Luigi Pirandello

Trovarsi[1]

Tre atti luglio-agosto 1931

(dedicata a Marta Abba)

Edizione di riferimento

Luigi Pirandello “Questa sera si recita a soggetto / Trovarsi / Bellavita” con la cronologia della vita di Pirandello e dei suoi tempi, un’introduzione e una bibliografia a cura di Corrado Simioni, collezione Oscar per la raccolta di tutto il teatro in lingua italiana di Luigi Pirandello, Arnoldo Mondadori editore 1970.

Personaggi

Donata Genzi, attrice

Elj Nielsen

Il conte Gianfranco Mola Elisa Arcuri

Carlo Giviero,

La marchesa Boveno

Nina, sua nipote

Salò

Volpes

Un dottore

Enrico, cameriere di Elisa

Una cameriera

Un’altra cameriera d’albergo

 

Tempo presente. Il primo e il secondo atto, in Riviera; il terzo nella camera d’un ricco albergo in una grande città.

A Marta Abba

ATTO PRIMO

Atrio della villa Arcuri in Riviera. A sinistra, la scala scoperta, di legno, con guida, che conduce ai piani superiori. Si vede, del primo, il ballatojo su cui dànno gli usci delle stanze sovrapposte. Sotto questo ballatojo, nel fondo, in mezzo, l'uscio che immette nella sala da pranzo: uscio a vetri smerigliati. A destra, appartato, un angolo, le cui pareti son formate da scaffalature di libri, intorno alle quali corre una panconata di cuojo. Un tavolino è nel mezzo, con portafiori, portasigarette, portacenere, ecc.

Ricchi mobili moderni, da atrio.

Sono in iscena, al levarsi della tela, il cameriere Enrico e la cameriera, presso l'entrata per ricevere gl'invitati. Il primo ad arrivare è Carlo Giviero, giovane maturo, vicino alla quarantina, molto elegante, in smoking, viso pallido, di quelli che oggi in società si sogliono definire «interessanti», bella capigliatura nera, abbondante, bene acconciata, con la civetteria di qualche filo d'argento, statura alta, smilzo, aria annojata, leggermente ironica. Il Giviero è dottore di medicina; ma, ricco, non esercita la professione, studia e scrive per diletto saggi di psicologia molto letterarii. Appena entrato, si sbarazza del soprabito leggero e del cappello, e domanda, ma come se già lo sapesse, tant'è vero che s'avvia alla scala:

Giviero: Su?

Enrico: Su, sissignore.

Giviero (alla cameriera): Meglio?

La cameriera: S'è levata; scenderà per la cena.

Giviero: Bene bene.

Dalla scala, salendo:

E l'ospite - la Genzi - è arrivata?

La cameriera: Sì, oggi, alle quattro.

Giviero: Col vento...

Picchia a uno degli usci sul ballatojo, apre, entra.

Enrico (alla cameriera, rimasti soli): Chi sia poi, l'ho ancora da capire.

La cameriera: La Genzi? Come! Non l'hai mai sentita?

Enrico: Io no, mai. Che fa, canta?

La cameriera: Ma no, che canta! Recita.

Enrico: Ah. Credevo artista di canto.

Entra la marchesa Boveno con la nipote Nina. Quella, enorme, pesante, ma vera signora: questa, una tombolina, vivace e arguta, con due occhi che forano e il nasino ritto che fiuta e frugola da per tutto. Nina è afflitta e stizzita per la sua statura da bamboccetta, più proclive ad allargarsi in formosità da donna che ad allungarsi in flessuosità da fanciulla. La trattano da bambina, un po' buffa, e questo la tiene in continua irritazione. Nina vorrebbe essere una signorina «sportiva». La nonna, anch'essa un po' buffa nella sua sapiente antichità, sebbene spregiudicata, la comanda a bacchetta. Tutt'e due entrano con gli scialli, la nonna col cappello, Nina in capelli. La nonna ha l'affanno.

La Marchesa Boveno: Buona sera.

A Nina:

Dài dài, Nina, sbarazzati.

Alla cameriera:

Ho voluto portarli. Tira un ventaccio!

Nina: Potevi, il tuo soltanto.

La Marchesa Boveno: Anche tu, all'uscita, ti rimetterai il tuo; senza «no no»; sì sì; e finiscila, perché comando io!

Ai camerieri:

Non c'è più estate; più stagioni! Anche il tempo è diventato impertinente.

Botta a Nina.

Nina: Devo sentir freddo per forza...

La Marchesa Boveno: Devi, sicuro, se lo fa! Ragazzine moderne, tutte caldo. Lo sport! (Impudiche!)

Ai camerieri:

Ma come? Non c'è ancora nessuno?

La cameriera: Sì, signora marchesa: su.

La Marchesa Boveno: Oh Dio mio, salire? Io, le scale...

La cameriera: Ma no, se vuole, può trattenersi anche qua.

Enrico: Scenderanno tra poco per la cena.

La Marchesa Boveno: Ah, bene.

Nina: È arrivata la Genzi?

La cameriera: Sì, signorina.

Nina: Oh guarda. Credevo di no.

La cameriera: Con la corsa delle quattro.

La Marchesa Boveno (a Nina, deridendola): «Credevo di no»! Perché credevi di no?

Nina: Non so... Così... Allora vado su!

La Marchesa Boveno: Aspetta! Dove su, se non la conosci?

Nina: Ma no, su dalla signora Elisa dico.

La Marchesa Boveno: Ah, bene. Di' all'Elisa...

Alla cameriera:

Non sarà mica ancora a letto?

La cameriera: No, signora marchesa: s'è levata dopo mezzogiorno.

Enrico: È anche andata alla stazione...

La Marchesa Boveno: A ricevere l'amica, ho capito.

A Nina:

Bene, va' su...

Alla cameriera:

Chi c'è?

La cameriera: Il conte Mola. -

Enrico: - ed è salito adesso il signor Giviero.

La Marchesa Boveno: Se c'è Mola, sono tranquilla. Be', di' all'Elisa che aspetto qua per non fare le scale.

Nina comincia a salire, e la Marchesa va a sedere, dicendo:

Una volta o l'altra, di questo passo, divento tartaruga.

Si apre sul ballatojo l'uscio per cui poc'anzi è entrato Giviero, e il conte Mola comincia a discendere, fermando Nina che sale. Il conte Mola è sulla cinquantina, bruno, robusto, capelli d'argento, piccoli ma folti baffi ancora neri, forse un po' con l'ajuto di qualche mistura, elegantissimo; dotato di una fine assennata bonomia.

Il Conte Mola: No, no, giù Nina, giù. S'aspetta tutti giù. (Ai camerieri:) Contrordine. Non sale più nessuno.

Dirà questo ancora dalla scala, sporgendosi dalla ringhiera. I camerieri, da giù, s'inchineranno e si ritireranno per l'uscio in fondo, ov'è la sala da pranzo.

Nina (ancora col Conte sulla scala, ma cominciando a ridiscendere): Ma è salito Giviero...

La Marchesa Boveno (da giù, udendola): (Stupida!)

Il Conte Mola: Vedi intanto che io discendo...

Nina: Perché Giviero è salito?

La Marchesa Boveno: (Stuuupida!)

Il Conte Mola (già disceso con Nina): Queste ragazze sono terribili, cara marchesa!

La Marchesa Boveno (a Nina): Domando come fai a pensare che il conte sia disceso perché è salito Giviero?

Nina (con aria ingenua): Ma no, io non l'ho pensato, nonna. Giviero è salito; il conte è disceso, dicendo che non deve più salire nessuno...

La Marchesa Boveno: E allora?

Nina: Niente, nonna. Giviero è salito; il conte è disceso.

La Marchesa Boveno: E lo ripete!

Nina: Non è così?

Il Conte Mola: Sarà così; ma non c'è proprio bisogno che tu lo dica, ragazza mia!

Pausa. Il Conte va a prendere da un tavolino una sigaretta e l'accende.

Nina (rimasta assorta, coi tondi occhi invagati e nasino all'erta): Deve avere una gran paura la signora Elisa dell'incontro di questa sera di Giviero con la Genzi.

Il Conte Mola: Oh là là!

La Marchesa Boveno: Quest'altra! Sei matta?

Nina: Alla spiaggia hanno detto che Giviero aveva prima la sua garçonnière tutta parata dei ritratti della Genzi...

Il Conte Mola: Ma non s'è mai sentito dire che ne sia stato...

Nina: - l'amante: lo dica!

La Marchesa Boveno: Ma Nina!

Nina: Oh Dio, nonna, si sa!

Il Conte Mola: Io avrei detto l'amico... Ma non si sa nient'affatto: né di lui, né d'altri, del resto.

La Marchesa Boveno: Uh, poi! non esageriamo: un'attrice... amanti...

Il Conte Mola: Ne avrà avuti; ma il fatto è che non s'è mai potuto attribuirgliene uno con precisione.

La Marchesa Boveno: Saprà fare, Mola, saprà fare; non chiudiamo gli occhi! La virtù, oggi, come va vestita...

Il Conte Mola (cavalleresco): Non è propriamente un abito, marchesa!

La Marchesa Boveno: Ma non dovete neppure lasciarla nuda, caro, se volete che si difenda!

Occhiata alla Nina, che rimane impassibile come un fantoccio.

Basta. Cambiamo discorso.

Nina (dopo una pausa, sempre come un fantoccio): La mia paura è invece un'altra: dell'incontro di Elj con la Genzi.

La Marchesa Boveno: Elj? o dov'è Elj?

Il Conte Mola: Toh, guarda! Pensavo proprio a lui...

Nina (strana, come assente): Lo so.

Il Conte Mola: Come fai a saperlo?

Nina (c.s.): Perché non è qua; e lei vuole che venga.

Il Conte Mola: Appunto! Ma si figuri, marchesa, che s'è messo in testa d'andar di sera, e con questo mare, sulla sua lancia a vela!

La Marchesa Boveno: Pazzia! Tira un vento...

Il Conte Mola: E ha visto che mare?

Nina: Ma lo lasci andare! Meglio cento volte per lui che vada sul mare, anziché venire qua!

La Marchesa Boveno: Questa è matta! Farnetica! Che ti scappa di bocca, stasera? Guardate, Signore Iddio, come parla!

Nina (c.s. assorta): Perché vedo!

La Marchesa Boveno: Che vedi? La finisci? Ma guardate che occhi! Oh, ti scuoto io, sai! (E la scuote.)

Nina: Inutile: vedo, vedo...

Il Conte Mola: Che Elj corre pericolo?

Nina: Sì.

Il Conte Mola: Se va sul mare!

Nina: No, se viene qua.

Il Conte Mola (scrollandosi): Ma fa' il piacere!

Facendosi alla porta in fondo e chiamando:

Ehi, Enrico!

Nina: Oh Dio, lo fa venire, nonna, lo fa venire!

Il Conte Mola: Sicuro che lo faccio venire!

La Marchesa Boveno: O che importa a te, se lo fa venire?

Il Conte Mola: Ma l'aveva giurato, che sarebbe venuto. E ho il permesso d'Elisa di mandarlo a chiamare.

A Enrico, che s'è presentato sulla soglia:

Fatemi il favore, Enrico...

Nina: No, no...

La Marchesa Boveno: Oh insomma, la smetti, Nina?

Il Conte Mola (seguitando, ad Enrico): Sì, mio nipote. Credo sia ancora a casa. O sarà andato al Bar del Sole. Insomma, cercatelo e ditegli a mio nome che non tardi ancora a venire, anche così come si trova, non importa... e che avete l'ordine di non ritornare senza di lui.

Enrico annuisce, s'inchina ed esce.

Nina: Dio volesse che s'adìrasse per un ordine così ridicolo!

Il Conte Mola: S'adirerà senza dubbio; ma verrà, per non darmi un dispiacere. Credi che s'adirerà di più sapendo la ragione per cui tu vorresti che non venisse.

Nina: Lei non sarà così ingeneroso da dirglìelo!

Il Conte Mola: Glielo dirò! Glielo dirò!

Nina: Se lei glielo dice, io -

La Marchesa Boveno (subito, minacciosa, come a parare che dica): Tu?

Nina (è per piangere): Niente. Lo farò pentire.

E scappa, convulsa, nel giardino.

La Marchesa Boveno: Ohi, dico...

Il Conte Mola: Lasciate, marchesa! Bisogna rispettare le grandi infelicità dei bambini. Ne sono commosso.

La Marchesa Boveno: È incredibile! Non l'ho mai veduta così!

Entrano Volpes e Salò. Il primo, sui cinquant'anni, piccolino e baffuto, coi capelli grigi-ferruginei, a spazzola, che pare abbiano avuto un colpo di vento di traverso; bruno, sporco, si stira spesso con due dita il labbro inferiore grosso e pendente; l'altro, d'uguale statura e fors'anche più piccolo, ha invece, sotto i capelli grigi, alti ed estrosi, un'aria arguta e chiara, giovanile; naso erto, aquilino, che dà l'impressione di non esser messo bene a posto, per cui tiene la testa piegata indietro e il mento in fuori, quasi a sorreggerlo senza farlo cadere.

Volpes (salutando): Buona sera, marchesa. Caro Gianfranco.

Salò (salutando la sola Marchesa): Marchesa...

La Marchesa Boveno: Ah, giusto voi due! Fa piacere vedervi insieme. Polo Sud - Polo Nord.

Volpes: Siamo stati sempre in ottimi rapporti...

La Marchesa Boveno: ... personali, lo credo bene. Ma quando scrivete...

Volpes: Naturale, marchesa. Io, Sud, trapassato; lui, Nord, ultragiovine!

Al conte Mola, indicando Salò:

Ma tu non conosci?...

Il Conte Mola: Non ho l'onore...

Volpes (presentando): Il conte Gianfranco Mola. Salò.

I due si stringono la mano.

Il Conte Mola: L'arte, come eterna, non dovrebbe avere età.

Salò: Ma il guajo è che poi, come donna, ama la moda.

Alla Marchesa:

E la Genzi?

Volpes: Ah, già, la Donata?

La Marchesa Boveno: Ancora non è discesa.

A Volpes:

Lei che la chiama «la Donata»...

Volpes: Oh, così per uso... tutti...

La Marchesa Boveno: Ma dica, come donna... che tipo è?

Il Conte Mola: Una buona figliuola, dicono.

La Marchesa Boveno: Voi tacete!

Volpes: Sì... forse...

La Marchesa Boveno (a Mola): Ah, ecco vedete che dice «forse»?

Volpes: L'ho avvicinata poco, veramente... È venuta su, da poco... Da quando io sto giù... Ma non è per questo. Ha fama di...

La Marchesa Boveno: ... leggera?

Volpes (subito): No no! Piuttosto...

La Marchesa Boveno: ... capricciosa?

Volpes: Ma non nel senso di fatua, no! Scontenta. Inquieta. Ecco, insomma... una donna difficile, direi... non... non certo «amabile».

La Marchesa Boveno: Ho capito. Superba, scontrosa.

Volpes: No no: scontrosa, forse; ma non superba; non per carattere, almeno. E l'animo in lei... - come potrei dire

Salò: Permetti? La marchesa vuol sapere che tipo è «come donna». L'errore è qui, mi scusi, marchesa.

La Marchesa Boveno: O perché?

Salò: Perché un'attrice non è più definibile «come donna».

La Marchesa Boveno: Volete dire che recita anche nella vita?

Il Conte Mola: Senza volerlo, per deformazione professionale...

Salò: Ma no, nient'affatto! Non ho voluto dir questo. Sarebbe allora definibilissima: «una donna che recita anche fuori della scena». Genere esecrabile. Io dico l'attrice, una vera attrice, com'è la Genzi, cioè che «viva» sulla scena, e non che «reciti» nella vita.

La Marchesa Boveno: Be', sarà pure in qualche modo, nella vita; e si potrà dir come! Tranne che per voi una «vera» attrice non sia più una donna!

Salò: Una no; ecco: tante donne! E per sé, forse, nessuna.

Scende dalla scala col Giviero la signora Elisa Arcuri, sui trent'anni, magra, capelli biondi innaturali, naso accentuato, occhi di turchese, aria di donna molto vissuta. Sente, scendendo, le ultime parole della Marchesa, e quelle di Salò, e dice, salutando:

Elisa: Oh povera la mia marchesa, alle prese con questo cattivone di Salò! Caro Volpes! E Nina?

Il Conte Mola: In giardino.

Elisa: La mia Donata? Non dia ascolto a Salò, marchesa. E la più cara e semplice creatura di questo mondo.

La Marchesa Boveno: Ma mi vuoi dire - scusa - come tu l'hai conosciuta?

Elisa: Come? Eh, da piccola; compagne di scuola!

La Marchesa Boveno: Ah, ma allora... Credevo da poco tempo...

Elisa: Amica, sì, da poco tempo. Posso dire, ritrovata. N'avevo perduto quasi ogni memoria. Quando cominciò a essere per tutti «la Genzi», mi ricordai d'un tratto che avevo avuto da piccola per compagna di scuola una di questo nome, Genzi, e che si chiamava proprio Donata: una ragazzina timida, gracile, sempre appartata... Tanto che non mi parve in prima ammissibile che potesse esser lei. Le scrissi. Era lei! M'invitò ad andarla a trovare una sera nel suo camerino a teatro. Si ricordava di me anche lei, non solo, ma mi fece sovvenire di tante cose ch'io avevo dimenticate e lei no - piccole cose d'infanzia... cose da nulla, ingenue... Per dirvi com'è!

La Marchesa Boveno: E ti s'è affezionata?

Elisa: Subito! Ma sempre in giro, capirà... ci scriviamo! Ora l'ho invitata a passare qua da me qualche settimana, con la promessa che non l'avrebbe vista nessuno, perché ha veramente bisogno di riposo.

Giviero: Nostalgia...

Elisa (urtata): Che c'entra «nostalgia»? Di che?

Giviero: Dico, questa sua amicizia per voi... Nostalgia della sua anima bambina... della freschezza dell'infanzia lontana...

Salò: Possibile, sì... Il piacere di ritrovarsi, con voi, in un ricordo lontano di se stessa.

Elisa: Ma quando? ma dove? Non pensiamo più, né io né lei, alle bambinate nostre d'allora...

Nina (che sarà rientrata dal giardino, senza farsene accorgere): Io non la posso credere sincera.

Sorpresa di tutti.

Salò: Oh Nina! E di dove scappi fuori?

La Marchesa Boveno: Ha sentenziato! Sentenzia, lei. Tutta questa sera non ha fatto altro che sentenziare.

Salò: Ma tu hai gli occhi rossi!

Nina: Sfido! Ho pianto.

Elisa: Oh povera Nina! E chi t'ha fatto piangere?

Nina: Il conte.

Elisa: Oh cattivo!

La Marchesa Boveno: Non è vero! Io, se mai, e giustamente.

Il Conte Mola: No, scusate, marchesa: se mai, la Genzi; di cui dice d'avere una gran paura.

La Marchesa Boveno: Ah, già!

Elisa: Tu, paura, Nina?

Nina: Io, no. Non ho paura di nessuno, io.

Il Conte Mola: Ha paura per Elj... - che intanto mi tiene veramente in pensiero!

Salò: Dov'è?

Il Conte Mola: Non lo so! Dovrebbe essere qua. Mi promise che sarebbe venuto...

Elisa: Ha mandato a chiamarlo?

Il Conte Mola: Ma sì, da un pezzo... Non vedo ancora nessuno...

Salò: Be', verrà...

Nina: Speriamo di no!

Elisa: Ma che paura hai, tu, Nina, per Elj della mia povera Donata?

Nina (impronta, rivolgendosi a Giviero): Ecco, lo dica lei, Giviero, che paura ho.

Giviero (restando, con tutti gli altri): Io? Oh bella! E come posso saperlo? perché lo domandi a me?

Nina: Perché tutti, questa mattina alla spiaggia, hanno detto che nessuno la conosce meglio di lei.

Giviero (prendendola in ridere): Ah, in effigie, ho capito: la storia dei ritratti! Qualche stupido che ha veduto e ha voluto malignare. Fortuna che li ho ancora tutti e potrei mostrarli! Nessuno che abbia una dedica o una firma; ritratti in vendita...

Nina: Ma tanti, Dio mio!

Giviero: Tanti - appunto - tanti - non uno solo - e tutti diversi l'uno dall'altro. Mi son serviti per uno dei miei studii sulla mimica dei sentimenti...

Volpes: Oh guarda, non lo sapevo... Pubblicato?

Giviero: No, lasciato lì...

Elisa: E Donata lo sa?

Giviero: Ma no, come volete che lo sappia? Mai avvicinata, mai parlato con lei.

Nina: Ma che fa, non scende?

Elisa: M'aveva promesso che sarebbe scesa; ma non so... È arrivata molto stanca, e anche... m'è parso... turbata. Non deve star bene.

La Marchesa Boveno: Soffre di qualche male?

Salò: Ah sì, d'un gran male, per la sua età: insidiosissimo e irrimediabile.

Giviero (ironico): L'amore?

Salò: No. Perfettamente il contrario.

La Marchesa Boveno: Come sarebbe?

Salò: È semplice, marchesa. Mancanza d'intimità.

Nina: Ecco lui, adesso!

Salò: Che, io?

Nina: Eh, nonna dice che sentenzio io! Sentenzii tu, adesso, mi pare.

Salò: Rispondo a tua nonna che ha domandato di che male.

Il Conte Mola: Vive sola?

Volpes: Ch'io sappia...

Elisa: Sì, sola, sola.

La Marchesa Boveno: Non ha parenti?

Volpes: Ah sì, la madre che vive, credo, con un fratello.

Salò: Ne parla qualche volta, ma nessuno li ha mai veduti.

Volpes: Dicono che il fratello...

Elisa: Ma sì, ma sì! Per carità, non ne parlate davanti a lei!

Volpes: Oh, io non so neppure se sia vero! Me l'hanno raccontato.

Elisa: È vero, è vero; e non potete immaginare quant'ella ne abbia sofferto.

Il Conte Mola: Perché, il fratello... che cosa?

Volpes: Mah! pare che sia stato il primo ad ammettere...

La Marchesa Boveno (seguitando la frase): ... che quando una si mette a far  l'attrice... ma sì, via, si sa!

Elisa (risentita; poi, per cortesia, attenuando): Che si sa? Non si sa nulla invece, creda, marchesa; proprio nulla!

Il Conte Mola: Ve lo dicevo, io...

Elisa (a Volpes, seguitando): E lei, poiché ha parlato del fratello, dovrebbe anche raccontare il seguito di codesta storia.

Volpes: Ma io non la so!

Elisa: Lo so io! E non me la piglio neanche tanto col fratello, che infine, sciocco, sapendo com'è facile malignare, parlandosi d'attrici - per metter le mani avanti a difesa del suo stupido amor proprio maschile, ammise... sì, che le attrici... «ma sì, perché no? anche mia sorella!» - tutto questo, così, leggermente, in un crocchio d'amici, ridendo e scrollando le spalle! Come Donata venne a saperlo, ne fu... oh! ferita nel più profondo dell'anima. Non volle più vederlo. E non ha più riveduto d'allora in poi neanche la madre.

La Marchesa Boveno: Ammiro, ma... è un'assoluta anormalità, ne converrete!

Il Conte Mola: Già, e poi... la madre... dico...

Elisa: La madre, messa al bivio, preferì di seguitare a vivere col figlio.

Salò: Ecco, «normalmente», marchesa! In una casa costituita «normalmente», forse dicendole: «Ti sarei d'impaccio, carina mia»... «Tu hai certo bisogno di tutta la tua libertà ... » Cose vere, badiamo, verissime. Non c'è da darle torto. C'è soltanto da negare che la «normalità» delle galline possa intendere il volo disperato d'una gru.

La Marchesa Boveno: Grazie, Salò, per le galline.

Salò: Ma no, marchesa, Dio me ne guardi, non dicevo per lei! La gallina è la morale comune, borghese, con tutti i suoi preconcetti e pregiudizii. Si giudica dalla professione: un'attrice!

La Marchesa Boveno: Ma no, caro, si giudica naturalmente anche da ciò che si vede e che tutti sanno...

Salò: Bravo! Appunto! E quando non si sa nulla? Si seguita a credere lo stesso, perché, comunemente, un'attrice... Ecco il preconcetto, il pregiudizio!

La Marchesa Boveno: Sarà il caso d'una rara eccezione...

Salò: Ma una vera attrice, creda marchesa, è sempre una rara eccezione. Quando diventa donna come tutte le altre e si fa una vita per sé e se la vuol godere, nella misura che se ne lascia prendere finisce d'essere attrice.

La Marchesa Boveno: Come se ci fosse un'incompatibilità!

Salò: C'è! E si chiama «abnegazione», nel senso più proprio della parola: «negare se stessa, la propria vita, la propria persona, per darsi tutta e darla tutta ai personaggi che rappresenta». Invece comunemente si crede che per l'attrice l'arte sia soltanto una scusa al malcostume.

Volpes: Permetti? Vorrei domandarti come fa una attrice a dar vita ai suoi personaggi, se non ne ha nessuna per sé, né sa che cosa sia: amare, per esempio, se non ha mai amato?

Salò: Ah già! Tu sei quello dell'esperienza, me ne scordavo! Che, per sapere, bisogna prima provare. Io so invece che ho provato sempre soltanto ciò che m'ero prima immaginato.

La Marchesa Boveno: Oh bella! Non ha mai dunque provato una disillusione, lei?

Volpes: Ecco appunto l'esperienza!

Salò: La disillusione? Ah, grazie! Per te sono queste le esperienze?

Volpes: I fatti - certo - non l'immaginazione!

Salò: Ma, caro mio, quando m'è arrivato qualcosa che non m'aspettavo - da una persona - da una sensazione - io non ho fatto nessuna esperienza; al contrario!

La Marchesa Boveno: E che ha fatto?

Salò: Non ho compreso più nulla.

Tutti scoppiano a ridere, come per una battuta spiritosa; invece Salò ha risposto sul serio; tant'è vero che rincalza:

Sì, marchesa; appunto perché il fatto non ha risposto all'idea che me n'ero formata. Non ho compreso più nulla. (A Volpes:) Te ne farai, al più, un'altra idea, che non sarà più quella; finché non t'avvenga il caso favorevole che ti farà esclamare: «Ah, ecco, è così, questo è l'amore», perché l'amore l'avrai riconosciuto, questa volta, nell'idea che te n'eri già formata. Ed ecco allora la vera esperienza per te; mentre l'altro resterà il caso contrario, la prova fallita, il disinganno. Ma credi sul serio, scusa, che per amare ci sia bisogno di sapere come si ama?

La Marchesa Boveno: Dio mio, saperlo non sarà come non saperlo!

Volpes: E tutte le donne lo vogliono sapere, e come!

Salò: D'accordo! Chi ti dice di no? Ma quando una attrice l'avrà saputo? Siamo sempre lì: o una disillusione o proprio quello che s'era immaginato. Non c'è bisogno ch'ella «sappia» l'amore per sé; basta che intuisca come lo sente il personaggio da rappresentare. Per lei, se lo sente, non lo vedrà mai. Il sentimento è cieco. Chi ama, chiude gli occhi.

Nina: Ah, eccola che scende.

Si fa silenzio. Donata Genzi appare sulla scala, in abito da sera, e comincia a discendere. È pallida, turbata in volto, con una piega dolorosa nella strana bocca tragica. Negli occhi grandi, dalle ciglia molto lunghe, ha un che di fosco e di smarrito. Tutti si voltano a guardarla, alzandosi. Elisa si muove per accoglierla e far le presentazioni.

Elisa: Permetti, cara, che ti presenti la marchesa Boveno - Il conte Mola (Salò, Volpes, li conosci).

Salò: Cara Donata...

Volpes: Lietissimo, signorina, d'averla tra noi...

Elisa: Carlo Giviero, tuo «studioso» ammiratore...

La Marchesa Boveno: Ah già, brava, «studioso»; perché pare abbia fatto uno studio sulle sue immagini, sa?

Donata: Ah sì? Non ne ho una sola che mi contenti...

Nina: Le ha tutte!

Giviero: Non tutte! Quasi tutte. Le più espressive.

Pausa di sopravvenuto imbarazzo.

Elisa (finendo, in quest'imbarazzo, le presentazioni): ... E Nina, nipote della marchesa.

Salò (tanto per rompere il silenzio): La terribile Nina!

Nina (scattando, tutt'accesa in volto): Senti, Salò, non cominciare, o me ne vado!

La Marchesa Boveno (riprendendola, aspramente): Nina!

Nina: Ma no, scusa, nonna, non voglio essere la pietra d'affilare, se non sapete più parlare davanti a lei, come avete fatto finora.

Elisa (con tono di lieve rimprovero): Ma che cos'è?

Salò: Non sappiamo più parlare? Chi te l'ha detto? Possiamo invece seguitare benissimo...

Elisa (a Donata): Si parlava naturalmente di te...

Volpes: O piuttosto, dell'attrice in generale...

Il Conte Mola: E non si diceva altro che bene...

Nina: Di lei, sì! non dell'attrice in generale.

Salò: Non è vero! Di quelle, se mai, che non sono da considerare vere attrici, sostenevo io. Ma del resto, tu che hai il tupé di sbattere in faccia a tutti la verità, perché non confessi d'aver sentenziato che per te la Donata non può essere sincera?

La Marchesa Boveno: Bravo, Salò!

Donata (a Nina, divertendocisi): Non si confonda! È bello! Risponda, subito! Su!

Nina: Non mi confondo! Non mi confondo! È per la nonna...

La guarda, come trasecolata.

Tu approvi ... ? tal che dicevi?...

La Marchesa Boveno: Che dicevo? Sono pronta a ripetere tutto quello che ho detto ...

A Donata:

La conosco come attrice, non come donna; e volevo sapere ...

Donata (con semplicità sorridente): Se sono sincera?

Nina (subito): No no! questo lo negavo io; e sa perché? perché le ho visto sostenere le parti più opposte, e tutte con lo stesso calore di verità. E allora ho pensato che lei...

Donata: ... non possa essere ugualmente vera nelle parti più opposte? Perché no? Io non c'entro... Sono ogni volta come mi vuole la parte, con la massima sincerità.

Giviero: Salò sosteneva una cosa molto interessante: che un'attrice non ha bisogno di conoscere per propria esperienza la vita; basta che sappia intuire quella del personaggio che deve rappresentare.

Donata: Mi par giusto.

Nina: Veramente Salò diceva «l'amore», non la vita!

Giviero: È lo stesso!

Donata: «Chi ama, chiude gli occhi», ho inteso. Molto grave, per me, se è così; perché io, gli occhi...

Salò: Non li chiuderete mai? È naturale! Siete attrice per questo.

Donata: Ma no, io dico nella vita...

Salò: Sì, cara. Perché avete questo in più di tutti noi: che potete vivere davanti a uno specchio!

Donata: Come, davanti a uno specchio?

Salò: Ma sì, guardate: se a uno di noi per caso avviene di sorprendersi di sfuggita in uno specchio nell'atto di piangere per il dolore più cocente, o di ridere per la gioja più spensierata; subito il pianto o il riso ci son troncati dall'immagine che n'abbiamo, riflessa in quello specchio.

Giviero: Verissimo! Ne può far la prova ognuno. Basta vedersi: non si può più né piangere né ridere. L'immagine arresta.

Salò (a Donata): Ebbene, voi avete al contrario questo dono: di poter vivere sulla scena, sapendovi guardata da tutti, cioè con tanti specchi davanti, quanti sono gli occhi degli spettatori.

Donata: Ma io non vedo gli spettatori, né penso mai che ci sono, recitando.

Salò: Ecco: potete vivere davanti a loro, come se non ci fossero! E credete pure che gli occhi li chiudete anche voi, istintivamente, nelle scene d'amore, quando v'abbandonate.

Donata: Ah sì? Io non lo so...

Salò: Senza saperlo, senza volerlo, li chiudete.

Giviero: Ho io una sua immagine così...

Donata: Con gli occhi chiusi?

Giviero: Sì, presa in gruppo, in un finale d'atto.

Salò: E se poi un giorno, nella vita, come vi auguro, vi avverrà di chiuderli davvero, per conto vostro, mia cara amica, ebbene voi vi copierete. Ecco tutto!

A Volpes:

Tant'è vero che non c'entra l'esperienza!

La Marchesa Boveno: Però, scusate, è pure una bella condanna, io dico, amare in pubblico, alla vista di tutti, senza poi saperne nulla per sé!

Donata (sorridendo, mentre gli altri ridono): Ma è pur l'unica possibilità di vivere tante vite...

La Marchesa Boveno: Ah, sullaÈ E tutta vita in noi. Vita che si rivela a noi stessi. Vita che ha trovato la sua espressione. Non si finge più, quando ci siamo appropriata questa espressione fino a farla diventare febbre dei nostri polsi... lagrima dei nostri occhi, o riso della nostra bocca... Paragoni queste tante vite che può avere un'attrice con quella che ciascuno vive giornalmente: un'insulsaggine, spesso, che ci opprime... Non ci si bada, ma tutti disperdiamo ogni giorno... o soffochiamo in noi il rigoglio di chi sa quanti germi di vita... possibilità che sono in noi... obbligati come siamo a continue rinunzie, a menzogne, a ipocrisie... Evadere! Trasfigurarsi! diventare altri!

La Marchesa Boveno: E non essere mai niente per noi stessi, Dio mio, in una «nostra» segreta vita?

Giviero: Certo, un'attrice non può più avere segreti per nessuno.

Donata (facendosi più fosca): Perché non può?

Giviero: Eh, scusi, se lei stessa dice che sulla scena si rivela tutta in tutte le possibilità d'essere che sono in lei, che segreti vuole più avere? Noi la conosciamo, non solo com'è, ma anche come potrebbe essere!

Donata: No! Solo come potrei essere, se mai! Perché, sulla scena, non sono mai io. Come io sono veramente, scusi, vuol saperlo lei, se non lo so io stessa?

Giviero: Ma sì, certo!

Nina: Ha le fotografie!

Giviero: No: ho gli occhi!

A Donata:

Lei non può vedersi; mentre noi spettatori la abbiamo veduta.

Donata: Non me! Come amerei io, per esempio, la prego di credere! Lei vede come ama questo o quel personaggio ch'io rappresento!

Giviero: Se lei gli dà il suo corpo, scusi! le sue labbra per baciare... le sue braccia per abbracciare... la sua voce per dire le parole d'amore... noi sappiamo come lei respinge o s'abbandona... le parole nel vario tono con cui le dice... le espressioni dei suoi occhi, della sua bocca... il suo riso... il modo per esempio, ho notato - come carezza i capelli o li scompone sul capo dell'uomo che le piace...

Donata: Io le dico che vivo in quei momenti la vita del mio personaggio! Non sono io!

Giviero: Ma lei non può essere diversa, mi scusi se insisto, perché nel personaggio è lei stessa! Una attrice è di tutti. Tanto vero - lei deve sentirlo - che s'innamorano di lei, gli spettatori; non del personaggio!

Salò: E il più grave è questo, amica mia: che quando creerete a voi stessa il vostro dramma, non vi vedrete più!

Donata: Io vedrò sempre! E forse è proprio questo il mio dramma.

Giviero: Di non poter chiudere gli occhi?

Donata: Forse, davanti a un pericolo... chi sa!

Volpes: Ecco, buttarsi! buttarsi là, e addio!

Donata: Buttarsi... Ma è questo: l'orrore di... Finché si resta così... sospesi... da potersi volgere con la mente... qua, là... a ogni richiamo in noi d'una sensazione, d'una impressione.. a tante immagini che un desiderio momentaneo può accendere... o un ricordo rievocare... con quest'alitare in noi... sì, di ricordi indistinti ... non d'atti, forse nemmeno di aspetti... ma, appunto, di desiderii quasi prima svaniti che sorti... cose a cui si pensa senza volerlo, quasi di nascosto da noi stessi... sogni... pena di non essere... come dei fiori che non han potuto sbocciare... - ecco, finché si resta così, certo non si ha nulla; ma si ha almeno questa pienezza di libertà... di vagare con lo spirito... di potersi immaginare in tanti modi... Ora, compiere un atto, già non è mai tutto lo spirito che lo compie... tutta la vita che è in noi... ma ciò che siamo solo in quel momento... - eppure ecco che quell'atto d'un momento - compiuto - c'imprigiona, ci ferma lì... con obblighi, responsabilità, in quel dato modo e non più altrimenti... E di tanti germi che potevano creare una selva, un germe solo cade lì, l'albero sorge lì, non potrà più muoversi di lì... tutto lì, per sempre... Quest'orrore, ecco, io lo sto vivendo con gli occhi bene aperti, ogni notte, e proprio davanti a uno specchio, appena - finita la rappresentazione - vado a chiudermi nel mio camerino per struccarmi.

Salò: Dev'essere effettivamente per voi il momento più triste: tornare voi...

Donata: ... E non trovarmi!

La Marchesa Boveno: Ma come non trovarsi, mi scusi? perché? Davanti a quello specchio si troverà, Dio mio, ancora così giovine... bella ... Verranno a trovarla amici...

Donata: Sì, qualcuno, qua e là ... M'accompagnano all'albergo ... a qualche caffè, a far quattro chiacchiere ... Ma ne ho così poca voglia... e sono spesso così stanca... Per fortuna, ho tante cure e così poco tempo da badare a me... Ma quel momento (si volge a Elisa) ah sai, cara... è veramente orribile... Il teatro s'è vuotato... e tu non puoi immaginare che squallore spaventoso... Tutti se ne sono andati, con qualche cosa di me viva nel ricordo - sì - e io, entrando nel mio camerino, sono ancora accesa del respiro caldo della folla che s'è levata ad applaudirmi un'ultima volta sulla scena. Ma ora lì, sola, a mani vuote, in quel silenzio, davanti a quel grande specchio sulla tavola che mi rappresenta intorno quegli abiti vani, che pendono immobili, e me seduta in mezzo, le spalle curve, le mani in grembo, e gli occhi aperti, aperti, a fissarmi in quel vuoto... Non li chiuderò mai - mai!

Tutti restano per un momento in silenzio turbati. Donata, più turbata di tutti, lo nota; non può più trattenersi; si alza e, provandosi a sorridere, dice a Elisa:

Senti, cara, non ti dispiacerà... Sarà perché sono così stanca - devi scusarmi non mi sento proprio in condizione stasera di restare in mezzo a voi. Scusatemi anche voi tutti. Mi ritiro.

Si sono alzati a poco a poco tutti. Donata s'avvia per la scala; comincia a salire.

Elisa: Se vuoi che ti faccia portare su qualcosa...

Donata: No, grazie. Non potrei. Buona notte a tutti.

Sale tutta la scala, apre sul ballatojo l'uscio della sua camera. E via. Tutti restano per un momento in un mortificato imbarazzo.

Elisa: Vi avevo tanto raccomandato di non parlare davanti a lei...

Salò (scherzoso): Tutta colpa di Nina!

Nina: Mia?

La Marchesa Boveno: Tua! tua! perché hai lasciato intendere che stavamo parlando...

Giviero: ... di ciò che duole di più in lei, in questo momento, a vedersi guardata...

La Marchesa Boveno: ... la donna! ecco, ci siamo -

A Salò:

Caro mio, avete un bel dire «l'attrice» ... «tante vite»... quando poi non se ne ha una propria per sé, bene o male!

Volpes: Ma se è lei a non volerla...

Il Conte Mola: Ah, ma ne soffre! È così chiaro che ne soffre!

Volpes (scrollando le spalle): Ne soffre... ne soffre... Basterebbe che si risolvesse a far come le altre...

Elisa: E non capisce che la trattiene proprio questo? - di fronte a ciò che tutti s'attendono? il suo stesso fratello per il primo?

Volpes: Ma non solamente, santo Dio, perché è «come le altre», ma perché è naturale! Allora, scusate, è puntiglio?

Salò: Sì: se tu la vuoi diminuire. Potrebbe anche essere un diverso sentire di sé, rispetto alle altre -

Elisa: - ecco! ecco! -

Salò: - per cui «far come le altre» non le sarebbe possibile. Si può anche avere sdegno d'una necessità, quanto più si riconosca comune e naturale.

Il Conte Mola: Ah, ma non è allora più l'amore!

Salò: Scusate: mi pare che finora non abbiate inteso parlare d'altro: «prova», «esperienza», «bocca per baciare»...

Giviero: Perché appunto credo che non sia questione d'altro. Dignità, intelligenza, non escludono l'ardore del sangue. Anche la sua carne sarà carne, perdio! È bella, è giovane...

Nina (con voce nuova, che stona): Perché non si sposa?

Salò: Ecco che Nina ha risolto il problema!

Elisa: Eppure è la stessa domanda che le feci io in una lettera, or è qualche mese.

Volpes: Ma non ci sarebbe neanche bisogno che sposasse! Prima di tutto, non le sarebbe facile, volendo seguitare a far l'attrice. Io per me, marito, non lo consentirei. Né lei del resto sarebbe disposta, credo, a rinunziare, per ridursi moglie soltanto.

Salò: Non potrebbe!

Volpes: D'accordo!

Il Conte Mola: Ma sposare un attore, per esempio?

Volpes: Con l'esperienza che si ha sul palcoscenico, dei matrimonii tra artisti? Si sa come vanno a finire tutti quanti. E poi una come la Genzi non lo farebbe mai. Secondo me, abbiate pazienza: va bene, non «come le altre»... ma c'è modo e modo...

Giviero: Questione degli occhi, non avete inteso? Non li vuole, o non li può chiudere!

Nina: Ah! Ecco Elj finalmente! Dio sia lodato...

Entra Elj, seguito da Enrico che, attraversata la scena, esce per l'uscio in fondo. Elj ha ventisei anni; biondissimo, ma bruciato dal sole, occhi chiari, aspetto esotico, veste da spiaggia, molto sportivo. È senza cerimonie. Brusco, e tuttavia, sognante.

Il Conte Mola (subito): Oh! C'è stato proprio bisogno che ti si mandasse a cercare!

Elj (a Elisa): Buona sera, signora. Buona sera a tutti.

A Gianfranco:

T'avevo pur detto, mi pare! che sarei andato prima da quello che doveva riparare la vela.

La Marchesa Boveno: Speriamo bene che non gliel'abbiano riparata!

Elj: Mi dispiace, marchesa: è perfettamente in ordine e già armata.

Il Conte Mola: Ah ma resterà lì, per questa sera, mi farai questo santo piacere!

Elj: Ma sì, ma sì, eccomi qua, difatti! Sono venuto e me ne starò qua! Che vuoi di più?

Elisa: Non è grazioso per me, caro Elj, come lo dice... e per tutti questi miei amici...

Elj: Domando scusa; ma non è per lei, signora, né per gli amici. Avevo detto che sarei venuto più tardi, per passare la sera in loro compagnia; non c'era dunque bisogno che mi si mandasse a cercare, ecco! Cenare, ho cenato.

Entra dal fondo Enrico ad annunziare:

Enrico: La signora è servita.

Elisa: Ah, bene, andiamo.

A Elj:

Vuol restare qua? vuol venire ad assistere alla nostra cena?

Elj: Se mi permette, guarderò qua qualche libro.

Il Conte Mola: Ma no! Ma no! Vieni di là con noi!

Elj: Temi che scappi?

Elisa: Sarebbe bella! Ma sì, faccia come vuole... Noi siamo di là; quando vuol venire... Prego, marchesa...

Via tutti per l'uscio in fondo. Enrico spegne la luce nell'atrio, che resta in penombra; rimane illuminato l'angolo dei libri, dove è Elj. Questi sbuffa, tentennando il capo, come per dire: «Ma guardate un po', non son padrone di fare come mi pare e piace!». Si volta a scorrere con gli occhi i libri nelle scaffalature, alla fine ne prende uno, che è un album di riproduzioni di quadri, e si butta a sedere per guardarle. Poco dopo rientra Nina, cauta, a spiarlo.

Nina (piano): Elj...

Elj: Ah, tu? Che vuoi? Vieni a vedere se sono ancora qua? Sono qua! Sono qua! Digli che mangi in pace! Auff!

Nina: No; ti volevo domandare se volevi che il cameriere ti portasse qualche liquore.

Elj: Ah... Liquore?

Ci pensa un po'.

Sì.

Nina: Se è vero che hai cenato...

Elj: Ho cenato! ho cenato! Un po' di Cognac! Ma fammi portare da Enrico la bottiglia! Così almeno, per dispetto, mi ubriacherò!

Nina: Bravo, sì, subito! Ubriacati, ubriacati, ma davvero, sai! Se t'ubriachi, è proprio quello che ci vuole!

E scappa via, in silenzio.

Elj: Perché quello che ci vuole?

Si volta; non la vede più.

Ah, se n'è andata...

Si rimette a sfogliare il libro.

È pazza...

c.s.:

Una volta o l'altra, finisce che l'acchiappo e la sbatto al muro come una gatta...

c.s.

Toh, guarda... pare lei, ballerinetta...

Posa sulla tavola il libro aperto; vede sulla panconata un grammofono, di quelli a valigetta, portatile, col disco già pronto, e lo fa sonare. Si rimette a sedere e a sfogliare il libro mentre il grammofono suona un jazz. A un certo punto Elj si alza sbuffando per interrompere il grammofono. Entra Enrico con una bottiglia di Cognac e un bicchierino sul vassojo.

Elj (indicando il tavolino): Ah, bravo. Posa lì.

Enrico: Mi scusi se ho tardato. Sto servendo in tavola.

Elj: Oh, non t'arrischiare a dire che m'hai ajutato ad armar la vela e a portar la lancia qua allo scalo.

Enrico: Ma che le pare! Stia tranquillo. Badi però, signor Elj, che non voglio responsabilità, io. - Il mare, ha visto, si fa sempre più cattivo.

Elj: Non mi seccare anche tu col mare! Che responsabilità vuoi avere, se nessuno saprà che m'hai ajutato?

Enrico: Ma io dico per la mia coscienza...

Elj: Va' là, non mi far ridere!

Enrico: Non voglio rimorsi. Io ho obbedito a un suo ordine. Ma le dico di non mettere a repentaglio la pelle, appena suo zio se ne sarà andato a dormire.

Ride sotto il naso.

Lo so che vuol fare così... E già tenere il segreto è per me una grossa responsabilità.

Elj: Tu non sai nulla di nulla; e il resto è affar mio. Basta così.

Enrico: Almeno, signor Elj, non beva troppo...

Elj: Ti puoi pur portare la bottiglia.

Enrico: Oh sa? me la riporto davvero! (Via, col vassojo e la bottiglia.)

Elj: Guarda un po'...

Donata ridiscende dalla scala. Pare un'altra, tanta è la sua facoltà di trasformarsi tutta. Ha un grazioso impermeabile verde e una cuffia di cerato dello stesso colore, una sciarpa al collo di seta azzurra, e stivalini. L'atrio è ancora in penombra. Scorge l'angolo dei libri illuminato e vi si dirige. Elj non si scompone; non alza nemmeno il capo a guardarla. Donata resta un pezzo a mirarlo, prima stupita, poi stizzita da quella indifferenza. Alla fine domanda:

Donata: Sono ancora di là?

Elj (c.s.): Sì. A tavola.

Pausa.

Donata: E... lei forse aspetta?

Elj: Che finiscano! - Spero non si tratterranno a lungo a conversare dopo cena, visto che quella che aspettavano non è arrivata...

Donata: Ah, lei sa che non è arrivata.

Elj: Suppongo. Li ho visti tutti mogi mogi andare di là... Non so nulla, io. Non m'interesso.

Donata: Non sa neppure come si chiami?

Elj: Chi?

Donata: Quella che doveva arrivare ...

Elj: Ah, non so... un'attrice, mi pare ... Non ho potuto mai soffrire il teatro, io, s'immagini... Mi tengono qua, in cattura, sa? Perché mio zio, sissignori, ha preso sul serio la sua parte di tutore... Stasera il mare è grosso... Rida, sì, rida... è da ridere... Teme che vada sulla mia lancia a vela...

Donata: E non vuole? Rido, scusi, perché, a immaginarla sotto tutela...

Elj: Ma che tutela, no, più: sono maggiorenne. È che gli voglio bene. Mi ha mandato a prendere e vuole che stia qua. Di tanto in tanto mi manda una certa ragazzina con certi occhi da basilisco... Ah, ma forse questa volta ha mandato lei ... ?

Donata: No, stia tranquillo, io non vengo di là.

Elj: Scusi, credevo... È veramente d'un ridicolo così esasperante...

Donata: Forse però, se c'è qualche pericolo...

Elj: C'è! Sicuro che c'è! Ma questo anzi è il bello! E allora che? le regate d'acqua dolce, col grecalino in poppa? Grazie tante! Non mi compravo la lancia! Io ho il sangue di mio padre, marinajo svedese, morto in mare a ventisei anni!

Donata: Deve averlo appena conosciuto...

Elj: Non l'ho conosciuto affatto! Sono nato due mesi dopo il suo naufragio. E mia madre aspettò giusto fino al punto di mettermi al mondo, e non un minuto di più, per andare a raggiungerlo. Mi pare che questo dica tutto; se mio zio fosse capace di comprenderlo...

Donata: Fratello della sua mamma?

Elj: M'ha cresciuto lui, qua in Italia. Non conosco che lui. Ma io sono svedese: Elj Nielsen. Ora basta! Sono arrabbiato con me, creda, non con lui; per la mia buaggine che mi fa sottostare a questo ridicolo, pur di non dargli un dispiacere.

Donata: Non amerà lo sport suo zio?

Elj: Ma nemmeno io, lo sport! Lo detesto, così come è fatto: trucco, mania o speculazione. Mi voglio conservare gli occhi nuovi, io, ha capito? E sto con la natura. Mi guardo da ogni intimità, come dalla peste. Non voglio disillusioni. Voglio che anche gli altri mi restino nuovi. Tutto nuovo. Il bello per me è l'improvviso... ciò che non par vero... le sorprese continue che vengono... Se considero una cosa da vicino e sto a pensarci, addio! Vivere in società? domandare perché uno ha detto o fatto una tal cosa? È da crepare. Io voglio restare estraneo: estraneo. E nossignori, il gusto di tenermi qua a suffumigio, a bagnomaria, a ballare soffocato su una pentola che bolle...

Donata: ... quando sarebbe invece così bello affrontare il pericolo sul mare tempestoso... - Andiamo! Mi porti sulla sua lancia a vela!

Elj (restando): Che?

Donata: Non vuole più?

Elj: Ma chi è lei, scusi?

Donata: Ha bisogno di sapere chi sono? Allora domanda anche lei come gli altri? Se vuole restare estraneo! Anch'io, estranea... Andiamo!

Elj: Ah, lei forse è l'attrice che doveva arrivare?

Donata: Non sa neppure il mio nome! Tanto meglio! La sfido a imbarcarsi con me sulla sua lancia a vela!

Elj: Ma no, aspetti, signora.

Donata: Non sono signora.

Elj: Signorina...

Donata: Non abbia paura che su me la parola possa arrossire: lo può dir forte, senza esitare: signorina!

Elj: Signorina...

Donata: Così!

Elj: Ma lei è qua ospite...

Donata: Sì, della mia amica.

Elj: Mi parrebbe di mancare...

Donata: I sono padrona di me!

Elj: Ma almeno prevenire...

Donata: Ha paura?

Elj: Io posso aver coraggio per me; ma paura per lei...

Donata: La dispenso d'aver paura per me: sono io a volerlo. Metto alla prova le sue parole: che per lei il bello è l'improvviso, ciò che non par vero: ebbene: eccomi, andiamo!

Rientra a questo punto Nina, che ha ascoltato le ultime parole.

Nina: Elj! Ma come, tu vai?

Elj: Non mi seccare!

Nina (a Donata): Con lei? Lei è di nuovo discesa?

Donata: Sì. Ero andata sua riposare. Non mi è stato possibile. Ho bisogno d'andar fuori, vado al mare...

Nina: No, Elj! Va cercando il pericolo... l'ha detto!

Donata: Appunto, il pericolo!

Nina: ... per chiudere gli occhi?

Donata (a Elj): La faccia tacere!

Elj: Sì, vada! vada! La faccio tacere! M'aspetti un po' fuori, vengo subito!

Donata esce. Subito Elj prende Nina per il capo; glielo rovescia; le suggella la bocca con un violento lunghissimo bacio; e fugge. Nina resta tramortita, come folgorata dal bacio; le si piegano le gambe; casca a sedere sulla panca, convulsa, avvampata, felice, senza potere articolar suono; poi geme, come una che rivenga a galla:

Nina: Oh Dio... oh Dio...

E accenna di riprendersi, con grande affanno; vorrebbe levarsi, non può; alla fine dà un gran grido; si leva, e correndo verso l'uscio in ondo:

Ajuto! ajuto! Venite! correte! Sono scappati! Tutt'e due...

E cade tra le braccia dei primi che accorrono, sorpresi, storditi, interrogando a soggetto, in gran confusione.

Tela

ATTO SECONDO

Stanza nel villino di Gianfranco Mola in Riviera, adibita a studio di pittura per Elj Nielsen. La stanza è a pianterreno ed ha in fondo una grande vetrata che s'apre sulla spiaggia del mare. Un uscio è a destra; un altro, a sinistra, dà nello spogliatojo. Bizzarro addobbo e molto disordine. Tele, disegni, cavalletto, un manichino che può prendere tutti gli atteggiamenti, con una testa di cartone, tignosa, che non dice nulla. Divano-letto, con coperta di velluto e molti cuscini. Modelli di nave a vela. Tavolino-bar, tavolino da scrivere, poltrone, seggiole. Un grande specchio, nella parete sinistra, è stato nascosto da Donata con uno scialle veneziano.

Sono passati venti giorni dal primo atto. Donata è stata trasportata di peso, mezza morta, da Elj, la sera del naufragio della lancia a vela, e lì è rimasta.

Al levarsi della tela, Donata, in vestaglia e con un accappatojo soprammesso per la medicazione, sta seduta in mezzo alla stanza, a capo chino, con le spalle voltate contro la vetrata. Il Dottore ha finito di medicarle la ferita alla nuca. Elj regge una catinella, dove il Dottore ha gettato l'ultimo bioccolo di bambagia.

Dottore: Ecco fatto. Vuol vedere, prima che passi alla fasciatura ... ?

Donata (subito, quasi con orrore): Ah, no no!

Elj: E poi, dove? Donata ha abolito gli specchi.

Dottore: Oh! Questo, per una donna...

Donata (per deviar subito il discorso): Crede che la cicatrice si vedrà molto?

Dottore: Non siamo ancora, purtroppo, alla cicatrizzazione.

Elj: Dopo venti giorni!

Donata: Miracolo, caro, che non mi hai mangiato la nuca!

Dottore: Certo - scollata - si vedrà.

Donata: E... si riconoscerà che è stato un morso ... ?

Elj (finendo la frase): ... di cane arrabbiato?

Dottore (a Elj, indicando): Eh, guardi... c'è tutta la chiostra dei denti stampata...

Donata: ... affondata!

Elj: Fui sul punto, una volta, di perderne due per una barra di timone che mi sbatté in faccia. Avessi perduto almeno quelli - due ferite di meno!

Donata: Preferisco che non li abbia perduti.

Dottore: Allora, rifasciamo? (Comincia ad eseguire.)

Donata: Mi pare che alle bestie, per non perderle, si usa fare un marchio sull'anca.

Elj: Ma che paragoni!

Donata: Tu me l'hai fatto alla nuca.

Dottore: E fortuna che l'istinto lo portò a farglielo! Sareste annegati tutti e due. Soltanto non capisco come lì...

Elj: E dove?

Donata: Eh, ma alla gola sarebbe stato peggio!

Dottore: Ah, certo! E ben più pericoloso!

Elj: Non potevo che lì, scusi! Mi s'era aggrappata così stretta al collo...

Dottore: Prima che la lancia scuffiasse?

Donata: Volevo morire.

Elj: Ma io no, grazie! Morire, proprio quando ... ? Lei capisce? non avevo altra presa che alla nuca... E la vita morse la morte, finché non le fece allentare le braccia e non l'ebbe inerte in suo potere, svenuta.

Donata: La tua vita...

Elj: No no, la nostra! la mia e la tua! Saremmo morti tutti e due. Così invece ci siamo salvati tutti e due.

Donata: Ma tu forse, in quel momento, mordendo - di' la verità - cercasti di sbarazzarti di me, no? ferocemente...

Elj: No! Come lo puoi dire?

Donata: L'istinto...

Elj: Ma no, che istinto! Non fu l'istinto! Lo feci di proposito! T'avrei lasciata colare a fondo, allora, per salvare me solo. Rischiai d'annegare invece una seconda volta per sostenerti, nuotando con un braccio solo, nemmeno io so più come. Fortuna che accorsero le barche; non reggevo più.

Dottore (a Donata): Ah, ma le assicuro, sa? che le forze gli tornarono tutte, appena a terra! Se la prese in collo come una bambina, difendendosela contro tutti.

Elj: Ti volevano portare dalla tua amica, sfido!

Dottore: Cacciò via tutti - pazzo, pazzo furioso, le dico - tirando dentro soltanto me, per darle ajuto.

Donata: Ma era pur giusto...

Elj: ... che ti portassero là?

Donata: Dovevano...

Elj: Eri in braccio a me!

Donata: E allora tu, dovevi...

Elj: Ma nient'affatto! Prima di tutto, era più lontano. Lo scalo è qua.

Donata: Sì, due passi di più...

Elj: E poi, giusto un corno! t'eri, sì o no, buttata al rischio con me? T'avevo salvata io. Ah, per morire insieme, sì? Grazie! Non siamo morti: dovevi rimanere a me! Questo è giusto, non è vero, dottore?

Dottore: Per diritto di vita.

Donata: Suggellato con un morso, di cui mi resterà il segno finché campo.

Dottore (finita la fasciatura): Speriamo il meno possibile.

Elj: Ah no, Dottore!

Dottore: Dico il segno! dico il segno!

Elj: Io non lascio la presa!

Dottore: Ma ora, per fortuna, non è più coi denti. Basta. Io vado. A rivederci a domani.

Donata: A rivederla, Dottore.

Elj: L'accompagno.

Via col Dottore.

Donata, rimasta sola, si prova a piegare indietro la testa ed esprime, con gli occhi chiusi, un dolore che forse non è soltanto della ferita. Rientra Elj e la sorprende in quell'espressione.

Elj (premuroso): Ti fa male?

Donata: No. E la fasciatura.

Elj: Troppo stretta?

Donata: No: come un collare. Non ho mai potuto sentirmi nulla al collo. - Ma tu... non volevi uscire?

Elj: Io? No, dove?

Donata: M'è parso volessi andare col Dottore... - ma sì, va' un po' fuori!

Elj: Ma no, che dici! Vuoi che ti lasci sola?

Donata: Vedi? Resti per me, per non lasciarmi sola.

Elj: No no, per me stesso, perché non potrei più senza di te!

Donata: Chiuso qua da venti giorni; tu che -

Elj: - non me ne sono neanche accorto! -

Donata: - ti guardavi dall'intimità, hai detto, come dalla peste!

Elj: Perché non conoscevo ancora la tua! Da quella degli altri sì, per un principio, t'ho detto: per non patire disillusioni. Da te, non c'è pericolo.

Donata: è, anche troppo presto; e siamo ancora come tu, secondo un altro tuo principio, vorresti sempre restare

Elj: - io? come? -

Donata: - eh, ancora come estranei -

 

Elj: - estranei? ancora? noi due? - ma niente affatto! Sappiamo già tutto quello che importa sapere. Basta.

Donata: Ah no, caro, non basta! Tutt'altro! Troppo poco!

Elj: Sì sì, credi! Io dico estranei nel senso di nuovi, intendi? sempre nuovi!

Donata: E ti pare possibile?

Elj: Ma sì - sta' a sentire! Amarci tanto da non poterci mai aspettare il male, né tu da me, né io da te. E poi nuovi, sempre, l'uno all'altra: che tu non sappia mai quello che ti possa venire da me: atti, pensieri, sorprese, che so? cose appunto che non ti pajano vere in uno come me. Anche se in prima non t'arrivino gradite, anche se ti sembrino strane, se escludi assolutamente che io te l'abbia potuto far per male, ti faranno sorridere. E sarà sempre meglio che non averne mai più nessuna - se mi conosci tutto, se ti conosco tutta. - Del resto io poi, ti dico francamente... non lo so mica io, come sono...

Con un improvviso dubbio, che gli fa comicamente paura:

Se ho ingegno... Forse non ne ho... E con te bisognerebbe averne tanto...

Donata (ridendo): Ma no... che c'entra adesso l'ingegno!

Elj: Non ho mai cercato di saperlo, come sono... Mai fatta un'idea di me stesso...

Donata:, Oh Dio, saprai almeno ciò che ti piace o non ti piace...

Elj: Tu mi piaci! Vivere mi piace!

Donata: Vivere... c'è modo e modo...

Elj: Ecco: senza saperlo: vivere... Non in mezzo agli altri, per esempio! Perché senti, è un fatto: quando sono solo, sul mare, in campagna coi miei colori, insomma all'aperto - anche se ho contrarietà o c'è rischi da affrontare - non mi perdo, ci vado incontro, e sono lieto. - In mezzo agli altri, invece, no: sono sempre di malumore; e non valgo più nulla. - Non posso soffrire tutto quello che è solito.

Prende dal cavalletto una tavoletta dipinta.

Dipingo male - grazie - lo so; ma perché non è facile, sai, dipingere come vorrei io... le cose come appajono in certi momenti... lo scoppio, lo scompiglio di tutti gli aspetti consueti che hanno ridotto la vita, la natura, oh Dio, come una moneta logora, senza più valore. Io non capisco: è come volersi umiliare... subire... Il solito cielo che t'ammicca con le solite stelle, sulle solite case che ti sbadigliano con le solite finestre, e tu che vai sul solito lastricato delle solite strade... Ah, che soffocazione! Ti sarà avvenuto qualche volta - non sai come - non sai perché - di vedere all'improvviso la vita, le cose, con occhi nuovi... - palpita tutto, a fiati di luce - e tu, sollevata in quel momento e con l'anima tutta spalancata in un senso di straordinario stupore... - Io vivo così! In questo stupore! E non voglio sapere mai nulla! - Tu, ecco, sei per me uno stupore, come mi sei apparsa, come ti sei gettata nel pericolo con me, come t'ho salvata, come sei ora qua mia ... tutta, tutta uno stupore... la tua bellezza... codesti occhi, come mi guardano ...

Le prende la testa tra le mani.

Donata: Li chiudo... sì, li chiudo davvero... se tu mi prendi... non vedo più nulla... muojo per un momento in questa gioja che ti prendi di me e che mi dai... Bisogna perdersi...

Elj: Nell'amore, sì! Guaj se uno cerca di salvare qualche cosa! Per questo, istintivamente, a un certo punto, si chiudono gli occhi. Guaj a vederci, a vedersi... - Ma tu piangi?

Donata: No! No! Non ci badare... Nulla!

Elj: Come no! Se è un male che ti faccio senza volerlo, sì che ci bado! Che cos'è?

Donata: Niente... Ho scoperto in me... non so...

Elj: Una sofferenza? Per causa mia?

Donata: No. Forse perché sei stato...

Non sa aggiunger altro.

Elj: Come sono stato? (Donata esita.) - Di' di'; non è male, sai, provare in principio una sofferenza.

Donata: Ah sì? Perché?

Elj: Perché guaj, gioja mia, guaj, in amore, a stabilire rapporti sul sublime! Una piccola sofferenza in principio è proprio quello che ci vuole... Ma di' di', come sono stato?

Donata (dolcemente): Vuoi saperlo?

Esita ancora un po'; poi, senza attenuar la dolcezza, ma abbassando gli occhi:

Hai pensato a te... troppo...

Elj: A me? T'è parso?

Donata (tornando a sorridere): Ma forse è dell'uomo essere così.

Elj: Non vuoi dir come? Vedi, questo, lo vorrei proprio sapere. Non capisco.

Donata: Basta, basta, ti prego; non ci far caso. Non saprei dirtelo.

Elj: Hai pure detto una sofferenza!

Donata: No... ora più!

Elj: E allora? Parla! Non è bene che tenga per te, nascosta, una cosa che... sarà bene, invece, ch'io conosca.

Donata: Può darsi che dipenda da me...

Elj: Non ti piace come io t'amo? Devi dirmelo, perché io... io non comprendo più nulla: ardo tutto, basta che ti tocchi!

Donata: Sì, tu sei così. È naturale. Non stare più a pensarci! Non devo più pensare neanch'io; ma vivere, ora, avere una vita mia; essere come te! Sì, perché io finora - tu forse non lo sai - non ho mai appartenuto a me stessa, da un canto, pur avendo, dall'altro, appartenuto a me, troppo - sempre sola e senz'aver mai voluto pensare a certe cose... ecco, a certe cose che tu, tutt'a un tratto, m'hai rivelate... ma vedi? in una maniera - non so - che ora vorrei mi fossero ancora nascoste, perché tu...

Elj: Perché io?

Donata: Perché tu potessi di nuovo cercarle in me, ma altrimenti.

Elj: E come?

Donata: Ah, è così difficile dirlo! Ma ora è passato, ora è passato. E forse dev'essere così. La vita è questa. E io non voglio più vedere, non voglio più sentire che in te la mia vita. Ecco, toccarla in te, così: luce dei tuoi occhi

e gli passa le mani amorose sugli occhi

sapore delle tue labbra

e gli passa leggermente le dita sulla bocca, poi carezzandogli e scomponendogli i capelli:

Ora vivo «io»... ora amo «io»...

Tutt'a un tratto avverte quell'atto di carezzargli e scomporgli i capelli - già notato dal Giviero nell'atto precedente - e ritrae le mani, con orrore.

No!

Elj (stordito da quello scatto improvviso; ma non comprendendo e volendo ancora la carezza): Perché? Ancora!

Donata: No! No!

Elj: Mi piace tanto, quando mi carezzi così i capelli o me li scomponi sul capo...

Donata: Io? i tuoi capelli? anche altre volte?

Elj: Ma sì... Che hai?

Donata: Nulla! Non me n'ero accorta.

Elj: Ti strizzi le mani... ti vedo far certi gesti...

Donata: Gesti? Ma no! Che gesti ho fatto?

Elj: Eh, non posso mica rifarteli... Come ti sei levata... E come ora mi stai guardando...

Donata: Oh Dio, no! no! per carità, non dirmi più nulla!

Elj (stordito più che mai, ma anche un po' divertito): Perché? cos'è?

Donata: Non mi far pensare come sono, come mi muovo, come ti guardo; i gesti che faccio... Non voglio vedermi!

Elj: Hai nascosto gli specchi per questo?

Donata: Sì. Conosco troppo la mia faccia; me la sono sempre fatta, troppo fatta: ora basta! ora voglio la «mia», così com'è, senza ch'io me la veda.

Ha ancora nelle dita l'orrore della carezza scoperta.

Sai, è... è per forza così... perché io sono stata sempre vera... sempre vera... ma non per me... ho vissuto sempre come di là da me stessa; e ora voglio essere «qua» - «io» - «io» avere una vita mia, per me... devo trovarmi!

S'infosca; si esaspera.

Ecco, vedi? dico: trovarmi. È orribile! Se parlo... Dovrei non parlare... Mi sento parlare... Non vorrei più riconoscere la mia voce; me ne sono tanto servita! Vorrei parlare con una voce nuova; ma non è possibile, perché non mi son mai fatta una voce, mai; e prima non ci ho mai badato; ho parlato sempre con questa mia voce. Ora non posso averne un'altra, è vero? è vero? è la mia!

Elj: Ma certo che è la tua! Di chi vuoi che sia? Benché tu, tante volte, non la voce sola, ma tutta, tutta, sai - sembri un'altra - irriconoscibile! Sì sì, anche la voce ti cangi.

Donata: Anche la voce?

Elj: Sì, in certi momenti che forse stai pensando... a cose che ti restano vaghe... e l'una dentro di te chiama l'altra, e t'allontanano... Poi, tutt'a un tratto - mentre io sto a guardare il tuo corpo, a cui certo in quel momento non pensi più affatto - ti volti brusca a fissarmi, come un'estranea!

Donata: Eh, se tu allora guardi il mio corpo...

Elj: E che vuoi che guardi?

Donata: ... ecco sì, vedi? quello sì mi è veramente «estraneo» allora. E credi che soltanto così, con quello, si può restare, come tu dici, estranei. Io sono così poco nel mio corpo.

Elj: E dove sei?

Donata: Quando si pensa, dove si è? Non ci si vede, quando si parla... Sono nella vita... nelle cose che sento ... che mi s'agitano dentro... in tutto ciò che vedo fuori - case, strade, cielo ... tutto il mondo... Fino al punto che, vedendomi talvolta richiamata da certi sguardi al mio corpo, trovarmi donna... - oh Dio, non dico che mi dispiaccia - ma mi pare una necessità quasi odiosa in certi momenti, a cui mi viene di ribellarmi. Non vedo più, t'assicuro, non vedo più la ragione ch'io debba riconoscere il mio corpo come la cosa più mia, in cui io debba realmente consistere per gli altri. Ma sai che arrivo a sentire per il mio corpo... ma sì, anche antipatia! Tante volte ne avrei voluto un altro, diverso.

Elj: Ah, ma io no! io voglio questo! io amo questo! E tu sei ingrata, se non te ne contenti.

Donata: Devi comprendere, però, che non è il corpo soltanto... Se la tua vita e la mia si sono unite, non ti pare che dobbiamo pur venire a parlare tra noi di tante cose?

Elj: Ma sì! ma sì! di tutte quelle che vorrai!

Donata: Questo lasciarsi prendere dagli atti della giornata...

Elj: Eh, ma ne troveremo tanti, aspetta! ne inventeremo tanti - cento al giorno! - lascia fare a me!

Donata: Io dico ora - queste necessità precarie - delle cose che si debbono fare, dire... Arriva poi un momento... - come questa mattina, uscita dal bagno... - sì, dev'esserci anche questo... e quello... le cure della persona... ma a un certo punto, cascano le braccia... C'era tanta luce, che accecava sono rimasta lì, inerte, a pensare... Il bagno... Eh, altro che bagno! Mi sono gettata nel mare, come una cieca.

Elj (spalancando le braccia): Qua ti sei gettata, nelle mie braccia che non ti lasceranno più! A che vuoi più pensare adesso?

Donata: Ma anche per te - a tante cose! - della nostra vita - come sarà... -

Elj: Programmi? Regole? No! Niente! Sarà come sarà. In qualche modo. In tanti modi.

Donata: Ma - in tanti modi - caro, è come sono stata finora! - E tu dici che non puoi soffrire il teatro? È strano!

Elj: No, sai, è il luogo: quella tetraggine - palchi, tutte quelle poltrone - andare a rinchiudersi lì - e poi come ci si va - tutta quella gente che vuole stare attenta - Dio mio, a cose che si sanno non vere

Donata: - ma possibili - create - come tu puoi crearle a te stesso!

Elj: E non si può vivere così... come in vacanza? senza bisogno di crearsi nulla? A caso - com'è vero - come tu sei vera - come io sono vero - che ci viene all'improvviso di scapparcene e piantiamo qui tutto... Questo non ti sarà mai avvenuto a teatro!

Donata: Ma sì! come no? - di spezzare una scena e scapparsene all'improvviso ... ? - tante volte!

Elj: Be', non importa. Andiamo lo stesso; andiamo un po' fuori!

Donata: Ma no, come? in vestaglia?

Elj: Non importa! Siamo sulla spiaggia! Vedo che stai troppo a pensare; sei stata qua troppo chiusa: andiamo! andiamo!

Donata: No, no, Elj: qua - restiamo qua - bisogna pensare, caro! - vediamo di decidere un po'... Che vita può essere, scusa, così a caso?

Elj: Che vita? La vita - come ti si presenta - come ti va... - senza bagagli...

Donata: Senza bagagli? Sapessi quanti ne ho io!

Elj: E io ti propongo d'ora in poi un tascapane a tracolla, e via! La gente ci vede passare a braccetto: «Ecco un uomo d'ingegno e una donna di cuore! ».

Donata: Ah, così - vagabondi - tu dici?

Elj: Ti spaventa?

Donata: Ma no: che vuoi che mi spaventi? ti dico che non ho mai fatto altro finora! - Ma non è vita! Per trovar la vita - facendo così - sai che ho dovuto fare? cercarla, sentirla in altre creature che l'avevano - oggi in una, domani in un'altra - create dalla fantasia - a cui io ho dato la verità del mio corpo, della mia voce. Appunto, appunto in cento casi diversi - come mi sono stati dati da vivere - e li ho vissuti, sulla scena! Tu non sai in quante situazioni mi sono trovata

Elj - ma senza esser vere! -

Donata: Ecco: ora mi trovo in una «vera» - «io», «io» - e debbo pur vedere com'è, Dio mio! come mi ci sento dentro - «io», «io» - in questa vita che dev'esser «mia» finalmente! - io - sola io - come penso, come sento dentro di me, come sono! - Mi sono gettata come una cieca - ma non avrei mai potuto altrimenti... Ora, guarda: tu stesso m'hai portata qua: m'hai presa: non ho nulla da rimproverarti né da pretendere perché ho voluto anch'io - l'ho quasi voluto io sola

Elj: - no, come? -

Donata: - tu non volevi - t'ho sfidato io - ma poi, sì, qua volesti portarmi tu: bene, vedi? ci sono io, ora, nella tua vita, come tu nella mia. Non possiamo restare insieme come due estranei. Tu vuoi riprendere la tua vita

Elj: - ma con te! -

Donata: - ecco, con me... - forse a te sarà facile, se sei così, che vuoi tutto a caso e senza regola... - ma per me no, vedi? per me sarà tanto difficile

Elj: - e perché? -

Donata: - ma perché ora io ho - ho - la mia vita e la voglio avere «per me» e non so come sarà, con te che sei come un bambino che forse si spaventerà come si spaventano tanti bambini - quando vedono le maschere.

Elj: Vorresti tornare al teatro?

Donata: Ma certo...

Elj: Ah no no! Al teatro, no!

Donata: Debbo, caro: tra dieci giorni il mio mese di riposo sarà finito.

Elj: Ah no no: io non ti lascio più andare! No no, niente più teatro! Hanno voglia d'aspettarti tra dieci giorni!

Donata: Ma ho i miei impegni!

Elj: Si mandano a monte!

Donata: Sì, e come?

Elj: A qualunque costo! Io non voglio saper nulla! Tu resti a me! a me! Ma figurati se io ti lascio più ritornare al teatro, a dar vita ai tuoi fantocci! Te la do io, ora, la vita, se non hai mai vissuto; e tu a me!

Donata: Sono felice che tu mi dica così. Ma tanto più, allora, vedi? dobbiamo parlare, vedere...

Elj: Sì, sì - prima di tutto di scioglierti da codesti impegni -

Donata: - non è facile

Elj - non sarà impossibile! -

Donata: - impossibile no; ma son così gravi! impegni con gli attori - tutta una compagnia - impegni coi teatri...

Elj: Ci sarà da pagare una somma ... ?

Donata: Tentare di venire a un accordo...

Elj: Ecco, ecco - questo si farà subito!

Donata: Eh sì, si dovrebbe subito: non c'è più tempo da perdere - dieci giorni...

Elj: Subito subito! Mi dirai tu come si deve fare, perché io non lo so!

Donata: Prima di tutto, un telegramma al mio amministratore, perché venga qua

Elj: - ecco: fallo - ora stesso - si spedirà subito - su su, senza perder tempo!

Donata: Ma no, Elj - aspetta! - non si può così subito!

Elj: Perché no? La risoluzione l'hai presa così, di gettarti nella vita, e ora avanti! avanti! bisogna nuotare, nuotare!

Donata: Ma vedi che non ho saputo? Mi sono aggrappata a te, con gli occhi chiusi...

Elj: E resta così, aggrappata a me, con gli occhi chiusi, se vuoi vivere! - Ti vuoi «trovare». Ma bisogna trovarsi così nella vita, di volta in volta, senza cercare; perché, a furia di cercare, se alla fine riesci a trovarti, ma sai che t'avviene? che non trovi più nulla e non puoi più vivere: bell'e morta, con gli occhi aperti!

Donata: E allora - lasciare tutto?

Elj: Tutto, sì! Tutti i bagagli delle vesti altrui!

Donata: Ma ebbero pure la mia vita, quelle vesti!

Elj: Grazie, per vivere loro, e non tu!

Donata: Non è vero: vissi pure io, in loro, della loro vita...

Elj: Sì: «come di là da te stessa», l'hai detto. Ora invece sei tu, qua...

Donata: E dove sono?

Elj: Con me!

Donata: E tu chi sei?

Elj: Come, chi sono?

Donata: Non mi pare vero ancor nulla, lo vuoi capire?

Elj: Ma questo è il bello!

Donata: Vuoi che non sappia neppure come vivremo insieme?

Elj: Sarai mia moglie!

Donata: Sì; ma...

Elj: Senti: un colpo di coda, come fanno i pesci, e si cambia direzione: il mare è infinito...

Donata: Ma no... che dici?...

Elj: Dico una verità sacrosanta! Non si è considerato abbastanza, gioja mia, che la Terra, guarda, è tanta!

Fa, levando la mano e congiungendo il pollice e l'indice in alto, il segno d'un piccolo tondo

negli spazii celesti - tanta! Mica un granello di sabbia, sai? come si crede. Che! Una gocciola d'acqua.

Donata: E con questo?

Elj: Acqua! Acqua! Con questo, tu dici? Con questo, i suoi abitatori più proprii - pensa - chi vengono a essere? I pesci! I pesci, da cui si dovrebbe prendere regola. Dico sul serio, sai? Io credo che la prima ragione dell'infelicità degli uomini, degli altri animali detti di terraferma, sia proprio questa: che siamo una sciagurata degenerazione derivata dall'essere, a un dato momento, rimasti sul duro, in secco.

Donata ride.

Sì sì, è la verità, credi! Ne ebbi il lampo una volta, in un acquario, ritrovando nell'aspetto d'ogni pesce i tratti, le espressioni, di tante facce umane di mia conoscenza. La marchesa Boveno, famiglia delle tinche: mio zio, famiglia degli scorfani...

Donata (ridendo ancora): Ma via... smettila... che ti scappa di bocca?...

Elj: Ecco, vedi? ridi... Questa è la vita... Ti ci ritrovi? ... Un colpo di coda, e si vira altrove... Bollicine, bollicine... Niente: bollicine ... Se tu ora pensi che il più proprio dei pesci è il silenzio, il silenzio! e che noi l'abbiamo perduto, questo bene, forse per andar gridando in tutti i modi la nostra sciagura d'essere rimasti così fuori del nostro vero elemento! Guarda la foca, da un canto, in cui il mostro umano e bestiale comincia anche nella voce; e guarda dall'altro la donna! La donna è tutta dell'acqua. Tutto il suo corpo è un'onda. Tutte le sue curve e cavità sono marine. Una donna, come creatura più marina che terrestre, in questa gocciola d'acqua, non si dovrebbe mai perdere!

Con risoluzione improvvisa

Sì, sì, ora esco davvero: vado da mio zio, per parlargli di tutto. È uno scorfano saggio, mio zio; e quando si tratta di ragionare, ci vuol lui. Lo informerò di quanto abbiamo stabilito ...

Donata: Ma se non abbiamo ancora stabilito nulla ...

Elj: Come nulla? Tutto! Mandare a monte gl'impegni! Sposarci!

Donata: Sposarci, va bene; ma prima bisognerà veder tante cose, Elj, non così! Anche per i miei impegni... Chi sa quanto ci sarà da pagare!

Elj: Ci penserà lo zio!

Donata: Sì, è giusto che tu vada ora a trovare tuo zio -

Elj: - l'ho cacciato di casa, pensa, poverino: dalla sua stessa casa: pum! la porta in faccia. E dorme da venti giorni all'albergo. Appena mi vede, scorfano: un colpo di coda e cambia direzione.

Donata: Chi sa che avrà pensato anche di me! come m'avrà giudicata!

Elj: Non te ne curare: gli passa tutto, subito. Non ha altri che me; ed è per me come un padre. Vado e lo porto qua. Parleremo di tutto; e vedrai che si aggiusterà ogni cosa. - Se vuoi vedere anche la tua amica...

Donata: Sì, ora sì...

Elj: Benissimo! Apriamo le porte! - Chiede ogni giorno di te. È qua dirimpetto: te la chiamo.

Donata: Sì Sì.

Elj: Così, mentre io parlo con lo zio, non resterai sola. Vado.

Elj, via. Donata resta un momento assorta; è come smarrita; più che smarrita, stordita. Poi si alza; ma è perplessa; alla fine, con una risoluzione improvvisa, strappa con una bracciata lo scialle veneziano che nasconde il grande specchio sulla parete sinistra, e restando con lo scialle ancora in pugno si mira, dopo venti giorni, per la prima volta. Immobile, a lungo, in quell'atteggiamento, esprime dapprima maraviglia, poi quasi sgomento; istintivamente leva l'altra mano a rialzarsi un po' da un lato i capelli; ma riconosce il gesto teatrale e subito, con sdegno, l'interrompe. S'accosta, sporgendo il capo, di più in più allo specchio, come a un'acqua, e vi si mira affitto affitto negli occhi, quasi per leggersi dentro; ma ne ha un così gran turbamento che se ne ritrae, quasi con paura. In quest'atto la sorprende Elisa.

Elisa: Donata...

Donata: Oh, cara...

Le si butta, convulsa, tra le braccia, lasciando cadere a terra lo scialle; trema tutta.

Elisa (sorpresa, affettuosa): Donata mia, Donata mia... che hai? tremi tutta...

Donata (senza lasciarla, stringendola anzi di più): Ho avuto paura... ho avuto paura...

Elisa: Di me?

Donata: No! Mi sono guardata...

Elisa: Guardata? Che dici?

Donata: Sì, smarrita, là, in quello specchio! Non mi guardavo da venti giorni.

Elisa (sbalordita): No! Perché?

Donata: Vedi?

E si china a raccattar lo scialle per buttarlo sul divano.

L'avevo nascosto con questo - e tutti gli altri!

Elisa: Ma no! Com'hai potuto fare? Non è possibile!

Donata: Non ho voluto più vedermi!

Elisa: Oh bambina! Bene, ora che ti sei veduta? Sei più bella che mai!

Donata: Non comprendo più nulla! Non mi trovo! Non mi trovo!

Elisa: Non ti trovi... come? con lui?

Donata: No! Non dico per lui! - Lui è così, per aria, sparpagliato, tutto dietro alle cose...

Elisa: Ah, questo sì!

Donata: Ma è caro! tanto caro!

Elisa: E allora?

Donata: No. Io, io non mi trovo - in me stessa. Credevo non mi dovessi più riconoscere:

indica lo specchio

mi sono vista dapprima - la stessa - la stessa.

Elisa: Eh, certo!

Donata: Ma poi, accostandomi, per guardarmi negli occhi, ho avuto paura di... di essere così... non so... non so più come!

Elisa Ma perché tutto t'è avvenuto all'improvviso, cara! È per questo! In una maniera così inopinata! Ora vedrai che, a poco a poco...

Donata: Sì sì, sarà per questo, sarà per questo...

Elisa: Ma certo che è per questo! Ora vedrai...

Donata (con altro tono, un po' vergognosa): Tu m'hai scusata?

Elisa: Io? E di che? Tu non avevi e non hai da dar conto a nessuno di ciò che t'è piaciuto fare. Rischiasti di morire! Nello stato in cui eri

Donata: - no: fu come una follia che mi prese lì per lì -

Elisa: - era inevitabile, io lo compresi così bene; non potevi più rimanere in quello stato. - Bene: l'hai fatto - ti sei buttata - e io t'approvo. - Ma ora dimmi, ora dimmi cara: non sei contenta? È un così caro giovane - bello forte - un po' selvaggio - un po' strano - ma sei l'invidia di tante, sai? di tutte le ragazze e anche di tutte le signore della spiaggia, sì... E non deve perciò stupirti lo scandalo che è scoppiato.

Donata: Ah sì, scandalo? Eh già, certo...

Elisa: Perché non s'era potuto mai dir nulla di te, ora si vendicano, capisci? Come se avessi fatto chi sa che cosa enorme - enorme - a confronto di quello che si sa di tante altre, che naturalmente si mostrano le più indignate: è da ridere! Io t'ho difesa contro tutti. Ma guarda un po', come se non avessi più diritto, perché te l'eri sempre vietato! Sciocchezze, sciocchezze, di cui non ti devi curare.

Donata: E non so poi perché tanto scandalo, se ci sposiamo...

Elisa: Ah sì? Vi sposerete? E non me lo dicevi ancora? Eh, ma allora benissimo! Guarda, vorrei scappare a gridarlo in faccia a tutti! Ne sono felice, proprio felice! La cosa più normale, allora! Siete già d'accordo su questo?

Donata: L'ha proposto lui stesso. È andato a parlarne allo zio.

Elisa: Ma non lascerai mica il teatro, no? Sarebbe un peccato!

Donata: Pare di sì. È contrario. Non vuol saperne.

Elisa: Ma a te non sarebbe possibile!

Donata: Io ancora non so. Ho tutti i miei impegni, da cui non sarà facile sciogliermi. Ma non sono soltanto gl'impegni...

Elisa: Eh, lo capisco! Se si tratta di questo...

Donata: Non c'ero preparata neanch'io. Me l'ha detto: poco fa. Io non gliel'avevo nemmeno chiesto. Lo feci - tu intendi - soltanto per... volevo liberarmi.., ma sì, fors'anche della vita! - Quello che ho provato in questi giorni... È inverosimile! - Io dico che, da soli, o di nascosto dentro di noi, anche in presenza degli altri, siamo pazzi. - Io, figurati - provare anche una spavalda soddisfazione d'averlo potuto fare alla fine - sì, sì - una soddisfazione come per un'inferiorità superata, anche per la mia professione d'attrice - e anche verso le altre donne. E appunto verso le altre donne (quelle che tu mi dici le più indignate) ho provato a mettermi... così - non ridere - sul mento - negli occhi - la sfida, come un'improntitudine che ormai non dovessi più lasciare - come una già del tutto spregiudicata, che accetta la posizione... sì, di donna che ha accolto l'amore fuori d'ogni legalità, ammettendo ormai come niente che tutti possano credere che sì, avendolo fatto una volta... farlo ancora, come tutte le altre... E questo, capisci, pur sentendomi d'averla data vinta a chi se l'aspettava... e d'esser venuta meno così... - No no, non era inevitabile, come tu dici! - E poi, per non provarci in fondo - ti giuro alcun piacere; anzi, se debbo dirti, una vera sofferenza; forse... sì, con questa sola soddisfazione, di sentirla come una cosa che la donna deve fare per quietare in lei un uomo - e di provare, dopo, anch'io questa quiete, grande, per un attimo, senza più pensare, per non turbarmela, a ciò che m'è costata, compensandomene con la gratitudine tenera e un po' vergognosa ch'egli mi dimostra. Questa, mi immagino, è l'unica cosa che possa veramente stabilire il legame. L'affetto... Su tutto il resto, chiudere gli occhi, per riaprirli soltanto in questo affetto riconoscente; e salvare tutto così.

Elisa: Eh, ma gli uomini adesso, cara, pretendono che debba essere la donna, invece, a restar grata a loro, del piacere che loro le danno.

Donata: Loro?

Elisa: Perché la donna è divenuta così stupida d'averlo dato loro a vedere - sì sì - fino al punto che ne hanno ormai acquistato la più profonda convinzione - e si fanno anche pregare!

Donata: Ma non è vero!

Elisa: Che, non è vero? Eh, capisco che tu devi attendere che nasca per te ancora bene - l'amore...

Donata: Ma sì, io l'amo!

Elisa: Ma non ancora «con lui». Quando amerai con lui - allo stesso modo e allo stesso tempo che lui - sarà un'altra cosa... vedrai...

Donata (levandosi, turbata): Io so per ora che, in certi momenti, come me lo vedo davanti - lì - così sicuro in quel suo corpo agile e pronto - (Sì, è bello! ma tutto lì, ma tutto lì! mentre io ... in quei momenti, vedi? se mi s'accosta... non so, io lo odio!

Elisa (sorridendo): No! che dici!

Donata: Sì, sì! Perché non posso essere nelle sue braccia una cosa soltanto sua... un corpo - là - e nient'altro, che diventa suo... Mi sento tutta sconvolgere - provo anche ribrezzo di me stessa... Se è questa tutta la vita che m'aspettavo! Vuoi che sia in questo tutta la mia vita?

Elisa: Ma no, certo! Perciò ti dico che non devi lasciare il teatro!

Donata: No no, non penso adesso al teatro! Vedessi almeno come sarà...

Elisa: È troppo presto!

Donata: Sì, certo, è troppo presto...

Elisa: Bisogna che t'intenda con lui...

Donata: Sfugge, sfugge - non può fermarsi un momento a pensare... Ed io...

S'interrompe, perché ritorna col pensiero a ciò che Elisa ha detto prima.

Sì, forse è vero quello che tu dici. Vorrei anch'io difatti in quei momenti sentire il contrario - non d'essere io, là, una cosa sua, ma che fosse lui, invece lui, mio! - Non è; non è perché io non sono nulla, sento che non sono nulla in quel momento con lui; e provo allora una sfiducia che mi gela, che m'avvilisce e mortifica; come se in fondo fossi stata spinta da una curiosità che m'abbia forzata a vincermi, o dal bisogno di provare anch'io...

Elisa: Non è niente - questo - credi! - Sì, lo capisco... Ma aspetta, aspetta... Non c'è stata in te l'attesa... la preparazione... E non hai ancora tanta confidenza con lui, da poterti difendere.

Donata: Come, difendermi?

Elisa: Imparerai! imparerai! In principio è così! - Lo costringerai intanto a fermarsi - questo sì - e a cercare con te, d'accordo, - senza sfuggire - una maniera di vivere che ti contenti. È così buono, in fondo, come un fanciullo...

Donata: Sì, e così estroso...

Elisa: Se ti ama poi tanto e ti vuole sposare...

Donata: Eh sì, forse sono io... che vuoi che ti dica... Ma credevo, capisci? che appena entrata in una vita mia, subito mi si sarebbe chiarito tutto; che sarei uscita, intendo, dall'incerto in cui vagavo prima. Ma che! Non è vero! È peggio! E in questa incertezza, vedi? contribuisce a tenermi anche lui che mi dice che dev'esser così... tutt'a caso, come vien viene... i fatti della giornata...

Elisa: Eh già... la vita, com'è...

Donata: Anche tu dici così? Ma allora è vero!

Elisa: Che, vero?

Donata: Questo mio smarrimento allora è naturale: quest'ansia... Non c'è veramente, non ci può essere nulla di certo... La volontà, sì, la volontà di farcela, una vita, il bisogno di farla consistere in qualche modo, com'è possibile... - eh sì, com'è possibile, perché non dipende più da noi soltanto, ci sono gli altri - i casi - le condizioni - e chi ci sta più vicino - che possono contrariarci, ostacolarci - non sei più tu sola, in mezzo a tutto questo increato che vuol crearsi e non ci riesce - non sei più libera! E allora... allora dove la vita è creata liberamente, è là invece, nel teatro! Ecco perché mi ci sono sempre trovata subito, sicura - là sì! E il vago, l'incerto che sentivo prima, non dipendevano dal non avere io ancora una vita mia: ma che! no! è peggio, è peggio averla! Non comprendi più nulla, se t'abbandoni ad essa perdutamente. Riapri gli occhi, e se non vuoi lasciarti andare a tutto ciò che è solito, che diventa abitudine, solco, monotonia che non ha più colore, sapore, allora è tutto incerto di nuovo, instabile; ma con questo: che non sei più come prima; che ti sei legata, compromessa con ciò che hai fatto, e in cui è così difficile impossibile trovarti tutta intera, sicura. - Lo comprendevo anche prima; ma ora lo so, lo so per prova! Dimmi, dimmi almeno di lui... che almeno sappia di lui qualche cosa che ancora non so.

Elisa: Sai che non ha altri parenti all'infuori dello zio...

Donata: Sì, questo lo so. E questo zio?

Elisa: Lo vedesti da me.

Donata: Sì, il conte Mola - -

Elisa: - un vero signore, perfetto gentiluomo -

Donata: - Elj dipende da lui?

Elisa: Sono stati sempre insieme, come padre e figlio.

Donata: È figlio d'una sorella di lui, lo so, morta giovane.

Elisa: Ecco, sì. Ma in che rapporti stiano propriamente tra loro, non saprei dirtelo. Credo però che Elj debba avere anche del suo, dalla parte materna, la dote... Sono - almeno, hanno fama - di molto agiati.

Donata: Vorrei saperlo, perché - tu comprendi - se Elj dipendesse da lui -

Elisa: - ah, ma lui farà sempre tutto quello che vorrà il nipote!

Donata: Tu l'hai più veduto?

 

Elisa: Sì; e c'è stato anzi qualche urto tra noi. È molto irritato, capirai!

Donata: Contro di me?

Elisa: Non contro di te propriamente; contro di lui: è stato messo alla porta ... E poi, per lo scandalo... Un uomo come lui... tutto appuntato con gli spilli ... martire delle forme... L'ha offeso il modo... Ma son sicura che per te...

Donata: Sai se, per caso, non avesse qualche idea per il nipote?

Elisa: Ah sì, credo... Ma a proposito! Tu non sai quello che fece Elj alla Nina, quella sera? sai, quella ragazzina...

Donata: ... che non mi credeva sincera?

Elisa: Sì, quella. Ah, una delle sue! Proprio feroce, sai!

Donata: Non so nulla! Che fece?

Elisa: Ma sì... pare che, per farla tacere, le abbia detto o fatto... non si sa bene che cosa ... parla di «suggello»... «patto suggellato»... e si preme con le mani la bocca ... Noi la trovammo lì boccheggiante, che gridava ajuto, soffocata...

Donata: Ah sì?

Elisa: Puoi immaginarti, poverina, innamorata di lui come una gatta. Ne è come impazzita... sì, sì tuttora...

Donata: E tu sai che lo zio avrebbe veduto bene...?

Elisa: Sì, suppongo - d'accordo con la nonna... sai, quella vecchia, la marchesa Boveno... Ah, è furibonda! la marchesa è furibonda!

Donata: Sarà andata a gridar vendetta allo zio?

Elisa: Eh, figurati!

Donata: Ci sarà di mezzo allora anche questa ragazzina - ora - per lo zio

Elisa: Ma no; che vuoi che sia! non è cosa a cui si possa dare importanza! Una ragazzata! Il conte è seccato per le conseguenze che ha portato... lo scombussolamento momentaneo di quella poverina...

Si ode a questo punto dall'interno la voce del conte Mola.

Il Conte Mola: Permesso?

Elisa: Ah, eccolo! Vuoi che vada?

Donata: Aspetta un po'. - Avanti!

Il Conte Mola (entrando, forzandosi di vincere l'imbarazzo): Buon giorno, Donata... Cara Elisa ...

Donata: Buon giorno ...

Elisa: Caro conte...

Donata: S'accomodi...

Il Conte Mola: Grazie.

Donata: Ed Elj?

Il Conte Mola: Elj... ecco se mi permette, questa volta, gli ho reso la pariglia: ho lasciato io lui fuori, per poter parlare posatamente...

Elisa (alzandosi): Allora io ti lascio, Donata...

Il Conte Mola (alzandosi subito anche lui): No, io avrei caro, invece, che lei restasse, Elisa...

Elisa: Ma se avete da parlare... io non so...

Donata: Se il conte stesso desidera che tu rimanga...

Il Conte Mola: Sì, lo desidero; sapevo che lei era qua; me lo disse Elj; mi sono appunto affrettato a venire, per trovarla ancora qua...

Elisa: Ah... bene... allora (a Donata) se anche tu vuoi...

Donata: Ma sì, figurati, resta! Io però tengo a dir subito che tutto questo...

Si alza smaniosa; si passa le mani sulla faccia.

Dio mio, no...

scoppia a ridere

non potete immaginare come tutto questo mi sa di teatro...

Elisa: Oh bella!

Donata (sempre ridendo, male, convulsa): Ma sì... Una scena preparata, a tre, con Elj lasciato fuori... Debbo mettermi qua?... Là? che posa debbo prendere? mi metterò a recitare... forse un pochino meglio di voi, scusate...

Il Conte Mola (imbarazzatissimo): Ma no... perché... perché le pare così? ...

Elisa (guardando il Conte e ridendo con Donata, per contagio): Sì sì... curioso... come l'hai detto... anche a me, anche a me, ora, sta facendo quest'effetto ... Ma guarda che idea!... Forse perché è teatrale anche la vita, cara!

Donata: Eh no, scusate! - Allora, il teatro! Almeno là si è sicuri che tutto avverrà come deve avvenire, sino alla fine... No, conte, mi scusi! Per me è grave, è grave! C'è di mezzo la mia vita; sono ora qua viva, io, in uno stato che lei può bene immaginarsi... So quello che ho fatto - guardi - non pretendo nulla. Se a lei ha recato dispiacere; se lei aveva altre idee per suo nipote e non approva - ecco - la prego, lasci la posatezza, tutto il suo garbo - io non sono in grado di sopportare più nulla; ho bisogno in questo momento di sapere a che attenermi. - Lei è contrario? Lo dica!

Il Conte Mola: Ma io... ecco...

Donata: È contrario. - Sta bene. - Mi risponda: Elj ha bisogno del suo consenso?

Il Conte Mola: Ma no... io...

Donata: Mi risponda, mi risponda - sì - no - per carità!

Elisa: Ma no, aspetta, Donata, così non è possibile...

Il Conte Mola: Io non sarei affatto contrario, se...

Donata: Se...? dica, la prego! Le ripeto che ho bisogno di sapere!

Il Conte Mola: Se non me ne lascia il tempo, scusi...

Elisa: Calma, calma, cara... Siediti qua, accanto a me... Prego, conte...

Il Conte Mola: Mi dispiace ora veramente d'aver lasciato fuori Elj.

Elj sporge a questo punto il capo dall'uscio; ma il Conte non se n'accorge e prosegue:

se questo ha potuto dar l'impressione...

Elisa (scorgendolo): Eccolo qua Elj! Come il diavolo!

Elj (entrando d'un balzo): Che diavolo! Come l'Angelo Salvatore!

Allo zio:

Vedi? te l'avevo detto io?

Il Conte Mola (alzandosi, adirato): Ah, ma io posso parlare apertamente anche davanti a te, sai!

Elj: E sì parla! sfogati! buttami in faccia tutto quello che vuoi!

Il Conte Mola: Volevo risparmiare a lei

indica Donata

di farle conoscere la mia riprovazione, la mia indignazione per il tuo modo d'agire!

Donata: Ma quello che Elj ha fatto, l'ho voluto anch'io!

Elj: No, aspetta! Ha detto che non te la voleva far conoscere!

Allo zio:

Be', e ora che gliel'hai fatta conoscere?

Il Conte Mola (a Donata): La mia riprovazione è soltanto per lui.

Elj: Perché t'ho portata qua! Tu non potevi neanche volerlo: non davi più segno di vita! - E lui è così offeso perché chiusi anche a lui la porta in faccia - non è vero?

Donata: Ma ad andare sulla lancia lo sfidai io: lui non voleva!

Il Conte Mola: Ah no no, mi scusi, Donata: è proprio per questo! lui non doveva accettare la sua sfida, approfittare dello stato in cui lei si trovava!

Donata: Ma non poteva saperlo, Elj, il mio stato...

Elj (con impeto): Era così bello! così coraggioso! divino! Tu non ne sei pentita! Non ne sei pentita! Non ne puoi essere pentita!

Donata: No, Elj, no!

Elj: Non mancherai a te stessa! Non mi mancherai! Non mi mancherai!

Donata: No! no! - ma dobbiamo ora vedere

Elj: - niente vedere! ci sposeremo! tu sei mia! - Lui è così irritato anche per ciò che feci prima.

Il Conte Mola: Ah, indegno, indegno quello che hai fatto!

Donata: Questa complicazione, veramente...

Elj: Ma no, che complicazione!

Allo zio:

Oh, basta ora con quello che ho fatto! Le ho dato quello che voleva, per levarmela d'attorno! Finiamola! Mi volete mandare all'ergastolo per un bacio a una ragazzina che non si voleva levare di mezzo?

Elisa (non potendo trattenersi dal riderne): Ah, fu un bacio?

Il Conte Mola: Non ne rida anche lei, Elisa, la prego...

Elj (a Donata): Lì per lì, capisci? non trovando altro modo... mi seccava... bene: un bacio - affar finito!

Il Conte Mola (fremendo): Lasciamo andare, lasciamo andare! Non ti permetto d'aggiungere la derisione!

Donata (a Elj, per fargli intendere le ragioni dello zio): Il conte sarà amico della marchesa...

Il Conte Mola: Da tanti anni, molto amico, Donata. Non si fa così! La vita non è una burla, e tanto meno una follia. Io sono vivamente costernato anche per lei, cara Donata... mi consenta che la chiami così...

Donata: Ma sì, ma sì; io la ringrazio anzi...

Elj (cercando d'abbracciare lo zio): È tanto buono, te l'ho detto...

Il Conte Mola (respingendolo, risentitissimo): Ma no, lasciami, ti prego! Io non sarò sempre il tuo zimbello!

A Donata:

Mi faccia il piacere, Donata... Io non posso proprio davanti a lui...

Elj: Bene bene, sta' tranquillo, parla a tuo agio: me ne rivado - ecco - me ne rivado! Ma non la pigliare ancora così, per carità! E sopra tutto, non me la umiliare, non me la umiliare...

Via.

Il Conte Mola: È pazzo! È pazzo!

Elisa: È così... (a Donata:) tu hai detto bene: «estroso»...

Il Conte Mola (raffibbiando, convinto): È pazzo!

Elisa: Non mi spaventi la mia Donata...

Donata: Ma no, io, figurati... se è per questo... Anzi, che sia così...

Il Conte Mola: Io non dico che per un momento non possa anche piacere; ma credano che vivere con lui... Io l'ho lasciato fare finora...

Elisa: Questa è un po' colpa sua...

Il Conte Mola: Ma non c'è verso, amica mia, di dominarlo con la ragione vede? Si riesce appena con un po' d'affetto, se egli lo sente... sì, dico, per il freno che lui stesso riesce a imporsi per non spaventare e non tenere in continuo palpito chi gli vuol bene!

Elisa: Eh, però questo è anche bello!

Il Conte Mola: Sì, questo l'ha, perché è di natura affettuosa.

Elisa: Dunque vede...

Il Conte Mola: Ora io ecco, dico...

esita, a Donata:

- mi permette?

Donata: Ma sì, ma sì, mi dica!

Il Conte Mola: Ecco: un conto, io dico, è la sua vita, la vita d'un giovanotto, come finora l'ha avuta - sempre facile e così purtroppo fuori dell'ordinario... tutta grilli... (creda, non si tiene! non si tiene!)... un capriccio dopo l'altro... mai conti da fare, mai conti da rendere... e senz'alcun senso di responsabilità (ignora tutto, non conosce neppure i limiti delle sue sostanze, quantunque, debbo dirlo - senza vizii e schietto - non abbia mai sperperato troppo) (i suoi capricci sono pericolosi sopra tutto per la sua incolumità)... Ecco, con una vita così... e la facilità con cui crede... (e s'inganna! s'inganna!) di aver trovato in lei tutt'a un tratto la compagna ideale, la compagna voglio dire di tutte le sue stravaganze, delle sue pazzie, capisce (io non riesco forse a esprimere la mia costernazione ...).

Donata: Comprendo, comprendo ciò che lei vuol dire: la mia vita lei non crede ch'io la possa affidare a lui, così, cecamente?

Il Conte Mola: No, ecco, dico: un altro conto è la sua vita, Donata! la sua vita che è preziosa... che non le sarà stata certo mai facile...

Donata (fosca, recisa): No - mai.

E si alza, come non potendo più contenere un'ambascia che le fa impeto dentro.

Il Conte Mola: Lo credo bene! Chi sa che le deve essere costata! Difficoltà d'ogni genere, lotte, amarezze - per arrivare dov'è arrivata!

Donata: Ah sì sì - difatti - arrivata! Ma sa fin dove, conte ... arrivata? Fino al punto di gettarla via - là... - Se non era lui che mi salvava ...

Elisa (colpita dal subitaneo alteramento di Donata): Ma no, cara, che dici?

Donata: Sì - proprio così - se vuoi saperlo! Non so bene ciò che avvenne in me in quel momento di terrore, sbattuta nel mare - quella morte urlante - liquida e di piombo - so che chiusi gli occhi proprio per morire. - A questo, ecco, a questo, conte, ero arrivata!

Il Conte Mola: Difatti, sì, ricordo, ce ne disse lei stessa qualcosa, quella sera; e forse quanto ci disse - è niente! - Ma deve pur tener conto - mi pare - che dopo tutto però - sì, dico - lei ha vinto!

Donata: Dopo tutto - sì: ma è così appunto, sa, quando si vince come ho voluto vincere io. Il prezzo della mia vittoria - a me, donna - qua, nelle mie mani, sa che cosa è parso? io, donna, come l'ho sentito? Come un insulto - sì! Io donna, io donna, dico! Perché, a me donna, sarebbe stato anche facile, sa, far vincere l'attrice - e facile, allora, facile anche per me, la vita! - bastava insudiciarla, questa vittoria, anche un poco, non molto, con lodi che andavano all'attrice, perché la donna le aveva procacciate. Non aver mai potuto tollerare questa confusione - della donna e dell'attrice - l'aver voluto salvare l'orgoglio dell'attrice che vuol vincere sola, per quel che vale - questa presunzione di credere che quanto c'era in me di nuovo, di vivo nella mia arte, questo soltanto e nient'altro mi dovesse bastare per vincere... - ho vinto, sì, ho vinto sola - oh, sola come in cima a una montagna, nel gelo... - mi sveglio, apro gli occhi in mezzo a un silenzio e a una luce che non conosco, e a cose che per me non hanno senso... - che donna sono più? com'è? com'è? che sento? dove mi trovo? che ho nelle mani, che non ho più nemmeno la forza di sollevarle? quest'orgoglio d'aver vinto? sì, come un macigno, buono soltanto da legarmelo al collo per affogare: ecco tutto, quando non se ne può più! Vi giuro che si pensa alla fine, si pensa se ne valeva la pena! Bisogna che la dia alla fine qualche cosa la vita, la dia, la dia... - io ho dato tutto me stessa... sempre, senza mai pensare a me... - e vedermi trattata come se non dovessi sentir nulla, come se fossi di marmo... o con certe impudenze... cose, sa? di quelle che torcono le visceri dentro, come una fune; ... e notti, notti, a piangere lagrime di sangue, senza veder più la ragione di star perdendo così gli anni migliori della vita... senza un conforto, senza una gioja... Ho vinto, sì, ho vinto... ma eccomi, così... Non ne posso più, non ne posso più...

Elisa (commossa, andando a lei, come ad accoglierla in sé): Cara! Cara! Lo vedi! Lo vedi quello che vale la tua vita?

Il Conte Mola: Tutta la sua arte... quel che l'è costata... queste lagrime... tanta nobiltà... - Egli non ne sa nulla!

Donata (risolvendosi): Sì, questo è giusto: bisogna che egli lo sappia.

Elisa (incalzando): Non ti conosce! Non t'ha mai veduta.

Il Conte Mola (c.s.): Eh già! - quella che lei veramente è - quello che vale una vita come la sua! - Appunto questo volevo dire! Ecco! Bisogna che egli sappia che valore ha, il dono che lei gliene vuol fare!

Elisa (c.s.): Sì, sì, anche per lui, Donata! Non puoi abbandonargliela così, come se non ti fosse costata nulla!

Donata (rigida, fissando gli occhi nel vuoto): E anche per me. Sì. Dev'essere una prova - anche per me. Ne ho bisogno io stessa. Sento ora che ne ho bisogno io stessa.

Elisa: Una prova? Che vuoi dire?

Donata: Sì. Se io - io - posso avere anche una vita.

Tela

ATTO TERZO

Camera d'un ricco albergo in una grande città. Alcova in fondo, con l'arco ornato da una tenda damascata che nasconde il letto. Vi s'accede salendo uno scalino. Davanti, è come un salotto, con un gran divano in mezzo, tavola di stile, poltrone... Sulla tavola, una grande lampada guarnita di un paralume violaceo. Nella parete sinistra è l'uscio comune. In quella destra, l'uscio che mette in comunicazione con la camera accanto, occupata da Elj. Questa scena deve essere in forte contrasto con le due precedenti: cupa, pesante, sovraccarica di densi colori, quanto gaje, leggere e luminose erano le altre.

Al levarsi della tela, la scena è al bujo, vuota. Poco dopo, si sente aprire da fuori l'uscio a sinistra. Entra Elj, che preme accanto all'uscio uno dei bottoni elettrici; sbaglia; s'accende soltanto il lume violaceo sulla tavola, che rischiara appena, lugubremente, la scena. Elj appare col cappello in capo, in smoking e ancora col soprabito nero addosso; attraversa la scena, pallido, alterato, nervosissimo; va ad aprire l'uscio della sua camera, che è quasi dirimpetto; entra, lasciandolo aperto: fa lume di là nella sua camera; e questo lume si riverbererà fortemente sulla scena attraverso l'uscio aperto. Breve pausa. Si sente picchiare ripetutamente all'uscio di sinistra. Elj, che non s'è tolto ancora il cappello e il soprabito, si fa all'uscio della sua camera e grida:

Elj: Avanti! (E alla cameriera d'albergo che si presenta:) Che volete?

Cameriera: La signorina è tornata?

Elj: No! Lo vedete bene che non è tornata.

Cameriera: Ah, scusi. Credevo che il teatro fosse finito.

Elj: Non è ancora finito.

Cameriera: Bene bene. Apparecchierò più tardi. Scusi.

Fa per uscire; s'imbatte nel conte Mola che sopravviene in abito da sera, anche lui agitato e in ansia. La cameriera si scansa; dà luce alla camera ed esce, richiudendo l'uscio.

Elj: Non dirmi nulla, per carità!

Il Conte Mola: Ma si scappa così dal teatro?

Elj: Non resistevo più!

Il Conte Mola: Potevi almeno aspettare la fine del second'atto, che si chiudesse il sipario!

Elj: Non resistevo più, ti dico!

Il Conte Mola: L'uscita d'uno spettatore, proprio in quel momento! col gelo che s'era diffuso in sala... Mi son sentito i brividi alla schiena!

Elj: Ah, tu, i brividi?

Il Conte Mola: Dico per la tua uscita! Potevi almeno non fartene accorgere! Chi sa che sarà accaduto...

Elj: La mia uscita... chi se n'è accorto?

Il Conte Mola: Ma tutti! E tu non sai com'è il teatro in certi momenti... basta un niente, il minimo rumore! E lei, ora? Il terz'atto sarà finito. Ti aspetterà...

Elj: Le ho mandato un biglietto.

Il Conte Mola: Che biglietto?

Elj: Che non resistevo più e che l'aspettavo qua. Ma non la posso più nemmeno aspettare! Non posso più rivederla. Me ne vado. Le dirai tu che sono partito.

Il Conte Mola: Che? Vorresti partire?

Elj: Ora stesso - torno al mare - in macchina.

Il Conte Mola: Ah no! Intanto la macchina non te la lascio portar via.

Elj: Va bene, prenderò il treno.

Il Conte Mola: Oh insomma, vuoi smetterla una buona volta con codesta furia?

Elj: Non posso sopportare nemmeno l'idea di rivederla, lo vuoi capire? E me ne vado perché non mi trovi qua! - Se c'è una corsa di notte, la prendo; se no, domattina.

Il Conte Mola: Ma vorresti partire così, senza dirle nulla?

Elj: Le dirai tu che l'aspetto là - quando avrà riacquistato la sua faccia - quand'avrà finito di dare a vedere a tutti -

Il Conte Mola: Ma che dici? Sei pazzo? Non hai visto che le è accaduto?

Elj: Perché avrà provato vergogna lei stessa...

Il Conte Mola: Un disastro! Un disastro!

Elj: Dio! come si fa? com'ha potuto fare una cosa simile? - mostrarsi fin nella più stretta intimità - com'era stata con me! - Sotto gli occhi di tutti! - Ho riconosciuto ogni gesto, ogni mossa!

Il Conte Mola: Ma no! Che hai riconosciuto? - Tutt'altro!

Elj: Come tutt'altro! Che vuoi saperne tu?

Il Conte Mola: Io l'ho vista prima! com'era prima, in questa stessa scena d'amore!

Elj: Vuoi far conoscere a me quel suo modo particolare di guardare nel dir certe cose? e di sorridere, nell'atto di... ? che non è nemmeno un sorriso, ma la dolcezza di un'implorazione?

Il Conte Mola: E non hai visto che non poteva più dir nulla? né guardare, né sorridere? Una pena!

Elj: Perché io ero là, sfido! Io che ormai sapevo - io solo!

Il Conte Mola: Ma che tu solo! Tutti!

Elj: Ah sì? Quel finir di guardare, quasi per non veder le parole?

Il Conte Mola: Ma sì! Ma sì!

Elj: E quel sorridere, come di bambina che s'imbeve davanti all'acqua e para le mani, come quando io la volevo prendere?

Il Conte Mola: Ma questa commedia, caro, è stata il suo maggior successo durante tutta l'annata...

Elj: E allora tutti sanno che è cosi? che fa così? - Ma se io posso provare - assicurare, assicurare - che non sapeva nulla - hai capito? - nulla! - Prima, allora, era una finzione? - O fors'anche dopo, con me...? Ma no! Ora sapeva, ora sapeva, e perché sapeva, era così tutta, come trattenuta, a dire... a fare... La vergogna ch'io la stessi a vedere... lì, così... a mostrare a tutti ciò che io solo potevo dire che aveva veramente saputo con me... E che vorrebbe ora? farlo accettare anche a me? di mostrarsi così? come d'essere di tutti? Grazie! Io mi vergogno per lei, se lei non se ne vergogna! Io non posso ammetterla, questa finzione! E tanto peggio, se per lei è come vero! Io me ne vado! me ne vado! Mi parrebbe davvero allora di riprendermela, come dopo ch'è stata di tutti! Grazie! Grazie! - Dille quello che sento, quello che provo - e che per me non è possibile! - Resti qua di tutti!

Fa per andare.

Il Conte Mola (trattenendolo): Aspetta! Perdio, aspetta! Forse ne sarà convinta lei stessa ormai, che non è possibile nemmeno per lei. Ha voluto fare questa prova - l'ha detto!

Elj: Sì - consigliata da voi: per farmi vedere quel che valeva! - Ma che volete che valga quella che voi vedete lassù, a paragone di come l'ho vista io, mia, tutta per me - quando credevo che fosse così, soltanto per me - con la faccia che Dio le ha data - bella - limpida - con quegli occhi nudi, smarriti e ridenti - tutta impiastricciata ora là, come se l'è fatta - una maschera - con quelle ciglia - e tutto quel belletto - come una...

espressione di schifo

- ah! - E vi par brava? vi par tanto brava davvero? A me è parsa un tremulo fantasma che non trovava il verso di muovere un passo e di spiccicare una parola! E voi ad applaudire quelle che vi parevano tutte le sue bravure d'attrice! A me è parsa ridicola - tutta una smorfia - ecco quello che è parsa! per me non vale nulla! - Ah sì, brava? M'avete fatto assistere a una bella prova!

Il Conte Mola: Ma se ti sto dicendo che è mancata - mancata per tutt'e due gli atti - davanti al suo pubblico! Nessuno l'ha più riconosciuta! E stato come uno sgomento in tutti a vederla sulla scena come se non fosse più nemmeno sicura della sua parte, sì, sì, appunto perché sapeva che c'eri tu!

Elj: Io che mi torcevo.

Il Conte Mola: Ma un'attrice, caro mio, è del suo pubblico prima di tutti! Ha il dovere d'essere del suo pubblico! E non può essere soltanto tua!

Elj: E resti allora del suo pubblico!

Il Conte Mola: Tranne che tu - ecco - non diventi per lei «tutti» - «tutti» - e sai allora che vuol dir questo per te?

Elj: Io, tutti? Io sono uno!

Il Conte Mola: E vuoi che lei trovi in te, che sei uno, tutta la vita, le emozioni, le soddisfazioni che finora le ha date l'amore del suo pubblico? Ma che puoi essere tu per lei, pensa!

Elj: Io? Che posso essere io? E non l'hai detto tu stesso? Se per me, questa sera è mancata davanti a tutto il suo pubblico - ecco quello che sono per lei! - Bene: ora scelga: o l'amore di tutto il suo pubblico, per quello che finora le ha dato, o il mio, per quel che io le ho dato!

Il Conte Mola: E non capisci che glielo può dare chiunque - ciò che tu le hai dato - se tu ora le manchi e te ne vai?

Elj: Ah certo - chiunque - se lei vuole! - Ma pare che lei non sia di questa opinione - se ha fatto la prova - ed ecco - come tu dici - è mancata!

Il Conte Mola: E allora perché te ne vai - se hai vinto? - Aspetta che venga qua a dirti - che amandoti come ti ama - non potrà più recitare.

Elj: No. Voglio che sia lei - sola - qua - a prendere la decisione di staccarsi e che mi venga a trovare - lei - da sé - dove l'aspetto. Non voglio che mi trovi qua umiliato di quanto m'ha fatto soffrire, di ciò che m'ha dato a vedere - anche di lei stessa - umiliata lassù del suo stesso sentimento per me, di mostrarlo nel modo, Dio, nel modo stesso con cui l'ha vissuto con me, quella stessa voce, quei gesti... Io ne ho orrore, orrore. Ci sono di là le mie valigie. Fammele spedire. Ma del resto, non ne ho bisogno. Abiti cittadini. Se non vuol venire, dille che mi imbarco e che faccio voto di non ritornare a terra mai più.

Via per l'uscio a sinistra. Il conte Mola gli corre dietro.

Il Conte Mola: Ma no, Elj! (Chiama dalla soglia dell'uscio:) Elj!

Si tira un po' indietro, perché sopravviene la cameriera.

Cameriera: Prego, signore: c'è qualcuno che riposa...

Il Conte Mola: Domando scusa. Ma è che... Io non posso restare qua - questa è la camera di lei...

Cameriera: Della signorina; ma se vuole, può passare di là.

Indica la camera accanto.

Il Conte Mola (come non si sapesse dar pace): Vi ha lasciato anche la luce accesa... e le valigie...

Cameriera: Il signore è partito?

Il Conte Mola: Sì, cioè... non so... forse, momentaneamente...

Cameriera: Devo ritirare le valigie?

Il Conte Mola: No, per ora... Bisogna ch'io aspetti il ritorno della signorina...

Cameriera: E allora s'accomodi.

Il Conte Mola: Non qua, no... Non posso farmi trovare nella sua camera... L'aspetterò giù nella hall...

Cameriera: Ecco la signorina!

Entra infatti, affannata, ansiosa, Donata. Per far presto a rientrare in albergo non s'è neanche struccata ed ha ancora, sotto la mantiglia, l'abito di scena.

Donata: Ah, lei conte? - Elj è di là?

E fa per dirigersi alla camera di Elj. La cameriera si ritira.

Il Conte Mola: No, Donata... Non l'ha incontrato?

Donata: No. È sceso?

Il Conte Mola: Un momento fa...

Donata: Giù? Dove? Io per far presto non mi son neppure struccata...

Il Conte Mola: Mi permetta... Per dove sarà sceso? Può darsi che non abbia ancora lasciato l'albergo... Che sia alla cassa ...

Donata: Alla cassa? Perché?

Il Conte Mola: Ma suppongo... Posso provare ...

Fa per andare.

Donata: No! Aspetti! Lasciare l'albergo? Vuol partire?

Il Conte Mola: Sì...

Donata: Ah, le ha proprio detto che partiva?

Il Conte Mola: Che tornava alla spiaggia - e che la aspettava là...

Donata: Me?

Il Conte Mola: Dice che non ha potuto resistere...

Donata: Questo lo so!

Il Conte Mola: È scappato dal teatro ... io l'ho raggiunto qua...

Donata: Ed è scappato anche di qua ... Per non vedermi così, è vero?

Il Conte Mola: Gli è intollerabile...

Donata: E io ora dovrei andarlo a raggiungere là? Sciocco!

Vedendo comparire Elisa, seguita da Giviero:

Ah, Elisa, brava, vieni! Venga, venga avanti, Giviero! Volevo appunto pregare il conte di scendere giù per invitarvi a salire.

Elisa (come a spiegare, turbata, la ragione per cui, senza invito, è salita): Abbiamo incontrato giù...

Donata: Ah, era ancora giù davvero...

Elisa: Sì - in uno stato...

Il Conte Mola (a Donata, per avviarsi): Posso, se vuole...

Donata (con forza e con sdegno): No! (Poi, attenuando un po'.) Scusi, vuole che lo richiami io?

Quasi tra sé, convulsa, ma volendosi vincere per orgoglio:

Sciocco... sciocco...

A Elisa:

È partito...

Giviero: Già, ce l'ha detto, scansandoci, ed è uscito...

Donata: Perché ha sofferto troppo a sentirmi recitare - lui, sofferto, capisci? dopo che... - Ma basta! Basta! - Sciocco... - Dite, dite qua voi al conte, che cosa è successo al terz'atto! Vede? Sono corsa così, ancora con l'abito di scena; volevo essere io la prima ad annunziarglielo, felice -

Elisa: Un delirio! Un vero delirio!

Giviero: Ah! Mai stata così grande!

Il Conte Mola: Ah sì? Si è dunque ripresa al terz'atto?

Elisa: Una cosa grande! Se lei fosse rimasto... Tutto il pubblico in piedi, frenetico!

Giviero: La vera, la vera grande vittoria!

Donata: Ma no! Ma no! Io non dico questa della scena! Io dico la mia, la mia vittoria su me - quello che è stato per me alla fine -

Elisa' - il trionfo! -

Donata (subito, irritata che Elisa non la comprenda): - no! la mia liberazione! - Rientrata nel mio camerino, vibravo dentro, tutta, come d'una pazza risata - sì, di trionfo; mi sono scorta per un attimo allo specchio, la testa alzata, le mani alzate, ma perché mi pareva di stringere in pugno la vita! E pensando a lui, che dovessi far felice anche lui, ecco, ero corsa qua a gridargli che m'ero ritrovata alla fine. - Lei, conte, m'aveva vista? Ero perduta, caduta, mi sentivo tirare giù, giù, dal pubblico che mi mancava - quel silenzio - quel vuoto - sudavo sangue - il martirio! Il martirio! - E d'improvviso, io non so, uno scatto qui dentro, e la liberazione! Ho dimenticato tutto - mi sono sentita prendere, prendere, sollevare - ho riavuto tutti i miei sensi, l'udito perduto, mi s'è fatto tutto chiaro, e sicuro, sicuro - ho riavuto la vita, ma così piena, così piena e così facile - in una soddisfazione di tanta ebbrezza, di tanta felicità, che ho sentito tutto accendersi, accendersi e vivere e sollevarsi con me!

Il Conte Mola: Ah, ne sono felice con lei, Donata! veramente felice!

Elisa: Lei non può figurarsi che cosa è stato!

Giviero: La partecipazione del pubblico che s'è sentito rapire, rapire veramente, perché ha avvertito questa liberazione e ha riconosciuta in essa alla fine la sua attrice!

Donata: Ma no! Ancora dite dell'attrice? No! No! Io mi son sentita felice come donna! come donna! Felice di potere ancora amare! Questa era la mia vittoria! Felice che sarei corsa qua a gridarlo a lui che aveva sofferto, non certo quanto me - perché lassù ci sono stata io ad agonizzare per due atti, mentre a lui è bastato scrivermi in un biglietto «non resisto più» e scapparsene dal teatro! Quello che ho patito per due atti, sapendo che lui era là, che mi vedeva per la prima volta e mi riconosceva in tutti i miei atti, isolandomi dal personaggio, trattenendomi e impedendomi d'entrare nella finzione! Dovevo sciogliermi, staccarmi, staccarmi da quella cosa informe, increata, meschina, ch'era stata sua, e che non ero io, che non ero io... una afflizione, là esposta, scoperta nel suo sentimento, per cui non mi sarebbe stato possibile mai più vivere sulla scena come del resto neanche nella vita! - ecco - trovar la forza di liberazione - mi sono liberata! - ma ciò che ho sentito in quel momento di liberazione, nel più profondo di me stessa, è stato questo che amavo, che mi s'apriva, in quella facilità, pieno ed intero anche l'amore; che conquistavo in quell'improvviso superamento d'ogni angustia, in quell'accensione di tutta l'anima non solamente la mia interezza d'attrice, nell'arte, ma anche la mia interezza di donna, nella vita! - Lo volevo far comprendere anche a lui ora, qua; dirgli che a teatro - se non comprendeva questo - non doveva più venire; e che bastava questo; non arrischiarsi più, anche per non far correre a me il rischio di non trovarmi più nemmeno là - oh Dio, di smarrirmi, di perdermi anche là, cosa che non m'era mai, mai avvenuta! Ho visto l'abisso! - Ho provato un tale avvilimento di me stessa - no, no peggio immiserimento - che m'è apparso chiaro tutt'a un tratto che se la vita, l'amore che sentivo per lui, dovevano ridurmi così, far provar questo, eh no! io stessa allora, io stessa non valevo più nulla, neanche per lui! Mentre ora ecco - quest'orgoglio dell'amore di tutti venivo a darlo, qua, a uno solo - a lui! - Sì - dove? - Sciocco - è partito!

Il Conte Mola: Sciocco, sciocco, sì - non ha compreso nulla - s'e sdegnato s'è sentito rivoltare! - Egli non comprenderà mai in lei l'attrice, Donata - per lui non vale nulla - me l'ha detto!

Donata: Per lui vale la donna, là... quella che si vergognava... - eh lo so: quella lui vorrebbe - Sì, Sì, Giviero, che si vergognava - ma proprio, sa? - di carezzargli i capelli (sa, quel gesto notato da lei...). Ne provai orrore io stessa - d'essere vera, com'ero stata sempre da attrice - d'essere io insomma - io, questa che sono! Quasi che non fossi più donna, perché ero attrice! vera così - come sono - io, io nella vita, come nell'arte... - Non sono qua vera?

Giviero: Ma certo, Donata!

Donata: E allora? - Se non trovo più, nella vita, me stessa - d'essere come sono - questa! - vuol dire che nella vita non mi troverò mai, mai - perché non è possibile trovarsi fuori di quel sentimento che ci dà la certezza - sicura - almeno di noi stessi!

Giviero: Ma sì, è proprio così! E perciò lei, guaj, guaj se deroga minimamente a se stessa!

Il Conte Mola (fermo, reciso): Ah no - attrice, con lui - mai!

Elisa: E allora peggio per lui!

Il Conte Mola: Certo! Peggio per lui!

Donata: E peggio anche per me.

Giviero: Ah no, per lei no, scusi! E la sua conquista di questa sera, allora? Se lei alla fine ha vinto in se stessa la prova!

Donata: Ah sì, vinto - ancora una volta, vinto - e sola - sola ancora una volta - ah ma questa volta, per sempre! per sempre! con questa doppia paura - per la mia arte e per me - di riaccostarmi alla vita. Basta! Basta! -

Con recisione di nauseata stanchezza:

Ma sì, basta, per carità! Lasciatemi sola, vi prego. Ho bisogno di trovarmi sola - di restare qua sola... Trovarsi... Ma sì, ecco: Non ci si trova alla fine che soli. - Fortuna che si resta coi nostri fantasmi, più vivi e più veri d'ogni cosa viva e vera, in una certezza che sta a noi soli raggiungere, e che non può mancarci!

Con scatto di fastidio insopportabile:

- Ah Dio quell'uscio con la luce di là rimasta accesa!

Il Conte Mola: Vuole che vada a chiudere? Spegnerò...

Donata: Sì, mi faccia il favore...

Il Conte eseguisce.

Elisa: Tu sai che puoi chiamarmi sempre, quando vuoi... se t'occorresse...

Donata: Grazie, cara, lo so. Buona notte. Buona notte, Giviero. Grazie, conte, buona notte.

Il Conte Mola (esitante, mortificato): Ha lasciato di là anche le sue valigie...

Donata: Aspetterà che noi adesso, con la sua macchina, giù, andiamo a portargliele...

Il Conte Mola (stordito): Come dice?

Donata: No, conte. Verrà lei a ritirarle domani. Scherzavo.

Il Conte Mola: Ha detto che se lei non veniva, si sarebbe imbarcato e non sarebbe ritornato a terra mai più...

Donata: Il mare...

I tre si ritirano, perplessi, afflitti. Donata resta in mezzo alla stanza col capo reclinato indietro e gli occhi chiusi; sta un pezzo così; poi risolleva il capo, contrae tutta la fronte, sempre con gli occhi chiusi, come per suggellare in sé, con la volontà, l'accettazione del suo destino. Si reca presso l'uscio a premere il bottone elettrico che accende sulla tavola la lampada dal paralume violaceo, e spegne il lampadario del soffitto; poi va verso la grande specchiera alla sua sinistra e accende le due lampadine ai lati, e si siede per struccarsi; ma prima si guarda un po' allo specchio. Nell'atto di sollevare una mano per staccarsi da un occhio il lungo ciglio finto si sovviene della battuta della commedia che segnò poc'anzi nel teatro l'inizio della sua liberazione.

«Coi deboli non si può essere pietosi. E allora, cacciala, cacciala via! »

Tra sé, come non contenta del tono con cui ha detto la seconda frase:

No.

Si prova a ripeterla con tono più sdegnoso e d'impero:

«Cacciala via! Cacciala via! È lei stessa, lo vedi? a volermi crudele! - Ma vi pare che lui possa esitare, tra me e voi? - So, signora, so la vostra grande nobiltà, la levigatura che ne ... » (arresto di memoria.) No, com'è? (Come ripassandosi ora la parte, senz'alcun tono:) «che ne viene» sì «ai vostri atti e ai vostri modi così semplici e pur così soffusi e misurati ... » no, non è misurati, «governati» ecco «governati» - ma sarebbe meglio misurati -«misurati da tanta superbia».

Tutto questo ripassato a memoria e non recitato. Ora, riprendendo a recitare e pigliando inavvertitamente dalla specchiera un ritratto, perché ha bisogno per la parte di farsi vento con un ventaglio che non ha:

«Non volete insomma andar via?».

Ma d'un colpo arresta il movimento di sventagliarsi, perché s'accorge che è quello il ritratto di Elj; lo guarda un po' turbata, e poi lo sbatte capovolto sul fianco della specchiera; si butta indietro sulla spalliera bassa della seggiola e col capo così rovesciato, ridente d'un riso di sfida, grida al suo fantasma d'arte:

E allora, prendimi! prendimi!

Perché durante tutta questa azione di Donata dacché s'è seduta davanti alla specchiera, e le battute che ha recitate o s'è ripassate, la scena, dietro di lei, si sarà a poco a poco come dilatata: l'arco dell'alcova si sarà schiuso in mezzo e allargato da una parte e dall'altra, lasciando in mezzo un vano in penombra come d'una sala di teatro, di cui quell'arco così allargato venga a figurare come il boccascena d'un palcoscenico illusorio, che del resto è il palcoscenico stesso dove si sta recitando; ma illuminato ora da una luce innaturale di visione: la visione che Donata ne ha, tanto che vi saranno già sorti quando ella rovescerà indietro il capo e tenderà le braccia gridando:

«E allora, prendimi! prendimi! »

gli altri personaggi della scena evocata; da dietro il divano, un uomo e una donna, tutt'e due giovani: lui bello, forte, bruno, in smoking; lei nobile, un po' appassita, molto bionda, in abito di società; resteranno un po' discosti, immobili, come fantasmi; lui, al richiamo di Donata, accorrerà alla destra di lei; e lei col braccio destro gli cingerà la vita; ma poi, riflettendo, dirà tra sé:

No: lei era di là...

E allora, come se il movimento fosse pensato da Donata, la donna, rimasta dietro il divano, si sposterà da sinistra verso destra; e contemporaneamente Donata farà passare l'uomo dietro la sua sedia per cingerlo col suo braccio sinistro.

Ecco: così! -

Rivolgendosi alla donna:

Non volete andar via?

Si alza, gridando all'uomo:

Abbracciami!

Ma com'egli fa per abbracciarla, la donna si nasconde gli occhi con le mani, e Donata scoppia a ridere.

Ah ah ah - guarda, guarda - si nasconde gli occhi! si nasconde gli occhi!

E svincolandosi da lui:

Lasciami, stupido! Non capisci che non ti provoco io? Provoca lei; e se non se ne va, non so fin dove son capace d'arrivare sotto i suoi occhi!

Alla donna:

Ecco, vedete? Non vi basta? Sono io a non volere; lui è pronto ad amarmi sotto i vostri stessi occhi! Vi assicuro, signora, che tutto quanto avviene è conseguenza delle vostre tante virtù. Non l'ho scelto io, vostro marito. M'ha scelta lui. Io posso essermene compiaciuta appena un momento. Sì, l'ammetto. Ma bisogna anche tener conto delle circostanze. Lui era il solo che destasse un certo interesse tra noi donne. Eravamo troppe, e annojate; e così pochi gli uomini; e lui il più gradevole. Ora che lui tra tutte scegliesse me, certo mi fece piacere. Ma poi basta! Poi mi saresti sembrato per lo meno importuno. Un uomo intelligente queste cose le capisce. V'assicuro che veramente il mio cuore non s'era mai per nulla interessato a lui. Foste voi, proprio voi così superiore, e la vostra apprensione, a dargli credito ai miei occhi. Eh, se voi n'eravate gelosa! Gelosa di me «non calcolata» nel vostro rango... E io mi sono allora impegnata con me stessa - per puntiglio - sì, e benché stimassi che per lui non ne valeva la pena - a dimostrarvi che avevate ragione d'aver paura di me. E diedi subito fuoco; subito; come una «capace di tutto». Non sarei stata così; ma a furia di dirmelo, di leggerlo a tutti negli occhi, specialmente nei vostri, che volete? l'avete fatto credere a me stessa alla fine, che sono veramente «capace di tutto». Murata, murata, senza via di scampo; in questo concetto che tutti si son fatto di me. «Capace di tutto.» Anche di rubare, perché no? Stupida, se non n'avessi profittato! Non dico rubare... benché, per il gusto di giocare... sapete che ho lasciato perfino che sotto gli occhi mi s'esaminassero prima le carte? «Eh con te non si sa mai!»... e io, sorridere... Sì, capace di barare... È spaventoso, perché allora una cosa - capirete - farla o non farla... E poi anche di questo nasce un certo orgoglio - ma sì, quello del diavolo - che provoca sulle labbra, specialmente a noi donne, un certo sorriso di compiacenza, come tutto ciò che comincia a diventare spudorato. Ecco: spudorato: ci siamo: Guardatemi! - Non volete andare? Bene. Restate. Siamo qua due donne. Che potete voi dare a quest'uomo? Parlate! Muovetevi! Mostrate! Badate che io vi strappo l'abito addosso! Sono così sicura di lui, vedete, che posso disprezzarvi in sua presenza come voglio! Voi siete una povera, povera miserabile creatura; e io vi vinco! guardatemi! io posso avere tutto l'amore che voglio - e darlo! - io, tutto l'amore! e a me l'amore di tutti! di tutti!

La visione d'un tratto sparisce, come colpita da quest'ultimo grido, che subito Donata avverte in contrasto col suo caso. La scena si restringe d'un colpo e si spegne tutta, tranne che nella lampada violacea e nelle due lampadine ai lati della specchiera. Questo restringimento e spegnimento avverrà nel mentre che una lontana eco di insistentissimi applausi verrà di là agli orecchi di Donata, che sarà caduta a sedere su una poltrona presso la lampada violacea, con le braccia rilassate e le mani vuote, ma la testa alzata, come a cogliere con un vano sorriso sconsolato l'eco di quegli applausi. Si alza di scatto e dice, aprendo le braccia:

E questo è vero... E non è vero niente... Vero è soltanto che bisogna crearsi, creare! E allora soltanto, ci si trova.

Tela

Note

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[1] Commedia in tre atti, scritta nel luglio-agosto 1932, dedicata a Marta Abba, che per prima la porterà in scena al Teatro dei Fiorentini di Napoli il 4 novembre 1932. Lo stesso anno fu pubblicata nella raccolta Maschere nude di Mondadori.

Il problema della propria identità, dolorosamente complesso per chiunque, si complica ulteriormente nell'attrice Donata Genzi, impegnata a dare tutta se stessa a personaggi che la sua professione le impone di impersonare sulla scena.

Quando la giovane Nina l'accusa di non poter essere sincera perché rappresenta con lo stesso slancio e con la stessa bravura parti opposte, risponde: «Sono ogni volta come mi vuole la parte con la massima sincerità». Ma proprio perché vive nei suoi personaggi, ogni volta, in ciascuna parte, non è più lei. Vive dunque nella finzione? Lo nega animatamente: «È tutta vita in noi. Vita che si rivela a noi stessi. Vita che ha trovato la sua espressione. Non si finge più, quando ci siamo appropriati questa espressione fino a farla diventare febbre dei nostri polsi... lagrime dei nostri occhi, o riso della nostra bocca ... ».

Ma dopo la recita, in cui si realizza un'identificazione così profondamente vissuta, viene il momento «veramente orribile»: rimane «sola a mani vuote» di fronte allo specchio del suo camerino, con la pena di «non trovarsi». Le manca una vita sua, un amore suo che la impegni nella vita quotidiana al di là del teatro e l'aiuti a sentirsi donna, a trovarsi.

Il grave vuoto che avverte in sé a questa riflessione, nata dalla conversazione con gli ospiti della sua più cara amica, nella cui casa s'era recata per riposarsi, la induce a cercare la morte spingendo il giovane svedese Elj Nielsen a prendere con lei il mare in una notte di grande tempesta. Nonostante l'abilità di Elj, la barca fa naufragio e il giovane riesce a portare l'attrice in salvo a nuoto. Con lui Donata, presa dalla sua bellezza, tenta l'esperienza dell'amore, con lo slancio proprio della sua natura; ed Elj Nielsen, spirito avventuroso e anticonformista, sembra in grado d'assecondarla in pieno. Con lui dovrebbe vivere in libertà una vita intensa, lontana dal teatro al quale Donata non sa rinunciare; ma la causa del loro dissidio non si riduce banalmente al fatto che Donata vuol continuare nel suo lavoro di attrice: ha più profonde radici nella personalità di lei, nel suo modo d'essere attrice e donna, di amare sulla scena e di amare nella realtà del rapporto con Elj. Questi, quando assiste per la prima volta a una sua recita, finisce per fuggir via disgustato, senza nemmeno capire che Donata sta recitando male, perché è impacciata all'idea di ripetere gli atteggiamenti amorosi presi con lui, ora che per la prima volta ha una vita «sua». Egli ritiene che Donata si stia comportando nella scena proprio come si comporta con lui nell'intimità; ne riconosce «ogni gesto, ogni mossa» e gli sembra un profanazione del loro amore. Donata, da parte sua, all'uscita di Elj dal teatro, recupera la sua sincerità e il suo slancio, recita con particolare passione e ottiene al terzo atto un grande successo.

Nella vita Donata non può essere diversa da come è sulla scena, non può essere snaturata. Non può rinunziare alla vita dell'arte che addiziona alla sua esperienza individuale una più vasta e più ricca esperienza. Elj avrebbe dovuto capirlo. Ora non le resta che continuare a vincere sulla scena ottenendo il consenso e il plauso degli spettatori, come in quella sera, per sé e per la sua arte. Non si riaccosterà più alla vita intesa egoisticamente come limitazione delle proprie possibilità d'essere. Chiede di rimanere sola, perché: «Non ci si trova alla fine che soli». La commedia si conclude con le parole, che Donata pronuncia, dopo essersi alzata in piedi di scatto, con le braccia aperte: «E questo è vero... E non è vero niente... Vero è soltanto che bisogna crearsi, creare! E allora soltanto, ci si trova».

Chi recita e chi scrive, recita o scrive la vita degli altri, rinunciando in tutto o in parte a vivere la propria vita per aderire a un'esistenza di livello superiore. La fiera conquista di Donata è nell'accettazione di dedicarsi tutta alla vita dei suoi personaggi, trovando nella creatività di questa scelta la compensazione alla mancanza di una vita comune fuori dalle scene.

È un atteggiamento titanico, che esalta i valori creativi dell'arte e suscita ammirazione: ma si intuisce chiaramente quanta sofferenza alla grande attrice sarà riservata, nei momenti di pausa che anche la più alta tensione morale reca con sé, quando sarà di nuovo in solitudine di fronte allo specchio.

La commedia è tutta fondata sull'essere e sull'apparire: l'essere nella vita e l'apparire in teatro come attrice dando vita ai personaggi nati dalla fantasia creatrice del drammaturgo.

Secondo atto

Donata giace ferita, 20 giorni dopo il naufragio nella notte tempestosa in cui sfida con Elj il mare in burrasca: Donata abbraccia troppo Elj che cerca di calmarla e di  non affogare insieme a lei: come estremo tentativo la morde sulla testa (vedere riferimento al Conte Ugolino) provocandole una ferita difficile da guarire. Restano insieme da quella notte e scoprono il reciproco amore. Elj le chiede di sposarlo

Terzo atto

Comincia con Elj e lo zio che si trovano in albergo e parlano della rappresentazione che si sta tenendo in teatro, nella quale Donata è la protagonista

È evidente l'aspetto autobiografico: Donata è la stessa Marta Abba ed Elj è l'amore che Marta cerca coniugando vita e rappresentazione teatrale, mentre Salò rappresenta Pirandello, che così bene dipinge il ruolo dell'attrice e la differenza dei due modi di essere

Italo Borzi

 

Indice Biblioteca Progetto Luigi Pirandello

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011