allegria, per
cancellare la prima impressione di freddezza che egli aveva dovuto ricevere dal
suo contegno d'una volta. Malediceva intanto in cuor suo la memoria di
quell'altro, che veniva anche ora, secondo lei, a turbarle la pace. Ma che
Giulio non credesse a quelle manifestazioni d'amore? Talvolta le era parso
finanche ch'egli s'indispettisse internamente di quella sua allegria, come se
non avesse voluto vederla così affettuosa e paga. Con quanta freddezza aveva
egli pronunciato le parole: - Se tu ora sei mia, interamente mia... - «Ma che
ha dunque mai?», si domandava smaniando la sera, mentr'egli era fuori di casa,
ed ella nella camera dell'inferma, abbandonata sempre con gli occhi chiusi sulla
poltrona, attendeva sola e triste a preparare il corredino pel nascituro. Eran
già corsi cinque mesi dal matrimonio, ed ella era incinta da due. Giulio in
verità non faceva ancor nulla che meritasse rimprovero: ma pure Agata trovava
bene in cuor suo da rimproverarlo per tutto ciò che non faceva. Sentiva bene,
ch'egli non voleva venir meno a nessuna promessa d'amore; ma era freddo
adempimento, e nient'altro. Sì... sì... Come se egli fosse stato defraudato
nell'attesa! Chi sa...
Di tanto in tanto
l'inferma mandava un sospiro come un lamento, abbandonando il capo sull'altra
spalla. Agata, accanto al lume, sospendendo l'ago, la spiava un po' nella
penombra.
- Mamma, vuol nulla?
- Nulla.
Altre volte, levando gli
occhi, incontrava lo sguardo freddo della suocera fermo su lei.
- Cuci ancora?
- Sì, mamma.
- Dev'esser tardi...
Giulio non torna... - Lo lasci star fuori. Che farebbe qui con noi? - E che io
vorrei esser messa a letto... - Chiamo la serva?
- No... no... Nessuno sa
prendermi come lui... Siete sempre in guerra voi due? Adesso egli mi fa aspettar
tanto, ogni sera... Prima era così puntuale...
- Io l'aspetto come lei,
mamma... Noi non siamo in collera.. .
Cominciavano già i primi
lievi disappunti di Giulio; seguiron le scuse e le dispute per provare a lei di
non aver mancato. E non mancava difatti apertamente, come Agata avrebbe
preferito. Così alla fine egli uccise per sempre sulle labbra di lei gli ultimi
rari sorrisi e la tenera allegria.
XIII
Quasi attirato per un
momento dalla mestizia sopravvenuta ad Agata, Giulio si richiuse come un tempo
in casa, e si rimise a prodigare le antiche affettuose premure.
- Tu già rimpiangi
d'esser mia?
- No, Giulio... Io soffro
per te!
E a poco a poco ella,
diffidente dapprima, riscaldata dalle carezze di lui, ridivenne allegra. Ma non
durò molto. Giulio ricadde nelle smanie, poi nel tedio.
Il giardinetto giù, a
piè della casa, lasciato in abbandono, non aveva più fiori. Anche il padrone
adesso non era più quello d'una volta.
Agata, per non affligger
sua madre, si recava in vettura dalla sorella, per consiglio o per bisogno di
conforto.
- Tutti gli uomini son
così - le diceva Erminia. - Fuoco, prima delle nozze; cenere, dopo.
Ma Agata non se ne
persuadeva.
- No... no... Ci dev'esser
sotto qualche cosa! Sarà il mio destino... Amata quando non amo; disamata,
amando. E già la seconda prova...
- Ti disajuti troppo!
Passerà... Vedi me? Già mi sono abituata...
- Tu sei felice! -
sospirava Agata.
- Io, felice? Non ho mai
con me mio marito!
- Giusto per questo! Ah!
sì, ti par dunque bello vederselo sempre in casa, triste ed annoiato, senza
saper perché? Tu non puoi capire quel che si soffra! Tu ti sei adattata a
vivere in pace aspettando il tuo per mesi interi; badi alle tue piccine; non ti
curi d'altro... Quand'egli ritorna, è una settimana di gioia... Il vostro amore
non ha mai tempo di stancarsi...
- Ma tu credi che Giulio
non ti ami? - Io non so... non so... Intanto, mi vedi... E Agata accennava con
desolazione il suo stato alla sorella.
In uno di quei giorni, a
fin di tavola, Giulio mentre leggeva il solito giornale, uscì improvvisamente
in una strana, fragorosa risata.
- Che t'avviene? - fece
Agata.
- Guarda... guarda qui...
- esclamò egli continuando a ridere e mettendo sotto gli occhi di lei il
giornale aperto.
- Che cosa?
- Qui... leggi... Guarda
la firma!
Agata guardò, e divenne
pallidissima. Giulio non smetteva di ridere. Era una poesia di Mario Corvaja
intitolata: L'abbandono.
- Leggi! Non vedi? L'ha
fatta stampare proprio qui, in questo giornale, perché tu la leggessi... Il
biricchino! così afflitto, poveretto! Leggi! L'arte l'ha frustrato... l'ideale
se n'è andato... e tu sei tornata al suo cuore... Egli ti riama! Senti come
dice?
Se tu potessi intendere com'ardo!
Ebbene,
e tu che fai, l'intendi tu, povera Agata?
Agata s'era lasciato cader
di mano il giornale, e guardava Giulio stupita. Egli allora si chinò su lei;
l'abbracciò, le strinse forte il capo contro il suo petto, baciandola più e
più volte sui capelli.
- Giulio, per carità!...
- Ah scusa... Non pensavo
più... T'ho fatto male?
Le s'inginocchiò davanti,
le prese le mani, e continuò a parlarle carezzevolmente, guardandola negli
occhi:
- Ci ho gusto, sai, per
quello sciocco... Ora se ne pente, hai visto? Aver lasciata te così bella...
così buona...
Agata sorrise mestamente,
un po’ confusa.
- Bella? Anche adesso?...
Giulio si alzò,
dispiaciuto di quell'interruzione.
- Non ti ho fatto male, è
vero?
XIV
L'ombra si stendeva
improvvisamente sulla città, e la pioggia pareva irnminente con la sera. Già
la presentiva, nitrendo sotto i grandi alberi stormenti, il cavallo della
vettura che conduceva Agata, lungo il viale, al sobborgo marino, ove abitava
Erminia. Agata era lì lì per dire al cocchiere di tornare indietro. Ma
arrivava quella sera dall'America Cesare Corvaja, e lei e Giulio s'erano dati
appuntamento in casa d'Erminia.
Dopo la scena del
giornale, un altro cambiamento era avvenuto in Giulio. Ora egli non troncava
più con un'esclamazione di noia i rimproveri affettuosi di lei; pareva anzi che
li gradisse, e sorrideva loro in risposta, con aria di superiorità e di
compatimento.
- Sta bene, sta bene...
sarai contentata... Stasera sarò in casa dieci minuti prima del solito... Va
bene così?...
Si compiaceva nel sentirsi
amato da lei e nel sapere ch'ella soffriva per lui. «Vuol pigliarsi una
rivincita?» pensava Agata. «Come se io allora avessi voluto farlo soffrire! Se
non lo conoscevo!...» Teneva Giulio inoltre a dimostrarsi paziente nel subire,
nel prestare orecchio ai rimproveri; come se egli avesse proprio diritto
d'agire, come agiva; ed ella dovesse per giunta ringraziarlo di quella sua
tolleranza ostentatamente benevola. Esigeva poi da lei più cura
nell'abbigliamento. Non voleva vederla per casa così trasandata...
- Tutte ad un modo, le
nostre donne! Appena pigliano marito, non si dan più cura della loro persona.
Come se non ne valesse più la pena!... Il povero marito non deve aver più
occhi, deve sottostare alla catena, bella o brutta che sia...
Ed Agata s'era messa
penosamente ad abbigliarsi con più cura, per contentarlo, avvilita dinanzi allo
specchio del suo volto languido e del corpo sformato.
La vettura si fermò
innanzi alla casa d'Erminia, e Agata ne discese piano, pesantemente.
Quando pervenne in cima
alla scala, non si reggeva quasi più in piedi, ansava con gli occhi socchiusi.
Tirò il laccio del campanello, e attese a lungo con la mano cerea sulla porta e
la fronte appoggiata sulla mano. Non veniva dunque nessuno ad aprire? Finalmente
la porta s'aprì.
- Chi è? - domandò una
voce, che fece trasalire Agata. Mario Corvaja sporse un po' il capo a guardare:
- Agata! - esclamò ritraendosi, come impaurito.
Ella rimase sulla soglia,
con le mani sulla porta. La saletta era al buio. «Egli qui? Come mai qui?»
Dopo un momento d'indecisione Agata entrò. Nessun lume acceso nelle stanze; in
fondo, nell'ultima, i vetri del balcone ritraevan dal mare un cinereo barlume.
Mario la seguì fino a
quella stanza.
- Erminia? - domandò ella
ansiosamente, tenendosi alla tavola in mezzo apparecchiata.
- Non c'è rispose Mario,
e subito, a un movimento di Agata, aggiunse: - No, no! Tu rimani; vado io...
Siedi... Erminia è allo scalo, con le bambine... Il vapore è già in porto...
Agata si lasciò cadere su
una seggiola della mensa. «E dunque non va via?» pensava respirando
affannosamente il silenzio sopravvenuto; e sentiva nel bujo lo sguardo di lui
avvilito e sorpreso d'averla ritrovata in quello stato.
Egli non sapeva decidersi
né ad andare, né a parlare. S'era nascosta la faccia con le mani. A entrambi
forse si ridestava tumultuante, nella commozione del momento, il ricordo d'altri
tempi.
S'udiva il crosciar del
mare vicino, e l'ombra si faceva nella stanza man mano più densa.
Agata a un tratto s'alzò,
risolutamente.
- Vado - ripeté Mario,
togliendosi le mani dal volto.
E dopo una breve pausa,
aggiunse, quasi balbettando:
- Perdonami, Agata... del
male... che t'ho fatto...
- Nessun male... -
diss'ella sordamente.
Mario si ritrovò fuori
della casa, senza saper come ne fosse uscito, e si diresse macchinalmente verso
lo scalo. A mezza via incontrò il fratello con le due bambine in braccio,
Erminia da un lato e la serva dall'altro.
- Eccolo qui! - esclamò
Cesare, vedendolo. - Dammi un bacio! Non posso abbracciarti... come va? Sei
dimagrato, sai?
- Vado in campagna, dal
babbo, per rifarmi un po'... Parto domattina - rispose come stordito Mario. E
poi, rivolgendosi ad Erminia, aggiunse: - Agata è da te... è venuta a
trovarti...
- Agata? - domandò
ansiosamente Erminia. - L'hai veduta?...
- Sì... T'aspetta!
- Povera Agata! - fece
Cesare.
- Irriconoscibile! -
sillabò Mario, quasi tra sé.
- Eh sfido! Porta due con
sé... - riprese Cesare, e aggiunse, ridendo e scotendo le bambine: - Io invece
porto tre!
Arrivati in casa, vi
trovarono Giulio Accurzi, venuto allora allora, e Agata nella stessa positura in
cui Mario l'aveva lasciata.
La stanza era ancora al
buio.
- Evviva! - gridò Giulio
con un fare insolito, rivolgendosi a Erminia e accendendo un fiammifero. - Si
accoglie così un marito che arriva dall'America? Accendi tutti i lumi! Vogliamo
vederci in faccia!
Cesare lo baciò, e gli
presentò il fratello.
- Tanto piacere!... -
esclamò Giulio con grande effusione, stringendo la mano di Mario. - Già lo
conoscevo... così, di vista... Oh sì. Viene da Roma, è vero? Beato lei, che
può starsene lassù, liberamente... L'alma Roma! e le belle donnine, no? -
aggiunse piano, strizzando un occhio. Mario lo squadrò, pallidissimo, e
scotendo il capo, rispose: - Sì! L'alma Roma... un gran deserto... - Come mai!
Che dice? Un gran deserto! - Per me...
- Ah! per lei, forse -
Vorrei trovarmi io al suo posto... Senza moglie, s’intende! La moglie è un
affar serio, quando si è giovani, come noi, è vero, Cesare?
Gli brillavano gli occhi,
e la sua voce aveva delle vibrazioni, come di chi parla nell'acuto della febbre.
Agata lo guardava, come se
temesse di momento in momento qualche brutta escandescenza.
- Tu mi guardi.. - si
rivolse a lei Giulio improvvisamente, ridendo. - Ma è la verità, cara! è la
verità...
E nel guardar la moglie un
pensiero soltanto, quasi inverosimile, gli turbò a un tratto la trista gioia
d'essere odiato da Mario Corvaja, quanto lui lo aveva odiato una volta: che lo
stato di lei non gli lasciava aver vittoria completa; giacché Agata ormai non
poteva forse ispirar più a colui alcun tormento d'invidiato amore.
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© 2001 - by prof. Giuseppe Bonghi
E-mail: - bonghi@mail.fausernet.novara.it
Ultimo aggiornamento: 29 giugno, 2001