FRANCESCO PETRARCA

Rime sparse

I - frammenti

I

            Frammento di stanza (o, secondo altri, terzine finali di un sonetto trascritto da Petrarca il 30 novembre 1349, tra nona e vespro. I versi sono da mettere in rapporto con i sonetti del pianto di Laura (Canzoniere, CLV-CLVIII)

      Che le sùbite lagrime ch’io vidi,
dopo un dolce sospir, nel suo bel viso,
mi fûr gran pegno del pietoso core:
chi prova intende; e ben ch’altro sia aviso
a te forse ti contenti e ridi,
pur chi non piange non sa che sia amore.
 
 
 
 
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II

            Frammento di canzone o, secondo alcuni, la coda, metricamente imperfetta, del sonetto Tal cavalier (il quinto della sezione Sonetti di corrispondenza, più avanti in questa raccolta)

      Non so se ciò si fia tardi o per tempo,
ché le vedette sono o lunghe o corte
come son meno o più le genti accorte.
 
 

III

Frammento di canzone o di ballata, scritto la sera del 17 maggio 1348

      Felice stato aver giusto signore
ove ’l ben s’ama e più là non s’aspira,
ove in pace respira
il cor ch’attende per virtute onore.
      Nuda de’ be’ pensier l’alma digiuna
si stava, e negligente,
quando Amor di quest’occhi la percosse
poi che fu desta dal signor valente.
 
 
 
 
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IV

            Inizio di canzone in morte di Laura, sostituito poi coi versi Che debb’io far (Canzoniere, CCLVIII), perché al Petrarca non parve abbastanza triste: «non videtur satis triste principium», dice una sua postilla.

      Amore, in pianto ogni mio riso è volto,
ogni allegrezza in doglia,
et è obscurato il sole a gli occhi miei.
ogni dolce pensier dal cor m’è tolto,
e solo ivi una voglia
rimasa m’è di finir gli anni rei
e di seguir colei
la qual ormai di qua veder non spero
 
 
 
 
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V

            Probabilmente è la prima stesura del congedo della citata canzone in morte di Laura. L’amico è Sennuccio del Bene, che nel 1348 era a Firenze, ma rimasto sempre vicino al poeta col suo cuore di confidente.

      S’amor vivo è nel mondo
e ne l’amico nostro al qual tu vai,
canzon, tu ’l troverai
mezzo dentro in Fiorenza e mezzo fori:
altri non v’è che ’ntenda i miei dolori.
 
 
 
 
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VI

Frammento, forse iniziale, di canzone o ballata in morte di Laura

      Occhi dolenti, accompagnate il core,
piangete omai quanto la vita dura,
poi che ’l sol vi si oscura
che lieti vi facea col suo splendore.
      Poscia che ’l lume de’ begli occhi hai spento,
Morte spietata e fera,
che solea far serena la mia vita,
a qual duol mi reservi, a qual tormento?
 
 
 
 
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VII

Frammento di ballata sull’aspra guerra d’amore.

      Amor, che ’n pace il tuo regno governi,
pon fine a l’aspra guerra ch’io sostegno,
sí ch’i’ non pèra per soverchio sdegno, etc
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . et in fine
a voi servir, a voi piacer m’ingegno
e quel poco ch’i’ son da voi mi tegno.
 
 
 
 
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II - Rime disperse

I

            Trascritto il 4 novembre 1336. "Si può azzardare l’ipotesi di una parentela tra questo sonetto e l’elaboratissimo CXCVII del Canzoniere" (Romanò).
            Si tenga presente che Atlante, come narra Ovidio nelle Metamorfosi (IV, 632 e sgg.), incantatosi a guardare l’amata Medusa, fu da lei tramutata in pietra; per sostituire l’oblioso amante, Ercole sottopose le spalle e l’omero e il dorso alla gran soma del cielo.

      Quando talor, da giusta ira commosso,
de l’usata umiltà pur mi disarmo
- dico sola la vista, e lei stessa armo
di poco sdegno, ché d’assai non posso -,
      ratto mi giugne una più forte a dosso
per far di me, volgendo gli occhi, un marmo
simile a que’ per cui le spalle e l’armo
Ercole pose a la gran soma e ’l dosso.
      Allor però che da le parti estreme
la mia sparsa vertù s’assembla al core
per consolarlo, che sospira e geme,
      ritorna al volto il suo primo colore;
ond’ella per vergogna si riteme
di provar poi sua forza in un che more.
 
 
 
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II

            Questa ballata fu sostituita nel Canzoniere dal madrigale Or vedi, Amor (CXXI), probabilmente perché il Petrarca voleva eliminare un documento che contraddiceva all’unicità dell’amore per Laura. Non persuadono le interpretazioni allegoriche, le quali vorrebbero vederci un conflitto tra la Virtù e la Gloria (cfr Canzoniere, CXIX)

Donna mi vene spesso ne la mente;
altra donna v’è sempre:
onde io temo si stempre       il core ardente.
      Quella ’l notrica in amorosa fiamma
con un dolce martir pien de desire;
questa lo strugie oltra misura e ’nfiamma
tanto ch’a doppio è forza che sospire.
Né val perch’io m’adire       et armi il core,
ch’i’ non so come Amore,
di che forte mi sdegno, lel consente.
 
 
 
 
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III

            «Se è del Petrarca (fra le rime del quale si trova nei tre codici che lo serbano), questo sonetto è da ritenersi giovanile, soprattutto per le tracce evidenti dell’’mitazione dantesca (dalla canzone Io son venuto al punto de la rota). Nelle stampe moderne, sta fra le rime attribuite al Boccaccio»

      Cadute son degli àrbori le foglie,
taccion gli uccelli e fuman le fontane,
le dimestiche fere e le selvane
giuso hanno poste l’amorose voglie;
      e l’umido vapor, che si raccoglie
nell’aria, attrista il cielo, e dalle sane
menti son fatte le feste lontane
per la stagion acerba ch’or le toglie.
      Né altrove che ’n me si trova Amore
il qual così mi tene e struge forte
come suol far nel tempo lieto e verde;
      e tra ’l ghiaccio e la neve m’arde ’l core,
il qual per crudeltà non teme morte
né per girar di ciel lagrima perde.
 
 
 
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IV

            Solo due codici lo attribuiscono al Petrarca: gli editori moderni lo pongono fra le rime dubbie del Boccaccio, benché siano affatto petrarchesche la situazione, le immagini e la finale ripresa per contrasto

      Il mar tranquillo, producer la terra
fiori et erbette, el ciel queto girarsi,
gli uccelli più che l’usato allegrarsi
quando fuori Eol Zefiro disserra,
      ho già veduto; e se ’l veder non erra,
veggio le donne belle e vaghe farsi,
e le bestie ne’ boschi accompagnarsi,
e pace e triegua farsi d’ogni guerra,
      posarsi i buoi de le fatiche loro,
e bobolchi e pastor sotto alcuna ombra
cercare il fresco e riposarsi alquanto.
      Ma io, che per amor mi discoloro
e cui disio più che speranza ingombra,
riposare non posso tanto o quanto.
 
 
 
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V

      L’alpestri selve di candide spoglie
vedo spogliarsi, e li tepidi fonti
rinfrescar le sue rive, e colli e monti
broli e giardini rivestir di foglie;
      e gli augelletti seguitar lor voglie
d’amorosi desir che gli hanno ponti,
donne et amanti ad amarsi far pronti
questa dolce stagion che tutto accoglie.
      Campagne e piagge e selvatiche strade
veggio coperte di fioretti e d’erba,
i quai per me si coglion volte rade,
      tant’è la vita mia dura et acerba,
la qual ad or ad or rilieva e cade,
come al ciel piace che così la serba.
 
 
 
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VI

            Da taluni attribuito al Boccaccio, "cui per altro mal si adattano il linguaggio e anche la materia (il tema del viaggio per monti e selve e mari è invece presente nella biografia e nella poesia del Petrarca)" (Sapegno). I versi 15-16 sono di intonazione popolaresca e si trovano solo in pochi manoscritti.

      L’aspre montagne e le valli profonde,
i folti boschi e l’acqua e ’l ghiaccio e ’l vento,
l’alpi selvagge e piene di spavento,
e de’ fiumi e de’ mar le torbid’onde
      e qualunque altra cosa più confonde
il pover peregrin, che mal contento
da’ suo’ s’allunga, non ch’alcun tormento
mi desser, tornand’io, ma fûr gioconde;
      tanta dolce speranza mi recava
spronato dal desio di rivederti
qual vêr me ti lasciai, donna, pietosa.
      Or, oltr’a quel che io, lasso, stimava,
truovo mi sdegni, e non so per quai merti,
per che piange nel cor l’alma dogliosa:
      e maledico i monti l’alpi e ’l mare
che mai non mi lasciaron ritornare.
 
 
 
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VII

      A giudizio del Parodi è senza dubbio la prima stesura del sonetto CCXVI del Canzoniere

      Nel tempo, lasso, de la notte, quando
piglian riposo i miseri mortali
de le fatiche loro e gli animali
similmente stan tutti riposando,
      io misero mi sento lacrimando
con più pensieri raddoppiarsi i mali,
e duolmi più che sian meco immortali
sempre più lieta vita più sperando.
      E pur così da l’uno a l’altro sole,
credendomi fornir l’aspro vïaggio,
sen fugge il tempo, et io corro a la morte.
      Quanti dolci anni, lasso, perdut’aggio;
quanto desio per infelice sorte.
E questo è ’l rimembrar che più mi dole.
 
 
 
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VIII

            È stato detto che questo sonetto "svolge temi caratteristici del Petrarca" (Sapegno). Sembra al contrario che sia stata proprio la tragica sfiducia nella memoria (espressa al v. 9) a farlo escludere, per incoerenza rispetto a motivi fondamentali dal Canzoniere (cfr soprattutto il son. CCXCII). L’attribuzione resta comunque probabile per ragioni formali.

I’ solea spesso ragionar d’amore
e talora cantar del vago viso,
del qual fatto s’avea suo paradiso,
come di luogo eletto, il mio signore.
      Or è il mio canto rivolto in dolore
e trasmutato in pianto il dolce riso,
po’ che per morte da no’ s’è diviso
e terra è divenuto il suo splendore.
      Né sarà mai ch’alla mente io torni
quella immagine bella, che conforto
porger solea a ciascun mio disire,
      che io non pianga e maledichi i giorni
che tanto m’hanno in questa vita scorto,
ch’io senta del mio ben fatto martire.
 
 
 
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IX

      O ch’Amor sia o sia lucida stella,
te nel mio meditar forma sovente
leggiadra vaga splendida e piacente,
qual viva esser solevi e così bella.
      Quivi con teco l’anima favella,
ode e risponde, e tanta gioia sente
che la gloria del ciel crede nïente,
quantunque grande, per rispetto a quella.
      Ma com’ la viva immagine si fugge
e rompesi il pensier che la tenea
che ’n terra se’ cener mi ricorda,
      torna il dolor che mi consuma e strugge,
e prego te che la morte mi dea
di te seguir: deh, non esser più sorda.
 
 
 
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X

            «È dato al Petraca da tutti i manoscritti (numerosi, e alcuni assai antichi) che lo riportano: scritto per render grazie a un potente protettore» (Sapegno).

      Allor che sotto il Cancro cangiato hanno
le bionde spighe in bianco il color vivo,
a’ pastor tempra il gran fervore estivo
o ramo o tetto che spessa ombra fanno;
      e i lontan messagger, che in fretta vanno,
rinfrescan da la sete al freddo rivo,
sol per portarne il trïunfale olivo
che annunzia pace o de’ nemici danno.
      Così vostra pietade me difende,
signor, dagli aspri colpi di Fortuna,
che contr’a’ debil gravi colpi stende.
      Di ringraziarvi, sufficienza alcuna
non ha mia mente; ma se stessa rende
piena di fè, ma di poter digiuna.
 
 
 
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XI

            Per l’intonazione dell’esule ilisside e per il misogallismo, cioè per quella certa avversione per la Francia e la sua cultura, questo sonetto può ben ascriversi al Petrarca, al quale viene attribuito da alcuni codici trecenteschi.

      Io non posso ben dire, Italia mia,
sí mi lega ’l dolor la lingua e ’l pianto,
qual è la mia vita amara e trista quanto
po’ che lontan da te corsi altra via.
      Ma se per tempo tornerò in balìa
di me medesmo, io pur sciverò in canto
la cagion de’ sospiri e di duol tanto,
che lagrimarne assai cagion ti fia.
      Duro è servaggio in ogni parte e loco,
ma bramo più di star servo a tua ombra,
ov’io mi struggo alfine a poco a poco,
      che libero fra Galli et altra gente.
S’a rivederti indugio più, m’ingombra
la fama tua ch’ognor mi sta presente.
 
 
 
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XII

            "Questa canzone, scritta per la conquista di Parma da parte di Azzo da Correggio e dei suoi fratelli, è attribuita al Petrarca da alcuni manoscritti e da stampe del Cinquecento. Per l’alta eloquenza e per i sentimenti che vi sono espressi, essa ben si adatta all’arte e alla poetica del Petrarca. Parma era sottoposta alla sovranità del Papa, ma ad aiutare i da Correggio erano intervenuti gli Scaligeri, vecchi fedeli all’Imperatore. Il Petrarca e Azzo tentarono una mediazione, perché Mastino della Scala si riconciliasse con la Chiesa e ne fosse riconosciuto Vicario. Durante le trattative, Mastino cambiò parere, sicché Azzo, indignato, ritornò in Italia, con l’aiuto dei Fiorentini, dei Gonzaga e di Luchino Visconti, il 23 maggio 1341 e riconquistò (sia pure per breve tempo, e ciò per spiegare l’esclusione della canzone dalla raccolta delle Rime) la città dei suoi avi. In quello stesso giorno vi entrò anche il Petrarca, reduce dall’incoronazione in Campidoglio.

      Quel ch’a nostra natura in sé più degno
(di qua dal ben per cui l’umana essenza
da gli animali in parte si distingue),
cioè l’intellettiva conoscenza,
mi pare un bello, un valoroso sdegno
quando gran fiamma di malizia estingue.
Ché già non mille adamantine lingue
con le voci d’acciar sonanti e forti
porrìano assai lodarquel di ch’io parlo,
né io vengo a innalzarlo,
ma dirne alquanto agl’intelleti accorti.
Dico che mille morti
son picciol pregio a tal gioia e sí nova;
sí pochi oggi sen trova,
ch’i’ credea ben che fosse morto il seme,
et e’ si stava in sé raccolto inseme.
 
      Tutto pensoso un spirito gentile
pien de lo sdegno ch’io giva cercando
si stava ascoso sí celatamente,
ch’i’ dicea fra me stesso: - Ohïmè, quando
avrà mai fin quest’aspro tempo e vile?
son di vertù sí le faville spente? -
Vedea l’oppressa e miserabil gente
giunt’a l’estremo, e non vedea ’l soccorso
quinci o quindi apparir da qualche parte;
cosí Saturno e Marte
chiuso avea ’l passo, ond’era tardo ’l corso,
ch’a lo spietato morso
del tirannico dente empio e feroce
(ch’assai più punge e coce
che morte od altro rio) ponesse ’l freno
e reducesse ’l bel tempo sereno.
 
      Libertà, dolce e desïato bene,
mal conosciuto a chi talor nol perde,
quanto gradita al buon mondo esser déi!
Da te la vita vien fiorita e verde,
per te stato gioioso si mantene
ch’ir mi fa somigliante a gli alti dèi,
senza te lungamente non vorrei
ricchezze onori e ciò ch’uom più desìa,
ma teco ogni tugurio acqueta l’alma.
Ahi grave e crudel salma
che n’avei stanchi per sílunga via!
Come non giunse in pria
chi ti levasse da le nostre spalle?
Sí faticoso è ’l calle
per cui gran fama di vertù s’acquista,
ch’egli spaventa altrui sol de la vista.
 
      COR REGIO FU, sí come suona ’l nome,
quel che venne sicuro a l’alta impresa
per mar per terra e per poggi e per piani,
e là ond’era più erta e più contesa
la strada, a l’importune nostre some
corse e soccorse con affetti umani
quel magnanimo, e poi con le sue mani
pietose a’ buoni et a’ nemici invitte
ogni incarco da gli omeri ne tolse,
e soave raccolse
insieme quelle sparse genti afflitte,
a le quali interditte
le paterne lor leggi eran per forza,
le quali a scorza a scorza
consunte avea l’insazïabil fame
de’ can che fan le pecore lor grame.
 
      Sicilia di tiranni antico nido
vide triste Agatocle acerbo e crudo
e vide i dispietati Dïonigi
e quel che fece il crudel fabro ignudo
gittare il primo foloroso strido
e far ne l’arte sua primi vestigi;
e la bella contrada di Tevigi
ha le piaghe ancor fresche d’Azzolino,
Roma di Gaio e di Neron si lagna,
e di molti Romagna,
Mantova duolsi ancor d’un Passerino:
ma null’altro destino
né gioco fu mai duro quanto ’l nostro
era, né carta e inchiostro
basterebben al vero in questo loco,
onde meglio è tacer che dirne poco.
 
      Però non Cato, quel sí grande amico
di libertà che più di lei non visse,
non quel che ’l re superbo spinse fore,
non Fabii o Deci di che ogni uomo scrisse,
se reverenza del buon tempo antico
non mi vieta parlar quel ch’ho nel core,
non altri al mondo più verace amore
de la sua patria in alcun tempo accese:
ché non già morte, ma leggiadro ardire
e l’opra è da gradire
non men in chi, salvando il suo paese,
se medesmo difese,
che ’n colui che ’l suo proprio sangue sparse,
poi che le vene scarse
non eran quando bisognato fosse,
né morte dal ben far gli animi smosse.
 
      E perché nulla al sommo valor manche,
la patria tolta a l’unghie de’ tiranni
liberamente in pace si governa
e ristorando va gli antichi danni
e riposando le sue parti stanche
e ringraziando la pietà superna
pregando che sua grazia faccia eterna.
E ciò si può sperar ben, s’io non erro,
però ch’un’alma in quattro cori alberga
et una sola verga
è in quattro mani et un medesmo ferro;
e quanto più e più serro
la mente ne l’usato imaginare
più conoscer mi pare
che per concordia il basso stato avanza,
l’alto mantiensi: e quest’è mia speranza.
 
      Lunge da’ libri nata in mezzo l’arme,
canzon, de’ miglior quattro ch’i’ conosca
per ogni parte ragionando andrai:
tu puoi ben dir, che ’l sai,
come lor gloria nulla nebbia offosca;
e se va’ ’n terra tosca
ch’appregia l’opre coraggiose e belle,
ivi conta di lor vere novelle.
 
 
 
 
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III - VERSI PER MUSICA

I

            Francesco di Vannozzo, rimatore e musicista veneto, invita, spinto dal figlio Confortino, il Petrarca affinché scriva dei versi adatti ad essere musicati, versi che più volte come un balsamo medicarono l’anima afflitta del poeta aretino.

      Poi ch’a l’ardita penna la man diedi,
alzai le ciglia e vidi gente intorno
che de l’impresa mia mi fêr tal scorno
ch’ancor non so seder, né star in piedi!
      Diceva un pensier: - Leva! - e l’altro: - Siedi! -
El sí, non, fa e ’l non far, la notte e ’l giorno.
Tutti dicean: - Tu se’ sí poco adorno
di facondia, che ’n vano scrivi e chiedi.
      Ond’io di ciò melanconoso assai
nulla facía, per fin ch’un nato giunse
di Confortino e disse: - Che pur fai?
      Io son quel suon che piusor fiate l’unse,
e teco spesse volte il medecai,
benché pur nudo [a lui i’] mi congiunse.
      Scrivigli, e se veder vuomi vestito,
porgate del bel stil bello e polito.
 
 
 
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II-a

            Segue un gruppo di sei componimenti (che indichiamo anche con le lettere alfabetiche) che si trovano nel codice Casanatese 924, e reca una postilla del Petrarca che dichiara di averli scritti nel 1350 per un tal Confortino, nome o pseudonimo di un musicista (molto probabilmente Francesco di Vannozzo).

      Amor che ’n cielo e ’n gentil core alberghi
e quanto è di valore al mondo inspiri,
acqueta l’infiammati miei sospiri.
      Altera donna con sí dolce sguardo
leva il grave pensier talor da terra
che lodarmi conven de gli occhi suoi;
ma dogliomi del nodo ond’io son tardo
a seguire il mio bene e vivo in guerra
coll’alma rebellante a’ messi tuoi.
Signor che solo intendi tutto e puoi,
pur spero che’ miei passi in parte giri
ove in pace perfetta al fin respiri
 
 
 
 
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III-b

      L’amorose faville e ’l dolce lume
de’ be’ vostri occhi onde la mente ho piena
fanno la vita mia sempre serena.
      Donna, l’alto vïaggio ond’io m’ingegno
meritar vostra grazia umilemente
con sua durezza m’averia già stanco,
se non ch’Amr dal bel viso lucente
si fa mia scorta et infallibil segno
mostrandosi nel bel nero e nel bianco;
onde sospira il disïoso fianco
e riprende valor che ’n alto mena
vincendo ogni contrario che l’affrena.
 
 
 
 
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IV-c

      Nova bellezza in abito gentile
volse il mio core a l’amorosa schiera
ove ’l mal si sostene e ’l ben si spera.
      Gir mi convene e star, com’altri vòle,
poi ch’al vago penser fu posto un freno
di dolci sdegni e di pietosi sguardi,
e ’l chiaro nome e ’l suon de le parole
de la mia donna e ’l bel viso sereno
son le faville, Amor, di che ’l cor m’ardi.
I’ pur spero mercè, quantunque tardi,
ché, ben ella si mostre acerba e fera,
umile amante vince donna altera.
 
 
 
 
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V-d

      L’oro e le perle e i bei fioretti e l’erba
’ve par natura adopre più che seta,
le bianche mani e l’angeliche deta
che a nobil opre a punto si riserba,
      quegli occhi che ’l voltar suo disacerba
ogni crudezza, e ’l riso che divieta
turbarsi l’aria, e quella faccia lieta
che umil farebbe ogni fera superba,
      mirategli per Dio, signor gentile,
mirategli, se mai bramaste in terra
veder un dolce e proprio paradiso:
      vedrete cose da quetar umìle
Vulcano e Iove allor che più disserra
per fulminar qua giù luoco preciso.
 
 
 
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VI-e

      In cielo in aria in terra in fuoco in mare
Amor percuote e vola senza manto;
contra suo’ strali orati non è incanto,
ma se col piombo vuol, può risanare.
      A mezza state fa l’uomo tremare
et arder a gran verno, e più che quanto
si sforza di campar e uscir di pianto
in più viluppi e lacrime [’l] fa intrare.
      La baila, le mie fasce e la mia cuna
ho biastemiato mille fiate e gli anni
onde io son vivo e gusto aureo martire;
      ma ’l fin i’ credo scioglier queste funa
o dar rimedio a’ miei gravosi affanni,
se tempo aspetto con umil soffrire.
 
 
 
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VII-f

            Il testo appare corrotto nel primo verso: Nuove onestati è letto da altri O pruove oneste; mancano del tutto gli ultimi due versi.

      Nuove onestati ligiadrette e sole,
un spirto in cuor grave e superno
regon madonna, et ella ha el mio governo
ch’al mondo co’ begli occhi il fosco tòle.
      Farebbe a mezza notte arder il sole,
e primavera quando è maggior verno;
ma com più sua beltate e ’l mio amor scerno,
più sua crudezza mi trapesa e dole.
      Amor già mia conscienzia acerba,
ma ben l’invita, e ’l vero mi costrigne:
ché tanto i lice l’esser meno acerba
      quanto fortuna in alto più la spigne
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
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IV - SONETTI DI CORRISPONDENZA

I

            «Sonetto, assai giovanile, come par probabile, indirizzato a Sennuccio del Bene» (Sapegno). Il gioco letterario Laura-l’Aurora non ebe gli sviluppi ben più fertili che poté avere l’altro Laura-lauro, ma ricorre una vole nel Canzoniere, (CCXCI) e indirettamente influenzò il sonetto CCXIX.

      Sì come il padre del folle Fetonte
quando prima sentì la punta d’oro
per quella Dafne che divenne alloro,
de le cui fronde poi si ornò la fronte;
      e come il sommo Giove nel bel monte
per Eüropa trasformossi in toro;
e com per Tisbe tinse il bianco moro
Piramo del suo sangue innanzi al fonte;
      così son vago de la bella Aurora,
unica del sol figlia in atto e in forma,
s’ella seguisse del suo padre l’orma.
      Ma tutti i miei pensier convien che dorma
finché la notte non si discolora:
così, perdendo il tempo, aspetto l’ora.
      E se innanzi di me tu la vedesti,
io ti prego, Sennuccio, che mi desti.
 
 
 
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II

A Sennuccio del Bene

      Quella ghirlanda che la bella fronte
cingeva di color tra perle e grana,
Sennuccio mio, parveti cosa umana
o d’angeliche forme al mondo gionte?
      Vedestù l’atto, e quelle chiome conte,
che spesso il cor mi morde e mi risana?
vedestù quel piacer che m’allontana
d’ogni vile pensier ch’al cor mi monte?
      Udistù ’l suon de le dolci parole?
Mirastù quell’andar leggiadro altero
dietro a chi ho disviati i pensier miei?
      Soffristù ’l sguardo invidïoso al sole?
Or sai per ch’ïo ardo vivo e spero,
ma non so dimandar quel ch’io vorrei.
 
 
 
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III

            Di questi versi a Sennuccio è stato detto che potrebbero apparire una prima redazione del sonetto CXLIV, che ha le stesse rime. Altri sostiene che si tratti, al contrario, di una variazione su pensieri analoghi. Può darsi che la variazione sia, in effetti, dovuta a un imitatore, che provò gusto a trovare le fonti di Petrarca e rendere esplicito quello che a lui fu sempre caro esprimere allusivamente.

      Sì mi fan risentire a l’aura sparsi
i mille e dolci nodi in fin a l’arco,
che dormendo e vegghiando ora non varco
che la mia fantasia possa acquetarsi.
      Or veggio lei di novi atti adornarsi,
cinger l’arco e ’l turcasso e farsi al varco
e sagittarmi; or vo d’amor sì carco
che ’l dolce peso non porria stimarsi.
      Poi mi ricordo di Venus iddea,
qual Virgilio descrisse ’n sua figura,
e parmi Laura in quell’atto vedere
      or pietosa vêr me or farsi rea:
io vergognoso e ’n atto di paura
quasi smarrir per forza di piacere.
 
 
 
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IV

Risposta a un sonetto, non pervenutoci, di Giacomo da Imola.

      Quella che ’l giovanil meo cor avinse
nel primo tempo ch’io conobbi amore,
del suo leggiadro albergo escendo fore
con mio dolor d’un bel nodo mi scinse.
      Né poi nova bellezza l’alma strinse
né mai luce sentì che fesse ardore,
se non co la memoria del valore
che per dolci durezze la sospinse.
      Ben volse quei che co’ begli occhi aprilla
con altra chiave riprovar suo ingegno,
ma nova rete vecchio augel non prende.
      E pur fui ’n dubbio fra Caribdi e Scilla
e passai le Sirene in sordo legno
o ver com uom ch’ascolta e nulla intende.
 
 
 
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V

            Sonetto scritto per ordine del suo signore (Giovanni Colonna?): «per lecito intravvedervi i segni d’un’allegoria amorosa» (Sapegno); il cavaliere è probabilmente il dio Amore, che apre e sbarra la via alle prodezze, che sferra colpi mortali o libera dal ferro della freccia con cui colpisce il cuore

      Tal cavalier tutta una schiera atterra
quando fortuna a tanto onore il mena,
che da un sol poi si difende a pena:
così ’l tempo apre le prodezze e serra.
      Però forse costui ch’oggi diserra
colpi mortai, ne porterà ancor pena,
s’i’ posso un poco mai raccoglier lena
o se del primo strale Amor mi sferra.
      Di questa spene mi nutrico e vivo
al caldo al freddo, all’alba et a le squille,
con essa vegghio e dormo e leggo e scrivo.
      Questa fa le mie piaghe sì tranquille
ch’io non le sento, con tal voglia arrivo
a ferir lui che co’ begli occhi aprille.
 
 
 
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VI

            Anche questo sonetto porta la didascalia del precedente, anzi è a rime e ad argomento obbligati; la morte riporta ciascuno alla madre Terra, al primo principio; l’amore a sua volta è un basilisco, un cavaliere che porta gli occhi feroci a porgere morte e pene, tanto che nessuno si può mai liberare dalle sue catene, dopo essere stato afferrato. (Il basilisco aveva un potere che era un proverbiale termine di paragone dedotto dai bestiari, così diffusi nel Medioevo).

      Quella che gli animai del mondo atterra
e nel primo principio gli rimena,
percosse il cavalier, del quale è piena
ogni contrada che ’l mar cinge e serra.
      Ma questo è un basilisco che diserra
gli occhi feroci a porger morte e pena,
tal che già mai né lancia né catena
porian far salvo chi con lui s’afferra.
      Un sol remedio ha il suo sguardo nocivo,
di specchi armarsi a ciò ch’egli sfaville
e torne quasi a la fontana il rivo:
      mirando sé conven che si destille
quella sua rabbia: al modo ch’io ne scrivo
fia assicurata questa e l’altre ville.
 
 
 
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VII

            Il sonetto è stato trascritto il 4 novembre 1336 ed è una risposta a un altro sonetto, non pervenutoci, che gli era stato inviato da Parigi.

      Più volte il dì mi fo vermiglio e fosco
pensando a le noiose aspre catene
che ’l mondo m’involve e mi ritene
ch’i’ non possa venire ad esser vosco.
      Ché pur al mio veder fragile e losco,
avea ne le man vostre alcuna spene;
e poi dicea: - Se vita mi sostene,
tempo fia di tornarsi a l’aere tosco -.
      D’ambedue que’ confin son oggi in bando,
ch’ogni vil fiumicel m’è gran distorbo,
e qui son servo libertà sognando.
      Né di lauro corona, ma d’un sorbo
mi grava in giù la fronte: or v’adimando
se ’l vostro al mio non è ben simil morbo.
 
 
 
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VIII

Sonetto inviato da Ser Pietro Dietisalvi da Siena a Francesco Petrarca

      Il bell’occhio d’Apollo, dal cui guardo
sereno e vago lume Iunon sente,
volendo sua vertù mostrar possente
contra colei che non apprezza dardo,
      nell’ora che più luce il suo riguardo
coi raggi accesi giunse arditamente;
ma, quando vide il viso splendïente,
senza aspettar, fuggì come codardo.
      Bellezza et onestà, che la colora,
perfettamente in altramai non viste,
furon cagion dell’alto e nuovo effetto.
      Ma qual di queste due unite e miste
più dotta Febo, e qual più lei onora,
non so: dunque adempite il mio difetto.
 
 
 
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VIII-a

            Risposta al precedente sonetto, per confermare che il suo innamoramento di Laura non potrà mai uscirgli di mente

      Se Febo il primo amor non è bugiardo
o per novo piacer non si ripente,
già mai non gli esce il bel lauro di mente
a la cui ombra io mi distruggo et ardo.
      Questi solo il può far veloce e tardo,
e lieto e triste, e timido e valente,
ch’al suon del nome suo par che pavente
e fu contra Piton già sì gagliardo.
      Altri per certo nol turbava allora
quando nel suo bel viso gli occhi apriste
e non gli offese il varïato aspetto.
      Ma se pur chi voi dite il discolora,
sembianza è forse alcuna de le viste,
e so ben che ’l mio dir parrà sospetto.
 
 
 
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IX

            Sonetto inviato da Antonio da Ferrara al Petrarca (è attribuito anche a Giovanni da Imola); vi si accenna all’incoronazione poetica e si invita il poeta a non nascondere il valore dell’ispirazione poetica in poesie che lo stesso Petrarca aveva chiamato nugae, cose di poco conto, ma di rivolgere la propria arte e il proprio stile a temi di più alta eloquenza.

      O novella Tarpea, in cui s’asconde
quell’eloquente e lucido tesoro
del trïonfo poetico, che alloro
peneio colse per le verdi fronde:
      apriti tanto che de le faconde
tue gioie si dimostrino a coloro
che aspettano, et a me ch’in ciò m’accoro
più che assetato cervo a le chiare onde.
      Deh, non volere ascondere il valore
che ti concede Apollo: ché scïenza
comunicata suol multiplicare.
      Ma apri lo stil tuo d’alta eloquenza,
e voglia alquanto me certificare
qual fu prima, Speranza o vero Amore.
 
 
 
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IX-a

            Risposta al precedente sonetto IX di Antonio da Ferrara (o Giovanni da Imola), in cui il poeta accenna all’incoronazione poetica ricevuta in Campidoglio; vi si accenna anche a Laura ancora viva, per cui si può datare il sonetto tra il 1341 e il 1348.

      Ingegno usato a le question profonde,
cessar non sai dal tuo alto lavoro;
ma perché non destar anzi un di loro
ove, senz’alcun forse, si risponde?
      Le rime mie son desvïate altronde
dietro a colei per cui mi discoloro,
a’ suo’ begli occhi et alle trecce d’oro
et al dolce parlar che mi confonde.
      Ma credo che ’n un punto dentro al core
nasce Amore e Speranza, e mai l’un senza
l’altro non possa nel principio stare.
      Se ’l desïato ben per sua presenza
queta poi l’alma, sì come a me pare,
vive Amor solo e la sorella more.
 
 
 
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X

            Sonetto inviato da Petrarca ad Antonio da Ferrara, scritto probabilmente durante il suo soggiorno a Ferrara nel 1351, dove conobbe una ignota dama, alla quale il suo pensiero ritorna ritorna con amore nella solitudine, mentre sogna una bellezza mai veduta, tanto che il passare del tempo aumenta la ferita dell’amore e il cuore non si può liberare dal ferro della freccia che l’ha colpito.

      Antonio, cosa ha fatto la tua terra
ch’io non credea che mai possibil fosse.
Ella ha le chiavi del mio cor sì mosse
che n’ha aperta la via che ragion serra;
      onde il signor che mi solea far guerra
celatamente entrando mi percosse
da duo begli occhi, sì che dentro all’osse
porto la piaga e ’l tempo non mi sferra,
      anzi m’ancide, e lasso per vergogna
di domandar de la cagion del duolo
né trovo con chi parta i pensier miei;
      e come suol chi nuovo piacer sogna
se di subito è desto, così solo
torno a pensare chi puote esser costei.
 
 
 
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X-a

            Risposta di Antonio da Ferrara al sonetto di Petrarca, nel quale esprime il desiderio (golo) di lasciare Bologna per raggiungerlo a Ferrara mentre il poeta è legato e trattenuto dagli occhi della bella sconosciuta, per la quale non molto tempo prima anche anche il suo cuore era stato trafitto dalla stessa saetta (sita).

      L’arco che in voi nova sita disserra
ragion vostra occidendo a tutte posse,
non è gran tempo che sì mi percosse,
che ancora è quasi il mio pensier sotterra.
      Onde veggendo quanto amor s’afferra
in valorosa mente, e come mosse
già vostro core, e mai non si riscosse,
temo che non vi aggiunga in stretta serra.
      Vero è ch’un altro pensier mi rampogna,
ch’amor sì v’ha condotto al dolce stuolo
da voi cacciando tutti i pensier miei;
      però m’appresto di lasciar Bologna
e vegnir presso a voi, ch’altro non golo,
pur che in Ferrara vi leghi colei.
 
 
 
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XI

            Sonetto inviato dal Conte Ricciardo da Battifolle al Petrarca, in cui esprime con una certa tristezza al tempo che passa e ai costumi cambiati, augurandosi un giorno di poter godere un giusto riposo leggendo il "bel dire" dell’arte petrarchesca.

      Benché ignorante sia, io pur ripenso
ne la mia mente i valorosi fatti
de’ buon’ del tempo antico et i loro atti,
che solo in ben fêro ogni lor dispenso.
      A l’armi et a la scienza era lor senso,
e qual valea per li amorosi tratti;
perché con questi e non con quei m’accatti,
di cruda doglia sta l’animo offenso.
      Solo una cosa piglio per conforto:
ch’io con voi sono in vita et ad un tempo,
di cui la fama sempre cresce a volo.
      Ma spero ben che mo, et a suo tempo,
mi riconduca a più tranquillo porto
el bel dir vostro, che nel mondo è solo.
 
 
 
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XI-a

            In un antico manoscritto il Conte Ricciardo è identificato col Conte Ricciardo da Battifolle, al quale il poeta indirizzò due epistole (6 e 7 del II libro delle Seniles), inviate da Venezia e da Padova, e risalenti agli anni 1362-1370, nella quali esprimeva il gentile ma fermo rifiuto all’invito di recarsi nella sua villa e a visitare la Toscana. Agli stessi anni risale il sonetto, in cui manifesta il senso della brevità della vita e dell’aspettazione della morte, colei che non rompe patti e inesorabile arriva quando è fissato il momento dal destino.

      Conte Ricciardo, quanto più ripenso
al vostro ragionar, più veggio sfatti
gli amici di virtute, e noi sì fatti
che n’ho ’l cor d’ira e di vergogna accenso.
      E non so qui trovare altro compenso
se non che ’l tempo è breve e i dì son ratti:
verrà colei che non sa romper patti
per torne quinci, et ha già il mio consenso.
      Mill’anni parmi, io non vo’ dir che morto,
ma ch’io sia vivo; pur, tardi o per tempo,
spero salir ov’or pensando volo.
      Di voi son certo; ond’io di tempo in tempo
men pregio il mondo e più mi riconforto
dovendomi partir da tanto duolo.
 
 
 
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© - by prof. Giuseppe Bonghi - E-mail: Giuseppe.Bonghi@mail.fausernet.novara.it

15 novembre 1996 - Ultimo aggiornamento: 29 maggio 2002