Giuseppe Bonghi

 

Biografia di Luigi Pirandello

edizione riveduta e corretta

ringrazio Adriana Pozzi per la preziosa collaborazione

 

 

VI. La coscienza dell’arte e l'espatrio

VI-a) La coscienza dell'arte

Nel 1925 Marcel L’Herbier gira Il fu Mattia Pascal e chiama a interpretare la parte di protagonista Ivan Mosjoukine, il grande attore russo che prima della Rivoluzione d’ottobre aveva recitato in teatro la parte di Fedja Protasov de Il cadavere vivente di Tolstoj; Mosjoukine in Francia era diventato nel periodo del cinema muto era diventato un divo: «indimenticabile Mattia Pascal: - scrive Leonardo Sciascia in Pirandello dalla A alla Z, - nonché tutti i lettori del romanzo che hanno visto il film, forse lo stesso Pirandello non riuscì più a ricordare il suo personaggio se non con la figura, i movimenti e le espressioni di Mosjoukine».

Tra il ’25 e il ’26, dopo una gestazione durata quindici anni, esce a puntate sulla Fiera letteraria l’ultimo romanzo, Uno, nessuno e centomila, che ha un lungo sottotitolo: Considerazioni di Vitangelo Moscarda, generali sulla vita degli uomini e particolari sulla propria, in otto libri; l’idea del romanzo nasce  dalla novella Stefano Giogli uno e due del 1909. Già in una lettera del 26 giugno 1910, indirizzata a Massimo Bontempelli: Se sapesse in quale tetraggine io mi sento avviluppato, senza più speranza di scampo!!! Lo vedrà dal mio prossimo romanzo - Moscarda-uno-nessuno-e centomila che sarà forse l’ultimo aceto della mia botte, la quale  - dicono - continua a saper di secco. e dieci anni dopo, in una intervista concessa all’«Idea Nazionale» del 10 febbraio 1920 fa capire l’importanza che attribuisce al romanzo:

«C’è un punto nel mio teatro che è rimasto ancora in gran parte oscuro per il pubblico: un punto che è fondamentale. Varrà, forse, a spiegarlo, un romanzo che spero di poter presto ultimare, Uno, nessuno e centomila, romanzo già annunziato e che ho dovuto interrompere, perché nella mia opera di narratore si è aperta questa parentesi del teatro, che mi auguravo si dovesse chiudere presto, e che invece, come purtroppo accade, è rimasta e rimane tuttora aperta per i molti impegni derivatimi dai primi lavori. In Uno, nessuno e centomila è studiato il dualismo dell’essere e del parere, la scomposizione della realtà e della personalità, il bisogno che l’essere ha dell’accadere infinito che si finisce nelle forme temporanee: il giuoco delle apparenze a cui noi diamo valore di realtà.

La scomposizione della realtà e della intimità stessa del personaggio, nei suoi pensieri, nei suoi valori, nelle sue aspettative, nelle verità che riteneva raggiunte, porta l’individuo a una condizione di profonda solitudine nel momento in cui capisce che il suo essere non non corrisponde a nessuno di quelli che gli altri, ciascuno per proprio conto si immaginano e che quindi l’immagine che ciascuno si fa di se stesso non corrisponde all’immagine che gli altri si fanno di lui. Da questo momento in poi proprio la solitudine sarà la compagna più fedele di Pirandello, superata soltanto quando si trova vicino a Marta.

Uno nessuno e centomila - Il romanzo è diviso in otto libri, al modo degli antichi.

Vitangelo Moscarda si trova davanti allo specchio guardandosi il naso che toccato in un certo punto gli fa male; la moglie lo osserva e gli chiede cosa sta facendo e alla risposta del marito (provo un certo dolorino) esclama con ingenuità: “Credevo ti guardassi da che parte ti pende”.  Da questa stupefacente risposta Vitangelo si rende conto confusamente che sua moglie non lo vedeva allo stesso modo di come si vedeva lui, e comincia allora a cercare di rendersi conto di come veramente gli altri lo vedono a cominciare dalla moglie e dai suoi due soci in affari, Sebastiano Firbo e Stefano Quantorzo, per finire con le persone che più gli stanno vicino. Dalla prima conoscenza con il se stesso diverso da quello che vedono gli altri, Moscarda trae la prima grande conclusione: di non essere per gli altri quello che fino ad allora aveva ritenuto di essere per sè.

La disintegrazione dell’individuo in tante forme di esistere quante sono quelle che ci danno le persone colle quali veniamo a contatto generano il problema della incomunicabilità e quindi di una condizione esistenziale dominata dalla solitudine. Moscarda cerca di ribaltare questa situazione generale, proponendosi come unico autore e generatore della propria forma di essere, distruggendo subito negli altri le forme che questi si creano. Il suo modo di agire non può che essere considerato folle dagli altri perché non allineato a nessuna delle forme che essi si sono create.

Alla fine a Moscarda non resta che ritirarsi in un ospizio dopo essersi privato di tutto, per “rinascere attimo per attimo”, come una sorta di rivincita dell’individuo sull’Enrico IV che resterà fisso nella sua follia perché l’unica forma che gli altri gli hanno dato e che lo ha immobilizzato una volta per tutte impedendogli di vivere.

 Il 20 novembre 1926 viene rappresentata in prima mondiale allo Schauspielhaus di Zurigo tradotta in tedesco da Hans Feist, Diana e la Tuda, la prima di una serie drammi che l’autore compone ispirati alla sua musa vivente, Marta Abba; l’opera ha una gestazione abbastanza lunga: cominciata durante la tournée a Lipsia nell’estate del 1925, rappresenta il contrasto tra movimento e immobilità, tra mutevolezza e forma. Diana e la Tuda è centrata sul contrasto tra la vita in continua evoluzione e la forma dell’arte che la blocca - immortalandola nell’espressione di un attimo fissa per sempre, mentre  il vecchio Nono Giuncano, che da anni ha distrutto tutte le sue opere, ammira nella giovane donna la forza vitale, sacrificata alla forma immota e fredda dell’arte. L’opera verrà rappresentata in Italia per la prima volta il 14 gennaio 1927 al Teatro Eden di Milano dalla Compagnia di Pirandello con Marta Abba.

Atto primo

studio

dello scultore

Sirio Dossi

La scena si svolge nello studio di Sirio Dossi, un giovane scultore, abbastanza ricco, tanto da poter vivere di rendita, che sta lavorando a una statua di Diana in cui vuole esaltare l’immagine della bellezza; posa per lui la modella Tuda che ad un certo punto, stanca, chiede un poco di riposo. Alla scena assiste Nono Giuncano, un vecchio artista che di Sirio è il maestro ed anche, secondo la voce comune, padre. Il dialogo è rapido: Tuda è una modella piena di vitalità e posa anche per altri artisti, ma Sirio è geloso, e lo manifesta soprattutto quando viene a sapere che un mediocre artista, Caravani, istigato da lei, s’è messo in testa di fare anche lui una statua di Diana. Il contrasto tra il vecchio e il giovane s’accende: per il primo “se vivere vuol dire morire ogni momento, mutare ogni momento” mentre la statua non muore e non si muta più, per il secondo la statua è vive nella sua immutabile bellezza da ammirare. Sopraggiungono intanto prima Sara, l’amante di Sirio, e poi Caravani, che vanno via insieme impedendo così che Tuda vada via con Caravani; Sirio le chiede allora di sposarla, solo per finire la statua e per evitare che Tuda faccia da modella anche ad altri artisti. è un matrimonio in bianco.

Atto secondo

stessa scena

del primo atto.

Tuda

in abito da sera

Tuda sta provando degli abiti con cappelli e pellicce con una sarta e una modista: gli stessi abiti provati sono disposti in modo da ricoprire le statue presenti nello studio; la scelta è difficile; tutte quelle spese sono una vera pazzia, fatte per punire Sirio per il suo atteggiamento. Arriva Sara, che apre la porta con la sua chiave (è ancora l’amante di Sirio Dossi) e resta sorpresa e un po’ sdegnata davanti a quel buffo spettacolo. È subito sfida fra le due donne, l’una armata del suo diritto d’amante, l’altra del suo diritto di moglie, anche se in bianco; e Tuda vorrebbe vendicarsi dei due amanti e di quello che le fanno soffrire. Arriva anche Giuncano, al quale Tuda si offre, pensando a consumare la sua vendetta contro Sirio, come modella non come moglie chiedendogli di prenderla con sé; ma Giuncano è cosciente della vitalità di Tuda e della sua vecchiaia, della sua esistenza senza vita: “La vita non mi deve riprendere”, esclama, e rivede in sé suo padre, un’immagine che lo perseguita: “Se sapessi che specie di ribrezzo provo, ora che vedo in me mio padre: sì, non so, come se avessero amato lui, non me: lui così - anche allora - quand’ero giovane. - Eh, le sapeva amare, lui, le donne; ne morì disperata mia madre! - Si vede che - questo corpo - quest’aspetto - le donne... Non te lo so dire! So, so ora, che non ero io - e che anche tutte quelle che amai dovettero a un certo punto accorgersene e si allontanarono da me, tutte, perché sotto questo corpo scoprirono me, diverso. - È più, più che ribrezzo; è odio, proprio odio. - Mi sembrerebbe di contaminare in te, così bella, la vita, con mani non mie.” L’atto si chiude con la Tuda che va via col misero pittore Caravani.

Atto terzo

Stessa scena degli altri due atti

Sara e Giuncano sulla scena. Tuda è scomparsa e Sirio la cerca disperatamente; si rivolge persino a Giuncano, suo presunto padre

Questa, che nel frattempo si è innamorata del marito, intende come lo scultore voglia esprimere nella statua anche un’inquietudine e un tormento della femminilità insoddisfatta e umiliata. Si dispone così a vendicarsi, e lo fa nel modo che può maggiormente offendere il marito: posando nuda - cioè - per quel mediocre pittore. Sirio lo sfida a duello e lo ferisce, dopo aver distrutto il suo quadro. Tuda, infine, in una drammatica scena, si getta verso la statua. Sirio crede voglia distruggerla e la minaccia di morte. Allora Giuncano, per impedire che Sirio risolva la Vita nella Forma, si slancia su di lui e lo strangola.

 

Intanto porta a compimento L’amica delle mogli, tratta dalla omonima novella del 1894, dedicata a Marta Abba che la rappresenterà per la prima volta il 28 aprile 1927 con la compagnia di Pirandello al Teatro Argentina di Roma davanti ad un pubblico entusiasta che per quattordici volte chiamerà gli attori alla ribalta per prolungati applausi. L’opera ottiene un grande successo presso la critica che rivolge alla Abba grandi elogi per la sua interpretazione.

L’amica delle mogli - Il personaggio centrale è Marta (questa volta Pirandello non ha voluto nemmeno cambiare il nome), una discreta e riservata creatura, che vede i suoi segreti spasimanti sposarsi uno dopo l’altro con un’altra donna (Francesco Venzi con Anna, Carlo Berri con Rosa, Paolo Mordini con Clelia, Fausto Viani con Elena, gli ultimi sposati, per i quali ha perfino provveduto ad arredare la casa) di cui diventa immancabilmente amica e discreta consigliera, fino a indurle a pensare come lei, ad agire come lei. Il dramma esplode al ritorno di Fausti Viani ed Elena dal viaggio di nozze: Elena è ammalata gravemente. Nel secondo atto le condizioni di Elena si aggravano, pur assistita amorevolmente dal marito e da Marta. Francesco Venzi, l’unico che ha chiara l’ambiguità di Marta, comincia a provare per l’amico Fausto una sorda gelosia, pensando che questi, con la morte di Elena, proporrà a Marta di sposarlo. Prima, nella sua lucida follia, rivela il suo pensiero a Marta, rinfacciandole la sua bontà, affermando che questa è semplicemente calcolo, poi alla stessa Elena, in un serrato e drammatico colloquio, rivela la tormentosa certezza che Fausto alla sua morte sposerà Marta. Elena ne rimane colpita e, pur non volendo credere alle parole di Venzi, ne sente tutta l’angosciosa possibilità. Nel terzo atto l’ammalata, nonostante le cure assidue ed amorose di Marta, muore mentre Fausto Viani nella camera attigua sta riposando vinto dalla stanchezza di giorni e notti insonni; In questo momento supremo Venzi, non potendo sopportare l’idea che lo tormenta, uccide Fausto simulandone il suicidio. A Marta non resta che chiudersi in una sterile solitudine, pregando tutti di essere lasciata sola senza sciogliere il nodo della sua ambiguità di fondo, che oscilla tra la sua disponibilità altruistica e l’imposizione alle amiche del suo modo di pensare e di agire.

La Compagnia del Teatro d’Arte, che nel frattempo aveva cambiato nome diventando “Compagnia del Teatro Argentina”, con attori protagonisti Lamberto Picasso e ovviamente Marta Abba, alla fine di maggio del 1927 parte da Genova, imbarcata sulla motonave «Re Vittorio», per una lunga tournée nell’America del Sud, toccando prima l’Argentina (debutta il 15 giugno al Teatro Nacional di Buenos Aires dove resterà per un mese), poi l’Uruguay e il Brasile fino al 15 settembre. Tornati in Italia, da Novembre riprendono le rappresentazioni in alcune città italiane.

L’anno dopo, il 24 marzo, mette in scena al teatro Argentina di Roma, sempre con la sua compagnia, il «mito» in tre atti La nuova colonia, che appariva come dramma scritto da Silvia Roncella nel romanzo Suo marito, pubblicato da Pirandello nel 1911.

La nuova colonia - In una città marinara del Mezzogiorno un gruppo di diseredati, relitti della società, trascorre le sue giornate tra la taverna di Padron Nuccio d’Alagna e le strade dove le occupazioni più ovvie sono il ladrocinio, la prostituzione e il contrabbando: gente che aveva avuto più volte a che fare con la giustizia e qualcuno era stato perfino internato nel penitenziario situato su un’isola vulcanica che negli ultimi tempi era stata però evacuata a causa di un forte terremoto e del timore che un maremoto potesse sommergerla.

Dopo l’ennesima disavventura, il gruppo, guidato da Currao, affiancato da La Spera, una prostituta dalla quale aveva avuto un figlio, decide di lasciare la città per fondare, su quell’isola, una comunità più libera e più giusta senza costrizioni né privilegi. Ciascuno si sottomette volontariamente alle nuove norme: non comanda nessuno e ciascuno obbedisce a se stesso. Ma ben presto cominciano i guai: Currao convive con La Spera, l’unica donna presente sull’isola e naturalmente acquisisce una specie di potere su tutti. Qualcuno, come Crocco, comincia a sentirsi dominato e schiacciato dalla nuova situazione, un servo al servizio della coppia. Crocco tenta addirittura di possedere La Spera, che, difesa dal giovane Dorò, gli fa capire di aver smesso con la vita di prima e che non è più la donna di tutti come era prima, quando nessuno la voleva neanche per quattro soldi, ma una donna al servizio di tutti, e la garanzia di questa sua nuova disponibilità è proprio il figlio che allatta, perché questo fa di lei il simbolo vivente di ogni madre che vive disinteressatamente per i propri figli. Crocco allora scappa rubando la tartana colla quale il gruppo aveva raggiunto l’isola: la sua fuga porta tutti a prendere coscienza che da questo momento in poi ognuno può e deve contare solo sulle proprie braccia, prendendo coscienza che il lavoro quotidiano può essere l’elemento che la forza di portare l’individuo alla salvezza dalla miseria e dall’abbrutimento.

Le cose si complicano quando Crocco, vera anima nera della situazione, ritorna, con danari e donne, sull’isola dopo aver convinto Padron Nocio, ricco da non aver bisogno di nulla e di nessuno, ad andare sull’isola, dove si trova anche il figlio Dorò, per arricchirsi ancora di più. Currao e La Spera, trattati come un re e una regina, perdono tutta la loro forza; La Spera in particolare ricomincia ad essere trattata come prima, come una prostituta che tutti possono avere e che nessuno vuole, perché adesso sull’isola di donne ce ne sono tante, giovani e belle, quasi una per ciascuno, non come all’inizio quando c’era soltanto lei.

Con Padron Nocio sono arrivati anche i festeggiamenti, le luminarie, le danze e viene organizzata perfino una festa con la celebrazione di matrimoni che nelle prime intenzioni avrebbero dovuto essere finti. Crocco organizza un complotto, che avrebbe portato all’uccisione di Padron Nocio e di suo figlio Dorò addossando tutta la colpa su Currao, che in questo modo sarebbe stato reso inoffensivo in modo definitivo. Per realizzare il suo piano coinvolge La Spera, che avrebbe dovuto denunciare il complotto, convincendola che il suo uomo, Currao, si sarebbe sposato con la giovane e bella Mita sorella di Dorò e figlia di padron Nocio. Ma il piano non si svolge come vorrebbe Crocco, le cui reali intenzioni vengono scoperte da Currao. Quando sta per scatenarsi la violenza, ecco che arriva il tanto temuto maremoto, dal quale si salvano soltanto La Spera e il figlioletto che si trovavano sulla punta più alta dello sperone roccioso: la madre Terra ha salvato La Spera, simbolo vivente della maternità.

Nel gennaio 1928 finisce di comporre il dramma “onirico” Sogno (ma forse no), cominciato nel dicembre dell’anno precedente e pubblicato sulla rivista «La lettura», il supplemento mensile del «Corriere della Sera» nell’ottobre dello stesso anno. La sua prima rappresentazione avverrà a Lisbona in traduzione portoghese Sonho (ma talvez nâo) il 22 settembre 1931 e in Italia dopo la morte dello scrittore il 10 dicembre 1937 al Giardino d’Italia di Genova allestita dalla Filodrammatica fascista del Gruppo Universitario locale.

Tra i mesi di febbraio e aprile del 1928 (secondo Alessandro D’Amico) scrive il secondo “mito”, sulla sacralità dell’esistenza, Lazzaro.

In quello stesso 1928 il figlio Stefano si sposa con Pompilia D’Aprile, una modella di Anticoli Corrado, dove, come abbiamo visto, aveva trascorso molte villeggiature estive, e nell’anno seguente nascerà il loro primo figlio Pier Luigi.

Nell’agosto dello stesso anno la compagnia del Teatro d’Arte di Pirandello, oberata dalle pesanti e irrisolte difficoltà economiche, si scioglie. È un momento di grande amarezza, nel quale si rende conto di essere abbastanza isolato nel panorama del teatro italiano, gestito da poche persone prive di scrupoli.

VI-b. Berlino: espatrio parte prima

Chiusa l’esperienza della Compagnia d’Arte, Pirandello ha un momento di smarrimento e di ripensamento su quanto è successo intorno a lui negli ultimi due anni nel mese di vacanza che trascorre insieme a Marta Abba dal 16 agosto al 20 settembre. Con fatica e sofferenza matura la risoluzione di abbandonare l’Italia, definita ormai un «letamaio», per cercare all’estero, magari per sempre, sia nel teatro che nel cinema, di cui tanto si sente favoleggiare, quella fortuna e quei successi economici che avrebbero permesso a lui e alla “sua” Marta di tornare in Italia da incontrastati vincitori e dominatori, in grado di poter ridare vita in patria a quel teatro artistico che si sarebbe dovuto reggere senza sovvenzioni e aiuti di nessun genere, indipendente dallo Stato e dalla “masnada”.  Già da qualche mese il pensiero gli frulla per la testa, come scrive, per esempio, da Nettuno a Marta Abba l’8 luglio: Bisogna, bisogna andar via per qualche tempo dall’Italia, e non ritornarci se non in condizioni di non aver più bisogno di nessuno, cioè da padroni. Qui è un dilaniarsi continuo, in pubblico e in privato, perché nessuno arrivi a conseguire qualche cosa a cui tutti spudoratamente aspirano. La politica entra da per tutto. La diffamazione, la calunnia, l’intrigo sono le armi di cui tutti si servono. La vita in Italia s’è fatta irrespirabile. Fuori! fuori! lontano! lontano! 

Queste sono le principali motivazioni della decisione:

§        il fallimento economico della Compagnia d’Arte, praticamente priva di quelle sovvenzioni governative sulle quali aveva molto contato;

§         la perdita di ogni speranza di poterla trasformare in un Teatro Drammatico di Stato, in quanto vengono a mancare da parte di Mussolini quegli auspicati interventi autoritari ed effettivi che avrebbero potuto risolvere dall’alto la creazione o formazione di un teatro artistico nazionale secondo un piano che lui stesso aveva presentato alla Società degli Autori e che alcuni anni dopo presenterà e illustrerà di persona allo stesso Mussolini;

§       la delusione determinata dalla spartizione dei poteri che dominavano in Italia la gestione dei teatri unitamente al problema della distribuzione alle varie Compagnie delle opere italiane e straniere da rappresentare; in questo quadro si inserisce l’inefficienza del regime fascista nel risolvere la situazione ma anche la precisa strategia tesa a non permettere a nessuno di raggiungere una posizione di preminenza determinando una situazione di piattezza nella quale il potere doveva restare unico ed indivisibile;

§         la coscienza che lo Stato e il Regime nulla facevano per contrastare i monopolizzatori (la “masnada” dei trusts commerciali, la definisce) senza scrupoli, contro i quali, ma invano, Pirandello aveva cercato di combattere anche per favorire l’ascesa della “sua” attrice.

Per capire meglio proprio quest’ultimo punto leggiamo la lettera che invia a Marta Abba il 22 settembre nella quale fa il punto della situazione e conferma una decisione che sembra già essere stata presa:

Mia cara Marta,

jersera è stato a cena da me Interlandi, che s’è trattenuto fin dopo mezzanotte. Mi ha parlato della confusione che è in tutti gli animi per l’incertezza della situazione d’ognuno. Ormai s’è capita la tattica. Appena qualcuno accenna a conquistarsi una posizione preminente in qualsiasi campo, per quanto sappia guardarsi e difendersi, andar cauto, con l’occhio a tutto, pronto a parare insidie e a sventar trame, si fa in modo che cominci lui stesso a sentirsi esposto e isolato e a provar disagio per ogni gesto che faccia, per ogni passo che muova, e si obbliga così a rientrare, disajutato, tra le file; per qualche altro cominciano subito le mormorazioni, le accuse vaghe o anche le polemiche aperte, suscitate a tempo, troncate a tempo e poi riprese; e per un terzo che già si vanti d’esser sicuro del suo ascendente e d’un potere ammesso e riconosciuto, ecco subito una smentita in pieno, uno scacco reciso che lo mette a terra nel più goffo atteggiamento; e così via. Ciò che si vuole è che nessuno predomini, nessuno alzi la testa. Attorno a Lui, un livello di teste che gli arrivino appena appena al ginocchio e non un dito più su. Tutto, così, resta in basso, per forza, e confuso; e non c’è altro veramente che bassezza e confusione.

Abbiamo parlato del Bisi preposto all’Ente nazionale per la Cinematografia. Pareva ottimamente disposto verso di me. Son venuto a sapere che Bisi, appena nominato, non è più sicuro del suo posto. Sembra di fatti che sarà mandato via e non si sa ancora chi sarà messo in vece sua. È un continuo fare e disfare, mettere e levare. E cresce in tutti un senso di precarietà che avvilisce e angoscia.

Dopo aver conversato tre ore, io mi son sentito cadere più che mai le braccia e venir meno il respiro.

Sì, sì cara Marta, bisogna andar fuori, fuori, a respirare, a lavorare, a riacquistare il senso della propria personalità. Non mi par l’ora! [ ... ]

Pirandello si reca dunque in «volontario espatrio», partendo probabilmente il 9 ottobre da Milano, a Berlino insieme con Marta accompagnata dalla sorella Cele; da metà dicembre vanno ad abitare, sempre in camere contigue, al numero 9 di Hitzingstrasse fino a metà febbraio 1929, quando si trasferiscono all’Hôtel Herkuleshaus in Friedrich-Wilhelmstrasse che diventerà la residenza abituale di Pirandello a Berlino.

A Berlino intreccia subito febbrili trattative con agenti tedeschi e americani per entrare nel mondo del cinema, ma le parole sono molte e i fatti nessuno, mentre i mesi passano senza che si approdi a qualche vero contratto. Frequenta molto i teatri, conosce gente nuova, arricchisce le sue conoscenze di nuovi elementi, è interessato fortemente agli spettacoli dei registi espressionisti come Max Reinhardt, Erwin Piscator e Jessner. E per la novità e l’originalità delle soluzioni tecniche adottate lo affascina soprattutto Reinhardt, regista che tra l’altro aveva messo in scena, i Sei personaggi nel ’24. Di questi registi non condivide, però, l’autonomia spregiudicata dal testo scritto e dalle indicazioni dell’autore, arrivando a creare una messa in scena che tendeva a ri-creare il testo al di là di una pur legittima interpretazione registica.

Il 13 marzo 1929, dopo cinque mesi  di quasi convivenza, Marta abbandona Pirandello a Berlino e fa ritorno in Italia, dove cerca subito di reinserirsi nel mondo teatrale: ma le difficoltà sono tante, anche perché i sei mesi trascorsi lontano l’hanno fatta praticamente uscire dal giro, anche lei oggetto del boicottaggio che da molte parti viene effettuato nei confronti di Pirandello.

Il 22 marzo, Pirandello riceve da Mussolini il telegramma col quale gli annunzia la nomina ad Accademico d’Italia: “Sono lieto di parteciparle che Sua Maestà il Re su mia proposta ha nominato la S.V. Accademico d’Italia per la classe delle lettere” (Lettera a Marta Abba del 22/3/1929). Pirandello risponde: “Sopratutto orgoglioso Suo alto riconoscimento ringrazio Eccellenza Vostra grande onore e torno a esprimerLe mia intera profonda devozione.”

 

Il 9 luglio 1929 viene rappresentato in prima assoluta il dramma Lazzaro al Royal Theater di Huddersfield nella traduzione inglese di C.K. Scott Moncrieff e nello stesso anno in prima italiana a Torino, al Teatro di Torino, dalla Compagnia Compagnia Marta Abba il 7 dicembre, destando molte perplessità nella critica contemporanea. Nell’agosto del ’28 Pirandello lo legge agli amici a Viareggio, dove Pirandello si trova per le ultime recite della sua Compagnia, e tutti, compresa Marta, ne sono commossi; è un dramma scritto tenendo presente Marta (ho dato a ’’Sara’’ la parte più importante di tutto il lavoro, l’ho posta in tutti e tre gli atti e al centro dell’azione, sulla scena più grande e più bella col figlio, in preminenza sul figlio stesso) facendo in modo che sia una voce coraggiosa su la vita e la morte, sul Dio dei vivi e il Dio dei morti (proprio il Fascismo e il Vaticano) intesi soprattutto come unità politiche e umane radicate nella vita quotidiana.

Lazzaro, comunque, non avrà il successo sperato né al Teatro Torino di Torino dove viene rappresentata il 7 dicembre 1929 dalla Compagnia di Marta Abba con Marta nella parte di Sara, né al Teatro Olimpia di Milano con la Melato nella parte di Sara, nonostante l’accorrere di Pirandello a collaborare alla nuova messa in scena: l’insuccesso non è clamoroso ma è sicuramente penoso e la critica sottolinea con forza gli aspetti più negativi dell’opera rimanendo perplessa per il modo con cui l’ateo Pirandello tratta l’argomento.

Lazzaro - I personaggi principali sono Diego Spina e sua moglie Sara fra i quali si scatena un contrasto insanabile perché radicati a due diversi modelli di vita: è una sorta di lotta di supremazia dell’uno sull’altro che avrà come conseguenza immediata ed importante quella dell’educazione dei figli: è lo stesso Diego a riconoscerlo: Non potemmo mai metterci d’accordo sul modo d’allevare prima, e poi d’educare i figliuoli.

Sara abbandona Diego Spina, che con la sua fede religiosa vive, coinvolgendo anche i due figli, Lucio che va in seminario e Lia rinchiusa in un collegio di suore già da bambina ed ora a quindici anni perennemente su una sedia a rotelle, un’esistenza priva di vitalità, dalla quale ogni gioia sembra bandita, e si unisce ad Arcadipane, il fattore del podere del marito, andando a vivere con lui, fa due figli pieni di salute e fa rifiorire un terreno che fino a quel momento aveva dato poco o nulla: la campagna ora è ricca di frutta come la vita è ricca di soddisfazioni, derivate da un lavoro duro e quotidiano e dalla capacità di sfruttare in positivo gli elementi della natura, soprattutto dell’acqua vivificatrice, la vera ricchezza: si è ricreato, insomma, il paradiso terrestre, nel quale Sara e Arcadipane, nomi assai significativi, sono i nuovi Adamo ed Eva, mentre Diego con la sua fede tutta apparenze, sembra vivere fuori dal paradiso.

Diego a questo punto decide di cacciare dal suo terreno Sara ed Arcadipane per farne un ricovero per tutti i poveri della città e portarvi Lia in modo che questa possa riprendersi vivendo all’aria pura e sana della campagna. È in questo frangente che compare Sara per annunciargli che Lucio ha abbandonato il seminario per raggiungere la madre, per rinascere un’altra volta. È il dramma Diego si precipita fuori per andare dal figlio, ma viene investito da un’automobile che lo uccide.

Atto secondo - Arcadipane e Sara stanno terminando di caricare le loro masserizie sul carretto per andar via dal podere, dopo lo sfratto ricevuto da Diego, quando arriva il dottor Gionni (che all’inizio della rappresentazione si vede con una coniglietta bianca in mano anch’essa riportata in vita) che con un’iniezione lo ha riportato in vita dopo che era stato perfino stilato l’atto di morte, per parlare con Lucio e pregarlo di non rivelare, almeno per il momento, a suo padre della sua morte e del suo ritorno in vita. Lucio capisce la situazione, ma si pone su un piano diverso riacquistando la fede che sembrava perduta, un credere in questo eterno presente della vita, ch’è Dio, e basta. E al figlio ritornato dal seminario e ritrovato nella fede Sara si confessa e racconta la tragedia del suo matrimonio finito in frantumi e della sua feroce volontà di divenire così, come forse nessuno più intende che voglia dire: naturale, liberandosi di tutto il male che sentiva addosso determinato dal comportamento del marito e dalle norme sociali che le davano irrimediabilmente torto. Alla fine della confessione Sara presenta a Lucio Arcadipane e i due figli avuti da lui, Tonotto e Michele, e ridiventa per Lucio di nuovo la mamma che guida, il conforto che solo lei può dare, la forza, per intraprendere liberamente a vivere la sua vita e a percorrere la sua strada, che solo da lei può venire. Intanto sopraggiunge Lia e subito dopo il dottor Gionni che rivela con un cenno del capo che Diego ha saputo, e sa tutto e sa che dopo la morte non c’è nulla e non si riceve nessun compenso per le rinunce fatte durante l’esistenza: tutta la sua fede religiosa è crollata.

Atto terzo - Tornato al podere Diego si chiude in una stanza oppresso dalla cupa disperazione determinata dalla fede perduta, mentre Lucio raggiante vuole rindossare i suoi panni di seminarista per la fede ritrovata, perché in Dio non si muore. A questo punto si ode un colpo di fucile, che fa pensare a tutti al suicidio di Diego, ma compare Arcadipane ferito di striscio alla testa: è stato Diego che non può accettare più l’affronto subito tanti anni prima, quello che ormai ritiene un tradimento della moglie, che prima era stata perdonata dall’alto di una fede fatta più di apparenza che di sostanza. Ora Diego, che sente di essere ripiombato sulla terra, caduto da tutta quella menzogna lassù, non può più accettare Sara che è rimasta con lui e si lancia su Sara mentre dall’altra parte si lancia su di lui Arcadipane, trattenuto da Lucio, Deodata e Sara che affronta Diego da sola (Basto io!). Diego cede, ormai oppresso dalla certezza che di là non c’è nulla, che questa vita è tutta carcere, carcere senza scampo, mentre di là, tanto, non si paga nulla, se tutto si paga qui. Ma ora che Lucio ha ritrovato la vera fede anche la sua vita può cambiare: tu avevi chiuso gli occhi alla vita, credendo di dover vedere l’altra di là. Questo è stato il tuo castigo. Dio t’ha accecato per quella, e ti fa ora riaprire gli occhi per questa che è Sua, perché tu la viva - e la lasci vivere agli altri - lavorando e soffrendo e godendo come tutti. Ed ora Lucio può dire al padre, come Gesù disse a Lazzaro: Alzati e cammina, cammina nella vita, dicendogli di lasciare agli altri di vivere la loro, a Sara di vivere con Arcadipane, a Lia di vivere con sua madre: è questo il vero miracolo, insieme a quello di Lia che accorre alla madre che la chiama, spinta da Lucio ormai avvolto come in una luce divina, alzandosi dalla sedia a rotelle.

A metà ottobre deve lasciare Berlino (da dove parte il 17 fermandosi a Milano per vedere Marta Abba), e rientrare in Italia per partecipare all’inaugurazione dell’Accademia d’Italia, che, sotto l’insegna del littorio (verrà denominata anche Accademia del Littorio), ebbe come prima sede il palazzo cinquecentesco della Farnesina affrescato da Raffaello, e sostituiva l’antica e celebre Accademia dei Lincei. L’inaugurazione avvenne in Campidoglio il 28 ottobre in un’assemblea generale alla quale partecipò anche lo stesso Mussolini. Pirandello, comunque, aveva deciso il suo momentaneo rientro anche per esplorare le possibilità di affari nel mondo del cinema e per aiutare con la sua nuova influenza di Accademico d’Italia l’impresa della nuova Compagnia che Marta stava allestendo.

In una lettera alla stessa Marta Abba di quel medesimo giorno così descrive la prima assemblea dell’Accademia: Questa mattina c’è stata l’inaugurazione dell’Accademia. Puoi immaginarti che comparseria! Io parevo un ammiraglio: ero - a giudizio generale - il più elegante di tutti - nato con la divisa. Entrando e vedendomi, Mussolini mi sorrise e mi salutò con la mano: fece questo atto confidenziale a me solo; poi salì sulla predella, e cominciarono i discorsi: tre col suo: e le più belle parole le disse lui. Alle dodici, tutto finito. Un po’ di vanità non guasta mai. Ricordiamo che Pirandello vestiva l’uniforme gallonata con gli alamari sul petto, la feluca e la spada (conservate nella sua casa-museo di Roma) che ogni Accademico riceveva insieme a un decoroso stipendio mensile di 3.000 lire. E quelle 36.000 lire annue al neo-Accademico Pirandello dovevano in quel momento veramente far comodo, viste le difficili condizioni economiche in cui versava da qualche anno.

Finita la “comparseria” riparte per Berlino, dove arriva il 6 novembre passando per Milano (incontrando Marta) e per Vienna (per assistere all’inaugurazione di una mostra del figlio Fausto). Verso la meta del mese si rimette in viaggio alla volta dell’Italia per andare a Roma per risolvere tutti i problemi legati alla vendita del villino di via Onofrio Panvinio, alla Provincia di Roma, per la somma ragguardevole di 900.000 lire, proprio quel villino che, come abbiamo visto, era costato tante incomprensioni e tante liti da rompere l’unità familiare. La vendita risolve i problemi economici, nel senso che avrebbe potuto pagare finalmente tutti i debiti (scrive a Marta Abba l’11-10-29: “Il villino è stato venduto per 900 mila lire; ma a noi ne verranno 865, nette, che (detratte le 230 del mutuo sul Monte dei Paschi) si ridurranno a 625. Dando l’assegno promesso ai figli, e pagando tutti i debiti, a me non verrà niente; ma avrò la liberazione da tutto il mio passato: non dovrò più nulla a nessuno, grazie a Dio! Ed essendo già arrivato a questo, lo considero come la mia più grande fortuna, da che son nato!”; la sola dote alla figlia Lietta ammontava a 200.000 lire).

Da Roma si sposta a Torino per aiutare aiutare Marta nella preparazione della messa in scena di Lazzaro e subito dopo per Milano, anche perché Marta non lo vuol vedere gironzolare sempre intorno a lei: sta maturando il secondo e più doloroso distacco, dopo quello del 13 marzo a Berlino. Cosa si dicono i due protagonisti e quali sono le basi su cui Marta, che comunque non ama Pirandello, vorrebbe che si incanalasse il loro rapporto, resta soltanto nel campo ipotesi; certamente, vista dall’esterno, la loro relazione appariva assai più intima di quanto in realtà non fosse, e si prestava facilmente a commenti e pettegolezzi spesso di cattivo gusto sia negli ambienti teatrali sia sulla stampa, specialmente umoristica (Ortolani).

Questo secondo distacco dalla “sua” Marta si rivela molto doloroso; Pirandello entra in una crisi depressiva profonda, che raggiunge toni altissimi ed allarmanti: così il 12 dicembre 1929 da Milano a Marta Abba, che recita a Torino, scrive del suo teatro, quel teatro col quale per tre anni aveva cercato di unirla a sè e che aveva creato in lui tante illusioni spezzate in quel fatidico 13 marzo con la partenza di lei da Berlino; Pirandello parla del teatro, ma in effetti è la sua anima al centro dei pensieri: Con Te, Marta, mi pareva ancora mio, più che mio: tuo e mio; ora non mi pare più di nessuno..., come se non avesse più senso... Tu eri Fulvia, per me, Tu eri Ersilia, Tu la signora Frola, Tu la Figliastra, Tu Silia Gala, Tu Evelina Morli ... - sono morte, tutte; e io morto, con loro. Mi sento, Marta, Ti giuro che mi sento veramente morto. A Torino nella Tua stanza, addossato al muro, l’ultima sera, nel licenziarmi da Te, ho avuta questa precisa sensazione della mia morte; e me ne corre ancora il brivido per la schiena.

Pirandello è disperato per il suo amore non corrisposto e in certi momenti gli balena nella mente perfino l’idea del suicidio; i suoi giorni trascorrono in uno stato di depressione e prostrazione psicologica sempre più grave gravi, dovute proprio al silenzio di Marta, che, presa anche com’è dalle pesanti cure per la sua Compagnia, gli scrive troppo poco e definisce le esternazioni amorose e le espressioni della dolorosa sofferenza del suo stato d’animo e del suo amore “totale”, rivolto unicamente a lei escludendo ogni e qualsiasi altro affetto, come “parole inutili”.  Ma il suo cuore ha bisogno proprio di quelle “parole inutili”, nelle quali si trova veramente tutta la sua vita, come le scrive l’8 maggio: E io avrei tanta sete di “parole inutili”! Ora che sono alla vigilia di una grande fortuna, ora che forse la porta della ricchezza mi è aperta, vedo tutta la mia miseria. Non ho nulla! Sono in una lontananza, in una solitudine, che fa spavento. E se grido quello che sento, tutto lo spavento di questa lontananza e di questa solitudine, son “parole inutili! “. I-nu-ti-li: devo morire in questa lontananza e in questa solitudine. La Gloria? la Ricchezza? Tu, primo che passi per la via, le vuoi? te le do, te le do per nulla, te le do in cambio della ventura che a te, pover’uomo, può toccare, ritornando a casa, di sentirti dire una “parola inutile”!

Il 18 febbraio la Compagnia Marta Abba rappresenta al Teatro dei Filodrammatici di Milano, riscuotendo un grande successo, Come tu mi vuoi, scritto nei mesi di settembre e ottobre dell’anno precedente.

Come tu mi vuoi - atto I - Siamo a Berlino, nel salotto della casa dello scrittore Carl Salter, che ha una figlia, Greta, soprannominata Mop, nome ambiguo che significa sia “scopa” sia “con le frange”, così come ambiguo è il personaggio, oscillante fra la mascolinità e la femminilità, un’ambiguità che nel corso del primo atto diventa più palpabile quando si scopre che padre e figlia sono gelosi l’uno dell’altra della convivente, L’Ignota, cioè Elma, nome arabo che significa acqua, che mette in evidenza tutta l’inconsistenza della vita, vedova da quattro anni, amata da Salter e insidiata da Greta. Sulla scena entrano prima Mop, poi Salter, che all’improvviso sentono delle voci, e incerti sul da farsi aprono la porta d’ingresso: irrompono quattro giovanotti sfaccendati che accompagnano L’Ignota, che Mop cerca subito di proteggere, insieme ad un certo Boffi che da un po’ di tempo la segue per strada chiamandola, o ri_chiamandodola di tanto in tanto, con tanti accenti diversi: “Signora Lucia”, come a risvegliare in lei sopiti ricordi del passato. Si riesce a cacciar via i quattro, che sembrano “marionette sbattute”, ma resta il Boffi, italiano, il quale rivela che L’Ignota si chiama in effetti Lucia Pieri, che lui conosce sin da bambina, e che il suo vero marito, Bruno Pieri, si trova in quel momento a Berlino, alloggiato in un alberghetto poco lontano: L’Ignota è stanca di quella vita fatta di niente e senza sbocchi: si potrebbe farla finita, con la rivoltella che ha il Salter e che questi mette in bella mostra sul tavolino. È la signora Lucia Pieri, impazzita quando le truppe nemiche penetrarono nella sua casa quasi alla fine della guerra e che vagando senza mesi fu raccolta da Carl Salter? L’atto vive tutto sullo svelamento del passato di Lucia Pieri, di quand’era bambina e delle vicende belliche di dieci anni prima, della sua vita di ballerinetta che si ubriaca tutte le sere in un locale notturno e si chiude col tentato suicidio di Carl Salter.

Atto II - Ambientato nella villa Pieri nelle vicinanze di Udine. L’Ignota viene presentata alla famiglia che quella sera si riunisce tutta: L’Ignota è proprio identica al ritratto di Lucia Pieri che grandeggia nel salone. Lo zio Salesio deve sottoscrivere un atto notarile per confermare la donazione delle terre che aveva già fatto a nome dell’Ignota (la nipote Lucia Pieri) al momento in cui questa si sposa e che negli ultimi tempi era stato messo in discussione a causa della sua presunta morte favorendo l’altra nipote, Ines; il fatto che il marito riottenga l’eredità col suo ritorno è sentito da Cia (Lucia-Elma-L’Ignota) come una cosa sudicia perché dettato da uno sporco gioco d’interesse, che però tanto sporco non poteva essere, visto che Bruno col suo lavoro e le sue capacità aveva reso quelle terre molto produttive e quindi una vera ricchezza. L’Ignota avrebbe accettato di essere Cia, e quindi di donarsi totalmente al “marito” Bruno che era felice di ritrovare la moglie: sarebbe venuta “come da una morte, solo per lui”, pur sapendo quello che avrebbero pensato di lei e della sua vita di ballerina e “di peggio” a Berlino. A complicare ancor di più la situazione giunge da Vienna una lettera,  che annuncia l’arrivo di Carl Salter, che afferma di aver trovato là, per mezzo di un suo amico dottore, la vera Cia, demente in un manicomio, e che adesso la sta portando con sé. Lo sforzo degli uomini che vogliono sollevarsi dalla realtà si scontra sempre e inesorabilmente coi fatti: “Con l’anima ti puoi levare un momento, uscir fuori, su da tutto quello che di più orribile t’aveva potuto far provare la sorte: sì, vola, ricrea in te una vita; quando te ne senti tutta piena - giù - devi scendere, devi scendere, a riurtare nei fatti che te la sconciano, te la pestano, te la insudiciano, te la schiacciano”.  Ma un “fatto” è stato anche il suo identificarsi con Cia, il suo farsi creare giorno dopo giorno dal marito, “fammi tu, fammi tu, come tu mi vuoi!” perché “Essere? essere è niente! essere è farsi! E io mi sono fatta quella!” Sente d’essere diventata lei la vera Cia, lei che aveva voluto riconquistarsi una vita pura con l’amore di lui.

Atto III - La famiglia è tutta riunita, dalla scena manca L’Ignota: tutti parlano di lei, del suo coraggioso ritorno dopo l’orrore del passato. Finalmente arrivano gli ospiti: la Demente, che sin dal primo momento prende a dire una sola parola, forse l’ultima che le si impresse nella mente prima di impazzire, Le-na, spezzata nelle sue due sillabe, cioè il nome della zia, accompagnata da un dottore, da un’infermiera e da Carl Salter. Composto il quadro della famiglia, compare anche L’Ignota, scesa in ritardo proprio per dare a Carl Salter il tempo di fare il suo colpo senza essere disturbato da lei. In tutti nasce il dubbio che la vera Cia possa essere la povera Demente, un dubbio che L’Ignota stessa alimenta con le sue parole: “Qualunque certezza può vacillare, appena il minimo dubbio sorge e non ci fa credere più come prima!”.  Sono i fatti che si affermano; anzi, si vendicano dei pensieri umani, travolgendo credenze e certezze. Così come la Demente chiama chissà da quale momento felice della sua vita cui è rimasta sospesa, mentre nessuno le può più dar nulla, nemmeno un poco di pietà. Alla fine L’Ignota chiede a Salter di portarla via, abbandonando la casa dove era naufragato il suo sogno di purezza, risolvendo molti dubbi sulla identità della Demente, che ha persino un neo sul fianco sinistro come la signora Lucia, non più rosso ma nero, anche leggermente spostato, ma sicuramente una ennesima prova della sua possibile identità.

Alla fine di febbraio del 1930, dunque, si rifugia di nuovo a Berlino. dove si trattiene fino a giugno, quando pone fine al suo “volontario espatrio” berlinese per stabilirsi a Parigi, nauseato dal comportamento di Berlino dove all’improvviso si sente come in Italia, tanto da mormorare sconsolato: Forse è giusto così: che me ne vada dalla vita, così, cacciato dall’odio dei vili trionfanti, dall’incomprensione degli stupidi che son la maggioranza.

Il 1930 è indubbiamente caratterizzato dalla messa in scena del terzo «dramma da fare» Questa sera si recita a soggetto, nato dalle considerazioni sul rapporto tra opera scritta e operazione teatrale, tra rispetto del testo e libertà di reinterpretazione sia sul piano della recitazione che su quello della messa in scena. L’opera viene rappresentata per la prima volta, e con grande successo, a Königsberg alla fine di febbraio; e il successo è tale che la recita tiene il palcoscenico per parecchie settimane. Ma quando viene rappresentata a Berlino il successivo 31 maggio al Lessing Theatre con la cattiva regia di Gustav Hartung, al terzo atto alcuni spettatori, sobillati dal nemico Feist e da un gruppo di accesi nazionalisti, insorgono trasformando il teatro in una vera e propria bolgia. Pirandello aveva riposto nel successo berlinese di questo lavoro tutte le sue speranze per una ripresa delle rappresentazioni delle sue opere in Germania: si aspettava denaro in abbondanza e una stima e un’accoglienza che lo avrebbero fatto sentire in una nuova patria. Aveva attentamente curato ogni dettaglio per un’affermazione clamorosa: le anteprime di Königsberg, un regista di fama, la scelta del teatro e degli attori, una certa aspettativa nella stampa (Ortolani, cit.). Il fiasco lo coglie quasi di sorpresa, anche se qualche avvisaglia l’aveva avuta da gente pratica del posto, e soprattutto dallo sceneggiatore della Tonfilm, Adolf Lantz, che aveva assunto come aiutante e segretario personale a Berlino: Ho presentito la tempesta. Ho pensato anche al Feist; ero stato messo sull’avviso che qualche cosa si preparava contro di me e contro il lavoro. Non ho voluto far nulla per impedirlo, per non scendere al livello di quella sporca gente, scriverà a Marta Abba:  ma erano accenni cui non si dava molta importanza perché mai nessuno avrebbe potuto immaginare la spudoratezza e l’odio con cui Hans Feist, traduttore delle opere di Pirandello in tedesco e ormai divenuto un acerrimo nemico, avrebbe agito, dicendo perfino alla stampa che la commedia era contro Reinhardt, grande attore e regista di teatro, al quale lo stesso Pirandello aveva dedicato l’opera come ultimo affronto. In Italia arrivano perfino notizie che in quell’infausta sera Pirandello era stato cacciato dal palcoscenico.

Il fallimento di Questa sera si recita a soggetto al Lessing Theater segna una svolta nella sua posizione riguardo all’esilio volontario in terra straniera, ritenendosi osteggiata dalla sua patria: credeva di aver trovato una seconda patria, ma si ritrova con un pugno di mosche in mano.

Così ne scrive nella sua lettera a Marta Abba il giorno dopo:

Marta mia,

dunque, come Ti telegrafai, serata tempestosa. M’è parso di ritornare alla “prima” dei “Sei personaggi” a Roma. Ma la tempesta di quella serata memorabile fu scatenata da nobili passioni, fu l’urto violento dei giovani contro i vecchi; iersera invece fu l’osceno livore d’una masnada d’invertiti che si scatenò aizzata dal Feist, dalla sua famigerata cugina, e da altri del gruppo Reinhardt e da altri avversarii dell’Hartung e del Saltenburg. Questa oscena gente, ostensibilmente, nel foyer del teatro, prima che cominciasse lo spettacolo, ha fatto la prova dei fischietti di cui s’era armata venendo a teatro. Parecchi son corsi in palcoscenico a darne l’annunzio e il panico s’è diffuso tra gli attori. Più di tutti se ne spaventò l’Andersen che faceva la parte di “Rico Verri”. Eroica fu invece la Lennartz che difese e sostenne fino all’ultimo il lavoro, trascinando tutta la sala ad una impetuosa e veemente reazione. Purtroppo il lavoro offriva il fianco ai nemici per la sua pessima iscenatura. Te n’ho parlato jeri. Tutto lo spirito dell’opera era smarrito nell’incomprensione assoluta dell’Hartung, tutto il brio perduto, ogni particolare slegato, guizzante di per sé scompostamente, come un pezzo di serpe staccato. Chi conosceva la commedia per averla letta non sapeva più riconoscerla alla rappresentazione. Ogni senso, ogni valore era scomparso. Tutto è sembrato arbitrario; nessuno, anche per il panico degli attori, capiva più perché tutte quelle scene si susseguivano senza nesso, pazzesche. Pareva un’orchestra in cui, cacciato via il direttore, ogni strumento si fosse messo a sonare per conto suo. E i fischietti del pubblico sonavano dal canto loro, guazzanti in una gioja che non Ti dico. Io, guardando dal palco, mi divertivo un mondo. Alla fine, la reazione della maggior parte del pubblico (più dei tre quarti del teatro) prese il sopravvento, e allora scoppiò un delirio d’applausi, un uragano d’ovazioni; ma solo per me, per me e per la Lennartz che, come Ti dicevo, fu eroica, perché fu l’unica a non smarrirsi, e di questo il pubblico volle rimeritarla. Le chiamate non potei contarle; non finivano più! I malintenzionati, fatto il guasto che volevano, se n’erano andati; e allora si vide com’erano pochi, perché il teatro rimase pieno ed erano tutti in piedi a gridare evviva e a rompersi le mani applaudendo.

Come puoi figurarti, non ho provato alcun compiacimento per tutta questa dimostrazione. Il lavoro, per me, era stato ucciso dall’Hartung. Mancandomi il palcoscenico, ero disarmato e sconfitto. Per me aveva vinto chi aveva fischiato; avrei fischiato anch’io, in luogo d’inchinarmi a quegli applausi e a quelle ovazioni, che volevano farmi piacere e m’urtavano.

Vedi, Marta mia, che avevo tutta la ragione di sentirmi agitato. Ho presentito la tempesta. Ho pensato anche al Feist; ero stato messo sull’avviso che qualche cosa si preparava contro di me e contro il lavoro. Non ho voluto far nulla per impedirlo, per non scendere al livello di quella sporca gente. Avrei voluto la sicurezza del palcoscenico; e questa mi mancava, per difendermi e andare contro il pubblico, come sono sempre andato. Non mi restava altra arma che la serenità della mia coscienza, e questa l’ho conservata intera, fino all’ultimo, fino a respingere, nel mio intimo, sdegnosamente tutto quel trionfo finale, fatto alla mia persona e non all’opera mia orribilmente ferita e mancata.

Questa è Berlino. M’è parso jer sera d’essere in Italia. Non so più ormai dove me ne debba andare. Gli odii m’inseguono da per tutto. Forse è giusto così: che me ne vada dalla vita, così, cacciato dall’odio dei vili trionfanti, dall’incomprensione degli stupidi che son la maggioranza; e in punizione di tanti miei peccati che Tu, spirito veramente eletto, mi hai sempre rimproverati.

È indubbiamente un momento particolare che per qualche momento sfugge alla possibilità di essere razionalizzato; ma lo salva l’orgoglio. Anche nel suo rapporto con Marta c’è questo scatto d’orgoglio:

Berlino 2. VI. 1930: Di questo tanto livore contro me e l’arte mia la mia Marta non deve più soffrire. Io Ti faccio, Marta mia, veramente male, non male alla Tua grandezza, ma male al riconoscimento della tua grandezza. Io dovevo notare l’ingiustizia dell’appunto, ma io stesso ti dico (e già ebbi a dirtelo un’altra volta) che - dato che io sono tanto odiato e inviso a tutti - non so perché - è bene, è bene sì che d’ora in poi mi lasci da parte anche Tu. Per chi si ama come io Ti ama è una gioia anche morire.

Pirandello forse non si rende conto di subire per la prima volta proprio uno dei dilemmi tanto cari alla sua arte: essere e vivere secondo la propria natura o essere e vivere secondo le regole della massa e della società e le regole della massa e della società stanno per un attimo avendo il sopravvento. Ma è solo un attimo: il suo amore per Marta Abba, per quella luce che crede unica nella sua vita, dimenticando affetti e famiglia, lo ha umanamente accecato: tutto è visto in funzione dell’attrice, per la quale è disposto a buttare a mare anche la sua arte, se questo potesse donare a lei un po’ di gioia o di serenità o di tranquillità. Da questo momento non vedrà che nemici che tramano contro di lui e contro Marta, mentre sembrano scomparire Fausto e Stefano e soprattutto Lietta, che era arrivata persino a tentare il suicidio per parare i colpi contro di lui della follia della madre.

Il 13 giugno parte da Berlino; due giorni dopo è sulla banchina a Genova ad aspettare Lietta che colla motonave Virgilio arriva dal Cile; le aveva pagato il viaggio, aiutandola a trovare una soluzione alle difficoltà che incontrava in famiglia col marito Manuel. Lietta non si aspettava nulla (M.L. Aguirre), voleva solo stare accanto al padre, ricostituire ciò che aveva lasciato nel 1922 e che nel 1926 si era spezzato per sempre. Ma l’incontro è breve.

Sull’incontro Pirandello scrive a Marta Abba, nella sua lettera del 23 luglio, poche e asciutte parole: Lasciai a Genova la Lietta con Stefano. Sono partiti per Positano dopo di me. Niente di tragico. Prima della partenza marito e moglie si sono riconciliati. Il marito venderà là a Santiago il villino, liquiderà la pensione di colonnello e verrà tra qualche mese a raggiungere la moglie con l’altra figlia. Pare che abbiano intenzione di stabilirsi al sud della Francia, sulla Costa Azzurra, presso Cannes. Tanto meglio così. Ci sentiamo un po’ di freddezza; o per meglio dire: tanta disattenzione, perché il suo animo ormai veleggiava verso spiagge lontane. Non c’è una vera riconciliazione tra padre e figlia, il momento della chiarezza non è ancora giunto.

Per andare incontro alla figlia, e soprattutto perché doveva comparire di persona a Roma in Corte d’Appello nella causa contro il Pilotto, Pirandello aveva lasciato Berlino forse il 13 giugno, e questa volta l’addio alla capitale tedesca sarà definitivo: vi ritornerà ancora qualche volta solo per brevi momenti. In Italia resta fino al 22 luglio, trascorrendo la maggior parte del tempo accanto a Marta, ma questa vicinanza lo aveva confermato che quel sentimento di prima da parte di lei era davvero finito, gli dice chiaramente che non lo vuole vicino per le vacanze estive che avrebbe trascorso a Caspoggio vicino Sondrio.

Pirandello parte per Parigi per incontrarsi con l’impresario americano Shubert. Sono giorni intensi: deve recarsi anche a Berlino e poi a Londra. Ma sono anche giorni drammaticamente dolorosi, come ci attestano le lettere che scrive a Marta: Non voglio affliggerti; ma d’altra parte, se non ho di vivo in me altro che questa disperazione senza rimedio; e tutto il resto, le notizie che potrei darti, le cose che m’avvengono, i casi che mi càpitano, non hanno più per me né senso né valore? La vita mi s’è come spenta, dopo quanto m’hai detto e lasciato intendere chiaramente, e il vuoto più orrendo mi s’è fatto dentro e intorno. Non so quanto potrò durare in questo stato. Sono come un morto che cammina che fa atti tanto per farli, che dice parole tanto per dirle: senza vederne più né lo scopo né la ragione. Oggi o domani mi stancherò di stare in piedi e stramazzerò a terra. Aspetto quest’estremo di stanchezza, se la disperazione, prima, cogliendo qualche momento più atroce, non mi vincerà, armandomi la mano per farla finita. È forse la più drammatica, carica inconsciamente di altri ricordi (Lietta?) che sembrano buttati nel dimenticatoio e che invece riaffiorano.

Verso la metà d’agosto (venerdì 15 col treno “Pullmann”) ritorna in Italia, si ferma due giorni a Milano, quindi si reca a Positano, dove si trovano i suoi tre figli, per mettere in chiaro la situazione di Lietta (Dovrò fare certamente una scappata di pochi giorni a Positano per stabilire qualche cosa circa alla situazione di mia figlia in attesa del ritorno in Italia del marito. Mi toccherà consultare Marchesano, scrive il 30 luglio.) I figli già da qualche settimana si trovano a Positano, Lietta e Stefano vivono nella stessa casa, Fausto poco lontano, discutono, si riappacificano dopo la tremenda serata del 1926, quella di un altro agosto, mese davvero infausto per la famiglia; forse la vendita del villino di via Onofrio Panvinio ha fatto capire molte cose.

Quando Pirandello arriva dai figli trova certamente umori e sentimenti contrastanti, e ben presto la discussione passa dalla situazione di Lietta, che con una figlia si trova in Italia separata dal marito che ha tenuto con sè l’altra figlia, alla situazione del rapporto tra il padre e i figli, alla presenza e all’influsso di Marta nella vita di ciascuno e soprattutto nella vita di Luigi che ormai conduce una vita penosamente raminga mentreavrebbe potuto convivere tranquillamente con uno dei figli e con Lietta in particolare. Certamente si trascende, come racconta Maria Luisa Aguirre: Era un incontro atteso, attesissimo: fu un incontro breve e burrascoso. Si levarono alte le loro voci nella notte, tanto che la piccola Lietta si stringeva impaurita alla cuginetta Ninnì. Pirandello se ne fuggì presto da Positano.

Dell’episodio non abbiamo traccia nell’epistolario pirandelliano. Ritorna a Milano, cercando di riacquistare un po’ di quiete, e in questo sicuramente Marta l’aiuta. Trascorrono molto tempo insieme per preparare la tournée che Marta di lì a poco avrebbe intrapreso con la sua nuova Compagnia che fa il suo debutto a Brescia il 23 settembre.

Il 9 ottobre è di nuovo a Roma, ospite del figlio Stefano in via Piemonte 117, per partecipare alla rituale riunione annuale dell’Accademia del Littorio, durante la quale tenta di far eleggere Ojetti e Bontempelli: gli va bene per il primo e quasi per il secondo, ma bisognava assecondare il desiderio del “Capo del Governo”, cioè di Mussolini ed eleggere F.M. Martini, mutilato di guerra. In quei giorni viene proiettato il film La canzone dell’amore, del regista Gennaro Righelli, la cui sceneggiatura è liberamente tratta dalla novella di Pirandello In silenzio, pubblicata per la prima volta nel 1905 in «Novissima», Albo d’arte e lettere: è il primo film sonoro prodotto in Italia col parlato in italiano e riscuote un certo successo inserendosi nel mercato internazionale.

A fine settembre la famiglia di Marta si stabilisce nel nuovo appartamento al n. 26 di via Aurelio Saffi. Lo stato di depressione diventa quasi una condizione naturale della sua esistenza e in lui subentra lentamente uno stato di coscienza delle cose: Pirandello sa e si rende conto della sua situazione, come uno qualunque dei suoi personaggi. Conosce bene il passaggio dall’avvertimento del contrario al sentimento del contrario attraverso la riflessione; la sua situazione sa bene che è anormale e inaccettabile per la massa, ma riferita a se stesso diventa normale e fonte di sofferenza, perché sente che non può realizzare il suo grande e unico desiderio, quello cioè di vivere accanto alla donna che vede come la sola sua luce e felicità. La coscienza di questo stato è testimoniata in parte proprio da una lettera che scrive a Marta da Roma il 16 ottobre mentre lei si trova a Venezia:

Ma è sempre al solito: le esigenze dell’arte e le ragioni dello spirito non son vedute, e son sacrificate alle esteriori comodità della casa. Forse ha ragione chi vede soltanto queste, e noi siamo due poveri pazzi. Io almeno, per conto mio, mi stimo tale: senza più casa, senza più nulla; ho dato a tutti tutto quello che avevo; disposto a dare ancora e sempre tutto quello che ho, nessuno più [mi] vuole, tutti, dovunque vada, mi fanno capire che sono di più, e che è bene che me ne vada e stia lontano. Me ne andrò. Devo morir solo: voltare la faccia al muro e chiudere gli occhi per sempre, se non voglio più vedermi e sentirmi attorno questa disperata solitudine e quest’orrendo abbandono. Ma dove andare? Ricevo, da Torre, il biglietto che Ti accludo. Vado a Parigi perché, a restare in Italia, sarebbe veramente troppo questo strazio d’esser privato dell’unica ragione di vita che ormai mi resta, quella di almeno vederti e sentirti, separato non dalla distanza, ma da un’altra ben più grave ragione, che mi sta facendo morire: il Tuo cessato sentimento per me. Perdonami, Marta mia, questo sfogo che mi è venuto, senza volerlo. Se sapessi com’è gonfio d’amarezza il mio cuore, e in quali condizioni di spirito mi trovo! Non posso più lavorare; non so più che fare! Non ne fo colpa a nessuno; meno che mai a Te! È giusto, è giusto che Tu mi voglia lontano, perché è giusto veramente che io muoia. Troppo ho tardato. E la vita, che non mi doveva riprendere, è ormai tempo che si concluda così.

Ecco la Teoria dell’umorismo, ecco il sentimento del contrario che va al fondo delle sensazioni e delle emozioni senza staccarsi dalla realtà; ecco la riflessione usata dallo stesso Pirandello, quella riflessione che lo porta alla coscienza di sè e tutto sommato ad andare oltre la depressione e oltre la sofferenza. E quando scrive nessuno più mi vuole pensiamo che si riferisca solo a Marta da un lato e dall’altro ai suoi avversari nel mondo del teatro in Italia, non ai figli e nemmeno agli amici che tanto avrebbero voluto e potuto fare per lui. Egli sa benissimo di essere oggetto di satira a volte anche feroce su certe pubblicazioni, oggetto di critiche più o meno velate nell’ambiente teatrale, di critiche anche da parte di Marta per il suo modo di starle troppo vicino, tanto da far pensare ai soliti maligni che il suo successo d’attrice sia dovuto in gran parte alla vicinanza di Pirandello: ecco quindi le distanze che prende dallo scrittore, che chiama affettuosamente ma soltanto Maestro, un atteggiamento condito con tutte le caratteristiche di un carattere indocile e facile all’abbattimento e preda degli sbalzi d’umore, che erano anche abbastanza frequenti.

Pirandello sa che ciò che per lui è normale (ed è normale ciò che segue le norme), cioè il desiderio di avere Marta tutta per sè come lui si sente tutto di Marta sentendo la sua unione con lei come un organismo unico, è anormale (al di fuori delle norme) per la massa, perché le norme che segue lui per realizzare i suoi più profondi bisogni sono diverse da quelle che uniformemente segue la massa per realizzare i propri; e ciò che è normale per la massa, è anormale per lui. Ed è proprio questo suo essere anormale per la massa che lo spinge ad andare lontano, ad “espatriare”, a conquistare quella ricchezza che gli permetta di tornare in patria da vincitore in grado di mettere tutti a tacere e di avere tutti ai suoi piedi: è il suo modo profondo di essere decisionista, così simile a un altro decisionista che in quel momento dominava l’Italia.

VI-c. Parigi: espatrio parte seconda

Due giorni dopo, il 18 ottobre, ritorna a Milano, non solo per mettere a posto alcuni suoi affari ma soprattutto per aiutare Marta nel difficile inizio della sua stagione teatrale e nell’esordio al teatro Manzoni di Milano del 12 dicembre con Madame Legros di Heinrich Mann. Ma Pirandello non vi assisterà, perché Marta non lo vuole vicino per troppo tempo; si sente quasi costretto a riprendere ancora una volta la via del volontario “espatrio”, e già il 5 lo troviamo a Parigi, e, dopo pochi giorni al solito Hôtel Vendôme, va ad alloggiare, in un appartamentino al piano terra di una palazzina in Rue Victor Emmanuel III, cercando di sviluppare al meglio i suoi contatti internazionali, che incontrano però seri ostacoli a causa della gravissima crisi economico-finanziaria originata dal crollo di Wall Street del ’29.

Il 1930 comunque si chiude per Pirandello col trionfale successo a Filadelfia di Come tu mi vuoi (in inglese As you desire me), pubblicato da Mondadori, che era appena diventato il suo editore sostituendo la Bemporad di Firenze.

Quelle festività tra Natale e Capodanno sono molto tristi; mentre la “sua” Marta è in tournée nelle maggiori città italiane, lui è solo a Parigi, occasionalmente invitato da qualche amico, spesso insieme a persone dell’ambiente teatrale. La notte di capodanno va a trovarlo Guido Torre che per un paio di anni aveva rappresentato a Parigi i suoi interessi, portando con sé anche Paola Masino, la giovane amica di Massimo Bontempelli, come scrive a Marta il giorno di Capodanno:

per dirmi che partiva questa sera per l’Italia, e propriamente per Torino, dove domani dovrà incontrarsi proprio con Massimo, che ritorna dalle sue conferenze in Egitto. Mi ha detto che si propone di venire una sera a trovarti con Massimo Bontempelli al “Carignano”.  Ha per Te una grande ammirazione e una vivissima simpatia, non che riconoscenza per aver portato al trionfo, Tu sola, la “Nostra Dea”.  È innamoratissima di Massimo, tanto che a costo d’una vera tragedia suscitata in casa sua e tuttora accesa, ha abbandonato i genitori, la casa, per vivere con lui, pur sapendo di non poterlo sposare. E non si può dire davvero che non sia una bella ragazza, e giovanissima: ha poco più di vent’anni; mentre Massimo ne ha già 52.

La situazione affettiva di Bontempelli riproduce la sua, ma Marta non avrà mai la forza di prendere il coraggio a due mani per andare a convivere con lui, per realizzare il suo grande e unico desiderio: ad altri è data in sorte la possibilità di essere felice che lui si sente negata.

Anche la salute comincia a fare i capricci, dopo quel che aveva sofferto a Berlino qualche mese prima: seri disturbi, probabilmente di origine cardiaca, lo affliggono, con le frequenti emorragie le forze cominciano ad abbandonarlo, e di pari passo aumenta la sofferenza della solitudine e della lontananza di Marta, che, ancorata sanamente alla realtà, nella lettera che gli scrive il 5 gennaio dà al Maestro un consiglio ragionevole: “Le raccomando ancora una volta di curarsi, e se vuole il mio consiglio, vederla all’estero non mi va, preferirei saperla a Roma, nella sua città fra gente che ancora le vuol bene! Ma lei non crede a nessuno!”. Ma Pirandello non ci sente; anzi le parole di Marta aggiungono dolore a dolore, come le scrive l’8 gennaio:

Tu devi perdonarmi, Marta mia, se spesso Ti affliggo col lamentarmi di non ricevere Tue lettere e Tue notizie; non sono mica rimproveri, i miei; son l’espressione di quel che soffro così lontano, senza vederti, senza sapere per giorni e giorni più nulla; Tu devi compatirmi, intendendo perché lo faccio e immaginando quale può essere il mio dolore. Dici che io “non credo a nessuno”; questo sì, vedi è un rimprovero; come non credo? e di che vivrei, così lontano e solo, se non credessi? Posso ancora resistere in vita, anzi solo per questo: perché credo. E mi è sonato come un’irrisione il consiglio di starmene a Roma “fra gente che ancora mi vuol bene”! Se dovessi affondarmi a considerare tutto il senso contenuto in questo consiglio che mi dài, forse riconoscerei la tremenda pazzia di sentire come sento e di vivere come sto vivendo... o non vivendo!

In queste condizioni, sapendo ormai dell’irrealizzabilità del suo desiderio, anche il conforto dei figli, che vivono a Roma, si impedisce, benché Marta lo inviti a dedicar loro più tempo proprio per trovare un po’ di serenità e di sollievo e avere persone care che in ogni frangente avrebbero potuto aiutarlo. Il suo animo ci è rivelato da una delle rare lettere indirizzate quasi sempre ai tre figli insieme: ecco una lettera del gennaio del 1931:

«Ah figli miei che vi siete messi ciascuno per sé nella sua vita, come avete voluto, o era destino che fosse, come posso volervi più io e che altro volete ormai più da me? Io sono condannato a questa atroce solitudine, e affogo in una tristezza senza più riparo né altro scampo, fuori che nella morte. Voi non potete darmi ajuto, né io posso darvene, per il male che tutti staccandoci per forza ci siamo fatti. Né a tornar col pensiero a quando si era tutti insieme, c’è da esser lieti: quanto male anche allora, che ancora duole! Per un disperato è già qualche cosa non aver da rimpiangere, ricordando. Disperato fisso, senza né su né giù di provvisorie altalene.»

Queste parole rispecchiano l’animo di Pirandello verso la vita e verso la famiglia. Ritiene che sia un destino dell’uomo l’atroce solitudine o che sia un suo destino? Il farsi reciprocamente male è un destino della famiglia o è un destino della sua famiglia?

Pirandello scrive ancora: Nulla ho più di quel che volevo; e così senza più nulla, seguito a vivere per gli altri e non più per me (è una frase contenuta in un’altra lettera che cito più avanti). Possiamo pensare che il desiderio di Luigi sarebbe stato di avere attorno a sé un più sereno mondo affettivo? Possiamo spiegarci così, solo così, l’amarezza di quegli anni? Amarezza che si vede nei ritratti e che si legge nelle sue lettere. La vita gli è rimasta deserta (un’atroce solitudine, ripete a Bontempelli). Non ha nulla di quel che voleva. E così, pur senza nulla, seguita a vivere, a vivere per gli altri, non più per sé. Pirandello vivrà per gli altri ma il vero, felice appassionato donare sarà solo per la donna che ama. Che ama e che amerà fino alla fine dei suoi giorni. Solo da lei può venirgli il bene: prova ancora momenti lieti quando le è vicino, vicino e in pace.

Con gli altri, Pirandello è cambiato. I rapporti con Lietta sono tornati normali, apparentemente. Ma solo apparentemente: lei sa che tutto è cambiato perché è cambiato il suo grande interlocutore. È cambiato anche per gli altri figli. È cambiato perfino con gli amici, non appena gli amici contrastano la posizione d’eccezione che egli vorrebbe per la sua attrice: in quei momenti non c’è più traccia, in lui, della amarissima serenità conquistata, come dirà in un’altra lettera. (M.L. Aguirre, cit., p.145-147)

Nel suo animo serpeggia sempre la speranza di poter conquistare Marta sull’onda dei grandi successi economici che gli permetterebbero di poter allestire una Compagnia solo per lei, in modo da non dipendere più da nessuno. Per questo spesso nelle trattative con Shubert mette in mezzo anche una tournée della sua attrice in America.

Intanto cominciano ad andare a gonfie vele, le varie trattative per la vendita dei diritti delle singole opere, pur nelle difficoltà create dalla recente crisi economica mondiale, che si accompagnano ai grandi successi in teatro della sue opere. In gennaio viene allestita a New York con grande successo la prima di Come tu mi vuoi (As you desire me) al Maxine Elliott Theatre di Broadway che sarà replicata per ben 142 volte. In febbraio cede i diritti di Come tu mi vuoi per la versione cinematografica alla Metro-Goldwin-Mayer per la somma di quaranta mila dollari, allora enorme, con la quale Pirandello può cullare il sogno americano di un arricchimento lauto e rapido vendendo i diritti delle sue opere alle case cinematografiche. Soprattutto si aprono orizzonti nuovi di lancio della sua opera nel mondo in traduzione inglese (È un’opera colossale di lanciamento in tutto il mondo. Quello che non è stato mai fatto finora per me, sarà fatto: tutto il corpo delle novelle, dei romanzi, del teatro, tradotto in tutte le lingue e diffuso da per tutto; sviluppati tutti i soggetti capaci di sfruttamento cinematografico.). Da tutta Europa e dall’America numerose sono le richieste di rappresentazione delle sue opere; perfino la Comédie Française si dimostra propensa ad aprirgli le porte, e sarebbe la prima volta per uno scrittore non francese vivente dalla Rivoluzione in poi (prima c’era stato Goldoni). La Società degli Autori Francesi lo elegge membro effettivo, un onore raramente concesso; da Berlino gli arrivano attestati numerosi di stima  quasi a dimenticare lo sgarbo della terribile serata della prima rappresentazione di Questa sera si recita a soggetto. In marzo si incontra ancora con Shubert, e questa volta, insieme alla vendita dei diritti de La nuova colonia, cerca di intavolare una trattativa per una tournée americana di una Compagnia italiana con protagonista ovviamente Marta Abba per interpretare soprattutto opere di Pirandello.

Il tangibile successo gli ridona entusiasmo e lo spinge a rimettere mano alla scrittura, a cominciare da I giganti della montagna che girano nella sua mente già da un po’.

La tournée di Marta in Italia copre tutti i primi cinque mesi dell’anno, e si chiude a fine maggio a Napoli con gravi preoccupazioni finanziarie e una condizione fisica molto precaria. Dopo una quindicina di giorni di riposo a Milano, l’attrice raggiunge lo scrittore a Parigi il 14 giugno e si intrattiene con lui fino al 16 luglio, prima di ripartire e lasciare di nuovo il Maestro, come veniva chiamato affettuosamente da Marta, solo con la sua angoscia: “per me che vivo soltanto, sempre, dei Tuoi ricordi e della Tua Immagine, il dolore più forte è quello di non poterti immaginare nei luoghi che non conosco, dove non sono mai stato con Te. Mi pare di perdermi, come chi non sappia più dove volgersi a cercare una persona cara che gli sia sparita davanti. Ah, Marta mia, provo ormai da anni questo dolore; e Tu non sai che sia, e Ti auguro di non saperlo mai! Con esso è entrata per sempre l’angoscia nell’anima mia. Me ne libero soltanto quando, di tempo in tempo, Ti rivedo. E in questo momento, che ho finito or ora di rivederTi, la sento più forte che mai, fino ad averne la gola serrata.” (22 luglio 1931).

Da Milano Marta va a trascorrere le vacanze a Genova; al Maestro descrive le sue giornate, le sue gite, assumendo perfino l’aria di una scrittrice: “Caro Maestro, lo sente il fragore delle onde che sbattono qui sotto, sugli scogli che ieri e l’altro ieri ho conosciuto anch’io nei miei brevi bagni? E il vento che si fa sentire nei capelli col calore caldo e umido del mare? No, purtroppo, che non la può sentire quest’aria e questo sole del nostro mare e del nostro cielo rinchiuso in quel tetro appartamentino suo.” Ma Marta sa già che quell’appartamentino tetro verrà lasciato alla fine del mese da Pirandello che dal primo agosto va ad abitare in Rue La Pérouse, vicino all’Arc de Triomphe, in un appartamento situato al quinto piano, in piena luce.

Le vacanze di Genova per Marta si concludono in un modo inaspettato: un’ora prima della partenza per Milano, su consiglio di un parente (Abba Pin) si fa visitare da un medico, il prof. Capocaccia, per un disturbo che la perseguita ormai da molto tempo. La diagnosi, confermata qualche giorno dopo da un altro medico, è allarmante: i bronchi contengono un focolaio di infezione e potrebbero guarire con tre o quattro mesi di cure e di riposo assoluto, così scrive a Pirandello il 16 agosto, in un atteggiamento che denota da un lato un profondo sconforto e dall’altro una grande forza di volontà che le permette anche di fare dello spirito:

“È doloroso piú che il fatto della mia malattia, tirare i conti, di ciò che dopo tanti anni di sacrifici, di lotte, di lavoro, m’hanno dato. Tanto e tanto uguale a... bronchite cronica, se non vogliamo chiamarla con un altro brutto nome. Si spera che si sia presa in tempo... e pensi Maestro per un puro caso. Poche ore prima della mia partenza... A Londra certamente avrei avuto il tracollo. Ricorda l’ultimo raffreddore di Parigi portato a Londra? Certamente che se io dopo la fine della compagnia mi fossi veramente curata in campagna senza portarmi per due mesi di qua e di là, avrei almeno ripreso di piú le mie forze, ma non è il caso ormai di fare recriminazioni. Martedí saprò con precisione, e spero che me lo diranno con franchezza, come sono le mie condizioni. Condizioni che purtroppo risalgono a ben quattr’anni fa. Ricorda quel raffreddore alla Nuova colonia e quelli di Berlino? Il Capodanno a letto? e quella tosse che io credevo nervosa. [ ... ] Io dopo essere stata sottoposta alle cure piú urgenti e dopo aver fatto la diagnosi mi troverò un posticino qui in riviera... a Nervi forse... da poter stare in questo assoluto riposo di cui abbisogno. Ecco uno spunto Maestro, romantico se vogliamo... ma vero... di una bella commedia.”

Secondo il prof. Capocaccia, dopo quattro mesi di cura si sarebbe rimessa del tutto e avrebbe potuto tornare al lavoro e a un metodo di vita teatrale non affaticante. Pirandello abbandona ogni impegno per accorrere a Genova e assistere l’amata, dove restano fin verso la fine del mese per andare poi prima a Milano e quindi a Caspoggio, vicino Trento per un paio di settimane.

Verso la metà del mese deve tornare a Parigi per prepararsi a un viaggio già programmato a Lisbona per partecipare ai lavori del V Congresso internazionale di Critica. Le accoglienze sono trionfali: il vero punto di riferimento a livello mondiale del teatro ormai è lui. Merita un racconto tratto dalle stesse lettere di Pirandello a Marta:

[...] Tutta la prima parte del viaggio, fino alla frontiera spagnuola è stata scomodissima; poi ho avuto il mio singolo in una bella vettura-letto di nuovo modello e mi son potuto coricare. Due giorni e una notte in treno, attraversando un paesaggio monotono, prima, poi nella Spagna, arido e desolato, sono ben lunghi e difficili a passare. Il paesaggio s’è fatto bello nel Portogallo appena è apparsa la vista del fiume Tago, che è uno dei più grandi d’Europa, tutto percorso da piroscafi, da bastimenti e da barche dalle vele arancione. A una stazione prima di Lisbona, di cui non ricordo più il nome, mi è venuto incontro il Ministro d’Italia accompagnato da un segretario della Legazione, per porgermi il saluto e invitarmi ad alloggiare alla Legazione; ma il Presidente del Congresso, Antonio Ferro, quello stesso che Tu hai conosciuto a Parigi, pregò il Ministro Conte Valentino di lasciarmi ospite del Comitato del Congresso stesso, che mi aveva preparato - come t’ho detto in principio - due alloggi; uno qua all’Estoril, e un altro a Lisbona. Il Ministro allora m’invitò a colazione almeno per la domenica, che è oggi. Ho viaggiato con la Commissione della critica drammatica e musicale francese, che mi ha usato un mondo di cortesie e circondato di cordiale e rispettosa devozione. Ci sono i critici dei più importanti teatri francesi. Nel Portogallo ho trovato ammiratori entusiasti in tutto il giornalismo portoghese. Sono stato nominato Presidente Onorario del Congresso internazionale della critica di tutti i paesi d’Europa e d’America, accolto dal Presidente della Repubblica, dal Ministro della Pubblica Istruzione e dal Ministro degli Esteri, e salutato da unanimi applausi da tutto il teatro Nazionale dove si tengono le sedute del Congresso. Ma il programma, così dei lavori, come delle feste, dei ricevimenti e delle gite, è schiacciante. Banchetti e 2 discorsi senza fine. Mi trattano come un re. Ti dico queste cose, Marta mia, perché so che Ti fanno piacere. Una delle “comunicazioni”, che saranno fatte al Congresso è sul mio teatro, e la farà il più intelligente dei critici drammatici portoghesi, che ha un nome italiano, Scarlatti, il quale mi sta attorno e mi adora come un Dio. Domani sera al “Teatro Nazionale” rappresenteranno “Sogno (ma forse no)”, tradotto in portoghese. Ho visto già una prova, che lasciava molto a desiderare; ho fatto le mie osservazioni e spero che avranno giovato. L’attrice è molto brava, l’attore è mediocre, la messa in scena, difficilissima, è così così. Speriamo che vada bene; ma io ho tolto naturalmente ogni importanza alla cosa, benché veramente a quanti hanno assistito alla prova il lavoro è piaciuto moltissimo. [...] (Estoril 19. IX. 1931)

[...] Ti scrivo questa seconda lettera prima di partire da Estoril per Oporto. Non so più nulla di Te; so che sei partita da Caspoggio e che da lunedì sei a Milano; non altro; e questa mancanza di notizie dell’unica persona al mondo che m’interessi, tra tutti questi festeggiamenti qua, che non m’interessano affatto, mi cagiona un fastidio irritato, un’insofferenza, che riesco a vincere a stento per non parer scortese. Mi hanno resi onori regali. Il Presidente della Republica, dopo la rappresentazione al Teatro Nazionale del “Sogno (ma forse no)” mi ha insignito della più alta onorificenza portoghese “la gran Croce di San Giacomo della Spada” che il Ministro della Pubblica Istruzione mi ha appeso al collo, pronunziando un discorso d’occasione. Tutto il teatro era in piedi, e non Ti dico le ovazioni fino al delirio. Sono stanco morto. Visite, banchetti, escursioni senza fine.

Ho visto a Villafranca la caccia dei tori selvaggi. Cose interessantissime, piene di calore. L’esaltazione degli animi, qua, è lo stato normale. Ma è un popolo veramente ospitale e generoso. Sono stato assistito in modo mirabile dal Ministro d’Italia, S.E. il Barone Valentino e dalla Ministressa, che m’hanno messo a disposizione la magnifica sede della Legazione e la loro automobile. Mi hanno offerto un the tanto il Ministro degli Esteri quanto quello della Pubblica Istruzione, quanto quello della Marina. Tutti i discorsi erano in mio onore, e insomma tutto il Congresso è consistito sulla mia presenza a Lisbona. Ho saputo dai varii congressisti di tutti i paesi d’Europa di tante recite di miei lavori di cui non ho avuto mai notizie, e questo mi servirà per la causa contro quel mascalzone di Nulli. [...] (24.IX.1931)

Il 28 settembre ritorna a Parigi, frastornato dalla calda esperienza portoghese, ma col pensiero sempre rivolto a Marta, tanto che la sua stessa popolarità ha una ragione d’essere solo se può apportare dei frutti alla donna che sente intimamente sua, come l’organizzazione di una tournée in Spagna-Portogallo (Il mio nome è divenuto adesso popolarissimo in tutto il Portogallo e sarà facilissimo ad Antonio Ferro preparare laggiù la Tua tournée, che fino all’ultimo momento mi ha data per sicura; naturalmente andrà di persona a Madrid e a Barcellona per concertare la tournée anche in Spagna, senza la quale non sarebbe possibile quella del Portogallo a causa del lungo viaggio. Mi domandò, prima della partenza, quando Tu saresti stata disposta a questa impresa e io gli ho risposto dal dicembre al marzo.) Così le scrive da Parigi.

Ma la tournée non verrà effettuata. Il 9 ottobre le fa la proposta di recarsi a Parigi per recitare in francese al teatro Saint-Georges interpretando la parte della «virtuosa signora Perella» nella commedia L’uomo la bestia e la virtù. Le perplessità di Marta sono parecchie (la mancanza di conoscenza della lingua, la parte che non è di quelle importanti per un’attrice), però alla fine le remore sono superate: Ma non importa, - scrive Marta - il piú è recitare a Parigi in una commedia del mio grande Maestro e fare un successo vero. Questo è ciò che conta. [...] Penso che la vita o meglio le grandi cose son fatte per chi osa. E io devo osare! Se la vita mi offre questa possibilità io non la devo ricusare. È una rara occasione per affermarsi anche a livello internazionale: accetta e parte subito per Parigi, dove comincia immediatamente le prove, mai sperimentate prima, in una lingua che non conosce e che ha solo di tanto in tanto ascoltato in casa. L’interpretazione riscuote un grande successo di critica e di pubblico.

Per alcuni giorni Pirandello lascia Parigi per recarsi a Roma e nella sede dell’Accademia d’Italia il 3 dicembre tiene una conferenza commemorativa su Giovanni Verga, che il giorno dopo uscirà sulla rivista «Il Tevere». In essa distingue due categorie di scrittori: da un lato Dante Machiavelli Ariosto Manzoni Leopardi Verga ai quali sempre si ritorna con studio e con amore, scrittori costruttori “dallo stile di cose”; dall’altro Petrarca Guicciardini Tasso Monti D’Annunzio, scrittori riadattatori “dallo stile di parole”: Dove non c’è la cosa, ma le parole che la dicono, dove vogliamo esser noi per come la diciamo, c’è, non la creazione, ma la letteratura, e anche, letterariamente, non l’arte ma l’avventura, una bella avventura, che si vuol vivere scrivendola, o che si vuol vivere per scriverla. La conferenza desta clamore per il suo attacco a D’Annunzio che era uno dei fiori all’occhiello del regime fascista e godeva di una grande popolarità non solo per le sue opere (La figlia di Jorio rappresentata ripetutamente in quegli anni, era stata allestita con la regia dello stesso Pirandello) ma anche per le sue azioni e le vicende della sua vita.

Il 17 gennaio seguente Marta lascia Parigi alla scadenza del suo contratto col teatro Saint-Georges e raggiunge Milano. Pirandello resta ancora una volta solo e ben presto sfoga la sua disperazione più nera e spaventosa rinnovando idee di suicidio. Marta, forte del successo parigino, desidera essere ricevuta dal Duce (bisogna che gli sappia dire e gli faccia sentire come siamo stati trattati) che le dà udienza; il telegramma di comunicazione è firmato da Arturo Marpicati, Vice Segretario del P.N.F. È un momento molto atteso, che può spianare la strada verso quei sogni a lungo cullati e che non si sono potuti realizzare per l’avversione di un nutrito numero di persone che si trovano ai vertici della grande baracca del teatro italiano. Pirandello nelle sue lettere le suggerisce il comportamento da tenere davanti al Capo del Governo, con quali parole esprimere l’oggetto della sua visita (“Eccellenza, in questo momento che tante compagnie francesi vengono in Italia, scritturate, a rappresentare lavori francesi e stranieri, essendo io la sola attrice italiana, scritturata in Francia per rappresentarvi un lavoro italiano, ho desiderato cogliere questa occasione per presentare il mio omaggio d’attrice e d’italiana alla Eccellenza Vostra”), l’atteggiamento da tenere (“occhi asciutti e alteri”) e le parole con cui congedarsi (“Ringrazio V.E. d’avermi ricevuta e Le porgo il mio più devoto ossequio”). Cerca perfino di tranquillizzarla dicendole che la sollecitudine con cui ha accettato la sua visita dimostra la buona disposizione del Duce verso di lei.

Il ricevimento avviene il tre febbraio e viene così descritto nella sua lettera a Pirandello del giorno dopo, scrive:

Caro Maestro,

eccomi all’indomani del colloquio. La sua lettera o meglio il suo espresso mandatomi al Plaza, contrariamente alle sue previsioni, m’arrivò ieri mattina dunque prima e non dopo, come lei supponeva, del ricevimento. In questi giorni ho una scarica d’elettricità addosso e ora dopo il passo me la sento ancora piú viva e dolorosa. Non ho dormito questa notte pensando a ciò che avrei potuto dire e che non ho detto, all’impressione ricevuta da quest’uomo tragico, ancora sofferente (visibilmente) del dolore recente patito. Il colloquio che era nel telegramma per le 18 era stato rimandato alle 18,30, ma io entrai soltanto alle 7. Rimasi credo quasi mezz’ora, mi domandò e delle commedie e quante rappresentazioni avevamo fatto, e perfino quanto avevo guadagnato. Io subito porsi la questione del mio scoramento passato e me ne domandò il motivo. Sapeva tutto della stampa, che del resto l’anno scorso aveva letto e appena io toccai il tasto del teatro mi fermò: «Ah lo sappiamo, la bestia nera del Giordani»

Ho capito insomma che la gente che ha in giro e l’assenza di chi ha tutte le ragioni aveva molto nociuto. Lui sa ormai soltanto ciò che gli vogliono dire. Venuti a parlare di Lei, disse che ha un brutto carattere: «Io gli ho reso tutti gli onori perché lo stimo un genio, ma ha un brutto carattere». Anche il discorso che ha fatto all’Accademia per onorare Verga, non è piaciuto, quell’attacco a D’Annunzio non è piaciuto ed era per lo meno inopportuno. In questo, Maestro, purtroppo Lei sa come la pensi io, e non gli dò torto, Lei grande fra i grandi doveva essere generoso e non dire cose che anche agli stessi antidannunziani sono spiaciute.

Mi ha domandato che intenzioni avevo. Gli dissi che avrei riformato compagnia in settembre: «Ah soltanto in settembre?» E se avrei ampliato il repertorio. Gli dissi che già l’avevo ampliato: Molnàr, Mann, e allora fece le sue riserve su Mann, non gli piaceva forse. Basta, in conclusione, quando io ho capito quanto l’avevano accerchiato e mutato mi son sentita cadere le braccia. Gliel’ho detto: «È l’eterna storia, ecc... da una parte ci sono i nobili e i puri... e dall’altra...»

[...]

Conclusione, sono e mi sento, benché mi ha trattata con una gentilezza magnifica, quasi scoraggiata per non aver cercato di scuoterlo con parole vive, scoraggiata che la parola di fede che m’aspettavo non è venuta. Hanno ragione gli altri? Non bisogna forse lasciare e abbandonare cosí la partita? Non so, non so piú nulla...

Pirandello le risponde, manifestando tutto il suo risentimento e l’amarezza per una situazione, ma mette anche in chiaro qual è la situazione in cui versa e il suo strano rapporto col mito Mussolini che lui stesso tende a creare; eppure è un mito che non lo rende servo del regime: Ho per me bisogno di levare in alto il suo mito. Ma perché prova questo bisogno, lui che è sempre stato lontano dalla politica sia intellettualmente che moralmente? Perché levare in alto il mito di una persona che viene definita: ruvida e grossolana stoffa umana, fatta per comandare con disprezzo gente mediocre e volgare, capace di tutto e incapace di scrupoli?

Ho letto, come puoi immaginarTi, con la più viva ansietà quanto mi riferisci del Tuo colloquio, dell’impressione che ne hai avuto e dello scoraggiamento che in fine Ti ha preso per l’esito di esso. Chiunque non accetta - perché non può accettare - quanto si perpetra oggi in Italia a danno dei valori morali e spirituali, ha “un brutto carattere”. Hai “un brutto carattere” anche Tu, Marta mia, se intendi seguitare ad agire nobilmente e rettamente; ne avrai uno bellissimo, invece, quando Ti accomoderai a tutte le camorre, quando t’assoggetterai a tutte le prepotenze, e accetterai tutte le sopraffazioni e Ti sottoporrai al giogo e andrai dove loro vorranno e farai quello che loro t’imporranno. Allora sì, Marta Abba avrà un bellissimo carattere. Pirandello ne ha uno “brutto” perché, chiamato a onorare Giovanni Verga, ha il coraggio di denunziare pubblicamente la persona e la ragione che per tanto tempo impedirono che Giovanni Verga fosse onorato, come meritava, dagli Italiani. Pirandello ha “un brutto carattere” perché trattato come è stato trattato dal suo paese, ha avuto resi, come egli dice, “tutti gli onori” (io vorrei sapere quali, forse l’Accademia insieme con Marinetti, Formichi, Angiolo Silvio Novaro e compagnia bella?); ma poi escluso da ogni rappresentanza attiva, escluso dal teatro, escluso dalla Società degli Autori, bersaglio d’una lotta accanita d’un malfattore che ha distrutto il teatro italiano, ha dovuto riparare all’estero per guadagnarsi da vivere. “Brutto carattere” veramente questo Pirandello, che seguita intanto a dir bene di Lui, a esaltarlo come un salvatore del suo paese, come un genio costruttore a cui l’Italia deve tutto mentre l’Italia a Pirandello taglia i viveri, e lo vessa di tasse, e rischia di farlo morir di fame. - Lasciamo andare! Io ho per me bisogno di levare in alto il suo mito; anche se lui mi dice che ho “un brutto carattere”. Questo carattere me lo tengo con il più legittimo orgoglio, qualunque sacrifizio mi possa costare, anche il sacrifizio della mia stessa vita. 

Lo scoraggiamento di Marta, comunque, non è ben fondato, perché Mussolini cercò di muoversi in suo favore presso la CINES cinematografica, per la quale reciterà in due film.

La lontananza di Marta, lo stato di depressione e di sofferenza feroce che prova nella sua solitudine parigina, unita forse al dolore per essere stato definito una persona dal brutto carattere, lo fa star male: la sera del 15 febbraio viene colpito da un attacco cardiaco di cui non si rende subito conto, scrivendone a Marta il giorno dopo come di una «esplosione di gas»: mi sono sentito tutt’a un tratto soffocare, per un’interminabile esplosione di gas dall’interno che m’urgeva senza fine alla gola e m’impediva di respirare o mi mandava in gola anche il cuore, che mi faceva un tale rombo da averne intronate le orecchie; ero congestionato; ho provato ad alzarmi e sono caduto, le gambe non mi reggevano più; mi sono tirato su, fino ad andarmi a buttare a letto, dove sono rimasto fin verso le due vestito, credendo di morire soffocato da un momento all’altro; era una cosa terribile questo fiotto di gas continuo che mi scoteva tutto. Forse con questo attacco comincia, insieme alla nuova situazione creatasi intorno al suo nome, come vedremo, a fargli lentamente cambiare idea sul suo esilio, o allontanamento volontario dall’Italia, e a pensare a un ritorno in Italia, a Roma in particolare, ad avere più stretti contatti coi figli, che avverrà nel tardo autunno dell’anno.

Sente la “necessità di partire per cercare di riprendersi. Il 2 marzo da Parigi parte per Milano, per restare insieme a Marta Abba per qualche giorno prima di ripartire alla volta di Roma e partecipare alle riunioni annuali dell’Accademia del Littorio che sarebbero cominciate il 7. Pensando di fermarsi solo per qualche giorno, andando ad abitare insieme al figlio Stefano in via Piemonte 17, vi resterà invece fino alla fine di aprile per fare ritorno a Parigi e predisporre tutto per il rientro definitivo in Italia. Durante i lavori dell’Accademia, s’incontra con Marpicati, a quale spiega il suo atteggiamento e ciò che gli altri in quegli anni hanno tramato contro di lui. Ed è proprio Marpicati che nei giorni seguenti gli fa ottenere un incontro col Duce, che vede male il suo soggiorno all’estero, specialmente in quella Parigi che si pone come centro vivo della cultura e del rifiuto di ogni fascismo, cui si accorre da ogni parte dell’Europa.

Il 13 marzo viene ricevuto dal Duce; così il giorno dopo descrive a Marta la sua visita:

Ho tardato un giorno a risponderti perché per jeri sera era fissato il mio colloquio col Duce, e, scrivendoti, volevo informarTi dell’esito di esso. Magnifico. Sono stato accolto con la massima cordialità, e trattenuto a parlare di tutto per circa un’ora. Appositamente il colloquio era segnato in fondo alla nota della giornata, perché, essendo l’ultimo, potesse durare più a lungo di tutti gli altri.

“Oh Pirandello, finalmente vi si rivede! Godo di trovarvi più fresco e più giovine che mai! Sedete.” Queste sono state le sue prime parole. Notai subito, fin dalla sua prima domanda: “Che contate di fare?” che egli voleva veramente entrare a parlare con me di cose precise e interessanti, e non tenere il discorso sulle generali, parlando del più e del meno, senza alcun vero interesse. E allora presi a dirgli tutto quello che avevo in animo di dirgli - tutto - dall’a alla zeta - mi svuotai - sentendo, man mano che parlavo, che tutto ciò che dicevo era giusto, col tono appropriato, altero e sereno, ogni cosa guardata dall’alto, non dettata da un interesse particolare, da un risentimento meschino. Tanto è vero, che mi lasciò parlare e parlare, senza interrompermi mai, se non con brevi esclamazioni di consenso - “è vero” - “è così” - “senza dubbio” - gli occhi acuti e lucidissimi fissi nei miei, e il bel sorriso intelligente sulle labbra, che dava a vedere il godimento di sentirmi parlare così. Tu puoi bene immaginarti, Marta mia, tutte le cose che gli dissi, in un’ora di conversazione; non tralasciai nulla, nulla. Sarebbe lungo esporti tutto per filo e per segno; te lo riferirò a voce al mio prossimo ritorno a Milano. Ti basti per ora sapere che a un certo punto, quando gli parlai del mio progetto dei dieci teatri regionali presentato alla Società degli Autori perché gli fosse rimesso, batté un pugno sul tavolo irosamente, esclamando: “Voi potete ben credere che codesto progetto non mi è stato rimesso! Ne domanderò conto e ragione alla Società degli Autori.” E prese subito l’appunto. Volle esposto da me particolareggiatamente il progetto col più vivo interesse, e alla fine mi disse: “Credo veramente che sia la via più giusta per risolvere la questione del teatro in Italia. Non dubitate, Pirandello, studierò questo vostro progetto e vi saprò dire quello che penso”. Queste furono le sue ultime parole. Io sono uscito dal colloquio molto contento di lui e di me. E ne sarai contenta anche Tu, Marta mia, quando Ti riferirò tutto a voce, punto per punto. [...] Sono pieno di fede e di fervore. Spero veramente che questa mia venuta a Roma porterà frutti da far cambiare le sorti del teatro italiano. Forse farò una scappata a Milano per intendermi con Te, e poi ritornerò qua a Roma dove la mia presenza è utilissima in questo momento.

Cominciano giorni frenetici di abboccamenti coi gerarchi fascisti, con Bottai, l’allora Ministro delle Corporazioni e degli Esteri sul problema del Teatro in Italia, e sull’attuazione di un progetto che andava accarezzando da parecchi anni, quello della fondazione del Teatro Drammatico di Stato, che in quei mesi sembra trovare uno sbocco definitivo; ma sarà ancora una illusione, perché il regime si pone altri obiettivi. Migliora anche la salute; lentamente supera l’attacco di cuore, grazie anche alla grande iniezione di entusiasmo determinata dalla visita al Duce. Si progetta un futuro non più lontano dall’Italia. In aprile Marta Abba compra il villino Mezzaluna al Lido di Camaiore e alla fine del mese Pirandello partecipa a Roma al Congresso Internazionale del Teatro, durante il quale viene rappresentato con grande successo Pensaci, Giacomino! e il Maestro riceve importanti attestazioni di stima e di ammirazione da personalità del teatro provenienti da tutto il mondo. In questa occasione si incontra anche con Max Reinhardt, il regista della contestatissima rapopresentazione di Questa sera si recita a soggetto, di Berlino, di cui abbiamo parlato.

Il 3 maggio rientra a Parigi, dopo aver trascorso qualche giorno nel nuovo villino di Camaiore con Marta, che verso la metà del mese, accompagnata dalla madre, lo raggiunge a Parigi per aiutarlo ad organizzare il trasloco alla fine di maggio da Parigi a Roma, dove temporaneamente si stabilisce presso il figlio Stefano. Finisce così ufficialmente il lungo esilio o espatrio volontario.

Il 1932 è anche l’anno del film, che ottenne un considerevole successo, As you desire me, (Come tu mi vuoi) girato dalla Metro Goldwin Meyer con la regia di George Fitzmaurice con un cast d’eccezione: Greta Garbo, Melvin Douglas ed Eric von Stroheim

L’ultima opera scritta all’estero, elaborata a partire dal 1930, è conclusa verso la fine di maggio, è La favola del figlio cambiato, tre atti in cinque quadri o episodi, condotta avanti come preparazione al mito de I giganti della montagna, ed è imperniata sul tema della maternità, che per Pirandello assume un valore altamente sacro. L’opera diventa un libretto per il Maestro G.F. Malipiero, al quale l’Autore dà ampia facoltà di ritoccare il testo secondo le esigenze musicali e della sua ispirazione, facoltà di cui il musicista non si avvalse; verrà pubblicata nel 1933 e rappresentata per la prima volta a Braunschweig l’anno dopo.

La favola del figlio cambiato - È la storia di una madre che crede che il figlio le sia stato cambiato, in fasce, quando aveva sei mesi. C’è in tutta l’Italia meridionale la credenza popolare che le notti d’inverno, le notti di vento e senza luna, vadano per l’aria le streghe, certe streghe dette “Le Donne”, che si introducono nelle case per la gola dei camini e per gli abbaini, e alle povere mamme che dormono tolgono d’accanto i bambini, o intrecciano loro sul capo certe treccine che non si possono più disfare, e guaj a toccarle col pettine e a tagliarle con le forbici: il bambino ne morrebbe; o passano sulle palpebre chiuse delle creaturine la punta delle dita sottili, e la creaturina la mattina apre gli occhi, e li ha storti; oppure fanno l’orribile dispetto di cambiare il figlio a una mamma: cioè le portano via il bimbo bello e gliene lasciano uno brutto, andando a portare il bello a un’altra madre in cambio del brutto. Questo è capitato alla madre di quella mia novelletta. E da qui ho tratto il dramma. Hanno fatto credere a questa povera madre che il suo figlio bello sia stato portato dalle streghe in una casa reale, e che il suo figlio sia stato dunque cresciuto e allevato come un figlio di re: un re del Nord, come l’Islanda, o la Finlandia. Ora avviene che nella riviera ove questa madre vive, arriva un giorno col suo seguito un principe giovinetto, malato, che ha bisogno per cura del nostro mare e del nostro sole. Dicono appunto che questo principe giovinetto sia il figlio d’un re, mandato in Italia per curarsi, in incognito. Il regno è lontano, fosco di nebbie e di geli, e torbido d’invidie e di passioni politiche. Qua c’è la serenità d’una eterna primavera, il sonoro riso del mare, il voluttuoso tepore del sole. Viene un giorno la notizia che il re, nella capitale del regno, sta per morire. Il principe giovinetto deve ritornare lassù per cingere la corona, alla morte del padre. Tu già immagini che quella madre ha creduto fin dal primo momento dell’arrivo di quel giovine principe, che questi sia il suo figlio, quello che le fu rapito in fasce. Ella si è cresciuta e allevato un mostriciattolo, che tutti chiamano per scherno “il figlio del re” e va girando con una corona di cartone dorato sul testone ciondolante. Ora il conflitto nasce tra questo mostriciattolo deriso e il principe giovinetto, condannato ad andare a morire sul trono, se lascia il paese del sole; con questa madre di mezzo, che riesce a trattenere presso di sé quello che crede il suo vero figlio, e lascia andare al trono il mostriciattolo. (dalla lettera a Marta Abba del 30/4/1930)

 

 

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Ultimo aggiornamento: 23 marzo 2006