Luigi Pirandello

Frammenti autobiografici

Edizione di riferimento:

Luigi Pirandello, Saggi, Poesie, Scritti vari, a cura di Manlio Lo Vecchio–Musti, Arnoldo Mondadori Editore, I edizione I Classici contemporanei italiani Milano 1960

Opere di Luigi Pirandello, edizione diretta da Giovanni Macchia, Saggi e interventi, a cura e con un saggio introduttivo di Ferdinando Taviani e una testimonianza di Andrea Pirandello, Arnoldo Mondadori Editore, I edizione I Meridiani Milano maggio 2006

[FRAMMENTO D'AUTOBIOGRAFIA]

Questo Frammento fu dettato da Luigi Pirandello a Monte Cavo, nell'estate 1893, all'amico Pio Spezi, e da questi dopo moltissimi anni pubblicato nella Nuova Antologia (fascicolo del 16 giugno 1933).

Pirandello, quantunque avesse dato all'amico Spezi l'autorizzazione a stampare il «frammento», non riconobbe affatto al testo pubblicato la sua paternità, e giunse anche a mettere in dubbio alcuni particolari biografici, come la fuga a Como. (Si noti, però, che un chiaro accenno ad un soggiorno a Como è contenuto nella poesia intitolata Convegno, compresa nella raccolta: Fuori di chiave). Informato dai familiari di questo fatto, volli interpellare lo Spezi, che invece mi confermò quanto è scritto nella nota di presentazione dettata per la Nuova Antologia, e cioè che la pagina fu da lui stenografata e trascritta «con la massima esattezza».

Di ciò avvertito il lettore, riproduco a mia volta esattamente il testo conservato da Pio Spezi.

Manlio Lo Vecchio Musti

... Io dunque son figlio del Caos; e non allegoricamente, ma in giusta realtà, perché son nato in una nostra campagna, che trovasi presso ad un intricato bosco, denominato, in forma dialettale, Càvusu dagli abitanti di Girgenti. Colà la mia famiglia si era rifugiata dal terribile colera del 1867, che infierí fortemente nella Sicilia. Quella campagna, però, porta scritto l'appellativo di Lina, messo da inio padre in ricordo della prima figlia appena nata e che è maggiore di me di un anno; ma nessuno si è adattato al nuovo nome, e quella campagna continua, per i piú, a chiamarsi Càvusu, corruzione dialettale del genuino e antico vocabolo greco Xáos.

Mio padre è proprietario di una ricca miniera di zolfo, quindi avrebbe voluto che io mi dedicassi agli studii di commercio. Fui collocato perciò nelle scuole tecniche di Girgenti; ma tutti quei numeri, tutte quelle regole, tutto quel rigido ordine matematico, ripugnavano al mio animo impaziente ed avido di completa libertà. Avvenne perciò che dopo compiuta la seconda classe tecnica e riescito, non so come né perché, a superare gli esami di luglio, dissi a mio padre che ero stato rimandato nell'aritmetica; non poter quindi recarmi con la famiglia in campagna ed essere costretto a passare le vacanze a Girgenti per istudiare e riparare il mancato esame.

Mio padre lasciò correre; ed il danaro che doveva spendersi per la ipotetica lezione di matematica, serví invece per una vera lezione di lingua latina, perché io desideravo tanto di essere ammesso in ginnasio ed anche di saltare la prima classe. Tutto andò bene, secondo i miei desiderii e ad ottobre riuscii ad ottenere la regolare ammissione nella seconda classe ginnasiale. Il babbo non guardava tanto pel sottile in fatto dei miei studii: seppe che non perdevo un anno, fu contento, lontano le mille miglia dall'immaginare la mia marachella.

Frequentai i primi due mesi nel ginnasio senza alcuna preoccupazione. Ma ben presto fui tradito da una circostanza da nulla. Se mio padre non si occupava molto pel minuto del progresso dei miei studii, doveva, purtroppo, firmare la pagella scolastica ogni due mesi. Ma io non ne avevo alcuna, perché al ginnasio non se ne davano, come alle tecniche; sicché... riuscii a passarla liscia, dopo il primo bimestre, inventando spudoratamente cervellotiche ragioni che il babbo, alla meglio, accettò per buone.

Ma ben presto stava per iscadere il secondo bimestre: e innanzi all'idea di essere scoperto e giudicato da mio padre, affettuoso in genere, quanto terribile nell'ira, fui preso da un tale spavento, che, dopo aver proposto e scartato varie soluzioni, non trovai altro rimedio che fuggire da casa, fuggire da Girgenti.

Un amico di nostra famiglia, un lombardo di Como, doveva tornare alla sua città con un grande carico di zolfo per via di mare. Io lo pregai di condurmi con sé, tanto piú che egli ci aveva di molto esaltate le bellezze dell'Italia settentrionale, del lago di Corno, del duomo di Milano e via dicendo. Da prima egli condiscese ben volentieri; ma, quando io gli manifestai la necessità, per me assoluta, che questo mio progetto dovesse tenersi completamente celato a mio padre, non ne volle piú sapere e partí per Palermo dove aveva noleggiato un vapore per caricarvi la sua merce e, con quello, andare a Genova, per poi, di là, recarsi con la ferrovia a Corno.

Io, però, non mi smarrii e ne inventai un'altra. Racimolai il danaro necessario pel biglietto da Girgenti a Palermo; insalutato ospite fuggii di casa, e giunsi alla capitale dell'isola il giorno stesso in cui quel signore doveva imbarcarsi e partire. Lo trovai, ingarbugliai un bel discorso, di cui la sostanza era che avevo potuto finalmente ottenere il sospirato consenso paterno; l'amico mangiò la foglia ed io partii con lui glorioso e trionfante.

Al principio tutto andò benone; ma a metà del viaggio marittimo, fui preso da così straziante rimorso pel dolore che avrei cagionato ai miei, specialmente a mia madre, che non potei resistere piú e finii col confessare ogni cosa a quel signore: e solo mi parve di essermi liberato da una grave mole che mi pesasse sulla coscienza quando, arrivati a Genova, si telegrafò a mio padre tutto quanto era accaduto. Chi può ridire la mia contentezza quando, con la risposta, mio padre mi mandò anche il suo consenso perché continuassi il corso ginnasiale in Como? Quivi stabilitomi, frequentai dipoi regolarmente anche la terza ginnasiale.

Senonché in seguito, d'accordo coi miei genitori, tornai in Sicilia e compii gli studi secondarii a Palermo; dove anzi incominciai pure quelli universitarii. Distaccatomi oramai dalla famiglia, passai a Roma; e quivi, alla Sapienza, frequentai le lezioni del secondo anno della facoltà di lettere, dove non incontrai fortuna, perché ebbi un contrasto con l'insegnante di lingua e letteratura latina, il professore Occioni, mentre mi aveva preso a ben volere il professore Monaci, docente di filologia romanza. Costui, che aveva compreso il mio carattere tenace per quanto possa parer bizzarro, mi consigliò di terminare l'università in Germania e troncare cosí ogni spiacevole occasione di urto con il detto professore, che era anche preside della facoltà di lettere. Mi decisi pertanto di recarmi nella dotta Germania e scelsi la università di Bonn, nella quale città e nel quale centro di studii trovai un ambiente molto adatto al mio temperamento e alle mie ricerche letterarie e filosofiche. Presi nel marzo del 1891 la laurea di dottore in filologia romanza con grande soddisfazione dell'indimenticabile mio maestro romano Ernesto Monaci ed il seguente anno scolastico restai ancora a Bonn in qualità di lecior di lingua italiana nell'università. Ma la nostalgia mi avvinceva e provavo uno struggente desiderio della famiglia, della Sicilia, di Roma e quest'anno non ho saputo resistere e son tornato alla mia bella Italia anche senza sapere, come realmente non so, che cosa sarà di me, né che cosa farò...

Monte Cavo, 15 agosto 1893

[LETTERA AUTOBIOGRAFICA]

Questa brevissima autobiografia, scritta probabilmente fra il 1912 e il 1913, apparve nelle colonne del periodico romano Le lettere (numero del 15 ottobre 1924), con la seguente nota del Direttore, Filippo Súrico: (L'autobiografia fu integralmente ripubblicata nello stesso periodico Le lettere (Serie VII, n. 1, 28 febbraio 1938), come atto di omaggio a Luigi Pirandello dopo la sua morte)

Circa quindici anni or sono, io chiesi a Luigi Pirandello, che già allora stimavo moltissimo, alcune notizie sulla sua arte e sulla sua vita per un profilo critico.

Luigi Pirandello mi fu cortese e mi inviò delle rapide note che ora io ritrovo nei miei cassetti dopo tanto volgere di tempo. (Ci sono di mezzo il conflitto mondiale e... tutto il teatro pirandelliano).

Trovo interessante ed utile offrire ai lettori di Lettere queste note che sono un documento di sincerità e una chiarificazione ancora opportuna.

Il Pirandello era, allora, un novelliere e un romanziere stimato; ma, pur maturo d'anni, non aveva nulla dato al teatro: questo pareva addirittura estraneo al suo temperamento di narratore.

Dallo scritto che ora io pubblico si avverte, però, che al teatro egli pensava: lo aveva, si può dire, già bello e pronto nell'anima, o, se si vuole, nel cervello, e nelle sue... novelle.

Finanche qualche frase di questo brano di lettera servì, poi, al titolo di una commedia pirandelliana.

Colgo l'occasione per augurare all'illustre scrittore ancora lunghi anni di giovinezza d'arte.»

Sono nato in Sicilia, e precisamente in una campagna presso Girgenti, il 28 giugno del 1867. Venni a Roma la prima volta nel 1886 e vi stetti due anni. Nell'ottobre del 1888 partii per la Germania e vi rimasi due anni e mezzo, cioè fino all'aprile del 1891. Mi laureai là, all'Università di Bonn, in lettere e filosofia. Nel 1891 ritornai a Roma, e non me ne son piú mosso. Insegno, purtroppo, da 15 anni Stilistica nell'Istituto Superiore di Magistero Femminile. Dico purtroppo, non solo perché l'insegnamento mi pesa enormemente, ma anche perché la mia piú viva aspirazione sarebbe quella di ritirarmi in campagna a lavorare.

Vivo a Roma quanto piú posso ritirato; non esco che per poche ore soltanto sul far della sera, per fare un po' di moto, e m'accompagno, se mi capita, con qualche amico: Giustino Ferri o Ugo Fleres.

Non vado che rarissimamente a teatro. Alle 10, ogni sera, sono a letto. Mi levo la mattina per tempo e lavoro abitualmente fino alle 12. Il dopo pranzo, di solito, mi rimetto a tavolino alle 2 e mezza, e sto fino alle 5 e mezza; ma, dopo le ore della mattina, non scrivo piú, se non per qualche urgente necessità; piuttosto leggo o studio. La sera, dopo cena, sto un po' a conversar con la mia famigliuola, leggo i titoli degli articoli e le rubriche di qualche giornale, e a letto.

Come vede, nella mia vita non c'è niente che meriti di essere rilevato: è tutta interiore, nel mio lavoro e nei miei pensieri che... non sono lieti.

Io penso che la vita è una molto triste buffoneria, poiché abbiamo in noi, senza poter sapere né come né perché né da chi, la necessità di ingannare di continuo noi stessi con la spontanea creazione di una realtà (una per ciascuno e non mai la stessa per tutti) la quale di tratto in tratto si scopre vana e illusoria.

Chi ha capito il giuoco, non riesce piú a ingannarsi; ma chi non riesce piú a ingannarsi non può piú prendere né gusto né piacere alla vita. Cosí è.

La mia arte è piena di compassione amara per tutti quelli che si ingannano; ma questa compassione non può non essere seguíta dalla feroce irrisione del destino, che condanna l'uomo all'inganno.

Questa, in succinto, la ragione dell'amarezza della mia arte, e anche della mia vita.

I libri. - Il mio primo libro fu una raccolta di versi, Mal giocondo, pubblicata prima della mia partenza per la Germania.

Lo noto, perché han voluto dire che il mie umorismo è provenuto dal mio soggiorno in Germania; e non è vero: in quella prima raccolta di versi piú della metà sono del piú schietto umorismo, e allora io non sapevo neppure che cosa fosse l'umorismo.

Scrissi in Germania, invece, Pasqua di Gea, che è un poemetto primaverile in lasse rimate di settenarii, per nulla umoristico, e le Elegie renane.

Tornato a Roma, tradussi in distici italiani le Elegie romane del Goethe.

Fino a tutto il 1892 non mi pareva possibile che io potessi scrivere altrimenti, che in versi. Devo a Luigi Capuana la spinta a provarmi nell'arte narrativa in prosa (e dico arte narrativa in prosa, perché fino a poco tempo fa avevo nel cassetto il manoscritto di una lunga narrazione in versi, un poema su l'arcidiavolo Belfagor, composto  anch'esso prima che partissi per la Germania, e anch'esso umoristico).

La mia prima prova nell'arte narrativa in prosa fu il romanzo L'Esclusa, raccolto in volume dal Treves e molti anni dopo, riveduto e corretto. La prima raccolta di novelle stampata fu Amori senza Amore: tre lunghe novelle intitolate L'onda, La Signorina, L'amica delle mogli, aride, rigide, d'indole psicologica e nel fondo, amarissime.

A me non piacciono piú, quantunque dall'ultima, L'amica delle mogli, ci sarebbe da trarre una gustosa e originale commedia.

Seguì ad Amori senza Amore, il romanzetto comico-umoristico d'argomento siciliano Il Turno, che tra poco il Puccini d'Ancona ripubblicherà intatto. Seguì al Turno la raccolta di rime agresti Zampogna, preceduta dal poemetto Padron Dio, che forse, tra le mie cose in versi, è quella a cui tengo di piú.

Dopo Zampogna, presso lo Streglio di Torino pubblicai Quand'ero matto, novelle umoristiche, e presso il Lumachi di Firenze Beffe della Morte e della Vita, in due serie, per insipienza dell'editore quasi a tutti sconosciute.

Eppure in queste due serie vi sono 4 o 5 delle mie migliori novelle, come Notizie del mondo, Se..., Il giardinetto lassú, Il marito di mia moglie.

Poco dopo, presso lo Streglio, pubblicai Bianche e nere; poi, su la "Nuova Antologia", Il fu Mattia Pascal.

Dopo questo romanzo fortunato entrai nella Casa Treves, che ha già pubblicato tre mie raccolte di novelle, Erma bifronte, La Vita nuda e Terzetti, oltre la ristampa dell'Esclusa e dello stesso Fu Mattia Pascal. Ultimamente il Formíggini di Genova ha pubblicato le rime ironiche Fuori di chiave e il Quattrini di Firenze Suo marito, romanzo che il Treves non poté pubblicare per sue ragioni particolari, e ne fu dolentissimo.

Ora attendo a compiere il vasto romanzo I Vecchi e i Giovani, già in parte apparso su la "Rassegna contemporanea": il romanzo della Sicilia dopo il 1870, amarissimo e popoloso romanzo, ov'è racchiuso il dramma della mia generazione. E un altro romanzo ho anche per le mani, il piú amaro di tutti, profondamente umoristico, di scomposizione della vita: Moscarda, uno, nessuno e centomila. Uscirà su la fine di quest'anno nella "Nuova Antologia".

(ndr) Uno, nessuno e centomila fu invece pubblicato a puntato nella Fiera letteraria negli anni 1925-1926 e, in Volume, nel 1926 (Firenze, Bemporad). I capitoli 6, 7, 8, 9, io, -ri del Libro II apparvero, sotto il titolo Ricostruire nella rivista mensile Sapientia, anno II, n. i, Roma, gennaio 1915 (un fascicolo speciale èdito in occasione del terremoto della Màrsica

Sono anche da vedere, per i riferimenti autobiografici e talune importanti confessioni, le lettore di Pirandello premesse, a mo' di prefazione, ai seguenti volumi:

- L. Pirandello, Vieille Sicile, Paris, Kra, 1928 (cinque novelle tradotte da Benjamin Crémieux);

- D. Vittorini, The drama of L. Pirandello, Philadelphia, University of Pennsylvania Press, 1935.

 

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto, 2011