Luigi Pirandello

La rallegrata

031

Edizione di riferimento

Luigi Pirandello Novelle per un anno, a cura di Mario Costanzo, Premessa di Giovanni Macchia, I Meridiani vol. I, Arnoldo Mondadori editore, Milano1985

031  —  LA RALLEGRATA

Appena il capostalla se n’andò, bestemmiando più del solito, Fofo si volse a Nero, suo compagno di mangiatoja, nuovo arrivato, e sospirò:

— Ho capito! Gualdrappe, fiocchi e pennacchi. Cominci bene, caro mio! Oggi è di prima classe.

Nero voltò la testa dall’altra parte. Non sbruffò, perché era un cavallo bene educato. Ma non voleva dar confidenza a quel Fofo.

Veniva da una scuderia principesca, lui, dove uno si poteva specchiare nei muri: greppie di faggio a ogni posta, campanelle di ottone, battifianchi imbottiti di cuojo e colonnini col pomo lucente.

Mah!

Il giovane principe, tutto dedito ora a quelle carrozze strepitose, che fanno — pazienza, puzzo — ma anche fumo di dietro e scappano sole, non contento che già tre volte gli avessero fatto correre il rischio di rompersi il collo, subito appena colpita di paralisi la vecchia principessa (che di quelle diavole là, oh benedetta!, non aveva voluto mai saperne), s’era affrettato a disfarsi, tanto di lui, quanto di Corbino, gli ultimi rimasti nella scuderia, per il placido landò della madre.

Povero Corbino, chi sa dov’era andato a finire, dopo tant’anni d’onorato servizio!

Il buon Giuseppe, il vecchio cocchiere, aveva loro promesso che, andando a baciar la mano con gli altri vecchi servi fidati alla principessa, relegata ormai per sempre in una poltrona, avrebbe interceduto per essi.

Ma che! Dal modo con cui il buon vecchio, ritornato poco dopo, li aveva accarezzati al collo e sui fianchi, subito l’uno e l’altro avevano capito che ogni speranza era perduta e la loro sorte decisa. Sarebbero stati venduti.

E difatti...

Nero non comprendeva ancora, dove fosse capitato. Male, proprio male, no. Certo, non era la scuderia della principessa. Ma una buona scuderia era anche questa. Più di venti cavalli, tutti mori e tutti anzianotti, ma di bella presenza, dignitosi e pieni di gravità. Oh, per gravità, forse ne avevano anche troppa!

Che anch’essi comprendessero bene l’ufficio a cui erano addetti, Nero dubitava. Gli pareva che tutti quanti, anzi, stessero di continuo a pensarci, senza tuttavia venirne a capo. Quel dondolio lento di code prolisse, quel raspare di zoccoli, di tratto in tratto, certo erano di cavalli cogitabondi.

Solo quel Fofo era sicuro, sicurissimo d’aver capito bene ogni cosa.

Bestia volgare e presuntuosa!

Brocco di reggimento, scartato dopo tre anni di servizio, perché — a suo dire — un tanghero di cavalleggero abruzzese lo aveva sgroppato, non faceva che parlare e parlare.

Nero, col cuore ancor pieno di rimpianto per il suo vecchio amico, non poteva soffrirlo. Più di tutto lo urtava quel tratto confidenziale, e poi la continua maldicenza sui compagni di stalla.

Dio, che lingua!

Di venti, non se ne salvava uno! Questo era così, quello cosà.

«La coda... guardami là, per piacere, se quella è una coda! se quello è un modo di muovere la coda! Che brio, eh?

«Cavallo da medico, te lo dico io.

«E là, là, guardami là quel bel truttrù calabrese, come crolla con grazia le orecchie di porco. E che bel ciuffo! e che bella barbozza! Brioso anche lui, non ti pare?

«Ogni tanto si sogna di non esser castrone, e vuol fare all’amore con quella cavalla là, tre poste a destra, la vedi? con la testa di vecchia, bassa davanti e la pancia fin a terra.

«Ma quella è una cavalla? Quella è una vacca, te lo dico io. E se sapessi come la va con passo di scuola! Pare che si scotti gli zoccoli, toccando terra. Eppure, certe saponate, amico mio! Già, perché è di bocca fresca. Deve ancor pareggiare i cantoni, figùrati!»

Invano Nero dimostrava in tutti i modi a quel Fofo di non volergli dare ascolto. Fofo imperversava sempre più.

Per fargli dispetto.

«Sai dove siamo noi? Siamo in un ufficio di spedizione. Ce n’è di tante specie. Questo è detto delle pompe funebri.

«Pompa funebre sai che vuol dire? Vuol dire tirare un carro nero di forma curiosa, alto, con quattro colonnini che reggono il cielo, tutto adorno di balze e paramenti e dorature. Insomma, un bel carrozzone di lusso. Ma roba sprecata, non credere! Tutta roba sprecata, perché dentro vedrai che non ci sale mai nessuno.

«Solo il cocchiere, serio serio, in serpe.

«E si va piano, sempre di passo. Ah, non c’è pericolo che tu sudi e ti strofinino al ritorno, né che il cocchiere ti dia mai una frustata o ti solleciti in qualche altro modo!

«Piano — piano — piano.

«Dove devi arrivare, arrivi sempre a tempo.

«E quel carro lì — io l’ho capito bene — dev’essere per gli uomini oggetto di particolare venerazione.

«Nessuno, come t’ho detto, ardisce montarci sopra; e tutti, appena lo vedono fermo davanti a una casa, restano a mirarlo con certi visi lunghi spauriti; e certi gli vengono attorno coi ceri accesi; e poi appena cominciamo a muoverci, tanti dietro, zitti zitti, lo accompagnano.

«Spesso, anche, davanti a noi, c’è la banda. Una banda, caro mio, che ti suona una certa musica, da far cascare a terra le budella.

«Tu, ascolta bene, tu hai il vizio di sbruffare e di muover troppo la testa. Ebbene, codesti vizii te li devi levare. Se sbruffi per nulla, figuriamoci che sarà quando ascolterai quella musica!

«Il nostro è un servizio piano, non si nega; ma vuole compostezza e solennità. Niente sbruffi, niente beccheggio. È già troppo, che ti concedano di dondolar la coda, appena appena.

«Perché il carro che noi tiriamo, torno a dirtelo, è molto rispettato. Vedrai che tutti, come ci vedono passare, si levano il cappello.

«Sai come ho capito, che si debba trattare di spedizione? L’ho capito da questo.

«Circa due anni fa, me ne stavo fermo, con uno de’ nostri carri a padiglione, davanti alla gran cancellata che è la nostra mèta costante.

«La vedrai, questa gran cancellata! Ci sono dietro tanti alberi neri, a punta, che se ne vanno dritti dritti in due file interminabili, lasciando di qua e di là certi bei prati verdi, con tanta buon’erba grassa, sprecata anche quella, perché guai se, passando, ci allunghi le labbra.

«Basta. Me ne stavo lì fermo, allorché mi s’accostò un povero mio antico compagno di servizio al reggimento, ridotto assai male: a tirare, figurati, un traino ferrato, di quei lunghi, bassi e senza molle.

«Dice:

«— Mi vedi? Ah, Fofo, non ne posso proprio più!

«— Che servizio? — gli domando io.

«E lui:

«— Trasporto casse, tutto il giorno, da un ufficio di spedizione alla dogana.

«— Casse? — dico io. — Che casse?

«— Pesanti! — fa lui. — Casse piene di roba da spedire.

«Fu per me una rivelazione.

«Perché devi sapere, che una certa cassa lunga lunga, la trasportiamo anche noi. La introducono pian piano (tutto, sempre, pian piano) entro il nostro carro, dalla parte di dietro; e mentre si fa quest’operazione, la gente attorno si scopre il capo e sta a mirare sbigottita. Chi sa perché! Ma certo, se traffichiamo di casse anche noi, deve trattarsi di spedizione, non ti pare?

«Che diavolo contiene quella cassa? Pesa oh, non credere! Fortuna, che ne trasportiamo sempre una alla volta.

«Roba da spedire, certo. Ma che roba, non lo so. Pare di gran conto, perché la spedizione avviene con molta pompa e molto accompagnamento.

«A un certo punto, di solito (non sempre), ci fermiamo davanti a un fabbricato maestoso, che forse sarà l’ufficio di dogana per le spedizioni nostre. Dal portone si fanno avanti certi uomini parati con una sottana nera e la camicia di fuori (che saranno, suppongo, i doganieri); la cassa è tratta dal carro; tutti di nuovo si scoprono il capo; e quelli segnano sulla cassa il lasciapassare.

«Dove vada tutta questa roba preziosa, che noi spediamo — questo, vedi — non sono riuscito ancora a capirlo. Ma ho un certo dubbio, che non lo capiscano bene neanche gli uomini; e mi consolo.

«Veramente, la magnificenza delle casse e la solennità della pompa potrebbero far supporre, che qualche cosa gli uomini debbano sapere su queste loro spedizioni. Ma li vedo troppo incerti e sbigottiti. E dalla lunga consuetudine, che ormai ho con essi, ho ricavato questa esperienza: che tante cose fanno gli uomini, caro mio, senza punto sapere perché le facciano!»

Come Fofo, quella mattina, alle bestemmie del capostalla s’era figurato: gualdrappe, fiocchi e pennacchi. Tir’a quattro. Era proprio di prima classe.

«Hai visto? Te lo dicevo io?»

Nero si trovò attaccato con Fofo al timone. E Fofo, naturalmente, seguitò a seccarlo con le sue eterne spiegazioni.

Ma era seccato anche lui, quella mattina, della soperchieria del capostalla, che nei tiri a quattro lo attaccava sempre al timone e mai alla bilancia.

«Che cane! Perché, tu intendi bene, questi due, qua davanti a noi, sono per comparsa. Che tirano? Non tirano un corno! Tiriamo noi. Si va tanto piano! Ora si fanno una bella passeggiatina per sgranchirsi le gambe, parati di gala. E guarda un po’ che razza di bestie mi tocca di vedermi preferire! Le riconosci?»

Erano quei due mori che Fofo aveva qualificati cavallo da medico e truttrù calabrese.

«Codesto calabresaccio! Ce l’hai davanti tu, per fortuna! Sentirai, caro; t’accorgerai che di porco non ha soltanto le orecchie, e ringrazierai il capostalla, che lo protegge e gli dà doppia profenda. Ci vuol fortuna a questo mondo, non sbruffare. Cominci fin d’adesso? Quieto con la testa! Ih, se fai così, oggi caro mio, a furia di strappate di briglia, tu farai sangue dalla bocca, te lo dico io. Ci sono i discorsi, oggi. Vedrai che allegria! Un discorso, due discorsi, tre discorsi... M’è capitato il caso d’una prima classe anche con cinque discorsi! Roba da impazzire. Tre ore di fermo, con tutte queste galanterie addosso che ti levano il respiro: le gambe impastoiate, la coda imprigionata, le orecchie tra due fori. Allegro, con le mosche che ti mangiano sotto la coda! Che sono i discorsi? Mah! Ci capisco poco, dico la verità. Queste di prima classe, debbono essere spedizioni molto complicate. E forse, con quei discorsi, fanno la spiega. Una non basta, e ne fanno due; non bastano due, e ne fanno tre. Arrivano a farne fino a cinque, come t’ho detto: mi ci son trovato io, che mi veniva di sparar calci, caro mio, a dritta e a manca, e poi di mettermi a rotolar per terra come un matto. Forse oggi sarà lo stesso. Gran gala! Hai visto il cocchiere, come s’è parato anche lui? E ci sono anche i famigli, i torcieri. Di’, tu sei sitoso?»

«Non capisco.»

«Via, pigli ombra facilmente? Perché vedrai che tra poco, i ceri accesi te li metteranno proprio sotto il naso... Piano, uh... piano! che ti piglia? Vedi? Una prima strappata... T’ha fatto male? Eh, ne avrai di molte tu oggi, te lo dico io. Ma che fai? sei matto? Non allungare il collo così! (Bravo, cocco, nuoti? giochi alla morra?). Sta’ fermo... Ah sì? Pigliati quest’altre... Ohé, dico bada, fai strappar la bocca anche a me! Ma questo è matto! Dio, Dio, quest’è matto davvero! Ansa, rigna, annitrisce, fa ciambella, che cos’è? Guarda che rallegrata! È matto! è matto! fa la rallegrata, tirando un carro di prima classe!»

Nero difatti pareva impazzito davvero: ansava, nitriva, scalpitava, fremeva tutto. In fretta in furia, giù dal carro dovettero precipitarsi i famigli a trattenerlo davanti al portone del palazzo, ove dovevano fermarsi, tra una gran calca di signori incamatiti, in abito lungo e cappello a staio.

— Che avviene? — si gridava da ogni parte. — Uh, guarda, s’impenna un cavallo del carro mortuario!

E tutta la gente, in gran confusione, si fece intorno al carro, curiosa, meravigliata scandalizzata. I famigli non riuscivano ancora a tener fermo Nero. Il cocchiere s’era levato in piedi e tirava furiosamente le briglie. Invano. Nero seguitava a zampare, a nitrire, friggeva, con la testa volta verso il portone del palazzo.

Si quietò, solo quando sopravvenne da quel portone un vecchio servitore in livrea il quale, scostati i famigli, lo prese per la briglia, e subito, riconosciutolo, si diede a esclamare con le lagrime agli occhi:

— Ma è Nero! è Nero! Ah, povero Nero, sicuro che fa così! Il cavallo della signora! il cavallo della povera principessa! Ha riconosciuto il palazzo, sente l’odore della sua scuderia! Povero Nero, povero Nero... buono, buono... sì, vedi? sono io, il tuo vecchio Giuseppe. Sta’ buono, sì... Povero Nero, tocca a te di portartela, vedi? la tua padrona. Tocca a te, poverino, che ti ricordi ancora. Sarà contenta lei d’essere trasportata da te per l’ultima volta.

Si voltò poi al cocchiere, che, imbestialito per la cattiva figura che la Casa di pompe faceva davanti a tutti quei signori, seguitava a tirar furiosamente le briglie, minacciando frustate, e gli gridò:

— Basta! Smettila! Lo reggo qua io. È manso come una pecora. Mettiti a sedere. Lo guiderò io per tutto il tragitto. Andremo insieme, eh Nero? a lasciar la nostra buona signora. Pian piano, al solito, eh? E tu starai buono, per non farle male, povero vecchio Nero, che ti ricordi ancora. L’hanno già chiusa nella cassa; ora la portano giù.

Fofo, che dall’altra parte del timone se ne stava a sentire, a questo punto domandò, stupito:

«Dentro la cassa, la tua padrona?»

Nero gli sparò un calcio di traverso.

Ma Fofo era troppo assorto nella nuova rivelazione, per aversene a male.

«Ah, dunque, noi,» seguitò a dir tra sé, «ah, dunque, noi... guarda, guarda... lo volevo dire io... Questo vecchio piange; tant’altri ho visto piangere, altre volte... e tanti visi sbigottiti... e quella musica languida. Capisco tutto, adesso, capisco tutto.. Per questo il nostro servizio è così piano! Solo quando gli uomini piangono, possiamo stare allegri e andar riposati nojaltri...»

E gli venne la tentazione di fare una rallegrata anche lui.

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Ultimo aggiornamento: 04 maggio 2008