Luigi Pirandello

Scamandro

Edizione di riferimento

Opere di Luigi Pirandello, volume VI, Saggi, poesie, scritti varii, a cura di Manlio Lo Vecchio-Musti, I classici contemporanei italiani, collana diretta da Giansiro Ferrata, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1960, terza edizione riveduta giugno 1973.

« Luigi Pirandello / Scamandro: / Roma / 1909 »,

Volumetto di pagine 64, CM. 20 X 14, tipi della Tipografia « Roma » di E. Armani e V. Stein.

Dedica: « a / Guido Treves / e / Antonietta Pesenti / sposi / Luglio MCMIX ».

 

Apparso per la prima volta, in due puntate, nella Rivista di Roma, 25 giugno e 10 luglio 1906.

Ristampato in Nuova Antologia, 16 gennaio 1929, con la seguente nota:

 

« Le “musiche di scena” necessarie alla rappresentazione teatrale di Scamandro sono state composte dal maestro Fernando Liuzzi, nostro collaboratore. Il complesso fònico consta di una piccola orchestra, cori e solisti, e i pezzi, destinati secondo il desiderio del Poeta a trasportare in una atmosfera totalmente lirica diversi momenti dell'azione, si seguono in quest'ordine: Preludio, Coro e danza delle Foglie, commenti orchestrali alla scena tra Scamandro e le Najadi e tra queste ed Eumène; Canti dei Pastori, Corteo nuziale, Epitalamio, Notturno, Danza e Coro finale. »

 

Scamandro, come si desume da una notizia riportata nel Marzocco del 23 aprile 1899, risale al 1898, fu rappresentato il 19 febbraio 1928 a Firenze, nel Teatro dell'Accademia dei Fidenti, a cura del "Gruppo Accademico".

 

Viene qui riprodotta la lezione della Nuova Antologia (identica a quella dell'opuscolo del 1909), con alcuni ritocchi rilevati su una copia dattilografata corretta dall'Autore.

PRETESTO

 Le fanciulle trojane, quand'erano fidanzate, andavano a bagnarsi nello Scamandro e gli si offrivano dicendo le seguenti parole: « Ricevi, o Scamandro la mia verginità! » Ora Eschine racconta che un suo amico e compagno di viaggio, ateniese, invaghitosi d'una giovane trojana, per nome Ca1liroe, nel giorno in cui essa, fidanzata, doveva bagnarsi nel fiume, andò a nascondersi nelle macchie che erano su la riva, e si circondò la testa di giunchi e di canne. Allorché Calliroe ebbe pronunciato la sua offerta, il giovane rispose: « Ed io l'accetto volentieri!» Entrò nell'acqua, condusse la fanciulla su la sponda opposta, e l'ingannò. Eschine parla di quest'avventura come di una cosa avvenuta quasi sotto i suoi occhi. Dice: « Noi eravamo sopra un'eminenza con lo sposo e i parenti e molti altri, donde vedevamo il luogo in cui si bagnavano le fanciulle, per quanto lo permetteva la convenienza ».

Da notare, per l'intelligenza del testo, che il fiume Scamandro, in cui le tre Dee vennero a bagnarsi prima di comparire al giudizio di Paride, non meritava forse la riputazione che i poeti, Omero segnatamente, gli hanno formata. Belone dice d'aver veduto non un fiume, ma un rigagnoletto, il quale d'estate era secco e nell'inverno dava appena acqua bastante perché un'oca lo potesse passare a nuoto.

PERSONE

Scamandro

Amadriade

Tre Najadi

Eumene, giovine ateniese

Ascanio, giovine trojano

Agatone, servo di Eumene

Calliroe, fidanzata di Ascanio

Caletore, suo padre

Proclea, nutrice

Corifeo

Coro nuziale

Due pastori

Primo Episodio

LA PIOGGIA

La riva sinistra dello Scamandro. A destra si scorge, per breve tratto, il greto arido del fiume di tra gli alberi e le piante che pòpolano la riva: querci, olmi, cipero, loto. Scamandro, il vecchio dio del fiume, sta inerte, sdrajato sul letto asciutto.

Scamandro:            Adunator di nembi, Ermète, nulla

puoi piú rubarmi: tuttavia, t'invoco.

Dal dí che il figlio di Pelèo fin sulla

soglia del ciel lanciai coi flutti, e il foco...

Un'Amadriade:      sporgendo il capo dal tronco di una quercia)

- di Vulcano provasti, per vendetta

di Giuno... - O non ti secca, vecchio mio,

ricantare codesta favoletta

in tutti i toni, eternamente?

Scamandro:

                                           No.

Se una gocciola d'acqua piú non ho,

come vuoi che mi secchi?

Amadriade:                                                         Ah, questo è vero!

Godo che serbi ancora un po' di brio.

Scamandro:           Come tu l'asinaggine, Amadriade.

Leggi ti prego, il re dei vati, Omero:

XXImo libro dell'Iliade.

Amadriade:                                                      Che hai detto?

Scamandro:            Eh, c'eran qui, su le mie sponde,

querci ben altre ed olmi e tamerici

ai quali, liete copiose e piane,

nuove di lungi confidavan l'onde.

Chiedean le querci: - « Serba intatta e al mare

reca la nostra immagine! » - « Sí, care! »

rispondeano per me, le lor risate

rauche sorsando, le panciute rane.

Giorni beati! Epperò qui felici,

non gl'inverni soltanto, anche d'estate,

le Ninfe dimoravano. Ma, infesto,

distrusse il foco di Vulcan cotanta

vita e me pur cosí ridusse.

Amadriade:                                                           Questo

il vate greco che m'hai detto canta?

Ne segue, se non erro, che di male

sempre cagion tu fosti a quanti presso

ti crebbero.

Scamandro:                                Dar torto a chi non vale

a farti piú del bene t'è concesso

da questa dura nostra sorte, o ingrata.

Ti compatisco. Lasciami invocare

Ermete. Berrai meco or che dal mare

torneranno le Najadi.

Amadriade:                                                  M'hai data

la vita: un'anforetta d'acqua!

Scamandro:                                                               E se

non ne ho neppure una goccia per me,

che obbligo ho di dartene? Le povere

tre Najadi ringrazia che mi fanno,

d'estate, questo gran servizio ogni anno,

finché non si benigni il ciel di piovere:

ir con le brocche infino al mare.

Amadriade:                                                                    Pure

questa quercia che m'ospita, cortese

t'è d'ombra assai...

Scamandro:                                             Sí, forse a queste dure

pietre del greto: non scorro da un mese!

Amadriade:            Languiamo pur la quercia ed io di sete.

Scamandro:           Io me la godo, intanto, è vero?

Amadriade:                                                                Taci!

Le foglie, senti? trèmolano liete

a un fresco soffio d'aura...

Scamandro:                                                           E' son fallaci

segni! Pe 'l ciel da molti giorni ormai

stan pensando le nubi ov'hanno a fare

un po' di pioggerella: alfin vedrai

che, gira gira, andranno a farla al mare.

Coro Di Foglie             Se l'ali noi del ramo

fossimo, e come i liberi

uccelli che alberghiamo

potessimo volare

lontan lontan lontano

al monte al piano al mare!

In tremito continuo

ci tien la brama, invano.

Ma qual segreta possa

ora nell'aria spira,

commossa - e sí n'attira?

Vertigine! Voliamo!

Noi, ali! E il nostro ramo?

Amadriade:                  Il vento se le porta, poverine,

e credon d'esser ali!

Scamandro:                                            E or or cadranno.

Amadriade:           Tante ne son cadute che già fanno

del greto al margin lì ricami e trine.

La pioggia anch'esse aspettano e che via

se le porti lontan la correntía.

Son le sole tue barche... Un vispo, arguto

spiritel su ciascuna salterà,

piloto della nave.

Scamandro:                                       Eh via, so già

che son fiume da burla divenuto!

Ma tu, se or io ti fo saper che rada,

stinta hai la chioma e gli occhi di viola

smorti, rispondi: brami ancor che cada

acqua?

Amadriade:                          Perché?

Scamandro:                                       Perché non sete sola

tu hai, lo so: di chiare acque uno specchio

forse brami di piú.

Amadriade:                                             Maligno vecchio!

Scamandro:           Ma brutta ti vedresti, te l'ho detto.

T'affliggeresti... Nobile virtú

la pazienza, è vero? Aspetteremo,

aspetterem che piaccia, dunque, a Giove...

Amadriade:            Io non mi muovo, sì ti muovi tu,

t'agiti tu, su pe 'l pietroso letto.

Che hai? perché tremi cosí?

Scamandro:                                                           Non tremo:

mi sento ... non so che...

Amadriade:                                                      Ma piove, piove!

non senti? piove!

Scamandro:                                          Scherzi!

Amadriade:                                                        È crepitío

di gocce, questo, su le foglie: ascolta!

Eccone una qui sul braccio mio...

Scamandro:            Foglia?

Amadriade:                        No, goccia!

Scamandro:                                           E forse ne vien giú

qualcuna, o sarà il ciel, forse, che suda.

          Tuttavia, su... su... su...

Amadriade:           Che fai?

Scamandro:                        Provo a rizzarmi sur un gomito...

mi cresce il tremito...

Amadriade:                                            E piangi e ridi?

Scamandro:           Mi pare che il respiro mi si schiuda!

Amadriade:           Senti? e gli uccelli coi lor brevi acuti

                                      squittii dai nidi

par che bèzzichin l'aria: son saluti

all'acqua che vien giú. La senti?

Scamandro:                                                             Or sí,

e il respir sento delle foglie e tutta

odorare la terra. Grazie, o Giove!

(Sopravvengono esultanti sotto la pioggia che infittisce vieppiú le tre Najadi recanti ciascuna un'anfora piena d'acqua.)

Prima Najade:       Giú, vuota, butta

l'acqua, cosí!

Scamandro: (tendendo le braccia con giubilo)

Figliuole care!

Amadriade: (alla seconda Najade)

Non la buttare:

porgila qui.

Seconda Najade:  (accostandosi alla quercia)

Ti vuoi specchiare

dentro la conca?

Terza Najade:  (tendendo l'anfora a Scamandro)

Su, vecchio, cionca!

Quest'altra sola.

Scamandro:           Grazie, figliuola:

non vo' piú bevere

acqua di mare...

Amadriade: (dopo essersi specchiata nell'anfora)

Ahimè, ahimè, come mi son ridotta!

Seconda Najade: (infrangendo l'anfora)

Non piangere, sorella, ecco, l'ho rotta...

Prima Najade: (accorrendo premurosa, insieme con la seconda, attorno all'Amadriade)

Ora che l'acqua cade

     presto rifioriranno

         le gialle, rade

         tue chiome...

Terza Najade:                                         Vanno,

         guarda, digià,

         di qua, di là,

         le prime tremule

         venucce d'acqua.

Le Rane:                  Cqua cqua cqua cqua

Scamandro:            Molestissime rane! Ecco di nuovo

la loro voce, appena ch'io mi muovo.

Ed ora, ed ora non la finiranno

piú!

Prima Najade:              Sempre, o vecchio, ti lamenterai?

Scamandro:            Non di voi, non di voi, care figliuole!

Debbo a voi sole, se di sete ogn'anno

io non mi muojo; ma ho pur altri guaj!

Ora che voi piú al mare non andrete,

sapete che verranno

Cqua cqua cqua cqua

(come dicon le rane)

le fidanzate vergini trojane...

Non vi par questa delle crudeltà

                   la piú crudele? farmi,

                   pur mentre l'acqua va,

sentir degli anni miei la siccità?

Ond'io, figliuole, a voi mi raccomando:

                   caccia alle rane, e quando

                   verran pe 'l bagno quelle,

fosser anche di Venere piú belle,

                   silenzio, e non svegliarmi.

Amadriade:            Intender non sapea come mai fosse

che bevendo di questa acqua le agnelle

diventasser di bianche a un tratto rosse:

Najadi, o mie sorelle: - è per vergogna,

                    è per vergogna!

Seconda Najade:   Zitte, già ronfa, udite?

Amadriade:                                                    E forse sogna

che risolleva - ei! - fino al cielo Achille,

di Giunon l'ira e il fuoco di Vulcano...

Lasciamolo dormir: tanto, tranquille

scorrono or l'acque e crescono man mano.

SECONDO EPISODIO

LA MEDAGLINA

Sotto la pioggia che or cade meno fitta, vengono giù dall'altura in fondo, pian piano, conversando fra loro, Eumene e Ascanio, muniti ciascuno d'un ombrello (σχιάδειον). Li segue a poca distanza il servo Agatone che si ripara alla meglio con un lembo della clamide.

Ascanio:                 Ecco, ancora un po' di pazienza, amico: il fiume è là.

Eumene:                Fino al fiume?

Ascanio:

                                                          Pazienza! Delle piccole città

i peggior tiranni sono, tu l'hai detto, i morti.

Agatone:                                                                                                          Bravo!

Eumene e Ascanio si voltano di scatto, colpiti dall'improntitudine dei servo; ma questi, fermandosi e sorridendo, senza scomporsi aggiunge:

Faccio encomio al piede manco: già col dritto scivolavo.

Ascanio: (a Eumene)

Se ho compreso ben, tu intendi che noi schiavi siam peranco

dei costumi antichi.

Agatone:                                                                 Bravo!

Eumene, Ascanio si voltano di nuovo con lo stesso ci piglio; ma Agatone, impassibile.

                                                                                              Scivolavo ora col manco

Eumene:   (risalendo un po' l'erta e dando uno spintone dietro le spalle al servo)

Prova un po' di scivolare con entrambi fino al fiume.

Agatone:  (ruzzolando, accompagnato dalle risa d'Ascanio)

Ohi! ohi!

Eumene:   (ad Ascanio)                        Séguita, mio caro: che dicevi del costume?

Ascanio:                 Qui, fra gli altri, un uso impone che una vergine, promessa

sposa, prima di contrar le nozze, venga a offrir se stessa.

Eumene:                Come come?

Ascanio:                                      Al fiume, intendi? Bagno... bagno innocuo, al quale

si suol dar solennità di rito: è il rito nuziale.

Il corteo segue la sposa fin lassú...

Eumene guarda in cima al ciglio con maligna curiosità; onde Ascanio, subito:

                                                            Non vede nulla.

Ci son qua per questo gli alberi. Celata, la fanciulla

prega il vecchio dio del fiume che l'accolga.

Eumene:                                                                                           E il dio?

Ascanio:                                                                                                           L'accoglie.

Eumene:                E il marito?

Ascanio:                                      Qual mai rischio vuoi che corra per la moglie?

Guarda un po': bastan due socchi, su tant'acqua, a far da barche.

E noi siam costretti ogni anno, per sposare, ad aspettar che

piova un poco. Ora qui appunto son venuto per vedere

se quest'oggi alfin si voglia lo Scamandro compiacere

di far lieta la fanciulla che vuol esser mia.

Eumene:                                                                                       Che sento!

Disgraziato, prendi moglie? Come! E sei cosí contento?

Ascanio: (confuso mortificato)

Io contento? No ... ti pare?

Eumene:                                                               Qui per te m'hai trascinato?

Ascanio:                 Non sapevi? Mi parea che te l'avessi detto...

Eumene:                                                                                            Ingrato!

Ascanio:                 Che vuoi, caro! Errori ...

Eumene:                                                        Manco male, ti vergogni!

Ascanio:                                                                                                     Eh sì!

So purtroppo ch'è ridicolo...

Eumene:                                                             Ma pure...

Ascanio:                                                                                Eh, stando qui,

in un piccolo paese, non c'è modo, non c'è luogo

da spassarci a nostro genio. Convien pur piegarsi al giogo:

con che cuore, tu lo vedi.

Eumene:                                                              Me lo dici adesso!

Ascanio:                                                                                               In prima,

ti confesso, per timore di scader ne la tua stima...

Eumene:                                Stavi zitto?

Ascanio:                                      Siamo amici da sí poco...

Eumene:                                                                                  Poverino!

Dimmi, è ricca almeno, è bella la tua sposa?

Ascanio:                                                                                               Un fiorellino:

questo sí. Lo dicon tutti ch'è la rosa del paese.

Eumene:

Vecchia immagine!

Ascanio:                                                     E in Atene come dite?

Eumene:                                                                                           Solo un mese

durar sogliono le rose. Noi diciamo: bella spina.

Ascanio:

Ah, già... bravi!... Oh, guarda: ho fatto coniar la medaglina

per le nozze. Te la mostro. Mi dirai se veramente

non è bella la mia sposa.

(Gli mostra la medaglina.)

Eumene:  (la guarda, si turba vivamente)        Questa?

Ascanio:                                                                            Ebben?

Eumene:                                                                                         Strano!

Ascanio:                                                                                                      Che?

Eumene:                                                                                                                Niente...

Somiglianze! La tua sposa, dimmi, è bruna o bionda?

Ascanio:                                                                                                                Bruna,

di capelli.

Eumene:                                    E in volto rosea?

Ascanio:                                                                Rosea come esce la Luna

sú dai colli...

Eumene:                                     Lascia! E... snella?

Ascanio:                                                                       Snella, snella come cerva.

Eumene:                Occhi glauchi, intensi, accesi?

Ascanio:                                                                      Bravo! Gli occhi di Minerva.

Eumene:                Dunque...

Ascanio:                                   Dunque?

Eumene:                                                    Nulla... E, dimmi: Di recente in Grecia...

Ascanio:                                                                                                                           Sí,

ella è stata in Grecia.

Eumene:                                                  Ah, è lei! proprio lei!

Agatone:                                                                                       Lei?

Ascanio:                                                                                                Lei? ... ma chi?

Eumene:                L'ho veduta... Era col padre?

Ascanio:                                                                    Sí, per compere in Atene

sono andati insieme. E tu l'hai veduta, dunque? Ebbene?

Eumene:                Niente... L'ho veduta: è bella: m'è piaciuta e... teco or molto

mi congratulo. Ammirato meco han tanti il dolce volto

de la tua fanciulla.

Ascanio:                                                   Ah sí? In... in Atene? Ne son lieto,

ne son lieto ...

Eumene:                                           Oggi la sposi?

Ascanio:                                                                 Se Scamandro non ha il greto

proprio asciutto. Con permesso, vo a vedere. Vieni?

Eumene:                                                                                                              No.

Va' tu solo; aspetto.

Ascanio:                                                      Il posto scelgo e torno. Attendi un po'.

Ascanio s'allontana e scompare tra gli alberi della riva. Eumene allora si copre il volto con le mani.

Agatone:                  Per Ercole! Padrone, che t'avviene?

Eumene:                  Agatone, Agatone, son perduto!

Agatone:                 Sú, sú...

Eumene:                                Colei che per le vie d'Atene

 vidi, or son pochi dí, per cui venuto

 son qua, schiavo...

Agatone:                                                    Sta, zitto... S'egli viene!

Eumene:                Or che farò? Chi potrà darmi aiuto?

Ella va sposa... oggi, tra poco, sposa

a quel melenso...

Agatone:                                               Condizion penosa,

capisco ...

Eumene:                                Che farò? Di' ...

Agatone:                                                           Nessun lume

darti potrei...

Eumene:                                         Ora, tra poco, qua,

su queste rive a offrir, com'è costume,

se stessa allo Scamandro ella verrà...

Agatone:                 Padrone, io penso, se tu fossi il fiume!

Eumene:                  Zitto! Che idea!

(Sta un po' a pensare, poi dice precipitosamente)

                          Sí... va', corri in città,

da un orefice: compra il piú gentile,

il piú ricco, il piú splendido monile,

e portamelo qua... Corri, sú!

Agatone:                                                                   Ho l'ali!

Eumene:  (richiamandolo)

Senti, aspetta... Tentiamo un'altra prova...

Portami insieme...

Agatone:                                                  Filtri? cordiali?

Eumene:                No! Frutta ... fiori ...

Agatone:                                                    Fiori? E se ne trova?

Non mi par piú stagione ...

Eumene:                                                                  Fiori, quali

che siano, pur che siano, anche di nuova

specie!

Agatone:                            Finti?

Eumene:                                      Anche finti: non m'importa!

ed anfore di latte in una sporta:

tre anfore... Hai capito?

Agatone:                                                           No, padrone.

Eumene:                Tre anfore di latte!

Agatone:                                                 Udito ho sí,

non ho capito.

Eumene:                                            Scappa via, buffone!

Pria che scenda il corteo t'aspetto qui.

(Agatone via di corsa, sú per il ciglio - Poco dopo si ripresenta di tra gli alberi Ascanio.)

Ascanio:               Fatto.

Eumene:                         Che hai fatto?

Ascanio:                                                   Attenta ispezione.

Il fiume scorre, appena appena, lì,

tra i cespugli riarsi. Poco male,

pur che il rito si compia.

Eumene:                                                              Originale

davver codesto rito ...

Ascanio:                                                           Tirannia

stupida dei costumi.

Eumene:                                                     Eh no, mi pare

anzi leggiadro assai.

Ascanio:                                                      Ah sí? Che sia

leggiadro, infatti, non si può negare.

Eumene:                Forse non penserei cosí se mia f

osse la sposa.

Ascanio:                                          Perché no?

Eumene:                                                             Ma stare

ad aspettar lassú, ch'ella, nascosta,

prima si bagni... E dimmi: su la costa

non sta a guardia qualcuno?

Ascanio:                                                                    A tutti è sacro

il rito, e nessun mai, ligio al costume,

si attenterebbe questo simulacro

di nozze della vergine col fiume

di profanar, spiandone il lavacro.

La vergine va sola, e solo il lume

de le stelle la guarda. Andiamo, sú,

a dar l'annunzio alla sposina.

Eumene:                                                                      Tu:

che vuoi che venga a farci io?

Ascanio:                                                                      Ti presento.

Eumene:                  No no... ti pare? In cosí mal'arnese...

Ascanio:                   Che dici mai! Tu esempio, tu portento

d'eleganza, tu sole del paese...

Suvvia, suvvia: non mi farai scontento:

ho contato su te.

Eumene:                                               Troppo cortese:

ma non posso accettare. È stabilito

proprio che tu debba morir marito

quest'oggi?

Ascanio:     (sospirando)             Eh Sí, purtroppo!

Eumene:                                                                    Differire

non potresti d'un giorno?

Ascanio:                                                                Eumene, Eumene,

si tratta, com'hai detto, di morire:

la morte non aspetta, lo sai bene.

Eumene:                 Gli è che sarei contento di venire

a fare ossequio alla sposina.

Ascanio:                                                                   Ebbene,

vieni, dunque!

Eumene:                                            Cosí no, ti ripeto.

Ascanio:                  Perché? no? Vieni, sú! Ne sarei lieto,

piú che non pensi.

Eumene:                                                  Senza un dono... senza

un fiore... No no, via! Verrò, se mai,

dopo.

Ascanio:                             Ma sarà dono la presenza

tua: che importa? Venendo, ci farai

il miglior dono.

Eumene:                                             Grazie, no.

Ascanio:                                                                Pazienza!

Ma verrai dopo, almeno?

Eumene:                                                              Te ne vai?

Ascanio:                   Eh, se tu ti rifiuti ...

Eumene:                                                     Amico mio,

povero amico, tu mi strazii!

Ascanio:                                                                    Io?

Eumene:                                                                         Io

ti vedo andar, come al supplizio. Modo

di salvarti non c'è? Se tu non l'ami...

Ascanio:                  Io ... veramente ...

Eumene:                                                 Ma lo so! E ti lodo.

Amar chi può la sua catena? Gli ami

non ama il pesce, né la fune e il chiodo

l'impiccato.

Ascanio:                                       Hai ragione.

Eumene:                                                             E dimmi, brami

ch'io cerchi modo di salvarti?

Ascanio:                                                                      No,

è inutile pensarci! Non si può.

Troppo tardi per sciogliere l'impegno.

Pensa che sono atteso... Anzi, ho paura

ch'ella...

Eumene:                                Già soffra del ritardo? Segno

che t'ama ...

Ascanio:                                        Poverina ...

Eumene:                                                            Che sciagura!

E tu no!

Ascanio:                                 Ma... è bellina... mi rassegno.

Di farmi lieto è poi cosí sicura...

Andiamo, andiamo.

Eumene:                                                     Io resto. Avrei piacere,

ora che mi ci trovo, di vedere

queste rive. Il mio servo è su in città:

s'egli fa a tempo, noi ci rivedremo

quando tu con la sposa verrai qua.

Ascanio:                   Non mancherai. Vo sú di fretta. Temo

che sia già tardi.

Eumene:                                               Ben t'avvenga! Va'.

           (Ascanio, via, sú per il ciglio)

Eumene: (fra sé)    Va', melenso! va', stupido! va', scemo!

Tu non avrai quella fanciulla, no!

Non son piú io se non ti punirò!

(S'interna tra gli alberi della riva.)

Terzo Episodio

LE NAJADI

Dal sentiero a sinistra, sotto il ciglio, vengono con una greggiola di capre due pastori, cantando a gara. Eumene, udendoli, vien fuori di tra gli alberi, ove stava a meditare l'insidia, aspettando Agatone.

Primo pastore:       La mia ninfa, Melitea

non andrà piú al monte scalza:

punse il rovo d'una balza

i piedini suoi di dea.

Secondo pastore:  Autonòe granel di sale

non mi costa o fil di biada,

poiché vive di rugiada,

come fanno le cicale.

Eumene:                  Deh, buona gente, a voi che ne la pura

e sacra intimità con la natura

solitaria vivete, avvenne mai

d'udir davvero il riso, i gridi gaj

de le Ninfe su queste antiche rive?

vedeste voi qui mai Ninfe giulive?

Primo pastore:       Noi no, giammai. Ma un pastorello, Epi

nomato, dice che le vide, un giorno,

nell'ora che il ramarro entro le siepi

dorme e non van le lodolette intorno.

Secondo pastore:   Una ne vide, a quel ch'ei dice o sogna,

che lo pregò fosse contento un poco

di farle udire il suon de la sampogna;

ma prestarsi non volle egli a quel gioco.

Primo pastore:       E dice che gli chiese allor la pelle

roggia d'un becco che copriagli il tergo.

Risero a la dimanda le sorelle

di lei, nell'antro lí, che è loro albergo.

Secondo pastore:   (minacciando una capretta che è montata sul clivo)

Giú, bianchetta, dal clivo! Se t'arrivo...

Primo pastore:      (riprendendo a cantare e avviandosi)

Melitea con le serpette

sa parlar soave e piana:

le ammaestra e, qual collana,

quindi al collo se le mette.

(I due pastori vanno via con la greggiola lungo la riva a destra.)

Eumene:                  E se ci son, prestarsi graziose

al castigo ch'io medito vorranno?

Qualche dio, qualche dea talor rispose

e secondò piú d'un ameno inganno.

Certo che se qui son Najadi ascose,

spesso cagion di ridere non hanno,

ed io materia a spiritose ciarle

vengo loro ad offrir...

Agatone: (sopravvenetido, carico, ansante, dal sentiero a sinistra)

                                                                        Prova a chiamarle!

Eumene:                 Oh tu! Già qui?

Agatone:                                            Mi son precipitato,

per far presto, da quella scorciatoja

maledetta, di là... Mi sarai grato:

son vivo per miracolo, ho le cuoja

tutte stracciate. E guarda ch'ho comprato,

che splendore, eh padron? guarda che gioja...

Fior, latte, frutta...

Eumene:                                                 Bene. Ora va' via.

Agatone:                 Vuoi restar solo?

Eumene:                                                sì.

Agatone:  (alza le spalle, apre le braccia, s'inchina)

                                                                    Bene ti sia!

(Se ne va per il sentiero d'onde è venuto. Eumene s'appressa alla riva e, appoggiando una mano alla quercia, canta.)

Eumene:                        O giovinette Najadi,

belle figlie di Giove,

ad invocarvi trepido

il labbro mio si muove:

non ride alcuna grazia

qui di natura: tutto

veste ha d'oblío, di lutto,

né per voi sorge altar.

       Scortese o temerario

per tanto io non vi paja:

so che a voi meglio è vivere

di vostra vita gaja

ove qualch'antro arboreo,

di chiare fonti adorno,

vi possa offrir soggiorno

lieto vicino al mar.

       Ma forse il vostro tenero

cuore ha pietà di questo

antico fiume, or povero

d'acque, e m'è grato al mesto

nume che dentro v'abita

immaginarvi intente:

qualcuna certamente

volle con lui restar.

Le Najadi: (dall'acqua senza farsi scorgere, mentre - Eumene canta)

- Vieni sú!

                   - Zitta! Senti?

                                           - Chi ci chiama?

- Un giovine stranier! Zitta... Oh che incanto

nuovo; ascolta! Che fascino nel canto!

- Che vorrà? Qualche insidia ei certo trama.

- Contro noi?

                       - Contro il fiume: odi?

                                                            - Io m'ascondo!

- Io pure!_ Eh via, tentiamo l'avventura!

Se Scamandro si desta?

                                     - Uh, che paura!

Te l'immagini il vecchio furibondo?

(Le tre Najadi scoppiano in una risata e si nascondono.)

Eumene:                  Ridono! Oh fosser loro! Olà, chi ha riso?

      Se siete voi, mi prostro,

Najadi, qui. Non mi negate il vostro

      leggiadro viso I

(Le tre Najadi, avvolte in un velo verde lieve, nude le braccia e le gambe, la capellatura ondeggiante su le spalle, adorne di una corona di canne, sporgono ancor sorridenti il capo di tra gli alberi della riva.)

Prima Najade:        Per pietà del vecchio fiume,

non per altro,

Greco scaltro,

ci vuoi qua?

Seconda e terza Najade: (con comica serietà)

       Non per altro!

Prima Najade:

       Ah ah ah!

Seconda Najade:   Il tuo cor per lo Scamandro

       veramente

       dunque sente

       carità ?

 

Prima e Terza Najade:       Veramente!

Seconda Najade:                Ah ah ah!

Terza Najade:         E invocate per pregarci

      sol di questo,

      Greco onesto,

      ci hai tu qua?

Prima e Seconda Najade:

      Sol di questo i

Terza Najade:                     Ah ah ah!

Eumene:                  E per pietà di me, Najadi, ancora,

poi che il motteggio vostro mi palesa

che non v'è ignota la gioconda impresa

alla quale benigne il cor v'implora.

Prima Najade:       Impresa la chiami?

 

Seconda Najade:   (con finto orrore)

Sacrilego intrigo!

Eumene:                  No, giusto castigo 1

Terza Najade:        Che lo Scamandro infami...

Eumene:                 No, no!

Terza Najade:                     Se tu profani un rito sacro!

Eumene:                 Io vorrei che men gelido lavacro

la nuova sposa oggi trovasse qua.

 È questa anche pietà

  pe ‘l fiume, se vi piace:

Onore ei si farà, dormendo in pace.

Per voi non vedo intanto alcun altare,

Najadi graziose, ove posare

  con tutto il cuore queste

  offerte mie modeste.

Prima Najade:      (accorrendo seguita dalle altre)

Frutta?

Seconda Najade:                Fiori?

Terza Najade:                               Latte?

Prima Najade:                                         Oh bene!

Sei sfrontato, Ateniese,

ma ci piaci,

piú dei giovani dabbene

del paese!

Seconda Najade:    Non saran mézzi i tuoi frutti,

come tutti

i tuoi detti son mendaci?

Terza Najade:        Con questi fiori noi t'adorneremo:

avrai di canne in capo una corona;

in mano un remo.

Scamandro è vecchio, e vedrai che perdona.

(Le tre Najadi circondano Eumene e lo conducono tra gli albeririva, portando seco i doni.)

Agatone:  (affaciandosi dal sentiero sotto il ciglio, ove s'è tenuto nascosto a spiare)

Se debbo dire il vero, io mai non ho

a Ninfe, a Fauni, a Najadi creduto.

Ma ora opinione al tutto muto:

   ci crederò.

Ah, ecco: il nuzial corteo giú viene.

   Padrone, ti saluto!

Io me la filo via: t'avvenga bene.

Quarto Episodio

IL CORTEO

È già sopravvenuta la sera. - Ascanio e Calliroe, preceduti da alcuni fanciulli che recano in mago tede accese e seguiti da Caletore e da Proclea e quindi dal coro nuziale guidato dal Corifeo, vengono sul ciglio e vi si fermano.

Corifeo: (avanzandosi e schierando il coro)

Su, in ordine! Composti! Or l'augurale

ode - s'intuoni:

grata a gli sposi, grata a l'immortale

Nume custode - suoni.

Coro:                        Delle tre Dee che in te, fiume Scamandro,

al giudizio movendo d'Alessandro,

vennero ad indorar la chioma ha questa

vaga sposa modesta

valor senno bellezza.

Corifeo:                   Infinita allegrezza

n'avrà lo sposo! Paziente soffra

però che prima al Nume ella si offra,

intatta in lui si bagni.

E il suon degli Imenèi giú l'accompagni

Coro:   (mentre Ascanio e Calliroe, seguiti da Caletore e da Proclea scendono il clivo)

             Strofe:          Non sí tosto la bionda

Luna il suo lume pio

spiri e malia nei cieli,

sì scioglierà dei veli

ultimi, pudibonda,

la vergine per scendere al lavacro.

La attende in ansia il dio

entro il talamo sacro.

Odoriamo di cinnami la sponda.

Tutti:                        Imen, oh, Imenèo!

Coro:  Antistrofe:    O stella rugiadosa,

Espero, e tu frattanto,

giú tra le cupe frondi,

pria ch'ella il piede affondi

dentro l'onda amorosa,

vergine ancor, vergin per poco ancora,

mirala: oh dolce incanto!

Domani, su l'aurora,

Fosforo la vedrà giuliva sposa.

Tutti:                        Imen, oh, Imenèo!

Ascanio:      (a Calliroe)

Ed ora, o mia Calliroe, al tradimento!

Bacio di vento,

e d'acqua amplesso,

col mio permesso.

Caletore:                 Sú sú, figliuolo, non è questo il loco

né l'ora di motteggi irriverenti.

Proclea:                    Son riti sacri, non si fa per gioco.

Caletore:                  Lo so io, che mi costano talenti!

Ascanio:                            Zitto! Non tanti,

a giudicar almen da quei belanti.

Dicevo per far cuore a la sposina

   che, poverina,

trema, la vedi?

Caletore:                                            Ma noi siam lassú!

Che paura?

Proclea:                                         Hai paura, bimba, tu?

Caletore:                  Sú, via di là. Qua un po' la tua nutrice

rimane teco: noi risaliremo.

Sta' bene attenta a ciò ch'ella ti dice.

      (Risale con Ascanio sul clivo.)

Proclea:                    Tremi davvero tu, bambina?

Calliroe:                                                                      Tremo,

non di paura. Tu lo sai, nutrice.

Ah triste sorte avere il padre avaro!

Proclea:                   Ti dà lo sposo ricco, e l'avrai caro,

ne son certa, col tempo. Ogni altra idea

scaccia da te, chiudi l'orecchio al tarlo

tristo che il cor ti rode.

Calliroe:                                                           Ahimè, Proclea...

Proclea:                   Mai non avessi fatto quel viaggio

in Atene! Tu sai di che ti parlo...

Calliroe:                  Ma egli è qui! L'ho veduto! M'ha seguita!

Proclea:                   Che dici mai? T'assistano gli Dei!

Piú non pensare a lui... Sú, va', coraggio!

Pensa che lo Scamandro a sé t'invita.

Sai tu, fanciulla mia, come dir dêi,

movendo al fiume?

Calliroe:                                                    Sí. Ma ascolta: sento

come un fruscío sommesso... ascolta! È il fiume?

Non so, m'invade uno strano sgomento...

Proclea:                    È segno, questo, che tu senti il Nume.

        Va’ va'! Buona fortuna!

Calliroe s'avvia alla riva e scompare tra gli alberi. - Proclea risale sul ciglio, ad aspettare con gli altri.

Corifeo:                   Ecco, sorge la Luna.

Pronuba sia!

Coro:                               O solitaria errante,

o vigilante iddia,

stendi dal cielo - ove serena brilli

e qua giú scuoti il vaporoso velo

trapunto di rugiada,

sonoro tutto d'argentini trilli;

fa' che sicura nel tuo dolce lume

alle nozze col fiume

la nuova sposa vada.

Quinto Episodio

LE NOZZE

Calliroe, che si sarà spogliata dietro gli alberi, viene avanti ignuda, trepida, fino al margine, nel lume della luna, e prima di porre il piede nell'acqua fluente, proferisce le parole di rito.

Calliroe:                   Scamandro, a te la mia verginità!

Eumene: (sorgendo da una siepe di loto, nella quale s'era nascosto presso di lei)

Ch'io volentieri accetto.

Calliroe: (addietrando, atterrita)                       Ah!

Eumene:         (Pronto, abbracciandola)                     Perché gridi?

Calliroe:                  Chi sei tu?

Eumene:                                     M'hai chiamato. Eccomi qua.

Il nume abitator di questi lidi.

Calliroe:                  Scamandro... tu?

Eumene:                                         Scamandro.

Calliroe:                                                               Ma se mai

sposa alcuna ti vide al tempo nostro?

Eumene:                  E tu mi vedi. A tutte io non mi mostro.

Bella tu piú d'ogni altra non ti sai?

Guardami!

Calliroe:  (riconoscendolo)           Vedo ... Lasciami! Lassú

c'è il corteo.

Eumene:                                       Di che temi?

Calliroe:                                                             Io mi vergogno.

Eumene:                  Immagina che tutto come un sogno sia!

Non ti guardo; a me ti stringo. Il dio,

cui sei venuta a offrirti, io sono.

Calliroe:                                                                          Tu?

Eumene:                 Io, Scamandro, non vedi? Son ben io!

Venne poc'anzi chi lassú t'aspetta

a veder s'io scorrevo almeno un poco.

Delle nozze ei parlava ad un amico

ateniese, a cui la medaglietta

mostrò: gliene parlava qual d'un gioco

al qual per forza si prestava.

Calliroe:                                                                     Ah, sí?

Eumene:                  E ben altro dicea ch'io non ti dico.

Onde pensai per te questa vendetta.

Attenda or ci lassú, mentre tu qui

al tuo nume ti stringi. Non temere,

non temere! Sei mia! Per sempre mia

sarai! Vieni...

Calliroe:                                          No, no, lasciami, via!

Qualcuno di lassú ci può vedere...

Eumene:                  Nessun si attenterà, ché a tutti il rito

è sacro. Ed io...

Calliroe:                                             Ma tu del vecchio fiume

la sembianza non hai... né men la barba...

Eumene:                  Oh semplicetta! Ma s'io sono un nume

non mi posso cangiar come mi garba?

Vecchio, se tale faccia meglio al caso;

giovine, d'una giovine all'invito

(ché non potrei da vecchio) mi presento.

Ti dispiace veder nudo il mio mento?

Calliroe:                  No...

Eumene:                           Tonsori ha l'Olimpo: mi son raso.

Odi? Ridono l'acque, ai nostri detti.

Vieni, vieni con me senza paura.

C'è chi veglia per noi: siam ben protetti

dalle Najadi, e qua dalla verzura.

Eumene si trae Calliroe nel folto delle piante. A sommo delle acque correnti si vedono guizzar le Najadi.

Le Najadi

– Vigila tu di là. Io di qua vigilo.

– Pronte l'anfore, e addosso a chi verrà

prima a spiar gl'insoliti prodigi

di questa notte!

                           Oh che guardi di là,

tu? Via, lasciali in pace, e qui t'apposta.

– Zitte! Parla qualcuno su la costa...

Ascanio: (sul ciglio, a Proclea)

Non le hai tu detto che bastava un piede

intingere nell'acqua? Ingenua è troppo

e forse un bagno veramente crede

che far bisogni...

Proclea:                                                 Temo d'altro! Un groppo

avea di pianto in gola.

Caletore:                                                         Che le sia

incorso male? Stupida figliuola!

Va', va' a vedere. (a Proclea)

          (ad Ascanio) Tu no, qua!

Ascanio:                                                                       Se mia

sarà tra poco!

Caletore:                                          Ancor non sei marito!

Proclea:                   Io stessa non so ben se offesa al rito

rechi, andando. Di Pallade la fama...

Caletore:

Lascia dire di Pallade... Va' giú

càuta, non t'accostar di troppo e chiama.

Proclea:       (scende dal ciglio e chiama)

Calliroe! Calliroe!

Appena, nell'ombra, s'accosta al margine, è assalita da un furioso getto d'acqua da parte delle Najadi.

Proclea:                                                   Aita! Aita!

Gente, accorrete! accorrete!

Ascanio:  (precipitandosi)                                       Che fu?

Caletore:                 Proclea! Che fu? (scende anche lui)

Proclea:                                           Scamandro m'ha punita!

E ancora... (altro getto d'acqua) Ahi... Uff... Aita! È furioso!

Caletore:                  E Calliroe?

Ascanio:    (cacciandosi tra gli alberi)

              Calliroe, ove sei tu?

Caletore:                 Giú con le tede! (a Proclea) Va'! cerca!

Proclea:                                                                                    Non oso!

Non oso piú!

Caletore:  (al coro)                           Fermi qua tutti!

Vado io solo ... Ascanio? Fate lume un po'

di qua ... Calliroe! Ascanio!

Ascanio:          (di tra gli alberi lontano)                 Eccomi!

Caletore:                    (gridando)                                            No!

Tu no!

Ascanio:              (ansante di ritorno)

      Non c'è! non c'è! Tranne che a guado

non sia passata all'altra riva...

Caletore:                                                                      Come!

Impossibile!

Ascanio:                                        Eppure...

Caletore:    (a Proclea)                                   Con sí poca

acqua... chi t'ha bagnata?

Proclea:                                                                 Io ... io non so!

Caletore:                 Gridiamo tutti, tutti insieme il nome

della figliuola mia!

Tutti:                                                         Calliroe! (pausa)

Caletore:                                                                  Nulla!

Annegata? Perduta? (a Proclea scotendola)

                                    Sú, va', oca,

muoviti! corri! Andiam tutti: le tede

avanti! Fermi... Ecco le vesti, qua...

Ascanio:                  Son le sue vesti?

Caletore:                                               E lei? Lei non si vede!

Ascanio:                  Oh Calliroe!

Proclea:                                         Sciagura!

Caletore:                                                        Ove sarà

Calliroe! Calliroe! Oh mia fanciulla!

(Si ode da lontano la voce di Calliroe)

Calliroe:                  Proclea!

Ascanio:                                  Zitti! Chi chiama?

Caletore:                                                                  È lei!

Calliroe:   (da lontano)                                                     Proclea!

Tutti:                       È lei! è lei!

Ascanio:                                     Chiama Proclea!

Caletore:                                                                 Sú, vola!

Ecco le vesti... vola! Indietro, noi!

indietro tutti! Ah stolida figliuola...

Ascanio:                  Io non so come mai...

Caletore:                                                       Forse temea

d'esser vista ...

Corifeo:                                             Sciogliam di grazie...

Caletore:     (interrompendo)                                                 Poi,

poi canterete! Io la conosco, ell'è

timida tanto e tanto ingenua, che -

tu l'hai vista - tremava, quando sola

noi la lasciammo qua.

Ascanio:                                                           Eccola!

Calliroe ritorna insieme con Proclea, col volto composto a un'aria di gioja serena.

Caletore:                                                                         Figlia!

Calliroe:                   Qual'ansia è in voi? Non so che meraviglia...

Ascanio:                   Come!

Calliroe:                               Non mi dovevo io forse qui

allo Scamandro offrire?

Caletore:                                                           Ebben?

Calliroe:                                                                        Cortese,

l'offerta mia lo Scamandro gradì.

Ascanio:                  Come gradì?

Caletore:                                        Che dici?

Calliroe:                                                          Sí; dall'acque

sorse ...

Tutti:                                     Scamandro?!

Calliroe:                                                      Sí; con sé mi prese...

Tutti:                        Lo Scamandro?!

Calliroe:                                               E di me molto si piacque.

Onde al Nume sien grazie!

Caletore:                                                                  Ella delira!

Tutti:                        Il Nume!

Ascanio:                                   Il Nume? hai tu veduto il Nume?

Calliroe:                  Sì, lo Scamandro.

In questo punto si presenta Eumene, seguito da Agatone, recando i doni.

Calliroe:         (con giubilo acorrendo e stringendosi a lui)

                                                                  Eccolo!

Ascanio:                                                                 Eumene!

Eumene:  (pronto)                                                                  Amico,

io t'ho salvato!

Tutti:                                                 Sacrilegio!

Caletore:                                                             Chi?

chi è costui?

Ascanio:                                        Che hai fatto?

Eumene:                                                                 Ora vi dico.

Caletore:                 Tenetelo!

Eumene:                                  No, amici miei; senz'ira...

Caletore:                 Sia tosto tratto in giudizio! Nel fiume

s'è acquattato, l'infame, ed ha ingannato

la mia figliuola! Tenetelo!

Eumene: (traendosi indietro minaccioso, con Calliroe abbracciata)

                                                                               Qui,

vecchio, la tua figliuola ora mi tiene;

e nessun mi s'accosti! Egli per me   (indica Ascanio)

parli! Direte poi se a fin di bene

io non abbia operato.

Ascanio:                                                        Egli v'inganna

ancora! Io non gli dissi ...

Eumene:                                                               Mi dicesti

che a nozze andavi come a una condanna.

Nega, se puoi!

Caletore:                                            Tu, Ascanio? E come! Se

tanto dappresso mi sei stato... E resti

muto?

Ascanio:                             Mi trasse a dire egli... Ma ormai

per me Calliroe... Calliroe è perduta...

Eumene:                  Ed io l'ho guadagnata, io che l'amai

dal dì che teco per le vie d'Atene

la vidi, o padre: se con arte astuta,

perdonami, perdonaci!

Caletore:                                                           Sia bene

a tutti! Eumene, dunque vuoi che sia

Calliroe tua sposa?

Eumene:                                                   Ella è già mia!

Calliroe:                  Eumene! Eumene!

Ascanio:                                                   Ahimè, come quest'onta

sopporterò?

Agatone: (piano, da un lato)         Signore, non t'incresca!

Non vadan le tue lagrime sprecate:

là, versale nel fiume, ch'egli cresca...

Caletore:                  (dall'altro lato)

E a lui la pena tua, caro, racconta.

Corifeo:                   Sú, in ordine! Innalziamo

l'inno di grazie a lo Scamandro.

Agatone:                                                                         Fate

 piano, mi raccomando.

Caletore:                                                           Andiamo, andiamo...

Il corteo si dispone nell'ordine di prima: avanti, i fanciulli con le tede: poi Eumene e Calliroe, Caletore e Proclea; quindi il Coro. Ascanio resta indietro, con le mani sul volto: quando le voci si sono allontanate, risale il clivo anche lui.

Coro:                        Dell'onda aspersa che amorosa nuota,

la giovinetta sposa

d'un novello rossore

tinta ritorna l'una e l'altra gota.

Tal'è su l'apparir del primo albore

una vermiglia rosa,

tal del punico pomo è il bel colore,

Scamandro, e tu, prole di Giove...

(Il canto si perde lontano.)

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Indice Biblioteca Progetto Luigi Pirandello

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 30 aprile 2008