Luigi Pirandello

Questa sera si recita a soggetto

(1930)

Edizione di riferimento

Luigi Pirandello “Questa sera si recita a soggetto / Trovarsi / Bellavita” con la cronologia della vita di Pirandello e dei suoi tempi, un’introduzione e una bibliografia a cura di Corrado Simioni, collezione Oscar per la raccolta di tutto il teatro in lingua italiana di Luigi Pirandello, Arnoldo Mondadori editore 1970.

L’annunzio di questa commedia, cosí nei giornali, come nei manifesti, dov’essere dato, senza il nome dell’autore, così:

TEATRO N. N.

QUESTA SERA SI RECITA

A SOGGETTO

sotto la direzione del

DOTTOR HINKFUSS

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

col concorso del pubblico

che gentilmente si presterà

e delle Signore

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

e dei Signori

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Dove sono i puntini, i nomi delle Attrici e degli Attori principali. Non è poco: ma basterà così.

La sala del teatro è piena questa sera di quegli speciali spettatori che sogliono assistere alla prima rappresentazione di ogni commedia nuova.

L’annunzio, nei giornali e nei manifesti, d’un insolito spettacolo d recita a soggetto ha fatto nascere in tutti una grande curiosità. Solo i signori critici drammatici dei giornali della città non ne danno a vedere, perché credono di poter dire domani facilmente che pasticcio sarà. (Dio mio, su per giú qualche cosa come la vecchia commedia dell’arte: ma dove son oggi gli attori capaci di recitare a soggetto, come al loro tempo quei comici indiavolati della commedia dell’arte, ai quali del resto e gli antichi canovacci e la maschera tradizionale e i repertorii facilitavano il campito, e non di poco?) C’è in essi piuttosto una certa stizza perché non si legge nei manifesti, né si sa d’altronde, il nome dello scrittore che avrà pur dato agli attori di questa sera e al loro direttore un qualsiasi scenario: privati d’ogni indicazione che li possa comodamente riportare a un giudizio già dato, temono di cadere in qualche contraddizione.

Puntualmente, all’ora indicata per la rappresentazione, i lumi della sala si spengono e si accende bassa la ribalta sul palcoscenico.

Il pubblico, nell’improvvisa penombra, si fa dapprima attento poi, non udendo il gong che di solito annunzia l’aprirsi del sipario, comincia ad agitarsi un po’; e tanto piú, allorché dal palcoscenico, attraverso il sipario chiuso, gli giungono voci confuse e concitate, come di proteste di attori e di riprensioni da parte di qualcuno che voglia imporsi per troncare quelle proteste.

Un signore della platea:  (si guarda in giro e domanda  forte). Che avviene ?

Un altro della galleria:  Si direbbe una lite sul palcoscenico.

Un terzo delle poltrone: Forse farà parte dello spettacolo.

Qualcuno ride.

Un signore anziano, da un palco: (come se quei rumori fossero un’obesa alla sua serietà di spettatore molto per la quale). Ma che scandalo è questo? Quando mai s’è sentita una cosa simile?

Una vecchia signora: (balzando dalla sua sedia di platea, nelle ultime file, con una faccia di gallina spaventata). Non sarà mica un incendio, Dio liberi?

Il marito: (subito trattenendola) Sei pazza? Che incendio? Siedi e stai tranquilla.

Un giovane spettatore vicino (con un malinconico sorriso di compatimento) Non lo dica nemmeno per ischerzo! Avrebbero abbassato il sipario di sicurezza, signora mia.

Suona finalmente il gong sul palcoscenico.

Alcuni della sala:  Ah, ecco! ecco!

Altri:  Silenzio! Silenzio!

Ma il sipario non s’apre. S’ode, invece, di nuovo il gong; a cui risponde dal fondo della sala la voce bizzosa del direttore Dottor Hinkfuss che ha aperto con violenza la porta d’ingresso e s’avanza iroso per il corridojo che divide nel mezzo in due ali le file della platea e delle poltrone.

Il dottor Hinkfuss: Ma che gong! Ma che gong! Chi ha ordinato di sonare il gong? Lo comanderò io, il gong, quando sarà tempo!

Queste parole saranno gridate dal Dottor Hinkfuss mentre attraversa il corridoio e sale i tre gradini per cui dalla sala si può accedere al palcoscenico. Ora egli si volta al pubblico, contenendo con ammirevole prontezza il fremito dei nervi.

In frak, con un rotoletto di carta sotto il braccio, il Dottor Hinkfuss ha la terribilissima e ingiustissima condanna d’essere un omarino alto poco piú d’un braccio. Ma se ne vendica portando un testone di capelli così. Si guarda prima le manine che forse incutono ribrezzo anche a lui, da quanto sono gracili e con certi ditini callidi e pelosi come bruchi: poi dice senza dar molto peso alle parole:

Sono dolente del momentaneo disordine che il pubblico ha potuto avvertire dietro il sipario prima della rappresentazione, e ne chiedo scusa; benché forse, a volerlo prendere e considerare quale prologo in volontario —

Il signore delle poltrone: (interrompendo, contentissimo). Ah, ecco! L’ho detto io!

Il dottor Hinkfuss: (con fredda durezza). Che ha da osservare il signore?

Il signore delle poltrone: Nulla. Sono contento d’averlo indovinato

Il dottor Hinkfuss: Indovinato che cosa?

Il signore delle poltrone: Che quei rumori facevano parte dello spettacolo.

Il dottor Hinkfuss: Ah sí? Davvero? Le è parso che siano stati fatti per trucco? Proprio questa sera che mi son proposto di giocare a carte scoperte! Si disilluda, caro signore. Ho detto prologo involontario e aggiungo non del tutto improprio, forse, all’insolito spettacolo a cui or ora assisterete. La prego di non interrompermi.

Ecco qua, Signore e Signori.

Cava da sotto il braccio il rotoletto.

Ho in questo rotoletto di poche pagine tutto quello che mi serve. Quasi niente. Una novelletta, o poco piú, appena appena qua e là dialogata da uno scrittore a voi non ignoto.

Alcuni, nella sala: Il nome! Il nome!

Uno, della galleria: Chi è?

Il dottor Hinkfuss: Prego, signori, prego. Non mi sono mica inteso di chiamare il pubblico a comizio. Voglio sí rispondere di quello che ho fatto; ma non posso ammettere che me ne domandiate conto durante la rappresentazione.

Il signore delle poltrone: Non è ancora cominciata.

Il dottor Hinkfuss: Sissignore, è cominciata. E chi meno ha diritto di non crederlo è proprio lei che ha preso quei rumori in principio come inizio dello spettacolo. La rappresentazione è cominciata, se io sono qua davanti a voi.

Signore anziano, dal palco: (congestionato). Io credevo per chiederci scusa dello scandalo inaudito di quei rumori. Del resto le faccio sapere che non sono venuto per ascoltare da lei una conferenza.

Il dottor Hinkfuss: Ma che conferenza! Perché osa credere e gridare cosí forte ch’io sia qua per farle ascoltare una conferenza?

Il Signore Anziano, molto indignato di quest’apostrofe, scatta in piedi ed esce bofonchiando dal palco.

Oh, se ne può pure andare, sa? Nessuno la trattiene. Io sono qua, signori, soltanto per prepararvi a quanto d’insolito assisterete questa sera. Credo di meritarmi la vostra attenzione. Volete sapere chi è l’autore della novelletta? Potrei anche dirvelo

Alcuni, nella sala: Ma sí, lo dica! lo dica!

Il dottor Hinkfuss: Ecco, lo dico: Pirandello.

Esclamazioni nella sala: Uhhh...

Quello della galleria: (forte, dominando le esclamazioni). E chi è?

Molti, nelle poltrone, nei palchi e in platea, ridono.

Il dottor Hinkfuss: (ridendo un poco anche lui). Sempre quello stesso, sí; incorreggibilmente! Però, se già l’ha fatta due volte a due miei colleghi, mandando all’uno una prima volta, sei personaggi sperduti, hl cerca d’autore, che misero la rivoluzione sul palcoscenico e fecero perdere la testa a tutti; e presentando un’altra volta con inganno una commedia a chiave, per cui l’altro mio collega si vide mandare a monte lo spettacolo da tutto il pubblico sollevato; questa volta non c’è pericolo che la faccia anche a me. Stiano tranquilli. L’ho eliminato. Il suo nome non figura nemmeno sui manifesti, anche perché sarebbe stato ingiusto da parte mia farlo responsabile, sia pure per poco, dello spettacolo di questa sera.

L’unico responsabile sono io.

Ho preso una sua novella, come avrei potuto prendere quella d’un altro. Ho preferito una sua, perché tra tutti gli scrittori di teatro è forse il solo che abbia mostrato di comprendere che l’opera dello scrittore è finita nel punto stesso ch’egli ha finito di scriverne l’ultima parola. Risponderà di questa sua opera al pubblico dei lettori e alla critica letteraria. Non può né deve risponderne al pubblico degli spettatori e ai signori critici drammatici, che giudicano sedendo in teatro.

Voci nella sala: Ah no? Oh bella!

Il dottor Hinkfuss:  No, signori. Perché in teatro l’opera dello scrittore non c’è piú.

Quello della galleria:  E che c’è allora?

Il dottor Hinkfuss: La creazione scenica che n’avrò fatta io. e che è soltanto mia.

Torno a pregare il pubblico di non interrompermi. E avverto (giacché ho visto qualcuno dei signori critici sorridere) che questa è la mia convinzione. Padronissimi di non rispettarla e di seguitare a prenderla ingiustamente con lo scrittore, il quale però, concederanno, avrà pur diritto di sorridere delle loro critiche, come loro adesso della mia convinzione: nel caso, s’intende, che le critiche saranno sfavorevoli; perché, nel caso opposto, sarà ingiusto invece lo scrittore prendendosi le lodi che spettano a me.

La mia convinzione è fondata su solide ragioni. L’opera dello scrittore, eccola qua.

Mostra il rotoletto di carta.

Che ne fo io? La prendo a materia della mia creazione scenica e me ne servo, come mi servo della bravura degli attori scelti a rappresentar le parti secondo l’interpretazione che io n’avrò fatta; e degli scenografi a cui ordino di dipingere o architettar le scene; e degli apparatori che le mettono su; e degli elettricisti che le illuminano; tutti, secondo gli insegnamenti, i suggerimenti, le indicazioni che avrò dato io.

In un altro teatro, con altri attori e altre scene, con altre disposizioni e altre luci, m’ammetterete che la creazione scenica sarà certamente un’altra. E non vi par dimostrato con questo che ciò che a teatro si giudica non è mai l’opera dello scrittore (unica nel suo testo), ma questa o quella creazione scenica che se n’è fatta, l’una diversa dall’altra; tante, mentre quella è una? Per giudicare il testo. bisognerebbe conoscerlo; e a teatro non si può, attraverso un’interpretazione che, fatta da certi attori, sarà una e, fatta da certi altri, sarà per forza un’altra. L’unica sarebbe se l’opera potesse rappresentarsi da sè, non piú con gli attori, ma coi suoi stessi personaggi che, per prodigio, assumessero corpo e voce. In tal caso sí, direttamente potrebbe essere giudicata a teatro. Ma è mai possibile un tal prodigio? Nessuno l’ha mai visto finora. E allora, o signori, c’è quello che con piú o meno impegno s’ingegna di compiere ogni sera, coi suoi attori, il Direttore di scena. L’unico possibile.

Per levare a quello ch’io dico ogni aria di paradosso, v’invito a considerare che un’opera d’arte è fissata per sempre in una forma immutabile che rappresenta la liberazione del poeta dal suo travaglio creativo: la perfetta quiete raggiunta dopo tutte le agitazioni di questo travaglio.

Bene.

Vi pare, signori, che possa piú essere vita dove non si muove piú nulla? dove tutto riposa in una perfetta quiete ?

La vita deve obbedire a due necessità che, per essere opposte tra loro, non le consentono né di consistere durevolmente né di muoversi sempre. Se la vita si movesse sempre, non consisterebbe mai: se consistesse per sempre, non si moverebbe piú. E la vita bisogna che consista e si muova.

Il poeta s’illude quando crede d’aver trovato la liberazione e raggiunto la quiete fissando per sempre in una forma immutabile la sua opera d’arte. Ha soltanto finito di vivere questa sua opera. La liberazione e la quiete non si hanno se non a costo di finire di vivere.

E quanti le han trovate e raggiunte sono in questa miserevole illusione, che credono d’essere ancora vivi, e invece son cosí morti che non avvertono piú nemmeno il puzzo del loro cadavere.

Se un’opera d’arte sopravvive è solo perché noi possiamo ancora rimuoverla dalla fissità della sua forma; sciogliere questa sua forma dentro di noi in movimento vitale; e la vita glie la diamo allora noi; di tempo in tempo diversa, e varia dall’uno all’altro di noi; tante vite, e non una; come si può desumere dalle continue discussioni che se ne fanno e che nascono dal non voler credere appunto questo: che siamo noi a dar questa vita; sicché quella che do io non è affatto possibile che sia uguale a quella di un altro. Vi prego di scusarmi, signori, del lungo giro che ho dovuto fare per venire a questo, che è il punto a cui volevo arrivare.

Qualcuno potrebbe domandarmi:

«Ma chi ha detto a lei che l’arte debba esser vita? La vita deve sí obbedire alle due necessità opposte che lei dice, e per ciò non è arte; come l’arte non è vita proprio perché riesce a liberarsi da codeste opposte necessità e consiste per sempre nell’immutabilità della sua forma. E ben per questo l’arte è il regno della compiuta creazione, laddove la vita è, come dov’essere, in una infinitamente varia e continuamente mutevole formazione. Ciascuno di noi cerca di crear sè stesso e la propria vita con quelle stesse facoltà dello spirito con le quali il poeta la sua opera d’arte. E difatti, chi piú n’è dotato e meglio sa adoperarle, riesce a raggiungere un piú alto stato e a farlo consistere piú durevolmente. Ma non sarà mai una vera creazione, prima di tutto perché destinata a deperire e finire con noi nel tempo; poi perché, tendendo a un fine da raggiungere, non sarà mai libera; e infine perché, esposta a tutti i casi impreveduti, imprevedibili, a tutti gli ostacoli che gli altri le oppongono, rischia continuamente d’esser contrariata, deviata, deformata. L’arte vendica in un certo senso la vita perché, la sua, in tanto è vera creazione, in quanto è liberata dal tempo, dai casi e dagli ostacoli, senza altro fine che in sé stessa.»

Sì, signori, lo rispondo, e proprio così.

E tante volte, vi dico anzi, m’è avvenuto di pensare con angoscioso sbigottimento all’eternità di un’opera d’arte come a un’irraggiungibile divina solitudine, da cui anche il poeta stesso, subito dopo averla creata, resti escluso: egli, mortale, da quella immortalità.

Tremenda, nell’immobilità del suo atteggiamento, una statua.

Tremenda, questa eterna solitudine delle forme immutabili, fuori del tempo.

Ogni scultore (io non so, ma suppongo) dopo aver creato una statua, se veramente crede d’averle dato vita per sempre, deve desiderare ch’essa, come una cosa viva, debba potersi sciogliere dal suo atteggiamento, e muoversi, e parlare.

Finirebbe d’essere statua; diventerebbe persona viva. Ma a questo patto soltanto, signori, può tradursi in vita e tornare a muoversi ciò che l’arte fissò nell’immutabilità d’una forma; a patto che questa forma riabbia movimento da noi, una vita varia e diversa e momentanea: quella che ciascuno di noi sarà capace di darle.

Oggi si lasciano volentieri in quella loro divina solitudine fuori del tempo le opere d’arte. Gli spettatori, dopo una giornata di cure gravose e affannose faccende, angustie e travagli d’ogni genere, la sera, a teatro, vogliono divertirsi.

Il signore delle poltrone: Alla grazia! Con Pirandello?

Si ride.

Il dottor Hinkfuss: Non c è pericolo. Stiano sicuri.

Mostra di nuovo il rotoletto.

Robetta. Farò io, farò io: tutto da me.

E confido d’avervi creato uno spettacolo gradevole, se quadri e scene procederanno con l’attenta cura con cui io li ho preparati, cosí nel loro complesso come in ogni particolare; e se i miei attori risponderanno in tutto alla fiducia che ho riposto in loro. Del resto, sarò, io qua tra voi, pronto a intervenire a un bisogno, o per ravviare a un minimo intoppo la rappresentazione, o per supplire a qualche manchevolezza del lavoro con chiarimenti e spiegazioni; il che (mi lusingo) vi renderà piú piacevole la novità di questo tentativo di recita a soggetto. Ho diviso in tanti quadri lo spettacolo. Brevi pause dall’uno all’altro. Spesso, un momento di bujo soltanto, da cui un nuovo quadro nascerà all’improvviso, o qua sul palcoscenico, o anche tra voi: sí, in sala (ho lasciato apposta, lí vuoto, un palco che sarà a suo tempo occupato dagli attori; e allora anche voi tutti parteciperete all’azione). Una pausa piú lunga vi sarà concessa, perché possiate uscire dalla sala, ma non a rifiatare, ve n’avverto fin d’ora, perché una nuova sorpresa vi ho preparato anche di là, nel ridotto.

Un’ultima brevissima premessa, perché possiate subito orientarvi.

L’azione si svolge in una città dell’interno della Sicilia, dove (come sapete) le passioni son forti e covano cupe e poi divampano violente: tra tutte, ferocissimo, la gelosia. La novella rappresenta appunto uno di questi casi di gelosia, e della piú tremenda, perché irrimediabile: quella del passato. E avviene proprio in una famiglia da cui avrebbe dovuto stare piú che mai lontana, perché, tra la clausura quasi ermetica di tutte le altre, è l’unica della città aperta ai forestieri, con un’ospitalità eccessiva, praticata com’è di proposito, a sfida della maldicenza e per bravar lo scandalo che le altre se ne fanno.

La famiglia La Croce.

È composta, come vedrete, dal padre, Signor Palmiro, ingegnere minerario: Sampognetta come lo chiamano tutti perché, distratto, fischia sempre; dalla madre, Signora Ignazia, oriunda di Napoli, intesa in paese La Generala; e da quattro belle figliuole, pienotte e sentimentali, vivaci e appassionate:

Mommina,

Totina,

Dorina,

Nenè.

E ora, con permesso.

Batte le mani in segno di richiamo; e, scostando un poco un’ala del sipario, ordina nell’interno del palcoscenico:

Gong!

Si ode un colpo di gong.

Chiamo gli attori per la presentazione dei personaggi.

Si apre il sipario.

I

Si vede, quasi a ridosso, una tenda leggera, verde, che si può aprire nel mezzo.

 Il dottor Hnkfuss: (scostando un poco un ala di questa tenda e chiamando). Prego, il signor...

Pronunzierà il nome del Primo Attore che farà la parte di Rico Verri. Ma il Primo Attore, pur essendo dietro la tenda, non vuole venir fuori. Il Dottor Hinkfuss. allora, ripeterà:

Prego, prego, venga avanti, signor...

(c. s.)

Spero non oserà insistere nella sua protesta anche davanti al pubblico.

Il primo attore: (vestito e truccato da Rico Verri, in divisa d’ufficiale aviatore, venendo fuori della tenda, eccitatissimo). Insisto, sissignore! E tanto piú, se osa lei ora, davanti al pubblico, chiamarmi per nome.

Il dottor Hinkfuss: Le ho fatto offesa?

Il primo attore: Sí, e séguita a farmela, senza rendersene conto, tenendomi qua a discutere con lei, dopo avermi forzato a venir fuori.

Il dottor Hinkfuss: Chi le ha detto a discutere? Discute lei! Io la chiamo a fare il suo dovere.

Il primo attore: Sono pronto. Quando sarò di scena.

Si ritira, scostando con atto di stizza la tenda.

Il dottor Hinkfuss: (restandoci male). Volevo presentarla...

Il primo attore: (rivenendo fuori). Ma nossignore! Lei non presenterà me al pubblico che mi conosce. Non son mica un burattino, io, nelle sue mani, da mostrare al pubblico come quel palco lasciato lí vuoto o una sedia messa in un posto anziché in un altro per qualche suo magico effetto!

Il dottor Hinkfuss: (a denti stretti, friggendo). Lei approfitta in questo momento della sopportazione che debbo avere —

Il primo attore: (pronto, interrompendo). - no, caro signore: nessuna sopportazione; lei deve credere soltanto che qua, sotto questi panni, il signor...

dirà il suo nome

non c’è piú; perché, impegnatosi con lei a recitare questa sera a soggetto, per aver pronte le parole che debbono nascere, nascere dal personaggio che rappresento, e spontanea l’azione, e naturale ogni gesto; il signor...

(c. s.)

deve vivere il personaggio di Rico Verri, essere Rico Verri: ed è, è già; tanto che, come le dicevo in principio, non so se potrà adattarsi a tutte le combinazioni e sorprese e giochetti di luce e d’ombra preparati da lei per divertire il pubblico. Ha capito?

S’ode a questo punto lo schiocco d’un sonorissimo schiaffo tirato dietro la tenda e, subito dopo, la protesta del vecchio Attore Brillante che farà la parte di a «Sampognetta ».

Il vecchio attore brillante: Ohi! Come sarebbe ? Non s’attenti a darmi, perdio, di codesti schiaffi sul serio!

La protesta è accolta da risate dietro la tenda.

Il dottor Hinkfuss: (guardando di là dalla tenda sul palcoscenico). Ma che diavolo avviene? Che altro c’è?

Il vecchio attore brillante: (venendo fuori dalla tenda con una mano sulla guancia vestito e truccato da Sampognetta). C’è che non tollera che la signora...

dirà il nome dell’attrice Caratterista

con la scusa che recita a soggetto, m’appiccichi certi schiaffi (ha sentito?) che tra l’altro

gli mostra la guancia schiaffeggiata

m’ha rovinato il trucco, no?

L’attrice caratterista: (venendo fuori, vestita e truccata da signora Ignazia). Ma lei se ne ripari, santo cielo! Ci vuoi poco a ripararsene! È un moto istintivo e naturale.

Il vecchio attore brillante: E come faccio a ripararmene, se lei me li tira cosí all’improvviso?

L’attrice caratterista: Quando se li merita, caro signore!

Il vecchio attore brillante: Già! Ma quando me li merito io non lo so, cara signora!

L’attrice caratterista: E allora se ne ripari sempre, perché per me se li merita sempre. E io, se si recita a soggetto, non posso tirarglieli a un punto segnato!

Il vecchio attore brillante: Non c’è però bisogno che me li tiri per davvero!

L’attrice caratterista: E come allora, per finta? Io non ho mica una parte a memoria: deve venire da qui

fa un gesto dallo stomaco in su

e andar tutto per le spicce, sa? Lei me li strappa, e io glieli do.

Il dottor Hinkfuss: Signori miei, signori miei, davanti al pubblico!

L’attrice caratterista: Siamo già nelle nostre parti, signor Direttore.

Il vecchio attore brillante: (rimettendosi la mano sulla guancia). E come!

Il dottor Hinkfuss: Ah, lei intende cosí?

L’attrice caratterista: Scusi, voleva far la presentazione? Ecco, ci stiamo presentando da noi. Uno schiaffo, e quest’imbecille di mio marito è già bell’e presentato.

Il vecchio Attore Brillante, da Sampognetta, si mette a fischiare.

Eccolo là, vede? fischia. Perfettamente nella sua parte.

Il dottor Hinkfuss: Ma vi par possibile davanti a questa tenda, fuori d’ogni quadro e senz’alcun ordine?

L’attrice caratterista: Non importa! Non importa !

Il dottor Hinkfuss: Come non importa? Che vuoi che ci capisca il pubblico?

Il primo attore: Ma sí che capirà! Capirà molto meglio cosí! Lasci fare a noi. Siamo tutti investiti delle nostre parti.

L’attrice caratterista: Ci verrà, creda, molto piú facile e naturale, senza l’impaccio e il freno d’un campo circoscritto, di un’azione preordinata. Faremo, faremo anche tutto quello che lei ha preparato! Ma intanto, guardi, permetta, presento anche le mie figliuole.

Scosta la tenda per chiamare:

Qua, ragazze! qua, ragazze! venite qua!

Prende per un braccio la prima e la tira fuori:

 Mommina.

Poi, la seconda:

Totina.

Poi, la terza:

Dorina.

Poi, la quarta:

Nenè.

Tutte, tranne la prima, strisciano entrando una bella riverenza.

Tòcchi di ragazze, grazie a Dio, che meriterebbero di diventar tutt’e quattro regine! Chi le direbbe nate da un uomo come quello lí?

Il signor Palmiro, vedendosi indicato, volta subito la faccia e si mette a fischiettare.

Fischia, sí, fischia! Ah caro, un po’ di grisou, guarda, cosí com’io mi prendo un pizzico di rapè, un po’ di grisou nelle narici te lo dovrebbe mettere la tua zolfara: sí, caro, che ti lasci lí stecchito e mi ti levi una buona volta davanti agli occhi!

Totina: (accorrendo con Dorina a trattenerla). Per carità, mammà, non cominciare!

Dorina: (a un tempo). Lascialo perdere, lascialo perdere, mammà!

L’attrice caratterista: Fischia, lui, fischia.

Poi, levandosi dalla parte, al Dr. Hinkfuss:

Mi par che coli liscio com’un olio, no?

Il dottor Hinkfuss: (con un lampo di malizia, trovando lí per lí la via di scampo per salvare il suo prestigio). Come il pubblico avrà capito, questa ribellione degli attori ai miei ordini è finta, concertata avanti tra me e loro, per far piú spontanea e vivace la presentazione.

A questa uscita mancina, gli attori restano di colpo come tanti fantocci atteggiati di sbalordimento. Il Dottor Hinkfuss lo avverte subito: si volta a guardarli e li mostra al pubblico:

Finto anche questo sbalordimento.

Il primo attore: (scrollandosi, indignato). Buffonate! Io prego il pubblico di credere che la mia protesta non è stata affatto una finzione.

Scosta come prima la tenda, e se ne va furioso).

Il dottor Hinkfuss: (subito, come in confidenza al pubblico). Finzione anche questo scatto. All’amor proprio d’un attore come il signor...

ne pronuncia il nome

tra i migliori della nostra scena, io dovevo pur concedere qualche soddisfazione. Ma voi capite che tutto quanto avviene quassù non può esser che finto.

Voltandosi all’Attrice Caratterista.

Séguiti, seguiti, signora...

c. s.

Va benissimo. Non potevo aspettarmi meno da lei.

L’attrice caratterista: (sconcertata, quasi trasecolata da tanta improntitudine, non sapendo piú che cosa fare). Ah, vuole... vuole adesso ch’io seguiti? E... e... scusi, a far che?

Il dottor Hinkfuss: Ma la presentazione, santo Dio, cominciata cosí bene, secondo il nostro accordo.

L’attrice caratterista: No, senta, la prego, non dica accordo, signor Direttore, se non vuole ch’io resti qua senza sapermi piú cavare una parola di bocca.

Il dottor Hinkfuss: (di nuovo al pubblico, come in confidenza). È magnifica!

L’attrice caratterista: Ma vuoi sul serio dare a intendere, scusi, che ci sia stato un accordo tra noi per questa nostra uscita?

Il dottor Hinkfuss: Domandi al pubblico se non ha l’impressione che noi veramente in questo momento non stiamo recitando a soggetto.

Il signore delle poltrone, i quattro della platea, quello della galleria cominciano a batter le mani; smetteranno subito, se il pubblico vero non seguirà per contagio l’esempio.

L’attrice caratterista: Ah, bene sí! Questo sí! Veramente a soggetto! Siamo usciti e stiamo ora improvvisando tanto io che lei.

Il dottor Hinkfuss: E dunque seguiti, seguiti, chiami fuori gli altri attori per presentarli!

L’attrice caratterista: Subito!

Chiamando dalla tenda:

Ehi, giovanotti, qua, qua tutti!

Il dottor Hinkfuss: S’intende, rientrando nella sua parte.

L’attrice caratterista: Non dubiti, ci sono. Qua, qua, cari amici!

Entrano rumorosamente cinque giovani ufficiali aviatori in divisa. Prima salutano enfaticamente la signora Ignazia:

— Cara, cara signora!

— Viva la nostra Grande Generala!

— E la nostra Santa Protettrice!

E altre simili esclamazioni. Poi salutano le quattro ragazze, che rispondono festosamente. Qualcuno va a salutare anche il signor Palmiro. La signora Ignazia tenta d’interrompere tutto quel frastuono di saluti veramente a soggetto.

L’attrice caratterista: Piano, piano, cari, non facciamo confusione! Aspettate, aspettate! Qua lei Pomàrici, mio sogno per Totina! Ecco, se la prenda a braccio- cosí! E lei Sarelli, qua con Dorina!

Il terzo ufficiale: Ma no! Dorina è con me,

la trattiene per un braccio

non facciamo scherzi!

Sarelli: (Tirandola per l’altro braccio). Dàlla ora a me, se me l’assegna la madre!

Il terzo ufficiale: Nient’affatto! Siamo d’accordo, la signorina e io.

Sarelli: (a Dorina). Ah, lei è d’accordo? Complimenti!

Denunziandoli:

Signora Ignazia, li sente ?

L’attrice caratterista: Come, d accordo ?

Dorina: (seccata). Ma sí, scusi, signora...

il nome dell’attrice Caratterista

d’accordo, per recitare le nostre parti.

Il terzo ufficiale: La prego di non imbrogliare, signora, ciò che s’è concertato.

L’attrice caratterista: Ah, già, sí, scusate, ora mi rammento! Lei Sarelli è con Nenè.

Nenè: (a Sarelli, aprendo le braccia). Con me! Non si ricorda che s’è stabilito cosí?

Sarelli: Ma tanto, sa ? noi ci siamo soltanto per fare un po’ di chiasso.

Il dottor Hinkfuss: (all’attrice Caratterista). Attenzione, attenzione, signora, mi raccomando!

L’attrice caratterista: Sí sí, mi scusi; abbia pazienza; tra tanti, ho fatto un po’ di confusione.

Voltandosi a cercare in giro:

Ma Verri? Dov’è Verri? Dovrebbe esser qua coi suoi compagni.

Il primo attore: (pronto, sporgendo il capo dalla tenda). Sí, bravi compagni, che insegnano la modestia alle sue care figliuole!

L’attrice caratterista: Vorrebbe che le tenessi dalle monache a imparare il catechismo e il ricamo? Passò quel tempo, Enea...

Lo va a prendere e lo tira fuori per mano.

Via, venga qua, sia buono! Le guardi; non ne fanno esposizione, ma pure le hanno, sa? come poche al giorno d’oggi, le loro brave virtú di donnine di casa, lei che parla di modestia! Mommina sa stare in cucina —

Mommina: (con tono di rimprovero, come se la madre svelasse un segreto da vergognarsene). Mammà!

La signora Ignazia: - e Totina rammenda

Tonina: (c. s.). Ma che dici!

La signora Ignazia: - e Nenè,

Nenè:(subito, aggressiva, minacciando di turarle la bocca). Ti vuoi star zitta, mammà?

La signora Ignazia: - mi trovi l’uguale per far ritornare nuovi i vestiti—

Nenè: (c.s.). Ma insomma! basta!

La signora Ignazia: - smacchiarli

Nenè: (le tura la bocca) — basta cosí, mammà!

La signora Ignazia: (liberandosi della mano di Nenè). — rivoltarli — e per tenere i conti Dorina!

Dorina: Hai finito di vuotare il sacco?

La signora Ignazia: A che siamo arrivati! Se ne vergognano —

Sampognetta: - come di vizii segreti!

La signora Ignazia: Eppoi non son pretenziose, ché si contentano di poco; basta che abbiano il teatro, restan anche digiune! Il nostro vecchio melodramma: ah! piace tanto anche a me!

Nenè: (che sarà entrata con una rosa in mano). Ma no, anche la Carmen, mammà!

Si mette la rosa in bocca e canta, storcendosi procace sui fianchi:

È l’amore uno strano augello

che non si può domesticar...

L’attrice caratterista: Sí, va bene, anche la Carmen; ma il cuore non ti bolle come al fuoco del nostro vecchio melodramma, quando vedi l’innocenza che grida e non è creduta e la disperazione dell’amante: «Ah quell’infame l’onore ha venduto...» — Domandalo a Mommina! Basta.

Rivolgendosi al Verri:

Lei è venuto la prima volta in casa nostra presentato, se ne ricordi bene, da questi giovanotti —

Il terzo ufficiale: - e non l’avessimo mai fatto!

L’attrice caratterista: - ufficiale di guarnigione al nostro campo d’aviazione —

Il primo attore: – prego, ufficiale di complemento per soli sei mesi — e poi finita, se Dio vuole, la cuccagna per costoro, di goder la vita a mie spese!

Pomàrici: Noi? A tue spese?

Sarelli: Ma guardalo lí!

L’attrice caratterista: Questo non c’entra. Volevo dire che né io né le mie figliuole né quello lí —

Di nuovo il signor Palmiro, appena indicato, volta la faccia e si mette a fischiare.

Smettila, o ti tiro in faccia questa borsetta!

È una borsona. Il signor Palmiro smette subito.

— nessuno di noi s’accorse in prima che lei avesse nelle vene questo sanguaccio nero dei siciliani —

Il primo attore: - io me ne vanto!

L’attrice caratterista: - ah, ora lo so! -

e come lo sa!

Il dottor Hinkfuss: Non anticipiamo, signora, non anticipiamo nulla, per carità!

L’attrice caratterista: No, non tema, non anticipo nulla.

Il dottor Hinkfuss: Sola presentazione, chiarissima: e basta.

L’attrice caratterista: Chiarissima, sí, non dubiti. Dico, com’è vero, che prima non se ne vantava: era anzi con tutti noi a tener testa a questi selvaggi dell’isola che si recano quasi a onta il nostro innocente vivere alla continentale, l’accogliere in casa un po’ di giovanotti, e permettere che si scherzi come, Dio mio, è proprio della gioventú, senza malizia. Scherzava anche lui con la mia Mommina...

La cerca attorno.

Dov’è ? — Ah, eccola qua! Vieni, vieni avanti, figliuola mia disgraziata; non è tempo ancora che tu te ne stia cosí.

La Prima Attrice che farà la parte di Mommina, tirata per mano, relutta.

Vieni, vieni.

La prima attrice: No, mi lasci, mi lasci, signora...

Dirà il nome dell’Attrice Caratterista; poi, risolutamente, facendosi avanti al Dottor Hinkfuss:

Per me cosí non è possibile, signor Direttore! Glielo dico avanti. Non è possibile! Lei ha segnato una traccia, stabilito un ordine di quadri: bene: ci si stia! Io debbo cantare. Ho bisogno di sentirmi sicura, al mio posto, nell’azione che m’è stata assegnata. Cosí a vento io non vado.

Il primo attore: Già! Perché forse la signorina si sarà bell’e scritte e messe a memoria le parole da dire secondo questa traccia.

La prima attrice: Certo, mi sono preparata. Lei forse no?

Il primo attore: Anch’io, anch’io; ma non le parole da dire. Oh, patti chiari, signorina, intendiamoci: non s’aspetti ch’io parli come lei mi vorrà tirare a parlare secondo le battute che s’è preparate, sa ? Io dirò ciò che debbo dire.

Segue a questo battibecco un borbottio di commenti simultanei tra gli attori.

— Già, sarebbe bella!

— Che l’uno tirasse l’altro a dire ciò che fa comodo a lui!

— Addio recita a soggetto allora!

— Poteva scriver lei, allora, anche le parti degli altri!

Il dottor Hinkfuss: (troncando i commenti). Signori miei signori miei, parlare il meno possibile, parlare il meno possibile, già ve l’ho detto! — Basta. Ora la presentazione è finita. — Piú atteggiamenti, piú atteggiamenti, e meno parole; date ascolto a me. Vi assicuro che le parole verranno da sè, spontanee. dagli atteggiamenti che assumerete secondo l’azione com’io ve l’ho tracciata. Seguite questa e non sbaglierete. Lasciatevi guidare e collocare da me, per come s’è stabili to... Su su. Ritiratevi adesso Facciamo abbassare il sipario.

Il sipario è abbassato. Il Dottor Hinkfuss, restando alla ribalta, aggiunge, rivolto al pubblico:

Chiedo scusa, Signore e Signori. Lo spettacolo ora incomincia davvero. Cinque minuti, cinque soli minuti, con permesso, perché possa vedere se tutto è in ordine.

Si ritira, scostando il sipario. Cinque minuti di pausa.

II

Si riapre il sipario.

Il Dottor Hinkfuss comincia a menare il can per l’aia.

«Sarà bene in principio» avrà pensato «dare una rappresentazione sintetica della Sicilia con una processioncina religiosa. Farà colore.»

E ha tutto disposto perché questa processioncina muova dalla porta d’ingresso della sala verso il palcoscenico, attraversando il corridojo che divide nel mezzo in due ali le file della platea e delle poltrone, nell’ordine seguente:

1. quattro chierichetti, in tonaca nera e camice bianco con guarnizioni di merletti; due davanti e due dietro; reggeranno torcetti accesi;

2. quattro giovinette, dette «Verginelle», vestite di bianco e avvolte in veli bianchi, con guanti bianchi di filo, troppo grandi per le loro mani, apposta perché appajano un po’ goffe; due davanti e due dietro anch’esse, reggeranno le quattro mazze d’un piccolo baldacchino di seta celeste;

3. sotto il baldacchino, la «Sacra Famiglia a; vale a dire, un vecchio truccato e parato da San Giuseppe, come si vede nei quadri sacri che rappresentano la Natività, con una spera di porporina attorno al capo e in mano un lungo bacolo, fiorito in cima; accanto a lui, una bellissima giovinetta bionda, con gli occhi bassi e un dolce modestissimo sorriso sulle labbra, acconciata e parata da Vergine Maria, anche lei con la spera attorno al capo e in braccio un bel bambolone di cera che rappresenta il Bambino Gesú, come ancor oggi si possano vedere in Sicilia, per Natale, in certe rozze rappresentazioni sacre con accompagnamento di musiche e cori;

4. un pastore, con berretto di pelo e cappotto d’albagio, le gambe avvolte di pelli caprine, e un altro piú giovane pastore; soneranno, quello la ciaramella, e questo l’acciarino;

5. un codazzo di popolani e popolane, d’ogni età; le donne, con le gonne lunghe, rigonfie ai fianchi, a piegoline, e la «mantellina» in capo; gli uomini, con giacche corte a vita e calzoni a campana, sorretti da larghe fasce di seta a colori; in mano i berretti a calza, di filo nero, con la nappina in punta; entreranno nella sala cantando, al suono della ciaramella e dell’acciarino, la cantilena:

Oggi e sempre sia lodato

nostro Dio sacramentato:

e lodata sempre sia

nostra Vergine Maria.

Sul palcoscenico, intanto, si vedrà una strada della città col muro bianco, grezzo, d’una casa, che correrà da sinistra a destra per piú di tre quarti della scena, dove farà angolo in profondità. Allo spigolo, un fanale col suo braccio. Dopo lo spigolo, nell’altro muro della casa ad angolo ottuso, si vedrà la porta d’un Cabaret, illuminata da lampadine colorate; e, quasi dirimpetto, un po’ piú in fondo e di taglio, il portale d’un’antica chiesa, su tre scalini.

Un poco prima che si levi il sipario e che la processione entri nella sala s’udrà sul palcoscenico il suono delle campane della chiesa e, appena percettibile, il rombo d’un organo sonato nell’interno di essa. Al levarsi del sipario e all’entrata della processione, si vedranno sul palcoscenico inginocchiarsi, lungo il muro e a destra, uomini e donne (non piú di otto o nove) che si troveranno a passare per la strada: le donne, facendosi il segno della croce, gli uomini scoprendosi il capo. Allorché la processione, salita sul palcoscenico, entrerà nella chiesa, questi uomini e queste donne s’aggiungeranno al codazzo ed entreranno anche loro. Entrato l’ultimo, cesserà il suono delle campane; durerà ancora, nel silenzio, piú distinto, quello dell’organo per poi venir meno pian piano col graduale mancar della luce sulla scena.

Subito, appena estinto questo suono sacro, scatterà con violento contrasto il suono d’un jazz nel Cabaret e, nello stesso tempo, il muro bianco che corre per piú di tre quarti della scena si farà trasparente. Si vedrà l’interno del Cabaret sfolgorante di varie luci colorate. A destra, fin presso la porta d’ingresso, sarà il banco di méscita, dietro al quale si vedranno tre ragazze scollate sguajatamente dipinte. Nella parete di fondo, presso il banco, sarà appesa una lunga stuoja di velluto rosso fiammante e sovr’essa composta come un bassorilievo una strana chanteuse vestita di veli neri, pallida, il capo reclinato indietro e gli occhi chiusi, canterà lugubremente le parole del jazz. Tre ballerinette bionde moveranno in cadenza le braccia e le gambe, voltando le spalle al banco, nel poco spazio tra quello e la prima fila dei tavolinetti tondi a cui seggono gli avventori (non molti) con le bibite davanti.

Tra questi avventori è Sampognetta col cappellaccio in capo e un lungo sigaro in  bocca.

L’avventore che gli sta dietro, nella seconda fila dei tavolini, vedendolo intontissimo alle mosse di quelle tre ballerinette, gli sta preparando uno scherzo feroce: due lunghe corna ritagliate nel cartoncino ov’è stampata, col programma, la lista dei vini e delle altre bibite del Cabaret.

Gli altri avventori se ne sono accorti e ci prendono un gran gusto e fanno ammiccamenti e cenni di far presto.

Quando le due corna son ritagliate, belle lunghe e ritte nel giro di carta che fa da base, l’avventore si alza e con molta cautela le colloca sul cappellaccio di Sampognetta.

Tutti si mettono a ridere e a battere le mani.

Sampognetta, credendo che le risa e i battimani siano per le tre ballerinette che a tempo finiscono di ballare, comincia a ridere e a battere le mani anche lui, facendo cosí prorompere piú che mai squacquerate le risa degli altri e fragorosi gli applausi. Ma non sa capacitarsi perché tutti guardino lui, anche le donne del banco, anche le tre ballerinette che, ecco, si buttano via dalle risa. Si smarrisce; il riso gli si rassega sulle labbra; l’applauso gli si spegne nelle mani.

Allora, quella strana chanteuse ha un impeto d’indignazione; si stacca dalla stuoja di velluto e si muove per andare a strappare dalla testa di Sampognetta quello scherzevole trofeo, gridando:

La chanteuse: No, povero vecchio, via! vergognatevi! Gli avventori la parano, gridando a loro volta simultaneamente, in gran confusione.

Gli avventori: — Sta lí, stupida! — Zitta e al tuo posto! — Che povero vecchio! — Chi ti c’immischia? —Lascia fare! — Se lo merita! — Se lo merita!

E tra queste grida confuse, la Chanteuse seguiterà a protestare, trattenuta, dibattendosi:

La chanteuse: Vigliacchi, lasciatemi! Perché se lo merita? Che male v’ha fatto?

Sampognetta: (alzandosi piú che mai smarrito). Che mi merito? Che mi merito?

L’avventore che gli ha fatto lo scherzo: Ma niente, signor Palmiro, la lasci dire!

Secondo avventore:  È ubriaca, al solito!

L’avventore che gli ha fatto lo scherzo: Se ne vada, se ne vada, questo non è posto per lei!

E lo spinge con gli altri verso la porta.

Terzo avventore: Lo sappiamo noi bene, quello che lei si merita, signor Palmiro!

Sampognetta è condotto fuori con le sue brave corna in testa. La trasparenza del muro si spegne. Si sentono ancora le grida di quelli che trattengono la Chanteuse; poi, una gran risata, e riattacca il jazz.

Sampognetta: (ai due o tre avventori che lo hanno spinto a uscire e che ora se lo godono incoronato sotto il fanale acceso). Ma io vorrei sapere che cosa è successo.

Secondo avventore: Niente, è per la storia dell’altra sera.

Terzo avventore: La sanno tutti affezionato a questa chanteuse...

Secondo avventore: Volevano, cosí per scherzo, che ella le desse uno schiaffo, come l’altra sera —

Terzo avventore:  — già! — dicendo che lei se lo merita!

Sampognetta: Ah, ho capito! ho capito!

Primo avventore: O oh! guardate! guardate! Su, in cielo! Le stelle!

Secondo avventore:  Le stelle ?

Primo avventore:  Si muovono! si muovono!

Secondo avventore:  Ma va là!

Sampognetta:  Possibile?

Primo avventore: Sí, sí, guardate! Come se qualcuno le toccasse con due pertiche!

E alza le braccia facendo le corna.

Secondo avventore: Ma statti zitto! Tu hai le traveggole!

Terzo avventore: Ti paiono lampioncini, le stelle ?

Secondo avventore: Diceva, signor Palmiro ?

Sampognetta: Ah, ah sí, che io, questa sera, non so se ci avete fatto caso, apposta ho guardato sempre le ballerine, senza nemmeno voltare il capo verso di lei. Mi fa tanta impressione, tanta! quella poverina, quando canta con gli occhi chiusi e con quelle lagrime che le sgocciolano per le guance!

Secondo avventore: Ma lo fa per professione, signor Palmiro! Non creda a quelle lagrime!

Sampognetta: (negando seriamente, anche col dito). No no, ah, no no! Che professione! Che professione! Vi do la mia parola d’onore che quella donna soffre: soffre sul serio. E poi ha la stessa voce della mia figlia maggiore: quale! tal quale! E m’ha confidato ch’è figlia anche lei di buona famiglia...

Terzo avventore: Ah sí ? Oh guarda! Figlia anche lei di qualche ingegnere?

Sampognetta: Questo non lo so. Ma so che certe sventure possono capitare a tutti. E, ogni volta, sentendola cantare, mi... mi prende un’angoscia, una costernazione...

Sopravvengono a questo punto da sinistra, a passo di marcia, Totina a braccio di Pomàrici, Nenè a braccio di Sarelli, Dorina a braccio del Terzo Ufficiale, Mommina accanto a Rico Verri e la signora Ignazia a braccio degli altri due giovani ufficiali. Pomàrici segna il passo per tutti, prima ancora che la compagnia entri in scena. I tre avventori, che saranno diventati anche quattro o piú, sentendo la voce, si ritrarranno verso la porta del Cabaret, lasciando solo il signor Palmiro sotto il fanale, sempre con le sue corna in testa.

Pomàrici: Un due, — un due, — un due...

Sono diretti al teatro; le quattro ragazze e la signora Ignazia, in sgargianti abiti da sera.

Totina: (vedendo il padre con quelle corna in capo). Oh Dio, papà! Che t’hanno fatto?

Pomàrici: Vigliacchi schifosi!

Sampognetta: A me? Che cosa?

Nenè: Ma lèvati ciò che t’hanno messo sul cappello!

La signora Ignazia:(mentre il marito annaspa con le mani sul cappello). Le corna?

Dorina: Mascalzoni, chi è stato ?

Totina: Ma guardate là!

Sampognetta: (levandosele). A me, le corna? Ah, dunque per questo? Miserabili!

La signora Ignazia: E le tiene ancora in mano! Buttale via, imbecille! Buono soltanto a diventar lo zimbello di tutti i farabutti!

Mommina: (alla madre). Non ci manca altro che tu ora, per giunta, te la pigli con lui

Totina: — mentre sono stati questi schifosi!

Verri: (andando verso la porta del Cabaret incontro agli avventori che guardano e ridono). Chi ha osato? Chi ha osato?

ne prende uno per il petto.

È stato lei?

Nenè: Ridono...

L’avventore: (cercando di svincolarsi). Mi lasci! Non sono stato io! E non s’arrischi a mettermi le mani addosso!

Verri: Mi dica allora chi è stato!

Pomàrici: No, via, Verri, lascia!

Sarelli: È inutile star qui a far chiasso ancora!

La signora Ignazia: No no, io voglio soddisfazione dal padrone di questa tana di malviventi!

Totina: Lascia andare, mammà!

Secondo avventore: (facendosi avanti). Badi come parla, signora! Qua ci sono anche gentiluomini!

Mommina: Gentiluomini che agiscono cosí?

Dorina: Mascalzoni farabutti!

Terzo ufficiale: Lasci andare, lasci andare, signorina!

Quarto avventore: Giovinastri, hanno scherzato...

Pomàrici: Ah, lo chiama scherzo lei?

Secondo avventore: Stimiamo tutti il signor Palmiro —

Terzo avventore: (alla signora Ignazia). — e non stimiamo lei, invece, per nient’affatto, cara signora!

Secondo avventore: Lei è la favola del paese!

Verri: (inveendo, con le braccia levate). Tenete la lingua a posto, o guai a voi!

Quarto avventore: Noi faremo rapporto al signor Colonnello!

Terzo avventore: Vergogna, in divisa d’ufficiali!

Verri: Chi farà rapporto ?

Gli avventori: (anche da dentro il Cabaret). Tutti! Tutti!

Pomàrici Voi insultate le signore che passano per via in nostra compagnia, e noi abbiamo il dovere di prenderne le difese!

Quarto avventore: Nessuno ha insultato!

Terzo avventore: Ha insultato lei, invece! la signora!

La signora Ignazia: Io? No! Io non ho insultato! Io v’ho detto in faccia quello che siete: malviventi! mascalzoni! farabutti! degni di stare in gabbia come le bestie feroci! ecco quello che siete!

E siccome tutti gli avventori ridono sguajatamente:

Ridete, sí, ridete, manigoldi, selvaggi!

Pomàrici: (con gli altri ufficiali e le figliuole, cercando di calmarla). Via, via, signora...

Sarelli: Ora basta!

Terzo ufficiale: Andiamo a teatro!

Nenè: Non ti sporcar la bocca a rispondere a costoro!

Quarto ufficiale: Andiamo, andiamo! S’è fatto tardi!

Totina: Sarà certo finito il primo atto!

Mommina: Sí, via, andiamo, mammà! Lasciali perdere!

Pomàrici: Venga, venga a teatro con noi, signor Palmiro!

La signora Ignazia: No, che teatro, lui! A casa! Via subito a casa! Domani si deve alzar presto per andare alla solfara! A casa! A casa!

Gli avventori tornano a ridere a questo comando perentorio della moglie al marito.

Sarelli: E noi, a teatro! Non perdiamo tempo!

La signora Ignazia: Imbecilli! Cretini! Ridete della vostra ignoranza!

Pomàrici: Basta! Basta!

Gli altri ufficiali: A teatro! A teatro!

A questo punto il Dottor Hinkfuss, che fin da principio è rientrato in sala in coda alla processione e s’è fermato a sorvegliare la rappresentazione, stando seduto in una poltrona di prima fila riservata per lui, s’alzerà per gridare:

Il dottor Hinkfuss: Sí sí, basta! basta cosí! A teatro! A teatro! Via tutti! Gli avventori rientrino nel Cabaret! Gli altri, via per la destra! E tirare un po’ il sipario da una parte e dall’altra!

Gli attori eseguiscono. Il sipario è tirato un po’ dalle due parti in modo da lasciare nel mezzo il muro bianco che deve fare da schermo alla projezione cinematografica dello spettacolo d’opera. Solo il vecchio Attore Brillante è rimasto lí davanti, quando tutti gli altri sono scomparsi.

Il vecchio attore brillante: (al Dottor Hinkfuss). Se non vado con loro a teatro, io debbo uscire per la sinistra, no?

Il dottor Hinkfuss: S’intende, lei per la sinistra! Vada, vada! Che domande!

Il vecchio attore brillante: No, volevo farle osservare che non m’han lasciato dire nemmeno una parola. Troppa confusione, signor Direttore!

Il dottor Hinkfuss: Ma nient’affatto! È andata benissimo! Via, via, se ne vada!

Il vecchio attore brillante: Dovevo far notare che le pago io tutte, sempre!

Il dottor Hinkfuss: Va bene, ecco che l’ha fatto notare; se ne vada! Ora è la scena del teatro!

Il vecchio Attore Brillante se ne va per la sinistra.

Il grammofono! E subito pronta la proiezione! Tonfilm!

Il Dottor Hinkfuss torna a sedere alla sua poltrona. Intanto, a destra, dietro il sipario tirato fino a nascondere lo spigolo del muro col fanale, i servi di scena avranno collocato un grammofono a cui sia stato applicato un disco col finale del primo atto d’un vecchio melodramma italiano, «La forza del destino» o «Un ballo in maschera» o qualunque altro, purché se n’abbia sincronicamente la projezione su quel muro bianco che fa da schermo. Appena il suono del grammofono si fa sentire e la projezione comincia, s’illumina il palco, lasciato vuoto nella sala, d’una calda luce speciale che non si scorga donde provenga; e si vedono entrare la signora Ignazia con le quattro figliuole, Rico Verri e gli altri giovani ufficiali. L’entrata sarà rumorosa e provocherà subito le proteste del pubblico.

La signora Ignazia: Ecco se è vero! Siamo già al finale del primo atto!

Totina: Che corsa! Auf!

Siede nel primo posto del palco, dirimpetto alla madre:

Dio che caldo! Siamo tutte scalmanate!

Pomàrici: (facendole vento sul capo con un ventaglino). Eccomi pronto a servirla!

Dorina: Sfido! A marcia serrata! Un due, un due...

Voci, nella sala: — Ma insomma! — Silenzio! — Guardate se questa è la maniera d’entrare in un teatro!

Mommina: (a Totina). Hai preso il mio posto, levati!

Totina: Eh, se Dorina e Nenè si son sedute qua in mezzo...

Dorina: Abbiamo creduto che Mommina se ne volesse star dietro con Verri come l’ultima volta.

Voci, nella sala: — Silenzio! Silenzio! — Son sempre loro! — è  una vera indecenza! — La maraviglia è dei signori ufficiali! — Non c’è nessuno che li richiami all’ordine?

Intanto nel palco sarà un gran tramestio per il cambiamento dei posti: Totina avrà ceduto il posto a Mommina e preso quello di Dorina che sarà passata nella sedia accanto lasciata da Nenè, la quale sarà andata a sedere sul divano accanto alla madre. Rico Verri sederà accanto a Mommina sul divano dirimpetto; dietro Totina, Pomàrici; dietro Dorina il Terzo Ufficiale; e in fondo, Sarelli e gli altri due ufficiali.

Mommina: Piano, piano, per carità!

Nenè: Sí, piano! Prima porti lo scompiglio —

Mommina: — io ? —

Nenè: — mi pare! con tutti questi cambiamenti!

Dorina: Ma lasciateli dire!

Totina: Come se non avessero mai sentito...

nominerà il melodramma.

Pomàrici: Si dovrebbe pure avere qualche riguardo per le signore!

Voci, nella sala: — Taccia lei!

— il una vergogna!

— Alla porta i disturbatori!

— Cacciateli via!

— Che proprio la barcaccia degli ufficiali debba dare questo scandalo?

— Fuori! Fuori!

La signora Ignazia: Cannibali! Non è colpa nostra se siamo arrivati cosí tardi! Oh vedete se questo dov’esser considerato come un paese civile! Prima un’aggressione sulla strada, e aggredite ora anche a teatro! Cannibali!

Totina: Nel Continente si fa cosí!

Dorina: Si viene a teatro quando si vuole!

Nenè: E qua c’è gente che lo sa, come si fa e si vive nel Continente!

Voci: Basta! Basta!

Il dottor Hinkfuss: (alzandosi, rivolto al palco degli attori). Sí, sí, basta! basta! Non eccedere, mi raccomando, non eccedere!

La signora Ignazia: Ma mi faccia il piacere, che eccedere! Il coraggio lo pigliamo da giú! È una persecuzione insopportabile, non vede ? per un po’ di rumore che s’è fatto entrando!

Il dottor Hinkfuss: Va bene! Va bene! Ma ora basta! Tanto, l’atto è finito!

Verri: È finito? Ah, sia lodato Dio! Usciamo, usciamo!

Il dottor Hinkfuss: Benissimo, sí, uscire, uscire!

Totina: Ho una sete io!

Esce dal palco.

Nenè: Speriamo di trovare un gelato!

(c. s.)

La signora Ignazia: Via, via, usciamo presto, usciamo presto, o scoppio!

Finita la projezione, tace il grammofono. Il sipario si chiude del tutto. Il Dottor Hinkfuss sale sul palcoscenico e si rivolge al pubblico, mentre la sala si illumina.

Il dottor Hinkfuss: Quella parte del pubblico che è solita uscire tra un atto e l’altro dalla sala potrà andare, se vuole, ad assistere allo scandalo che questa benedetta gente seguiterà a dare anche nel ridotto del teatro; non perché voglia, ma perché ormai, qualunque cosa faccia, dà nell’occhio, presa com’è di mira e condannata a far le spese della maldicenza generale. Vadano, vadano: ma non tutti, prego; anche per non trovarsi di là troppo pigiati, con tanti a ridosso che voglion vedere ciò che su per giú s’è già visto qua.

Posso assicurare che nulla perderà di sostanziale chi rimarrà qua a sedere. Si seguiteranno a vedere di là, mescolati tra gli spettatori, quelli che avete veduto anche voi, uscire dal palco, per il solito intervallo tra un atto e l’altro.

Io trarrò profitto di quest’intervallo per il cambiamento di scena. E lo farò davanti a voi, ostensibilmente, per offrire anche a voi che restate nella sala uno spettacolo a cui non siete abituati.

Batte le mani, per segnale, e ordina:

Tirate il sipario!

Il sipario è riaperto.

Intermezzo

Rappresentazione simultanea, nel ridotto del teatro e sul palcoscenico.

Nel ridotto del teatro le attrici e gli attori figureranno con la massima libertà e naturalezza (ciascuno, s’intende, nella sua parte) da spettatori tra gli spettatori, durante l’intervallo tra un atto e l’altro.

S’aggrupperanno in quattro punti diversi del ridotto e là ciascun gruppo farà la sua scena indipendentemente dall’altro e contemporaneamente: Rico Verri con Mommina; la signora Ignazia con due degli ufficiali, che si chiamano l’uno Pometti e l’altro Mangini; sederà a qualche panca; Dorina passeggerà conversando col Terzo Ufficiale che si chiama Nardi; Nenè e Totina andranno con Pomàrici e Sarelli in fondo al ridotto dove sarà un banco di vendita con bibite, caffè, birra, liquori, caramelle e altre golene.

Queste scenette sparse e simultanee sono qui trascritte, per necessità di spazio, una dopo l’altra.

I

Nenè, Totina, Sarelli e Pomàrici, al banco in fondo al ridotto.

Nenè: Non c’è gelati? Peccato! Mi dia allora una bibita, Fresca, mi raccomando. Una menta, sí.

Totina: A me, una limonata.

Pomàrici: Un sacchetto di cioccolatini; e caramelle, anche.

Nenè: No, non le prenda, Pomàrici! Grazie.

Totina: Non saranno buone. Sono buone? E allora sí, comprare, comprare! È una delle piú grandi soddisfazioni —

Pomàrici: — il cioccolattino? —

Totina: — no — di noi donne — far pagare gli uomini!

Pomàrici: — Per cosí poco! Peccato, non s’è fatto a tempo a passare dal caffè, venendo a teatro —

Sarelli: — per quel maledetto incidente... —

Totina: Ma è anche papà, santo Dio! pare vada cercando lui stesso di dar pretesto a quest’indegna persecuzione, frequentando certi posti!

Pomàrici: (mettendole tra le labbra un cioccolattino) Non s’amareggi! Non s’amareggi!

Nenè: (aprendo la bocca come un uccellino) E a me?

Pomàrici: (imboccandola). Subito: ma a lei, una caramella.

Nenè: Ed è proprio sicuro che nel Continente si fa cosí?

Pomàrici: Come no? Imboccare, dice, una caramella, alle belle signorine? — Sicurissimo!

Barelli: Questo, e ben altro!

Nenè: Che altro? che altro?

Pomàrici: Eh, se volessimo proprio fare in tutto come nel Continente!

Totina: (provocante). Ma per esempio?

Savelli: Non possiamo portarglielo qua, l’esempio.

Nenè: E allora domani tutt’e quattro prenderemo d’assalto il campo d’aviazione!

Totina: E guai a voi se non ci prendete in volo!

Pomàrici: La visita sarà graditissima; ma quanto a volare, purtroppo...

Sarelli: Vietato dal regolamento!

Pomàrici: Col Comandante che c’è adesso...

Totina: Non avevate detto che quest’orco sarebbe andato presto in licenza?

Nenè: Io non sento ragioni: voglio volare sulla città per il gusto di sputarci sopra. Si potrà?

Sarelli: Volare, impossibile...

Nenè: No, dico, tirarci... puh! — cosí, uno sputo. Ne do l’incarico a lei.

II

Dorina e Nardi, passeggiando.

Nardi: Ma sa che suo papà è innamorato pazzo della chanteuse del Cabaret?

Dorina: Papà ? Che mi dice ?

Nardi: Papà, papà; gliel’assicuro io; e lo sa del resto tutto il paese.

Dorina: Ma dice sul serio? Papà innamorato?

Una risatona, che fa voltare tutti gli spettatori vicini.

Nardi: Non ha visto ch’era là nel Cabaret?

Dorina: Per carità, non ne faccia sapere nulla alla mamma; lo scorticherebbe! Ma chi è questa chanteuse? Lei la conosce?

Nardi: Sí, l’ho vista una volta. Una matta accorata.

Dorina: Accorata? Come sarebbe?

Nardi: Dicono che piange sempre cantando, con gli occhi chiusi: lagrime vere; e che qualche volta casca a terra, anche, sfinita dalla disperazione che la fa piangere, ubriaca.

Dorina: Ah sí? Ma allora sarà il vino!

Nardi: Forse. Ma pare che beva perché disperata.

Dorina: Oh Dio, e papà...? Oh poveretto! Ma sa ch’è davvero disgraziato, povero papà? No no, io non ci credo.

Nardi: Non ci crede? E se le dicessi che una sera, forse un po’ brillo anche lui, diede spettacolo a tutto il Cabaret andando con le lagrime agli occhi e un fazzoletto in mano ad asciugare le lacrime di quella che cantava con gli occhi chiusi?

Dorina: Ma no! Sul serio ?

Nardi: E sa come gli rispose quella? Appioppandogli un solennissimo ceffone!

Dorina: A papà? Anche quella? Gliene dà tanti la mamma, povero papà!

Nardi: E proprio cosí le disse lui, là davanti a tutti gli avventori che ridevano: «Anche tu, ingrata? Me ne dà tanti mia moglie! ».

Saranno, a questo punto, vicini al banco. Dorina vede le sorelle Totina e Nenè e corre a loro col Nardi.

III

Davanti al banco, Nenè, Totina, Dorina, Pomàrici, Sarelli e Nardi.

Dorina: Ma sapete che mi dice Nardi? Che papà è innamorato della chanteuse del Cabaret!

Totina: Ma no!

Nenè: Tu ci credi? è uno scherzo!

Dorina: No no, è vero! è vero!

Nardi: Posso garantire ch’è vero.

Sarelli: Ma sí, l’ho saputo anch’io.

Dorina: E se sapeste che ha fatto!

Nenè: Che ha fatto?

Dorina: S’è preso uno schiaffo anche da quella, in pubblico caffè!

Nenè: Schiaffo?

Totina: O perché ?

Dorina: Perché le voleva asciugare le lagrime!

Totina: Le lagrime?

Dorina: Già, perché è una donna, dice, che piange sempre...

Totina: Avete capito? Avevo ragione di dirlo poco fa? È lui, è lui! Come volete che poi la gente non rida e non si faccia beffe di lui?

Sarelli: Se ne volete una prova, cercategli in petto, nella tasca interna della giacca: deve averci il ritratto di

quella chanteuse: lo mostrò a me una volta con certe esclamazioni che non vi dico, povero signor Palmiro!

IV

Rico Verri e Mommina, a parte.

Mommina: (un po’ intimidita dall’aspetto fosco con cui il Verri è uscito dalla sala del teatro) Che ha?

Verri: (con mal garbo) Io? Niente. Che ho?

Mommina: E allora perché sta cosí?

Verri: Non lo so. So che se stavo un altro po’ nel palco, finiva che la facevo davvero la pazzia.

Mommina: Non è piú vita da potersi reggere.

Verri: (forte, aspro) Se n’accorge ora?

Mommina: Stia zitto, per carità! Tutti gli occhi sono addosso a noi.

Verri: È ben per questo! È ben per questo!

Mommina: Sono arrivata al punto che non so piú quasi muovermi né parlare.

Verri: Io vorrei sapere che hanno da guardar tanto e stare a sentire ciò che diciamo tra noi.

Mommina: Stia buono, mi faccia questo piacere, non li provochi!

Verri: Non siamo qua come tutti gli altri? Che vedono di strano in noi in questo momento, da starci a guardare cosí? Io domando se è mai possibile —

Mommina: — ma già — vivere — gliel’ho detto — far piú un gesto, alzar gli occhi, cosí sotto la mira di tutti. Guardi là, anche attorno alle mie sorelle, e là attorno alla mamma.

Verri: Come se si stésse qua a dare uno spettacolo

Mommina: Ma già!

Verri: Purtroppo però, mi scusi, le sue sorelle là...

Mommina: Che fanno?

Verri: Niente; non me ne vorrei accorgere, ma sembra che ci provino gusto...

Mommina: A che cosa ?

Verri: A farsi notare!

Mommina: Ma non fanno nulla di male: ridono, ciarlano...

Verri: Sfidando, col loro contegno ardito!

Mommina: Ma sono anche i suoi colleghi, scusi...

Verri: Lo so, a metterle su; e creda che cominciano a urtarmi seriamente, specie quel Sarelli, e anche Pomàrici e Nardi.

Mommina: Fanno un po’ d’allegria...

Verri: Potrebbero pensare che la fanno a spese della buona reputazione di tre ragazze perbene; e almeno astenersi da certi atti, da certe confidenze.

Mommina: Questo sí, è vero.

Verri: Io, per esempio, non tollererei piú che uno di loro si permettesse con lei —

Mommina: — non lo permetterei io, prima di tutti, lo sa!

Verri: Lasciamo andare, lasciamo andare, per carità! Anche lei, anche lei prima l’ha permesso!

Mommina: Ma ora non piú, da un pezzo, mi pare! Dovrebbe saperlo.

Verri: Non basta però che lo sappia io: dovrebbero saperlo anche loro!

Mommina: Lo sanno! Lo sanno!

Verri: Non lo sanno! Piú d’una volta han tenuto anzi a dimostrarmi di non volerlo sapere; e proprio come per cimentarmi.

Mommina: Ma no! Ma quando? Per carità, non si metta di queste idee per la testa!

Verri: Dovrebbero capire che con me non si scherza!

Mommina: Lo capiscono, stia sicuro! Ma piú lei dà a vedere d aversi a male anche d’uno scherzo innocente, e piú quelli seguitano, anche per dimostrare di non averci messo alcuna malizia.

Verri: Lei dunque li scusa ?

Mommina: Ma no! Dico questo per lei, perché stia tranquillo; e anche per me, che vivo, sapendola cosí, in uno stato di trepidazione continua. Andiamo, andiamo. La mamma s’è mossa; pare che voglia rientrare.

V

La signora Ignazia, su una panca, con Pometti e Mangini ai due lati.

La signora Ignazia: Ah voi vi dovreste acquistare una grande benemerenza, una grande benemerenza, cari miei, verso la civiltà!

Mangini: Noi ! E come, signora Ignazia ?

La signora Ignazia: Come ? Mettendovi a dar lezione, al vostro circolo!

Pometti: Lezione ? a chi ?

La signora Ignazia: A questi zotici villani del paese! Almeno per un’ora al giorno.

Mangini: Lezione di che ?

Pometti: Di creanza ?

La signora Ignazia: No no, dimostrativa, dimostrativa. Una lezioncina al giorno, d’un’ora, che li informi di come si vive nelle grandi città del Continente. Lei di dov’è, caro Mangini?

Mangini: Io? Di Venezia, signora.

La signora Ignazia: Venezia? Ah Dio, Venezia, il mio sogno! E lei, lei, Pometti?

Pometti: Di Milano, io.

La signora Ignazia: Ah, Milano! Milan.... Figuriamoci! El nost Milan... E io sono di Napoli; di Napoli che — senza fare offesa a Milano — dico, — e salvando i menti di Venezia — come natura, dico... un paradiso! Chiaja! Posillipo! Mi viene... mi viene da piangere, se ci penso... Cose! Cose!... Quel Vesuvio, Capri... E voi ci avete il Duomo, la Galleria, la Scala... E voi, già, Piazza San Marco, il Canal Grande... Cose! Cose!... Mentre qua, tutte queste fetenzieríe... E fossero soltanto fuori, nelle strade!

Mangini: Non lo dica loro in faccia cosí forte, per carità!

La signora Ignazia: No, no, io parlo forte. Santa Chiara di Napoli, cari miei. Ce l’hanno anche dentro, la fetenziería. Nel cuore, nel sangue, ce l’hanno. Arrabbiati tutti sempre! Non vi fanno quest’impressione? che siano sempre tutti arrabbiati?

Mangini: Veramente, a me...

La signora Ignazia: — non vi pare? — ma sí, tutti sempre bruciati d’una... come debbo dire? ma sí, rabbia d’istinto, che li fa feroci l’uno contro l’altro; solo che uno, non so, guardi qua anziché là, o si soffi il naso un po’ forte, o gli passi qualcosa per la testa e sorrida; Dio ne liberi e scampi! ha sorriso per me; s’è soffiato il naso cosí forte apposta per fare uno sfregio a me; ha guardato là anziché qua apposta per fare un dispetto a me! Non si può far nulla senza che sospettino che ci debba esser sotto chi sa che malizia; perché la malizia ce l’hanno loro, tutti, agguattata dentro. Guardateli negli occhi. Fanno paura. Occhi di lupo... Su su. Sarà tempo di rientrare. Andiamo da quelle povere figliuole.

Misurato il tempo che ci vorrà perché i quattro gruppi recitino simultaneamente le loro battute, ciascuno al suo posto indicato, si faccia in modo (anche tagliando o aggiungendo, ove occorra, qualche parola) che tutti alla fine contemporaneamente si muovano per rimettersi insieme e uscire dal ridotto. La simultaneità dovrà essere anche però regolata secondo il tempo che bisognerà al Dottor Hinkfuss per compiere i suoi prodigi sul palcoscenico. Tali prodigi potrebbero essere lasciati alla bizzarria del Dottor Hinkfuss. Ma poiché lui stesso, e non l’autore della novella, ha voluto che Rico Verri e gli altri giovani ufficiali fossero aviatori, è probabile che abbia voluto cosi per prendersi il piacere di preparare, davanti al pubblico rimasto nella sala, una bella scena che rappresenti un campo d’aviazione, messo con mirabile effetto in prospettiva. Di notte, sotto un magnifico cielo stellato, pochi elementi sintetici: tutto piccolo in terra, per dare la sensazione dello spazio sterminato con quel cielo seminato di stelle: piccola, in fondo, la casina bianca degli ufficiali, con le finestrine illuminate, piccoli gli apparecchi, due o tre, sparsi sul campo qua e là: e una grande suggestione di luci cupe: e il ronzío di un aeroplano invisibile, che voli nella notte serena. Si può lasciar prendere questo piacere al Dottor Hinkfuss, anche se nella sala non resterà nemmeno uno spettatore. In questo caso (che è pur da prevedere) non si avrebbe piú la rappresentazione simultanea di questo intermezzo, là nel ridotto del teatro e qua sul palcoscenico. Ma il male sarebbe facilmente rimediabile. Il Dottor Hinkfuss, anche facendo riaprire il sipario, vedendo che il suo fervorino non sorte l’effetto di trattenere in sala nemmeno una piccola parte del pubblico, si ritirerà fra le quinte, un po’ contrariato; e si sfogherà a dare il saggio della sua bravata quando la rappresentazione nel ridotto sarà finita e gli spettatori, richiamati dallo squillo dei campanelli, saranno rientrati nella sala a riprendere i loro posti.

Ciò che importa soprattutto è che il pubblico abbia sopportazione di queste cose che, se non proprio superflue, certo son di contorno. Ma dato che per tanti segni si può vedere che ci piglia gusto, e che anzi questo contorno va cercando con ingorda golosità piú che le sane pietanze, buon pro gli faccia; il Dottor Hinkfuss ha ragione lui, e dunque gli scodelli, dopo questa scena del campo di aviazione, un’altra scena. dicendo pur chiaramente e con la prezzatura del gran signore che può permettersi certi lussi, che in verità della prima si può anche fare a meno, perché non strettamente necessaria. Si sarà perduto un po’ di tempo per ottenere un bell’effetto; si darà a intendere il contrario, che anzi non se ne vuol perdere, tant’è vero che s’è saltata una scena che, senza danno, poteva essere omessa Ometteremo anche noi i comandi che il Dottor Hinkfuss potrà concertare da sé facilmente con ali apparatori e gli elettricisti e i servi di scena per l’allestimento di quel campo d’aviazione. Appena allestito, scenderà dal palcoscenico nella sala, si metterà nel mezzo del corridojo a regolare bene con altri opportuni comandi gli effetti di luce, e quando li avrà ottenuti perfetti, rimonterà sul palcoscenico.

Il dottor Hinkfuss: No No! Via tutto! Via tutto! Cessi quel ronzío! Spegnere, spegnere. Sto pensando che di questa scena si può fare anche a meno. Sí, l’effetto è bello, ma coi mezzi che abbiamo a disposizione possiamo ottenerne altri non meno belli, che conducano avanti piú speditamente l’azione. Per fortuna io stasera sono libero davanti a voi, e spero che a voi non dispiacerà vedere come si mette su uno spettacolo, non solo sotto i vostri stessi occhi, ma anche (perché no?) con la vostra collaborazione. Il teatro, voi vedete, signori, è la bocca spalancata d’un grande macchinario che ha fame: una fame che i signori poeti...

Un poeta, dalle poltrone: Per piacere, non dica signori ai poeti; i poeti non sono signori!

Il dottor Hinkfuss: (pronto) Neanche i critici sono in questo senso signori; e io li ho pur chiamati cosí, per una certa affettazione polemica che, senza offesa, credo in questo caso mi possa essere consentita. Una fame, dicevo, che i signori poeti hanno il torto di non saper saziare. Per questa macchina del teatro, come per altre macchine enormemente e mirabilmente cresciute e sviluppate, è deplorevole che la fantasia dei... poeti, arretrata, non riesca piú a trovare un nutrimento adeguato e sufficiente. Non si vuole intendere che il teatro è soprattutto spettacolo. Arte sí, ma anche vita. Creazione, sí, ma non durevole: momentanea. Un prodigio: la forma che si muove! E il prodigio, signori, non può essere che momentaneo. In un momento, davanti ai vostri occhi, creare una scena; e dentro questa, un’altra, e un’altra ancora. Un attimo di bujo; una rapida manovra; un suggestivo gioco di luci. Ecco, vi fo vedere.

Batte le mani e ordina:

Bujo!

Si fa bujo, il sipario vien silenziosamente tirato dietro le spalle del Dottor Hinkfuss. Si rifà la luce nella sala, mentre i campanelli squillano per richiamare gli spettatori ai loro posti.

Nel caso che tutto il pubblico fosse uscito dalla sala e che il Dottor Hinkfuss (venuta a mancare la simultaneità della doppia rappresentazione, là nel ridotto e qua sul palcoscenico) fosse costretto ad aspettare il ritorno dei pubblico nella sala per dar principio alla manovra della prima scena del campo d’aviazione e alla chiacchierata successiva, s’intende che il sipario non verrebbe abbassato, e che, dopo ordinato il buio, egli, davanti a tutto il pubblico presente nella sala, seguiterebbe a impartire Ai altri ordini per il proseguimento dello spettacolo.

Qua si prevede il caso che la simultaneità, come sarebbe desiderabile, avvenga; e si dovrebbe trovar modo di farla avvenire. Calato allora il sipario e rifatta la luce nella sala, il Dottor Hinkfuss seguiterà a dire:

Il dottor Hinkfuss: Aspettiamo finché il pubblico non sia rientrato. Dobbiamo anche dar tempo alla signora Ignazia e alle signorine La Croce che rientrino in casa dopo il teatro, accompagnate dai loro giovani amici ufficiali.

Rivolgendosi al Signore delle poltrone, che or ora rientra in sala:

E se intanto lei, Signore, mio imperterrito volesse informare il pubblico rimasto qua a se nulla di nuovo è avvenuto là nel ridotto...

Il signore delle poltrone: Dice a me?

Il dottor Hinkfuss: A lei, sí. Se volessero così gentile..

Il signore delle poltrone:  No, nulla di nuovo. Un grazioso diversivo. Hanno chiacchierato. S’è soltanto saputo che quel buffo signor Palmiro, «Sampognetta», è innamorato della chanteuse del cabaret.

Il dottor Hinkfuss: Ah sí; ma questo s’era già potuto capire del resto, ha poca importanza.

Il giovane spettatore della platea: No, scusi, s’è ben capito anche che l’ufficiale Rico Verri...

Il primo attore: (sporgendo il capo dal sipario, alle spalle del Dottor Hinkfuss) Basta, basta con quest’uffficiale. Tra poco mi libero di questa divisa!

Il dottor Hinkfuss: (rivolgendosi al Primo Attore, che ha già ritirato la testa) Ma scusi, perché interloquisce lei?

Il primo attore: (cacciando fuori di nuovo la testa) Perché mi irrita questa qualifica, e per mettere le cose a posto: non sono ufficiale di carriera.

Ritira di nuovo il capo.

Il dottor Hinkfuss: L’aveva fatto notare fin da principio. Basta.

Rivolgendosi al Giovane Spettatore:

Scusi tanto! Diceva il signore ...?

Il giovane spettatore: (intimidito e imbarazzato). Ma... niente... Dicevo che... che anche di là, nel ridotto, codesto signor Verri ha dimostrato il suo cattivo umore e che... e che pare cominci a essere stufo piú d’un po’ dello scandalo che dànno quelle signorine e la... signora madre...

Il dottor Hinkfuss: Sí, sí, va bene; ma anche questo s’era potuto vedere fin da principio. Grazie a ogni modo.

Si sente dietro il sipario il pianoforte che suona l’aria di Siebel nel « Faust » di Gounod: « Le parlate d’amor - o cari fior... »

Ecco: già il pianoforte: tutto pronto.

Scosta un po’ il sipario e ordina nell’interno del palcoscenico.

Gong

Al colpo di gong ridiscende alla sua Poltrona, e si riapre il sipario.

III

A destra, in fondo, lo scheletro d’una parete vetrata, con uscio in mezzo, per modo che di là da esso si intravveda anche l’anticamera, ma appena, con qualche sapiente tocco di colore e qualche lampada accesa. A metà della scena, altro scheletro di parete, anch’esso con uscio in mezzo, aperto, il quale dal salotto, che resta a destra, immette nella sala da pranzo, accennata sommariamente, con una credenza pretenziosa e una tavola coperta da un tappeto rosso, su cui pende dal soffitto una lampada, ora spenta, con un enorme paralume a campana d’un bel colore arancione e verde. Sulla credenza ci sarà, tra l’altro, una bugia di metallo con la candela, una scatola di fiammiferi e un tappo di bottiglia, di sughero. Nel salotto, oltre il pianoforte, un divano, qualche tavolinetto, seggiole.

Aperto il sipario, si vedrà Pomàrici che seguita a sonare seduto al pianoforte, e Nenè che balla a quel suono con Sarelli, come Dorina con Nardi, a passo di walzer. Rientrano adesso dal teatro. La signora Ignazia ha legato intorno alla faccia un fazzoletto di seta nera, ripiegato a fascia, per un mal di denti che le è sopravvenuto. Rico Verri è corso a una farmacia notturna in cerca d’una medicina che glielo faccia passare. Mommina è seduta accanto alla madre, sul divano, presso al quale è anche Pometti. Totina è di là (fuori-scena) con Mangini.

Mommina: (alla madre, mentre Pomàrici suona e le due coppie ballano) Ti fa molto male?

E le avvicina una mano alla guancia.

La signora Ignazia: Arrabbio! Non mi toccare!

Pometti: Verri è già corso alla farmacia: sarà qui a momenti.

La signora Ignazia: Non gli apriranno! Non gli apriranno!

Mommina: Ma hanno l’obbligo d’aprire: farmacia notturna!

La signora Ignazia: Già! Come se non sapessi in che paese viviamo! Ahi! Ahi! Non mi fate parlare; arrabbio! Capaci di non aprirgli, se sanno che è per me!

Pometti: Oh, vedrà che Verri si farà aprire! Capace anche lui di buttare la porta a terra!

Nenè: (placida, seguitando a ballare) Ma sí, stai sicura, mammà!

Dorina: (c.s..) Figurati se non gli aprono! Se ci si mette, è piú bestia di loro!

La signora Ignazia: No no, poverino, non dite cosí. È tanto buono! È corso subito.

Mommina: Mi pare! Lui solo. Mentre voi state a ballare.

La signora Ignazia: Lasciale, lasciale ballare! Tanto, il dolore non mi passa, se mi stanno attorno a domandarmi come sto.

A Pometti:

È la furia, la furia che mi mette nel sangue questa gente, la cagione di tutti i miei mali.

Nenè: (smettendo di ballare e accorrendo alla madre, tutta accesa della proposta che vuol fare) Mammà, e se tu dicessi l’Ave Maria come l’altra volta?

Pometti: Ecco già! Benissimo!

Nenè: (seguitando) Sai che, dicendola, il dolore ti passò!

Pometti: Si provi, signora, si provi!

Dorina: (mentre seguita a ballare) Sí sí, dilla, dilla, mammà! Vedrai che ti passa.

Nenè: Già! ma voi smettete di ballare!

Pometti: Certo! E anche tu di sonare, oh! Pomàrici.

Nenè: La mamma dirà l’Ave Maria come l’altra volta!

Pomàrici:  (levandosi dal pianoforte e accorrendo). Ah, brava, sí! Vediamo, vediamo se il miracolo si ripete.

Sarelli: La dica in latino, in latino, signora Ignazia!

Nardi: Certo! Farà piú effetto.

La signora Ignazia: Ma no, lasciatemi stare! Che volete che dica!

Nenè: Hai la prova dell’altra volta, scusa! Ti passò!

Dorina: Al bujo! Al bujo!

Nenè: Raccoglimento! Raccoglimento! Pomàrici, spenga la luce!

Pomàrici: Ma Totina dov’è?

Dorina: È di là con Mangini. Non pensi a Totina e spenga la luce!

La signora Ignazia: Nient’affatto! Ci vorrà almeno una candela. E le mani a posto! E Totina venga qua.

Mommina: (chiamando) Totina! Totina!

Dorina: La candela è di là!

Nenè: Va’ a prenderla tu; io vado a prendere la statuina della Madonna!

Via di corsa per il fondo: mentre Dorina va nella sala da pranzo con Nardi a prendere la candela sulla credenza. Prima d’accenderla, al bujo Nardi abbraccia forte forte Dorina e le dà un bacio in bocca.

La signora Ignazia: (gridando dietro a Nenè che è scappata via) Ma no, lascia! Non c’è bisogno! Che statuina! Se ne può fare a meno!

Pomàrici: (c.s.). Faccia venire qua Totina piuttosto!

La signora Ignazia: Sí sí, Totina qua! subito qua !

Pometti: Un tavolinetto che faccia da altarino!

E lo va a prendere.

Dorina: (rientrando con la candela accesa, mentre Pomàrici spegne la luce). Ecco qua la candela!

Pometti: Qua sul tavolino!

Nenè: (dal fondo, con la statuina della Madonna) Ed ecco la Madonna!

Pomàrici: E Totina?

Nenè:  Ora viene ora viene! Non secchi lei, con Totina!

La signora Ignazia: Ma si può sapere che fa di là?

Nenè: Niente, prepara una sorpresa, ora vedrete!

Poi, invitando tutti col gesto:

Qua dietro, qua dietro tutti, e attorno! Raccogliti, mammà!

Quadro. Nel bujo appena allargato da quel lume tremolante di candela, il Dottor Hinkfuss ha preparato un delicatissimo effetto: la soffusione d’una soavissima « luce di miracolo » (luce psicologica), verde, quasi emanazione della speranza che il miracolo si compia. Questo, appena la signora Ignazia, davanti alla Madonnina posata con la candela sul tavolinetto, si metterà a recitare a mani giunte, con lenta e profonda voce, le parole della preghiera, quasi aspettandosi che, dopo ognuna, le debba passare il dolore.

La signora Ignazia: Ave Maria, gratia plena, Dominus tecum...

D’improvviso, un tuono e il guizzo diabolico d’un violentissimo lampo rosso fracassa tutto. Totina, vestita da uomo, con la divisa d’ufficiale di Mangini, entra cantando, seguíta da Mangini che ha indossato una lunghissima veste da camera del signor Palmiro. Il tuono diventa subito la voce di Totina che canta; come il lampo rosso, la luce che Mangini ridà al salotto, entrando.

Totina: « Le parlate d’amor—o cari fior... »

Grido unanime, altissimo, di protesta.

Nenè: Sta zitta, stupida!

Mommina: Ha guastato tutto!

Totina: (stordita) Che cos’è?

Dorina: La mamma stava recitando l’Ave Maria.

Totina: (a Nenè) Potevi dirmelo!

Nenè: Già! Dovevo figurarmi che tu dovessi piombare proprio in questo momento!

Totina: Ero già bell’e vestita, quando sei entrata a prendere la Madonnina!

Nenè: E dunque potevi immaginartelo!

Dorina: Basta! Basta! Che si fa adesso?

Pomàrici: Si ripiglia ! si ripiglia!

La signora Ignazia (balorda, in attesa, come se già avesse il miracolo in bocca). No... Aspettate... Io non so...

Mommina: (felice) T è passato?

La signora Ignazia: (c.s.) Non so... sarà stato il diavolo... o la Madonna...

Strizza tutta la faccia per una nuova fitta del male.

No no... ahi... di nuovo... che passato! Ahiii... Dio, che spasimo...

D’un tratto vincendosi, pestando un piede, impone a se stessa:

No! Non gliela voglio dar vinta! Cantate, cantate, figliuole! Cantate, figliuoli! Fatemi questo piacere, cantate, cantate! Guai a me, se m’avvilisco sotto questo porco dolore! Su, su, Mommina: «Stride la vampa»!

Mommina: (mentre tutti gridano applaudendo: «Sí, sí! Benissimo! Il coro del “Trovatore”!»). No, no, mammà, io non mi sento! no!

La signora Ignazia: (pregando con rabbia). Fammi questa carità, Mommina! È per il mio dolore!

Mommina: Ma se ti dico che non mi sento!

Nenè: Eh via! Contentala una volta!

Totina: Ti dice che non vuole avvilirsi sotto il dolore!

Sarelli e Nardi: — Sí, sí, via! — La contenti, signorina!

Dorina: Dio, come ti fai pregare!

Nenè: Ti figuri che non lo supponiamo perché non vuoi piú cantare?

Pomàrici: Ma no, la signorina canterà!

Sarelli: Se è per Verri, non dubiti che penseremo noi a tenerlo a posto!

Pomàrici: Cantando le giuro che il dolore le s’incanta.

La signora Ignazia: Sí, sí, fallo, fallo per la tua mamma!

Pometti:  Che coraggio questa nostra Generala!

La signora Ignazia: Tu Totina, Manrico eh ?

Totina: S’intende! Sono già vestita!

La signora Ignazia: Fatele i baffi, fatele i baffi a questa figliuola!

Pometti: Ecco, sí, glieli faccio io!

Pomàrici: No! Se permetti, glieli faccio io!

Nenè: Qua c’è il tappo di sughero, Pomàrici! Corro a prenderle un gran cappello piumato! E un fazzoletto giallo e un scialle rosso per Azucena!

Scappa per il fondo, e ritorna poco dopo con quanto ha detto.

Pomàrici: (a Totina, mentre le fa i baffi) E stia un po’ ferma, per piacere!

La signora Ignazia: Benissimo! Mommina, Azucena...

Mommina: (ormai quasi tra sé, senza piú forza d’opporsi) No, io no...

La signora Ignazia:(seguitando) ... Totina, Manrico...

Sarelli: — e noi tutti, il coro degli zingari!

La signora Ignazia: (accennandolo)

«All’opra, all’opra! Dàgli. Martella.

Chi del gitano la vita abbella?»

Lo domanda, cantando ad alcuni che restano a guardarla, non sapendo se lo domandi sul serio o per ischerzo; e allora, rivolgendosi ad altri, ridomanda:

«Chi del gitano la vita abbella?»

ma anche questi altri la guardano come i primi; non ne può piú dal dolore e, arrabbiatissima, ridomanda a tutti, per avere la risposta:

«Chi del gitano la vita abbella?»

Tutti: (comprendendo alla fine, intonano la risposta)

«La zingarèèèè—eeeèlla! »

La signora Ignazia:(prima rifiatando, per essere stata finalmente compresa) Ahhh!

poi, mentre gli altri tengono la nota, tra sé, storcendosi dal dolore:

Mannaggia! mannaggia! Non resisto piú! — Forza! Forza, figliuoli, presto, cantate!

Pomàrici: Ma no, aspettate, santo Dio, che abbia finito.

Dorina: Ancora ? Basta così !

Sarelli: Sta benissimo!

Nenè: Un amore! Il cappello adesso! il cappello!

Glielo dà e si rivolge a Mommina: E tu, senza storie! Il fazzoletto in capo!

E tu, senza storie! Il fazzoletto in capo!

A Sarelli:

Glielo leghi dietro!

Sarelli eseguisce.

E lo scialle addosso, cosí!

Dorina: (con una spinta a Mommina che resta inerte) Ma muoviti!

Pomàrici: Oh, ma ci vorrebbe qualcosa da battere!

Nenè: Ho trovato! Le vaschette d’ottone!

Va a prenderle dalla credenza nella sala da pranzo; ritorna e le distribuisce.

Pomàrici: (andando al pianoforte). Ecco, attenti! Attacchiamo da capo! «Vedi le fosche notturne spoglie...»

Si mette a sonare il coro degli zingari, con cui comincia il secondo atto del «Trovatore».

Coro: (all’attacco)

     «Vedi le fosche notturne spoglie

     de’ cieli sveste l’immensa volta:

     sembra una vedova che alfin si toglie

     i bruni panni ond’era involta.»

Poi, picchiando le vaschette:

«a All’opra, all’opra! Dàgli. Martella.

Chi del gitano la vita abbella?»

Tre volte:

«La zingarella!»

Pomàrici: (a Mommina) Ecco, attenta, signorina! A lei! E voi tutti attorno!

Mommina: (facendosi avanti)

     «Stride la vampa! la folla indomita

     corre a quel foco, lieta in sembianza!

     Urli di gioja intorno echeggiano:

     cinta di sgherri donna s'avanza.»

Mentre gli altri cantano, prima a coro e ora Mommina a solo, la signora Ignazia, seduta su una seggiola, agitandosi come un'orsa, pestando ora una cianca e ora l'altra, borbotterà in cadenza, come se dicesse in suo suffragio una litania:

La signora Ignazia: Ah Dio, sto morendo! Ah Dio, sto morendo! Penitenza dei miei peccati! Dio, Dio, che spasimo! Forza, Dio, colpiscimi! E fai soffrire me sola! Scontare a me sola, Dio, lo spasso delle mie figliuole! Cantate, cantate, sí sí, godete, figliuole! lasciate arrabbiare me sola per questo dolore ch'è penitenza di tutti i miei peccati! Io vi voglio contente, festanti, festanti, cosí! — Sí, dàgli, martella, addosso a me! a me soltanto, Dio, e lascia godere le mie figliuole! — Ah Dio, la gioia che non potei avere io — mai, mai, Dio, mai, mai — voglio che l'abbiano le mie figliuole! — Debbono averla! debbono averla! Sconto io, sconto io per loro, anche se mancano, Dio, ai tuoi santi comandamenti.

E intona con gli altri, mentre le lagrime le grondano dagli occhi:

La zingarèèèè - eeeèllaaa!... — Silenzio! Ora canta Mommina, voce di cartello!... La vampa, sí! — Ah... ce l'ho io in bocca, la vampa... Lieta, sí, lieta in sembianza...

Sopravviene a questo punto dal fondo Rico Verri. Resta dapprima sospeso, come se lo sbalordimento spalanchi davanti alla sua ira un precipizio; poi spicca un salto e s'avventa contro Pomàrici; lo strappa al seggiolino del pianoforte e lo scaraventa a terra, gridando:

Rico Verri: Ah, perdio! Cosí vi fate beffe di me?

Succede in prima uno sbalordimento in tutti, che si esprime con qualche sciocca esclamazione incongrua.

Nenè: Ma guarda che modi!

Dorina: È pazzo ?

Poi, un parapiglia, col rialzarsi di Pomàrici che si avventa su Verri, mentre gli altri si fanno in mezzo, a dividerli e trattenerli, parlando tutti simultaneamente, in gran confusione.

Pomàrici: Mi risponderai di quello che hai fatto!

Verri: (respingendolo violentemente). Non ho ancora finito!

Sarelli e Nardi: — Ci siamo anche noi! — Ne risponderai a tutti!

Verri: A tutti, a tutti! Son buono da rompervi il grugno a quanti siete!

Totina: Chi l'ha fatto padrone in casa nostra?

Verri: Mi si manda a prendere la medicina...

La signora Ignazia: ... la medicina: e poi ?

Verri: (indicando Mommina). — me la fate trovare mascherata cosí!

La signora Ignazia: Lei va subito via dalla mia casa!

Mommina: Io non volevo, non volevo! L’ho detto a tutti che non volevo!

Dorina: Ma guarda che s'ha da vedere! Questa stupida che si scusa!

Nenè: S'approfitta che non abbiamo un uomo in casa che lo cacci via a pedate per come si merita!

La signora Ignazia: (a Nenè) Va a chiamar tuo padre, subito! Salti il letto e venga qua, subito!

Sarelli: Ma s’è per questo, possiamo cacciarlo via noi!

Nenè: (correndo a chiamare il padre). Papà! Papà!

Via.

Verri: (a Sarelli) Voi? Voglio vedervi! Cacciatemi via!

A Nenè che corre:

Chiami, sí, chiami papà: rispondo al capo di casa di quello che faccio! se pretendo da costoro il rispetto per voi tutte!

La signora Ignazia: Chi glien’ha dato l’incarico? Come osa pretenderlo?

Verri: Come, la signorina lo sa!

Indica Mommina.

Mommina: Ma non cosí, con la violenza!

Verri: Ah, è mia la violenza? Non degli altri su lei?

La signora Ignazia: Le ripeto che non voglio saper nulla. Quella è la porta: via!

Verri: No. Questo non me lo deve dir lei.

La signora Ignazia: Glielo dirà anche mia figlia! E del resto la padrona, a casa mia, sono io!

Dorina: Glielo diciamo noi tutte!

Verri: Non basta! Se la signorina è con me! Io sono qua il solo che abbia intenzioni oneste!

Sarelli: Ma guarda, oneste!

Nardi: Qua non si fa nulla di male!

Verri: La signorina lo sa!

Pomàrici: Buffone!

Verri: Buffoni vojaltri!

Brandendo una seggiola:

E guardatevi bene dall'intromettervi ancora, o finisce male ora stesso!

Pometti: (ai compagni). Via, via, andiamo, ritiriamoci!

Dorina: Ma no! Perché ?

Totina: Non ci lascerete sole! Non è mica lui il padrone in casa nostra!

Verri: Non ti buttar malato, tu, Nardi, domani! Ci rivedremo!

Nenè: (rientrando, in grande ansia) Papà non è in casa!

La signora Ignazia: Non è in casa?

Nenè: L'ho cercato da per tutto! Non si trova!

Dorina: Ma come? Non è rientrato?

Nenè: Non è rientrato!

Mommina: E dove sarà?

La signora Ignazia: Ancora fuori, a quest’ora?

Sarelli: Sarà tornato al Cabaret!

Pomàrici: Signora, noi ce n'andiamo.

La signora Ignazia: Ma no, aspettate...

Mangini: Per forza! Aspettate! Non posso mica venir via cosí!

Totina: Ah già! Scusi. Non pensavo piú d'avere indosso la sua divisa. Vado subito a levarmela.

Scappa via.

Pomàrici: (a Mangini) Aspetta tu, che la signorina te la ridia: noi intanto ce n'andiamo.

La signora Ignazia: Ma scusate, non vedo...

Verri: Vedono, vedono loro; se non vuole veder lei!

La signora Ignazia: Io torno a dirle che deve andar via lei! non loro, ha capito?

Verri: No, signora: loro! Perché di fronte alla serietà del mio proposito, sanno che ormai non c'è piú posto qua per il loro indegno scherzo.

Pomàrici: Sí, sí, lo vedrai domani come scherziamo noi!

Verri: Non mi par l'ora di vederlo!

Mommina: Per carità, per carità, Verri!

Verri: (fremendo) Lei non stia a pregar nessuno!

Mommina: No, non prego! Voglio dire soltanto che la colpa è mia, che mi sono arresa! Non dovevo, sapendo che lei...

Nardi: ... da siciliano serio, non poteva piú stare allo scherzo!

Sarelli: Ma non ci stiamo piú neanche noi, ora!

Verri: (a Mommina, come Prima Attrice, uscendo spontaneamente dalla sua parte, con la stizza del Primo Attore tirato a dire quello che non vuole) Benissimo! È contenta?

Mommina: (da Prima Attrice, sconcertata). Di che?

Verri: (come sopra) D'aver detto quello che non doveva! Che c'entrava quest'incolparsi, cosí all'ultimo?

Mommina: (c.s.) M'è venuto spontaneo...

Verri: E intanto ha fatto riprender ansa a costoro! Devo essere io l'ultimo a gridare che l'hanno a che fare con me, tutti quanti!

Mangini: Anch'io, cosí in veste da camera?

si scoscia goffamente per mettersi in guardia:

Pronto! Oplà!

Nenè e Dorina: (ridendo e battendo le mani) Benissimo! Bravissimo!

Verri: (c.s. indignato) Ma che bravissimo! Scempiaggini! Cosí si guasta tutta la scena! E non la finiamo piú.

Il dottor Hinkfuss: (sorgendo dalla sua poltrona) Ma no, perché? Filava tutto cosí bene! Avanti, avanti!

Si comincia a sentir picchiare sempre piú forte, nell'interno, in fondo, come all'uscio di strada.

Mangini: (scusandosi) Mi trovo in veste da camera, può anche venirmi di scherzare!

Nenè: Ma naturalmente!

Verri: (sdegnoso, a Mangini) Vada a giocare alla morra lei! Non venga qua a recitare!

Mommina: Se il signor...

dirà il nome del Primo Attore

vuol rappresentare lui solo la sua parte e noi niente, lo dica e ce n'andiamo via tutti!

Verri: No, me ne vado io, invece, se gli altri vogliono fare a modo loro e come loro accomoda; anche a sproposito.

La signora Ignazia: Ma è venuta cosí bene e opportuna, santo cielo, quell'implorazione della signorina: «La colpa è mia, che mi sono arresa!».

Pomàrici: (a Verri) Oh sa, ci siamo infine anche noi!

Sarelli: Dobbiamo vivere anche noi le nostre parti!

Nardi: Vuol fare bella figura lui solo! Ognuno deve dire la sua!

Il dottor Hinkfuss: (gridando) Basta! Basta! Si prosegua la scena! Mi pare che sia proprio lei adesso, signor...

il nome del Primo Attore

a guastar tutto!

Verri: No, non io, prego! Io vorrei anzi che parlasse chi deve, e mi rispondesse a tono!

Allude alla Prima Attrice.

Tre ore che mi batto a ripetere «la signorina lo sa! la signorina lo sa!» e la signorina non trova una parola per sostenermi! Sempre con codesto atteggiamento da vittima!

Mommina: (esasperata, quasi fino a piangere) Ma sono, sono la vittima! vittima delle mie sorelle, della casa, di lei; vittima di tutti!

A questo punto, tra gli attori che parlano alla ribalta rivolti al Dottor Hinkfuss, si fa largo il vecchio Attore Brillante, ossia «Sampognetta», con un viso da morto, le mani insanguinate sul ventre ferito di coltello, e insanguinati anche il panciotto e i calzoni.

Sampognetta: Ma insomma, signor Direttore, io picchio, picchio, picchio, cosí tutto insanguinato; ho le budella in mano; devo venire a morir sulla scena, che non è facile per un attore brillante; nessuno mi fa entrare; trovo qua lo scompiglio; gli attori smontati; mancato l'effetto che mi ripromettevo di cavar fuori dalla mia entrata, perché, pur cosí grondante sangue e moribondo, sono anche ubriaco; domando a lei come si rimedia adesso!

Il dottor Hinkfuss: Ma è subito fatto. S appoggi alla sua chanteuse: dov'è?

La chanteuse: Sono qua.

Uno degli avventori del cabaret: E ci sono anch’io a sorreggerlo.

Il dottor Hinkfuss: Va bene, lo sorregga!

Sampognetta: Avevo le scale da fare, portato in collo da tutt'e due...

Il dottor Hinkfuss: Supponga d'averle fatte, santo Dio! — E voi tutti, a posto! E levate le disperazioni! — Possibile, affogare cosí in un bicchier d'acqua?

Ritorna alla sua poltrona, brontolando:

Per uno sciocco puntiglio senza ragione!

Si riprende la scena.

Il signor Palmiro compare dal fondo, sostenuto dalla Chanteuse da una parte e dall'Avventore del Cabaret dall'altra.

Subito appena la moglie e le figlie lo vedono, alzano le grida. Ma il vecchio Attore Brillante è smontato e le lascia sfogare per un pezzo, con un sorriso di sopportazione sulle labbra e con l'aria di dire: «Quando avrete finito voi, parlerò io». Alle domande angosciose da cui è affollato, lascia che rispondano un po' la Chanteuse, un po' l'Avventore del Cabaret, benché vorrebbe che stessero zitti, in attesa della risposta vera che si riserva di dar lui alla fine. Gli altri, nel vederselo davanti con quell'aria scanzonata, non sanno dove voglia andare a parare, e seguitano alla meglio le loro parti.

La signora Ignazia: Ah Dio, ch è stato?

Mommina: Papà! Papà mio!

Nenè: Ferito ?

Verri: Chi l'ha ferito?

Dorina: Dov’è ferito? Dove?

L’avventore: Al ventre!

Sarelli: Di coltello?

La chanteuse: Squarciato! Ha perduto per via tutto il sangue!

Nardi: Ma chi è stato? Chi è stato?

Pometti: Al Cabaret ?

Mangini: Adagiatelo, per amor di Dio!

Pomàrici: Qua, qua sul divano!

La signora Ignazia: (mentre la Chanteuse e l'Avventore adagiano il signor Palmiro, sul divano) Era dunque tornato al Cabaret?

Nenè: Ma non pensare al Cabaret, adesso, mammà! Non vedi com'è?

La signora Ignazia: Eh, mi vedo entrare in casa... e guarda, guarda là, come se la tiene stretta! — Chi è?

La chanteuse: Una donna, signora, che ha piú cuore di lei!

L’avventore del cabaret: Pensi, signora, che suo marito, qua, sta morendo!

Mommina: Ma com'è stato? Com’è stato?

L’avventore del cabaret: Ha voluto prendere le difese di lei...

indica la Chanteuse.

La signora Ignazia: (con un ghigno) - ecco eh già! il cavaliere!

L’avventore del cabaret: (seguitando). — è nata una lite... -

La chanteuse: — e quell’assassino... -

L’avventore del cabaret: — ha lasciato lei e s’è rivoltato contro di lui!

Verri: Dica un po', l'hanno preso?

L’avventore del cabaret:. No, è fuggito, minacciando, col coltello in mano

Nardi: Ma si sa almeno chi è?

L’avventore del cabaret:. (indicando la Chanteuse) Lei lo sa bene...

Sarelli: Il suo amante ?

Chanteuse: Il mio carnefice. Il mio carnefice!

L’avventore del cabaret:. Voleva fare un macello!

Nenè: Ma bisogna mandar subito per un medico!

Sopravviene Totina ancora mezza discinta.

Totina: Ch'è stato? ch'è stato? Oh Dio, papà? Chi l'ha ferito?

Mommina: Parla, parla di' almeno qualche cosa, papà!

Dorina: Perché ci guardi così?

Nenè: Guarda e sorride.

Totina: Ma dov'è stato? Com'è stato?

La signora Ignazia: (a Totina). Al Cabaret! Eh, non vedi?

Indica la Chanteuse.

Sfido!

Nenè: Un medico! Un medico! Non lo lasceremo morire cosí...

Mommina: Chi corre, chi corre a chiamarlo?

Mangini: Andrei io, se non fossi cosí...

mostra la veste da camera.

Totina: Ah, già, vada, vada a prendere la sua divisa: è di là.

Nenè: Lei, Sarelli, per carità!

Sarelli: Sí, sí, corro io, corro io.

Via, dal fondo, col Mangini.

Verri: Ma com'è che non dice nulla?

Allude al signor Palmiro.

Dovrebbe pur dire qualche cosa...

Totina: Papà! Papà!

Nenè: Seguita a guardare e a sorridere.

Mommina: Siamo qua tutte attorno a te, papà!

Verri: Possibile che voglia morire senza dir nulla?

Pomàrici: Comodo! Se ne sta h, né morto né vivo. Che aspetta?

Nardi: Io non so piú che altro aggiungere! Sarelli è corso per il medico, beato lui! e Mangini per la sua divisa...

La signora Ignazia: (al marito) Parla! Parla! Non sai dir nulla? Se avessi obbedito... pensato che avevi quattro figliuole, a cui ora può anche venire a mancare il pane!

Nenè: (dopo avere atteso un po', con tutti) Niente. Eccolo là. Sorride.

Mommina: Non è naturale.

Dorina: Tu non puoi sorridere cosí, papà, guardando noi! Ci siamo anche noi!

L’avventore del cabaret:. Forse perché ha bevuto un po'...

Mommina: Non è naturale! Quand'uno ha bevuto, se ha il vino triste, sta zitto: ma se fa tanto di mettersi a ridere, parla! Non dovrebbe ridere allora!

La signora Ignazia: Si può sapere almeno perché sorridi così.

Ancora una volta restano tutti sospesi in una breve pausa d'attesa.

Sampognetta: Perché mi compiaccio di come siete tutti più bravi ai me.

Verri: (mentre gli altri si guardano negli occhi, d'un tratto freddati nel loro giuoco). Ma che dice?

Sampognetta: (rizzandosi a sedere sul divano). Dico che io, cosí, senza sapere come sono entrato in casa, se nessuno è venuto ad aprirmi, dopo aver tanto picchiato alla porta —

Il dottor Hinkfuss: (levandosi dalla poltrona, adiratissimo) Ancora? Daccapo?

Sampognetta:... non riesco a morire, signor Direttore; mi viene da ridere, vedendo come tutti son bravi, e non riesco a morire. La cameriera

si guarda in giro

— dov'è? non la vedo — doveva correre ad annunziare: «Oh, Dio, il padrone! oh Dio, il padrone! lo portano su ferito!».

Il dottor Hinkfuss: Ma che va piú contando adesso? Non s'era già data per avvenuta la sua entrata in casa?

Sampognetta: E allora, scusi, tanto vale che mi dia anche per morto e non se ne parli piú.

Il dottor Hinkfuss: Nient’affatto! Lei deve parlare, far la scena, morire!

Sampognetta: E va bene! Ecco fatta la scena:

s'abbandona sul divano sono morto!

Il dottor Hinkfuss: Ma non cosí!

Sampognetta: (sorgendo in piedi e venendo avanti) Caro signor Direttore, venga su e finisca d'ammazzarmi lei, che vuole che le dica? le ripeto che cosí, da me, io non riesco a morire. Non sono mica una fisarmonica, scusi, che s'allarga e si stringe e, a pigiar sui tasti, vien fuori la sonatina.

Il dottor Hinkfuss: Ma i suoi compagni —

Sampognetta: (pronto) — sono piú bravi di me; l’ho detto e me ne sono compiaciuto. Io non posso. Per me l'entrata era tutto. Lei l'ha voluta saltare... Avevo bisogno, per montarmi, di quel grido della cameriera. E la Morte doveva entrare con me, presentarsi qua tra la baldoria svergognata di questa mia casa: la Morte ubriaca, com'avevamo stabilito: ubriaca d'un vino che s'era fatto sangue. E dovevo parlare, sí, lo so; attaccare io a parlare tra l'orrore di tutti — io — prendendo coraggio dal vino e dal sangue, appeso a questa donna

si tira accanto la Chanteuse e le s'appende con un braccio al collo

— cosí! — e dir parole insensate, sconnesse e terribili, per quella moglie, per le mie figliuole, e anche per questi giovani, a cui dovevo dimostrare che se ho fatto la figura del grullo è perché loro sono stati cattivi: cattiva moglie, cattive figliuole, cattivi amici; e non io grullo, no; io solo, buono; e loro, cattivi; io solo, intelligente; e loro stupidi; io, nella mia ingenuità; ed essi, nella loro bestialità perversa; sí, sí;

arrabbiandosi, come se qualcuno lo contraddicesse:

intelligente, intelligente, come sono intelligenti i bambini (non tutti; quelli che crescono tristi tra la bestialità dei grandi). Ma dovevo dir queste cose da ubriaco, in delirio; e passarmi le mani insanguinate sulla faccia — cosí — e sporcarmela di sangue

domanda ai compagni:

— s'è sporcata?

e come quelli gli fanno cenno di sí:

— bene —

e riattacca:

— e atterrirvi e farvi piangere — ma piangere davvero - col fiato che non trovo piú, appuntando le labbra cosí —

si prova a formare un fischio che non viene: fhhh, fhhh

— per fare la mia ultima fischiatina; e poi, ecco

chiama a sé l'Avventore del Cabaret:

— vieni qua anche tu —

gli s'appende al collo con l'altro braccio:

cosí — tra voi due — ma piú accosto a te, bella mia - come fanno presto gli uccellini — chinare il capo — e morire.

China il capo sul seno della Chanteuse; allenta poco dopo le braccia; casca a terra, morto.

La chanteuse: Oh Dio,

cerca di sostenerlo, ma poi lo lascia andare

è morto! è morto!

Mommina: (buttandosi su lui) Papà, papà mio, papà mio... E si mette a piangere davvero. Quest'impeto di vera commozione nella Prima Attrice provoca la commozione anche nelle altre attrici, che si buttano a piangere sinceramente anche loro. E allora il Dottor Hinkfuss sorge a gridare:

Il dottor Hinkfuss: Benissimo! Spegnere il quadro! Spegnere il quadro! — Bujo!

Si fa bujo.

Via tutti! — Le quattro sorelle e la madre, attorno alla tavola della sala da pranzo — sei giorni dopo — spento il salotto, luce alla lampada della sala da pranzo!

Mommina: (nel bujo) Ma signor Direttore, dobbiamo andare a vestirci di nero.

Il dottor Hinkfuss: Ah già! Di nero. Doveva abbassarsi il sipario dopo la morte. Non importa. Andate a vestirvi di nero. E s'abbassi il sipario. Luce alla sala!

Il sipario è abbassato. Si ridà luce alla sala. Il Dottor Hinkfuss sorride, dolente.

L'effetto è in parte mancato; ma prometto che s'otterrà domani sera, potentissimo. Capita, anche nella vita, signori, che un effetto preparato con diligenza, e su cui contavamo, venga sul meglio a mancare e seguano naturalmente i rimproveri alla moglie, alle figliuole: «Tu dovevi far questo» e «Tu dovevi dire così!». È vero che qui era un caso di morte. Peccato, che il mio bravo...

dirà il nome dell'Attore Brillante

si sia cosí impuntato sulla sua entrata! Ma l'attore è valente; saprà certo domani sera disimpegnarsi di questa scena a maraviglia. Scena capitale, signori, per le conseguenze che porta. L'ho trovata io; nella novella non c'è; e son certo anzi che l'autore non l'avrebbe mai messa, anche per uno scrupolo ch'io non avevo motivo di rispettare: di non ribadire, cioè, la credenza, molto diffusa, che in Sicilia si faccia tant'uso del coltello. Se l'idea di far morire il personaggio gli fosse venuta, l'avrebbe forse fatto morire d'una sincope o d'altro accidente. Ma voi vedete che altro effetto teatrale consegue una morte come io l'ho immaginata, col vino e il sangue e un braccio al collo di quella chanteuse. Il personaggio deve morire; la famiglia piombare per questa morte nella miseria; senza queste condizioni non mi par naturale che la figlia Mommina possa consentire a sposar Rico Verri, quell'energumeno, e resistere alle persuasioni contrarie della madre e delle sorelle, le quali han già chiesto informazioni nella vicina città sulla costa meridionale dell'Isola e saputo ch'egli è, sí, d'agiata famiglia, ma che il padre ha fama in paese d'usurajo e di uomo cosí geloso che in pochi anni fece morir la moglie di crepacuore. Come non si figura questa benedetta ragazza la sorte che l'attende? i patti, i patti a cui Rico Verri, sposandola per la picca di spuntarla contro quei suoi compagni ufficiali, si sarà arreso con quel padre geloso e usurajo, e quali altri patti avrà con se stesso stabiliti, non solo per compensarsi del sacrifizio che gli costa quel puntiglio, ma anche per rialzarsi di fronte ai suoi compaesani a cui è ben nota la fama che gode la famiglia della moglie? Chi sa come le farà scontare i piaceri che ha potuto darle la vita come finora l'ha vissuta in casa, con la sua mamma e le sue sorelle! Persuasioni, come vedete, validissime. La mia eccellentissima Prima Attrice, signorina..

dirà il nome della Prima Attrice

non è veramente del mio parere. Mommina è per lei la piú saggia delle quattro sorelle, la sacrificata, colei che ha sempre preparati per gli altri i divertimenti e non ne ha mai goduto se non a costo di fatiche, di veglie, di tormentosi pensieri; il peso della famiglia è tutto addosso a lei; e capisce tante cose, e prima di tutto che gli anni passano; e che il padre, con tutto quel disordine in casa, non ha potuto mettere nulla da parte; che nessun giovine del paese si prenderà mai in moglie qualcuna di loro; mentre il Verri, eh il Verri farà per lei, non uno, ma tre duelli con quegli ufficiali che subito, al primo colpo della sventura, si sono tutti squagliati: la passione dei melodrammi, in fondo, ce l'ha anche lei in comune con le sorelle: Raul, Ernani, don Alvaro...

« né toglier mi potrò

l'immagin sua dal cuor...»

tiene duro, e lo sposa.

Il Dottor Hinkfuss ha parlato, parlato per dar tempo alle attrici di rivestirsi di nero; ora non ne può piú: ha uno scatto; scosta un poco un'ala del sipario e grida dentro:

Ma insomma, questo gong? Possibile che non siano ancora pronte le signore attrici?

E aggiunge, fingendo di parlare con qualcuno dietro il sipario:

No? — Che altro c'è? — Che? Non vogliono piú recitare? — Come sarebbe a dire? — Col pubblico che aspetta? — Venga, venga avanti!

Si presenta il Segretario del Dottor Hinkfuss, tutto imbarazzato e smarrito.

Il segretario: Mah, dicono...

Il dottor Hinkfuss: Che dicono?

Il primo attore: (dietro il sipario, al Segretario) Parli, parli forte, gridi le nostre ragioni!

Il dottor Hinkfuss: Ah, ancora il signor...?

dirà il nome del Primo Attore; ma  verranno fuori del sipario anche gli altri attori e attrici, a cominciare dalla Caratterista che si toglierà la parrucca davanti al pubblico, come l'Attore Brillante. Il Primo Attore si sarà spogliato della divisa militare.

L’attrice caratterista: No no, siamo tutti, siamo tutti, signor Direttore!

La prima attrice: Cosí è impossibile andare avanti!

Gli altri: Impossibile! Impossibile!

L’attore brillante: Io ho finito la mia parte, ma eccomi qua —

Il dottor Hinkfuss: Si può sapere, in nome di Dio, che altro è successo?

Viene fuori, tranquilla, con effetto di doccia fredda, la fine della frase dell'Attore Brillante:

L’attore brillante: - solidale coi miei colleghi!

Il dottor Hinkfuss: Solidale? Che significa?

L’attore brillante: Che ce n andiamo via tutti, signor Direttore!

Il dottor Hinkfuss: Ve n’andate? Dove?

Alcuni: Via! Via!

Il primo attore: Se non se ne va via lei!

Altri: O via lei, o via noi!

Il dottor Hinkfuss: Via io? Come osate? A me, una simile intimazione?

Gli attori: - E allora, via noi! — Ma sí, via! via! — Finiamo di far le marionette! — Andiamo, andiamo via!

E si muovono concitatamente.

Il dottor Hinkfuss: (parandoli) Dove? Siete matti? Qua c'è il pubblico che ha pagato! Che volete farvene, del pubblico?

L’attore brillante: Lo decida lei! Noi le diciamo: O via lei, o via noi!

Il dottor Hinkfuss: Io torno a domandarvi che altro è successo?

Il primo attore: Che altro? Le par dunque poco quel ch'è successo?

Il dottor Hinkfuss: Ma non s era già tutto rimediato?

L’attore brillante: Come, rimediato?

L’attrice caratterista: Lei pretende che si reciti a soggetto —

Il dottor Hinkfuss: per come v’eravate impegnati!

L’attore brillante: Ah, ma non cosí, scusi, saltando le scene, comandando a bacchetta di morire —

L’attrice caratterista: - con la scena ripresa a mezzo e a freddo!

La prima attrice: Non si trovano piú le parole

Il primo attore: - ecco! come gli ho detto io in principio! — le parole bisogna che nascano!

La prima attrice: Ma è stato pur lei il primo, scusi, a non rispettare quelle che m'erano nate da un moto spontaneo!

Il primo attore: Ha ragione, sí! Ma la colpa non è mia!

Pomàrici: Già, ha cominciato proprio lui!

Il primo attore: Mi lasci dire! Non è mia la colpa: è di lui!

indica il Dottor Hinkfuss.

Il dottor Hinkfuss: Mia? come, mia? Perché?

Il primo attore: Perché è qua tra noi, col suo maledetto teatro che Dio lo sprofondi!

Il dottor Hinkfuss: Mio teatro? Ma siete ammattiti? Dove siamo? Non siamo a teatro?

Il primo attore: Siamo a teatro? Bene! Ci dia allora le parti da recitare —

La prima attrice: — atto per atto, scena per scena —

Nenè: — le battute scritte, parola per parola —

L’attore brillante: — e tagli, allora, sí, finché vuole; e ci faccia saltare, come vuole; ma a un punto segnato e stabilito avanti!

Il primo attore: Lei prima scatena in noi la vita

La prima attrice: - con tanta furia di passioni

L’attrice caratterista: — più si parla, più ci si monta, sa!—

Nenè:  — siamo tutte in subbuglio! —

La prima attrice: - tutte un fremito!

Totina: (indicando il Primo Attore). — io l'amrnazzerei! —

Dorina: — prepotente, che viene a dettar legge in casa nostra!

Il dottor Hinkfuss: Ma tanto meglio, tanto meglio cosí!

Il primo attore: Che tanto meglio, se poi pretende insieme che si stia attenti alla scena —

L’attore brillante: - che non venga a mancare quel tale effetto —

Il primo attore: - perché siamo a teatro! - Come vuole che pensiamo piú al suo teatro noi, se dobbiamo vivere? Vede che n'è seguíto? che ho pensato anch'io per un momento alla scena da finire come voleva lei, con l'ultima battuta per me e me la son presa a torto con la signorina

indica la Prima Attrice

che aveva ragione, sí, ragione, di pregare in quel punto —

La prima attrice: - ho pregato per lei!

Il primo attore: - ma sí, perfettamente

all’attore che ha fatto la parte di Mangini

come lei di scherzare con quella veste da camera — e le chiedo scusa: lo sciocco sono stato io che ho badato a lui

indica il Dottor Hinkfuss.

Il dottor Hinkfuss: Badi come parla, sa!

Il primo attore: (lo scarta, e si rivolge di nuovo, con foga, alla Prima Attrice) Non mi frastorni adesso! — Lei è veramente la vittima; vedo, sento che è piena della sua parte com'io della mia; soffro, a vedermela davanti

le prende la faccia tra le mani

con questi occhi, con questa bocca, tutte le pene dell'inferno; lei trema, muore di paura sotto le mie mani: qua c'è il pubblico che non si può mandar via; teatro no, non possiamo piú, né io né lei, metterci a fare adesso il solito teatro; ma come lei grida la sua disperazione e il suo martirio, ho anch'io da gridare la mia passione, quella che mi fa commettere il delitto: bene: sia qua, come un tribunale che ci senta e ci giudichi!

Di scatto, rivolgendosi al Dottor Hinkfuss:

Ma bisogna che lei se ne vada!

Il dottor Hinkfuss: (sbalordito). Io ?

Il primo attore: - sí - e che ci lasci soli! noi due soli!

Nenè: Benissimo!

L’attrice caratterista: A fare come sentono!

L’attore brillante: Ciò che nasce in loro - benissimo!

Tutti gli altri: (spingendo il Dottor Hinkfuss giú dal palcoscenico) Sí, sí, se ne vada! se ne vada!

Il dottor Hinkfuss: Mi cacciate via dal mio teatro?

L’attore brillante: Non c è piú bisogno di lei!

Tutti gli altri: (spingendolo ora per il corridojo) Vada via! Vada via!

Il dottor Hinkfuss: Questa è una soperchieria inaudita! Volete fare il tribunale?

Il primo attore: Il vero teatro!

L’attore brillante: Quello che lei butta all aria ogni sera, per far che ogni scena sia per gli occhi soltanto uno spettacolo!

L’attrice caratterista: Quando si vive una passione, ecco il vero teatro; e basta allora un cartellino!

La prima attrice: Non si può scherzare con le passioni!

Il primo attore: Manomettere tutto per ottenere un effetto, lo può fare soltanto con le farsette!

Tutti gli altri: Via! Via!

Il dottor Hinkfuss: Io sono il vostro direttore!

Il primo attore: La vita che nasce non la comanda nessuno!

L’attrice caratterista: Le deve obbedire lo stesso scrittore!

La prima attrice: Ecco, obbedire, obbedire!

L’attore brillante: E via chi vuol comandare!

Tutti gli altri: Via! Via!

Il dottor Hinkfuss: (con le spalle alla porta d'ingresso della sala) Protesterò! È uno scandalo! Sono il vostro diret...

È spinto fuori della sala. Intanto, il sipario è stato riaperto, sul palcoscenico sgombro e bujo; il Segretario del Dottor Hinkfuss, gli apparatori, gli elettricisti, tutto il personale di scena è venuto ad assistere allo straordinario spettacolo del Direttore del teatro cacciato via dai suoi attori.

Il primo attore: (alla Prima Attrice, invitandola a ritornare sul palcoscenico). Andiamo, andiamo, ritorniamo su, presto!

L’attrice caratterista: Faremo tutto da noi!

Il primo attore: Non ci sarà bisogno di nulla!

Pomàrici: Metteremo su da noi le scene —

L’attore brillante:  — bravi! e governerò io le luci!

L’attrice caratterista: No, meglio cosí, tutto sgombro e bujo! meglio cosí!

Il primo attore: Appena tanto di luce da isolare in questo nero le figure!

La prima attrice: E senza la scena ?

L’attrice caratterista: Non importa la scena!

La prima attrice: Nemmeno le pareti della mia carcere?

Il primo attore: Sí; ma che s'intravvedano appena —  là — un momento; se lei le tocca; e poi basta: bujo; da far capire, insomma, che non è piú lei, la scena, quella che comanda!

L’attrice caratterista: Basta che tu ti ci senta, figlia, dentro la tua carcere; apparirà, la vedranno tutti, come se l'avessi attorno!

La prima attrice: Ma bisogna che mi faccia almeno un po' il viso...

L’attrice caratterista: Aspetta! Ho un’idea! un’idea!

A un servo di scena:

Qua una sedia, subito!

La prima attrice: Che idea?

L’attrice caratterista: Vedrai!

Agli attori:

Voi intanto preparate, preparate, ma solo quel poco di cui non Si può fare a meno. Le sedioline delle due bimbe. E vedere se sono di là, già pronte.

Il servo di scena porta la sedia.

La prima attrice: Io dicevo, farmi la faccia...

L’attrice caratterista: (dandole la sedia) Sí, siedi qua, figlia mia.

La prima attrice: (perplessa, come smarrita). Qua?

L’attrice caratterista: Sí, qua, qua! e sentirai che strazio! — Corri, Nenè, va' a prendere la scatola del trucco, una tovaglietta... — Oh, badate! Con le camicine lunghe da notte, le bimbe!

La prima attrice: Ma che volete fare ? come ?

L’attrice caratterista: Lascia che ci pensiamo noi, io tua madre, e le tue sorelle: te la faremo noi la faccia! — Va', Nenè.

Totina: Prendi anche uno specchio!

La prima attrice: Ma anche I abito, allora!

Dorina: (a Nenè che già corre verso i camerini) Anche l'abito! anche l'abito!

La prima attrice: La gonna e la casacca; nel mio camerino!

Nenè fa cenno di sí col capo, e via per la sinistra.

L’attrice caratterista: Dev'essere strazio nostro, capisci? mio, di tua madre che sa che cos'è la vecchiaja — prima del tempo, figlia, invecchiarti —

Totina: —  e di noi che t'abbiamo ajutato a farti bella — ora, farti brutta —

Dorina: — sciuparti  —

La prima attrice: — darmi la condanna d aver voluto quell'uomo?—

L’attrice caratterista: — sí, ma con strazio, con strazio, la condanna—

Totina: — d'esserti staccata da noi —

La prima attrice: — ma non crediate per paura della miseria che ci attendeva, morto nostro padre — no! —

Dorina: — e perché, allora? per amore? ma davvero t'eri potuta innamorare d'un mostro come quello?

La prima attrice: — no; per gratitudine —

Totina: — di che ? —

La prima attrice: — d’aver creduto — lui solo — con tutto lo scandalo che s'era seminato —

Totina: — che una di noi si potesse ancora sposare?

Dorina: — sí, gran guadagno sposarlo! —

L’attrice caratterista: — che te n è venuto? — Ora — ora lo vedrai!

Nenè: (ritornando con la scatola del trucco, uno specchio, una tovaglietta, la gonna e la casacca) Ecco qua tutto! Non trovavo...

L’attrice caratterista: A me! a me!

Apre la scatola e comincia a truccare Mommina.

Alza la faccia. Oh figlia, figlia mia, sai quanti ancora dicono nel paese, come si dice d'una morta: «bella giovine che era! e il cuore che aveva!» — Spenta ora — cosí, ecco... cosí... cosí... la faccia, di chi non batte piú l'aria, né vede piú il sole —

Totina: — e le borse agli occhi, le borse agli occhi, ora —

L’attrice caratterista: — sí — ecco — cosí —

Dorina: — non molto! —

Nenè:  — ma no, anzi molto, molto—

Totina:  — gli occhi di chi morrà di crepacuore! —

Nenè: - e ora, qua su le tempie i capelli —

L’attrice caratterista: — sí sí —

Dorina: — non bianchi! non bianchi!

Nenè: — no, non bianchi —

La prima attrice: — cara mia Dorina...

Totina: — ecco — bene — cosí... — a poco piú di trent'anni —

L’attrice caratterista: — impolverati di vecchiaja! —

La prima attrice: — non vorrà piú nemmeno che me li pettini, i capelli!

L’attrice caratterista: (scompigliandoglieli) — e allora, aspetta: cosí... cosí...

Nenè: (porgendole lo specchio) E ora guardati!

La prima attrice: (subito allontanando con ambo le mani lo specchio) No! Li ha tolti via, via tutti gli specchi dalla casa. Sai dove mi son potuta ancora guardare? come un'ombra nei vetri, o deformata nel tremolare dell'acqua in una conca — e son rimasta allibita!

L’attrice caratterista: Aspetta, la bocca! la bocca!

La prima attrice: Sí — via tutto il rosso: non ho piú sangue nelle vene...

Totina: E le pieghe, le pieghe agli angoli...

La prima attrice: Anche qualche dente, a trent'anni, può essermi caduto...

Dorina: (in un impeto di commozione, abbracciandola) No no, Mommina mia, no, no!

Nenè: (quasi irosa, presa anche lei dalla commozione, scostando Dorina) Via il busto! Via il busto! Svestiamola!

L’attrice caratterista: No; soprammesse, soprammesse la gonna e la casacca!

Totina: Sí, benissimo; per parer piú goffa!

L’attrice caratterista: Ti scivoleranno le spalle, dietro, come a me vecchia—

Dorina: — ansante, andrai per casa —

La prima attrice:, — imbalordita dal dolore —

L’attrice caratterista: — strascicando i piedi —

Nenè: — carne inerte —

Ciascuna, dicendo la sua ultima battuta, si ritrarrà nel bujo, a destra. La Prima Attrice, rimasta sola, fra le tre nude pareti della sua carcere che, durante la truccatura e la vestizione, saranno state drizzate nel bujo della scena, verrà con la fronte a battere prima su quella di destra, poi su quella di fondo, poi su quella di sinistra. Al tocco della fronte, la parete si farà per un attimo visibile per un tagliente colpo di luce dall'alto, come un freddo guizzo di lampo, e tornerà a scomparire nel buio.

La prima attrice: (con lugubre cadenza, crescendo di profonda intensità, picchiando alle tre pareti la fronte, come in una gabbia una bestia impazzita). Questo è muro! — Questo è muro! — Questo è muro!

E andrà a sedere su la sedia con l’aria e l'atteggiamento di un'insensata. Resterà un pezzo cosí. Da destra dove si son ritratte nel buio la madre e le sorelle, sorgerà da quel bujo una voce: la voce della madre che dirà, come se leggesse una storia in un libro:

L’attrice caratterista: « — Fu imprigionata nella piú alta casa del paese. Serrata la porta, serrate tutte le finestre, vetrate e persiane: una sola, piccola, aperta alla vista della lontana campagna e del mare lontano. Di quel paese, alto sul colle, non poteva vedere altro che i tetti delle case, i campanili delle chiese: tetti, tetti che sgrondavano chi piú e chi meno, tesi in tanti ripiani, tegole, tegole, nient'altro che tegole. Ma solo la sera poteva affacciarsi a prendere un po' d'aria a quella finestra. »

Nella parete di fondo si fa trasparente una piccola finestra, come velata e lontana, da cui traspare un blando chiarore lunare.

Nenè: (dal bujo, piano, contenta, con tono di maraviglia infantile, mentre da lontano lontano s'udrà un suono fievole, come d'una serenata remota) Uh, la finestra, guarda, davvero la finestra...

L’attore brillante: (piano, dal bujo anche lui). Eh, c'era; ma chi l'ha illuminata?

Dorina: Zitti!

La prigioniera è rimasta immobile. La madre ripiglia a dire, sempre come se leggesse:

L’attrice caratterista: «Tutti quei tetti, come tanti dadi neri, le vaneggiavano sotto, nel chiarore che sfumava dai lumi delle strade anguste del paese in pendio; udiva nel silenzio profondo delle viuzze piú prossime qualche rumor di passi che facevano l'eco; la voce di qualche donna che forse aspettava come lei l'abbajare d'un cane e, con piú angoscia, il suono dell'ora dal campanile della chiesa piú vicina.

Ma perché séguita a misurare il tempo quell'orologio? A chi segna le ore? Tutto è morto e vano.

Dopo una pausa, si sentono cinque tocchi di campana, velati, lontani. Le ore. Compare, fosco, Rico Verri. Rincasa adesso. Ha il cappello in capo; il bavero del soprabito alzato, una sciarpa al collo. Guarda la moglie, là sempre immobile sulla sedia; poi guarda, sospettoso, la finestra.

Verri: Che stai a far lí?

Mommina: Niente. T’aspettavo.

Verri: Eri alla finestra?

Mommina: No.

Verri: Ci stai ogni sera.

Mommina: Questa sera, no.

Verri: (dopo aver buttato su una sedia il soprabito, il cappello, la sciarpa) Non ti stanchi mai di pensare?

Mommina: Non penso nulla.

Verri: Le bambine sono a letto?

Mommina: Dove vuoi che siano, a quest'ora?

Verri: Te lo domando per richiamarti all'unico pensiero che dovresti avere: quello di loro.

Mommina: Ho pensato a loro tutta la giornata.

Verri: E ora a che pensi?

Mommina: (comprendendo la ragione per cui con tanta insistenza le rivolge quella domanda, prima lo guarda con sdegno, poi, rimettendosi nell'atteggiamento d'apatica immobilità, gli risponde): D'andare a buttare a letto questa mia carne sfatta.

Verri: Non è vero! Voglio sapere a che pensi! A che hai pensato tutto questo tempo; aspettandomi?

Pausa d'attesa, poiché lei non risponde.

Non rispondi? Eh sfido! Non me lo puoi dire!

Altra pausa.

Dunque confessi?

Mommina: Che confesso ?

Verri: Che pensi a cose che non mi puoi dire!

Mommina: Te l'ho detto, a che penso: d'andare a dormire.

Verri: Con questi occhi, a dormire? con questa voce...? Vuoi dire, a sognare!

Mommina: Non sogno.

Verri: Non è vero! Sogniamo tutti. Non è possibile, dormendo, non sognare.

Mommina: Io non sogno.

Verri: Tu mentisci! Ti dico che non è possibile.

Mommina: E allora sogno; come vuoi tu

Verri: Sogni, eh?... Sogni... Sogni, e ti vendichi!  —Pensi e ti vendichi! — Che sogni? dimmi che sogni!

Mommina: Non lo so.

Verri: Come non lo sai?

Mommina: Non lo so. Lo dici tu che sogno. Tanto greve e il mio corpo e tanto stanca mi sento, che cado, appena a letto, in un sonno di piombo. Non so piú che voglia dire sognare. Se sogno e, svegliandomi, non ricordo piú i sogni che ho fatto, mi pare che sia lo stesso che non aver sognato. E forse è Dio che m'ajuta cosí!

Verri: Dio? T'ajuta Dio?

Mommina: Sí, a farmi sopportare questa vita, che aprendo gli occhi mi parrebbe piú atroce, se per poco nel sogno mi fossi illusa d'averne un'altra! Ma lo capisci, lo capisci, che vuoi da me? Tu morta mi vuoi; morta che non pensi piú; che non sogni piú... E ancora ancora, pensare, può dipendere dalla volontà; ma sognare (se sognassi) sarebbe senza volerlo, dormendo; come potresti impedirmelo?

Verri: (smaniando, agitandosi, lui, adesso, come una belva in gabbia) E questo! E questo! E questo! Serro porte e finestre, metto sbarre e spranghe, e che mi vale se è qua, qua dentro la stessa carcere, il tradimento? qua in lei, dentro di lei, in questa sua carne morta — vivo — vivo — il tradimento — se pensa, se sogna, se ricorda? Mi sta davanti; mi guarda — posso spaccarle la testa per vederle dentro, ciò che pensa? Glielo domando; mi risponde: «niente»; e intanto pensa intanto sogna, ricorda, sotto i miei stessi occhi, guardando me, e forse avendo un altro, dentro, nel suo ricordo come posso saperlo? come posso vederlo?

Mommina: Ma che vuoi che abbia piú dentro, se non sono più niente, non mi vedi? neanche un'altra, piú niente! Con l'anima spenta, che vuoi che ricordi piú?

Verri: Non dire cosí! Non dire cosí! Lo sai che è peggio quando dici cosí!

Mommina: Ebbene, no, non lo dico, non lo dico, stai tranquillo!

Verri: Anche se t'accecassi, ciò che i tuoi occhi hanno veduto, i ricordi, i ricordi che hai qua negli occhi, ti resterebbero nella mente; e se ti strappassi le labbra, queste labbra che hanno baciato, il piacere, il piacere, il sapore che hanno provato baciando, seguiteresti sempre a provarlo, dentro di te, ricordando, fino a morirne, fino a morirne di questo piacere! Non puoi negare; se neghi, mentisci; tu non puoi altro che piangere e spaventarti di quello ch'io soffro insieme con te, del male che hai fatto, che ti hanno indotto a fare tua madre e le tue sorelle; non lo puoi negare; l'hai fatto, l'hai fatto, questo male; e lo sai, lo vedi ch'io ne soffro, ne soffro fino a diventarne pazzo; senza colpa, per la sola pazzia che ho commessa, d'averti sposata.

Mommina: Pazzia, sí, pazzia; e sapendo com'eri, non dovevi commetterla...

Verri: Com'ero io? ah sí? com'ero io, dici? Sapendo com'eri tu, dovresti dire: la vita che avevi fatta con tua madre e le tue sorelle!

Mommina: Sí, sí, anche questo, anche questo! Ma pensa che t'accorgesti pure ch'io non approvavo la vita che si viveva a casa mia —

Verri: — se l'hai vissuta anche tu! —

Mommina: — per forza! ero là —

Verri: — e solo quando conoscesti me, non l'approvasti piú —

Mommina: — no, anche prima, anche prima! — tant'è vero che tu stesso mi credesti migliore — non ti dico questo per me, per accusare gli altri e scusare me, no; lo dico per te, perché tu abbia pietà, non di me, non di me, se per te è come una soddisfazione non averne, o anche mostrare agli altri di non averne; sii crudele, sii crudele con me; ma abbi pietà almeno di te stesso pensando che mi credesti migliore; che pure tra quella vita credesti di potermi amare —

Verri: — tanto che ti sposai! — certo, che ti credetti migliore! — e con questo? — che pietà di me? — se penso che t'amai, che potei amarti là tra la vita che avevi vissuto... — che pietà?

Mommina: — ma sí — riconoscendo che c'era almeno in me tanto da scusarti in parte della pazzia commessa d'averrni sposata, ecco — lo dico per te!

Verri: E non è peggio? Cancello forse con questo la vita che facesti prima che io m'innamorassi di te? L'averti sposata perché eri migliore non può scusare la mia pazzia, anzi l'aggrava, perché piú grave, tanto piú grave diventa il male di quella tua vita, quanto piú tu eri migliore. Te n'ho ritratta io da quel male, ma pigliandomelo tutto, insieme con te, e portandomelo a casa, qua in prigione, per scontarlo insieme con te, come se lo avessi commesso anch'io; e sentendomene divorare, sempre vivo, mantenuto sempre vivo da quello che so di tua madre e delle tue sorelle!

Mommina: Io non ne so piú nulla!

Nenè: (dal bujo, insorgendo) Oh vile! Adesso le parla di noi!

Verri: (gridando, terribile) Silenzio! Voi qua non ci siete!

La signora Ignazia: (venendo verso la parete, dal bujo) Belva, belva, te la tieni addentata, lí dentro la gabbia, a dilaniarla.

Verri: (toccando la parete due volte con la mano, e due volte, al tocco, rendendola visibile) Questo è muro! Questo è muro!—Voi non ci siete!

Totina: (venendo anche lei, con le altre verso la parete, aggressiva) E te n'approfitti, vile, per dirle vituperii di noi?

Dorina: Eravamo alla fame, Mommina!

Nenè: Avevamo toccato I ultimo fondo!

Verri: E come ve ne siete rialzate?

La signora Ignazia: Canaglia! Osi rinfacciarlo, tu che la stai facendo morire disperata!

Nenè: Noi godiarno!

Verri: Vi siete vendute! Disonorate!

Totina: E l'onore che le hai conservato, come glielo stai facendo scontare?

Dorina: La mamma ora sta bene, Mommina! Vedessi come sta bene! Com'è vestita! che bella pelliccia di castoro!

La signora Ignazia: Merito di Totina, sai! divenuta una grande cantante!

Dorina: Totina La Croce!

Nenè: Tutti i teatri la vogliono!

La signora Ignazia: Feste! Trionfi!

Verri: E il disonore!

Nenè: Viva il disonore! se l'onore è questo che tu dài a tua moglie!

Mommina: (subito, con impeto d'affetto e di pietà, al marito che s'accascia con le mani sulla testa) No, no, non lo dico io, questo, non lo dico io; non rimpiango nulla io...

Verri: Vogliono farmi condannare...

Mommina: No, no, io sento che tu lo devi gridare, lo devi gridare per sfogo, tutto il tuo tormento!

Verri: Me lo tengono acceso loro! Se tu sapessi lo scandalo che seguitano a dare! Ne parlano tutti in paese, e figurati la mia faccia... La vittoria che hanno ottenuto le ha sfrenate, le ha rese piú spudorate...

Mommina: Anche Dorina ?

Verri: Tutte! Anche Dorina; ma specialmente quella Nenè. Fa la cocotte, —

Mommina si copre la faccia.

— sí, sí — pubblica!

Mommina: E Totina s'è messa a cantare?

Verri: Già, nei teatri — (di provincia, s'intende) — dove lo scandalo diventa piú grosso, con quella madre e le sorelle...

Mommina: Se le porta dietro?

Verri: Dietro, tutte, in baldoria ! — Che cos'è ? Ti infiammi ?

Mommina: No... Vengo a saperlo adesso... Non ne sapevo nulla...

Verri: E ti senti tutta rimescolare? Il teatro, eh? Quando cantavi anche tu... Con la bella voce! La piú bella voce era la tua! Pensa che altra vita! Cantare, in un gran teatro... La tua passione, cantare... Lumi, splendori, delirii...

Mommina: Ma no...

Verri: Non dire di no! Lo stai pensando!

Mommina: Ti dico di no!

Verri: Come no? Se fossi rimasta con loro... fuori di qua... Che altra vita sarebbe la tua... invece di questa...

Mommina: Ma me lo fai pensar tu! Che vuoi che pensi piú io, ridotta come sono?

Verri: Ti piglia l'affanno?

Mommina: Ho il cuore che mi salta in gola...

Verri: Eh sfido! Ecco qua, l'affanno...

Mommina: Tu vuoi farmi morire!

Verri: Io? Le tue sorelle, quella che fosti, il tuo passato che ti si sommuove tutto dentro e ti fa saltare il cuore in gola!

Mommina: (ansimando, con le mani al petto) Per carità... te ne scongiuro... non respiro piú...

Verri: Ma lo vedi ch'è vero, lo vedi ch'è vero quello che ti dico?

Mommina: Abbi compassione...

Verri: Quella che fosti — gli stessi pensieri, gli stessi sentimenti — li credevi cancellati in te, spenti ?

non è vero! Il piú piccolo richiamo — e rieccoli in te, vivi, quegli stessi!

Mommina: Li richiami tu...

Verri: No, un niente li richiama, perché vivono sempre — tu non lo sai, ma ti vivono sempre — appiattati sotto la coscienza! L'hai viva sempre, dentro di te, tutta la vita che hai vissuta! Basta un niente, una parola, un suono — la piú piccola sensazione — guarda, in me, l'odore della salvia, e sono in campagna, d'agosto, ragazzo d'otto anni, dietro la casa del garzone, all'ombra d'un grande olivo, con la paura d'un grosso calabrone azzurro, fosco, che ronza ingordo dentro il calice bianco di un fiore; lo vedo tremare sul gambo quel fiore violentato, all'urto della voracità feroce di quella bestia che mi fa paura; e l'ho qua ancora, alle reni, questa paura, l'ho qua! — Figuriamoci tu, tutta quella tua bella vita, le cose che avvenivano tra voi ragazze e tutti quei giovanotti per casa, chiusi in questa, in quella camera... — non negare! — ho visto io — cose... quella Nenè, una volta con Sarelli... — si credevano soli, e avevano lasciato l'uscio accostato — li potei vedere — Nenè finse di scappargli verso l'altro uscio in fondo — c'era una tenda, verde — uscita, riapparve subito, tra le ali di quella tenda — s'era scoperto il seno, tirando giú la maglietta di seta rosa — e con la mano faceva segno d'offrirglielo e subito con la stessa mano se lo nascondeva... L'ho vista io; una meraviglia di seno, sai? piccolo, da chiuderlo tutto in una mano! Licenza di far tutto... Prima che venissi io, tu con quel Pomàrici... — l'ho saputo! — ma anche prima che col Pomàrici chi sa con quanti altri! Per anni, quella vita, con la casa aperta a tutti...

Le si fa sopra, fremente, contraffatto.

Tu, certe cose... certe cose... le prime, con me... se veramente, come mi dicesti, le avessi fin'allora ignorate... non avresti potuto farle...

Mommina: No, no, ti giuro, mai, mai prima che a te, mai.

Verri: Ma abbracci, stringimenti, quel Pomàrici, sí — le braccia, le braccia, come te le stringeva? cosí? cosí?

Mommina: Ahi, mi fai male!

Verri: E quello ti faceva piacere, eh? E la vita, la vita, come te la stringeva? Cosí? cosí?

Mommina: Per carità, lasciami! Io muojo!

Verri: (acchiappandola con una mano alla nuca furibondo) E la bocca, la bocca? come te la baciava, la bocca? Cosí?... Cosí?... Cosí?

E la bacia, e la morde, e sghignazza, e le strappa i capelli, come impazzito; mentre Mommina, cercando di svincolarsi, grida disperatamente.

Mommina: Ajuto! Ajuto!

Accorrono, con le camicine lunghe da notte, le due bambine, spaventate, e s'aggrappano alla madre, mentre Verri fugge, prendendo dalla seggiola soltanto il cappello, e gridando:

Verri: Impazzisco! Impazzisco! Impazzisco!

Mommina: (riparandosi, facendosi scado delle due bambine) Via! Via! Va' via, bruto, va' via! Lasciami con le mie bambine!

S'accascia, sfinita, sulla sedia; le due bambine le sono accosto, e lei se le tiene strette abbracciate, una di qua, l'altra di là.

Figlie mie, figlie mie, che cosa vi tocca di vedere! Chiuse qua con me, con questi visini di cera e questi occhi grandi, sbarrati dalla paura! Se n'è andato, se n'è andato; non tremate piú cosí, restate un po' con me, qua... Non avete freddo, no?... La finestra è chiusa. È già sera tardi. State sempre attaccate là, voi, a quella finestra, come due poverelle a mendicare la vista del mondo... Contate nel mare le vele bianche delle paranze, e le villette bianche nella campagna, dove non siete mai state; e lo volete sapere da me come sono il mare e la campagna. Oh figlie, figlie mie, che sorte è stata la vostra! peggio della mia! ma voi almeno non lo sapete! E la vostra mamma ha tanto male, tanto male qua al cuore; mi batte, ho qua nel petto come un galoppo, come un galoppo di cavallo scappato. Qua qua, datemi le manine, sentite, sentite... — Dio non gliela faccia scontare: per voi, figlie! Ma darà il martirio anche a voi, perché non può farne a meno; è la sua natura; se lo dà lui, anche a se stesso, il martirio! Ma voi siete innocenti... voi siete innocenti...

Accosta alle sue guance le due testine delle bimbe e rimane cosí. S'appressano, come congiurate, da destra, alla parete, venendo fuori dal bujo, la madre e le sorelle, sfarzosamente parate, così che facciano un quadro di vivacissimo colore, illuminato dall'alto opportunamente.

La signora Ignazia: (chiamando, piano) Mommina... Mommina...

Mommina: Chi è?

Dorina: Siamo noi, Mommina!

Nenè: Siamo qua! Tutte.

Mommina:  Qua, dove?

Totina:  Qua — in paese: sono venuta a cantare qua!

Mommina:  Totina — tu? — a cantare qua?

Nenè:  Qua, sí, al teatro di qua!

Mommina:  Ah Dio, qua? e quando? quando?

Nenè:  Questa sera, questa sera stessa.

La signora Ignazia: Lasciate dire anche a me qualche cosa, benedette ragazze! Senti, Mommina... guarda... — che volevo dire? — ah sí... guarda, vuoi averne la prova ? — Tuo marito ha lasciato lí il soprabito, lí sulla sedia...

Mommina: (voltandosi a guardare) Sí, è vero.

La signora Ignazia: Cerca, cerca in una delle tasche di quel soprabito, e guarda quello che ci trovi!

Piano alle ragazze:

(Bisogna ajutarla a fare la scena, adesso; siamo alla fine!)

Mommina: (alzandosi e andando a frugare febbrilmente nelle tasche di quel soprabito) Che cosa? che cosa?

Nenè: (piano, all'Attrice Caratterista) (Risponde lei ?)

L’attrice caratterista: Ma no, dica... Che storie!)

Nenè: (forte, a Mommina) L'annunzio del teatro... uno di quei manifestini gialli, sai? che qua in provincia si distribuiscono nei caffè...

La signora Ignazia: Ci troverai il nome di Totina, stampato grande... il nome della Prima-donna!

Scompajono.

Mommina:  (trovandolo) Eccolo! Eccolo qua...

Lo apre; legge:

Il TROVATORE... Il TROVATORE... Leonora (soprano), Totina La Croce... Questa sera... — La zia, figliuole mie, la zia, la zia che canta... e la nonna e le altre ziette... sono qua! sono qua! Voi non le conoscete, non le avete mai vedute... e neppure io da tanti anni... Sono qua!

Pensando alle furie del marito.

(Ah, per questo... — qua, in paese — Totina che canta al teatro di qua...) C'è anche qua dunque un teatro?... io non lo sapevo... La zia Totina... dunque è vero! Forse con lo studio, la voce... Eh, se può cantare a teatro... — Ma voi non sapete neppure che cosa sia un teatro, povere figlie mie... Il teatro, il teatro, ora ve lo dico io com'è... Ci canta la zia Totina questa sera... Chi sa come sarà bella, da Leonora...

Si prova a cantare:

«Tacea la notte placida

e bella in ciel sereno

la luna il viso argenteo

mostrava lieto e pieno...»

Vedete che so cantare anch'io? Sí, sí, anch'io, anch'io so cantare; cantavo sempre, io, prima; lo so tutto a memoria Il Trovatore; e ve lo canto io! ve lo faccio io, ve lo faccio io ora il teatro; voi che non l'avete mai veduto, povere piccine mie, imprigionate qua con me. Sedete, sedete, qua davanti a me, tutt'e due accanto sulle vostre seggioline. Ve lo faccio io il teatro! Prima vi dico com'è:

siede davanti alle due bambine sbalordite; è tutta un tremito, e di punto in punto andrà sempre piú eccitandosi finché il cuore, mancandole, non la farà cadere di schianto, morta:

Una sala, una sala grande grande, con tante file di palchi tutt'intorno, cinque, sei file piene di belle signore galanti, piume, gemme preziose, ventagli, fiori; e i signori in frak, lo sparato della camicia con le perline per bottoni e la cravatta bianca; e tanta, tanta gente anche giú, nelle poltrone tutte rosse e nella platea: un mare di teste; e lumi, lumi da per tutto: un lampadario nel mezzo, che pende come dal cielo e pare tutto di brillanti; una luce che abbaglia, che inebria, come non vi potete immaginare; e un brusío, un movimento; le signore parlano coi loro cavalieri, si salutano da un palco all'altro, chi prende posto giú nelle poltrone, chi guarda col binocolo... — quello di madreperla con cui v'ho fatto guardare la campagna — quello! — lo portavo io, lo portava la mamma vostra quand'andava a teatro, e ci guardava anche lei, allora... — I lumi a un tratto si spengono; restano accese solo le lampadine verdi sui leggii dell'orchestra ch'è davanti le poltrone, sotto il sipario; ci sono già i sonatori, tanti! che accordano i loro strumenti; e il sipario è come una tenda, ma grande, pesante, tutta di velluto rosso e frange d'oro, una magnificenza; quando s'apre (perché è venuto il maestro con la sua bacchetta a comandare ai sonatori) comincia l'opera; si vede il palcoscenico dove c'è un bosco o una piazza o una reggia; e la zia Totina ci viene a cantare con gli altri, mentre l'orchestra suona. — Questo è il teatro. — Ma io, prima, avevo io prima la voce piú bella, non la zia Totina; io, io, piú bella assai, una voce avevo che lo dicevano tutti allora che avrei dovuto andare a cantare nei teatri; io, la vostra mamma; e ci è andata la zia Totina, invece... Eh, lei n'ha avuto il coraggio... — S'apre il sipario, dunque, sentite — lo tirano da una parte e dall'altra — s'apre, si vede sul palcoscenico un atrio, l'atrio d'un gran palazzo, con uomini d'arme che passeggiano in fondo, e tanti cavalieri, con un certo Ferrando, che aspettano il loro capo, il Conte di Luna. Sono tutti vestiti all'antica, con mantelli di velluto, cappelli piumati, spade, gambali... È notte; sono stanchi d'aspettare il Conte che, innamorato d'una gran dama della corte di Spagna che si chiama Leonora, ne è geloso, e sta in agguato a spiare sotto i balconi di lei, nei giardini della reggia; perché sa che a Leonora, ogni notte, il Trovatore (che vuol dire uno che canta e che è anche guerriero) viene a cantare la canzone:

Canta:

«Deserto sulla terra...»

S'interrompe un momento per dire, quasi tra sé:

Ah Dio, il cuore...

e subito riprende a contare, ma a stento, lottando con l'affanno che le è dato anche dalla commozione di sentire se stessa che canta:

« Col rio destino in guerra,

È sola speme un cor (tre volte)

- un cor - al Trovator... »

Non posso piú cantare... mi... mi manca il fiato... il cuore... il cuore mi dà l'affanno... non canto piú da tanti anni... — Ma forse a poco a poco il fiato, la voce mi rivengono... — Dovete sapere che questo Trovatore è fratello del Conte di Luna — sí — ma il Conte non lo sa, e non lo sa nemmeno lui, il Trovatore, perché fu rubato da una zingara quando era bambino. È una storia terribile, state a sentire! La racconta nel secondo atto la stessa zingara, che si chiama Azucena. Sí, era mia, era mia, la parte d'Azucena. Rubò il bambino, questa Azucena, per vendicare la madre bruciata viva, innocente, dal padre del Conte di Luna. Sono vagabonde che leggono la ventura, le zingare, e ci sono ancora, e hanno fama veramente che rubino i bambini, tanto che ogni mamma se ne guarda. Ma questa Azucena il figlio del Conte lo ruba, come v'ho detto, per vendicare la madre, e gli vuol dare la stessa morte che ha avuto la madre innocente; accende il fuoco, ma nel furore della vendetta, quasi pazza, scambia il suo proprio figlio per il figlio del Conte e brucia il suo proprio figlio, capite? il suo proprio figlio!... «Il  figlio mio... il figlio mio...» Non posso, non posso cantarvelo... Voi non sapete che cosa è per me questa sera, figliuole mie... Proprio Il Trovatore... questa canzone della zingara... mentr'io, una notte, la cantavo con tutti attorno...

Canta tra le lagrime:

«Chi del gitano la vita abbella?

La zingarella!»

mio padre, quella notte, mio padre... il vostro nonno... ci fu riportato a casa tutto insanguinato... e aveva accanto una specie di zingara... e quella notte, quella notte, figliuole mie, si compí, si compí il mio destino... il mio destino...

S'alza, disperata, e canta con tutta la voce:

«Ah! che la morte ognora

è tarda nel venir

a chi desia

a chi desia morir!

Addio, addio, Leonora, addio...»

Cade, di schianto, morta. Le due bambine, piú che mai sbalordite, non ne hanno il minimo sospetto credono che sia il teatro che la mamma sta loro rappresentando; e restano lí immobili sulle loro sedioline ad aspettare.

Il silenzio, in quell'immobilità, si fa mortale. Finché, nel bujo, dal fondo, a sinistra, non sopravvengono ansiose le voci di Rico Verri, della signora Ignazia, di Totina, Dorina e Nenè.

Verri: Canta: avete sentito? era la sua voce...

La signora Ignazia: Sí, come I uccello in gabbia!

Totina: Mommina! Mommina!

Dorina: Eccoci, siamo qua con lui: s'è arreso...

Nenè: Col trionfo di Totina... avessi inteso!... il paese in de....

Vuol dire « in delirio », ma resta in tronco esterrefatta con gli altri alla vista del corpo inerte lí per terra, e delle due bambine, che aspettano ancora, immobili.

Verri: Che cos’è?

La signora Ignazia: Morta ?

Dorina: Faceva il teatro alle bambine!

Totina: Mommina!

Nenè: Mommina!

Quadro. Dalla porta d'ingresso alla sala, sopravviene entusiasta, correndo per il corridojo, il Dottor Hinkfuss, diretto al palcoscenico.

Il dottor Hinkfuss: Magnifico! Magnifico quadro! Avete fatto come dicevo io! Questo, nella novella, non c'è!

L’attrice caratterista: Eccolo qua di nuovo!

L’attore brillante: (sopravvenendo da sinistra) Ma è stato sempre qua, con gli elettricisti, a governar di nascosto tutti gli effetti di luce!

Nenè: Ah, per questo, cosí belli...

Totina: L'ho sospettato, quando siamo apparse là in gruppo...

Indica, dall'altra parte, a destra, dietro la parete:

... chi sa che bell'effetto da giú!

Dorina: (indicando l'Attore Brillante) Mi pareva assai che l'avesse ottenuto lui!

L’attrice caratterista: (mostrando la Prima Attrice ancora a terra) Ma perché non s'alza la signorina? Se ne sta ancora lí...

L’attore brillante: Ohè, non sarà morta per davvero?

Tutti si chinano premurosi su la Prima Attrice.

Il primo attore: (chiamandola e scotendola) Signorina... signorina...

L’attrice caratterista: Si sente male davvero?

Nenè: Oh Dio, è svenuta! Solleviamola!

La prima attrice: (sollevandosi da sé col solo busto). No... grazie... È il cuore, davvero... Mi lascino, mi lascino respirare...

L’attore brillante: Eh, sfido! Se vuole che si viva... Ecco le conseguenze! Ma noi non siamo qua per questo, sa! Noi siamo qua per recitare, parti scritte, imparate a memoria. Non pretenderà mica che ogni sera uno di noi ci lasci la pelle!

Il primo attore: Ci vuole l’autore!

Il dottor Hinkfuss: No, l’autore no! Le parti scritte, sí, se mai, perché riabbiano vita da noi, per un momento, e...

rivolto al pubblico

senza piú le impertinenze di questa sera, che il pubblico ci vorrà perdonare.

Inchino.

Berlino, 24 Marzo 1929.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011