Luigi Pirandello

Dal naso al cielo

125

Edizione di riferimento

Luigi Pirandello Novelle per un anno, a cura di Mario Costanzo, Premessa di Giovanni Macchia, I Meridiani vol. II, Arnoldo Mondadori editore, Milano1985

125  –  Rondone e Rondinella

Chi fosse Rondone e chi Rondinella né lo so io veramente, né in quel paesello di montagna, dove ogni estate venivano a fare il nido per tre mesi, lo sa nessuno.

La signorina dell’ufficio postale giura di non essere riuscita in tanti anni a cavare un suono umano, mettendo insieme i k, le h, i w e tutti gli f del cognome di lui e del cognome di lei, nelle rarissime lettere che ricevevano. Ma quand’anche la signorina dell’ufficio postale fosse riuscita a compitare quei due cognomi, che se ne saprebbe di più?

Meglio così, penso io. Meglio chiamarli Rondone e Rondinella, come tutti li chiamavano in quel paesello di montagna: Rondone e Rondinella, non solo perché ritornavano ogni anno, d’estate, non si sa donde, al vecchio nido; non solo perché andavano, o meglio, svolavano irrequieti dalla mattina alla sera per tutto il tempo che durava il loro soggiorno colà; ma anche per un’altra ragione un po’ meno poetica.

Forse nessuno in quel paesello avrebbe mai pensato di chiamarli così, se quel signore straniero, il primo anno, non fosse venuto con un lungo farsetto nero di saja, dalle code svolazzanti, e in calzoni bianchi; e anche se, cercando una casetta appartata per la villeggiatura, non avesse scelto la villetta del medico e sindaco del paese, piccola piccola, come un nido di rondine, su in cima al greppo detto della Bastìa, tra i castagni.

Piccola piccola, quella villetta, e tanto grosso lui, quel signore straniero! Oh, un pezzo d’omone sanguigno, con gli occhiali d’oro e la barba nera, che gl’invadeva arruffata e prepotente le guance, quasi fin sotto gli occhi, pur senza dargli alcun’aria fosca o truce, perché gli spirava anzi da tutto il corpo vigoroso una cordialità franca e ridente.

Con la testa alta sul torace erculeo pareva fosse sempre sul punto di lanciarsi, con impeto d’anima infantile, a qualche richiamo misterioso, lontano, che lui solo intendeva: o su in vetta al monte, o giù nella valle sterminata, ora da una parte ora dall’altra. Ne ritornava, sudato, infocato, anelante e sorridente, o con una conchiglietta fossile in un pugno, o con un fiorellino in bocca, come se proprio quella conchiglietta o quel fiorellino lo avessero chiamato all’improvviso da miglia e miglia lontano, su dal monte o giù dalla valle.

E vedendolo andar così, con quel farsetto nero e quei calzoni bianchi, come non chiamarlo Rondone?

La Rondinella era arrivata, il primo anno, circa quindici giorni dopo di lui, quand’egli aveva già trovato e apparecchiato il nido lassù, tra i castagni.

Era arrivata improvvisamente, senza che egli ne sapesse nulla, e aveva molto stentato a far capire che cercava di quel signore straniero, e voleva esser guidata alla casa di lui.

Ogni anno la Rondinella arrivava due o tre giorni dopo, e sempre così, all’improvviso. Un anno solo, arrivò un giorno prima di lui. Il che dimostra chiaramente che tra loro non c’era intesa, e che qualche grave ostacolo dovesse impedir loro d’aver notizia l’uno dell’altra. Certo, come dai bolli postali su le lettere si ricavava, abitavano nel loro paese in due città diverse.

Sorse sin da principio il sospetto ch’ella fosse maritata, e che ogni anno, lasciata libera per tre mesi, venisse là a trovar l’amante, a cui non poteva neanche dar l’annunzio del giorno preciso dell’arrivo. Ma come conciliare questi impedimenti e tanto rigor di sorveglianza su lei con la libertà intera, di cui ella poi godeva nei tre mesi estivi in Italia?

Forse i medici avevano detto al marito che la Rondinella aveva bisogno di sole; e il marito accordava ogni anno quei tre mesi di vacanza, ignaro che la Rondinella, oltre che di sole, anzi più che di sole, andava in Italia a far cura d’amore.

Era piccola e diafana, come fatta d’aria; con limpidi occhi azzurri, ombreggiati da lunghissime ciglia: occhi timidi e quasi sbigottiti, nel gracile visino. Pareva che un soffio la dovesse portar via, o che, a toccarla appena appena, si dovesse spezzare. A immaginarla tra le braccia di quel pezzo d’omone impetuoso, si provava quasi sgomento.

Ma tra le braccia di quell’omone, che nella villetta lassù l’attendeva impaziente, con un fremito di belva intenerita, ella, così piccola e gracile, correva ogni anno a gettarsi felice, senza nessuna paura, non che di spezzarsi, ma neppur di farsi male un pochino. Sapeva tutta la dolcezza di quella forza, tutta la leggerezza sicura e tenace di quell’impeto, e s’abbandonava a lui perdutamente.

Ogni anno, per il paese, l’arrivo di Rondinella era una festa.

Così almeno credeva Rondinella.

La festa, certo, era dentro di lei, e naturalmente la vedeva per tutto, fuori. Ma sì, come no? Tutte le vecchie casette, che il tempo aveva vestite d’una sua particolar patina rugginosa, aprivano le finestre al suo arrivo, rideva l’acqua delle fontanelle, gli uccelli parevano impazziti dalla gioja.

Rondinella, certo, intendeva meglio i discorsi degli uccelli, che quelli della gente del paese. Anzi questi non li intendeva affatto. Quelli degli uccelli pareva proprio di sì, perché sorrideva tutta contenta e si voltava di qua e di là al cinguettio dei passeri saltellanti tra i rami delle alte querce di scorta all’erto stradone, che saliva da Orte al borgo montano.

La vettura, carica di valige e di sacchetti, andava adagio, e il vetturino non poteva fare a meno di voltarsi indietro di tratto in tratto a sorridere alla piccola Rondinella, che ritornava al nido come ogni anno, e a farle cenno con le mani, che lui già c’era, il suo Rondone: sì, lassù, da tre giorni; c’era, c’era.

Rondinella alzava gli occhi al monte ancora lontano, su cui i castagni, ove non batteva il sole, s’invaporavan d’azzurro, e forzava gli occhi a scoprire lassù lassù il puntino roseo della villetta.

Non la scopriva ancora; ma ecco là il castello antico, ferrigno, che domina il borgo; ed ecco più giù l’ospizio dei vecchi mendicanti, che hanno accanto il cimitero, e stanno lì come a fare anticamera, in attesa che la signora morte li riceva.

Appiè del borgo, incombente su lo stradone serpeggiante, il boschetto delle nere elci maestose dava a Rondinella, ogni volta che vi passava sotto, un senso di freddo e quasi di sgomento. Ma durava poco. Subito dopo, passato quel boschetto, si scopriva su la Bastìa la villetta.

Come vivessero entrambi lassù, nessuno sapeva veramente; ma era facile immaginarlo. Una vecchia serva andava a far la pulizia, ogni mattina, quand’essi scappavan via dal nido e si davano a svolare, come portati da una gioja ebbra, di qua e di là, instancabili, o su al monte, o giù nella valle, per le campagne, per i paeselli vicini. C’è chi dice d’aver veduto qualche volta Rondone regger su le braccia, come una bambina, la sua Rondinella.

Tutti nel paese sorridevano lieti nel vederli passare in quella gioja viva d’amore, quando, stanchi delle lunghe corse, venivan per i pasti alla trattoria. S’eran già tutti abituati a vederli, e sentivano che un’attrattiva, un godimento sarebbero mancati al paese, se quel Rondone e quella Rondinella non fossero ritornati qualche estate al loro nido lassù. Il medico non pensava ad affittare ad altri la villetta, sicuro ormai, dopo tanti anni, che quei due non sarebbero mancati.

Sul finire del settembre, prima partiva lei; due o tre giorni dopo partiva lui. Ma gli ultimi giorni avanti la partenza, non uscivano più dal nido neppure per un momento. Si capiva che dovevan prepararsi al distacco per tutt’un anno, tenersi stretti così, a lungo, prima di separarsi per tutt’un anno. Si sarebbero riveduti? Avrebbe potuto lei, così piccola e gracile, resistere al gelo di tanti mesi senza il fuoco di quell’amore, senza più il sostegno della grande forza di lui? Forse sarebbe morta, durante l’inverno; forse egli, l’estate ventura, ritornando al vecchio nido, l’avrebbe attesa invano.

L’estate veniva, il Rondone arrivava e aspettava con trepidazione uno, due, tre giorni; al terzo giorno ecco la Rondinella, ma d’anno in anno sempre più gracile e diafana, con gli occhi sempre più timidi e sbigottiti.

Finché, la settima estate...

No, non mancò lei. Lei venne, tardi. Mancò lui; e fu dapprima per tutto il paese una gran delusione.

– Ma come, non viene? Non è ancora venuto? verrà più tardi.

Il medico, assediato da queste domande, si stringeva nelle spalle. Che poteva saperne? Era dolente anche lui, che mancasse al paese il lieto spettacolo del Rondone e della Rondinella innamorati, ma era anche seccato più d’un po’, che la villetta gli fosse rimasta sfitta.

– A fidarsi...

– Ma certo qualcosa gli sarà accaduta.

– Che sia morto?

– O che sia morta lei, piuttosto?

– O che il marito abbia scoperto...

E tutti guardavano con pena la rosea villetta, il nido deserto, su in cima alla Bastìa, tra i castagni.

Passò il giugno, passò il luglio, stava per passare anche l’agosto, quando all’improvviso corse per tutto il paese la notizia:

– Arrivano! arrivano!

– Insieme, tutti e due, Rondone e Rondinella?

– Insieme, tutti e due!

Corse il medico, corsero tutti quelli che stavan seduti nella farmacia, e i villeggianti dal caffè su la piazza; ma fu una nuova delusione e più grande della prima.

Nella vettura, venuta su da Orte a passo a passo, c’era sì la Rondinella (c’era, per modo di dire!), ma accanto a lei non c’era mica il Rondone. Un altro c’era, un omacciotto biondo, dalla faccia quadra, placido e duro.

Forse il marito. Ma no, che forse! Non poteva essere che il marito, colui! La legalità, pareva, fatta persona. E, legalità, pareva dicesse ogni sguardo degli occhi ovati dietro gli occhiali; legalità, ogni atto, ogni gesto; legalità, legalità, ogni passo, appena egli smontò dalla vettura e si fece innanzi al medico, che era anche il sindaco, per pregarlo, in francese, se poteva di grazia fargli avere una barella per trasportare una povera inferma, incapace di reggersi sulle gambe, a una certa villetta, sita – come gli era stato detto – in un luogo...

– Ma sì, lo so bene: la villetta è mia!

– No, prego, signore: sita, mi è stato detto ed io ripeto, in un luogo troppo alto, perché una vettura vi possa salire.

Ah, gli occhi di Rondinella come chiaramente dicevano intanto dalla vettura, ch’ella moriva per quell’uomo composto e rispettabile, che sapeva parlare così esatto e compito! Essi soli, quegli occhi, vivevano ancora, e non più timidi ormai, ma lustri dalla gioja d’aver potuto rivedere quei luoghi, e lustri anche d’una certa malizietta nuova, insegnata loro (troppo tardi!) dalla morte ahimè troppo vicina.

«Ridete, ridete tutti, ridete forte a coro, accanto a me,» diceva quella malizietta dagli occhi a tutta la gente che guardava attorno alla vettura, costernata e quasi smarrita nella pena, «ridete forte di quest’uomo composto e rispettabile, che sa parlare così esatto e compito! Egli mi fa morire, con la sua rispettabilità, con la sua quadrata esattezza scrupolosa! Ma non ve ne affliggete, vi prego, poiché ho potuto ottener la grazia di morir qua; vendicatemi piuttosto ridendo forte di lui. Io ne posso rider piano e ormai per poco e così con gli occhi soltanto. Vedete la vostra Rondinella come s’è ridotta? Dacché volava, deve andare in barella, ora, alla villetta lassù.»

«E il Rondone? il tuo Rondone?» chiedevano ansiosi a quegli occhi gli occhi della gente attorno alla vettura. «Che ce n’è del tuo Rondone, che non è venuto? Non è venuto perché tu sei così? O tu sei così, perché egli è morto?»

Gli occhi di Rondinella forse intendevano queste domande ansiose; ma le labbra non potevano rispondere. E gli occhi allora si chiudevano con pena.

Con gli occhi chiusi, Rondinella pareva morta.

Certo qualche cosa doveva essere accaduta; ma che cosa, nessuno lo sa. Supposizioni, se ne possono far tante, e si può anche facilmente inventare. Certo è questo: che Rondinella venne a morir sola nella villetta lassù; e di Rondone non si è saputo più nulla.

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Ultimo aggiornamento: 06 maggio 2008