Luigi Pirandello

Sagra del Signore della Nave

Commedia in un atto [1]

estate 1924

Edizione di riferimento:

Luigi Pirandello, Maschere nude, a cura di Alessandro D’Amico, vol. III, collana I Meridiani, Arnoldo Mondadori editore, Milano 2004

Per la rappresentazione di questa Sagra sarà necessario predisporre un congiungimento del palcoscenico con la sala del teatro. Appena gli spettatori di buono stomaco avranno preso posto, un ponticello di passaggio alto circa due palmi e mezzo si drizzerà, all’alzarsi del sipario, lungo il corridojo tra le due ali delle poltrone, mediante un congegno meccanico che potrà così drizzarlo come tenerlo appiattito al suolo. E la varia gente che si recherà alla festa, signori e popolani, beghine e miracolati del Signore della Nave, venditori d’ogni mercanzia, sonatori ambulanti, contadini, ecc., entreranno dalla porta d’ingresso nella sala, alle spalle degli spettatori; traverseranno su quel ponticello il corridojo e saliranno sul palcoscenico, che rappresenterà una parte dello spiazzo davanti la chiesetta di campagna. Sorgerà questa in alto, nel fondo, con una gradinata, o cordonata, consunta ed erbosa davanti al portale. L’intera facciata e il campanile, per la soprelevazione, non si vedranno; basterà che si veda intero il portale. Tra gli alberi, intorno allo spiazzo, da una parte e dall’altra saranno già sorti, all’alzarsi del sipario, banchi di mescita, banchi e ceppi di norcini, parati con lenzuoli palpitanti che pajono vele, e stoffe smerlate e festelli dai più vivaci» colori; taverne all’aperto, tavole e panche, caratelli e barili di vino, baracche di venditori con commestibili esposti d’ogni genere: paste e frutta e dolci.

Oltre il sentieruolo scorciatojo (drizzato nella sala), altra via più larga si suppone che conduca in più gran numero gente di città e di campagna alla festa del Signore della Nave; e, senza che si veda, se ne udrà ai luoghi indicati il bailamme e il tramestìo che farà nello spiazzo di là dalle quinte a destra e a sinistra.

Appena alzato il sipario si udrà un lontanissimo battere in cadenza di tamburi, che non verrà dal palcoscenico ma dall’interno del teatro, alle spalle degli spettatori. A poco a poco questo battito si avvicinerà sempre più.

Un tavernajo (lardoso, con un tòcco di carta in capo, in maniche di camicia rimboccate sulle braccia e un grembiulone di traliccio a righe bianche e turchine: chiamando verso l’interno, a destra): O Libèee! Dico a te! Malanno a te! Vieni a stendere le tovaglie sulle tavole, che già la gente comincia a venire!

Dietro le quinte a destra e a sinistra, più o meno lontani e regolati sulle pause dal Direttore di scena per modo che non disturbino troppo la recitazione, cominceranno a udirsi i berci dei venditori, cantilenati e ripetuti d’ora in ora con varietà, durante tutta la rappresentazione. Qui se ne trascrivono alcuni; altri potranno essere aggiunti, purché abbian colore e diversità di tono e di cadenza.

Bercio d’un dolciere: Croccanti, croccanti, biscotti anaciati!

Bercio d’un gelatajo: Lo scialacuore, lo scialacuore! - Un soldo la giara, lo scialacuore!

Bercio d’un cocomerajo: Taglia ch’è rosso! Taglia ch’è rosso!

Bercio di pescivendoli: Triglie e merluzzi venuti d’ora!

E suoni lontani titillanti di mandolini, suoni di frullonaj che allungano e allentano il filo del frullo, suoni discordi d’altri giocattoli sonori, tra il brusio della gente già arrivata.

Il tavernajo (vedendo un ragazzotto sopravvenire di fondo alla sala stronfiando sul ponticello, con sulle spalle un barile, gli griderà): Oh abbada oh! Non senti come sciaborda il barile? Arriverà aceto questo vino!

Intanto il Tavoleggiante chiamato sarà accorso.

Il tavoleggiante: Eccomi qua! Eccomi qua!

Con un salto, cavando da dietro il banco le tovaglie:

Pronte le tovaglie!

E si metterà a stenderle sulle tavole: sbracciato anche lui, con la berretta a barca sulle ventitré e un garofano rosso infitto sull’orecchio destro. Poi, fischiettando, apparecchierà le tavole con piatti di rozza terraglia smaltata e dipinta con certe ditate di rosso e di blu che vorrebbero esser fiori, e posate di stagno e tozzi bicchieri di vetro.

(Sulle tovaglie e su questa rustica suppellettile da tavola si rifletterà la luce dorata del pomeriggio autunnale ancor caldo; a mano a mano la luce si farà rossa, d’un rosso di fiamma viva, e infine violetta e fumosa.)

Il norcino (con un rude faccione sanguigno tagliato da folte basette, un grosso berretto di pelo e le potenti braccia scoperte, si presenterà dietro al banco col grembiule di cuojo legato alla vita, e dirà al tavernajo): E questo Mastro-Medico che ancora non viene!

Il tavernajo: Qua ha da essere! L’ho invitato io!

Il norcino: Già, ma io intanto, se non viene, non posso scannare!

Il tavernajo: E neanche gli altri: dunque datevi pace!

Poi, al ragazzotto che sarà arrivato sul palcoscenico col barile, ajutandolo a scaricarsene:

Quest’è l’ultimo, o ce n’è altri?

Il ragazzotto (togliendosi dal capo il sacco che gli proteggeva la nuca e le spalle): L’ultimo! l’ultimo!

Dal fondo s’udrà più forte il suono dei tamburi in cadenza.

Brum brumbrùm brumbrùm brumbrù

Brà brabrà brabrà brabrà

Brùmmiti brùmmiti brùmmiti brù

Bràbbiti bràbbiti bràbbiti brà

E dietro i due tamburini, vecchi con facce cotte dal sole e barbe corte schiumose, cappellacci a cono con fettucce pendenti, abiti di velluto strusciati e stinti, verde l’uno e l’altro marrone, brache a mezza gamba, calzettoni di cotone grosso turchino e scarponi grezzi imbullettati, si vedranno venire due marinaj miracolati del Signore della Nave: uno vecchio e l’altro giovane; il vecchio, alto ma curvo, con faccia legnosa e quasi nera, duri e lisci capelli grigi, duri occhi adirati, la barba a collana; il giovane, tozzo e forte, con larga faccia ridente; tutt’e due in peduli, con calzoni di tela bianca rimboccati fino al ginocchio e sorretti da una fascia sgargiante di seta rossa più volte rigirata attorno alla vita; in maniche di camicia: camicia celeste, aperta sul petto; e sul petto, una tabella votiva, appesa al collo, nella quale sarà dipinto un mare blu in tempesta, che non potrebbe essere più blu di così, e il naufragio della barchetta col suo bravo nome scritto grosso grosso a poppa, che ciascuno possa leggerlo bene, e tra le nuvole squarciate il Signore della Nave che appare e fa il miracolo. Oltre queste tabelle i due miracolati porteranno in dono alla chiesa, su un vassojo sorretto da un nastro anch’esso sgargiante a tracolla, e coperto da una tovaglietta ricamata, molte torce di cera. Tre donne con lo scialle in capo seguiranno i miracolati, reggendo a due mani sacchi di farina; e due ragazzi, goffamente vestiti da festa, recando fiori.

Il giovane miracolato: Viva il Signore delle grazie, divoti!

Le donne e il vecchio: Viva! viva!

Il tavoleggiante (cavandosi il berretto e agitandolo): Viva sempre!

La piccola processione, attraversato il ponticello e poi il palcoscenico, salirà la cordonata della chiesetta e, lasciando davanti la porta i due tamburini che cesseranno di sonare, entrerà a deporre le offerte e le tabelle votive. I tamburini andranno via per la sinistra, con la speranza d’accompagnare alla chiesa altri miracolati, se ne incontreranno per via. Da destra irromperà una donnaccia da trivio tra due operaj; uno, gentile, civilino, con una barbetta da malato, e la chitarra a tracolla; l’altro, malmesso e sguajato. La donnaccia, di sconcia grassezza e violentemente imbellettata, è già ubriaca; i due uomini cercheranno di trattenerla.

La donnaccia: Venite, venite; sediamo qua!

Il secondo operajo (accorrendo): No, no qua vicino alla chiesa!

La donnaccia (buttandosi a sedere su una seggiola con le gambe discoste e aprendo le braccia): Ah, mi sento tutta allargare dalla contentezza!

Il secondo operajo (tirandola su, per trascinarsela via): Su, su, vieni via; che qua non è posto per noi!

Il primo operajo: Piano, piano, che si persuade da sé!

La donnaccia (alzandosi e buttandogli le braccia al collo): Caro! Suona, suona che canto! suona che canto!

Il secondo operajo (al primo, portandoselo via sotto il braccio verso sinistra): No, per carità! Ha una voce così spietata, che se si mette a cantare, fa scappar via tutti quanti.

La donnaccia li seguirà sghignazzando, e scompariranno per la sinistra.

Il tavernajo: Meno male che l’han capito da sé, che questo non era posto per loro!

Intanto dal fondo della sala verranno sul ponticello, conversando tra loro, il giovane pedagogo e il mastro-medico. Il giovane pedagogo è magro, pallido e biondo, vestito di nero: spirante. Poeta in petto, difende dall’ironia dei digiuni e dall’oscena brutalità delle quotidiane esperienze la fede incorruttibile nei valori ideali della vita e sopra tutto l’umana dignità. Il mastro-medico è un vecchiotto arzillo, mal vestito, con un cappellaccio di paglia in capo di parecchie estati e un bastone in mano, da pecorajo.

Il giovane pedagogo: E lei, ogni anno, fedele a questa sagra?

Il mastro-medico: Ma non per la sagra, amico mio. Sono di servizio, sono. Volante per queste campagne, dove mi si chiama il mastro-medico, ho dal Comune l’ufficio di badare alla prima scanna dei porci che si fa ogni anno per questa festa del Signore della Nave.

Il giovane pedagogo: E non mi saprebbe dire che sorta di connessione ci può essere tra questa scanna e la festa del Signore della Nave?

Il mastro-medico: Ah, non saprei.

Saranno già arrivati sul palcoscenico; e il Tavoleggiante si farà loro incontro.

Il Tavoleggiante: Buon giorno, signor Dottore. Vogliono prender posto a una di queste tavole?

Il Norcino: Ah, eccolo finalmente! Pago io per il signor Dottore che dev’esser sudato, dovunque segga, un litro del miglior barile, alla sua salute!

Il mastro-medico: Grazie, caro, grazie; non bevo mai a digiuno.

Il Tavernajo: Oh, si ricordi, signor Dottore, che l’ha promesso a me per quest’anno l’onore di venire a mangiare la corata come la cucino io!

Il mastro-medico: E manterrò, manterrò: appena avrò finito il mio servizio.

Il Tavernajo: M’hanno assegnato il posto qua presso la chiesa, come vede: non avremo tanta baldoria.

Il Norcino: Ma venderemo anche noi, non dubitate. Qua vengono i signori. Lasciate fare lì il bailamme! Chi bercia molto, mangia poco!

Il Tavoleggiante: Seggano, intanto.

Il giovane pedagogo: Io dovrei sedere veramente a una tavola riservata; se voi mi sapeste indicare dove e quale sia.

Il tavoleggiante: Riservata a chi?

Il giovane pedagogo: Al signor Lavaccara.

Il Tavoleggiante: Ah, allora è quella lì.

Indicherà una tavola a destra presso il boccascena.

Venga; segga: il signor Lavaccara starà poco a venire.

Il Norcino: Ha venduto il porco a me!

I due vanno a sedere alla tavola.

Il Tavoleggiante: Comandano intanto qualche cosa?

Il giovane pedagogo: No, grazie: aspetto.

Verranno sul ponticello un modesto scrivano, la moglie, due figlie e un giovane amico di casa: quello, striminzito in un antico farsetto abbottonato fino alla gola, col tubino inverdito, un po’ di lato; due bei baffi lisciati e pettinati a scimitarra; le ali del solino sotto il mento e la cravattina rigida annodata a farfalla; la moglie grassa e le figlie grassottelle, vestite ancora estivamente, di velo; il giovane amico, ancora in paglietta, con certe ghette sfilacciate che lo fan parere un piccione con le zampe impennate; molto in pensiero dei larghi polsini staccati, che non gli scappino fuor delle maniche.

Lo scrivano (cominciando ad attraversare il ponticello, rivolto al giovane): Eh, avesse veduto quanta più polvere per lo stradone, quando le sottane delle donne usavano lunghe e frullavano tutte, con l’insaldatura da piedi.

In confidenza:

E anche loro, sotto, la polvere! Ih ih ih.

La moglie: Martino, le ragazze!

Lo scrivano (appena raggiunto il palcoscenico): Ecco, forse si potrebbe sedere qua.

Una delle figlie: Oh Dio no, papà: di qua non si vede nulla!

Il tavoleggiante: Si vede però quando dalla chiesa uscirà la processione! Seggano, seggano!

Lo scrivano (complimentoso): No, grazie; sa, noi si viene, del resto, più per arieggiarci un poco la mente, che per mangiare.

S’inchinerà, togliendosi il cappello, e andranno via per la destra.

Il giovane pedagogo (rivolgendosi al mastro-medico): Ma certo ci dev’essere, se questo Signore è chiamato così, «della Nave», una leggenda, io penso, nella quale probabilmente i suini avranno qualche parte.

Saranno nel frattempo usciti dalla chiesetta i due marinaj miracolati con le loro donne e i ragazzi. Il vecchio avrà udito le ultime parole del giovane pedagogo e insorgerà, indignato:

Il vecchio miracolato: Che parte e parte volete che ci abbiano i suini? Non bestemmiate! Il Signore della Nave è nostro: di noi marinaj, che non siamo suini!

Il giovane pedagogo (tentando di scusarsi): Ma no, io dicevo...

Il tavoleggiante(aggressivo): Parlate con rispetto, perché nessuno ha voluto offendervi!

Il vecchio miracolato: Ci offendete sì, tutti quanti siete ci offendete, gozzovigliando qua davanti la chiesa, a cui noi veniamo ogni anno dal mare a portare offerte e voti per la mala morte da cui il nostro Signore ci volle scampare!

Una delle due donne, la più giovane, si farà avanti e stenderà un braccio, umile e cupa, per portarsi via il vecchio:

La donna: Andiamo, andiamo, pà!

Il vecchio miracolato (strappandosi da lei, più iroso): No, lasciami: è da tanto che lo voglio gridare in faccia a qualcuno!

E tornando a rivolgersi al giovane pedagogo:

L’ha mai visto lei, quel Cristo là nella chiesa? Lo vada, lo vada a vedere!

Il tavoleggiante: è, vero, oh: fa spavento.

Il tavernajo: Certo, chi lo fece, più Cristo di così non lo poteva fare.

Il mastro-medico: Saranno stati i giudei sulla carne viva di Cristo

accennerà il segno di croce

lodato sia! ma qui fu lui: lo scultore. Con una tale ferocia ci si mise, che non gli lasciò oncia di carne che non fosse piaga o lividura.

Il norcino: Ci si scialò!

Il tavoleggiante: E con tutto questo, ne fa di miracoli! Tutta la chiesa è piena di tabelle e d’offerte di cera e d’argento.

S’udrà di nuovo, dalla sinistra del palcoscenico, il rullìo dei tamburi.

Ecco, ecco altri miracolati!

E sopravverranno, parati press’a poco come i primi, tre altri marinaj miracolati, preceduti dai due tamburini, e seguiti da un più folto drappello di donne con scialli e mantelline in capo.

Uno dei miracolati: Viva il Signore delle grazie, divoti!

Il vecchio e il giovane miracolato s’inginocchieranno con le donne e i ragazzi, gridando: - Viva! - Gli altri si toglieranno il berretto e il cappello. La nuova comitiva entrerà nella chiesetta, lasciando fuori i due tamburini che se n’andranno. Il vecchio, rimettendosi in piedi con gli altri, riattaccherà subito:

Il vecchio miracolato: Ero bambino, quando lo vidi portare a questa chiesa da una ciurma forestiera, che correva impazzita, gridava e piangeva, tenendolo alto, con tutte le braccia levate. Si seppe poi ch’era un antico Crocefisso inchiodato sotto il boccaporto d’un legno levantino, che il mare aveva spaccato come una melagrana. La ciurma perduta se lo trovò che galleggiava tra loro e vi s’aggrappò; e il Cristo, che s’era schiodato da sé, li portò a salvamento, tutti, navigando su la sua santa Croce, con le braccia distese e guardando nel cielo: così!

Il mastro-medico: Ma io non credo, buon’uomo, che gli si voglia fare offesa -

Il vecchio miracolato (con ira, troncando): - scannandogli i porci attorno?

E subito, acchiappando per le braccia le due donne:

Andiamo, andiamo! Qua si perde la fede!

E farà per avviarsi con gli altri del seguito per il ponticello, quando dal fondo della sala s’udrà come un vagito sguajato e protratto che un giovinastro col ciuffo alla sgherra, giacchettina attillata e calzoni a campana, in compagnia d’un altro e di due donnacce del popolo, trarrà da una fisannonica, che non sa sonare. Subito allora il vecchio volterà trascinandosi via le donne, e il giovane e i ragazzi per il palcoscenico, donde scomparirà a sinistra, gridando: Di qua! di qua!

Il secondo giovinastro (mentre le due donnacce sghignazzeranno, strappando di mano al primo la fisarmonica): Dàlla qua a me, ti dico! Eh, a stendere e stringere il mantice, siam tutti buoni: ti voglio a muover le dita - guarda - di questa maniera:

sonerà:

pigiando sui tasti, così.

E dondolandosi al suono della fisarmonica, attraverseranno il ponticello e il palcoscenico a destra.

Il mastro-medico: Si fa un po’ d’allegria! E un nesso, se c’è, suppongo che sia soltanto nella stagione. Proibita di estate come nociva la carne suina, ora che con l’autunno il tempo dovrebbe cominciare a rinfrescare (e non rinfresca!) s’aspetta questa prima domenica di settembre dedicata alla festa del Signore della Nave che si fa qui in campagna, per permetterne la macellazione.

Si alzerà:

E io la sorveglio.

Il norcino: E come la sorveglia! L’avrei a sapere!

Il tavernajo: Per miracolo non pretende che gli siano portati alla visita lavati pettinati profumati -

Il tavoleggiante: - e con la fettuccina celeste annodata al codino!

Sopravverrà svelta svelta sul ponticello una graziosa servetta con un goffo cafone intenerito.

La servetta: Io far da cucina, e poi rigovernare, spazzare, stirare: con quattro bambini, certe barche di panni così!

Parlando e andando in fretta, saranno già sul palcoscenico, dov’ella, riconoscendo il mastro-medico, lo saluterà, senza fermarsi, con un sorriso:

Buon giorno, signor Dottore!

Il mastro-medico: Giudizio, carina, coi militari!

La servetta (andando via per la sinistra): Eh, questo va in congedo fra tre giorni!

Il mastro-medico(al norcino): Andiamo, andiamo.

Il norcino: Quest’anno, signor Dottore, vedrà che bestia!

Il mastro-medico<: Se è quella del signor Lavaccara, la conosco.

Il norcino: Ci ha pianto oh! quando me l’ha venduta!

Il tavernajo: E dicono che non se ne sa ancora dar pace!

Il norcino: Sarà da vedere sarà, quando, com’è di patto, verrà a prendersi la testa e metà del fegato!

Il tavernajo (al giovane pedagogo): Se il signore è invitato -

Il giovane pedagogo: - sono, sono invitato -

Il tavernajo: - eh, non starà certo allegro!

Il mastro-medico: Forse l’ha invitato perché lei lo consoli.

Il giovane pedagogo: È possibile: ché, quanto a mangiare, né di questa, né d’altra carne, io; mai! Insegno a mio modo, cioè all’uso antico, umanità al figlio del signor Lavaccara; e, dico la verità, sono molto dolente che il ragazzo intervenga a questa festa, nella quale non riesco a veder chiaro.

Il mastro-medico: Eh, chiaro, credo che non ci vedrà più nessuno, di qui a poco.

Il norcino (che avrà preso dal banco l’accoratojo e il ferro acciajato per affilarlo: eseguendo): Su, signor Dottore, che s’è fatto tardi: ho già tutto pronto!

Il giovane pedagogo (balzando in piedi): Oh Dio, ma non si macelleranno qua, spero, davanti agli occhi di tutti!

Il norcino (con allegra ferocia e l’accoratojo brandito): Qua, qua; e poi sparati scorticati squartati! Tò, guarda: si sbianca in viso solo a sentirlo dire!

Il giovane pedagogo: Ma è orribile! Si potrebbero macellare lontano dalla folla!

Il mastro-medico: E lei insegna all’uso antico umanità?

Il norcino: Vedrà che bellezza il taglio netto sul fegato lucido compatto tremolante!

Il mastro-medico: Dovrebbe intendere che senza questo la festa perderebbe uno dei suoi caratteri tradizionali, forse il suo primitivo carattere sacro.

Il giovane pedagogo: Ah, già: d’immolazione!

Il mastro-medico: E ricordi al suo discepolo Maja, madre di Mercurio, da cui quest’animale ripete il suo più nobile nome. (Al norcino:) Andiamo, su.

S’avvierà col norcino dietro al banco di questo.

Il giovane pedagogo (ancora in piedi, con le mani sulla tovaglia, guardando in alto, come ispirato): Già, Maja... Maja...

Ma, sentendo dietro la tenda le voci degli uomini che si preparano alla macellazione e i primi grugniti della bestia trascinata, comincerà a tremare, pur volendo vincere il tremore.

È ... è proprio vero, è... che col progredire della civiltà...

A un grugnito più forte, sudando freddo:

(oh, Dio mio!)... l’uomo si fa sempre più debole; e sempre più va perdendo, pur cercando d’acquistarlo meglio...

c.s. non resistendo più al tremore:

(oh Dio!)... l’antico sentimento religioso!

Dal fondo della sala appariranno intanto sul ponticello il signor Lavaccara col suo ragazzo per mano, e, dietro, la moglie e la figlia. Il signor Lavaccara è provvisto d’una enorme rosea prosperità di carne che gli tremola addosso. Le sopracciglia fortemente segnate, sotto la fronte tonda come un boccale, gl’imprimono però nella faccia gargiuta stupida e volgare quasi un segno di tristezza avvilita. La giacca nuova di stoffa turchina par che debba spaccarglisi alle spalle, come i calzoni di tela bianca, alle cosce. Ha una fiammante cravatta rossa, una massiccia catena d’oro al panciotto, da cui pende un gran corno di corallo tra altri ciondoli contro la jettatura, e una robusta canna d’India in mano, con un bel corno anche lì per manico. Parrà il ragazzo, di circa dieci anni, un majalotto vestito alla marinara. La moglie, con un abito verdone tutto sbuffi, non sarà meno grassa, né meno goffa e bestiale d’aspetto del marito.

La figlia, invece, in abito di divota della Madonna Addolorata - stoffa violetta con bavera orlata di nero e nero cordone alla cintola -, alta magra gialla, e guarderà sempre in terra, con gli occhi torbidi e grandi.

Il Tavoleggiante: Oh, giust’appunto: ecco qua il signor Lavaccara con la famiglia!

Il signor Lavaccara (ansimando, quasi senza fiato dalla corsa che avrà fatto, domanderà da lontano al Tavoleggiante): L’hanno scannato, di’? L’hanno scannato?

Il Tavoleggiante (udendo, tra altro rullìo di tamburi e il suono lontano della fisarmonica, le strida del porco dietro la tenda del norcino confuse con le grida di quelli che si suppone reggano la bestia): Ecco: lo stanno scannando!

Il signor Lavaccara (subito, adoperandosi con tutto il corpaccio ad accorrere, griderà al Tavoleggiante): No! corri, grida che non lo scannino! Gli ridò il danaro! Gli ridò il danaro!

La moglie (contemporaneamente: turandosi le orecchie): Ah Dio, povero Nicola!

Il figlio (piangendo, accorrendo col padre): Nicò! Nicò!

Le strida della bestia si faranno più forti.

Il signor Lavaccara (arrivato sul palcoscenico, griderà con le mani nei capelli): No! no!

Il tavoleggiante (cessate d’un tratto le strida, tra il parlottìo affannoso, dietro la tenda, di coloro che reggono la bestia sgozzata): Ecco fatto!

Il signor Lavaccara (cascando a sedere su una seggiola e coprendosi il volto con le mani): Oh! Oh!

La figlia (curvandosi su lui, con ambigua voce da maschio): Prendi anche questa a sconto dei tuoi peccati, papà!

La moglie (dall’altro lato, afflitta): Lèvati, lèvati di qui: sei tutto incollato dal sudore!

Il giovane pedagogo (al ragazzo, che accennerà di volersi recare, curioso e sgomento, dietro la tenda): Qua, Totò! Che vorresti andare a vedere di là?

Il signor Lavaccara (piangendo la bestia a modo d’un parente morto): Solo la parola, solo la parola gli mancava! Si discorreva con lui! Lo chiamava, quel ragazzo, «Nicò, Nicò!» e lui veniva a mangiargli il pane nella mano; come un cagnolo veniva! Più intelligente, più intelligente d’un uomo, era!

Il giovane pedagogo (con voce spirante, magrissimo com’è): Ma era dunque magro?

Il signor Lavaccara (stupito e quasi offeso, voltandosi di scatto a guardarlo): Magro? Pesava più d’un quintale!

Il giovane pedagogo (con un sorriso ineffabile, congiungendo le mani): E allora, scusi! Le pare che potesse davvero essere intelligente?

Il signor Lavaccara: Perché? La grassezza, secondo lei, esclude l’intelligenza? E io, allora?

Il giovane pedagogo: O che c’entra lei, signor Lavaccara?

Il signor Lavaccara: Peso anch’io più d’un quintale!

Il giovane pedagogo: Sarà bene; ma lei è d’altra specie, signor Lavaccara: Uomo: che vuol dire (se lei considera bene) questo, guardi: che quando lei mangia col bello appetito che Dio le conservi sempre, lei mangia per sé; non ingrassa mica per gli altri!

Il tavoleggiante(abbagliato subitamente dal discorso, compenetrandosene e facendolo suo): Eh, già! eh già! Mentre il porco crede di mangiare per sé, e ingrassa invece per gli altri!

Il giovane pedagogo: Poniamo che lei, con la sua bella intelligenza, fosse -

Il tavoleggiante (seguitando ad argomentare col giovane pedagogo e inserendo di tratto in tratto le sue parole nel discorso di quello): - già - scusi - un porco -

Il giovane pedagogo: - mangerebbe lei? -

Il tavoleggiante: - io no! Vedendomi portare da mangiare, io grugnirei -

Il giovane pedagogo (subito a sua volta): - inorridito! -

Il tavoleggiante: - «Nix! Ringrazio, signori! Mangiatemi magro! »

Il giovane pedagogo: Ecco! Appunto. Un porco che sia grasso, vuol dire che questo non l’ha capito; e allora, via, si consoli, signor Lavaccara, che il suo -

Il tavoleggiante: - sarà stato un bel porco, non diciamo -

Il giovane pedagogo: - ma non era certo intelligente!

Il signor Lavaccara (adirato, levandosi in piedi): Ma che discorso mi sta facendo lei? Può mai sapere una povera bestia che gli altri lo facciano ingrassare per conto loro?

La moglie (approvando): Ecco! ecco!

Il signor Lavaccara (seguitando): Anch’essa crede di mangiare per sé! E dire che non dovrebbe, per farsi mangiar magra, è una sciocchezza!

La moglie (incalzando): Una sciocchezza! una sciocchezza!

Il signor Lavaccara (c.s.): Perché, un tal proposito, a un porco non può mai venire in mente!

Il giovane pedagogo: D’accordo! d’accordo! Ma dunque, vede? Non gli viene in mente! Dove, a un uomo, sì! E un uomo, dunque, il lusso di mangiare -

Il tavoleggiante (c.s., subito): - come un porco -

Il giovane pedagogo: - eh gia, può permetterselo -

Il tavoleggiante: - sapendo che alla fine, ingrassando, non sarà scannato. Ma un porco, no: un porco intelligente -

Il giovane pedagogo: - per non farsi scannare, o per vendicarsi degli uomini che lo scanneranno -

Il tavoleggiante: - deve conservarsi magro, mangiando al più al più come una damina disappetente! Perdio, è così chiaro!

Il giovane pedagogo: Dunque, via, attenda a mangiar serenamente, signor Lavaccara!

Il tavernajo: Le porto un truògolo così di maccheroni, con una salsa che pare sangue di drago! Già dev’averne - glielo leggo negli occhi - una voglia spasimata!

Scapperà dietro il banco e di là dalla tenda, da cui ricomparirà poco dopo con un gran tondo di maccheroni fumanti.

Il tavoleggiante: E si consolerà!

Il signor Lavaccara: Mi consolo un corno! Speravo d’arrivare a tempo, speravo!

La moglie: Chi sa, a quest’ora, come dev’essere pallido!

Il signor Lavaccara (rivolgendosi con ira al giovane pedagogo): E voi non tenete conto che quella povera bestia mangiava senza il minimo sospetto che, ingrassando, sarebbe stata scannata!

La moglie: Fidandosi, povero Nicola, di chi gli dava da mangiare!

Il giovane pedagogo: Ah, se loro adesso vogliono chiamar fiducia la stupidità!

Il signor Lavaccara: Perché stupidità?

Il giovane pedagogo: Ma perché l’uomo, scusi, da che mondo è mondo, ha sempre dimostrato a codeste bestie di appetirne la carne!

Il tavoleggiante: E come! S’arriva perfino ad assaggiare loro addosso, da vive, le orecchie e la coda!

Il Tavernajo (ritornando, col gran tondo dei maccheroni): Subito in tavola! subito in tavola!

Il Tavoleggiante accorrerà a prendere e a posare in tavola la portata. Il ragazzo non starà più alle mosse.

Il tavoleggiante: Ecco, mangino! mangino!

Il ragazzo: A me! a me, papà! subito a me!

Il signor Lavaccara (dando un pugno sulla tavola): Totò, a sedere! Non lo posso soffrire! Ma guardate come subito la golosità gli accende gli occhi! Dovevo vender lui, dovevo vendere invece di Nicola!

La moglie: Eh, via, è un ragazzo, Saverio!

Il signor Lavaccara (seguitando a far le porzioni, scarse a tutti, e riservando infine tutto il tondo per sé): Nicola era più educato!

Poi, irritato, al giovane pedagogo:

È inutile che lei mi guardi con tanto d’occhi, Professore! Non mi convince! non mi convince! E io oggi mangerò di tutto, ma del mio Nicola neanche un boccone!

Il giovane pedagogo: E avrà torto, mi permetta che glielo dica. Ma siamo giusti, scusi: se non se lo dovesse mangiare, o che obbligo avrebbe l’uomo d’allevare una così immonda bestia e farle da servo, lui carne battezzata; condurla al pascolo, perché?, che servizio gli rende in compenso del cibo che ne ha?

Il tavoleggiante: Ah, è certo che il porco, finché campa, campa bene!

Il giovane pedagogo: E considerando la vita che ha fatto, se poi è scannato, se ne deve contentare, perché è ugualmente certo che -

Il tavoleggiante: - come porco non se la meritava!

Il giovane pedagogo: Ma basta soltanto guardarlo! Bestia intelligente, quella? con quel grugno lì?

Il tavoleggiante: Con quelle orecchie?

La figlia (che non mangia): Quegli occhi!

Il tavoleggiante: E quel buffo cosino, signorina, arricciolato dietro!

Improvvisamente la figlia, arrovesciando il capo, sbotterà a ridere come una pazza.

La moglie (richiamandola): Serafina! Serafina!

Il giovane pedagogo: Ma la lasci ridere, signora: ne ha ragione! Ma grugnirebbero così

s’udrà di fatti dall’interno un gran grugnire, come d’un branco che arrivi correndo

- là, là, li sente? - se fossero bestie intelligenti? È la voce stessa dell’ingordigia quel loro grugnito!

Al signor Lavaccara:

E guardi, guardi invece gli uomini venuti alla festa: qua, questi che seguitano ad arrivare!

Sopravverranno dal fondo della sala sul ponticello altri festajoli, soli, a due, a tre per volta, o anche in più. Attraverseranno il ponticello e poi il palcoscenico con diversa andatura, scomparendo a destra o a sinistra, sempre conversando tra loro.

Prima, due giovani amici, d’aspetto signorile, forse studenti:

Il primo: Eh sì, le donne! Basta che ti dicano una menzogna con voce di pianto, e che menzogna più? un pianto vero; che più vero di così non potrebbe essere!

L’altro: Una rabbia, io! - «Ma come non ti fai coscienza d’agire così con me?» - le gridavo. E lei, niente, seguitava a piangere.

Scompariranno.

Il giovane pedagogo: Che altro aspetto, lei che ha ancora davanti agli occhi il suo Nicola! Qua sì davvero il dono divino dell’intelligenza traspare anche dai minimi gesti!

Due loschi arnesi della malavita:

Il primo: Un po’ prima di sera; ma sì, quasi a bujo, che uno che avesse seguitato a guardare, ci vedeva ancora; dove un altro che ci s’affacciasse allora, non avrebbe visto nulla.

L’altro: S’era appostato?

Il primo: Che! A una finestra si pettinava la guercia: e lo sorpresi nell’atto che stava a buttarle da sotto un fiorellino!

Scompariranno, sghignazzando; ma per ritornare poco dopo.

Il signor Lavaccara: Ma questi due, intanto, sono due mariuoli: mentre un porco almeno, caro lei, anche quando fa male, lo può dire innocente!

Il giovane pedagogo: No: innocente mai, mi scusi! Come non può dirlo colpevole, così non può neppure dirlo innocente, mai! Un porco è soltanto stupido, stia sicuro, signor Lavaccara!

Il norcino (rientrando in iscena e mettendosi a berciare dietro il suo banco): Magnificenza! magnificenza! Vuol che le porti la testa, signor Lavaccara?

Il signor Lavaccara (urlando con le braccia levate): No! Non me la fare vedere! non me la fare vedere!

Il norcino: Si calmi! si calmi! Gliela faccio portare in cucina!

Il giovane pedagogo: Guardi, guardi qua adesso il nostro bravo avvocato col signor Notajo e le loro gentili signore!

Entreranno da sinistra l’avvocato (obeso, rosso di pelo e lentigginoso, miope con grossi occhiali di cristallo celeste, folta barba piuttosto corta e gonfia spartita sul mento, sciamannato, con un vecchio abito grigio, il panciotto bianco già sudicio, la pancia infuori e le mani nelle tasche dei calzoni); il Notajo (uno stangone dal volto cupo e sodo, color di cioccolatte, spalle alte e rudi, le lunghe braccia penzoloni, tutto vestito di nero); la moglie dell’avvocato (magra biondastra, con un viso d’uccello, sciupato e verde dalla bile), la moglie del Notajo (bassotta, bruna anche lei, bene appettata, con due menti, riderà a tutti, stupida e prosperosa).

Vestiranno tutt’e due con pomposa goffaggine.

L’avvocato: Oh, caro Lavaccara: riparato qua anche lei? Una folla, di là, che non si cammina. Ossequio, signora; signorina; caro professore: con permesso.

E sederà, voltando le spalle, a una tavola vicina; mentre le signore si saluteranno tra loro chinando appena il capo. Subito il Tavoleggiante accorrerà a prendere le ordinazioni, parlando a soggetto, anche quando, poco dopo, li servirà.

Il norcino: Ho scannato or ora, signor avvocato, il porco del signor Lavaccara! Una magnificenza! Ne vogliono assaggiare le braciole?

L’avvocato: E come no, se è il porco del signor Lavaccara?

Il signor Lavaccara (in confidenza al giovane pedagogo): Ma quello lì, gliel’assicuro io, è un avvocato sì, ma assai più porco del mio porco che adesso si mangerà!

Il giovane pedagogo: Non lo dica, signor Lavaccara! Un porco è porco e basta; mentre, veda, quello lì - non voglio contraddirla - sarà magari un porco; ma porco e avvocato; e quell’altro, porco e Notajo; e questo che viene ora, porco e orologiajo; ecco, e quest’altro, porco e farmacista. C’è una bella differenza, creda!

Entreranno man mano, difatti, altri festajoli da destra e da sinistra, di condizione civile, la più parte, che rappresentino un po’ della media umanità: mercanti, impiegati, professionisti, fabbri, bottegaj, con varietà d’aspetto, d’età, di portamento: parleranno tra loro, sottovoce, a soggetto, confusamente, disponendosi a sedere intorno alle tavole. Quei due arnesi della malavita, riapparendo, s’aggireranno, spiando guardinghi, tra tavola e tavola. A una prenderanno posto quattro giocatori, che butteranno all’aria la tovaglia, ordinando soltanto del vino e mettendosi subito a giocare con un mazzo di carte che uno di loro caverà di tasca.

Solo, in silenzio, nel frattempo, un vecchio lungo lungo, dalla faccia inteschiata, spettrale e sorridente, avrà attraversato a lentissimi passi il ponticello, con un’antica finanziera inverdita e corta di maniche, il cappello in una mano e nell’altra un fazzoletto e il bastone; scomparendo poi dal palcoscenico, a destra. Appena scomparso, saliranno sul ponticello, parlando tra loro, vestiti di lutto stretto, due vecchi - fratello e sorella - (lui, magro in tubino e barbetta bianca a pizzo; lei, pienotta e pacifica), in compagnia d’un vecchio amico che ascolta afflitto.

La sorella: Era qua con noi, alla festa, or è l’anno!

Il fratello: Ridotta ch’era un’ombra, poverina!

La sorella: Ancora però, qualunque cosa le si dicesse, ti ricordi? aveva sempre pronta la ribattuta!

Il fratello: Ma che cosa vuol dire credere in Dio! Questa morte, a me - ecco qua - m’ha scavato; invece a lei che ci crede - la guardi - niente; perché è sicura che un giorno andrà a rivederla in paradiso.

L’amico (appena arrivati sul palcoscenico, guardando le tavole tutte occupate): Ma qua non c’è più posto.

Il fratello: Andiamo a sedere un pochino più in là.

Indicherà a sinistra.)

La sorella: No, prima in chiesa! prima in chiesa! Cominciano a cantare, senti? Tra poco uscirà la processione.

S’avvieranno ed entreranno nella chiesetta, da cui verrà, appena percettibile, un lento coro nasale accompagnato dall’organo.

Il giovane pedagogo: Ecco due (vede? questo è veramente umano!) col pensiero d’una parente che l’anno scorso partecipava anche lei allegra alla festa!

Il signor Lavaccara: Già, bel pensiero! Non si vergognano, così vestiti di nero, in mezzo ai canti e alle risa?

Il giovane pedagogo: Ma sono prima entrati in chiesa!

A questo punto comincerà a crescere, dietro le quinte, il bailamme, che a poco a poco diventerà fracasso e scompiglio di gente imbestiata nell’orgia. Le strida delle bestie scannate saranno coperte dai berci dei venditori ambulanti, dagli inviti dei tavernaj alle loro mense apparecchiate, dei norcini ai loro banchi di vendita, dai tumulti di risse improvvise tra sborniati e sghignazzate e suoni in contrasto di varii strumenti di sonatori ambulanti sopravvenuti.

Ancora il giovane pedagogo cercherà di difendere contro il signor Lavaccara la dignità umana, nonostante lo scempio ch’ella comincia a far di se stessa sotto i suoi occhi; ma alla fine la sua fede vacillerà atterrita, ed egli cascherà avvilito prostrato davanti all’osceno e spaventoso spettacolo della bestialità trionfante.

Il signor Lavaccara (levandosi in piedi, minaccioso, già un po’ sborniato anche lui): E hanno fatto male! Finisca di difendere codesta sua umanità! Preferisco a questi bizzochi chi viene qua per dimostrarsi più porco dei porci! Ma guardi qua, là! Non sente come gridano?

Il giovane pedagogo: Ma le sembrano grida di festa, giulive?

Il signor Lavaccara: Più bestiali, mi sembrano, di quelle dei porci che scannano!

Il giovane pedagogo: Appunto! appunto! Grida che pajono strappate dalla violenza d’un ferocissimo dolore! S’intonano, senza saperlo, su le strida delle povere bestie immolate! Questa è sensibilità! E ci riconoscono ancora l’uomo!

Non avrà finito di dire così, che dalla tavola dei giocatori partirà il primo scompiglio. Tre scatteranno in piedi, vociando, rovesciando le seggiole, e aggrediranno il quarto, che si leverà anche lui, e tutti e quattro s’azzufferanno, producendo un tumulto generale.

I giocatori: - Ah ladro! - Tu bari! - Afferralo! - Carogna! - Non è vero! Lasciatemi! - Da’ qua le carte! Ladro! Ladro!

Del tumulto approfitteranno quei due arnesi della malavita, per tirare una spinta alla moglie dell’avvocato e strapparle la collana.

La moglie dell’avvocato (strillando come un’aquila): La collana! La collana! Quei due mariuoli: la collana!

Al marito:

Corri! corri! Acchiappalo!

L’avvocato cercherà di rompere la calca per inseguire i due ladri scomparsi da destra; lei seguiterà a strillare ma nessuno le darà retta. Uno dei quattro giocatori, quello accusato di barare, avrà tratto il coltello per scagliarsi contro gli altri tre, tra le grida di spavento delle donne e il pianto dei ragazzi: gli uomini cercheranno di spartire i rissanti. Sopravverrà intanto da sinistra, stravolto, lo scrivano, a cui saranno scappate la moglie e la figlia, e si precipiterà dal palcoscenico sul ponticello, attraversando la sala e urlando:

Lo scrivano: Scappate! scappate! Mia moglie! Mia figlia! Scappate! Mentre dormivo!

Nessuno darà retta neanche a lui! Divisi i rissanti, tra il tumulto crescente, le tavole rovesciate, donne ubriache strappate scarmigliate e uomini in foja sborniati e furenti si rovesceranno da destra e da sinistra sulla scena, e alle feroci stonature d’una piccola banda di musici girovaghi, avvinazzati, si butteranno a danzare un frenetico trescone. La luce, a questo punto, sarà di fiamma sulla scena. Il signor Lavaccara, trionfante, urlerà al giovane pedagogo, caduto in un disperato avvilimento:

Il signor Lavaccara: La sua umanità! Eccola! eccola! La sua umanità! La riconosce ancora?

D’un tratto, cupo enorme solenne, s’udrà dall’alto un rintocco di campana, e subito, come per un improvviso tracollo del sole, la luce, da rossa, si farà violetta. Tutti, come atterriti, taceranno, in miserabili atteggiamenti sguajati, cangiando le urla in un bestiale affanno di pianto, in una mugolante ànsima di contrizione. Altri tremendi rintocchi s’udranno intanto, a cui dalla chiesa risponderà il rombo dell’organo e il coro dei divoti: e dal portale della chiesa apparirà, spettrale, un altissimo prete in cappa e stola, che reggerà alto con tutt’e due le braccia il Signore della Nave: grande macabro Crocefisso insanguinato. Due chierici, anch’essi spettrali, gli staranno ai lati; altri due, inginocchiati davanti, agiteranno i turiboli; tutta la folla, sempre ansimando, gemendo, mugolando, cadrà in ginocchio e si darà pugni rintronanti sul petto. Il prete lentamente scenderà la cordonata, seguito dai divoti oranti e da altri chierici che recheranno alti su neri bastoncelli dei lampioncini accesi, e aprirà la processione, attraversando il palcoscenico e poi sul ponticello la sala. Dietro al Crocefisso molti andranno barcollanti e non cesseranno di picchiarsi il petto e di piangere e di gemere a mano a mano più forte; altri, non riuscendo a levarsi in piedi, resteranno accosciati sul palcoscenico come bestie ferite, barbugliando: «Mea culpa! Mea culpa! Cristo, perdonaci! Cristo, pietà!». Allora il giovane pedagogo, rimasto col signor Lavaccara sul palcoscenico, tutti e due come basiti, si leverà gradatamente e additando al compagno la tragica processione, dirà:

Il giovane pedagogo: No, no, vede? piangono, piangono! Si sono ubriacati, si sono imbestiati; ma eccoli qua ora che piangono dietro al loro Cristo insanguinato! E vuole una tragedia più tragedia di questa?

La processione scomparirà dalla sala; cesseranno i rintocchi e cadrà la

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Nota

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[1] PREMESSA di Italo Borzi

È una commedia in un atto, tratta dalla novella «Il Signore della Nave» (1916); la stesura è dell’estate 1924. Il 2 aprile 1925 inaugurò nella sala dell’Odescalchi di Roma il Teatro d’Arte, fondato da Pirandello che avrà poi come stella Marta Abba. Nel 1924 fu pubblicata ne Il convegno, nel 1925 da Bemporad, Firenze.

Per un’inaugurazione così importante l’autore ha voluto scegliere una pièce ricca di effetti spettacolari e corali: masse in movimento partecipano alla «Sagra» entrando dalla porta d’ingresso, alle spalle degli spettatori (il palcoscenico è collegato, per l’occasione, con la sala per mezzo di un «ponticello» che percorre il corridoio fra le due ali di poltrone); la scena è animata da paesani, rivenditori, marinai, donne di malaffare, ubriachi che fanno festa e discutono tra rullii di tamburi e richiami di imbonitori, in una piazza dominata in fondo da una chiesa.

È la sagra che si celebra in occasione della macellazione del maiale, tradizionale avvenimento folkloristico in molti paesi, con tanto di Mastro-Medico che - come egli stesso precisa - ha dal Comune «l’ufficio di badare alla prima scanna dei porci che si fa ogni anno per questa festa del Signore della Nave». Ma è anche il giorno del ringraziamento dei marinai «miracolati» che il Signore ha salvato dalla «mala morte». I due motivi si intrecciano: quello terreno e profano della macellazione del maiale, pur con il suo primitivo carattere sacro, e quello religioso di origine marinara, che venera il «Signore della Nave», antico crocifisso insanguinato, già inchiodato sotto il boccaporto d’un legno levantino, portato in paese molti anni prima da «una ciurma forestiera».

In questa atmosfera tutta percorsa dal gusto di una cultura primitiva (che, a tratti, fa pensare a D’Annunzio), si svolge l’alterco centrale fra il grasso Signor Lavaccara e «il giovane pedagogo», maestro del figlio. Il Signor Lavaccara è costernato perché, pentitosi all’ultimo momento, non è riuscito a ritirare dallo scannatoio il suo maiale Nicola, di cui rimpiange la non comune intelligenza. Il giovane pedagogo si ribella sostenendo con autorevolezza che le bestie non possiedono intelligenza, mentre anche nei minimi gesti degli uomini traspare quel dono divino. Il paragone è con gli uomini che li circondano; i quali, però, ben presto, s’abbandonano all’ubriachezza, alle orge, alla lussuria, quasi a smentire clamorosamente quella tesi. Salvo poi a pentirsi tutti e a battersi il petto, a piangere atterriti, quando preceduto da un lugubre suono di campana, mentre la luce da rossa si fa violetta, dal portale della chiesa appare il colossale Cristo insanguinato retto da uno spettrale sacerdote con le due braccia levate, portato in processione attraverso il palcoscenico e poi, sul ponticello attraverso il teatro, tra il coro dei devoti e il suono dell’organo. Il giovane pedagogo sottolinea, rivolto al Signor Lavaccara, l’ambigua tragedia di questa umanità che s’ubriaca, s’imbestia e poi si pente e si mette a piangere: «E vuole una tragedia più tragedia di questa?».

Un barlume di religiosità illumina l’universale bestialità umana? Certo è che a distinguere il «porco e avvocato», il «porco e notaio», il «porco e orologiaio», il «porco e farmacista» dall’ottusa animalità dei porci puri e semplici è soltanto questo contraddittorio brivido di terrore sacro.

Indice Biblioteca Progetto Luigi Pirandello

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011