Luigi Pirandello

Dal naso al cielo

104

Edizione di riferimento

Luigi Pirandello Novelle per un anno, a cura di Mario Costanzo, Premessa di Giovanni Macchia, I Meridiani vol. II, Arnoldo Mondadori editore, Milano1985

104  –  Dal naso al cielo

I

I pochi ospiti del vecchio albergo in vetta al Monte Gajo avevano da una settimana il piacere di sentir parlare il senatore Romualdo Reda

– Finalmente!

Da una ventina di giorni lassù, l’illustre chimico, accademico dei Lincei, non aveva ancora scambiato una parola con nessuno. Non si sentiva bene; era stanco; anzi si diceva che ultimamente a Roma era stato colto da un lieve deliquio nella Sala di chimica, dove soleva trattenersi dalla mattina alla sera; e che i medici lo avevano addirittura forzato a darsi un po’ di riposo, a interrompere almeno per qualche mese gli studii che egli, da vecchio, seguitava con inflessibile tenacia e il solito ispido rigore.

Dalla stessa tenacia, dallo stesso rigore era regolata la sua condotta nella vita. Pregato insistentemente due volte d’accettar la carica di ministro della pubblica istruzione, tutt’e due le volte aveva opposto un reciso rifiuto, non volendo distrarsi dai suoi studii e dai suoi doveri d’insegnante.

Piccolissimo di statura, quasi senza collo, con quella faccia piatta, cuojacea, tutta rasa, e quelle pàlpebre gonfie come due borse, che gli nascondevano le ciglia, e quei capelli lunghi, grigi, lisci e umidicci, che gli nascondevano gli orecchi, aveva l’aspetto d’una vecchia serva pettegola.

Ogni giorno, sul pomeriggio, scendeva su lo spiazzo davanti all’albergo seguìto da un cameriere che gli recava un grosso fascio di riviste e di giornali o qualche libro; e, su una sedia di giunco a sdrajo, s’immergeva per alcune ore nella lettura, all’ombra del maestoso faggio secolare che dominava la vetta.

Maestoso, per modo di dire, quel faggio: doveva essere ormai mortalmente seccato di star lassù, esposto a tutti i venti, e dava a veder chiaramente che non apprezzava l’altissimo onore e la fortuna che gli tocca. vano in quei giorni di riparare con le fronde copiose un così illustre personaggio. Si sarebbe detto che non se n’accorgeva nemmeno.

Anche l’albergo pareva non si sentisse per nulla onorato d’ospitarlo, e serbava tranquillamente l’aria umile e malinconica di vecchio convento abbandonato. Ma l’albergatore... ah, bisognava vederlo, l’albergatore: aveva subito assunto verso gli altri avventori un sussiego da diplomatico; e i camerieri... anche i camerieri, bisognava vederli, s’erano messi a prestare i loro servizii con un’impagabile sprezzatura, per fare intender bene che non avrebbero potuto più che tanto occuparsi degli altri, intenti com’erano tutti agli ordini di quell’uno.

Il giovane avvocato e dilettante giornalista Torello Scamozzi n’era addirittura stomacato; non tanto per sé, diceva, quanto per le signore. E minacciava di far le sue vendette su i molti giornali di cui si diceva collaboratore. Ma le signore generosamente lo pregavano di non cimentarsi per loro.

Erano quattro, le signore: cioè, le Gilli, mamma e figlia, Miss Green, inglesina alquanto attempatella, bionda e cerulea, sempre fornita di mal di capo e d’antipirina, e la moglie del dottor Sandrocca, atassico e relegato perpetuamente su una sedia a ruote.

Molto più saggio, cioè a dire più pratico, un altro giovane ospite, Leone Borisi, lasciava allo Scamozzi il gusto di far così il paladino delle signore e specialmente

della cara e vivacissima signorina Ninì Gilli, e per conto suo s’era messo a spingere la sedia del dottor Sandrocca giù per i viottoli del monte, sotto gl’ippocàstani: a spinger la sedia con una mano e a cinger con l’altra la vita alla moglie del bravo dottore, ch’era una brunotta ricciuta, dal nasino ritto e gli occhietti ardenti, simpaticissima. Oh, così, badiamo! innocentemente, quasi per distrazione, dietro le spalle del marito che rideva, rideva e parlava e fumava la pipa, senza mai smettere un momento.

II

Il miracolo di far parlare l’illustre senatore Romualdo Reda lo aveva operato un nuovo ospite che, a prima giunta, aveva fatto arricciare il nasino alle quattro signore e storcere il muso all’albergatore.

Sciamannato, tutto gocciolante di sudore, col testone raso e la cotenna ridondante su la nuca, le lenti che gli scivolavano sempre di traverso sul naso a gnocco, e quei grossi occhi biavi che pareva le andassero cercando per guardare, obbligando il capo a certi buffi rigiramenti sul collo che facevano pensare a un bue smanioso sotto il giogo, il professor Dionisio Vernoni non era fatto in verità per attirar la confidenza. Ma poi, a sentirlo parlare...

Forse, dentro di sé, il professor Dionisio Vernoni soffriva dei vulcanici rimescolamenti delle sue tante passioni dentro il capace petto; ma, per quel che poi se ne vedeva di fuori, faceva tanto ridere. Ridere sopra tutto perché, con quella montagna di carne sudata addosso, era un incorreggibile idealista, il professor Dionisio Vernoni: un idealista che, anche a costo d’essere scannato, non s’acquietava, non sapeva, non voleva acquietarsi all’irritante rinunzia della scienza di fronte ai formidabili problemi dell’esistenza, al comodo (egli diceva vigliacco) ripararsi del così detto pensiero filosofico entro i confini del conoscibile. E cacciava di qua e di là con le due manacce le ostinatissime mosche che volevano attaccarglisi al faccione sudato.

Vedendo sotto il faggio il senatore, ch’era stato suo maestro, tant’anni addietro, all’Università (tutti i professori di parecchie Università erano stati suoi maestri, perché aveva preso tre o quattro lauree, una dopo l’altra, Dionisio Vernoni), tra lo stupore di tutti e l’indignazione dell’albergatore, gli era corso innanzi, gli s’era anzi precipitato addosso, gridando con le braccia levate:

– Oh, lei qua, illustrissimo signor professore?

E quasi subito s’erano riaccese tra l’antico scolaro e il vecchio maestro le fervide discussioni rimaste famose per molti anni all’Università romana.

Fervide, da una parte sola, s’intende: da parte del Vernoni; perché il senatore rispondeva asciutto e mordace, con un frigido sogghignetto su le labbra, il quale dava a vedere com’egli degnasse di qualche risposta quel suo strambo discepolo, solamente per pigliarselo a godere.

Lo avevano compreso bene tutti gli altri avventori, i quali a poco a poco s’erano fatti intorno a sentire. Ora, ogni dopo pranzo, si assisteva a quel duello intellettuale sotto il faggio, come a un vero spasso.

Tutti scoppiavano a ridere, di tratto in tratto, a certe argute risposte dell’illustre senatore, mentre il Vernoni ora balzava in piedi con tanto d’occhi sbarrati, ora, tutto sospeso, spalmava sul petto le due manacce come a trattenere una valanga di precipitose proteste.

La vecchia signora Gilli e Miss Green, però, trascinate spesso dalla foga appassionata con cui il professor Vernoni perorava in favore delle sue nobili e magnanime teorie, approvavano involontariamente col capo. Allora il senatore rispondeva con una certa vocetta agra di stizza. E il Vernoni, o s’insaccava nelle spalle, o borbottava con amaro disdegno:

– L’erba, dunque, eh? L’erba! Come se fossimo tante pecorelle...

Ninì Gilli, a queste parole, prorompeva in una irrefrenabile risata, a cui tutti gli altri facevano eco, mentre il senatore guardava in giro come se non avesse inteso bene, e domandava:

– L’erba? Perché, l’erba? Non capisco.

– L’erba! L’erba! – raffermava, quasi piangendo dalla stizza, il Vernoni. – Qual è per le pecore la sola verità che esista? L’erba. L’erba che cresce loro sotto il mento. Ma noi, vivaddio, possiamo guardare anche in sù, illustrissimo signor senatore! In sù, in sù, le stelle!

La vecchia signora Gilli e Miss Green tornavano ad approvare col capo, convintissime, questa volta.

E il senatore allora masticava:

– Anche in sù, già, come dice Sallustio.

– Come dice Sallustio, sissignore, – rimbeccava pronto il Vernoni. – Ma anche guardando in giù, scusi... la talpa, signor senatore: guardiamo la talpa e seguiamo la logica della natura.

– Ah no!

Il senatore Romualdo Reda, sentendo nominar la natura, s’inquietava sul serio: scattava battendo ambo le mani su i braccioli:

– Ma via! ma mi faccia il piacere! ma la sua logica, caro Vernoni! Tanto per ridere... Lasciamo star la natura, per carità!

– Scusi, scusi, scusi, – s’affrettava allora a spiegare il Vernoni, ponendo avanti le mani. – Che la natura abbia una logica, si può forse mettere in dubbio? Ma ne abbiamo una prova lampantissima, scusi, nella sua economia! Mi lasci dire, illustrissimo signor professore! La talpa... Perché la talpa ha così debole l’organo visivo? Ma perché deve star sottoterra! Logica della natura. E l’uomo? Scusi, perché deve poter vedere le stelle, l’uomo? Una ragione ci dev’essere, scusi!

Tutti restavano sospesi per un momento nell’attesa della risposta del signor senatore; ma questi socchiudeva gli occhi stanchi, enfiati, tentennava il capo, apriva le labbra a un sorrisetto di sdegnosa commiserazione e lasciava tutti delusi recitando:

Gestit enim mens exilire ad magis generalia ut acquiescat: et post parvam moram fastidit experientiam. Sed haec mala demum aucta sunt a dialectica ob pompas disputationum.

– Bacone? – domandava il professor Dionisio Vernoni, asciugandosi il copioso sudore dalla fronte e dalla nuca.

E il senatore:

– Bacone.

III

Se non che, una di quelle mattine, per tempissimo, tutti gli ospiti dell’albergo in vetta al monte furono destati all’improvviso dalle grida acutissime della signorina Ninì Gilli e della madre. Che cosa era accaduto?

Dapprima si disse che la cara Ninì, essendosi recata sola, all’alba, giù nelle macchie del Conventino, aveva fatto un brutto incontro.

Brutto? Come? Forse aggredita? Ma non s’era sentito mai che nelle macchie del Conventino bazzicassero... ah, non si trattava di malandrini? E che incontro, allora ?

La cara Ninì, o la Gillina come la chiamavano, era venuta sù dalle macchie di corsa, di corsa, scarmigliata, urlando, in preda a un terror pazzo. Adesso si dibatteva, sù in camera, in una terribile convulsione di nervi.

Ma che incontro era stato, insomma? Che le avevano fatto?

Le macchie del Conventino erano su la costa occidentale del monte: fittissime e intricate. Macchie propriamente non erano, perché tutti quegl’ippocàstani là, sebbene rimasti sottili, erano ormai divenuti d’altissimo fusto e dritti come aghi: un bosco. Si chiamavano del Conventino perché, in una breve radura in mezzo, era un piccolo convento antico, in rovina e abbandonato, con la chiesuola da una parte, il cui interno misterioso s’intravedeva appena appena attraverso le fessure del portone imporrito.

Lo Scamozzi, pallido, costernatissimo, incitava il Borisi, incitava i camerieri a correr con lui, armati, giù nelle macchie, a vedere. Ma a vedere che cosa? Se ancora non si sapeva nulla di certo! Che diceva il senator Reda accorso in camera della signorina? Era anche medico il Reda, benché non avesse mai esercitato la professione.

Soltanto il professor Dionisio Vernoni si dichiarava pronto a seguire lo Scamozzi. Ma questi non se ne fidava, e fingeva di non udirlo e di non vederlo.

Finalmente, ecco il Reda! Uh, lodato Dio, sorrideva... Ebbene?

– Nulla, signori miei. Stiano tranquilli. Una lieve psicosi passeggera. Crisi isterica, ecco. Passerà.

Ma il professor Dionisio Vernoni si fece avanti accigliato, rabbuffato:

– Psicosi? – disse. – Giù nelle macchie del Conventino? Se lei dice psicosi, io so di che si tratta! So tutto, so tutto! La signorina Gilli ha veduto! La signorina Gilli ha sentito anche lei!

Lo Scamozzi, il Borisi, il dottor Sandrocca, la moglie, Miss Green si voltarono a guardarlo a bocca aperta:

– Veduto... che cosa?

– Ma non gli diano retta, per carità! – esclamò il senatore.

– Allucinazione, è vero? – gridò allora il Vernoni, con aria beffarda e di sfida. – Psicosi... crisi isterica... E come spiega lei allora che anch’io, sissignore, anch’io, l’altro giorno, verso sera, ho udito... sissignori, ho udito mentr’ero là solo, nella macchia, presso il Conventino, una musica... una musica di paradiso, che partiva dalla chiesetta... organo e arpe... melodia divina! Non l’ho detto a nessuno; lo dico adesso perché son certo che la signorina Gilli, anche lei, ha udito... Per vergogna sono stato zitto, vi giuro! perché ho avuto paura, sì! sì! paura, e sono scappato via a gambe levate!

– Oh la finisca, per favore, signor mio! – lo interruppe a questo punto l’albergatore, notando l’effetto che quelle parole producevano sugli altri avventori. – Lei vuol rovinarmi! Ma scusi, sono pazzie! Non s’è mai detto nulla di simile; nessuno ha mai udito nulla! Fortuna che c’è qui S. E... dico l’on. senatore... un luminare della scienza... e anche un altro egregio dottore, che... manco male, ride, guàrdino! ride, e ha ragione... è proprio da ridere, caro signor dottore! Una semplicissima crisi nervosa...

– Isterica, – corresse il senatore.

– Ecco, isterica... e quando lo dice lui! – concluse l’albergatore. – Che musica! che organo! che arpe! Andiamo tutti insieme alla macchia... Farò servir loro laggiù la colazione... Un luogo delizioso, sicurissimo... Apriremo la chiesa... vedranno...

– Ma l’organo c’è davvero? – domandò la signora Sandrocca.

– Non c’è... cioè... sl, c’è e non c’è... – rispose, confuso, l’albergatore. – Si figuri dopo tanti secoli, come ridotto... Forse qualche topo... Via, è da ridere... è da ridere, non è vero, signori?

E rise: lui sì, rise, e seguitò anche a ridere il dottor Sandrocca che rideva sempre; ma non risero gli altri, né mostrarono di gradir la proposta di fare colazione là nella macchia del Conventino. Quanto al senatore, voltò le spalle, sdegnato, e andò a sdrajarsi su la sedia di giunco sotto il faggio.

In quella, sopravvenne frettolosa e con insolita energia, quantunque una gamba, forse per la sovreccitazione, le si fosse come indurita, la vecchia signora Gilli in cerca dell’albergatore.

Non le garbava per nientissimo affatto, a lei, per nientissimo affatto le garbava quella dichiarazione dell’illustre signor senatore, la quale aveva tutta l’aria di esser fatta per non danneggiare l’albergatore. Ma che crisi isterica d’Egitto, se la sua figliuola non aveva mai e poi mai sofferto di mal di madre? Si fa presto a dire! Poi la taccia rimane; e commenti e malignazioni. No, no. Le cose a posto! Voleva le cose a posto, la signora Gilli; che tutti cioè sapessero quel che era accaduto; poi saldare il conto e andar subito via: subito, perché la sua povera figliuola tremava ancora come una foglia, dallo spavento, e diceva che sarebbe morta a rimanere ancora lì, anche per una notte sola.

E la signora Gilli prese quindi a raccontare che la povera Ninì aveva proprio sentito sonar l’organo nella chiesetta del Conventino.

– Udite? udite? – esclamò allora, trionfante, Dionisio Vernoni.

La vecchia signora s’arrestò, come intronata, a guardarlo e gli domandò:

– Ma come? lei... Come l’ha saputo lei?

E il Vernoni:

– Non l’ho saputo; l’ho supposto, signora! N’ero certo; più che certo; perché ho sentito anch’io!

Sgomenta e pur lieta, la signora Gilli batté le mani, esclamando:

– Vedono dunque? E mica il signore qua può soffrire di mal di madre... direi...

Dionisio Vernoni non diede tempo agli altri di sorridere di questa considerazione; incalzò:

– Organo e arpe?

– Arpe? Arpe, non so, – rispose quella, atterrita dal modo con cui il Vernoni la guardava. – Dice organo Ninì, e dice che ne rimase meravigliata dapprima... meravigliata che qualcuno si fosse recato a sonare così per tempo là, in quella chiesetta abbandonata. Non sospettò proprio nulla di straordinario; tanto è vero che s’accostò per vedere... e allora... io non so, non so precisamente che cosa abbia veduto... non lo lascia intender bene... dice frati... dice processione... candele accese...

La vecchia signora Gilli lasciò in sospeso il discorso, chiamata in fretta da una cameriera, per una nuova convulsione di Ninì. E allora venne il momento del professor Dionisio Vernoni, a cui tutti istintivamente si rivolsero. E il professor Dionisio Vernoni attaccò subito col suo solito fervore; e cominciò a parlare di occultismo e di medianismo, di telepatia e di premonizioni, di apporti e di materializzazioni: e a gli occhi de’ suoi ascoltatori sbalorditi popolò di meraviglie e di fantasime la terra che l’orgoglio umano imbecille ritiene abitata soltanto dagli uomini e da quelle poche bestie che .l’uomo conosce e di cui si serve. Madornale errore! Vivono, vivono su la terra di vita naturale, naturalissima al pari della nostra, altri esseri, di cui noi nello stato normale non possiamo avere, per difetto nostro, percezione; ma che si rivelano a volte, in certe condizioni anormali, e ci riempiono di sgomento; esseri sovrumani, nel senso che sono oltre la nostra povera umanità, ma naturali anch’essi, naturalissimi, soggetti ad altre leggi che noi ignoriamo, o meglio, che la nostra coscienza ignora, ma a cui forse inconsciamente obbediamo anche noi: abitanti della terra non umani, essenze elementari. spiriti della natura di tutti i generi, che vivono in mezzo a noi, e nelle rocce, e nei boschi, e nell’aria, e nell’acqua, e nel fuoco, invisibili, ma che tuttavia riescono talvolta a materializzarsi.

Stizzito che il senator Reda non entrasse a discutere con lui, per provocarlo, s’abbandonò apposta ai più fantastici voli, alle più ardite supposizioni, alle più seducenti spiegazioni e, alla fine, proruppe in una carica a fondo contro la scienza positiva, contro certi così detti scienziati che non vedono una spanna oltre i loro nasi (ripeté quattro o cinque volte questa frase): frigidi miopi presuntuosi, che vogliono costringere la natura ad assoggettarsi alle esperienze, ai calcoli dei loro gabinetti, sotto il cilizio dei loro strumentucci e dei loro congegnucci miserabili.

Il senatore Romualdo Reda, zitto. Lo Scamozzi, il Borisi, Miss Green, la signora Sandrocca, quasi sbigottiti dalla violenza aggressiva del Vernoni, allungavano di tratto in tratto uno sguardo a spiarlo. Zitto, impassibile, il senatore Romualdo Reda se ne stava disteso su la sedia a sdrajo, sotto il faggio, con gli occhi chiusi, come se dormisse. A un certo punto, quando parve a lui, si alzò e, senza dir nulla, senza guardar nessuno, con due dita inserite tra i bottoni del panciotto, s’avviò tranquillo e grave, quantunque così piccolino, per il viottolo che conduceva alle macchie del Conventino.

– Benedetto! – esclamò l’albergatore, mandandogli un bacio su la punta delle dita.

Poi, rivolto al Vernoni:

– Lei, signor mio, dica pure quel che vuole: è padrone! Ma guardi: la migliore risposta è quella lì!

E indicò con la mano il senatore che scompariva pian piano, piccolino, sotto gli altissimi ippocàstani in discesa.

IV

Quando, già a tarda sera, il professor Dionisio Vernoni e Torello Scamozzi, i quali cavallerescamente avevano voluto accompagnare fino alla stazione di Valdana le signore Gilli e a Valdana s’erano poi trattenuti tutta la giornata, si ricondussero stanchi e affamati all’alberguccio, in vetta al monte, vi trovarono tutti gli altri ospiti come smarriti in un silenzio d’infinita costernazione.

Il senatore Romualdo Reda non era ancora ritornato dalle macchie del Conventino.

Dopo la paurosa avventura occorsa a Ninì Gilli e tutti i discorsi che s’erano fatti nella mattinata, come spiegare quel ritardo del senatore, così prolungato?

Leone Borisi s’affrettò a ragguagliare i due amici; disse che già due camerieri erano stati spediti in cerca dell’illustre uomo, ma che eran ritornati sù senza averlo trovato; che poi l’albergatore stesso, non ben sicuro che quei camerieri fossero veramente arrivati fino al Conventino, c’era voluto andar lui, accompagnato da un altro cameriere; e neppur lui lo aveva trovato. S’era fatta allora la supposizione che, sdegnato dalla violenza del Vernoni, il senatore avesse attraversato tutta la macchia e si fosse ridotto a piedi fino al vicino paesello di Sopri. Ma lo sguattero dell’albergo, spedito a Sopri a far ricerche, era ritornato or ora senza né traccia né notizie, dopo aver girato – diceva – di casa in casa tutto il paese.

– Per amor di Dio, – concluse il Borisi, – non vi fate vedere; lei specialmente, professor Vernoni! L’albergatore ha un diavolo per capello. Capacissimo di saltarvi al collo.

– Vorrò vederlo! – disse, cupo, il professor Vernoni. – Senta, signor mio, mi dispiacerebbe se qualcosa di grave fosse accaduto al senator Reda. È malato di cuore. Ma una lezioncina... qualche sonatina d’organo, a certi scienziati, sa che bene farebbe!

Poco dopo, l’albergatore, ritornato sù dalla cantina con alcune torce a vento per un’ultima spedizione alle macchie, finse di non accorgersi del ritorno del Vernoni e dello Scamozzi.

– Signori, – disse, quasi con le lagrime agli occhi, se volessero avere la bontà di prestarmi aiuto... Invito tutti! Comprenderanno il mio animo, sotto una simile responsabilità.

Quantunque stanchissimi, il Vernoni e lo Scamozzi non se lo fecero dire due volte. I tre camerieri e lo sguattero accesero le torce a vento; e via, in otto, alla ricerca del piccolo senatore perduto tra i fitti ippocàstani della macchia scoscesa.

Per quanto oppressi dalla costernazione e animati da ansioso zelo, cedettero tutti alla curiosità inquieta di spiar l’effetto strano, fantastico, della macchia notturna al rossastro lume fumolento di quelle torce disperate. Sussultavano a ogni passo ombre colossali. Tutti quei fusti agili, dritti, slanciati al cielo, si tingevano di sangue; e ora, per un attimo, pareva si schierassero di qua e di là, come in parata, nella profondità della macchia, ora che turbinassero tutt’insieme. E lo scricchiolare delle foglie secche e gli stridi lontani degli scojattoli in fuga e degli uccelli ferivano i sensi divenuti acutissimi di quegli improvvisati esploratori notturni.

Più volte l’albergatore propose di sbandarsi, magari a due a due, per la macchia, essendo inutile cercare il senatore il per il viottolo fino al Conventino. Ma nessuno riusciva a staccarsi dall’altro, per istintivo orrore, per non provar da solo l’assalto di quelle insolite, violente impressioni.

Quando si giunse al Conventino, tutti gli occhi si volsero al portone imporrito della chiesuola. Un brivido corse a tutti per la schiena, allorché l’albergatore vi si appressò e con una mano lo spinse più volte.

– Chiuso!

Lo Scamozzi e il Vernoni proposero di cercar tra le rovine del convento; ma l’albergatore assicurò che già l’aveva fatto lui con la massima diligenza. Per la macchia, per la macchia piuttosto bisognava cercare, perché forse il senatore s’era internato tra gli alberi e poi non aveva saputo trovar più modo a uscirne. Erano in Otto e avevano quattro torce! dunque, a due a due, pazienza! una coppia qua, una coppia là, pian piano, con attenzione.

Così fecero; e l’esplorazione durò per circa un’ora; qualche fiaccola si spense e si penò molto a riaccenderla; poi l’orrore stesso del luogo, la stanchezza cominciarono a suggerire da un canto men fosche supposizioni; a ingenerar dall’altro la sfiducia su l’esito dell’impresa. Si diedero la voce; si raccolsero di nuovo sul viottolo, da cui nessuna delle coppie s’era discostata di molto; e facilmente s’accordarono tutti su la proposta di rimandar la ricerca a domattina con la luce.

Gli otto della sera, questa volta, si misero a cercare ciascuno per conto suo, e la macchia fu investigata tutta quanta, da ogni parte, senza alcun frutto.

Alla fine, un grido! Veniva dalla radura, ov’erano le rovine del Conventino. Accorsero tutti, trafelati, ansanti.

Là, proprio sotto ai primi ippocàstani, a una cinquantina di passi dal Conventino, giaceva il cadavere del senatore Romualdo Reda, piccolo piccolo, disteso supino, senz’alcuna traccia di violenza addosso, anzi come se qualcuno l’avesse composto nel sonno eterno, coi piedi giunti, i braccini distesi lungo la minuscola persona.

Rimasero tutti basiti a mirarlo.

Dall’alto delle corone di quegli ippocàstani pendeva un esilissimo filo di ragno, che s’era fissato su la punta del naso del piccolo senatore. Di quel filo non si vedeva la fine.

E dal naso del piccolo senatore un ragnetto quasi invisibile, che sembrava uscito di tra i peluzzi delle narici, viaggiava ignaro sù sù, per quel filo che pareva si perdesse nel cielo.

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Ultimo aggiornamento: 06 maggio 2008