FRANCESCO PETRARCA

Della propria ed altrui ignoranza

TRADUZIONE DI GIUSEPPE FRACASSETTI

Edizione di riferimento

Della propria ed altrui ignoranza, trattato di Francesco Petrarca, con tre lettere dello stesso a Giovanni Boccaccio, traduzione di Giuseppe Fracassetti, con note, Venezia, presso G. Grimaldo tip. calc. ed. prem. della grande med. d’oro per le arti da s. m. i. r. a. 1858.

DELLA IGNORANZA SUA E DI MOLTI

A DONATO APPENINIGENA - GRAMMATICO

Eccoti alfine, amico, quel piccolo libro sopra vasto argomento, che tu aspettavi, ed io l’ho promesso, sulla ignoranza mia è quella di molti. Che se a forza di studio io avessi potuto allargarlo, te lo assicuro, sarebbe cresciuto tanto da caricarne un camelo. E quale più spaziosa arena, quale più vasto campo al discorso che un trattato sull’ignoranza ed in ispezieltà sulla mia?

Tu però leggendolo fa conto di sentirmi parlar come suoli nelle serate d’inverno accanto al fuoco, secondo che mi porta l’impeto del discorso. Ha titolo di libro; ma in verità è un colloquio: non ha di libro nè il volume nè l’ordine nè la gravità nè lo stile, ma il nome solo; perchè fu scritto di corsa e nella fretta del viaggio. E piacque a me chiamarlo libro, perchè; se piccolo è il dono, sia grande il nome di cui ti gratifico, amando così d’illuderti: sebben mi confidi che qualunque opera mia sia per piacerti. Illusioni di questa fatta sono in uso in fra gli amici. Se vogliamo far regalo di pochi pomi o di un camangiaretto [1], lo poniamo su piatto d’argento, l’avvolgiamo in candido lino, lo che nè più grande nè migliore fa il dono, ma sì più grato a chi lo riceve, più decente a chi lo invia. Così pur io una piccola cosa volli mandarti decorosamente avvolta, ed anzichè lettera chiamarla libro: il quale tu non vorrai avere a schifo perchè intramezzato di freghi e di postille e pieno i margini da tutte le parti. Che se per questo rimane d’alquanto offeso l’occhio? d’altrettanto devi nell’animo sentirne piacere, facendo ragione che ben ti sia familiarissimo chi per tal forma ti scrive; e quelle giunte e que’ pentimenti come tanti segni della mia dimestichezza e dell’ amor mio abbia tu a riguardare. Nè ti sorgerà dubbio nell’animo che mio sia veramente ciò che a te viene scritto dalla mia mano a te notissima e quasi a bello studio bruttato da tante cicatrici. Alcun che di simile mi ricorda aver letto in Svetonio Tranquillo ove parla di Nerone! «Mi capitarono, egli dice, alle mani i suoi pugillari e belli assai, con alcuni versi famosi scritti di pugno suo in modo che si parea con certezza non esservi stati tradotti o scritti a dettatura d’altrui, ma ivi quasi nati e creati da chi li compose: tante erano le giunte, i pentimenti, le correzioni [2].» Così quegli. Ora a te non ho da dir altro. Ricordati di me e fa di star sano. — Di Padova il 15 di gennaio; dal letticciuolo de’ miei dolori, alle ore 11 della notte.

* * * * *

* * *

*

E non avremo dunque mai pace? Dovrà sempre battagliar questa penna? Non saravvi tregua per noi? E s’avrà sempre a rispendere alle lodi degli amici, alle sfide degli emuli? Nè l’oscurità gioverammi a tener lontana la invidia, nè il tempo ad estinguerla? nè varrà a procacciarmi alquanto di quiete la fuga mia da quasi tutte le cose, per le quali l’umana razza si affanna e si travaglia? nè infine saprai darmi riposo l’età già stanca e cadente? Oh forza di pertinace veleno! La vecchiezza che già da molto tempo mi avrebbe tolto il carico di servire lo Stato, non mi toglie ai colpi della invidia: quello cui di molto son debitore mi assolve: questa cui nulla debbo mi tormenta. Una volta, il confesso, correvan tempi per me di più placido stile: ed all’indole e all’età mia tenore di discorso assai più tranquillo si conveniva. Perdonatemi amici, e tu perdonami, o lettore, chiunque ti sia; massimamente poi tu, Donato egregio [3], cui volgo adesso queste parole.

M’è forza parlare non già perchè ciò sia meglio, ma perchè difficile è il tacere: che sebben la ragione mi consigli il silenzio, il dolore e la indignazione, in fede mia ben giusti, mi strappano a forza le parole. Ansioso di trovar pace, sono costretto alla guerra: ed eccomi di nuovo mal mio grado sospinto: eccomi riportato al tribunale censorio non so se dirmi (oh stranezza di caso) dell’invidiosa amicizia, o dell’amichevole invidia. Di che non sei tu capace, o malnato livore, se anche gli animi degli amici riesci ad incendere? Di tanti altri mali già esperto, questo che mai non provai, di tutti peggiore e più grave, ora mi sento lanciato addosso dalla sorte avversa. Poichè co’ nemici siccome a molti piace affrontarsi sovente con prospero successo, così dolce è la vittoria che si riporta: ma se l’amico combatte l’amico, misero del pari è il vincitore ed il vinto. Io nè gli amici nè gl’inimici combatto; la mia guerra è coll’invidia. Non è nuovo il nemico; ma insolito il modo dell’attacco. Scende armata di tutto punto nel campo, assale coi dardi, ferisce da lungi. Ma v’è di buono che è cieca: sì che chi prima abbiala scorta può facilmente evitarne i colpi, ed ella, lanciandoli senza discernimento, sovente ferisce quelli della sua parte. Or questo mostro io debbo trafiggere senza offendere l’amicizia. Impresa invero malagevole assai: di due che tengonsi strettamente abbracciati l’uno trapassare col ferro, lasciar l’altro illeso. Tu rammenti, cred’io, come Cesare presso Alessandria in impensata guerra travolto, seco traesse in tutti i punti della battaglia il re Tolomeo affine di non perire senza lui: e questo credesi fosse a lui mezzo opportunissimo di camparne salvo: perchè coloro che lui odiavano e amavan quello, stimarono difficile uccidere l’uno salvando l’altro. Nè ti sarà dalla memoria sfuggito che, quando il regno de’ Persiani [4] per l’avvedutezza del prudentissimo Otane e per lo valore di sette guerrieri dalla servile tirannide fu liberato, Gobria, uno de’ congiurati, abbracciò nel buio uno de’ tiranni, e si diè a gridare ai compagni che lo ferissero, passando ancora a traverso del corpo suo: ben avvisando che ove avessero voluto lui risparmiare, sarebbe forse uscito salvo il tiranno. E a me pure or grida santa amicizia che trapassando ancora ad essa il petto io ferisca dell’acuto mio stile l’empio livore, che con ignobile amplesso ella stringesi al seno. Ardua impresa si è misurare i colpi infra le tenebre contro cose sì strettamente congiunte. Pure a tutt’uomo mi adoprerò che come allora, salvo Gobria, fu morto il nemico, così, doma ora e fiaccata l’acerba invidia, salva rimanga la dolce amicizia: la quale se vera è, nè tale può essere che non si accompagni a virtù vera, meglio vuole, ove altrimenti far non si possa, soffrire danno in se stessa purchè muoia l’invidia, che non rimanere essa inoffesa, superstite quella e regnante sopra di lei. Ma veniamo finalmente alla cosa, la quale, come ora comincio a parlarne, e prima ancora che io cominci, credo a te come a me stesso, anzi più che a me stesso già nota; poichè l’amico cura dell’amico la fama più che la propria. Più facilmente di fatto e più giustamente noi ci moviamo a sdegno se udiam misdire [5] degli amici, che non di noi stessi: e mentre molti ebber lode perchè tennero in non cale le ingiurie dette contro di loro, niuno è che potesse mai tranquillamente udire o vedere che s’oltraggiasse un amico. Pari magnanimità non è certamente esser insensibile alle altrui come alle offese proprie. E in che modo potresti tu ignorare quel ch’io seppi per mezzo tuo, e che ti dolse essersi da me appreso con disprezzo e con riso? Vengo dunque a parlarti di cose a te note: non per ribadirtene in mente la storia; ma perchè tu sappia qual animo io opponga all’invidia, e tu cominci a far lo stesso, nè delle altrui ferite ti dolga più che delle tue: perchè infine tu vegga di quali armi fo uso contro di lei, e come a furia di lunga tolleranza e di studio pertinace contro l’infesto latrar degl’invidi mi feci sordo, ed al morso de’ lividi loro denti impietrai. Or ecco il testo di questa istoria.

Vengono in casa mia secondo il solito quei quattro amici [6] de’ quali non importa a te che io dica i nomi, perchè tutti li sai; nè l’inviolabile legge dell’amicizia permette di nominare gli amici contro i quali si parla, quand’anche in tutt’altro che amichevole modo abbian essi operato. Vengono a due a due, siccome o l’uguaglianza de’ costumi o l’accidente li appaia: talvolta ancora vengono tutti insieme. Ed entrano con mirabile affabilità, faccie ridenti, soavi parole, e vorrei pur credere con buone intenzioni, se non fosse che in quelle anime degne di miglior ospite si traforò per non so quali fessure l’atro livore. Cosa incredibile ma vera così non fosse! Costoro che non mi salutan soltanto, ma mi fanno augurio di ogni felicità, che non solo mi amano, ma mi riveriscono, mi visitano, mi venerano, che con ogni ingegno si studiano a dimostrarmisi non solo benevoli, ma ossequiosi e liberali; costoro... oh! umana natura piena di manifeste e di recondite miserie!... costoro contro me si struggon d’invidia. E di che? Nol so e mi perdo a divinarlo. Delle ricchezze no certo: che in esse ciascun di loro tanto m’avanza, siccome disse il poeta,

quanto

Ai delfini sovrasta orca britanna [7].

E poi di ricchezze essi medesimi me ne desiderano maggiori, e quelle che ho, sanno benissimo esser mediocri, non custodite con animo avaro, ma messe in comune, non superbe ma modeste, senza fasto, senza iattanza, al postutto non degne d’invidia alcuna. — Non degli amici de’ quali morte mi tolse la maggior parte, e che, come ogni altra mia cosa, io soglio agli amici volentieri partecipare. — Non della bellezza della persona, la quale se ebbi mai, svanì per la prepotente forza degli anni, e sebbene la Dio mercè conservata a sufficienza in questa età mia, già da lungo tempo non è più tale da destare l’invidia. E se ancora essa fosse quale fu un giorno, potrei oggi io, avrei allora potuto dimenticare o le parole del poeta imparate fin da piccino: Bellezza è cosa fragile, o quelle di Salomone che insegna ai fanciulli: Ingannevole esser il favore e vana la bellezza? E come dunque invidiarmi di cosa che non ho, che quando l’ebbi la tenni a vile, che se rendutami fosse ora che ne conobbi e ne sperimentai la caducità, l’avrei in maggiore dispregio?— Non finalmente del sapere e della eloquenza, perchè di quello van buccinando in me non esservene dramma: l’altra, se mai alcun poco io ne possedessi, secondo la sentenza de’ moderni filosofanti, hassi da loro a vile e quasi indegna si estima d’uomini letterati; tenendosi così in onoranza la rozzezza delle parole, il balbettare intricato di una villana filosofia, e quella sola sapienza che rustica e scarmigliata vien detta da Cicerone. Nè loro torna a memoria Platone eloquentissimo, nè, senza dire degli altri, il soave e dolce Aristotile fatto ruvido e scabro da essi loro, che così discostandosi e deviando dal maestro, quella eloquenza ch’ei chiamò grande ornamento della filosofia, e che eccitato, come narrano, dalla gloria d’Isocrate oratore si studiò di accoppiarle, essi la estimano impedimento e vergogna. Da ultimo non è la virtù per cui mi portino invidia: degnissima invero e sopra ogni altra cosa acconcia a destarla: ma da essi credo io, tenuta a vile perchè non gonfia e superba. E questa che io veramente a me stesso desidererei, concordi e spontanei mi attribuiscono. E liberali a cui negarono il poco, concedendo a guisa di regalo quello che è più prezioso, buono anzi ottimo van predicando me, che pago sarei di non esser cattivo, anzi non pessimo al giudizio di Dio? ma intanto non letterato al postutto mi vogliono ed idiota. Eppure tal volta il contrario di me sentenziarono uomini dotti: nè m’affanno a cercare se dicessero il vero: che poco stimerei il vanto che mi si toglie, se vero fosse quello che mi si concede. E ben volentieri con questi fratelli miei vorrei dividere l’eredità della natura madre nostra e della grazia celeste, cosicchè toccasse a tutti loro la dottrina, ed a me la bontà: ed io di lettere o nulla mi conoscessi, o tanto solo quanto bastasse alle quotidiane laudi di Dio. Ma temo ahimè che a me fallisca l’umile voto, e quelli inganni l’opinione superba. Mite mi dicono, di buon costume e di contanta fede nelle amicizie: e affè che in questo ultimo capo e’ non s’ingannano. Anzi per ciò appunto avviene che m’abbiano nel numero de’ loro amici, e non per vanto alcuno d’ingegno, d’industria o di dottrina, non per lo studio delle buone arti, non per la speranza di udire quandochessia, e d’imparare da me il vero.

Ed eccomi venuto a quello che del suo Ambrogio narra Agostino. « Presi ad amarlo, egli dice, non come maestro di verità, ma come benevolo verso di me. » E ciò si rinnova che Cicerone sentiva intorno ad Epicuro, del quale in molti luoghi loda l’animo ed i costumi, ma l’ingegno e le dottrine biasima sempre e disapprova. Stando dunque in tal modo le cose, ben può dubitarsi perchè mi portino invidia: ma che me la portino, non si può; dappoichè non sanno dissimularla abbastanza, nè tenere a freno le lingue, cui stimola l’interno livore: e questo in uomini, che pur non sono inconsiderati nè stolti, di passione indomita è segno evidente. Se pertanto m’invidiano, siccome fanno, nè v’ è in me cosa cui invidiare, da se stesso si manifesta un altro latente veleno. Essi invidiano questo vano sebben meschinissimo nome, invidiano questa fama che per avventura maggior del merito e fuor dell’usato vivo ancora io conseguii, la quale rarissima cosa è che dai viventi si ottenga. A questa bieco rivolgon essi lo sguardo, della quale piacesse al cielo che ora e sempre io fossi stato privo; che ben mi ricorda essermi tornata più spesso dannosa che utile, e comechè non pochi amici, inimici senza numero avermi procacciato. Onde m’avvenne ciò che a certi guerrieri, i quali, poveri di valore, vanno alla pugna coperti il capo di nobile cimiero: nè il luccicare della Chimera ad altro giova che ad attirare più spessi su loro i colpi. Mi perseguitò costantemente siffatta peste negli anni miei giovanili: ora però mi riesce più molesta che mai: e perchè io son fatto più debole a sostenere tal peso e a combattere come nell’età verde: e perchè mi giunse d’onde io meno la temeva e la temo: e perchè rinasce improvvisa, quando i costumi e l’età mia avrebbero dovuto annichilarla.

Ma andiamo innanzi. Costoro si tengono per gran cosa. E veramente tutti son ricchi, unica specie di grandezza che oggidì si conosca. Sanno, sebbene in questo molti si sogliano ingannare, di non essersi fatto alcun nome: e, se giusto prognosticano, non ne sperano alcuno. Per questo li consuma la rabbia, e con quanta forza dà il male, come cani idrofobi anche contro gli amici aguzzan la lingua, arrotano i denti e mordon cui amano. Qual cecità, qual furore? Non ti pare vedere Penteo lacerato dalla madre furente, o Alcide che sbrana i fanciulli suoi nati? Ama costoro e me e tutto che è mio, tranne sola una cosa: il mio nome. Ebbene: mutiamolo: son contento chiamarmi Tersite, Gherilo, o come meglio lor piaccia, se con tal mezzo almeno mi sia dato che l’onesto amor loro in alcun caso non venga meno.

Più crudamente intanto si arrovellano e sentono di nascosto fuoco avvamparsi perchè tutti sono per professione studiosi e sgobban tutti sui libri: tali però, e tu lo sai, che il primo di loro punto non si conosce di lettere; poco il secondo; non molto il terzo; alcun che, è vero, il quarto, ma confusamente così, così senz’ordine, e, come Cicerone diceva, con tanta leggerezza e tanta iattanza, che forse meglio sarebbe ne fosse al tutto ignorante. Imperocchè son le lettere a molti istrumento di demenza e presso che a tutti di superbia, se pur, come di rado avviene, non si appresero ad animo bene educato e virtuoso; E che vale il saper tanto delle belve, degli augelli, dei pesci? quanti crini il leone abbia sul capo; quante penne l’avoltoio nella coda: di quante spire dal polipo il naufrago si avvolga: come a ritroso si accoppino gli elefanti, e duri due anni la loro gravidanza, e siano di tutti gli animali i più docili, i più perspicaci, i più vicini al ragionare dell’uomo, e giungano a vivere fino ai dugento e trecento anni: come la fenice si consumi nel fuoco e bruciata rinasca: come il riccio fermi la nave sebbene a grande corso sospinta, e forza alcuna non abbia se lo traggi dal mare: come collo specchio della tigre si prenda giuoco il cacciatore, l’Arimaspo col ferro trafigga i grifi, la balena col dorso inganni il navigante: dell’orsa deforme sia il parto, raro quel della mula, unico ed infelice quel della vipera: cieche le talpe, sorde le api, e solo fra gli animali il cocodrillo che muova la mandibola superiore? Cose son queste o false in gran parte, perchè tali riconosciute potè prendersene esperienza, o certamente dagli autori affermate, non perchè le sapessero vere, ma perchè, trattandosi di cose lontane, furono o al credere corrivi o al fingere licenziosi.

E quand’anche fossero vere, punto non gioverebbero a ben condurre la vita. Qual pro’ conoscere la natura delle belve, degli uccelli, de’ serpenti, de’ pesci, e ignorare o non curar di sapere la natura degli uomini, il fine loro, onde si venga, dove si vada?

Or di queste e di altre cose delle siffatte parlando io contro codesti dottori nè di mosaica nè di cristiana scienza forniti, ma secondo loro giudizio nell’aristotelica sapientissimi, trattai forse l’argomento con libertà maggiore di quella cui sono essi accostumati: e troppo per avventura fui franco ed incauto, come quegli che conversando con amici non pensava a pericoli. Ed essi a farne prima le meraviglie: indi a montarne in collera: ed estimando che così da me si parlasse per far onta alla setta loro e alla paterna lor legge, s’adunarono a concilio per accagionare non me, che tanto amano, ma la mia fama cui detestano, del delitto d’ignoranza. Se avessero chiamato altri a far parte della congrega, forse avrebbe alcuno contraddetto alla sentenza da proferirsi. Ma perchè questa unanime fosse e concorde, i quattro soli si accolsero insieme. Ivi di me assente ed indifeso molte e svariate cose si misero in campo: non perchè ei di me diversamente sentissero; che tutti pensavano e avevan fermo di diffinire ad un modo; ma perchè contro il proprio parere, a guisa di giureperiti argomentando, meglio si paresse dallo strettoio della contraddizione uscir quasi a forza distillata ed espressa la verità.

Disser dunque dapprima che la pubblica fama mi favoriva: ma rispondevano che non meritava le si prestasse gran fede: nè in ciò mentirono; che assai di rado dal volgo si scerne il vero. Disser dappoi che al loro giudizio formavano ostacolo le amicizie de’ più dotti, e de’ più grandi personaggi, che, la Dio mercè, mi resero gloriosa ed onorata la vita: e la familiarità sopra tutto con molti monarchi, e spezialmente con Roberto re di Sicilia che a me ancor giovane di scienza e d’ingegno dette soventi volte solenne ed orrevole testimonianza [8]. Ma rispondevano (e qui veramente iniqua anzi stolta si era la loro menzogna) quel re per se stesso letterato e famoso non aver presa di me giusta contezza: gli altri, avvegnachè dotti, non essere stati sul conto mio perspicaci abbastanza, vuoi per troppo di amore, o per poco d’avvedutezza. E non lasciarono d’obbiettare che ciascuno degli ultimi tre Romani Pontefici fece a gara per collocarmi in posto distinto tra’ suoi familiari, e a sè tutti, sebbene indarno, m’ebber chiamato: ed Urbano stesso, che or regna, di me parla con lode ed umanissime lettere a me dirige [9]. Arroge che anch’egli l’Imperatore Romano tra i regnanti dell’età nostra legittimo solo fra’ suoi più cari mi annovera, e tutto giorno con assai di preghiere, con messi ripetuti, e con sue lettere a sè mi chiama ed invita, siccome sa ognuno in modo da non dubitarne [10]. Dalle quali cose ben sentono doversi argomentare, essere in me un qualche nonnulla di pregio e di merito. Ma a questo pure facendosi incontro, affermarono che i Papi o seguirono, errando come gli altri, la fama, o il fecero allettati non dalla mia scienza, ma sì dal mio buon costume: e che il Principe s’ndusse ad avermi nella sua grazia sol per l’amore che porta alle famose imprese ed alla istoria, delle quali consentono che un poco io mi conosca. Mossero pure a se stessi difficoltà per la mia eloquenza; la quale affè ben io sento di non possedere: essi però riconoscendomi capace a far altrui persuaso, dissero che quantunque officio del retore e dell’oratore sia parlare acconciamente a persuadere, e persuadere parlando ne sia lo scopo ed il fine, pure anche ad indotti uomini ciò venne fatto di conseguire: e quel che è fruito dell’arte attribuiscono al caso, ripetendo quel volgare dettato - Molta eloquenza poca scienza, - senza por mente che quella catoniana diffinizione dell’oratore distrugge una calunnia siffatta. Da ultimo li contrariava lo stile degli scritti miei, cui temendo quasi, non dirò di biasimare, ma di non lodare abbastanza, confessarono essere elegante e squisito, ma sfornito però di ogni scienza, lo che nè io intendo, nè credo essi stessi intendano come possa avvenire: e se facendo senno ripensassero a quello che dissero, vergognerebbero al certo di tanta scempiaggine. Dappoichè se vera fosse la prima cosa, che io ingenuamente nè ammetto nè credo, sarebbe per necessaria conseguenza falsa la seconda. E come mai chi tutto ignora potrebbe avere eccellente lo stile, cui pessimo hanno essi che sanno tutto? Tutto dunque daremo al caso, nulla lasciando all’impero della ragione?

Or tu che dici, che pensi? Aspetti, io credo, la sentenza de’ giudici. Tutto dunque preso ad esame, avendo innanzi agli occhi un Dio non già, che non v’è Dio fautore delle ingiustizie, Dio non v’è dell’invidia e dell’ignoranza, ma una doppia nube adombrante ogni vero, proferirono alfine questa breve e definitiva sentenza - Esser io un uomo dabbene ma un ignorante. - Oh al ciel piacesse che null’altro mai di più vero avesser detto costoro o fosser per dire! O tu d’ogni sapere e d’ogni ingegno vero ed unico Iddio, tu datore di vera gloria, signore d’ogni virtute, almo salvatore Gesù, vedi che supplice e dell’anima genuflesso a te innanzi sinceramente ti prego che se altro dar non mi vuoi, questo almeno tu mi conceda, che io sia uomo dabbene: nè tale sarò mai che amando te grandemente e divotamente adorandoti: che per questo io son nato, non per le lettere; le quali, se sole occupino la mente, gonfiano e distruggono invece di edificare, e sono all’anima lucenti catene, penoso travaglio, fragoroso pesantissimo incarco. Tu, innanzi al quale ogni mio desiderio, ogni sospiro è manifesto, tu sai, o Signore, che dalle lettere, cui sobriamente attesi, null’altro ho chiesto che divenir virtuoso, e che questo non dalle lettere, checchè Aristotile ed altri ne vadano promettendo, ma da te solo puossi ottenere; e se parvemi a quella meta più onorevole, più sicuro e più dilettevole ancora il cammin delle lettere, te sempre e non altri io presi a guida. Tu dunque che scruti e leggi nel profondo di questo cuore, vedi che vero è quanto io dico. Giovane fui ardente e cupido della gloria, nol nego, non mai tanto però che meglio non bramassi esser buono che dotto. E l’uno e l’altro confesso di aver desiderato, siccome è proprio dell’umana natura, che mai non s’acquieta, mai non si sazia, finchè non si riposi in Te ultimo termine di ogni desiderio.

Sì: l’una e l’altra cosa io bramava: e poichè l’una mi si aveva a rapire, sieno pur grazie a cotesti miei giudici, che delle due mi lasciarono la più preziosa: e piaccia a Dio che anche in questo non abbian mentito. E per tormi quel che volevano, dissero di lasciarmi quel ch’io non possedeva, perchè io l’avessi a compenso della mia perdita; compenso vano e inefficace, seguendo così contro di me il costume della invidia feminile: la quale se prende di mira la bellezza di alcuna del vicinato, la spaccia virtuosa e di eccellenti costumi; e ogni lode quantunque vuoi falsa le concede, sol che riesca a torle quell’una che forse è vera, la lode di bella.

Ma tu, mio Dio, signore di tutte scienze, unico e solo, che ad Aristotile, ai filosofi tutti, a tutti i poeti, a quanti menano vanto di sublime sermone, alla letteratura infine, ad ogni dottrina e a tutte quante sono le cose e debbo e voglio anteporre tu quello che costoro immeritamente mi attribuiscono nome di uomo dabbene concedimi, che lo puoi: io te ne prego. Nè solo il nome io ti chieggo, cui Salomone diceva più prezioso de’ balsami preziosi: ma sì col nome la cosa; perchè amandoti io sia fatto degno dell’amor tuo. Che niuno al par di te gli amanti rimerita: ed io son fermo di pensare a te solo, a te obbedire, in te sperare, parlare di te. Via dunque dal labbro mio le fole antiche, e tutti a te si consacrino i miei pensieri, che vinto è l’arco dei forti, e sorsero i deboli accinti in nuovo vigore. Oh quanto è più felice un di questi tapini i quali credono in te, che non Platone e Aristotile e Cicerone e Varrone, che, quantunque dottissimi, non ti conobbero, e avvicinati e posti a contatto con te, che pietra sei di paragone, disparvero quelli che aveano di loro giudicato, e si rese manifesta la letterata loro ignoranza.

Abbiansi dunque la lode di letterati o cotesti che a me la tolgono, o se, come io credo, conseguire essi mai veramente non la possano, se l’abbia pure chi ne sia degno. Ad essi appartengasi l’alto sentir di se stessi, e il nudo nome di Aristotile, che colle sue cinque sillabe tanto solletica la compiacenza di molti insipienti. E sia pur loro la vana gioia e l’orgoglio privo di fondamento e prossimo alla ruina, e tutto il frutto che dai propri errori con facile e stolta credulità ritraggono gl’ignoranti e i superbi. A me diasi in sorte l’esser umile, ed il conoscere l’ignoranza e la fralezza mia: nè sia che altri io disprezzi dal mondo in fuori, da me e dalla viltà di coloro che me disprezzano. A me concedasi diffidare di me, e in te solo riporre ogni speranza. In una parola, mi basti il mio Dio, e quella che all’invidia non mi si contrasta illetterata virtù. Ridano essi a lor posta ciò udendo, e mi somiglino a vecchierella del volgo, che senz’ombra di dottrina parla di cose divote. So bene come costoro, di letteraria superbia tronfi e boriosi, nulla tanto tengano a vile quanto la divozione : di cui nulla han più caro i sapienti veri, i letterati modesti, pei quali è scritto - Religione è sapienza, - ed io farò sì che i miei discorsi viemaggiormente ribadiscano la loro sentenza, esser io veramente senza dottrina uomo dabbene.

Or che diremo, mio fedele Donato? A te mi volgo cui lo strale del loro livore punse più al vivo di me cui colse. Appelleremo noi a giudici più giusti? O taceremo, e tacendo faremo che la cosa passi in giudicato? Questo sì, per lo meglio. E vo’ anzi tu sappia che punto io non curo di aspettare che scadano i dieci giorni, ma infin da ora ho la sentenza di que’ giudici, qualunque e’ si sieno, per accettata; e prego te, prego tutti coloro che se ne detter pensiero, e che di me proferiste giudizio a quello contrario, perchè piacciavi unirvi meco a darvi vinti, sì che in buona pace vostra il giudicato di coloro abbia forza di vero. Di vero, io dico, nella parte a me favorevole. Poichè nell’altra parte a me contraria, pur troppo siccome vero io medesimo lo confesso e lo riconosco. Nego però ad un tempo che fossero i giudici competenti. Crederanno essi per avventura potersi francheggiare dell’autorità del nume loro Aristotile, che dice ciascuno ben giudicare di ciò che conosce, ed esser sempre intorno a quello giudice idoneo. E poichè nulla tanto ben si conosce da ognuno, quanto quello di cui egli stesso che giudica possiede a dovizia, forse si parrà che a buon diritto della ignoranza possano giudicare uomini ignorantissimi. Ma non così va la bisogna: che della ignoranza del pari e della sapienza, come d’altra cosa qualunque, al sapiente compete il giudicarne, al sapiente, dico, delle cose che giudica. Né, come i musici della musica, o i grammatici della grammatica, possono della ignoranza giudicar gl’ignoranti.

Molti sono cui l’abbondanza è somma povertà: molte le cose di cui men atto a giudicare è chi più ne possiede. Così nessuno tanto poco si avvede della bruttezza quanto chi è brutto, che con quella essendosi quasi addomesticato, punto non si accorge di ciò che salterebbe agli occhi di un uomo di bello aspetto.

Di’ tu lo stesso di tutti gli altri difetti il peggior giudice dell’ ignoranza è l’ignorante. Nè questo io dico per sottrarmi al giudizio, ma solamente perchè d’aver giudicato arrossiscano, se di rossore sono capaci, coloro che nulla sanno. Imperocchè dal canto mio non solo dalla invidia degli amici, ma dal rancore pur dei nemici accetto la sentenza, ed è meco d’accordo chiunque differisca esser io uno ignorante; e fra me ripensando quanto a me manchi di quello cui di continuo agogna avido di sapere l’ingegno, la propria ignoranza dolente e tacito io medesimo riconosco. Frattanto, infin che giunga al suo termine questo esilio terrestre, e con esso la nostra imperfezione, io del mio poco sapere, nel meditare sulla nostra comune natura, prendo conforto: e credo accada a tutti gli uomini modesti e dabbene che al modo istesso si conoscano e si confortino, e a quelli pure cui venne fatto ottenere molta scienza; molta dico secondo umana natura, scarsa sempre in se stessa perchè ristretta in angusta confini, e trovata grande solo se ad altri si paragoni. Altrimenti a qual nonnulla non si riduce, anzi in qual nulla assoluto non si risolve, e sia pur grande quanto tu vuoi, quel che può giungere a sapere un uomo qualunque, se venga messo a ragguaglio, non dico io già colla scienza di Dio, ma colla ignoranza di quell’uomo medesimo? E questa cognizion di se stessi, questo basso sentire del loro ingegno, questo conforto della coscienza propri sono a mio credere massimamente di coloro che molto sanno. Oh felici del proprio errore i giudici miei che di siffatto conforto non abbisognano, felici per sapere non già, ma per errore e per temeraria arroganza, che d’essere al pieno possesso di un’angelica scienza li fa persuasi, mentre è manifesto che a conseguire la scienza umana mancano tutti d’assai, molti di tutto.

Ma torniamo a noi. Ahimè, dolce amico mio, quali danni non arreca il viver lungo! Cui rise mai così costante fortuna che talvolta non si cangiasse, e, lui vivo ancora, quasi invecchiasse? Invecchian gli uomini, invecchian le sorti, invecchia la fama, tutte insomma dell’uomo invecchian le cose, e contro quello che un giorno io ne credeva, invecchia alla perfine l’anima ancora, quantunque immortale; onde vero si pare il detto del Cordovese:

Strugge l’anime grandi un viver lungo ;

sebbene alla vecchiaia dell’anima tenga dietro non la morte di essa, ma la separazione dal corpo, e quel disciogliersi che noi vediamo e che chiamiamo morte, e morte è veramente, ma sol del corpo, non dell’anima mai. Ed io sento che l’anima mia si raffredda e invecchia, in me provando quello che giovane inesperto ne’ pastorali versi cantai :

Qual bene all’uomo il viver lungo frutta?

E con qual animo avrei io sopportato questo travaglio, se incolto m’avesse negli anni non ha guari trascorsi? Con quali sforzi non mi sarei fatto a respingerlo? Tremenda guerra, mel credi, sarebbe sorta d’ignoranza contro ignoranza. Ha che fatto vecchio contro loro mi scagli, tanto più vergognoso sarebbe quanto più sicuro è il mio colpo, e dalla loro ignoranza vinta è la mia. Convien dire per certo che di mia sorte fossi presago, quando io non poteva mai leggere senza compassione quel che avvenne a Laberio, il quale trascorsa o mai tutta onoratamente la vita nell’esercizio dell’armi, e giunto a’ suoi sessantanni, fu alla perfine da Giulio Cesare con moine e con preghiere (che dal labbro dei principi escono armate) indotto a dare di sè spettacolo in sulle scene, di cittadino romano fatto istrione; ingiuria ch’ egli non valse a sopportare tacendo, ma come per altri modi, così deplorò con que’ versi :

Io che trenta e trent’anni intemerata

Vissi mia vita, cavalier romano

Esco di casa, ed istrion vi torno.

Oh perchè prima d’oggi io non son morto [11]!

Ed io, (che con te lice darmene il vanto) letterato vero non mai, ma come tale avuto talvolta, abbandonata da fanciullo la casa mia, e non ritornatovi nemmen da vecchio, tutta quasi la vita consumai negli studii: nè per avventura lasciai che trascorresse alcun giorno senza leggere o scrivere o meditare ed ascoltare e far ricerche intorno a cose letterarie: nè solo ad uomini sapienti, ma alle più dotte città m’indirizzai per riportarne lucro di bontà e di scienza. A Mompellieri dapprima, perchè negli anni della mia fanciullezza mi vi trovai più vicino: poscia a Bologna, quindi a Tolosa, a Parigi, a Padova ed a Napoli [12] ove (e so bene che molti m’odon con stizza) fiorivano allora i buoni studii, regnante il più grande dei monarchi e de’ filosofi del nostro tempo, Roberto, a cui dal regno non vien maggiore che dalla dottrina la gloria: e di lui i giudici miei osaron pure affermare esser digiuno di ogni scienza, per modo che io possa quasi gloriarmi di meritare una taccia in comune con re sì grande, sebbene ed egli ed io anche con altri possiam averla comune di età maggiori e di fama, siccome dirò sulla fine di questo discorso. Ma di quel re già il mondo tutto ebbe proferita conforme al vero la cantraria sentenza. Ed a cotesto vecchio, io giovane ancora non come a re fui devoto, che di re non è carestia, ma come a raro portento d’ingegno, e delle lettere tempio vivo e venerando. Io tanto a lui disuguale di condizione e di età, molti ancora il rammentano, gli fui carissimo e spezialmente a Napoli ebbi con esso intrinsechezza, non perchè io o alcun de’ miei ne avessero ben meritato, nè per militari imprese o per cortigiania, che mai non conobbi, ma solo, com’ei diceva, per le lettere e per lo ingegno. O ch’egli adunque fu cattivo giudice, o ch’io trattai assai male i miei negozi, come quegli che studiando e affaticandomi, non feci che disimparare. E la più lunga parte e la più acconcia agli studii della mia vita trapassai in mezzo a quella Curia chiamata a torto romana sulla sinistra sponda del Rodano, ove si stette ferma cinquanta e più anni, e d’onde or ora in quest’anno istesso partendosi (e voglia Dio che seguendo la guida e gli auspicii del santissimo Urbano Quinto più non vi torni), all’alma Roma di Pietro sede santissima, da cui prego il cielo che più non s’allontani, si ricondusse [13]. E di colà tramutatomi, vissi i miei giorni nel mio non lontano Elicona, dove al di là delle Alpi, delle fonti regina nasce la Sorga. Dei quali luoghi nel primo io mi giovai del conversare continuo di presso che tutti i più famosi nelle lettere, che da ogni parte di mondo vi convenivano; nell’altro, feci pro del silenzio, della solitudine, della quiete amica alle lettere. Perchè colà studiando, ed ora nelle scuole e co’ maestri praticando, ora le cose da me, scritte o imparate recitando agli amici, qui ne’ passeggi e nel solitario raccoglimento, e, comunque peccatore io mi sia, nella orazione frequentemente occupato, tacito in fra me stesso, nè d’altro quasi pensoso che degli studii liberali, tutto sempre il mio tempo per le lettere ho speso. E mi conobbero e m’ebbero per questo in grazia i personaggi più provetti e più chiari, che ben mi sarebbe dolce il noverare per singulo, se non fosse che troppo ne riuscirebbe lunga la lista; ai quali tutti per questo solo, o massimamente almanco per questo, io mi fui caro ed accetto, che in nome d’uomo di lettere nelle città per dottrina più illustri essendo ancor giovane era io venuto. E questo nome a me già vecchio in una città tutta traffichi e tutta mare, fatti miei giudici, ora rapiscono quattro giovinastri: per modo che, siccome un giorno Laberio, mi veggo dopo i miei sessant’ anni ancor, io degradato, e non già come quegli alla condizione d’istrione, che comunque vile richiede pure un artifizio, un ingegno, e fra le arti meccaniche è numerata, ma ridotto alla più bassa fra tutte, a quella d’ignorante. Così va il mondo: e questo mi fruttaron gli studii, le veglie, le sostenute fatiche, che in giovinezza da molti avuto per dotto, dopo maturo giudizio sono da vecchio sentenziato idiota. E debbo forse dolermene, ma sopportarlo: o meglio, sopportare lo debbo senza dolermene, siccome accade di tutte le umane avversità: danneggiamento, miseria, fatica, dolore, tedio, morte, esilio ed infamia, la quale, se ingiusta, deve pur essa aversi in non cale, perchè e la smentiscono molti, e si dilegua col tempo; ma se meritata, accettare si deve come ogni altra pena che alle umane colpe s’infligga. Ed invero se tentino rapirmi i maledici il vanto d’una scienza che veramente io posseggo, potrò ridermi del fatto loro: che se di quella era io privo, non solo soffrirò con pazienza, ma recherommi a contento sentirmi alleggerita la soma, e liberato dalla penosa custodia di una fama immeritata. Al ladrone che spoglia un possessore ingiusto essere si conviene più indulgenti che non a quei che si gode roba involata al vero padrone: dappoichè in quel caso, se ingiusto è chi spoglia, ben è però giusto lo spogliamento.

Quanto a me, come dissi, non solo giusta, ma ingiusta ancora accetto la mia sentenza, e a qualch’ei sia giudice o ladro della mia fama mi sottometto. Che cosa di travaglio piena e di malagevolezza è la fama, e quella in spezie de’ letterati: tutti contro di quella fissa han la mira e teso l’arco, e quelli stessi che mai non isperarono di conseguirla, s’affaccendano sempre a toglierla altrui. Sempre a difesa t’è forza avere fra le dita la penna, sempre la mente tenere rivolta e teso sempre l’orecchio al suono della battaglia. Da queste cure, da questo incarco se alcun mi solleva, qualchessiasi la ragione che a ciò lo muove, abbiasi da me siccome mio liberatore grazie sincere, che di buon grado, vero o falso che sia, penoso però e di angustie sempre fecondo il nome di letterato io depongo, memore di quel detto di Seneca: Troppo consumo di tempo, troppa molestia di discorsi costar questa lode di uomo letterato: e doverci noi stare contenti a questa più grossolana di uomo dabbene. Ed io mi attengo al tuo consiglio, o moralista, e son pago di questo, che tu dici più grossolano, e a me si pare più buono, più santo, e per ciò appunto più nobile attributo, spezialmente perchè questo i miei giudici si piacquero di lasciarmi. E come dianzi io diceva, temo assai che nè questo pure mi sia dovuto, ma faccio di tutto per meritarlo: nè sarà che io cessi o mi stanchi fino all’estremo anelito ed all’ultimo spirare della mia vita; e se, come altrove tu dicesti, ad esser buono si conviene volerlo, e se lodevole è l’ottenerlo, lodevole il cominciarlo, e parte della bontà è il desiderio di conseguirlo, per questa parte almeno io mi confido di essere di quel titolo meritevole.

Torno ora a parlarti de’ miei censori, di cui, oltre il già detto, debbo dirti qualche altra cosa: dappoichè se mi rassegno a passar non vorrei anche per pazzo o stupido: che avveniticcio ornamento sono le lettere, ma il senno è innato, e dell’umana natura è parte integrale, del quale non potrei come delle lettere mostrarmi privo senza vergogna. Nè a me il senno mancava per fuggir dai lacci che mi tendevano, o per rendere ad essi malagevole il trarmi in inganno; ma mi fe’ gabbo la schiettezza mia e il credermi al coperto sotto il manto onorato di un’amicizia ch’io stimava sincera: e nulla più facile che l’ingannare chi si fida.

Venivano essi, tel dissi già, siccome solevano altri molti di quella bella e grande città a farmi visita spesso in due, talora insieme tutti. Ed io con lieta accoglienza riceverli quasi angeli venuti dal cielo, e di tutt’altro dimentico, attendere solo a loro che l’animo meravigliosamente mi rallegravano, e tosto, come fra gli amici si suole, entrare in ragionari molti e diversi, e non punto a quello che per me si dicesse o al modo di dirlo, ma badar solo a mostrarmi lieto e giulivo della loro venuta, per modo che talvolta per effetto solo di mia allegrezza, tal altra temendo quasi di torre la parola di bocca ad essi, che di parlare erano desiosi, io mi taceva o non diceva che inezie. Conciossiachè fu sempre mio costume in amicizia abborrire dal belletto, non simulare, non infingermi, ma avere il cuore sul viso e sulle labbra, e con gli amici parlare non altrimenti che farei con me stesso, cosa, al dire di Cicerone, sopra ogni altra dolcissima. E perchè cogli amici, che ti leggono in volto gli affetti dell’animo ed i pensieri, far pompa di sapere o di eloquenza, se pur non sia ch’essi il richieggano, non per metterti alla prova, ma veramente per imparar qualche cosa? Lo che se avvenga, usar si conviene non vanto e sfoggio di erudizione, ma fare, come delle altre cose tutte, così della scienza partecipazione fedele, senza burbanza e senza invidia. Perchè sovente mi meraviglio che principe così grande che fu Cesare Angusto, in mezzo alle tante sue gravissime cure, tanta pur se ne desse per cosa di sì lieve momento, e non solamente al popolo, al Senato, all’esercito, ma a sua moglie eziandio parlasse sempre appensatamente e spesso in iscritto: e il fece forse perchè nulla di vano o d’insulso gli uscisse mai di bocca, onde alla maestà di sua parola venir potesse taccia o disprezzo. E sia pure che si convenisse a quel grande dall’alto seggio come per iscritto oracolo parlare ai sudditi suoi: a me piace tener cogli amici discorrevole cicaleccio, e parlar franco e libero di non studiate materie: che se a parere eloquente hassi a studiare continuo, a quella lode rinunzio piuttosto, che sempre mostrarmi pensoso e triste.

E per tal guisa mi avvenne che siccome soglio coi miei più dolci e familiari e spezialmente con quelli che sanno appieno quanto io mi valga, così con cotestoro non ha guari trattando in tutta confidenza, inavvedutamente fui colto nel laccio di una ostile calunnia. Imperocchè non dubitando io di nulla, di nulla inquieto, qualunque cosa mi venisse in pensiero o s’affacciasse alla lingua, era da me messa fuori; e quelli, secondo i già presi concerti, fattisi a me dattorno, tutto ponevano sulla bilancia; ed ogni mia parola raccoglievano, come se nulla di meglio o di più squisito dir da me si potesse: ed una e due e tre volte avendo preso siffatto esperimento, agevolmente si contermarono in quella sentenza che desideravano di profferire sul conto mio. Dappoichè nulla è sì facile come il persuadere chi vuol essere persuaso e chi già crede. Ed essi più sempre usando a fidanza, a me come ad ignorante parlavano, e credo ancora, nè l’avrei mai sospettato; della buaggine mia prendevansi giuoco. Così solo ed incauto, dalle insidie di molti aggirato ed illuso, senz’ avvedermene mi trovo cacciato nella turba degl’ignoranti.

Solevano essi venire in campo o con un qualche problema di Aristotile, o con alcuna sentenza di lui intorno agli animali: ed io o mi taceva, o scherzando torceva ad altro il discorso: talvolta ancora sorridendo chiedeva come mai tali cose avesse potuto sapere Aristotile, delle quali nè v’era ragion sufficiente, nè si poteva addurre in prova la sperienza. Di che meravigliati, ed in cuor loro sdegnosi, essi m’avevano in conto d’uom che bestemmia, perchè a creder vere le cose non si contenta dell’autorità di Lui: quasi che di filosofi ed amatori della sapienza Siam tutti divenuti Aristotelici, anzi Pittagorici, tornando in onore quel ridicolo costume che permetteva solo d’interrogare se l’avesse Egli detto: e quell’Egli era Pittagora, come scrive Cicerone. Io però che grande veramente e dotto assai stimo Aristotile, so pur che era un uomo, e come tale credo che alcune, anzi che molte cose ignorasse: e con buona pace di questi non amici miei, ma settari, credo, e fuori di ogni dubbio lo credo, non nelle piccole cose soltanto, nelle quali piccolo e di lieve danno è l’errore, ma nelle più rilevanti, che al supremo fine della salute nostra si riferiscono, esser Aristotile andato lungi dal vero le mille miglia. E sebbene di molti argomenti alla felicità relativi abbia egli trattato nel principio e nel fine dell’Etica, pure oso dire, e gracchino a lor posta i miei censori, esser egli stato della vera felicità tanto ignaro, che meno forse sottilmente, ma assai più veramente ne penserebbe ogni divota vecchierella, ogni rozzo marinaio, ogni villano, ogni pastore. Perchè stupisco come alcuni de’ nostri ammirino per modo quel trattato di Aristotile, da stimare e da scrivere quasi peccato il più parlare dopo quello della felicità: ed io per lo contrario (parlerò forse ardito, ma vero) credo che colui la felicità vedesse soltanto come le nottole il sole, che è quanto dire ch’egli ne vide i raggi e la luce, ma non essa mai: dappoichè locata egli l’aveva fuori della vera sua sede, e non sopra solido fondamento a guisa di sublime edifizio, ma in terra nemica e su vacillante terreno; nè conobbe, o disprezzò conoscendole, le due cose senza le quali felicità vera è impossibile, voglio dire la fede e la immortalità. Ma no; ch’io dir non poteva averle egli o non conosciute o disprezzate: doveva io dir solamente che non le conobbe, nè poteva conoscerle, anzi nemmeno sperarle, che ancora sorta non era a rischiarare la terra la luce vera che illumina ogni uomo che viene al mondo. Ed egli e gli altri dell’età sua fingevansi quello che più bramavano, quello che naturalmente brama ciascuno, e il cui contrario nessuno potrebbe desiderare, voglio dire la felicità, che di belle immagini adorna celebravano come un’amica lontana, e non mai veduta si piacevano di contemplare fisi nel nulla, e quasi beati di un lieto sogno. Oh veramente infelici, cui il grave tuono della morte vicina rompendo il sonno, dovea tra breve aprire gli occhi a vedere qual fosse la felicità tanto da loro fantasticata! Le quali cose perchè altri non creda dette di mia sola autorità, nè per questo mi dia taccia di temerario, legga il tredicesimo libro della Città di Dio, ove troverà grave ed acutamente da Agostino rampognata la follia de’ filosofi, i quali, per dirlo colle sue parole, si fecero, come a ciascuno di lor meglio piacque, beata la vita. Questo il confesso, e dissi molte volte e ridirò finchè la parola mi basti, perchè son certo di aver detto, e spero di continuare a dir sempre il vero: che se per questo mi credon sacrilego, mi accusin pure di offesa religione, ma accusino ad un tempo Girolamo che dichiara di curare non quello che Aristotile, ma sibbene quello che Cristo insegna. Io sì che quelli, se da me sentono diversamente, empi e sacrileghi appello con sicuro giudizio: e tolgami Dio la vita, e quanto m’ho di più caro prima che da questa pia, vera, salutare credenza io mi rimuova, e per amore di Aristotile rineghi Cristo.

Sìeno pur dunque, o a meglio dire, divengano essi filosofi ed Aristotelici, che tali per ora veramente non sono: lo sieno pure e lo sien davvero: io mi protesto di non portar mai loro invidia per sì chiari nomi, de’ quali, non punto ancora meritati, già tanto inorgogliscono. Essi a me non invidino i veri nomi di cristiano e di cattolico. Ma che vado io chiedendo, se già so che questo ch’io chiedo, essi e già fanno e sono a fare prontissimi? Non m’invidiano essi quei nomi, ma li disprezzano come vili ed abbietti, ed agl’ingegni loro dispari e indegni. Essi gli arcani della natura, e di questi più sublimi i misteri di Dio, che noi con l’umiltà della fede accogliam reverenti, tentano di perscrutare con superba iattanza, nè già li aggiungono, anzi neppure vi si avvicinano; ma, stolti, si credono di toccarli con mano e di tenere in pugno il cielo, e quasi già lo stringessero, paghi del proprio vaneggiare, dei loro errori insanamente si godono. Nè da tanta follia vale a ritrarli, non dirò già l’impossibilità della cosa espressa con quelle parole dell’Apostolo ai Romani: Chi è che conobbe gli arcani di Dio o chi fu a parte de’ suoi consigli [14]? o quel celeste precetto dell’Ecclesiastico: Tu non cercare quello che supera il tuo intendimento, nè spinger le indagini al di là delle tue forze, ma statti contento a ripensare di quello che Iddio ti ha comandato, né le molte opere di lui scrutar curioso; a te non è necessario veder le cose che a te si vollero tener nascoste [15]. Ma se questo non vale, perocchè sarebbe inutile lo sperare ch’essi delle divine Scritture, anzi delle cattoliche dottrine punto si conoscessero, come almeno valer non dovrebbe l’arguto dir di Democrito: Non veggono quello che s’han fra i piedi, e vanno investigando le vie del cielo? O la facetissima beffa che si fa Cicerone di que’ cotali che d’ogni cosa con temerità disputando, di nulla si lasciano aver dubbio, quasi fossero pur mo’ discesi dal consiglio de’ numi, ed ivi tutto quello che vi si fa cogli occhi propri veduto ed inteso; o finalmente quel più antico e più severo ammonimento dato da Omero, allorchè narra da Giove non già un uomo mortale, nè alcuno della volgare schiera dei numi, ma la stessa Giunone sua moglie, sorella sua e dei numi tutti regina con tremende minaccie messa a sgomento, perchè gli arcani della sua mente nè osasse indagare, nè di conoscerli mai punto si confidasse?

Ma torniamo ad Aristotile, dal cui splendore abbagliato lo sguardo lippo [16] ed infermo, molti nell’abisso degli errori furon travolti. So che Aristotile pose in sodo doversi riconoscere l’unità del supremo potere, la quale già prima di lui Omero aveva posta con quelle parole che, in prosa volgare tradotte, suonano: Mala cosa essere pluralità negli Dei: dover essere uno il signore, ad uno soltanto convenirsi il comando. E questi: Buona non essere la pluralità nel principato: solo uno adunque dover essere il principe. Ma Omero dell’umano, Aristotile del divino, quegli del principato sui Greci, questi di tutti i principati, l’uno di Agamennone, parlava l’altro di Dio. Ecco fin dove la luce del vero ebbe rischiarata ad esso la mente. Ma chi sia veramente questo principe sovrano, e quale e quanto grande egli sia non seppe Aristotile; e questo vero supremo e rilevantissimo tengo per fermo non essersi scorto da lui, che con tanta sottigliezza di mille cose discorse intorno ai numi; mentre chiaramente lo scorsero e lo scorgono di presente tanti che di lettere ignari, non da diversa luce, ma per diverso modo son rischiarati. E cotesti amici miei, che quel ch’io veggo non veggono, ciechi io dico ed orbati degli occhi dello intelletto, ed affermo che tali si debbon parere a ognun che gli occhi abbia sani, come verde si pare lo smeraldo, nero il corvo e candida la neve. E perchè più pazientemente il mio ardimento sopportino gli Aristotelici, sappiano che sebbene lui solo abbia io nominato, non è solo di lui che io senta a tal modo. Imperocchè quantunque io mi sia un ignorante, ho per costume di leggere, e prima che costoro della ignoranza mia sentenziassero, si credeva che io intendessi pur qualche cosa: ho per costume, dico, di leggere, sebbene non più con quell’attenzione che vi metteva negli anni più verdi, i libri de’ poeti e de’ filosofi. Ed io che all’ingegno e allo stile di Cicerone più che a quello di verun altro scrittore fin da giovanetto m’innamorai, e stimo non esser altri che adegui la nobiltà del suo stile, l’eleganza e la forza delle sue parole, quando leggo ciò ch’egli scrisse della natura degli dei, o di qualunque altro subbietto pertinente a religione, quanto più lo trovo eloquente, tanto più lo giudico irragionevole e insulso: e in me stesso raccolto, ringrazio iddio che pigro o modesto mi diè l’ingegno, e mente non fantastica o ardita alla ricerca di cose poste fuori della sua veduta, e curiosa ad indagare ciò che a trovarsi è difficile, e trovato apporta la morte [17], e sua mercè son fatto tale che come più sento schiamazzare contro la fede di Cristo, così più verso Cristo io m’infiammi d’amore, e nella fede di Cristo mi tenga più, saldo; a me accadendo ciò che ad un figlio disamorato, il quale se ascolti vituperarsi da altri il padre suo, sente tosto riaccendersi in cuore l’affetto che stava sopito; consegnenza necessaria dell’essergli figlio vero. A testimonio io ne chiamo Cristo medesimo: me già cristiano soventi volte il bestemmiar degli eretici fece cristianissimo. Imperocchè i gentili antichi, comunque degli dei parlando dessero in istranezze, non si può dir ch’ei bestemmiassero, perchè non conobbero il vero Dio, nè di Cristo udirono il nome. Che la fede vien dall’udito: e sebben in tutta la terra sonasse la voce degli Apostoli e le parole loro giungessero agli estremi confini del mondo, per modo che in tutto l’orbe si sparsero le loro dottrine e i sermoni, erano quelli meglio sventurati che colpevoli, già morti e sepolti, e già il silenzio dell’invida tomba chiuse teneva quelle orecchie per cui la salutifera fede avria potuto nell’anime loro insinuarsi. Me più che altro libro qualunque potentemente commuovono quei tre, de’ quali sopra toccai, da Cicerone intitolati della natura degli dei: che di questi trattando quel grande ingegno, in molti luoghi li deride e li berteggia: non di proposito ed in sul serio, perchè il ratteneva per avventura il timor del supplizio, del quale furon paurosi anch’essi gli Apostoli pria che scendesse su loro lo Spirito Santo: ma con quelli ond’egli ha dovizia, efficacissimi motteggi, dai quali evidentemente si pare a ogni uom di senno com’ei pensasse del suo subbietto. Perchè soventi volte leggendolo, infra me stesso tacito e doloroso sospiro, e compiango la sorte di lui, che, sì dotto e sì grande, il vero Dio non conobbe; il quale nacque pochi anni passati da che cessando ei di vivere, morte aveva chiusi quegli occhi che furon sì presso a vedere la fine di una notte per errori tenebrosissima, cui teneva dietro l’aurora della vera luce e il Sole della giustizia. Cicerone adunque nei tanti libri che scrisse, sebben seguendo talora l’errore del volgo nomini gli dei, spesso pure li proverbia e li dileggia, e fin d’allora che giovanetto dettava i suoi libri intorno alla Invenzione, affermava non potere un filosofo ammettere l’esistenza di molti dei: e non molti, ma un solo Dio conoscere, alla conoscenza aggiungendo la divozione ed il culto; questa la vera, questa essere la suprema filosofia. E fatto poscia nell’età più maturo, in quei libri medesimi che non di Dio, ma degli dei intitolava, quando in se stesso raccogliesi, a quali voli non dispiega le ali? Spesso t’è avviso parlar piuttosto un Apostolo che non un filosofo del Paganesimo. Così, nel libro I, scrivendo contro Velleio sostenitore della dottrina di Epicuro [18]: «E potevi tu, dice, potevi vituperare coloro i quali contemplando o intero l’universo, o parti di esso i cieli, le terre, i mari, o vedendo lo splendore del sole, della luna e delle stelle, o ponendo mente al maturarsi, al succedersi, all’alternarsi delle stagioni, da tante opere magnifiche e preclare fecer ragione dover esistere alcuna eccellente natura e prestantissima, che tutto questo avesse creato e tuttavia movesse, reggesse e governasse?» E nel secondo [19]: «Qual cosa mai a chi, guardando il cielo, le celesti cose contempli può essere più manifesta e più chiara della esistenza di un nume di sapienza infinita, che tutto moderi e regga?» E nello stesso libro [20]: «Crisippo, avvegnachè d’acutissimo ingegno foss’ei fornito, dice che tali argomenti non egli trovò, ma dalla stessa natura li ebbe imparati. Imperocchè, così egli ragiona, se v’ha qualcosa nell’universo a cui produrre non bastino la mente, l’ingegno, la forza, il potere dell’uomo, ciò che la produsse esser dee certamente superiore alla umana natura. Ma nè le cose celesti, nè tutte queste di cui scorgiamo l’eterno ordinamento possono dall’uomo esser prodotte; dunque esiste alcuna cosa che, superiore all’umana natura, valse a produrle. E che diremo esser questo, se non è Dio?» E indi a poco [21]: «Che se tutte le parti di questo mondo sono per tal guisa costituite che nè per l’uso migliori, nè più belle alla vista esser potrebbero di quel che sono, facciamoci ora ad esaminare se tali sieno per accidente, o non abbian potuto a sì mirabile accordo ordinarsi che dalla ragione e dalla moderatrice provvidenza di Dio. E poichè più perfette di quelle dell’arte sono le opere della natura, nè l’arte può alcuna cosa produrre indipendentemente dalla ragione, egli è giuoco forza l’ammettere che le opere pure della natura da una ragione sieno dirette. Se vedi una tavola dipinta, già sai che fu dipinta con arte: se osservi da lungi andar per l’onde una nave, non ti lasci aver dubbio che l’arte ed il senno ne regoli il moto: se contempli l’orologio a gnomone, o la clepsidra, intendi bene che l’arte e non il caso delsigna le ore: e il mondo, che tutte queste arti e gli artefici tutti ed ogni altra cosa in sè comprende, stimerai non governato dalla ragione e dal consiglio? Che se nella Scizia o nella Brettagna trasportata venisse la sfera non ha guari costrutta dall’amico nostro Possidonio, nella quale ad ogni giro si veggono quelli stessi mutamenti del sole, della luna e dei cinque pianeti, che ogni giorno e ogni notte accadono in cielo, chi fra que’ barbari vorrebbe pur dubitare menomamente essere quella sfera un prodotto dell’arte? E dell’universo, da cui tutto nasce e tutto si produce, osan costoro mettere in dubbio se procedesse dal caso, dalla necessità, ovvero dalla ragione e dalla mente di Dio; e stimano che più valesse Archimede nell’imitare le rivoluzioni della sfera, che non la natura nello effettuarle, avvegnachè per molti rispetti sieno le naturali di lunga mano più perfette che le imitate non sono. »

Parole sono queste di Tullio, il quale indi appresso, toltolo ad Accio poeta, mette in iscena acconciamente per lo suo proposto quel rozzo pastore, che scorgendo dall’alto di un monte non prima da lui veduta una nave, quella cioè su cui gli Argonauti a Colco si tragittavano, stette attonito e pauroso a quel nuovo portento, e molte cose fra sè e sè mulinando, quella or credeva essere un monte od uno scoglio eruttato dalle viscere della terra, e dai venti sospinto in balìa dell’onde, o neri vortici formati in nembo dai flutti ammucchiati, od altra cosa di simile, finchè venutogli fatto di scorgere i giovani che al moto di quella nave davan opera e mano, uditi i canti marinareschi veduti in faccia gli eroi, fatto senno e cessato lo stupore e la paura, cominciò a ben intendere di che si trattasse. « Or come, Cicerone prosiegue, a prima vista colui pensa di aver sotto gli occhi o un fantasma od un corpo da niuna intelligenza diretto; ma poi, seguendo la scorta di certi segni, comincia a comprendere qual sia veramente quello di cui sulle prime stavasi incerto; così deesi credere che i filosofi, il cui giudizio fu dubbioso e sospeso al primo aspetto del mondo, poichè n’ebber veduto i movimenti innumerabili, alterni, con fissa legge costante, immutabile ordinati e diretti, chiaramente intendessero esistere alcuno di questa celeste casi sa non abitatore soltanto, ma moderatore sovrano, e del grande edificio e d’ogni sua legge architetto ed autore.» E le medesime cose con parole presso che uguali ei ripeteva nel primo libro delle Tusculane, «Queste, dicendo, ed altre innumerabili cose mentre vediamo, potremmo noi lasciarci aver pur un dubbio che, se le medesime ebber principio, come pensa Platone, a tutte presieda uno che le creasse, o se, come piace ad Aristotile, esse sono ab eterno, uno che sia di opera sì grande e di sì grande uffizio moderatore?»

Tu vedi pertanto come Tullio, meglio secondo teologo che secondo filosofo ragionando, uno solo dimostra essere il Nume che tutte quante sono le cose fece e governa. Perchè di questi luoghi degli scritti suoi io più mi piaccio che non di quello che viene appresso nel medesimo libro delta Natura degli dei per detto di Aristotile: dappoichè sebbene la stessa sia la dottrina, pure ivi si parla non di Dio, ma degl’iddìi, i quali, trattandosi di ricerca del vero, mai non vengono nominati senza dare qualche ombra. Eccone le parole [22]: «Se v’avessero, dice Aristotile, uomini che, avendo sempre abitato sotto terra in buone e splendide case ornate di statue e di pitture, e di tutte le cose forniti, di cui sogliono aver dovizia quelli che sono in voce di fortunati, mai non fossero venuti sopra terra; ai quali però la fama e gli altrui discorsi avesser dato notizia dell’esistenza del potere di alcune divinità: indi a qualche tempo spalancatasi la terra, dalle riposte loro sedi sbucando, potessero salire a questi luoghi di nostra dimora, vista improvvisamente la terra e il mare e il cielo, osservata la moltitudine delle nubi, sentita la forza de’ venti, e non solamente contemplata la bellezza e lo splendore del sole, ma conosciuto eziandio come per sua virtù diffondendosi per l’ampio cielo la luce si faccia il giorno: poscia ottenebrata dalla notte la terra, vedessero tutto dagli astri ornato e distinto il firmamento, e la varietà del lume lunare che cresce e scema a vicenda, ed il levarsi di ciascuno e il tramontare, e i loro giri determinati, immutabili costantemente in eterno; se tutto questo vedessero, senza pur dubitarne estimerebbero e ch’esistessero gli dei e che quelle tante mirabili cose fossero tutte opera loro. » — Così egli, cioè Aristotile; al cui immaginato racconto, perchè troppo strano e discosto dalla realtà coll’esempio di fatto non finto, ma vero, ed a memoria de’ viventi avvenuto, così lo stesso Cicerone sottentra: «Immaginiamo noi una tanta tenebria quanta si narra che occupasse una volta nella eruzione dell’Etna le circostanti campagne, nelle quali per due giorni continui fu tolto agli uomini di vedersi l’un l’altro: per guisa che, quando al terzo giorno tornò a risplendere il sole, si parvero tutti dalla morte richiamati alla vita. Or se questo stesso avvenisse che, dopo essere stati infra le tenebre eternamente, ci fosse dato di vedere tutto ad un tratto la luce, quale a noi si parrebbe la bellezza del cielo?» Per lo continuato godimento di ogni giorno e per l’assuefazione degli occhi, sonvisi gli animi abituati, e più non ammirano, più non ricercano le cagioni di ciò che tutto dì hanno d’innanzi, quasi che non la grandezza, ma sola la novità dello spettacolo debbaci esser di sprone ad indagarne le cause. E chi vorrebbe stimare degno del nome di uomo colui, che vedendo tanto determinati i movimenti del cielo, tanto costanti gli ordinamenti degli astri, tanto fra loro armonizzate e concordi le cose tutte, neghi che quelle da una qualche ragione sieno dirette, e pensi poter avvenire per caso que’ mirabili effetti a cui produrre vien meno, e sia pur grande quanto si vuole, la forza di ogni umano consiglio? E che? Vedendo muoversi alcuna cosa, a mo’ di dire una sfera, un oriuolo od altro che che si sia per ingegno di macchine, teniam per certo che sia operato dalla ragione, e quando vediamo con ammirabile velocità muoversi il cielo impetuoso, e volgersi sopra se stesso rinnovando costantemente in ogni anno le stesse vicende, e tutte salve frattanto ed integre rimanersi le cose, ci lasceremo aver dubbio se tutto questo sia diretto e ordinato, non dirò da una mente qualunque, ma sibbene da mente che ad ogni altra sovrasti, da una mente divina? Lasciarli, lasciamo le sottili disputazioni, e facciamoci a contemplare cogli occhi nostri la bellezza delle cose, che governate tutte affermiamo dalla provvidenza di Dio.»

Tel dissi, amico, e tu lo ascolti non come filosofo ragionare, ma come apostolo. E che altro mai significano tutte e per singulo le cose infin qui dette, se non quello stesso che ai Romani scriveva l’Apostolo? Iddio si fece a lor manifesto: e la mortale creatura per mezzo delle opere di lui riguarda ed intende quanto in esso è d’invisibile e fin l’eterna sua virtù e la medesima divinità: per guisa che sono inscusabili coloro che come Dio lo conobbero, ma non come a Dio si conviene gli detter gloria o gli resero grazie; ma si smarrirono ne’ loro pensieri [23]. Che altro mai Cicerone intenderà ripetendo ad ogni tratto e quasi ponendo a portata delle mani, delle lingue e degli occhi degli uomini, essere il mondo dalla divina provvidenza creato, e dalla provvidenza divina tuttavia governarsi, che altro, dissi, intendeva da questo in fuori, che debbono i sapienti sentir vergogna, poichè conosciuto il supremo autore e facitor delle cose, si lasciarono aggirare nel vortice di vane ed aride fantasticherie, deviando dal fonte d’ogni vera felicità alle fallaci vie delle incostanti opinioni?

Se tu non mi conoscessi, dovresti fare le meraviglie del non sapermi io staccare da Cicerone: tanto mi piaccio di quell’ingegno sovrano. Allettato dall’usata dolcezza di pensieri e di stile, e tratto da essa a fare quel ch’io non soglio, a rimpinzare cioè dell’altrui le mie operette, a te non tanto quanto ad ogni altro lettore chieggo che in pace se lo comporti. Quando io credeva di avere qualche cosa di proprio, mi vestiva del mio: povero merciaiuolo di lettere, spogliato da questi quattro ladri di scienza e di fama, se nulla più avendo del mio, vado mendicando l’altrui, all’impudenza e all’improntitudine mia valga di scusa la povertà. E sai tu qual povertà sia per l’anima l’ignoranza? Tale che, tranne il vizio, non avvene maggiore. Ma perchè non si dica che tutti quei tre libri io voglia in questo mio libretto restringere, null’altra per oggi trascriverò da Cicerone, sebbene e spesso altrove, e spezialmente in quell’opera, molti e gravi argomenti con assai di studio abbia egli raccolti, tendenti tutti a quest’uno: che da quanto vediamo si fa manifesto di tutte le cose creatore e moderatore essere Dio. Imperocchè questo a un dipresso è il ristretto di quella disputa. Detto per singulo delle celesti cose e delle terrestri, delle sfere del cielo e delle stelle, quindi della fermezza e della fertilità delle terre, dell’opportunità dei mari e dei fiumi, della varietà delle stagioni e dei venti; parla poi delle piante, dell’erbe, degli alberi, degli animali, considerando le diverse meravigliose nature dei pesci, dei quadrupedi e degli augelli, e di tutti questi le utilità, il diverso nutrimento, i lavori, i viaggi, le virtù medicinali, la caccia, la pesca. Tocca quindi dell’architettura, della nautica, delle innumerabili arti, di tutti quanti sono i più mirabili trovati della natura e dell’ingegno: discorre da ultimo della struttura de’ corpi, della meravigliosa unione e disposizione de’ sensi e delle membra, della ragione infine e della industria, adducendo di tutte tali cose spiegazioni e notizie così eloquenti ed accurate, ch’io non so veramente qual altro scrittore con ugual diligenza e perspicacia trattasse mai cosiffatta materia. E di questa vastissima serie di argomenti una sempre si è la conclusione: tutte cioè quante sono le cose, che cogli occhi veggiamo, o comprendiamo coll’ intelletto, da Dio essere state create ed ordinate per la salute degli uomini, e reggersi tutte e governarsi dalla provvidenza di Dio. Che più? Scendendo ancora ai particolari delle persone, dopo aver rammentato i nomi di quattordici, se non m’inganno, egregi duci romani; «Nessuno, dice [24], di loro credo io che tale stato sarebbe senza l’aiuto divino.» E poco appresso: «Grande non fu nessuno degli uomini, cui non avvivasse un qualche soffio di Dio». Or per cotesto soffio, che altro hassi ad intendere dal Santo Spirito in fuori? Lasciam da parte la eloquenza nella quale costui non teme rivali; ma nel concetto, io domando, che troverebbe a correggere qualunque cattolico il quale imprendesse a trattare lo stesso subbietto?

Ma che per questo? Metterò io Cicerone nel numero de’ cattolici? Oh così lo potessi com’io io vorrei! Oh così quel Dio, che di tanto ingegno gli fu liberale, si fosse piaciuto a farsi da lui conoscere come si piacque a farsi da lui ricercare. Conciossiachè sebbene al vero Dio delle laudi nostre e delle mortali testimonianze d’uopo non sia, credo che udremmo or noi, più sante no nè più vere, ch’esser questo non può, ma più dolci per avventura e più eloquenti di Lui sonare le lodi ne’ tempi nostri. Io son per altro ben lungi dall’abbracciar ciecamente d’un ingegno ancor che grande tutta la dottrina, perchè in uno od in altro particolare la trovi sanissima. Che da Cicerone medesimo, anzi dalla naturale ragione imparai doversi dei filosofi non sulle spicciolate sentenze, ma sul tutto insieme e sulla costanza de’ pensamenti laro portare giudizio. Chi fu mai così rozzo dicitore cui qualche detto grazioso non uscisse di bocca? E questo potrebb’egli bastare? Spesso una frase acconciamente adoperata è velo a grande ignoranza. Spesso la vivezza degli occhi, o il biondo della capellatura nasconde de’ corpi i difetti e le brutture. Chi del tutto insieme vuol fere le lodi, tutto deve osservare, portar su tutto l’esame, tutto pesare con diligenza, dappoichè non è raro che accanto a quello onde prendesti diletto alcun che si rimpiatti altrettanto ed anche più disgustoso. Ve’ quello stesso Cicerone, che or ora udisti discorrer cose gravissime, e degne quasi della vera religione, non molto stante, quasi ritorni al vomito, tornare a’ suoi dei e, snocciolati per singulo i nomi e i pregi di ciascheduno, non più di un solo Iddio, ma della provvidenza dei numi incominciare il ragionamento, e dire [25]: «Questi dobbiamo venerare, a questi render culto: che ottima cosa è, di religione pienissima e di castità, prestar culto agli dei, e con pura ed incorrotta mente riverirli ed invocarli.» Ahi che di’ tu, mio Cicerone? Ti sei così presto dell’unico Dio, e di te stesso dimenticato? E dove hai tu lasciata quella natura eccellente e sovrana, quel nume di prestantissima intelligenza; dove quel Dio tanto dell’uomo più nobile, e di tutte le cose, che non si possono da forza o da senno umano produrre, dei corpi tutti celesti e dell’ordine eterno, che noi vediamo, sommo creatore; dove infine l’abitatore della casa celeste e divina, il reggitore, il moderatore, l’architetto dello stupendo edificio? Dalla stellata magione, che a lui dovuta lodevolmente riconoscesti, quasi il discacci or che siffatta compagnia osi tu dare a Lui che rigettandola con profetica voce alto proclama: Vedete: io son solo: da me in fuori non avvi altro Iddio [26]. E chi son mai cotesti nuovi moderni, infami iddìi che tu ti brighi d’intrudere nella casa del Signore? Affè, che quelli son essi de’ quali un altro profeta diceva: Gli dei de’ gentili sono i diavoli: solo Iddio fece il cielo [27]. E tu, che or ora di questo fattore e creatore del cielo e delle cose tutte meco parlando a buon diritto le orecchie e l’animo dilettavi del divoto uditore, Lui alle ribelli creature ed agl’immondi spiriti così all’improvviso frammischi? Rovesciasti con una parola tutto che prima con tanta avvedutezza e sapientissimamente avevi discorso. Ma che dissi d’una parola? ben di molte era a dirsi: che spesso, anzi od ogni pie’ sospinto, com’uom che dormendo e barcollando si muova, torni a calcare l’orme già impresse, e a quegli dei, cui desti or ora la baia, rivedente ti prostri: e il sole, la luna, le stelle, che più? questo palpabile mondo che da noi si vede, si tocca, si calpesta, tu sensibile, tu animato, tu, nè può immaginarsi stoltezza più grande, tu lo fai Dio. E sebbene cosiffatta sentenza non tua si paia, ma di Balbo, a cui per accademica cautela la metti in bocca, pure sulla fine del libro, se per rispetto alle leggi accademiche non osi proferire essere la sentenza di Balbo più vera di tutte, affermi però che sia la più verisimile, e così approvandolo, facesti tuo quanto egli argomentando aveva discorso. E veramente a te si appartiene: che, secondo il costume de’ Platonici, le sentenze tue, meglio che di tua bocca, espor volesti col finto nome d’altrui. Vero è che in un certo luogo dell’opera stessa il medesimo Balbo mette in campo un solo Iddio, che con molti nomi si appella: di che come di scudo si servono a coprire il loro errore, gli Stoici, ed a scusar la follia della turba de’ loro numi, quasi volendo far credere che sotto nomi diversi mirino ed intendano ad una sola cosa; e sia a cagion di esempio sempre quel desso il Dio che Cerere sulla terra, Nettuno nel mare, Giove nel cielo, e nel fuoco si chiama Vulcano. Ma chi non vede quanto inetta ella sia questa scusa, e questa dissimulazione del vero, se ponga mente, per tacere del resto, alle gare di preminenza, alle discordie, alle contese, alla diversità del culto fra quegli dei? Iddio vero essere non può se non è solo, nè può di se stesso in qualsiasi luogo essere maggiore mai o minore: conciossiachè sempre ed in ogni luogo è lo stesso, nè mai discorde da se medesimo o nel tempo passato o nel presente; cui non alletta de’ tori, ma sì di laude, di giustizia, di cuor contrito e di lacrime il sacrificio; uno nella terra, uno nel cielo, e d’una sostanza e di un nome solo nell’un luogo e nell’ altro. E sono pure sotterfugi e ripieghi, quando addatisi che ad un Dio non si convenivano le cose che di Giove eran narrate, que’ filosofi, teologi non di Dio ma degli dei, per ripiego affermavano due essere i Giovi, come dice Lattanzio, vero l’uno, l’altro favoloso, anzi non due, ma tre, al dire di Cicerone. Ma quanto sieno da apprezzare coteste scuse e qual forza esse s’abbiano, lo cerchi chi n’ è vago nel primo libro delle istituzioni del nominato Lattanzio Firmiano.

Nè voglio io deviare di troppo, e mi sa male il toccare anche di volo dei cinque Soli, dei Mercurii e dei Bacchi pur cinque, delle altrettante Minerve, dei quattro Vulcani, quattro Apollini, quattro Veneri, tre Esculapi, tre Cupidi, tre Diane, ed Ercoli sei, se ascolti Tullio, ma quarantatrè se credi a Varrone; nè senton essi vergogna di sciorinare queste fandonie, che noi non che di credere ci vergogniamo di ascoltare. Affè di Dio! come non avere a schifo siffatte baie? come portare in pace cotali raggiri? Cose son queste piene non dico di errori, ma di vaneggiamento zeppe e ricolme, per guisa che io compiango e spesso con indignazione riguardo quel nobilissimo ingegno da siffatte ciance occupato ed invilito. Ed in vero: di tante altre pensino come vogliono; ma quale ciurmeria, quale ambage [28], qual cantafavola è mai codesta dei cinque Soli, mentre quell’uno che splende dite chiamarsi Sole, perchè non avvene altro, e se mai più d’uno non già ne fu veramente, ma si credè di averne veduto, ciò fu da reputarsi a vizio di vista inferma, o a pazzia della mente, od a prodigio! Sel soffrano in pace que’ buoni vecchi, ed in ispezieltà Cicerone: indegno al postutto che si scrivessero e si leggessero io stimerei queste cose, che pure da uomo sì grande furono scritte, se non fosse che lette e conosciute le gofferie degli dei, all’amore della divinità unica e vera, al disprezzo della strania superstizione, alla reverenza della religione nostra la mente dei lettori valgono ad eccitare. Conciossiachè nessuna cosa mai tanto bene si conosce quanto se messa è d’accosto al suo contrario: e nulla fa tanto amare la luce quanto l’aver in odio le tenebre.

E se tutto questo del mio Cicerone, che per tanti riguardi ammiro, pensa tu che cosa io sia per dire degli altri, de’ quali molti vero è che molto scrissero sottilmente, ed alcuni di loro con gravità, con dolcezza, con eloquenza; ma quasi veleno tra ’l mele, vi frammischiarono pericolose e false ridicolàggini, delle quali sarebbe lungo e fuor di luogo il trattare. Nè certamente a tutti si potrebbe da me far buona tal scusa che a Cicerone : che non tutti allettano al par di lui, e sebbene sublime sia il subbietto che trattano, di ben molto è diversa la soavità dell’eloquio; che spesso, secondo la diversità di chi canta, una canzone dilettevole si fa molesta, e le medesime note musicali si paion tutt’altre per la voce che le manda fuori. Valgami ad esempio Pitagora, che niun non sa di quale sterminato ingegno si fosse. E san pur tutti di quella sua metempsicosi, che io strabilio come potesse entrar nella testa, non dirò già d’un filosofo, ma di un uomo qual ch’ei si fosse; eppure entrovvi, e venendo da un grande ingegno, ad altri grandi ingegni, com’è fama, si apprese. E più direi se non me ne mancasse l’ardire: ma di me più franco il dirà Lattanzio Firmiano, che nel suo libro delle Istituzioni questo Pitagora, di cui io parlava, non dubita di chiarire stolto vecchio ed inetto, uomo di ridicolosa vanità e di poca levatura: e tutto quel conserto d’insulse favole e di bugie, fra le quali spacciava ancora esser egli stato Euforbio nella vita precedente, seppe con libera mente e con generose parole schernire e rintuzzare. Eppure questo fra tutti era il più eletto e il principale dei dogmi, che a Pitagora, ítone a Tor-di-mare, ed ivi morto, conciliò di quelle credule genti tanta reverenza, che la casa di lui ebbero in luogo di tempio, e lui stesso come dio tennero e venerarono. Che sebbene tali cose non scrivesse egli, di cui si dice che nulla lasciasse scritto, certo è però che l’ebbe insegnate, ed altri le scrissero dopo di lui.

Chi non udì dei vortici e del fortuito accozzarsi degli atomi dal cui adunamento pretendono essersi formati il cielo, la terra e le cose tutte dell’universo prima Democrito e dietro quello Epicuro? i quali a colmo di follia dissero sterminato il numero dei mondi, e furon cagione che, udendolo, sospirasse Alessandro il Macedone, perchè di tanti non fosse riuscito ancora a soggiogarne uno solo. Vano sospiro affè d’anima grande e di siffatto filosofico strafalcione furon que’ due gli autori, i quali di questo mondo nostro non avendo conosciuto pur la millesima parte, sognavano intanto altri mondi innumerabili. Or fa tue ragioni, e di’, se puoi, non già che dotti, ma che prudenti ed accorti, e non piuttosto scemi del bene dello intelletto fossero al postutto coloro, ch’ebber vaghezza di cosiffatte fantasticherie.

E che dirò di quegli altri che non la pluralità de’ mondi e il numero infinito dei luoghi, come i due sopra mentovati, ma di questo nostro mondo ammettono la eternità? Nella quale sentenza, oltre Platone e i Platonici, quasi tutti convennero gli antichi filosofi, e con loro pur essi v’inclinano i giudici miei, i quali aman piuttosto parersi filosofi, che non cristiani; e per difendere quel famosissimo o meglio quell’infame verso di Persio:

Nulla dal nulla, e nulla al nulla torna,

non solamente a quanto nel suo Timeo discorre Platone intorno la fabbrica del mondo, ma a tutto quello altresì che ne insegnano la Genesi di Mosè, la fede cattolica e il dogma di Cristo santissimo, saluberrimo e per celesti rugiade dolce e soave, non temerebbero di muovere aperta guerra, se non fosse che li trattiene il timore più dell’umano che del divino castigo. Che se credono poterlo cansare da soli a soli la verità e la divozione oppugnando, segretamente ed in luoghi appartati si fanno beffa di Cristo, ed adorano Aristotile, che non comprendono: e a me che non so con essi piegare a lui le ginocchia, muovono accusa, apponendo ad ignoranza quel che è da apporre solo alla fede, la quale perchè temono di accusare direttamente, si fanno addosso ai seguaci di quella, chiamandoli stupidi ed ignoranti. Nè si curan già d’indagare quello che gli altri sanno o non sanno: badano solo a quello in cui gli altri con esso loro consentano o dissentano, ed ogni dissentire hanno siccome prova d’ignoranza: laddove veramente il dissentir da chi falla è sapienza grandissima. Or ecco com’essi si faccian forti nel loro proposto. Perchè alla natura è impossibile produrre cosa alcuna dal nulla, questa impotenza medesima attribuiscono a Dio. Oh ciechi e sordi, che al più antico almeno non danno ascolto de’ filosofi che trattaron della natura, voglio dire a Pitagora, il quale questa forza e questa potenza nel solo Iddio riconosce: poter esso agevolmente ciò che per nessun modo può la natura effettuare: e di ogni forza e di ogni potenza esser la sua più potente e più forte, da cui la natura stessa accatta ogni virtute. Ch’essi non odano Cristo, gli apostoli, i dottori cattolici cui tengono a vile, non è da farne le meraviglie: ma ben è da farne che non ascoltino e che disprezzino questo filosofo. Nè questo però essi lessero mai, nè alcuno dei tanti che su quello fecer glosse e commenti. Or leggano almanco, se resta in loro briciola di pudore, quel che discorre Calcidio nel secondo suo commentario al Timeo di Platone. Ma io perdo il fiato in inutili avvisi. Temerari ed empi, costoro dispregian d’un modo ogni cosa che miri a religiosa dottrina, qualunque siasi che l’abbia detta, e credono mostrarsi sapienti se delirando affermino all’onnipotente Iddio non esser possibile quello che far non può l’umile ancella sua la Natura. E tu ti sarai pure avvisto nelle loro contese, che ove abbian luogo pubbliche dispute, non osando eruttare i loro errori, son usi di protestare ch’essi intendon parlare prescindendo dalla fede, e messa quella da parte. Or che altro è questo, che, rigettata la verità, farsi alla ricerca del vero, come chi, volte le spalle al sole, s’inabissasse nelle più profonde ed oscure viscere della terra, ed ivi da pazzo si confidasse di trovare la luce? Ma perchè tu non abbia a credere o non far essi nulla di male, o non conoscere veramente quel che si fanno; sappi che quella fede, cui con aperta professione non osano di attaccare, combattono di soppiatto, vuoi con sofismi e bestemmie proferite in sul serio, vuoi con oscene beffe e irreverenti motteggi. Ma se con plauso di quanti ascoltavano diceva Balbo presso Cicerone «mala consuetudine ed empia essere quella di disputare contro gli Dei [29]», sia che con sincerità, sia che simulatamente egli parlasse, ed empio e pestifero si parea tal costume anche a chi seguiva quella falsa religione; quanto più malvagia ed empia non dovrà dirsi la maniera che tengono gli adoratori del vero Dio, di disputare contro il loro unico, vero e vivo Iddio dell’universo? E sia pure qualchesivoglia il loro proposto: che se quel che dicono hanno nel cuore, scelerati ed empi al postutto son da chiarirsi: se il fan per giuoco, goffo è lo scherzo più ch’altro mai, e degno di severissima riprensione.

Ma così non la pensano i giudici miei, agli occhi de’ quali io non mi parrei tanto ignorante, s’egli non fosse ch’ io son cristiano. E come potrebbe giudicarsi letterato un cristiano da coloro, che Cristo nostro signore e maestro hanno per idiota? Malagevole cosa è che di rozzo maestro seguendo le orme possa il discepolo divenire erudito. Perchè studiosi, temerari ed impronti contro il maestro insieme ed i discepoli mettono grida, abbaiano e fanno schiamazzo, e allora menano vampo [30] maggiore quando loro vien fatto di dir qualche cosa inviluppata ed oscura, cui nè gli altri nè essi medesimi abbiano intesa. E come intendere chi parla in modo da non s’intendere di stesso? Cesare Augusto, che sopra molte lodi dell’animo e dell’ingegno quella pur meritò di principe eloquentissimo, pose suo studio nel parlare elegante e modesto, e primo pregio della favella stimando l’esprimere i propri concetti il più chiaramente che fosse possibile, proverbiò gli amici che andavano in busca di parole oscure e fuor d’uso, e trattò da pazzo un nemico che scrivendo si studiava d’essere da chi leggerebbe meglio ammirato che inteso. Ma costoro non l’odono: mirabili uomini invero, che indi cercano far procaccio di gloria nella dottrina, onde a giudizio de’ sapienti s’accatta la prova dell’ignoranza. Conciossiachè nulla meglio della chiarezza vale a far conoscere la scienza e l’ingegno. Chi con chiarezza intende le cose, con chiarezza ne parla, e quel che nella sua mente ha riposto agevolmente trasmette a quella di chi l’ascolta. Perchè dice nel primo libro della Metafisica quell’Aristotile, cui tanto amano e non intendon per nulla: «Prova del sapere è il poter insegnare,» sebbene anche per questo si voglia usare dell’ arte: che arte è il sapere, dice Tullio nel secondo delle Leggi; ma v’è l’arte pure dell’insegnare, la quale soprattutto ha per base la chiarezza dell’intendimento e della scienza. Imperocchè, quantunque oltre la scienza si esiga quello speziale artifizio che si richiede a rendere manifesti e ad imprimere i sensi dell’animo proprio nell’altrui, non v’è artifizio che valga a cavar fuori da mente oscura un chiaro discorso. Ma gli amici nostri noi che, amanti della luce, dall’aggirarci abboniamo nelle tenebre loro, mirano con disprezzo dall’alto, e tengono in conto d’idioti: quasi che del nostro sapere diffidenti e di tutto siamo ignoranti, perchè di tutto non andiamo disputando per le piazze e pe’ trivii com’essi fanno, che tronfi e pettoruti per loro misteriosi arzigogoli di se stessi si piacciono, perchè, nulla sapendo, impararono a far professione di tutto, a sputar sentenze su tutto. Nè punto li rattiene modestia, pudore o coscienza della nascosta loro ignorantaggine: e vano è per loro non solo quel detto di Terenzio: Col troppo piatire la verità si smarrisce; ma quello altresì più autorevole di Salomone: Ove molte nelle dispute son le parole, molte sono piene di vanità [31]; o quel dell’Apostolo: Chi gareggioso [32] si dimostra, sappia che questo non è il nostro costume, nè della Chiesa di Dio [33]; e altrove: Ponete mente che altri non vi tragga in inganni con vane fallacie, e per arte di filosofanti, secondo le tradizioni degli nomini e i precetti del mondo, non secondo quelli di Cristo [34].

Ma a che parlo? e come poss’io sperare ch’essi prestino fede a Paolo? Non è fors’egli discepolo di Cristo, e quanto più diletto al suo Maestro, tanto più a costoro inviso e spregevole? E chi fu mai che fede prestasse a consigliere odiato? Non amico qualunque, non lo stesso Aristotile potrebbe venir a capo di raffrenarli sì che quietassero: tanto impudenti essi sono e temerari e vigliacchi, filosofi di nome e cianciatori superbi; tanta è in loro la caparbieria delle proprie opinioni, e la malvagia ostinatezza nelle stranie dottrine e nelle ventose loro disputazioni. Arroge agli altri errori quello pure soprammodo vituperevole, che il mondo e Dio dicono coeterni, ripetendo a tal proposito quelle nenie che udire io non posso senza sentirmi rimescolare la bile, da loro tutto dì ne’ crocicchi, e presso Cicerone portate in campo da Velleio, là dove si fa a sostenere le parti di Epicuro con queste parole: Con quali occhi, egli dice, la mente di Platone potè vedere quella fabbrica di sì gran lavoro, cui fece Dio nel formare il mondo e nel fabbricarlo [35]? Passi per cotesta interrogazione: che già nella domanda si contiene la risposta. Con quali occhi la vide Platone? sì con quelli della mente, con i quali le invisibili cose si veggono, ed egli, come filosofo che fu sottile e perspicacissimo, ne vide veramente moltissime, sebbene a noi fosse dato di vederle poscia assai più chiaramente, non per virtù della vista, ma di più splendido lume. Ma chi potrà tenersi ascoltando quello che siegue: Ov’è il disegno, egli dice, ove i ferramenti, le leve, gl’ingegni, i lavoranti a tanto edificio? E come poterono alla volontà dell’architetto prestarsi obbedienti l’aria, il fuoco, la terra, le acque? Domanda di animo incredulo e diffidente. Sta bene che ciò si chiegga di un fabbro carpentiere o ferraio, ma non di Lui di cui è scritto: Disse e fu fatto, e disse, non già con parola di sensibile suono, sì che, come taluni sognando affermarono, egli avesse a darsi alcuna pena per quel comando; ma con parola interna e coeterna a se stesso, la quale fin dal principio era con Dio, Dio vero da Dio vero, Figliuolo consustanziale al Padre, che quanto è tutto fece. E fece il mondo dal nulla, o, come piacque ad alcun filosofo, fecelo dalla sformata materia che i Greci dissero υλη ed altri selva; ma questa stessa, come insegna Agostino, Egli creò assolutamente dal nulla. Fu fatto dunque il mondo da Dio con quella parola, che Epicuro ed i seguaci suoi intendere non potevano; ma i moderni filosofi non vogliono: ond’è che di quegli antichi sono da scusarsi assai meno. Imperocchè ben può dirsi sano l'occhio che non sa veder fra le tenebre: ma chi ad occhi aperti in mezzo alla luce non vede, senz’ altro è cieco. Non è però senza ragione il cercare ciò che più innanzi presso Cicerone stesso si cerca: «Com’è che dicasi dover il mondo durare eterno da chi ammise che nato, o creato, avess’egli avuto un cominciamento [36].» Quanto a noi, crediamo tutti che come ebbe un principio, così debba il mondo aver fine. Più futile forse, ma più comune è la questione che siegue. « Perchè, domandasi, chi fabbricò il mondo destossi quasi all’improvviso, dopo che per lo spazio di secoli senza numero aveva dormito senza far nulla [37]?» Chi per cotal modo si fa ad interrogare non avverte, che se questo mondo fosse stato creato da cento mila anni o da quattrocento settanta mila, quanti Tullio narra contarsene dai Babilonesi, o da molte più ancora migliaia di anni, pur si potrebbe sempre con ugual ragione domandare: Perchè non prima? Conciossiachè mille migliaia di anni all’eternità ragguagliate, sono nulla più che altrettanti giorni, come dice il Salmista:

Passan mill’anni agli occhi tuoi siccome

Passò di ieri il dì [38];

anzi son meno, anzi nulla. Una giornata, un’ora, paragonate ad un migliaio, ad un milione di anni, sono come lieve stilla di acqua piovana all’oceano e a tutti, i mari dell’universo: pure, quantunque minimo, può farsi tra quelle e questi il ragguaglio e la proporzione. Ma di molte, di quante più vuoi migliaia di anni, e crescile pure finchè ti manchi de’ numeri il nome, alla eternità non v’è ragguaglio che tenga; che quelle son oltre ogni tempo del mondo: e, o piccole o grandissime, son pur sempre finite. Ma a questa, che di sua natura è infinita, se poni accanto quelle che dette furono grandissime, non piccole già, ma nulle al postutto aversi a giudicare rettamente estima il grande Agostino, che di tali cose nel libro dodicesimo della Città di Dio sottilmente ragiona. Da questa difficoltà mossi i filosofi, dissero eterno il mondo, perchè non s’avesse a credere che per tanto tempo Dio fosse rimasto inoperoso. E la sentenza di molti filosofi stringendo in poche parole Teodosio Macrobio nel suo Commento al sesto libro della Repubblica di Cicerone [39]: «Insegna, dice, filosofia essere il mondo esistito sempre: creato sì da Dio, ma non nel tempo: che il tempo essendo quello cui misura il corso del sole, non potè prima che il mondo fosse essere il tempo». Ma presso Cicerone medesimo [40] a tale argomento si ha questa risposta: «Non perchè il mondo non fosse, non erano i secoli: i secoli, dico, non già quelli che si compongono per corso e numero di giorni, di notti e di anni, i quali li so bene che dar non si possono senza le mondiali rivoluzioni. Fuvvi però da tempo infinito una eternità che confine non ricevette di tempo veruno: ad esempio dello spazio, di cui nemmeno possiamo conoscere ch’e’ fosse quando il tempo non era;» le quali cose quasi colle parole istesse riporta Agostino. E qui alcuni, meglio per ingegno che per pietà commendevoli, in proposito di questa eternità aggiungono, che le rivoluzioni delle mondane cose, g’incendii e i diluvii a cui la terra soggiacque furon cagione che si paia fatto nel tempo e per così dire recente questo mondo, che però esiste ab eterno. Ora in tutte siffatte cose (poichè tempo è alfine di tornare onde presi l’appicco, e d’onde mi allontanai tenendo dietro al concatenarsi degli argomenti), in tutte siffatte cose, io diceva, è da fuggire quanto altra mai la dottrina di Aristotile, non perchè contenga novero maggiore di errori, ma perchè ha più delle altre autorità, e settatori.

Messi così alle strette dalla forza del vero, o dalla vergogna, concederanno per avventura, che delle cose divine ed eterne, cui solo l’ingegno per sè non arriva, Aristotile non seppe abbastanza; ma sosterranno che delle umane cose e delle temporali nulla avvi che appieno ei non conoscesse, trovandosi così a ripetere ciò che, contro quel filosofo disputando, disse non so se per ischerzo o in sul serio Macrobio [41]: Pare a me che questo grand’ uomo non abbia potuto nulla ignorare. A me però pare il contrario: e credo che niun uomo al mondo con qualsivoglia studio potesse mai giungere a tutto sapere. Per questo sono svillaneggiato, e sebbene tutt’altra sia veramente l’origine dell’invidia loro, adducono per pretesto che io non voglio adorare Aristotile. Nè il voglio io, no: che ho ben altri cui adori: e questi non la scienza di vane congetture intorno a cose frivole e fallaci, utili a nulla e d’ogni certezza destituite, ma quella mi promette di se medesimo; la quale s’ei mi conceda, la cognizione delle altre cose tutte da lui create si parrà di giunta soperchia, di facile acquisto e di ridicola investigazione. In questo io fondo le mie speranze, questo è cui adoro, e così lui devotamente adorassero i giudici miei: che saprebbero allora al par di me in molte cose aver mentito i filosofi; quelli dico che tali sono di nome: dappoichè i filosofi veri sempre del vero furon maestri: ma tra loro non è da noverarsi Aristotile; anzi nemmen quel Platone, di cui pur dissero i veri nostri filosofi essere stato il solo dell’antica filosofica famiglia, che più dappresso al vero si avvicinasse. Sono però costoro del solo nome di lui siffattamente innamorati, che accagionano di sacrilegio chi dica alcun che altramente da quello ch’egli lo disse, e prova ineluttabile della mia ignoranza pretendono l’aver io detta non so qualcosa intorno alla virtù non del tutto conforme alla dottrina aristotelica, e per siffatto delitto mi bandiscono la croce addosso.

Io che a giurar di mastro alcuno al mondo

Mai non m’astrinsi le sentenze,

come Orazio diceva [42], posso ben io qualche cosa aver detta non solamente diversa, ma contraria ancora agl’insegnamenti di quel filosofo: nè per questo è da sentenziare che male io dicessi: ma egli è pure infra i possibili che la cosa da me diversamente detta sia sembrata a costoro, che di ogni cosa giudicano, ma non intendono sempre ogni cosa, tutt’altra da quella che io dissi. Imperocchè v’ha di ben molti ignoranti, che alle parole si tengono attaccati, come il naufrago alla tavola, e son così poveri o dell’intendimento o della lingua, con cui i concetti si manifestano, da credere che una cosa detta in un modo non possa dirsi bene in un altro. Io confesso, per dire il vero, che poco prendo diletto allo stile di quello scrittore così come a noi giunse tradotto, sebbene prima ch’io fossi dichiarato ignorante avessi per testimonianza de’ Greci e per autorità di Cicerone imparato, che nella propria lingua egli è copioso, dolce, elegante; ma vuoi per ruvidezza, vuoi per invidia dei traduttori, a noi si porse scabro e ronchioso, in guisa, che nè troppo diletta l’orecchio, nè facilmente s’apprende alla memoria: ond’è che spesso e a chi ascolta è più grato, ed a chi parla è più facile l’esporre i pensieri di Aristotile colle proprie che non colle parole di lui.

Nè vo’ tacere di cosa che talora mi venne detta dagli amici; ed ora sono costretto a porre in iscritto: e sebbene io antivegga a qual grave pericolo metta così la mia fama, e quanto ponderosa e novella prova per me si offra di quella ignoranza onde vengo accagionato, pure vo’ scriverla, ed ho in non cale il giudizio che gli uomini ne porteranno. M’odan pur dunque quanti essi sono gli aristotelici, dai quali so bene come questo povero, peregrino e meschin libricciattolo agevolmente verrà sputacchiato: che a far oltraggi e villanie valgon tant’oro; ma di questo penserà ad acconciarsi esso il libretto, e troverà pezzuola al suo caso: a me basta che a me non sputino in viso. M’odano adunque, io dissi, gli aristotelici tutti, e poichè la Grecia chiude alla lingua nostra gli orecchi, m’odano quanti Italia e Francia ne accoglie, e la contenziosa Parigi, e la strada pettegola che dalla paglia prese suo nome [43]. Tutti, se mal non m’appongo, io lessi i libri morali di Aristotile, e alcuni se non lessi gli udii: e prima che in me fosse trovata questa grande ignoranza, parve che mediocremente li avessi intesi, e procacciatami per avventura con lo studio di essi qualche maggiore dottrina, ma non quel più di bontà ch’era da aspettarmene: perchè spesso fra me stesso pensando, spesso con altri ragionandone, ebbi a lagnarmi che il filosofo fosse venuto meno alla promessa che fatta aveva egli stesso, là dove, preambolando al terzo libro dell’Etica, disse quella parte di filosofia essere intesa non a farci più dotti, ma sì più buoni. Veggo di fatto darsi da lui della virtù egregie definizioni e distinzioni, e con assai di sottigliezza trattarsi di ciò che ad essa ovvero al vizio si appartenga. Or quando queste cose hovvi imparate, so qualche nonnulla più di quello che innanzi io mi sapessi; ma qual era dianzi egli è tuttavia l’animo mio, la mia volontà sempre è la stessa: io son quell’io che fui prima di leggere: che una cosa è sapere, altra l’amare; una l'intendere, altra il volere. Insegna egli, nol nego, che sia virtù: ma di quegli sproni, di quelle calde parole, che ad amare la virtù e ad abborrire dal vizio l’anima spingono ed infiammano, non ve ne ha punto in que’ libri, e avvene di poche assai: le quali ti avverrà, se le cerchi, trovar nei nostri, e spezialmente in Cicerone, in Seneca, e, più mirabile a dirsi, in Flacco, poeta acerbo talvolta nello stile, ma nelle sentenze gradevolissimo. Che giova conoscere la virtù ed il peccato, se conosciutili, per quella non senti amore, e orrore per questo? Se depravata sia la volontà, e’ può avvenire che fatta manifesta la malagevolezza della virtù e la lusinghiera facilità del vizio, l’animo pigro e irresoluto meglio a questo che non a quella si senta sospingere. Egli non è però da fare le meraviglie che tanto poco si curasse Aristotile di eccitare e sollevare le anime all’esercizio della virtù, poichè veggiamo ch’ei si fece le beffe del padre di questa filosofia, voglio dire di Socrate, del quale proverbiandolo disse, che delle cose morali faceva mercato e, a crederne Cicerone, parlò con disprezzo diluì, avvegnachè non punto meno de’ nostri, e ben lo sa chi lo conosce, l’animo assalga ed accenda de’ leggitori, armato dei più acuti e dei più forti argomenti, per virtù de’ quali si sospingano i pigri, i freddi s’infiammino, gli assonnati si destino, gl’infermi si sanino, si rialzino gli abbattuti, e dal basso ove si giacciono ad onorati pensieri, ad onesti desiderii sollevandosi, ogni terrena cosa abbiano a schifo, per guisa che, ben ravvisati i vizii, e coll’interno sguardo veduta in faccia la virtù, quelli producano l'orror di se stessi, questa l’amore della sua beltà splendidissima, e della vera sapienza in tutti partorisca ed avvivi. So che sola la dottrina e l’aiuto di Cristo di tanto è capace: so cbe sapiente, che virtuoso, che buono si confida invano di riuscire chi a larghi sorsi non beva; non già del favoloso Ippocrene, che scorre fra i gioghi del Parnasso, ma sì del vero e dell’unico fonte che scaturisce dal cielo, e versa l’acqua della vita sempiterna, la quale sola è da tanto che chi la beve più non sitisce. Ma quelli che questa cercano possono ancora da coloro, di cui sopra diceva, trarre alcun conforto ed aiuto: e di molti fra i loro libri molti lo affermano, ed Agostino, come quegli che in se stesso si piacque di averne fatta la prova, espressamente lo dice dell’Ortensio di Cicerone. Imperocchè, sebbene il nostro fine non consista nella virtù, come i filosofi avevano detto, egli è per mezzo di quelle virtù che al nostro fine si prende la via più diritta, purchè, come dissi, non tanto di conoscerle quanto di praticarle abbiasi cura. Veri morali filosofi adunque ed ottimi maestri di virtù quelli sono, che come primo ed ultimo scopo si proposero render buono il lettore e l’uditore, e che non contenti al diffinire la virtù ed il vizio, e a magnificare la deformità dell’uno e la nobilezza dell’altra, di quello ch’è ottimo il desiderio e l’amore, e di quello che è pessimo l’odio e l’abbonimento nei cuori umani sanno istillare. Imperocchè più provvido consiglio si è l’adoperarsi a rendere buona e pia la volontà, che non capace e illuminato lo intelletto: che, al dire de’ sapienti, obbietto della volontà è il bene, dell’intelletto il vero; e meglio che conoscere il vero è volere il bene: e questo sempre è meritorio, quello per lo contrario talora non è senza colpa e certo senza scusa. Perchè vanno errati grandemente coloro che più si travagliano di conoscere il vero che di professarlo, massimamente poi quelli che si affannano a conoscere Iddio, non punto ad amarlo. Conciossiachè in questa vita conoscere pienamente Iddio è al tutto impossibile; ma puossi amarlo con pietà e con ardore: e l'amore di lui sempre è felice; laddove la cognizione di esso può alla miseria accoppiarsi, siccome avviene ai dimoni nell’inferno, che lo conoscono, e ne tremano per la paura. E sebbene per le cose che non conosciamo non si possa da noi sentire amore, pure a chi meglio non può, basta il conoscere come può e lui e la virtù: basta il sapere esser esso d’ogni bene fonte luminosissimo, dolcissimo, soavissimo, inesausto, da cui, per cui ed in cui è tutto il bene che abbiamo; e quella dopo Dio l’ottima delle cose: e quando ciò siasi conosciuto, lui con tutto il cuore, con tutta l’anima amar per se stesso; questa amare e seguire per rispetto a lui: e lui venerare qual autor della vita; questa qual della vita principale ornamento praticare. Le quali cose essendo siccome ho detto, non sarà per avventura a reputarsi degno di biasimo, come i miei giudici lo reputarono, il prestar fede a questi nostri filosofi, quantunque non Greci, spezialmente se trattisi della virtù; e perchè seguendo il loro od il mio privato giudicio abbia io detta alcuna cosa che altramente detta aveva Aristotile, non sarà che giudici un po’ più giusti di quelli mi dichiarino infame. Imperocchè ben noto si è il costume di Aristotile, di cui fan fede Platone nel Timeo e Calcidio. Ei soleva, dic’egli, da una dottrina completa e perfetta sceglier quella parte che più gli piaceva, e le altre come noiose lasciare al di fuori e trasandarle. Se dunque io dissi da lui avuta a noia e trasandata alcuna cosa, se alcun’altra da lui ne dissi non avvertita (e può ben avvenire anche questo, che quantunque proprio della natura umana, da cotestoro si stima indegno della celebrità (di tant’uomo), se dissi infine qualche cosa di questa fatta (dappoichè nè io mi so veramente quello di cui vengo accagionato, nè costoro mi accusano con aperto linguaggio di veri e determinati delitti, ma vanno buccinando fra loro e movendo mormorazioni e sospetti), sarà dunque questa ragione sufficiente a credermi siffattamente immerso nella ignoranza, che per uno errore, che potrebbe per error loro non esser tale, venga io giudicato solo di errori capace, e condannato come di tutto e sempre ignorante? Ma perché, forse alcuno soggiunge, borbotti tu contro Aristotile? nulla contro Aristotile, ma sì qualche cosa m’è forza dire a difesa del vero, che onoro ed amo quantunque ignorante io mi sia, e contro quegli stolti aristotelici, che tutto giorno e ad ogni parola hanno in bocca Aristotile, di cui conoscono appena il nome, e lui stesso, non che ognun che li ascolti, ne hanno stucco e ristucco [44], le sue giuste sentenze con temeraria interpretazione torcendo a traverso. Del resto nessuno avanza me nell’amore e nella reverenza agli uomini grandi, e quel d’Ovidio :

Eran vati ed a me parvero Iddìi [45],

io soglio aver come detto dei filosofi, e dei veri teologi massimamente: nè così parlerei, se uomo grandissimo Aristotile non giudicassi. Ma come grandissimo, così pur uomo io lo estimo: e se concedo potersi da’ libri suoi molte cose apparare, molte pur credo potersene apprendere altronde: e prima che scrivesse, studiasse, venisse al mondo Aristotile credo alcun che sapessero pure Omero, Esiodo, Pitagora, Anassagora, Democrito, Diogene, Solone, Socrate, e Platone principe della filosofia.

Ma chi, domandano essi, chi codesto principato dette a Platone? Non io, risponderò; ma glielo dette la verità; cui se totalmente egli non afferrò, vide per altro più da vicino che altri mai: e glie lo detter dappoi i più famosi fra gli scrittori: Cicerone dapprima, indi Virgilio, che senza nominarlo si fece a seguirlo, e Plinio, e Plotino, e Apuleio, e Macrobio, e Porfirio, e Censorino, e Gioseffo; e dei nostri Ambrogio, Agostino, Girolamo ed altri molti, come agevole sarebbe il dimostrare, se già non fosse notissimo. E chi v’è in somma che quel principato neghi a Platone, dalla stolta e cianciera greggia in fuori degli scolastici? Che se Averroè innanzi a tutti gli altri pone Aristotile, egli è perchè imprese ad interpretarne le opere, ed ebbele quasi in conto di sue; ond’è che le lodi di lui, sebbene assai meritate, sono sospette per ragione del lodatore, e cade in acconcio il proverbio: Domanda all’oste se il vino è buono. Avvi di molti che nulla osando scriver del proprio, eppur di scrivere vogliosissimi, si fanno interpreti delle opere altrui: come chi non conoscendosi dell’architettare, crede di far gran cosa dando di bianco alle muraglie, e poi quelle opere chiamano proprie, e da quelle aspettan la gloria, cui sanno che nè per proprio sforzo, nè per altrui sarà lor dato di ottenere, se quegli scritti, intorno ai quali spesero la fatica, con ardite, immodiche ed iperboliche lodi non esaltino a cielo.

E quanta sia la turba dei glossatori, o a meglio dire dei guastatori delle opere altrui, ai nostri dì spezialmente, alto e lamentevolmente direbbelo, se l’uso avesse della parola, il libro delle Sentenze, cui, prima che agli altri, mille de’ cosiffatti mestatori poser le mani. E qual fu mai commentatore che l’opera presa ad illustrare non lodasse come sua? anzi che non le profondesse tanto maggiori le lodi, quanto sa di cortesia il lodare le opere altrui, e chi loda se stesso viene in voce di vanaglorioso e di superbo? Non vo’ parlar di coloro, che tutte di un autore impresero a commentare le opere, de’ quali uno e forse primo fra tutti è Averroè. Ma di Macrobio, che fu non tanto glossatore quanto scrittore egregio egli stesso, e che non tutti i libri della Repubblica di Cicerone, ma solo una parte del libro primo scelse a subbietto delle sue chiose, chi non sa quello ch’ei dicesse sulla fine del suo lavoro? «Egli è da diffinire, così dice, nulla potersi dare di quest’opera più perfetto, nella quale tutta si contiene l’universa filosofia [46].» Or che avrebbe egli potuto dire d’avvantaggio, se non di un mezzo libro, ma di tutti i libri dei filosofi tutti avesse dovuto parlare? Poteva distendersi in più parole, ma dir di più non avrebbe potuto: che al tutto nulla può aggiungersi, che già non vi sia. E che mai in tutti i libri de’ filosofi, che scritti furono o saranno per iscriversi può contenersi al di là della universa filosofia, se pure possa pensarsi che questa tutta si contenga, o contenere si possa in tutti quei libri, sì che molto di essa e in quelli non manchi e non sia da desiderarsi negli altri?

Ma basti di ciò. So, come dissi, d’avere la mia fama incontro a duro scoglio sospinta, rammentando e paragonando fra loro filosofi di tanto nome. Valgami a scusa quella ignoranza che mi si appone, e che io non nego, di cui è proprio rendere gli uomini arditi e loquaci. Da quel timore di perder la gloria del proprio nome, o di vederla sminuita, che suole temperare la foga agli oratori, me rende immune la sentenza dagli amici miei proferita. Di che temere? uom che ha già tutto perduto non può più perdere, o temere che alcun che gli venga ritolto: qualunque cosa io mi dica, o rimarrà a me quel che gli amici lasciaronmi, o m’avrò buscato qualche cosa di più: che nulla può essere meno del nulla.

Ma poichè da non so qual vento trasportato m’ingolfai fin qua dentro, farò prova di uscirne siccome io possa, e dirò quello che mi sovviene aver risposto altra volta a persone di alto conto che me ne fecero richiesta. Se intorno a Platone e ad Aristotile si domandi qual de’ due s’abbia a tenere il più illustre ed il più grande, non io son così soro [47], checchè ne pensino i giudici miei, che voglia di sì gran piato sentenziare in fretta e alla cieca: che anche a farlo delle piccole cose e’ si conviene andarvi col piè di piombo. E so ben io quante sul merito dei grandi scrittori sieno state soventi volte le disputazioni dei dotti, ponendo a confronto Cicerone con Demostene, e con Virgilio, Virgilio con Omero, Sallustio con Tucidide, Platone col suo condiscepolo Senofonte, ed altri molti. Che se fra questi difficile è il paragone, e dubbioso il giudizio, chi è che volesse allacciarsi la giornèa [48] e pronunciare seduto in tribunale fra Platone ed Aristotile? Ma se si cerchi chi dei due fu più lodato, qui su due piedi son pronto a dire quel che ne penso: che cioè l'uno lodarono i principi e i maggiorenti, l’altro fu ammirato dalla massa del popolo: i lodatori di Platone furon più grandi, quelli di Aristotile più numerosi: degni però entrambi d’esser lodati e dai grandi e da’ molti; imperocchè nelle umane e nelle naturali discipline entrambi a quel segno arrivarono, cui allo studio ed all’ingegno mortale non è dato di passar oltre. Nelle divine cose però si levaron più alto Platone ed i platonici; e sebbene nessun dei due giunger potesse là dove mirava, Platone, siccome dissi, v’andò più d’appresso: e forza è che il confessi chiunque si fece a leggere con animo fedele i libri de’ Cristiani, e quelli in ispezieltà di Agostino: anzi il confessano oggidì pur essi i Greci, che sebbene più non dediti alle lettere, sulla fede de’ loro maggiori chiaman genio Aristotile, ed a Platone dan nome di divino.

Nè ignoro io già quante sieno le contese, che Aristotile ne’ libri suoi si piace di promuovere contro Platone: e quanto onestamente ciò faccia, e fino a qual punto il suo contraddire sia scevro d’ogni sospetto d’invidia, avvegnachè in certo luogo amico a Platone, e più che ad esso amico al vero ei si professi, sel vegga egli stesso; ma tolga in pace che gli si dica: agevole cosa essere il tener disputa con un ch’è morto, del quale, benchè già trapassato, pur si levarono molti buoni alla difesa, specialmente perciò che riguarda la dottrina delle idee, da quel sottilissimo contraddittore con tutte le forze dello ingegno vigorosamente oppugnata. Notissima però e vittoriosa è la difesa che ne fece Agostino, al cui giudizio tengo per fermo che voglia arrendersi ogni pio leggitore con docilità non minore di quella che avrebbe per Platone o per Aristotile. Mi viene però in acconcio il dire una cosa atta a confutare un errore de’ giudici miei, e di altri cotali, che seguendo l’opinione del volgo, sogliono con ignorante insolenza proclamare che molto scrisse Aristotile (e fin qui dicono il vero: che molti libri egli scrisse, e più ch’ei non pensino, nè tutti ancora voltati in lingua latina); e che Platone, da essi al tutto non conosciuto ed odiato, null’altro dettò che uno o due soli libretti. Se quanto me sentenziarono ignorante tanto fossero essi eruditi, non si sarebbono per certo lasciato fuggir di bocca questo sproposito. Non letterato, non Greco, posseggo io solo in casa mia sedici libri, se non più, di Platone, dei quali non so se costoro udissero mai pur il titolo. Del che faranno le meraviglie: ma se nol credono, vengano e li toccheranno con mano. La mia biblioteca rimase presso di te, e sebben io mi sia un uom senza lettere, è ricca abbastanza di opere letterarie: e ben sei sanno costoro, che tante volte vi entrarono per mettermi ai costituti [49]. Or v’entrano ancora una volta, e mettano, se vogliono, ai costituti Platone, per giudicare se anch’egli si scroccasse senza merito la fama di dotto; v’entrino, e troveranno esser le cose come io le dissi, e me, comunque idiota, spero confesseranno non esser bugiardo, e di que’ libri vedranno non i Greci soltanto, ma alcuni eziandio nel latino tradotti, ch’essi letteratissimi non videro mai. Delle quali opere ben potranno costoro a lor senno sentenziare sul merito, ma in quanto al numero, non oseranno per certo dire altramente da quel ch’io dissi, o muovere controversia: e vedran pure che quelli sono una parte soltanto delle opere di Platone, delle quali altre io vidi con questi occhi miei, spezialmente presso il Calabro Barlaamo [50], della moderna grecanica sapienza esempio singolare, che me, sebbene ignaro delle lettere latine, avea cominciato ad erudir nelle greche, e ne sarebbe per avventura venuto a capo, se, troncando, siccome suole, l’onorevole impresa, l’invida morte non me lo avesse rapito. Ma ignorante qual io mi sono, troppo omai vado vagando col discorso, troppo mi lascio trasportare dalla mente e dalla penna. Torniamo a bomba. Queste che dissi, ed altre delle siffatte, son le cagioni che mi sottoposero all’amichevole e (meraviglia a dirsi) pure iniquo giudizio di quei miei sozi [51]: tra le quali, a quanto io scorgo, la più potente si è questa, che, sebben peccatore, sono però Cristiano. Potrà taluno per avventura fare a me quel rimbrotto che narra a sè fatto Girolamo: «Tu menti: Ciceroniano sei tu, non Cristiano: che dove tu serbi il tuo tesoro, ivi stassi il tuo cuore.» Rispondo io però, l’incorruttibile mio tesoro e la parte più nobile del mio cuore essere in Cristo. Vero è che la fralezza e gl’incarchi di questa vita mortale, cui non che reggere è il solo noverar malagevole, m’impediscono di sollevare gli affetti più bassi dell’anima mia, corrotti dall’appetito della concupiscenza e dell’ira, in guisa che dalla terra si distacchino interamente: e quante volte e con quanto sforzo mesto e sdegnoso io mi provassi a diradicarli, e come profondamente mi dolga che non mi venisse fatto di riuscir nell’intento, sallo quel Cristo istesso che chiamo in testimonio e in aiuto, e che spero si muova a misericordia di me, e della virtù sua aiuti i conati salutari di un’anima debole per natura, e dal peso dèi peccati infiacchita e sopraffatta. Nè voglio io già negarmi a vane ed anche perverse cure inclinato: ma non è fra queste l’affetto a Cicerone; dal quale nulla mai di nocivo e spesso assai di buono so di aver tratto: nè vorrà meravigliare che questo io dica chi avrà sentito di sè affermare altrettanto Agostino, di cui basti questo cenno, perchè alcune cose qui sopra, e più altre altrove rammento averne discorse. Confesso dunque che grandemente mi dilettano l’ingegno e l’eloquenza di Cicerone, della quale veggo Girolamo essersi tanto piaciuto, che nè per quella paurosa visione, nè per le riprensioni di Ruffino potè riuscire a far sì che il suo stile non sentisse alcun che di Ciceroniano: e se ne avvide, e se ne dolse egli stesso. Ma fedelmente e modestamente letto, nè a lui, nè ad altri nocque mai Cicerone; che anzi a tutti giovò grandemente per rispetto all’eloquenza, a molti ancora per il ben vivere, e segnatamente ad Agostino, che propostosi di uscire dalla terra di Egitto, accumulò nel grembo l’oro e l’argento degli Egiziani, e prima di scendere nel-l’arena invitto campione della Chiesa e sostenitor della fede, si fece forte delle armi tolte ai nemici. Se di queste doti adunque si tratta e specialmente della eloquenza, confesso io sì di ammirar Cicerone fra quanti, anzi sopra quanti furono mai scrittori di ogni nazione. Non è però che io servilmente lo imiti come altamente l’ammiro: che d’ottenere il contrario anzi mi studio, e temo sempre come disapprovo negli altri il parersi di chicchessia troppo servile imitatore. Or se ammirar Cicerone vale esser Ciceroniano, sì Ciceroniano sono ancor io, il quale non solo lui ammiro, ma di coloro che non lo ammirano grandemente mi meraviglio: e se mai questa si paresse una prova novella dell’ignoranza mia, se l’abbia pure chi vuole: io sì di loro mi stupefaccio. Ove però si tratti e si discorra della religione, del sommo vero, della vera felicità, della eterna salute, non Ciceroniano o Platonico, ma solamente sono io Cristiano: e non dubito punto, che tale sarebbe stato Cicerone medesimo, se Cristo vedere, o la dottrina di Cristo avesse potuto conoscere. Quanto a Platone, tien per fermo Agostino che ov’ei rivivesse, o vivendo avesse potuto antivedere il futuro, sarebbe divenuto Cristiano, siccome narra che divenissero quasi tutti i Platonici del tempo suo, de’ quali è da credere che uno fosse egli stesso. Ciò posto, qual danno può venire al dogma di Cristo dall’imitare lo stile di Cicerone, o in che può nuocer l'aver per le mani i libri di Cicerone, se non nuoce, anzi giova, per sentenza dell’Apostolo, leggere i libri degli eretici? È necessario, egli dice, che vi sian l'eresie, onde si faccia manifesto quali fra voi son degni di lode [52]. Del resto in questa materia io presterò sempre più fede ad un cattolico quantunque idiota, che non a Platone stesso o a Cicerone. E queste sono, com’io diceva, le più efficaci prove della mia ignoranza, le quali e godo che vere siano, e bramo che di giorno in giorno si faccian sempre più vere. E meco concordano molti grandi uomini in pensare, che se costoro udissero qualunque dei più celebrati filosofi, anzi lo stesso loro nume Aristotile esser rinato e fattosi cristiano, lo taccerebbero d’ignoranza e d’idiotismo: e colui che superbi veneravano disprezzerebbero stolti: quasi che avesse disimparato quel che sapeva col volgersi dalla oscura e verbosa ignoranza del mondo alla sapienza del sommo Iddio: tanta in essi è la povertà, tanto l’odio del vero! Perchè io tengo per certo, che quel Vittorino, retore che fu tanto insigne da esserne rimeritato con una statua erettagli nel Foro Romano, non appena con franca ed alta voce si chiarì di Cristo e di sua vera fede seguace, da quei superbi cultori di Satanasso, de’ quali temendo le offese narra Agostino nelle Confessioni ch’egli differì d’alcun poco la sua conversione, sarebbe stato tenuto in conto di ebete e di deliro. E questo medesimo dello stesso Agostino io m’ho tanto più ragione di credere, quanto ed egli più illustre, e più illustre si fu la sua conversione, e quindi ai fedeli più grata e più utile, ai nemici di Cristo e della Chiesa più odiosa ed infesta; allorachè, com’egli stesse racconta nelle Confessioni medesime, trovandosi pe’ dintorni di Milano, lasciò di professare retorica, e fidatosi alla scorta di quel fedelissimo e santissimo banditore del vero che fu Ambrogio, si mise nella strada della salute, cercò la scienza del cielo, e di spositore ch’era di Cicerone, si fece predicatore di Cristo. E qui voglio narrare ciò che un giorno a me venne udito di Agostino, perchè tu comprenda quanto grande, quanto pestifero, quanto radicato sia cotesto morbo. Mi accadde dunque una volta, che avendo io detta non so qual cosa intorno ad Agostino, un certo tale di molta celebrità, cui quella cosa stessa andava a verso, sospirando risposemi: «Oh che peccato: essersi un ingegno sì grande da fandonie e favolette lasciato irretire.» «Misero di te, io gli risposi, che questo dici, e più misero se questo pensi.» Ed egli a me: «Sei tu lo sciocco, se così credi, siccome parli: ma di te spero meglio.» Nè so che potesse quel derisore delle cose di religione sperare da me, se forse non era ch’io lo lasciassi dire senza rispondergli nulla. Dio santo e buono! Nessuno più dunque a giudizio di costoro avrassi a tenere per uomo dotto, che ad un tempo non sia eretico e pazzo, e per giunta impronto e procace, sì che vada tuttodì per le piazze e pe’ crocicchi parlando e dissertando di quadrupedi e d’altre bestie, bestia esso stesso a due piedi? E qual meraviglia che io non solamente come idiota, ma come farnetico sia giudicato da questi amici miei, che son pur essi fuor d’ogni dubbio della greggia di coloro, i quali tengono a vile, sebbene a coltissimo ingegno si accoppii, la religione, e questa dicono originata dalla paura, nè credono potersi dotto stimare chiunque pur di fiatare si ardisca contro Aristotile: e chi si faccia a disputare contro la fede cattolica, quanto più animosamente la oppugni (che ad espugnarla non avvi ingegno o forza che valga), tanto più da loro si tenga dotto e sottile, e si estimi che consapevole a se stesso della propria ignoranza, sotto il manto della fede si celi e si nasconda: quasi che la scienza loro tutta non sia di vane ciancie composta, e di favolose novelle, e meglio che scienza non abbia a dirsi vaga, incerta ed arbitraria testura di congetture intorno a cose dubbiose ed ambigue: laddove e converso più sublime, più certa e più felice scienza dar non si può che quella della fede, fuor della quale tutte le altre non sono strade ma precipizii, non mete ma abissi; non infine scienze, ma solo errori? Ma questo è il pensare, questo il giudicar di costoro, in guisa che io mi lascio aver dubbio, che non solamente que’ due de’ quali sopra toccai od altri dei cosiffatti, ma alla medesima stregua essi sarebbero per ragguagliare lo stesso Paolo a tutti sovrano, il quale oltre che venne in uggia agli Ebrei, che prima l’avevan caro, come disse Girolamo sponendo la sua lettera ai Galati, fu da tutti quanti erano i pontefici ed i farisei tenuto per pazzo, perchè da lupo in agnello, e da persecutore de’ Cristiani erasi mutato in Apostolo di Cristo. Posso adunque ben io dell’appostami ignoranza, e se di pazzia venissi accagionato, di questa ancora potrei consolarmi, pensando quali io mi abbia illustri compagni: e così faccio: anzi talvolta e mi piaccio e m’allegro che per tali orrevolissime cagioni io sia tenuto reo non che d’ignoranza ma e di pazzia. — Se peraltro meco mi rallegro, per gli amici mi dolgo: dappoichè, sebbene di quel loro giudizio si mettano innanzi altre, e per avventura più frivole cause, queste che dissi sono ben empie e perverse: per essi, dico, sono infami e mortifere, che in quanto a me le reputo gloriose: e sostenere per quelle non la perdita della fama, ma quella pur della vita, se fosse d’uopo, mi torrei volentieri. Sopra tutto mi duole che di quel torto giudizio cagion verissima fra tutte od unica si dimostra il livore; che spesso a molti, ma non mai a chi libera e sana ebbe la vista, pose d’innanzi il falso in sembianza di vero. Stupenda cosa per certo, e nuova, e inaudita questa si è, di cui ora toccommi far su me stesso la dolorosa esperienza: che l’invidia si annidi nel cuore degli amici. Ma errai dicendoli amici: che tali dir non si possono, se da ogni lato piena e perfetta non è l’amicizia, la quale consiste nell’amare l’amico come se stesso. E costoro mi amano: ma non con tutto il cuore, o, per meglio dire, mi amano con tutto il cuore, ma non tutto. Amano in me la vita sì, e la persona, e l’anima e quant’altro io m’ho di mio, dalla fama in fuori; la fama dico di letterato: delle quali cose o tutte o per singulo nessuna è che io non avessi con piena fiducia alle mani loro abbandonata. E questa eccezione non è che muova da odio o da più fredda amicizia, ma bensì dall’invidia che già dissi albergare ancora nelle amicizie: ovvero (che forse è ad udirsi men duro) non dall’invidia muove quella eccezione, ma dal dolore. Che duole forse, anzi certamente duole a costoro, che i dotti, presso i quali sanno l'esser io a torto o a diritto venuto in voce di letterato, nè come letterati, nè sotto altro aspetto qualunque conoscano loro. Perchè si sforzano di rapirmi ciò che sanno pur essi di non poter sperare per sè. Contraddizione solenne, repugnanza di cose e di voti: cui desideri ogni bene, ed anche i maggiori, a quello negare il più piccolo; non già, come penso, per dispiacere che io l’abbia, ma solamente perchè duole loro di non l’avere. Cercano, nè per avventura han tutto il torto, la parità nell’amicizia: e poichè veggono non poter tutti ottener la chiarezza del nome, s’adoperano e credon facile a conseguire che tutti ci restiamo nella oscurità. Ed è, non vo’ negarlo, bellissima cosa l’uguaglianza nelle amicizie: che se delle due parti l’una per onoranze preponderi all’altra, gli animi degli amici, come quelli che son fra loro dissimili, acconci non si paiono ad essere all’amicizia aggiogati. Ma cotesta uguaglianza nell’amore e nella fedeltà è da riporsi, non nelle sostanze e nella gloria: ed a provarlo, per tacere degli altri, basti la disuguaglianza di Ercole a Filottete, di Teseo a Piritoo, di Achille a Patroclo, di Lelio a Scipione. Ma resti a loro il diffinire, come meglio lor piace, di quanto amore amassero il nome mio: me certamente, se mal non m’appongo, amarono assai.

Ora perchè nulla tu abbia ad ignorare, e conosca da qual luogo e con qual animo queste cose io ti scriva, sappi, amico mio, che tra i flutti del Po io stommi adesso seduto su piccola navicella. Non ti prenda adunque meraviglia se incerta ondeggi la mano ed il discorso: io vo navigando in compagnia della mia ignorantaggine a ritroso di questo gran fiume, sulle cui rive un dì giovanetto e meditai e scrissi molte cose, che dei vecchi d’allora meritaron la lode, prima che questi giovani avesser chiarita la mia senile ignoranza. O instabile umana sorte! Memore quasi dei nostri studii e delle antiche nostre cure consapevole, sembra compatire al caso mio questo medesimo Po, che vedutomi un giorno (se dirlo mi lice senza superbia) giovane e glorioso, or senza gloria scorgendomi, e delle fulgide vesti della fama spogliato, con l’impetuoso vortice de’ suoi flutti indietro continuamente mi spinge a reclamare dagl’iniqui giudici il mio violato diritto. Io però di sostenere già stanco l’incarco di una fama a me penosa, ed invisa a coloro, di cui mai non avrei ciò sospettato, io nemico del piatire, e del disprezzo disprezzatore, lascio ai rapitori l’agognata preda delle mie spoglie. Abbiansi pur essi, com’io loro la cedo, la fama mia, se questa pure, come il danaro, al possessore ritolta s’acquista al ladro: abbiansi ancora la scienza, o quella che al giudizio degli stolti vale altrettanto, l’opinione di possederla: che dell’una e dell’altra, o della seconda per certo io fatto nudo, più felice per avventura, e più ricco nell’umile povertà mia mi rimango, che non essi di quelle spoglie superbe sì, ma non loro: e lieto d’aver deposto la soma illustre e gravosa, il reluttante Po supero colle vele, con la fune, coi remi, torno alla dotta vetusta Pavia, ove non solamente ritroverà, se mi piaccia, l’antico manto della mia fama perduto fra i barcaiuoli, ma non mi verrà fatto di potermene spogliare quand’anche il volessi. Quanto è da me, bramoso solo di essere uomo dabbene, o almen non cattivo, farò di tutto perchè non mi credano letterato, sperando che questo giovi a farmi vivere in pace. Uomo ch’è stanco anela al riposo. Questo infino ad ora mi tolse la fama pur mo scoperta falsa di letterato: me lo renderà quella che invalse, o vera o falsa che sia, fama della mia ignoranza: e così, quantunque tardi, mi avverrà di star bene una volta. Temo però grandemente di sforzarmi indarno, e di fallire al mio scopo: conciossiachè tanti sieno coloro, i quali la pensano a rovescio de’ giudici miei, che non solamente colà dove m’avvio, ma in qualunque luogo del mondo quella loro sentenza fu promulgata, cui, come ti dissi, io quasi a cosa giudicata mi sottomisi, essa per giudizio di molti e de’ più cospicui personaggi a condanna di loro medesimi venne ritorta, salvo che forse in quella città ove ardirono di pronunciarla; città ottima invero e nobilissima, ma da tanto grande e tanto svariata turba di genti abitata, che molti vi sono i quali senza scienza alcuna fanno da giudici e da filosofi. Che come molta in ogni cosa, così, con danno gravissimo e singolare, troppa veramente ivi è la libertà nelle parole: della quale abusando avvien di sovente che uomini vilissimi a nomi illustri fan villania. Nè a raffrenarli val punto l’indignazione de’ buoni, i quali sono ivi pur tanti, che non so qual altra città ugual numero contenga di persone buone e modeste: ma li soverchia la schiera degli stolti, che sempre e in ogni luogo è maggiore, e il nome di libertà suona a tutti sì dolce, che il volgo la scambia colla temerità e coll’audacia, delle quali si piace. Perchè impunemente l’aquila è provocata dalle civette, il cigno dai corvi, dalle scimie il leone, e gli uomini onesti dagl’infami, i dotti dagl’ignoranti, i forti dai vili, i buoni dai malvagi vengono vituperati. Nè all’esorbitanza di quei cattivi fanno i buoni riparo, e perchè il numero di quelli è troppo maggiore, e perchè li francheggia la pubblica opinione, che tiene esser utile e lecito il dire checchè si voglia. Tanto prese radice quella sentenza di Tiberio Cesare: liberi in città libera sieno il pensare e il parlare. E così veramente esser devono, in guisa però che la libertà non si cambi in oltraggio.

Vedi com’io mi studio a trovar la fine di questo ragionamento, e mai non vi giungo: perchè mille cose mi si attraversan per via, che mi rattengono il corso. Nè ignoro io già che assai più dignitoso e savio partito sarebbe stato e questa ed altre volte per me il tacermi intorno a cose di questa natura. Ma come fare a non muoversi infra le spine? Mi fu dunque forza talora schiacciare, talaltra scuotermi di dosso siffatti insetti: e questi pazientemente avrei sopportato, se veduto avessi che con pazienza li avessi sopportati tu stesso. E quantunque non la dichiarazione della mia ignoranza, cui di buon grado assentisco, ma la insolenza di cotesti miei giudici al vivo assai mi pungesse, pure se tu stato non fossi, l’avrei lasciata passare sotto silenzio. Ma alla tua indignazione, non alla mia gratificando, fattomi a scriverti sulla ignoranza mia in vece di una lettera un libro, misi giù mille cose, che nella fretta mi si pararon d’innanzi intorno alla ignoranza di molti, e per poco non dissi, a quella di tutti. Delle quali se dato mi fosse ragionare con più di proposito, non un meschino libretto, ma ben molti e copiosi volumi comporre se ne potrebbero. E qual cosa, in fede tua, più comune, quale o più abbondante o più estesa della ignoranza? Ovunque che io mi volga, in me, negli altri, in tutti io la ritrovo, ma in nessuno che tanto ribocchi quanto ne’ giudici miei, i quali, se la vedessero com’io la veggo, si ristarebbero forse dal sentenziare della ignoranza altrui, ed all’iniquo e stolto loro tribunale sarebbe, io credo, continuo il feriato. E qual non si vuole impudenza di giudice per condannare negli altri ciò che scorge in se stesso? Pure v’è per loro una scusa: si stimarono dotti: e buona è la scusa, avuta ragione del tempo in cui giudicarono: dappoichè si sa che la sentenza fu da loro pronunciata dopo la cena.

Nuovo intanto parer si potrebbe il titolo di questo mio libro: Della mia ignoranza, se io non vi avessi aggiunto anche l’altro; ma non sì che abbia a farne le meraviglie chi si rammenti che il triumviro Antonio un libro scrisse intorno alla sua ubriachezza; il qual titolo tanto è di questo mio più vergognoso, quanto ai vizii dell’ingegno quelli de’ costumi prevalgono in turpitudine: che l'ignoranza è figlia della pigrizia o della naturale incapacità, ma l’ubbriachezza dipende dalla volontà di un animo guasto e corrotto. Or come Antonio in quel libro confessa esser egli stesso il maggior ubbriacone di tutti, tranne (oh vergogna!) il solo figlio del gran Cicerone, così ora io non nego di essere più di tutti ignorante, non da un solo, ma per avventura da quattro in fuori.

Ma basti una volta, se già non è troppo: ecco io veggo dal tempestoso mare, farmisi innanzi il porto. Sopportiamo con animo forte questa comunque siasi o ingiusta infamia, o meritata fama d’ignoranza. Non teme il falso chi si confida nel vero; e il vero teme solamente chi è vago del falso. Se ingiusta è quella infamia, avrà fine ben presto fra quelli ancora che le dettero vita, i quali, rugumando [53] quello che dissero, ne sentiranno vergogna. Ad altri non le verrà fatto pur di arrivare: che aperta non troverà pur una porta di dotti uomini i quali l’accolgano. Che se ell’è meritata, perchè travagliarsi a causarla? Innamorati d’ un vano nome, vorremo per essa far onta al vero? E in fin de’ conti, che v’ha in cotesto, da cui debba sentire affanno un animo generoso delle umane cose esperto e desideroso delle celesti, il quale consideri come sia un nonnulla, e quasi dissi un niente, tutto quello che non già un filosofo od un altro, ma tutti insieme conobbero, e quanto piccola porzioncella dello scibile sia la scienza degli uomini tutti messa a ragguaglio vuoi della umana ignoranza, vuoi della sapienza divina ?

Credimi dunque, amico mio, e presta intera fede a questo che non ora per la prima volta mi vien sulle labbra, ma sovente dissi e pensai. Scegli qual più ti piace fra i più celebrati e famosi del tempo antico e del moderno, e trattolo fuori dalla splendida sfera in cui fra tanti illustri nomi si avvolge, fatti a scrutarlo con diligenza: e troverai, se il vociare degli uomini non ti distolga dal vero, che poco in lui è di scienza, d’ignoranza assaissimo: e son persuaso ch’ egli medesimo, se presente fosse e non privo di ogni modesta ingenuità, confesserebbe esser ciò vero. Perchè narrano alcuni che presso a morte Aristotile gemendo dicesse: nessuno dover piaggiare se stesso, a venire in superbia credendosi dotto: sì a Dio render grazie, se gli venne fatto di saper qualche cosa più che comunemente non si suole: e questo stesso troppo agevolmente non creda e meglio ai giudizio altrui che non al suo porga l'orecchio: facendo seco stesso le parti non di adulatore lusinghiero, ma di censor rigoroso. E veramente, posto da banda l'amor proprio, per cui a vicenda o c’inganniamo o siamo ingannati, chiunque apra gli occhi a riguardare in se stesso forza è che trovi molte più cose di compassione meritevoli che non di lode. Nè voglio io già parlate delle morali virtù, rispetto alle quali ben sarebbero più gravi i lamenti. Parlo della scienza. Che può temere di perdere un che è già povero, se poverissimi sono pur quelli che si tengono come straricchi? Superbamente noi filosofiamo di questa minima porzioncella dello scibile, e tuttochè per incertezza inquieti e diffidenti, ne andiamo tronfi come di vasto ed immenso sapere: ed i più grandi provan pur essi le stesse angustie, e sapendo poco, ignoran molto, e se pazzi non sono, sanno benissimo d’ignorarlo. E dicea Cicerone con tutta verità: conoscere ogni grave filosofo che in molte cose a se stesso vien meno; il qual difetto chi meno ha d’intelletto e meno sente e apprezza meno; perchè vedi i più dotti essere i più avidi dello imparare, e gl’ignoranti non curarsene punto. E per fermo: in tanta povertà di scienza a cui l’umana superbia le deboli ali dispiega, quanto non son frequenti e pericolosi gli scogli? quante e come ridicole le vane invenzioni dei filosofi? quanta la contraddizione, la pertinacia, la petulanza dei dissidenti? E le sette? chi potrebbe ridirne il numero, le varietà, le contese, la confusion delle cose, l’'ambiguità delle parole? Fra quali tenebre profonde, inaccessibili si cela il vero? quante insidie non tendono i sofistiche quasi a bello studio di folti spini ne asserragliano la strada, sicchè scernere non si possa il sentiero che più direttamente a quello conduce? lo che fu causa un giorno che per ordine di Catone il maggiore venisse Carneade cacciato da Roma. Onde infine, tra tante cose, da una parte il vanto temerario, dall’altra lo scoramento e la disperazione negli animi più grandi di afferrare la verità? Pitagora disse di ogni cosa potersi sostenere il pro ed il contra con uguali ragioni, e questo medesimo essere disputabile se di ogni cosa si possa disputare ad armi eguali. Secondo che pensano alcuni, la verità sta sepolta nel cupo e come sommersa in profondissimo pozzo: quasi che dall’imo seno della terra, e non dalle sublimi sfere del cielo avesse a trarsi la verità, e giungersi a lei piuttosto colle funi e co’ graffi che non per la scala della grazia divina e coll’aiuto dell’ingegno; - Socrate dicea di saper questo solo: che nulla ei sapeva; e Archesilao stimava troppo audace anche questa umilissima professione d’ignoranza, affermando non potersi sapere nemmeno questo che nulla si sa. Vedi gloriosa filosofia, che o confessa la propria ignoranza, o dell’ignoranza stessa il conoscimento interdice: circolo vizioso, inestricabile laberinto. Gorgia Leontino per lo contrario, antichissimo retore, non pure alcune, ma tutte le cose afferma potersi sapere, nè già solamente dal filosofo, ma dall’oratore: poichè, come di lui attesta Cicerone, egli stimò poter l’oratore eccellentemente parlar di tutto: cosa che ad esso non venne fatta; nè sarebbe al certo possibile, che di tutto ottimamente alcuno parlasse, se ottimamente tutto non conoscesse. E al modo stesso Ermagora non della sola rettorica, ma e dell’universa filosofia, e di tutte quante sono le cose attribuì la scienza all’oratore: fidanza invero che ogni altra eccede, e grande com’è, in mediocre ingegno si fonda. Ed Ippia che osò affermare di se stesso che tutto ei sapeva, dandosi vanto di conoscere a fondo non le arti liberali soltanto, e tutta quant’è la filosofia, ma tutte ancora le arti meccaniche, cotesto Ippia io chiamerei uomo divino, se non fosse da tenersi per pazzo. Poichè pertanto egli è certo che nè tutto nè molto può l’uomo sapere, e confutati già e tolti di mezzo gli errori dell’Accademia, certo è per rivelazione divina potersi saper qualche cosa; basti a noi di sapere quello che è tanto a guadagnarci l’eterna salute. Molti, che furono sapienti più del bisogno, ne andarono perduti, e gloriandosi d’esser sapienti, come disse l’Apostolo, divennero stolti, e rimasero nelle tenebre i loro cuori istupiditi. Se a me venga fatto di essere sobriamente dotto (e che ciò possa ottenersi senza essere letterato, la numerosa coorte di Santi non punto nelle scienze versati appieno il dimostra), io mi chiamo contento; altro non voglio a reputarmi felice, nè degli studii che feci sentirò mai pentimento; e questi cianciatori idioti, che, tronfi del fatto nome di letterati, vogliono comparire tutt’altri da quel che sono, compassionando o avendo a schifo, mi riderò del loro contendere intorno a cose futilissime e sconosciute, nè ad essi, che mai rinsaviscono, che usciron spesso di senno, e che fuor di se stessi lo van cercando, la iattanza nè il pestifero orgoglio, nè altra cosa qualunque, e men che ogni altra, le loro ricchezze io saprò mai invidiare. In somma: ecco di buon grado io depongo il nome di letterato; anzi già lo deposi: se immeritato per soddisfar la giustizia, se no per far contenta l’invidia. Di questo poi giudicheranno i futuri, se a loro mi verrà dato di giungere sul cammin della fama: in caso diverso mi farà ragione l’oblio. Giudicheranno, dissi, i futuri, il cui giudizio non sarà tòrto fuor delle vie dell’equità dalle passioni, dall’odio, dall’ira, dall’amore, dall’invidia, nemiche tutte del vero. Giudicheranno i posteri se mi conosceranno: che certo non verrà fatto d’esser da quelli conosciuti ai giudici miei, ignoti, anche ai presenti, tranne i pochi del vicinato. Ed ove da quelli la costoro sentenza sia confermata, io mi vi adagio: se revocassero, non per questo a’ miei giudici ne porto rancore: che ben so quanta negli umani petti abbiano prepotenza le passioni. E queste sono che profferirono contro di me la sentenza. Sebben che dico esse furono? No: fu sol una di loro: quella che spesso mi torna oggi sotto la penna: l’invidia. Essa di sua mano la scrisse, nè valse amore o ragione a farne cambiare il tenore. E come dunque potrei sdegnarmi cogli amici di ciò che fece un loro nemico? Se il padre non risponde del delitto del figlio, nè il figlio di quello del padre, molto meno l’amico risponder deve della mal opera del suo nemico: spezialmente se questi chiuso lo aveva in carcere, e stretto nei ceppi, dai quali se avverrà che sia prosciolto, correrà forse a vendicare le ingiurie a sè recate e agli amici.

Ma se qualche moto di sdegno io mi sentissi nel petto, so ben reprimerlo e raffrenarlo coll’autorità di molti esempi. E qual fu mai eccellenza di dottrina, di santità, di altra virtù qualunque che non soffrisse l'onta de’ detrattori? Ben dice Livio: Quanto maggiore è la gloria tanto è più vicipa l'invidia. E valga il vero. Pigra ed inerte di sua natura è l’invidia, nè ha forza od animo di sollevarsi in alto, ma, come dice Ovidio, a guisa di vipera si striscia in terra; ed è suo costume mirare avidamente alle radici della gloria più eccelsa, ed infettare del suo veleno i nomi più illustri, siccome sogliono sotterraneamente i lombrichi attaccare con cieco morso le barbe degli alberi più rigogliosi, e così cagionarne per occulta tabe la morte. Spesso per tal modo attosca l’invidia: ma talvolta ribolle, e la passione dell’animo tradisce co’ suoi clamori il mistero. E l’Iliade d’Omero ci pone in vista Tersite zoppo, bistorto, gobbo negli omeri, affossato nel petto, calvo nella zucca, e tutto rognoso, che pubblicamente dileggia il re de’ regi Agamennone ed il fortissimo Achille. E nella Eneide di Virgilio abbiamo Drance che di villane parole a Turno fa contumelia. E fin qui non è da farne le meraviglie: che tra gli opposti naturale è l’avversione. Del divo Giulio e di Augusto, Cesari entrambi, quanto non isparlarono amici e nemici? Ma quello ond’io stupisco, e che si pare da non credere, è che Pescennio Nigro valorosissimo personaggio, gli Scipioni in tutto il mondo romano celebratissimi disse doversi giudicare meglio fortunati che forti. Non per invidia, lo so, questo ei diceva, ma per inconsiderata libertà di giudicare. A noi però stranieri, e troppo da noi remoti son questi esempi. Veniamo agli altri che più si collegano al nostro argomento. Se profano non fosse l’argomento, che m’ho fra le mani, e d’altro che di lettere qui si trattasse, potrei rammentare de’ Santi, e spezialmente di Girolamo. Toccherò pertanto di quelli, ma non di tutti, che più s’affanno al caso nostro. E innanzi a tutti, chi non sentì Epicuro mosso da intollerabile orgoglio, o da invidia, o meglio dall’una e dall’altra avventarsi rabbioso alla fama di tutti: di Pitagora, di Empedocle, di Timocrate, che, sebbene amico, si dice ch’egli in tutti i suoi libri vituperasse, perchè nelle filosofiche discipline da lui e dalle sue travolte opinioni era alquanto discorde? Ben posson peraltro portare in pace i suoi vituperii que’ tre che dissi, ed altri che furono al modo stesso da lui lacerati: dappoichè ei medesimo, e Platone disprezza in tuono meraviglioso, e d’ogni sorta di villanie assale Aristotile e Democrito. Eppur da quest’ultimo tutto aveva egli imparato quanto sapeva di filosofia, e mutate appena poche parole, ne ripeteva intera la dottrina: ma per questo appunto più acerbamente lo diffamava, che parer si voleva e gloriavasi di non avere avuto alcuno a maestro. In questa smania di torre altrui la fama, fedelmente lo seguirono i suoi discepoli Ermaco e Metrodoro, che i filosofi sopra memorati ingiuriaron del pari senza riguardo a grandezza o a gloria di sorta. Maledico e dileggiatore fu pur Zenone, che nominando con parole di sprezzo Grispo uomo sottilissimo, e della stessa sua filosofica setta, non Grispo ma Grispa sempre lo chiama, e non a soli coetanei, ma a Socrate ancora padre della filosofia è prodigo d’ingiurie e di contumelie: cui, servendosi di voce latina, perchè la lingua straniera rendesse più pungente lo scherzo, chiamar soleva buffone attico; il qual motteggio, o, a meglio dire, la qual villania fu poi ritorta contro Cicerone medesimo, che queste cose narrava, dagli emoli suoi, che lui a cagione della somma piacevolezza dello stile osaron dire buffone consolare: scherzo non degno invero dell’orecchio e dei costumi d’uomo sì grande, ma della improntitudine e della scurrilità di quei motteggiatori degnissimo. E cui note non sono le invettive di Seneca contro Quintiliano, e quelle di costui contro Seneca? Egregii uomini entrambi, entrambi Spagnuoli, l’uno l'altro lacera co’ morsi, e sui difetti dello stile a vicenda si proverbiano e si dileggiano. Lo che è ben da meravigliare che avvenga tra persone di sì nobile ingegno. Conciossiachè agl’ignoranti sogliano i dotti essere obbietta di avversione e di stupore: ond’è che se loro ne venga il destro, si piaccion questi a rodere di quelli la fama. Ma tra i dotti, sebbene tra loro non si conoscano, avvi pur sempre una certa alleanza, se pur non la rompa l’invidia, o il desiderio di preminenza, siccome è da credere che avvenisse fra i due che or ora dicemmo. Ma, dove ancora queste brutte passioni si tacciano, egli è mirabile a dirsi, e vero è pur troppo, che sono i dotti assiduamente agitati da una cotale emulazione, siccome il mare che nel silenzio ancora dei venti si gonfia e ribolle. Del qual fenomeno leggo in alcuni addursi una duplice spiegazione. L’una si è l’ardore e lo stimolo de’ discepoli e de’ seguaci, che quasi a forza spinge a combattere i maestri, i quali senza quello stimolo lascerebbero passare in silenzio le opinioni contrarie alle loro: l’altra si è la ragione della stessa uguaglianza, che senza partecipazione di coloro che vengon messi a confronto, fa pendere in diversa parte il giudizio de’ riguardanti, di modo che sebbene fra loro concordi e liberi da ogni spirito di emulazione, due sapienti si paiono, non altrimenti cbe due vicini monti, o due torri eccelse, tacitamente fra loro della eminenza e dell’altezza contendere, come, se non m’inganno, dissi di sopra essere avvenuto tra Senofonte e Platone. Arroge a queste e a quelle di cui prima ho parlato, altre cagioni di discordia più gravi assai, cui non tanto l’invidia degli studii, quanto l’odio più fiero accende ed infiamma. Le reciproche invettive di Sallustio e di Tullio, di Eschine e di Demostene non lo stile e l’ingegno, ma feriscono i costumi e la vita: e non punto tranquille e pacate, riboccano di amarezza e di veleno, non schermaglia di facezie e di motti, ma combattimento accanito, e tutt’altro da quello, che per cagion delle lettere e per la gloria del proprio nome suole appiccarsi. Ben dunque siccome giuochi e nulla più debbo io stimare e tollerare le offese dei giudici miei, se le ragguaglio a queste, e ad altre mille, che pur rammento recate a grandi letterati dagli emuli loro: de’ quali nominerò per Omero Aristarco e Zoilo, per Virgilio Cornificio ed Evangelo, e Asinio e Calvo per Cicerone; e molto più se in mente mi torna quel Caio principe crudele sì, ma non idiota, ch’ebbe intenzione, siccome è scritto, di distruggere i poemi di Omero, dicendo di non veder ragione, per la quale egli ciò non potesse, dappoichè aveva potuto Platone scacciarlo dalla città, che di fondare intendeva. E mancò poco che gli scritti e le immagini di Virgilio e di Livio da tutte le biblioteche non rimovesse, come quelli, de’ quali il primo di nessun ingegno e di pochissima dottrina, l’altro cianciero e della storica esattezza negligentissimo giudicava. Quanto poi ad Anneo Seneca, tanto allora e tanto adesso applaudito, esser arena senza calce proverbiando ei diceva.

Ha a che parlare degli uomini, se ci vien fatto di risapere da Cicerone, che una donna greca, anzi una vil cortigiana per nome Leonzia, osò combattere per iscritto contro quel preclaro filosofo che fu Teofrasto? Se da gente siffatta contro siffatti personaggi tali cose si vomitarono, chi potrà muoversi a sdegno se oda ripeterne alcuna a suo danno ?

Non altro dunque a me rimane che volgermi, non dico a te o a que’ pochi, cui non v’ha d’uopo di stimoli perchè mi amiate, ma a quanti altri pur sono amici e censori miei, pregandoli e scongiurandoli che d’ora innanzi se non com’uomo di lettere, almeno come uom dabbene; se nemmen come tale, almen come amico; se finalmente del nome ancora di amico, perchè di virtù soffro difetto, mi stimino immeritevole, come amante almeno e benevolo mi vogliano riamare.

 

Note

________________________

 

[1] camangiaretto: piccola quantità di verdura commestibile, companatico. (ndr)

[2] Svetonio nella vita di Nerone. Cap. 59.

[3] Donato degli Albanzani da Prato Vecchio nel Casentino fu quegli che primo dette notizia al Petrarca della sentenza intorno a lui profferita, e più se ne dolse di lui me desimo, il quale, almen sulle prime, faceva le viste di prenderla a scherno ed a riso. Nè contro gl’impudenti censori avrebbe forse il Poeta presa la penna, se a questo non l’avessero stimolato lo sdegno ardente e le continue querele del buon Donato (*). Era dunque ben dritto che a lui intitolasse la sua risposta, siccome fece con questa lettera, che vedesi in ordine di data nelle antiche edizioni riportata ancora fra le Senili al n. 5 del Lib. XIII. — Dico in ordine di data, poichè la prima lettera che abbia la data di Arquata è la I del Libro XII., ed in Arquata fu compiuto questo trattato la sera del 29 giugno 1370 (**), ond’ è che questa lettera scritta a Donato da Padova il 13 di gennaio, non può riferirsi che al 1371. Era Petrarca allora malato, e scriveva all’amico dal letticciuolo de’ suoi dolori.

Non mi tratterrò troppo a lungo a parlar di questo Donato, del quale basterà dire che il Petrarca il conobbe in Venezia ove da molti anni professava grammatica, e lo ebbe carissimo amico infin chi visse: che lo chiamò Appenninigena perchè nato alle falde degli Appennini in Toscana, come Appennino lo chiamò per la ragione medesima il Boccaccio, cui fa pure amicissimo: che tenne al sacro fonte il nipote nato al Petrarca dalla sua figlia Francesca, moglie che fu di Francesco da Brossano: che quando nel 1368 morì questo bambino, anch’ei Donato perde un figlio per nome Solone, ed un altro glie ne rimase chiamato Antonio: che a lui Petrarca condonò nel testamento qualunque suo credito; che nato era forse verso il 1330, a nel 1398 fu eletto Cancelliere del Marchese Nicolò III d’Este signore di Ferrara, a cui fu prima almen per quattro anni maestro di grammatica; che fu amico a Coluccio Salutati: finalmente che tradusse dal latino in italiano il libro degli uomini illustri del Petrarca e quello delle donne illustri del Boccaccio. Aggiungerò per altro ricavarsi da un luogo di questo stesso trattato (veniant et videant bibliotheca nostra tuis in manibus relicta) che il Petrarca partito da Venezia lasciò a Donato i suoi libri, forse quelli che fin dal 1369 egli aveva offerti alla Repubblica di S. Marco, e che veramente sappiamo essere stati in pessime condizione ritrovati il 4 dicembre 1634 in una camera sopra la chiesa di S. Marco, com’ebbe a riferire agl’Illustrissimi signori Procuratori di sopra d. Fortunato Olino, secondo quanto ne narra il diligentissimo Gav. Cicogna (Iscriz. Ven. T. 4. p. 338 n. 10.; (V. Tirab. St. delta Lett. It. Lib. 3. c. 4).

 (*)... Anno pene elapso calamum responsurus cepi, neque idipsum unquam facturus aut cogitaturus nisi me Donati nostri praeceps indignatio et iuges querimoniae acuissent. Sen. Lib. XV. lett. 8.

(**) Nel Cod. della Bibl. Vaticana n. 3359 contenente questo trattato, leggesi sul principio di carattere del XV secolo: Praesens libellus scriptus extitit manu propria spectati viri Francisci Petrachae; e sulla fine: Hunc libellum ante biennium dictatum et alibi scriptum perduxi ad exitum Arquadae inter colles Buganeos 1370. Jun. 29 vergente ad Occasum die. (Baldelli).

[4] Valerio Massimo, Lib. III. Cap. 2.

[5] misdire: dir male, sparlare. (ndr)

[6] Chi son costoro? Petrarca dica di non nominarli perchè l’inviolabile legge dell’amicizia non permette di nominare gli amici contro i quali si parla, quand’anche in tuttaltro che amichevole modo abbian essi operato. E di questo costume di tacere il nome non degli amici soltanto, ma di chiunque contro il quale scrivesse, un’altra ragione egli adduceva in una lettera a Filippo Cardinal di Sabina, perchè non voglio ad essi nè fama procacciare nè infamia (Soleo enim eorum contro quos loquor nominibus abstinere ne vel famae vel infamias illis sim: Sen. lib. 15, ep. 14 -). A Donato però che ben conosceva i giudici suoi, ei li descrive per tanti segni, quanti per avventura bastar potevano per ravvisarli ad ognuno che sapesse quali fosser coloro che più usassero a casa il Petrarca. Veniamoli annoverando: Ricchi son tutti, e nelle ricchezze ciascun di loro tanto m’avanza quanto - ai delfini sovrasta orca britanna. - Sanno di non essersi fatto alcun nome, e se giusto prognosticano, non ne sperano alcuno. - Tutti sono per professione studiosi, e sgobban tutti sui libri: e tu lo sai: che il primo di loro punto non si conosce di lettere: poco il secondo: non molto il terzo, non poco, è vero, il quarto; ma confusamente così, cosi senz’ordine e, come Cicerone diceva, con tanta leggerezza e tanta iattanza, che forse meglio sarebbe ne fosse al tutto ignorante (Studiosi omnes et lucubratores magni sunt: ita tamen ut primus litteras nullas sciat: nota tibi loquor omnia: secundus paucas: tertius non multas: quartus vero non paucas fateor, sed perplexas adeo, tamque incompositas, et, ut ait Cicero, tanta levitate et iactatione, ut fortasse melius fuerit nullas nascere. -). — Dottori nè di mosaica nè di cristiana scienza forniti, ma secondo loro giudizio nell’aristotelica sapientissimi. — Uomini che si tengono competenti a giudicare della ignoranza perchè son essi ignorantissimi. — Quattro giovani (- Priusquam hi iuvenes senilem ignoratiam deprehendissent. Letterati famam adolescens habui, quam nunc seni in nautica civitate quatuor iuvenes per sententiam eripiunt. -) (e per tali ben due volte li distingue, ponendo la giovinezza loro in antitesi colla sua vecchiezza). — Ciechi ed orbati degli occhi dello intelletto. — Si sforzano di rapirmi la fama perchè sanno di non la potere sperare per sè. — Non verrà fatto d’esser dai posteri conosciuti ai giudici miei, che ignoti sono anche ai presenti, tranne i pochi del vicinato.

Potevano, come innanzi io diceva, queste note bastare a Donato, e a molti de’ suoi conterranei per riconoscere i giudici del Petrarca: ma ben poca cosa state sarebbero per i posteri, cui non avesse all’uopo soccorso alcuna rivelazione di benigno commentatore. E solo dai passi surriferiti noi possiamo raccorre che quei quattro temerari censori erano ricchi, di lettere uno ignorante, due poco colti, dotto uno ma vanagliorioso e superbo; senza fama e senza speranza di procacciarsela, invidiosi, miscredenti, e giovani tutti. Ma per nostra buona ventura, a diradar queste tenebre, fu scoperta una doppia postilla al Codice che di questo trattato si conservava in Venezia nella libreria dei frati de’ Ss. Giovanni e Paolo, d’onde rapito già da’ Francesi e portato a Parigi, tornò colle altre mal ritolte spoglie a Venezia nel 1815, e fu collocato nella Marciana al n. LXXXVI, classe IV de’ Latini. Il Codice è membranaceo, scritto a due colonne in nitidissimo carattere, della fine del secolo XIV, o del principio del XV; e della stessa mano che scrisse il testo, e dell’inchiostro medesimo sono le noterelle apposte sui margini, cosicchè non v’è luogo a sospettare che non sieno le note contemporanee al Codice, siccome ebbe la cortesia di osservare e di riferirmi il ch. sig. cav. Emm. Cicogna, alla cui gentil compiacenza io mi professo debitore sì di questa che di altre notizie su tali particolari.

In due luoghi pertanto del Codice suddetto sono notati al margine i nomi che il Petrarca ci volle tenere nascosti. La prima postilla è apposta al passo ov’egli dice: Veniunt ad me de more amici illi quatuor; ed è concepita colle seguenti parole: Hi erant Dominus Leonardus Dandulus, Thomas Talentus, Dominus Zacharias Contareno, omnes de Venetiis, quartus Magister Guido de Bagnolo de Regio. Primus miles, secundus simplex mercator, tertius simplex nobilis, quartus medicus physicus. La seconda postilla è dove il Petrarca nel passo già sopra citato distingue l’un dall’altro que’ suoi censori in ragione del più meno che si conoscevan di lettere: ed ivi l’annotatore a ciascuno di essi nell’ordine stesso in cui Petrarca li avea collocati appone il proprio nome. Ita tamen ut primus (Leonardus Dandulo) litteras nullas sciat: secundus (Thomas Talentus) paucas: tertius (Zacharias Contareno) non multas: quartus (magr. Guido de Regio) vero non paucas, ecc.

Primo a divulgare tai nomi nella Repubblica delle lettere fu il padre Giovanni degli Agostini nella sua Storia degli Scrittori Veneziani, T. I. p. 5, ed è veramente mirabile, siccome già ebbe a notare il Tiraboschi (Vol. 5 St. let.) che l’Ab. De Sade, citata appunto quell’opera dell’Agostini, dica che ignoti ancora sono i nomi de’ censori del Petrarca, e che solo di uno si sospetta essere stato Maestro Guido de Bagnolo. Sia qualunque la ragione, per la quale il dotto francese o non lesse, o riferire non volle i nomi degli altri tre, certo è che come il medico de Bagnolo, così il Dandolo militare, il mercante Talenti, ed il nobile Contareni si trovano fin dal tempo in cui quel Codice fu scritto, in istato di accusa come rei dell’oltraggio fatto al Petrarca, e dall’universale giudizio condannati siccome calunniatori.

Parveci intanto prezzo dell’opera il fare qualche ricerca sui particolari che riguardano ciascuno de’ quattro sopra nominati individui. E cominciando dal prima che è Leonardo Dandolo, crediamo di non errare per certo, negando ch’egli esser possa il figlio del Doge Andrea Dandola nato verso il 1325, e morto verso il 1365 di cui parla il F. degli Agostini a p. 4 T. I degli Scrittovi veneziani. Egli nel 1366, anno dell’oltraggioso giudizio contro il poeta, aveva già più che 41 anno, nè perciò poteva esser detto giovane, come due volte lo disse cogli altri il Petrarca; fu più volte ambasciadore per la Repubblica ad estere corti, pervenne sebben più tardi alla dignità di Provveditore di S. Marco, e divise i suffragi col Morosini, che fu eletto Doge dopo la morte di Andrea Contareni. A questo arroge che Petrarca già da lunghi anni conosceva il Doge padre di questo Leonardo, e trattato aveva con lui all’amichevole, quando nel 1351 tentò, sebbene fosse indarno, d’indurlo alla pace co’ Genovesi (Fam. lett. 8, XI; 4, XV; 16, XVIII). Non sembra dunque credibile che un figlio del Doge volesse usar villania a persona che sapeva stretta d’amicizia col padre suo: e molto meno che il Petrarca del figlio dell’illustre suo amico dir volesse che scemo fosse ed ignudo di ogni scienza (ut litteras nullas sciat), e ignorantissimo non solo, ma cieco ed orbato degli occhi dello intelletto, e tale cui non fosse dato sperare per sè fama alcuna; e di nome ignoto anche ai presenti, tranne i pochi del vicinato. Oltre a ciò è da considerare, che nella postilla del Codice di S. Marco, Leonardo Dandolo è detto miles, mentre di Zaccaria Contarini si dice che fu simplex nobilis. Ma chi può supporre che mentre nobile si diceva il Contarini, nella cui famiglia due volte si era collocata la suprema magistratura della Repubblica, si chiamasse semplicemente miles il figlio di Andrea che di recente aveva portato per quarto fra i Dandoli la corona ducale? La quale ultima osservazione mi rende dubbioso assai nell’abbracciare l’opinione di chi stima esser quel primo de’ quattro indicati un altro Leonardo Dandolo, di cui sappiamo che pur viveva in quel tempo, militare di professione e rimasto prigione del Carrarese in Padova nella rotta che l’esercito Veneziano toccò il 14 maggio del 1373. Imperocchè lasciando di considerare che anche questi fu di quell’anno nominato Provveditore dell’esercito in compagnia di Pietro della Fontana, e che quindi non è a supporsi facilmente che sette soli anni innanzi quel tempo fosse egli da dirsi giovane, e fosse uomo quasi idiota, che nulla promettesse di sè e del suo nome, lasciando, dissi, di considerar tali cose, trovo nelle storie dei Gattari registrato che questo Leonardo Dandolo da S. Luca fu Gentiluomo Veneziano e Cavaliere (Muratori, Rer. It. T. XIII, col 158. D.), anzi che nella guerra di Padova egli era Capitano dei gentiluomini e cittadini veneziani (Ibid. col 174. C.). Non so dunque persuadermi che un uomo di questo lignaggio s’avesse ad indicare col solo aggiunto di miles, da chi poco stante con quello di simplex nobilis denotava uno de’ Contareni. Confesso però che, da questi due in fuori, non m’è venuto fatto di rintracciare notizia alcuna di altro Leonardo Dandolo, che in Venezia vivesse nel 1366.

Nè più felici successero a me le ricerche intorno al Contareni, di cui toccai qui sopra, e che l’autore delle Postille denomina Zaccaria. La genealogia di questa nobile famiglia ne presenta uno solo, che di questo nome vivesse nel 1366, o in su quel torno, figlio che fu di Nicolò procuratore q. Zuanne. E lui il P. degli Agostini crede indicato nella postilla. Ma solo che pongasi mente agli onorati incarichi che questo Zaccaria sostenne per la Repubblica, per la quale già nel 1349 (che è quanto dire 18 anni prima che il Petrarca scrivesse il trattato De sui ipsius ecc.) firmava come Ambasciadore la pace sotto il dì 19 novembre col Greco Imperatore (Maria Sanato presso Muratori, Rer. it. 7. XXII, p. 620.), sol che si sappia com’egli sostenne nel corso della lunga sua vita 63 ambascerie a Principi stranieri, e di tanta autorità fu nella Repubblica da dirigere la scelta del Doge nel 1382, e da far prevalere il suo al comun suffragio degli elettori, che già si era determinato a favore di Carlo Zeno (Laugler. T. V. p. 47.), comprenderà, chicchessia di leggieri che nè per età, nè per senno, nè per fama questo Zaccaria può ritenersi com’un de’ quattro giovinastri impudenti che sentenziarono d’ignorante il Petrarca. A cessare però il sospetto di fallacia nella postilla, che nascer potrebbe per la mancanza di altri del suo nome negli alberi genealogici della sua famiglia, torna per avventura opportuna una avvertenza fattaci su questo particolare dal ch. cav. Cicogna, ed è che quantunque nobile, perchè nato da padre nobile, poteva un altro Zaccaria Contarini o per matrimonio con donna ignobile, o per altro motivo siffatto aver perduto il diritto di sedere nel maggior consiglio, d’essere iscritto nel libro d’oro, e di coprire que’ posti a cui erano ammessi i soli nobili in quel libro registrati: lo che se stato fosse, la mancanza di quel nome ne’ fasti della famiglia non sarebbe argomento atto ad escludere che un Zaccaria Contarini semplice nobile fosse colui, cui fra’ censori suoi uomo di non molte lettere qualificava il Petrarca: e l’oscurità in cui si rimane il nome suo e quello del Dandolo, aggiungerebbe pregio e valore alla predizione dell’oltraggiato Poeta, che profetò de’ suoi stolti nemici non esser la fama per giungere ai posteri, anzi ignoti viver essi ancora ai presenti, tranne i pochi del vicinato.

Thomas Talentus simplex mercator è la nota che nel Codice Marciano risponde al giovine di poche lettere, secondo fra i quattro motteggiatori del Petrarca, E di questo Tommaso abbiam notizia esattissima da quel fiore d’ingegno e di cortesia che è il cav. Emmanuele Cicogna, il quale nel III volume dell’eruditissima sua opera sulle Iscrizioni Veneziane riporta a p. 382 l’Epitaffio che si leggeva in ricca urna di marmo nella Chiesa di s. Elena, nella quale per disposizione di Pp. Gregorio XII. e del Maggior Conssiglio di Venezia, nel 1408 si stabilirono gli Olivetani, fondandovi appresso il loro monastero, alla cui fondazione aveva Tommaso legato la ricca somma di sette mila scudi di oro. Ed è l’epitaffio del tenore che siegue:

Hic iacet illustri conclusus marmore Thomas

Qui de Talentis clarus, sed clarior altis

Artibus ingenti, iustis clarissimus autem

Moribus et vita, proprio testatus ut aere

Hanc maris incoleret sedem sanctissimus ordo

Montis Oliveti, meritis nunc congrua sumit

Suffragium. Fer sancta viro preces Helena tanto

Facque parens horum concrescant agmina fratrum.

Era la famiglia di Tommaso diversa dalla famiglia patrizia dello stesso cognome, la quale si estinse nel 1281 in Luca Talenti. Fu suo padre Zuanne dell’ordine cittadinesco e ricco mercatante, ed ebbe una sorella per nome Bilia, e due fratelli Filippo e Zaccaria: e della sua ricchezza, non meno che della sua pietà, fa piena fede il suo testamento del 22 settembre 1397, con cui oltre i sette mila scudi d’oro legati, come si disse, per fondare un monastero di Olivetani, lasciò pure a questi i molti libri scientifici che possedeva in numero di circa 105, ordinando che si tenessero in un armadio del monastero fissi a catena di ferro, dando facoltà di prenderne copia a probe persone che lo desiderassero. Noi non sappiamo in qual anno egli nascesse: quindi non possiamo giudicar con certezza se quadri a lui l’aggiunto di giovane dato dal Petrarca ai suoi censori. Ma conoscendosi ch’egli morì il 22 di novembre del 1403, e nulla astringendoci a credere ch’ egli giungesse a decrepita vecchiezza, possiam ben supporre che cessasse di vivere ai sessant’ anni o in su quel torno; nella quale ipotesi egli del 1367 stato sarebbe in quell’età, cui ben si conveniva al sessagenario Petrarca qualificar come giovane: la quale per la inesperienza, e per la leggerezza che ne son proprie vale a scusare Tommaso della improntitudine e dell’ardire, che lo mosse a prender parte all’iniquo complotto, e a professare in filosofia quegli errori, dai quali come negli anni più maturi si fosse corretto abbastanza dimostrano le pie istituzioni nel suo testamento ordinate.

Resta a parlare del quarto amico, di cui confessa il Petrarca non paucas litteras ... sed perplexas et incompositas noscere, e che dalle postille del Codice Marciano viene indicato per le generali come medicus physicus, e per nome suo proprio Magister Guido de Bagnolo de Regio. Or di costui non abbiamo ad affaticarci a cercar le memorie, che con tutta accuratezza furon raccolte dal Tiraboschi nella sua Biblioteca Modenese al T. I. p. 134 e seg. Fu figlio di Filippino Ferrano de Scopolis di Bagnolo notaio e cittadino di Reggio: fu medico di Pietro Re di Gerusalemme e di Cipro, ed in Nicosia capitale di quest’isola fece nel 1362 il suo testamento. Fu ricco assai ed avea beni e possessioni a Trevigi, a Venezia, a Firenze, a Genova, a Reggio. Morì del 1370, e fu sepolto nella chiesa detta dei Frari con questa iscrizione pubblicata già dal P. Degli Agostini:

Physicus hic regis Cypri regnique salubre

Consiliumque fuit, solers scrutator olympi,

Gesta ducum referens, et sic sermone disertus

Philosophia triplex queritur sua damna. Quis unquam

Par veniens sibi lustrabit tot laudibus aevum?

Hic studiis hausit quidquid Parnasia rupes

Intus habet: secum virtus humana sepulta est.

Quem de Bagnolo cognomine Guido vocarunt

A patria Regi: saxum tenet ossa: locatur

Mens superis: mundo vivax sua fama sedebit.

Dalla quale iscrizione si raccoglie aver egli composte alcune opere di storia, di filosofia e di medicina, ed essere stato cultore o amante almeno della poesia; come dal Muratori nella prefazione alle Istorie del Gazzati, che sono nel Vol. XVIII della grande collezione Rer. Italic. Script. sappiamo che scritti avea due volumi di cronache sulla Storia di Reggio, i quali andaron perduti nel sacco che questa città sofferse del 1381. — Morto egli essendo del 1370, se è quel desso che il Petrarca chiamava giovane tre soli anni prima, è d’uopo credere che giovane fosse ancora quando cessò di vivere: lo che non ha nulla d’inverosimile, se si rammenti come in quel secolo la peste desolasse l’Italia, e si consideri a quali pericoli d’esserne colto andasse incontro chi come Guido esercitava la medicina.

Raccogliendo ora in poco le cose fin qui discorse, concluderemo: che non essendovi ragione per dubitare della veracità della notizia intorno ai quattro giudici del Petrarca contenuta nel Codice della Marciana, avrassi a stimar veramente che quelli fossero i loro nomi: che il Talenti e il di Bagnolo sien quelli stessi di cui riferimmo e le memorie e le sepolcrali iscrizioni: ma che del Dandolo e del Contarini non si sa veramente quali si fossero il Leonardo ed il Zaccaria indicati nelle postille.

[7] Giovenale, Sat. X. 12.

[8] Ognun sa che invitato il Petrarca in un giorno stesso a ricevere la laurea poetica dalla Università di Parigi, e dal Senato di Roma, preferì di prenderla in quest’ultima città; ma prima di accettar tale onore volle che Roberto re di Napoli, unico personaggio ch’egli stimasse capace di giudicar del suo ingegno, formalmente lo esaminasse, e lo dichiarasse meritevole di conseguirlo. Perchè sul cadere di febbraio del 1341, condottosi a Napoli, sostenne per tre giorni un pubblico esame, in seguito del quale Roberto con lettere munite del suo regale suggello rese della sua dottrina nell’istoria, e del suo poetico valore amplissima testimonianza: e quindi il dì di Pasqua dell’anno stesso per mano di Orso Conte dell’Anguilla Senatore di Roma in nome del Senato e del Re ricevette sul Campidoglio l’ambita corona, e ne ottenne diploma, che come della meritata onorificenza, così del solenne esperimento del suo sapere preso in Napoli da quel dotto Monarca conservò la memoria.

[9] Clemente VI nel 1346 offerse al Petrarca il posto di Segretario Apostolico. Bramoso egli di conservarsi indipendente, e di non obbligarsi a verun officio, che gli togliesse la libertà ed il tempo di applicarsi agli studi delle lettere e della filosofia, rifiutò l’offerta, e fu nominato in sua vece Francesco da Napoli detto il Calvo. Sei anni più tardi bramando di fissarlo in Avignone al servigio della S. Sede i Cardinali di Boulogne e di Talleyrand gli furono nuovamente intorno perch’egli accettasse quell’ufficio: nè a causarsene egli avrebbe trovato via, se quelli in buon punto non gli avessero detto che l’ordinario suo stile era troppo sublime per gli usi della Curia, e pregandolo a scrivere più basso e più semplice, non gliene avessero dimandato un saggio. Colse egli l’occasione che gli si presentava opportuna, e scrivendo sopra un tema che gli fu dato, adoperò ad arte tale ricercatezza e sublimità di stile, che il suo dettato ai Curiali parve impossibile ad intendersi, quasi fosse non latino, ma greco od ebraico. E con questo stratagemma, del quale egli stesso fa il racconto nella lett. 5 del Lib. XIII delle Familiari, potè salvare dall’imminente pericolo la cara sua libertà. — Venuto a morte nel 1359 Francesco il Calvo, fu nuovamente egli invitato a succedergli: e con nuovo rifiuto aperse ei stesso la via a Zanobi da Strada perchè occupasse quel posto rimasto vacante (Fam: XX, 14). Ma quando questi nel 1361 cessò di vivere, tornò il Card. di Talleyrand ad offerire quel posto al Petrarca in nome del Pontefice Innocenzo VI, ed ei nuovamente se ne scusò proponendo in sua vece Francesco Nelli Priore de’ Ss. Apostoli a Firenze e suo amicissimo. Finalmente nell’anno appresso un’altra volta la stessa offerta gli fece Urbano V, che fu pure da lui come le altre costantemente rifiutata (Sen. Lib. I. let 2 e 3). Ben dunque a ragione egli diceva che gli ultimi tre Romani Pontefici fecero a gara per collocarlo in posto distinto tra loro familiari. — Quanto alle lettere che Urbano V allora regnante gli scrisse, e quanto a quelle che con meravigliosa libertà di linguaggio, dal Pontefice stesso lodata e gradita, ei gli rispose, vegga il lettore, se ne ha vaghezza, tra le Senili le lett. VII. 1; IX. 1; XI. 4, 12, 16, 17; ed osservando com’egli al Pontefice stesso francamente scrivesse in biasimo della sua Corte, e questi non solo non se ne adontasse, ma rispondessegli lettere piene di benignità e di cortesia, ne tragga argomento a conchiudere che solo zelo e desiderio di salutare riforma (comecchè espresso per avventura con parole talvolta libere troppo e irriverenti), e non difetto di ossequio e di venerazione alla Chiesa ed alla Ecclesiastica gerarchia dettassero al Petrarca quelle lettere Sine Titulo, per le quali, se giustamente incorse la censura d’inconsiderata arditezza, a torto venne presso taluno in sospetto di men che retto sentire in materia di religione e di fede.

[10] Della stima grandissima in cui fu tenuto il Petrarca dall’Imperatore Carlo IV sono non dubbio argomento ben tredici lettere a lui dirette, che si leggono tra le Familiari ed una fra le Senili (F. X. 1; XII. 1; XVIII. 1; XIX. 1, 4, 12; XXI. 7; XXIII. 2, 3, 8, 9,15, 21; Sen. XVI. 6) ed il racconto che fa egli stesso nella 3 del Lib. XIX delle Fam. intorno all’udienza accordatagli a Mantova da quel monarca nel 1354.

[11] Macrobio, Saturnal., Lib. II c. 7.

[12] La vita del Petrarca fu quasi un continuo viaggio: Viaggiò ancora in fasce quando, nato appena da 7 mesi, fu portato da Arezzo all’Incisa: ove passò la fanciullezza. E aveva nove anni appena allorchè con tutta la famiglia tramutossi prima ad Avignone; poi nel 1315 a Carpentras, dove sotto il magistero di Convennole studiò grammatica, rettorica e dialettica. Nel 1319 mandollo il padre a Mompellieri per cominciarvi gli studi della giurisprudenza: nel 1323 passò col fratello a Bologna, e vi rimase fino al 1326. Tornato poscia in Avignone, ed ivi fermatosi forse tre anni, nel 1329 visitò la Svizzera ed il Belgio: nel 1330 accompagnò il Vescovo Giacomo Colonna alla sua sede di Lombez, e forse allora vide Tolosa: nel 1333 si condusse a Parigi, e percorse nel ritorno le Fiandre: sul cadere del 1336 vide Roma la prima volta, e di là per mare si spinse sulle coste occidentali dell’Europa fin presso l’Irlanda. Reduce da questo lungo viaggio marittimo, si ritirò a Valchiusa, e vi stette circa quattro anni. Ma nel 1341 tornò a Roma per la laurea, passando per Napoli. A Napoli poscia tornò nel 1343, passando per Roma: a Roma si ricondusse un’altra volta nel 1350 pel Giubileo, ed allora la prima volta vide Firenze ed Arezzo ov’era nato. Due altre volte, e ciascuna per circa due anni di seguito, tornò nel contado Venosino, e stette quasi sempre a Valchiusa, cioè dal dicembre del 1345 al novembre del 1347, e dal giugno del 1351 al maggio del 1353. Dopo quest’anno più non rivide il suo transalpino Elicona. Otto anni tenne stanza in Milano, e fece intanto un viaggio a Praga ed un altro a Parigi. Delle principali città dell’Italia superiore non fuvvene alcuna che da lui non fosse visitata, ma le più lunghe dimore furono a Parma, a Venezia ed a Padova, nelle quali però mai non si tenne in continuato riposo, vagando sempre da luogo a luogo. Ed alternando il soggiorno urbano col campestre, che predilesse, presso Milano villeggiò a Carignano, alla Certosa, a S. Colombano, a S. Sempliciano, a Linterno: e presso Padova si procacciò negli ultimi anni della sua vita la villa d’Arquà, ove nel 1374 chiuse i gloriosi suoi giorni. Ben dunque a ragione di se stesso egli diceva: Vita pene omnis in peregrinatione transacta est (Praef. a Socrate, nelle Familiari). Ma in tanta mutazione di luoghi, fra tante occasioni di distrazione e di svagamento, egli mai non tralasciò di studiare, e potè negli ultimi tempi della sua vita, tornando colla memoria sugli anni trascorsi, asserire al Boccaccio (Sen. XVII. 2) che nè i lunghi e continui viaggi, nè le dimore fatte alle corti dei Principi, avevangli mai potuto impedire l’impiego del tempo negli studii suoi prediletti, e soli sette mesi diceva di aver perduti nelle tre ambascerie che sostenne per i Signori di Milano a Venezia, a Praga ed a Parigi. — A buon dritto pertanto ei si vantava di aver molto studiato, e non poteva acconciarsi alla sentenza de’ quattro giovinastri che impudentemente lo dichiaravano un ignorante.

[13] È questo il passo che combinato colla lett. 8 del Lib. XV delle Senili ci servì nella prefazione a determinare l’anno in cui i giovani Veneziani sentenziarono dell’ ignoranza del Petrarca. Urbano V partì di Avignone dopo la prima metà del maggio 1367, e sul cadere di giugno arrivò a Roma, donde ripartì nell’estate del 1370, tornò ad Avignone e vi morì il 19 dicembre. Se dunque questo trattato scriveva il Petrarca nell’anno stesso in cui la S. Sede era stata riportata a Roma, ed era già un anno da che in Venezia que’ pazzi avevano profferito lo strano giudizio, questo certamente era accaduto tra il maggio del 1366 e quello del 1367.

[14] S. Paolo, ai Rom., XI. 34.

[15] Eccles. III. 22.

[16] lippo: cisposo e miope. (ndr.)

[17] pestifera sint inventu: e una trovate sono portatrici di morte (ndr)

[18] Cic., De Nat. Deor., Lib. I. c. 36.

[19] Cic., De Nat. Deor., Lib. II. c. 6.

[20] Cic., De Nat. Deor., Lib. II. c. 6.

[21] Cic. De Nat. Deor., Lib. II. c. ,7 e seg.

[22] Cic. De Nat. Deor., Lib. II. c. 17 e seg.

[23] S. Paolo, ai Rom., 1. 91.

[24] Cic. De Nat. Deor., Lib. II c. 86.

[25] Cic. De Nat. Deor., Lib. II, c. 28.

[26] Deuteronom., XXXII. 39.

[27] Salmo XCV. 5.

[28] ambage: via torta, ragionamento che porta lontano dalla verità. (ndr)

[29] Cic. De Nat. Deor., Lib. II. in fine.

[30] vampo: vanto (ndr)

[31] Eccles. VI. 44.

[32] gareggioso: litigioso. (ndr)

[33] S. Paolo., Prima ai Corint., XI. 46.

[34] S. Paolo, ai Coloss. XI. 8.

[35] Cic. De Nat, Deor., Lib. I. c. 8.

[36] Cic. De Nat. Deor., Lib. I. c. 8.

[37] Cic. De Nat. Deor., Lib. I. c. 9.

[38] Salmo LXXXIX. 4.

[39] Macrob., In Somn. Scip., Lib. II. c. 10.

[40] Cic. De Nat. Deor., Lib. I. c. 9.

[41] Macrob., In Somn. Scip., Lib. II. c. 15.

[42] Oraz., Art. Poet.

[43] Era questa la strada detta Rue Foarre, nella quale abitava la maggior parte degli studenti.

[44] stucco e ristucco: nauseato. (ndr)

[45] Ovid., Trist., Lib. IV. el. 40.

[46] Macrob., In Somn. Scip., Lib. II. in fine.

[47] soro: uomo inesperto, semplice.

[48] allacciarsi la giornèa: darsi delle arie e fare o dire quel che non si sa. (la giornea era una sorta di sopraveste militare. (ndr)

[49] mettermi ai costituti: mettermi sotto accusa e sottopormi all’interrogatorio. (ndr)

[50] Bernardo Barlaam nato a Seminara nella Calabria ulteriore presso Reggio, ma oriundo di Grecia, monaco di S. Basilio ed abate di S. Salvatore a Costantinopoli, era stato spedito nel 1339 dall'Imperatore Andronico ad Avignone per trattare la riunione della Chiesa Greca alla Latina. Petrarca che lo conobbe uomo dottissimo nella greca letteratura, e desideroso di perfezionarsi nella latina, si mise a studiare il Greco sotto di lui, ad esso a vicenda insegnando il Latino. Ma poco essendosi ivi trattenuto Barlaam, che per faccende di stato dovè condursi a Napoli, fu il Petrarca costretto ad interrompere lo studio intrapreso, nel quale già aveva fatto non lieve profitto. Tornovvi nel 1348 ed ansiosamente il Petrarca riprese lo studio interrotto. Ma fu per poco: che bramoso di stabilirsi in Italia, ottenne Barlaam nell'ottobre di quell'anno il Vescovato di Geraci, ove si condusse, e vi morì, secondo l'Ughellio, nel 1348. Perchè di poco si avvantaggiò il nostro Petrarca nella cognizione del Greco, e molte volte nelle sue opere rammentò con desiderio il suo perduto maestro.

[51] sozi: soci (ndr)

[52] S. Paolo, Prima ai Corint., XI. 40.

[53] rugumando: ruminando, rimuginare a lungo.

Progetto Petrarca

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 17 dicembre 2007