Luigi Pirandello

I giganti della montagna

(1934)

Mito (incompiuto)

Edizione di riferimento

Luigi Pirandello, Quando si è qualcuno / La favola del figlio cambiato / I giganti della montagna, collezione Oscar per la raccolta di tutto il teatro in lingua italiana di Luigi Pirandello, Arnoldo Mondadori editore 1993.

PERSONAGGI

La compagnia della Contessa:

Ilse, detta ancora La Contessa

Il Conte, suo marito

Diamante, la seconda Donna

Cromo, il Caratterista

Spizzi, l'Attor Giovine

Battaglia, generico-donna

Sacerdote

Lumachi, col carretto

Cotrone, detto Il Mago

Gli scalognati:

Il nano Quaquèo

Duccio Doccia

La Sgricia

Milordino

Mara-Mara con l'ombrellino, detta anche La Scozzese

Maddalena

I giganti della montagna

Arcifa

Dornio

Cuccurullo

Bollacchiano

Bolaffio

La vecchia Carocchia

Uma, la sposa

Lopardo, lo sposo

Fantocci, Apparizioni, L'Angelo Centuno e la sua centuria

Tempo e luogo, indeterminati: al limite, fra la favola e la realtà.

Villa, detta «La Scalogna», dove abita Cotrone coi suoi Scalognati.

Alto, quasi nel mezzo della scena in quel punto soprelevata, è un cipresso ridotto per la vecchiaja, nel fusto, come una pertica e, su in cima, come una spazzola da lumi.

La villa ha un intonaco rossastro scolorito. Se ne vede a destra soltanto l'entrata con quattro scalini d'invito incassati tra due loggette rotonde aggettate, con balaustrate a pilastrini e colonne a sostegno delle cupole. La porta è vecchia e serba ancora qualche traccia dell'antica verniciatura verde. A destra e a sinistra s'aprono, alla stessa altezza della porta, due finestre a usciale che dànno nelle loggette.

Questa villa, un tempo signorile, è ora decaduta e in abbandono. Sorge solitaria nella vallata e ha davanti un breve spiazzo erboso con una panchina a sinistra. Ci si viene per una viottola che scende in ripido pendio fino al cipresso e, di là, prosegue a sinistra passando sopra un ponticello che accavalca un torrente invisibile.

Questo ponticello, nel lato sinistro della scena, dev'essere bene in vista e praticabile, coi due parapetti.

Di là da esso si scorgono le falde boscose della montagna.

Al levarsi della tela è quasi sera. Dall'interno della villa si ode, accompagnato da strani strumenti, un canto balzante che ora scoppia in strilli imprevisti e or s'abbandona in scivoli rischiosi, finché non si lascia attrarre quasi in un vortice, da cui tutt'a un tratto si strappa mettendosi a fuggire come un cavallo ombrato. Questo canto deve dar l'impressione che si stia superando un pericolo, che non ci par l'ora che finisca, perché tutto ritorni tranquillo e al suo posto, come dopo certi momentacci di follia che alle volte ci prendono, non si sa perché. Dalla trasparenza delle due finestre a usciale delle loggette s'intravede che l'interno della villa è illuminato da strani lumi colorati che dan parvenze di misteriose apparizioni alla Sgricia che siede pacifica e immobile nella loggetta a destra del portone, e al Doccia e a Quaquèo che seggono in quella a sinistra, il primo coi gomiti sulla ringhierina e la testa tra le mani, l'altro sulla ringhierina, con le spalle a ridosso al muro. La Sgricia e una vecchietta con un cappellino a cuffia in capo, annodato goffamente sotto il mento, e una pellegrinetta color viola sulle spalle. La veste a quadretti bianchi e neri è tutta pieghettata. Porta i mezzi guanti di filo. Quando parla è sempre un po' irritata e sbatte di continuo le palpebre sugli occhietti furbi irrequieti. Di tratto in tratto si passa rapidamente un dito sotto il naso arricciato. Duccio Doccia, piccolo e d'età incerta, calvissimo, ha due gravi occhi ovati e il labbro che gli pende grosso, nel volto lungo, pallido e inteschiato; lunghe mani molli e le gambe piegate, come se camminasse cercando sempre da sedere.

Quaquèo è un nano grasso, vestito da bambino, di pelo rosso e con un faccione di terracotta che ride largo, d'un riso scemo nella bocca ma negli occhi malizioso.

Appena finito il canto nell'interno della villa, Milordino, che è un giovane patito sulla trentina, con una barbetta da malato sulle gote, un tubino in capo e un farsetto inverdito a cui non vuol rinunziare per non perdere la sua aria civilina, s'affaccia da dietro il cipresso, tutto spaventato, annunziando:

Milordino: O oh! Gente a noi! Gente a noi! Subito, lampi, scrosci e la lingua verde, la lingua verde sul tetto!

La Sgricia (levandosi, aprendo la finestra e annunziando nell'interno della villa): Ajuto! Ajuto! Gente a noi! (Poi, sporgendosi dalla loggetta:) Che gente, Milordino, che gente?

Quaquèo: Di sera? Fosse giorno, crederei: qualche sperduto. Vedrai che ora torna indietro.

Milordino: No! No! Vengono proprio avanti! Son qua sotto! In tanti, più di dieci!

Quaquèo: Eh, in tanti, saranno coraggiosi.

Salta dalla ringhiera della loggetta sugli scalini davanti alla porta e di là va al cipresso a guardare con Milordino.

La Sgricia (strillando nell'interno). I lampi! I lampi!

Doccia: Oh, i lampi costano, vacci piano.

Milordino: Hanno anche un carretto; lo tirano a mano, uno tra le stanghe e due dietro!

Doccia: Sarà gente che va alla montagna

Quaquèo: Eh, no, han proprio l'aria di farsi a noi! O oh, hanno una donna sul carretto! Guarda, guarda! Il carretto è pieno di fieno, e la donna vi giace sopra!

Milordino: Chiamate almeno la Mara, sul ponticello, con l'ombrellino!

Dalla porta della villa accorre Mara-Mara, gridando:

Mara-Mara: Eccomi qua! eccomi qua! Della Scozzese avranno paura!

Mara-Mara è una donnetta, che si può figurare come gonfiata, tutta imbottita come una balla, con una sottanina corta corta di stoffa scozzese a quadriglie su tutto il rigonfio dell'imbottitura, le gambe nude, con le calze di lana ripiegate sui polpacci, un verde cappellino in capo di tela cerata, a falde dritte, e una penna di gallo da un lato, un piccolo ombrellino a parasole in mano, un tascapane e una fiasca a tracolla.

Oh, ma fatemi lume dal tetto! Non voglio mica rompermi il collo!

Corre al ponticello, monta sul parapetto e, illuminata dall'alto della villa da un riflettore verde che le dà un'aria spettrale, si mette a passeggiare su esso, avanti e indietro, simulando un'apparizione. A tratti, da dietro la villa s'aprono anche larghi fiati di luce, come lampi d'estate, accompagnati da scrosci di catene.

La Sgricia (ai due che guardano). Si fermano? Tornano indietro?

Quaquèo: Chiamate Cotrone!

Doccia: Cotrone! Cotrone!

La Sgricia: Ha la gotta!

Tanto la Sgricia quanto Duccio sono scesi dalle loggette e ora son davanti la villa, sullo spiazzo erboso, costernati. Dalla porta appare Cotrone, ch'è un omone barbuto, dalla bella faccia aperta, con occhioni ridenti splendenti sereni, la bocca fresca, splendente anch'essa di denti sani tra il biondo caldo dei baffi e della barba non curati. Ha i piedi un po' molli e veste sbracato, un nero giacchettone a larghe falde e larghi calzoni chiari; in capo ha un vecchio fez da turco, e un po' aperta sul petto una camicia azzurrina.

Cotrone: Che cos'è? O non vi vergognate? Avete paura, e vorreste fame?

Milordino: Salgono in frotta! Son più di dieci!

Quaquèo: No, sono otto, sono otto: li ho contati! Con la donna!

Cotrone: E allegri! C'è anche una donna? Sarà una regina spodestata. È nuda?

Quaquèo (sbalordito): Nuda? No, nuda non mi è parsa.

Cotrone: Nuda, sciocco! Su un carretto di legno, una donna nuda; coi seni all'aria e i capelli rossi sparsi come un sangue di tragedia! I suoi ministri in bando la tirano, per sudar meno, in maniche di camicia. Sù, svegli, immaginazione! Non mi vorrete mica diventar ragionevoli! Pensate che per noi non c'è pericoli, e vigliacco chi ragiona! Perbacco, ora che vien la sera, il regno nostro!

Milordino: Già, ma se non credono a nulla...

Cotrone: E tu hai bisogno che ti credano gli altri, per credere a te?

La Sgricia: Séguitano a salire?

Milordino: Non li arrestano i lampi! Non li arresta la Mara!

Doccia: Oh, se non giova, è uno spreco; spegnete!

Cotrone: Ma sì, spegnete lassù! E basta con questi lampi! Tu Mara, vien qua! Se non si spaventano, vuol dire che sono dei nostri e sarà facile intenderci. La villa è grande.

Colpito da un'idea:

Oh, ma aspettate!

A Quaquèo:

Hai detto che son otto?

Quaquèo: Otto, sì, m'è parso...

Doccia: Se li hai contati! Che storie!

Quaquèo: Otto, Otto.

Cotrone: E allora son pochi.

Quaquèo: Otto e un carretto; ti pajono pochi?

Cotrone: Tranne che gli altri si siano sbandati.

La Sgricia: Briganti?

Cotrone: Ma no, che briganti! Sta' zitta. Quando s'è pazzi, tutto è possibile. Forse son loro.

Doccia Chi, loro?

Quaquèo: Eccoli!

Spenti i lampi e il riflettore che illuminava Mara-Mara sul parapetto del ponticello la scena è rimasta in un tenue chiaror crepuscolare che diventa a poco a poco alba lunare.

Appajono dalla via dietro al cipresso il Conte, Diamante, Cromo e il Battaglia generico-donna, della Compagnia della Contessa. Il Conte è un giovane pallido biondo, dall'aria smarrita e molto stanca. Benché ormai poverissimo, come lo dimostra l'abito - a tait - di color cece assai logoro e anche qua e là strappato, il panciotto bianco e il vecchio cappello di paglia, conserva nei tratti e nei modi il deluso squallore d'una grande nobiltà. Diamante tocca la quarantina, e su un busto formoso, piuttosto esuberante, tiene ben piantata, con una certa spavalderia, una testa dura, dipinta con violenza, armata di tragiche sopracciglia su due occhi densi e gravi, divisi da un naso perentorio e sdegnoso. Agli angoli della bocca ha due virgolette di peli nerissimi e qualche altro peluzzo metallico le s'arriccia sul mento. Par sempre in procinto di scoppiare di carità protettrice per quel povero giovane Conte sventurato e d'indignazione per Ilse, sua moglie, di cui lo crede vittima.

Cromo ha una strana calvizie frontale e occipitale, poiché i capelli di un color di carota gli son rimasti come due triangoli che si tocchino per le punte a sommo del capo; pallido, lentigginoso e con gli occhi verdi chiari, parla con voce cavernosa, col tono e coi gesti di chi è solito di pigliar bile da ogni minimo incidente. Il Battaglia, benché uomo, ha la faccia cavallina d'una vecchia zitella viziosa, tutta lezii da scimmia patita. Fa parti da uomo e da donna, in parrucca s'intende, e anche da suggeritore. Ma pur tra i segni del vizio, ha due occhi supplichevoli e miti.

Cromo: Ah, grazie, amici! Bravi veramente! Non se ne poteva più!

Doccia (stonato): Grazie? di che?

Cromo: Come di che? Dei segni che ci avete fatti per indicarci ch'eravamo giunti finalmente alla meta.

Cotrone: Ah, ecco, dunque! son proprio loro!

Battaglia (indicando Mara): Che coraggio, beata lei, la signora!

Cromo: Già, su quel parapetto di ponte! Meravigliosa! Con l'ombrellino!

Diamante: E bellissimi i lampi! Quella fiamma verde sul tetto!

Quaquèo: Toh, guarda! L'hanno preso per teatro! Noi facciamo i fantasmi...

Milordino: Ci si son divertiti!

Diamante: I fantasmi? Che fantasmi?

Quaquèo: Ma sì, le apparizioni, per spaventare la gente e tenerla lontana!

Cotrone: Zitti là!

A Cromo:

La Compagnia della Contessa? Lo stavo dicendo ...

Cromo: Eccoci qua!

Doccia: La Compagnia?

Battaglia: ... gli ultimi resti...

Diamante: Nient'affatto! I capisaldi! Dici, per fortuna, i capisaldi. E prima di tutti, qua, il signor Conte.

Gli prende una mano, e con l'altra dietro la spalla, come sefosse un ragazzino.

Fatti avanti, prego!

Cotrone (porgendogli la mano): Ben arrivato, signor Conte!

Cromo (declamando): Ma senza più contea né più contanti!

Diamante (indignata): Quando la finirete, insomma, di mancare di rispetto a voi stessi, umiliando...

Il Conte (seccato): Ma no, cara, non m'umiliano...

Cromo: Diciamo pur Conte, ma credi che, al punto in cui siamo, è bene subito attenuare.

Battaglia: ... e «ultimi resti» io lo dicevo per me...

Cromo (per metterlo a posto): Tu sei modesto, lo sappiamo.

Battaglia: No, direi svagato piuttosto, per la stanchezza e la fame.

Cotrone: Ma troverete qua da riposarvi e... sì, credo anche da rifocillarvi un po' ...

La Sgricia (pronta, fredda, recisa): Tutto spento in cucina.

Mara-Mara: Si potrà per questo riaccendere; ma facci almeno sapere...

Doccia: ... già, chi sono questi signori...

Cotrone: Sì, subito.

Al Conte:

Ma la signora Contessa?

Il Conte: E qua, ma anche lei così stanca...

Battaglia: Non si regge più in piedi.

Quaquèo: Quella sul carretto? Contessa?

Facendo piattini delle mani e alzando un piede:

Abbiamo capito! Tu ci hai combinato di sorpresa una rappresentazione!

Cotrone: Ma no, amici miei; ora vi spiego...

Quaquèo: Ma sì; tant'è vero che anche a loro, la nostra, è parsa rappresentazione!

Cotrone: Perché anche loro son press'a poco della nostra stessa famiglia. Ora sentirai!

Al Conte:

C'è da dare ajuto alla Contessa?

Diamante: Potrebbe fare lo sforzo di salire a piedi da sé!

Il Conte (adirato, reciso, le grida subito in faccia): Ma no, che non può!

Cromo: Il Lumachi sta raccogliendo le forze...

Battaglia: ... le ultime forze...

Cromo: ... per quest'ultima pettata.

Cotrone (premuroso): Ma posso dare anch'io una mano...

Il Conte: No, ci sono altri due, giù col Lumachi. Piuttosto vorrei - che lei ci dicesse. Qua (si guarda in giro, smarrito) siamo, vedo, in una vallata, alle falde d'una montagna...

Cromo: E dove saranno gli alberghi?

Battaglia: ... e le trattorie?...

Diamante: Il teatro dove dobbiamo recitare?

Cotrone: Ecco, se mi lasciate dire, spiego tanto ai miei, quanto a voi. Siamo tutti in errore, signori miei; ma non ci dobbiamo confondere per così poco.

Si odono a questo punto dall'interno le voci dell'Attor Giovane, di Sacerdote e di Lumachi che spingono il carretto di fieno su cui giace la Contessa.

- Su, forza, forza!

- Siamo arrivati!

- Piano, oh, piano! Non spingete troppo!

Si voltano tutti a guardare. Il carretto appare.

Cromo: Ecco la Contessa!

Il Conte: Attenti al cipresso! Attenti al cipresso!

Accorre ad ajutare insieme con Cotrone. Lumachi, portato il carretto sullo spiazzo, abbassa i due puntelli che stanno lungo le stanghe, per modo che il carretto rimanga ritto su essi e sulle ruote senza bisogno d'altro sostegno, ed esce dalle stanghe per levarsi davanti. Tutti gli altri restano a guardar costernati la Contessa che giace sul verde di quel fieno coi capelli sparsi, color di rame caldo, l'abito dimesso e doloroso, di velo violaceo, scollato, un po' logoro, dalle maniche ampie e lunghe, che facilmente ritraendosi le lasciano scoperte le braccia.

Milordino: Oh Dio, com'è pallida...

Mara-Mara: Pare morta...

Spizzi: Silenzio!

Ilse (dopo un momento, levandosi a sedere sul carretto, dice con profonda commozione):

Se volete ascoltare

questa favola nuova,

credete a questa mia veste

di povera donna;

ma credete di più

a questo mio pianto di madre

per una sciagura,

per una sciagura...

A questo punto, come a un segnale convenuto, il Conte, Cromo e insomma tutti i componenti la Compagnia della Contessa scoppiano a coro in risate diverse, ma tutte d'incredulità; cessano insieme di colpo; e Ilse riprende:

Ne ridono tutti così,

la gente istruita

che pure lo vede

che piango,

e non se ne commuove...

Cotrone (riscuotendosi dallo stupore): Ah, ma voi state recitando!

Milordino: Oh bella!

Mara-Mara: Recitano!

Sacerdote: Zitti! Ha attaccato, bisogna secondarla!

Ilse (seguitando): ...

ne prova anzi fastidio, e:

«Stupida! Stupida!»

mi grida in faccia, perché

non crede che possa esser vero

che il figlio mio

la creatura mia...

Ma voi dovete credere a me;

vi porto le testimonianze;

son tutte povere donne,

povere madri come me,

del mio vicinato,

che ci conosciamo tutte e sappiamo,

ch'è vero -

Agita una mano come per chiamare.

Il Conte (chinandosi su lei, con dolcezza): No, smetti, cara...

Ilse (con impazienza, agitando le mani): Le donne... le donne...

Il Conte: Ma le donne, vedi? per ora non ci sono...

Ilse (come svegliandosi): Non ci sono? Perché? Dove m'avete portata?

Il Conte: Siamo arrivati... Ora c'informeremo...

Milordino: Come recitava bene!

La Sgricia: Peccato, mi piaceva tanto

Doccia: A sentirli ridere così tutti insieme

Quaquèo (a Cotrone): Lo vedi se è vero? lo vedi se è vero?

Cotrone: Sicuro ch'è vero! Recitano. Che volete che facciano? Son teatranti!

Il Conte: Per carità, non dica così davanti a mia moglie!

Ilse (scendendo dal carretto, con qualche filo di fieno tra i capelli): Perché non dovrebbe dirlo? Lo dica anzi! Mi fa piacere!

Cotrone: Mi scusi, signora, io non ho inteso offendere

Ilse (parlando come in delirio): Teatrante, sì, teatrante! Lui no

indica il marito,

ma io sì, nel sangue, di nascita! - E giù con me, ora, lui -

Il Conte (cercando d'interromperla): Ma no, Dio, che dici?

Ilse: Sì, giù con me, dai suoi palazzi di marmo, nelle baracche di legno! ma anche in piazza, anche in piazza! Dove siamo qua? Lumachi, dove sei? Lumachi? pròvati a sonar la tromba! Vediamo di fare un po' di gente!

Guardandosi attorno, smarrita nel delirio e piena d'orrore.

Oh Dio, ma dove siamo qua? dove siamo?

si ripara sul petto di Spizzi che le si è accostato.

Cotrone: Non temete, Contessa, tra amici!

Cromo: Ha la febbre: delira.

Quaquèo: Ma è una contessa davvero?

Il Conte: Contessa: è mia moglie!

Cotrone: Sta zitto, Quaquèo!

Mara-Mara: Ma se non ci fai sapere...

Doccia: A noi pajono pazzi!

Il Conte (a Cotrone): Siamo stati indirizzati a voi...

Cotrone: Sì, signor Conte, la prego di scusarli: mi sono dimenticato di prevenirli; e quella parola l'ho usata per loro; ma io so bene che...

Spizzi (appena ventenne, pallido, con occhi spiranti, capelli biondi, forse un tempo ossigenati, ora scoloriti, bocca a bocciuolo di rosa ma un po' offesa dal naso alquanto ingombrante che le pende sopra; compassionevolmente elegante nel suo sbiadito costume sportivo; calzoni a mezza gamba e calzettoni di lana. Interrompendo): Lei non sa nulla, non può saper nulla dell'eroico martirio di questa donna!

Ilse (risentita e irruente, staccandoglisi dal petto): Ti proibisco di parlarne, Spizzi!

poi tutta vibrante di sdegno, investendo Cromo:

Se non fossi nata attrice, capisci? Il mio schifo è questo, che dobbiate esser voi, proprio voi i primi a crederlo e a farlo credere agli altri...

«Vuoi una buona scrittura? - Vénditi!», «Abiti, gioje? - Vénditi!» Anche per una sudicia lode in un giornale!

Cromo (stordito): Ma che dici? Perché ti rivolgi a me?

Ilse: Perché tu l'hai detto!

Cromo: Io, l'ho detto? quando? Che ho detto?

Il Conte (supplichevole alla moglie): Non avvilirti a parlar di queste cose - tu! - è orribile!

Ilse: No, caro; è bene anzi parlarne, ora che siamo alla fine! Quando ci si riduce così, larve di quello che fummo...

A Cotrone, un momento, poi anche a tutti gli altri:

Sa, si dorme tutti insieme... nelle stalle...

Il Conte: Non è vero...

Ilse: Come non è vero? jeri...

Il Conte: Ma non era una stalla, cara; hai dormito su una panca di stazione ferroviaria.

Cromo: Sala d'aspetto di terza classe.

Ilse (a Cotrone, seguitando): Stirandosi, nel voltarsi sull'altro fianco, parole scappano... si sparla...

A Cromo:

Forse perché al bujo non si vede, credi che non si debba nemmeno sentire? Io t'ho sentito!

Cromo: Che hai sentito?

Ilse: Una cosa che, là immersa tra quelle... non so se erano ragnatele...

Il Conte: Ma no, Ilse, dove mai?

Ilse: ... e allora lembi di tenebra che, nella febbre, mi sbattevano fredde in faccia... sì, sì... col respiro...

A Cromo:

Appena t'udii... - ihihìh, ihihìh, - ne risi così, ma n'ebbi subito un brivido e serrai i denti; mi strinsi tutta in me per non mettermi a guaire come una cagna bastonata...

Di scatto, a Cromo di nuovo:

Non sentisti nemmeno questo riso?

Cromo: Io no...

Ilse: Sì, che lo sentisti; ti parve d'un altro, al bujo; non credesti che potessi essere io; d'un altro che consentisse...

Cromo: Io non ricordo nulla!

Ilse: Io ricordo tutto!

Spizzi: Ma che disse infine?

Ilse: Che per non patire quest'eroico martirio, come tu dici, e non farlo patire anche a voi tutti - oh quanto sarebbe stato meglio - disse...

Cromo (comprendendo alla fine e insorgendo): Ah! già! Ho capito! ma questo l'abbiamo detto tutti, non io solo; e chi non l'ha detto, l'ha pensato; scommetto, lui stesso!

indica il Conte.

Il Conte: Io? Che cosa?

Ilse: ... che io, caro

gli prende il capo tra le mani

- qua, su questa nobile fronte -

si volge a Cromo

«alla spiccia», eh? dicesti proprio cosí.

Cromo: ... alla spiccia, alla spiccia, sì, e non saremmo ora così tutti alla fame.

Ilse: ... avrei dovuto piantarti due magnifiche corna...

sta per allungare su la sua fronte il gesto di due corna, ma è presa da un impeto incontenibile di sdegno e di schifo.

Ah!

E subito, interrompendo il laido gesto, lo cangia in un sonoro manrovescio sulla guancia di Cromo; vacilla, cade a terra in una violenta convulsione di riso e pianto insieme. Cromo si ripara, stordito, la guancia offesa. Tutti, sorpresi da quell'atto improvviso, si danno a  parlare simultaneamente, gli uni commentando, gli altri accorrendo a soccorrere. Quattro gruppi: nel primo, in soccorso della Contessa, il Conte, Diamante e Cotrone; nel secondo, Quaquèo, Doccia, Mara-Mara e Milordino; nel terzo, Sacerdote, Lumachi, il Battaglia e la Sgricia; nel quarto, Spizzi e Cromo. Contemporaneamente i quattro gruppi consumeranno le quattro battute assegnate a ciascuno.

Il Conte: Oh Dio, impazzisce! Ilse, Ilse, per carità! Non è possibile seguitare così!

Diamante: Càlmati, càlmati, Ilse! Fallo almeno per pietà di tuo marito!

Cotrone: Contessa... Contessa... Su, portiamola di là, sarà meglio...

Ilse: No, lasciatemi! lasciatemi! Voglio che intendano tutti!

Quaquèo: Che straccio di spettacolo! E poi dice di no!

Doccia: È brava, oh! va per le spicce!

Mara-Mara: Gliel'ha appioppato a quel Dio!

Milordino: Ma di dove sono scappati?

Battaglia: Scava e scava, ci facciamo la fossa...

Lumachi: Pge impossibile che si debba così smaniare per nulla!

Sacerdote: È pur vero che l'abbiamo detto tutti!

La Sgricia (segnandosi): Mi par d'essere in mezzo ai turchi!

Spizzi (a Cromo venendogli a petto): Vigliacco! Hai potuto osare...

Cromo (spingendolo indietro): Lèvati tu! È tempo di finirla!

Spizzi: «Alla spiccia!» per salvar la baracca... Tu avresti venduto tua moglie!

Cromo: Che baracca, imbecille! Io dicevo per quello che s'uccise...

La Contessa (sciogliendosi da coloro che vorrebbero trattenerla e venendo avanti): L'avete detto tutti?

Spizzi: Ma no! Non è vero!

Diamante: Io non ho detto nulla.

Battaglia: E io nemmeno.

Ilse (al marito): È vero che l'hai pensato anche tu?

Il Conte: Ma no, Ilse! Tu farnetichi! Davanti a gente che non ci conosce...

Cotrone: Ah, se è per questo, signor Conte...

Ilse: Appunto, appunto per questo! Arrivati così...

Cotrone: Non si dia pensiero di noi, siamo gente in vacanza noi, e a cuore aperto, signora Contessa.

Ilse: Contessa? Sono attrice - e ho dovuto ricordarlo a lui

indica Cromo

come un titolo d'onore - a lui ch'è attore, come gli altri.

Cromo: E non me ne vanto, no! e non hai da vantartene neanche tu, davanti a me, sai? perché l'attore, io, l'ho fatto sempre, e onoratamente, e t'ho seguita fin qua; mentre tu ricordati che attrice, a un certo punto, non volesti più essere!

Il Conte: Non è vero! Fui io a forzarla a ritirarsi dalle scene.

Cromo: E facesti benone, caro! Così avessi durato - tu Conte, e io miserabile - non ti darei ora del tu!

alla Contessa:

Avevi sposato un conte -

agli altri come tra parentesi:

era ricco! -

di nuovo alla Contessa:

non eri più un'attrice, da serbarti onesta, come orgogliosamente avevi saputo serbarti (lo so, l'ho inteso che hai voluto dir questo).

Ilse: Questo, sì, questo!

Cromo: Ma hai voluto troppo vantartene, cara, della tua onestà! Eri ormai contessa, santo Dio! E da contessa, le corna, avresti potuto fargliele! Le contesse sono più generose: le fanno. Quel disgraziato non si sarebbe ucciso, e tu stessa, e lui poveretto, e noi tutti quanti non ci troveremmo ora così!

Ilse (che si tien ritta, rigida, quasi indurita, in un convulso che le parte dalle viscere, sussultando, si rimette a ridere com'ha detto d'averne già riso): ihihìh, ihihìh, ihihihìh...

Leva le mani e coi due indici tesi allunga sulla fronte due sperticate corna, dicendo convulsa, con voce cruda:

Quelle delle farfalle si chiamano antenne...

Il Conte (con contenuto sdegno, facendosi incontro a Cromo): Vattene! vattene! Tu non puoi più rimanere con noi!

Cromo: Vado? e dove vuoi che vada ora? Con che mi paghi?

Ilse (subito al marito): Già, con che lo paghi? Lo senti?

Poi, rivolgendosi a Cotrone:

È tutto qui, signore: che non si riesce a far più la paga.

Spizzi: Ah, no! Ilse! Tu non puoi dire questo di noi!

Ilse: Io lo dico per lui! Che c'entri tu?

Cromo: Non è vero! Non puoi dirlo nemmeno per me! La paga? Me ne sarei già andato da un pezzo, come gli altri. Sono ancora qua, perché t'apprezzo. Parlo per la rabbia che mi fai, così ancora...

Ilse (con un grido disperato): Ma che vuoi che faccia più?

Cromo: Ah, ora lo so! lo dico prima! Prima che quello s'uccidesse e diventasse per te e per tutti noi il cancro che ci ha mangiati fino all'osso. Guardateci: cani spelati, affamati, randagi, cacciati da tutti a pedate... e lei là, con quella testa levata e le ali cadute, come un uccellino appeso, di quelli che si vendono a mazzo, legati per i fori del becco...

Quaquèo: Ma chi s'uccise?

La domanda cade nella commozione che le parole di Cromo hanno suscitato nei suoi compagni. Nessuno risponde.

La Sgricia: Uno di loro?

Ilse (scorgendola, con un subitaneo moto di simpatia): No, cara nonnina! Nessuno di loro. Uno ch'era di più, tra la gente. Un poeta.

Cotrone: Ah no, signora: un poeta no, mi perdoni!

Spizzi: La Contessa parla di chi scrisse «La favola del figlio cambiato» che noi andiamo recitando da due anni.

Cotrone: Appunto, ho indovinato...

Spizzi: E osa dire che non era un poeta?

Cotrone: Se era; non si sarà ucciso per questo!

Cromo: S'è ucciso perché amava lei!

Indica la Contessa.

Cotrone: Ah, ecco - e perché la signora - suppongo - fedele al marito, non volle rispondere all'amore di lui. La poesia non c'entra! Chi è poeta fa poesie: non s'uccide.

Ilse (accennando a Cromo): Dice che avrei dovuto rispondere all'amore di lui, non ha inteso? Ormai contessa! Quasi che l'abilità mi dovesse venir dal titolo ...

Il Conte: ... e non dal cuore!

Cromo: Ma sta' zitto tu! Se l'amava anche lei!

Ilse: Io?

Cromo: Sì, sì, tu! anche tu! e questo agli occhi miei ti fa più merito! Altrimenti, non mi spiegherei più nulla. E lui

indica il Conte

ora sconta il tuo sacrificio di non esserti arresa! Tant'è vero che non si deve andar mai contro a ciò che il cuore comanda!

Il Conte: La vuoi insomma finire di mettere in piazza?

Cromo: Giacché se ne parla... Non ho cominciato io.

Il Conte: Hai cominciato tu!

Quaquèo: Tant'è vero, scusa, che ti sei preso uno schiaffo!

Quest'ultima uscita di Quaquèo fa ridere.

Ilse: Bravo, caro, uno schiaffo...

s'accosta a Cromo e gli carezza la guancia

che ora si cancella così... Il nemico non sei tu, anche se mi metti in piazza.

Cromo: Ma io no!

Ilse: Sì, e m'accoltelli, davanti alla gente che sta a guardarci.

Cromo: T'accoltello? Io?

Ilse: Eh, mi pare ...

Volgendosi a Cotrone:

Ma è naturale... quando ci si scende in piazza ...

Al Conte:

Tu, poverino, vorresti serbare ancora la tua dignità... Stai tranquillo, che finirà, sento che siamo alla fine...

Il Conte: Ma no, Ilse! Basterebbe che ora tu ti riposassi un poco...

Ilse: Che vuoi più nascondere? E dove? L'anima, se non hai peccato, la puoi mostrare, come una bambina nuda o tutta stracciata. Anche il sonno dagli occhi mi sento stracciato...

Si guarda attorno, guarda in fondo.

Qua è la campagna, Dio mio... e la sera... E questi che ci stanno davanti...

al marito

L'amavo, hai inteso? e l'ho fatto morire. Questo, ormai, caro, d'un morto che non ha avuto nulla da me, si può dire.

Si fa avanti a Cotrone

Signore, mi par quasi un sogno, o un'altra vita, dopo la morte ... Questo mare che abbiamo traversato... Mi chiamavo allora Ilse Paulsen ...

Cotrone: Lo so, Contessa...

Ilse: Avevo lasciato un buon ricordo di me sulle scene...

Il Conte (guardando male Cromo): Puro!

Cromo (scattando): Ma chi ha mai detto di no! Fu sempre un'esaltata! Prima che lui la sposasse, si voleva far monaca, si figuri!

Spizzi: Ah, lo sai dire? E pretendi che, diventata contessa...

Cromo: Ma ho spiegato bene perché l'ho detto!

Ilse: Era per me un debito sacro!

Di nuovo a Cotrone:

Un giovane, suo amico,

indica il marito

poeta, venne a leggermi un giorno un'opera che stava scrivendo - per me, - disse - ma senza più speranza, perché io non ero ormai più attrice. L'opera mi parve così bella che

si volge verso Cromo

si, me n'esaltai subito.

Di nuovo a Cotrone:

Ma compresi bene (una donna fa presto ad accorgersi di queste cose; voglio dire quando s'è fatto un pensiero su lei): voleva col fascino dell'opera riattrarmi alla mia vita di prima; ma non per l'opera; per sé, per avermi sua... Sentii che se l'avessi disilluso subito, non avrebbe più portato il suo lavoro a fine. E per la bellezza di quell'opera, non solo non lo disillusi, ma alimentai fino all'ultimo la sua illusione. Quando l'opera fu compiuta, mi ritrassi - ma già tutta in fiamme - da quel fuoco. Se mi son ridotta così, come fate a non comprenderlo? Ha ragione lui

indica Cromo:

non dovevo più liberarmene. La vita negata a lui, ho dovuto darla alla sua opera. E lui stesso lo comprese

indica il marito

e consentì che ritornassi a recitare per adempiere a questo debito sacro. Per quest'opera sola!

Cromo: Consacrazione e martirio! Perché lui

indica il Conte

non n'è stato mai geloso, neanche dopo.

Il Conte: Non ne avevo motivo!

Cromo: Ma non senti che per lei non è morto? Vuole che viva! È lì, lacera come una mendica, ne sta morendo lei, sta facendo morire noi tutti, perché lui - eh, lui - viva ancora!

Diamante: N'è geloso lui, invece!

Cromo: Brava, sì, l'hai indovinato!

Diamante: Ma se ne siete tutti innamorati!

Cromo: No, è dispetto e compassione!

Ilse (contemporaneamente a Spizzi): Vorrebbe avvilirmi e mi esalta di più!

Spizzi: È il gusto di fare il cattivo, senza nemmeno esserlo!

Battaglia (contemporaneamente anche lui): Terremoto dell'anima... Mi sento tutto dislogato...

Lumachi (c.s. mettendosi a braccia conserte): Io domando se questa è una situazione possibile!

Ilse (a Cromo): Certo che ne sto morendo! L'ho accettato, come un'eredità! Benché debba dire che non mi parve in principio che dovesse darmi a soffrire con la sua opera tutto questo dolore, che aveva in sé, e che v'ho trovato...

Cotrone: E quest'opera - in mezzo alla gente - perché d'un poeta - è stata la vostra rovina? Ah come lo comprendo bene! come lo comprendo bene!

Battaglia: Fin dalla prima rappresentazione...

Cotrone: Nessuno volle saperne?

Sacerdote: Tutti contrarii!

Cromo: Fischi che ne tremarono i muri!

Cotrone: Sì, eh? Sì, eh?

Ilse: Lei ne gode?

Cotrone: No, Contessa, è perché lo comprendo bene! L'opera d'un poeta...

Diamante: Non valse nulla! Nemmeno lo stupore di scenarii mai visti! Cani!

Battaglia (con la sua solita aria sospirosa): E le luci! Che luci!

Cromo: Tutti i prodigi d'una messinscena spettacolosa! Eravamo quarantadue, tra attori e comparse...

Cotrone: E vi siete ridotti in così pochi?

Cromo (mostrando l'abito): ... e così ... ! L'opera d'un poeta...

Il Conte (con amaro sdegno): Anche tu!

Cromo (mostrando il Conte): È tutto un patrimonio consumato!

Il Conte: Non me ne pento! L'ho voluto!

Ilse: Quest'è bello! Degno di te!

Il Conte: Ma no, io non sono un esaltato; io ho creduto veramente nell'opera...

Cotrone: Ah ma sa, io ho detto «l'opera d'un poeta» non per sdegnarla, signora; al contrario! per sdegnare la gente che le s'è voltata contro!

Il Conte: Avvilire l'opera è per me avvilire lei

indica la moglie

avvilire il prezzo che ha per me quanto lei ha fatto! L'ho pagato con tutto il mio patrimonio, e non me n'importa, non me ne pento! Purché lei stia in alto però, e questa condizione in cui mi sono ridotto sia nobilitata almeno dalla bellezza e dalla grandezza dell'opera; se no... se no, tutto il disprezzo della gente... lei lo capisce... e le risa...

resta come affogato dalla commozione.

Cotrone: Ma io l'ho in odio, questa gente, signor Conte! Vivo qua per questo. E in prova, vedono?

mostra il fez che dall'arrivo degli ospiti tiene in mano e se lo caccia in testa

ero cristiano, mi son fatto turco!

La Sgricia: Non tocchiamo, o oh! non tocchiamo la religione!

Cotrone: Ma no, cara, niente da veder con Maometto! Turco, per il fallimento della poesia della cristianità. Ma è stata dunque tanta, Dio mio, l'inimicizia?

Il Conte: No, non è vero, abbiamo anche trovato amici qua e là...

Spizzi: ... pieni di fervore...

Diamante (cupa): ... ma pochi!

Cromo: ... e le imprese ci han disdetto i contratti e negato i teatri nelle grandi città con la scusa della compagnia così ridotta, senza più attrezzi né costumi.

Il Conte: Non è vero! Abbiamo ancora con noi tutto quant'occorre per la rappresentazione!

Battaglia: I costumi sono là nei sacchi.

Lumachi: ... sotto il fieno...

Spizzi: ... e del resto, non sono necessarii!

Cromo: E le scene?

Il Conte: S'è sempre rimediato finora!

Battaglia: Le parti si ripiegano; io faccio da uomo e da donna...

Cromo: Questo anche fuori della parte!

Battaglia (con un gesto donnesco della mano): Maligno!

Sacerdote: Insomma, facciamo di tutto!

Diamante: E non se ne lascia fuori nulla! Quello che non si può più rappresentare, lo si legge.

Spizzi: E la bellezza del lavoro è tanta, che nessuno bada agli attori e agli accessorii che mancano!

Il Conte (a Cotrone): Ma non manca nulla, non stia a credere, non manca nulla! È sempre il gusto maledetto di buttarci a terra da noi stessi!

Cotrone: Io ammiro il suo animo, signor Conte; ma creda che con me non ha bisogno di far valere la bellezza dell'opera e la bontà dello spettacolo. Loro sono stati indirizzati a me da un mio lontano amico, che probabilmente non ha fatto a tempo, o non ha trovato il modo, di comunicare a loro il consiglio ch'io gli davo d'impedire che s'avventurassero fin qua.

Il Conte: Ah sì? Perché?

Spizzi: Nulla da fare qua?

Cromo: Ve lo dicevo io?

Lumachi: Eh, mi pareva assai! Sulle montagne!

Cotrone: Abbiano pazienza; non si perdano d'animo; combineremo qualcosa!

Diamante: Ma dove, scusi? Se qua non c'è niente!

Cotrone: In paese, no, di certo; e se vi avete lasciato la roba, sarà meglio ritirarla.

Il Conte: Ma non c'è un teatro nel paese?

Cotrone: C'è, sì, ma per i topi, signor Conte, è sempre chiuso. Anche se fosse aperto non ci andrebbe nessuno.

Quaquèo: ... pensano d'abbatterlo...

Cotrone: ... Sì, per farci un piccolo stadio...

Quaquèo: ... Per le corse e le lotte...

Mara-Mara: No, no, ho sentito che ci vogliono fare il cinematografo!

Cotrone: Non ci pensi neppure!

Il Conte: E allora dove? Qua non c'è abitato...

Ilse: Dove siamo venuti a sbattere?

Spizzi: Ci hanno raccomandato a lei...

Cotrone: ... e io sono qua, tutto per loro, con questi miei amici. Non si confondano: vedremo, studieremo; troveremo. Intanto, se vogliono entrare nella villa... Saranno stanchi. Provvederemo ad alloggiarli alla meglio per questa sera. La villa è capace.

Battaglia: ... e per un boccone di cena...

Cotrone: Ma sarà bene che prendano un po' regola da noi.

Battaglia: Sarebbe a dire?

Doccia: Fare a meno di tutto e non aver bisogno di nulla.

Quaquèo: Ma non li spaventare!

Battaglia: E quando si ha bisogno di tutto?

Cotrone: Entrino! Entrino!

Battaglia: ... come si fa senza nulla?

Cotrone: Signora Contessa...

Ilse, abbandonata sulla panchina, fa cenno di no col capo.

... lei no?

Quaquèo (a Doccia): Hai visto? Non vuole più entrare.

Il Conte: Sì, più tardi.

A Cotrone:

Ora attenda agli altri, se crede.

Diamante: Ma sei di parere che si debba accettare?

Cromo: Eh, almeno riparati! Che vorresti restare qua all'umido della notte?

Battaglia: E bisognerà pur mangiare qualche cosa!

Cotrone: Ma sì, ma sì! Si troverà. Pensaci tu, Mara-Mara.

Mara-Mara: Sì, sì, venite, venite!

Lumachi: Certo rifare tutta la strada per ritornare al paese non si potrà. Ho il carretto, ma grazie, Io tiro!

Sacerdote (a Battaglia, avviandosi per entrare nella villa): Se mangi poco, dormi meglio.

Battaglia: In principio, sì! ma poi ti comincia lo struggimento, caro mio, che ti rompe il sonno e lo stomaco!

Cotrone (a Lumachi): Il carretto può restare qua fuori. (A Doccia:) Tu Duccio, pensa ad assegnare i posti.

Spizzi: Per la Contessa!

Cromo: Ma ce ne sarà per tutti, si spera!

Milordino: Per tutti, per tutti! Camere ce n'è d'avanzo.

 La Sgricia (a Cotrone): Oh, ma la mia no, la mia, bada, non la cedo a nessuno!

Cotrone: Ma sì, la tua, si sa, sta' tranquilla! C'è l'organo: è la chiesa.

Quaquèo (spingendoli, divertito): Andiamo, su! Andiamo! Ci divertiremo! Io faccio il ragazzino! Ballo come un gatto sulla tastiera dell'organo!

Entrano tutti nella villa, tranne Ilse, il Conte e Cotrone.

Pausa momentanea

II.

Gli ultimi barlumi del crepuscolo si spengono e la luce s'attenua sulla scena. Ora comincia gradatamente l'alba lunare. Cotrone aspetta che tutti gli altri siano entrati nella villa: poi, dopo un breve silenzio, riattaccando con un tono più pacato:

Cotrone: Per la Contessa c'è ancora intatta la camera degli antichi signori della villa: l'unica che abbia ancora la chiave, e l'ho io.

Ilse (ancora seduta, resta in silenzio, assorta; poi, con voce quasi lontana):

Cinque gatti per una gatta:

cinque, pronti, tutti attorno,

che si struggono agguattati

di vederla così spasimare;

ma appena uno si muove,

tutti gli altri gli saltano addosso,

s'azzuffano, si graffiano, si mordono,

scappano, si rincorrono...

Cotrone (piano al Conte): Si ripassa la parte?

Il Conte (piano a Cotrone): No, non è la sua.

Poi, attaccando, con altra voce, dispettosa:

 «Già... già... già ... ».

Ilse:

E sono allora le gatte

che fanno sul capo ai bambini

di questi scherzi? Guardate!

Guardate!

Il Conte:                         «Che debbo guardare?»

Ilse:                                  Qua, questo codino

di capelli accatricchiati.

E subito, con altra voce, quella d'una madre che ripari la testa d'un bambino, premendosela sul seno:

No, figlio mio d'oro!

E quindi, ripigliando con la voce di prima:

lo vedete?

guaj se il pettine

lo tocca,

o la forbice

lo taglia;

il bambino

ne morrebbe...

Cotrone: La Contessa ha una voce che incanta... Io credo che, se volesse entrare un po' nella villa, si sentirebbe subito riconfortata.

Il Conte: Su, Ilse, su, cara, ti riposerai almeno un poco.

Cotrone: Manca forse il necessario, ma di tutto il superfluo abbiamo una tale abbondanza... Stiano a vedere. Anche di fuori. Il muro di questa facciata. Basta ch'io dia un grido...

Si pone le mani attorno alla bocca e grida:

Olà!

Subito al grido la facciata della villa s'illumina d'una fantastica luce d'aurora.

E i muri mandano luce!

Ilse (incantata, come una bambina): Oh bello!

Il Conte: Come ha fatto?

Cotrone: Mi chiamano il mago Cotrone. Vivo modestamente di questi incantesimi. Li creo. E ora, stiano a vedere.

Si rimette le mani attorno alla bocca e grida:

Nero!

Si rifà il tenue barlume lunare di prima, spenta la luce della facciata.

Questo nero la notte pare io faccia per le lucciole, che volando - non s'indovina dove - ora qua ora là vi aprono un momento quel loro languido sprazzo verde. Ebbene, guardino: ... là... là... là...

Appena dice e indica col dito in tre punti diversi, dove indica, s'aprono, per un momento, fin laggiù in fondo alle falde della montagna, tre apparizioni verdi, come di larve evanescenti.

Ilse: Oh, Dio, com'è?

Il Conte: Che sono?

Cotrone: Lucciole! Le mie. Di mago. Siamo, qua come agli orli della vita, Contessa. Gli orli, a un comando, si distaccano; entra l'invisibile: vaporano i fantasmi. È cosa naturale. Avviene, ciò che di solito [accade] nel sogno. Io lo faccio avvenire anche nella veglia. Ecco tutto. I sogni, la musica, la preghiera, l'amore... tutto l'infinito ch'è negli uomini, lei lo troverà dentro e intorno a questa villa.

La Sgricia, a questo punto, si ripresenta irritata sulla soglia.

La Sgricia: Cotrone, vedrai che l'Angelo Centuno non vorrà più venire a visitarci, te ne avverto!

Cotrone: Ma sì, che verrà, Sgricia, non temere! Avvicinati...

La Sgricia (avvicinandosi): Coi discorsi che sento fare di là da tutti quei diavoli!

Cotrone: E tu non sai che non bisogna aver paura delle parole?

Presentandola:

Ecco quella che prega per tutti noi. La Sgricia dell'Angelo Centuno. È venuta a vivere qua con noi, dacché la Chiesa non volle ammettere il miracolo che le fece l'Angelo che si chiama Centuno.

Ilse: Centuno?

Cotrone: Sì, perché ha in custodia cento anime del Purgatorio e lui le guida ogni notte a sante imprese.

Ilse: Ah sì? E che miracolo?

Cotrone (alla Sgricia): Su, Sgricia, narralo, narralo alla signora Contessa!

La Sgricia (accigliata): Tu non vorrai crederlo.

Ilse: Sì, sì, che lo crederò.

Cotrone: Nessuna può esser più disposta a crederlo della Contessa. Fu in una gita che le toccò fare a un paese vicino, dove abitava una sua sorella...

A questo punto come se si formasse in alto nell'aria una Voce - insulsa, d'eco, ma chiara - dirà:

Voce: Paese di mala fama, come ce n'è ancora purtroppo in quest'isola selvaggia.

La Contessa e il Conte, stupiti, non sanno dove guardare.

Cotrone (subito, per tranquillarli): Niente, sono voci. Non si spaventino! Ora spiegherò...

Voce (dal cipresso): S'ammazza un uomo come una mosca.

La Contessa (atterrita): Oh Dio! Chi parla?

Il Conte: Da dove vengono queste voci?

Cotrone: Non si turbi! Non si turbi, Contessa! Si formano nell'aria. Spiegherò.

La Sgricia: Sono gli assassinati! Udite? Udite?

Cotrone, di nascosto, sorridendo, fa cenno di no con la mano alla Contessa, come per dire alle spalle della Sgricia: «Non ci creda, si fa per lei!». Ma la Sgricia se n'accorge, e s'adira:

Come no? Sì. Il bambino!

Cotrone (premuroso, facendo la parte): Il bambino, già, il bambino...

E subito a Ilse.

Si racconta d'un carrettiere, Contessa, che, dopo aver fatto montare sul carretto un ragazzino incontrato di notte per lo stradone, da queste parti, sentendogli sonare in tasca due o tre soldini, lo uccise nel sonno, per comprarsi il tabacco appena arrivato al paese; buttò il cadaverino dietro la siepe, e arrì, a passo, cantando, seguitò ad andare sotto le stelle del cielo -

La Sgricia (terribile): - sotto gli occhi di Dio che lo guardavano! E tanto lo guardarono, che sapete che fece l'assassino? arrivato all'alba, invece di recarsi dal padrone, si fermò al posto di guardia, e con quei soldi del bambino nella mano insanguinata si denunziò da sé, come se un altro parlasse per bocca sua. Vedete che può Dio?

Cotrone: Con questa fede, lei non ebbe paura d'avviarsi di notte...

La Sgricia: Ma che di notte! Non mi dovevo avviar di notte, mi dovevo avviare all'alba. Fu il mio vicino, a cui avevo chiesto in prestito l'asinella.

Cotrone: L'aveva chiesta in moglie, quel contadino.

La Sgricia: Questo non c'entra! Col pensiero d'approntarmi l'asinella per l'alba, a mezzo della notte si svegliò: c'era chiaro di luna; gli parve l'alba. M'accorsi subito, guardando il cielo, che quella non era luce di giorno, ma la luna. Vecchia, mi feci il segno della croce; montai, e via. Ma quando fui sullo stradone... di notte... tra le campagne... le ombre paurose... in quel silenzio che spegneva nella polvere perfino il rumore degli zoccoli dell'asinella... e quella luna... e la via lunga e bianca... mi tirai sugli occhi la mantellina, e così riparata, fosse la debolezza o la lentezza del cammino, o che o come, fatto si è che mi trovai a un certo punto, come svegliandomi, tra due lunghe file di soldati...

Cotrone (come a conciliar l'attenzione, ora che viene il punto dei miracolo): Ecco, ecco...

La Sgricia (seguitando): Andavano ai due fianchi dello stradone quei soldati, e in testa, davanti a me, nel mezzo, su un cavallo bianco maestoso, il Capitano. Mi sentii tutta riconfortare a quella vista e ringraziai Dio che proprio in quella notte del mio viaggio avesse disposto che quei soldati dovessero recarsi anche loro alla Favara. Ma perché così in silenzio? Giovanotti di vent'anni... una vecchia in mezzo a loro su quell'asinella... non ne ridevano; non si sentivano nemmeno camminare; non sollevavano neppure un po' di polvere... Perché? Com'era? Lo seppi, quando fu l'alba, in vista del paese. Il Capitano mi fermò sul gran cavallo bianco; aspettò ch'io con la mia asinella lo raggiungessi. «Sgricia, sono l'Angelo Centuno» mi disse «e queste che t'hanno scortata fin qua sono le anime del Purgatorio. Appena arrivata, mettiti in regola con Dio, ché prima di mezzogiorno tu morrai.» E scomparve con la santa scorta.

Cotrone (subito): Ma ora viene il meglio! Quando la sorella la vide arrivare, bianca, stralunata...

La Sgricia: «Che hai?» mi gridò. E io: «Chiamami un confessore». «Ti senti male?» «Prima di mezzogiorno, morirò.»

Apre le braccia...

E difatti...

Si china a guardar negli occhi la Contessa e le domanda:

Tu forse ti credi ancora viva?

Le fa con l'indice un segno di no davanti alla faccia.

Voce (da dietro al cipresso): Non stare a crederlo!

La vecchietta con un sorriso d'approvazione fa un segno alla Contessa che significa: «Senti che te lo dice ?»; e così sorridente e soddisfatta rientra nella villa.

Ilse (si volge prima verso il cipresso, poi guarda Cotrone). Si crede morta?

Cotrone: In un altro mondo, Contessa, con tutti noi...

Ilse (turbatissima): Che mondo? E queste voci?

Cotrone: Le accolga! Non cerchi di spiegarsele! Potrei...

Il Conte: Ma sono combinate?

Cotrone (al Conte): Se la ajutano a entrare in un'altra verità, lontana dalla sua, pur così labile e mutevole...

alla Contessa

rimanga, rimanga così lontana e si provi un po' a guardare come questa vecchietta che ha veduto l'Angelo. Non bisogna più ragionare. Qua si vive di questo. Privi di tutto, ma con tutto il tempo per noi: ricchezza indecifrabile, ebollizione di chimere. Le cose che ci stanno attorno parlano e hanno senso soltanto nell'arbitrario in cui per disperazione ci viene di cangiarle. Disperazione a modo nostro, badiamo! Siamo piuttosto placidi e pigri; seduti, concepiamo enormità, come potrei dire? mitologiche; naturalissime, dato il genere della nostra esistenza. Non si può campare di niente; e allora è una continua sborniatura celeste. Respiriamo aria favolosa. Gli angeli possono come niente calare in mezzo a noi; e tutte le cose che ci nascono dentro sono per noi stessi uno stupore. Udiamo voci, risa; vediamo sorgere incanti figurati da ogni gomito d'ombra, creati dai colori che ci restano scomposti negli occhi abbacinati dal troppo sole della nostra isola. Sordità d'ombra non possiamo soffrirne. Le figure non sono inventate da noi; sono un desiderio dei nostri stessi occhi.

Sta in ascolto.

Ecco. La sento venire.

Grida

Maddalena!

Poi, indicando

Là sul ponte.

Appare sul ponte Maria Maddalena, illuminata di rosso da una lampadina che tiene in mano. È giovine, fulva di capelli, di carne dorata. Veste di rosso, alla paesana e appare come una fiamma.

Ilse: Oh Dio, chi è?

Cotrone: La «Dama rossa». Non tema! Di carne e d'ossa, Contessa. Vieni, vieni, Maddalena.

E mentre Maria Maddalena s'appressa, aggiunge:

Una povera scema, che sente ma non parla; è sola, senza più nessuno, e vaga per le campagne; gli uomini se la prendono, e ignora fino all'ultimo ciò che pur tante volte le è avvenuto; lascia sull'erba le sue creature. Eccola qua. Ha sempre così, sulle labbra e negli occhi il sorriso del piacere che si prende e che dà. Viene quasi ogni notte a trovare rifugio da noi, nella villa. Va', va', Maddalena.

Maria Maddalena, sempre col suo sorriso, dolce sulle labbra ma quasi velato di pena negli occhi, china più volte il capo, ed entra nella villa.

Ilse: E questa villa di chi è?

Cotrone: Nostra e di nessuno. Degli Spiriti.

Il Conte: Come, degli Spiriti?

Cotrone: Sì. La villa ha fama d'essere abitata dagli Spiriti. E fu perciò abbandonata dagli antichi padroni, che per terrore scapparono anche dall'isola, ora è gran tempo.

Ilse: Voi non credete agli Spiriti...

Cotrone: Come no? Li creiamo!

Ilse: Ah, li create...

Cotrone: Perdoni, Contessa, non m'aspettavo da lei che mi dovesse dire così. Non è possibile che non ci creda anche lei, come noi. Voi attori date corpo ai fantasmi perché vivano - e vivono! Noi facciamo al contrario: dei nostri corpi, fantasmi: e li facciamo ugualmente vivere. I fantasmi... non c'è mica bisogno d'andarli a cercare lontano: basta farli uscire da noi stessi. Lei si disse larva di quella che fu?

Ilse: Eh, più di così ...

Cotrone: Ecco. Quella che fu. Basta farla uscir fuori. Crede che non le viva ancora dentro? Non vive forse il fantasma del giovine che s'uccise per lei? Lei lo ha in sé.

Ilse: In me ...

Cotrone: E io potrei farglielo apparire. Guardi, è là dentro.

Indica la villa.

Ilse (alzandosi, con raccapriccio): No!

Cotrone: Eccolo!

Appare sulla soglia della villa Spizzi che s'è camuffato da giovane poeta, a somiglianza di quello che s'uccise per la Contessa, servendosi del vestiario trovato nello strambo guardaroba della villa per le apparizioni: sulle spalle un mantello nero, di quelli che un tempo si portavano sui frak; attorno al collo una sciarpa bianca, di seta; in capo, il gibus. Tiene nascosta nelle mani che reggono da dentro con elegante rigonfio i due lembi del mantello, una lanterna elettrica che gl'illumina il volto da sotto in sù, spettralmente. La Contessa, appena lo vede, dà un grido e si rovescia sulla panca, nascondendo la faccia.

Spizzi (accorrendo a lei): Ma no, Ilse... Dio mio... Ho voluto fare uno scherzo...

Il Conte: Ah, tu! Spizzi! è Spizzi, Ilse...

Cotrone: Uscito da sé, per farsi vedere come un fantasma!

Il Conte (adirato): Ma che dice lei ancora?

Cotrone: La verità!

Spizzi: Io ho scherzato!

Cotrone: E io ho sempre inventate le verità, caro signore! e alla gente è parso sempre che dicessi bugie. Non si dà mai il caso di dirla, la verità, come quando la s'inventa. Ecco la prova!

Indica Spizzi.

Scherzato? Lei ha obbedito! Le maschere non si scelgono a caso. Ed ecco altre prove... altre prove...

Entrano in iscena dalla porta della villa camuffati e ciascuno variamente illuminato dalla propria lanterna colorata nascosta in mano, Diamante, il Battaglia, il Lumachi e Cromo, secondo la presentazione che ne farà Cotrone. Tutti gli altri li seguiranno.

Lei (prendendo per mano Diamante) si intende, parata da Contessa...

(al Conte:

Copriva lei forse, signor Conte, qualche carica a corte?

Il Conte (stonato): Io no, perché?

Cotrone (indicando l'abito di Diamante): Perché è propriamente un abito di Dama di Corte...

volgendosi a Battaglia

E lei, come una tartaruga nella scaglia, s'è trovato a casa in quest'abito di vecchia bacchettona.

Indicando ora il Lumachi, che s'è messa addosso una pelle d'asino con la testa di cartone.

E lei ha pensato all'asino che le manca...

Poi, andando a stringere la mano a Cromo:

E lei s'è camuffato da Pascià, mi congratulo: si vede che ha buon cuore...

Il Conte: Ma ch'è questa carnevalata?

Cromo: C'è là dentro

indica la villa

tutto un arsenale per le apparizioni!

Lumachi: Bisogna vedere che costumi! Non ne ha di più un vestiarista!

Cotrone: E ciascuno è andato a prendersi la maschera che più gli s'addiceva!

Spizzi: Ma no, io l'ho fatto...

Il Conte (irritato): Per uno scherzo?

Indicando l'abito che ha indossato.

Ti pare il modo di scherzare travestito così?

Ilse: Ha obbedito...

Il Conte: A chi?

Ilse (indicando Cotrone): A lui che fa il mago, non hai inteso?

Cotrone: No, Contessa...

Ilse: Stia zitto, lo so! - Lei, inventa la verità?

Cotrone: Non ho mai fatto altro in vita mia! Senza volerlo, Contessa. Tutte quelle verità che la coscienza rifiuta. Le faccio venir fuori dal segreto dei sensi, o a seconda, le più spaventose, dalle caverne dell'istinto. Ne inventai tante al paese, che me ne dovetti scappare, perseguitato dagli scandali. Mi provo ora qua a dissolverle in fantasmi, in evanescenze. Ombre che passano. Con questi miei amici m'ingegno di sfumare sotto diffusi chiarori anche la realtà di fuori, versando, come in fiocchi di nubi colorate, l'anima, dentro la notte che sogna.

Cromo: Come un fuoco d'artifizio?

Cotrone: Ma senza spari. Incanti silenziosi. La gente sciocca n'ha paura e si tiene lontana; e così noi restiamo qua padroni. Padroni di niente e di tutto.

Cromo: E di che vivete?

Cotrone: Così. Di niente e di tutto.

Doccia: Non si può aver tutto, se non quando non si ha più niente.

Cromo (al Conte): Ah, senti? Quest'è proprio il caso nostro! Dunque noi abbiamo tutto?

Cotrone: Eh, no, perché vorreste avere ancora qualche cosa. Quando davvero non vorrete avere più niente, allora sì.

Mara-Mara: Senza letto si può donnire...

Cromo: ... male...

Mara-Mara: ... ma si dorme!

Doccia: Chi ti può impedire il sonno, quando Dio che ti vuol sano te lo manda, come una grazia, con la stanchezza? Allora dormi, anche senza letto!

Cotrone: E ci vuol la fame, eh Quaquèo? perché un tozzo di pane ti dia la gioja del mangiare, come non te la potranno mai dare, sazio o disappetente, tutti i cibi più prelibati.

Quaquèo sorridendo e assentendo col capo, fa con la mano sul petto il gesto dei bambini quando vogliono mostrare che gustano qualcosa.

Doccia: E solo quando non hai più casa, tutto il mondo diventa tuo. Vai e vai, poi t'abbandoni tra l'erba al silenzio dei cieli; e sei tutto e sei niente... e sei niente e sei tutto.

Cotrone: Ecco come parlano i mendicanti, gente sopraffina, Contessa, e di gusti rari, che han potuto ridursi alla condizione di squisito privilegio, che è la mendicità. Non c'è mendicanti mediocri. I mediocri son tutti sennati e risparmiatori. Doccia è il nostro banchiere. Accumulò per trent'anni quel soldo di più con cui gli uomini importunati si pagano il lusso della carità, ed è venuto qua ad offrirlo alla libertà dei sogni. Paga tutto lui.

Doccia: Eh, ma se non ci andate piano...

Cotrone: Fa l'avaro, perché duri di più.

Gli altri scalognati (ridendo): È vero! E vero!

Cotrone: Potevo essere anch'io, forse, un grand'uomo, Contessa. Mi sono dimesso. Dimesso da tutto: decoro, onore, dignità, virtù, cose tutte che le bestie, per grazia di Dio, ignorano nella loro beata innocenza. Liberata da tutti questi impacci, ecco che l'anima ci resta grande come l'aria, piena di sole o di nuvole, aperta a tutti i lampi, abbandonata a tutti i venti, superflua e misteriosa materia di prodigi che ci solleva e disperde in favolose lontananze. Guardiamo alla terra, che tristezza! C'è forse qualcuno laggiù che s'illude di star vivendo la nostra vita; ma non è vero. Nessuno di noi è nel corpo che l'altro ci vede; ma nell'anima che parla chi sa da dove; nessuno può saperlo: apparenza tra apparenza, con questo buffo nome di Cotrone... e lui, di Doccia... e lui, di Quaquèo... Un corpo è la morte: tenebra e pietra. Guaj a chi si vede nel suo corpo e nel suo nome. Facciamo i fantasmi. Tutti quelli che ci passano per la mente. Alcuni sono obbligati. Ecco, per esempio quello della Scozzese con l'ombrellino.

indica Mara-Mara

O quello del Nano con la cappa turchina.

Quaquèo fa cenno che è suo attributo particolare.

Specialità della villa. Gli altri son tutti di nostra fantasia. Con la divina prerogativa dei fanciulli che prendono sul serio i loro giuochi, la maraviglia ch'è in noi la rovesciamo sulle cose con cui giochiamo, e ce ne lasciamo incantare. Non è più un gioco, ma una realtà maravigliosa in cui viviamo, alienati da tutto, fino agli eccessi della demenza. Ebbene, signori, vi dico come si diceva un tempo ai pellegrini: sciogliete i calzari e deponete il bordone. Siete arrivati alla vostra mèta. Da anni aspettavo qua gente come voi per far vivere altri fantasmi che ho in mente. Ma rappresenteremo anche la vostra «Favola del figlio cambiato», come un prodigio che s'appaghi di sé, senza più chiedere niente a nessuno.

Ilse: Qua?

Cotrone: Solo per noi.

Cromo: C'invita a restare qua per sempre, Pon senti?

Cotrone: Ma sì! Che andate più cercando in mezzo agli uomini? Non vedete che n'avete avuto?

Quaquèo e Milordino: Restate, sì! Qua con noi! Qua con noi!

Doccia: Oh! Son otto!

Lumachi: Io per me ci sto!

Battaglia: Il posto è bello...

Ilse: Vuol dire che andrò io sola, a leggere, se non più a rappresentare la Favola.

Spizzi: Ma no, Ilse - resti chi vuole - io ti seguirò sempre!

Diamante: Anch'io!

al Conte

Puoi sempre contare su me!

Cotrone: Comprendo che la Contessa non può rinunziare alla sua missione.

Ilse: Fino all'ultimo.

Cotrone: Non vuole neanche lei che l'opera viva per se stessa - come potrebbe soltanto qua.

Ilse: Vive in me; ma non basta! Deve vivere in mezzo agli uomini!

Cotrone: Povera opera! Come il poeta non ebbe da lei l'amore, così l'opera non avrà dagli uomini la gloria. Ma basta. Ora è tardi e sarà bene andare a riposare. Poiché la Contessa rifiuta, ho un'idea; ve la proporrò domani all'alba.

Il Conte: Che idea?

Cotrone: Domani all'alba, signor Conte. Il giorno è abbagliato; la notte è dei sogni e solo i crepuscoli sono chiaroveggenti per gli uomini. L'alba, per l'avvenire; il tramonto, per il passato.

Alza un braccio per indicare l'entrata della villa.

A domani!

Tela

III.

L'arsenale delle apparizioni: vasto stanzone nel mezzo della villa con quattro usci, due di qua e due di là, come se vi s'accedesse da due corridoj paralleli. La parte di fondo, liscia e sgombra, diventerà ai momenti indicati trasparente, e si vedrà allora di là, come in sogno, prima un cielo d'aurora, corso da nuvole bianche; poi la falda della montagna in dolce pendio, d'un tenerissimo verde, con alberi attorno a una vasca ovale; infine (ma questo di poi, durante la seguente prova generale della «Favola del figlio cambiato») una bella marina col porto e la torre del faro. L'interno dello stanzone è occupato in apparenza dalle più strambe masserizie, mobili che non sono mobili ma grossi giocattoli sciupati e impolverati; tutto però sarà invece preparato e predisposto per comporre a un comando in un batter d'occhio le scene della «Favola del figlio cambiato». Si vedranno inoltre strumenti musicali, un pianoforte, un trombone, un tamburo e cinque colossali birilli con facce umane per capocchie. E, posati goffamente sulle sedie, molti fantocci: tre marinaj, due sgualdrinelle, un vecchietto in finanziera e capelluto, un'arcigna vivandiera.

Al levarsi della tela la scena apparirà rischiarata, non si sa come né donde, da una luce innaturale. I fantocci, posati sulle sedie, assumeranno in questa luce parvenze umane che faranno senso, pur scoprendosi fantocci per l'immobilità delle loro maschere. Dal primo uscio a sinistra entrerà in atto di fuggire Ilse, seguita dal Conte che cercherà di trattenerla.

Ilse: No, voglio andar fuori, ti dico.

Fermandosi d'un tratto sorpresa e quasi spaventata.

Dove siamo qua?

Il Conte (restando anche lui): Uhm! Sarà forse quello che dicevano l'arsenale delle apparizioni.

Ilse: E questa luce? Di dove viene?

Il Conte (indicando i fantocci): Ma guarda quei là. Sono fantocci?

Ilse: Pajono veri -

Il Conte: - già, e che facciano finta di non vederci. Ma oh, guarda, si direbbero fatti apposta per noi, per coprire i vòti della Compagnia: «il vecchio del pianofortino», guarda, e quella «La Padrona del Caffè», e i tre «Marinaretti» che non riusciamo mai a trovare.

Ilse: Li avrà preparati lui.

Il Conte: Lui? E che ne sa lui?

Ilse: Gli ho dato da leggere la Favola.

Il Conte: Ah. Allora si spiega. Ma, fantocci, che ce ne facciamo? Non parlano. Io non riesco ancora a capire dove siamo capitati. E in quest'incertezza vorrei almeno sentire che tu -

le s'appressa e fa per toccarla, timido e tenero.

Ilse (scattando e sbuffando): Oh Dio, di dove s'uscirà?

Il Conte: Ma vorresti davvero andar fuori?

Ilse: Sì sì, via! via!

Il Conte: Via dove?

Ilse: Non lo so, fuori, all'aperto.

Il Conte: Di notte? È notte alta; dormono tutti; vuoi esporti a quest'ora?

Ilse: Ho orrore su di quel letto.

Il Conte: Sì, è orribile, capisco, così alto.

Ilse: - con quell'imbottita viola, mangiata dalle tarme.

Il Conte: - ma, dopo tutto, è un letto.

Ilse: Vacci a dormir tu: io non posso.

Il Conte: E tu?

Ilse: C'è fuori quella panchina davanti all'entrata.

Il Conte: Ma avrai più paura, sola, fuori: su almeno sarai con me.

Ilse: Ho paura proprio di te, caro, solo di te, lo vuoi capire?

Il Conte (restando): Di me? Perché?

Ilse: Perché ti conosco. E ti vedo. Mi segui come un mendicante.

Il Conte: Non dovrei starti vicino?

Ilse: Ma non così! guardandomi così! Mi sento tutta, non so, come appiccicata; sì, sì, da questa tua mollezza di timidità supplichevole. L'hai negli occhi, nelle mani.

Il Conte (mortificato): Perché ti amo...

Ilse: Grazie caro! Tu hai la specialità di pensarci, sempre nei luoghi dove non dovresti, o quando più mi sento morta. Il meno che posso fare è scapparmene. Mi metterei a gridare come una pazza. Oh! bada che è un'orribile usura la tua.

Il Conte: Usura?

Ilse: Usura. Usura. Ti vuoi riprendere in me tutto quello che hai perduto?

Il Conte: Ilse! Come puoi pensare una cosa simile?

Ilse: Ah! sì! Ora obbligami anche a chiedertene scusa.

Il Conte: Io? Ma che dici? Non ho perduto nulla io, non penso d'aver perduto nulla, se ho ancora te. La chiami usura, questa?

Ilse: Orribile. Insopportabile. Mi cerchi sempre negli occhi. Non posso soffrirlo!

Il Conte: Ti sento lontana: ti vorrei richiamare -

Ilse: - sempre a una cosa -

Il Conte (offeso): - no! a quella che fosti un giorno per me -

Ilse: - ah, un giorno! quando? mi sai dire in quale altra vita? Ma davvero puoi vederla ancora in me quella che fui?

Il Conte: E non sei ancora, sempre, la mia Ilse?

Ilse: Non riconosco più nemmeno la mia voce. Parlo, e la mia voce, non è quella degli altri, tutti i rumori, li sento come se nell'aria, non so, non so, si fosse fatta una sordità, per cui tutte le parole mi diventano crudeli. Risparmiamele, per carità!

Il Conte (dopo una pausa): Dunque è vero.

Ilse: Che è vero?

Il Conte: Che sono solo. Non mi ami più.

Ilse: Ma come non ti amo più, sciocco, che dici? se non mi so più vedere senza di te? Io ti dico, caro, di non pretenderlo: perché lo sai, Dio mio, lo sai come m'è solo possibile: quando non ci pensi nemmeno. Bisogna sentirlo, caro, senza pensarci. Via, via, sii ragionevole.

Il Conte: Eh lo so che non dovrei mai pensare a me.

Ilse: Dici che vuoi il bene degli altri!

Il Conte: Ma il mio anche, qualche volta! Se avessi potuto immaginare...

Ilse: Io non so più nemmeno rimpiangere nulla.

Il Conte: No, dico che il tuo sentimento...

Ilse: Ma è lo stesso, sempre lo stesso!

Il Conte: No, non è vero. Prima...

Ilse: Sei proprio sicuro di prima? che il mio sentimento sarebbe durato in quelle altre condizioni? Così almeno dura, come può. Ma non vedi dove siamo? È un miracolo se, a toccarci, non ci sentiamo mancare sotto le mani perfino la certezza del nostro stesso corpo.

Il Conte: È ben per questo.

Ilse: Che, per questo?

Il Conte: Che vorrei almeno sentirti vicina.

Ilse: E non sono qua con te?

Il Conte: Sarà il momento. Mi sento veramente smarrito. Non so più dove siamo né dove si va.

Ilse: Non si può più tornare indietro.

Il Conte: E non vedo più avanti una via.

Ilse: Quest'uomo qua dice che inventa la verità...

Il Conte: Eh sì, facile, la inventa, lui...

Ilse: La verità dei sogni, dice, più vera di noi stessi.

Il Conte: Altro che sogni!

Ilse: E davvero non c'è sogno, guarda, più assurdo di questa verità: che noi siamo qua stanotte, e che questo sia vero. Se ci pensi, se ci lasciamo prendere, è la pazzia.

Il Conte: Ho paura che ci siamo lasciati prendere già da un pezzo noi. Cammina cammina, ci siamo arrivati. Penso quando scendemmo per l'ultima volta la scala del nostro palazzo, ossequiati. Avevo in braccio la Riri, poverina. Tu non ci pensi mai, io sempre. Con tutto quel pelo bianco di seta!

Ilse: Se dovessimo pensare a tutto quello che s'è perduto!

Il Conte: Quanti lumi e doppieri in quella scala di marmo! Eravamo, scendendo, così lieti e fidenti, che a trovar fuori il freddo, la pioggia e tutta quella bruma nera...

Ilse (dopo una pausa): Eppure, credi che in fondo noi abbiamo perduto ben poco, anche se materialmente era tanto. Se la ricchezza c'è servita per comperarci questa povertà, non ci dobbiamo avvilire.

Il Conte: E lo dici a me, Ilse? Io te l'ho sempre detto: tu non ti devi avvilire!

Ilse: Sì sì; ora andiamo; tu sei buono; ritorniamo su. Forse ora potrò un po' riposare.

Escono per lo stesso uscio da cui sono entrati. Appena usciti, i fantocci si chinano, appoggiano  le mani sui ginocchi e rompono in una sghignazzata.

I fantocci: - Come se le complicano, Dio come se le complicano le cose!

- E poi finiscono per fare -

- quello che avrebbero fatto naturalmente -

- senza tante complicazioni!

Il trombone fa da sé con tre brevi borbottii un commento ironico; il tamburo, da sé, senza bacchette, agitandosi come uno staccio, crépita, in segno d'approvazione e, durante il crepitio, balzano ritti coi loro testoncini sguajati i cinque birilli. Allora i fantocci si ributtano indietro con un'altra sghignazzata sull'«e», se la prima è stata sull'«o». Cessano d'un tratto, ricomponendosi negli atteggiamenti di prima, appena l'uscio in fondo a destra s'apre ed entra esultante la Sgricia, annunziando:

La Sgricia: L'Angelo Centuno! L'Angelo Centuno! Viene a prendermi con tutta la sua scorta! Eccolo! Eccolo! In ginocchio tutti! In ginocchio!

Al comando, i fantocci s'inginocchiano da sé, mentre la grande parete di fondo s'illumina e diventa trasparente. Si vedranno sfilare, alate, in due file, le anime del Purgatorio in forma d'angeli e avranno in mezzo su un cavallo bianco maestoso l'Angelo Centuno. Un coro sommesso di voci bianche accompagnerà la sfilata:

Con l'armi della pace,

quando tutto tace, fede e carità,

è Dio che porta ajuto

a chi sia combattuto,

a chi ramingo va.

Quando la sfilata sta per terminare, la Sgricia si alza per seguirla, uscendo dal secondo uscio a sinistra che rimane aperto dopo la sua uscita. Dietro l'ultima coppia delle anime, man mano che procede, la parete di fondo si va facendo opaca. Dura ancora un poco, sempre più affievolendosi, la musica: e i fantocci a uno a uno si rialzano e si ributtano inerti sulle sedie. Poco dopo dall'uscio rimasto aperto entra di spalle Cromo con aspetti cangianti, come avviene nei sogni: in principio, la sua faccia: poi la maschera dell'«Avventore» e il naso del «Primo Ministro» nella «Favola del figlio cambiato». Pare che cerchi, pur così indietreggiando per spavento, un filo di suono di cui non riesca più a trovare la provenienza: l'ha udito, ne è certo; gli è parso che provenisse dal pozzo là in fondo al corridojo. Entra intanto dal primo uscio a destra Diamante sotto le vesti della fattucchiera «Vanna Scoma», con la maschera sollevata sul capo; scorge Cromo e lo chiama:

Diamante: Cromo!

E, appena Cromo si volta:

Oh, e che faccia fai?

Cromo: Io? Che faccia fo? Tu, piuttosto: sei vestita da Vanna Scoma e hai dimenticato d'abbassarti la maschera sul volto.

Diamante: Non mi far ridere: io, da Vanna Scoma? Sei tu invece vestito da «Avventore» e porti intanto il naso del «Primo Ministro». Io sono ancora parata da Dama di Corte e mi sto spogliando; ma sai che temo d'avere inghiottito uno spillo?

Cromo: Inghiottito? È grave!

Diamante (indicando la gola): Me lo sento qua!

Cromo: Ma scusa, ti credi davvero vestita ancora da Dama di Corte?

Diamante: Mi sto spogliando, ti dico; e appunto, spogliandomi...

Cromo: Ma che spogliandoti, guardati addosso, tu sei vestita da «Vanna Scoma»!

E come quella china il capo per guardarsi l'abito, subito con una ditata abbassandole sul volto anche la maschera:

E questa è la maschera!

Diamante (portandosi una mano alla gola): Oh Dio, non posso più parlare!

Cromo: Per lo spillo? Ma sei proprio sicura d'averlo inghiottito?

Diamante: L'ho qua! qua!

Cromo: Lo tenevi tra i denti nello spogliarti?

Diamante: Ma no! Mi pare che l'abbia inghiottito proprio ora. E ho anzi il dubbio che fossero due.

Cromo: Spilli?

Diamante: Spilli! Spilli! Sebbene l'altro, io non so... l'ho forse sognato! O che sia stato prima del sogno? Il fatto è che me lo sento qua.

Cromo: Ci sono: tu l'avrai sognato per questo: che ti senti pungere la gola. Scommetto che hai le tonsille infiammate, con qualche puntina bianca.

Diamante: Può darsi. L'umido, lo strapazzo.

Cromo: Avrai anche la febbre.

Diamante: Forse.

Cromo (con lo stesso tono, breve, pietoso): Crepa.

Diamante (rivoltandosi): Crepa tu!

Cromo: L'unica è di crepare, cara mia, con la vita che stiamo facendo!

Diamante: Spilli nella veste, sì, ce n'era uno, tutto arrugginito; ma ricordo d'averlo strappato e buttato via; non me lo son messo tra i denti. E poi, se non son più vestita da Dama di Corte...

Sopraggiunge a precipizio dal primo uscio a sinistra, spiritato, Battaglia.

Battaglia: Oh Dio, ho visto! ho visto, ho visto!

Diamante: Che hai visto?

Battaglia: Nel muro di là; uno spavento!

Cromo: Ah se tu dici che «hai visto», allora è vero: anch'io; anch'io «ho udito»!

Diamante: Che cosa? Non mi fate spaventare! Ho la febbre!

Cromo: Là in fondo al corridojo: dove c'è il collo del pozzo, là: una musica! una musica!

Diamante: Musica?

Cromo (prendendoli, uno per mano): Ecco, venite.

Diamante e Battaglia (a un tempo, tirandosi indietro): - Ma no, sei matto! - Che musica?

Cromo: Bellissima! Venite con me! Musica... che paura avete?

Vanno verso il fondo in punta di piedi.

Ma bisogna trovare il punto giusto. Dev'essere qua. L'ho sentita, c'è poco da dire. Come dall'altro mondo. Viene di fondo a quel pozzo là, vedete?

Indica di là dal secondo uscio a sinistra.

Diamante: Ma che musica?

Cromo: Un concerto di paradiso. Ecco, aspettate. Prima era così: m'allontanavo e non lo sentivo più; mi accostavo troppo e non lo sentivo più; Poi, tutt'a un tratto, infilando giusto... Ecco qua, fermi! Sentite? Sentite?

Si ode difatti, ma come in sordina, un blando soavissimo concerto. I tre, in fila, protesi, stanno ad ascoltare in estasi e sgomenti.

Diamante: Oh Dio, è vero!

Battaglia: Non sarà la Sgricia che suona l'organo?

Cromo: Ma che! No. Non è cosa terrena. E se ci scostiamo d'un passo, ecco, non si sente più.

Difatti, appena si scostano, la musica cessa.

Diamante: No, ancora! ancora! sentiamo ancora!

Si rimettono al posto di prima e riodono la musica.

Cromo: Ecco: di nuovo.

Stanno un po' a sentire: poi viene avanti con gli altri due e la musica cessa.

Battaglia: Mi sento tutto spalancare dallo spavento.

Cromo: In questa villa davvero ci si vede e ci si sente.

Battaglia: Vi dico che io ho visto! Il muro di là! S'apriva!

Diamante: S'apriva?

Battaglia: Sì, e spuntava il cielo!

Diamante: Non era la finestra?

Battaglia: No: la finestra era di qua: chiusa. Dirimpetto a me, non c'era finestra. E s'è aperto: oh! un chiaro di luna come nessuno ha mai visto l'uguale, dietro un sedile di pietra, lungo, con ciuffi d'erba che si stagliavano fino a poter contare le foglie a una a una. Veniva quella scema vestita di rosso, che sorride e non parla, e si sedeva su quel sedile, e poi veniva tutto smorfioso un nanetto.

Cromo: - Quaquèo?

Battaglia: - No, Quaquèo; uno davvero, con la cappa color di tortora fino ai piedi e dondolante come una campana: e su, il testoncino, e la faccia come dipinta col mosto: porgeva alla donna un cofanetto che luccicava tutto; poi scavalcava il sedile come per andarsene, ma si nascondeva là dietro e ogni tanto alzava la testa a spiare, malizioso, se quella cedeva alla tentazione; ma quella - immobile - a capo chino, gli occhi intenti e la bocca sorridente, col cofanetto lì sulle mani. Ma sai che le vedevo perfino i denti, appena, tra le labbra, schiuse al sorriso?

Cromo: Non l'hai sognata?

Battaglia: Ma che! Visto, visto come ora sto vedendo voi due!

Diamante: Oh Dio, Cromo, e allora lo spillo, io, temo d'averlo inghiottito davvero.

Cromo (colto da un'idea improvvisa): Aspettate, aspettate qua: ho un'idea: vado nella mia camera e torno!

Esce dall'uscio da cui è entrato.

Diamante (stordita, a Battaglia): Perché va nella sua camera?

Battaglia: Non so... Tremo tutto... non ti scostare... Oh, non ti pare che si siano mossi quei fantocci là?

Diamante: L'hai visti muovere?

Battaglia: Uno - m'è parso che si sia mosso...

Diamante: Ma no, stan lì posati!

Rientra Cromo, esultante, come un ragazzo in vacanza.

 Cromo: Ecco! Mi pareva assai! Ne avevo il sospetto! Non siamo noi, qua, veramente, non siamo noi!

Battaglia: Come non siamo noi?

Cromo: Allegri! allegri! Non è niente! Fate silenzio. Andate, andate a vedere anche voi nelle vostre camere e vi convincerete!

Diamante: Di che? Che non siamo noi?

Battaglia: Che hai visto tu nella tua camera?

Diamante: E chi siamo allora?

Cromo: Andate e vedrete! È da ridere! andate!

Appena i due escono dagli usci per cui sono prima entrati, i fantocci si rizzano stirandosi ed esclamano:

I fantocci: - Uh, finalmente! -

- Manco male che alla fine l'avete capita!

- Ce n'è voluto!

- Non se ne poteva più!

Cromo (stupito dapprima nel vederli rizzare, ma poi ammettendone la ragione): Oh, voi? Ma già, sicuro; è giusto, anche voi, perché no?

Uno dei fantocci: Sgranchiamoci un po' le gambe, vuoi?

Due lo pigliano per mano e si mettono in circolo con gli altri. Gli strumenti musicali si rimettono a suonare da sé, uno scordato accompagnamento al girotondo dei fantocci con Cromo: intanto rientrano stralunati il Battaglia e Diamante. Il Battaglia, con l'aria di non saperlo, è vestito da «Sgualdrinella» anche lui con un cencio di cappellino in capo.

Diamante: Impazzisco! Ma allora - questo (si tocca il corpo) - non è il mio corpo? Eppure me lo tocco!

Battaglia: Ti sei vista di là anche tu?

Diamante (indicando i fantocci): E tutti questi, levati in piedi, oh Dio, dove siamo, io gri...

Cromo (mettendole subito una mano sulla bocca): Sta' zitta! Che gridi? Ho trovato anch'io il mio corpo di là, che sta dormendo magnificamente. Noi ci siamo svegliati fuori, capite?

Diamante: Come fuori? di che?

Cromo: Fuori di noi! Stiamo sognando! Avete capito? Siamo noi stessi, ma in sogno, fuori del nostro corpo che dorme di là!

Diamante: E sei sicuro che i nostri corpi di là respirano ancora e non sono morti?

Cromo: Che morti! Il mio ronfa! Beato come un porco! A pancia all'aria! E il petto, su e giù, come un mantice!

Battaglia (afflitto, dolendosi): A bocca aperta, il mio che ha dormito sempre come un angiolino!

Uno dei fantocci (sghignazzando): Come un angiolino, bello!

Un altro: Con la bava che gli fila da un lato!

Battaglia (indicando, spaurito, ifantocci): Ma questo?

Cromo: E nel sogno, anche loro, non capite? E tu sei diventato una sgualdrinella, non ti vedi? Eccoti un marinaretto, toh, abbraccialo!

Lo butta tra le braccia d'uno dei fantocci vestito da marinajo.

Balliamo! balliamo! Nel sogno, allegramente!

Nuova musica degli strumenti. Ballano, ma con mosse strane, angolose, quali possono esser concesse a fantocci che si piegano male. Sopravviene dal primo uscio a sinistra Spizzi, che si fa largo tra le coppie danzanti per passare. Ha in mano una corda.

Spizzi: Largo! Largo! Lasciatemi passare!

Cromo: Oh, Spizzi! Anche tu! Che hai in mano? Dove vai?

Spizzi: Lasciami! Non resisto più! La faccio finita!

Cromo: Come finita? Con questa corda?

E gli solleva il braccio che regge la corda. Tutti, alla vista di quella corda, scoppiano a ridere. E allora Cromo gli grida:

Sciocco, te lo stai sognando, che ti impicchi! T'impicchi in sogno,

Spizzi (svincolandosi e correndo verso il secondo uscio a destra, da cui scomparirà): Sì, sì, ora vedrete, se m'impicco in sogno!

Cromo: Poveretto! L'amore della Contessa!

Sopravvengono in grande ansia e sgomenti, dai primi usci di destra e di sinistra, Lumachi e Sacerdote:

Lumachi: Oh Dio, Spizzi s'impicca!

Sacerdote: Spizzi s'impicca! s'impicca!

Cromo: Ma no! Ma no! Ve lo state sognando anche voi!

Battaglia: Spizzi dorme nel suo letto.

Diamante: E anche voi, se andate a vedervi!

Lumachi: Ma che dormire! Eccolo! E là, che s'è impiccato davvero! Guardate!

La parete di fondo si rifà trasparente, e si vedrà Spizzi che pende da un albero, impiccato. Tutti levano un urlo di raccapriccio e si precipitano verso il fondo. La scena s'oscura d'un tratto e nel bujo, mentre gli attori come immagini di sogno scompajono, s'ode la sghignazzata dei fantocci che tornano alle loro seggiole, immobili. Si rifà la luce e, tranne quei fantocci negli atteggiamenti di prima, sulla scena non ci sarà nessuno. Poco dopo, dal primo uscio a sinistra entreranno la Contessa, Cotrone e il Conte.

Ilse: L'ho visto: l'ho visto, le dico, appeso a un albero qua dietro la villa!

Cotrone: Ma se non ci son alberi dietro la villa!

Ilse: Come non ci sono? Attorno a una vasca!

Cotrone: Nessuna vasca, Contessa; può andare a vedere.

Ilse (al marito): Possibile? L'hai visto anche tu!

Il Conte: Anch'io, sì.

Cotrone: Stia tranquilla, Contessa. È la villa. Si mette tutta così ogni notte da sé in musica e in sogno. E i sogni, a nostra insaputa, vivono fuori di noi, per come ci riesce di farli, incoerenti. Ci vogliono i poeti per dar coerenza ai sogni. Ecco il signor Spizzi, lo vede? in carne e ossa, che certo è stato il primo a sognare d'essersi impiccato.

È entrato infatti dal primo uscio a sinistra Spizzi tutto rannuvolato. Alle parole di Cotrone si scuote, stupito e offeso:

Spizzi: Come lo sa?

Cotrone: Ma lo sappiamo tutti, caro.

Spizzi (alla Contessa): Anche tu?

Ilse: Sì, l'ho sognato anch'io.

Il Conte: E anch'io.

Spizzi: Tutti? Com'è possibile?

Cotrone: È chiaro che lei non può aver segreti per nessuno, nemmeno quando sogna. E poi, spiegavo alla Contessa che questa è anche una prerogativa della nostra villa. Sempre, con la luna, tutto comincia a farsi di sogno sulla terra, come se la vita se n'andasse e ne rimanesse una larva malinconica nel ricordo. Escono allora i sogni, e quelli appassionati pigliano qualche volta la risoluzione di passarsi una corda attorno al collo e appendersi a un albero immaginario. Caro giovanotto, ognuno di noi parla, e dopo aver parlato, riconosciamo quasi sempre che è stato invano, e ci riconduciamo disillusi in noi stessi, come un cane di notte alla sua cuccia, dopo aver abbajato a un'ombra.

Spizzi: No, è la dannazione delle parole che vado ripetendo da due anni, col sentimento che ci mise dentro chi le scrisse!

Ilse: Ma sono rivolte a una madre quelle parole!

Spizzi: Grazie, lo so! Ma chi le scrisse, le scrisse per te, e non ti considerava certo una madre!

Cotrone: Signori miei, a proposito della colpa che lui ora dà alle parole della sua parte, ecco: l'alba è vicina, e io vi promisi jersera che vi avrei comunicato l'idea che m'è venuta per voi: dove potreste andare a rappresentar la vostra «Favola del figlio cambiato»; se proprio non volete rimanere qua con noi. Dunque sappiate che si celebra oggi, con una festa di nozze colossale, l'unione delle due famiglie dette dei giganti della montagna.

Il Conte (piccolino e perciò smarrito, alzando un braccio): Giganti?

Cotrone: Non propriamente giganti, signor Conte, sono detti così, perché gente d'alta e potente corporatura, che stanno sulla montagna che c'è vicina. Io vi propongo di presentarvi a loro. Noi v'accompagneremo. Bisognerà saperli prendere. L'opera a cui si sono messi lassù, l'esercizio continuo della forza, il coraggio che han dovuto farsi contro tutti i rischi e pericoli d'una immane impresa, scavi e fondazioni, deduzioni d'acque per bacini montani, fabbriche, strade, colture agricole, non han soltanto sviluppato enormemente i loro muscoli, li hanno resi naturalmente anche duri di mente e un po' bestiali. Gonfiati dalla vittoria offrono però facilmente il manico per cui prenderli: l'orgoglio: lisciato a dovere, fa presto a diventar tenero e malleabile. Lasciate fare a me per questo; e voi pensate intanto ai casi vostri. Per me, portarvi sulla montagna alle nozze di Uma di Dòrnio e Lopardo d'Arcifa, non è nulla; chiederemo anche una grossa somma, perché più grossa la chiederemo e più importanza acquisterà ai loro occhi la nostra offerta; ma ora il problema da risolvere è un altro. Come farete voi a rappresentare la Favola?

Spizzi: Non hanno un teatro lassù i giganti?

Cotrone: Non è per il teatro. Un teatro si fa presto a metterlo su dovunque. Io penso al lavoro che volete rappresentare. Ho letto tutta questa notte, fino a poco fa coi miei amici, la vostra «Favola del figlio cambiato». Ohi dico, ci vuole un bel coraggio, signor Conte, a sostenere che avete tutto quanto v'occorre e che non ne lasciate fuori nulla: siete appena otto, e ci vuol tutto un popolo per rappresentarla.

Il Conte: Sì, ci manca il comparsame.

Cotrone: Ma che comparsame, ci vuol altro! Parlano tutti!

Il Conte: I personaggi principali ci siamo.

Cotrone: La difficoltà non è dei personaggi principali. Ciò che importa sopra tutto è la magia; creare, voglio dire, l'attrazione della favola.

Ilse: Questo sì.

Cotrone: E come fate a crearla? Vi manca tutto! Un'opera corale... Mi spiego bene adesso, signor Conte, come lei ci abbia rimesso tutto il suo patrimonio. Leggendola, mi son sentito rapire. È fatta proprio per vivere qua, Contessa, in mezzo a noi che crediamo alla realtà dei fantasmi più che a quella dei corpi.

Il Conte (accennando ai fantocci sulle seggiole): Abbiamo già visto quei fantocci là preparati...

Cotrone: Ah sì, di già? Hanno fatto presto. Non sapevo.

Il Conte (stordito): Come non lo sapeva? Non li ha preparati lei?

Cotrone: Io no. Ma è semplice. Man mano che io su leggevo, essi si preparavano qua, da sé.

Ilse: Da sé? E come?

Cotrone: Vi ho pur detto che la villa è abitata dagli spiriti, signori miei. Non ve l'ho mica detto per ischerzo. Noi qua non ci stupiamo più di nulla. L'orgoglio umano è veramente imbecille, scusate. Vivono di vita naturale sulla terra, signor Conte, altri esseri di cui nello stato normale noi uomini non possiamo aver percezione, ma solo per difetto nostro, dei cinque nostri limitatissimi sensi. Ecco che, a volte, in condizioni anormali, questi esseri ci si rivelano e ci riempiono di spavento. Sfido: non ne avevamo supposto l'esistenza! Abitanti della terra non umani, signori miei, spiriti della natura, di tutti i generi, che vivono in mezzo a noi, invisibili, nelle rocce, nei boschi, nell'aria, nell'acqua, nel fuoco: lo sapevano bene gli antichi: e il popolo l'ha sempre saputo; lo sappiamo bene noi qua, che siamo in gara con loro e spesso li vinciamo, assoggettandoli a dare ai nostri prodigi, col loro concorso, un senso che essi ignorano o di cui non si curano. Se lei, Contessa, vede ancora la vita dentro i limiti del naturale e del possibile, l'avverto che lei qua non comprenderà mai nulla. Noi siamo fuori di questi limiti, per grazia di Dio. A noi basta immaginare, e subito le immagini si fanno vive da sé. Basta che una cosa sia in noi ben viva, e si rappresenta da sé, per virtù spontanea della sua stessa vita. È il libero avvento d'ogni nascita necessaria. Al più al più, noi agevoliamo con qualche mezzo la nascita. Quei fantocci là, per esempio. Se lo spirito dei personaggi ch'essi rappresentano s'incorpora in loro, lei vedrà quei fantocci muoversi e parlare. E il miracolo vero non sarà mai la rappresentazione, creda, sarà sempre la fantasia del poeta in cui quei personaggi son nati, vivi, così vivi che lei può vederli anche senza che ci siano corporalmente. Tradurli in realtà fittizia sulla scena è ciò che si fa comunemente nei teatri. Il vostro ufficio.

Spizzi: Ah, lei ci mette allora a paro di quei suoi fantocci là?

Cotrone: Non a paro no, mi perdoni; un po' più sotto, amico mio.

Spizzi: Anche più sotto?

Cotrone: Se nei fantocci s'incorpora lo spirito del personaggio, scusi, tanto da farli muovere e parlare...

Spizzi: Sarei curioso di veder questo miracolo!

Cotrone: Ah, lei sarebbe «curioso»? Ma sa, non si vedono per «curiosità» questi miracoli. Bisogna crederci, amico mio, come ci credono i bambini. Il vostro poeta ha immaginato una Madre che crede le sia stato cambiato in fasce il figlio da quelle streghe della notte, streghe del vento, che il popolo chiama «Le Donne». La gente istruita ne ride, si sa; e forse anche voi; e invece io vi dico che ci sono davvero: sissignori, «Le Donne»! Le notti d'inverno tempestose, tante volte noi qua le abbiamo sentite gridare, con voci squarciate, fuggendo col vento, da queste parti. Ecco, volendo le possiamo anche evocare.

Entrano di notte nelle case

per la gola dei camini

come

un fumo

nero.

Una povera madre, che sa?

dorme stanca della giornata;

e quelle, chinate nel bujo,

allungano le dita sottili...

Ilse (meravigliata): Ah, lei sa già perfino i versi a memoria?

Cotrone: Perfino? Ma noi possiamo rappresentarle ora stesso la favola da cima a fondo, Contessa, per fare una prova di tutti quegli elementi di cui avete bisogno voi, non noi. Si provi, Contessa, si provi un momento a vivere la sua parte di Madre, e glielo faccio vedere, per darle un saggio. Quando le fu cambiato il figlio?

Ilse: Quando, dice, nella favola?

Cotrone: Eh, già, dove altrimenti?

Ilse:

Una notte, mentre dormivo,

sento un vagito, mi sveglio,

tasto nel bujo, sul letto, al mio fianco:

non c'è;

di dove m'arriva quel pianto?

da sé

in fasce, non poteva

muoversi il mio bambino -

Cotrone: E perché si ferma? Vada oltre, domandi, domandi, com'è nel testo: «Non è vero? non è vero?».

Non ha finito di proferir la domanda, che la scena, abbujata per un attimo, s'illumina come per un tocco magico, d'una nuova luce d'apparizione, e la Contessa si trova ai due lati, vive, le Due Vicine popolane, come nel primo quadro della «Favola del figlio cambiato», le quali subito rispondono:

L’una:              Vero! Vero!

L’altra:

Bambino di sei mesi,

come poteva?

Ilse (le guarda, le ascolta, e si spaventa con Spizzi e il Conte che indietreggiano): Oh Dio, queste?

Spizzi: Da dove sono apparse?

Il Conte: Com'è possibile?

Cotrone (gridando alla Contessa): Prosegua! Prosegua! Di che si stupisce? Le ha attratte lei! Non rompa l'incanto e non chieda spiegazioni! Dica: - Quando lo presi...

Ilse (obbedendo, stordita):

Quando lo presi

buttato - là - sotto il letto -

dall'alto, non si sa donde, una voce derisoria, potente, grida:

- Caduto! Caduto! -

La Contessa atterrita con gli altri guarda in alto.

Cotrone (subito): Non si smarrisca! È nel testo! prosegua!

Ilse (lasciandosi prendere dal prodigio):

Eh, lo so!

Così dicono: caduto.

L’una:                        Ma come caduto? Può dirlo

chi non lo vide

là sotto il letto,

come fu trovato.

Ilse:                            Ecco, ecco: ditelo voi

come fu trovato,

voi che accorreste

le prime alle mie grida:

come fu trovato?

L’una:                        Voltato.

L’altra:                      Coi piedini

verso la testata.

L’una:                        Le fasce intatte,

avvolte strette

attorno alle gambette.

L’altra:                      Ed annodate

con la cordellina...

L’una:                        Perfette.

L’altra:                      Dunque preso,

preso con le mani, d'accanto

alla madre, e messo per dispetto l

à sotto il letto.

L’una:                        Ma fosse stato dispetto soltanto!

Ilse:                            Quando lo presi ...

L’una:                        Che pianto!

Scoppiano dall'interno, tutt'intorno, grandi risa d'incredulità. Le Due Vicine si voltano e gridano, come a pararle:

Era un altro!

Non era più quello!

Lo possiamo giurare!

Si rifà un attimo di bujo, riempito ancora dalle risate che d'un subito cessano al ritorno della luce di prima. Si presentano dai varii usci Cromo, Diamante, Battaglia, Lumachi, Sacerdote. Entrando, parlano un po' tutti insieme.

Cromo: Come? Come? Si recita? Si prova?

Diamante: Io non posso! Mi fa male la gola!

Lumachi: Ah, Spizzi, caro! Dio sia lodato!

Battaglia e Sacerdote: Cos'è? Cos'è?

Cotrone: Lei ha recitato, Contessa, con due immagini uscite vive, direttamente, dalla fantasia del suo poeta!

Ilse: Dove sono andate?

Cotrone: Sparite!

Cromo: Di chi parlate?

Battaglia: Cos'è successo?

Il Conte: Ci sono apparse le Due Vicine del primo quadro della Favola!

Diamante: Apparse? Come apparse!

Il Conte: Qua, qua, d'improvviso, e si son messe a recitare con lei

indica la Contessa.

Cromo: Noi abbiamo sentito le risate!

Spizzi: Son tutti trucchi e combinazioni, signori! Non ci lasciamo abbagliare come allocchi noi stessi che siamo del mestiere!

Cotrone: Ah no, caro, se dice così, lei non è del mestiere! Lei dà importanza a un'altra cosa che le preme di più! Se fosse del mestiere, si lascerebbe abbagliare, lei stesso per il primo, perché appunto questo è il vero segno che si è del mestiere! Impari dai bambini, le ho detto, che fanno il gioco e poi ci credono e lo vivono come vero!

Spizzi: Ma noi non siamo bambini!

Cotrone: Se siamo stati una volta, bambini possiamo esserlo sempre! E difatti è rimasto anche lei sbalordito, appena quelle due immagini sono apparse qua!

Cromo: Ma come sono apparse? come sono apparse?

Cotrone: A tempo! E hanno detto a tempo ciò che dovevano dire; non vi basta? Tutto il resto, come siano apparse e se siano vere o no, non ha nessuna importanza! Io le ho voluto dare un saggio, Contessa, che la sua Favola può vivere soltanto qua; ma lei vuol seguitare a portarla in mezzo agli uomini, e sia! Fuori di qua io però non ho più potere di valermi in suo servizio altro che dei miei compagni, e li metto con me stesso a sua disposizione.

Si ode, a questo punto, potentissimo da fuori, il frastuono della cavalcata dei Giganti della Montagna che scendono al paese per la celebrazione delle nozze di Uma di Dòrnio e Lopardo d'Arcifa, con musiche e grida quasi selvagge. Ne tremano i muri della villa. Irrompono sulla scena eccitatissimi Quaquèo, Doccia, Mara-Mara, La Sgricia, Milordino, Maddalena.

Quaquèo: Ecco i giganti! Ecco i giganti!

Milordino: Scendono dalla montagna!

Mara-Mara: Tutti a cavallo! Parati a festa!

Quaquèo: Sentite? Sentite? Pajono i re del mondo!

Milordino: Vanno alla chiesa per la consacrazione delle nozze!

Diamante: Andiamo, andiamo a vedere!

Cotrone (arrestando con voce imperiosa e potente tutti gli accorrenti dietro l'invito di Diamante): No! Nessuno si muova! Nessuno si faccia vedere, se dobbiamo andar su a proporre la recita! Restiamo qua tutti a concertare la prova!

Il Conte (tirandosi a parte la Contessa): Ma tu non hai paura, Ilse? Li senti?

Spizzi (atterrito, accostandosi): Tremano i muri!

Cromo (accostandosi anche lui atterrito): Pare la cavalcata d'un'orda di selvaggi!

Diamante: Io ho paura! ho paura!

Tutti restano ad ascoltare con l'animo sospeso dallo sgomento mentre le musiche e il frastuono si vanno allontanando.

Fine

 

da Luigi Pirandello, Maschere nude, vol. II, Arnoldo Mondadori Editore,Milano 1958 VI edizione 1975.

 

Ecco l'azione del terzo atto (IV « momento ») dei Giganti della montagna, come io posso ricostruirla da quanto me ne disse mio Padre, e col senso che avrebbe dovuto avere. Questo è quanto io ne so, e l'ho esposto, purtroppo, senza la necessaria efficacia; spero però senza arbitrii. Ma non posso sapere se, all'ultimo, nella fantasia di mio Padre, che fu occupata da questi fantasmi durante tutta la penultima nottata della Sua vita, tanto che alla mattina mi disse che aveva dovuto sostenere la terribile fatica di comporre in mente tutto il terzo atto e che ora, avendo risolto ogni intoppo, sperava di poter riposare un poco, lieto d'altronde che appena guarito in pochissimi giorni avrebbe potuto trascrivere tutto ciò che aveva concepito in quelle ore; non posso sapere, dico, né nessuno potrà mai sapere se in quell'ultimo concepimento la materia non gli si fosse atteggiata altrimenti, né se Egli non avesse già trovato altri movimenti all'azione, o sensi più alti al Mito. Io seppi da Lui, quella mattina, soltanto questo: che aveva trovato un olivo saraceno. « C'è » mi disse sorridendo « un olivo saraceno, grande, in mezzo alla scena: con cui ho risolto tutto. » E poiché io non comprendevo bene, soggiunse: « Per tirarvi il tendone... » Cosí capii che Egli si occupava, forse da qualche giorno, a risolvere questo particolare di fatto. Era molto contento d'averlo trovato.

                                                                           STEFANO PIRANDELLO.

Il terzo atto doveva accadere sulla montagna, in uno spiazzo davanti una delle abitazioni dei «Giganti».

S'apriva con l'arrivo degli attori, stanchi del cammino, col carretto e in compagnia di alcuni degli Scalognati, guidati tutti da Cotrone.

L'arrivo di questi strani e inaspettati visitatori suscitava la curiosità degli abitanti (non i «Giganti», che non sarebbero mai apparsi sulla scena, ma i loro servi e le maestranze degli operaj da essi occupate nei loro grandiosi lavori), ora tutti seduti a un gran banchetto in fondo alla scena, le cui tavolate dovevano immaginarsi come sistemate di là dalla vista degli spettatori su un enorme spazio. Alcuni dei banchettanti, i piú prossimi, si sarebbero levati e fatti incontro a domandare, stupiti e attratti, come davanti a esseri piovuti da un altro pianeta; e Cotrone avrebbe manifestato a un autorevole maggiordomo il desiderio dei suoi compagni: che sono attori, e hanno tutto pronto per offrire uno spettacolo artistico di prim'ordine ai signori, in occasione delle nozze e per accrescere lustro ai festeggiamenti che si stanno svolgendo.

Sarebbe venuto fuori in questa prima scena, fra le grida e i canti d'orgia del pantagruelico banchetto e poi i balli e il clamoroso avviamento delle fontane di vino che l'avrebbero allietato, di che specie siano i divertimenti largiti al popolo dai « Giganti » e da questo popolo gustati. Sicché gli attori si sentono morire accorgendosi che costoro non hanno nozione alcuna di rappresentazioni teatrali, e peggio ancora quando si fa avanti qualcuno che ne ha sentito parlare e invoglia tutti gli altri, che è un gran divertimento, il teatro; se non che si capisce che alludono al teatro dei burattini, con le legnate in testa e sul groppone, alle buffonerie dei pagliacci, o alle esibizioni di ballerine e sciantose da caffè-concerto. Ma si confortano, mentre Cotrone, introdotto dal Maggiordomo, va a proporre la recita ai « Giganti », con la speranza, che tentano, ragionandoci, di far diventare certezza, che i signori davanti a cui dovranno recitare, non saranno, non possono essere cosí terra terra come i loro servi e operai; e anche se è dubbio che riescano a intendere tutta la bellezza della « Favola del figlio cambiato », ascolteranno garbatamente. Intanto stentano a ripararsi dalla curiosità pettegola e franca di cerimonie di tutta la plebaglia che li ha attorniati, e non vedono l'ora che Cotrone torni con la risposta.

Ma Cotrone torna a riferire che purtroppo i « Giganti », se accettano la proposta di questa rappresentazione disposti a pagarla profumatamente, tuttavia non han tempo da dare a simili cose, tali e tante le cure a cui, pur in quel momento di festa, debbono attendere: la recita si faccia per il popolo, al quale è bene offrire di tanto in tanto qualche mezzo di spirituale elevazione. E il popolo acclama freneticamente per il nuovo divertimento che gli viene largito.

L'animo degli attori si divide: alcuni, con Cromo alla testa, dicono che si sentono dati in pasto alle belve, nulla c'è da fare davanti a un tale abisso d'ignoranza, meglio rinunziare all'impresa; altri, con la Contessa, prendendo ardire proprio dallo spettacolo di bestialità che avvilisce e sgomenta i primi, riaffermano che proprio dinanzi a questi ignari conviene sperimentare il potere dell'Arte, e si sentono certissimi che la bellezza della Favola ne soggiogherà le anime vergini; e v'è Spizzi, esaltato, che già si prepara a questa straordinaria rappresentazione come a un'impresa degna d'un antico cavaliere, trascinando con la vergogna dell'esempio i titubanti; mentre il Conte, disgustato e amareggiato da tanta volgarità attorno, vorrebbe almeno ripararne la Contessa.

Cotrone vede e cerca di far notare quale incolmabile distanza separi quei due mondi venuti cosí bizzarramente a contatto; quello degli attori da una parte, pei quali la voce del poeta è non soltanto l'espressione piú alta della vita, ma addirittura la sola realtà certa in cui e di cui sia possibile vivere, e dall'altra parte quello del popolo, tutto inteso, sotto la guida dei «Giganti», a opere grandiose per il possesso delle forze e delle ricchezze della Terra, e che in questa incessante e vasta fatica corale trova la norma, e in ogni conquista sulla materia raggiunge uno scopo della sua stessa vita, di cui ciascun individuo, insieme con tutti gli altri, ma anche dentro di sé, si gloria. Ma Ilse è talmente felice e pronta alla prova, che Cotrone ammette che tutto è possibile, perfino che ella vinca, cosí tutta fremente com'è.

Presto, presto, ella dice. Dove si terrà la rappresentazione? Qua stesso, davanti al popolo già raccolto per il banchetto. Basterà tendere un telone, che ripari gli attori mentre si truccano e vestono per la scena.

C'è in mezzo la scena un vecchio olivo saraceno; tra esso e la facciata viene tesa una corda, che regge il telone.

Mentre gli attori si approntano ansiosamente, disturbati di continuo da quelli che s'affacciano a spiare e ne chiamano altri, beffardi; Cotrone pensa che sarà bene dare a questo pubblico impreparato una certa informazione dello spettacolo, e va egli stesso a parlare di là dal telone. Ma subito scoppiano di là lazzi e sberleffi, urla, risate sguaiate; e il Mago rientra deluso: non gli hanno lasciato aprir bocca.

«Non s'affligga per cosí poco, noi ci siamo abituati», lo conforta agramente il caratterista Cromo. «Sentirà fra poco!»

E spiegano a Cotrone che s'è fatto beccare perché non ha pratica del pubblico: ma ora andrà uno dei loro, Cromo che già è vestito, col naso da Primo Ministro, per improvvisare questo chiarimento preparatorio: Cromo saprà accaparrarsi l'attenzione, attaccando con qualche barzelletta. S'odono infatti subito clamorose risate di consenso e applausi e incitamenti del pubblico.

L'accoglienza fatta a Cromo rinfranca un po' gli spiriti abbattuti degli attori, per modo che Ilse, con Spizzi e Diamante, i piú accesi e infervorati, possono ribattere i timori di Cotrone, il quale ora capisce che finirà male e per l'ultima volta vorrebbe persuaderli a desistere, e accoratamente richiama loro la felicità a cui voltano le spalle: il ricordo della notte degli incanti trascorsa da essi nella villa, dove tutti i fantasmi della poesia hanno vissuto in loro cosí agevolmente, e potrebbero seguitare a vivere, solo che essi volessero tornarvi e restarvi per sempre.

Intanto l'allegria suscitata da Cromo è tale e tanta da non permettere, nemmeno a lui, di raggiungere lo scopo, cioè di preparar l'animo del pubblico allo spettacolo di poesia che debbono offrirgli. Cromo rientra tutto fradicio e ruscellante d'acqua perché, per maggior divertimento, gli spettatori aizzati lo hanno annaffiato con una pompa. E di là si sta scatenando un pandemonio: chiamano fuori gli attori, perché si cominci. Che fare? Ilse, che è sola di scena all'inizio della Favola, si stacca dal marito e da Cotrone e s'avvia fuori del tendone, pronta come a un supremo sacrifizio e decisa a lottare con tutta la sua energia per imporre la parola del poeta.

A questo punto è già impostato il contrasto, ormai sul punto di scoppiare drammaticamente. Fatalmente i fanatici dell'Arte, che si reputano gli unici depositarii dello spirito, di fronte all'incomprensione e all'irrisione di quei servi saranno indotti a disprezzarli, come gente sfornita d'ogni spiritualità, e a offenderli; mentre gli altri, ugualmente fanatici, ma d'un ben diverso ideale di vita, non possono credere alle parole di quei fantocci, come sembrano loro gli attori: non perché camuffati, ma perché sentono bene che questi poveri tipi, cosí fermi in una serietà d'atti e d'accenti assurdi, si sono posti ormai, chi sa perché, addirittura fuori della vita. Fantocci: ma fantocci che perciò dovrebbero prestarsi a divertirli. E pretendono, dopo il primo sbalordimento sommerso da vasti muggiti di noja e di sguajate interrogazioni - ma chi è? ma che vuole? - pretendono che la Contessa smetta di declamare cosí ispirata quelle parole incomprensibili, e faccia loro qualche bella cantatina e un balletto. Contrariati dalla tenacia di Ilse, cominciano a infuriarsi. Dietro il telone si riflette, nell'agitazione degli altri attori e nella costernazione di Cotrone e del Conte, il dramma in cui Ilse si dibatte davanti al pubblico. La tempesta che gonfia sempre piú minacciosa s'abbatte a un tratto sulla scena improvvisata quando la Contessa si scaglia a offendere come bruti gli spettatori. Spizzi e Diamante volano al suo soccorso; il Conte vien meno; Cromo grida che ci si metta pure tutti quanti a ballare e va a esporsi per tentare cosí di stornare da Ilse l'ira scatenata del pubblico: e del pandemonio di là si scorge qualche immagine riverberata sul telone, di giganteschi gesti, enormi corpi in lotta, braccia e pugni ciclopici levati a colpire. Ma ormai è tardi. Un gran silenzio, di colpo. Rientrano gli attori portando il corpo di Ilse, spezzato come quello d'un fantoccio rotto. Ilse agonizza e muore. Spizzi e Diamante, entrati nella mischia per difenderla, sono stati sbranati: nulla piú s'è trovato dei loro corpi.

Il Conte, rinvenuto, grida sul corpo della moglie che gli uomini hanno distrutto la poesia nel mondo. Ma Cotrone comprende che non c'è da far colpa a nessuno di quel che è accaduto. Non è, non è che la Poesia sia stata rifiutata; ma solo questo: che i poveri servi fanatici della vita, in cui oggi lo spirito non parla, ma potrà pur sempre parlare un giorno, hanno innocentemente rotto, come fantocci ribelli, i servi fanatici dell'Arte, che non sanno parlare agli uomini perché si sono esclusi dalla vita, ma non tanto poi da appagarsi soltanto dei proprii sogni, anzi pretendendo di imporli a chi ha altro da fare, che credere in essi.

E quando si presenta, mortificatissimo, il Maggiordomo a offrire con le scuse dei « Giganti » un congruo indennizzo, induce il Conte piangente ad accettarlo. Il Conte, quasi con furore, dice che sí, accetterà: e impiegherà il prezzo di quel sangue per edificare una tomba illustre e imperitura alla sua sposa. Ma si sentirà che egli, pur piangendo e protestando i suoi nobili sensi di fedeltà alla morta Poesia, s'è a un tratto come alleggerito, come liberato da un incubo; e cosí è Cromo, con gli altri attori.

E se ne vanno, portandosi il corpo di Ilse sul carretto col quale erano venuti.

Nota

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[1] È l'ultimo dei miti teatrali. Pirandello ne iniziò la stesura tra il '30 e il '31; il primo atto, con il titolo I fantasmi, fu pubblicato nel dicembre del '31 sulla Nuova Antologia, il secondo atto nel novembre del '34 sulla rivista Quadrante. Pirandello non riuscì a scriver per esteso il terzo atto che fu tracciato schematicamente, su indicazione del padre morente, dal figlio Stefano. La prima rappresentazione si ebbe nel giugno del '37 nel giardino di Boboli a Firenze.

Una compagnia di attori, guidata dalla contessa Ilse, ha deciso di recitare un'unica grande opera La favola del figlio cambiato, e, non trovando accoglienza favorevole presso i comuni teatri, si reca alla villa degli Scalognati; si tratta di una strana villa animata da singolari prodigi, il cui regista è una specie di mago, Cotrone. Tutto può realizzarsi in questa particolare dimora; basta solo avere l'energia di una innocente convinzione: «Siamo qua come agli orli della vita, Contessa. Gli orli, a un comando, si distaccano, entra l'invisibile: vaporano i fantasmi. È cosa naturale. Avviene, ciò che di solito nel sogno. Io lo faccio avvenire anche nella veglia. Ecco tutto. I sogni, la musica, la preghiera, l'amore... Tutto l'infinito che è negli uomini, lei lo troverà dentro e intorno a questa villa». Con queste parole Cotrone invita Ilse a rimanere lì, a recitare per gli ospiti di quell'incantata dimora.

Ilse, però, non accetta; vuole, infatti, che l'opera incida, magari anche con conflittualità, su chi ascolta. Cotrone propone allora ad Ilse di portare la sua Favola tra i giganti della montagna, potenti signori continuamente occupati in grandiose opere: costoro potrebbero inserire la rappresentazione nei festeggiamenti per un importante matrimonio. Ma i giganti, che hanno completamente abdicato alle ragioni dell'interiorità e dello spirito per correlare la loro esistenza solo a una dimensione materiale, non accettano la proposta, non hanno tempo per l'arte. Quello che possono fare è predisporre che la rappresentazione si allestisca per il popolo. Ilse, pur consapevole del pericolo di portare un'opera così ricca di sensibilità verso chi è avvolto dalla volgarità, accetta. Il popolo, non certo abituato a questo tipo di spettacolo, apostrofa rozzamente Ilse e gli attori e alla fine li uccide; e nell'epilogo, attraverso l'uccisione di Ilse, si consuma la tragedia della morte dell'arte nella società moderna.

Maria Argenziano

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011