Giuseppe Bonghi

 

Biografia di Luigi Pirandello

edizione riveduta e corretta

ringrazio Adriana Pozzi per la preziosa collaborazione

 

 

VII. Il tramonto e il mito-testamento

   VII-a. Anni tormentosi

Pirandello si trattiene a Roma fino alla fine di giugno, quando va a Lido di Camaiore ospite di Marta nel Villino Mezzaluna, dove resta fino alla fine di luglio quando va a Castiglioncello, ospite del figlio Stefano nel villino Conti, circondato dall’affetto dei figli e dei nipotini e dei tanti amici Qui resta per il resto dell’estate, fino ad ottobre. A metà settembre finisce Trovarsi, che aveva già cominciato quando si trovava a Parigi, dedicato a Marta, che è veramente l’ispiratrice del dramma, tanto che Pirandello, avendo avuto la sensazione che il terzo atto non le fosse piaciuto, cerca di cambiare la scena finale, consapevole, come le scrive da Castiglioncello il 9 settembre 1932, che

 il difficile è trovar l’assoluto, con una donna che è attrice e che vuol essere donna, e come donna non si trova e rischia di non trovarsi più come attrice, e poi come attrice si ritrova, ma non ritrova più l’uomo che la faccia essere anche donna... Eh, perché il vero assoluto inaccettabile nella vita - è quello che dice Salò nel primo atto: o donna, o attrice; che è poi quello che ho detto sempre io, per me: “la vita, o si vive o si scrive”.  Ma Donata è giovane, è bella, e vuol anche vivere... Il suo dramma è questo, e tanto più complicato, in quanto non sa chiudere gli occhi; e la volta che li chiude, rischia di morire e non vede più nulla... Come “trovarsi così? Ci si perde e non ci si trova; o a volta a volta ci si perde e ci si ritrova; e allora come le altre... - e nulla più d’assoluto! Questa mancanza d’assoluto fa che Donata non possa essere un’eroina; è la crisi d’un’attrice, che non si supera, perché lei stessa non vuole o l’una cosa o l’altra, vuole insieme le due cose, che non sono possibili se non relativamente e dunque senza conclusione vera.

È evidente come il dramma ricalca il tormentato rapporto tra Pirandello e Marta: proprio partendo dalla sua esperienza, dai ripetuti colloqui con Marta sulla condizione dell’attrice nei suoi rapporti da un lato coi personaggi che interpreta e dall’altro con le persone reali, nei suoi sentimenti espressi come personaggio e come persona, Pirandello cerca di capire la dualità attrice-donna, la crisi di una donna che nella vita è anche attrice e quindi inevitabilmente la capacità di rappresentare sulla scena la vita e i sentimenti e le azioni di altre donne si riflette sulle sue azioni e sui suoi sentimenti di donna nella comune quotidianità, e un’attrice che sul palcoscenico è anche donna e quindi nella rappresentazione porta il suo bagaglio di esperienza e di sentimenti di donna. Il tormento di Elj e Marta diventa il tema della commedia, come l’autore stesso scrive a Marta l’11 febbraio:

Approfondendo, vedo che, come non sarà possibile per lui che divenga “tutti”, così non è possibile per lei che divenga “una”, per cui né lei potrà “trovarsi” nel solo amore di lui, rinunziando all’arte, né lui potrà “trovare” in sé d’esser “tanti” per riempire tutta la vita di lei che non può esser “una”.

Pirandello ama perdutamente la donna e nello stesso tempo concorre a crearla come attrice. Questo dramma rappresenta la sua dedizione, l’unica cosa veramente assoluta.

Trovarsi

Atto primo -

atrio

della villa Arcuri

in Riviera

Tema: presa di coscienza di Donata Genzi, sollecitata da Salò che le dice di averla vista recitare le parti più opposte, tutte con lo stesso calore di verità; l’attrice non può essere sincera e vive il suo momento più drammatico quando rientra in camerino, smette di recitare una parte e non ritrova più se stessa. Donata in casa dell’amica conosce Elj, un personaggio un po’ ribelle, che non ha mai potuto soffrire il teatro e le attrici, orfano, cresciuto con lo zio. L’incontro tra i due è dirompente: decidono di scappare con la barca già pronta anche se la notte è buia e tempestosa.

Atto secondo

 

Stanza nel villino

di Gianfranco Mora

in Riviera

La tempesta si abbatte sulla barca, i due fanno naufragio e riescono a salvarsi a stento: Elj porta in salvo Donata. La scena si apre con Donata in via di guarigione che nella convalescenza prende veramente coscienza di se stessa, sente di essere stata sì sempre vera, ma mai per se stessa; ora vuol essere vera per sè e avere una vita che sia sua. Questo significa “trovarsi”, mentre prima la vita la trovava in altre creature che l’avevano, create dalla fantasia, alle quali aveva dato la verità del suo corpo e della sua voce e trovarsi significa risolvere la confusione tra donna ed attrice. Ma la vittoria ha un prezzo ed è sentita da Marta come un insulto da patire nella solitudine: Non aver mai potuto tollerare questa confusione - della donna e dell’attrice - l’aver voluto salvare l’orgoglio dell’attrice che vuol vincere sola, per quel che vale - questa presunzione di credere che quanto c’era in me di nuovo, di vivo nella mia arte, questo soltanto e nient’altro mi dovesse bastare per vincere... - ho vinto, sì, ho vinto sola - oh, sola come in cima a una montagna, nel gelo... - mi sveglio, apro gli occhi in mezzo a un silenzio e a una luce che non conosco, e a cose che per me non hanno senso... - che donna sono più? com’è? com’è? che sento? dove mi trovo? che ho nelle mani, che non ho più nemmeno la forza di sollevarle? quest’orgoglio d’aver vinto? sì, come un macigno, buono soltanto da legarmelo al collo per affogare: ecco tutto, quando non se ne può più! Vi giuro che si pensa alla fine, si pensa se ne valeva la pena! Bisogna che la dia alla fine qualche cosa la vita, la dia, la dia... - io ho dato tutta me stessa... sempre, senza mai pensare a me... - e vedermi trattata come se non dovessi sentir nulla, come se fossi di marmo... o con certe impudenze... cose, sa? di quelle che torcono le visceri dentro, come una fune; ... e notti, notti, a piangere lagrime di sangue, senza veder più la ragione di star perdendo così gli anni migliori della vita... senza un conforto, senza una gioja... In tutto questo monologo finale del II atto troviamo non il personaggio, ma la stessa Marta, la sua vita, le parole che effettivamente diceva parlando col Maestro, le sue sensazioni, i suoi convincimenti di donna e d’attrice.

Atto terzo -

 

Camera d’un ricco albergo

in una grande città

Donata sente il bisogno d’una prova che confermi il suo essersi trovata: recitare un’ultima volta prima di abbandonare le scene per sempre ed essere definitivamente donna: la prova che può avere anche la vita.

Elj assiste a una parte della recita, ma fugge inorridito dal teatro alla fine del secondo atto: Donata aveva recitato male fino a quel momento, perché i due ruoli di donna e di attrice erano troppo confusi. La visione di Marta, impiastricciata maschera, così diversa dalla Marta nuda e genuina che lui aveva conosciuto, crea nell’animo di Elj un profondo sgomento, e invano lo zio cerca di fargli vedere una realtà diversa. Elj fa le valige e scappa verso il mare. Sopraggiunge Donata, e sa che lui è fuggito. Resta sola e anche la camera d’albergo diventa un palcoscenico, quasi un sogno, una visione. Quando anche la visione sparisce, Donata si alza di scatto e dice aprendo le braccia: E questo è vero… E non è vero niente… Vero è soltanto che bisogna crearsi, creare! E allora soltanto, ci si trova.

Nella prima settimana di ottobre finisce di scrivere Quando si è qualcuno: la commedia ha come protagonista lo stesso Pirandello, così come Trovarsi ha Marta come protagonista. La prima notizia che ne abbiamo, si trova in una lettera a Marta dell’aprile 1930: la commedia ha quindi una lunga gestazione e crediamo ragionevolmente che essa venga terminata proprio tenendo presente da un lato Trovarsi e dall’altro la propria vicenda esistenziale così come essa si stava sviluppando in quegli anni così tormentosi per lui.

L’ideazione avviene nel clima della solitudine dell’esilio berlinese, quando Marta da poco l’aveva lasciato rientrando in Italia. Si era venuta in quei due anni lentamente formando nella sua mente, fino a quando, quasi di getto, la scrive, non senza un influsso dei miti che proprio in quei tempi gli giravano per la mente. E proprio lui stava assurgendo a mito, non solo nazionale, della drammaturgia internazionale, visti i successi con cui venivano rappresentate le sue opere e la stima affettuosa con cui, specialmente all’estero, era trattato. La lenta maturazione della commedia rappresenta la ricerca di un punto fermo, di una certezza nella dolorosità di un’esistenza “senza pace né alcuna possibilità di ristoro”, nella quale si sente senza patria e senza casa; così scrive a Lietta nel 1931 (Aguirre, op. cit. p. 148): “Una casa, una patria, non sono più per me. Il mio animo s’è ormai alienato da tutto e non trovo più contatto con nulla né con nessuno. Non tollero che le mie idee piglino alcun sesto; né ammetto che abbia alcun nesso la mia vita. E così tiro avanti giorno per giorno. Oggi, ancora qui, domani forse altrove. Non so io stesso come faccia a resistere in questo stato, né perché duri ancora; ma un altro ormai mi sarebbe impossibile. È così.” E rivolge alla figlia quell’invito che è rivolto anche a se stesso: “Cerca e trova in te una certezza, Lietta mia, e tienti ad essa aggrappata che non ti sfugga. Non potrai trovarla, se non te la crei. E dunque non cercare nulla che non ti venga da te. Un sentimento di te, della tua vita, che sia di qualche cosa, in cui tu possa consistere, certa.”

La commedia pone  al centro l’esistenza come punto focale, quindi, in queste articolazioni:

1°) Pirandello e Marta Abba come Qualcuno e Veroccia: “il ritegno del pudore d’esser vecchio” per lei che è ancora giovane, l’atrocità che si insinua nel cuore di un vecchio quando prova la desolazione di vedersi così “e la vergogna dentro come d’una oscenità, di sentirsi, con quell’aspetto di vecchio, il cuore ancor giovine e caldo”, sentirsi fissato per sempre in una forma, mentre lei (Marta-Veroccia) può ancora mutare di momento in momento: siamo alla fine del secondo atto e Qualcuno parla a Veroccia assente dalla scena, ma come se fosse presente, come Marta è assente dalla sua vita ma è sempre presente davanti a lui: “Ti sei preso di me, cara, l’ultimo momento vivo; ma pénsaci! pénsaci! come te ne saresti consolata? solo col dirti che quest’ultimo momento non era quello di un vecchio qualunque, ma d’uno che era qualcuno … qualcuno che non può più vivere, cara, non può, se non per soffrirne.”

2°) Pirandello e la critica: tutti credono che la raccolta di poesie sia stata scritta da un giovane, perché i sentimenti della vita che vi sono espressi potrebbero essere rivelati soltanto da un giovane; ma quando capiscono che l’autore non è un giovane, sentono in quelle medesime parole, in quelle medesime immagini, un che di falso e di artefatto.

3°) Pirandello e il mito: l’inizio della seconda scena con Qualcuno in compagnia di Dante, Ariosto, Foscolo e Leopardi sembra riproporre scenograficamente in qualche tratto il mito che proprio in quegli anni stava tormentosamente componendo, insieme alla dolorosa fissità di Enrico IV. Il terzo atto è la consacrazione del mito dello scrittore, che viene insignito del titolo di Conte (equivalente del titolo di Accademico?) a conferma della fama raggiunta: ma la fama ha come conseguenza la fine della vita; onorato nell’ammirazione di tutti, venerato dalla famiglia e dal Paese tanto che nessuno lo può più toccare, ma la Vita non c’è più. Le ultime parole di Qualcuno “diventano di pietra, incidendosi in forma d’epigrafe sulla facciata della villa alle sue spalle via via che le pronuncia:

puerizia

arcana favola di ricordi

ombra chi a te s’avvicina

ombra

chi da te s’allontana.

Fin da subito comunque ci sono resistenze, e si scoprirà poi che provenivano anche da parte del Regime, per una rappresentazione della commedia:  lo stesso Ruggero Ruggeri, l’unico che avrebbe potuto ben interpretare la parte di Qualcuno, che più volte e da anni ne aveva sollecitato il testo, deve improvvisamente alzare le braccia in segno di resa, dicendo che la sua compagnia non era pronta per rappresentare un lavoro del genere, che presentava non poche difficoltà scenografiche insieme al fatto che alcuni attori erano inadatti alla parte, come la Borboni in quella di Veroccia. Qualche spiraglio si apre verso la fine dell’anno, per interessamento del banchiere Carlo Orsi che avrebbe forniti i fondi necessari ad una Compagnia con Remo Benassi protagonista e Guido Salvini come Regista, ma anche questa iniziativa si perde nel vuoto.

Nella seconda settimana di ottobre Pirandello lascia Castiglioncello e raggiunge Roma e dopo qualche giorno si reca a Napoli per assistere Marta nella preparazione della Prima di Trovarsi, che avviene il 4 Novembre al Teatro dei Fiorentini.

Riparte subito per andare a Parigi, dove il 7 assiste alla Prima di Come tu mi vuoi. L’accoglienza è trionfale e i festeggiamenti denotano il grande affetto della città per Pirandello, che così scrive a Marta il 25, il giorno prima di rientrare definitivamente in Italia: “Ho avuto molti inviti e ricevimenti, come T’ho detto; oggi, l’ultimo, alla Società degli Autori Francesi, dove il Presidente Kistermakers ha fatto in mio onore un discorso veramente magnifico e mi ha consegnato la medaglia di sociétaire. Ma Tu sai che tutti questi festeggiamenti, se d’un lato lusingano il mio amor proprio, poi in fondo mi seccano mortalmente e mi stancano. Dopo le formalità del ricevimento c’è stato un banchetto, a cui hanno preso parte i più reputati commediografi di Francia, e il banchetto è finito, figurati, alle quattro del pomeriggio.”

Il 26 novembre torna definitivamente in Italia ristabilendosi a Roma, dove va ad abitare col figlio Stefano in via Piemonte 117.

Il 3 dicembre riceve da Alessandro Chiavolini, segretario particolare del Duce, un telegramma che lo invita a recarsi l’indomani in udienza da Mussolini. È una chiamata urgente e inaspettata, quasi certamente spinta dal grande successo che Pirandello aveva riscosso nelle settimane precedenti a Parigi. La visita è “spaventosamente impressionante” e viene così descritta nella lettera a Marta Abba del 6/XII, che riportiamo quasi per intero:

Dovevo sì, per come T’avevo promesso, dopo la visita al D., scriverTi; ma Ti confesso che me n’è mancato l’animo. Ho avuto di lui un’impressione, che addirittura m’ha gelato il sangue nelle vene. Dopo queste feste trionfali del Decennale m’aspettavo che mi sarei trovato al cospetto d’un Gigante (perché tale è l’immagine che si ha di lui all’estero); mi son visto davanti un malato, dalla faccia gialla, ingrigito, scavato, quasi spento; e non solo così nel corpo depresso, ma anche e più nell’animo. M’accolse al solito affabilmente, all’ora segnata per l’udienza, e mi domandò subito. “Che ha da dirmi, caro Pirandello?” Gli risposi che venivo per dovere di cittadino, a riferirgli del senso che la Francia espressamente aveva voluto dare agli onori che m’erano stati resi con tanta solennità e del messaggio che tutta l’intellettualità francese m’aveva incaricato di portare all’Italia. Soggiunsi che sapevo per quali ragioni politiche l’Italia non poteva in questo momento gradire simili sensi e simili attestati; ma che, non di meno, avendone ricevuto l’incarico, stimavo mio dovere farglieli conoscere. Mi lasciò parlare senza mai interrompermi, sino alla fine. Non mi rispose nulla. In questo momento, la sua bestia nera è la Francia. Evidentemente, che la Francia mi abbia trattato bene, anziché fargli piacere, gli ha fatto un grosso dispiacere. In politica, oggi, tutto quello che la Francia fa all’Italia non può essere che male. Dunque, silenzio. Parlai allora dei due incarichi che avevo avuto dal Ministero degli Esteri, l’uno di recarmi al Polo, cioè in Norvegia, e l’altro di recarmi, quasi contemporaneamente, all’Equatore, cioè in Egitto. Sorrise pallidamente, e mi disse che era meglio per l’Italia che mi recassi in Egitto. Gli parlai poi del mio progetto dei teatri, di cui non avevo saputo più nulla dopo le dimissioni del Bottai. Allora egli si mise a parlarmi come non mi sarei mai aspettato. Ciò che mi disse è veramente d’una gravità eccezionale. La situazione politica del momento in tutto il mondo è tragica; non è mai stata più tragica: tutto è possibile che avvenga da un momento all’altro, è anche imminente la probabilità d’una guerra. Parole testuali. Non c’è da pensare in questo momento che a questioni generali; le particolari di ciascuno Stato d’Europa e del Mondo, per necessarie che possano essere, debbono passare in seconda linea, tutte. Per ciò che riguarda gli spettacoli, il popolo bisogna che si contenti di quelli che può avere in massa, gli stadii e il cinematografo. Per tutto il resto, bisogna aspettare tempi migliori. Volle poi sapere dei miei lavori. Era informato del successo a Napoli di “Trovarsi” . Gli parlai di “Quando si è qualcuno” che doveva darsi a Roma e gli dissi perché non si dava. “Siamo al solito, eh? La Suvini-Zerboni?” - “No, - gli risposi. - Le condizioni presenti del teatro. Io non ho nulla da chiedere né da pretendere da quei signori.” E la conversazione finì così, né poteva finire altrimenti, dopo quello che m’aveva detto dello stato delle cose in tutto il mondo. Ci salutammo con la consueta affabilità da parte sua; e questo è quanto. Sono ancora angosciato dalla spaventosa impressione ricevuta. Non aggiungo altro, Marta mia. […] Scrivimi, per carità, fammi sapere qualche cosa di Te; mi pare che il mondo sia spento. Abbiti tutti i miei auguri e sentiti tutta, sempre, nel bene senza fine che Ti vuole il tuo Maestro

Il problema del Teatro, così come l’aveva studiato Pirandello, non verrà mai più risolto. Come abbiamo già notato, gli interessi propagandistici del Regime si rivolgeranno verso la creazione di stadii (il gioco del calcio aveva ormai assunto un’importanza notevolissima e proprio due anni dopo l’Italia diventerà per la prima volta Campione del Mondo vincendo la coppa Rimet) e di cinematografi, la nuova arte che stava avendo un rapidissimo sviluppo tecnico. Pirandello resta come interdetto di fronte alla nuova sconvolgente realtà. Viene assalito da un senso di stanchezza, impazienza e delusione per mille impacci causati sia dai collaboratori che dalla situazione di tensione politica in Italia e all’estero. Le prospettive d’immensi guadagni, che apparivano sicuri pochi mesi prima, non si realizzano. Il lavoro per il teatro nazionale continua, ma nel cuore di Pirandello a poco a poco il dubbio si sostituisce all’entusiasmo: il Maestro incomincia a sospettare che, se il governo stanzierà capitali notevoli per il teatro, la solita «mangiatoia» dei soliti profittatori verrà a distruggere la riforma stessa (Ortolani).

All’inizio di gennaio del 1933, finite le recite in Sardegna, Marta arriva a Roma, dove, senza riscuotere un grande successo, soprattutto economico, recita fino alla fine di gennaio; ai primi di febbraio parte per Torino dove rimane fino alla fine del mese. Dal 23 febbraio all’8 marzo troviamo Pirandello a Parigi, per cercare di liberarsi definitivamente del suo agente Saul Colin, che ne aveva combinata un’altra delle sue, tanto da far infuriare lo scrittore che minaccia: non la passerà liscia: O ripara o gli faccio un processo, si sfoga con Marta in una lettera del 3 gennaio.

Quante cause ha in piedi il Pirandello, dal Feist al Nulli, al Colin, alla Cutti e a tanti altri? È la stessa situazione del personaggio de “La giara” . Pirandello diventa [un po’] don Lollò. Pirandello nella sua vita privata diventa una vittima dei suoi stessi personaggi? Credo proprio di sì; e d’altronde non potrebbe accadere diversamente: se i personaggi nascono dalla fantasia creatrice ed esistenziale di Pirandello, lo scrittore non può che farli vivere secondo il suo più intimo modo di essere e di porsi di fronte agli altri. Nessuna delle persone con cui viene a contatto lo soddisfa; dopo un certo periodo di conoscenza, inevitabilmente il rapporto diventa conflittuale e doloroso, soprattutto quando subentra il fattore economico: crediamo che sia proprio questa conflittualità a riversarsi nel rapporto che instaura con tutti i suoi personaggi; tra Pirandello e i suoi personaggi si instaura lo stesso tipo di conflitto che esiste con la sua coscienza così tante volte bistrattata (pensiamo soprattutto a Uno nessuno e centomila).

A metà maggio partecipa a Bologna al Congresso degli scrittori: è una vampata di speranza per realizzare la fine del monopolio di Giordani sul teatro italiano, ma ben presto si rende conto che la fine di quel monopolio non significherebbe granchè, perché i sovvenzionamenti andrebbero a finire nelle tasche dei soliti profittatori e non a premiare gli artisti che impegnano la loro vita per il teatro. Discussioni e riunioni e incontri finiscono come al solito nel nulla.

A giugno Marta si trova a Roma per girare Il caso del giudice Haller, film prodotto dalla Cines, con la regia di Alessandro Blasetti. Da luglio fino alla metà di agosto Pirandello soggiorna a Castiglioncello, dove lavora a I giganti della montagna e aiuta Marta a organizzare la nuova “Compagnia stabile San Remo Marta Abba” , finanziata dal commendator De Santis, “gestore” del Casinò Municipale.

L’anno è caratterizzato dalla commedia Quando si è qualcuno: riceve la proposta di una prima a Buenos Aires con la sua presenza anche attiva. La trattativa si concretizza; così il 17 agosto parte da Genova colla motonave “Duilio”  per il Sudamerica in compagnia di Massimo Bontempelli. Appena sbarcato va ad assistere alle prove dirette da Antonio Cunill Caballenas, ma cominciano subito i problemi (sappiamo quanto Pirandello fosse incontentabile!) sia per l’allestimento scenografico che per la recitazione, finchè decide di mettere lui stesso in scena l’opera che, tradotta da Homero Guglielmini,  col titolo Cuando se es alguien, viene rappresentata, ovviamente con qualche giorno di di ritardo sul previsto, “estreno absoluto por primera vez en el mundo” il mercoledì 20 settembre al Teatro Ódeon colla regia di Horacio Martinez alla presenza del Presidente della Repubblica. È uno splendido successo, decretato anche dalla presenza del grande drammaturgo, la cui fama era divenuta profonda negli ultimi anni.

Durante la tournée un caloroso clima di ammirazione, di amicizia, di simpatia avvolge Pirandello (Aguirre, op. cit. p. 284). Il 26 settembre, prima di imbarcarsi sulla motonave “Conte Biancamano” per far ritorno in Italia, al Teatro Solís di Montevideo, tiene una conferenza su Ariosto e Cervantes, pubblicata sul numero di ottobre del 1933 sul Supplemento della Rivista della Società Dante Alighieri, ed è tratta dal quinto capitolo della prima parte del saggio L’umorismo, intitolato: L’ironia comica nella poesia cavalleresca.

Durante il soggiorno sudamericano, la figlia Lietta, che per la terza volta si trovava in Cile, lo raggiunge a Buenos Aires da Santiago, e “passa insieme al padre giorni indimenticabili. Un cartoncino giallo del ristorante Novelty ricorda un tavolo riservato per la signora «Lieta Pirandello»: porta tantissime firme e la “dedica” Alla mia Lietta con tutto l’amore che sa papà.” (Aguirre, Vivere con … cit., p. 158). Il nuovo distacco fa sentire Lietta travolta da un’insanabile tristezza.

Tornato in Italia va a San Remo, dove si trova Marta con la sua Compagnia, trascorrendo con lei un mese tra ottobre e novembre anche per aiutarla nell’allestimento della Prima italiana di Quando si è qualcuno, che avviene il 7 novembre 1933 al Teatro del Casinò Municipale di San Remo con Marta nella parte di Veroccia e Romano Calò in quella di Qualcuno, affiancati da attori di buona qualità come Luigi Almirante, Rossana Masi, Luigi Cimara tra i più noti. Il pubblico applaudì con vivo calore e chiamò con insistenti acclamazioni l’autore alla ribalta (venti chiamate distribuite alla fine di ciascun atto, scrive Renato Simoni, in Trent’anni di cronaca drammatica, ILTE, Torino 1951-1960, vol. IV, pag. 64)

Rientra quindi a Roma, e prende in affitto in via Bosio 15, un arioso villino, descritto nella novella Visita, pubblicata sul «Corriere della Sera» il 16 giugno 1936 (come fa notare Aguirre in Album Pirandello, pag. 316):

Il mio studio è tra i giardini. Cinque grandi finestre, tre da una parte e due dall’altra; quelle, più larghe, ad arco; queste, a usciale, sul lago di sole d’un magnifico terrazzo a mezzogiorno; e a tutt’e cinque, un palpito continuo di tende azzurre di seta. Ma l’aria dentro è verde per il riflesso degli alberi che vi sorgono davanti.

Con la spalliera volta contro la finestra che sta nel mezzo è un gran divano di stoffa anch’essa verde ma chiara, marina; e tra tanto verde e tanto azzurro e tanta aria e tanta luce, abbandonarvisi, stavo per dire immergervisi, è veramente una delizia.

In via Bosio trascorrerà i suoi ultimi anni, stretto da un lato dal pensiero fisso all’irraggiungibile sogno di Marta, ed è un pensiero che lo spinge alla smania per il movimento, a non fissare mai la sua dimora in qualche luogo, e dall’altro avvolto dall’affetto e dalle premure dei figli e dei nipoti e dei numerosi amici che lo coccolano. In questa contrraddizione

si sentì sempre più prigioniero nello studio di via Bosio. Nel ’33 aveva scritto alla figlia: Guaj se mi s’affaccia l’idea che il soggiorno possa divenire dimora: me ne fuggo. Lo studio di via Bosio era divenuto dimora. E sognava, anelava di fuggirsene. (Aguirre, Vivere con … cit., p. 163)

Il 1934 è un anno importante, che culmina con l’assegnazione del premio Nobel.

Il 13 gennaio c’è la prima mondiale de La favola del figlio cambiato al Landestheater di Brunswick nella traduzione tedesca curata da Hans Redlich col titolo Die Legende vom vertauschten Sohn, musicata dal Maestro G.F. Malipiero, musicista d’avanguardia interessato alla musica atonale particolarmente apprezzata in Germania, al quale l’opera era stata offerta nel 1932. L’opera viene riprenentata a Darmstadt il 3 marzo, ma non viene replicata per un divieto delle autorità. Scrive Roberto Alonge:

La Favola contrappone … la felicità delle Terre del sole alle brume del regno del nord del Principe, facilmente identificabile come area di lingua tedesca (i «marinaretti stranieri” del Principe gridano infatti nel terzo quadro: «Trinchevàine! Trinchevàine! / Mit Froilàine! Mit Froilàine!»). Il demente Figlio-di-re rispedito in patria come sovrano dell’imprecisato regno nordico poteva anche essere letto come un’irriverente e delittuosa allusione a Hitler. Per non dire dell’azzeramento dei valori della gerarchia, dell’autorità, della politica in genere, a favore di una irresponsabile regressione nel rassicurante cosmo uterino. Ce n’era abbastanza per spiegare la caduta dell’opera.

L’allestimento della pièce in Italia avviene tra mille difficoltà, insidie e incomprensioni dovute a diversi fattori:

§        gravi difficoltà economiche per Pirandello, a causa della diminuzione degli incassi sia dall’Europa, che attraversa una profonda crisi e economica, che coinvolge anche l’America che non è ancora riuscita a superare il crollo della Borsa del 1929, per cui Lee Shubert non riesce a mantenere più nemmeno gli impegni presi; così ne scrive a Marta il 24 febbraio: C’è qualche cosa più della mia salute che mi costerna gravemente in questo momento, Marta mia, ed è il momento particolarmente difficile che sto attraversando. Ormai da circa due anni non faccio più nessun affare, e il mio residuo al conto corrente è ridotto ai minimi termini; crescono tutte le spese, crescono le tasse (£. 5000 ogni bimestre), scema il reddito, scemano tutti i proventi, e io non vedo più come riparare; ho pensato finanche di smettere l’automobile, quantunque stando così lontano mi sia necessaria, ora che non ho più forza abbastanza per andare a piedi.

§        crisi politica (ricordiamo l’ascesa di Hitler in Germania) che diventa sempre più vasta, nel senso che le nazioni coinvolte sono un numero sempre più elevato, e un preannuncio l’abbiamo visto già nel colloquio tra Pirandello e Mussolini di qualche mese prima.

Il momento difficile si unisce ai problemi che Marta deve affrontare con l’amministrazione della sua Compagnia a San Remo anche a causa del comportamento piuttosto irresponsabile del ricordato De Santis.

Il 18 marzo 1934 partecipa in camicia nera al grande discorso del Duce alla II Assemblea Quinquennale del Regime, e aggiunge, a proposito dell’ormai imminente prima italiana de La favola del figlio cambiato, che sta incontrando difficoltà incomprensibili sia per Pirandello che per Malipiero, e che escono in modo non sempre chiaro sulla stampa: La guerra che si fa al Malipiero è ignobile e veramente indegna d’un paese civile come dovrebbe essere l’Italia.

Il 24 marzo al Teatro Reale dell’Opera di Roma, alla presenza di Mussolini, c’è la prima. Così ne scrive a Marta Abba il 29.III

Sì, Marta mia, l’inimicizia preconcetta, l’ignoranza, la malafede, il proposito deliberato hanno avuto ragione d’una cosa bella, creata in purezza di spirito e in perfetta nobiltà d’arte. Il pubblico non mi aveva mai dato, come la sera del 24, un simile spettacolo d’inciviltà, che tanto più mi ha addolorato e offeso in quanto, attraverso la mia favola malignamente interpretata, s’è voluto colpire sopratutto il musicista contro il quale era il malanimo, anzi addirittura l’odio; e non si sa perché; o si sa benissimo, perché egli è, tra tutti i moderni musicisti d’Italia, quello che vale di più. S’è voluto enormemente gonfiare l’insuccesso, tanto che per ordine superiore si sono vietate le ulteriori repliche dell’opera. Così, le malignazioni ad arte e in antecedenza sparse sui giornali, che nella favola fossero contenute sconce situazioni e offese alla religione e alla monarchia, han trovato credito. Ora sta di fatto che il Malipiero, una ventina di giorni prima che l’opera fosse rappresentata, scrisse al Capo del Governo una lettera per domandargli se non stimava politicamente opportuno che egli, cioè Malipiero, ritirasse l’opera e non la facesse più rappresentare, dato che le si voleva dare una così arbitraria e maligna interpretazione. Ebbene, dopo 14 giorni (cioè con tutto il tempo di vedere e di considerare, se veramente nell’opera ci fosse un qualsiasi appiglio per quelle maligne interpretazioni) fu risposto dal Capo dell’ufficio stampa al Malipiero, che le sue preoccupazioni erano eccessive e lo si assicurava che la rappresentazione dell’opera sarebbe avvenuta in ambiente d’assoluta serenità. Puoi figurarti, dopo questo, come ci abbia addolorati e sorpresi la comunicazione del divieto delle repliche, per ordine del Capo del Governo. Tanto io che Malipiero gli abbiamo subito scritto una lettera per rimettere le cose a posto, ed esprimere il nostro dolore e la nostra sorpresa.

 L’opera è quindi un insuccesso annunciato, proprio per il boicottaggio contro Malipiero, un insuccesso che così viene descritto dall’Alonge: Giocò sicuramente anche il conservatorismo musicale del pubblico e una certa guerriglia degli ambienti tradizionalisti dei musicisti italiani, che avevano firmato nel ’32 un manifesto contro le posizioni d’avanguardia rappresentate, fra gli altri, proprio da Malipiero. Tale manifesto era stato appoggiato anche da alcuni responsabili fascisti. II giornale del Vaticano, «L’osservatore romano», non aveva mancato per parte sua di condannare come immorale la Favola. All’indomani del fiasco di Roma, Mussolini in persona diede l’ordine che non ci fossero repliche. L’umiliazione ferì profondamente Pirandello e peggiorò indubbiamente i suoi rapporti, già tesi, col fascismo.

Arriva subito un ordine espresso di Mussolini che vieta le repliche dell’opera, interpretata dal regime e da maligni articoli critici pubblicati sulla stampa già da molti giorni, come offensiva per la religione e ancor più per la monarchia, che addolora profondamente Pirandello che ancora una volta resta sorpreso di fronte alle decisioni della politica che sono dettate da uno spirito così diverso dallo quello che anima la creazione di un’opera d’arte.

Dopo aver affiancato Marta che recitava a Milano, standole vicino per quasi tutto il mese di maggio, quietando un nuovo sopravvenire di quella depressione, causata dalle ultime vicissitudini, che da anni ormai è abituale compagna delle sue giornate, Pirandello parte per Roma per preparare il Convegno Volta di cui era stato nominato presidente, e viene raggiunto dopo il 9 giugno dall’attrice che nella capitale deve girare il film Teresa Confalonieri di Rino Alessi, con la regia di Guido Brignone; il film viene proiettato per la prima volta al Lido di Venezia il 23 agosto e riceve il premio della Coppa Volpi nell’ambito del Festival Internazionale Cinematografico, mentre Pirandello si trova a Castiglioncello alle prese con la composizione di Non si sa come, che lo occupa per gran parte dell’estate e viene concluso ai primi di settembre. Il dramma risulta una sapiente combinazione dei temi di ben tre novelle: Nel gorgo (1913), La realtà del sogno (1914) e Cinci (1932)

- Nel gorgo: un uomo e una donna hanno fatto all’amore sedotti da un attimo di rapimento improvviso e immediatamente rimosso dalla coscienza tanto da non provare nessun rimorso non solo davanti al proprio “partner” ma neanche di fronte a se stessi. Sul piano di questa rimozione il “crimine” diventa innocente, perché non la volontà era stata la molla del tradimento, ma il caso e un’attrazione irresistibile immediata e non ripetuta. Ma il pensiero che quel che è capitato a lui possa capitare anche a sua moglie fa impazzire l’uomo: il conte Romeo Daddi ospita Ginevra, moglie di Giorgio Vanzi, il suo più caro amico, quando questi si trova in missione, essendo ufficiale di marina: ma il giorno dell’arrivo di Giorgio, Romeo e Ginevra, rimasti soli in casa, si abbandonano a un irripetibile atto d’amore

- La realtà del sogno: una donna ha tradito nel sogno il marito provando un vero e perfetto piacere fisico come mai era riuscita a provare col marito nei sei anni di matrimonio. Donna Bice Daddi in sogno tradisce il marito proprio con Giorgio Vanzi, il marito dell’amica Ginevra: lo scambio si è realizzato, anche se non proprio alla pari

- Cinci: figlio di una prostituta, vive isolato da tutti, senza amici o parenti; un giorno, per un banale litigio, uccide un suo coetaneo; anche qui agisce il processo di rimozione di un atto che, violento e sanguinario, non è stato comunque voluto. Nel dramma il fatto fa parte del passato di Romeo Daddi, che si trova così a convivere con due rimozioni e due “crimini” , “innocenti” perché non voluti ma pur sempre al di fuori delle regole del vivere civile.

Di qui la follia di Romeo, che potrebbe trovare quiete nella fuga, nell’allontanarsi da tutto e da tutti; nel tentativo di chiarificazione di ciò che è accaduto (finalmente gli altri protagonisti sanno cosa veramente è accaduto a Romeo), la vicenda sembra concludersi nella rinuncia di Romeo alla fuga, nel senso che potrebbe mettere tutti sullo stesso piano con l’equazione “tutti colpevoli = tutti innocenti” , perché tutto è umano. Ma la rivelazione finale getta una luce diversa sulla vicenda, Giorgio non ci sta e spara a Romeo uccidendolo, che accasciandosi su Bice mormora: “Anche questo è umano” .

In estate corre voce che l’opera di Pirandello stesse per essere segnalata nell’«Index librorum prohibitorum» della Chiesa istituito a metà del ’500 dal Concilio di Trento; d’altronde i Gesuiti di Civiltà Cattolica, più vicini al Vaticano, fin dal 19 maggio 1923 avevano dedicato una seria attenzione all’opera pirandelliana e al suo evolversi, pubblicando articoli ora più ora meno polemici nei confronti dello scrittore girgentano che dimostravano una certa “irritazione delle gerarchie dell’Ordine nei riguardi del fenomeno Pirandello. Articoli che dimostrano il risentimento di fondo contro certe lezioni, impartite loro dal drammaturgo… Pirandello in principio vi è trattato da «originale» e da «stravagante» e quando viene pubblicato Lazzaro, i toni diventano aspri, perché i gesuiti ritengono l’opera come «la diffamazione, più odiosa e più assurda, della educazione cattolica e insieme della fede cristiana nelle sue verità fondamentali: l’esistenza stessa di un Dio personale e del fatto miracoloso come quello della Resurrezione.” (Giudice, op.cit., p.529)

Allarmato l’amico dello scrittore Silvio d’Amico (leggiamo in L. Sciascia, cit., p. 19) scrive una lettera a Monsignor Montini, futuro Papa Paolo VI, che rispose: «non ho tardato ad occuparmi dell’oggetto della Sua lettera e La posso assicurare ch’essa è stata portata a conoscenza, con i commenti del caso, ad autorevoli persone dela S. Offizio, e ho ragione di pensare ch’essa abbia portato loro con soddisfazione preziosi elementi di conoscenza e di riflessione. Anche per cotesta opera buona quindi La ringrazio sentitamente». Così i libri di Pirandello non entrarono a far parte della schiera dei libri proibiti.

Dall’8 al 14 ottobre Pirandello, dopo averli meticolosamente preparati insieme a Silvio D’Amico e a Guido Salvini come aiuto regista dello spettacolo che si sarebbe dovuto rappresentare in onore dei congressisti, alla presenza dei nomi più illustri della scena nazionale e internazionale, presiede, con F.T. Marinetti segretario, a Roma i lavori del Quarto Convegno della Fondazione Volta, promosso dall’Accademia dei Lincei, che per volere di Mussolini viene dedicato al tema Il teatro drammatico.

Come rappresentazione Pirandello dà la preferenza al dramma La figlia di Jorio di Gabriele D’Annunzio, la cui scelta avrebbe rappresentato da un lato una sorta di riappacificazione fra i due scrittori dopo il crudo discorso su Giovanni Verga di Pirandello con la distinzione fra scrittori di parole (D’Annunzio) e scrittori di cose e di una rimozione dei risentimenti dei politici e degli intellettuali che gli erano ostili per la sua polemica antidannunziana, e dall’altro un rimettere in moto i rapporti con il fascismo turbati in qualche misura dalla rappresentazione de La favola del figlio cambiato. Il dramma, con scene e costumi del grande Giorgio De Chirico, fu rappresentato con la regia dello stesso Pirandello al Teatro Argentina. Accanto a Marta Abba (ovviamente invitata a rappresentare la parte di Mila di Codra) recitarono Ruggero Ruggeri (come trent’anni addietro in occasione della Prima assoluta nella parte di Aligi), Giulio Donadio (Lazaro), Teresa Franchini (Candia), Cele Abba, Elena Pantano, Franca Dominici (le tre sorelle), Achille Majeroni (un mietitore) e Gina Graziosi (la vecchia delle erbe).

  VII-b. Il premio Nobel

Sempre nel ’34 gli viene conferito il massimo riconoscimento mondiale: il premio Nobel.

La prima volta che ne accenna è in una lettera che Pirandello scrive a Marta Abba l’ormai lontano 30 giugno 1929, come di una voce che correva a Berlino durante il suo lungo espatrio volontario (e chi sa che non verrà alla fine, a coronare tanta attività, anche il premio Nobel. Ne ho sentito parlare, di questi giorni, in Germania). La seconda volta è l’anno successivo, ed è più che una remota speranza che confessa a Marta il 4 marzo 1930:

Jersera è venuto a trovarmi il giornalista svedese Thorstad, che ha preso per la Danimarca, la Svezia e la Norvegia il “Lazzaro” e “Questa sera si recita a soggetto” . Mi ha detto che gli consta che è stato proprio Mussolini a impedire che il premio Nobel fosse dato a me “per non suscitare gelosie pericolose in Italia” (ed è evidente che sottintendeva quella di D’Annunzio) e “che fosse dato alla Deledda, che non avrebbe suscitato alcuna rivalità” . Mi disse che questo aveva fatto una pessima impressione in Svezia; e che è certo che il premio prossimamente sarà dato a me, per cui c’è una corrente favorevolissima. Egli, che [è] corrispondente berlinese del maggior organo della stampa svedese, scriverà in questo senso nella lunga intervista che ha avuto con me, jeri sera. Io gli ho detto che non muoverò un dito per avere il premio, e lui m’ha risposto che gli altri muoveranno le mani per darmelo.

Staremo a vedere. E forse la sorte muterà, allora! Ma ci vuole anche l’America! Sono pronto ad andare anche in America! Dovunque, dovunque...

Nel marzo 1930 (vedi lettera a Marta del 4)  il giornalista Thorstad, corrispondente berlinese del maggior organo della stampa svedese, (che aveva preso per la Danimarca, la Svezia e la Norvegia il “Lazzaro” e “Questa sera si recita a soggetto”) gli rivelava di sapere che era stato proprio Mussolini a impedire che gli fosse dato il premio Nobel per non suscitare gelosie pericolose in Italia, riferendosi a D’Annunzio e aveva preferito che fosse dato alla Deledda, che non avrebbe suscitato alcuna rivalità. Il 27 aprile dell’anno successivo rivela a Marta di essere a conoscenza che S.E. Rocco, uno degli uomini più ascoltati del Regime, ministro della Giustizia e Presidente della Società internazionale di cultura a Parigi, aveva scritto di sua spontanea iniziativa, proprio in qualità di Presidente, a Stoccolma perché gli venisse assegnato il Nobel; e sempre su invito di Rocco, la proposta viene caldeggiata dal Rettore dell’Università di Roma.

Alla fine del 1932 viene invitato dalla Norvegia ad assistere a Oslo, quale rappresentante dell’Italia, alle onoranze del centenario della nascita di Bjornson Bjornstjerne, grande apostolo e retore degli ideali di libertà e di nazionalità, romanziere e drammaturgo, giornalista e direttore di teatro, e dopo Wegeland la maggior forza della rinascita e dell’indipendenza della Norvegia, premio Nobel per la letteratura nel 1903. La sua presenza fu caldeggiata anche dal Regime e avrebbe potuto essere il preludio all’assegnazione del Nobel per l’anno successivo, visto anche che òa sua candidatura era stata posta già da parecchi mesi dal Circolo di cultura fascista presieduto da Giovanni Gentile, che aveva mandato in Svezia il prof. Gabetti dell’Università di Roma a fare un ciclo di conferenze su di lui e sulla sua opera e a tessere contatti con i membri dell’Accademia Nobel.

Il 5 aprile scrive a Marta: In grande confidenza Ti dico (ma bisogna tener la cosa in gran segreto) che il Gabetti mi ha confidato che per il Premio Nobel su dieci votanti, in primo  scrutinio, ho avuto nove voti favorevoli, cioè la quasi unanimità.

La confidenza del Gabetti si rivela esatta; il 9 novembre a Pirandello viene ufficialmente annunciata l’assegnazione del Nobel da un telegramma del Segretario generale della Reale Accademia svedese: «L’Accademia svedese ha stamani assegnato a Lei, signor Dottore, il premio letterario Nobel…»; era stato preferito a Paul Valéry e a G.K. Chesterton, candidati di quell’anno. A casa Pirandello è subito ressa di giornalisti e fotografi e “cinematografisti”, che gli chiedono una posa: egli sa già cosa fare: si siede come un bravo scolaretto alla scrivania, infila un foglietto nella sua inseparabile macchina da scrivere “Derwood standard portable typewriter”, e vi scrive sopra una sola parola: pagliacciate!, ripetuta per ben 27 volte, tanto lunga diventa la seduta e la serie di lampi al magnesio cui viene sottoposto. Ma c’è una sola persona colla quale vorrebbe trascorrere quei momenti, Marta, “la donna fulva che, come una premonizione, era apparsa a incarnare tanti suoi personaggi” (Aguirre, cit. 302), è nei suoi pensieri e purtroppo lontana, assente:

sono passati tanti giorni e non ho ricevuto di Tuo che una firma in una cartolina illustrata, tra tante altre firme, credo da Biella. […] Non mi son sentito mai tanto solo e tanto triste. Il dolce della Gloria non può compensare l’amaro di quanto è costata. E poi, quando Ti arriva, se non sai più a chi darla, e che fartene?

Così le scrive il 15 novembre, dopo giorni intensi in cui si è sentito “oppresso - è la parola - dai festeggiamenti che m’hanno fatto, dai giornalisti di tutti i paesi che m’hanno assediato, interviste e telegrammi, telegrammi, telegrammi; ne avrò ricevuto un mezzo migliajo a dir poco! da S. A. Reale Adalberto di Savoja-Genova alla tua ex-cameriera Lina! - Ne arrivano ancora da tutte le parti del mondo, e non so come fare a rispondere. Ma di Marta in questa occasione, solo una firma su una cartolina illustrata, quasi a volersi mimetizzare, mentre il mondo della cultura italiano ed europeo è in fibrillazione e Pirandello viene considerato ormai un autore da consegnare alla storia: da accettare, non più da discutere.

Il calendario degli impegni è frenetico; ecco come lo presenta a Marta il 15 novembre:

Il 18 [novembre] sarò certamente a Milano e mi tratterrò fino alla sera del 19. Mi sarebbe tanto piaciuto vederTi e parlare un po’ con Te, Marta mia! Ma il giorno 20 devo essere a Parigi dove mi aspettano e dove bisogna che mi trattenga almeno una settimana. Il giorno 27 partirò per Londra dove mi tratterrò fino al 4 Dicembre. Da Londra ritornerò per due giorni a Parigi e poi, il 9 mattina mi troverò a Stoccolma per la Seduta Reale che sarà il 10 dicembre, resterò nella Capitale Svedese per tutti i festeggiamenti che mi faranno fino a tutto il 14 e poi il 15 partirò per Praga dove assisterò alla prima del “Non si sa come”, e terrò la conferenza.

Le accoglienze a Parigi e Londra sono quasi trionfali e sensazionali e danno fastidio al Regime fascista, che comunque non vede di buon occhio tutto ciò che succede nelle due capitali europee. A Parigi al ricevimento del “Figaro” in suo onore partecipano 1500 invitati, tutte le personalità politiche e culturali sono presenti. Pirandello, al di là delle difficoltà di ogni genere, spera che Marta possa essere con lui a Stoccolma, ma il padre dell’attrice ha un banale incidente di macchina e il desiderato viaggio sfuma, anche perché l’amica che avrebbe dovuto accompagnarla all’ultimo momento si rifiuta adducendo una scusa.

Il 10 dicembre c’è la solenne cerimonia di consegna della pergamena, della medaglia e del premio in denaro premio da parte del Re e il discorso, in cui mette in evidenza il concetto che gli errori dell’innocenza hanno finito per fare di lui un essere del tutto inadatto alla vita, e soltanto adatto a pensare e a sentire. Così descrive a Marta la giornata trionfale il 12 dicembre:

Io sono addirittura stroncato da tutte queste feste. Ma ormai, se Dio vuole, il grosso è passato. Ho ricevuto il Premio dalle mani del Re nella seduta solenne, che ha veramente una grandiosità impressionante, con tutta la Corte e la folla degli invitati in tutto lo splendore delle decorazioni, Accademici, Ministri Generali e, sul palco, i candidati coi loro padrini. Te ne parlerò meglio a voce, e Ti mostrerò lo splendido diploma e la grande medaglia d’oro. Dopo questa cerimonia si va al banchetto nel magnifico Palazzo della Città: banchetto di almeno 500 persone, presieduto dai Principi Reali. Qui ho dovuto [fare] il discorso e m’è toccato farlo in francese per suggerimento del nostro Ministro, non essendo ammissibile che un interprete traducesse il mio italiano. Me la son cavata bene. Tutto jeri m’è passato a far visite di ringraziamento e puoi immaginarti come e quanto m’abbiano stancato. Jeri sera, pranzo a Corte, col Re e tutti i Principi Reali. Il Re è stato con me d’una cortesia senza pari; e uno dei Principi, il Principe Guglielmo, secondo Benito del Re, s’è intrattenuto con me tutta la serata. Stasera pranzo alla Legazione in mio onore; domani rappresentazione di gala del “Piacere dell’onestà” al Teatro Nazionale. La più grande attrice svedese, Tura Teje, interpreterà il “Trovarsi” in una tournée per tutti i paesi scandinavi; alla Radio hanno dato il “Vestire gl’ignudi”.  C’è stato anche, la prima sera, al mio arrivo, un pranzo offerto in mio onore da tutta la federazione della stampa estera a Stoccolma. Quando penso che, appena finiti questi festeggiamenti svedesi, cominceranno quelli di Praga, mi vengono addirittura i brividi.

Il 15 parte per Praga, dove il 19 al Teatro nazionale viene rappresentata la Prima assoluta di Non si sa come col titolo Clovek ani neví jak nella traduzione di Venceslao Jirina; la presenza del Maestro ne assicura il successo nella prima serata, ma l’opera viene in generale accolta con una certa freddezza. Difficile è l’espressione di intensa e furiosa passionalità della gelosia del protagonista Romeo, che oltretutto porta un nome che inevitabilmente evoca letterariamente una vicenda e un amore totale nel quale è del tutto assente proprio la gelosia.

Il 20 finalmente può ritornare il Italia e rincontrarsi con Marta, e vicino a lei trascorre le feste natalizie.

VII-c. Il declino

Ai primi di gennaio del ’35, convocato da Chiavolini, viene ricevuto in udienza privata da Mussolini: ci sono le congratulazioni del Regime, si parla del Nobel, si ritorna a parlare del progetto del Teatro Nazionale di Prosa e Pirandello promette di presentargli quanto prima il progetto. Si reca quindi a Parigi, dove lo raggiungono Marta e sua madre, trascorrendovi quasi tutto il mese. La serie dei festeggiamenti non è ancora finita, Parigi gli riserva ancora sorprese. Così Silvio d’Amico descrive la serata del 17 gennaio:

« ... Pirandello è tornato a Parigi, per assistere a quel che l’Intransigeant gli aveva preparato, il grande gala al teatro dei Mathurins; dove Pitoëff ha messo in scena Ce soir on improvise, seguito da un insolito, bizzarro e gentilissimo omaggio di tutti gli interpreti parigini di Pirandello all’insigne autore, e dalla consegna della rosetta della Legion d’onore al festeggiato, fatta dal Ministro dell’Educazione Mallarmé... ». (Infatti Pirandello non si era occupato di ritirare la prima « rosetta » assegnatagli tanti anni prima). « ... All’annuncio di Gaston Baty si son visti sfilare a uno a uno, ciascuno col suo trucco e pronunciando parole appropriate,

la Madre (Marie Kalff) e il Capocomico (Michel Simon) dei Sei personaggi,

Baldovino (Dullin) del Piacere dell’onestà,

la signora Frola (Madame Dullin) di Così è (se vi pare),

Ersilia (Madame Simon) e i suoi compagni di Vestire gli ignudi,

Fulvia (Paulette Pax) e Mauri (Clariond) di Come prima, meglio di prima,

la Madre e la Suora (la Rivorin e la Bing) de La vita cbe ti diedi,

Frida (Ludmilla Pitoëff) di Enrico IV,

l’Incognita (Marguerite Jamois) di Come tu mi vuoi;

e infine la nostra Marta Abba - che recitò a Parigi, in francese, L’uomo, la bestia e la virtù - nelle vesti della signora Perella, insieme con Paolino e col capitano Perella (Lefour e Pauley)... ».

Il 27 gennaio Marta parte per Londra, per studiare e perfezionare la conoscenza dell’inglese con la prospettiva di recitare appunto in questa lingua, come già aveva fatto a Parigi. Pirandello resta di nuovo solo, si getta nel lavoro, ma è distratto dai tanti impegni “rappresentativi”; anche il Ministero degli esteri cerca di prenderne per lui, ma quasi sempre riesce a sottrarsi: ormai la sua figura è divenuta un simbolo, e il viale del tramonto lo rende un monumento da ammirare senza condizionamenti, anche se l’arte e il mondo del teatro hanno imboccato strade che ormai gli sono estranee.

Nel mese di febbraio due sono gli eventi importanti, che sembrano vicini alla conclusione ma che si riveleranno ancora una volta deludenti e privi di sbocchi. Il primo riguarda la possibilità di stringere un ricco contratto con un certo Reece ideatore di una società anonima, che si sarebbe chiamata “Compagnia Pirandello” con sede a Londra, con capitali di importanti finanziatori inglesi, con lo scopo di diffondere in traduzione inglese nel mondo l’opera del Maestro che si sarebbe visto garantire un introito eccezionale, come scrive a Marta il 3 febbraio:

Io ho avuto qua a Parigi tre giorni di conferenza con Reece e alla fine s’è messo su il progetto che egli presenterà a Londra a Sir Edmond Davis. Questo progetto è per una Compagnia Pirandello, compagnia nel senso commerciale e inglese della parola, cioè Società per lo sfruttamento dell’opera, passata presente e futura, di Pirandello, con capitale di 4 milioni, di cui tre andranno a me, alla firma del contratto, e un milione servirà per le spese d’esercizio. Io cederò tutto, libri, teatro, cinematografia, finché l’anticipazione globale di tre milioni non sia recuperata; poi avrò il 60% dei proventi e lascerò alla Società il 40%. Ma l’organizzazione della Compagnia, che sarà presieduta e diretta dal Reece stesso, sarà complessa, perché avrà tante branche sia in Europa, sia in America. Siamo stati a lavorare in questi tre giorni più di 8 ore al giorno e spero che nel progetto si sia contemplato tutto; naturalmente, prima di passare alla firma del contratto consulterò un avvocato di prim’ordine, come Marchesano. Reece ha già chiesto da qui udienza al Davis; ma per raccogliere tutti i finanziatori del suo gruppo ci vorrà per lo meno una settimana; quando tutti potranno riunirsi il Reece sarà avvertito a Grasse e si recherà a Londra per trattare; ma egli è già sicuro dell’affare, perché il Davis è già prevenuto in massima e disposto a trattarlo. Tu capisci, Marta mia, che per me sarebbe una vera fortuna, mettermi tranquillo per questi ultimi anni che mi restano da vivere (seppure saranno “anni”), senza più pensieri, a lavorare a ciò che più mi piace!

Il secondo riguarda l’ormai annoso Progetto Pirandello per il Teatro: il 18 febbraio viene ricevuto dal Duce a Palazzo Venezia per la presentazione del progetto, al quale si era dedicato  molto nelle ultime settimane, dall’ultimo colloquio, ed ormai pronto nei minimi dettagli, con tutti i costi ben dettagliati, la formazione della compagnia, perfino i nomi già pronti. Così ne scrive a Marta il giorno dopo:

Ma veniamo alla grande notizia. Dunque, jeri, alle 17 e 30, sono stato a Palazzo Venezia col mio bravo progetto sotto il braccio per l’istituzione d’un teatro nazionale di prosa in Roma. Sono stato introdotto subito, e subito il Duce, con la sua solita mirabile prontezza di spirito, s’è interessato alla “premessa” introduttiva, intitolata “Il teatro al popolo”, senza perder tempo in disquisizioni inutili. Ha cominciato subito ad approvare quanto man mano leggeva; ha scorso tutto il progetto, intramezzando qua e là, qualche osservazione, qualche rilievo, per esempio, se non conveniva meglio chiamare l’istituzione “Teatro Reale di prosa”, anziché “Teatro Nazionale di Prosa” e poi osservando lui stesso “ma forse ’Reale di prosa’ suona male” e troncando: “basta, studieremo"; disse a un certo punto ch’era bene si trovasse oggi al posto di Governatore il Bottai che sarà certamente un collaboratore adattissimo al progetto; insomma ho avuto la precisa impressione che la cosa è fatta; figurati che alla fine mi disse: “Sarebbe bellissimo cominciare quest’anno stesso, ad ottobre!” Ora questa è perfettamente nel Suo stile, quando vuol fare una cosa. Oggi stesso Egli vedrà Bottai, e son sicuro che ne parlerà con lui e studierà con lui, se sarà possibile, dati i lavori di riadattazione che ci saranno da fare al Teatro Argentina, cominciare veramente in ottobre. Gli è piaciuta moltissimo l’idea di iniziare l’anno comico il 28 ottobre, anniversario della Marcia su Roma, con un lavoro vincitore d’un concorso internazionale, per far che Roma ridiventi centro mondiale delle arti e della coltura.

Appena ritornato, felicissimo, a casa, mi sono attaccato al telefono per comunicare la notizia a Bottai, che se ne mostrò entusiasta: “tanto per il teatro” disse “quanto per te”.  Insomma, Marta mia, pare che al nostro sogno siamo finalmente arrivati! jeri sera erano tutti in gran festa da me, D’Amico e tutta la redazione di “Scenario”, Bontempelli, Alvaro, e tutti parlavano di Te e dicevano che senza Te, costituire la compagnia, non sarebbe in alcun modo possibile. Il problema da risolvere sarà trovare qualcuna che possa starli accanto! Ma di tutto questo parleremo prossimamente nell’occasione della mia venuta a Londra, che è stata rimandata circa al 9 o 10 di Marzo. Mi ha scritto il Reece che la conferenza dei banchieri finanziatori dell’affare non potrà aver luogo costà prima del 4 o 5 Marzo; che in seguito a questa prima conferenza egli il giorno 8 al più tardi mi telegraferà da Londra e che intanto io mi tenga pronto a partire per il 9 o il 10. Forse, verso la fine di Marzo, con l’affare concluso e con la prospettiva dei grandi lavori per il prossimo Teatro di Stato, formazione della Compagnia, formazione del repertorio, noi, Marta mia, potremmo ritornare insieme in Italia.

E ovunque giri la mente, il suo obiettivo è sempre lo stesso: Marta e la possibilità di vivere “insieme” a lei: anche il progetto del teatro di Stato aveva questa nascosta finalità: “potremmo ritornare insieme in Italia”.  Subito dopo l’incontro, con Bottai e altri gerarchi fascisti si getta nei preparativi per la realizzazione del progetto. Ma dopo le prime speranze (finalmente siamo sulla via di fondarlo sul serio e per sempre. Per incarico del Capo, Bottai già ne studia la fondazione sulle basi del mio progetto, senz’altre persone di mezzo, né Ciano, né la Corporazione, né la Società degli Autori, né l’Accademia. Così lo stesso Bottai m’ha annunziato per telefono. 4 marzo) contrari ai desideri e ai voti furono i fatti: già da metà aprile, pur rimanendo una certa fiducia nella positiva soluzione del progetto, i desideri cominciarono a sgonfiarsi, quando cominciano a verificarsi rinvii e dilazioni (realizzati perfino con la nomina del responsabile - prima Bottai, poi De Pirro poi Ciano - o col coinvolgimento prima solo di Roma e poi anche di Milano e Torino, che lentamente tirano per le lunghe la situazione e portano infine all’accantonamento stesso del progetto.

Alla fine di Marzo Pirandello va a Londra, per curare alcuni affari e incontrarsi con Marta restandovi per una settimana. Al ritorno a Roma lo aspettano grandi festeggiamenti: il 24 aprile a Palazzo Ruspoli, nel cui salone, su un palco improvvisato, viene recitato L’uomo dal fiore in bocca; alla sera, banchetto in suo onore con la partecipazione di Galeazzo Ciano, al quale era stato dato dal “Capo” l’incarico d’occuparsi della fondazione del Teatro di Stato. Due giorni dopo nel Salone dei Duecento di Palazzo Vecchio di Firenze inaugura il ciclo di Conferenze Internazionali d’Alta Cultura con una Introduzione al teatro italiano, presenti anche l’Ambasciatore e il Ministro della Cultura francesi.

L’avvenimento più importante è senza dubbio il viaggio negli Stati Uniti. Parte il 13 luglio a bordo del Conte di Savoia e dopo una settimana di traversata giunge a New York, dove si trattiene per due mesi e mezzo. Grandi festeggiamenti ufficiali sia da parte della folta comunità italiana che da parte del mondo culturale americano, ma il tutto è condito da una certa freddezza dovuta da un lato all’appoggio che apertamente Pirandello - con interviste pubblicate sui maggiori quotidiani locali - dà al Regime fascista, che in America non gode di alcuna simpatia e che si era giocato la sua credibilità colla guerra di conquista dell’Etiopia, dall’altro la resistenza degli americani a firmare contratti per un “prodotto” che non avrebbe incontrato facilmente il favore delle masse. A questo si aggiunge l’atteggiamento generale tenuto da Pirandello nel suo rapporto con gli americani e con la cultura locale, soprattutto quella teatrale, che si era apertamente schierata contro ogni forma di fascismo e in particolare contro l’impresa etiopica. La speranza di stringere accordi e firmare vantaggiosi contratti va delusa, e cade il mito di una America come fonte di quella ricchezza sempre sognata negli ultimi anni e mai raggiunta.

Molte trattative imbastite, - scrive a Marta il 30 Agosto, - ma nulla di concluso finora! E già anche il mese d’Agosto è passato. Adesso è qui Talberg. Alloggia in questo stesso albergo, ma ancora non l’ho visto. Forse lo vedrò, uno di questi giorni; ma ormai non spero più nulla, tanto è lontano dalla mente di tutti questi produttori di film ch’io possa dar materia adatta al genere della loro produzione. Mi ammirano troppo, capisci? ammirano troppo l’altezza della mia arte e temono che non si possa abbassare fino alla mediocre comprensione delle “masse”.

Amareggiato, si “abbandona a generalizzazioni che tradiscono la sua superficiale conoscenza della complessità del grande continente”.  Doveva sentirsi un po’ disgustato e molto avvilito, quando decide di riprendere la strada per l’Italia. Avrebbe voluto partire già il 24 settembre, ma rimane ancora una settimana sempre nella speranza che qualcosa potesse succedere. Intanto i giorni passano inutilmente e nulla accade. Parte così il 5 ottobre e il 12 sbarca a Napoli, dopo una traversata tranquilla, ma viene colpito da un serio attacco cardiaco:

Proprio la mattina stessa dell’arrivo, quando eravamo già fermi nel porto di Napoli, dopo una magnifica traversata, e dal ponte del “Conte di Savoja” vedevo sulla banchina Stefano, Fausto, Francesco venuti ad accogliermi con un gruppo di giornalisti e d’amici, mi son sentito male improvvisamente: un dolore bruciante al petto, che mi toglieva il respiro e mi faceva mancar le gambe; mi videro tutti impallidire come un morto; e io mi sentii quasi morire veramente: avevo sulla fronte quel sudore di gelo che precede la morte. Ma invece d’avvilirmi, mi sono [fatto] forte, per resistere all’improvviso assalto del male. Gli amici e i miei figli sbigottiti mi hanno subito condotto all’“Excelsior”.  Qui le pronte cure, specialmente alcune compresse calde al petto, mi hanno fatto rinvenire. Sono stato all’albergo, così curato, fino alle 3 e 1/2 del pomeriggio; poi mi sono messo in macchina, ancora non del tutto ristabilito, per ritornare a Roma. Durante il viaggio non sono stato tanto male; ma appena arrivato a Roma, verso le 8, mi son fatto mettere a letto, dove sono ancora, molto abbattuto, molto debole, ma credo ormai sulla via di riprendermi. Non so a che cosa attribuire questo grave disturbo improvviso. A New-York sono stato benissimo, e benissimo durante tutto il viaggio che, ripeto, è stato ottimo, con un mare tranquillo e delizioso. Sono stato, è vero, molto disappetente e ho mangiato a bordo, forse, troppo poco. Il male è stato forse provocato da un cucchiaino di bicarbonato preso a digiuno la mattina dell’arrivo per rimediare a un po’ di “bruciacuore” che mi dava fastidio. Mi ha cagionato un tal fermento di gas nello stomaco, che il diaframma si dev’esser sollevato fino a disturbare seriamente il cuore, che a un certo momento minacciò d’arrestarsi. Basta, ora sto meglio e spero che tra qualche giorno potrò rimettermi del tutto.

L’attacco cardiaco si ripete più violento qualche giorno dopo nella sua casa di Roma. Le cure sono abbastanza pronte ed energiche. I troppi viaggi, le emozioni dell’ultimo anno, il troppo fumo, la delusione americana, la gioia di rivedere i propri cari dopo giorni di depressione e solitudine sulla nave, trascorsi con certi pensieri fissi che sarebbe facile immaginare: tutto concorre a creare quello stato di stress che si conclude con gli attacchi cardiaci. Lentamente si rimette: il pensiero di Marta lo fa sentire vivo, sentire la sua voce al telefono

che gioja udire la Tua cara bella voce viva l’altro jeri al telefono! Come ho fatto presto a riconoscere e a sentire in tutto il sangue, in tutte le fibre del corpo, in tutti gli angoli più riposti dell’anima che la sorgente della mia vita, di quella poca che ancora mi resta, è in Te, Marta mia. Udendo la Tua voce, sentendoTi parlare mi sono sentito tutto ravvivare, e mi ha fatto più bene la Tua voce, che tutte le cure, che tutte le medicine e le attenzioni dei medici. (a Marta 22.X.35)

e leggere le sue lettere sono veramente l’unico balsamo per la sua anima, e in quei giorni di salute precaria contengono l’invito a lasciar stare le miserie quotidiane e a illuminare con la sua presenza il mondo del teatro e dell’arte. Riportiamo intera la lettera del 26 ottobre [’35]

Caro, mio caro Maestro,

sono arrivata in questo momento da Salso e trovo la Sua buona, addolorata lettera. Mi pento di essermi lasciata trasportare da un impeto di irritazione che in fondo era il dispiacere di vedere Lei ancora, dopo tanta esperienza di casi e di vita occorsi, occuparsi, dare un rilievo eccessivo a cose che non valevano il Suo rammarico o la Sua attenzione. Le assicuro, Maestro, che se non le volessi quel bene che le voglio, avrei diritta diritta passato sopra a questi suoi accenni, e avrei continuato a fare quello che stimavo giusto, secondo certamente il mio criterio.

È perché voglio e desidero che Lei veda alto, secondo il suo sguardo e non si occupi che di fatti che Lei, grande, col suo grande spirito può accostarsi. E secondo il mio parere Lei non deve piú partecipare alla vita di palcoscenico, ma illuminare (soltanto perché Lei ha un godimento di vita o meglio d’arte) quei pochi attori che lo meritano. Ma deve pensare soprattutto a se stesso. Soltanto a se stesso.

Se io Maestro, le ho detto qualche cosa di mia esperienza di questi giorni, fu soltanto perché Lei si guardasse da amici non sinceri. Ma questi amici non sinceri non meritano la sua passione. E se è per me Maestro, che ho ormai una dura esperienza, e una certa filosofia ancora forse giovincella ma robusta, non vale la sua passione ma la sua freddezza, e il suo cervello. E se è per il teatro (come è realmente), Maestro, per me e per tutti è Lei il teatro, è a Lei che guardiamo, che amiamo, che ci rappresenta il teatro, cioè la nostra arte.

E se mi vuol fare felice, Maestro, sí li guardi pure con la sua sapienza, col suo disprezzo, con la sua bontà anche, ma non con il suo cuore. Non dia a loro il suo cuore. Lo tenga per chi lo ama, per chi lo vuole ancora per tanti anni, perché lei dica la parola sempre piú bella, sempre piú alta. E c’è tanto bisogno nel mondo di uno spirito come il suo. [...]

L’abbraccio Maestro, con tanta tanta tenerezza e con gli auguri del mio cuore fervido

Marta

Il 29 ottobre alla presenza del Duce pronuncia un breve discorso per l’apertura della stagione di prosa al Teatro Argentina: adesso, come aveva detto Marta, Pirandello è il simbolo vivente del teatro italiano. Qualche giorno dopo viene raggiunto a Roma da Marta, che si tratterrà per circa un mese. Il 13 dicembre al Teatro Argentina c’è la Prima italiana di Non si sa come con un grande successo sottolineato dal pubblico con ovazioni all’autore che ormai appare vecchio e malato, come annota anche Corrado Alvaro nella sua Prefazione alle Novelle per un anno a proposito degli ultimi mesi della vita del Maestro. Ma il successo non soddisfa Pirandello:

È stato uno strazio da parte degli attori, a cominciare sopratutto da Ruggeri, che non ha inteso minimamente né lo spirito né la situazione del protagonista; non ha mai vibrato, non ha mai detto come doveva dire le sue parole. Prima di tutto, non le sapeva! Se il suggeritore non gliele soffiava, non andava avanti! E gli altri, che cani, Marta mia! Sì, il successo ci fu, e grande; ma che vuoi che m’importi del successo, se la mia opera mi è stata uccisa sotto gli occhi sulle tavole del palcoscenico? Il pubblico è stato generoso, e mi ha voluto solo alla fine per farmi un’ovazione interminabile, forse a compensarmi dello strazio che mi era stato inferto. Ci sono stato male due giorni; la stanchezza, la macerazione, mi hanno prostrato, finito. Non Ti dico che cosa è stato per me ricevere le congratulazioni di tutto un popolo dei varii Alfieri, Bodrero, Di Marzio e infiniti altri, alla fine del secondo atto. Quando sono rincasato, avevo la febbre, che m’è durata tutto ieri. Non ho potuto prendere un boccone e son rimasto tutto il giorno a letto. Ah, basta, basta col teatro…

L’ovazione interminabile è un tributo di gloria da parte di tutto il mondo del teatro e della politica italiana al grande Maestro, le cui condizioni di salute sono già tanto precarie da destare in molti la coscienza che si sta avvicinando il momento finale.

Il 1936 si apre con l’accantonamento del “Progetto per il teatro Nazionale” da parte del Governo, che intende “concentrare tutte le risorse nella costruzione di Cinecittà per produrre film di propaganda per le masse e Pirandello  non ne potrà più vederne la realizzazione. Qualche riforma dovrebbe portare a una migliore situazione del Teatro in Italia, ma i risultati sono piuttosto scarsi anche perché i sussidi governativi, distribuiti apparentemente a caso, finiscono nelle tasche di capaci e incapaci e delle solite persone “profittatrici”, che sembrava avessero perso peso politico nelle ultime stagioni.

Alla fine di gennaio Pirandello si trova a Milano, dove si trattiene fino a metà febbraio, per assistere al debutto stagionale di Marta primattrice al Teatro Lirico con Santa Giovanna di G.B. Shaw con la Compagnia dei Grandi Spettacoli d’Arte diretta da G. Salvini. A metà Marzo la Compagnia è a Roma al Teatro Argentina, che proseguirà poi prima a Bologna e poi a Firenze.

Alla fine di marzo arriva a Marta una concreta possibilità di recitare in America, proposta da Gilbert Miller di New York, con un contratto che viene firmato il 7 maggio a Roma. Il 23 maggio Marta parte per Londra: comincia la sua grande avventura fuori dall’Italia. A fine maggio, tornando da Milano, Pirandello resta solo.

Si reca ad Anticoli Corrado, nella deliziosa campagna di S. Filippo, in compagnia del figlio Fausto e della nuora Pompilia, trascorre molta parte dell’estate dipingendo paesaggi dolci e tristi, allontanandosi dalla pratica letteraria e mentre dipinge il pensiero può restare legato là dove da un decennio si è incatenato con una malia irresistibile: a Marta, che prepara il suo debutto a Londra in inglese. Come sempre nelle sue lettere descrive tutto della sua situazione alla donna. Verso la metà di giugno viene ospitato per qualche giorno nel villino Mezzaluna del Lido di Camaiore e il successivo 23 assiste alla Prima romana della commedia del figlio Un padre ci vuole. Da Roma riparte subito per Anticoli Corrado. Il 12 luglio, in una lettera a Marta, dopo averle annunciato che si sarebbe recato a Venezia, annuncia: al ritorno “non starò più con Stefano e Olinda, quando torneranno dall’Alto Adige. Loro se n’andranno ad abitare altrove, e nel piano di sotto abiterà, in ottobre, la mia figliuola Lietta che ritorna in Italia con le bambine, separata dal marito. Non ho voluto darTi prima d’ora, Marta mia, questa notizia che, son sicuro, Ti dispiacerà tanto per me. Cascherò dalla padella nella brace; mi cresceranno del doppio le spese”.

Dal 15 al 18 luglio lo troviamo a Venezia per le rappresentazioni goldoniane allestite da Renato Simoni, quindi torna a Roma passando per Milano dove fa visita ai genitori di Marta. Da Roma riparte subito per Anticoli dal figlio Fausto, ma psicologicamente aumenta la stanchezza e la sua irrequietezza: potrebbe essere un momento di serenità, “Ma - scrive il 27 luglio a Marta - il mio animo è in continuo ribollimento, e la pace non è fatta per me. Bisogna che io vada fuggendo, per non sentire questa mia atroce solitudine e il tormento non meno atroce di dover nascondere la mia gioventù sotto questa apparenza di vecchio!”.  È in questi giorni che prende la decisione di trasferirsi presto a Milano, come afferma Corrado Alvaro, per non cadere “dalla padella nella brace"; ma è un progetto senza convinzione, che testimonia la sua smania, ma non una reale possibilità di scelta.

Verso il 20 agosto per un breve periodo di riposo, prima di partire per l’America, Marta ritorna in Italia reduce dai lusinghieri successi ottenuti a Londra: è l’ultima volta che Pirandello vede la sua “luce” prima che si imbarchi a Genova a bordo del Conte di Savoia, l’11 settembre, per New York, dove giunge il 17, per esordire il 15 ottobre al Plymoth Theatre con Tovarich nel ruolo della Granduchessa Tatiana Petrovna, una rappresentazione che la critica sui maggiori quotidiani ha definito come il primo grande successo della stagione: le recite proseguiranno per ben 45 settimane.

Alla fine di settembre va per qualche giorno a Berlino con S. E. Alfieri e con Bodrero in commissione per il Congresso Internazionale della Società degli Autori ed Editori, tutto a spese del Ministero Stampa e Propaganda. Il nuovo regime nazista gli promette di favorire una ripresa del suo teatro in tutta la Germania, ritraducendolo integralmente, come scrive da Berlino a Marta il 29 settembre:

Ho ritrovato Berlino press’a poco com’era, ma quasi spenta. La vita teatrale segnatamente. Non si produce nulla. Tuttavia, fin da jersera son venuti a trovarmi due agenti, Ahn e Simrok, divenuti ormai, col nuovo regime, i primi di Berlino e della Germania, i quali sono animati dal proposito di fare una rinascita del mio teatro qui e mi hanno offerto condizioni vantaggiosissime. Alfieri ha promesso loro che ne avrebbe parlato domani o doman l’altro col Göbells che gli si dimostra amico. Se verrà l’autorizzazione, l’affare è fatto. Qua ci vuole l’autorizzazione per tutto; e per tal riguardo si sta molto peggio che da noi. Il Göbells lo vedrò certamente anch’io. A Roma, quando lo vidi, mostrò d’avere molta simpatia e considerazione per me. Staremo a vedere. Ma ormai, Marta mia, poco m’importa di tutto. Se l’affare si fa, sarò contento; e se non si fa, non prenderò il lutto per questo.

Per inciso ricordiamo che Ahn e Simrok erano suoi agenti a Berlino già nel 1929. La luce della sua mente sa ancora vedere la realtà sociale e politica, anche se la luce della sua anima è di molto offuscata perché la sua fonte è lontana troppe miglia: la critica al regime che tutto gestisce, per cui ci vuole l’autorizzazione per ogni cosa, anche per vivere, è lucidissima e pacata; la rigida forma non è più solo qualcosa che riguarda il personaggio nei suoi rapporti con gli altri personaggi, sventurati o sciagurati come lui nel fluire del tempo e del destino, ma comprende l’intera società: la forma stessa è diventata un regime, quello fascista, nel quale si sta male e nel regime nazista si sta molto peggio.

La partenza di Marta lo lascia come stralunato e lo porta a vivere in una condizione mentale di sogno continuo, come ci è attestato dalla straordinaria lettera del 21 novembre: ancora una volta, come tante per il passato, cerca di “vedere” la città dove vive Marta, il quartiere, le strade, fin nei più minuti particolari…

Tu avrai forse a quest’ora ricevuto la mia lettera indirizzata al “Plymouth Theatre” e quella di Graziadei indirizzata all’«Hôtel Pierre», prima che mi facessi conoscere la strada e il numero del Tuo quartierino. New York è come una scacchiera; e, conoscendola, mi posso render conto benissimo di dove abiti: so la strada 53ma, dove taglia la VI Avenue (West); non ricordo soltanto se i numeri dispari siano a destra o a sinistra della strada. A che piano stai? Posso domandarlo al portiere. Già ci sono. Salgo con l’ascensore. Suono il campanello alla porta. Mi si presenta una “magnifica” cameriera negra.

- Miss Marta Abba?

E odo dall’altra stanza il Tuo grido:

- Maestro! Maestro!

Marta mia, che sogno! Soltanto a farlo, mi sento tutto rinascere. Ti farei, prima di tutto, un grosso rimprovero amoroso, d’aver trascurato la salute. Tu vuoi che non Te ne parli; m’assicuri che ora stai bene, che avrai cura di Te, ora che Ti sei rassettata in codesto appartamentino, ma intanto la prima cosa ch’io notai, quando Graziadei venne a mostrarmi una Tua fotografia sulla rivista “Time”, dove insieme con Halliday sei ritratta nell’atto di sorridere mentre asciughi un piatto, la prima cosa che notai fu che - sì sei sempre tanto bella, tanto piena di grazia nella sapiente malizia del Tuo sorriso alle spalle del Tuo principe consorte - ma patita, patita, coi segni bene impressi d’una stanchezza fisica che non si vuol dare per vinta. So, so che hai avuto tanto da fare, che ciò che hai fatto ha del miracoloso, e che bisogna anzi ringraziar Dio che hai potuto resistere a tanto sforzo prodigioso e superarlo. Ma tutto sta ora a mantenere codesta resistenza, che non abbia a cedere tutt’a un tratto per l’abuso che hai fatto delle Tue energie! Mi raccomando, Marta mia!

E continua dandole suggerimenti e consigli come solo con una figlia si può fare. E poi parla anche un poco di sé, ed è un parlare struggente, come di chi vive senza vivere ciò che gli sta attorno:

Mi domandi di me, Marta mia, ti lamenti che non Ti parlo di me, di quel che faccio. Non faccio più nulla, Marta mia, sto tutto il giorno a pensare, solo come un cane, a tutto ciò che avrei da fare, ancora tanto, tanto, ma non mi pare che metta più conto di aggiungere altro a tutto il già fatto; che gli uomini non lo meritino, incornati come sono a diventare sempre più stupidi e bestiali e rissosi. Il tempo è nemico. Gli animi avversi. Tutto è negato alla contemplazione, in mezzo a tanto tumulto e a tanta feroce brama di carneficina. Ma poi, nel segreto del mio cuore, c’è una più vera e profonda ragione di questo mio annientarmi nel silenzio e nel vuoto. C’era prima una voce, vicino a me, che non c’è più; una luce che non c’è più... Non mi sento più di lavorare; eppure dovrei, ne avrò tra poco il bisogno, lavorare come per una condanna, cosa atroce, alla mia età, dopo aver tanto tanto lavorato. Il poco messo da parte s’assottiglia, le spese, coi nuovi carichi addosso, son cresciute, crescono sempre più, non so come andrà a finire. Ecco perché, Marta mia, mi vieto di parlarTi di me.

E se da un lato “si annienta nel silenzio” (quante ore silenziose trascorse e come consumate nell’ultimo mese, anche quando c’è Lietta, o le bambine), dall’altro si lega alla stretta attualità quando scrive a Marta, ma solo per le questioni che riguardano lei.

Un mese dopo aver accompagnato Marta che partiva per New York, il 14 ottobre Pirandello torna a Genova, questa volta per accogliere la figlia Lietta che rientra in Italia: Marta e Lietta, le due donne che, in modi diversi e contrapposti, avevano caratterizzato la sua vita negli ultimi dieci anni. Lietta tornava soprattutto per lui, per ritrovare quegli affetti familiari che sembravano perduti, che avevano subito non pochi colpi in quegli anni. Ma in fondo, anche nell’animo di Luigi Pirandello, nonostante l’irrequietezza manifestata negli ultimi tempi, non era cessato l’amore per la figlia, nonostante fosse stata l’unica a non aver accettato l’idea di vedere accanto a suo padre un’altra donna, nonostante il risentimento per la figlia che l’aveva duramente avversato, tanto che in un foglietto testamentario del 25 settembre 1926 l’aveva trattata molto male, rivelando la netta contrapposizione tra le due donne nel suo animo:

« Nel caso (che mi auguro non lontano) d’una mia morte improvvisa, lascio le seguenti disposizioni: 1) che la metà di tutto quanto posseggo sia diviso in tre parti uguali tra i miei figli Stefano, Lia e Fausto; 2) che l’altra metà disponibile sia divisa anch’essa in tre parti uguali, ma la terza, per punizione, non vada a mia figlia Lia, bensì ad un’altra mia figlia d’elezione che volle col suo nobile e purissimo affetto confortare questi ultimi giorni della mia vita raminga, avendone in compenso la più vile e schifosa malignità: dico la signorina Marta Abba. I miei due figli Stefano e Fausto, coeredi con lei di questa metà disponibile se, come non ho mai dubitato, mi amano, la tengano cara come una vera sorella e le siano grati delle tenere cure filiali che ella ebbe per me. 3) A compensarla del tanto male che le è venuto dal tanto bene che mi fece, voglio inoltre che vadano soltanto alla signorina Marta Abba tutte le percentuali dei diritti di autore che verranno dalle rappresentazioni, sia in Italia che all’estero, di tutti quei lavori che, senza di lei, non avrei mai scritto, a cominciare da Diana e la Tuda. Fino ad oggi sono due Diana e la Tuda e L’amica delle mogli. Presto con la nuova colonia saranno tre. Potranno anche essere quattro o cinque. 4) Quanto verrà di percentuali per diritti di autore dalle rappresentazioni, sia in Italia che all’estero, dei lavori anteriori a Diana e la Tuda e dai romanzi e dalle novelle, sia diviso in tre parti uguali tra i miei tre figli Stefano, Lia e Fausto. Firenze 25 settembre 1926.

Luigi Pirandello ».

Tornano a Roma; Lietta ha con sé le due bambine; prende casa a poca distanza da quella del padre, che va a trovare tutti i giorni. Il padre sta poco in casa, quando non lavora, e in quegli ultimi tempi, da quando Marta era partita, il lavoro si è allontanato da lui, che vive i suoi giorni un po’ distratto, tutto attento alle sensazioni che gli arrivavano dall’America. Il giorno dopo l’arrivo di Lietta a Genova, Marta esordisce con grande successo al Plymouth Theatre, un successo che riempie d’entusiasmo Pirandello, che non può più gioirne apertamente, anche per la grande lontananza, che attutisce tutte le sensazioni: una lettera impiega da 7 a 11 giorni per attraversare l’Oceano!).

In questi ultimi anni della sua vita, Pirandello ritorna al silenzioso spazio della narrativa, scrivendo alcune delle sue novelle più suggestive: Di sera un geranio (1934), Il chiodo e Una giornata (1936). Ancora tutto preso dalla composizione del mito-testamento I giganti della montagna, il dramma incompiuto e artisticamente più valido per unanime consenso della critica.

Negli ultimi tempi aveva preso ad andare ad assistere a Cinecittà alle riprese del nuovo film Il fu Mattia Pascal (col titolo L’homme de nulle part), che egli stesso aveva dialogato su riduzione di Pierre Chenal e altri, con gli interpreti Pierre Blanchard, Irma Gramatica e Isa Miranda. Un giorno, tornando a casa, sente dolori e malesseri strani; il cameriere gli prepara il letto avvertendo nel frattempo Lietta, Stefano e Fausto; siamo alla fine di novembre e nel teatro di prosa gli spifferi gelidi sono tanti, prende un’infreddatura e si ammala. Sembra una cosa da niente, uno dei tanti contrattempi, ma non è così: diventa una polmonite, che in pochi giorni gli distrugge i polmoni già tanto malandati per il troppo fumo. La fine è abbastanza rapida. “I senapismi non servirono, non servirono le sanguisughe che gli applicò un clinico illustre” (Aguirre, cit. p. 164).

Pirandello si spegne di polmonite il 10 dicembre alle 8.55.

Tra le sue carte si scoprono le sue ultime volontà, scritte su un foglietto ingiallito:  

“ MIE ULTIME VOLONTÀ DA RISPETTARE ”

I. Sia lasciata passare in silenzio la mia morte. Agli amici, ai nemici preghiera, non che di parlarne sui giornali, ma di non farne pur cenno. Né annunzii né partecipazioni.

II. Morto, non mi si vesta. Mi s’avvolga, nudo, in un lenzuolo. E niente fiori sul letto e nessun cero acceso.

III. Carro d’infima classe, quello dei poveri. Nudo. E nessuno m’accompagni, né parenti né amici. Il carro, il cavallo, il cocchiere e basta.

IV. Bruciatemi. E il mio corpo, appena arso, sia lasciato disperdere; perché niente, neppure la cenere, vorrei avanzasse di me. Ma se questo non si può fare sia l’urna cineraria portata in Sicilia e murata in qualche rozza pietra nella campagna di Girgenti, dove nacqui.

 

“Arrivò il rappresentante del Governo - scrive Corrado Alvaro - e lesse sbalordito quel mezzo foglio… Lesse e rilesse quel foglio, se lo copiò, e si domandava come avrebbe fatto a presentarlo al Duce. Un grande uomo, un uomo celebre che va via in quel modo, chiudendosi la porta alle spalle, senza un saluto, senza un pensiero, senza un omaggio sovratutto, chiedendo di essere coperto appena di un lenzuolo ma da nessuna uniforme, da nessuna camicia nera come era di rito, andare via come un povero, senza commemorazioni, senza feste. Il rappresentante del Governo era un bravo tipo e umano, ma doveva risponderne al suo capo, e il capo non poteva raggiungere un uomo nella morte; almeno la morte era cosa tutta privata; la sola, allora. Disse: « Se n’è andato sbattendo la porta ». Di fronte alla perplessità di quel funzionario, c’era da misurare una condizione umana, e veniva fatto di invidiare colui che era dileguato a quel modo con la sua morte, rifiutando quegli onori per cui gli artisti vanitosi si compiacciono di contemplarsi perfino nella morte, e senza paura delle vendette che si potevano fare sulla sua memoria. E fu istruttivo, in quelle ventiquattr’ore, sapere che sul tavolo del più potente tra i cittadini si battevano indignati i pugni, che ufficialmente era negato allo scomparso un discorso maggiore di quello consentito a un fatto di cronaca, che uno, autore di un racconto col titolo C’è qualcuno che ride, annunciava il nulla a tutta la gloria e a tutta la potenza, ed era lui che rideva. Pirandello, nel punto supremo del suo destino terreno, affermava di essere libero e solo. Affermò di essere libero soltanto nella morte.”

Il giorno dopo, i funerali: un carro senza accompagnamento si avvia verso il cimitero del Verano, dove il 13 il suo corpo verrà cremato e le ceneri conservate per dieci anni, secondo le norme vigenti. “Chi fu incaricato di andarle a rilevare nel deposito del Verano stentò alquanto a ritrovarle” (Giudice, cit. p. 548). Era il 1946; scortate dall’on. Gaspare Ambrosini, deputato all’Assemblea Costituente, che aveva ottenuto le debite autorizzazioni ministeriali, le ceneri giungono ad Agrigento su una littorina appositamente allestita su preghiera dello stesso Ambrosini, dopo che i piloti dell’aereo, concesso dalle Forze armate americane si rifiutarono di prendere il volo, simulando un’avaria, intimorite da una voce che si era sparsa rapidamente: che la volontà di Pirandello di far spargere al vento le proprie ceneri dovesse realizzarsi proprio durante questo volo e per cause accidentali. Le ceneri, conservate in un’anfora greca prediletta da Pirandello stesso, furono conservate per 15 anni prima nel Museo Comunale e poi nella casetta del Kaos, che con Decreto del Presidente della Repubblica dell’8 dicembre 1949 (n. 1170) era diventato «Monumento nazionale». Infine sepolte in una roccia che si trova non lontano dalla casa, ombreggiata dal famoso «pino di Pirandello»

 

 

Bibliografia

(in ordine di pubblicazione)

 

- Carlo Salinari, Miti e coscienza del Decadentismo italiano (D’Annunzio, Pascoli, Fogazzaro, Pirandello), Feltrinelli, Milano 1960

- Gaspare Giudice, Luigi Pirandello, con 20 tavole fuori testo, Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino 1963

- Lucio Lugnani, Pirandello, Letteratura e teatro, La Nuova Italia, Firenze 1970

- Ettore Mazzali, Pirandello, collana Il Castoro, La Nuova Italia, Firenze 1973

- Arcangelo Leone de Castris, Storia di Pirandello, Biblioteca universale Laterza, Bari 1974, terza edizione

- Mario Verdone, Teatro del Novecento, Sintesi e documenti di letteratura italiana contemporanea, collana diretta da Gaetano Mariani e Giorgio Petrocchi, Editrice La Scuola, Brescia 1981

- Luigi Pirandello, Saggi, poesie, scritti varii, a cura Manlio Lo Vecchio Musti, Arnoldo Mondadori Editore, Milano giugno 1973, III edizione riveduta I Classici contemporanei italiani,, collezione diretta da Giansiro Ferrata

- Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal, a cura di Claudio Toscani, Arnoldo Mondadori, Milano 1990

- Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal, a cura di Paolo Briganti, collana di classici italiani commentati diretta da Cesare Segre, Edizioni scolastiche Bruno Mondadori, Milano 1992

- Album Pirandello, con un saggio biografico e il commento alle immagini di Maria Luisa Aguirre D’Amico, Ricerca iconografica di Maria Luisa Aguirre D’Amico, Eileen Romano e Virginia Semproni, Introduzione di Vincenzo Consolo, Arnoldo Mondadori Editore Milano 1992, collana I Meridiani - (N.B. Maria Luisa Aguirre D’Amico è nipote di Luigi Pirandello, figlia di Lietta)

- Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal, a cura di Gianni Turchetta, Principato, Milano 1993

- Luigi Pirandello, Enrico IV, a cura di Elisabetta Boschiggia, collana diretta da Paola Dagna Campagnoli e Maria Teresa Lupidi Sciolla, edizione Il Capitello, Torino 1994

- Luigi Pirandello, Quaderni di Serafino Gubbio operatore, a cura di Rossana Saccani, collana di classici italiani commentati diretta da Cesare Segre, Edizioni scolastiche Bruno Mondadori, Milano 1994

- Marta Abba, Caro Maestro..., Lettere a Luigi Pirandello (1926-1936), a cura di Pietro Frassica, Mursia, Milano 1994 (Collana Prima Persona, Carteggi), progetto di Valentina Fortichiari

- Luigi Pirandello, L’esclusa, a cura di Luisella Rosboch, collana diretta da Paola Dagna Campagnoli e Maria Teresa Lupidi Sciolla, edizione Il Capitello, Torino 1995

- Maria Luisa Aguirre D’Amico, Vivere con Pirandello, Arnoldo Mondadori editore, Oscar saggi, Tutte le opere di Luigi Pirandello, Milano 1995

- Luigi Pirandello, Sei personaggi in cerca d’autore, a cura di Laura Sciolla, collana diretta da Paola Dagna Campagnoli e Maria Teresa Lupidi Sciolla, edizione Il Capitello, Torino 1995

- Luigi Pirandello, Lettere a Marta Abba, a cura di Benito Ortolani  di cui è anche l’introduzione, Arnoldo Mondadori, Milano 1995, collezione I Meridiani

 

corrispondenze

Marta Ajala - L’esclusa

Marta, la madre - Lumie di Sicilia

Marta - Trovarsi

 

 

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Ultimo aggiornamento: 23 marzo 2006