Luigi Pirandello

La patente

(1917)

Edizione di riferimento

Opere di Luigi Pirandello, Maschere nude, Nuova edizione diretta da Giovanni Macchia, a cura di Alessandro DĺAmico, vol. I, I Meridiani, Arnoldo Mondadori, Milano 1997 IV edizione

Personaggi:

Rosario ChiÓrchiaro.

Rosinella, sua figlia.

Il Giudice istruttore D'Andrea.

Tre altri Giudici.

Marranca, usciere.

Stanza del Giudice istruttore D'Andrea. Grande scaffale che prende quasi tutta la parete di fondo, pieno di scatole verdi a casellario, che si suppongono zeppe d'incartarnenti. Scrivania, sovraccarica di fascicoli, a destra, in fondo e, accanto, addossato alla parete di destra, un altro palchetto. Un seggiolone di cuojo per il Giudice, davanti la scrivania. Altre seggiole antiche. Lo stanzone Ŕ squallido. La comune Ŕ nella parete di destra. A sinistra, un'ampia finestra, alta, con vetrata antica, scompartita. Davanti alla finestra, come un quadricello alto, che regge una grande gabbia. Lateralmente a, sinistra, un usciolino nascosto.

 Il giudice D'Andrea entra per la comune col cappello in capo e il soprabito. Reca in mano una gabbiola poco pi¨ grossa d'un pugno. Va davanti alla gabbia grande sul quadricello, ne apre lo sportello, poi apre lo sportellino della gabbiola e fa passare da questa nella gabbia grande un cardellino.

D'Andrea: Via, dentro! - E su, pigrone! - Oh! finalmente... - Zitto adesso, al solito, e lasciami amministrare la giustizia a questi poveri piccoli uomini feroci.

 Si leva il soprabito e lo appende insieme col cappello all'attaccapanni. Siede alla scrivania, prende il fascicolo del processo che deve istruire, lo scuote in aria con impazienza, sbuffa:

 Benedett'uomo!

 Resta un po' assorto a pensare, poi suona il campanello e dalla comune si presenta l'usciere Marranca.

 Marranca: Comandi, signor cavaliere!

D'Andrea: Ecco, Marranca: andate al vicolo del Forno, qua vicino; a casa del ChiÓrchiaro.

Marranca (con un balzo indietro, facendo le corna): Per amor di Dio, non lo nomini, signor cavaliere!

D'Andrea (irritatissimo, dando un pugno sulla scrivania): Basta, perdio! Vi proibisco di manifestare cosý, davanti a me, la vostra bestialitÓ, a danno d'un pover'uomo. E sia detto una volta per sempre.

Marranca: Mi scusi, signor cavaliere. L'ho detto anche per il suo bene!

D'Andrea: Ah, seguitate?

Marranca: Non parlo pi¨. Che vuole che vada a fare in casa di... di questo... di questo galantuomo?

D'Andrea: Gli direte che il giudice istruttore ha da parlargli, e lo introdurrete subito da me.

Marranca: Subito, va bene, signor cavaliere. Ha altri comandi?

D'Andrea: Nient'altro. Andate.

 Marranca esce, tenendo la porta per dar passo ai tre Giudici colleghi, che entrano con le toghe e i tocchi in capo e scambiano i saluti col D'Andrea, poi vanno tutti e tre a guardare il cardellino nella gabbia.

 Primo giudice: Che dice eh, questo signor cardellino?

Secondo giudice: Ma sai che sei davvero curioso con codesto cardellino che ti porti appresso?

Terzo giudice: Tutto il paese ti chiama: il Giudice Cardello.

Primo giudice: Dov'Ŕ, dov'Ŕ la gabbiolina con cui te lo porti?

Secondo giudice (prendendola dalla scrivania a cui s'Ŕ accostato): Eccola qua! Signori miei, guardate: cose da bambini! Un uomo serio...

D'Andrea: Ah, io, cose da bambini, per codesta gabbiola? E voi, allora, parati cosý?

Terzo giudice: OhŔ, ohŔ, rispettiamo la toga!

D'Andrea: Ma andate lÓ, non scherziamo! siamo in "camera caritatis". Ragazzo, giocavo coi miei compagni źal tribunale╗. Uno faceva da imputato; uno, da presidente; poi, altri da giudici, da avvocati... Ci avrete giocato anche voi. Vi assicuro, che eravamo pi¨ serii allora!

Primo giudice: Eh, altro!

Secondo giudice: Finiva sempre a legnate!

Terzo giudice (mostrando una vecchia cicatrice alla fronte): Ecco qua: cicatrice d'una pietrata che mi tir˛ un avvocato difensore mentre fungevo da regio procuratore!

D'Andrea: Tutto il bello era nella toga con cui ci paravamo. Nella toga era la grandezza, e dentro di essa noi eravamo bambini. Ora Ŕ al contrario: noi, grandi, e la toga, il giuoco di quand'eravamo bambini. Ci vuole un gran coraggio a prenderla sul serio! Ecco qua, signori miei,

prende dalla scrivania il fascicolo del processo ChiÓrchiaro

 io debbo istruire questo processo. Niente di pi¨ iniquo di questo processo. Iniquo, perchÚ include la pi¨ spietata ingiustizia contro alla quale un pover'uomo tenta disperatamente di ribellarsi, senza nessuna probabilitÓ di scampo. C'Ŕ una vittima qua, che non pu˛ prendersela con nessuno! Ha voluto, in questo processo, prendersela con due, coi primi due che gli sono capitati sotto mano, e - sissignori - la giustizia deve dargli torto, torto, torto, senza remissione, ribadendo cosý, ferocemente, la iniquitÓ di cui questo pover'uomo Ŕ vittima.

Primo giudice: Ma che processo Ŕ?

D'Andrea: Quello intentato da Rosario ChiÓrchiaro.

 Subito, al nome i tre Giudici, come giÓ Marranca, danno un balzo indietro, facendo scongiuri, atti di spavento, e gridando.

Tutti e tre: Per la Madonna Santissima! - Tocca ferro! - Ti vuoi star zitto?

D'Andrea: Ecco, vedete? E dovreste proprio voi rendere giustizia a questo pover'uomo!

Primo giudice: Ma che giustizia! ╚ un pazzo!

D'Andrea: Un disgraziato!

Secondo giudice: SarÓ magari un disgraziato! ma scusa, Ŕ pure un pazzo! Ha sporto querela per diffamazione, contro il figlio del sindaco, nientemeno, e anche -

D'Andrea: - contro l'assessore Fazio -

Terzo giudice: - per diffamazione? -

Primo giudice: - giÓ, capisci? perchÚ dice, li sorprese nell'atto che facevano gli scongiuri al suo passaggio.

Secondo giudice: Ma che diffamazione se in tutto il paese, da almeno due anni, Ŕ diffusissima la sua fama di jettatore?

D'Andrea: E innumerevoli testimonii possono venire in tribunale a giurare che in tante e tante occasioni ha dato segno di conoscere questa sua fama, ribellandosi con proteste violente!

Primo giudice: Ah, vedi? Lo dici tu stesso!

Secondo giudice: Come condannare, in coscienza, il figliuolo del sindaco e l'assessore Fazio quali diffamatori per aver fatto, vedendolo passare, il gesto che da tempo sogliono fare apertamente tutti?

D'Andrea: E primi fra tutti vojaltri?

Tutti e tre: Ma certo! - ╚ terribile, sai? - Dio ne liberi e scampi!

D'Andrea: E poi vi fate meraviglia, amici miei, che io mi porti qua il cardellino... Eppure, me lo porto - voi lo sapete - perchÚ sono rimasto solo da un anno. Era di mia madre quel cardellino; e per me Ŕ il ricordo vivo di lei: non me ne so staccare. Gli parlo, imitando, cosý, col fischio, il suo verso, e lui mi risponde. Io non so che gli dico; ma lui, se mi risponde, Ŕ segno che coglie qualche senso nei suoni che gli faccio. Tale e quale come noi, amici miei, quando crediamo che la natura ci parli con la poesia dei suoi fiori, o con le stelle del cielo, mentre la natura forse non sa neppure che noi esistiamo.

Primo giudice: SÚguita, sÚguita, mio caro, con codesta filosofia, e vedrai come finirai contento!

 Si sente picchiare alla comune, e, poco dopo, Marranca sporge il capo.

 Marranca: Permesso?

D'Andrea. Avanti, Marranca.

Marranca: Lui in casa non c'era, signor cavaliere. Ho lasciato detto a una delle figliuole che, appena arriva, lo mandino qua. ╚ venuta intanto con me la minore delle figliuole: Rosinella. Se Vossignoria vuol riceverla..,

D'Andrea: Ma no: io voglio parlare con lui!

Marranca: Dice che vuol rivolgerle non so che preghiera, signor cavaliere. ╚ tutta impaurita.

Primo giudice. Noi ce n'andiamo. A rivederci, D'Andrea!

Scambio di saluti: e i tre Giudici vanno via.

D'Andrea: Fate passare.

Marranca: Subito, signor cavaliere.

Via, anche lui. Rosinella, sui sedici anni, poveramente vestita, ma con una certa decenza, sporge il capo dalla comune, mostrando appena il volto dallo scialle nero di lana.

Rosinella: Permesso?

D'Andrea. Avanti, avanti.

Rosinella: Serva di Vossignoria. Ah, Ges¨ mio, signor giudice, Vossignoria ha fatto chiamare mio padre? Che cosa Ŕ stato, signor giudice? PerchÚ? Non abbiamo pi¨ sangue nelle vene, dallo spavento!

D'Andrea: Calmatevi! Di che vi spaventate?

Rosinella: ╚ che noi, Eccellenza, non abbiamo avuto mai da fare con la giustizia!

D'Andrea: Vi fa tanto terrore, la giustizia?

Rosinella: Sissignore. Le dico, non abbiamo pi¨ sangue nelle vene! La mala gente, Eccellenza, ha da fare con la giustizia. Noi siamo quattro poveri disgraziati. E se anche la giustizia ora si mette contro di noi...

D'Andrea: Ma no. Chi ve l'ha detto? State tranquilla. La giustizia non si mette contro di voi.

Rosinella: E perchÚ allora Vossignoria ha fatto chiamare mio padre?

D'Andrea: PerchÚ vostro padre vuol mettersi lui contro la giustizia.

Rosinella: Mio padre? Che dice!

D'Andrea: Non vi spaventate. Vedete che sorrido... Ma come? Non sapete che vostro padre s'Ŕ querelato contro il figlio del sindaco e l'assessore Fazio?

Rosinella: Mio padre? Nossignore! Non ne sappiamo nulla! Mio padre s'Ŕ querelato?

D'Andrea: Ecco qua gli atti!

Rosinella: Dio mio! Dio mio! Non gli dia retta, signor giudice! ╚ come impazzito mio padre: da pi¨ d'un mese! Non lavora pi¨ da un anno, capisce? perchÚ l'hanno cacciato via, l'hanno gettato in mezzo a una strada; fustigato da tutti, sfuggito da tutto il paese come un appestato! Ah, s'Ŕ querelato? Contro il figlio del sindaco s'Ŕ querelato? ╚ pazzo! ╚ pazzo! Questa guerra infame che gli fanno tutti, con questa fama che gli hanno fatto, l'ha levato di cervello! Per caritÓ, signor giudice: gliela faccia ritirare codesta querela! gliela faccia ritirare!

D'Andrea: Ma sý, carina! Voglio proprio questo. E l'ho fatto chiamare per questo. Spero che ci riuscir˛. Ma voi sapete: Ŕ molto pi¨ facile fare il male che il bene.

Rosinella: Come, Eccellenza! Per Vossignoria?

D'Andrea: Anche per me. PerchÚ il male, carina, si pu˛ fare a tutti e da tutti; il bene, solo a coloro che ne hanno bisogno.

Rosinella: E lei crede che mio padre non ne abbia bisogno?

D'Andrea: Lo credo, lo credo. Ma Ŕ che questo bisogno d'aver fatto il bene, figliuola, rende spesso cosý nemici gli animi di coloro che si vorrebbero beneficare, che il beneficio diventa difficilissimo. Capite?

Rosinella: Nossignore, non capisco. Ma faccia di tutto Vossignoria! Per nojaltri non c'Ŕ pi¨ bene, non c'Ŕ pi¨ pace, in questo paese.

D'Andrea: E non potreste andar via da questo paese?

Rosinella: Dove? Ah, Vossignoria non lo sa com'Ŕ! Ce la portiamo appresso, la fama, dovunque andiamo. Non si leva pi¨ neppure col coltello. Ah, se vedesse mio padre, come s'Ŕ ridotto! S'Ŕ fatto crescere la barba. Una barbaccia, che pare un gufo... e s'Ŕ tagliato e cucito da sÚ un certo abito. Eccellenza, che quando se lo metterÓ, farÓ spaventare la gente, fuggire i cani finanche!

D'Andrea. E perchÚ?

Rosinella: Se lo sa lui perchÚ! ╚ come impazzito, le dico! Gliela faccia, gliela faccia ritirare la querela, per caritÓ!

Si sente di nuovo picchiare alla comune.

D'Andrea: Chi Ŕ? Avanti.

Marranca (tutto tremante): Eccolo, signor cavaliere! Che... che debbo fare?

Rosinella: Mio padre?

Balza in piedi.

Dio! Dio! Non mi faccia trovare qua, Eccellenza, per caritÓ!

D'Andrea: PerchÚ? Che cos'Ŕ? Vi mangia, se vi trova qua?

Rosinella: Nossignore. Ma non vuole che usciamo di casa. Dove mi nascondo?

D'Andrea. Ecco. Non temete.

Apre l'usciolino nascosto nella parete di destra).

Andate via di qua; poi girate per il corridojo e troverete l'uscita.

Rosinella: Sissignore, grazie. Mi raccomando a Vossignoria! Serva sua.

 Via ranca ranca per l'usciolino a destra. D'Andrea lo richiude.

D'Andrea: Introducetelo.

Marranca (tenendo aperto quanto pi¨ pu˛ la comune per tenersi discosto): Avanti, avanti... introducetevi...

 E come ChiÓrchiaro entra, va via di furia. Rosario ChiÓrchiaro s'Ŕ combinata una faccia da jettatore che Ŕ una meraviglia a vedere. S'Ŕ lasciato crescere su le cave gote gialle una barbaccia ispida e cespugliuta; s'Ŕ insellato sul naso un paio di grossi occhiali cerchiati d'osso che gli dÓnno l'aspetto d'un barbagianni. Ha poi indossato un abito lustro, sorcigno, che gli sgonfia da tutte le parti, e tiene una canna d'India in mano col manico di corno. Entra a passo di marcia funebre, battendo a terra la canna a ogni passo, e si para davanti al giudice.

D'Andrea (con uno scatto violento d'irritazione, buttando via le carte del processo): Ma fatemi il piacere! Che storie son queste! Vergognatevi!

ChiÓrchiaro (senza scomporsi minimamente allo scatto del giudice, digrigna i denti gialli e dice sottovoce): Lei dunque non ci crede?

D'Andrea: V'ho detto di farmi il piacere! Non facciamo scherzi, via, caro ChiÓrchiaro! - Sedete, sedete qua! Gli s'accosta e fa per posargli una mano sulla spalla.

ChiÓrchiaro (subito, tirandosi indietro e tremendo): Non mi s'accosti! Se ne guardi bene! Vuol perdere la vista degli occhi?

D'Andrea (lo guarda freddamente, poi dice): Seguitate... Quando sarete comodo... - Vi ho mandato a chiamare per il vostro bene. LÓ c'Ŕ una sedia: sedete.

ChiÓrchiaro (prende la seggiola. Siede, guarda il giudice, poi si mette a far rotolare con le mani su le gambe la canna d'India come un matterello e tentenna a lungo il capo. Alla fine mastica): Per il mio bene... Per il mio bene, lei dice... Ha il coraggio di dire per il mio bene! E lei si figura di fare il mio bene, signor giudice, dicendo che non crede alla jettatura?

D'Andrea (sedendo anche lui): Volete che vi dica che ci credo? Vi dir˛ che ci credo! Va bene?

ChiÓrchiaro (recisamente, col tono di chi non ammette scherzi): Nossignore! Lei ci ha da credere sul serio, sul se-ri-o! Non solo, ma deve dimostrarlo istruendo il processo.

D'Andrea. Ah, vedete: questo sarÓ un po' difficile.

ChiÓrchiaro (alzandosi e facendo per avviarsi): E allora me ne vado.

D'Andrea: Eh, via! Sedete! V'ho detto di non fare storie!

ChiÓrchiaro: Io, storie? Non mi cimenti; o ne farÓ una tale esperienza... - Si tocchi, si tocchi!

D'Andrea: Ma io non mi tocco niente.

ChiÓrchiaro: Si tocchi, le dico! Sono terribile, sa?

D'Andrea (severo): Basta, ChiÓrchiaro! Non mi seccate. Sedete e vediamo d'intenderci. Vi ho fatto chiamare per dimostrarvi che la via che avete preso non Ŕ propriamente quella che possa condurvi a buon porto.

ChiÓrchiaro: Signor giudice, io sono con le spalle al muro dentro un vicolo cieco. Di che porto, di che via mi parla?

D'Andrea: Di questa per cui vi vedo incamminato e di quella lÓ della querela che avete sporto. GiÓ l'una e l'altra, scusate, sono tra loro cosý.

 Infronta gl'indici delle due mani per significare che le due vie sembrano in contrasto.

ChiÓrchiaro: Nossignore. Pare a lei, signor giudice.

D'Andrea: Come no? LÓ nel processo, accusate come diffamatori due, perchÚ vi credono jettatore; e ora qua vi presentate a me, parato cosý, in vesti di jettatore, e pretendete anzi ch'io creda alla vostra jettatura.

ChiÓrchiaro: Sissignore. Perfettamente.

D'Andrea: E non pare anche a voi che ci sia contraddizione?

ChiÓrchiaro: Mi pare, signor giudice, un'altra cosa. Che lei non capisce niente!

D'Andrea: Dite, dite, caro ChiÓrchiaro! Forse Ŕ una sacrosanta veritÓ, questa che mi dite. Ma abbiate la bontÓ di spiegarmi perchÚ non capisco niente.

ChiÓrchiaro: La servo subito. Non solo le far˛ vedere che lei non capisce niente; ma anche toccare con mano che lei Ŕ un mio nemico.

D'Andrea: Io?

ChiÓrchiaro: Lei, lei, sissignore. Mi dica un po': sa o non sa che il figlio del sindaco ha chiesto il patrocinio dell'avvocato Lorecchio?

D'Andrea: Lo so.

ChiÓrchiaro: E lo sa che io - io, Rosario ChiÓrchiaro - io stesso sono andato dall'avvocato Lorecchio a dargli sottomano tutte le prove del fatto: cioŔ, che non solo io mi ero accorto da pi¨ di un anno che tutti, vedendomi passare, facevano le corna e altri scongiuri pi¨ o meno puliti; ma anche le prove, signor giudice, prove documentate, testimonianze irrepetibili, sa? ir-re-pe-ti-bi-li di tutti i fatti spaventosi, su cui Ŕ edificata incrollabilmente, in-crol-la-bilmente, la mia fama di jettatore?

D'Andrea: Voi? Come? Voi siete andato a dar le prove all'avvocato avversario?

ChiÓrchiaro: A Lorecchio. Sissignore.

D'Andrea (pi¨ imbalordito che mai): Eh... Vi confesso che capisco anche meno di prima.

ChiÓrchiaro: Meno? Lei non capisce niente!

D'Andrea: Scusate... Siete andato a portare codeste prove contro di voi stesso all'avvocato avversario; perchÚ? Per rendere pi¨ sicura l'assoluzione di quei due? E perchÚ allora vi siete querelato?

ChiÓrchiaro: Ma in questa domanda appunto Ŕ la prova, signor giudice, che lei non capisce niente! Io mi sono querelato perchÚ voglio il riconoscimento ufficiale della mia potenza. Non capisce ancora? Voglio che sia ufficialmente riconosciuta questa mia potenza terribile, che Ŕ ormai l'unico mio capitale, signor giudice!

D'Andrea (facendo per abbracciarlo, commosso): Ah, povero ChiÓrchiaro, povero ChiÓrchiaro mio, ora capisco! Bel capitale, povero ChiÓrchiaro! E che te ne fai?

ChiÓrchiaro: Che me ne faccio? Come, che me ne faccio? Lei, caro signore, per esercitare codesta professione di giudice - anche cosý male come la esercita - mi dica un po', non ha dovuto prendere la laurea?

D'Andrea: Eh sý, la laurea...

ChiÓrchiaro: E dunque! Voglio anch'io la mia patente. La patente di jettatore. Con tanto di bollo. Bollo legale. Jettatore patentato dal regio tribunale.

D'Andrea: E poi? Che te ne farai?

ChiÓrchiaro: Che me ne far˛? Ma dunque Ŕ proprio deficiente lei? Me lo metter˛ come titolo nei biglietti da visita! Ah, le par poco? La patente! SarÓ la mia professione! Io sono stato assassinato, signor giudice! Sono un povero padre di famiglia. Lavoravo onestamente. Mi hanno cacciato via e buttato in mezzo a una strada, perchÚ jettatore! In mezzo a una strada, con la moglie paralitica, da tre anni in un fondo di letto! e con due ragazze, che se lei le vede, signor giudice, le strappano il cuore dalla pena che le fanno: belline tutte e due; ma nessuno vorrÓ pi¨ saperne, perchÚ figlie mie, capisce? E lo sa di che campiamo adesso tutt'e quattro? Del pane che si leva di bocca il mio figliuolo, che ha pure la sua famiglia, tre bambini! E le pare che possa fare ancora a lungo, povero figlio mio, questo sacrificio per me? Signor giudice, non mi resta altro che di mettermi a fare la professione di jettatore!

D'Andrea: Ma che ci guadagnerete?

ChiÓrchiaro: Che ci guadagner˛? Ora glielo spiego. Intanto, mi vede: mi sono combinato con questo vestito. Faccio spavento! Questa barba... questi occhiali... Appena lei mi fa ottenere la patente, entro in campo! Lei dice, come? Me lo domanda - ripeto - perchÚ Ŕ mio nemico!

D'Andrea: Io? Ma vi pare?

ChiÓrchiaro: Sissignore, lei! PerchÚ s'ostina a non credere alla mia potenza! Ma per fortuna ci credono gli altri, sa? Tutti, ci credono! Questa Ŕ la mia fortuna! Ci sono tante case da giuoco nel nostro paese! BasterÓ che io mi presenti. Non ci sarÓ bisogno di dir niente. Il tenutario della casa, i giocatori, mi pagheranno sottomano, per non avermi accanto e per farmene andar via! Mi metter˛ a ronzare come un moscone attorno a tutte le fabbriche; andr˛ a impostarmi ora davanti a una bottega, ora davanti a un'altra. LÓ c'Ŕ un giojelliere? - Davanti alla vetrina di quel giojelliere: mi pianto lý,

eseguisce

 mi metto a squadrare la gente cosý,

 eseguisce

e chi vuole che entri pi¨ a comprare in quella bottega una gioja, o a guardare a quella vetrina? VerrÓ fuori il padrone, e mi metterÓ in mano tre, cinque lire per farmi scostare e impostare da sentinella davanti alla bottega del suo rivale. Capisce? SarÓ una specie di tassa che io d'ora in poi mi metter˛ a esigere!

D'Andrea: La tassa dell'ignoranza!

ChiÓrchiaro: Dell'ignoranza? Ma no, caro lei! La tassa della salute! PerchÚ ho accumulato tanta bile e tanto odio, io, contro tutta questa schifosa umanitÓ, che veramente credo, signor giudice, d'avere qua, in questi occhi, la potenza di far crollare dalle fondamenta un'intera cittÓ! - Si tocchi! Si tocchi, perdio! Non vede? Lei Ŕ rimasto come una statua di sale!

D'Andrea, compreso di profonda pietÓ, Ŕ rimasto veramente come un balordo a mirarlo.

Si alzi, via! E si metta a istruire questo processo che farÓ epoca, in modo che i due imputati siano assolti per inesistenza di reato; questo vorrÓ dire per me il riconoscimento ufficiale della mia professione di jettatore!

D'Andrea (alzandosi): La patente?

ChiÓrchiaro (impostandosi grottescamente e battendo la canna): La patente, sissignore!

Non ha finito di dire cosý, che la vetrata della finestra si apre pian piano, come mossa dal vento, urta contro il quadricello e la gabbia, e li fa cadere con fracasso.

 D'Andrea (con un grido, accorrendo): Ah, Dio! Il cardellino! Il cardellino! Ah, Dio! ╚ morto... Ŕ morto... L'unico ricordo di mia madre... Morto... morto...

Alle grida, si spalanca la comune e accorrono i tre Giudici e Marranca, che subito si trattengono allibiti alla vista di ChiÓrchiaro.

Tutti: Che Ŕ stato? Che Ŕ stato?

D'Andrea: Il vento... la vetrata... il cardellino...

ChiÓrchiaro (con un grido di trionfo): Ma che vento! Che vetrata! Sono stato io! Non voleva crederci e gliene ho dato la prova! Io! Io! E come Ŕ morto quel cardellino,

subito, gli atti di terrore degli astanti, che si scostano da lui:

cosý, a uno a uno, morirete tutti!

Tutti (protestando, imprecando, supplicando in coro): Per l'anima vostra! Ti caschi la lingua! Dio, ajutaci! Sono un padre di famiglia!

ChiÓrchiaro (imperioso, protendendo una mano): E allora qua, subito - pagate la tassa! - Tutti!

I tre giudici (facendo atto di cavar danari dalla tasca): Sý, subito! Ecco qua! PurchÚ ve n'andiate! Per caritÓ di Dio!

ChiÓrchiaro (esultante, rivolgendosi al giudice D'Andrea, sempre con la mano protesa): Ha visto? E non ho ancora la patente! Istruisca il processo! Sono ricco! Sono ricco!

TELA.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011