Giuseppe Bonghi

 

Biografia di Luigi Pirandello

edizione riveduta e corretta

ringrazio Adriana Pozzi per la preziosa collaborazione

 

 

II.  La formazione e le prime opere

1889-1915

Tornato dalla Germania, dopo un breve soggiorno in Sicilia, durante il quale va a monte il matrimonio con la cugina, che comunque era già seriamente compromesso anche perché Lina cominciava a soffrire di una malattia nervosa (strano destino pirandelliano!) che aveva cominciato a manifestarsi sin dal marzo 1889, e Luigi aveva assistito a una delle sue crisi!, si stabilisce a Roma con un assegno mensile ottenuto dal padre rinunciando alla sua parte di eredità. Qui stringe amicizia con un gruppo di scrittori giornalisti, tra i quali Ugo Fleres (cui dedicherà la traduzione delle Elegie Renane di Goethe); Ugo Ojetti; Giustino Ferri, redattore del “Fanfulla” e del “Capitan Fracassa” su cui pubblicherà parecchie novelle, che lo aiuterà in alcuni momenti difficili; Luigi Capuana, che cerca di spingerlo alla narrativa e lo avvicina alle scienze esoteriche, che avranno una parte notevole nella descrizione del soggiorno romano di Mattia Pascal; Giovanni Cena, redattore capo della “Nuova Antologia”.  Comincia un periodo di disorientamento, come si può ricavare dalle lettere che scrive a Jenny, determinato dal contrasto ormai abbastanza marcato tra la scientificità, e tutto sommato anche l’aridità, dei suoi studi sul linguaggio e il suo sentirsi portato irresistibilmente verso una non ancora determinata musa, affascinato comunque dal teatro. Anche l’offerta di un “lettorato” presso l’Università di Bonn viene lasciato cadere e il rifiuto di una possibile carriera universitaria sul subito significa anche la rinuncia definitiva a Jenny.

Il biennio tedesco era stato intenso fervido di lavoro: aveva letto i romantici tedeschi, tra cui Tieck, Chamisso, Heine, e Goethe, iniziato la traduzione delle Elegie romane di Goethe (che pubblicherà nel 1896), composto su imitazione delle Romane le Elegie boreali (che pubblicherà nel 1895 con il titolo di Elegie renane) e cominciato a meditare sull’umorismo attraverso lo studio dell’opera di Cecco Angiolieri, sul quale scriverà due saggi, uno dal titolo Un preteso poeta umorista del secolo XIII verrà pubblicato sul numero del 15 febbraio 1896 de La vita italiana e contiene le prime annotazioni sul concetto di umorismo che è il vero fondamento della sua arte e che sarà l’argomento di un apposito e importantissimo saggio, L’Umorismo del 1908, di cui parleremo.

Nel 1892, l’anno delle prime novelle (La ricca e Creditor galante) dopo che aveva scritto esclusivamente versi e drammi, a parte Capannetta, comincia a comporre il suo primo romanzo, L’esclusa, il cui titolo fu più volte cambiato (L’infedele, Destinati, Marta Ajala, un nome che rientrerà nel suo destino), fino ad assumere quello definitivo. Il romanzo, concluso nell’estate dell’anno seguente a Monte Cave (poi Monte Cavo) sui colli Albani vicino Roma, che gli era caro anche perché gli ricordava le contrade del Reno presso Bonn e la figura di Jenny Schulz che forse presta un po’ del suo carattere dolce e nel contempo sicuro a Marta Ajala, resterà parecchi anni nel cassetto, finché verrà pubblicato prima a puntate fra il giugno e l’agosto 1901 sul quotidiano romano «La Tribuna» poi in volume nel 1903. Comincia a prendere vita quella folla di personaggi, spesso dolenti, che cercano di avere anch’essi una loro dignità di vita.

 

Sul finire del 1893 sullo stradone che da Porto Empedocle sale verso Agrigento, conosce Maria Antonietta, anche lei di Agrigento, dove era nata nel 1872, figlia di Rosalia Rinaldi e di Calogero Portolano, socio del padre; è un incontro combinato dal padre stesso che spera in un matrimonio tra i due giovani perché in questo modo avrebbe potuto risolvere parecchi problemi economici riguardanti la cava di zolfo che in quegli anni, per una prolungata crisi nel settore, destava non poche preoccupazioni. Fra i due giovani nasce istintivamente un’intesa spontanea, un trepidante sentimento amoroso (Aguirre) che porta subito a un contratto di matrimonio. Luigi parte per Roma da dove scrive quasi quotidianamente lettere alla bella sposa (13 lettere in venti giorni), dai grandi occhi ardenti e un po’ corrucciati, una donna timida e un po’ chiusa, di buona famiglia, che aveva fatto, probabilmente, i suoi studi presso le suore di San Vincenzo dell’Educandato Schifano, dove il 2 luglio 1892 diventa «Figlia di Maria» ed educata da un padre geloso e possessivo, temuto per il suo carattere difficile e tenuto in gran considerazione dai suoi concittadini. Le lettere mettono al corrente la futura sposa sulla ricerca e sui preparativi della casa e “parlano” del suo trasporto passionale per l’arte, per la scrittura e per la letteratura. E naturalmente del suo amore per Antonietta, un amore che fa sparire anche i disturbi neurovegetativi che negli ultimi anni hanno afflitto Luigi.

Il matrimonio viene celebrato ad Agrigento il 27 gennaio 1894; dopo una breve luna di miele trascorsa al Kaos e un altrettanto breve viaggio di nozze, i due sposi raggiungono a Roma la casa che Luigi aveva trovato e arredato in via Sistina all’angolo con via del Tritone; l’anno seguente nasce il primo figlio, Stefano, che segna l’inizio della vita familiare di Luigi e di un periodo felice e tranquillo della sua esistenza, mentre Antonietta cercava di far di tutto per essere “una moglie esemplare”.  Nel 1896 i due sposi cambiano casa e vanno a vivere in via Vittoria Colonna, nel palazzo Odescalchi, che sarà tanto carico di vicende nella storia della vita di Pirandello, dove nasce la secondogenita, Lietta, nel giugno del 1897. Sono anni sereni, allietati dalla buona salute e da due figli che crescono bene senza causare problemi e da una certa tranquillità economica, aiutati anche dalla presenza assidua e amichevole del dottor Capparoni, il medico di famiglia, che sapeva dare all’occorrenza un consiglio buono a tutti, ad Antonietta su come rinforzare i capelli indeboliti dalle maternità, a Luigi per i suoi disturbi neurovegetatitivi e a tutti e due su come allevare e curare i disturbi dei bambini. Ma la vita a Roma, lontano da ogni presenza familiare, con il peso del ménage familiare sulle sue spalle, senza consigli, non doveva essere comunque tanto facile per la giovane Antonietta, che col matrimonio si sente gravare addosso il peso della famiglia senza nessuno vicino che le possa dare un consiglio. Sta di fatto che di tanto in tanto comincia a manifestare sintomi di insofferenza e momenti di nervosismo non sempre ben celati, soprattutto quando nel suo appartamento restava sola con i bambini mentre il marito era via, in casa degli amici Màntica o Ugo Fleres o al caffè “Aragno” di via Veneto.

In questi anni si avvia intanto anche la “carriera” di scrittore di Pirandello: nel 1896 completa il romanzo Il turno, che verrà pubblicato a Catania nel 1902 dall’editore Niccolò Giannotta: il romanzo rappresenta il predominio del caso sulle vicende umane, un caso, o destino che dir si vuole, che rende imprevedibile ogni avvenimento anche, anzi soprattutto, quando gli uomini credono fermamente di poter dominare, o perlomeno guidare, il corso dei fatti. Alla fine del 1897, insieme con alcuni amici, fonda la rivista settimanale “Ariel”, che avrà vita breve (25 numeri fino al 5 giugno 1898), sul quale pubblica l’atto unico L’epilogo, che verrà poi intitolato La morsa, e alcune novelle (La scelta, Se..., ecc.); nella primavera è chiamato ad occupare la cattedra di Linguistica e Stilistica all’Istituto Superiore Femminile di Magistero, in sostituzione dell’amico Giuseppe Màntica: all’insegnamento dedicherà parte delle sue energie, anche se sente che non è un lavoro che fa per lui, perché andava contro la sua natura di artista e di creatore ben più forte di quella di colui che deve spiegare agli alunni e far capire quell’arte e quelle creazioni.

Sono anni importanti, in cui la fama di scrittore di Pirandello si diffonde con la pubblicazione in appendice su giornali e riviste di molte novelle; e sono anche gli anni di fine secolo, attraversati da tensioni sociali e morali spesso gravi che segnano il trapasso ad un secolo che sarà funestato da due guerre sanguinose che coinvolgeranno tutti i continenti.

L’ultimo decennio dell’Ottocento è stato particolarmente travagliato per l’Italia. Semplificando: abbiamo da un lato le forze popolari che cercano con la lotta sindacale e politica di ottenere nuove e migliori condizioni di vita sul piano economico-sociale-giuridico e dall’altro le forze conservatrici legate al latifondismo agrario e alla nobiltà fondiaria e a una parte dell’imprenditoria e del sistema bancario, che cercano non solo di mantenere le condizioni così come erano, ma addirittura di rafforzare i propri privilegi favorendo la piena attuazione dello Statuto albertino che prevedeva che il Governo rispondesse del suo operato esclusivamente di fronte al Re e non anche di fronte al Parlamento.

Nel 1893 la Sicilia diventa teatro delle agitazioni promosse dai Fasci dei lavoratori, associazioni di artigiani e operai, solfatari e contadini, che si erano diffusi sia nei paesi che nelle campagne, dando voce alla protesta contro le tasse troppo esose e il malgoverno locale; in particolare, i contadini rivendicavano una revisione dei patti agrari e l’assegnazione di terre da coltivare. Nello stesso anno scoppia a Roma lo scandalo della Banca Romana; su denuncia del deputato radicale Napoleone Colajanni prende avvio un’inchiesta parlamentare che metterà in luce gli intrallazzi, esistenti sin dal 1889, tra il mondo politico e giornalistico e quello degli speculatori immobiliari e bancari. Giolitti, salito al Governo nel 1891, nonostante le pressioni dei conservatori, non aveva voluto prendere una dura posizione nei confronti dei Fasci, anche perché pensava che il Governo non necessariamente si doveva schierare coi ceti privilegiati contro le rivendicazioni dei lavoratori e dei contadini; anzi, era convinto che si dovesse consentire il libero gioco delle forze economiche e perciò anche le lotte sindacali, limitandosi a garantire l’ordine pubblico e a reprimere gli eccessi e le violenze da qualunque parte essi provenissero. Il suo atteggiamento era determinato dall’esigenza di allargare le basi del consenso del Governo, e quindi dello Stato, abbandonando la concezione strettamente elitaria della vita politica ed economica: aveva capito che l’ascesa delle forze proletarie e popolari era un fenomeno ormai inarrestabile col quale i governi di qualsiasi nazione avrebbero prima o poi fatto i conti, come ebbe ad affermare nel 1901 alla Camera: “nessuno si può illudere che le classi popolari conquistino la loro parte di influenza economica e di influenza politica”, e si augurava che le classi emergenti restassero nell’ambito della costituzionalità.

Il pretesto del dissesto della Banca Romana costringe Giolitti a dimettersi, mentre si preannunciava un successo della linea delle classi privilegiate: gli succede proprio Crispi, che nello scandalo della Banca Romana era ben più gravemente responsabile, ma che, presentandosi come «uomo forte», rassicurava circa il ristabilimento dell’ordine nel paese e il contenimento del movimento operaio. Crispi comincia col reprimere duramente le agitazioni in Sicilia, proclamandone lo stato d’assedio e inviando un contingente militare di 50.000 uomini; per ridare una certa credibilità al mondo finanziario italiano, procede alla fusione di alcune banche e fonda, con compiti di sorveglianza e supporto, la Banca d’Italia. Trionfa così la linea dura che verrà portata avanti dai suoi successori, fino ai famigerati fatti di Milano, quando (1898) il generale Bava Beccaris fa sparare sulla folla inerme anche coi cannoni provocando centinaia di morti, anche se le stime ufficiali si fermeranno a 80 morti e 450 feriti. Con la salita al potere di Zanardelli nel 1901 (con Giolitti ministro dell’Interno) si apre nella vita politica italiana un nuovo scenario.

Pirandello risente a livello personale di questi avvenimenti, vivendoli in prima persona, perché conosceva direttamente molti appartenenti al movimento dei Fasci (lo stesso zio Rocco viene coinvolto nello scandalo bancario): sono avvenimenti che faranno da sfondo al romanzo I vecchi e i giovani.

A Palazzo Odescalchi, in via Vittoria Colonna il 12 giugno 1897 gli nasce Rosalia (Lietta) e nel 1899 l’ultimo figlio, Fausto. Pur in un clima di sostanziale incomprensione di Antonietta per la “carriera” artistica del marito, la vita familiare è serena, come attestano le lettere che i due coniugi indirizzano a Lina e al marito Calogero; diventa più intensa la collaborazione a riviste e giornali, come La Critica; la Tavola rotonda, su cui pubblica nel 1895 la prima parte dei Dialoghi tra il Gran Me e il piccolo me e il Marzocco, sul quale escono nel 1900 alcune celebri novelle (Lumie di Sicilia, La paura del sonno). Nel 1901 pubblica la raccolta di poesie Zampogna e a puntate, come abbiamo visto, il romanzo L’esclusa su La Tribuna; l’anno successivo raccoglie in volume alcune novelle che erano già uscite su riviste e giornali e le pubblica col titolo Beffe della morte e della vita (una seconda serie uscirà l’anno seguente) e pubblica il secondo romanzo (Il Turno), dedicato alla moglie Antonietta (la dedica: Buona siesta, Nietta mia).

Nel 1903, anno particolarmente difficile e doloroso, arriva dalla Sicilia la tragica notizia dell’allagamento della zolfara di Aragona, nella quale i Pirandello avevano investito i loro averi, compresi quelli della dote della moglie di Luigi. L’improvvisa perdita della rendita di cui godono, getta la famiglia in una situazione di preoccupazioni e difficoltà economiche molto gravi, che si riflettono sull’andamento sereno della famiglia e aggravano quei disturbi nervosi finora abbastanza latenti di Antonietta e che si erano manifestati già alla nascita di Fausto: la lettura della lettera giunta ad annunciare la catastrofe la lascia senza parole e sembra che ne abbia provocato addirittura la paralisi delle gambe, per cui è costretta per circa sei mesi a letto, segnata da una forma di paranoia con manifestazioni pericolose per sè e per gli altri. Antonietta subisce dunque un colpo psicologico tale che il suo equilibrio ne rimane profondamente e irrimediabilmente scosso: il pensiero di tre figli piccoli da mantenere e le abitudini dell’agiatezza passata difficili da dimenticare generano nella donna quelle fissazioni che diventeranno sempre più angosciose col passare degli anni e che si riverseranno contro il marito in una forma morbosa di gelosia fino alla alterazione della salute mentale e psichica.

Il dissesto economico costringe Pirandello, dopo un pensiero al suicidio, a riconsiderare su una base diversa il suo approccio con la letteratura, prima tanto disinteressato: ora, in qualunque modo, deve diventare fonte di introiti economici per sostentare la famiglia, visto che il magro stipendio di insegnante non poteva certo bastare al fabbisogno dei familiari e al mantenimento del suo decoro, offrendosi tra l’altro per la sua competenza nella lingua tedesca anche di dare lezioni private. In una lettera all’amico Angiolo Orvieto, che era stato direttore del «Marzocco», riassume bene la nuova situazione:

Avevo la novellina, intitolata La buon’anima, e invece che al “Marzocco”, l’ho mandata alla “Riviera ligure”.  E sai perché? È triste, molto triste, questo perché; ma, anche a costo d’affliggerti, sarà meglio che te lo dica, per togliere ogni ombra fra noi. Io purtroppo, caro Angiolo, non solo non voglio riposarmi, ma non posso, non posso più. Sappi che da circa un anno le condizioni finanziarie della mia famiglia, per una improvvisa sciagura, non sono più quelle di prima. Una grande zolfara, che dava a mio padre e a tutti noi l’agiatezza, s’è allagata, e l’allagamento ha prodotto danni per più di quattrocento mila lire. La sciagura non è del tutto irrimediabile. Mio padre ha già speso in un anno circa duecento mila lire per la costruzione d’un acquedotto e d’un piano inclinato. Ora la zolfara comincia a votarsi ma ci vorrà per lo meno un altr’anno, prima che si riprenda l’estrazione del minerale. Intanto io son rimasto... con tre figliuoli e la moglie... immagina tu in quale stato! Il misero stipendio di professore straordinario all’Istituto Superiore mi basta appena per pagar la pigione di casa. Bisogna che m’ajuti con le mani e coi piedi, per guadagnare, scrivendo. È una terribile prova, amico mio! inattesa!

Tu sai che da parecchi anni presto al “Marzocco” gratuitamente la mia collaborazione. Figurati con che cuore vorrei seguitare a mandar di tanto in tanto qualche novella. Ma... te l’ho detto, ne avevo una e per venticinque lire l’ho mandata a un altro giornale!».

Sette o otto anni di collaborazione non pagata. Angiolo fa avere all’amico 100 lire che Pirandello, riconoscente, accetta. E da quel momento la sua collaborazione verrà retribuita: 25 lire, poi 30 lire ogni novella (in quegli anni Capuana ne riceveva, dalla «Riviera ligure», 50, il doppio di Pirandello). Intanto Giovanni Cena lo impegna, dietro il pagamento di un anticipo di 1000 lire a scrivere un romanzo che avrebbe dovuto uscire a puntate sulla «Nuova Antologia»: Pirandello accetta, pur non avendo ancora nessuna idea. La proposta dell’amico Cena era un modo come un altro per aiutare l’amico in difficoltà? Sta di fatto che, in questa triste situazione, vegliando la moglie malata, nasce un romanzo che contiene numerosi spunti autobiografici sparsi sia nelle vicende che nella caratterizzazione dei personaggi, Il fu Mattia Pascal, che viene pubblicato nei fascicoli di aprile, maggio e giugno del 1904 e poi in volume: è il suo primo vero successo non solo in Italia ma anche all’estero, caso singolare per un autore italiano. Nel 1910 con poche varianti viene pubblicato in una seconda edizione nella collana “Biblioteca amena” da Treves e nel 1918 in una terza edizione con numerose varianti; nel 1921 abbiamo l’edizione praticamente definitiva con la casa editrice Bemporad di Firenze (dopo aver lasciato la Treves): è in questa quarta edizione, che lo leggiamo oggi, arricchita da qualche variante e soprattutto dall’appendice Avvertenza sugli scrupoli della fantasia, che accompagnerà sempre le successive edizioni.

Già contestualmente alla pubblicazione sulla rivista il romanzo viene tradotto in francese (ma vicende editoriali ne ritarderanno la pubblicazione al 1910) e appena concluso viene tradotto in tedesco (uscirà prima in Austria nel 1905); nel 1923 verrà tradotto in inglese e pubblicato contemporaneamente sia a Londra che a New York. Il grande successo (quattro edizioni e numerose ristampe in pochi anni) gli permette di entrare a far parte della più importante casa editrice del tempo, quella dei fratelli Treves, dal 1906.

Il romanzo si impone alla critica e all’attenzione dei lettori per il suo taglio antinaturalistico e segna la svolta definitiva della sua esistenza di scrittore, se così possiamo dire, nel senso che da questo momento in poi l’obiettivo vero della sua vita diventa l’arte: di ben pochi scrittori possiamo annotare una così completa dedizione all’arte della rappresentazione letteraria, sia essa narrativa o  teatro poco importa: anzi, narrativa e teatro risulteranno intimamente legati tanto che possiamo parlare tranquillamente di una rappresentazione teatrale dei personaggi delle novelle e dei romanzi, a cominciare appunto da quel Marcantonio Ravì protagonista de Il turno che rappresenta la sua parte davanti al paese intero, che diventa il grande palcoscenico della vicenda e che a noi ricorda tanto come prosecuzione della vicenda il dramma Pensaci, Giacomino!.

Sono anni di intenso e quotidiano lavoro: nel 1908 pubblica un volume di saggi dal titolo Arte e scienza e l’importantissimo saggio L’umorismo, che contiene una forte vena polemica con parte della cultura ufficiale, e soprattutto con Benedetto Croce col quale si innesta una diatriba che sarà lunga e spesso anche velenosa; l’anno seguente viene pubblicato a puntate la prima parte del romanzo I vecchi e i giovani, che riportando gli avenimenti del 1893-1894 ripercorre la storia del fallimento e della repressione dei Fasci siciliani. Nel romanzo sono adombrate le figure del padre Stefano (Stefano Auriti) e della madre Caterina (Caterina Laurentano), come lo scrittore stesso scriverà ai genitori.

Intanto cominciano ad aggravarsi le condizioni di Antonietta e a nulla vale l’amore dei tre figli e del marito e le premure da cui è circondata; lo stesso Pirandello entra in conflitto sia col padre (per la questione della dote della moglie), sia col suocero Calogero Portolano. Sempre più spesso la moglie chiederà di vivere per periodi di anno in anno più lunghi, lontano dal marito e fra i luoghi della sua giovinezza, a Girgenti, che diventa il suo rifugio ma non il toccasana al suo male; per questi soggiorni viene preso in affitto il villino Catalisano, nuovo, che davanti presenta uno scenario dolce, la campagna e in lontananza il mare. Sul finire del 1911 sarà addirittura lui a dover lasciare la casa maritale di Roma prendendo in affitto due stanzette ammobiliate: è un momento di profondo sconforto che troviamo puntualmente nelle sue lettere alla sorella Lina. Li divide soprattutto l’incomunicabilità, il muro invalicabile che Antonietta erigerà tra sè e il marito, un po’ per trauma mentale e molto per assoluta diversità di idee e di istinti nei riguardi del coniuge, visto come il titolare di una cultura che sradica (Claudio Toscani: L.P., Il fu Mattia Pascal, a cura di Claudio Toscani, A. Mondadori, Milano 1991, p. XIII). Unico conforto è l’arte, nella quale riesce a sublimare la triste tragedia quotidiana.

Nel 1908 pubblica Arte e scienza e L’umorismo, saggi critici che rappresentano la sistematizzazione della sua teorizzazione artistica, l’angolo di visuale della sua visione della realtà, del suo sentimento della realtà e dell’esistenza umana. Al centro abbiamo sicuramente l’umorismo, ed è un umorismo che non esiste in natura o nei fatti, come il comico o il tragico, ma  nell’uomo e nella sua riflessione sui fatti e sui personaggi, sulla realtà e sugli ideali, sui grandi valori e sulle piccole miserie quotidiane. I due volumi, insieme a quelli già pubblicati di novelle, romanzi e poesie, serviranno per la nomina a professore ordinario, che avviene con un decreto del 28 novembre 1908 col quale gli viene affidata ufficialmente la cattedra di “Lingua italiana, stilistica e precettistica e studio dei classici, compresi i greci e latini nelle migliori versioni” nel primo biennio dell’Istituto Superiore di Magistero di Roma; ed è una nomina che risolve in parte i suoi problemi economici. Pur pesandogli molto, come abbiamo visto, la professione di insegnante, anche se a quanto pare ebbe notevole successo presso gli allievi per il senso del dovere e per il modo stesso con cui affrontava la storia letteraria e l’analisi dei testi classici, Pirandello abbandonerà la cattedra solo nel 1922.

Nel maggio 1909 muore Calogero Portolano: la morte del padre rende Antonietta più fragile ed esposta agli attacchi del male di cui Luigi è cosciente con la ragione ma che non accetta col sentimento; Antonietta trascorre quasi tutto l’anno a Girgenti, nella pace delle sue terre, e per consiglio dei medici, anche nella speranza che il male si attenui e le dia periodi sempre più lunghi di riposo e di serenità, continuerà ad andarvi fino al 1916. Luigi le sta vicino il più possibile; diventano importanti le villeggiature, che avvengono in luoghi non molto lontani da Roma e di cui restano testimonianze nei piccoli quadri a olio dipinti dallo scrittore stesso: è la sua visione della realtà e della natura e dei paesaggi, di San Marcello Pistoiese, della Versilia, di Viareggio, di Anticoli Corrado (che si trova dopo Tivoli, a un centinaio di chilometri da Roma, su una collina che domina  la valle dell’Aniene), di Soriano nel Cimino, a una quindicina di chilometri da Viterbo (di cui era originario il mai dimenticato professor Monaci): un accomodamento semplice: un appartamento in affitto e i pasti in trattoria, insieme ai ritratti di Antonietta, dei figli e di Emilia Frateili.

In ottobre comincia la sua collaborazione al «Corriere della Sera» con la pubblicazione della novella Il mondo di carta, una collaborazione che durerà per tutta la vita; l’ultima novella, infatti,  Effetti d’un sogno interrotto, verrà pubblicata il giorno prima della sua morte. Fra le prime novelle troviamo La giara e, nel 1910, Non è una cosa seria e Pensaci, Giacomino!

Nell’autunno-inverno del 1910 Pirandello è solo a Roma col figlio Stefano, che studia al Convitto Nazionale, quasi in campagna, tra gli effluvi di luppolo della Birra Peroni e l’alto comignolo della fabbrica dei biscotti Gentilini. Quando Antonietta ritorna la famiglia andrà ad abitare in via Mario Pagano, vicinissimo alla sede del Magistero. Era un appartamento bellissimo, molto più bello di quelli che avevano abitato fino ad allora. Era stata la morte di Calogero a consentire una maggiore agiatezza? Pirandello aveva lo studio, due ampie finestre, su via Carducci. Dirimpetto era in costruzione un palazzo (gemello a quello che loro abitavano?): qui, e non a via Bosio come altri ha detto, era il grande divertimento e la costernazione dei muratori nel vedere Pirandello, seduto alla scrivania, gestire e parlare da solo mentre scriveva. (Maria Luisa Aguirre d’Amico, Album Pirandello, pag. 116). Pirandello fa vita molto ritirata, non esce che qualche volta la sera, per fare un po’ di moto, incontrando qualche amico, come scrive in una lettera lettera autobiografica.

Proprio il 1910, il nove dicembre, segna l’ingresso ufficiale di Pirandello nel teatro, non più come spettatore, ma come autore: al Teatro Metastasio di Roma la Compagnia del «Teatro minimo», diretta dall’amico Nino Martoglio, attore e regista suo conterraneo, mette in scena due atti unici, La morsa (che è un rifacimento de L’epilogo pubblicato su «Ariel» nel 1898 e Lumìe di Sicilia ricavato forse proprio in quell’autunno dalla novella pubblicata sul Marzocco nel 1900. Numerose sono le repliche: La morsa piace di più al pubblico, Lumìe di Sicilia alla critica. Nel frattempo continua a scrivere e pubblicare novelle, che assumeranno il titolo generale di Novelle per un anno.

L’anno dopo, contestualmente alla pubblicazione di straordinarie novelle, come La patente e La tragedia di un personaggio, presso l’editore Quattrini di Firenze esce Suo marito, (che il Treves non poté pubblicare per sue ragioni particolari, e ne fu dolentissimo, scrive nella Lettera autobiografica), romanzo pieno di spunti che saranno sviluppati nel teatro. Nel 1913, il 20 giugno, abbiamo la seconda presenza di una sua opera in teatro: nella Sala Umberto I di Roma la Compagnia del «Teatro per tutti» diretta da Lucio d’Ambra e Achille Vitti (che erano stati i soci presentatori per la sua iscrizione alla Società Italiana degli Autori avvenuta il primo gennaio 1911) rappresenta Il dovere del medico.

Fino al 1915 gli anni passano lenti e dolorosi per il continuo aggravarsi della malattia della moglie. Il lavoro che lo assorbe maggiormente è quello di prosatore: Pubblica proprio in questo ultimo anno, da giugno ad agosto, il romanzo Si gira... sulla Nuova Antologia, che uscirà in volume nel 1916 e ristampato infine nel 1925 col titolo attuale di I quaderni di Serafino Gubbio operatore.

“Si gira” era il nomignolo affibbiato a Serafino Gubbio di professione operatore di una casa produttrice di pellicole cinematografiche. Il romanzo è il diario di quest’operatore, non solo delle finzioni della scena, ma anche della vera vita che gli attori vivono. E nel romanzo c’è un personaggio, Cavalena, che ha una graziosa figlia, Luisetta, e una moglie irragionevolmente gelosa... (È Lietta stessa ad autorizzare questo accostamento autobiografico. In una lettera a Gaspare Giudice del 3 giugno 1961, Lietta scriveva con la consueta aderenza espressiva: «È ormai noto che Pirandello è autobiografico in tanti suoi scritti e non è difficile trovare in essi le dolorose vicende della nostra vita familiare. Non è quindi lontano dal vero il Suo sospetto su “l’ansioso tenero rapporto affettivo” del povero Cavalena con la Luisetta dei Quaderni di Serafino Gubbio. Sono nei miei ricordi più accorati quei balconcini di casa nostra, aperti all’ampia valle dei Templi a Girgenti, o sui giardini di Roma, sotto i cieli stellati della Sicilia o di questa città - e m’avviene ancora qualche volta, nell’alzare gli occhi la sera a ricercare le Pleiadi, di rivedere la sua mano che le addita e di riudire la sua voce che m’“arriva come da lontano”, soffusa d’un accoramento infinito.»)

Da via Mario Pagano, in quegli anni, Pirandello è andato ad abitare in via Alessandro Torlonia (oggi via Antonio Bosio), nei pressi di uno stabilimento cinematografico, che qualche volta si è recato a visitare, introdotto dall’amico Lucio d’Ambra e accompagnato da Lietta. Lì ha visto “girare” qualche scena cinematografica, la rappresentazione dell’anima umana secondo la nuova arte.

Il 1915 è uno degli anni più tristi per Pirandello e chiude un periodo della sua vita in cui afferra per intero il significato del sentimento del dolore. Due soprattutto gli avvenimenti che lo hanno caratterizzato:

Ø             il 24 maggio l’Italia entra in guerra e il figlio Stefano, pieno di ideali e tenace interventista parte volontario ma ben presto (il 2 novembre) viene fatto prigioniero e rinchiuso prima nel campo di raccolta di Mauthausen poi (dopo Caporetto) in quello di Plan in Boemia: una prigionia durata praticamente tre anni (fino al novembre 1918), durante i quali c’è un intenso scambio epistolare tra padre e figlio importante sia per i temi trattati che per i sentimenti quotidiani che ci possono gettare un fascio di luce discreto e illuminante non solo per quanto riguarda l’artista Pirandello e i primi anni del suo teatro, ma anche per l’uomo;

Ø             la morte della madre, avvenuta in settembre, una presenza sempre viva nella sua mente anche quando era lontano e la consapevolezza di essere sempre vivo in lei e nel suo pensiero, una presenza forte per per il suo carattere, quasi un riparo per resistere meglio agli attacchi traditori dell’esistenza, lei che sapeva così bene usare la prudenza, che le consigliava di evitare in ogni occasione di prendere di petto le situazioni e di prendere decisioni definitive, e la prudenza non può essere unita che agli affetti più profondi. All’arte è affidato il ricordo più intimo, ben rappresentato nell’epilogo del film Kaos dei fratelli Taviani:

E m’è avvenuto, accostandomi per la prima volta all’angolo della stanza ove già le ombre cominciano a vivere, di trovarvene una che non m’aspettavo, ombra solo da jeri.

- Ma come, Mamma? Tu qui?

È seduta, piccola, sul seggiolone, non di qui, non di questa mia stanza, ma ancora su quello della casa lontana, ove pure gli altri ora non la vedono più seduta e donde neppur lei ora, qui, si vede attorno le cose che ha lasciato per sempre, la luce d’un sole caldo, luce sonora e fragrante di mare, e di qua la vetrina che luccica di ricca suppellettile da tavola, di là il balcone che dà su la via larga del grosso borgo marino, per dove passa monotona tutti i giorni, stridente di carri, la solita vita, di traffico per gli altri, di tedio per lei; né più si vede davanti i cari nipotini dai dolci occhi intenti ai suoi racconti, e quegli altri due che più, certo, le è doluto di lasciare: il vecchio compagno della sua vita, la figliuola più amata, quella che fino all’ultimo la circondò di vigile adorazione.

Curva, tutta ripiegata su se stessa per schermire gli spasimi interni, con le pugna sui ginocchi e su le pugna la fronte, sta qua, su quel suo seggiolone che le ricorda tutte le cure della casa e il tormento dei lunghi pensieri nell’ozio forzato, i viaggi dell’anima tra le memorie lontane e il lungo soffrire e anche, sì, le sue ultime gioje di nonna.

Alla mia domanda: «Ma come, Mamma? Tu qui?» alza la fronte dai ginocchi e mi guarda con quegli occhi che hanno ancora la luce dei venti anni ma in un bianco volto molle e smunto dal male e dall’età; mi guarda e m’accenna di si, che è voluta venire per dirmi quello che non poté per la mia lontananza, prima di staccarsi dalla vita.

«D’esser forte, Mamma, mi dici, in questo momento di prova suprema per tutti? Forse sì... ma tu, Mamma? Proprio in questo momento lasciarmi, partirti da quel tuo cantuccio laggiù, ove io venivo col pensiero a trovarti ogni giorno, quando più cupa e fredda mi doleva la vita, per rischiararmi e riscaldarmi al lume e al calore dell’amor tuo, che mi rifaceva ogni volta bambino...».

Solleva con pena le palpebre e atteggia il volto a un sorriso di pena, tenendosi sul grembo le povere piccole mani che tanto hanno lavorato; quasi per nascondere il male, ov’esso gliele ha più torturate e offese. E non quelle mani soltanto si tiene così, ma dentro così anche l’anima, per nascondere dove più le vicende della vita gliel’hanno offesa, ove più qualche parola degli altri gliela toccano al vivo, e per non dire, attraverso quel sorriso di pena, se non ciò che conviene, non tanto per sé quanto per gli altri. (Da Colloquii coi personaggi - II, pubblicato sul Giornale di Sicilia, 11-12 settembre 1915)

È del 1915 il fidanzamento di Lietta con il capitano Marino Valletti, che però lascia scarse tracce nella vita della ragazza che forse si abbandona a questa esperienza soprattutto per sfuggire al peso di una vita in famiglia divenuto ormai insostenibile; viene fissato perfino il matrimonio ad una data da stabilire dell’anno successivo prima che il giovane parta per due anni per Torino per seguire la scuola militare di guerra. Ma il 1916 non porta il matrimonio, che passa sotto silenzio, e i motivi non si conosceranno mai, ma forse incidono il carattere così diverso dei due giovani e la dolorosa malattia di Antonietta.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 21 marzo 2006