FRANCESCO PETRARCA

Epistola ai Posteri

Traduzione di Giulio Cesare Parolari

Edizione di riferimento

Francesco Petrarca, Del disprezzo del mondo, dialoghi tre, prima versione italiana del rev. prof. Giulio Cesare Parolari, coi tipi di Luigi di Giacomo Pirola, Milano 1857.

L’epistola Posteritati

Prefazione

tratta da http://www.italicon.it/modulo.asp?M=m00179&S=4&P=2

A circa dieci anni dopo la laurea risale la composizione del primitivo nucleo dell’epistola Posteritati ("Alla posterità"), che Petrarca rielaborò, come la maggior parte delle sue opere, fino a poco tempo prima della morte. Si tratta di un ritratto in forma di lettera che il Petrarca intese offrire di sé ai posteri che avessero voluto "sapere che uomo io fui o quale fu la ventura delle opere mie: innanzitutto quelle la cui fama sia pervenuta fino a te o anche quelle che avrai sentito appena nominare" (Petrarca, Lettera ai posteri: 1). La Posteritati non è dunque una autobiografia, bensì la descrizione di sé da parte di uno scrittore, di un uomo di lettere, che si riteneva degno di tramandare a chi sarebbe venuto dopo di lui un ritratto simile a quelli con i quali Plutarco o Svetonio avevano tramandato le vite degli illustri uomini della classicità.

Come negli scrittori greci o romani, in Petrarca l’impegno è volto, quindi, non solamente alla ricostruzione delle proprie vicende biografiche, quanto ad offrire un ritratto in cui risaltino le proprie caratteristiche morali. La prima parte della lettera è un elenco di peccati da cui Petrarca ritenne di essere stato immune: disprezzò la ricchezza e non si lasciò tentare dalla gola; soffrì per amore in gioventù, ma giunto alla soglia dei quaranta anni decise di rendersi immune dalla lussuria; non fu superbo né si lasciò mai prendere dall’ira; di invidia patì solo quella che gli altri provavano nei suoi confronti.

Nella seconda parte della lettera Petrarca ripercorre invece le principali tappe della propria vita, dalla nascita ad Arezzo, al soggiorno ad Avignone e Carpentras, agli studi giuridici, alla scelta di vivere fra la casa in Valchiusa e la corte papale fino al definitivo trasferimento in Italia presso le corti dei da Correggio, dei Visconti e, in ultimo, a Padova. Largo spazio nell’epistola occupa la narrazione degli eventi relativi alla laurea poetica del 1341. Nella Posteritati Petrarca non si sofferma a lungo sulle sue opere, dedicando solo alcuni cenni alle opere latine, quelle che, secondo il suo progetto culturale, avrebbero dovuto dargli maggiore fama presso i posteri.

In questa lettera, come, più in generale, in tutte le sue raccolte di epistole, Petrarca costruisce quindi una rappresentazione di sé quale scrittore e uomo di cultura che si vuole porre consapevolmente come modello non solo per gli uomini del suo tempo ma anche per i posteri. In questo senso si può affermare che Petrarca voglia indirizzare i posteri, così come aveva fatto con i contemporanei, nel considerarlo come esponente di una nuova cultura di stampo umanista.

AI POSTERI SALUTE [1].

Avrai forse inteso dire alcuna cosa di me; avvegnachè è a dubitare che un nome, quale è il mio, piccolo ed oscuro sia mai per giungere a lontani luoghi ed a tempi avvenire. E chi sa se non ti prendesse vaghezza di conoscere qual uomo io mi sia stato, o come fossero accolte le opere mie, quelle principalmente di cui t’avrà parlato la fama, ovvero le altre che, di minor conto, appena ti saranno conosciute dal titolo? Però io tengo per fermo che in guisa affatto diversa la penseranno gli uomini de’ fatti miei; giacchè ciascuno discorre non secondo ragione, ma secondo il proprio talento, e la lode ed il biasimo trasvanno ogni giusto confine. Certo anch’io mi fui uno del vostro gregge; mortale omicciattolo, non d’alta nè di bassa prosapia, ma, come Augusto disse di sè, d’antico casato. Natura mi diede indole non malvagia o invereconda, se le contagiose abitudini non l'avessero guasta. L’adolescenza ingannommi, la gioventù seco mi trascinò, mi fece più savio la vecchiaia, quando, maestra la esperienza, conobbi la verità di quel detto, che già altre volte letto avea: « non altro che vanità essere gli anni fioriti e il piacere. » Che anzi, più che altri, il facitore dell’età e de’ tempi mi rese scorto di tanto; egli il quale permette talora che i tapini mortali, gonfii non più che di vento, qui e colà vadano errando, acciocchè tardi almeno si ravvedano dei commessi falli. Assai destra, avvegnachè non robusta, ebbi da giovane la persona; nè di singolar bellezza il sembiante, tale però che negli anni più verdi apparisse piacente; fresco il colorito tra il bianco e il bruno; vivaci gli occhi e la vista lungo tempo acutissima: se non che questa sul sessantesimo anno mi venne mancando; onde bisognommi, non senza repugnanza, ricorrere alle lenti. In ben disposte membra, che furono sempre sanissime, mi trovò la vecchiaia, dalla quale coll’usata schiera di malattie fui tolto in mezzo. Di buon lignaggio i genitori e d’origine fiorentina; mediocri le fortune e, a dir vero, volgenti al basso allorchè furono scacciati dalla patria. Ond’io nacqui in Arezzo nell’esiglio, all’aurora del lunedì primo agosto 1304. Spregiai altamente le ricchezze; non perchè non le curassi, ma perchè mi veniano a fastidio le fatiche e le brighe che ne sono inseparabili compagne. Nè meno mi diedi cura di tesoreggiare, per aver modo ad imbandire splendide mense; dappoichè, contento ad un sobrio vitto ed a cibi comuni, vissi assai meglio che non i successori d’Apicio con tutta la squisitezza di loro vivande. Quelli che si chiamano conviti, e non altro sono che stravizzi, contrarii alla temperanza e al buon costume, ognora mi spiacquero, e stimai cosa non meno increscevole che vana sia l’invitare altri, sia l’esserne invitato, frattantochè il sedere a mensa cogli amici mi cagionava tanta dolcezza che nulla m’avessi di più caro; ma, solo, di mia volontà non avrei preso mai cibo. Al lusso poi non tanto fui avverso perchè sia mala cosa e nemica dell’umiltà, ma sì ancora per le malagevolezze che incontrano nel seguitarlo e l’interrompimento della quiete che apporta. Potentissimo fu l’amore ond’ebbi travaglio nella giovinezza, però unico ed onesto; più lunga guerra mi avrebbe dato, ove una morte dolorosa sì ma utile non avesse estinto il fuoco che già rattiepidiva. Ed oh foss’io stato libero d’ogni cupidigia di sensi! Ma mentirei, se il dicessi; affermerò solamente che, quantunque il fervore dell’età e della complessione mi trascinasse al piacere, sempre il mio pensiero ebbe a schifo cosiffatte turpezze. E non appena toccato il quarantesimo anno, mentre ancor mi sentiva vigoroso e robusto, di tal guisa m’uscì dall’animo ogni sconcio appetito che ne perdetti sin la memoria, come se non avessi mai guardato donna. Il che annovero tra le mie più singolari venture e ne ringrazio Iddio; il quale, in età ancor tanto fresca, volle liberarmi da un servaggio così vile ed odioso. Ma passo ad altre cose,

Per esempio altrui, non in me, provai che voglia dire superbia, e benchè uomo da poco, pur mi stimai da meno che il vero: così soventi volte a me nocqui, agli altri mai. Bramoso oltre ogni credere delle oneste amicizie, con tutta fede le coltivai; e perchè so di parlar vero, ad alta fronte mi glorio che, sebbene d’indole molto sdegnosa, dimenticai ben presto le ingiurie, ed i benefizii tenni sempre fissi nella memoria. E in ciò m’arrise la sorte che, non senza invidia, domesticamente usassi con principi e re, e nobili personaggi avessi ad amici; se non che toccommi la sciagura comune all’uomo che invecchia, di piangere assai spesso quelli che ama. I più ragguardevoli monarchi del mio tempo mi furono cortesi sì di onori e sì d’affetto; ed essi, non io, ne sapranno il perchè. Ed alcuno di loro conversava meco così familiarmente che la sua altezza non mi cagionasse noia, sibbene piacere. Da parecchi per altro de’ miei più cari mi dilungai; tanto in me poteva l’amore di libertà! Onde avvenne che fuggissi a tutta mia possa da quanto non ne avesse il nome od a lei sembrasse contrario. Sortii ingegno piuttosto giudizioso che acuto, acconcio ad ogni onesta e salutar disciplina, ma inchinevole più che mai alla filosofia morale ed alla poesia; alla quale appresso volsi le spalle, tutto preso delle Lettere Sacre, in cui gustai una segreta dolcezza che un tempo avea posto in non cale: d’allora in poi non ho coltivate le poetiche discipline che a puro ristoro.

Ma ciò a cui mi diedi principalmente si fu lo studio delle antiche cose, perchè la presente età sempre m’increbbe: e se non fosse l’amore de’ miei, io vorrei esser nato in qualsiasi altro tempo da questo in fuori; ond’è che, adoperandomi a dimenticare i viventi, a nulla più intesi che a vivere co’ passati. Pertanto mi piacqui negli scrittori di storia, non senza però che il loro discordare non mi gravasse; e nel seguitarne le dubbiezze a quelli m’attenni che più avevano sembianza di vero o forniti erano di maggiore autorità. Chiara e potente, secondo alcuni, fu la mia eloquenza, ma, secondo me, fiacca ed oscura; e nell’intrattenermi cogl’intimi amici non mi curai punto di farne mostra, che anzi mi maraviglio come Cesare Augusto se ne desse tal pena. Quando però l’argomento, il luogo e gli uditori dimandarono altro, non tralasciai di porre alquanto di studio nell’esser facondo; e del come vi riuscissi, giudichino gli altri che m’ascoltarono. Nè di questo avrei fatto gran conto, purchè buoni fossero stati i miei fatti; che ventosa gloria è il cercar fama dalla splendidezza delle parole. Di questa guisa, siccome volle la fortuna o la mia volontà, mi corse diviso il tempo. Il primo anno di vita, nè tutto intero, lo passai in Arezzo, ove era nato; i sei appresso, quando mia madre fu richiamata dal bando, nella villetta paterna di Ancisa, non più che quattordici miglia discosta da Firenze; l’ottavo a Pisa; il nono e i seguenti nella città d’Avignone, posta nella Gallia transalpina, alla sinistra sponda del Rodano, dove la chiesa di Cristo dimora da lungo tempo in esiglio: e quantunque, pochi anni sono, Urbano V facesse mostra di riporla nell’antica sede, il suo pensiero tornò, come è noto, affatto vano; e, ciò che più m’attrista, mentr’ egli ancora viveva, quasi che si fosse pentito dell’opera buona. E s’ei non avesse così presto lasciato il mondo, non gli sarebbe rimasto ignoto come io la pensassi del suo ritorno. Ma quando io stava per istringer la penna, finì infelicemente i suoi giorni, cui avrebbe potuto chiudere gloriosi dinanzi l'ara di Pietro e in propria casa. Perchè, o quei che gli successero se ne rimanevano a Roma, ed a lui durava la gloria dell’opera pia; o se ne dipartivano, e di lume tanto più vivo si sarebbe adornata la sua virtù quanto maggiore sarebbe paruta la colpa altrui. Ma troppo lunghi e fuor di proposito suonerebbero adesso i miei lamenti. Ivi adunque, sulle sponde di quel fiume, ove può moltissimo il vento, passai sotto i miei genitori l'infanzia, e appresso, col giogo al collo delle mie vanità, tutta la giovinezza; non però così che non cercassi sovente altri paesi. Poichè in Carpentrasso, piccola città all’oriente d’Avignone e non molto da lei lontana, ebbi stanza quattro anni interi; due de’ quali spesi in apprendere alcun poco di grammatica, di dialettica e di retorica, per quanto l'età e quelle scuole lo comportavano; e qual capitale di scienza io v’acquistassi, potrai di per te farne stima, o lettore carissimo. E per altri quattro anni dimorai in Mompellieri, a studiarvi la legge; quindi in Bologna, nella quale indugiatomi un triennio, appresi tutto il corpo del gius civile, dando di me, come dissero, giovane ancora, grande speranza, se avessi durato nell’intrapreso cammino. Ma io, tosto che fui signor di me stesso, volsi le spalle alle leggi: nè già perchè mi spiacesse la loro autorità, che fuor di dubbio è grande e piena di romana antichità, che tanto ammiro; ma sì perchè gli uomini iniquamente ne abusano. Onde m’increbbe addottrinarmi in ciò di cui mal voleva inonestamente valermi; e secondo coscienza mi pareva impossibile il farlo, perchè allora si sarebbe ascritta a dabbenaggine la mia purezza. Contava l'anno ventiduesimo quando me ne tornai in patria; tal chiamo Avignone, ove io avea dai primi anni menata mia vita, essendo vero che la consuetudine acquista forza di natura. E fu appunto colà che, cominciato a salire in fama, la mia amicizia fu cercata da’ grandi. E come questo avvenisse, mal saprei dirlo al presente e non posso non restarne maravigliato; non così allora, che per giovanil leggerezza me ne credeva degnissimo. E sopratutto mi volle far sua la illustre e generosa famiglia dei Colonnesi, che di quei tempi frequentavano, anzi crescevano decoro alla curia romana. I quali oltre ogni mio merito mi onorarono, e principalmente il chiarissimo ed incomparabile uomo Iacopo Colonna, vescovo di Lombez, a cui somigliante non vidi e non vedrò forse nessuno. Egli, conducendomi seco nella Guascogna presso i colli Pirenei, mi porse modo, sì per la sua come per l’altrui gentilezza, a passare una state quasi celeste; cosicchè io non rammento quella stagione senza sospiri. Di là tornato, me ne stetti molti anni col fratel suo Giovanni Colonna cardinale, che trattandomi non da signore, ma da padre e amorosissimo fratello, più nella mia casa che nella sua mi parve abitare. A quel tempo il giovanil desiderio mi trasse a visitare le Gallie e la Germania; e benchè, ad ottenere libera l’andata, fingessi gravi cagioni, altre in verità non ne avea che l’amor dello studio e la smania di cose nuove. Mossi dapprima a Parigi, ove opportunità d’investigare quel che di vero o di falso di lei diceva la fama. M’avviai appresso alla volta di Roma, cui sin dall’infanzia mi struggea di vedere; e trovatovi Stefano, magnanimo ceppo della casa colonnese ed uguale a qualsivoglia altro degli antichi, così me gli affezionai e per tal modo ne fui ricambiato d’amore che egli tra me ed i suoi figli non ponesse divario. E quell’uomo eccellente durò senza mutamento ad amarmi sino alla fine; nè in me venne meno o ne cesserà se non colla vita la ricordanza. Rivedute l’antiche mie sedi, cercando un luogo a che ripararmi come a porto, mi scontrai in una valle assai angusta, ma solitaria ed amena, che chiamano Chiusa, quindici miglia da Avignone, donde scaturisce il Sorga, re di tutte le fonti. Innamorato della bellezza del sito, mi vi trasferii in compagnia de’ miei libri. Lungo sarebbe il raccontare tuttociò che vi feci nel corso di molti anni; ricorderò solamente che ivi o scrissi o principiai o imaginai quante opere mi uscirono della penna; le quali tante furono che io ne sono insino al giorno d’oggi stanco, anzi rifinito. Perchè, avendomi la natura dotato di tempra più operativa che robusta, mi convenne lasciar da parte assai cose, le quali se a gran fatica io giungeva a concepire, a condurle poi non mi bastavano le forze. E qui l'aspetto medesimo de’ luoghi mi suggerì di comporre la Bucolica e i due libri Della vita solitaria, che intitolai a quel Filippo che, sempre grande, era allora vescovo della piccola Cavagliene, e adesso, fatto cardinale, occupa l'illustre seggio sabinense, unico che mi sopraviva di tanti amici; ed egli non episcopalmente, come Ambrogio Agostino, ma fraternamente mi amò e mi ama. Frattanto che traeva libera vita tra quei monti, un venerdì santo mi cadde in pensiero di scrivere un poema eroico che celebrasse quel primo Scipione Africano il cui nome fin da giovinetto m’era stato carissimo. Il quale, quantunque io mi vi accingessi con tutto l’ingegno, dovetti di corto abbandonare, a cagione di molte cure che mi sopravennero: però, dal suggello, lo intitolai dell’Africa, poema che, non so se per sua o mia fortuna, fu lodato da molti anche prima d’essere pubblicato. Me ne dimorava tuttora nella mia solitudine, quand’ecco, e sembra incredibil cosa, nel giorno stesso giungermi lettere dal senato romano e dal cancelliere dell’università di Parigi che m’invitavano a ricevere la corona del poetico alloro. Ed io, inorgoglito di cotanto onore, e tenuto conto più delle altrui testimonianze che del valor mio, me ne reputai degno perchè uomini di tanta autorità mel conferivano. Siccome poi non sapeva a chi concedere la preferenza, mi volsi per consiglio al sovranominato Giovanni Colonna e gliene mossi inchiesta per lettera. Ed egli mi abitava così vicino che, scrivendo la sera, io poteva riceverne la risposta innanzi la terza del domani. Pertanto, attenendomi a quanto egli mi disse, prescelsi l’autorità del romano senato; e le due epistole che allora indirizzai all’amico sussistono qual documento dell’assenso che io porsi al suo parere. Andai dunque: ma sebbene, siccome giovane, mi mostrassi assai benevolo giudice delle mie cose, nell’atto di suggellare co’ fatti la testimonianza ch’io rendeva a me stesso o quella di chi m’invitava, non potei non arrossire; se non che m’occorse al pensiero che, ove non ne fossi stimato meritevole, essi non m’avrebbero chiamato. Perciò, fermato di andarmene prima a Napoli presso quel sommo re e filosofo Roberto, non tanto pel regno che per la dottrina illustre, unico re dell’età nostra che fosse amico alle scienze ed alla virtù, lo domandai di ciò che meglio mi convenisse. Quali accoglienze ne ricevessi e di quanto affetto mi amasse è tal cosa che anche adesso mi cagiona maraviglia; e tu pure, o lettore, ne proveresti altrettanta, se là fossi stato presente. Non ebbe egli appena inteso il motivo della mia venuta che ne menò grandissima festa, pensando la mia giovanil confidenza e forse l’onore che gliene ridondava nell’aver eletto lui quale il solo giudice tra tutti i mortali. Che più? dopo un infinito conversare intorno a diversi argomenti, gli mostrai quell’Africa mia: della quale tanto si piacque che mi pregò, come di sommo favore, di volergliela intitolare; ned io seppi o poteva negarglielo. Fissatomi poi un giorno all’effetto per cui io era venuto, dal mezzodì non mi lasciò sino a sera. E perchè al crescere delle materie corto era il tempo, protrasse l’esarne a due giorni seguenti: così, dopo che ebbe posto a prova il saper mio, nel terzo dì mi credette degno della laurea. Ed egli me la offeriva a Napoli, e non rifinì dal pregarmi perchè dalle sue mani l’accettassi; se non che l’amore di Roma vinse la gentil violenza di un tanto re. Il quale, tostochè mi vide immoto nel mio proposto, consegnommi sue lettere e spedì messi al romano senato in cui molto cortesemente apriva il suo giudizio intorno al mio sapere; regal giudizio ch’ebbe allora l’approvazione di molti e la mia principalmente: però, adesso che scrivo, nè a lui nè a me nè a quanti gli fecero plauso posso menarlo buono; l’amore che mi portava e la mia giovinezza ebbero sovra l’animo suo maggior potenza che il vero. Quindi, forte d’una tanto autorevole sentenza, tuttochè immeritevole, men’ venni a Roma e, con sommo piacere di quanti intervennero a quella solennità, ignorante com’era, fui fregiato del poetico alloro; di che e in versi e in prosa v’ha alcune mie epistole. La laurea per altro, in cambio di apportarmi scienza, mi partorì molta invidia: ma questa storia altresì troppo più lunga che qui si convenga narrarla. Da Roma venuto a Parma, ospitai presso, que’ signori di Correggio, che, discordi tra loro, la governavano con reggimento siffatto che quella città non n’ebbe mai a memoria d’uomini a sperimentarne l’uguale, nè, siccome auguro, alcun’altra sarà mai per averne di somigliante. Ed essi tanta amorevolezza e generosità mi usarono che io, conoscente de’ ricevuti onori ed a mostrare che non li aveano indegnamente in me collocati, m’intrattenni alcun tempo con loro. Avvenne che un dì, nell’aggirarmi pei colli posti oltre l’Enza, sui confini di Reggio, m’inoltrassi nella selva che dicono Piana. Innamorato ad un tratto della bellezza di quella natura, mi posi nuovamente al lavoro dell’Africa e, ridestati gli spiriti che pareano assopiti, scrissi alcuni versi in quel dì e seguitamente parecchi altri ne’ vegnenti; finchè, tornando a Parma ed appigionata una solinga e tranquilla casa, che dopo comperai ed è di mia ragione anche adesso, con tanto di ardenza proseguii nell’impreso poema che ne stupisco tuttora. Avea già varcato il trentaquattresimo anno, quando feci ritorno al fonte di Sorga e alla mia solitudine oltre l’Alpi. Poscia ed in Parma e in Verona feci lunghe dimore; e dapertutto, la divina mercè, fui caramente accolto assai più che conoscessi di meritare. Come buon tempo trascorse, Iacopo da Carrara il giuniore, simile a cui non so se di quell’età v’ebbe mai alcun principe, anzi dico fermamente che no, risaputa per fama la mia celebrità, con lettere e messaggi sin al di là delle Alpi, quando colà stanziava, e in ogni altro luogo d’Italia cominciò a pregarmi, e per molti anni, affinchè quale amico me ne andassi a lui. Ond’io finalmente, sebbene non isperassi di crescere la misura della mia felicità, divisai di farlo contento e vedere così che significasse questo tanto vivo pressarmi d’un uomo potente e che io non conosceva. Venni adunque, benchè tardi, a Padova, e da quel principe di chiarissima ricordanza, non che fossi ricevuto cortesemente, ma sì come i beati s’accolgono in cielo; e tanta fu la gioia, l’inestimabile amore e la bontà sua ch’io, perchè non posso descriverla a parole, stimo meglio passarmene sotto silenzio. E questo ricorderò fra i molti suoi benefizii, che, sapendo siccome io da’ primi anni era addetto alla vita ecclesiastica, affine di legarmi con nodi più stretti non solamente a sè ma anche alla sua città, volle che fossi eletto canonico di Padova. Conchiuderò dicendo che, se a lui bastava la vita, m’era questo il fine d’ogni viaggio e del mio tanto errare. Ma ahimè! che nulla v’ha quaggiù che sia durevole! perchè non appena alcun dolce si prova che tosto a guastarlo vi si mescola l’amaro. Non compiva ancora il secondo anno da che io viveva con lui, quando Iddio lo tolse al mondo e alla patria; dappoichè, se l’amore non m’inganna, nè io nè la patria nè il mondo eravamo degni di possederlo. E quantunque gli sia successo il figlio, sì per senno e sì per altre doti pregevole, il quale, seguendo il paterno esempio, sempre m’ebbe caro e lodato; io però, perduto lui, col quale anche per ragione d’ età avea una maggior domestichezza, mai sapendo quietarmi, me ne ritornai nelle Gallie, non tanto per voglia di rivedere il veduto già mille volte quanto a sembianza de’ malati, che col mutare di sito stimano di alleviare la noia.

Posteritati

Edizione di riferimento:

Francesco Petrarca, Opera omnia, a cura di Pasquale Stoppelli, Roma : Lexis Progetti Editoriali, 1997

 

[1] Fuerit tibi forsan de me aliquid auditum; quanquam et hoc dubium sit: an exiguum et obscurum longe nomen seu locorum seu temporum perventurum sit. Et illud forsitan optabis nosse: quid hominis fuerim aut quis operum exitus meorum, eorum maxime quorum ad te fama pervenerit vel quorum tenue nomen audieris.

[2] Et de primo quidem varie erunt hominum voces; ita enim ferme quisque loquitur, ut impellit non veritas sed voluptas: nec laudis nec infamie modus est. Vestro de grege unus fui autem, mortalis homuncio, nec magne admodum nec vilis originis, familia — ut de se ait Augustus Cesar — antiqua, natura quidem non iniquo neque inverecundo animo, nisi ei consuetudo contagiosa nocuisset.

[3] Adolescentia me fefellit, iuventa corripuit, senecta autem correxit, experimentoque perdocuit verum illud quod diu ante perlegeram: quoniam adolescentia et voluptas vana sunt; imo etatum temporumque omnium Conditor, qui miseros mortales de nichilo tumidos aberrare sinit interdum, ut peccatorum suorum vel sero memores se se cognoscant.

[4] Corpus iuveni non magnarum virium sed multe dexteritatis obtigerat. Forma non glorior excellenti, sed que placere viridioribus annis posset: colore vivido inter candidum et subnigrum, vivacibus oculis et visu per longum tempus acerrimo, qui preter spem supra sexagesimum etatis annum me destituit, ut indignanti michi ad ocularium confugiendum esset auxilium. Tota etate sanissimum corpus senectus invasit, et solita morborum acie circumvenit.

[5] Divitiarum contemptor eximius: non quod divitias non optarem, sed labores curasque oderam, opum comites inseparabiles. Non <michi>, ut ista cura esset, lautarum facultas epularum: ego autem tenui victu et cibis vulgaribus vitam egi letius, quam cum exquisitissimis dapibus omnes Apicii successores.

[6] Convivia que dicuntur — cum sint comessationes modestie et bonis moribus inimice — semper michi displicuerunt. Laboriosum et inutile ratus sum ad hunc finem vocare alios, nec minus ab aliis vocari; convivere autem cum amicis adeo iocundum, ut eorum superventu nil gratius habuerim, nec unquam volens sine sotio cibum sumpserim. Nichil michi magis quam pompa displicuit, non solum quia mala et humilitati contraria, sed quia difficilis et quieti adversa est.

[7] Amore acerrimo sed unico et honesto in adolescentia laboravi, et diutius laborassem nisi iam tepescentem ignem mors acerba sed utilis extinxisset. Libidinum me prorsus expertem dicere posse optarem quidem, sed si dicam mentiar. Hoc secure dixerim: me quanquam fervore etatis et complexionis ad id raptum, vilitatem illam tamen semper animo execratum.

[8] Mox vero ad quadragesimum etatis annum appropinquans, dum adhuc et caloris satis esset et virium, non solum factum illud obscenum, sed eius memoriam omnem sic abieci, quasi nunquam feminam aspexissem. Quod inter primas felicitates meas numero, Deo gratias agens, qui me adhuc integrum et vigentem tam vili et michi semper odioso servitio liberavit. Sed ad alia procedo.

[9] Sensi superbiam in aliis, non in me; et cum parvus fuerim, semper minor iudicio meo fui. Ira mea michi persepe nocuit, aliis nunquam. Intrepide glorior — quia scio me verum loqui — indignantissimi animi, sed offensarum obliviosissimi, beneficiorum permemoris. Amicitiarum appetentissimus honestarum et fidelissimus cultor fui. Sed hoc est supplicium senescentium: ut suorum sepissime mortes fleant.

[10] Principum atque regum familiaritatibus ac nobilium amicitiis usque ad invidiam fortunatus fui. Multos tamen eorum, quos valde amabam, effugi: tantum fuit michi insitus amor libertatis, ut cuius vel nomen ipsum illi esse contrarium videretur, omni studio declinarem. Maximi reges mee etatis et amarunt et coluerunt me; cur autem nescio: ipsi viderint. Et ita cum quibusdam fui, ut ipsi quodammodo mecum essent; et eminentia eorum nullum tedium, commoda multa perceperim.

[11] Ingenio fui equo potius quam acuto, ad omne bonum et salubre studium apto, sed ad moralem precipue philosophiam et ad poeticam prono; quam ipse processu temporis neglexi, sacris literis delectatus, in quibus sensi dulcedinem abditam, quam aliquando contempseram, poeticis literis non nisi ad ornatum reservatis. Incubui unice, inter multa, ad notitiam vetustatis, quoniam michi semper etas ista displicuit; ut, nisi me amor carorum in diversum traheret, qualibet etate natus esse semper optaverim, et hanc oblivisci, nisus animo me aliis semper inserere. Historicis itaque delectatus sum; non minus tamen offensus eorum discordia, secutus in dubio quo me vel veri similitudo rerum vel scribentium traxit autoritas.

[12] Eloquio, ut quidam dixerunt, claro ac potenti; ut michi visum est, fragili et obscuro. Neque vero in comuni sermone cum amicis aut familiaribus eloquentie unquam cura me attigit; mirorque eam curam Augustum Cesarem suscepisse. Ubi autem res ipsa vel locus vel auditor aliter poscere visus est, paulo annisus sum; idque quam efficaciter, nescio: eorum sit iudicium coram quibus dixi. Ego, modo bene vixissem, qualiter dixissem parvi facerem: ventosa gloria est de solo verborum splendore famam querere.

[13] Honestis parentibus, florentinis origine, fortuna mediocri, et — ut verum fatear — ad inopiam vergente, sed patria pulsis, Arretii in exilio natus sum, anno huius etatis ultime que a Cristo incipit MCCCIV, die lune ad auroram... kalendas Augusti.

[14] Tempus meum sic vel fortuna vel voluntas mea nunc usque partita est. Primum illum vite annum neque integrum Arretii egi, ubi in lucem natura me protulerat; sex sequentes Ancise, paterno in rure supra Florentiam quattuordecim passuum milibus, revocata ab exilio genitrice; octavum Pisis, nonum ac deinceps in Gallia Transalpina, ad levam Rodani ripam — Avinio urbi nomen —, ubi romanus pontifex turpi in exilio Cristi tenet Ecclesiam et tenuit diu, licet ante paucos annos Urbanus quintus eam reduxisse videretur in suam sedem.

[15] Sed res, ut patet, in nichilum rediit, ipso — quod gravius fero — tunc etiam superstite et quasi boni operis penitente. Qui si modicum plus vixisset, hauddubie sensisset quid michi de eius abitu videretur. Iam calamus erat in manibus, sed ipse confestim gloriosum principium ipsum cum vita destituit. Infelix! Quam feliciter ante Petri aram mori et in domo propria potuisset! Sive enim successores eius in sua sede mansissent, et ipse boni operis auctor erat; sive abiissent, et tanto ipsius clarior virtus, quanto illorum culpa conspectior. Sed hec longior atque incidens est querela.

[16] Ibi igitur, ventosissimi amnis ad ripam, pueritiam sub parentibus, ac deinde sub vanitatibus meis adolescentiam totam egi. Non tamen sine magnis digressionibus: namque hoc tempore Carpentoras, civitas parva et illi ad orientem proxima, quadriennio integro me habuit; inque his duabus aliquantulum gramatice dyaletice ac rethorice, quantum etas potuit, didici; quantum scilicet in scolis disci solet, quod quantulum sit, carissime lector, intelligis.

[17] Inde ad Montem Pessulanum legum ad studium profectus, quadriennium ibi alterum; inde Bononiam, et ibi triennium expendi et totum iuris civilis corpus audivi: futurus magni provectus adolescens, ut multi opinabantur, si cepto insisterem. Ego vero studium illud omne destitui, mox ut me parentum cura destituit. Non quia legum michi non placeret autoritas, que absque dubio magna est et romane antiquitatis plena, qua delector; sed quia earum usus nequitia hominum depravatur. Itaque piguit perdiscere quo inhoneste uti nollem, et honeste vix possem, et si vellem, puritas inscitie tribuenda esset.

[18] Itaque secundum et vigesimum annum agens domum redii. Domum voco avinionense illud exilium, ubi ab infantie mee fine fueram: habet enim consuetudo proximam vim nature. Ibi ergo iam nosci ego et familiaritas mea a magnis viris expeti ceperat; cur autem nescire nunc me fateor et mirari, tunc equidem non mirabar, ut qui michi, more etatis, omni honore dignissimus viderer.

[19] Ante alios expetitus fui a Columnensium clara et generosa familia, que tunc romanam curiam frequentabat, dicam melius: illustrabat. A quibus accitus, et michi nescio an et nunc, sed tunc certe indebito in honore habitus, ab illustri et incomparabili viro Iacobo de Columna, Lomberiensi tunc epyscopo, cui nescio an parem viderim seu visurus sim, in Vasconiam ductus, sub collibus Pireneis estatem prope celestem, multa et domini et comitum iucunditate, transegi, ut semper tempus illud memorando suspirem.

[20] Inde rediens sub fratre eius Iohanne de Columna, cardinali, multos per annos, non quasi sub domino sed sub patre, imo ne id quidem, sed cum fratre amantissimo, imo mecum et propria mea in domo fui.

[21] Quo tempore iuvenilis me impulit appetitus ut et Gallias et Germaniam peragrarem. Et licet alie cause fingerentur ut profectionem meam meis maioribus approbarem, vera tamen causa erat multa videndi ardor ac studium. In qua peregrinatione Parisius primum vidi, et delectatus sum inquirere quid verum quid ve fabulosum de illa urbe narraretur.

[22] Inde reversus Romam adii, cuius vidende desiderio ab infantia ardebam; et huius familie magnanimum genitorem Stephanum de Columna, virum cuilibet antiquorum parem, ita colui atque ita sibi acceptus fui, ut inter me et quemlibet filiorum nil diceres interesse. Qui viri excellentis amor et affectus usque ad vite eius extremum uno erga me semper tenore permansit; et in me nunc etiam vivit, neque unquam desinet nisi ego ante desiero.

[23] Inde etiam reversus, cum omnium sed in primis illius tediosissime urbis fastidium atque odium, naturaliter animo meo insitum, ferre non possem, diverticulum aliquod quasi portum querens, repperi vallem perexiguam sed solitariam atque amenam, que Clausa dicitur, quindecim passuum milibus ab Avinione distantem, ubi fontium rex omnium Sorgia oritur. Captus loci dulcedine, libellos meos et meipsum illuc transtuli, cum iam quartum et trigesimum etatis annum post terga relinquerem.

[24] Longa erit historia si pergam exequi quid ibi multos ac multos egerim per annos. Hec est summa: quod quicquid fere opusculorum michi excidit, ibi vel actum vel ceptum vel conceptum est; que tam multa fuerunt, ut usque ad hanc etatem me exerceant ac fatigent. Fuit enim michi ut corpus sic ingenium: magis pollens dexteritate quam viribus; itaque multa michi facilia cogitatu, que executione difficilia pretermisi.

[25] Hic michi ipsa locorum facies suggessit ut Bucolicum carmen, silvestre opus, aggrederer, et Vite solitarie libros duos ad Philippum, semper magnum virum, sed parvum tunc epyscopum Cavallicensem, nunc magnum Sabinensem epyscopum cardinalem; qui michi iam solus omnium veterum superstes, non me epyscopaliter, ut Ambrosius Augustinum, sed fraterne dilexit ac diligit.

[26] Illis in montibus vaganti, sexta quadam feria maioris hebdomade, cogitatio incidit, et valida, ut de Scipione Africano illo primo, cuius nomen mirum inde a prima michi etate carum fuit, poeticum aliquid heroico carmine scriberem — sed, subiecti de nomine, Africe nomen libro dedi, operi, nescio qua vel sua vel mea fortuna, dilecto multis antequam cognito — quod, tunc magno ceptum impetu, variis mox distractus curis intermisi.

[27] Illis in locis moram trahenti — dictu mirabile! — uno die et ab urbe Roma senatus, et de Parisius cancellarii studii ad me litere pervenerunt, certatim me ille Romam ille Parisius ad percipiendam lauream poeticam evocantes. Quibus ego iuveniliter gloriabundus, et me dignum iudicans quo me dignum tanti viri iudicarent, nec meritum meum sed aliorum librans testimonia, parumper tamen hesitavi cui potius aurem darem. Super quo consilium Iohannis de Columna cardinalis supra nominati per literas expetii. Erat enim adeo vicinus ut, cum sibi sero scripsissem, die altero ante horam tertiam responsum eius acciperem.

[28] Cuius consilium secutus, romane urbis autoritatem omnibus preferendam statui; et de petitione et de approbatione consilii eius mea duplex ad illum extat epystola. Ivi ergo; et quamvis ego, more iuvenum, rerum mearum benignissimus iudex essem, erubui tamen de me ipso testimonium meum sequi, vel eorum a quibus evocabar: quod proculdubio non fecissent, nisi me dignum oblato honore iudicassent.

[29] Unde Neapolim primum petere institui; et veni ad illum summum et regem et philosophum, Robertum, non regno quam literis clariorem, quem unicum regem et scientie amicum et virtutis nostra etas habuit, ut ipse de me, quod sibi visum esset censeret. A quo qualiter visus, et cui quam acceptus fuerim, et ipse nunc miror et tu, si noveris, lector, puto mirabere.

[30] Audita autem adventus mei causa, mirum in modum exhilaratus est, et iuvenilem cogitans fiduciam, et forsitan cogitans honorem, quem peterem, sua gloria non vacare, quod ego eum solum iudicem ydoneum e cuntis mortalibus elegissem. Quid multa?

[31] Post innumeras verborum collationes variis de rebus, ostensamque sibi Africam illam meam, qua usqueadeo delectatus est, ut eam sibi inscribi magno pro munere posceret — quod negare nec potui certe, nec volui — super eo tandem pro quo veneram certum michi deputavit diem, et a meridie ad vesperam me tenuit. Et quoniam, crescente materia, breve tempus apparuit, duobus proximis diebus idem fecit. Sic triduo excussa ignorantia mea, die tertio me dignum laurea iudicavit.

[32] Eam michi Neapoli offerebat et, ut assentirer, precibus etiam multis urgebat; vicit amor Rome venerandam tanti regis instantiam. Itaque, inflexibile propositum meum cernens, literas michi et nuntios ad senatum romanum dedit, quibus de me iudicium suum magno favore professus est. Quod quidem tunc iudicium regium et multorum et meo in primis iudicio consonum fuit; hodie et ipsius et meum et omnium idem sentientium iudicium non probo: plus in eum valuit amor et etatis favor quam veri studium.

[33] Veni tandem; et quamlibet indignus, tanto tamen fretus fisusque iudicio, summo cum gaudio Romanorum, qui illi solemnitati interesse potuerunt, lauream poeticam adhuc scolasticus rudis adeptus sum. De quibus etiam et carmine et soluta oratione epystole mee sunt. Hec michi laurea scientie nichil, plurimum vero quesivit invidie; sed hec quoque historia longior est quam poscat hic locus.

[34] Inde ergo digressus Parmam veni et cum illis de Corrigia, viris in me liberalissimis atque optimis, sed inter se male concordibus, qui tunc urbem illam tali regimine gubernabant, quale nec ante in memoria hominum habuerat civitas illa, nec etate hac — ut auguror — habitura est, aliquantulum tempus exegi.

[35] Et suscepti memor honoris, sollicitusque ne indigno collatus videretur, cum die quodam in montana conscendens forte trans Entiam amnem reginis in finibus silvam que Plana dicitur adiissem, subito loci specie percussus, ad intermissam Africam stilum verti, et fervore animi qui sopitus videbatur excitato, scripsi aliquantulum die illo; post continuis diebus quotidie aliquid, donec Parmam rediens et repostam ac tranquillam nactus domum — que postea empta nunc etiam mea est —, tanto ardore opus illud non magno in tempore ad exitum deduxi, ut ipse quoque nunc stupeam.

[36] Inde reversus, ad fontem Sorgie et ad solitudinem transalpinam redii [...].

[37] Longum post tempus, viri optimi et cuius nescio an e numero dominorum quisquam similis sua etate vir fuerit — imo vero scio quod nullus — Iacobi de Carraria iunioris, fame preconio benivolentiam adeptus, nuntiisque et literis usque trans Alpes quando ibi eram, et per Italiam ubicunque fui, multos per annos tantis precibus fatigatus sum et in suam solicitatus amicitiam, ut, quamvis de felicibus nil sperarem, decreverim tandem ipsum adire, et videre, quid sibi hec et magni et ignoti viri tanta vellet instantia.

[38] Itaque, sero quidem diuque et Parme et Verone versatus, et ubique Deo gratias carus habitus multo amplius quam valerem, Patavum veni, ubi ab illo clarissime memorie viro non humane tantum, sed sicut in celum felices anime recipiuntur acceptus sum, tanto cum gaudio tamque inextimabili caritate ac pietate, ut, quia equare eam verbis posse non spero, silentio opprimenda sit. Inter multa, sciens me clericalem vitam a pueritia tenuisse, ut me non sibi solum sed et patrie arctius astringeret, me canonicum Padue fieri fecit. Et ad summam, si vita sibi longior fuisset, michi erroris et itinerum omnium finis erat.

[39] Sed — heu! — nichil inter mortales diuturnum, et siquid dulce se obtulerit amaro mox fine concluditur. Biennio non integro eum michi et patrie et mundo cum dimisisset, Deus abstulit, quo nec ego nec patria nec mundus — non me fallit amor — digni eramus.

[40] Et licet filius sibi successerit, prudentissimus et clarissimus vir, et qui per paterna vestigia me carum semper et honoratum habuit, ego tamen, illo amisso cum quo magis michi presertim de etate convenerat, redii rursus in Gallias, stare nescius, non tam desiderio visa milies revisendi, quam studio more egrorum loci mutatione tediis consulendi.

 

Nota

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[1] A rendere viepiù conosciuti, non che i falli, sì ancora l’animo e i pensamenti di F. Petrarca, abbiamo stimato non inopportuno di premettere ai dialoghi questa sua lettera già tanto famosa.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 12 dicembre 2007