Luigi Pirandello

La favola del figlio cambiato[1]

Tre atti in cinque quadri

musica di Gian Francesco Malipiero

estate 1930-estate 1932

Edizione di riferimento

Luigi Pirandello, Quando si è qualcuno / La favola del figlio cambiato / I giganti della montagna, collezione Oscar per la raccolta di tutto il teatro in lingua italiana di Luigi Pirandello, Arnoldo Mondadori editore 1993.

I.

Si apre il sipario. Si vede una gran tenda nera, di là dalla quale è la vita, che la Madre, cieca nel suo dolore, non può più vedere. La tenda si potrà aprire nel mezzo e facilmente tirare quando occorrerà, ai luoghi indicati, per mostrare le scene e parti di esse, già preparate dietro, ciascuna con le luci particolari. Ora, sul fondo nero di questa grande tenda, lei sola, la Madre, che vi sta davanti, Piccola e sperduta, sarà illuminata dall'alto, da un lume quasi spettrale.

Dopo un momento di pausa, la Madre, senza muoversi, si metterà a parlare con sconsolata umiltà.

La madre:               Se volete ascoltare

questa favola nuova,

credete a questa mia veste

di povera donna;

ma credete di più

a questo mio pianto di madre

per una sciagura,

per una sciagura -

scoppiano dall'interno, a coro, risate diverse, ma tutte d'incredulità. La Madre, con strazio, si porta premendo le mani alla faccia; poi dice:

Ne ridono tutti così:

la gente istruita

che pure lo vede

che piango, e non se ne commuove;

ne prova anzi fastidio, e:

«Stupida! Stupida!»

mi grida in faccia, perché

non crede che possa esser vero

che il figlio mio,

la creatura mia...

Ma voi dovete credere a me;

vi porto le testimonianze;

son tutte povere donne,

povere madri come me,

del mio vicinato,

che ci conosciamo tutte e sappiamo

ch'è vero -

Le tira in catena da dietro la tenda; son tutte un po' sbigottite e scontrose: popolane d'aspetto vario, segnate dai patimenti e dalla miseria: alcune in capelli, lisciate troppo o tutte arruffate, altre con fazzoletti in capo di vivaci colori e con scialli: due o tre con in braccio un fagotto che finge un bambino, la testa di cera.

Ecco, venite, venite,

non abbiate paura,

dite davanti a tutti se non è vero

che ci sono «le Donne» -

Il coro delle madri (sentendo proferire «le Donne», si agita, come se un vento orribile, da cui non sappiano come ripararsi, le investa all'improvviso, si torcono, gridano a lamento):

Oòòh ... Oòòh ...

La madre:                                           Ecco, vedete?

non le possono sentire

nemmeno nominare.

Il coro delle madri (Quelle che hanno un bambino, riparandolo subito sotto lo scialle, le altre seguitando ad agitarsi):  Nooo ... Nooo

La madre:               Tant'è vero che ci sono,

ci sono -

Scoppiano di nuovo dall'interno risate e dalla tenda vien fuori

L’uomo saputo: buffo, panciuto, con bombetta in capo, mazzetta in mano, farsetto risicato, calzoni a tubo e corti, da lasciargli scoperte le caviglie; si muove a modo d'un burattino e domanda in un inchino:

                E chi sono?

Dite «Donne»... Le DOOONNE... Le DOOONNE...

E voi che siete?

Coro a tante voci:

                           - Madri!

- creature di Dio -

- per quanto indegne

per i peccati nostri -

- e quelle «le Donne» -

- che fanno a noi madri

i malefizii -

                       - e sono

figlie dell'inferno -

- streghe del vento -

- streghe della notte -

- bestemmiando -

- ululando -

- sghignazzando -

- o gemendo, gemendo

con voci lunghe a lamento -

- le notti d'inverno,

le notti senza luna -

- si chiamano dai tetti -

- il vento le tira,

s'aggrappano ai camini -

rovesciano i camini

scoperchiano i tetti -

e tirano le tegole!

L’uomo saputo:    Tà tà tà - la tarantella -

chi me la suona che voglio ballare?

Ma ci vuol tanto a pensare alle gatte?

Coro:                       Che gatte! Che gatte!

L’uomo saputo:    Sui tetti! Sui tetti!

Quando sono in fregola

fregola di febbrajo,

che le fa spasimare.

Coro: con scherno - Già... già... già...

L’uomo saputo:    Cinque gatti per una gatta,

cinque, pronti, tutti attorno

che si struggono agguattati

di sentirla così spasimare;

ma appena uno si muove,

utti gli altri gli saltano addosso,

s'azzuffano, si graffiano, si mordono,

scappano, si rincorrono...

Coro:                       Già... già... già...

Una (scoprendo alla vicina il bambino riparato sotto lo scialle): E sono allora le gatte che fanno sul capo ai bambini di questi scherzi? Guardate!

La vicina dell’altro lato:

Guardate!

L’uomo saputo:    Che debbo guardare?

Quella:                    Qua, questo codino -

La donna nel mezzo (premendo al seno la testa del bambino):

No, figlio mio d'oro!

Quella:                    - di capelli accatricchiati:

lo vedete?

Guaj se il pettine

lo tocca,

o la forbice

lo taglia:

il bambino

ne morrebbe.

Un’altra:                 E sapete come si chiama

questa treccina?

la treccina delle Donne.

La quarta:              Entrano di notte nelle case

per la gola dei camini,

come un fumo nero.

Una povera madre, che sa?

dorme, stanca della giornata;

e quelle, chinate nel bujo,

allungano le dita sottili

e intreccian nel sonno al bambino

la loro treccina;

o gli passano appena

sulle palpebre chiuse

la punta gelata gelata

di quelle dita; e il bambino

che non sa nulla, al mattino,

apre gli occhi:

li ha storti!

La quinta:              Li ha storti!

La quarta:                                   Li ha storti!

E quella povera mamma

si mette a gridare:

«Oh, figlio mio! oh, figlio mio!

che t'hanno fatto nel sonno,

che t'hanno fatto -».

L’uomo saputo:                                   - le Gatte?

Coro (infuriato dalla domanda derisoria):

Le Donne! Le Donne! Le Donne!

E, aizzate dalle risate che scoppiano di nuovo, più alte, dall'interno, si mettono a tempestar di pugni l'Uomo saputo.

- Vecchio imbecille!

- Vecchio scimunito!

- Forza!

- Addosso!

- Miscredente!

- Malcreato!

- Prendi!

- Prendi!

- Impara a credere!

- Stupido!

- Stupido!

-Le nostre lagrime

lo fanno ridere!

- Ci crederai,

quando sarai

a ribollire nel pecione ardente!

L’uomo saputo (che si sarà buttato a terra):

Là! Là! Là!

M'arrendo! M'arrendo! M'arrendo!

E, per difendersi così da terra, dimenando le braccia, comincia a far svolazzare tutte le sottane.

 Aria! Aria! Aria!

Gonfia la bocca e soffia, turandosi con due dita le nari:

fhhhhhhhhhh

a di rinchiuso la vostra onestà!

Il Coro si scompiglia, riparandosi, gridando sghignazzando.

Una:                         Giù le mani, vecchiaccio scostumato!

Un’altra:                 L'onestà che troppo odora,

tastati sulla fronte,

senti che corna t'ha fatto spuntare!

L’uomo saputo (ancora seduto a terra, si tasta prima sulla fronte, poi si odora le dita, e dice):

Ma corna profumate!

Le donne ridono, lo tirano sù, lo cacciano via, spingendolo, tra risa e schiamazzi, e vanno via con lui.

Coro:                       Va' via! Va' via! Va' via! Va' via!

La madre (Aspetta che lo schiamazzo cessi nell'interno; poi, tentennando il capo):

Piangono, e poi tutto,

lagrime, lutto,

finisce in risa e ciarle.

Dio ci dà le pene,

e Dio la forza

di sopportarle.

Giovialità:

bella virtù, chi l'ha,

tutto gli va bene.

M'hanno lasciata qua sola.

Quello che le Donne

hanno fatto a me,

nessuno lo può credere.

Cosa, cosa che non c'è la parola

per dirla; cosa che una madre non può,

senza impazzire,

sopportare.

Ma non m'hanno levato la ragione.

La mia, non è più vita;

sono come insordita,

insordita

dalla disperazione;

ma non sono impazzita.

Vedendo rientrare due di quelle sue vicine:

Ah, voi due almeno

siete ritornate.

Dite com'era il figlio mio,

il figlio mio che mi fu cambiato.

Cambiato,

cambiato dalle Donne:

in fasce cambiato,

una notte, mentre dormivo,

sento un vagito, mi sveglio,

tasto al bujo, sul letto, al mio fianco:

non c'è;

da dove m'arriva quel pianto?

da sé,

n fasce, non poteva

muoversi il mio bambino;

non è vero? non è vero?

L'Una:                     Vero! Vero!

L’altra:                                       Bambino di sei mesi,

come poteva?

La madre:                                      Quando lo presi -

buttato - là - sotto il letto...

Dall'interno

Una voce:               Caduto! Caduto!

La madre:                                            Eh! lo so!

Così dicono: caduto.

L'Una:                     Ma come, caduto? Può dirlo

chi non lo vide

là sotto il letto,

come fu trovato.

La madre:               Ecco, ecco. Ditelo voi

come fu trovato! Voi che accorreste

le prime alle mie grida:

come fu trovato?

L’altra:                    Voltato.

L'Una:                                    Voltato, coi piedini verso la testata.

L’altra:                    Le fasce intatte,

avvolte strette

attorno le gambette.

L'Una:                     Ed annodate con la cordellina.

L’altra:                    Perfette.

L'Una:                                    Dunque, preso,

preso con le mani, d'accanto

alla madre, e messo per dispetto,

là sotto al letto.

L’altra:                    Ma fosse stato dispetto soltanto!

La madre:               Quando lo presi ...

L'Una:                                                     Che pianto!

L’altra:                    Era un altro!

Scoppiano, ancora una volta, più alte che mai, le risa dall'interno. Le due donne si voltano e gridano:

Non era più quello! - Non era più quello!

Lo possiamo giurare!

Questo grido sarà in mezzo alle risa.

La madre:

aspetterà che quelle risa cessino. E allora dirà:

 Nessuno vuol capire

che se seguito a dire

che il figlio mio mi fu cambiato,

anche a costo d'udire

sempre queste risa, e di vedere

compatita così la mia sventura -

Dio mio, se io ragiono,

se non sono impazzita,

se queste donne e le altre non sono

impazzite come me,

è segno che deve esser vero

e che devo, devo esser creduta!

Anche Dio non si vede e si crede!

E chi ora ride

certo non vide

il mio bambino com'era.

Ditelo voi che lo sapete:

com'era? com'era?

L'Una:                     Ah, bello! bello! Biondo

come l'oro.

L’altra:                                       Come un Gesù

bambino, di cera.

L'Una:                     Ecco, sì, proprio il Bambinello

Gesù, che si vede

la notte di Natale,

sopra l'altare,

dormire nel cestello

di seta celeste,

con la manina

sotto la guancia.

L’altra:                    Così!

L'Una:                              Così!

La madre:               E quello che presi da terra,

di sotto al letto, com'era?

L'Una:                     Ah! brutto! brutto!

L’altra:                    E tutto nero!

L'Una:                     Povera creatura!

Come un sole, quello,

bello in carne, tutto vivo;

e questo invece

patito patito,

un capino straziato

d'uccellino malato,

che faceva ribrezzo

a vedere e a toccare.

La madre:               Non lo potei vedere,

non lo potei toccare,

lo porsi a loro e mi misi a gridare,

a gridare, a gridare,

come una pazza a gridare,

scappando nel vento,

scappando nella notte.

Si fa bujo d'un tratto. Nel bujo si sente gridare con voce che s'allontana:

Figlio mio!

Figlio mio!

II.

Appare l'interno dell'abitazione di Vanna Scoma.

È Vanna Scoma una vecchia fattucchiera, che ha fama d'essere in misteriosi commercii con le «Donne».

Vive in una casupola quasi in campagna.

Non si vedrà dell'interno altro che un rustico camino in fondo, con una grande cappa; a destra, la sola porta, d'un verde chiaro, mezz'aperta; a sinistra, una sola cassapanca, lunga e stretta come una bara, su cui è buttato, non disteso, un pezzo di stoffa rossa. Tutto il resto è nero.

Vanna Scoma è seduta davanti al camino. Immobile, con le mani posate sulle gambe, non par vera.

Avrà sul volto dapprima una maschera, Per dar questa impressione di fantoccio, lì posato sulla seggiola, con le sue vesti e le sue grosse scarpe.

Entrano dalla porta mezz'aperta nella notte la Madre e le due donne che l'accompagnano.

La madre (è tutta scarmigliata; è corsa nella notte, sempre gridando; ora sorretta dalle due vicine, con la testa che le ciondola dalla stanchezza, quasi senza più voce per l'affanno della corsa e il troppo gridare, ripete, entrando, come un'eco del suo grido disperato):

Figlio mio ...

Figlio mio ...

Le due donne la scrollano perfarla tacere, quasi irose:

L'Una:                                           Zitta!

L’altra:                                                     Basta,

ora!

L'Una:                     Basta!

La madre:                          Perché? Dove m'avete

portata? Voglio il figlio mio...

L’altra (prendendosi con la mano sinistra l'avambraccio destro levato e mostrandoglielo):

                                                   Qua, ecco

il figlio vostro!

L'Una:

                          Fate

perdere la pazienza!

L’altra:                    Vanna Scoma è la sola

che possa dirvi dov'è.

La madre:               E svegliatela, dunque, svegliatela,

che possa dirmi dov'è!

L'Una:                     Svegliarla? Siete matta?

L’altra:                    Bisogna aspettare che si svegli da sé!

L'Una:                     Che rinvenga; perché,

pare lì, ma non c'è.

L’altra:                    Sediamo, sediamo

qua sulla cassapanca.

L'Una:                     La porta, sempre aperta,

di giorno e di notte.

L’altra:                    E la notte è così,

come un fantoccio

posato lì sulla seggiola:

le vesti, le scarpe,

le mani sulle gambe.

L'Una:                     Se la toccate è di gelo.

L’altra:                                                         Ma chi

s'attenta a toccarla?

L'Una:                     Il suo spirito

è via con le Donne.

L’altra:                    Ogni notte

se la vengono a chiamare

Entrano dalla porta mezz'aperta due contadini con gli scialli sulle spalle.

L'Una:                     Ecco qui

questi due.

Primo contadino: Contadini.

Secondo contadino: Suoi vicini.

L'Una:                     Ogni notte per nome

la sentono chiamare.

L’altra:                    È vero?

Primo contadino: È vero, sì.

L’altra:                    E come? come?

Secondo contadino (imitando una voce misteriosa, lontana):

Vanna Scoma ...

Vanna Scorna ...

Primo contadino: Se la portano con loro,

chi sa dove, a far che cosa...

Secondo contadino: Solo il corpo resta lì.

Primo contadino: Ma se le mettete

sul capo codesto

panno rosso -

Secondo contadino: - alza le mani

subito, per levarselo, e si sveglia.

L'Una:                     Proviamo?

L’altra:                                       Proviamo.

L'una prende quel pezzo di stoffa rossa, lo stende, porgendone i due capi all'altra, e tutt'e due cautamente vanno a deporlo sul capo della fattucchiera. Questa leva subito le mani e, insieme col panno rosso, strappandosi la maschera (che vi resterà dentro nascosta), scopre la faccia viva, gridando:

Vanna Scoma:                                             Chi è?

Primo contadino: Amici!

Secondo contadino:         Amici, Vanna Scoma!

L'Una:                                                                        Amiche!

Siamo venute, perché... -

Vanna Scoma alza la mano a un gesto che para.

Primo contadino (subito):  

Zitte!

Secondo contadino:       Fa segno!

Vanna Scoma:                                  Lo so, perché.

L’altra:                    - a questa poveretta...

indica la Madre.

Vanna Scoma:                                            Vi dico che lo so!

L'Una (col tono di chi non può tenersi dal dire una cosa, tanto le pare crudele):

- hanno cambiato il figlio!

La madre:               Il figlio mio! Il figlio mio!

L’altra:                                                               -  le Donne!

Vanna Scoma (irritandosi, come se non voglia saperlo):

Le Donne ... le Donne ...

V'empite la bocca: Le donne!

Chi ve l'ha detto? Nessuno

può saperlo. Io so questo soltanto:

che tuo figlio

l'ho veduto.

La madre (subito levandosi):

L'avete veduto?

Vanna Scoma:       Veduto.

La madre:                            Dov'è?

Dove me l'hanno portato?

Vanna Scoma para le mani a impedire ogni domanda.

Corro anche in capo al mondo...

Primo contadino: Zitta!

Secondo contadino:       Forse ve lo dice!

Attendono protesi. Vanna Scoma abbassa le mani, tace.

L'Una:                     Dove?

L’altra:                               Dove?

Primo contadino:                       Non può dirlo.

La madre:               Perché non potete?

se lo sapete...

Primo contadino:                        Lo sa,

ma non può.

La madre:               Vanna Scoma, vi do

tutto quello che ho!

Ditemi dove l'avete veduto!

Vanna Scoma, che ha abbassato le mani, ne rialza una.

Secondo contadino: Vuol parlare!

Vanna Scoma:                                   Ti dico

che tuo figlio - dov'è -

sta bene.

La madre:                              Bene?

senza di me?

il figlio mio, senza di me?

e come volete che possa star bene

senza di me?

L'Una:                                            Se ve lo dice lei ...

La madre:               Ma io? ma io? Che dite!

Voglio correre subito a prenderlo!

Se l'avete veduto,

dovete pure saperlo, dov'è,

dove me l'hanno portato.

Ditemelo, Vanna Scoma!

Morrò, se non lo so!

se non me lo dite, morrò!

Vanna Scoma:       Più fai così,

e più tuo figlio, là dove si trova,

s'agita e smania e soffre.

La madre:               Ma come volete che faccia?

Vanna Scoma:       State tranquilla.

La madre:               Tranquilla?

Sì, morta;

come volete che stia

tranquilla? No, no,

voglio sapere dov'è,

voglio sapere dov'è!

Vanna Scoma:       In una casa di re.

La madre:               In una casa di re?

mio figlio?

in una casa di re?

L'Una:                     Se ve lo dice lei ...

L’altra:                                                   ... che l'ha veduto ...

Vanna Scoma:       In una casa di re.

Primo contadino: La sentite?

Secondo contadino:                L'ha ripetuto!

La madre:               Ma lo dice per burla!

me lo dice

per farmi stare tranquilla!

Primo contadino: No, ve l'ha detto - guardatela! -

ve l'ha detto perché è vero,

guardatela!

Tutti la guardano. Vanna Scoma rimane impassibile.

L'Una:                     Vanna Scoma!

Vanna Scoma!

Vanna Scoma rimane impassibile.

Secondo:                                          Non risponde.

Quando ha detto una cosa

vuol essere creduta.

Primo:                     E dopo tutto perché

non dovrebbe esser vero?

L'Una:                     Vostro figlio era bello -

L’altra:                     - come un figlio di re!

L'Una:                     È parso loro peccato -

Vanna Scoma:       - che crescesse con te.

Primo:                     La sentite?

Secondo:                                   Dunque, è vero!

La madre:               Che crescesse con me,

il figlio mio, peccato?

Primo contadino: Non diciamo peccato,

diciamo che è segno

che l'hanno stimato

degno -

Secondo contadino:           - ecco, degno

d'una sorte migliore!

L'Una:                     Carni fine,

da indossare

camicine

delicate.

L’altra:                    E manine

da toccare

cose belle,

cose rare.

La madre:               Il figlio mio ...

Il figlio mio ...

Primo:                     Piangete?

Secondo:                Siate contenta, felice, superba,

che sia diventato

un figlio di re!

L'Una:                     Avrà quello che vorrà!

La madre:               Ma la mamma sua vera...

L’altra:                    Piccolino, non lo sa

che v'ha lasciata...

La madre:               Ma già mi conosceva!

L'Una:                     E domani, aprirà

gli occhi

La madre:                              - e non mi vedrà,

mi cercherà

L’altra:                                          - si troverà davanti

una regina - che volete di più?

L'Una:                     Una regina! E chi sa

che cose grandi vedrà -

La madre                (assorta):

Crescerà senza sapere

più nulla del suo stato...

Primo contadino: Ah, sì, bello stato -

Secondo contadino:- da rimpiangere davvero...

La madre: ...           né dov'è nato,

né chi era

la mamma sua vera...

riscotendosi

No, no, il figlio mio

io voglio il figlio mio,

povero come me,

ma con me, ma con me!

L’altra:                    E questo è tutto il bene

che gli volete?

La madre:                                       Per il figlio mio

il mio cuore di mamma

val più d'ogni regno

e più d'ogni splendore!

L'Una:                     Più d'una casa di re?

La madre:               Casa di re... casa di re...

Che re? di che regno?

Vanna Scoma:       Non stare a cercare.

La madre:               Si può ben fare il conto dei re,

non ce n'è tanti poi sulla terra...

Primo contadino: Il re d'Inghilterra...

Secondo contadino:           Il re di Francia...

Vanna Scoma:       Sì, Francia... La Francia

non ha più re.

L'Una:                     Non ha più re?

L’altra:                    S'è detto sempre il regno di Francia.

Vanna Scoma:       E ora la Francia

non ha più re.

Primo contadino (alla madre):

Vorreste andare per mare e per terra

in cerca di regni?

Secondo contadino:

Vi figurate che vi lascino entrare

in una reggia guardata -

Primo contadino: - voi tutta stracciata,

più strapazzata

d'una scopa di forno -

Secondo contadino:

- le scarpe rotte...

L'Una:                     I guardiani...

L’altra:                    Linguaggi d'altro suono

Vanna Scoma:       E c'è regni in cui sono

sei mesi di giorno

e sei mesi di notte.

L'Una:                     Lontani, lontani

L’altra:                    Inutile andarlo a cercare!

Primo contadino: Non lo potrebbe mai ritrovare...

La madre:               Ma allora... ma allora mio figlio non debbo

rivederlo mai più?

Vanna Scoma:       Ti posso dir questo soltanto: se tu

vuoi che tuo figlio stia bene,

dipende da te.

Non vale che sia in una casa di re.

Tratta bene quest'altro che t'è

toccato in cambio. E t'avverto,

che certo

quanta più cura tu qua

avrai di quest'altro,

e tanto meglio tuo figlio

starà di là.

Bujo. La scena sparisce.

III

Caffeuccio a terreno. Porto di mare. Finestra in fondo aperta, da cui si scorge il porto con le alberature delle navi ormeggiate e la torretta bianca con la lanterna rossa, piccole per la lontananza. Una leggera tendina azzurra un po' unta è alla finestra e svolazza alla brezza marina. Da fuori, lontani, arrivano suoni, canti, voci. La porta è a destra, sul davanti: e, subito dopo, una scaletta che conduce a un usciuolo a vetri con tendina verde, illuminato da dietro. Sotto la scaletta, su questa parete, è un pianoforte sgangherato, su cui pesta un vecchietto capelluto e sonnolento. Una sciantosa tutta ritinta; con sottanella a ombrello di tutti i colori, canta e balla. Il banco di mescita è dirimpetto, davanti la parete sinistra, su cui è la scaffalatura con le bottiglie dei liquori. Siede al banco una femmina di rubiconda grassezza burbera e baffuta. Buttata a terra a sedere sotto la finestra, con le gambe aperte e i piedi nudi, sporchi di sabbia bagnata e rappresa, e una giovane scema e muta, cenciosa, sempre ingravidata, non sa mai da chi; ma questa volta, sì, pare che lo sappia: dal «Figlio-di-re», per cui la chiamano ormai «La Regina». Scarmigliata, ha la faccia della voluttà, pallida, e tiene gli occhi chiusi, quando li apre, imbambolati, ride stupidamente d'un riso vano: largo e senza suono, da maschera. Attorno ai tavolini seggono gli avventori, gente del porto, qualche impiegato di dogana che viene a prendere il suo caffè e a leggere il giornale; tre sgualdrinelle; e si beve, si ciarla, si giuoca a dadi, a carte.

Al levarsi della tela la sciantosa sta cantando questa bella canzone:

La sciantosa:          La mia vita è qua,

la mia vita è là,

trottola trottola,

requie non ha.

Sempre giro,

giro,

giro,

giro, giro sempre più.

Come sono?

bianca,

rossa,

verde,

nera?

sono di tutti i colori,

biancorossa,

verdenera,

giallolillarosablù.

E finito che ha di cantare e girare, come una matta si butta sulle ginocchia di un avventore che siede solo a un tavolino.

L’avventore (cacciandola, seccato):

Va' al diavolo!

La sciantosa:          Ne vengo!

M'ha comandato lui

di venire da te

per farti compagnia.

L’avventore:          Tornaci, bella mia,

e di' che lo ringrazio;

m'è bastato lo strazio

ella tua melodia.

Una delle tre sgualdrinelle (alle altre due):

 L'ho detto e lo mantengo:

con due ministri, buj

come la notte, e un maggiordomo nero,

un Principe straniero,

figlio di re.

La seconda:            L'hai visto tu, sbarcare?

La prima:               L'ho visto io.-

La terza:                                         Com'era?

La prima:               Malato.

Le altre due:                        Ah sì, malato?

La prima:               Un visino di cera...

Capelli biondi...

La seconda:                                        Inglese?

La prima:               Non so di che paese.

L'hanno mandato

alla nostra riviera...

La seconda:            Per cura?

La prima:                                Ha presa stanza

alla villa sul mare.

La terza:                 Un principe in vacanza!

La prima:               Ma temo che s'annoj!

La seconda:            Cara, s'è un Principe,

non è per noi!

La terza (sbadigliando):

E s'è malato poi...

Da lontano, cadenzato, arriva un coro di monelli che dànno la baja:

Coro di monelli:              olé, olé,

           figlio di re!

           olé, olé,

           figlio di re!

La sciantosa, fatto il giro col piattello, si ripresenta all'avventore:

La sciantosa:          Da' la mancia.

L’avventore (con una manata):

Va' via!

Intanto la padrona del caffeuccio, udendo il coro dei monelli che s'approssima, scende dal banco e va a urtare col piede «La Regina» che dorme per terra.

La padrona:           Su, pancia,

su,

su,

fuori di qua!

La prima delle sgualdrinelle:

E lasciala stare,

che male ti fa?

La padrona:           Non la voglio qua da me,

sei contenta?

La seconda:            Sempre col ventre pieno,

vergogna!

La terza:Ma un po' di carità,

se non per lei per il suo stato almeno!

L’avventore:iNe fa uno e s'addormenta;

prima di fare l'altro se lo sogna.

La padrona:Su, su, ti dico! su,

sacco d'umanità!

Tirata sù, «La Regina» si guarda in giro, sbattendo gli occhi, e mostra a tutti il suo largo e vano riso da scema. Gli avventorì la burlano:

Gli avventori: - Chi è stato, di'? chi è stato?

- Chi te l'ha fatto il guajo?

- Certo un soldato!

- O un marinajo!

- Nemmeno lei lo sa!

La padrona:No, chi è stato,

questa volta lo sa bene!

eccolo qua,

che viene.

Il coro dei monelli è già davanti la porta.

Coro di monelli:              Olé' olé,

           figlio di re!

           Olé, olé,

           figlio di re!

Tutti nel caffeuccio scoppiano in una lunga strepitosa risata, come, zampettando sulle gambe sbieche stirate e tutto in preda a una continua convulsione di nervi, che non gli lascia fermo  un momento alcun membro, appare sulla soglia «Figlio-di-re» con una corona di cartone dorato di traverso sul capo e un mantelletto sulle spalle: mostro allegro, esultante, che stenta a parlare.

Figlio-di-re:            Agghivato pe mmaghe è un ghan legno,

pfum-pfum,

pfum-pfum,

pfum-pfum

bandieghe,

catene,

pennacchio di fumo,

pfum-pfum,

pfum-pfum

pottaghmi co quetta coghona

e quetta gheghina a mmio ghegno,

tira a sé «La Regina»

sedeghe su xxrhono!

Ogni verso è accolto dagli avventori con risate e applausi, a cui rispondono da fuori le grida dei monelli. Entrano intanto, a frotte, alcuni marinaretti stranieri, agitando i berretti e gridando:

Marinaretti:           Trinchevàine! Trinchevàine!

Mit Froilàine! Mit Froilàine!

Le sgualdrinelle si lanciano nelle loro braccia, e «Figlio di re» li addita agli avventori, beato e festante:

Figlio-di-re:            Ecco! Ecco!

Un avventore:       Chi sono? Chi sono?

Figlio-di-re:            Maghinaghi de mmio ghegno!

Maghinaghi de mmio ghegno!

facendosi loro innanzi e indicando la corona che porta in capo:

Maghinaghi de mmio ghegno,

salutate il voxxrho ghe!

I marinaj ridono con gli avventori, mentre la sciantosa fa subito attaccare al vecchietto la nuova canzone per i nuovi venuti:

La sciantosa:          Marinaretti che terra toccate,

sempre trovate le belle figliole...

Ma la padrona non ne può più, manda a gambe all'aria il vecchietto e dà un urtone alle spalle alla sciantosa, poi sifa in mezzo, gridando:

La padrona:           Basta!

Basta!

Basta!

Basta!

Non do spettacoli

in casa mia!

ricacciando «La Regina»

E tu intanto, via,

via col tuo re!

Figlio-di-re (rivoltandosi feroce):

Ghispetta la coghona!

L’avventore (interponendosi):

Via, padrona,

siate buona,

e tutti gli altri del caffé ripetono:

buona,

buona,

e l'Avventore riprende:

Via, padrona,

e ancora gli altri:

buona,

buona.

e di nuovo l'Avventore:

Lasciateci onorare

la nuova dinastia;

ma diteci chi è

questo novello re!

Entra all'improvviso, fosca come una bufera, Vanna Scoma. Tutti si scostano, facendo silenzio.

Vanna Scoma:       Chi è? La follia

d'una ignorante. La cerco. Dov'è?

Non voglio che si dia

di quanto è avvenuto,

di quanto potrebbe avvenire,

la colpa a me!

La padrona:           Non siete andata ogni notte a vedere

il suo figliuolo alla reggia?

Vanna Scoma:       Per quietarla!

La padrona:           No, per frodarla!

«Come cresce? com'è?»

«Cresce bene, col re, ch'è un piacere,

come ci gioca, come lo vezzeggia.»

E questo sciagurato,

intanto eccolo qua,

cresciuto

come un bruto, zimbello

d'ogni monello.

Il Coro dei monelli (davanti alla porta):

Olé, olé,

figlio di re!

olé, olé,

figlio di re!

La padrona:           Eccoli, li sentite?

Vanna Scoma:       Perché voi non capite!

Fu sapiente carità la mia.

La padrona:           Pretesto di scrocco,

ecco quello che fu.

L’avventore:          Brava, padrona,

pretesto di scrocco!

Vanna Scoma (prima all'una, poi all'altro):

Sciocca! Sciocca! - Sciocco

anche tu!

Feci dipendere il bene di quello

dal bene di questo,

e voi dite pretesto

di scrocco,

la carità mia!

Non è colpa mia

se poi questo è cresciuto

com'un allocco

o com'un bruto!

La padrona:           E se ognuno lo burla

con quella corona?

Se dietro gli s'urla

ch'è figlio di re?

Vanna Scoma:       Doveva la Madre

sapere

tacere.

La sciantosa (che guarda dalla porta):

Eccola!

vien di corsa!

La padrona:           Anche lei qua da me?

La sciantosa:          Oh Dio, pare morsa

dalla tarantola! Fa

con le braccia così - così - così...

agita in aria le braccia.

La padrona (urlando):

Via tutti! Via tutti!

Fuori di qui!

Non voglio scandali,

non voglio ambasce

nel mio caffè!

Entra, seguita da alcune donne del popolo, la Madre delirante.

La madre:               È arrivato! è arrivato

il figlio mio, malato,

il figlio mio che in fasce

mi fu cambiato!

È arrivato! è arrivato!

L’avventore:          Il figlio vostro? E questo

allora che cos'è?

non basta che ve l'abbiano

incoronato re?

La madre:               No, non è questo, no!

questo mi fu lasciato!

Pallido, come un morto,

questa mattina all'alba,

nel porto,

il figlio mio,

il figlio mio,

guardate,

eccoli i marinaj,

me l'han portato loro,

questa mattina all'alba,

sopra una nave tutt'argento e oro!

È il figlio mio, non è

un Principe straniero!

Dicono c'ha bisogno

di sole. Non è vero.

Ha bisogno di me,

della sua mamma,

e non lo sa!

Qualcuno in sogno

gli ha certo parlato,

ed è venuto qua

malato.

Andate a dirglielo, voi marinaj

andate a dirglielo ch'io sono qua,

io, la sua mamma

che lo guarirà!

Poi, rivolgendosi al mostro incoronato:

E tu, a casa! a casa!

Figlio-di-re (rivoltandosi, comico e brutale):

                                   No!

Io sono il ghe!

E questa la gheghina!

Tutti di nuovo scoppiano a ridere.

L’avventore:          Vero, verissimo,

Signori, ormai

nessun di noi

lo potrà più negare.

E dunque a voi,

Maestà,

a voi, Regina,

devotamente,

ognun di noi

s'inchina!

Inchino grottesco di tutti, tranne della Madre e di Vanna Scoma, e «Figlio-dire» e «La Regina» a braccetto escono. Mentre il buffo corteo sfila:

Vanna Scoma (dice alla Madre):

Non attentarti a dire

al Principe arrivato

quello che hai detto qua:

Bada - è malato -

te lo farò morire.

IV.

Giardino della villa sul mare, la terrazza. Ajuole, statue, sedili di marmo. Il giovine Principe è sdrajato su uno dei sedili; i due Ministri sono dietro la spalliera, che si guardano tra loro, perplessi nella contrarietà in cui si trovano. Fulgido mattino. Silenzio di paradiso.

Primo Ministro (facendosi coraggio):

Vostra Altezza (ma già

possiamo quasi dire

Vostra Maestà...

Il Secondo:                                         Ecco, già.

Maestà, Maestà!)

Il Primo:                 Dovrebbe capire...

Il Secondo:             Ecco, capire...

Il Primo                                          ...capire

che questa indolenza...

Il Principe:                                                    ... di dama

sdrajata seminuda ...

Il Primo (scandalizzato):

Oh no, che dice,

Altezza!

Il Principe:             Dico che mi godo

questo tepore che dà

un'ebbrezza, un'ebbrezza

che ne vorrei morire.

Questo veramente si chiama

sentirsi felice.

Il regno, non c'è modo

di lasciarlo per ora appeso a un chiodo,

come un mantello che mi metterò

sulle spalle, venuta la sera?

Non mi dite di no.

Lasciatemi per ora

guardare la bella riviera,

il cielo, il mare;

godere la prodigalità

di questo sole, divina,

che incoraggia alla vita.

Qua non si muore. Basta

non cessare d'accogliere in sé

questo palpito continuo

di luce, di foglie, di acqua,

e non si muore.

S'alza.

Ho accolto qua tutto,

l'aria, ogni aspetto di cose

vicine, lontane,

con un consentimento1

così rapido e tenero,

che è stato per l'anima

come una nascita nuova

o ritrovata da un sogno

d'infanzia, chi sa?

come se qua

già fossi nato una volta, in un'altra

vita, di cui solamente

l'alba e null'altro

mi possa sovvenire.

Il Primo:                 Ma è, veda, che gravi

notizie son giunte,

Altezza; complicazioni...

Il Secondo:             E ragioni

di Stato...

Il Primo:                 Il fardello

dei re ...

Il Principe:                             Senza peso,

per carità, senza peso!

Quest'è saggio:

albergare di passaggio

nell'anima del popolo.

Il Secondo:             Son già pronti i bagagli

Il Principe:             No, senza bagagli,

via tutti i bagagli! A tracolla

un tascapane

pieno di frottole amene,

e a braccetto una bella fanciulla

naturale come un fiore,

per cui nel regno,

vedendoci passare,

tutti possano esclamare:

«Ecco un uomo d'ingegno

e una donna di cuore! ».

Non cercate, non vi travagliate,

non c'è bisogno di nulla:

tutto alla fine verrà come in sogno

da sé:

voi, ministri; ed io, re.

Il Primo:                 Ma vostro padre, Altezza

Il Secondo:             Il cuore ci si spezza...

Il Principe:             Vedo mio padre nella sua reggia

in un fastoso deperimento.

Addormentata nel capo ogni idea,

nel petto ogni sentimento,

nel fegato ogni ira,

con gli occhi pieni di sonno si stira

distratto sul mento

la barbetta profumata:

«Niente di nuovo nella giornata?».

La voce di mio padre, per me,

è come vedere

uno specchio nell'ombra.

Si turba; domanda prima all'uno e poi all'altro:

Allibito? Allibito?

Il Primo:                 Ma anche voi, Altezza, anche voi,

delle vostre stesse parole...

Il Principe:             No, sono stupito

che fossero in me,

tante e sì giuste,

senza ch'io lo sapessi.

Vi siete guardati negli occhi;

v'è parso

che non parlassi più io,

ma un altro; e anche a me

è parso così; ma con questa

gioja di liberazione.

Ah, perdere la testa,

non aver più la ragione!

Canto di merlo

in gabbia. Parole fruste.

Inchiostro

sparso.

Re, col Dio

che ci vuole.

Dente che duole.

E tutti dietro uno scudo.

E mai un viso nudo,

fino all'anima nudo,

come vorrei vederlo;

un sorriso, ma vostro;

e non fatto per me;

e come parlate

dentro di voi; ma questo

forse non lo sapete

nemmeno voi stessi.

Si muove per andare e subito torna indietro per domandare ai due Ministri sbalorditi, con estrema malizia:

Vorrei sapere dell'acqua del mare,

se invecchia, se muore!

ci sarà la più giovane,

quella che più viva si muove:

e l'altra, quella che spuma,

quella che stracca s'abbatte alla spiaggia,

è forse la vecchia? Vi fa

ridere questo pensiero

dell'acqua bambina,

dell'acqua vecchia del mare?

Li guarda un po', così sbalorditi, scoppia a ridere e se ne va.

Il Primo:                 Ohè, dico, gli ha dato

di volta il cervello?

Il Secondo:             Direi che piuttosto

con quel girarrosto

di finto rovello

di noi s'è beffato.

Il Primo:                 O fors'anche ha voluto...

Sopravviene il Maggiordomo.

Il Maggiordomo:  Eccellenze, il mio saluto.

Il Secondo:             Comprendo e non comprendo.

Il Primo (al Maggiordomo):

Siamo a un bivio tremendo:

Partire - morire,

Restare - abdicare.

Il Maggiordomo: Comprendo e non comprendo.

Il Primo:                 Chiaro e tondo,

chiaro e tondo,

il medico ha parlato:

«Se voi, Eccellenze,

all'esigenze

del caso v'arrendete,

per mia quiete

dichiaro che più non rispondo

della vita del Principe ammalato».

Il Secondo:             Intanto,

lo schianto

del trono è imminente lassù;

il re, scampato

a un attentato,

non so che guasto

al sangue n'ha avuto,

e ancora vivo

ai vermi in pasto

par sia caduto.

Bisogna partire,

partire!

Il Primo:                 Scrivo, riscrivo,

qua privo

d'ajuto...

Il Secondo:             Nessuno più

risponde.

Il Primo:                 Il finimondo

è lassù.

Il Secondo:             Saccheggi!

Il Primo:                 Incendii!

Il Secondo:             Scioperi e tumulti

e ribellati tutti

a ogni legge degli uomini e di Dio!

Il Primo (al Maggiordomo):

In tanto scompiglio,

il vostro consiglio?

Maggiordomo:      Ah, se volete il mio:

restare!

Il Secondo:             E allora, abdicare? abdicare?

Maggiordomo:      Se partire è morire...

Ma - attendete -

forse partire bisogna;

di là

c'è una donna;

delira o sogna,

non so; pare una strega

vi prega

che la vogliate ascoltare.

Va a prendere Vanna Scoma per introdurla alla presenza dei due Ministri.

Il Primo:                 Una donna?

Il Secondo:             Chi sarà?

Rientra il Maggiordomo con Vanna Scoma, tutta scombujata.

Il Primo:                 Parlate, chi siete?

Vanna Scoma:       Ho veduto.

Il Primo:                 Veduto?

Il Secondo:                             Che,

veduto?

Vanna Scoma:       Il vostro re.

Maggiordomo:      Vaneggia.

Il Primo:                 Come?

Il Secondo:             Dove?

Maggiordomo:      Scorto

da lontano?

toccato con la mano?

Vanna Scoma:       Morto.

Nella sua reggia.

Il Primo:                 Ma questa donna chi è?

Il Secondo:             Il vostro nome!

Maggiordomo:      E le prove!

Vanna Scoma:       Il mio nome?

Qua tutti lo sanno.

Le prove? Vi dico: ho veduto.

Presto saprete che non v'inganno.

Veduto tutto:

la reggia in lutto,

il Re disteso

sul catafalco.

La faccia spenta gli s'è allargata

in un sudore di cera,

e qua nel solco sotto lo zigomo

gli s'è franata.

Vi han sopra steso, a nasconderla,

un velo nero.

Lo vedo! Lo vedo!

Il mascellare coi denti

sta per scoprirsi, e sgomenti

gli alabardieri

lo sbirciano,

sull'attenti,

tra i ceri,

attorno al catafalco.

Signori sparuti, in marsina, con trame

d'argento, e dame

basite si guardano tra loro

sotto il palco

tutt'in giro,

dei velluti a frange d'oro.

A questo segno mi crederete.

Se al Principe volete

salvare il regno,

accorrete! accorrete!

A questo punto si sente crescere tutt'intorno alla villa un mormorio confuso difolla, come un vasto brusìo d'alveare.

Primo Ministro (costernato):

Che è questo fermento

di folla attorno alla villa?

Il Secondo:             S'è sparsa a tradimento

la notizia?

Vanna Scoma:       Non sono stata io!

Maggiordomo:      Mormorio, mormorio,

stia tranquilla,

Eccellenza: la vita dei re

è sempre in mezzo alle favole; e qua

una ne è nata

(fors'anche da questa megera)

che la villa circonda,

come fa l'onda inquieta

un'isola di pace. Leggera

brezza, chiacchiera infondata...

Il Secondo:             Eh, tanto leggera non pare...

È come un fragore di mare...

Udite? Udite?

Il Primo (a Vanna Scoma):

Che intrico

è questo? che favola

è nata? Parlate!

Vanna Scoma:       Non parlo!

Vi dico:

partite!

Il Primo:                 Ma il principe dov'è?

Bisogna andare a cercarlo,

a cercarlo!

Maggiordomo:      A diporto

sarà nella villa...

Il Primo:                 Se il Re

sta per morire, o è già morto,

bisogna partire, partire...

V.

Lato opposto del giardino, verso l'entrata della villa. Sul davanti è il viale che porta al cancello. In fondo è una proda in pendio, con una fontanella e un sedile di marmo. La proda è cinta da un'alta siepe, in cui si vede uno sforo. Appare in esso, tra qualche foglia pendula, il viso della Madre, che spia. Il giovane Principe è seduto sul sedile, assorto. Poco dopo, si alza, smanioso.

Il Principe:             Insoddisfazione! Non trovo

più requie in alcun posto,

e più pace non ho!

Sento vicino,

accosto,

il mio destino, e non so

come ghermirlo!

Voltandosi, scorge quel volto che lo spia dallo sforo della siepe.

Che fai tu li?

chi sei?

perché mi guardi così?

La madre:               Non posso dirlo.

Il Principe:             Piangi, con occhi

che ti ridono; è strano;

perché?

La madre:               Non posso dirlo.

Il Principe:             Nemmeno chi sei?

La madre:               Una donna di qui,

che aveva un tempo un figlio...

Il Principe:             E io gli somiglio?

La madre:               Sì.

Il Principe:             Sento che con gli occhi,

guardandomi, mi tocchi

come con la mano.

La madre:               Invidio tua madre

ch'ebbe questa fortuna.

Il Principe:             Mia madre? Mia madre morì:

- una bara - una cuna.

La madre:               Morì? Tua madre?

Il Principe:             Sì,

come nacqui. Piansi, e lei lì muta.

Non l'ho conosciuta.

Ah, non fummo felici

né lei di morire,

né di nascere, io.

La madre:               Oh Dio, oh Dio,

ma allora perché

l'hanno fatto?

Il Principe:             Che dici?

Di che

ti dài pena?

Una regina, da tanto

scomparsa dalla scena

del mondo... E questo tuo pianto

per me... Che vuol dire?

La madre:               Ma se ...

ma se non lo fecero

per darla a un'altra

la gioja d'averti...

perché?

Il Principe:                           Tu farnetichi...

La madre:               Almeno questo conforto

per me, qua meschina,

saperti...

Il Principe:                             Oh bella! Tu mescoli

la tua storia e la mia...

La madre:               È crudele! È crudele!

Il Principe:             T'è morto

il figlio?

La madre:               No! non sia mai!

Ma sento che non hai

avuto mamma! Ed a me,

qua fiele, fiele

nel seno,

il latte mi si fece!

Credevo che invece

tu almeno

al seno di quella...

d'una regina...

la vita bella...

ricchezze...

la reggia...

Il Principe:             È il sole! Sì, colpa del sole

dev'essere, io penso.

Qua tutti si vaneggia.

Donna, non colgo senso

nelle tue parole.

Tuo figlio non è più con te?

Dov'è?

La madre:               Mi fu rapito

in fasce, e portato, mi dissero,

in una casa di re.

Il Principe:             Ah, e forse - ho capito -

tu credi che possa esser io?

A questo punto, dalla fontana dietro alla quale si teneva nascosto, scatta addosso al Principe con un pugnale brandito «Figlio-di-re».

Figlio-di-re:                                                          No! Io,

io sono il Ghe!

E tu, l'usuxxpatoghe!

Sta per colpirlo alla nuca; ma al grido della Madre, nel vederlo apparire, il Principe, voltandosi, può schermire il colpo e attanagliare i polsi del mostro

Il Principe (ghermendolo):

Oh! Guarda! Tu... buffo!

Mentre la Madre, sempre gridando, accorre per entrare dal cancello nella villa, da dietro la fontana sopravvengono, gridando anch'essi, i due Ministri e il Maggiordomo col Podestà del luogo, che ha recato, col corriere diplomatico, l'annunzio della morte del re.

I Ministri, il Maggiordomo e il Podestà (accorrendo):

- Che cos'è?

- Che cos'è?

- Maestà!

- Maestà!

- Un attentato anche qua?

Il Principe:             No, niente, un tuffo

di sangue alla testa: passato!

Ecco: guardatelo!

incoronato!

è l'attentato

d'un re!

Primo Ministro:Questo mostro

chi è?

Il Podestà:Lo zimbello del nostro

paese; vi dirò

Il Maggiordomo:Io lo so,

gli s'è lasciato credere...

Il Podestà:

Ecco, una favola

che da tant'anni qua

gira tra il popolo...

Figlio-di-re:                                            Sono

ghe! Sono ghe

Entra la Madre, affannata dalla corsa, e si butta in ginocchio.

La madre:                                          Perdono!

Perdono! Non sono

colpevole!

Il Podestà (saltandole addosso):

Via! Via! Levatevi!

Non siete colpevole?

Le donne ciarliere...

Il Principe (trattenendolo):

Aspettate! Che favola?

Io voglio sapere.

Primo Ministro (supplichevole):

Maestà! Maestà!

Secondo Ministro:

Non c'è tempo: si sta

per partire!

Maggiordomo:      È arrivato l'annunzio di morte...

Il Principe:...          del Re?

E resta a lungo, compunto e pensieroso, nel silenzio di tutti, mentre a poco a poco il viale sottostante si va riempiendo di gente del popolo, in massima parte donne, ansiose e sgomente, entrate appresso alla Madre. Il Principe, dopo aver compianto il padre in quel silenzio, si volta ai Ministri e dice:

             L'annunzio

allora, anche per me

d'andare a morire

La madre (con un grido, dalle viscere):

No, figlio! No, figlio!

Una donna del popolo:

Tu bello

resti qua con tua madre!

Le altre:                  È tua madre! È tua madre!

La donna (indicando il mostro):

Ed è quello

il figlio del re!

Le altre:                  Quello! Quello!

La donna:               E andrà quello! Tu resta

qua!

Le altre:                  Resta! Resta! Resta!

La madre:               Qua, figlio, con me!

Il Principe (esilarato):

La favola è questa?

Primo Ministro (supplichevole):

Maestà... Maestà...

La madre:               Non è favola!

È verità!

Le donne del popolo:

Verità! Verità!

La madre:               Sono tua madre.

Le donne:               È tua madre! È tua madre!

Il Podestà (investendole):

Via di qua! Via di qua! Via di qua!

Primo Ministro:   E voi Maestà

non date ascolto!

bisogna partire!

Secondo:                Partire!

Le donne (rifacendosi avanti, a più voci)

- Le fosti cambiato!

- Cambiato con quello!

- Rubato!

- Rubato

di notte!

- Portato

lontano! Tu bello!

- E quello brutto

lasciato!

- Qua tutto

il paese lo sa!

Primo Ministro:   Non date ascolto, Maestà!

Secondo:                Non date ascolto!

Il Podestà (a gran voce):

È una favola!

Tutte le donne (con voce più grande):

Verità! Verità!

La madre (semplice e piana):

Figlio, è la verità.

Non devi andare a morire.

Mi fosti rapito;

mi sei ritornato.

Ora sei malato,

e ti debbo guarire.

Il Principe:             Ho rischiato,

signori Ministri,

di morire anche qua.

Non vi pare che possa bastare?

Primo Ministro:   Ma Vostra Maestà

Secondo: ...                                            vorrà dare

importanza a una burla?

Il Principe:                                                        Una burla?

la voce del popolo ch'urla

- non avete sentito? -

che è quello il figlio del re?

Le donne:               Quello! Quello! Quello!

Il Principe (rivolgendosi a «Figlio-di-re»):

Altezza reale, alla gogna

qua da tant'anni esposto,

fate conto che a costo

del vostro misfatto

m'abbiate qua morto.

Ecco, io piglio

il vostro posto!

E, da umile figlio

di questa povera donna,

vi chiedo perdono del torto

che v'è stato fatto.

Signori Ministri,

non mi guardate con occhi sinistri:

Eccovi il Re!

Tutti (tranne i Ministri, il Maggiordomo e il Podestà):

Viva il Re! Viva il Re!

Olé, Olé!

Olé, Olé!

Viva il Re! Viva il Re!

I Ministri, il Maggiordomo, il Podestà:

Eresia! Eresia!

Cacciateli via!

Chiudete il cancello!

Eresia! Eresia!

Il Principe:             Credete a me,

non importa che sia

questa o quella persona:

importa la corona!

Cangiate questa di carta e vetraglia

in una d'oro e di gemme di vaglia,

il mantelletto in un manto

e il re da burla diventa sul serio,

a cui voi v'inchinate.

Non c'è bisogno d'altro, soltanto

che lo crediate.

Primo Ministro:   Ma come vuole, Vostra Maestà,

che possiamo...

Il Principe:                                       Che cosa? Credere?

Si può sempre! Si può tutto!

Maggiordomo:      Ma questo, no, perché sappiamo

che non è vero!

Il Principe: Ma niente è vero,

e vero può essere tutto;

basta crederlo per un momento,

e poi non più, e poi di nuovo,

e poi sempre, o per sempre mai più.

La verità la sa Dio solo.

Quella degli uomini è a patto

che tale la credano, quale

la sentono. Oggi così,

domani altrimenti. Credete,

credete che questa

vi può convenire assai più della mia.

Io, ora, la so,

la mia verità.

Ero piccolo qua,

con questa madre, nato a questo sole;

povero, ma che importa?

con quest'amore di madre

e questo cielo e questo mare

e la salute e la gioja

di vivere la mia,

la «mia» vera vita per me!

Davanti a questo mare, a questo cielo

vedo anche le case

sollevarsi a un respiro di sollievo!

e ogni casa, per umile che sia,

diventa una reggia del sole!

Veder tutto ai miei piedi?

Preferisco sentire

qualcosa sopra di me!

Pigliatevi, portatevi

lontano il vostro re!

Ora bisogna ch'io trovi

nel calore carnale

di quest'amore di madre,

nell'odore di questa tua veste,

madre,

La madre:                            sì, figlio, sì;

Il Principe:             e della tua casa,

La madre:                                           sì, figlio,

Il Principe:             nel sapore dei cibi

che mi darai a mangiare

La madre:                                                          sì, sì;

Il Principe:             il sentimento perduto

della tua naturale umiltà.

Vado a tuffar le mani

in quella fontana!

Voglio che la vita

si rifaccia in me nuova

come un'erba d'aprile!

Via la nebbia amara, e quel fumo,

quel fumo forato da lampade,

architetture di ferro,

forni, carbone, città

affaccendate da cure

cieche e meschine,

formicaj! formicaj!

Ho perduto l'amore che avevo

della mia sconsolata tristezza!

Ora son pieno di quest'ebbrezza

di sole d'azzurro di verde di mare!

Signori Ministri,

il vostro re l'avete.

Lo porge loro.

Al popolo:

Eccolo! Fategli onore!

Morto il Re, viva il Re!

Tutti:                       Viva il Re! Viva il Re!

Il Principe, mentre tutti gridano e ridono, butta le braccia al collo della madre.

La madre:               Figlio mio! Figlio mio!

Fine

Note

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[1] La favola, tre atti in cinque quadri per la musica di G. F. Malipiero, fu rappresentata in prima assoluta a Braunschweig nel gennaio del '34; la prima rappresentazione italiana avvenne nel marzo del '34 al Teatro Reale dell'Opera di Roma.

Pirandello, quasi alla fine della vita e della sua produzione, torna alle popolari credenze della sua Sicilia, già presenti nella novella omonima, «Il figlio cambiato» (1902); le guarda con benevolenza, scorgendone al di là delle grossolane superstizioni, le radici di profonda umanità.

Le Donne, streghe dell'aria, che vanno in giro di notte a sostituire bambini belli e sani con altri deformi e malaticci, hanno attuato questo scambio maligno ai danni di una madre. Il suo paffuto e roseo figlioletto è stato trafugato e, al suo posto, la madre ha trovato un bambino misero e malato. La fattucchiera paesana, Vanna Scoma, alla quale la madre si rivolge, le dà un consiglio pieno di grande saggezza. Il figlio trafugato, che è stato portato alla corte di un re, potrà star bene solo se la madre alleverà con affetto e cure l'altro bimbo.

Il vero figlio, però, nonostante gli onori, è infelice e, per riacquistare la salute, ritorna nel paese dove si trova la madre; improvvisamente la sua malinconia si scioglie e il figlio si sente felice: «Dico che mi godo / questo tepore che dà / un'ebbrezza, un'ebbrezza / che ne vorrei morire. / Questo veramente si chiama / sentirsi felice». Il figlio, alla fine, rinunciando a tutti gli onori, decide di rimanere presso la madre ritrovata.

È ancora una volta il motivo della maternità, alla quale Pirandello conferisce un valore sacrale, ad animare questa Favola, che è inserita nei Giganti della montagna come unica pièce che la compagnia di attori guidati da Ilse vuole recitare.

Maria Argenziano.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011