F. Pasini

Luigi Baccolo: Luigi Pirandello

(Con una lettera di S. E. Arturo Farinelli). -

Genova, Emiliano degli Orfini, 1937 (in-8°, pp. 200).

Edizione di riferimento:

Giornale Storico della Letteratura Italiana, vol. CXII (fasc. 1), anno LVI Fasc. 334 (settembre), Direttori: Giulio Bertoni, Carlo Calcaterra, Santorre Debenedetti, Ferdinando Neri, Casa editrice G. Chiantore - Torino 1938-XVI, pagg. 121-124. -

É una tesi di laurea...

L'autore ha voluto, in un saggio di duecento pagine, racchiudere « lo svolgimento dello spirito pirandelliano », presentandolo come « unità inscindibile di valori ». Il che significa, in altre parole: cercare se nell'opera pirandelliana ci sia un filone centrale di pensiero e d'arte, dopo averne escluso tutte le incongruenze, incertezze, contradizioni, che sogliono accompagnare i primi tentativi, i » ritorni su se stessi, gli smarrimenti temporanei e simili « parentesi » d'ogni scrittore.

Il quadro generale o, meglio, l'itinerario ch'è risultato dalla sua indagine, il Baccolo lo ha diviso in quattro fasi:

1) fase naturalistica, del noviziato letterario, sotto l'influenza dell'opera verghiana;

2) fase di reazione al naturalismo, attraverso l'umorismo, che allo studio oggettivo dei fenomeni contrapponeva una interpretazione personale della vita;

3) fase del cerebralismo o della mania del « ragionare per ragionate »;

4) fase dello scetticismo universale, che mette capo a una dissoluzione totale o integrale, allo « sfacelo di ogni cosa esistente dentro o fuori dell'uomo; del pensiero come del sentimento ».

 

Movendosi fra questi punti di riferimento, l'autore ha l'occasione di raccogliere buone osservazioni sul mondo ideologico e sul mondo artistico del Pirandello. I punti hanno i loro positivi riscontri nell'opera pirandelliana e sono logicamente collegati. Naturalmente, non esauriscono tutto il Pirandello: non sono i soli dai quali il Pirandello possa essere considerato e nemmeno sono i più interessanti. Troppa roba è dovuta rimanere fuori del disegno di questa « evoluzione », alla quale si può subito obiettare che, se c'è un autore cui poco si adatti il concetto tanto caro al Brunetière, di evoluzione, è proprio il Pirandello.

Fu già rilevato ch'egli era di natura statica, ad onta di tutte le apparenze in contrario. I germi de' principi fondamentali, su' quali s'incardina tutta la personalità e l'opera sua, si trovano già agl'inizi della sua carriera letteraria e maturarono presto e ben scarse furono le loro modificazioni. Per questo, egli dovette attendere tanto, che il pubblico si accorgesse di lui: non fu lui ad andare incontro al tempo, suo, ma fu il suo tempo che venne incontro a lui.

Naturalismo, umorismo, cerebralismo, scetticismo sono presenti più o meno in tutte le fasi della vita pirandelliana. Nessuno, di questi elementi fu mai superato definitivamente. L'unità ideale pirandelliana - di cui il Baccolo va in cerca -, consiste piuttosto nella costante presenza di questi quattro elementi, anzichè nella successione cronologica in cui li ha disposti, malgrado tutto. Dico « malgrado tutto », perchè è il Baccolo stesso che distingue fra «cronologia ideale» e «cronologia materiale», dichiarando di voler rintracciare piuttosto la prima anzichè la seconda.

(Dipende appunto dalla sua staticità il frequente ritornare del Pirandello sui medesimi motivi nelle diverse epoche della sua vita, onde il bisogno di distinguere fra cronologia «materiale» e «ideale», per giustificare l'omissione di tutto ciò che poteva in certi momenti deviare il critico dall'itinerario dell'evoluzione logicamente ricostruita).

Così, accettando un criterio del Borgese, il Baccolo manifesta il proposito di evitare le «troppo assolute classificazioni», perchè «in un gruppo più o meno vario di opere d'arte del medesimo autore, sceverare le perfette dalle meno perfette, le buone dalle cattive, compiere insomma un'operazione di giudizio e una distribuzione di gerarchie, è cosa sempre difficilissima e incerta». Ma poi anche lui non si pèrita dal formulare giudizi discriminatorii «mettendo a «destra i componimenti eletti e a sinistra i dannati» ed emettendo talvolta sentenze piuttosto severe o di recisa condanna.

Come, per esempio, a proposito del Pirandello poeta, che - per il Baccolo - non fu che un « povero facitore di versi ». (Gli mancava « non tanto la poesia nel senso più esteriore della parola », ma «la personalità poetica». Non sa trovar la forma: «gli è negato, insomma, il dono segreto della poesia »).

 

Fuori di chiave « può essere » - per il Baccolo - « il capolavoro » del Pirandello, ma - subito aggiunge - « non un capolavoro ». Eppure, partendo dal noto principio desanctisiano (il capolavoro è raggiunto solo quando contenuto e forma s'identificano perfettamente, senza residui d'inespresso nè esuberanze di superfluo) e attribuendo al Pirandello come oggetto speciale della sua espressione «la visione di un mondo assurdo e caotico», caratterizzato dal «difetto della divina armonia», ne deduce che «forse» «per richiudere in sè questo universo nuovo» «occorreva quella sua rude, scabra, nuda prosa spezzata»: qualità che si possono riferire anche allo stile della sua poesia e che spiegano la sensazione di « faticoso lavoro, «disarmonico e greve», avutane dal Baccolo. Occorreva che fosse così: e tutto ciò è chiarissimamente significato dal titolo Fuori di chiave. La caratteristica spirituale del contenuto non doveva trovar rispondenza nella forma? Non doveva anche la forma essere «fuori di chiave», avere in sè le proprie dissonanze, asimmetrie, estrosità, caotiche ed assurde?

 

L'essenza dell'arte pirandelliana è tutta nell'angoscia del dover chiudersi in una forma. Il pensiero dell'autore sfugge in tutti i modi alla necessità del cadere nella «trappola» dell'espressione, la quale non potrà mai accoglierne se non una parte. Il «tormento dell'ineffabile» ch'egli confessa nella definizione «fuori di chiave», data ai versi, è lo stesso che gli fa escogitare, per il teatro, il titolo Sei personaggi in cerca d'autore o il sottotitolo, ancora più eloqueute, di «commedia da fare».

Pretendeva di esprimere in parte ciò che aveva da dire, facendo nello stesso tempo indovinare tutto ciò che rimaneva ancora da esprimere ed era inesprimibile: pretesa, evidentemente, che andava di là dai limiti dell'arte umana. Ma io domando: chi s'è avvicinato più del Pirandello alla realizzazione di sì temeraria impresa?

 

Il punto che, fra i quattro posti dal Baccolo a reggere la sua ricostruzione dello «svolgimento pirandelliano», sembra più discutibile è l'ultimo. Lo stesso Baccolo avverte che non si tratta più di mero cerebralismo, come per il terzo punto. La differenza fra l'uno e l'altro consisterebbe in una maggiore risonanza sentimentale, aggiuntasi al cerebralismo: tutto finisce (nel quarto punto) con l'essere «messo in moto» (e su questo il Baccolo crede «necessario insistere molto») «non dalla brama filosofica di vedere, di ragionare, ma dal cuore che soffre, e tenta di spiegare la sua sofferenza, di addolcire i suoi dolori nella gelida certezza delle cose che la mente ha esaminate e giudicate ineluttabili».

Ma questo ricomparire del sentimento con l'ufficio di mitigare i verdetti della ragione non sarebbe un indizio della renitenza sempre nutrita dal Pirandello ad accettare come ultima istanza i verdetti della ragione? Il Pirandello effettivamente non si è mai rassegnato al nichilismo o negativismo cui lo inclinava il suo temperamento. «La contraddizione di cui soffrì Pirandello» consiste «appunto» in questo, « che non si rassegnò» mai alla «ineluttabile certezza» delle verità di cui lo aveva persuaso la sua tremenda dialettica. Così si esprime Eugenio Levi (I tre miti di Pirandello, nel «Convegno», Milano, 25 genn. 1938), autore di saggi sul teatro pirandelliano, de' quali il grande siciliano si compiaceva massimamente, come de' più belli dedicati all'opera sua.

La lotta fra ragione e sentimento fu in lui sempre attiva. La fase ultima, promossa «dal cuore che soffre», non mise capo per nulla allo «sfacelo» generale che dice il Baccolo.

 

Filippo Piemontese, che scrisse - pure intorno al teatro pirandelliano - due saggi degni di star a paro con quelli di Eugenio Levi, ha sostenuto (e, per me, ha provato) la tesi che il Pirandello negli ultimi dieci anni mostrò «una più serena disposizione verso l'uomo e verso la vita, un desiderio più vivo di bontà, un'esaltazione dell'umanità nelle sue manifestazioni più forti e più belle, e le tormentate vicende dei suoi personaggi in qualche modo conchiudono, non col crollo disperato di idealità illusorie, ma con affermazioni. « vittoriose ». (L'ultimo Pirandello, in Rivista di Sintesi letteraria, A. 11, 311-29; Dramma e lirismo nell'ultimo teatro pirandelllliano, ibid., A. 111, 199-237).

 

In uno de' miei incontri col Pirandello, quand'egli venne a Trieste, sulla fine del 1926, con la Compagnia di Marta Abba, mi sentii definire da lui scherzosamente come «colui che voleva salvarlo dal suo pessimismo». Io gli ricapitolai ancora una volta le ragioni per le quali m'era parso di riconoscere in lui un ottimista latente, malgrado tutto il suo pessimismo. Poco dopo, egli entrava in teatro e lo udii, dal proscenio conversare col pubblico ed affermare con calore ch'egli era stato ottimista sempre e che l'arte sua insegnava non a demolire, ma a costruire, a «crearsi, momento per momento, la vita», ch'essa era una eccellente propedeutica alla prassi del fascismo, e via di questo passo. Io, che m'ero predisposto ad affrontare magari un contradittorio per difendere la mia interpretazione della personalità pirandelliana, non ebbi più nulla da dire, visto che il Pirandello stesso ammetteva già più di quello che io mi fossi aspettato.

Ha ragione il Piemontese. L'ultimo decennio dell'attività pirandelliana segna uno sforzo costruttivo, che è lo sviluppo di germi insiti nella natura dell'autore ed avvertibili già nella sua produzione anteriore. Sforzo di asserzioni positive e ottimistiche. Tale è la trilogia Lazzaro - La nuova Colonia - I giganti della montagna, drammi legati fra loro da un unico intendimento, come risulta da una nota dello stesso Pirandello a I fantasmi (Nuova Antologia, 16 dic. 1931) e come cercai dimostrare in Eredità ideale di Pirandello (v. Pirandello nell'arte e nella vita, Padova, Stediv, 1937). E tale sono convinto che sarebbe diventato, se avesse potuto finirlo, anche il romanzo cosmico Eva, di cui il Pirandello mi esponeva la trama, nel 1926, commentandomi quella che ne aveva pubblicata Il Tevere (31 luglio 1926, cfr. il mio volume Luigi Pirandello, come mi pare, Trieste, Celvi, 1927, p. 281 sgg.) e ch'egli andava continuamente rimuginando, poichè si riservava di apportarvi, come diceva, tutte le modificazioni che gli piacessero, sino a che le bozze del libro non fossero licenziate alla stampa. (Credo si tratti sempre dello stesso romanzo, annunciato poi col titolo Adamo ed Eva e, ultimissimamente, con quello di Notizie o Memorie del mio soggiorno involontario sulla terra).

F. PASINI.

Indice Biblioteca Progetto Pirandello

© 1996 - Tutti i diritti sono riservatii

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011