Luigi Pirandello

Una giornata

206

Edizione di riferimento

Luigi Pirandello Novelle per un anno, a cura di Mario Costanzo, Premessa di Giovanni Macchia, I Meridiani vol. III, Arnoldo Mondadori editore, Milano1990

206  –  La tartaruga

Parrà strano, ma anche in America c’è chi crede che le tartarughe portino fortuna. Da che sia nata una tale credenza, non si sa. È certo però che loro, le tartarughe, non mostrano d’averne il minimo sospetto.

Mister Myshkow ha un amico che ne è convintissimo. Giuoca in borsa e ogni mattina, prima d’andare a giocare, mette la sua tartaruga davanti a uno scalino: se la tartaruga accenna di voler salire, è sicuro che i titoli che lui vuol giocare, saliranno; se ritira la testa e le zampe, resteranno fermi; se si volta e fa per andarsene, lui giuoca senz’altro al ribasso. E non ha mai sbagliato.

Detto questo, entra in un negozio dove si vendono tartarughe; ne compra una e la mette in mano a Mister Myshkow:

– Approfittàtene.

Mister Myshkow è molto sensibile: portandosi in casa la tartaruga (ih! ah!) freme in tutta l’elastica personcina pienotta e sanguigna per brividi, che son forse di piacere, ma anche di ribrezzo un po’. Non si cura se gli altri per via si voltino a guardarlo con quella tartaruga in mano; lui freme al pensiero che quella che pare una pietra inerte e fredda, non è una pietra no, è abitata dentro da una misteriosa bestiola che da un momento all’altro può cacciar fuori, sulla sua mano, quattro zampini biechi rasposi e una testina di vecchia monaca rugosa. Speriamo che non lo faccia. Forse Mister Myshkow la getterebbe a terra, raccapricciando da capo a piedi.

In casa, non si può dire che i suoi due figli, Helen e John, facciano una gran festa alla tartaruga, appena lui la posa come un ciottolo sul tappeto del salotto.

Non è credibile quanto vecchi appajano gli occhi dei due figli di Mister Myshkow a confronto con quelli bambinissimi del padre.

I due ragazzi, su quella tartaruga posata come un ciottolo sul tappeto, fanno cadere il peso insopportabile dei loro quattro occhi di piombo. Poi guardano il padre con una così ferma convinzione che non potrà dar loro una spiegazione plausibile della cosa inaudita che ha osato fare, posare una tartaruga sul tappeto del salotto, che il povero Mister Myshkow si sente subito appassire; apre le mani; apre le labbra a un sorriso vano e dice che, dopo tutto, quella non è altro che un’innocua tartaruga con cui, volendo, si può anche giocare.

Da quel brav’uomo ch’è sempre stato, un po’ ragazzone, vuol darne la prova: si butta carponi sul tappeto e cautamente, con garbo, si prova a spinger di dietro la tartaruga per persuaderla così a cacciar fuori gli zampini e la testa e farla muovere. Ma sì, Dio mio, non foss’altro, per rendersi conto della bella gaja casa tutta vetri e specchi, dove lui l’ha portata. Non s’aspetta che suo figlio John trovi d’improvviso e senza tante cerimonie un più spiccio espediente per fare uscir la tartaruga da quello stato di pietra in cui s’ostina a restare. Con la punta del piede John la rovescia sulla scaglia, e subito allora si vede la bestiolina armeggiar con gli zampini e spinger col capo penosamente per tentar di rimettersi nella sua posizione naturale.

Helen, a quella vista, senza punto alterare i suoi occhi da vecchia, sghignazza come una carrucola di pozzo arrugginita per la caduta precipitosa d’un secchio impazzito.

Non c’è, come si vede, da parte dei ragazzi alcun rispetto della fortuna che le tartarughe sogliono portare. C’è al contrario la più lampante dimostrazione che tutti e due la sopporteranno solo a patto ch’essa si presti a esser considerata da loro come uno stupidissimo giocattolo da trattare così, con la punta del piede. Il che a Mister Myshkow dispiace moltissimo. Guarda la tartaruga, rimessa subito a posto da lui e ritornata al suo stato di pietra; guarda gli occhi dei suoi ragazzi, e avverte di colpo una misteriosa relazione che lo turba profondamente tra la vecchiaja di quegli occhi e la secolare inerzia di pietra di quella bestia sul tappeto. È preso di sgomento per la sua inguaribile giovanilità, in un mondo che accusa con relazioni così lontane e inopinate la propria decrepitezza: lo sgomenta che lui, senza saperlo, sia forse rimasto ad aspettare qualcosa che non arriverà mai più, dato che ormai sulla terra i bambini nascono centenari come le tartarughe.

Torna ad aprire le labbra al suo vano sorriso, più smorto che mai, e non ha il coraggio di confessare per qual ragione il suo amico gli ha regalato quella tartaruga.

Ha una rara ignoranza di vita Mister Myshkow. La vita per lui non è mai nulla di preciso, né ha alcun peso di cose sapute. Gli può accadere benissimo qualche mattina, vedendosi nudo con una gamba alzata per entrare nella vasca da bagno, di restare stranamente impressionato del suo stesso corpo, come se, in quarantadue anni che lo ha, non l’abbia mai veduto e se lo scopra adesso per la prima volta. Un corpo, Dio mio, non presentabile, così nudo, senza una grande vergogna, neppure ai suoi propri occhi. Preferisce ignorarselo. Ma fa un gran caso tuttavia del fatto che non ha mai pensato che con questo corpo, così com’è in tante parti che nessuno di solito vede, nascoste sotto gli abiti e la calzatura, per quarantadue anni lui s’è aggirato nella vita. Non gli par credibile che tutta la sua vita lui l’abbia vissuta in quel suo corpo. No, no. Chi sa dove, chi sa dove, senz’accorgersene. Forse ha sempre sorvolato, di cosa in cosa, tra le tante che gli sono occorse fin dall’infanzia, quando certamente il suo corpo non era questo, e chi sa come era. È davvero una pena e uno sgomento non riuscire a spiegarsi perché il proprio corpo debba essere necessariamente quello che è, e non un altro diverso. Meglio non pensarci. E nel bagno, torna a sorridere del suo vano sorriso, ignorando di trovarsi già da un pezzo nella vasca. Ah, quelle luminose tendine di mussola insaldate ai vetri della grande finestra, e di su quelle bacchette d’ottone quel lieve grazioso dondolìo nell’aria primaverile delle cime degli alti alberi del parco. Ora lui si sta asciugando quel corpo veramente brutto; ma deve, pur non di meno, convenire che la vita è bella, e tutta da godere anche in quel suo corpaccio che intanto, chi sa come, è potuto entrare nella più segreta intimità con una donna talmente impenetrabile qual è Mistress Myshkow, sua moglie.

Da nove anni ch’è ammogliato, lui è come avvolto e sospeso nel mistero di quella sua unione inverosimile con Mistress Myshkow.

Non ha mai osato farsi avanti, senza restare incerto, dopo ogni passo, se potesse darne un altro; e così alla fine ha provato sempre come un formicolìo d’apprensione in tutto il corpo e di sbigottimento nell’anima nel trovarsi arrivato già parecchio lontano per tutti quei passi sospesi che gli han lasciato fare. Doveva sì o no inferire che dunque doveva farli? Così, un bel giorno, quasi senz’esserne certo, s’era trovato marito di Mistress Myshkow.

Lei è ancora, dopo nove anni, così distaccata e isolata da tutto, dalla propria bellezza di statuetta di porcellana e così chiusa e smaltata in un modo d’essere così impenetrabilmente suo, che proprio pare impossibile che abbia trovato il modo d’unirsi in matrimonio con un uomo così di carne e sanguigno come lui. Si capisce invece benissimo come dalla loro unione siano potuti nascere quei due figli imbozzacchiti. Forse, se Mister Myshkow avesse potuto portarli in grembo lui, invece della moglie, non sarebbero nati così; ma dovette portarli in grembo lei, per nove mesi ciascuno, e allora, concepiti probabilmente interi fin dal principio e costretti a rimanere chiusi per tanto tempo in un ventre di majolica, come confetti in una scatola, ecco, s’erano così tremendamente invecchiati prima ancora che nascessero.

Per tutti i nove anni di matrimonio lui naturalmente è vissuto in apprensione continua che Mistress Myshkow trovasse in qualche sua parola impensata o gesto inopinato il pretesto di domandare il divorzio. Il primo giorno di matrimonio era stato per lui il più terribile perché, come si può facilmente immaginare, c’era arrivato non ben sicuro che Mistress Myshkow sapesse che cosa lui dovesse fare per potersi dire effettivamente suo marito. Ma poi non gli aveva lasciato intendere in alcun modo che si ricordasse della confidenza che lui s’era presa. Proprio come se nulla ci avesse mai messo di suo, perché lui se la potesse prendere, e lei poi ricordare. Eppure una prima figliuola, Helen, era nata; e poi era nato un secondo figliuolo, John. Mai niente. Senza dar segno di nulla, se n’era andata tutt’e due le volte alla clinica e, dopo un mese e mezzo, era rientrata in casa, la prima volta con una bambina e la seconda con un bambino, l’uno più vecchio dell’altra. Cosa da far cadere le braccia. Divieto assoluto, tutt’e due le volte, d’andarle a far visita alla clinica. Cosicché lui, non essendosi potuto accorgere né la prima né la seconda volta che lei fosse incinta e non sapendo poi nulla né delle doglie del parto né della nascita, s’era trovati in casa quei due figli come due cagnolini comperati in viaggio, senza nessuna vera certezza che fossero nati da lei e che fossero suoi.

Ma non ne ha il minimo dubbio Mister Myshkow, tanto che crede d’avere ormai in quei due figli una prova antichissima e per ben due volte collaudata che Mistress Myshkow trova nella convivenza con lui un compenso adeguato ai dolori che il mettere al mondo due figliuoli deve costare.

Non riesce perciò a rinvenire dallo stupore allorché sua moglie, rientrando in casa quel giorno da una visita alla madre scesa in albergo e prossima a ripartire per l’Inghilterra, e trovandolo ancora in ginocchio sul tappeto del salotto davanti a quella tartaruga, tra la derisione sguajatamente fredda di quei due figli, non gli dice nulla, o meglio gli dice tutto voltando senz’altro le spalle e ritornando immediatamente da sua madre all’albergo, da cui dopo circa un’ora gli manda un biglietto, nel quale perentoriamente è scritto che, o via da casa quella tartaruga, o via lei: se ne partirà, fra tre giorni con la madre per l’Inghilterra.

Appena può rimettersi a pensare, Mister Myshkow comprende subito che quella tartaruga non può esser altro che un pretesto. Così poco serio, via. Così facile a levar di mezzo! Eppure, proprio per questo, forse più inovviabile che se la moglie gli abbia posto per condizione di cangiar di corpo, e almeno di levarsi dalla faccia il naso per sostituirlo con un altro di suo maggiore gradimento.

Ma non vuole che manchi per lui. Risponde alla moglie che ritorni pure a casa: lui andrà a metter fuori in qualche posto la tartaruga. Non ci tiene affatto ad averla in casa. L’ha presa perché gli hanno detto che porta fortuna; ma, agiato com’è, e con una moglie come lei, e con due figli come i loro, che bisogno ne ha lui? che altra fortuna avrebbe da desiderare?

Va fuori, di nuovo con la tartaruga in mano, per lasciarla in qualche posto che alla povera bestiola scontrosa possa convenire più che la sua casa. S’è fatto sera e lui se ne avvede soltanto ora e se ne meraviglia. Pur abituato com’è alla vista fantasmagorica di quella sua enorme città, ha sempre occhi nuovi per lasciarsene stupire e anche immalinconire un po’, se pensa che a tutte quelle prodigiose costruzioni è negato di imporsi come durevoli monumenti e stan lì come colossali e provvisorie apparenze di un’immensa fiera, con quegl’immobili sprazzi di variopinte luminarie che danno a lungo andare una tristezza infinita, e tant’altre cose ugualmente precarie e mutevoli.

Camminando, si dimentica d’avere in mano la tartaruga, ma poi se ne sovviene e riflette che avrebbe fatto meglio a lasciarla nel parco vicino alla sua casa; invece s’è diretto verso il negozio dov’essa è stata comperata, alla 49ma Strada.

Seguita ad andare, pur essendo certo che a quell’ora troverà chiuso il negozio. Ma si direbbe che tanto la sua tristezza quanto la sua stanchezza hanno proprio bisogno di andare a sbatter la faccia contro una porta chiusa.

Arrivato, sta un po’ a guardare la porta del negozio chiusa effettivamente, e poi si guarda in mano la tartaruga. Che farne? Lasciarla lì davanti? Sente passare un tassì e lo prende. Ne scenderà a un certo punto, lasciandovi dentro la tartaruga.

Peccato che la bestiola, così ancora rintanata nel suo guscio, non dia a vedere d’avere molta fantasia. Sarebbe piacevole immaginare una tartaruga in viaggio di notte per le strade di New York.

No no. Mister Myshkow se ne pente, come d’una crudeltà. Scende dal tassì. È ormai vicina la Park Avenue, con l’interminabile fila delle ajuole nel mezzo, dalle ringhierine a canestro. Pensa di lasciare la tartaruga in una di quelle ajuole; ma appena ve la posa, ecco che gli salta addosso un poliziotto che è di guardia al traffico nel crocicchio della 50ma Strada, sotto una delle gigantesche torri del Wardolf Astoria. Quel poliziotto vuol sapere che cosa ha posato in quell’ajuola. Una bomba? Non proprio una bomba, no. E Mister Myshkow gli sorride per dargli a vedere che non ne sarebbe capace. Semplicemente una tartaruga. Quello allora gl’impone di ritirarla subito. Proibito introdurre bestie nelle ajuole. Ma quella? Quella è piuttosto una pietra che una bestia, vuol fargli osservare Mister Myshkow; non crede che possa disturbare; e poi lui, per gravi motivi di famiglia, ha bisogno assolutamente di disfarsene. Il poliziotto crede che voglia prenderlo in giro e si fa brutto. Subito allora Mister Myshkow ritira dall’ajuola la tartaruga che non s’è mossa.

– M’hanno detto che porta fortuna, – soggiunge sorridente. – Non vorreste prenderla voi? Ve la offro.

Quello si scrolla furiosamente e con impero gli accenna di levarglisi dai piedi.

Ed ecco ora di nuovo Mister Myshkow con quella tartaruga in mano, in grande imbarazzo. Oh Dio, potrebbe lasciarla dovunque, anche in mezzo alla strada, appena fuori della vista di quel poliziotto che l’ha guardato così male, evidentemente perché non ha creduto ai gravi motivi di famiglia. Tutt’a un tratto, si ferma al baleno di un’idea. Sì, è senza dubbio un pretesto, per la moglie, quella tartaruga, e levato di mezzo questo, lei ne troverà subito un altro; ma difficilmente potrà trovarne uno più ridicolo di questo e che più di questo possa darle torto davanti al giudice e a tutti quanti. Sarebbe sciocco, dunque, non valersene. Lì per lì decide di rientrare in casa con la tartaruga.

Trova la moglie nel salotto. Senza dirle nulla si china e le posa davanti sul tappeto la tartaruga, là, come un ciottolo.

La moglie balza in piedi, corre in camera, gli si ripresenta col cappellino in capo.

– Dirò al giudice che alla compagnia di vostra moglie preferite quella della vostra tartaruga.

E se ne va.

Come se la bestiola dal tappeto l’abbia intesa, sfodera di scatto i quattro zampini, la coda e la testa e dondolando, quasi ballando, si muove per il salotto.

Mister Myshkow non può fare a meno di rallegrarsene, ma timidamente; batte le mani piano piano, e gli pare, guardandola, di dover riconoscere, ma senza esserne proprio convinto:

– La fortuna! La fortuna!

Indice Biblioteca Progetto Luigi Pirandello

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 09 maggio 2008