Giuseppe Bonghi

Io ho per me bisogno

di levare in alto il suo mito

lettera a Marta Abba del 6 febbraio 1932

Pirandello e il fascismo

con le lettere a Marta Abba

Un sentito ringraziamento ad Adriana Pozzi

per la preziosa collaborazione

l’adesione al fascismo

«Eccellenza, sento che questo è il momento più proprio di dichiarare una fede nutrita e servita in silenzio.

Se l’Eccellenza Vostra mi stima degno di entrare nel Partito Nazionale Fascista, pregierò come massimo onore tenervi il posto del più umile e obbediente gregario»

Questa è una parte del messaggio, datato 17 settembre 1924 (pubblicata su « L’Impero » il 19) che Luigi Pirandello inviò a Mussolini nel periodo di massima incertezza e di massima debolezza del regime che stava instaurando e realizzando,  stravolgendo le istituzioni nazionali. Tre mesi prima (il 10 giugno), Giacomo Matteotti era stato rapito e poi presumibilmente subito dopo assassinato da un gruppo di squadristi capitanati dal tristamente noto fascista fiorentino Amerigo Dumini.

L’adesione ha comunque radici lontane, si può risalire anche al 1893 e ai Fasci siciliani, ma sicuramente possiamo risalire alla guerra e alla prigionia del figlio Stefano a Mauthausen e alle vicissitudini “militari” dell’altro figlio, Fausto. Agli occhi di Pirandello certamente la classe politica italiana, che aveva retto le sorti del Paese dal 1890 in poi, era responsabile di una Grande Guerra che aveva toccato nell’intimo ogni persona, con morti, feriti e prigionieri, distruzioni e miseria nuova aggiunta alla miseria vecchia, e si era dimostrata incapace di risolvere i problemi del paese e ancor peggio, di capire i bisogni e i problemi del paese (pensiamo ad esempio a cosa pensavano i politici del “paese reale").

L’adesione è innanzitutto un atto d’accusa contro quella classe politica che era partita dallo scandalo della Banca Romana. Al contrario, il fascismo si poneva come l’unica formazione in grado di rompere con il passato e di risolvere i problemi, e qualcosa in questa direzione viene pur fatto, se pensiamo ad esempio all’istituzione della “Cassa mutua” e della pensione di vecchiaia che pone la legislazione sociale italiana all’avanguardia fra le nazioni civili e successivamente alla legge di riforma agraria.

Ma pur esistendo questa adesione apparentemente totale, una adesione che non sarà del resto mai ritirata, i rapporti tra Pirandello e il Fascismo sono tormentati e contraddittori, e direi anche influenzati da vicissitudini personali (il proprio successo e quello di Marta Abba e la creazione di un Teatro Nazionale). Il Fascismo aveva sicuramente bisogno della figura di Pirandello per nobilitare la propria immagine, e credo che Pirandello pensasse veramente di aver bisogno di un Governo decisionista per realizzare la grande idea di un teatro italiano che avesse respiro e valore europeo e mondiale. Alla fine di settembre Pirandello viene ricevuto da Mussolini che gli assicura una sovvenzione di 250.000 lire (anticipandogliene 50.000) per il Teatro dei “dodici”, che diventerà il “Teatro d’Arte” che avrà sede all’Odescalchi completamente ristrutturato. Ma Pirandello aveva una personalità ed esprimeva un’arte che mal si adattavano alle direttive e allo spirito del fascismo, perché erano aliene da qualsiasi orientamento o linea di condotta dittatoriale.

Pirandello nel 1924 arriva per il Fascismo al momento giusto; non è il salvatore della patria fascista, ma la sua fama e il suo essere personaggio ormai internazionale vengono sfruttati in maniera profonda. Sono mesi in cui viene coinvolto anche pesantemente non solo sul piano politico, ma anche su quello culturale ed artistico senza esclusione di colpi. Ed è in questo clima esacerbato che fa un passetto indietro: non ritira nulla della sua decisione, ma cerca di riconquistare la sua dimensione innanzitutto di artista. Il 1925 è un anno importante nella sua storia umana e artistica: realizza la compagnia del Teatro d’Arte, e conosce Marta Abba (che il 25 febbraio firma il contratto): è la svolta decisiva della sua vita e del suo stesso teatro. Marta Abba in breve conquisterà il drammaturgo fino a identificarsi in una immagine vivente del teatro pirandelliano: il successo dell’uno sarebbe stato il successo dell’altra.

Le due passioni diventano intimamente connesse e in qualche modo interdipendenti, tanto da cancellare o mettere in secondo piano tutto il resto, perfino i figli.

Gli anni dal ’24 al ’26 sono quelli in cui si realizza in maniera più evidente la sua volontà di adesione al fascismo, e sono descritti in modo chiaro e corretto da Gaspare Giudice nelle pagine della biografia, che abbiamo riportato nel sito. Preso dalla propria situazione familiare (ci riferiamo soprattutto alla malattia della moglie e al suo internamento in una casa di cura, dove resterà fino alla morte avvenuta nel 1953, che provoca un senso profondo di solitudine e di smarrimento) e dallo sviluppo del suo teatro, non ha molto tempo per rendersi veramente conto della situazione sociale e politica dell’Italia dei primi anni dell’avvento del Fascismo: Mussolini ha un’aura e un credito particolari, i sentimenti popolari erano spaccati in due metà simmetriche: da un lato il fascismo, dall’altro il comunismo, in mezzo la borghesia che alla fine sceglie di stare dalla parte del fascismo per istinto di sopravvivenza: gli ideali della sinistra restano fissati nel cielo degli ideali e smarriscono la possibilità di creare quelle fondamenta culturali indispensabili per potersi realizzare in una concreta realtà politica di governo.

La Sinistra esce disorganica e divisa dal conflitto, colpevolizzata per come è entrata e colpevolizzata per come ne è uscita, scavalcata dagli alleati e soprattutto dagli avvenimenti senza una linea accettabile di politica governativa e lacerata da discussioni e divisioni interne che rischiano di farla implodere. Ci riferiamo soprattutto alla sinistra che esce dilaniata dal Congresso di Livorno del 1921, spaccata e senza un leader politico di un certo carisma e in grado di avanzare proposte coinvolgenti, proprio mentre la Destra trova un personaggio nuovo e spericolato e senza grandi ideali.

Ed è un personaggio che nasce proprio da una piccola costola della Sinistra disorientata, della quale conosce gli atteggiamenti culturali, le analisi precise degli umori della società, il substrato di violenza imparato in anni di guerra, le delusioni cocenti del primo dopoguerra, ed è quindi un personaggio che cerca sulle prime di usare gli stessi atteggiamenti politici della Sinistra, riuscendo a inquadrare quella violenza in squadracce colle quali conquista il potere sgominando l’opposizione e mettendo a tacere la stampa avversaria, come era accaduto in altre nazioni europee di diverso colore, ma mantenendo intatto il potere economico nelle mani di chi lo deteneva già, quello stesso potere economico che era stato prodigo di mezzi materiali e monetari.

La scelta della borghesia è stata netta e precisa, tra il rischio dell’essere spogliata di tutto e la possibilità di portare al potere con forti sovvenzionamenti chi avrebbe potuto evitare quel nulla e la distruzione di tutta la classe imprenditoriale: ogni mezzo sarebbe stato lecito, perfino la figura di Machiavelli viene spesso tirata in ballo e chiamata a sostegno (es.: Matteotti, Machiavelli Mussolini e il fascismo, articolo sull’English Life)

 

Ma nel contempo i mali morali del fascismo cominciavano a diventare sempre più evidenti, e i quattro anni trascorsi fuori dall’Italia dal ’28 al ’32 in “volontario esilio" gli faranno capire molte cose.

Già dal 1927 Pirandello comincerà a distinguere tra la propria disinteressata adesione e il comportamento spesso “gaglioffo” di molti che mangiavano e si saziavano nella mangiatoia fascista senza produrre nulla di buono; anzi distruggendo il Teatro italiano, come il “famigerato” Paolo Giordani (impresario teatrale, consigliere delegato della società teatrale Suvini-Zerboni e della Società Finanziaria Italiana per la gestione di aziende teatrali e commerciali e della società del Teatro Drammatico), più volte accusato da Pirandello di essere il losco despota dei trusts che monopolizzavano i teatri italiani,per lungo tempo protetto da Bottai, condannato nel 1935 a cinque anni di confino ma riabilitato dallo stesso Mussolini dopo pochi mesi.

Egli sa di essere considerato dai fascisti come un corpo estraneo, nel senso che i suoi atteggiamenti e il pensiero espresso dalla sua arte non sono allineati alla “filosofia” fascista, e nessuno dei suoi personaggi, neanche lontanamente, esprime l’atteggiamento del “libro e moschetto, fascista perfetto”.

Molti in seno all’apparato politico fascista lo avversano perché sentono, e possono dimostrarlo, che non è un intellettuale fascista, nel senso che l’intellettuale è una persona che, grazie alle sue eccezionali capacità intellettive e conoscenze culturali, con la sua opera e colle sue azioni “esercita una profonda influenza in seno a una classe sociale, a una categoria, a un partito politico, in modo da costituirne la guida, l’elemento dirigente, la mente organizzatrice”: l’intellettuale è colui che si pone e si impone al centro della situazione.

E a questo proposito Leonardo Sciascia afferma che “L’arte pirandelliana non ha nulla a che fare col fascismo, ma l’uomo sì!”, distinguendo opportunamente l’artista dall’uomo. Ma è una distinzione che comunque non soddisfa pienamente, perché quando Pirandello si presenta in camicia nera alle parate fasciste non è solo l’uomo che fa atto di presenza lasciando a casa il Pirandello-artista, (“jeri ... alle 10 son dovuto andare in camicia nera al grande discorso del Duce alla II Assemblea Quinquennale del Regime, e m’è passata così tutta la mattinata”, scrive a Marta Abba il 19-3-1934). Fino a che punto è possibile accettare l’affermazione di Leonardo Sciascia? Si tratta forse dell’uomo che ha mire ambiziose di potere (essere a capo del Teatro Nazionale), avere la possibilità di guadagnare moltissimo?

Tolto l’uomo, resta la sua arte: ma è quell’uomo che intriga e fa discutere, anche perché quell’uomo è il creatore di un’arte che ha messo al proprio centro giusto i malesseri della civiltà e dell’uomo moderno.

È difficile capire quale sia il motivo che spinge Pirandello ad avanzare la richiesta di adesione al fascismo e le intime motivazioni della mancata sconfessione di quell’adesione, come altri personaggi fecero (Croce aveva ad esempio votato la fiducia al Governo Mussolini, ma capisce e sarà tra i primi a votare il Manifesto antifascista), pur avendo alla fine del 1927 strappato e gettato a terra la tessera del fascismo in una burrascosa lite “con il Segretario del Partito, il quale aveva sul tavolo una voluminosa documentazione di ritagli messi insieme da Enrico Corradini sull’atteggiamento di Pirandello all’estero”, che lo aveva convocato per chieder ragione di quel comportamento così poco ligio al fascismo. Le decisioni prese in alto dovevano essere seguite supinamente e nessuno avrebbe potuto mai manifestare anche il dissenso più piccolo.

Questo atteggiamento ambiguo tra l’adesione e lo spirito di critica e di indipendenza è il nodo gordiano, che ognuno può risolvere a modo proprio, perché per scioglierlo forse non basterebbe nemmeno capire a fondo l’uomo e i suoi sentimenti. E che Pirandello fosse perfettamente consapevole dell’impossibilità di rimanere indipendente e che il fascismo avesse ormai esteso i suoi tentacoli ad ogni aspetto della vita pubblica fino a determinare perfino il modo di pensare e di agire della gente è dimostrabile: basta leggere queste righe scritte a Marta Abba da Berlino il 27 settembre 1936:

«fin da jersera son venuti a trovarmi due agenti, Ahn e Simrok, divenuti ormai, col nuovo regime, i primi di Berlino e della Germania, i quali sono animati dal proposito di fare una rinascita del mio teatro qui e mi hanno offerto condizioni vantaggiosissime. Alfieri ha promesso loro che ne avrebbe parlato domani o doman l’altro col Göbells che gli si dimostra amico. Se verrà l’autorizzazione, l’affare è fatto. Qua ci vuole l’autorizzazione per tutto; e per tal riguardo si sta molto peggio che da noi. »

Ma quando capisce, e questo avviene già a partire dal ’27, che l’essenza morale del fascismo è negativa almeno quanto quella della incapacità della vecchia classe politica dirigente, perché non sconfessa la sua adesione? Pirandello di fronte alla vita è nudo come i suoi personaggi, e ciascuno di noi può rivestirlo dei panni che ritiene più ovvi e naturali: e per noi resta un mistero il suo atteggiamento più intimo. Vien da dire: è difficile conoscerlo! Di fronte alla politica svolge il ruolo passivo dell’osservatore, tanto che il regime non lo mostrerà mai come un fiore all’occhiello, e addirittura in molte occasioni, come nel 1929, gli mette i bastoni fra le ruote impedendo la rappresentazione di Questa sera si recita a soggetto. Ma quale importanza e significato avrebbe assunto una sua eventuale sconfessione? In quanti modi diversi sarebbe stata giudicata quella sconfessione?

Resta la sensazione che comunque col passare degli anni e coll’aumentare del suo terribile senso di solitudine, un atto pubblico del genere sarebbe stato assolutamente inutile. Mussolini non organizzerà mai una serata in onore di Pirandello, come quelle tributate a Stoccolma, a Parigi, a Londra, a Praga, a Berlino, a New York: il fascismo non ha bisogno di Pirandello per tirare avanti ma Pirandello ha bisogno del successo, sia artistico che economico, per tenere avvinta a sè una parte di Marta, che era più importante del fascismo e dei figli e della vita stessa, perché Marta (Santa Marta, come la chiama in alcune lettere) è la sua vita. Così scrive alla sua donna una ventina di giorni prima della morte, l’ultima volta in cui parla di sè, il 21 novembre 1936:

New York è come una scacchiera; e, conoscendola, mi posso render conto benissimo di dove abiti: so la strada 53ma, dove taglia la VI Avenue (West); non ricordo soltanto se i numeri dispari siano a destra o a sinistra della strada. A che piano stai? Posso domandarlo al portiere. Già ci sono. Salgo con l’ascensore. Suono il campanello alla porta. Mi si presenta una “magnifica” cameriera negra.

- Miss Marta Abba?

E odo dall’altra stanza il Tuo grido:

- Maestro! Maestro!

Marta mia, che sogno! Soltanto a farlo, mi sento tutto rinascere. Ti farei, prima di tutto, un grosso rimprovero amoroso, d’aver trascurato la salute.

...

Mi domandi di me, Marta mia, ti lamenti che non Ti parlo di me, di quel che faccio. Non faccio più nulla, Marta mia, sto tutto il giorno a pensare, solo come un cane, a tutto ciò che avrei da fare, ancora tanto, tanto, ma non mi pare che metta più conto di aggiungere altro a tutto il già fatto; che gli uomini non lo meritino, incornati come sono a diventare sempre più stupidi e bestiali e rissosi. Il tempo è nemico. Gli animi avversi. Tutto è negato alla contemplazione, in mezzo a tanto tumulto e a tanta feroce brama di carneficina. Ma poi, nel segreto del mio cuore, c’è una più vera e profonda ragione di questo mio annientarmi nel silenzio e nel vuoto. C’era prima una voce, vicino a me, che non c’è più; una luce che non c’è più...

C’era prima una voce ... una luce che non c’è più: quale importanza può avere ormai la vita stessa se quella luce-Marta non c’è più?

Forse è proprio per questo che, quando si parla di Pirandello, si tende a mettere in sordina la questione fascismo.

Scrive da Berlino a Marta Abba il 24 aprile 1929

“Io ho voluto salvar sempre l’arte: non vivo per altro”

Le azioni di Pirandello sono dettate innanzitutto dal lavoro, dalla necessità: questa è una idea, “orma” come la chiamerebbe Pirandello, che bisogna sempre tenere ben a mente per cercare di portare a unità due elementi così diversi tra loro che obiettivamente non possono stare uniti: da un lato l’adesione al fascismo, con le connotazioni negative che questo regime ha avuto sin dall’inizio insieme a quelle che ha assunto nel corso del ventennio della sua esistenza, fino a sfociare nella guerra come spinto da una forza inerziale insita nella sua stessa formazione culturale e genetica, e dall’altro l’arte di Pirandello, il Maestro come viene definito, un’arte così lontana dall’obbedienza e dal gregariato, così libera e incondizionabile. È questa, fra le tante contraddizioni che agitano l’anima e la vita dello scrittore siciliano, la più grande e profonda, la meno scandagliata ma anche la meno comprensibile, che lascia meravigliati e un po’ sgomenti tutti coloro che sono lontani dal fascismo.

gli incontri con Mussolini

Dal ’24 Pirandello ha incontrato parecchie volte Mussolini (la prima l’abbiamo già vista). Ma cosa pensa di lui? Lo scopriamo in una lettera che scrive da Parigi a Marta Abba, il 14/II/1932, che in quel momento si trovava a Roma insieme alla sorella Cele, anch’essa attrice:

Mi dispiace molto, Marta mia, che Tu mostri tanto rammarico per una delusione, che io avevo prevista e m’aspettavo. L’uomo è quello che io t’ho descritto, credi, e non merita perciò codesto Tuo rammarico: ruvida e grossolana stoffa umana, fatta per comandare con disprezzo gente mediocre e volgare, capace di tutto e incapace di scrupoli. Non può vedersi attorno gente d’altra stoffa. Chi ha scrupoli, chi non soggiace, chi ha il coraggio di dire una verità a fronte alta, ha “brutto carattere”. E pur non di meno, io riconosco che in un tempo come questo “brutale”, della storia politica e sociale contemporanea, un uomo come lui è necessario; necessario, mantenere il mito che ce ne siamo fatto, e non ostante tutto, credere e serbarci fedeli a questo mito, come a una durezza indispensabile che in certi momenti sia utile imporre a noi stessi. Non bisogna dunque rammaricarsi, né aspettarsi da lui ciò che non può dare: quali e per chi siano le sue simpatie, quali le sue aspirazioni (anche nel campo dell’arte) l’ha dimostrato. Sopportare le offese che queste sue simpatie e queste sue aspirazioni recano al nostro amor proprio è la vera prova del disinteresse con cui noi ci serbiamo fedeli al suo mito.

Proprio Mussolini aveva detto che Pirandello “ha un brutto carattere”. Eppure quel che il Nostro pensa e scrive in privato, non è la stessa cosa di quel che dice in pubblico. E per il suo carattere è anche questa una ben strana contraddizione. Tra tante illusioni perdute, nella consapevolezza lucida e amara, talvolta confessata nelle lettere, di un modo di essere del fascismo lontano dal suo modo di essere e dalle sue aspettative, resta un’adesione che non verrà mai ritirata, tanto che pochi mesi prima di morire esprime le sue congratulazioni a Mussolini per l’impresa di Libia: “Siamo al cospetto di una grande opera e Mussolini è il vero uomo di teatro, l’eroe provvidenziale che Dio, al momento giusto, ha voluto concedere all’Italia. Egli agisce, autore e protagonista, nel Teatro dei Secoli!”.

 

Ma pur esistendo questa adesione all’apparenza così totale al fascismo, possiamo dire che i rapporti tra Fascismo e Pirandello sono stati caratterizzati da una forte ambivalenza, nella quale i due aspetti, positivo e negativo, non sono compresenti ma si alternano a seconda degli eventi:

a) da un lato esprime cieca fiducia in Mussolini.

b) dall’altro lato giudica negativamente l’azione di Mussolini e del fascismo.

 

Leggiamo ad esempio questa lettera del 22 novembre 1928 a Marta Abba

« jersera è stato a cena da me Interlandi, che s’è trattenuto fin dopo mezzanotte. Mi ha parlato della confusione che è in tutti gli animi per l’incertezza della situazione d’ognuno. Ormai s’è capita la tattica. Appena qualcuno accenna a conquistarsi una posizione preminente in qualsiasi campo, per quanto sappia guardarsi e difendersi, andar cauto, con l’occhio a tutto, pronto a parare insidie e a sventar trame, si fa in modo che cominci lui stesso a sentirsi esposto e isolato e a provar disagio per ogni gesto che faccia, per ogni passo che muova, e si obbliga così a rientrare, disajutato, tra le file; per qualche altro cominciano subito le mormorazioni, le accuse vaghe o anche le polemiche aperte, suscitate a tempo, troncate a tempo e poi riprese; e per un terzo che già si vanti d’esser sicuro del suo ascendente e d’un potere ammesso e riconosciuto, ecco subito una smentita in pieno, uno scacco reciso che lo mette a terra nel più goffo atteggiamento; e così via. Ciò che si vuole è che nessuno predomini, nessuno alzi la testa. Attorno a Lui, un livello di teste che gli arrivino appena appena al ginocchio e non un dito più su. Tutto, così, resta in basso, per forza, e confuso; e non c’è altro veramente che bassezza e confusione.

Abbiamo parlato del Bisi preposto all’Ente nazionale per la Cinematografia. Pareva ottimamente disposto verso di me. Son venuto a sapere che Bisi, appena nominato, non è più sicuro del suo posto. Sembra di fatti che sarà mandato via e non si sa ancora chi sarà messo in vece sua. È un continuo fare e disfare, mettere e levare. E cresce in tutti un senso di precarietà che avvilisce e angoscia.

Dopo aver conversato tre ore, io mi son sentito cadere più che mai le braccia e venir meno il respiro.

gli anni dell’esilio volontario

Dalla fine del 1928 Pirandello, cioè da quando viene lasciato solo a Berlino da Marta, comincia a soffrire di una forma di depressione, che si alterna a momenti di moderata o, in altri casi, di grande euforia; nella depressione si aggrappa logicamente a qualsiasi cosa, decisione altrui o persona che in qualche modo gli ha portato un beneficio. Credo che su questo piano la presenza del Duce nella sua vita possa essere diventata un elemento importante: pensare sempre più in grande e avere rapporti con personaggi sempre più altolocati avrebbe potuto fargli vedere dall’alto le “miserie” della vita quotidiana, nella quale l’amore non si è realizzato e non è diventato lenta deriva verso la quiete di sensi e desideri. Capisce che Marta, la sola su cui desidera riversare tutto ciò che ha dentro, è sempre più lontana; che i rapporti coi figli hanno subito delle incrinature che hanno creato in tutti dolori incancellabili; che il suo volontario esilio non risolve nessun problema: anzi, alla lunga si sta rivelando deleterio. E in tutto questo la questione fascismo diventa una “cosa” assolutamente secondaria.

 

Nel 1929 Pirandello viene nominato Accademico d’Italia, mentre si trova a Berlino «in volontario espatrio», come scrive a Marta Abba; la nomina comunque, al di là del fatto che lusinga Pirandello nel suo orgoglio, viene in un momento particolare della sua vita; quando, cioè, il perdurare della sua lontananza dall’Italia avrebbe potuto arrecare un qualche danno all’immagine del Fascismo  all’estero. Pirandello nulla brigò perché il suo nome figurasse nella lista dei primi trenta Accademici d’Italia. Leggiamo nella lettera a Marta Abba del 19/III/1929:

Mia cara Marta,

come vedi, non sono partito; te ne dico le ragioni. L’unico motivo che m’avrebbe fatto partire era quello d’obbedirti, di seguire il tuo affettuoso consiglio, che mi parve in prima dettato da un’urgenza che Tu vedessi, per qualche cosa che ti fosse stata riferita, una necessità che non ammettesse indugio, tanto che finanche mi suggerivi di servirmi d’un aeroplano. Se non fosse stato già tardi, chi sa, forse sarei partito. Non essendo più a tempo, pensai di farti il telegramma che avrai ricevuto, e un altro telegramma a Interlandi così concepito: “Trattenuto seriissimi impegni, telegrafatemi se mia presenza Roma imprescindibile questo momento. Fido vostra amicizia”. Aspettai tutto ieri una risposta a questo telegramma; sarei partito ieri sera, se mi fosse arrivata una risposta nel senso affermativo. Invece, non m’è arrivato nulla; e neanche questa mattina. Io intanto ho avuto tempo di riflettere a tante cose; e prima di tutto, che ormai è troppo tardi; troppo tardi, anche se fossi partito, subito dopo ricevuto il tuo telegramma, e in aeroplano. Vuoi che a quest’ora e già da un pezzo, non sia stabilito chi saranno i primi 30 accademici? O io son tra questi trenta, o ne sono stato escluso. Impossibile rimediare all’ultimo momento; né io, trovandomi a Roma, sarei stato capace di muovere un dito per farlo. Avrei avuto, invece, l’aria, e senz’alcun risultato, di essere corso anch’io a brigare, o ad aspettare d’essere preso in considerazione, pauroso che mi si potesse fare un tal torto. - Se me l’hanno fatto, addio! Peggio per loro che me l’hanno fatto; non peggio per me, se l’ottenere la nomina non doveva dipendere dal riconoscimento puro e semplice, indiscutibile, dei miei meriti letterarii, ma da pressioni e raccomandazioni e brighe. Non me ne sarebbe venuta la più piccola soddisfazione, a ottenerla così; e allora perché? per non darla vinta ai miei nemici? Se i miei nemici possono valer tanto da mettersi sotto i piedi tutti i miei meriti e le mie opere e la mia fama mondiale, vuol dire che non c’è più posto per me nel mio paese. T’immagini, dopo la mia sconfitta, come me ne sarei tornato all’estero? Invece, sto qua, ad aspettare, nell’attesa più dignitosa. Viene il riconoscimento; e ne sarò lieto tanto più, quanto meno avrò fatto per averlo; non viene, e nessuno potrà dire che anch’io ero corso a perdifiato per sollecitarlo.

Il silenzio d’Interlandi si può interpretare nel senso che non stima imprescindibile la mia presenza a Roma; forse perché anche lui ritiene che sia troppo tardi e che non ci sia più da far nulla, in qualunque caso; forse perché cercherà di sapere qualche cosa, prima di telegrafarmi. Certo non deve sapere ancor nulla; o se sa, non vuole annunziarmelo per telegramma, e m’avrà scritto una lettera, che potrò ricevere domani. Ma è anche possibile che m’arrivi qualche telegramma in giornata. Io, Ti ripeto, sono preparato a tutto; e ormai non m’aspetto più nulla da nessuno.

Qualche giorno dopo viene pubblicata la lista dei trenta nominati all’Accademia d’Italia, istituita con decreto del 7 giugno 1926, convertito in legge il 25 marzo 1927, e inaugurata ufficialmente in Campidoglio il 28 ottobre 1929.

Questi alcuni nominati, i più noti e importanti:

- Filippo Tommaso Marinetti, scrittore

- Ardengo Soffici, pittore e scrittore

- Giovanni Papini, scrittore

- Gioacchino Volpe, storico

- Raffaele Pettazzoni, storico delle religioni

- Ildebrando Pizzetti, musicista

- Riccardo Bacchelli, scrittore

- Enrico Fermi, scienziato

- Giulio Aristide Sartorio, pittore

- Adolfo Wildt, scultore

- Salvatore Di Giacomo, poeta

- Alfredo Panzini, scrittore

- Pietro Mascagni, musicista

- Emilio Cecchi, critico d’arte

- Ugo Ojetti, scrittore

- Massimo Bontempelli, scrittore

- Achille Funi, pittore.

Grande è la delusione di Pirandello per molti dei nomi inseriti, perché non reputa quelle persone all’altezza di un compito alto e nobile, mentre altri sicuramente più meritevoli erano stati tenuti fuori. Queste le sue impressioni:

Berlino 23. III. 1929

Marta mia, hai veduto l’elenco degli Accademici? Son cadute a tutti le braccia leggendolo: Beltramelli, Marinetti ... e Trombetti, che è uno scienziato glottologo, e Formichi che è un filologo, e Romagnoli che è un traduttore, filologo anche lui, messi tra i letterati; e non D’Annunzio, e nemmeno Ojetti al posto di quel Beltramelli; e non parliamo di tutto il ridicolo che rovescia sull’elenco la nomina del Marinetti che per tutta la vita ha sparato i suoi fragorosi ma innocui cannoni contro tutte le Accademie e tutti i musei e le biblioteche e le scuole... Se avessi saputo che il mio nome doveva andar confuso tra codesti altri, avrei sollecitato che mi lasciassero fuori; perché in codesta compagnia è meglio restar fuori dell’Accademia, che esserci. Meno male che son con me il Di Giacomo e il Panzini.

Ma la soddisfazione della nomina è grande comunque, come forse la speranza che finalmente avrebbe potuto fare qualcosa di importante per per sè e soprattutto per Marta, come sappiamo da altre fonti. Leggiamo queste poche righe tratte da una lettera da Berlino a Marta del 26/3/1929:

Berlin, 26. III. 1929

Mia cara Marta, privo anche oggi di Tue lettere, ne ricevo una lunghissima di Stefano, che mi prospetta totalmente mutata, raddrizzata la mia posizione in Italia, da capovolta che era; e questo, per effetto della nomina ad accademico.

Evidentemente, perché un tale effetto abbia potuto darsi, mi si doveva creder morto e sotterrato dai tanti nemici che mi hanno fatto la guerra. Non vederli una volta prevalere, rivedermi in piedi e vivo, fatto segno d’un attestato di simpatia e di considerazione da parte del Duce, ha valso a far subito abbassar la cresta ai nemici, e rifiatare i tanti e tanti, che, credendomi in disgrazia e finito, non osavano più dir nulla in mio favore.

Tardi mi comunica Stefano tutti i telegrammi che sono arrivati alla mia villa a Roma. Mussolini stesso, prima che all’Ambasciata qua a Berlino, aveva telegrafato urgente a Roma al mio indirizzo di via Onofrio Panvinio. Il ministro della Grazia e Giustizia S.E. Rocco ha telegrafato così: “Vivissimi rallegramenti per la meritata nomina ad Accademico d’Italia e distinti ossequi”. E Bottai, Sottosegretario al Ministero delle Corporazioni (l’amico di Giordani): “Rallegramenti vivissimi e cordiali saluti”. E il Ministro dei Lavori Pubblici, Giuriati: “Vivamente mi felicito per la sua nomina meritatissima ad Accademico d’Italia”. E il Presidente della Corte dei Conti: “Vivissime congratulazioni per l’alta e meritata nomina”. E, particolarmente notevole, Mameli, Capo della Segreteria Particolare del Duce: “Pregola gradire mie cordiali vivissime felicitazioni”. E il Senatore Borletti: “Vivissime sincere congratulazioni”. E il Comm. Fedele, nuovo Direttore generale della Società degli Autori: “Vivissime felicitazioni”; e poi Francesco Pastonchi in nome dell’Accademia Mondadori, e Giuseppe Brunati, Umberto Notari, Angiolo Orvieto, ecc. ecc. - un plebiscito.

Ma questo non è niente. Sta’ a sentire. I “Dieci” mi offrono la direzione “ben remunerata” della nuova grande rivista letteraria che pubblicheranno “Rivista di Villa Madama”, (perché è stata loro ceduta, come sede, la villa Madama, una delle più splendide di Roma). Interlandi mi offre altre due mila fisse al mese per due articoletti al “Tevere” senz’obbligo di consegna, o, se voglio, anche lui, la direzione già propostami d’un nuovo giornale letterario settimanale di battaglia. La nomina del Comm. Fedele, voluta espressamente da Mussolini, a Direttore Generale della Società degli Autori, è stata un terribile schiaffo per Morello e un calcio nel sedere per Giordani; D’Annunzio l’ha giurata a Morello; e il Comm. Fedele ha detto a Interlandi che non vede impossibile, ormai, un accordo tra me e D’Annunzio; e me, prossimamente, alla Presidenza della Società degli Autori. Bisi ha poi detto allo stesso Interlandi che l’Ente mi domanderà certamente un soggetto; non solo, ma che si ventila l’idea di chiamarmi all’Ente stesso con la funzione di alto consigliere per la scelta dei soggetti. È poi certissimo che i Teatri di Stato saranno fatti, col mio progetto, perché Mussolini tutto quello che promette, lo mantiene; bisogna saper aspettare, perché ci mette tempo; guaj con lui a chi si stanca

Ecco, il “Consiglio dei Dieci”, un inutile organismo di facciata che avrà una vita assai breve, offrire soldi al drammaturgo per spingerlo a lasciare definitivamente il volontario esilio, in qualche modo disdicevole per il regime; a Pirandello sembra comunque ormai restare solo la gloria del teatro, piccola ora ma viva grazie ai successi di Marta, anche in sua assenza, ma grande sicuramente in futuro:

Berlino 19. V. 1930

Marta mia, ricevo questa mattina una lettera del Bellotti, ... mi descrive com’è stata a Roma la prima di “Come tu mi vuoi” ed il trionfo che Tu sei riuscita ad avere, con la coscienza della Tua forza e la perfezione della Tua arte, contro un pubblico più che ostile nella sua scarsità, freddamente preparato a seppellire il lavoro. Tu l’hai a poco a poco convinto e riscaldato, fino a vincere i più riluttanti e a strappare alla fine il grande applauso a scena aperta nel II° atto. - Grazie, Marta mia, il trionfo è Tuo, a Roma come a Milano e da per tutto; ma sopra tutto a Roma, dove - non so perché (ma già, purtroppo lo so) - i miei nemici hanno ormai il loro quartier generale. La ragione è politica. Devo questo alla oscena camorra dei nazionalisti che hanno in mano la stampa, Corradini e Forges Davanzati, Federzoni e Bottai e compagnia: tutti amici del Giordani. Che vuoi farci, Marta mia, se denunziarli è impossibile, se dall’alto non viene una parola che impedisca loro di fare ciò che stanno facendo contro uno scrittore come me? Hanno allontanato il pubblico; a denti stretti sono costretti a decretare il trionfo; proibiscono ai loro critici d’occuparsi di me e dei miei lavori; cestinano le notizie dall’estero; apertamente non possono combattermi e distruggermi per il posto che occupo nell’Accademia; e allora la congiura del silenzio, lo spegnitojo, la mormorazione segreta, tutti i mezzi coperti e delittuosi della più iniqua camorra.

Che consolazione vuoi che sia per me, così amareggiato, combattuto e straziato, che da qui a qualche secolo, la grandezza del mio lavoro, la potenza dell’opera mia, da tutti in segreto e con dispetto riconosciuta, liberata dagli odii del tempo sarà proclamata e rifulgerà come un sole? Il sole io non lo vedrò più, e non udrò più nulla, e avrò la bocca piena di terra, che sarà peggio di questo veleno di cui me la riempiono oggi. Sarebbe come nulla tutto questo, se Ti potessi star vicino, perché l’unica, vera, grande, divina consolazione che m’è toccata nella vita sei Tu, da cui - per far più disperato il mio strazio - debbo star lontano, per come Tu stessa vuoi, in una solitudine così piena d’angoscia, che mi sta uccidendo, Marta mia.

La lusinga della nomina ad Accademico lo solletica, e, sentendosi attratto dall’onore, stimolato dalla rara carezza del regime, risponde all’appello del fascismo e lascia il volontario esilio di Berlino per presenziare alla prima assemblea dell’Accademia, conscio del molto che può dare e speranzoso di quello che si potrebbe realizzare. Ma i risultati non saranno pari alle attese, e la delusione sembra cocente, come scriveva a Marta Abba che si trovava a Milano:

Roma, 9. VI. 1929

Non ti dico quel che ho sofferto in questi giorni passati a Roma. Me ne riparto col senso di un distacco assoluto, per sempre. Qua non c’è più vita possibile per me. Il terribile però è questo: che non vedo più, per quanto cerchi, dove trovare una possibilità di vita per me, altrove. La vita mi ha chiuse tutte le porte. Non so più a quale debba andare a picchiare. Non vedo più, proprio, una ragione di vivere. Le energie che ho speso in tanto lavoro fatto per risorgere ancora una volta, in questi dieci giorni, mi si sono rilasciate fino a farmi cadere in uno sfinimento morale che non ti so esprimere, al pensiero che vano è ormai ogni mio risorgimento, poiché nulla più varrà a compensarmi di ciò che ho irremissibilmente perduto. Ho fatto un sogno questa notte, un sogno così orribile...

Basta.

L’Accademia? Una buffonata. Chiacchiere stomachevoli. Ho cercato di lavorare piuttosto con Fedele, Direttore della Società degli Autori, per il progetto sui teatri. T’informerò di tutto a voce. Avrò con lui, questa sera, un’ultima seduta conclusiva. È l’unico lavoro serio che ho potuto fare. Ti dirò delle persone che ho viste e dei discorsi che si sono fatti.

Il 1932 sembra un anno importante.

Il 3 febbraio Marta Abba viene ricevuta per mezz’ora da Mussolini. È un incontro di routine che il regime fa per mantenere buoni personaggi che all’estero hanno qualche risonanza. Così ne scrive a Pirandello, in un resoconto quasi stenografico, ma che evidenzia  il realismo che ispira l’attrice, che si fa poche illusioni e che ha il coraggio di esprimere le proprie idee: Marta, al contrario di Pirandello, non si fa molte illusioni:

Roma 4-II-1932

[...]

Rimasi credo quasi mezz’ora, mi domandò e delle commedie e quante rappresentazioni avevamo fatto, e perfino quanto avevo guadagnato. Io subito porsi la questione del mio scoramento passato e me ne domandò il motivo. Sapeva tutto della stampa, che del resto l’anno scorso aveva letto e appena io toccai il tasto del teatro mi fermò: « Ah lo sappiamo, la bestia nera del Giordani »

Ho capito insomma che la gente che ha in giro e l’assenza di chi ha tutte le ragioni aveva molto nociuto. Lui sa ormai soltanto ciò che gli vogliono dire. Venuti a parlare di Lei, disse che ha un brutto carattere: « Io gli ho reso tutti gli onori perché lo stimo un genio, ma ha un brutto carattere ». Anche il discorso che ha fatto all’Accademia per onorare Verga, non è piaciuto, quell’attacco a D’Annunzio non è piaciuto ed era per lo meno inopportuno. In questo, Maestro, purtroppo Lei sa come la pensi io, e non gli dò torto, Lei grande fra i grandi doveva essere generoso e non dire cose che anche agli stessi antidannunziani sono spiaciute.

Mi ha domandato che intenzioni avevo. Gli dissi che avrei riformato compagnia in settembre: « Ah soltanto in settembre? » E se avrei ampliato il repertorio. Gli dissi che già l’avevo ampliato: Molnàr, Mann, e allora fece le sue riserve su Mann, non gli piaceva forse. Basta, in conclusione, quando io ho capito quanto l’avevano accerchiato e mutato mi son sentita cadere le braccia. Gliel’ho detto: « È l’eterna storia, ecc... da una parte ci sono i nobili e i puri... e dall’altra... »

L’ho visto un po’ pensieroso, quando gli ho detto della legge negli altri stati che si proibisce ai detentori di repertori di gestire ecct. ecct.

Conclusione, sono e mi sento, benché mi ha trattata con una gentilezza magnifica, quasi scoraggiata per non aver cercato di scuoterlo con parole vive, scoraggiata che la parola di fede che m’aspettavo non è venuta. Hanno ragione gli altri? Non bisogna forse lasciare e abbandonare cosí la partita? Non so, non so piú nulla...

E ai dubbi di Marta Pirandello risponde in modo amorevolmente paterno:

  A Marta Abba 6.2.32 da Parigi

Ho letto, come puoi immaginarTi, con la più viva ansietà quanto mi riferisci del Tuo colloquio, dell’impressione che ne hai avuto e dello scoraggiamento che in fine Ti ha preso per l’esito di esso. Chiunque non accetta - perché non può accettare - quanto si perpetra oggi in Italia a danno dei valori morali e spirituali, ha “un brutto carattere”. Hai “un brutto carattere” anche Tu, Marta mia, se intendi seguitare ad agire nobilmente e rettamente; ne avrai uno bellissimo, invece, quando Ti accomoderai a tutte le camorre, quando t’assoggetterai a tutte le prepotenze, e accetterai tutte le sopraffazioni e Ti sottoporrai al giogo e andrai dove loro vorranno e farai quello che loro t’imporranno. Allora sì, Marta Abba avrà un bellissimo carattere. Pirandello ne ha uno  “brutto” perché, chiamato a onorare Giovanni Verga, ha il coraggio di denunziare pubblicamente la persona e la ragione che per tanto tempo impedirono che Giovanni Verga fosse onorato, come meritava, dagli Italiani. Pirandello ha “un brutto carattere” perché trattato come è stato trattato dal suo paese, ha avuto resi, come egli dice, “tutti gli onori” (io vorrei sapere quali, forse l’Accademia insieme con Marinetti, Formichi, Angiolo Silvio Novaro e compagnia bella?); ma poi escluso da ogni rappresentanza attiva, escluso dal teatro, escluso dalla Società degli Autori, bersaglio d’una lotta accanita d’un malfattore che ha distrutto il teatro italiano, ha dovuto riparare all’estero per guadagnarsi da vivere. “Brutto carattere” veramente questo Pirandello, che seguita intanto a dir bene di Lui, a esaltarlo come un salvatore del suo paese, come un genio costruttore a cui l’Italia deve tutto mentre l’Italia a Pirandello taglia i viveri, e lo vessa di tasse, e rischia di farlo morir di fame. - Lasciamo andare! Io ho per me bisogno di levare in alto il suo mito; anche se lui mi dice che ho “un brutto carattere”. Questo carattere me lo tengo con il più legittimo orgoglio, qualunque sacrifizio mi possa costare, anche il sacrifizio della mia stessa vita. Si dirà un giorno in che consisteva questo “mio brutto carattere”.

L’incontro resterà un mistero, soprattutto pensando al fatto che l’incontro verrà tenuto praticamente segreto, venendo fatto obbligo a Marta di non parlarne mai (“... tanto piú che vorrei sapere qualche cosa di piú preciso pel fatto del divieto di far conoscere il colloquio”, scrive il 15 febbraio a Pirandello).

Circa un mese dopo, dal 7 marzo Pirandello è In Italia, impegnato alla Farnesina per i lavori dell’Accademia, noiosi, ma utili per allacciare o riallacciare rapporti con chi bazzica nelle anticamere del potere, e più d’uno gli riferisce (soprattutto il Marpicati) che il Duce “vede male che io stia all’estero e specialmente a Parigi”, scrive a Marta.

All’improvviso. il 13 marzo, Mussolini riceve Pirandello, a Palazzo Venezia. Nell’incontro, nessun accenno a Marta, si parla soprattutto della fondazione del Teatro Drammatico di Stato: il Duce gli chiede di spiegare il progetto che aveva in mente, arrabbiandosi perché non gli era stato presentato e chiedendogli di fargliene avere una copia scritta che l’avrebbe studiata attentamente.

14 marzo 1932

... ho ricevuto la Tua di sabato e puoi immaginarti la gioja che ne ho avuta, tanto più grande e viva, quanto meno attesa. Ho tardato un giorno a risponderti perché per jeri sera era fissato il mio colloquio col Duce, e, scrivendoti, volevo informarTi dell’esito di esso. Magnifico. Sono stato accolto con la massima cordialità, e trattenuto a parlare di tutto per circa un’ora. Appositamente il colloquio era segnato in fondo alla nota della giornata, perché, essendo l’ultimo, potesse durare più a lungo di tutti gli altri.

"Oh Pirandello, finalmente vi si rivede! Godo di trovarvi più fresco e più giovine che mai! Sedete.” Queste sono state le sue prime parole. Notai subito, fin dalla sua prima domanda: “Che contate di fare?” che egli voleva veramente entrare a parlare con me di cose precise e interessanti, e non tenere il discorso sulle generali, parlando del più e del meno, senza alcun vero interesse. E allora presi a dirgli tutto quello che avevo in animo di dirgli - tutto - dall’a alla zeta - mi svuotai - sentendo, man mano che parlavo, che tutto ciò che dicevo era giusto, col tono appropriato, altero e sereno, ogni cosa guardata dall’alto, non dettata da un interesse particolare, da un risentimento meschino. Tanto è vero, che mi lasciò parlare e parlare, senza interrompermi mai, se non con brevi esclamazioni di consenso - “è vero” - “è così” - “senza dubbio” - gli occhi acuti e lucidissimi fissi nei miei, e il bel sorriso intelligente sulle labbra, che dava a vedere il godimento di sentirmi parlare così. Tu puoi bene immaginarti, Marta mia, tutte le cose che gli dissi, in un’ora di conversazione; non tralasciai nulla, nulla. Sarebbe lungo esporti tutto per filo e per segno; te lo riferirò a voce al mio prossimo ritorno a Milano. Ti basti per ora sapere che a un certo punto, quando gli parlai del mio progetto dei dieci teatri regionali presentato alla Società degli Autori perché gli fosse rimesso, batté un pugno sul tavolo irosamente, esclamando: “Voi potete ben credere che codesto progetto non mi è stato rimesso! Ne domanderò conto e ragione alla Società degli Autori.” E prese subito l’appunto. Volle esposto da me particolareggiatamente il progetto col più vivo interesse, e alla fine mi disse: “Credo veramente che sia la via più giusta per risolvere la questione del teatro in Italia. Non dubitate, Pirandello, studierò questo vostro progetto e vi saprò dire quello che penso”. Queste furono le sue ultime parole.

Nei mesi seguenti ci saranno momenti in cui Pirandello avrà la quasi certezza che il progetto sarebbe stato realizzato, ma non andrà mai in porto, anche perché il regime preferirà finanziare il cinema che prometteva di avere ben altro impatto sulle masse che non il Teatro. Il sogno di un organismo teatrale attivo e vivo in Italia rimase sulla carta e Pirandello, rimanendo ancorato al passato, non credette fino in fondo allo straordinario sviluppo che avrà il cinema, pur individuandone l’importanza, perché non credeva realizzabili le possibilità enormi e rapide di sviluppo tecnologico che univa musica, recitazione immagini accogliendo in sé tutte le possibilità espressive dell’arte umana, e soprattutto non gli viene in mente che Teatro e Cinema sono due arti che avrebbero potuto benissimo convivere, ciascuna in un ambito, delimitato sì ma invalicabile.

Anche la collaborazione di Bottai, che sicuramente aveva ricevuto ordini dall’alto, diventa preziosa e fa sperare ormai in una rapida soluzione:

Roma 14. IV. 1932

Dal Bottai sono stato la mattina alle 12 e 1/2 al Ministero delle Corporazioni. Accoglienza franca e cordiale. Gli ho esposto i nuovi studi sul progetto dei teatri, ormai esaurienti. Se n’è mostrato pienamente convinto: unica difficoltà la situazione economica del Paese; ma mi ha promesso che farà di tutto per superare questa difficoltà, studiando il modo d’attuare il progetto con gli enti edilizi delle varie regioni per esonerare d’ogni spesa lo Stato. Lunedì venturo ripresenterà lui stesso al Duce il progetto, corredato da questi nuovi studi, e dichiarando che la Corporazione dello Spettacolo è pronta a far suo il progetto, accogliendolo in pieno; e se il Duce, com’è da sperare, sarà favorevole, Bottai e io andremo un’altra volta a trovarlo insieme perché io possa fargliene una illustrazione particolareggiata. Pare veramente, insomma, che le cose si mettano bene, e non avrei mai supposto di trovare in Bottai un collaboratore tanto entusiasta. La spiegazione avuta col Duce nella prima visita comincia a portare i suoi frutti; l’aria è cangiata; e questo lo devo alla mia Marta, che ha avuto il coraggio d’affrontare per la prima la situazione per rompere quest’aria, e che poi ha saputo consigliarmi a seguire il Suo esempio. Sì, Marta mia, basta che io tenga fermi a Te, alla nobiltà santa del Tuo spirito illuminato e giusto, i miei pensieri, e regoli, pensando sempre a Te, le mie azioni, per non fallire.

E durante il viaggio a Parigi proprio con Bottai, che doveva partecipare alla Fiera di Parigi in restituzione della visita fatta alla “Fiera di Milano” del Ministro del Lavoro francese, il suo entusiasmo sembra straripante e anche, tutto sommato, un po’ ingenuo e credulone: tanto pronto a vivisezionare i propri sprovveduti personaggi piccolo-borghesi, quanto candido e privo di malizia nei confronti di personaggi dai quali è costretto a dipendere (i politici) ma anche a volte duro e inflessibile nei confronti di coloro dai quali sa che mai dovrà dipendere: quasi un novello don Abbondio, mai servile ma ossequioso, contento anche del nulla che riceve, ma condito di belle parole e gesti simbolici (Mussolini una volta lo vorrà insieme a sé nel palco a teatro). Teniamo comunque sempre ben a mente la presenza della figura di Marta Abba alla quale sembra aver affidato se stesso e per la quale spende le energie degli ultimi anni della sua vita, per fortuna allietata dalla presenza della figlia al suo rientro definitivo in Italia.

4.5.1932

Non Ti dico di tutte le cortesie usatemi durante tutto il viaggio e dei discorsi che lui stesso tenne a farmi sul teatro; mi disse che starà a Parigi solo tre giorni e che di ritorno a Roma comincerà a chiamare dalle varie regioni gli enti edilizi che, come il Monte dei Paschi, si potrebbero assumere l’onere della costruzione dei teatri senza preventivo aggravio sul bilancio dello Stato. È veramente pieno di fervide intenzioni. “Al suo ritorno da Parigi - mi disse - vedrà che io avrò fatto tutti i miei approcci per la costruzione dei teatri, e allora, gettate le basi finanziarie e risolto da questo lato il problema, ci recheremo assieme dal Duce per discutere la parte artistica del progetto; se occorre, riuniremo il Consiglio della Corporazione, dopo un accordo col Segretario del Partito. Insomma vedrà che verremo questa volta a una seria conclusione”

il rientro in Italia

A Parigi resterà il tempo necessario per smantellare l’appartamento che aveva e fare il suo ritorno definitivo in Italia alla fine del mese di maggio (vi ritornerà per quasi tutto il mese di novembre). Va ad abitare insieme al figlio Stefano a Roma in via Piemonte per stabilirsi poi, sempre insieme al figlio, nel villino di via Antonio Bosio 15 nel tardo autunno del ’33. È un Pirandello felice di questo ritorno, della compagnia del figlio e dei nipotini, che gli permetteranno di non soffrire più la terribile solitudine che ogni tanto lo assaliva a Berlino e a Parigi, anche se Marta, ormai, si stava, lentamente ma  definitivamente, allontanando.

Le cose per il suo progetto teatrale, per motivi politici, di beghe e profonde invidie oltre che economici, vanno per le lunghe e i tempi tendono a dilatarsi sempre più

Alla fine del 1932 viene ricevuto ancora una volta dal Duce. Leggiamone i resoconti che fa  a Marta:

3 dicembre

Ricevo in questo momento un telegramma di Chiavolini che m’invita a recarmi dal Duce domattina alle ore 11. Tornerò a dirgli tutto, non dubitare, Marta mia. Egli vorrà sapere delle accoglienze da me ricevute a Parigi; io gli domanderò del progetto mio, che cosa ne vorrà fare.

6 dicembre

Dovevo sì, per come T’avevo promesso, dopo la visita al D., scriverTi; ma Ti confesso che me n’è mancato l’animo. Ho avuto di lui un’impressione, che addirittura m’ha gelato il sangue nelle vene. Dopo queste feste trionfali del Decennale m’aspettavo che mi sarei trovato al cospetto d’un Gigante (perché tale è l’immagine che si ha di lui all’estero); mi son visto davanti un malato, dalla faccia gialla, ingrigito, scavato, quasi spento; e non solo così nel corpo depresso, ma anche e più nell’animo. M’accolse al solito affabilmente, all’ora segnata per l’udienza, e mi domandò subito. “Che ha da dirmi, caro Pirandello?” Gli risposi che venivo per dovere di cittadino, a riferirgli del senso che la Francia espressamente aveva voluto dare agli onori che m’erano stati resi con tanta solennità e del messaggio che tutta l’intellettualità francese m’aveva incaricato di portare all’Italia. Soggiunsi che sapevo per quali ragioni politiche l’Italia non poteva in questo momento gradire simili sensi e simili attestati; ma che, non di meno, avendone ricevuto l’incarico, stimavo mio dovere farglieli conoscere. Mi lasciò parlare senza mai interrompermi, sino alla fine. Non mi rispose nulla. In questo momento, la sua bestia nera è la Francia. Evidentemente, che la Francia mi abbia trattato bene, anziché fargli piacere, gli ha fatto un grosso dispiacere. In politica, oggi, tutto quello che la Francia fa all’Italia non può essere che male. Dunque, silenzio. Parlai allora dei due incarichi che avevo avuto dal Ministero degli Esteri, l’uno di recarmi al Polo, cioè in Norvegia, e l’altro di recarmi, quasi contemporaneamente, all’Equatore, cioè in Egitto. Sorrise pallidamente, e mi disse che era meglio per l’Italia che mi recassi in Egitto. Gli parlai poi del mio progetto dei teatri, di cui non avevo saputo più nulla dopo le dimissioni del Bottai. Allora egli si mise a parlarmi come non mi sarei mai aspettato. Ciò che mi disse è veramente d’una gravità eccezionale. La situazione politica del momento in tutto il mondo è tragica; non è mai stata più tragica: tutto è possibile che avvenga da un momento all’altro, è anche imminente la probabilità d’una guerra. Parole testuali. Non c’è da pensare in questo momento che a questioni generali; le particolari di ciascuno Stato d’Europa e del Mondo, per necessarie che possano essere, debbono passare in seconda linea, tutte. Per ciò che riguarda gli spettacoli, il popolo bisogna che si contenti di quelli che può avere in massa, gli stadii e il cinematografo. Per tutto il resto, bisogna aspettare tempi migliori. Volle poi sapere dei miei lavori. Era informato del successo a Napoli di “Trovarsi". Gli parlai di “Quando si è qualcuno” che doveva darsi a Roma e gli dissi perché non si dava. “Siamo al solito, eh? La Suvini-Zerboni?” - “No, - gli risposi. - Le condizioni presenti del teatro. Io non ho nulla da chiedere né da pretendere da quei signori.” E la conversazione finì così, né poteva finire altrimenti, dopo quello che m’aveva detto dello stato delle cose in tutto il mondo. Ci salutammo con la consueta affabilità da parte sua; e questo è quanto. Sono ancora angosciato dalla spaventosa impressione ricevuta.

Il sogno era praticamente svanito nel nulla, anche se qualche rigurgito ci sarà ancora. Il 9 gennaio 1933  il pensiero è ancora come sempre rivolto al problema del Teatro in Italia:

Intanto qui sto lavorando a preparare un disegno completo per l’istituzione d’un Teatro Nazionale di Prosa a Roma, prendendo l’“Argentina” così com’è, solo con l’abolizione dei palchi, cioè riducendo i palchi in tante gallerie, tolte le pareti divisorie, per farlo diventar capace di almeno 1200 posti da vendere agli stessi prezzi del cinematografo. Il disegno, dal lato finanziario, è già ultimato; ora preparo il disegno artistico sugli appunti già presi. Quando tutto sarà fatto, andrò da Alfieri per recarci insieme dal Duce. È l’ultimo tentativo che faccio per restare in Italia; se anche questo fallirà, andrò via per sempre, e l’Italia non mi vedrà più. Fortuna che mi resta ancora così poco tempo da vivere. Ma non parliamo di malinconie. Non sarò mai io lo sconfitto; sarà sconfitto, se mai, il teatro in Italia. Io sarò sempre, e dovunque, un vittorioso.

È lo sforzo di creare un teatro personale che ingoierà molte risorse economiche, tra cui parte dell’assegno del premio Nobel ricevuto nel 1934. Ormai è una velina del regime, recalcitrante e insofferente, ma pur sempre velina, grottesca maschera che si unisce ai suoi tanti personaggi e suo malgrado anche alle tante veline del regime. Unica differenza: lotta per sè e con sè senza toccare nessun altro, vergognandosi nell’intimo di indossare la camicia nera: è un uomo fuori dal coro, ma mai al di sopra; è un uomo che partecipa alle pene e alle lagrime degli uomini e mai si atteggia come colui che conosce la strada per evitare quelle sofferenze, è un Ciampa che ragiona sulla propria e sulle altrui disgrazie e che scopre alla fine che unica salvezza non resta che quella di fare il matto per poter togliersi almeno lo sfizio di dire in faccia agli altri la verità; o meglio: di buttare in faccia agli altri le loro miserie sperando di poter salvare se stesso

19.3.34

jeri stesso perché alle 10 son dovuto andare in camicia nera al grande discorso del Duce alla II Assemblea Quinquennale del Regime

ultimo incontro col Duce

Leggiamo innanzitutto il resoconto di questo suo ultimo incontro, visto che ormai abbiamo un quadro sufficientemente chiaro della situazione, tenendo conto che la situazione socio-economica e politica è cambiata notevolmente con l’avvento del nazismo e all’orizzonte si fanno sempre più minacciose le avvisaglie di instabilità internazionale che spingono sempre più gli uomini a non pensare in grande, a non fare progetti di largo respiro. Per quanto riguarda Pirandello: dal progetto della creazione di una struttura nazionale del Teatro italiano, passa al progetto di un Teatro nazionale di prosa a Roma. Mentre al centro dei suoi pensieri si trova sempre Marta Abba, che in quei mesi si trovava a Londra, dove stava ottenendo un grande successo.

12 febbraio 1935

Jersera io ho chiesto al Sebastiani un’udienza per presentare al Capo il progetto per il Teatro Nazionale di Prosa, secondo la promessa che gli avevo fatto prima [di] partire. Spero di ricevere in giornata una risposta.

14 febbraio 1935

Mi domandi notizie dell’Italia. La prima che posso darti è questa: che ho pronto il progetto per l’istituzione d’un Teatro Nazionale di Prosa a Roma, e che ho chiesto al Duce un’udienza per presentarglielo. Il Duce me l’ha fissata per il giorno 18, alle 17 e 30, a Palazzo Venezia: vale a dire, fra 4 giorni. Speriamo che l’accoglierà. Il fatto che oggi, al posto di Governatore di Roma, si trovi il Bottai, è molto favorevole. T’informerò subito dell’esito del colloquio. E Dio volesse, che mi toccasse di dovertene informare a voce, venendo subito dopo a Londra! Le due cose potrebbero avvenire contemporaneamente, cioè il colloquio da una parte e l’invito di Reece a partire dall’altra. Ma di questa mia probabile venuta a Londra Tu per ora non dirne nulla al Pettinati.

17 febbraio 1935

Domani alle 17 e 30 mi recherò per l’udienza a Palazzo Venezia e porterò con me il progetto studiato in ogni minimo particolare. Ho dovuto restringere la composizione della Compagnia, per limitar le spese che, triplicando i ruoli, sarebbero arrivate a cifre astronomiche: li ho soltanto duplicati. E in queste proporzioni, si potrà far ben poco. La Compagnia verrebbe a esser formata di 38 attori, e per tutto l’anno non verrebbe a costare meno di £ 3.000 al giorno, con tutte le paghe, s’intende, proporzionatamente ridotte, le due prime attrici, ciascuna a £ire 80 mila; i due primi attori, ciascuno a £ire 66 mila, e giù giù di questo passo; ma si deve tener conto, che la scrittura è per tutto l’anno, che il lavoro è diviso, che si sta fermi in casa e non più all’albergo, e tante altre facilitazioni.

Speriamo che il progetto sia accolto bene e che si arrivi questa volta a una conclusione!

19 febbraio 1935

Ma veniamo alla grande notizia. Dunque, jeri, alle 17 e 30, sono stato a Palazzo Venezia col mio bravo progetto sotto il braccio per l’istituzione d’un teatro nazionale di prosa in Roma. Sono stato introdotto subito, e subito il Duce, con la sua solita mirabile prontezza di spirito, s’è interessato alla “premessa” introduttiva, intitolata “Il teatro al popolo” senza perder tempo in disquisizioni inutili. Ha cominciato subito ad approvare quanto man mano leggeva; ha scorso tutto il progetto, intramezzando qua e là, qualche osservazione, qualche rilievo, per esempio, se non conveniva meglio chiamare l’istituzione “Teatro Reale di prosa”, anziché “Teatro Nazionale di Prosa” e poi osservando lui stesso “ma forse ’Reale di prosa’ suona male” e troncando: “basta, studieremo”; disse a un certo punto ch’era bene si trovasse oggi al posto di Governatore il Bottai che sarà certamente un collaboratore adattissimo al progetto; insomma ho avuto la precisa impressione che la cosa è fatta; figurati che alla fine mi disse: “Sarebbe bellissimo cominciare quest’anno stesso, ad ottobre!” Ora questa è perfettamente nel Suo stile, quando vuol fare una cosa. Oggi stesso Egli vedrà Bottai, e son sicuro che ne parlerà con lui e studierà con lui, se sarà possibile, dati i lavori di riadattazione che ci saranno da fare al Teatro Argentina, cominciare veramente in ottobre. Gli è piaciuta moltissimo l’idea di iniziare l’anno comico il 28 ottobre, anniversario della Marcia su Roma, con un lavoro vincitore d’un concorso internazionale, per far che Roma ridiventi centro mondiale delle arti e della coltura.

Appena ritornato, felicissimo, a casa, mi sono attaccato al telefono per comunicare la notizia a Bottai, che se ne mostrò entusiasta: “tanto per il teatro” disse “quanto per te”. Insomma, Marta mia, pare che al nostro sogno siamo finalmente arrivati! jeri sera erano tutti in gran festa da me, D’Amico e tutta la redazione di “Scenario", Bontempelli, Alvaro, e tutti parlavano di Te e dicevano che senza Te, costituire la compagnia, non sarebbe in alcun modo possibile. Il problema da risolvere sarà trovare qualcuna che possa starli accanto! Ma di tutto questo parleremo prossimamente nell’occasione della mia venuta a Londra, che è stata rimandata circa al 9 o 10 di Marzo.

Roma, 1. III. 1935 -XIII

Marta mia, senza Tua risposta alla mia ultima, Ti riscrivo per farti sapere che ho avuto un primo colloquio con Bottai, Governatore di Roma, dal quale ho ricavato l’impressione precisa che il Teatro di Stato è veramente nella ferma intenzione del Capo, e che perciò si farà, ad onta di tutti gli ostacoli. Il Capo deve avere parlato al Bottai in tal modo della cosa, che questi mi s’è già mostrato tutto pronto e deciso, tenendo a dichiararmi ch’egli, come Governatore di Roma, era in tutto favorevole al progetto, e come Bottai mi avrebbe fraternamente e con tutto l’entusiasmo ajutato a portarlo a effetto. Bisognava però ancora vedersi con S. E. Galeazzo Ciano, che avrebbe anche riunito a consulto il Presidente della Corporazione dello Spettacolo, il Presidente della Società degli Autori e anche il Vice-Presidente dell’Accademia d’Italia, per trattare insieme circa alla costituzione dei fondi, vale a dire al milione e duecentomila lire della dotazione annuale del Teatro. Il danaro non debbono darlo loro: viene dalle spese cedute in pubblico dominio e da una percentuale sugli abbonamenti dell’“Eiar” devoluta per ora alla Corporazione dello Spettacolo. Forse tanto l’Accademia quanto la Corporazione faranno opposizione; e s’intende; tutto sta che il Capo tagli corto e faccia valere la Sua approvazione al progetto, dimostrando come gli è facile, che il danaro ricavato da una parte e dall’altra andrà più utilmente speso dotando con esso il Teatro di Stato, anziché sperperandolo nell’indecorosa piccola elemosina dei sussidi e dei premi d’incoraggiamento, come ora fanno l’Accademia e la Corporazione dello Spettacolo. Lo stesso Bottai ha preso l’impegno di fissare col Ciano la data della riunione, tra il 4 e il 6 di Marzo, cioè tra pochi giorni. Il termine l’ho fissato io, perché il giorno 8 aspetto il telegramma del Reece per partire per Londra.

Ah se potessi veramente, Marta mia, venire a darti l’annunzio che, insieme con la conclusione del mio affare, anche il Teatro di Stato è già una cosa ferma e stabilita! Vedrò subito dal modo come il Ciano m’accoglierà quali istruzioni gli avrà dato il Capo. Io ho tutti i motivi di sperare che codeste istruzioni debbano essere favorevoli. Ne ho già avuto una prova, ripeto, nel contegno di Bottai. Vedremo tra pochi giorni. Questa settimana sarà decisiva, per tutto e per tutti.

Roma 4. III. 1935 - XIII

Per incarico del Capo, Bottai già ne studia la fondazione sulle basi del mio progetto, senz’altre persone di mezzo, né Ciano, né la Corporazione, né la Società degli Autori, né l’Accademia. Così lo stesso Bottai m’ha annunziato per telefono. Io naturalmente mi sono messo a sua disposizione per tutto ciò che gli potesse occorrere da me, salvo che per questa prima quindicina di marzo, in cui dovrò essere in viaggio per affari.

Nel 1936 l’idea della conquista coloniale esalta l’animo di Pirandello che scriveva: «Siamo al cospetto di una grande opera e Mussolini è il vero uomo di teatro, l’eroe provvidenziale che Dio, al momento giusto, ha voluto concedere all’Italia. Egli agisce, autore e protagonista, nel Teatro dei Secoli!» (Antonio Spinosa). Siamo in pieno bizantinismo secentesco, degno della prosa manzoniana introduttiva ai Promessi Sposi, tutto preso dalla retorica espressiva tipicamente fascista di quegli anni. Ma le cose non sono più le stesse. Marta si è definitivamente allontanata, prima Londra, poi l’America, e la sua assenza stringe in una morsa sempre più forte il suo cuore e la sua mente. Nulla sembra più avere importanza

Se penso alla distanza, mi sento subito piombare nell’atroce mia solitudine, come in un abisso di disperazione.

bibliografia

Marta Abba, Caro Maestro..., Lettere a Luigi Pirandello (1926-1936), a cura di Pietro Frassica, ed. Mursia, Milano 1994

Luigi Pirandello, Lettere a Marta Abba, a cura di Benigno Ortolani, I edizione I Meridiani in collaborazione con Princeton University Press, Copyright © 1993, ed. Mondadori Milano 1995

Indice Biblioteca Progetto Luigi Pirandello

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011