DEL DISPREZZO DEL MONDO

DIÀLOGHI TRE

DI

FRANCESCO PETRARCA

PRIMA VERSIONE ITALIAIA

DEL REV. PROF.

GIULIO CESARE PAROLARI

Edizione di riferimento

Francesco Petrarca, Del disprezzo del mondo, dialoghi tre, prima versione italiana del rev. prof. Giulio Cesare Parolari, coi tipi di Luigi di Giacomo Pirola, Milano 1857.

Filosofia è amor di sapienza; vera

sapienza egli è amare Gesù Cristo.

F. Petr. Epist. fam.

AVVERTENZA.

Questi dialoghi di Francesco Petrarca intorno al disprezzo del mondo furono stampati sin dal 1839 a Venezia in una Collezione di opere di religione diretta ed illustrata dal ch. prof. d. Federico Maria Zinelli.

Ricompariscono ora alla luce in miglior veste ed emendati dal traduttore, il quale stimò non disdicevole cosa il premettervi un suo discorso che tratta della religiosità del Petrarca. Troppo poco si conosce sotto questo riguardo il famoso cantore di Laura, e l’operetta di lui che ora ripubblichiamo ben meritava, a così dire, un commento che chiarisse l’animo cristiano e gli ortodossi principia d’ un sì peregrino ed elevato intelletto.

Il valore di questi dialoghi, ignoti ai più fra gli stessi ammiratori del Petrarca, sarà apprezzato, speriamo, condegnamente da quanti hanno senso di quella bellezza e di quella verità che non consiste nella vernice di ornate parole, ma nella candida rivelazione de’ più reconditi e sacri misteri dell’anima umana. E il pieno ossequio alle religiose credenze che apertamente si legge nelle pagine che il pentimento de’ passati errori dettava ad uno de’ più illustri luminari del nostro cielo sarà nuovo suggello che sganni la turba de’ moderni filosofanti.

DEL DISPREZZO DEL MONDO

DIALOGHI TRE

AI POSTERI SALUTE [1].

Prefazione

Mentre, uscito quasi da’ sensi, io me ne stava pensando, ciò che assai di sovente m’accade, al modo onde fossi entrato nella vita e al come sarei per uscirne, m’apparve, non è gran tempo, una visione. E non sognava io già, come avviene agli animi afflitti, ma si era desto da veglia affannosa; quando vidi una donna, bella d’ineffabil luce e chiarezza, e di forme che mal si potrebbero da mente umana imaginare: nè so di che parte a me scendesse, bensì vergine me la diceano il volto e la persona. Maravigliato all’insolito lume, chinai lo sguardo dicontro ai raggi che dardeggiavami il sole degli occhi suoi. Ma ella così prese a parlarmi: « Perchè temi e ti turbi al mio insolito aspetto? Mossa a pietà de’ tuoi errori, venni di lontano a recarti aiuto, finche n’è tempo. Troppo e molto più che non era mestieri curvasti a terra gli sguardi annebbiati. Che se le terrene cose tanto t’allettano, che sarà mai ove tu rivolga il cuore alle eterne? »

All’udir queste parole, avvegnachè in me non fosse queto ancor lo sgomento, con tremante voce le risposi que’ versi di Virgilio:

Vergine, e qual mai nome a te dar posso?

Che mortali non son le tue sembianze,

Nè come l’ uom la voce tua risuona.

Virg. Aen. I., 327-328

« Io sono, soggiunse, colei a cui tu, non altrimenti che il dirceo Anfione, innalzasti nell’estremo occidente e a sommo l’Atlante, là nell’Africa nostra, una splendida e sontuosa abitazione, elegante e maraviglioso lavoro del tuo poetico ingegno. Orsù dunque ascoltami di buon animo, nè ti metta paura la presenza di chi, venuta con te a dimestichezza da lunga stagione, hai dipinto con maestri colori. » Aveva finito appena di favellare che io, nel riandare il passato, pensai che non altri potesse esser costei se non la Verità, il cui palazzo ben ricordò d’aver collocato sulle atlantiche vette; pur non poteva appormi di qual luogo fosse venuta, eccetto che dal cielo. Or mentre io rialzava gli occhi bramosi di riguardarla in faccia, le raggiò dalla fronte tal lume che bisognommi atterrarli una seconda fiata: di che fattasi accorta e non frapposto che un breve silenzio, ragionando assai caldamente e trascorrendo d’una in altra domanda, si diede a stringermi con sì minute richieste che fui costretto ad aprirmi con lei di più cose. Quindi due beni me ne derivarono: che ed io feci tesoro di nuova scienza, e, dallo stesso conversare con lei rinfrancato alquanto, giunsi a poterne affisare il sembiante, che in sulle prime m’avea sì abbarbagliato.

Or mentre cominciava a prender dalle sue parole una maravigliosa dolcezza e sosteneva già il lume delle sue pupille, volendo accertarmi donde foss’ella penetrata nella solinga mia cella, me le venne veduto dappresso un uomo per età e forme assai venerando. Ned ebbi mestieri a richieder chi fosse; che il religioso volto, la modesta fronte, gli occhi composti, il misurato passo, le sacre vesti e la romana facondia mi diceano abbastanza ch’io m’avea dinanzi il glorioso padre Agostino. Soavissimo n’era l’aspetto, ma ne spirava un non so che di maestoso oltre l’umano da togliermi affatto l’animo di favellargli. Non però me ne sarei rimasto a lungo in silenzio; che anzi, pensata la dimanda, correa la lingua ad interrogarlo, allorchè di bocca la Verità me ne venne udito il dolcissimo nome. La quale col rivolgersi a lui, rompendo a mezzo il corso del profondo suo meditare, gli disse: « O a me caro fra mille Agostino, tu conosci costui che ti venera tanto, e sai che la pericolosa e lunga malattia da cui fu preso l’ha quasi condotto vicino a morte; e sebbene infermo, pure ignora in che terribile condizione si trovi: perciò uopo è provedere alla vita di lui, già presso a mancare. Or chi può fornire più acconciamente di te quest’opera pietosa? e tanto più volentieri il farai ch’egli ti portò sempre singolare affetto e reverenza. E questo ha di proprio il sapere, che molto più agevole ne sia l’apprendimento ove se n’ami il maestro. Che se la presente felicità non ti toglie la memoria delle sofferte miserie, ricorderai siccome, quando eri rinchiuso nel carcere terreno, fossi tu travagliato da infermità alle costui somiglianti. E sebbene il meditare sui proprii mali torni ad ottima medicina, io ti prego, o egregio curatore che fosti delle passioni che ti diedero guerra, che, rompendo colla tua santa e cara voce un siffatto silenzio, voglia rinforzare, se puoi, del tuo aiuto la costui mortale languidezza. »

Ed egli così le rispose: « E sarà dunque che io in tua presenza m’attenti a favellare? tu a me consigliera consolatrice, signora, maestra. La tua voce d’uomo, soggiunse la Verità, risuonerà più grata al mortale suo orecchio; onde ascolteralla più di buon grado: poi, dacchè io mi rimarrò presente a’ vostri colloquii, stimerà proferito dalle mie labbra ciò che tu gli verrai dicendo.» Ed egli, com’ebbe detto che ubbidirebbe, sì per l’autorevole comando di lei, sì per pietà del mio misero stato, volgendosi a me con affettuoso sguardo, paternamente abbracciommi. Allora la Verità, fattasi guida a’ nostri passi, ne trasse in luogo alquanto più appartato; ove postici tutti e tre a sedere, ella, rimosso ogni testimonio, tacendo portava sentenza dei nostri discorsi, i quali d’un argomento nell’altro si protrassero sino al terzo giorno. E quantunque pigliassimo tema al ragionare dai costumi del secol presente e dalle colpe comuni a tutti i mortali, a tal che le parole che si proferivano paressero piuttosto un rimprovero rivolto al genere umano che a me in particolare, tuttavia ciò che a me toccava più davvicino, altamente mi rimase scolpito nella memoria.

Acciocchè pertanto, collo scorrere degli anni, io non ne smarrisca la ricordanza, penso di affidare allo scritto quanto fu in quelle ore discorso: nel che fare, non intendo io già di aggiungere questa alle altre opere mie perchè me ne torni gloria, di cui più non mi cale adesso che ad altre cose ho rivolto la mira, ma sì a richiamarmi la dolcezza di que’ colloquii, ove m’avvenga di rileggere coteste pagine. Perciò tu, o mio libretto, involandoti all’umano consorzio, te ne rimarrai contento alla compagnia di me solo, non immemore del proprio nome; che verrai detto, e tal sei di fatto, il mio secreto; ed in te, quando l’animo occupato sarà rivolto a più dure fatiche, verrò a cercare quello che certamente fu tra noi favellato.

Acciocchè poi, come insegna Tullio, la narrazione non sia di frequente interrotta col disse e rispose, e sembri che il discorso abbia avuto luogo fra persone presenti, le mie parole e quelle dell’egregio interlocutore non con altra distinzione segnai che dei proprii nomi. La qual maniera di scrivere appresi dal mio Cicerone, ed egli da Platone. E, a non allargarmi più oltre, ecco di qual guisa Agostino pose cominciamento al nostro conversare.

DIALOGO PRIMO

Sant. Agostino e Francesco Petrarca.

A. — Che te ne stai facendo, omiciattolo? che sogni, che speri? forse che non ricordi d’esser nato mortale?

P. — Ben me ne ricordo; e questo pensiero non mi passa per l'animo senza che io ne abbrividisca.

A. — Oh fosse pure così! che ed avresti proveduto al tuo meglio e a me cessate assai brighe; dappoichè certissima cosa è che a fare la debita stima dei fuggevoli beni della vita e a tranquillar l’animo dalle procelle che lo conturbano nulla v’abbia di maggior efficacia che la memoria della propria miseria e l’assidua meditazione della morte, quando però essa non iscorra solo a fior di pelle, ma sì addentrisi nelle ossa e nelle midolle. Se non che io temo forte che tu, come avviene ai più in tale argomento, ami di trarre in inganno te stesso.

P. — E in che modo? di grazia, perchè non mi è chiaro quello che dici.

A. — O mortali, fra tutte le condizioni vostre quella che più altamente mi meraviglia ed inorridisce è il vedervi intenti a blandire le proprie miserie, a dissimulare i pericoli che vi sovrastano, ad affrettarvi anzi a scacciare l’imagine della morte, non appena vi si presenti alla mente.

P. — E come?

A. — Stimi tu che v’abbia malato di così poco senno che, travagliato da dubbiosa infermità, non ne sospiri caldamente la guarigione?

P. — Per me non credo vi sia uomo sì pazzo.

A. — Or bene: e crederesti che si dia taluno pigro ed incurante così che per verun modo s’adopri a raggiunger quello a cui sospira senza fine?

P. — E ciò molto meno può essere.

A. — Bada che, se tu mi concedi queste due cose, sarà mestieri che me ne consenta altresì una terza.

P. — E qual sarebbe?

A. — Che somma deve reputarsi la stoltezza di colui il quale, dopo lungo e profondo meditare, conosciuta la propria miseria, non ne desideri il fine; e come l’abbia desiderato una volta, non vi si travagli dietro con ogni ingegno a conseguirlo compiutamente. Perchè è manifesto che siccome questa terza cosa non può venir meno se non dal difetto della seconda, così la seconda pel difetto della prima. Ond’è necessario che quella prima sussista, qual germoglio della umana salute. Ma voi dissennati, e tu tanto ingegnoso a volere il tuo peggio, con ogni maniera di terreni allettamenti, del che più sopra dissi maravigliarmi e inorridire, vi sforzate a dibarbare dall’animo una tanto salutare radice. Pertanto ragion vuole che risentiate il danno che vi deriva dallo svellere sì questa come le altre che le rampollano attorno.

P. — Se non erro, questa querela vuol essere alquanto lunga, ed a finirla bisogneranno molte parole. Perciò, se ti piace, vorrei che si differisse ad altro tempo; ed acciocchè io meglio intenda quanto mi verrai appresso sponendo, sarà bene indugiarsi alcun poco su ciò che or ora accennasti.

A. — Farò a tua posta, giacchè hai la mente sì grossa. Or su dunque piglia le mosse di là donde più t’aggrada.

P. — Ti confesserò innanzi tutto che non iscorgo netta cotesta tua conseguenza.

A. — E qual nebbia sopravenne ad oscurarti l’intelletto? qual dubbiezza ora l'inforsa?

P. — Innumerabili cose e con tutto l'ardore della volontà brama l’uomo, e mai non resta d’adoperarsi a possederle; pure, per quanta fatica e studio vi spenda attorno, non riuscì egli ancora, e forse non riuscirà mai, all’effetto desiderato.

A. — Ciò è vero in altri propositi, ma in quello di cui s’ è detto avviene il contrario.

P. — E perchè?

A. — Perchè l’uomo che intenda a deporre la propria miseria, purchè veracemente e con ogni sua arte v’aspiri, non può non venirne a capo.

P. — Davvero il tuo discorso mi sa di strano! Pochi sono che non patiscano difetto d’alcuna cosa: del che ognuno potrà testimoniare che ne abbia fatto in sè infelice esperienza. Onde è da inferirne che siccome il cumulo di tutti i beni rende felici così il sottrarne alcuna parte scema, finchè ne duri il difetto, lo stato di beatitudine. E che tutti anelino a deporre il fardello di sciagure di che sono gravati, quantunque pochi lo possano, è verità di per sè stessa chiarissima. Perchè quanti non vi ha tenuti in perpetua angoscia dalle malattie, dalla morte degli amici, dal carcere, dall’esilio e da altre somiglianti disgrazie! Le quali se troppo lungo sarebbe l’annoverare, tanto più tornano malagevoli e moleste ad essere tollerate. Gravi dolori arrecano: e nulladimeno l’uomo, come sai, non può liberarsene. Per tanto io conchiudo che molti a malincuore e senza volerlo sono infelici.

A. — Tu vai colle parole assai lungi dal vero e, come si costuma dai più, argomentando fuor di proposito e troppo vagamente, non ben deduci dai principii le conseguenze. E davvero mi credeva che tu fossi fornito di maggiore intendimento e che non ti bisognasse d’essere ammaestrato a guisa di fanciullo. Perchè, ove avessi fatto cosa tua le vere e salutari sentenze dei filosofi cui sovente con me rileggesti; ove, e consenti che tel’ dica, ti fossi adoperato a tuo e non ad altrui pro; ove dallo studiare in tanti libri avessi ritratto buone regole di vita, senza curare la superbia e i vani applausi del volgo; non udirei adesso da te tanto scipiti e goffi discorsi.

P. — A che miri non so; ma pure sento infocarmisi le guance, come ragazzo sgridato dal pedagogo. Dappoichè, al modo che esso, prima che gli si nomini la colpa commessa, ricordevole d’averne addosso parecchie, alla prima voce di rimprovero si confonde tutto; ed io altresì, non ignaro della mia ignoranza e de’ miei molti errori, sebbene non ancora comprenda a che accenni il tuo discorso, puro perchè non mi sento affatto la coscienza pura, n’arrossisco. Or dunque dichiarami, ti prego, qual sia il peccato che mi rimbrotti con tanta acerbezza.

A. — Tra le molte sciocchezze che sin qui t'uscirono di bocca, una ve n’ha che principalmente mi move a sdegno, ed è l’affermare che alcuno possa essere o divenire infelice contro sua voglia.

P. — Respiro: poichè non v’ha cosa più vera di questa, nè persona tanto nuova o si disgregata dall’umano consorzio la quale non sappia siccome la povertà, il dolore, l’infamia, le infermità in fine e la morte, con quant’altro può darsi di peggio, ne incolgano a nostro malincuore, senza che la volontà nostra c’entri per nulla. Donde ne deriva che sia ben facile il conoscere e l’odiare la propria miseria, ma non così il cacciarla lontano. Perciò è a dire che le due prime cose sieno in nostra mano, la terza dipenda dalla fortuna.

A. — Chi vergogna d’un fallo merita scusa, ma la sfacciataggine assai più mi sdegna. Or come ti sono cadute dal pensiero tutte le sapientissime sentenze dei filosofi onde poco fa mi provasti niuno, per le cagioni testè menzionate, poter diventare infelice? Perchè, se da Marco Tullio e dalle invitte ragioni di molti si dimostra non avervi che la sola virtù la quale renda l’uomo beato, apertissimamente ne conseguita che nulla allontani dalla felicità quanto l'opposito della virtù; il quale in che proprio consista, tu devi senz’altro ricordartene; se pure la tua mente non è affatto ottenebrata.

P. — Io sì che me ne ricordo; e con questo mi richiami alle dottrine degli stoici, che sono contrarie alle opinioni volgari e più vicine alle verità speculative che non acconce alla pratica.

A. — Oh il più sgraziato degli uomini, se t’avvii a scoprire la verità per la via de’ volgari deliramenti e, scorto da ciechi condottieri, t’affidi di giungere a ravvisare la luce. Chi intende a più nobil fine converrà che muova per sentieri fuor di mano e, sospirando a sublimi cose, s’indirizzi colà ove poche e rade si scorgano le orme; e allora gli sonerà gradita la lode del poeta:

Di novella virtude, o giovanetto,

L’alma rinfranca; è questo il faticoso

Cammin che adduce alle celesti sedi. [2]

P. — Deh che innanzi morte mi tocchi questa buona ventura! Ma va oltre, te’n prego, che io non ho affatto smarrita la vergogna; perciò ti confermo che le dottrine stoiche deggionsi preferire agli errori del volgo. Ora sto a vedere qual persuasione tu mi voglia indurre nell’ animo.

A. — Rammentati di ciò che si è fermato tra noi; niuno, cioè, essere o divenir misero, se non per propria colpa. Ora di che altre parole è uopo a mostrarlo?

P. — Pure mi furono conosciuti parecchi, e ben posso testificarlo col mio esempio, i quali di nulla più s’affannavano che del non potersi scuotere dal collo il giogo del vizio, sebbene a tale effetto si travagliassero senza posa e d’ogni loro potere. Per lo che, restando intera la sentenza degli stoici, si può dire che grande sia il numero degli infelici, benchè repugnanti e desiderosi del contrario.

A. — Siamo alquanto usciti dalla battuta. Ritorniamovi passo passo, se pure tu rammenti donde movemmo dapprima.

P. — Me ne dimenticava quasi, ma ora me ne ricordo.

A. — Io m’era proposto di farti toccare con mano siccome, a cansare le distrette della vita mortale e a sollevarsi alto di terra, non v’abbia mezzo migliore che il meditare la morte e l’umana miseria. Conseguita la qual cosa, si richiede che l’uomo s’ecciti in sè un potente desiderio ed una viva premura di sorgere dal basso stato in che dimora. Allora solo ti prometteva agevole la salita a ciò cui sospira il cuor nostro; purchè a te, anche dopo quanto t’ho detto, non sembri l’opposto.

P. — Ciò ben posso pensare, ma non oserei affermarlo; che dalla mia giovinezza stimai sempre andarsene errato colui che senta altro da te.

A. — Lascia le lusingatrici parole: ma poichè m’avvedo che tu, condotto da reverenza piuttosto che dal proprio senno, assenti a’ miei detti, ti concedo di significarmi liberamente tutto che meglio ti piace.

P. — Avvegnachè con pauroso animo, pure voglio usare la tua licenza. E, a tacere le testimonianze degli altri, io me ne appello a costei, presente sempre a tutte le mie azioni, e a te ancora, se io m’angosciassi al pensiero della morte e della mia miseria, e quante lagrime versassi a cancellar le mie colpe: e vedi se anche adesso non mi scorra il pianto dagli occhi. Però, in tanto io repugno ad ammettere siccome certa la tua proposizione in quanto che non istimo esser vero che « niuno, se non liberamente, sia precipitato nella miseria »; e che « non diasi persona, se non di volontà propria, infelice. » Del contrario ebbi in me stesso prova assai dolorosa.

A. — Antico ed interminabile mi suona questo tuo lamento; e benchè io mi sia finora affaticato invano a mostrarti che non è infelice se non chi lo vuole, pure non cesserò, ove a tanto riesca, di rendertene persuaso. Avvi dunque, come ti dicea dalle prime, negli uomini questa mala ed esiziale libidine di trarre in inganno sè stessi; la quale non si può dire abbastanza quanto nella vita torni dannosa. Dappoichè, se a ragione state in guardia contro le male arti di coloro che se’n vivono a’ vostri servigii, perchè e l'esempio altrui v'ammaestrò ad esser cauti, e la voce di chi vi sta presso blanda vi risuona sempre all’orecchio (del che non si corre pericolo cogli estranei); quanto più non avrete a temere le proprie frodi, mentre grande è l’amore che recate a voi stessi, grande l’autorità e la domestichezza! Oltre a ciò, non v’ha alcuno che non estimi sè medesimo oltre il dovere e più si ami che non convenga. E allora, come dispaiare l’ingannato dall’ingannatore?

P — Oggi ricadi sovente nelle stesse parole: ma io, se ben me ne ricorda, non mai ho ingannato me stesso. Così gli altri non avessero ingannato me!

A. — Ora sì che con questo falso tuo vanto ti rassodi più che mai nell’errore. Io però non ho così basso concetto della tua mente che non la creda atta ad intendere di per sè, ove più attentamente riguardi, siccome non possa avervi alcuno che, se non volontariamente, precipiti nella miseria; nel che si fonda ogni nostro ragionamento. E dimmi in fede tua, ma bada prima di rispondere che non ti guidi la passione, ma sì l'amore del vero, se v’abbia uomo che dalla necessità sia stato condotto a peccare. Certo non ignori essere sentenza dei sapienti che il peccato sia un’azione volontaria e che cessi d’esser tale ove manchi la volontà. E già prima m’hai conceduto che l’uomo puro di colpa non vuolsi chiamare infelice.

P. — Or m’ accorgo come poco fa gradatamente mi sia allontanato dal tema proposto. Perciò son costretto a confessare che ogni mia sciagura mosse dapprima dal mio arbitrio. E da quanto esperimentai in me stesso fo ragione degli altri. Però tu pure devi convenir meco d’una verità.

A. — E quale?

P — Se vero è che niuno cada se non per proprio volere, deve esser vero del pari che, tra l’infinito numero di quelli che caddero spontaneamente, ve n’ha pure taluno che suo malgrado rimane a terra senza potersene rialzare. Ed io mi son uno di questi; il quale, siccome pena del mio fallire, non sento adesso la forza a rilevarmi, perchè non volli starmene in piedi quando poteva.

A. — Benchè questa tua proposizione non sia del tutto fuor di ragione, nondimeno, dappoichè mi concedesti d’aver errato nella prima cosa, sarà forza che altrettanto mi confessi della seconda.

P. — E che? è forse tutt’uno il cadere ed il rimanersene a terra?

A. — Grande diversità corre tra il non volere e il volere; ma se queste due azioni differiscono tra loro in quanto al tempo pur voglionsi riguardare come una sola nell’animo di chi non vuole.

P. — Tu m’inviluppi ognor più nelle tue reti. Però io ti dico che il vincere coll’arte procaccia lode di astuto, ma non già di valoroso lottatore.

A. — Noi parliamo alla presenza della Verità, che è amica di ogni schiettezza e nemica alla frode. E perchè ne resti ognor più persuaso, discorriamo pure quindinnanzi quanto più semplice vuoi.

P. — Non potevi farmi più cara proferta. Or tu dunque mi dimostra in qual modo avvenga che, essendo io misero, nè il posso negare, me ne resti tale di mia volontà. E sento pure che questa mi è acerbissima cosa e in tatto contraria al voler mio, ma non posso altrimenti.

A. — Purchè mi attenga i patti, io ti farò vedere che devi usare altre parole da queste.

P. — A che patti accenni? di che parole deggio valermi?

A. — I patti fermati sono, che noi, rigettata ogni arte ingannevole, con tutta ingenuità moviamo alla ricerca del vero. In quanto poi alle parole da adoperarsi, io ti feci scorto a non dire che non possa, ma sì che tu non voglia.

P. — Così ce n’andremo all’infinito; perchè io non m’indurrò mai a tal confessione. Me ’l so ben io, e tu lo vedesti, se, anche volendo, potei, se le lagrime che sparsi mi giovarono punto.

A. — Questo è ben vero, ma non è già vero che efficacemente volessi.

P. — Gran Dio! e non v’ ha uomo che conosca il patir mio, che sappia quanta forza facessi a rialzarmi, se mi fosse stato concesso?

A. — Taci: il cielo e la terra n’andranno sossopra, e cadranno e stelle dal firmamento, e gli elementi concordi verranno a pugna tra loro, prima che sia mendace il giudizio cui sarà per proferire la Verità.

P. — Che ne dici adunque?

A. — Io dico che la coscienza ti espresse lagrime dagli occhi, ma non mai t’indusse a cangiar di proposito.

P. — Ma e quante volte devo ripeterti che no ’l potei?

A. — Ed altrettante io ti rispondo, e più veracemente, che non volesti. Nè mi maraviglio che tu restassi avvolto entro tali lacci la cui tenacità purtroppo anch’io sperimentai allorchè rivolsi l’animo ad imprendere un nuovo cammino. Mi strappava i capelli, mi percotea la fronte, mi torcea le dita e, incrocicchiate le mani, mi stringea le ginocchia, di amarissimi sospiri riempiva l’aria ed il cielo, e gemendo bagnava di largo pianto il terreno. Pure non mi mutai dall’uomo di prima, finchè un più profondo pensiero non mi rappresentò al vivo tutta quanta la mia miseria: Solo quando volli pienamente, e tosto anche potei; e con mirabile ed avventurata celerità mi trasformai in un altro Agostino. E questa storia, se mal non m’appongo, la leggesti nelle mie Confessioni.

P. — Ben me ne ricordo; e quel salutar fico al cui rezzo accadde un tanto miracolo non può uscirmi di mente.

A. — Ben dicesti; e quel fico più debbe esserti caro che qualsivoglia mirto, edera o lauro diletto a Febo e, come dicono, al coro de’ poeti; a te poi principalmente, il quale solo in questa età meritamente ne cingesti corona. Perchè in te, che dopo molte procelle rientri nel porto, la memoria di quell’albero deve risvegliar nell’animo la speranza dell’emenda e del perdono.

P. — Io non aggiungo motto; va innanzi.

A. — A quel modo che ho principiato proseguo; e dico che avvenne a te ciò che a molti, cui si affà il detto di Virgilio:

Quando immota è la mente, invan la guancia

D’ amarissime lagrime si bagna. [3]

E benchè in tale argomento più altre cose potessi metterti sott’occhio, pure rimasi contento a proporti il mio esempio.

P. — Egregiamente! perchè nè ci voleva meno al bisogno mio, nè cosa maggiormente di questa potea toccarmi sul vivo. E quantunque fra te e me corra quella stessa distanza che v’ha tra chi ricovera securo nel porto e il naufrago presso ad affogare, e tra l’uomo felice ed il misero; pure la tua incertezza d’allora rassomiglia alle procelle da cui mi sento agitato: ond’è che quando tra la speranza e il timore, sparsi gli occhi di pianto, io mi reco in mano i libri delle tue Confessioni, m’è avviso di leggere non l’altrui storia, ma quella de’ miei traviamenti. Ma or via procedi come meglio ti aggrada; che io già, deposta ogni voglia di contesa, ho fermo di non contrariarti.

A. — Non è questo ch’'io ti richiedo; perchè siccome, al dir d’un filosofo, il troppo altercare è cagione che si smarrisca la verità, così una modesta discussione mena diritto a trovarla. Adunque nè conviensi assentir ciecamente ad ogni cosa detta, il che è indizio di tardo e pigro ingegno; nè, a modo dei litiganti, opporsi al vero con ostinate cavillazoni.

P. — M’è chiara la tua mente, e non ho che a lodartene. E mi varrò del tuo consiglio, purchè tu prosegua.

A. — E non vorrai piegarti alla forza del vero? non confessare che, procedendo per gradi, la perfetta cognizione della propria miseria partorisce il compiuto desiderio di rilevarsene? sempre però che il desiderio assecondi la potenza.

P. — Già mi sono acconcio a credere tutto ciò che dici.

A. — M’accorgo però che hai a significarmi qualche altra cosa: orsù parlami liberamente.

P. — Io di null’altro forte mi maraviglio che di aver voluto sin qui quello che sempre mi credeva di non aver voluto.

A. — Ma tu stai ancora intra due: se non che, per finirla una volta, non ti negherò che talora tu pure abbi voluto.

P. — Che dicesti?

A. — Non ti ricordi il verso d’Ovidio?

Poco all’opra è il voler, che sol perfetto

Allor sarà, se il fin bramato aggiunga. [4]

P. — Mai sì; ed io mi stimava anche di aver desiderato.

A. — T ingannavi.

P. — Lo credo.

A. — Ma, a rendertene viemaggiormente persuaso, interroga la tua coscienza. Essa, egregia interprete della virtù, infallibile non meno che verace e retta estimatrice delle opere e dei pensieri, ti dirà siccome non l'adoperassi mai col debito zelo a conseguir la salute, ma con troppo più di torpore e lentezza che non richiedevano le pericolose condizioni in cui ti trovavi.

P. — Ho, come ingiungi, disaminata la mia coscienza.

A. — E che ti risponde?

P. — Vere esser le cose che dici.

A. — Ove tu cominci a ridestarti, profitteremo non poco. Non v’ha nulla che possa fruttarti quanto il conoscere lo stato in cui un tempo vivesti.

P. — Se la conoscenza bastasse, io mi confido non che di riavermi bene per l'avvenire, ma egregiamente. Perchè non mai mi fu palese, come ora, il poco d’ardore che spesi a riacquistare la libertà e metter fine alle mie miserie. Ma dimmi se per l’avvenire il solo desiderio mi sarà sufficiente.

A. — A che mira questa tua inchiesta?

P. — A rendermi certo se d’ora in poi mi resti altro a fare.

A. — Impossibili cose favelli: quasi che l’uomo possa ad un tempo e desiderar vivamente e lasciarsi andare all’inerzia.

P. — E a che dunque mi giova il desiderare?

A. — Ti schiuderà il cammino di mezzo ai più malagevoli sentieri; poi il desiderio della virtù è anch’ esso buona parte di virtù.

P. — Tu mi sollevi a grande speranza.

A. — Perciò appunto ti favello, affinchè tu apprenda a sperare insieme e a temere.

P. — E di che debbo temere?

A. — Perchè non domandi piuttosto di che abbi a sperare?

P. — Non mediocre studio io posi finora a non divenir pessimo; adesso tu m’insegni il modo ond’io possa rendermi ottimo.

A. — Ma forse tu non pensi quanto ardua impresa sia questa.

P. — Or vorrai crescere in me lo sconforto?

A. — Questo desiderare che dici è si una parola, ma tale che racchiude in sè innumerevoli cose.

P. — Tu m’agghiacci di spavento.

A. — Per tacere d’ogni altra condizione che si richiede a raggiungere il fine di cotesto desiderio, molte ve n’ ha pure dal cui sovvertimento esso è generato.

P. — Non intendo il significato di queste tue parole.

A. — Un desiderio cosiffatto non può sorgere se non nell’animo di chi abbia spenti tutti gli altri. E tu ben sai a quante e quanto varie cose l’uomo aneli nella vita, le quali gli sarà forza mettere sotto i piedi per salire alla cima della suprema felicità. E poco tenero si dimostra di possederla chi ami altro all’infuori di lei.

P. — Or comprendo ciò che dici.

A. — Ma e quanti sono che giungano a dar morte all’infinito novero delle umane cupidigie? che governino l’animo col freno della ragione? Chi oserà affermare: Io non ho nulla di comune col corpo, fastidisco ciò che agli altri torna piacente, sospiro solo alle gioie del cielo?

P. — Oh! tra gli uomini di cotali ve n’ha assai pochi: ed ora mi è chiara la difficoltà a cui minacciando accennavi.

A. — Quel desiderio pertanto non sarà nè libero nè perfetto, ove prima non quietino gli altri. Perchè quanto l’animo, per la nativa grandezza, si sente rapito al cielo, ed altrettanto è trascinato a terra dal corporeo peso e dai mondani allettamenti. E voi, mentre che volete ascender lassù tenendo gli occhi fitti alla terra, d’una in altra parte, sospinti, non adempite nè a questa cosa nè a quella.

P. — E che dovrò io dunque fere acciocchè l’animo volonteroso, spezzati i legami terreni, si sollevi alle cose superne?

A. — A tanta perfezione null’altro meglio conduce che richiamarsi del continuo a ciò di cui ti feci menzione dapprima; ed è il pensiero della morte.

P. — Se non m’inganno anche adesso, non ebbe uomo che più di me frequentemente la meditasse.

A. — Altro campo, altra fatica.

P. — E che? dico adunque bugia una seconda volta?

A. — Vorrei che parlassi con maggior cortesia.

P. — Però questo tuo favellare....

A. — Ed è pur vero!

P. — Adunque io non medito la morte?

A. — Assai di rado e con tanta spensieratezza che note giungi mai a toccar fondo a tutta la tua miseria.

P. — Ed io mi credeva ben altro.

A. — Or bada, non già a ciò che credevi, ma a quello che t’era mestieri di credere.

P. — Non vorrò mai più prestar fede a me stesso, se mi dimostri quanto io, anche in tale proposito, sia caduto in inganno.

A. — Questa è agevole impresa; e purchè rechi a ciò un animo ben preparato, io mi rivolgerò anche adesso ad un testimonio non guari lontano.

P. — E quale, di grazia?

A. — La tua coscienza.

P. — Essa mi dice il contrario.

A. — Quando la s’interroghi alla confusa, non potrà essa mai porgere una distinta risposta.

P. — Che fa questo a noi?

A. — Anzi moltissimo; e tu, a fartene capace, attentamente m’ascolta. Non v’è alcuno di sì poco senno, a non dir pazzo, cui non soccorra talvolta alla mente la fralezza della propria natura, e che, interrogato, non risponda d’esser mortale e d’abitare entro un corpo di deboli tempre; perchè di ciò lo fanno accorto e i dolori delle membra e gli accessi delle febbri, da cui qual v’è persona, per quanto cara al cielo, che non sia talora assalita? Aggiungi che le morti degli amici, onde sovente sono contristati i nostri occhi, non possono non altamente atterrirci; dappoichè, mentre si accompagna al sepolcro uno de’ nostri coetanei, è forza che, riflettendo al suo ultimo fine che ci è posto innanzi, cominciamo a darci affannoso pensiero di quanto è riservato a noi pure. Così ove s’appicchi la fiamma alle case del vicino, non puoi vivertene a sicurezza nella tua, come dice Flacco:

Perchè chiaro t’appar ch’entro brev’ora

Un egual rischio correrai tu stesso.

E tanto più queste repentine morti apriranno breccia nell’animo, quanto sarà giovane, robusto e leggiadro chi ne cade vittima. Ond’è che, guardandoci attorno, dovremo dire a noi medesimi: Ecco costui, che si credeva aver qui ferma stanza, pure ne fu cacciato fuori, senza che l’età, la bellezza, la forza valesse a scamparlo. Or dunque, e qual nume o negromante, potrà mai metter pegno per la mia vita. Ahi non v’ è dubbio che io non sia uomo mortale! Che se tanto avvenga altresì ai re e imperadori della terra, se ad egregi e potenti personaggi, viemaggiormente ne saranno scossi i presenti, perchè coloro che avevano veduto soccombere gli altri, d’improviso ed in breve soggiacciono a morte; tanto è vero che ogni condizione di gente procede da una fonte comune. E non ti rammenti l’alto stupore onde sono commossi i popoli nella morte degli uomini sommi, come, per richiamarti alcun poco alla storia, avvenne nella uccisione di Giulio Cesare? Egli è questo un tale spettacolo che stringe di tema i cuori e gli occhi mortali, e nel metterci davanti le altrui sventure ci rimena a meditare sopra noi stessi. Poni oltre a ciò il furor delle belve e degli uomini, e la rabbia delle guerre; gli scuotimenti de’ grandi edifizii, che, come a ragione si disse, un tempo valeano a riparo e adesso minacciano rovina; e il sinistro girare dei cieli, i venti pestilenziali e tanti pericoli di terra e di mare da cui siamo attorniati: in una parola, non v’ha cosa a cui volgi gli occhi che non ti presenti tosto l’imagine della tua mortalità.

P. — Perdona, di grazia, se t’interrompo; che non so più contenermi. Io non credo che si possano arrecare più acconce ragioni di queste a confermarmi nel mio proposito. Però, nell’atto di porgerti orecchio, io non sapea comprendere a qual segno mirassero le tue parole o quando avrebbero fine.

A. — Perchè spezzare a mezzo il filo della mia conchiusione? La quale non è altro che questa: che quantunque voi siate circondati da cose tanto fugaci, che pur dovrebbero ricondurvi a meditazioni profonde, assai di rado vi date maturamente a riflettere alla inevitabile necessità della morte, a ciò contrastando le lunghe abitudini che vi rendono sordi ad ogni salutare ammonizione.

P. — Pochi adunque conoscono la definizione dell’uomo. E sì che, insegnata tanto spesso nelle scuole, non pure le orecchie degli uditori, ma si anche la ripetono le stesse colonne degli edifizii. Ma non tacerà per questo la ciarliera indole dei dialettici, che, mentre si stempera in un profluvio di definizioni, non altro fa che fornire materia ad immortali litigi, dai quali non si riesce mai a raccapezzare quel vero che ignorano anch’essi. Pertanto se tu richiedi ad una pecora di cotal gregge non dico la definizione dell’uomo, ma di qualsivoglia altra cosa, non istarà in forse di darti una pronta risposta. Però se più t’innoltri, ammutisce; ed ove l’insistere nelle domande le ponga in bocca audaci parole, certo i costumi di lui che ti favella ti chiariranno com’egli non conosca veramente ciò che definisce. Onde contro codesta strana genia di ventosa e caparbia gente, sta bene prorompere così: A che fruttano codeste vostre fatiche, o sciagurati? perchè tra tanti lacci accalappiate l’ingegno? e, dimentichi delle cose, invecchiate tra le parole? Già vi biancheggiano le chiome e vi si corruga la fronte, prima che cessiate da tante puerili ciance. Ed oh una tale insania danneggiasse almeno voi soli! ma troppo spesso le nobilissime menti della gioventù ne sona travolte.

A. — Sì, egli è vero; non v’ha parole, per quanto tremende, che bastino a sfolgorare codesti mostri degli studii. Ma tu frattanto, trascinato dall’impeto del discorso, dimenticasti la definizione dell’uomo, a cui avevi dato principio.

P. — Mi pareva d’averne detto oltre il dovere, ma ne parlerò più di proposito. Or dunque l’uomo è un animale, anzi il principe tra tutti gli animali. Nè v’ ha sì rozzo bifolco o fanciullo che interrogato non risponda l’uomo esser insieme animal razionale e mortale; ond’ è che questa definizione sia a tutti palese.

A. — Io ti dico anzi che a pochi.

P. — Parli tu di buon senno?

A. — Se mai avvenga di scontrarti in alcuno fornito di ragione per modo che secondo i dettati di lei ordini la vita, e a lei sola sommettendo ogni sua voglia e le passioni infrenando dimostri siccome non per altro che per attenersi alle sue norme si distingua dagli insensati bruti, e il nome d’uomo da ciò appunto venirgli che operi secondo ragione; se inoltre egli così del suo essere mortale si chiarisca consapevole che ne tenga sempre viva nel pensiero l’imagine e, disprezzatore delle presenti cose, sospiri a quella vita in cui vestito di luce novella lascerà le spoglie terrene; io dirò che costui soltanto utilmente e veracemente conosce che si voglia dir uomo. E perchè intorno a cosiffatti cadeva il discorso, per questo affermai più sopra scarso l’essere il novero di chi conosca o rifletta all’umana mortalità.

P. — Ed io mi credeva d’essere uno dei pochi.

A. — Non voglio già negarti che l’esperienza della vita e la lettura di tanti libri, quella col ravvolgerti fra tante vicende, questa col porti sott’occhio tante sentenze, non t’abbiano di frequente richiamato al pensiero della morte; esso però non ti s’infisse tutto nell’animo, nè vi rimase troppo a lungo come dovea.

P. — E che vuoi dirmi con questo? parlami più aperto, acciocchè possa conoscere se il mio pensiero si conformi al tuo.

A. — Di buon grado. Corre una opinione nel volgo, la quale è altresì affermata dai più illustri del filosofico gregge, che la morte sia di tutte cose la più tremenda; a tal che, nel sentirne non altro che il nome, ogni cuore aggeli per lo spavento. Ma una passeggera menzione che se ne faccia o il tenerne discorso soltanto non basta; che anzi giova intrattenersene a lungo e con intentissima meditazione rappresentarsi un uomo in sul confine della vita. Guarda com’ei si tramuti nelle membra! gli si irrigidiscono le parti estreme e le mezzane s’infuocano; stilla dalla fronte un gelato sudore; gli palpitano i lombi; il battito del cuore, all’avvicinarsi dell’estremo punto, s’allenta. Gli occhi infossati ed erranti, lagrimosa la pupilla, raggrinzata e livida la fronte, cadenti le guance, chiavati i denti, rigide ed affilate le nari, spumante il labbro, torpida e coperta di squamme la lingua, riarso il palato, pesante il capo, affannoso il respiro. E già gli si aggrava il rantolo, più dolorosi si fanno i gemiti, esala dalla persona un intollerabile puzzo, e tutte se ne trasfigurano le sembianze. Delle quali cose, senza dubbio, serba memoria e agevolmente se le rappresenta al pensiero chi abbia assistito di sovente a scene si luttuose. Perchè il vedere più vivamente che l’udire scolpisce gli oggetti nell’animo. Onde è che con savio accorgimento, in alcuna delle più severe religioni, anche all’età nostra tanto avversa agli usi buoni, dura il costume che i più perfetti assistano al lavacro dei cadaveri prossimi ad esser sepolti; e ciò all’effetto che un tanto tristo e miserando spettacolo ammonisca le menti e i cuori de’ sopravissuti a non lasciarsi sedurre dalle vane speranze del mondo. — Ed è ciò che, come ti dicevo, tu devi profondamente scolpirti nell’animo, non abbastanza scosso dal quotidiano morire di tanti; perchè nè il sentirsi tutto giorno ripetere che come incerta n’è l’ora così certissima è la morte, ned altri discorsi di simil fatta, hanno potenza da arrestare il volo al pensiero sì che altrove non trascorra.

P. — Savie parole dicesti; ed io tanto più le l'approvo che in gran parte s’accostano a quelle che costumo di meditare. Ma deh! te’n prego, impronta l’animo mio di tale suggello che io quindinnanzi non sia mai più tratto in inganno sì che blandisca a’ miei errori; dappoichè il conoscere la meta e non darsi alcun pensiero a raggiungerla è ciò che travia gli uomini dal buon cammino.

A. — M’aggrada forte udir di tua bocca tali cose che dimostrano come non discorri a caso, ma sì pensatamente. Pertanto, a non ricader più, abbiti il segno che chiedi. Se qualora mediti la morte non ne resti commosso, vuol dire che fu vano, siccome in ogni altra cosa, il tuo pensiero. Ma se invece un sudor freddo ed un tremito ti assaliranno, se trascolorerai nel sembiante, e già ti parrà di travagliarti di mezzo alle mortali agonie, e ti si scriverà, come a dir, nel pensiero che l’anima non appena uscita del corpo dovrà presentarsi al giudice eterno per rendergli strettissimo conto d’ogni parola, d’ogni atto della vita trascorsa; se, finalmente, vorrai persuaderti che non è da riporre veruna fiducia nella bellezza della persona, nella gloria del mondo, nella potenza dell’ingegno, nella forza o nella ricchezza, perchè quel giudice non può nè ingannarsi ned essere placato o corrotto; se penserai che la morte anch’essa non tanto dee riguardarsi qual fine delle fatiche, ma qual passaggio; e di mezzo a tutto questo ti si affiggeranno alla mente mille guise di supplizii e tormentatori infiniti, e lo stridore e i gemiti dell’inferno, e i fiumi di zolfo e le tenebre, e le furie vendicatrici e il tremendo aspetto di quell’orribil prigione ove sovrabbonderà ogni male senza termine alcuno, e la disperazione dell’incessante cruccio, e la collera d’un Dio che, inaccessibile al perdono, vivrà in eterno; ove un cosiffatto spettacolo vivamente ti si rappresenti, non già come di cosa imaginata, ma realissima, inevitabile e quasi anzi presente; nè sconfidato nell’animo, ma pieno di speranza crederai che Dio vorrà prontamente ritòrti a tanti mali, purchè il cuore sospiri alla sua guarigione e a null’altro intenda che a conseguirla e duri nel retto proposito; allora sta a buona speranza che non torneranno inutili le tue meditazioni.

P. — Forte m’atterrisci collo schierarmi dinanzi tante miserie. E così Iddio mi sia largo di perdono, come io di codesti pensieri mi pasco ogni dì e le notti principalmente. Quando, rifinito dalle diurne cure, raccolgo in me i pensieri ed atteggio la persona a modo di moriente, ecco che io m’affiguro in mente l'ora stessa di morte con quanto di più orribile l’accompagna. E stimandomi ornai giunto a quell’irrevocabil passo, veggo aperto l'inferno e tutte le altre orribili cose che menzionasti; onde tale uno sgomento m’assale che tutto esterrefatto e tremando balzo dal letto, con ispavento de’ miei familiari, e grido: Che m’avvien mai? e che è questo ch’io soffro? e qual fine m’aspetta? O Gesù mio aiutami!

Oh da tanti mi togli orridi mali,

Signor pietoso, e la tua destra invitta

Guida mi sia per questo aspro diserto.

Or tu nella suprema ora mi dona

Quella pace che invan supplice imploro.

E a modo di farnetico, dovunque mi trascini la foga dell’animo impaurito, ripeto meco stesso tante altre parole. E ne piango talvolta cogli amici miei sì caldamente da spremerne loro dagli occhi le lagrime. Ma ahimè! che, acchetato quel tumulto d’affetti, mi sento l'uomo di prima. E perchè adunque io non miglioro? qual v’ha segreta cagione onde questo pensiero null’altro m’apporti che angosciosi terrori? ed io rimanga sempre lo stesso, non punto diverso da coloro cui giammai nulla accade di somigliante? E la mia infelicità di tanto è maggiore perchè essi, senza riflettere alla sorte che li aspetta, almeno si godono del piacere presente. Ma io, che vivo incerto del mio ultimo fine, non gusto piacere che non mi si asperga d’amarezza.

A. — Non volerti affliggere di ciò che ti dee consolare; dappoichè quanto più viva è la voluttuosa dilettazione che risente il peccatore delle sue colpe, e tanto più terribile e miseranda deve stimarsi la sua sventura.

P. — E forse ciò avviene perchè non più ritorna sul sentiero della virtù colui che, immemore di sè, lasciasi travolgere dal torrente delle voluttà mondane. Ma l’uomo che tra le mollezze del vivere e gli allettamenti della fortuna è provato da qualche duro caso, allorchè sia abbandonato da’ suoi precipitosi ed improvidi piaceri, si rammenta la naturalista condizione. E d’altra parte io non so se di due uomini chiamati ad un egual fine si deggia stimar più felice l’uno che, godendo adesso, sarà martoriato nell’avvenire, o non piuttosto l'altro che nè s’allegra dei beni presenti nè se ne ripromette di futuri. E ben sai che, in sul confine della vita, il riso è più amaro del pianto.

A. — Ma tu certo non rifletti che, ove taluno si sottragga al freno della ragione per modo che senza ritegno s’abbandoni tutto al godimento dei sensi, precipita più al profondo dell’altro che, pur caduto, qualche poco a lei resta soggetto. Ove pertanto ripensi a ciò che prima ti dissi, vedrai che della salute di questo secondo è a ripromettersi alcuna cosa, mentre io dispero affatto del primo.

P. — Sono del tuo medesimo avviso. Però dimenticasti di risolvere la quistione ch’io t’aveva promossa.

A. — E quale?

P. — Non ti chiesi io qual sia il laccio onde mi trovo costretto? Dimmi adunque come avvenga che riesca a me infruttuoso il pensiero della morte, utile a tanti?

A. — Primieramente perchè tu riguardi la morte siccome assai lontana, quando ella, sì per lo brevissimo corso della vita come per la incertezza e la varietà de’ casi ti è vicina. E tutti, al dir di Cicerone, c’inganniamo nel veder la morte di lontano: il qual testo alcuni, non so se correttori o corruttori, vollero alterare col premettere al verbo la negazione. Che se non avvi alcuno di sana mente il quale non s’aspetti la morte, quanti invece vi sono che la veggono vicina! I più s’illudono nel proporsi una tal meta alla vita cui se la natura dà la possibilità di toccare, assai pochi vi afferrano. Ed io non credo esservi quasi nessuno di quanti muoiono cui non si convengano quei versi:

Desia tarda vecchiezza, e nel pensiero

Gli sorride di lunghi anni la speme.

Ciò appunto ti sedusse, perchè e l’età e la robustezza della persona e la temperanza nei cibi ti riprometteano lunga vita.

P. — Non sospettar di me tali cose. Tolga Iddio chè mi getti in braccio a tal mostro, secondo che diceva quel famoso pilota presso Virgilio. Ed io, trabalzato dalle onde torbide e procellose d’un vasto mare, sovra una fragile barchetta che ha i fianchi squarciati, quando più furiosi soffiano i venti, ben so di non potermi a lungo mantenere a galla sicchè non affondi. E già niuna speranza mi resta di salvezza, se il misericordioso ed onnipotente Signore, fattosi a sedere al governo della mia nave, prima che io perisca, non mi scorga nel porto, acciocchè dopo tanto assiduo agitarsi la mia vita si chiuda in pace. Questa credenza mi fu cagione che il fascino delle ricchezze e della potenza non mi allucinasse e non ne perdessi il senno, come avvenne a molti miei coetanei e di maggiore età che la mia, troppo bramosi di uscire dal battuto sentiero. Or qual furore è questo che mena gli uomini a trascorrere tutta la vita nelle fatiche e nella miseria, ad ammassare con indicibili affanni que’ tesori cui dovranno tosto lasciare per morte? E del continuo mi tengo fitte in mente queste terribili verità; e m’avvezzo a riguardarle non già come lontane, ma sì presenti.

Nè mi caddero giammai dalla memoria alcuni versi che, giovine ancora, io indirizzai ad un mio amico, e finiscono in queste parole:

E mentre io ti favello, ahi! che la morte,

Per infinite vie, forse s’affretta

A recider di tua vita lo stame.

Che se così io la discorreva allora, muterei linguaggio adesso che ebbi a maestra l'esperienza e l’età? E quanto veggo, odo, sento e penso, non mira ad altro fine che a questo. Ora se è vero ciò che ti dissi, resta a dichiararsi il perchè io perseveri ancora in tal tenore di vita.

A. — Ringrazia umilmente Dio perchè t’imbrigli d’un freno tanto salutare e ti punga con isproni sì acuti. Certo sembra appena possibile che corra incontro alla morte eterna chi tutto giorno s’affisa in tali pensieri. Ma giacchè conosci, e non senza ragione, che alcuna cosa ti manca, io mi adoprerò a chiarirti che sia. Forte allora del divino aiuto, rimosso ogni impedimento, potrai scuotere il giogo di servitù sotto cui gemi oppresso.

P. — Voglia il Signore che tu m’usi un tanto favore: ed oh che io non me ne renda affatto immeritevole!

A. — Non istà che a te il volerlo; ma due cose richiedonsi alle umane azioni, di cui se anche una sola manchi, lo sperato effetto dilegua. Sei dunque disposto a porre in atto tal forza di volontà che acquisti il nome di desiderio?

P. — Te ne do la mia fede.

A. — Sai tu che principalmente ti noccia?

P. — Questo è che dimando, questo che da tanto tempo ardo di sapere.

A. — Odimi adunque. Tu hai sortito dal cielo un’anima di nobilissima tempra, ma il terreno ingombro entro cui essa fu circoscritta così la contaminò ch’ella molto è degenerata dalla primiera sua origine. Oltre a ciò impigrita, col lungo correre degli anni, pose in dimenticanza tutta la nativa grandezza e lo stesso suo divino fattore. Ed alle passioni che nascono dall’intima unione che avvince l’anima al corpo, non meno che all’abbandono della parte più nobile di nostra natura, sembra aver accennato Virgilio in quei versi:

Alto vigor s’ acchiude in questi germi,

E celeste natura. Invan de’ corpi

Loro s’ oppon lo schermo; e le terrene

Fragili membra ed il sospir supremor

Non ne allentan l’oprar. Ora il desio

Li alletta, ora la tema e il duol li affanna,

Or la gioia li allegra. Ognor costretti

Di tenebroso carcere nel buio,

Non bevono le aperte aure del cielo.

E non ravvisi tu in questo concetto del poeta quel quadruplice mostro tanto avverso alla umana natura?

P. — Anzi nettamente. Ed esso, per rispetto al tempo presente e futuro, in due parti si divide; le quali in due altre suddivise, secondo la nozione del bene e del male, ancora si suddistinguono. Di cotal guisa fa naufragio la pace dell’animo, messa sossopra da questi quattro venti.

A. — Ben parli. Onde in noi s’avvera il detto dell’Apostolo: Il corpo che si corrompe aggrava l’anima, ed il terreno abitacolo volge in basso lo spirito che si svaga in troppi pensieri. Perchè le visibili cose, sotto inumerevoli sembianze d’imagini, come sieno mediante l’organo de’ sensi penetrate dentro di noi, s’addensano ed a torme irrompono nel più segreto dell’anima, e tutta ingombrano e combattono la sua spirituale sostanza, che mal può reggere a tanta guerra. Da ciò quella pestilenza di fantasmi che miseramente straziano la mente e chiudono il sentiero alle contemplazioni de’ sublimi oggetti che soli ci possono essere di scala al cielo.

P. — Di tale contagio per assai bel modo ragioni spesso in parecchie tue opere, e principalmente nel libro Della vera religione, di quella religione alla quale niuna cosa più di questa s’oppone. È non ha molto che, lasciati da parte i filosofi ed i poeti, m’avvenni in questo tuo scritto; nè ti potrei dire con quanto piacere lo leggessi. Così chi per amore di stranieri paesi va pellegrinando dalla patria, tocca appena la soglia d’una rinomata città, sente ripieno il cuore di nuova dolcezza e ad ogni passo s’arresta ad ammirare quanto di bello gli cade sott’occhio.

A. — Però, sebbene altro suonino le parole, come s’addiceva ad un maestro di cattoliche verità, avrai di per te conosciuto che le dottrine di quel libro sentono in gran parte di filosofia, spezialmente socratica e platonica. E per dirti tutto, sappi che io mi posi a quell’opera indotto da una parola del tuo Cicerone. Dio poi m’aiutò nel condurla, affinchè di piccolo seme spuntasse copiosa messe. Ma torniamo a noi.

P. — Come t’aggrada, o buon padre; ma significami, te ’n prego, quella parola che porse argomento ad un tanto lavoro.

A. — Cicerone, sdegnato cogli errori di certi filosofi de’ suoi tempi, disse, non so in qual luogo: «Costoro, perchè non aveano potenza a guardare colla veduta dell’anima, tutto rapportavano al corpo; quando invece è indizio di ottima indole astrarre la mente dai sensi e il pensiero dalle volgari idee.» Così egli: io poi, posta questa sua sentenza come a fondamento, vi costrussi sopra quell’edilizio di cui, come dici, prendesti tanto diletto.

P. — Or mi ricordo che queste parole stanno scritte nelle Tusculane. E ben mi accorsi che tu, siccome ragion vuole, di quando in quando frapponi di buon grado ai tuoi, scritti le sentenze di quest’autore, degno d’andar annoverato fra coloro che all’amore del vero accoppiano grazia e maestà. Ma deh ripiglia, che n’è il tempo, l’interrotto argomento!

A. — Or dunque quella peste, siccome diceva, ti nocque; ed essa al presente ancora s’apparecchia ad esserti cagione di finale rovina. Dappoichè il debole animo, assediato da’ suoi fantasmi, che molti e varii non gli danno pace un momento, non sa a che prima provedere, quali pensieri alimentare a quali dar morte e quali altri bandire; e tutto il vigore che in sè chiude e il tempo che rapido gii scorre a tanto non bastano. E a te avviene lo stesso che a coloro i quali, volendo in ristretto campo sparger copia di sementa oltre il dovere, alle sighe troppo fitte tolgono modo di venire a maturanza. Per simil guisa, quando l’anima sia soverchiamente oppressa da cure, non l’ha bene che mettendo radice meni abbondanza di frutti. E tu, sproveduto di buon consiglio, qua e colà fosti travolto dall’ondeggiare de’ flutti, perchè infermo di mente e venuto in altrui signorìa. Quindi ogniqualvolta rifletti di proposito alla morte e ti richiami a cosiffatte fruttuose meditazioni, e dalla bontà dell’ingegno sei , sollevato a pensamenti sublimi; ecco insorgere una torma di vanissime cure che, traendoti dal luogo in cui non avevi forza a sorreggerti, ti precipita nell’abisso. Onde accade che i buoni proponimenti, attesa la soverchia tua immobilità, riescano a nulla; e cagionando le interiori battaglie a cui accennammo, te ne deriva quell’ansietà d’un’anima che, mal paga di sè, abborre le macchie di che va brutta nè s’induce a detergerle; conosce il torto sentiero, nè ha forza di camminare pel retto; trema del sovrastante pericolo, senza che s’adopri a fuggirlo.

P. — Ahi meschino di me! adesso sì che tentasti a fondo la mia ferita, e tutto io ne risento il dolore, e il punto della morte mi fa spavento.

A. — Ora che la pigrezza s’è partita da te, stai molto meglio di prima. Ma poichè il nostro discorso s’è oggi protratto a lung’ora, parleremo dell’altre cose domani. Riposiamoci alquanto.

P. — Alla mia stanchezza non v’ ha miglior rimedio che il silenzio e la quiete.

DIALOGO SECONDO

A. — Ti pare che abbiam riposato abbastanza ?

P. — Così mi pare.

A. — Ed ora di quali speranze alimenti l’animo tuo? Dalla docilità con cui porgevi assenso a’ miei detti io traggo buon argomento a conchiudere che di malato come fosti finora, t’incammini a guarigione.

P. — Io non so che ripromettermi di me stesso. Dio solo è la mia speranza.

A. — Egregiamente. Ma torniamo al proposito. Molti sono i pericoli che ti circondano, molte le voci che all’orecchio ti romoreggiano, e tu stesso ignori quali e quanto fieri nemici t’abbiano posto attorno l’assedio. Pertanto, ove io ti metta innanzi tutti i pericoli che d’ogni dove ti premono e si affaticano a trarti in perdizione, t’avverrà siccome a coloro che, allo scorgere di lontano un esercito, dapprima fanno conto che il rischio sia leggiero; ma come le schiere di mano in mano appressando s'ingrossano, a tal che gli occhi abbarbagliati non più sostengono il vivo lampo dell’armi, a cento doppi il terrore s’accresce e con esso il pentimento di non essersi posti a quella buona guardia cui ragion domandava. Ove poi, da una parte, ti vergognassi che il timore e il dolore avessero così poca forza nell’animo tuo, non avrai, dall’altra a maravigliare gran fatto, se, circondato come eri da tanti nemici, non ne giungessi a sfondare le spesse file. E ti sarà nel tempo stesso palese da quante varie guise di altri pensieri fosse combattuto quell’uno cui m’adopero a render padrone della tua mente.

P. — Agghiaccio di spavento. Perchè, se grave stimai sempre il mio pericolo, e tu così adesso me lo dipingi gravissimo che, rispetto al debito, io non l’abbia quasi temuto per nulla, ora, dimmi, quale speranza mi rimane.

A. — Somma delle sciagure è la disperazione; in braccio alla quale, per forti cagioni che uno abbia, fa pazza cosa a gettarsi. Onde sta’ bene sull’avviso.

P. — A questo son riuscito sin qui, ma adesso io spavento m’ha tolto la mente.

A. — Adunque rivolgi in me gli occhi e il pensiero, e, a valermi delle parole d’un tuo prediletto scrittore, dirotti:

Quanti popoli, oh! mira a tua mina

Congiurati levarsi, e quante terre

Entro le chiuse mura aguzzar l’armi,

Che di te, che de’ tuoi cercano i petti.

Bada ai lacci che ti tende il mondo, a tanti vani fantasmi che ti si aggirano attorno, a tante futili cure che ti fan guerra. E per cominciare da alto; ti è noto siccome quegli spiriti nobilissimi tra tutte le creature precipitarono dal cielo: il loro esempio, ove non vogli cadere com’essi, ti giovi a norma. E tu pure per quante cose non ti sollevi sopra le ali d’una malnata superbia? E sotto pretesto che ciò s’addica alla tua dignità d’uomo, per conseguire l’ambizioso intento, dimentichi la tua naturale fralezza; e t’affatichi, t’agiti, t’immergi fra tante cure che poi ti stringono, ti rapiscono tutto a sè nè ti lasciano pensare ad altro. E così, confidato nelle sole tue forze, per difficoltà grandi che rechi in sè alcuna cosa, stimi che un tuo pari non debba ritrarsene; e tanto ti compiaci se vi riesci, da incorrere nello sdegno del tuo Creatore. E sì che la buona riuscita, in cambio d’esaltarti, dovrebbe renderti umile nel pensiero che ciò t’avvenne non pe’ meriti tuoi. E v’ha egli cosa la quale, non che all’etereo, ma ad un temporal signore concilii la riverenza de’ soggetti quanto una spontanea liberalità che li ricolmi di doni? ed essi, se grati sono, alla larghezza di lui, che doveano prevenire, si studiano di corrispondere appresso. Ed ora ti farò a tutta evidenza comprendere quanto scioccamente tu insuperbisca, sia per l'ingegno che per la lettura di molti libri, sia per l’eloquenza che per la bellezza d’un corpo che di corto morrà. Ed in quanto al primo, ben avrai da te fatto prova come l’ingegno in molte cose ti abbandoni, e quante guise di arti v’abbia in cui non t’è dato agguagliare la capacità de’ più meschini fra gli uomini; che vi sono anzi ignobili animaluzzi, autori d’opere tali che tu, per quanto studiassi, non giungeresti mai ad imitare. Or va e gloriati dell’ingegno. Che se mi parli del leggere, vorrei sapere a che ti giovasse; perchè del molto che hai letto, quanto è che ti sia rimasto scolpito nell’animo, che v’abbia messo radice e germogliato a suo tempo? Ponti una mano al petto, e vedrai che l'imparato sinora, ove si paragoni al molto che ignori, sta in quella proporzione che l'oceano ad un rivoletto cui seccherà l’ardore del sole. E poi che tratta la molta scienza, poco vi rileva conoscere il giro del cielo e della terra, l'ampiezza, del mare, il moto degli astri, la virtù dell’erbe e delle pietre, e i segreti della natura, quando restiate ignoti a voi stessi; nè vi gioverà l’aver appreso dai libri il retto e difficil sentiero della virtù, se il vizio vi trascini pei tortuosi suoi calli, e gli esempi degli uomini illustri non vi conducano ad operare secondo ragione. Vana è altresì l’eloquenza, quando, come confessi tu stesso, sovente ti venne meno al maggior uopo. Nè vale che gli uditori applaudiscano a ciò che l’intimo sentimento ti dice non buono; perchè quantunque si deggia far conto dell’approvazione di chi ascolta, pure a che montano gli evviva strepitosi del volgo quando l’oratore sappia di non meritarli? E potrà egli piacere altrui quando prima a sè stesso non piaccia? E dappoichè non una sola volta t’accadde che la sperata lode dell’eloquenza ti sfuggisse di mano, ti è agevole argomentare per che meschina gloria ti gonfiassi tanto. E può darsi maggiore puerilità, anzi stoltezza, quanto sprecare il tempo dietro inutili ciance frattantochè si trascura e lascia da parte quello che maggiormente importa? Così, intenti a dilettarci in oziosi discorsi, chiudiamo gli occhi sui proprii difetti, a sembianza degli usignuoli, i quali, come dicono, presi alla dolcezza di loro, voce, cantano sino a scoppiarne. Che se anche negli usi più giornalieri e volgari della vita avesti sovente cagione d’arrossire, perchè, mentre stimavi che fossero indegni del tuo discorso, pure non riuscisti a farne menzione debitamente a parole, quante altre cose vi ha nella natura che mancano sino delle voci proprie con che essere denominate. E pognamo che queste voci, a distinguerle le une dalle altre, sussistano; non però l'umana eloquenza giungerà mai a tutto esprimerne il valore: del che ben sarai persuaso senza bisogno ch’io ricorra ad altre prove. Quante fiate non udii te stesso menarne lagno? quante non ti vidi silenzioso e sdegnato, perchè nè la penna nè la lingua valessero ad esporre i concetti più chiari ed agevoli? Si chiama adunque eloquenza cotesta che non arriva ad abbracciare qualsivoglia cosa e che, se pure l’abbracci, non ha però potenza di stringerla? Voi rimproverate ai Greci la povertà dei vocaboli, ed essi a voi. E mentre Seneca, a paragone de’ Latini, li chiama molto più ricchi, Tullio in principio dell’opera De finibus, «Io, dice, non posso comprendere perchè tanto si fastidiscano le domestiche ricchezze. E sebbene non sia questo il luogo di farne discorso, non posso tenermi dal riconfermare ciò che dimostrai altrove, che la latina lingua non solo non è povera, come stimano, ma sì più doviziosa della greca». Ed egli stesso, anche in altri suoi scritti, come nelle Tusculane, esclamò: «O Grecia, sei ben povera di parole, quantunque tu te ne stimi largamente fornita». Tanto e sì fermamente asserì colui che, sapendosi principe della romana eloquenza, udiva fin d’allora guerreggiarsi per la preferenza dell’una tra le due lingue. E Seneca stesso, quell’ammiratore dei Greci, lasciò scritto nelle sue Declamazioni: «Il meglio di che possa vantarsi la romana facondia, e quanto v’ebbe in lei che superasse la Grecia superba, tutto fiorì ai tempi di Cicerone.» Gran lode è questa e senza dubbio verissima. Si contende adunque, siccome vedi, in tale argomento, non solo fra i Greci e voi, ma sì ancora, e con calore sommo, tra non pochi de’ nostri dotti medesimi; e di questi alcuni stanno per loro, mentre taluno degli stessi Greci milita a favor nostro, com’è, secondo che dicono, l’illustre filosofo Plutarco. Ma in quanto a Seneca, se, vinto alla maestà d’un tanto eloquio, non potè non inchinarsi a Cicerone, assegnò nel rimanente la palma alla Grecia. Ove poi mi richiedessi del mio avviso, io darei ragione sì all’una e sì all’altra sentenza; da che si conchiude la povertà d’ambe le lingue. Or che resta agli altri a sperare, quando si dice questo di letterature celebrate cotanto? E tu adunque dall’inopia d’un intero regno, onde sei una minima porzioncella, fa ragione della propria, e vergognati d’aver logorato un tempo sì lungo a conseguire l’impossibile; che pur sarebbe un vanissimo nulla, quand’anche ti fosse dato raggiungerlo. Ma per toccare dell’ultimo de’ tuoi vanti, io ti dirò che scioccamente t’esalti dei beni del corpo, immemore dei pericoli che d’ogni dove t’attorniano. Ed in te qual avvi qualità che tanto t’alletti? Forse la robustezza o la ferma salute? Ma a distruggerla basta ogni più lieve cagione; il sopravenire d’una malattia, il morso di un verme, il soffiare d’un’aura. Forse saresti vago della bellezza di tua persona e, mirando al colore e ai lineamenti del volto, trovi di che compiacerti, maravigliarti, commoverti, dilettarti? T’atterrisca la favola di Narciso; poi, a rinsanire, basti solo che cogli occhi della mente rimiri alle interiori parti del corpo, la cui bruttezza non apparisce a chi si contenta di sguardarne solo la buccia. Un fiore è questo che in corta ora si sfoglia; e mille argomenti lo mostrano. De’ quali, se ogni altro mancasse, sarebbe troppo quell’uno che si deduce dal fugace trascorrere degli anni, che ogni dì ci rapiscono alcuna parte di noi. Che se per avventura, e so che ti sarebbe vergogna il confessarlo, ti credessi forte contro l’età, le malattie e quanto altro può sfiorire la corporale bellezza, certo non dovresti dimenticarti di quel punto estremo che tutto atterra, e tenerti scolpito nell’animo il detto del satirico:

Quanto sia fral la nostra inferma argilla,

Sol la estrema di morte ora lo mostra.

Ora t'è chiaro di qual fonte derivi la tua superbia, e che ti tolga di ripensare alla bassezza della tua condizione e alla morte. Nè ciò è tutto; che l’animo mi detta di aggiungerti ancora altre cose.

P. — T’arresta un poco, di grazia, perchè, oppresso sotto tanta mole, non potrei rilevarmene a darti risposta.

A. — Di’ su, che volentieri t’ascolto.

P. — Le tue parole destarono in me non lieve maraviglia; perchè mi dai colpa di cose che non mi passarono nemmanco per l’animo. Credi adunque che molto confidi nel mio ingegno? Ed io so dirti che, conoscendone la pochezza, non lo tengo in verun conto. Nè potrei insuperbire d’aver letto assai libri; perchè, ben lungi dal ritrarne grande tesoro di scienza, assai gravi crucci me ne derivarono. Nè ho di che gloriarmi della eloquenza; s’egli è vero, siccome, tu stesso il dicesti, che forte meco stesso mi sdegni del non poter significare i concetti della mia mente. Ove pure tu non mirassi ora a prendere esperimento di me, ben sai che fui sempre consapevole a me stesso di quanto meschinamente io mi valga; e solo dall’altrui ignoranza presi talvolta argomento a tenermi in qualche pregio. Perchè, siccome spesso io ripeto, noi siamo giunti a tale da essere, a detta anche di Cicerone, più stimati a cagione dalla sciocchezza degli altri che per merito nostro. Che se anche possedessi in larga copia le qualità a cui accenni, sarebbero esse tanto gran cosa da insuperbirne? Non mi conosco sì poco, nè tanta è la mia leggerezza, che m’inveschi il suono delle altrui lusinghe. Dappoichè egli è vero che, quando l’animo è gravemente malato, niun farmaco o ingegno, sia di scienza o d’eloquenza, giunge a guarirlo; del che mi ricordo d’aver mosso lagnanza alquanto di proposito in una mia epistola. E poco mancò che non ti ridessi in faccia nell’intendere con qual serietà mi tacci d’ambizione della mia corporale bellezza. E che potrò io sperare da questo caduco e mortal corpicciuolo, se me lo sento ogni dì più cader sotto? Così Dio mi aiuti, che io non me ne do un pensiero al mondo! Non ti nego peraltro che da giovinetto non abbia posto assai cura nell’arricciarmi la chioma e nell’azzimar la persona; ma da quel tempo a ben altre cose ebbi l’animo intento, e conosco con quanta verità l’imperator Domiziano, allorchè, scrivendo ad un’amica, si lamentava del suo rapido invecchiare, dicesse non avervi cosa nè più piacente nè più breve della bellezza.

A. — Poco mi basterebbe a convincerti d’errore; ma meglio di me ti farà arrossire la coscienza. Nè mi ostinerò a trarti di bocca una parola che troppo ti costerebbe; bensì, siccome sogliono i generosi, mi basterà di pregarti che t’adoperi a sfuggire con ogni studio quei vizi in cui neghi d’essere incorso. Che se mai per ventura la bellezza della persona ti moverà altri assalti, pensa come diverranno di corto brutte e schifose queste membra onde adesso ti piaci; che se allora ti fosse dato di rivederle, ne inorridiresti tu stesso. Ripeti pertanto frequentemente teco medesimo il filosofico dettato: Io nacqui a ben altre cose che a rendermi schiavo del mio corpo. Dappoichè somma stoltezza è negli uomini, l'avere così poco riguardo all’anima, mentre tanto se ne usa al corpo. E pognamo che un cotale fosse per breve tempo rinchiuso in umida e scura carcere, tutta piena di fetide esalazioni: non sarebbe egli affatto pazzo se, da quanto è in lui, non si guardasse dal contrarre le brutture onde sono sozze le pareti ed il suolo, e se, vicino ad uscirne, non aspettasse con orecchio impaziente la voce del suo liberatore? E noi diresti uscito interamente del senno, ove, di tutt’altro pensoso e non punto curante di cansar l’umidore dell’orrido luogo, rimanesse accovacciato nel fango, quasi temendo d’esserne spiccato a forza, e studiosamente si adoperasse a dipingere ed abbellire quelle squallide mura? E voi pure, o sciagurati, amate tanto la prigione entro cui vi fu sortito di vivere; e, prossimi ogni momento a lasciarla o ad esserne tratti fuori, v’indugiate sempre a rendere adorno ciò che dovreste abborrire. Nè tu stesso, nell’Africa, parli diversamente per bocca del padre di Scipione il grande:

Qual freno a libertà, l’animo abborre

Ogni laccio e de’ vincoli temuti

Sdegna l’impaccio; e sì della presente

Vita lo stringe amor che sol desia

Quaggiuso aver la sua dimora eterna.

E ben dicesti; ma ragion vorrebbe che recassi a tuo profitto ciò che ad altri insegnavi. Non so per altro nasconderti siccome nel tuo discorso v’abbia una parola che a te sembra forse di tutta umiltà ed a me sommamente arrogante.

P. — Se ciò è, me ne duole; me ne richiamo però alla coscienza, reggitrice dei fatti e dei detti miei, che non proferii alcuna superba parola.

A. — Non è forse anche questa una spezie di superbia, il deprimere gli altri, come fai tu, anzi che esaltare sè stessi oltre il dovere? E delle due mi sarebbe piaciuto che avessi pur menato vanto de’ fatti tuoi piuttosto che, dopo esserti posto sotto i piedi ogni persona, da ciò appunto ritrarre argomento a vestire molto orgogliosamente l’usbergo della umiltà.

P. — Sia pur così, giacchè lo vuoi. Io non costumo levare a cielo nè me nè altri. Bensì la conoscenza che presi delle umane cose, avvegnachè me ne spiaccia, mi fa dire quello che pensi della maggior parte degli uomini.

A. — È molto buona cosa sprezzare sè stessi; assai vana e piena di pericolo, gli altri. Ma andiamo innanzi. Sai tu che ti svii?

P. — Di’ ciò che t’ aggrada, purchè non m’accusi d’invidia.

A. — Così non l’avesse più danneggiato la superbia che l’invidia! Di questa io non t’accuso, ma altro t’ho a dire.

P. — Vorrei sperare che sia questa l’ultima delle tue accuse. Orsù via chiariscimi schiettamente di ciò che mi conduce fuori del buon sentiero.

A. — La cupidigia dei beni temporali.

P. — In fede mia che molto grossamente t’inganni!.

A. — D’ un tratto ti turbi e dimentichi la promessa. E sì che non t’ho parlato d’invidia.

P. — Però mi dai taccia d’avarizia, da cui non avvi persona che più di me sia lontana.

A. — Tu spendi assai parole a purgarti d’un vizio del quale, credilo a me, non sei, come ti sembra, puro del tutto.

P. — Dunque io sono avaro?

A. — E per giunta ambizioso.

P. — Orsù t’affretta ad aggiungere altro al già detto e a fornire tutte le parti dell’accusatore. Eccomi apparecchiato a ricevere qualsiasi altra ferita, di che ti piaccia piagarmi.

A. — Alle mie veraci parole, con molta proprietà, desti il nome di ferita e di accusa. Perchè, come dice il satirico,

Si noma accusator chi dice il vero;

ovvero, come sentenzia il somico,

Compra amici la lode, il ver nemici.

Ma dichiarami a qual fine riescano le tue tante sollecitudini ed affannose cure, e che bisogno vi sia, posto che la vita ha sì brevi confini, d’ordire così lunghe speranze. Forsechè la estrema cortezza del vivere non dovrebbe distorci dal troppo sperare? E tu leggi tutto dì queste cose senza farne il minimo conto. Risponderai che ti sprona a tanto la carità d’amico: ma ciò sarebbe inorpellare la verità; perchè vuolsi stimare dissennato chi, a beneficare altri, si procaccia nemici e rompe guerra a sè stesso.

P. Io non sono così scortese ed inumano che non mi dia pensiero degli amici, di quelli principalmente all’amore dei quali sono condotto o dalla virtù o dal merito; e tra essi ve n’ha taluno cui m’è dolce pregiare, venerare, amare, aiutare. Ma la mia liberalità non tanto s’allarga che voglia correre per essi a finale ruina; però, finchè mi basti la vita, m’è pur mestieri di provedere ai quotidiani bisogni. E giacchè mi avventi dardi che togliesti ad Orazio, d’oraziano scudo coprendomi, ti risponderò con lui che

Tesor d’eletti libri io sor desio,

E frugai sì, ma proveduta mensa

Mi si appresti ogni dì, perchè l’incerto

Cor, tra la speme ed il timor diviso,

Non penda dalla incerta ora che fugge.

E ciò perchè, come dice lo stesso Orazio, « non vorrei menare una dolorosa vecchiezza nè muta del suono della lira. » Siccome poi temo forte le insidie d’una lunga vecchiaia, procaccio di assicurarmi sì da questo pericolo come da quello, ed agli studii delle muse frammetto le brighe di famiglia. Ma tanto poco mi vi adopero attorno che ben si pare come non vi ponga mano, se non se costretto da necessità.

A. — Certo è a dire che siffatte cose ti sieno bene addentro penetrate nell’animo, se in esse tu cerchi una scusa alla tua follia. Ma perchè non vi rimase scolpita anche quell’altra sentenza del satirico?

A che tanti tesor cerchi e raduni

Con infiniti affanni? È furor certo,

Manifesta pazzia che ti conduce

Tra gli stenti a menar povera vita

Perchè ricco alla morte ogni uom ti creda.

Se non che io porto opinione che intanto corriate dietro alle ricchezze in quanto esse vi danno modo ad essere ravvolti, dopo morte, entro panni di porpora, a riposare in marmorei sepolcri, a lasciare litigi tra gli eredi che si contenderanno il pingue retaggio. Inutile e, se mi presti fede, stolta fatica! Perchè, ove guardi alla comune natura degli uomini, sai per prova che di non molto ella s’accontenta; se poni mente alla tua singolarmente, troverai appena chi meglio di te si acconci del poco, ove le volgari opinioni non ti avessero persuaso il contrario. Quando poi, a scusarti, arrecassi i versi del poeta:

Ahi! che vitto infelice a me la terra

Fornisce, e solo dai riscossi rami

Il corniol mi dà sue dure ghiande,

O il prato le selvagge erbe che schianto;

io ti direi ch’ egli o mirava a ritrarre il linguaggio delle persone del popolo o a manifestare sensi di colui che introduce a discorrere. In ciò poi che ha riguardo al tuo particolare, ti sarà forza il confessare che questo vivere ti è più dolce e soave d’ogni altra; se pure vuoi prender norma dal tuo intimo sentimento e non già dalle ciance d’un pazzo volgo. Or perchè tanto ti crucci? Vivi a misura della tua buona natura, e sarai ricco. E già un tempo eri tale, ma diventarlo, secondo che gridano le popolari credenze, ti sarebbe impossibile; perchè chi aspira a tesoreggiare non dice mai basta, e l'animo è trascinato dalla cupidigia e da desideri infiniti. Non rammenti come ad altra stagione ti fosse bello spaziare qui e colà nella tua solinga campagna ed ora, adagiato sul verde de’ prati, ascoltare il mormorio d’uno zampillante ruscello, ora, sostando sull’aperto de’ colli, trascorrere d’ogni intorno coll’occhio la sottoposta pianura? Che se tra l’ombra di amena valle, avvinto in dolce sonno, godevi del sospirato silenzio, inoperosa però non giaceva la mente, la quale piacevasi nel fantasticare dietro a qualche alto argomento. Nè eri mai solo, ma in compagnia delle muse, a sembianza di quel vecchia di Virgilio,

Col generoso tuo spirto eguagliavi

De’ monarchi i tesori. E a tarda sera

Tornando alla capanna, a te la mensa

Fumava lieta di non compri cibi.

Ed allorchè in sul tramonto t’avviavi alla rusticana casetta, a cuore contento, non eri tu il più ricco e felice d’ogni mortale?

P. — Adesso sì che mel credo; e sospiro nel ripensare a quel tempo.

A. — Perchè, o stolto, sospiri, se niun altro devi incolparne che te stesso? Misero! che, avendo in fastidio il vivere troppo a lungo sotto le leggi della natura, stimasti di essere schiavo, ove non ne avessi spezzato ogni ritegno. Ed ora l’animo tuo è furiosamente trabalzato d’una parte nell’altra e lì lì per ruinare nel precipizio, se non t’adopri a raccogliere le allentate briglie. E ciò solamente t’accadde perchè ti seppero male le bacche de’ tuoi rami, e t’increbbe Io schietto vestire e il conversare de’ rozzi pastori. Sospinto da immoderate brame, ricadesti tra i cittadini tumulti, di mezzo ai quali quanto tranquillamente ti scorrano i giorni, abbastanza il chiariscono e le parole e la pensosa tua fronte. E benchè ti gravi l’aspetto di tante miserie, fatto caparbio dalla stessa infelice esperienza, stai ancora in forse a qual partito appigliarti. Sono i legami de’ tuoi peccati che così t’avvincono; e Dio comporta che, dopo aver trascorsa la fanciullezza sotto la verga del pedagogo, adesso che sapresti reggerti a posta tua, logori tanto miseramente l’età più matura. Nella prima giovinezza il tuo cuore era netto d’ogni cupidigia ed alieno da qualsivoglia ambizione; ed io, che ti conobbi sin da quel tempo, riprometteami da te alcuna cosa di grande. Ma in quella vece, mutando costume, quanto più t’accostavi al tuo termine, e tanto viemaggiormente ti mostravi sollecito de’ beni di questa terra. E adesso, sitibondo d’oro qual sei, la morte, che forse non ti è guari lontana, avverrà che mezzo spento ti colga nell’atto, di rivedere il libro delle ragioni; dappoichè: ciò che cotidianamente si accresce è forza che nel giorno estremo, allargandosi all’infinito, tocchi il vietato confine.

P. — E forse merito biasimo, se, provedendo alla povertà che potrebbe sorvenirmi alle spalle, faccio incetta di quanto conforti la tarda età?

A. — Ridicole cure! Insana previdenza è veramente la tua, di pensare con tanto affanno ad un tempo a cui forse non giungerai o che ti si volgerà molto breve. E frattanto poni in dimenticanza quel termine che noi tutti aspetta e donde non sarà mai tornata. Ma un vostro sciagurato costume è codesto d’immergervi a gola nelle cose che passano, mentre ponete in non cale le eterne. E scioccamente ragioni se riguardi alle ricchezze siccome ad uno schermo pei bisogni della vecchiaia; nè ti difende Virgilio là dove dice:

Piena d’industrie, la formica ai danni

Della più tarda età cauta provede.

E perchè hai scelto questo animaluzzo a maestro di vita, credi d’essere più degno di scusa, secondo che ammaestra il satirico:

L’uom cui la fama e il freddo alto spaventa

Della formica si propon l’esempio.

Così questo esempio l’avessi imitato in tutto! Or sappi che, non vi ha cosa più misera e pazza quanto, a cansare talvolta la povertà, sentirne continuamente i tristi effetti.

P. — E dunque vorresti che io me ne vivessi nell’indigenza? Davvero che non mi graverebbe il comportarla, ove la pazza fortuna non così, come suole, mettesse sossopra le umane sorti.

A. — Ottima delle condizioni è la povertà. Non io adunque ti richiamerò ai dettati di coloro che van dicendo al nostro sostentamento non più richiedersi che pane ed acqua, ed essere felice al paro di Giove l’uomo che non corra più oltre co’ suoi desideri; nè, qual mezzo a campare, ti consiglierò a cibarti dei frutti di Cerere e dissetarti all’onde del fiume. Sono queste magnifiche sì, ma increscevoli sentenze agli orecchi mortali. Perciò, acconciandomi alla tua fralezza, non t’insegno a distruggere, ma a moderar la natura. Quanto possedevi ti venia sufficiente alle necessità della vita, se tu fossi bastato a te stesso; nè della indigenza di cui ti metti paura hai da accagionare altri che te. Che poi l’accumulare ricchezze accresca ognor più i pensieri e i bisogni, è cosa dimostrata già tante volte che torna inutile il ragionarne più a lungo. Maraviglioso errore e compassionevole cecità è codesta che l’animo umano, di sì eccellenti tempere e d’origine divina, non curando i celestiali tesori, folleggi dietro i terreni! Rifletti a questo, io ten prego, con intento animo; e schiudi gli occhi della mente così che lo splendore dell’oro non t’abbarbagli. E quando l'avarizia, ghermendoti delle ferree sue unghie, t’abbia tolto ai pensieri del cielo per abbassarti alle cure di questa terra, forse che non ti parrà di precipitare dalla sublime altezza delle sfere nel profondo delle più cupe voragini?

P. — Non posso negarlo, e mal giunge la lingua a significare quanto dalla ruinosa caduta n’ abbia rotte le membra.

A. — Or perchè l’esperienza non t’apprese a fuggire il pericolo? Che se una volta ti sia dato risorgere, a che non vorrai tu stampare d’orme sicure il retto sentiero?

P. — Io mi vi adopero sì, ma, poichè troppo m’è duro usar violenza alla mia fragile natura, non vi riesco al modo che pur vorrei. Nè senza buona ragione i poeti antichi consecrarono la doppia cima del Parnaso ai numi; perchè con ciò miravano ad implorare da Apollo, cui dissero il dio dell’ingegno, la forza dell’animo, e da Bacco la destrezza a fornire le temporali bisogne. Nella qual opinione mi condusse non solo la esperienza, maestra delle cose, ma ancora l’autorità di dottissimi uomini, secondo che tu egregiamente conosci. Adunque, sebbene niuna fede si abbia a prestare a que’ falsi iddìi, pure in questa credenza de’ poeti v’ha molto buon senno: la quale ove si riferisca ad un solo Dio, da cui ci piove ogni opportuno soccorrimento, non molto si dilunga dal vero; se pure a te non sembra altrimenti.

A. — In questo io non dissento; bensì mi sdegno che tanto meschinamente logori il tempo. Perchè tu avevi già fisso di consecrare per intero la vita allo studio delle ottime cose e stimavi giorno perduto quello in cui fossi costretto a dedicarti a tutt’altro. Ora poi ciò solo dai allo studio che sopravanza all’avare tue cure. Ond’io conchiudo che ognuno dovrebbe, anche per tale rispetto, abbonire la vecchiaia, che tramuta così i pensamenti degli uomini. Deh quando porrai tu fine o modo a tante follie? E sai che il detto,

Mai non basta all'avaro il suo tesoro:

Giusto un confine alle tue brame assegna,

proferito da umana bocca, ha pur forza d’oracolo. Finiscila dunque, che ne sarebbe già tempo.

P. — Non patire difetto o aver abbondanza d’alcuna cosa, non comandar o servire; ciò è che solamente desidero.

A. — A non bisognare d’altri, ti converrebbe di svestire le umane forme. Ignori forse che l’uomo è il più povero di tutti gli animali?

P. — Sovente l'intesi, ma vorrei che me ne rinfrescassi la memoria.

A. — Mira com’egli nudo ed informe nasce tra i vagiti e le lagrime; come, pauroso e mal reggentesi sull’orme proprie, abbia mestieri d’una mano che lo sostenti e a lui porgano alimento e vestito i muti animali. Fragile ha l’animo, inquieto, assediato da molteplici morbi, a innumerevoli passioni soggetta, povero di consiglio, ondeggiante sempre tra la gioia e il dolore, impotente a volere, inetto ad infrenare il senso, incerto di ciò che meglio gli torni. Sin la misura del mangiare e del bere gli è sconosciuta; e gli alimenti, che pur non vengono meno a veruna guisa d’animali, ei deve procacciarseli a sudore di fronte. Lui il sonno ammorbidisce, il cibo rigonfia, la bevanda ubbriaca, la veglia affrange, la fame raggrinza, la sete inaridisce; e, cupido e pauroso ad un punto, si annoia del posseduto, piange lo smarrito, s’ affanna del passato, del presente e dell’avvenire, insuperbisce tra le miserie; consapevole della propria debolezza, si vede inferiore ai vermi più abbietti; e con sì breve vita, incerta età, inevitabil fine, egli si trova esposto a mille maniere di morte.

P. — Ahi qual cumulo di guai! io quasi mi dolgo d’ essere nato uomo.

A. — Pure, fra tanta debolezza e miseria, ti sembra d’essere così ricco e potente da disgradarne ogni Cesare e re, per quantunque grandissimo.

P. — E chi disse mai questo? ti ho parlato io di ricchezze o potenze?

A. — Ma v’ha egli maggior ricchezza che non patir difetto di cosa alcuna? maggior potenza che non essere comandati? perchè i monarchi e i signori della terra, che sono doviziosissimi, anch’essi vanno privi d’innumerevoli cose; e sino i condottieri d’eserciti sono in balia di coloro cui sembrano imperare e temono quelle schiere dalle quali attorniati si rendono formidabili agli altri. Cessa dallo sperar l’impossibile e, contento delle umane sorti, impara a tollerare si la ricchezza come la povertà e tanto il dominio quanto la servitù. A qualunque modo tu viva, non ti verrà mai fatto di scuoter da te un giogo da cui gli stessi re a sottrarsi non valgono. E tu non potrai ciò conseguire, se non allora che, poste sotto i piedi le umane passioni, t’accosti all’impero della virtù; entro il quale l’uomo fatto libero, proveduto di tutto, non soggetto a persona, verace re ed assoluto signore, beatamente mena i suoi giorni.

P. — Già mi sa male dell’operato sin qui, e nulla più bramo che non bramar nulla; ma la mala inclinazione mi trascina, e sento agitarmisi il cuore da non so qual battito irrequieto.

A. — Ed è appunto questo; giacchè mi toma in proposito il dirlo; quest’è che t’allontana dal pensier della morte e nelle terrene brighe tutto ti ravviluppa. Ma io t’accerto che, ove non sollevi lo sguardo al cielo e non disgravi l’animo dal suo peso mortale, non potrai chiamarti contento. Nè il farlo ti costerebbe molto, se ti conformassi ai dettati della tua buona indole e ti volgessi per aiuto a lei piuttosto che al violento impeto a cui si lascia andare la gente.

P. — Ed anche questo farò. Ma da che accennasti dell’ambizione, è da buon tempo che amerei me ne tenessi parola.

A. — Perchè vuoi che ti presti un uffizio cui nessuno meglio di te può adempiere? Ove disamini la tua coscienza, ben vedrai che questa non è la minore delle tue colpe.

P. — Adunque a nulla mi valse che, fatto spruzzatore del volgo e delle pubbliche voci, m’involassi alle città e, accogliendomi in seno al silenzio de’ boschi e de’ campi, rompessi guerra agli insidiosi onori? Io non mi sarei aspettato che mi dessi taccia di ambizioso.

A. — Voi, o uomini, molte cose lasciate non perchè non ne facciate stima, ma sì perchè non vi è dato di giungerne al possedimento. Il desiderio e la speranza così a vicenda si spronano che quando questa raffredda, quello intiepidisce; e per contrario.

P. — Dimmi, di grazia, che cosa recidesse il volo al mio sperare. Forse era io così povero di mezzi?

A. — Di ciò mi taccio, ma quello bensì ti mancava onde oggi particolarmente gli uomini si giovano ad aggrandire. E sono lo scendere ed il salire le altrui scale, il blandire, l’ingannare, il promettere, il mentire, l’infingersi, il dissimulare e il soffrire ogni guisa d’indegnità. Tu di queste e simili povero affatto com’eri, bene estimando di non poter vincere la tua natura, con prudenza e destrezza avesti ricorso ad altro. Perchè che significa, al dire di Cicerone, venire a lotta co’ numi, come un tempo i giganti, se non combattere colla propria natura?

P. — Ogni più desiderabile onore perisca, ove si deggia accattare a tal prezzo.

A. — Saviamente ragioni, ma da ciò non mi apparisce chiara la tua innocenza. Ed avvegnachè tu mi sia venuto dicendo la cagione per cui abborrissi gli onori, non ne consegue per questo che non agognassi a possederli; a quel modo che non è a chiamarsi dispregiatore di Roma chi, atterrito dal faticoso cammino, al dare de’ primi passi ritoma indietro. Inoltre so che tu non facesti nemmen tanto, come vorresti darlo ad intendere a te stesso e l’adoperi a persuaderlo a me; perchè non basta l'ombra del dito? come dicono, a velare la fronte. Forse che i tuoi pensieri e le azioni non mi sono ugualmente palesi? Or bene nè il tuo fuggire dalle città nè il rintanarti nelle selve ridondano in tua lode, sì invece danno al tuo operare sembianza di colpa. Per molti sentieri si tocca al termine desiderato; e tu, col muovere lungo una via abbandonata dai più, t’appressi, quantunque per iscorciatoie, a quell’ambizione che vanti di disprezzare. A lei t’invitano l’ozio, la solitudine, la noncuranza delle umane cose e gli stessi tuoi studii, i quali non vagheggiano se non se la gloria.

P. — Tu mi poni alle strette; però lo spigliarmene non mi sarebbe gran fatto difficile. Ma perchè il tempo rapido vola, e molte altre cose ne aspettano, procedi innanzi, se ti piace.

A. — Sia così! E non ti parlo de’ piaceri della gola, che non t’allettarono mai; se non forse la voluttuosa compiacenza che provi talvolta nel sederti a mensa con qualche amico. Ma ciò non mi dà ombra: dappoichè, tosto che ti rinchiuda nel tuo ritiro, ogni attrattiva di siffatti gusti sparisce; e tu, quando dal mondo sei lontano, vivi con tal sobrietà che in questo m’era dolce il vederti primo tramolti. Tralascio altresì dell’ira; a cui se talora più del giusto t’accendi, non va guari che, per la mitezza dell’indole, ritorni in pace, memore del consiglio d’Orazio:

Ira è breve furor; l’animo reggi

Che imperar vuol; s’ei d’obbedir disdegni,

Tu con briglie e catene ognor lo infrena.

P. — Io confesso che questa poetica sentenza ed altre che imparai dalla lettura de’ filosofi mi furono di non mediocre giovamento, e sopratutto la ricordanza della brevità della vita. Dappoichè qual rabbia è codesta che ci spinge a spendere i pochi di che ne sono assegnati solo nell’odiarci e danneggiarci a vicenda? Poco andrà che ci sorvenga l'ultimo giorno a spegner codeste fiamme, ad ammorzare gli sdegni; e se al nimico nostro, qual gravissimo dei mali, desideriamo la morte, ci sarà tra non molto esaudita la scellerata dimanda. Pertanto a che frutta il minare sè ed altri? a che mena il logorare miseramente la cortissima ora che ci è data ad operare il bene? e un tempo assegnato agli onesti godimenti o ai pensieri dell’eternità, un tempo che appena ne basta all’adempimento d’ogni nostro dovere, perchè volgerlo a fine diverso da quello a cui fu necessariamente destinato, acciocchè poi ne derivi morte sì a noi come ai prossimi? Il meditare in sì fatte verità m’impedì di precipitare in fondo all’abisso e di non rialzarmi tosto ove vi fossi caduto. Però, con tutto che vi ponessi ogni studio, mai non giunsi a temperare il fuoco della mia collera.

A. — A te o ad altri che ti somigli, io non temo che dalla collera possa derivare gran danno. Ond’è che, quando pur rimanessi al di sotto dei vantamenti degli stoici, i quali si ripromettono di spiantare dalla radice ogni infermità dell’animo, mi basta che in tal proposito faccia uso del temperamento insegnato dai peripatetici. Ma, lasciando di tali cose, passiamo alle altre che, per avere in sè maggior pericolo, richiedono che tu vi proveda più efficacemente.

P. — Dio buono! e che mai può esservi ancora di pericoloso?

A. — Forse che le fiamme della libidine non ti danno alcun travaglio?

P. — Troppo, sì! e tanto ardente alcuna fiata ch’io provo un vivissimo cruccio di non esser nato insensibile. Oh! saria pur meglio ch’io fossi un’immobile pietra anzi che provare nelle membra cotanto vivo commovimento.

A. — E ciò appunto è quello che principalmente t’allontana dalla meditazione delle divine cose. E la celeste dottrina di Platone egregiamente e’ insegna a tener l’animo puro e sciolto d’ogni terreno impaccio, se aspiriamo d’accostarci a leggere negli arcani della Divinità, alla quale è congiunto il pensiero del nostro essere mortale. E a questo effetto ci è bisogno di spegnere le corporali libidini e togliere dalla mente ogni men che casta imaginazione. E ben sai se io dica il vero, tu, che queste dottrine imparasti in Platone, alla cui lettura avidamente attendevi non ha molto tempo.

P. — Ciò è di fatto, e con vivo desiderio e grande speranza m’era posto a leggere gli scritti di quel divino; ma la novità della lingua e il subito allontanarsi del precettore mi ruppero a mezzo il disegno. Però gli insegnamenti di cui favelli io li appresi sì da lui come da altri platonici.

A. — Quando si tratti del vero, poco monta il sapere chi ne sia stato il maestro; benchè talora l’autorità dell’insegnante giovi non poco.

P. — E di un tanto uomo principalmente, dei quale mi si scolpì nell’animo quanto dice Cicerone nelle Tusculane: e Platone, ove pure non confermasse il suo dire con alcuna ragione (vedi quanto grande stima io faccia di questo sommo!), colla sua sola autorità mi renderebbe affatto convinto. A me poi nel ripensare sovente alla grandezza di quel sublime intelletto, sembra indegna cosa che, mentre il volgo de’ pitagorici giura nelle parole del suo maestro, si voglia chiamar Platone a render conto della propria dottrina. Ma, a non andar troppo lontano dal mio proposito, di tanto e l’autorità e la ragione e l’esperienza mi mostrarono evidente questa sentenza platonica che io non dubito di riguardarla siccome la più vera e santa d’ogni altra. E tanto mi fece di bene che, sorretto dal celeste fiuto, giunsi a rilevarmi di terra; e con incredibile ed immensa dolcezza conobbi ciò che nel presente fosse il mio meglio e nel passato il mio peggio. Ora poi, che trascinato in giù dal mio peso ricaddi nell’antica miseria, amaramente comprendo ciò che m’abbia perduto una seconda volta. Nè vo riandando queste cose ad altro fine che per chiarirti quanto mi giovasse il conoscere ab esperto quel placito di Platone.

A. — Non me ne maraviglio; che io, presente a’ tuoi combattimenti, ti vidi precipitare e risorgere; e adesso, mosso da compassione, me’n venni a stendere la mano al caduto.

P. — Ringrazio la tua affettuosa pietà e ti chiedo qual mezzo umano debba io adoperare per riavermi.

A. — Lascia gli umani mezzi e in tutto ricorri ai divini; perchè non può guardar continenza cui Dio non aiuti. A lui pertanto ti volgi e con le lagrime del pentimento lo supplica d’un tanto dono. Egli concede ciò che debitamente gli si dimandi.

P. — Già tante volte lo feci che temo di non tornargli molesto.

A. — Ma nè umile nè sobria fu la tua dimanda così che, anche rinnovandola con tutto l'ardore, non ti riserbassi alcun luogo alle future cupidigie. Ed io ti parlo di cosa che ebbi provata in me stesso. Quante volte no’l pregava: « Dammi, o Signore, la castità, ma non adesso; differisci alquanto, che presto ne verrà il tempo. La florida età cammini un altro poco per le sue strade e goda de’ suoi privilegi: ad altro tempo sarebbe vergogna il folleggiare siccome adesso. Allora soltanto darò un addio ai piaceri che il correre degli anni m’abbia tolto modo a goderne, e la sazietà che da essi s’ingenera levi ogni pericolo di ricaduta. » Or non t’ accorgi che, ripetendo queste parole, altro preghi ed altro vuoi?

P. — Ed in qual modo?

A. — Perchè chi domanda a tempo non si cura del presente.

P. — Ma io con tante lagrime supplicai che mi si concedesse questo presente, sperando che, spezzate ad un punto le catene del piacere e poste sotto i piedi le miserie della vita, mi fosse dato di giungere a salvezza e ricoverarmi nel porto, dopo aver corse tante pericolose procelle. Tu poi non ignori in mezzo a che altri scogli io naufragassi e quali nuovi pericoli mi sieno minacciati, ove nessuno mi porga aiuto.

A. — Allorchè la preghiera manchi d’effetto, e’ vuol dire che è difettiva in qualche parte: perchè, d’ altra guisa, il supremo donatore l’avrebbe assentita ovveramente negata; come fece allorchè volle perfezionare la virtù e la infermità dell’apostolo Paolo.

P. — Credo che così sia; ed intanto non cesserò mai dal pregare, nè mi stancherò, nè vergognerommi, nè getterò la speranza. E forse che l'Onnipotente, tocco a compassione de’ miei mali, non isdegni d’ascoltare le mie domande, se giuste, e se altrimenti, si compiaccia a renderle tali.

A. — Egregiamente farai: conviene però che tu non rimetta punto del buon volere. E, come usano coloro che per rilevarsi di terra s’alzano sul gombito, stattene a buona guardia contro i mali che ti corrono incontro, acciocchè al loro improviso sopravenire tu non ne patisca estrema rovina. Nè lasciar mai di ricorrere per aiuto a chi può darlo; perchè ei ti starà vicino quando forse lo crederai più lontano. Non perdere intanto di vista quel sapiente detto di Platone che ricordammo più sopra: dalla conoscenza di Dio nulla può allontanare quanto i carnali appetiti e il fuoco della libidine. Ripensa bene a queste parole, perchè in esse è riposto il meglio che ti potessi venir consigliando.

P. — Acciocchè tu intenda in qual prezzo le abbia avute sempre queste parole, io ti dirò che non solo me le strinsi al cuore quando esse risiedevano nella propria reggia, ma sì ancora quando pellegrine si nascondeano nei boschi; e colla mente segnai il luogo ove, al bisogno, possano farmisi incontro.

A. — Non mi giunge chiaro questo tuo discorso.

P. — T’è noto per quanti pericoli Virgilio conducesse il suo eroe in quell’orrida notte che fu l’ultima del reame troiano?

A. — I versi in cui Enea stesso è introdotto a raccontar i proprii casi sono de’ più conosciuti che si leggano nelle scuole:

Qual mai racconterà lingua mortale

E le stragi e le morti onde fu orrenda

Quella memore notte? Oh non v’ha pianto

Ch’unqua le dolorose opre n’ agguagli!

Cade l’alta città che da lungh’anni

Fu di genti reina; e nelle case,

Nelle piazze e de’ numi entro gli alberghi,

Cumuli vedi di trafitte salme

Che t’ingombrano il passo. — Il troian sangue

Però solo non corre; anco ne’ vinti

Il cor torna un istante, e il nostro ferro

Del vincitor miete le vite. Ovunque

Il lutto, lo spavento e della morte

La terribile imagine passeggia.

P. — Or bene! Frattanto che Enea, scortato da Venere, s’aggira tra i nemici e le fiamme ad occhi aperti, non vide la collera degli offesi numi, nè udì che suoni mortali. Ma non appena fu lasciato da lei che tosto gli apparvero le adirate sembianze degl’iddìi, e tutto gli fu manifesto il pericolo che lo minacciava:

Dei numi avversi alla troiana gente

Gli si mostrerò i corrucciati volti.

Dai quali versi io ritrassi che i piaceri di Venere nascondono all’uomo l’aspetto della Divinità.

A. — Con bell’ingegno sapesti svolgere la luce dalle tenebre. Così sotto le poetiche finzioni si cela la verità; benchè a scoprirnela sia uopo di molto sottili accorgimenti. Ma perchè dobbiamo tornare su questo argomento, ne parleremo all’ultimo più di proposito.

P. — Acciocchè tu non mi conduca attorno per ignoti sentieri, dimmi di che allora mi tratterrai.

A. — Io non ho ancora posto il dito sulle tue più profonde ferite. E volli indugiarmi a bella posta acciocchè meglio ti si scolpisca nella memoria quanto sarò per dirti. Vedrai allora se da questi carnali appetiti, di cui appena toccammo, ci verrà ampia materia al discorso.

P. — Orsù, va innanzi, ch’ io ti seguo.

A. — Purchè non t’ostini a startene sfacciatamente sul niego, io credo che sarà quindinnanzi finita ogni contesa.

P. — Oh come mi piacerebbe che si togliesse dal mondo ogni sorgente di litigio. E non v’ebbe mai cosa, per quanto mi paresse di gran rilievo, che mi conducesse a contendere se non a malincuore; perchè siffatte questioni, quand’anche insorgano tra benevoli, hanno un non so che d’ostile che troppo è avverso all’indole dell’amicizia. Ma dichiarami adesso quello a cui dicesti che io assentirò senza indugio.

A. — L’ animo tuo è dominato da una cotal peste che i moderni chiamano malinconia e gli antichi dissero tristezza.

P. — Al nome solo ne inorridisco.

A. — Certo perchè ne fosti travagliato sì a lungo.

P. — Sì, è vero; ma in codesta mia infermità non m’avvenne ciò che nelle altre, le quali contengono una non so quale falsa dolcezza mista all’amaro; perchè tutto in lei è tristo, misero, aspro ed orrendo, tutto mena alla disperazione e a quegli eccessi che trascinano gl’infelici al precipizio. Oltre a ciò, frequenti, sì, ma brevi e momentanei sono gli assalti che mi danno le altre passioni, ma questa maligna e tenace tanto mi stringe che nè giorno nè notte allenta le sue catene; ed allora non è intorno a me luce quella che splende, ma notte d’inferno, non vita che io goda, ma acerbissima morte. E per colmo di sventura, mentre di sì fatta guisa essa mi accuora e dolorosamente m’affrange, io mi sento preso da una cotal voluttà che non posso strapparmi dalle sue braccia senza provarne rincrescimento.

A. — Assai bene mi favellasti della tua malattia; di corto ne saprai ancora la cagione. Dimmi frattanto di che così fieramente ti crucci? forse del rapido passare di queste temporali cose, d’un qualche dolore nel corpo, ovvero d’alcun altro oltraggio dell’ingiusta fortuna?

P. — Se i miei nemici uno ad uno mi movessero guerra, non io mi ricuserei di affrontarli; ma costoro tutti ad un tempo muovono in gran frotta ad assalirmi.

A. — Dichiarami più in particolare ciò che t’arreca maggior gravezza.

P. — Allorchè la fortuna mi scaglia uno de’ suoi dardi, io non m’atterrisco, rammentando come non una volta ella m’abbia profondamente piagato. Se ella rinsanguina la ferita, comincio alcun poco a tentennare; ove poi ai due primi colpi succeda il terzo ed il quarto, allora vinto, non però così che mi metta a precipitosa fuga, ma passo passo, mi ritiro nella rôcca della ragione. Che se la nemica mia col nerbo di tutte le sue forze ivi pure m’assalga ed a soggettarmi affatto schieri in ordine di battaglia le miserie della umana condizione, la memoria delle sostenute fatiche e lo spavento de’ danni futuri; al vedermi d’ogni dove incalzato ed oppresso sotto il peso di tante sciagure, non posso non prorompere in gemiti. E ciò è appunto che tanto m’affligge. Onde io divento allora simile a colui che, attorniato da tutte bande, senza che gli si apra scampo o fiducia di salvezza, nulla più abbia a sperare, e tutto gli resti a temere. E già, alzate le macchine e scavate le mine, tremar vede le torri, appressare alle trincere le scale, appiccarsi alle mura i roncigli, e il fuoco trascorrere lungo le esteriori difese; dappertutto un balenar d’armi, un accorrere di nemici, che, minacciosi in sembianza, cogli occhi divorano la preda.... Ora il tapino che sia sopragiunto da tanta mina non dovrà intirizzire dallo spavento? perchè, quand’anche cessi il pericolo di morte, egli perde la libertà, che all’uomo forte o la più fiera delle ambasce.

A. — Comechè non mi suonino al tutto chiare le tue parole, pure lo sono abbastanza per rilevarne che ti si è fitta in mente una, massima falsa; la quale siccome fu origine di tutti i mali, così condusse e condurrà in perdizione infinita gente — Dimmi; ti sanno male le tue condizioni presenti? tristi sembrano a te le tue condizioni?

P. — Anzi non potrebbero esser peggiori.

A. — E perchè?

P. — Non uno, ma innumerevoli ne sono i perchè.

A. — S’avvera in te pure il caso di coloro che, ad ogni minimo motto d’oltraggio, si richiamano al pensiero le antiche offese.

P. — Non v’ ha piaga, per quanto si voglia antica, che per virtù di tempo in me risanasse. Tutte ancora grondano sangue e mi danno spasimo; e se ve n’ è alcuna da potersi guarire, la fortuna così mostrasi vaga di tormentarmi che non le lascia tempo a rimarginare. A ciò s’aggiunge l’odio e il disprezzo delle umane cose, tanto e sì grande che la vita non può passarmi se non mestissima. In quanto poi al nome onde vuolsi chiamare questa malinconia che m’affligge, non me ne curo punto; ma troppo è vero ch’io ne patisco.

A. — Giacchè, da quanto scorgo, il male ha messe barbe in te profonde, non basterà lo svellerlo a fior di terra, ma sì dall’ime radici, ove non vogliasi che rigermogli. Non so poi da che parte por mano all’opera, tanto essa m’atterrisce; ma acciocchè le mie parole ti suonino più chiare ed agevoli, farò di dirtene per sommi capi. Dichiarami adunque che cosa stimi innanzi a tutto recarti maggior molestia.

P. — Quanto veggo, ascolto ed intendo.

A. — E niente v’ ha di tutto ciò che t’ aggradi?

P. — Ben poco, o nulla.

A. — Fosse almeno che t’allettassero le cose buone! Ma e non v’ha nulla che in particolar guisa rincresca?

P. — Già te ’l dissi.

A. — Ecco un altro effetto di quell’umor nero che sì t’opprime. Or bene; ed io credo che sieno i fatti tuoi quelli di che prendi maggior fastidio.

P. — E gli altrui non meno.

A. — Ed anche questo è rivo che sgorga dalla stessa fonte. Ma, a parlare con qualche ordine, è poi vero che tanta amarezza ti dieno i fatti tuoi.

P. — Cessa, o padre, dal rinnovarmene la domanda? Aggiungerò solo ch’essi mi annoiano più che io non basti a significare,

A. — È segno dunque che ti reca noia l’invidia che altri ti porta.

P. — Infelicissimo colui che invidia ad un in felice!

A. — Ma pure la vi dev’ essere questa cosa che più delle altre ti spiace.

P. — No ’l so.

A. — Vorrai tu convenirne, ove io te la nomini?

P. — Sì, schiettamente.

A. — Sei sdegnato colla tua fortuna.

P. — E non mi sarà forza odiare la superba, violenta e cieca fortuna, la quale, senza verun riguardo, tutto quanto volge sossopra?

A. — Non v’ha persona che di ciò non si lagni; ma ora parliamo de’ tuoi risentimenti in particolare. Or vorrai tu rabbonirti, se io ti mostri che ti lamenti a torto?

P. — Ti togli un’assai malagevole impresa. Però consento, ove tu ci riesca.

A. — A te pare che la fortuna ti sia poco cortese.

P. — Anzi ella è con me a varissima, iniquissima, superbissima, crudelissima.

A. — Non è uno solo che si chiami malcontento di lei come dice il poeta comico, ma infinito n’è il gregge. E tu vai annoverato fra’ molti, comechè ti vorrei tra’ pochi. Siccome però antica è la malattia, e appena si potrebbe guarirla con nuovo rimedio, mi lasceresti ritentare l’usato?

P. — Fa a tuo senno.

A. — Rispondimi. Fosti mai in tale distretta da soffrire la fame, la sete, il freddo?

P. — La fortuna non mi guardò ancora con occhio sì bieco.

A. — Pure da queste cagioni medesime quanti son travagliati! quanti afflitti!

P. — Tienti il tuo farmaco, se altro nonne hai; questo non varrà certo a sanarmi. Perchè non sono io già di coloro che, colpiti dalla sventura, amano di circondarsi d’una turba di piagnolosi lamentatori. E troppo spesso sospiro, più che de’ miei, degli altrui mali.

A. — Meglio che a blandire, io miro a giovarti. Sappi pertanto che, quando l'uomo riguardi alle altrui sorti, ha cagione [5] di chiamarsi contento delle proprie. Perchè non tutti possono occupare i primi seggi; d’altra guisa non vi sarebbero primi, ove non si dessero secondi. Per lo che è a dire che la fortuna amichevolmente vi tratti allorchè delle acerbissime prove onde tormenta i mortali vi risparmia le più tremende; sebbene a coloro eziandio che sono disgraziati di tanto è da provedere con que’ soccorrimenti che più tornano all’uopo: della qual cosa non hai certo bisogno tu, che non ne fosti se non lievemente percosso. Ma che cosa vi precipita infondo all’abisso, se non la dimenticanza delle proprie condizioni? e nel mentre vagheggiate col pensiero d’ascendere al sommo grado, a cui, come notai, non è dato giungere che a pochi, avvampate di sdegno se non riuscite a toccarvi. Che se poi chi aspira alla cima degli onori conoscesse tutte le miserie della grandezza, non potrebbe non rimaner compreso d’alto spavento. E ciò si prova dal testimonio di quelli che, dopo aver tanto affaticato a salire, maledicono adesso l’agevolezza onde furono assecondati i loro desiderii. Il che se a tutti è palese, a te dev’essere principalmente, cui la lunga esperienza insegnò quanto dure, affannose e meschine sieno le sorti degli stati eminenti. Da ciò è che nessuno si trovi contento; perchè e chi conseguisce il desiderato e chi non crede d’avere giuste cagioni a lamentarsi; mentre l’uno si stima deluso, l’altro sprezzato. Tu adunque attienti al consiglio di Seneca; e, riguardandoti attorno, pensa a quanti ti precedano ed a quanti ti vengano dietro. Se ami piacere a Dio e a te stesso, non ti scordare de’ molti a cui andasti innanzi; e perciò, secondo che è detto nella sovraccennata sentenza, fa di assegnarti da te quel confine oltre il quale, quand’anche potessi, non è da varcare.

P. — E già tanto feci che, se non mi fallisce il vedere, moderati sono i miei desiderii. Ma, di mezzo ai corrotti costumi ed alla sfacciataggine di questo secolo, agli uomini della mia tempera si appone la taccia di pigri e di vili.

A. — E l’opinione del volgo turberà la tua pace? del volgo che non giudica mai sanamente, che mai non chiama le cose col vero lor nome? E tu, se ben rammento, un tempo non ne facevi caso.

P. — Nè mai ebbi in minore estimazione che adesso. Di siffatti giudizii tanto mi cale che di quello d’una mandra di zebe [6].

A. — Or via, e che altro sì ti commove?

P. — Nessuno, fra tutti i miei coetanei, allettò brame più discrete delle mie; e a nessuno, siccome a me, tante difficoltà s’attraversarono a contendere il passo: ciò è che amaramente mi cruccia. E se ponessi a troppo alto segno la mira, costei che del mio e di tutti i cuori è conoscitrice invoco a testimonio. Ella, che legge nel più chiuso dei pensieri, ben vede che, per quanto la mente trascorresse tutti i gradi onde si sale, giammai non ismarrii la tranquillità dell’animo, la quale stimo doversi anteporre ad ogni bene. Perciò, giurando odio a quelle condizioni che abbondano di affannose cure, ebbi ognora a preferire la mediocrità; nè co’ detti solo, ma sì ancora co’ fatti m’attenni a quella sentenza d’Orazio:

L’aurea mediocrità chi lieto abbraccia,

Non del povero tetto si contrista;

Ma il livor che dell’invido è martello

Dal tranquillo suo cor cauto discaccia.

E bella mi sembra la ragione che ne soggiunge:

Più spesso il tento degli eccelsi pini

Crolla le cime; le sublimi torri

Precipitando con maggior mina

Cadono al suolo, e il fulmine de’ monti

L’aerea retta sfolgora e scoscende.

Nè io mi dolsi mai del modesto mio stato.

A. — E che mi risponderai, ove io ti persuada che quanto stimi esser mediocre è al di sopra della tua condizione? Che, se ti mostri siccome tu da gran tempo godi, e in buon dato ne godi, di codesta tua mediocrità? che, se ti dica qualmente te la lasciassi di buon tratto dopo le spalle? onde, più che di spregio, porgi argomento a molti d’invidia.

P. — Fosse anche ciò vero, a me parrebbe sempre il contrario.

A. — E questa tua matta opinione è sorgente di tutti i tuoi mali e di quello onde principalmente ora t'affliggi. A cansare pertanto da tal Cariddi vuolsi usar forza di remi e di vele.

P. — Ma dove fuggirmi? a qual porto dirizzare la prora? che altro deggio io credere, se non quello che tocco con mano?

A. — Tu non guardi se non innanzi a te; ma se ti mirassi da tergo, ravvisando la innumerevol turba che move dopo i tuoi passi, non che essere nelle ultime file, conosceresti di camminar nelle prime. Ma la inflessibilità eccessiva del tuo proposto ti vieta di veder tanto.

P. — E il feci altra fiata, e posi mente ai tanti che mi venivano dietro, senza che arrossissi della mia sorte; e a buon diritto, perchè

Di tante cure il pondo odio e detesto.

Che anzi, a valermi delle frasi dello stesso Orazio, mi tocca sempre

Pendere dalla incerta ora che fugge.

Ma, ove mi si tolga di dosso questa ansietà, ho abbondevolmente di che fornire al bisognevole; e dirò con buona pace, ciò che al luogo stesso soggiunge il poeta:

Forse troppo richieggo? A me sol basta

Ciò che possedo, e forse men. Trascorra

Così del viver mio placida l'ora,

Se lunga vita ancor m’assente il nume.

Io, sempre in sospetto dell’avvenire e incerto nell’animo, non risento alcuna dolcezza de’ favori della fortuna e, come vedi, vivo, più che a me, agli altri; cosa fra tutte la più miserabile. Oh almeno trovassi riposo nella vecchiaia! e, dopo essere stato tanto trabalzato dall’onde, morissi in porto tranquillo.

A. — E tu adunque, tra tante migliaia d’uomini, di mezzo al turbine delle umane vicende, ravvolto nella molteplice varietà di mille e mille casi, ed in così grande incertezza dell’avvenire, tu solo, a dir breve, posto come gli altri sotto l’impero della fortuna, vorrai passartela spensieratamente? Uomo mortale, guarda bene a che aspiri; guarda a ciò che tu chiedi. In quanto poi al lamentare che fai di non aver vissuto a te stesso, servaggio piuttosto che povertà è da chiamarsi il tuo. E sebbene codesto stato sia da riputarsi molto infelice, pure, se col pensiero tu scorra alquanto per le condizioni umane, riscontrerai pochissimi cui toccasse di vivere a sè stessi. Perchè coloro altresì che hanno fama di più fortunati e tennero pronte a’ proprii servigii infinite genti, deggiono poi anche essi, senza badare a veglie e a fatiche, soggiacere alle altrui voglie, secondo che le loro parole ne fanno testimonianza. Ed a convincertene con un illustre esempio, io ti recherò le parole di Giulio Cesare; il quale disse con altrettanta arroganza che verità: «Il genere umano è fatto per servire a pochi.» Pure, dopo ch’ebbe costretto l’intero mondo a non vivere altro che per lui, egli viveva per gli altri. Domanderai forse per chi? Per coloro, io ti rispondo, che lo uccisero; per quel Bruto e quel Cimbro e l’altra turba di perfidi congiurati, ad empiere le cui bramose voglie non bastò la munificenza d’un sì generoso benefattore.

P. — Le tue parole m’hanno vinto così che più io non isdegni d’essere nè povero nè servo.

A. — Sdégnati piuttosto che tu non sia divenuto ancora sapiente; il che solo può conferire libertà e ricchezza. Se non che devi sapere che colui il quale con tranquillo occhio vede allontanarsi le cause e poi si lagna perchè gli vengan meno gli effetti, non s’intende per nulla della natura nè di quelle nè di questi. Ma va innanzi. Oltre al detto sin qui, è forse la fralezza del tuo corpo o qualche altro segreto affanno che tanto ti macera?

P. — Ogniqualvolta io penso alle gravi molestie che arrecommi il mio corpo, non posso non risentirne dispetto; ma quando mi paragono cogli altri, ho da consolarmi che il mio mi si mostri a sufficienza obbediente. Ed oh potessi dire lo stesso dell’animo! ma egli vuol dominare.

A. — Nulla è più da desiderare se non ch’esso viva soggettò all’impero della ragione. Ma tornando al corpo, quali gravezze ti cagiona?

P. — Quelle soltanto che ho comuni cogli altri. Quindi è che mi tormenti co’ suoi dolori, m’aggravi col peso, astringa al sonno lo spirito vigilante, e ad altre necessità m’induca l’annoverare le quali troppo lungo e noioso sarebbe.

A. — Non te ne piglierai tanto affanno, ove ti sovvenga d’esser nato uomo. Or pognamo che ti cessi anche questa sciagura, dimmi se ti restino altre cagioni d’amarezza.

P. — E non ti giunse all’orecchio la spietata crudeltà della fortuna, a me vera matrigna, la quale in un sol giorno, con uno de’ suoi ingiusti rovesci in un giorno solo atterrò nel fango me con ogni mia speranza e ricchezza, ed insieme la mia famiglia e la casa?

A. — Io ti veggo il pianto negli occhi: perciò mi taccio. Nè intendo ora d’ammaestrarti, ma sì d’ammonirti; e tanto mi basti. Perchè, se tu richiami alla mente gli sterminii, non che di private famiglie, ma di famosi regni avvenuti in tutti i secoli (e ti gioverà non poco a tale effetto leggere le antiche tragedie), avrai molto meno a dolerti che la tua famigliola abbia corso una simigliante fortuna. Or via prosegui; e ciò a cui accenno di volo ti porgerà appresso materia a più mature considerazioni.

P. — Ove troverò parole a significare le noie e i giornalieri fastidii della mia vita? Come non mi rattristerò all’aspetto di quell’abbiettissima e tristissima fra tutte le città della terra, fangosa sentina ove s’accoglie la schiuma di quanto ha di più scellerato nel mondo? di che voci varrommi a ridirne le molte turpitudini che commovono a nauseoso disdegno? E le strade, a modo di fogne, riboccanti di rabbiosi cani e d’immonde scrofe, e lo strepito delle ruote che rasentano le muraglie, e i cocchi che coll’attraversarsi rendono disastroso il cammino, e le diverse guise d’uomini e di sembianti? Poi l'orrido aspetto di mendichi affranti dalla miseria, e le pazze smanie dei molti ricchi nuotanti in lascive delizie, e la discordia degli animi, e le difformi arti e lo schiamazzio di tante voci confuse, e il riurtarsi e il far pressa della trafelante ciurmaglia: le quali cose tutte contristano i buoni e, togliendo la quiete agli animi generosi, interrompono lo studio delle ottime discipline. Così Dio, finchè la nave è ancora intatta, mi scampi dal naufragio! perchè davvero che sovente mi guardo attorno a vedere se, vivo ancora, io sia disceso nell’inferno. Ora come mai può l’uomo, in tali condizioni, consacrarsi tutto all’amore del bene?

Va dunque e scalda a’ begli estri la mente!

A. — Questo verso d’Orazio mi dà a conoscere ciò che più di tutto t’affligga. A te disgrada troppo il menare la vita in luoghi tanto avversi ai tuoi studii; perchè, come dice lo stesso poeta,

Chi delle muse ai cari ozii s’ addice,

Le città fugge e ratto si rinselva.

E tu stesso in certa epistola, comechè con altre parole, sponevi un uguale concetto:

Al cittadin romor s’invola il vate

Cui la cheta de’ boschi ombra diletta.

Credimi però che, ove s’acchetasse in te l’interna battaglia del pensiero, l’assordante frastuono delle città percuoterebbe sì i tuoi sensi, ma non già l’animo. Ma, a non ricantarti ciò che già sai, ti ricorderò solamente la lettera che in questo proposito molto opportunamente scrisse Seneca e il suo libro Sulla tranquillità dell’animo. E del pari, acciocchè risani di cotal malattia, potrai leggere quanto dettò egregiamente Cicerone nelle Tusculane, nel terzo dei trattenimenti con Bruto.

P. — Non ti dovrebbe essere ignoto che io lessi, e attentamente, questi libri.

A. — Nè ti giovarono punto?

P. — Moltissimo fintantochè li teneva tra mano; ma non appena li poneva in disparte, eccomi l’uomo di prima.

A. — Costume è questo che tu hai comune con quanti leggono. Da che ne deriva quella brutta sconcezza, che torme di letterati uomini, i quali, qui e colà errabondi, non rifiniscono mai dal disputare intorno all’arte del vivere, non sanno porre ad effetto le dottrine che insegnano. Ora, a legger bene, vuolsi che tu apponga, a certi luoghi, opportune postille.

P. — Di che postille mi parli?

A. — Quando nel leggere ti cadano sott’occhio salutari sentenze che o ti commòvano l’animo o lo correggano, non fidarti alla prontezza dell’ingegno, ma sì fa di scolpirle ne’ più chiusi recessi della memoria, affinchè, dal ruminarle entro a te, ti si rendano quasi domestiche. E ne avverrà che tu, a guisa dei medici, abbi scritto come a dire nell’animo il rimedio, acconcio alla circostanza od al luogo ogniqualvolta una o altra infermità all’improviso ti assalga. Perchè a quel modo negli umani corpi, così v’ha nell’animo passioni cui se indugi a curare, ogni speranza di salute è perduta. E si danno, a cagion d’esempio, secondo che a tutti è manifesto, movimenti d’una natura subita tanto che, ove non sieno imbrigliati sull’atto dalla ragione, menano a perdizione il corpo, l’animo e tutto l’uomo, e tardo giunge qualsivoglia rimedio. Il che è a dire principalmente, dell’ira; alla quale non a torto opinarono essere sovrapposta la sede della ragione quelli che, dividendo l’anima in tre parti, dissero la ragione stanziare, a guisa di rôcca, nel capo, l’ira entro il petto, la concupiscenza nei lombi. Ed io credo cbe alla ragione sia assegnato tal luogo affinchè temperi i violenti assalti delle passioni che a lei soggiacciono, e di là suoni come a raccolta: all’ira altresì, in tanta vicinanza, ella mette in bocca un necessario freno.

P. — Ben dici! ed acciocchè ti sia chiaro che io non solo dalle scritture dei fisici, ma sì ancora dai poeti traggo utili documenti, hai a sapere che in quei versi nei quali Virgilio, descrivendo l’imperversare dei venti che, costretti entro profonde grotte, fremono dattorno alle chiostre del monte, ci pone dinanzi l’imagine di Eolo, il quale, assiso in cima d’una rôcca, ne tempera la furia, mi parve affigurata la ragione, che regge e compone in pace gli sregolati movimenti dell’animo, onde spesso sono agitati gli umani petti. D’altra guisa,

Le terre, i mari ed il profondo cielo

Dal ratto impeto lor dispersi e tratti

Foran per l'aure ciecamente a volo.

E mi sembra che quest’esempio voglia essere dichiarato così: che le terre messe sossopra dai venti ne mostrino la terrena materia del corpo; i mari, quell’umore onde sì vive; e il cielo profondo, l’anima che alberga ne’ più segreti recessi. Nella quale, come altrove si esprime lo stesso poeta, risiede un igneo vigore ed un’origine celeste. Quasi che egli dicesse esservi nelle passioni una tal potenza da sterminare affatto l'anima, il corpo e tutto l’uomo; siccome per contrario dai monti e dal re che sta loro sopra venirne significata la rôcca del capo e la ragione che alberga in esso. Eccone le parole:

Nell’ antro spazioso Eolo de’ venti

Le lotte infrena, e delle risonanti

Procelle il furiar governa, in ceppi

Li stringe e dentro a’ più segreti spechi

Prigionieri ritienli. Essi d’intorno

Alle chiuse del monte orride chiostre

Aggiransi fremendo e mugolando.

Assiso a sommo delta rôcca intanto

Eolo sta immoto e in man regge lo scettro.

Io poi, ponderando una ad una queste parole, provai entro a me un non so quale tumulto e la lotta, il rombo e il fremito delle sonanti procelle; le quali cose ben possono riferirsi all’ira. E come lessi del re che, sedendo a sommo la rupe, stende lo scettro al comando ed i ribellanti avvince in carcere ed in catene, non dubitai punto che il poeta non intendesse tutto questo della ragione. Infine, a significare più apertamente che favellava della ragione e dell’ ira, la quale intorbida lo spirito, soggiunse:

« Ei ne acqueta gli spirti e tempra l’ire. »

A. — Assai bene t’addentri nei segreti intendimenti della poetica narrazione, e te ne lodo. Perchè, sia che Virgilio medesimo a ciò mirasse nello scrivere, sia che, lontanissimo pur dal pensarvi, non altro si proponesse che di descrivere una burrasca di mare, v’è assai di buon senno in tutto quello che dicesti intorno alla veemenza della collera ed all’impero della ragione. Ma, a ripigliare l’interrotto discorso dell’ira e dell’altre passioni, e principalmente a tener proposito di questa peste di cui parliamo, io non posso mai esortarti abbastanza affinchè t’adoperi a ritrarre da un’attenta lettura il frutto di simiglianti pensieri. Apponi, come dissi, alle utili sentenze certi segni, che ti giovino come d’uncini onde rattener la memoria, ed anche questa ti varrà quale una buona guardia contro ogni sorta di nemici, particolarmente la tristezza; la quale aduggiando della sua mortifera ombra i semi della virtù e i frutti dell’ingegno, li mena a morte. «In essa, dice elegantemente Tullio, avvi il fonte e il capo d’ogni miseria. » E lasciando anche stare che non v’è uomo il quale non abbia molte cagioni di piangere, e che la memoria delle tue colpe a buon diritto ti rende mesto, la qual maniera di tristezza, purchè non s’ammogli alla disperazione, è la sola che torni a salute; dovrai confessare che, ove ti faccia ad esaminare minutamente te stesso, conoscerai siccome la divina providenza, pur tra la turba de’ dolorosi e degli afflitti, ti desse non una sola gioia e conforto. Che se poi ti duoli e di non esser vissuto a te stesso e dell’increscevole tumulto cittadino, ristora l’abbattuto tuo spirito col richiamarti al pensiero che questo lamento ti è comune con uomini sommi e che altri non hai da incolpare che te medesimo, se i tuoi passi vanno smarriti per cosiffatti labirinti; dai quali però t’è libera l’uscita ove prima t’aggradi. E molto eziandio ti gioverà a tale effetto l’avvezzare l’orecchio ai clamori del volgo, il cui frastuono ti parrà siccome romore d’acque precipitanti dall’alto. Fa adunque, come altra volta ti dissi, d’attutare i tumulti che ti fanno guerra da dentro, e n’andrà in dileguo ogni tristezza; perchè indarno è ottenebrato da peregrine nubi o assordato dal rombare del tuono un cuore tranquillo. Allora, non diverso da chi guarda dal porto l’altrui naufragio e ode le voci di soccorso dei pericolanti tra i flutti, tranquillo volgerai intorno lo sguardo, e quanto maggior pietà si desterà nell’animo al triste aspetto delle sciagure altrui, e tanto maggior compiacenza ti verrà dal sentirti sicuro. Così adoperando, riavrai, siccome spero, la pace del cuore.

P. — Sebbene molte lusinghevoli cose tu mi sia venuto dicendo, fra cui sopra ogni altra mi piace la facilità con che giudichi essermi lecito d’abbandonar la città; pur tutta volta, dacchè con parecchi argomenti mi hai persuaso, prima che tu mi sconfigga del tutto, amo meglio di deporre qui le armi.

A. — Or su via, bandisci una volta siffatte malinconie e tornatene in pace colla tua fortuna.

P. — Certo sì; ove pure codesta fortuna sia qualche cosa. Giacchè, come t’è noto, tra il greco e il latino poeta s’agita intorno a lei una gran lite; a tal che, sdegnando quegli di non mai nominare nelle sue opere la fortuna, come se punto non esistesse, questo nostro più volte ne fa menzione, invocandola anche quale onnipotente; ed alla opinione di lui aggiunge autorità un nobile storico ed egregio oratore. E di vero Crispo Sallustio afferma in ogni evento aver dominio la fortuna, e Tullio non istette in forse di chiamarla signora delle umane cose. Di che avviso poi io mi sia, dirollo ad altro tempo e luogo; ma in quanto ha riguardo al nostro proposito, di tanto mi valsero le tue ammonizioni che, ov’io mi confronti colla maggior parte degli uomini, non so più stimarmi tanto infelice.

A. — M’è dolce il farti bene in alcuna parte, e sì il vorrei in tutte. Ma posciachè il nostro discorso si allungò oltremisura, rimetteremo al terzo giorno la trattazione di quanto ne resta. E così daremo fine.

P. — Ed io da questo numero ternario traggo buon augurio; non tanto perchè tre sieno le Grazie quanto perchè sommamente piace alla Divinità. Il che è chiaro sì a coloro che, professando la nostra religione, pongono nella Trinità ogni loro speranza, sì ancora ai filosofi gentili, che nelle feste religiose de’ numi lo riguardavano siccome sacro. E sembra che a ciò mirasse il mio Virgilio là dove dice:

Al nume il disugual numero piace.

E ch’ egli parlasse del ternario, è dimostrato dagli antecedenti. Aspetto pertanto che la tua bontà metta il colmo a questa tripartita fatica.

DIALOGO TERZO

A. — Se da ciò che ti son venuto discorrendo sin qui provasti alcun giovamento, quanto so e posso ti prego a volere ascoltar di buon grado quello che a dire mi resta, e a smettere all’intutto la voglia di oppormiti e contradire.

P. — Te ne do la mia fede; perchè, grazie a’ tuoi ammonimenti, io mi sento levato di dosso buona parte del peso che si mi affannava: ond’è che più volentieri m’accosti a porgere orecchio al rimanente.

A. — Io non addentrai ancora il ferro in quelle ferite che, più profonde, si ribellano all’aiuto dell’ arte; e il vivace tuo risentirtene, appena vi stesi la mano, me n’è indubitata prova. Ma spero che adesso, rinfrancato nell’animo, comporterai di buon grado le cose che, alquanto più aspre, m’accingo ad esporti.

P. — Non temere, che già mi sono accostumato a sentire il nome delle malattie e a non ricusare l’opera del mio medico.

A. — Due catene d’adamante a destra e a sinistra ancora ti cerchiano; le quali non consentono al pensiero di ben comprendere che sia la vita e la morte. Io paventai sempre che tu, da esse trascinato, non precipitassi nell’abisso. E non me ne chiamerò sicuro finchè non vegga che tu, collo spezzarle e gettarle lungi da te, ne resti libero e sciolto. Lo che sebbene è difficile, non torna per altro impossibile; nè io sarei di sì poco senno che m’adoperassi attorno a fatica di disperato nascimento. Ma grande violenza ti converrà usare a vincere la saldezza del tuo cuore; a quel modo che dicono solo allora frangersi il diamante che s’imbeva di caprigno sangue. Siccome però in questo io abbisogno più che d’altro dell’opera tua, cui non so se tu possa o, a parlar più vero, voglia prestarmi; così me ne sto ancora dubbioso dell’esito: tanto t’abbarbaglia gli occhi l’insidioso splendore che balena dalle tue stesse catene. E tu non arriverai a svincolartene, ove nol faccia da te; quando pure, siccome ne ho sospetto, non amassi di assomigliarti a quell’avaro che, inceppato di aurei legami, non sa indursi a lasciarli, anche a prezzo della sua libertà.

P. — Ahimè! che più misero io sono di quanto credeva. E v’hanno altre catene che, senza mia saputa, tuttora m’allaccino?

A. — E chi meglio di te lo deve sapere? ma, preso dalla loro bellezza, non siccome catene, ma quale ricco ornamento le riguardasti. E, per non uscire da questa similitudine, tu adoperi a guisa di quel prigione che si compiace a mirare le sue manette, senza badare ai nodi che lo costringono. Allucinato come sei, te ne vedi avvinto sì, ma di ciò stesso ti glorii e prendi diletto.

P. — E che catene son queste?

A. — L’ amore e la gloria.

P. —Dio grande, che mai ascolto! e chiami tu queste catene? e vorresti liberarne l'animo mio?

A. — A ciò m’affatico, sebbene poco lo speri. Perchè le altre ond’eri stretto ti erano e meno amate e più fragili; ma queste, col piacerti, ti recano grave danno e, sotto sembianza di desiderato bene, t’ingannano. Ond’è che, a scioltene, mi sarà forza affrontare malagevolezze tanto maggiori guanto più viva resistenza m’opporrai, tratto in errore, qual sei, dalla credenza che io ami spogliarti de’ tuoi più preziosi tesori.

P. — Ma che male ti ho fatto io perchè tu mi rapisca quanto ho di caramente diletto e voglia dannare ad assidue tenebre la parte più raggiante dell’animo mio?

A. — Infelice te adunque hai posto in dimencanza quell’adagio dei filosofi che dice allora porsi il colmo ad ogni miseria quando le false opinioni, tramutandosi in convincimento, persuadono l’intelletto che così si debba operare e non altrimenti?

P. — Io sì che me ne rammento, ma ciò non torna al nostro proposito. E perchè stimerò io che fossero men buone le mie operazioni, se credeva nulla avervi di meglio che questi nobilissimi tra gli affetti onde ora mi muovi rimprovero?

A. — Mettiamo un po’ d’ordine nel nostro discorso, affinchè non se ne scemi l'effetto col vagare d’una cosa nell’altra. Or dimmi, giacchè si accennò prima all’amore, non è questa la somma delle pazzie?

P. — A non travisare le sembianze del vero, io ti consento che, secondo la qualità del soggetto, l’amore può essere ed una turpe passione e cosa d’ogni altra più nobile e cara.

A. — Perchè meglio si chiarisca la verità di ciò che affermi, arrecami un qualche esempio.

P. — Se ardo nell’amore di un’infame e sfacciata donna, scellerata è la mia fiamma; ma se invece una sembianza di virtù mi si rappresenti, ed io perciò appunto m’induca ad amarla e venerarla, vorrai tu condannarmene? Or questi due amori parranno anche a te molto diversi. In quanto poi ha rispetto al mio particolare, dirotti che siccome quella prima condizione è assai grave ed infelice, così per contrario beatissima reputo la seconda. Che se tu diversamente la pensi, rimantene pure del tuo avviso; perchè grande, come sai, e diversa è la libertà in fatto di opinioni.

A. — Ben si può pensare diversamente intorno a cose contrarie; ma la verità è sempre una e la stessa.

P. — Non dissento in questo da te. E troppo bene conosco che l’insistere pertinacemente nelle antiche opinioni ci conduce fuor del retto cammino, e non ci è possibile abbandonarle senza grande fatica.

A. — Deh, eziandio in questo argomento dell’amore, la sentissi tu d’egual modo!

P. — Parli invano. Sono così convinto della bontà di questa mia causa che giudico opera perduta il volermene contradire.

A. — È somma demenza lo scambiare la verità con un’invecchiata follia, e poi creder falso il vero che di fresco s’apprese; ciò torna al medesimo che dare al tempo l’arbitrio delle umane cose.

P. — Getti il fiato. Non avvi uomo al mondo che valga a persuadermi del contrario; e se pure vi fosse, gli direi con Tullio: «Se in questa cosa travedo, il travedere m’è caro; nè voglio che, fin ch’io viva, mi si tolga questa credenza»

A. — Ma questa sentenza sovra tutte bellissima la proferiva egli nel tener discorso intorna alla immortalità dell’anima; e con quelle parole volea significare che non se ne sarebbe disdetto, per opposizioni che gli fossero mosse. Ma tu invece le abusi col valertene a sostenere la più bassa e mendace delle opinioni. Dappoichè, quand’anche l’anima fosse mortale, pur sarebbe il meglio crederla immortale; e un siffatto errore non produrrebbe che il buon effetto di consigliar l’amore della virtù; la quale, anche esclusa la speranza del premio, è da amare di per sè stessa. Che se invece diciamo l’anima mortale, certa cosa è che il desiderio della virtù languisce negli umani petti. Ora io ne conchiudo che, se la falsa promessa ch’una vita avvenire è un mezzo non inefficace di eccitare gli uomini al bene, l’errore in cui tu vivi non potrà che precipitarti in ogni più miseranda follia, quando tu ed abbi rimosso da te colla vergogna il timore, e chiuda gli occhi a non veder la faccia del vero.

P. — Già ti ho detto che tu sprechi le parole; perchè, ben lungi che in cose turpi, in quelle che sono bellissime posi il mio affetto.

A. — Però anche le cose belle si possono amar turpemente.

P. — Cessa; che io nel mio discorso non usai nè avverbii nè nomi fuor di proposito.

A. — Vuoi dunque, a guisa di qualche frenetico, spirare tra gli scherzi ed il riso, mentre rifuggi di curar l’animo cotanto malato?

P. Io non ricuso il rimedio, purchè tu mi dichiari la mia malattia. Ma ricordati che ai sani torna spesso dannosa la medicina.

A. — Soltanto nella convalescenza, secondo che avvenne a molti, confesserai la gravezza del morbo.

P. — E come non apprezzarci tuoi sani consigli, dei quali spesse fiate, e in questi ultimi di massimamente, sperimentai l’efficacia? Or dunque va innanzi.

A. — Voglio prima, che mi perdoni, se, tratto dall’argomento, mi mostrerò alquanto aspro nello sferzare, ciò che tanto fè caro. E pur troppo prevedo che ti sapranno di molto amaro le mie veraci parole.

P. — Però, prima di cominciare, dimmi, ti prego, se ben conosci il soggetto del quale imprendi a discorrermi.

A. — Perfettamente. Ci somministrerà materia al ragionare una mortal donna, ad ammirare e riverire la quale duolmi che tu abbia logorato gran parte della tua vita. E ben mi maraviglio che un ingegno della tua tempera durasse in una sì forte e lunga pazzia.

P. — Bando alle ingiurie, di grazia. Mortali donne erano pure Taide e Livia; ma qui si tratta di creatura che, sgombra la mente d’ogni terreno pensiero, arde solo nel desiderio del cielo; nelle cui sembianze, se v’ebbe mai al mondo punto di vero, risplende un lume divino; e di tanto immacolato costume, che sia specchio di vera onestà. Nè la voce nè il balenare degli occhi o il movere della persona rassembra cosa mortale. — Ove a tuttociò ti piaccia porre avvertenza, ti sarà chiaro di che modi ti convenga usare nel favellarne.

A. — Ahi stolto! e volge omai il decimo sesto anno da che con queste false lunsinghe alimenti l’incendio che ti cova nel petto; Certo non così a lungo Annibale, quel famosissimo capitano, stette sopra all’Italia nè di più terribili assalti la travagliò nè con più violenti fiamme ne pose a fuoco le contrade, quanto di battaglie e d’incendii, in questo mezzo, ti diè a sostenere l’ardentissima tua passione. Ma pur v’ebbe chi finalmente costringesse Annibale a dilungarsi dalle italiane terre; or chi potrà a te tôrre dall’animo cotanta insania? Perchè tu, col vietarle l'uscita e coll’invitarla anzi ad indugiarsi riposatamente con te, troppo ti piaci della tua stessa miseria. Ma quando morte chiuderà gli occhi che ti furono cagione di tanto danno, e di lei saranno trasfigurate le sembianze e impallidite le membra, chi allora ti prenderà vergogna di aver piegato l’animo tuo immortale dinanzi ad un sì fragile corpicciuolo, e rammenterai non senza rossore la caparbia ostinazione che t’induce adesso a minorar la tua colpa.

P. — Sperda Dio l’augurio! io non vedrò tanta sciagura.

A. — Ma è pur necessario che ciò avvenga una volta.

P. — Lo so; non però mi splendono sì nemiche le stelle che vogliano con questa morte sconvolgere l’ordine di natura. Io primo entrai nella vita, e ne uscirò primo.

A. — Non ti ricordi forse che un dì avesti a temere il contrario? e, non altrimenti che l’amica tua fosse morta, con mesti accenti dettavi funerali canzoni.

P. — Al ripensarlo ne gemo e tremo tutto. Deh con che sconsolato dolore io vedea come staccarsi da me la parte più gentile dell’anima mia quanto non m’era amaro di sopravivere a lei che della sua sola presenza mi rendea bella la vita! Di ciò appunto cantava in que’ versi che bagnai di larghissime lagrime. Così me ne tornassero a mente le parole, come del concetto mi risovviene!

A. — Ma io non ti domando quanto ti facesse piangere quella morte temuta tanto; bensì vorrei persuaderti che si porrebbe rinnovellare quello spavento. E tanto più agevolmente che ogni dì ci avviciniamo all’estremo punto; e nelle leggiadre membra di lei, rifinite dalle malattie e da frequenti afflizioni, s’affievolì di molto l’antico vigore.

P. — Ma io pure, affranta dall’età e dagli affanni, ho preceduto i suoi passi nel cammino del sepolcro.

A. — Che stoltezza è la tua d’argomentare il quando del morire dal tempo del nascere? Molti sono gli orbi genitori che in vecchiezza lamentano la immatura fine dei giovani figli! Nè d’altro piangono le balie cui innanzi tempo sono rapiti i pargoletti.

Cui morte, ahi! troppo cruda, al sen divelse

Che li nodria di latte, ed immaturi

Orbò del dolce lume della vita.

Ma se i pochi anni onde l’avanzi porgonti carissima speranza di morir prima di quella che destò in te un affetto così dissennato, è a conchiudere che tu supponga rimanersene immoto l’ordine della natura.

P. — Non però così che non mi conosca poter avvenire il contrario. Ma io del continuo prego perchè ciò non sia; ed ogniqualvolta penso alla sua morte, mi richiamo a quel verso d’Ovidio:

Deh! che gli stanchi miei lumi io rinchiuda

Prima che spunti a lei l’ultima sera.

A. — Non mi basta la pazienza ad ascoltare più a lungo codeste tue ciance. Perchè, se non ignori ch’ella può morire prima di te, che diresti poi se tanto le accadesse?

P. — Non altro se non che riguarderei questa come suprema fra tutte le sventure possibili, e non rimarrebbemi altro conforto che riandare il passato. Ma disperdano i venti le nostre parole e le procelle mandino a male l’augurio.

A. — Oh cieco! e non ancora intendi quanta v’abbia demenza nel sottomettere l’animo alle mortali cose, che, rinfiammando le cupidigie, non consentono un momento di tregua? Poi, siccome elle non hanno giusto fine a che riposare, agitato che abbiane violentemente il cuore e promessogli false gioie, lo rendono più infelice di prima.

P. — Se puoi addurre argomento di questo più efficace, t’affretta a recarlo in mezzo; che a quanto finora dicesti non sento di arrendermi. Perchè io non consecrai l’animo mio, siccome tu credi, a cosa mortale, nè di lei ebbi amato il corpo maggiormente che l’animai, ma sì fui preso allo Splendore delle virtù sue, belle oltre ogni umano costume e che mi faceano fede in terra della vita de’ beati nel cielo. Pertanto se ella morendo mi lasciasse solo quaggiù (rabbrividisco a imaginarlo), avrei però da racconsolarmi nel pensiero che io amai la virtù di lei, che non è spenta; siccome diceva quel Lelio, sapientissimo dei Romani, quando per morte gli fu tolto un suo carissimo amico.

A. — Ben altro che mezzana fatica sarà la mia, ove giunga a farti sgombrare dalla inespugnabil rôcca l’errore entro cui ti ricoveri. E dappoichè dietro costei tanto ti mostri perduto da sopportar meglio qualunque ingiuria che non il più lieve motto che contro le si proferisca, io pur ti assento che la ricolmi con infinite lodi; e questa tua femminetta, senz’alcun contrasto, sia regina, sia santa, sia dea

E suora a Febo o delle ninfe alcuna.

Però la sua virtù, quantunque grande, non scema per nulla la tua colpa.

P. — Sto a vedere qual nuova accusa m’intenti.

A. — Tu non porrai certo in dubbio che le cose, anche bellissime, non siano da taluno bruttamente amate.

P. — A questo risposi più sopra. Perchè, ove si potesse vedere cogli occhi la sembianza di quell’amore che è sovrano dell’anima mia, non patria difforme dal viso di lei, che quantunque molto celebrato da me, la lode è pure assai meno del vero. E costei che m’ascolta può rendermi testimonianza se nell’amore che le portai v’ebbe mai nulla di sconcio od osceno, nulla di colpevole fuorchè il troppo. Che se io avessi saputo porvi alcun modo, non vi sarebbe stata cosa più eccellente di questa.

A. — Ed io ti rispondo colle parole di Tullio: « Tu cerchi misura al vizio. »

P. — Non al vizio, ma sì all’ amore.

A. — E tanto appunto egli disse nel parlar dell’amore. Te ne sovviene il dove?!

P. — Mai sì, nelle Tusculane. Egli però vi tenea proposito dell’amore comune degli uomini, ma questo mio è di tempra affatto singolare.

A. — Ed altrettanto dice di sè ciascuno che viva soggetto all’impero di qualche passione, di questa principalmente; perchè dei fatti nostri troppo spesso ci mostriamo benevoli interpreti. Nè si loda a torto il detto d’un poeta, benchè plebeo, là dove lasciò scritto:

Stia ciascun con sua spesa, io con la mia;

L’amor suo ciascun serbi, io serbo il mio.

P. — Vuoi tu che, ove il tempo ne basti, delle molte cose ti dica alcuna la quale, non che maraviglia, ti cagionerà stupore?

A. — Vero è ch’ io non ignoro quella vecchia canzone, che

Ogni amator de’ suoi sogni si piace.

Ma il mostrarsi folle tanto più disdice a chi tiene stretto dovere di altamente pensare e discorrere.

P. — Sia che gratitudine o dappocaggine mi mova, non posso non confessare siccome ella mi fosse autrice del poco che in me si trova di bene; nè in quella fama o nominanza, qualunque sia, che mi godo io sarei salito mai, se il calore di questo gentilissimo affetto non avesse svolto i minutissimi germi delle virtù che natura mi pose in petto. Ella tenne lontano il giovanile animo da ogni bassezza e, di stretta morsa infrenandolo, lo sospinse a riguardare nelll’alto. E tanto era mestieri che avvenisse, s’egli è vero che l’amore trasformi nei costumi dell’amata persona. Nè v’ebbe lingua, quantunque mordace, la quale osasse macchiare la costei fama e darle mala voce, non dirò d’alcun fatto, ma nemmemo d’una parola. Perciò coloro che dissacrano ogni più alta cosa, venerabondi ed ammirativi si tacquero di costei. Non è quindi a maravigliare se da questa sua celebrità mi nascesse in cuore la voglia di fendere illustre anche il mio nome, e se lievi mi paressero le più dure fatiche a conseguire il fine desiderato. E giovane io a null’altro aspirava che a piacere a lei sola, che sola m’era piaciuta. Al quale effetto mi convenne sprezzare le mille lusinghe del piacere e sottopormi innanzi tempo ad affannosi travagli. Ora se ciò è, perchè richiedermi che io ponga in dimenticanza o meno caldamente ami lei che mi trasse dalla schiera volgare, che, divenuta scorta a’ miei passi, aggiunse sprone all’intorpidito mio ingegno, e l’animo assopito richiamò a vita novella?

A. — Infelice! t’era pur meglio non aprir bocca che parlare così. Perchè quantunque nello spiare per entro l'animo tuo io ti mirassi cotale; pure il sentirmi a confermar così palesemente l'ostinato proposto mi desta in petto bile e disdegno.

P. — Dimmene, ti prego, il perchè.

A. — Perchè se è proprio dell’ignorante l’aver false opinioni, il sostenerle sfacciatamente dimostra ignoranza e superbia ad un punto.

P. — E qual falsità ho io pensata ed espressa?

A. — Tutto quanto dicesti. La prima cosa, allorchè affermi mercè la tua donna essere divenuto ciò che sei, o intendi ch’ella queste cose ti diede, e mentisci; ovveramente che fu cagione che tu non divenissi da più, e parli vero. Oh in qual uomo ti saresti tu tramutato, se non erano i costei vezzi! Adunque ringrazia la bontà della natura di ciò che sei, e pensa invece che ella, anzi tu da te stesso struggesti quella grandezza a cui potevi salire. Nè io voglio a lei darne colpa; ma la sua bellezza parve a te tanto cara e soave che le vampe dell’ardentissimo desiderio, miste all’assidua pioggia di lagrime che versasti, mandarono a male il frutto che sarebbe sorto dai germi delle native virtù. In quanto poi all’averti ella ritratto da ogni turpezza, sarà anche vero da molte, ma pare ti fece cadere in maggiori sciagure. Dappoichè, per averti liberato dal precipizio, non isviò peraltro i tuoi passi dai sentieri, lordi di molta bruttura; e se curò le tue più lievi: ferite, non si ritenne dallo scagliarti il colpo mortale: ond’è a dire ch’ella t’abbia più presto ucciso che risanato. La chiami forse tua guida perchè ti ritrasse da molti sconci fatti? Sì; ed intanto ti gittava in uno splendido abisso. Io non vedo poi a che ti giovasse questo dipartirti ch’ella fece dal volgo, per tutto indirizzar l’animo a cose sublimi; se non forse che, sedendo in cima a tutti i tuoi pensieri, colle sue dolcezze di tal modo t’ammaliò da renderti in ogni altra parte spregevole; quindi avvenne che nient’altro avessi in prezzo fuor di quest’una. Il che, senza offesa altrui, non può fare chi vive nella civil comunanza. Verissimo è poi, anzi la sola cosa vera, se dici che da lei ti derivò un’infinita schiera di guai. Or pensa tu se questo sia grande benefizio. E giacchè v’ha nella vita irreparabili mali, non è forse follia accollarsene di nuovi? Che se, avido, come ti mostri, di gloria, ti vanti di quella che da lei ti provenne, non mi maraviglio, sì piuttosto compatisco al tuo errore; e di ciò ti renderai persuaso quando io ti faccia toccar con mano che dei tanti pesi onde l’anima hai grave non ve n’è alcuno maggiore di questo. Ma ne parleremo quando ne sarà tempo.

P. — Chi sia valente di braccio, accenna il colpo e lo vibra; io poi sì del cenno come del colpo mi turbo, e già comincio a temer fortemente.

A. — E qual sarai tu, ove io ti piaghi della mortale ferita? Or sappi che questa a cui ti professi debitore di tutto, questa fu che t’uccise.

P. — Dio buono! e per che [7] modi me ne potrai persuadere?

A. — Ella, dilungandoti dall’amore del cielo, in cambio del creatore ti fece inchinar l’animo alla creatura, e ciò fu che agevolmente ti menò a morte.

P. — Non sia così affrettato il tuo giudizio. Io ti so dire anzi che l’amore di lei mi condusse a quello di Dio.

A. — Però ne ha sconvolto l'ordine.

P. — Di che guisa?

A. — Perchè, essendo dover nostro di amare ogni creata cosa per amor del creatore, tu per contrario, pigliato all’amo dalle dolcezze della creatura, non amasti il creatore secondochè conveniva, ma così riguardasti al supremo artefice come se nulla più eccellente di lei fosse uscito dalle sue mani. E non rammentavi intanto che tra le cose belle l’ultima è la leggiadria della persona.

P. — Io me ne appello al tribunale di chi presente ne ascolta e chiamo in testimonio la mia coscienza s’egli è vero, come dapprima ti dissi, che non tanto il corpo di lei amassi quanto l'anima. Il che ti parrà più manifesto, ove sappia che il suo avanzare negli anni, inevitabile procella onde ogni fiorse di bellezza ammortisce, nulla scemò all’autor mio; perchè, sebbene il tempo le dileguasse il roseo lume di gioventù dal sembiante, pur tuttavia cresceva in lei la virtù, che come mi fu prima cagione d’amarla, così mi rese costante nel conceputo affetto. Che se io non fossi stato preso che della bella persona, da buon tratto avrei mutato proposito.

A. — E ti prenderesti gioco del fatto mio col darmi a credere che l'avresti egualmente amata quando l’anima di lei abitasse entro a forme sparute e rattratte?

P. — Io non ardisco affermarlo, in quanto che nè l’anima si può scorgere quale sia, nè le corporee sembianze tale ce la dimostrano come se la si mirasse cogli occhi: ma pure io amerei una bell’anima, quand’anche rinchiusa in un corpo deforme.

A. — Tu vorresti aggirarmi a parole. Perchè, se non puoi amare se non quello che apparisce alla vista, certo amasti il suo corpo. Nè io discredo che altresì l'anima e i costumi di lei aggiungessero esca alla tua fiamma. Che anzi, come ti dirò appresso, il suo nome stesso ti fu argomento a viemaggiormente impazzire. E di vero, siccome avviene in ogni passione, ed in questa ancor meglio,

Poca favilla gran fiamma seconda.

P. — Ben vedo a che intendi; ti piacerebbe che confessassi con Ovidio:

La bella anima sua col corpo amai.

A. — E ti è forza aggiungere quanto segue: che nè una cosa nè l’altra amasti temperatamente, siccome pur conveniva.

P. — Sosterrò ogni tortura prima che te ’l consenta.

A. — Nè ciò solo, ma eziandio che quest’amore ti precipitò in grandi miserie.

P. — No, no; io starò sempre sul niego.

A. — Purchè tu faccia ragione alle mie giuste parole, sì dovrai confessarlo meco di corto. Dimmi, rammenti gli anni tuoi giovanili? ovveramente la gravezza delle cure presenti è tale da cancellarti ogni memoria dell’età prima?

P. — Sì me ne ricordo che mi par ieri.

A. — Di quale affetto in quel tempo tu non amavi Iddio! che serii pensieri non davi alla morte! tutto in te era amore di religione e di onestà.

P. — Oh, se me ne rammento! e mi duole che col crescere degli anni scemassero in me le virtù.

A. — E sin d’allora io tremava che il soffiare dei venti non sfogliasse il fiore primaticcio; il quale, ove si fosse serbato intero e non tocco, avrebbe dato a suo tempo frutta maravigliose.

P. — Ma, a non uscir di proposito, che hanno a fare queste parole coll’incominciato discorso?

A. — Tel dirò dopo. Ora, trascorri nel tuo segreto, dappoichè, viva e fresca ti parla la memoria delle andate cose, trascorri tutta quanta la tua vita, e vedi come tu sia tramutato dall’uomo di prima!

P. — Ecco, che sebben trepidante, pure in un batter d’occhio ho riandato il novero e la serie degli anni miei.

A. — Che adunque vi trovi?

P. — Certo non è vota di sènno la sentenza che, siccome lessi ed intesi, si contiene nelle dottrine di Pitagora. Perciocchè sin dal mio primo entrar nella vita, movendo con modestia, e temperanza lunghesso il retto cammino, tosto che giunsi là dove esso in due si diparte, intesi sonarmi all’orecchio il comando che mi tenessi alla diritta; ma io, improvido e caparbio, torsi alla sinistra, non punto giovandomi dell’insegnamento che si racchiude nei versi seguenti, che spesso avea letti da giovinetto:

È questo il loco dove in duo si parte

Il cammin. Se a diritta il passo volgi,

Agevole ti fia giunger sott’esso

Le mure ampie di Dite e nelle selve

Sacre d’eliso; ma se pieghi a manca,

Le brune onde del tartaro e la pena

Vedrai che le dannate alme martira.

Nè l’aver letto più volte queste parole valse a farmene intendere il senso prima che la esperienza me ne desse a conoscere la verità. D’allora, divagando per ogni torto e fangoso calle, piangente sì io mi volgeva addietro a guardare, ma non mi bastavano le forze a ravviarmi pel buon sentiero; perchè quando appunto l’abbandonai era in me avvenuto quel cangiamento.

A. — E quando t’accadde tal cosa?

P. — Allorchè più in petto mi ribolliva l’ardore di giovinezza; e se aspetti un poco, ti saprò anche dire in che anno.

A. — Ciò non rileva; bensì vorrei sapere da te il quando ti si offersero la prima volta le sue sembianze.

P. — Me he ricorderò sempre.

A. — Metti adunque insieme questi due tempi diversi.

P. — Il vederla e l’amarla fu per me un punto solo.

A. — A questa io t’aspettava. Tu al primo riguardarla ne avesti abbarbagliati gli occhi e l’animo istupidito. Perciò i poeti, che sono interpreti nella natura, affermano che lo stupore è principio dell’amore :

Istupidì Didone al veder primo;

e poco appresso Virgilio soggiunge:

Ed in fiamme d’amor tutta divampa.

Nè per essere finta quella narrazione è meno vera; perchè quel sommo, nell’ordirla, ebbe rispetto al modo onde siffatte cose sogliono naturalmente avvenire. Se dunque al primo vederla ne rimanesti preso, perchè non declinasti il pericolo? certo la via che piega a manca ti parve più larga ed agiata che non l’altra, la quale, per essere stretta e malagevole, troppo ti faticava. Ma codesta famosa donna, che vanti qual tua infallibile scorta al cielo, perchè, mentre dubitoso e trepidante ondeggiavi, non t’avviò al meglio? Ben doveva ella, come si costuma coi ciechi, prenderti per mano e, sorreggendo i tuoi passi, indirizzarti a meta sicura.

P. — Certo da lei non rimase che no ’l facesse: perciò nè le mie ardenti preghiere nè le lusingatrici parole valsero punto a piegare la sua onestà; e benchè ella avesse a combattere la sua e la mia giovinezza, e contro molti e diversi ostacoli, che avrebbero vinto qualsivoglia spirito, anche di adamante, se ne stette inespugnabile e salda. E certamente codesta femminile fortezza, dimostrandomi ciò che meglio ad un virile animo si conveniva, si adoperò di tal guisa che, a serbare le leggi della pudicizia, siccome Seneca si esprime, non mi mancasse nè esempio nè riprensione; e quando vide che, spezzato ogni freno, io mi abbandonava alla china, volle piuttosto lasciarmi che venirsene compagna alla mia caduta.

A. — Adunque vi fu tempo in cui onesti non furono i tuoi desiderii; il che negasti più sopra. Ma gli è questo un costume degli amanti, o, a dir meglio, dei pazzi, ai quali ben si affà quel verso:

Disvoglio e voglio, e sì voglio e disvoglio.

Nè voi stessi sapete ciò che vi cerchiate.

P. — Sprovedutamente caddi nel laccio. Ma è da incolparne l’amore e l’età, se mai per ventura altro desiderai che non fosse onesto. Ora poi che lo spirito vacillante si raffermò, intendo ciò che torni bene a volere e desiderare. Ella però, immota nel suo proposto, si serbò sempre la stessa; ond’è che tanto più io prenda maraviglia di questa rara costanza di donna. Della quale se mi dolsi ad altra stagione, ora non posso non rallegrarmi e non ringraziarla senza fine.

A. — Non si vuole di leggieri prestar fede a chi una volta fallì alle promesse; e ti sarà più agevole persuadermi d’aver cangiato usi, costumi e vita, anzichè animo. Non è spenta, bensì più mite e temperata la fiamma. Tu poi non t’accorgi che, sublimando così questo tuo amore, nell’assolver lei condanni te stesso. Perciò quanto ella si chiarì santissima, tanto tu matto e malvagio; quanto ella felicissima, ed altrettanto tu sventurato. E questo appunto, se ti ricordi, io maccinsi a provarti sin dalle prime.

P. — Ben lo ricordo: e se non posso neganti da un lato che la cosa stia di tal guisa, m’avvedo dall’altro a qual punto a poco a poco tu m’abbi condotto.

A. — Se non che, a renderli persuaso del tutto, non perder sillaba; di quanto sono per significarti. L’amor delle cose temporali è quanto può avervi di peggio per ingenerare nell’uomo il disprezzo e la dimenticanza di Dio; il che è a dire principalmente di queste che con nome proprio chiamano amore e, ciò, che è il sommo dei sacrilegii, anche dio; perchè l’umana demenza cerca sempre nel cielo una scusa che giustifichi i suoi traviamenti e piglia maggiore libertà al peccare coll’attribuire ad un impulso divino la colpa commessa. Nè mi torna nuovo che questo affetto tanto possa negli uomini; perchè voi, o mortali, tosto che vediate qualsivoglia cosa che sia leggiadra, correte a desiderarla, tratti sì dalla bellezza che le è propria, sì ancora dallo sperato diletto. Il che ha luogo tanto più nell’amore; il quale creandosi dallo scambievole affetto, ove gli manchi la speranza, è forza che scemi. Che se le altre cose cui amate da voi solamente vi sono cagione d’affannose cure, di quale e quanto maggior tumulto non sarà agitato l’animo vostro allorchè nell’amore abbia luogo la corrispondenza di amorosi sentimenti! Quindi a ragione Tullio nostro dice questa essere delle passioni la più gagliarda. E ben, se egli raffermò, doveva averne una persuasione profonda; egli che in quattro interi libri ci descrive i filosofi dell’Accademia quali uomini che movono dubbii in ogni argomento.

P. — Sovente posi mente a quel passo, non senza che facessi le meraviglie del perchè vi si parli dell’amore come della più gagliarda fra tutte le passioni.

A. — Se non era la piena dimenticanza di quanto devi a te stesso, non tu te ne saresti maravigliato. Ora un lieve cenno che io te ne porga, basterà a ridestare in te la memoria de’ sofferti danni. Da che quella peste ti si apprese allo spirito, incessante fu il suono degli sconsolati gemiti che ti uscivano dal petto; e le lagrime ed i sospiri onde con funesta voluttà ti pascevi rendevano insonni le tue notti, cui tutte lunghe spendevi nel ripetere il nome dell’amata. E intanto, divenuto disprezzatore d’ogni cosa, la vita ti tornava odiosa, e la morte desiderabile, e solo ti piacque la solitudine, lontana da tutte genti; a tal che, non meno che a Bellerofonte, si potrebbe appropriare a te quel detto d’Omero:

Solo e piangente pe’ deserti campi

L’infelice s’aggira, e ratto fugge

Dove vestigio uman l’arena stampi ;

Sì viva ’fiamma il cor tutto gli strugge.

Da ciò la pallidezza, il dimagrire e il fiore di gioventù innanzi tempo appassito; pensosi gli sguardi e gli occhi eternamente bagnati di pianto, la mente trasognata e interrotto il notturno riposo, il flebile guaiolare nel sonno, la voce debole e rauca, le parole mozze e interrotte. E può darsi stato più misero ed irrequieto? o sono questi indizii di mente sana? Anzi ne hai a conchiudere che costei fu principio a’ tristi tuoi giorni e fine agli allegri. Com’ella apparisce, ed ecco risplenderti il sole; ma non appena dilegua che le tenebre novellamente ti accerchiano: un suo cangiar di sembiante basta a rattristarti, e lieto diventi ovvero mesto a seconda de’ modi con cui ella ti tratta; così vivi schiavo all’arbitrio di lei! E sai ch’io parlo vere parole e conosciute anche al volgo. Poi, non contento a tenerti sempre vicina al cuore la cagione di tante sciagure, t’adoperasti ad averne l’imagine di mano d’eccellente artefice; affinchè, col portarla teco attorno per tutto; non mai s’inaridisse, siccome temevi, la sorgente delle immortali tue lagrime; perciò in tutto quanto potesse riguardar lei ti davi a scorgere attentissimo, trascurato a bella posta del resto. Ma,  a toccare il colmo dei tuoi delirii e per venire a ciò di cui poco fa ti parlava, vi sarà mai chi giunga a descrivere a sufficienza l’insania del travolto tuo senno? Ond’è che chiarendoti adoratore non solo della leggiadria di sua persona, ma sin anche del nome, con incredibile vanità, tutto che potesse risvegliartene il pensiero avesti in reverenza. Quindi sin d’allora cotanto amasti il lauro, di cui s’incoronano i cesari ed i poeti, sol perché ella così si chiamava, nè mai quasi t’uscì verso ove non ne facessi menzione; non altrimenti che abitassi le sponde del Peneo o fossi divenuto sacerdote delle cime di Cirra. Finalmente, siccome non t’era dato di aspirare alla corona dei cesari, con non minore modestia, mettendolo a paro della donna, amasti e desiderasti il lauro dei poeti, quel lauro che t’era ripromesso qual frutto de’ tuoi studii. E benchè l’ali dell’ingegno t’aiutassero a conseguirlo, non potrai senza un fremito ripensare alla fatica che ti convenne durare ad ottenerlo. E già, anche prima che tu schiuda la bocca a rispondermi, io so quali scuse a scolparti tu volga in pensiero; quanto è a dire che a siffatta maniera di studii t’eri consacrato buon tempo innanzi che di lei t’accendessi, e che la poetica gloria t’avea commosso l’animo sin dagli anni tuoi giovanili. Né io tanto nego ed ignoro; ma, oltrecchè questa è usanza di parecchi secoli addietro divenuta antica, l’età presente avversa a poesia, e i pericoli del lungo cammino onde fosti tratto non che dal limitare del carcere ma di presso a morte, ed altri ostacoli di fortuna non meno di questi potenti t'avrebbero ritardato e forse renduto nillo il tuo proposito. Però la memoria del dolcissimo nome, quetando in te ogni altra cura, comechè impedimenti di terra e di mare ti vietassero l'andata, tal forza ebbe sopra il tuo cuore che ti trascinò sino a Napoli e Roma, ove finalmente fu pago l'ardente tuo desiderio. Che se gli argomenti che arrecai finora ti paressero di poco momento a provare la tua pazzia, io consento di buon grado che a me pure apponga taccia d’uomo alquanto uscito del senno. Quindi è che, come di note sentenze, quelle tralasciò che, dall’Eunuco di Terenzio, Cicerone non ebbe riguardo d’imitare.

Sospetti, nimistadi, indugi, offese,

Guerre e paci, d’amor son le dolcezze.

Nelle quali parole vedi quanto è bene raffigurata la tua insania e principalmente la gelosia; la qual peste, di fianco all’amore, tiene tra le passioni il primo seggio. Se non che tu mi previeni col rispondere: confesso ciò apertamente, mala ragione, infrenando questi vizii, riprenderà i suoi diritti. Lo che antiveggendo, il poeta poco appresso soggiunge:

Che se tu chiami la ragion ministra

Di pace in tanta guerra, invan t’adopri.

Diverresti qual uom che, a perder senno

Supplice implora di ragion l’aiuto.

Ciò detto, e tu non vorrai certo negarmelo, eccoti, se non m’inganno, tolta ogni via a sfuggirmi di mano. Tali sono le miserie dell’amore! incredibili, non v’ha dubbio, a quelli che non ne hanno preso esperimento, ed inutili ad essere significate a chi in sè le provò. Però, proseguendo, io affermo che, di quante mai ve n’ha, la principale è la dimenticanza che induce di sè stessi e di Dio. Perchè quando il cuore oppressato s’incurvi sotto il cumulo di tanti mali, potrà egli, frattanto che sta avvoltolandosi nel fango, levarsi a quell’uno e purissimo fonte del vero bene? Da che si conchiude giustissima essere la sentenza di Cicerone, che l’amore è la potentissima delle passioni.

P. — Mi do per vinto; giacchè le tue parole le hai tolte a prestito dal libro dell’esperienza. Onde è che mi piace ricordar quel lamento che sta nell’Eunuco di Terenzio, di cui or ora accennasti alcuni versi.

Ahi, suprema sventura! Io pur mi sento

Infelice e ne provo aspro disdegno:

Ardo in fiamme d’amore e, con veggenti

Occhi scorgendo il mio peggior, ne muoio

E che mi deggie oprar, misero! ignoro.

Perciò, mentre con Terenzio stesso ti richiedo di consiglio, non posso far che

« Non pensi a’ casi miei finchè n’ è il tempo.

A. — Ti risponderò io pure con terenziane parole:

Invan la mente d’assennar s’attenta

L’uom che nell’opre sue modo sconosce

E indocile ricusa ogni consiglio.

P. — Che fare adunque? gettarmi alla disperazione?

A. — Prima di giungere a tale, non hai a lasciar verun mezzo intentato; ed ora ascolta qual sia il più saggio parere che io possa darti. Egregii filosofi non menò che illustri poeti scrissero interi volumi in questo argomento: nè io ti farò il torto d’annoverarne il nome e d’insegnarti il come vogliano essere intesi da te, il quale di siffatte cose sei dotto; ma ti sarà di qualche vantaggio l'apprendere di che guisa possa fare tuo pro delle loro dottrine. E Cicerone il primo espone l'opinione di alcuni che affermano un antico amore doversi estirpare con un nuovo,

Come d’asse si trae chiodo con chiodo.

Nel che egli non dissente da Ovidio, il maestro degli amori, da cui abbiamo come regola generale che

Ogni novello amor vince l’antico.

E senza dubbio suole avvenire che, quando l’animo solitario è tratto d’un oggetto nell’altro, più lento si porta a ciascuno in particolare. Così dicono che il Gange, spartito dai re di Persia in molti canali, di un solo e tremendo fiume che era si tramutasse in parecchi e poveri ruscelli; così una schiera non bene rannodata dal nemico agevolmente si sfonda, e un incendio qui e colà disperso presto s’estingue: in una parola, siccome la forza congiunta s’accresce, così sperperata minora. Però molto è a temere che, mentre levi dal collo il giogo d’una passione sola e nobile, se pure è lecito di tal guisa qualificarla, più altre te ne accolga e di amante d’un’unica donna divenga uomo d’instabili ed errabondi amori. Io poi stimo che, ove deggiasi inevitabilmente morire, vale d’un qualche conforto finirla di morbo non ischifoso. Or mi domandi come si possa da te provedere a’ tuoi mali. Rinvigorisci l’animo abbattuto e fuggi via, se ti è concesso; quando no, io non dissento che tu passi d’un carcere nell’altro, perchè forse in ciò sta riposta la speranza della libertà o d’un impero più mite. Ma disapprovo che, tratto di una servitù obbrobriosa, con infinita vicenda ti sottoponga ad altra di simil tempera.

P. — Consenti tu che, di mezzo al perorare del medico, il malato, conoscente del morbo che lo travaglia, aggiunga qualche parola?

A. — Ben volentieri; perchè dai discorsi dell’infermo si trae indizio a suggerire i più opportuni rimedii.

P. — Sappi adunque che, tranne questa, io non posso amare altra donna. Il cuore avvezzo a volerle ogni suo bene e gli occhi usati a rimirarla mal sanno spiccarsene; a tal che ciò che non è lei, tutto mi sembra spiacente e tenebroso. Pertanto se, a liberarmi dall’amor suo, vuoi che ne ami un’altra, mi comandi l’impossibile; ed io senz’altro sono spacciato.

A. — Ben comprendo che in te illanguidirono i sensi e si svigorì l’appetito. Ma se lo stomaco sdegna la medicina, e tu fa di applicarti de’ farmachi esteriori. Non potresti; a cagion d’esempio, coll’esilio o la fuga, abbandonare i lunghi tanto co sconosciuti al tuo cuore?

P. — Sì che lo potrei, comechè da saldissimi ceppi mi vi senta avvinto.

A. — Allora sei salvo. Nè a me resta altro, che ripetere il verso di Virgilio, con solo mutarne una parola.

Fuggi la cara terra e i lidi amati.

Come potresti qui vivere a sicurezza, ove ti sono ancora aperte le margini delle toccate ferite, e il presente ti dà guerra, e il passato colle sue memorie t’accuora? Pertanto, secondo l’avviso di Cicerone, a modo dei convalescenti, ti conviene passare d’una stanza nell’altra, quando pure tu aspiri a ricoverare perfetta salate.

P. — Oh che mai mi comandi? ed io, tutto volonteroso di risanare e non ignaro di siffatto consiglio, più volte mi detti a fuggire; e sebbene adducessi vani pretesti, la sola cagione del mio peregrinare e villeggiar frequente non altro fu che amore di libertà, di cui movendo in cerca, trascorsi dall’occidente all’oriente e d’una parte nell’altra fino ai confini dell’oceano, senza che, come sai, ne provassi giovamento veruno. Perciò spesso mi toccò l'animo la comparazione di Virgilio:

Qual corvetta ferita a cui confisse

Ferro alato nell’anca il cacciatore,

Che dalla lunge avventurando il colpo

D’improviso la colse entro i boschetti

Di Creta; ed ella via per fratte e dumi

S’aggira trascorrendo, entro l'aperto

Fianco l'esizïal dardo recando.

Io pure divenuto non dissomigliante da questa cerva, me ne andai lontano da lei, ma recando sempre con me la mia ferita.

A. — Nella tua risposta v’ha quel rimedio per cui implori l’opera mia.

P. — E come?

A. — Perchè il mutare di luogo, anzichè apportar guarigione, accresce i patimenti a chi porti seco il proprio malore. E a te adunque può dirsi ciò che rispose Socrate ad un giovanetto che si lagnava perchè i viaggi non gli fossero tornati profittevoli: «Ma tu non con altri che con te solo viaggiavi. Or dunque t’era mestieri levarti prima di dosso il fardello delle antiche cure; poi, d’ottime disposizioni arredato, imprender cammino. Perchè non solo de’corpi, ma altresì degli animi s’avvera, che, ove manchi la sapienza, a nulla riesce la virtù. Altrimenti, toccassi tu sino gli estremi dell’India, pur dovresti far ragione al detto d’Orazio, che

Chi varca il mar sol muta ciel, non core.

P. — Le tue parole mi mettono in grande incertezza. Perchè tu, prima ancor di fuggire, mi consigli a risanare lo spirito infermo. Ma come farlo, quando ne ignoro il modo? Se poi la cura ebbe luogo che altro si cerca? e se no, in qual paese devo io rifuggirmi? E poichè quanto mi suggeristi finora non giunse a ridonarmi salute, dettami chiaramente i rimedii che più mi bisognano.

A. — Io non dissi che a te convenga curare e guarire l’animo ad un tratto, ma sì cominciare dal ben disporlo. E pognamo ch’esso risani, il passare d’un luogo nell’altro gioverà a conservarlo in buona salute: la quale però s’ei non avesse ancor conseguita, ove faccia ogni suo meglio, potrà confortarsi almeno di buona speranza. Quando poi tu lasciassi andare ogni cosa alla peggio, lo so io pure che il mutar di cielo e il trascorrere di questo in quel luogo non produrrebbe altro effetto che irritare i dolori. E per non dipartirmi da Flacco,

Non l’azzurra del mare, ampia veduta,

Ma sì senno e ragione acchetan l'alma.

E veramente, ove tu partissi col desiderio e la speranza d’un presto ritorno, trarresti pertutto con te i lacci onde l’animo è stretto. Allora, a qualunque parte tu ti rivolga, le parole e le sembianze di lei che lasciavi ti saranno sempre presenti; e, ciò che è tristo privilegio degli amanti, sebben lontano, ne vedrai l’aspetto, ne ascolterai le parole. Or credi tu che queste povere arti ti bastino a vincer l’amore? ed io ti dico che in quella vece la fiamma ne diverrà più vivace. Perciò dai maestri di codest’arte ai molti precetti s’aggiunge quello d’interporre qualche breve lontananza, acciocchè, per la continua presenza, ciò che più si ha in pregio non crei fastidio o torni a vile. Adunque, se le mie ammonizioni, i consigli, i comandi possono sovra l’animo tuo, io vorrei che innanzi a tutto deponessi ogni cagione d’affanno e poi così te n’andassi lontano da troncare a te stesso ogni speranza di ritorno. Solo in tal caso l’assenza varrebbe a guarire l’animo malato. Che se ti fosse toccato di nascere in contrada infetta di peste, vorresti tu vivervi, inquieto sempre dell’avvenire, o non piuttosto la lasceresti per non mai più rivederla? Ma troppo è vero che gli uomini, e temo forte che anche di te così sia, assai più che l’anima curano i beni del corpo.

P. — Pensi ciascuno al suo meglio: in quanto a me ti dirò in particolare che, ove nel luogo di mia dimora mi si fosse appiccata addosso alcuna malattia, me ne sarei andato altrove a cercar salute. E d’ugual modo pure si vorrebbe adoperare coi mali dello spirito; ma, da quanto scorgo, questa seconda cosa è alquanto più malagevole della prima.

A. — Che tu tortamente la pensi in questo proposito si prova dall’autorità di grandi filosofi, i quali affermano potersi curare qualsivoglia malattia dell’animo, purchè l’infermo non vi contrasti; quando per contrario tra i morbi del corpo ve n’ha molti cui l’arte non vale a recar giovamento. Ma, per non dilungarmi troppo dal nostro tema, ti confermo che fa mestieri disporre il cuore a lasciare ogni cosa diletta, senza volgersi indietro o arrestarsi a guardarla; e questa è l’unica guisa di peregrinazione che sia sicura ad un amante. Pertanto, se vuoi salvar l’anima, conviene a te di fare altrettanto.

P. — Affinchè conosca che le tue parole mi vanno al cuore, non è egli vero che questo tuo discorso si può ridurre a tre capi? che i viaggi, cioè, non giovano punto a chi non abbia l’animo bene edificato; che bene edificato, giungono a risanarlo; e risanato, gli fanno buona guardia.

A. — Egregiamente e con ingegno racchiudi il molto in poco.

P. — Le due prime cose, quand’anche tu non me ne avessi fatto scorto, io di per me avrei comprese: la terza poi, che all’animo risanato e posto in sicuro sia di mestieri il rimanersene ancora lontano, non mi sembra chiara; se non forse che il pericolo della ricaduta ti abbia consigliato a favellare così.

A. — E ti pare che ciò voglia aversi in poco conto? E per verità, se tanto abbiamo da temere pei corpi, quanto più per gli spiriti, i quali molto agevolmente e con maggior danno arrischiano di correre a perdizione. E v’hanno poche sentenze nella natura che sieno più salutari di quella che Seneca ne lasciò scritta in una sua epistola; ed è, che «se taluno voglia depor l’amore, deve sopratutto star lontano dall’amata persona.» E ne soggiunse la ragione: «perchè nulla rincrudisce più di leggieri che l’amore.» Veracissimo detto ed uscito dai più segreti penetrali della esperienza. E qui credo che non occorrano prove.

P. — Non io tel niego, ma pon’ mente che tanto egli disse non già di chi ha volte le spalle ad amore, ma sì di chi solamente il vorrebbe fare.

A. — Anzi di lui parlò che vive in maggior pericolo; s’egli è vero che l’irritare una ferita prima che rimargini e il non aversi riguardo frattanto che dura la malattia è cagione di gravissimo danno: nè, perchè innanzi grande era la paura, è lecito dappoi il posare in tutta sicurezza. A convincerti della qual cosa, non m’andrò troppo lontano a cercare esempi, ma sì li trarrò da te stesso, affinchè ti commovano più vivamente. Quante volte in questa città medesima, cui, se non cagione, certo devi riguardare qual officina delle tue sciagure, allorchè ti pareva d’essere risanato (e in gran parte ciò avvenuto ti sarebbe, se ti fossi dato alla fuga), quante volte, movendo per le note contrade ed al solo affigurare dei luoghi, risovvenendoti delle passate follie, non rimanesti attonito e, fermando il piè, sospirasti, mentre le lagrime quasi involontarie ti scorreano dal ciglio! Ed all’inasprirsi dell’antica piaga, mutando rapidi i passi, esclamavi: Conosco io bene covarsi ancora qui entro non so che agguati del mio nemico; le reliquie della morte in questi luoghi hanno stanza. - Pertanto, se m’ascolti, non indugerai a fuggirtene; il restare più oltre sì sconverrebbe a te; avvegnachè sano; quanto più, malato, come tuttora sei! Matto è l’uomo che, stretto da ferri, si fa condurre in sulle porte della prigione da quel guardiano che, non velando mai occhio, a null’altro tiene rivolto l’animo che ad agguantare chi tentasse sfuggirgli di mano, nè sa darsi pace di coloro che si sottrassero alla sua vigilanza.

Agevole d’Averno è la discesa;

E notte e giorno a chi d’entrar desia

Stanno schiuse le porte ampie di Dite.

Alle quali cose, siccome dissi, se i sani deggiono provedere, quanto maggiore obbligo non ne corre a coloro che tuttavia hanno addosso la febbre! A costoro più che agli altri, perchè esposti a danni maggiori, sono dirette quelle parole di Seneca. Ed in esse, siccome d’opera perduta, non si fa menzione degli sciagurati che, lanciatisi di mezzo alle fiamme, non si prendono pensiero della propria salvezza. Perciocchè il filosofo mirava ad assennar quelli che, non discosti da que’ primi se non da un solo grado, ardono sì, ma pure anelano a sottrarsi all’incendio. Un sorso d’acqua, che ad altro tempo sarebbe tornato giovevolissimo, nocque nella convalescenza; e ad atterrare un uomo rifinito dalla stanchezza basta solo una lieve spinta, che pure, quando era intero di forze, non l'avrebbe smosso d’un dito. Oh da che minime cagioni avviene che l’animo, vicino a rialzarsi, piombi in fondo ad ogni miseria! Vedi un tale adorno della porpora? ed ecco risorgere in te l’ambizione: ti cade l’occhio sovra un mucchio d’oro? si ravviva in te la sopita avarizia: arresti lo sguardo in un leggiadro sembiante? ti senti infiammato dalla lussuria, e un lieve girar di pupilla risveglia l’amore che dormiva. Ed ahi! che queste pesti dell’animo, per sola colpa della nostra demenza, ritornano agevolmente ad occupar il cuore, quando una volta ne abbiamo conosciuto il cammino. Ond’è che l’uomo deve, non che con tutta prontezza involarsi al pericolo, sfuggire altresì tutto che nel passato gli fu sorgente d’affannosi pensieri: altrimenti può succedergli ciò che ad Orfeo, al quale, mentre uscìa dall’inferno, il riguardare addietro costò il racquistato suo bene. In ciò è riposto tutto il mio consiglio.

P. — Io lo abbraccio e te ne ringrazio. Sento che il farmaco si confà alla mia spossatezza; perciò penso d’andarmene, ma sono incerto del dove.

A. — Molte vie ti sono aperte, molti porti ti si schiudono a cui ricoverare. L'Italia sovra ogni altro paese ti piace, e non a torto t’alletta la natural dolcezza del terreno nativo.

Non di Media il paese che frondeggia

Di molta inclita selva, e non del Gange

Le limpide correnti, o le dorate

Arene cui dell’Ermo il flutto bagna;

Non India e Battro o le pancaiche terre,

Olezzanti moltissimi profumi,

Dell’Italia mia dolce alle fiorite

Piagge rapiscon di bellezza il vanto.

Il qual concetto non meno vero che elegante di un egregio poeta tu, scrivendo di fresco ad un amico, allargasti in versi latini. Io ti consiglio adunque l’Italia, siccome la dimora più ch'ogni altra confacente ad alleviare i tuoi affanni. Ivi dolci sono i costumi degli abitanti, sereno il cielo, azzurro il mare che d'ogni intorno la bagna, e belle le terre divise dall’Apennino. Nè in lei t’assegno fissa dimora, cosicchè ne abiti piuttosto mia parte che l’altra: vanne ovunque ti detta l’animo e sii felice! Movi dunque animoso senza por tempo in mezzo; e dimentico del passato, anzi che guardarti dopo le spalle, mira a ciò che ti sta innanzi. E dappoichè troppo esulasti dalla patria e da te stesso, pensa al ritorno; chè già la vita volge al tramonto, e la notte, a valermi delle tue parole, è amica ai ladroni. Ma di un’altra cosa, che quasi me ne dimenticava, voglio ammonirti. Finchè l’ultima favilla dell’incendio arde ancora, fa di non viver solo: perciò io non maravigliai punto nell’udir di tua bocca che a nulla t’avesse fruttato il dimorare nella pace dei campi; la quiete e il silenzio non sono rimedii a guarire il tuo male. Ed io ti confesso che, quando vidi che t’involavi non senza sospiri dalla città per seppellirti nel tuo romitorio, dall’alto mio seggio sorridendo dissi a me stesso: Ecco di che guisa l’amore ravviluppò di oscura nebbia il costui intelletto e gli cancellò dalla memoria quei versi che ogni putto ripete. Vuol liberarsi dalla malattia, e corre incontro alla morte!

P. — Troppo è vero! ma questi versi fa di ripetermeli.

A. — Sono d’Ovidio:

tu cui strugge l’amorosa fiamma,

Fuggi gli alberghi solitaci; il core

Ivi più acerbe sentirà sue pene.

E a te meglio s’addice il romoroso

Tumulto popolar che chiusa stanza...

P. — Ben me ne ricordo, perchè li sapeva fin da fanciullo.

A. — Quante cose apprendevi di che pure non profittasti secondo tua necessità! E che tu cercassi nella solitudine temperamento a’ tuoi mali mi fu cagione di tanto maggior maraviglia; che e l’autorità degli antichi e la tua propria esperienza ti doveano rendere avvertito che fallace era il tuo divisamente. E spesso in questa e quella delle opere tue ne portasti lamento; spezialmente ne’ versi in cui pungesti con assai maestria l’affannoso tuo stato. Nè della loro dolcezza io potei non ricevere grande diletto; nè riusciva a capacitarmi come da un capo sì stranamente travolto e con l’animo agitato da tante fiere procelle sgorgassero versi di tanta armonia. Certo di forte amore t’amavan le muse, se, di di mezzo ad un sì bizzarro e matto tramestamento, rimasero ancora in casa tua. Perchè la sentenza di Platone che dice «invano battere alle porte di poesia chi ha sana la mente,» e ciò che aggiunge il suo seguace Aristotele, «non avervi alcun grande ingegno senza una qualche mescolanza di pazzia», si vuol riferire a tutt’altra insania che a questa. Ma di ciò parleremo altra volta.

P. — Sono anch’io del tuo avviso; però mi compiaccio, avvegnachè no ’l credessi, d’aver cantato cosa che ti fosse a grado: da questo punto comincio anch’io ad amare que’ versi. Ma tu, se hai a mano altri consigli, non lasciar di fornirli a chi tanto ne abbisogna.

A. — Il porre a mostra quanto si sappia dà sembianza piuttosto di millanteria che di buon provedimento onde si ami soccorrere l’amico; nè l’arte trovò ancora sì diverse guise di rimedii, tanto esteriori quanto interiori, da suggerire il proprio ad ogni special malattia. Laonde Seneca scrivendo a Lucilio dice: « Nulla nuoce più alla salute che il mutare spesso di farmachi; » nè si rimargina quella ferita che oggi si cura d’un modo, domani d’un altro: solamente ove il primo fallisca, allora si ricorra al secondo. Pertanto, sebbene v’abbia più d’un rimedio a guarir dall’amore, pure io mi sto contento a consigliartene pochi, ma tali che sovra tutti ti conducano a salute. E non intendo insegnar cosa nuova, ma sì, tra i mezzi più usuali e volgari, t’additerò quelli che mi sembrano di maggiore efficacia. E, secondo il parere di Cicerone, sono tre: la sazietà, il pudore e la riflessione. Più altri ve n’ha e meno, se tuoi; ma io, anche per la reverenza d’un tanto uomo, farò di restringermi a questi. Parlarti del primo sarebbe un gittar le parole; perchè tu, poste le cose siccome sono, stimi impossibile che l’amore possa mai ingenerarti sazietà: ma se, sommettendo il talento alla ragione, dal passato pigliassi argomento a giudicar del futuro, di leggieri confesseresti siccome ciò che si ama, non che sazietà, ma sì ancora partorisca noia e fastidio. Però io non tocco questo argomento, che con te nulla mi frutterebbe; perché, quando pure mi consentissi che in amore possa darsi sazievolezza e mi concedessi che ove questo regni quella non ha mai luogo, a niun patto poi scenderesti a confessare che il tuo cuore ardentissimo sia stanco dall’amar la tua donna. Toccherò adunque delle altre due cose. Or tu non mi negherai, spero, che la natura non t’abbia fornito di animo ingenuo e non sproveduto di pudore.

P. — Se il soverchio amor di me stesso non mi fa velo all’intendimento, ciò è tanto vero che spesso ebbi a lamentarmi meco medesimo d’esser nato uomo e in un secolo nel quale, come vedi, gli onori, le speranze, le dovizie, tutto in una parola diventa preda degli sfacciati, a cui è forza che sin la virtù e la fortuna cedano il luogo.

A. — Deh quanto male l’amore al pudor s’accompagna! perchè, mentre il primo sbadatamente trascorre, il secondo adopera con riguardoso contegno; quello lavora di sproni, e questo raccoglie il freno; l’uno a nulla ha rispetto, l’altro ad ogni cosa provede.

P. — Ahi fiero dolore, il sentirmi così straziato da contrastanti affetti, ravvolto come in un turbine, ignaro del dove mi convenga dirizzare la combattuta navicella della mia mente! Onde, or qua or là trabalzato, non ho posa un istante.

A. — Dimmi, se ti piace, è da gran tempo che non ti guardi allo specchio?

P. — Non è molto; chè ne ho il costume. Ma che significa questa tua domanda?

A. — Così per troppo di curiosità no ’l facessi tu con tanta frequenza! Io poi te ne richiedo a sapere se tu ancora ti sia accorto del tuo cangiare d’un giorno più che l’altro. Non vedi come le tue tempie omai incanutiscano?

P. — Credeva che tu volessi dirmi alcun che di singolare; ma crescere, invecchiare, morire, son cose che mi sono comuni con tutti quelli che nascono. E il simigliante avviene presso che a tutti dell’età mia; però mi sembra che adesso gli uomini invecchino più presto del consueto,

A. — Nè la vecchiezza degli altri può conferire a te la gioventù, nè l’altrui morte l’immortalità. Ma, a parlar di te solo, io ignoro se questo cangiamento della persona abbia mutato punto l’animo tuo.

P. — Ne fui turbato forte; non però così che mi cangiassi in altro uomo da prima.

A. — E quali idee allora ti andarono per l’animo, e che parole t’uscirono dal labbro?

P. — Non feci che ripetere il detto del principe Domiziano: «Giovane ancora, con viril senno, porto la chioma canuta.» All’esempio d’un cesare che primo mi si offrì al pensiero, aggiunsi a consolarmi quello d’un re; perchè è fama che Numa Pompilio, secondo re dei Romani, avesse i capelli bianchi. E anche il nostro Virgilio, che scrisse nell’anno trigesimo secondo le sue Bucoliche, dice di sè, sotto la figura d’un pastore:

Allorchè bianca recidea la barba.

A. — Certo, gli esempi non ti vengono meno; così te ne giovassi a richiamarti il pensiero della tua mortalità! E tu, in quella vece, delle testimonianze di codesti canuti uomini non ti vali che quale d’un eccitamento a dissimulare l’avvicinarsi della morte e della vecchiezza. Perchè ne ritraggi tu altra utilità se non se quella di cancellare dall’animo il rapido trascorrere degli anni e l’approssimarsi dell’ultimo fine? E devi rammentarti che a scolpir solo nella tua mente questo salutar pensiero mirano le nostre parole. Ben sei folle, se, mentre io t’esorto a riguardare la tua canizie, mi vai noverando una schiera d’illustri canuti, quasi si trattasse di personaggi divenuti immortali, il cui esempio t’ammaestrasse a non temere la morte. Onde io credo che, se ti avessi accennato della calvezza, tu mi saresti venuto innanzi con Giulio Cesare.

P. — certamente; che a più chiaro uomo non avrei potuto ricorrere. E poi, o io m’inganno, grande conforto è quello di circondarsi di sì famosi compagni; donde avviene che io, come si fa di giornaliera suppellettile, ami d’avermeli ognora presenti. Ed essi m’aiutano a sopportare, non tanto i presenti disagi che mi derivano dalla natura o dal caso, quanto ancora gli altri che potrebbero sopra venirmi; sotto i quali mi sarebbe forza soccombere, ove la vivacità della ragione o celebri esempi non mi sorreggessero. E mettiamo che tu mi dessi rimprovero di soverchia timidità perchè lo scrosciare del fulmine m’atterrisca: io, siccome non potrei negartelo, nè questa mi è ultima cagione ad amare il lauro cui la stessa folgore rispettò, ti risponderei che anche Cesare Augusto era travagliato da pari debolezza. Quando poi mi chiamassi cieco, e di fatto tal fossi, direi che cieco era Appio ed Omero principe de’ poeti; se uomo d’un occhio solo, mi farei schermo di Annibale capitano de’ Cartaginesi e di Filippo re de’ Macedoni; se infine sordastro od intollerante del caldo, t’opporrei al primo Marco Crasso, al secondo Alessandro il macedone. Ma troppo lunghe parole ci vorrebbero a dire d’ogni cosa in particolare; a te sarà agevole intendere il resto.

A. — Ingenuo parli; nè mi spiacerebbe quest’abbondanza d’esempi, se, lungi dal persuaderti l’inerzia, avessero forza a riscuoterti da ogni languore e timidezza. — A conchiudere, fa di non paventar la vecchiezza, ed avrai le mie lodi. Solamente io vorrei che tu della presente età non prendessi noia, e di quella che sta per sottentrarvi non paventassi: la quale chi non riguarda siccome final termine di questa vita, è meritevole d’ogni più alto biasimo e vitupero. E per contrario il sostenere di buon animo l’affrettata canizie, vuolsi avere quale indizio d’ottima indole; come di pessima si chiariscono coloro, e molti sono, che, tentando invano di ritardare il destino comune, si calano gli anni; e poi, menando querele perchè troppo presto imbianchino loro i capelli, o si studiano a tenerli nascosti, o, più matti ancora, se li strappano. E non vedete, o ciechi, con quanta velocità si volgano le sfere, le quali, non allentando un momento il rapido moto, consumano e divorano il brevissimo corso assegnato alla esistenza? e voi intanto vi maravigliate perchè troppo presta vi colga alle spalle la vecchiaia che a voi sen viene col rapidissimo trapassare di ciascun giorno. Ma due sono le cagioni che tanto miseramente vi menano a delirare: la prima, che alcuni dividono il breve giro della vita in quattro parti, altri in sei, altri in più. E voi, quasichè codeste partizioni valessero ad allungarla, vi adoperate ad allargare in quantità, giacchè no ’l potete in numero, uno spazio che è di per sè tanto angusto. Però figuratevi pure altre suddivisioni per quanto vi piaccia piccolissime; esse a un volger d’occhio dilegueranno ben presto.

Chi generato fu di fresco, in pochi

Momenti cresce in grazioso bimbo;

Giovinetto divien; ratto uom matura.

Vedi con che scorrevolezza di parole un sottilissimo poeta significò il dileguare della vita fuggente; da che si conchiude quanto sciocca fatica durino coloro che si sforzano a trasandar que’ confini oltre i quali la natura, madre di tutto, non consente un solo passo. La seconda cosa è, che a voi, mentre invecchiate tra le inezie e i falsi piaceri, avviene, siccome ai Troiani, i quali folleggiando trascorsero quella notte che doveva loro essere l’estrema;

Mentre il fatal cavallo avea d’un salto

L’alte mure varcato, entro il suo cieco

Grembo accogliendo de’ nemici il nerbo.

E così voi pure v’appressate all’estremo punto, senza accorgervi della morte che armata, ed indomabile s’affretta a scalare le mal custodite mura del vostro corpo; ed ignorate a pericolo che da voi si corre, sino a tanto che

La greca schiera, giù calando, invade

Nel vin, nel sonno la città sepolta;

E voi, non meno de’ Troiani, che Virgilio ci rappresenta avvinazzati e dormenti,

Le molli membra carezzando in piume,

D’ogni dolcezza inebriate il core.

Onde assai di proposito dice il Satirico:

Ahi come ratto a dileguar s’affretta

Fragilissimo il fior di questa breve

Ed infelice vita! E mentre ai nappi

Accostiamo ll destra e, l’odorose

Chiome di serti coronando, amore

Preghiam dalle fanciulle, il piè furtiva,

Quando men l’aspettiam, vecchiezza innoltra.

E per tornare al proposito, tu fai del tuo meglio a respingere questa vecchiezza che a tacitarne s’avanza e già ti batte alle porte; e l’accusi di troppa fretta, perchè, non avuto rispetto agli ordini della natura, venga addosso anzi tempo. Poi, se ti riscontri in qualcuno non ancora curvato dagli anni che affermi di averti veduto fantino, lietamente lo accogli; spezialmente se, come s’usa, ti dica: «Oh è da ieri o ierlaltro soltanto che io non ti vedo!» Il che si può con ragione ripetere a qualunque, fosse pur decrepito; perchè chi non fu ieri od anzi non è oggi fanciullo? E di codesti fanciulli di novant’anni ne vediamo noi tutto dì accapigliarsi per ogni nonnulla e correr dietro a misere fole. Intanto il tempo fugge, il corpo languisce, senza che l’animo si muti; ed avvegnachè ogni cosa ne s’invecchi d’intorno, noi non giungiamo mai a maturità. Laonde vera è quella sentenza del volgo: un animo solo logorare più corpi, «Dileguasi la puerizia, ma la puerilità, come dice Seneca, ancor rimane.» E mel’ credi, tu pure non sei più fanciullo quanto ti sembra; perciocchè la maggior parte degli uomini non arriva all’età a cui ora tocchi. Vergognati adunque che si dica che un vecchio fa ancora l’amante; arrossisci d’essere divenuto da sì lunga stagione favola al volgo: e se l’amore della gloria non t’alletta nè ti spaventa l'infamia, col cangiar vita provedi almeno che i tuoi non arrossiscano per te. Dappoichè io stimo che si deggia aver cura della propria fama, se non per sè, almeno perchè gli amici non incorrano nella taccia di mentitori. E so questa è stretto dovere d’ogni uomo in particolare, quanto più adunque di te, che, noto a tutti, vivi sotto gli occhi della moltitudine!

Ahi quante all’uom comanda aspre fatiche

Il serbar puro e glorioso il nome!

Queste parole, che sono dirette a Scipione dal suo più fiero nemico, secondo che si leggono nel libro della tua Africa, adesso che ti son pôrte da chi ti è padre in affetto, accettale, ten’ prego, e fanne tuo senno. Finiscila una volta; ed abbandonate queste tue fanciullaggini, ammorza le giovanili fiamme. Non pensare a ciò che fosti negli anni andati, ma sì a quello che sei nel presente; acciocchè non paia che indarno io t’abbia sconsigliato dal guardarti nello specchio. E ti sovvenga di quanto sta scritto nelle Naturali questioni, dalle quali sappiamo siccome gli specchi s’inventassero all’effetto che gli uomini, mirando in essi, riconoscessero sè medesimi. E ne venne giovamento non ad uno solo, che anzi a parecchi fruttarono e la cognizione di sè ed utili consigli: imparò il bello a schivare alcuna sconcezza, il brutto a riscattare colla virtù i diletti della persona, il giovane a spendere utilmente il tempo che gli è assegnato allo studio ed alle virili opere, il vecchio infine a deporre ogni lascivia di carne ed a meditare alcun poco la morte. — Questi salutari consigli, che pur vogliono scolpirsi nella memoria, così li rammento siccome la prima fiata che li lessi.

A. — Il leggerli od il ricordartene ti profittò assai poco; e l’ignoranza avrebbe almeno scusato il tuo errore. Ma sapendo tali cose e co’ capelli canuti, non ti vergogni del presente tuo stato?

P. — Ne provo rossore, dispetto ed affanno, senza che possa risolvermi al bene. Però sai tu di che pensiero io mi riconforti ? Ella pure invecchia con me.

A. — Io credo che tu ti approprii le parole di Giulia, figlia di Cesare Augusto; la quale, ripresa dal genitore perchè il suo conversare non fosse tanto grave come quello di Livia, così argutamente rimbeccò gli ammonimenti paterni: « E questi ancora invecchieranno con me. » Ma dimmi, stimi tu che più si convenga ad uom canuto amar donna vecchia che non ad un garzone una giovinetta? Adunque l’amore tant’è più turpe quanto le cagioni ond’esso s’alimenta sono minori. Or non si muterà il tuo cuore giammai, anche quando il corpo altro diventi da quello di prima! E ciò ti dissi per rispetto al pudore. Ma perchè, come osserva Cicerone, sembra cosa assurda del tutto ch’esso tenga luogo della ragione, è da ricorrere per aiuto al fonte di tutti i rimedii; quanto è a dire alla stessa ragione. Laonde questo, il quale de’ tre motivi che distolgono dall’amore è principalissimo, ti porgerà intera la cognizione del vero. Perciò fa di ricoverarti in quella rôcca in cui sola puoi viver sicuro dagli assalti delle passioni e che ti dà l’essere di uomo. Pensa, in primo luogo alla nobiltà dell’anima, la quale è sì grande che, a volerne parlar degnamente, ne sarebbe da riempiere un volume. Pensa alla fralezza e deformità del corpo, che ci fornirebbe tema a discorso non meno lungo; alla brevità della vita, intorno a cui tanti libri abbiamo d’illustri scrittori; pensa alla rapidità del tempo, che è tanto grande da non potersi agguagliare a parole, ed alla morte che, essendo certissima, ne lascia incerti dell’ora, del quando, del dove ne vorrà cogliere: nel che troppo l’uomo s’inganna, il quale stima poter differire ciò che differir non si può. Domandane anche al più traviato, e ti risponderà che per lui pure deve arrivar questo punto. Pertanto la speranza di lunga vita, a cui molti si lasciano adescare, non ti seduca; anzi tieni in conto di oracolo quasi celeste il detto:

Stima ogni dì che a te scorre, l’estremo.

E certo ogni giorno che risplende ai mortali o è l’ultimo ovvero all’ultimo s’avvicina. Rifletti altresì che sconcia cosa è l’esser mostrato a dito, e il fornir soggetto ai popolari discorsi; avverti quanto i costumi sieno in te disformi dalla tua professione. Oh quanto ella non ti nocque nel corpo, nell’animo, nelle fortune! e quanti mali, senza temperamento di beni, per cagion sua hai sofferto! Schernito, sprezzato, negletto, quante parolette soavi spargesti al vento, quante lagrime e lamenti, senza che quasi mai ella ti volgesse uno sguardo benigno! Che se talora ciò avvenne, non fu che per un momento, più fugace d’uno zefiro estivo. E mentre tu la mettevi in fama, ella, a ricambio, ti toglieva sì gran parte di vita e rispondea colla non curanza a chi tante s’affannava ad amarla. Così, dilungandoti dall’amore di Dio, ti precipitò in un abisso di miserie e tali cui troppo io sapendo, mi taccio per non esser inteso da chi a caso udisse questi nostri discorsi. Deh a quante utili cose non ti sottrasse, alle quali avresti atteso con tua gloria e vantaggio! Testimonio le molte opere che imprendesti a scrivere e che restano ancora incompiute; attorno a cui assai meglio ti conveniva di spendere alcuna particella del breve tempo che sortito ti fu. Or dunque che più da te con tanto ardore si desidera? Con intento animo e virile proposto a tutto questo rifletti, acciocchè, fuggendo da siffatti lacci, non incorra in altri che più fortemente ti stringano; com’è costume di molti, i quali, mentre riguardano alla esteriore bellezza, si sentono entrare in cuore non so da qual segreta parte il veleno, che vien poi alimentato con rimedii peggiori. Perchè pochi, come una volta ne sieno imbevuti, si danno ad esaminare di buon proposito la sconcezza di cotali amori donneschi; e se pure a tanto riescano, facilmente ricadono e, tratti dalla forza della natura, tornano ad avvoltolarsi nelle antiche brutture. Ora che ti è manifesta la grandezza del pericolo, sta a te, con ogni studio; a cansarlo. Scaccia ogni memoria delle, passate ambasce, ogni pensiero che ti richiami al tempo trascorso; riscuotiti e, come dicono, sbatti contro la rupe i tuoi pargoli, affinchè crescendo non ti ricaccino nel fango. E sovrattutto non cessar mai di stancale il cielo con divote preghiere, tanto che ne siano travagliate le orecchie del Supremo Re. Non un dì, non una notte ti passi senza lagrime ed orazioni; e forse l’Onnipotente, avuta compassione di te, porrà fine a’ tuoi mali. Queste cose devi tu operare, queste sfuggire; ed io spero che, ponendole in atto davvero, la destra dell’invitto liberatore scenderà a te soccorrevole. Ma è omai tempo che, dopo un tanto discorrere di questa tua malattia, sebbene le parole che vi spendemmo attorno non s’abbiano a dir lunghe se non rispetto al tuo grande bisogno, passiamo a dire dell’altra. E sarà l’ultima che io m’accingo a curare.

P. — Deh! prosegui, o dolcissimo padre, e già degli altri miei difetti, quantunque non libero in tutto, pur mi sento in molta parte sgravato.

A. — Tu aneli alla gloria umana e alla immortalità del nome assai più che non si convenga.

P. — Troppo è vero, nè so come imbrigliare questo sfrenato mio desiderio.

A. — Ed hai perciò forte cagione a temere non forse la soverchia cupidigia della mortale celebrità ti chiuda il sentiero che mette alla patria immortale.

P. — Ciò è che principalmente mi cruccia; e con questa piaga ancora tu vorrai usare la pietà che verso le altre.

A. — Ed ella è veramente la più profonda di tutte, benchè non la più vergognosa. Or dimmi, che è questa gloria dietro cui tanto sospiri?

P. — Vorresti che io te ne dessi la definizione? ma non vi ha persona che lo possa meglio di te.

A. — Davvero che questa gloria, se guardo a’ fatti tuoi, mi pare che tu non la conosca nemmeno di nome. Perchè se ciò fosse, io non ti vedrei sì ardente a farne procaccio. Vuoi tu con Cicerone ch’ella sia «una nominanza illustre per ogni dove diffusa a cagione delle cose operate a benefizio dei proprii cittadini e della patria o verso tutta l’umana famiglia?» oppure, com’egli in altro luogo la definisce, «una celebrità che non disgiunta da lode corre nelle bocche d’ognuno?» In tutte e due queste definizioni, come vedi, la gloria equivale alla fama. Or sai tu che cosa sia questa fama?

P. — Non mi torna adesso il saperlo; e d’altra parte non mi arrischio a parlare di ciò che m’ è sconosciuto. Onde, quando si corra pericolo d’errare, miglior partito è tacere.

A. — Savie e modeste parole son queste; dappoichè in qualsivoglia discorso, se spezialmente ambiguo e d’alto argomento, è da attendere non tanto a ciò che si dice quanto a ciò che non si dice. Perchè, in fatto di favellare, non vanno di pari passo il biasimo e la lode. Sappi adunque che la fama è una voce che, celebrando uno od altro uomo, vola per le lingue di molti.

P. — Assai mi appaga questa definizione o descrizione che vogli chiamarla.

A. — È per tanto la fama una non so quale aura incostante e, ciò che è peggio, prodotta dal cicalare di molti insieme fra loro. So cui ragiono e come non v’abbia persona alla quale più che a te sieno spiacenti i costumi e i fatti del volgo. Pure, vedi contradizione di giudizii! tu che sorgi sì presto a condannare costoro, tu stesso ti piaci delle lor ciance non solo, ma sì anche riponi in esse il supremo della felicità. Perchè a qual fine mirano gl’infaticabili travagli, le assidue veglie e tanto ardente foga di studii? forse mi risponderai che per apprendere le cose profittevoli alla vita? Ma è buon tempo che imparasti quel tanto che necessariamente si richiede a ben vivere e morire; e te beato, se, tutto inteso a porlo in atto, avessi lasciata la dura fatica di avanzare ognor più nella scienza, che ad ogni passo schiude nuovi sentieri ed intentati labirinti, senza che l’occhio arrivi mai al termine del cammino! Arroge che ti convenne spendere le più operose delle tue cure intorno a ciò che, per essere appunto più gradito alla plebe a te sommamente incresceva; quindi, a blandire le orecchie degli ascoltanti, ti brigasti a comporre poemi e storie e ad azzimare lo stile coi più ricercati frastagli della eloquenza.

P. — Cessa, che troppo mi sanno d’amaro queste parole. Da che uscii di fanciullo mai non ebbi vaghezza di frasche; e fu per questo che mi diedi sin d’allora a notare tutti que’ passi in cui ne sono dipinti da Cicerone codesti guastamestieri delle lettere. E mi si scolpì principalmente nell’animo quella sentenza di Seneca: « È vergogna che un uomo si dia a cogliere fiorellini e si procacci fama dal correre a caccia non d’altro che d’armoniose parole. »

A. — Non è che io ti apponga taccia di smemorato o dappoco, ma non è forse vero che, dal tesoro delle cose imparate facendoti a scegliere le più graziose, ne offeristi quasi un presente agli amici perchè ne ricevessero istruzione e diletto? Nel che troppo si parve quanto ti lusingassero gli allettamenti della vana gloria. E finalmente, non contento al tuo giornaliero affaticare, il quale avvegnachè ti rubasse gran parte del tempo, pure non ti prometteva altra fama che quella del secolo presente, varcando i secoli col tuo pensiero, aspirasti ad immortalarti nei posteri. Quindi, posto mano a cose maggiori, imprendesti a dettare una storia da Romolo sino a Tito cesare; opera immensa sia rispetto alla durata, sia alla grandezza del lavoro. Nè l’avevi ancora condotta a fine che, punto dagli sproni della gloria, sovra non so che poetico navilio trapassasti in Africa; e al presente, comechè con sommo studio attenda a questo argomento, non però smetti i primi. Così in queste due cure, a tacere delle altre che sono innumerevoli, logori il tempo, la preziosissima ed irreparabile delle cose; e scrivendo pegli altri, dimentichi te stesso. E forse la morte ti strapperà di mano la stanca penna innanzi che tu giunga ad incarnare tanti disegni. Allora soltanto ti sarà chiaro che l’uomo troppo cupido della gloria, mentre per doppio sentiero s’affretta a moverne in traccia, non arriva nè a questo nè a quello.

P. — E n’ebbi anch’io sospetto quando, còlto da grave malattia, mi vidi in termine di vita. Di che pensiero credi tu che maggiormente mi crucciassi, se non di lasciare incompiuta quest’Africa? Pertanto, sdegnando che altri dopo me mettesse le mani a guastarmela, avea fermo di darla alle fiamr me, ben sapendo che niun degli amici miei avrebbe potuto renderle questo servigio; memore anche in questo dell’imperatore Cesare Augusto, il quale in ciò solo non esaudì le dimande di Virgilio. Che più? poco mancò che l’Africa, oltre gli ardori dell’imminente sole a cui eternamente soggiace, e le fiamme romane che quant’era grande la devastarono, non perisse nell’incendio a cui io stesso voleva condannarla. Ma ora basti di lei; che questa mi è sempre acerba rimembranza.

A. — Il tuo discorso cresce autorità alla sentenza che ho proferito più sopra; e se consente alcuna dilazione al termine della condanna, non giunge però a cessare le ragioni onde si afforza. E vi può essere maggiore stoltezza dell’angosciarsi tanto per cosa d’incertissima riuscita? Se non che la speranza di condurre a compimento quest’opera ti dà lena a procedere più oltre; e perchè, non potrei tortene giù sì di leggieri, mi proverò a mostrarti quanto ella mal risponda al molto che ti costa. Fingi adunque che ti abbondi e tempo ed ozio e tranquillità; che ogni torpidezza d’ingegno svanisca, cessi il languire della persona, e sia rimosso qualsivoglia ostacolo di fortuna, la quale spesso attraversandosi rompe a mezzo le più onorate imprese; in una parola, fa conto che ’l tuo poema sortisca tale un effetto da sorpassare ogni tuo desiderio. — Ora, stimi tu che questo tuo lavoro sarebbe una gran maraviglia?

P. — Anzi un’opera bellissima, rara ed eccellente.

A. — A non contradirti affatto, riesca esso pure siccome tu credi. Ma se intendessi come ciò contrasti al vero tuo bene col distoglierti l’animo dai pensieri del cielo, io mi penso che ne proveresti gran cruccio. Poi, quella stessa celebrità a cui tanto aneli, ristretta antro i confini de’ luoghi e dei tempi, non è la gran cosa che imagini.

P. — Non mi torna nuova, quella vecchia e volgare, leggenda de’ filosofi che racconta la terra tutta essere simigliante ad un piccolissimo punto rispetto all’animo umano che abbraccia infinite migliaia di anni, e la fama non giunger mai a riempiere nè questo punto nè l’animo: con siffatte parole si adoprano essi a temperarci dal soverchio amore della gloria. Ma tu cibami, se puoi, di più vital nutrimento; perchè cotesto che costumano metterci innanzi non è altro che nuda apparenza, secondo che ebbi ad esperimentare in me stesso. Io non presumo già a divenire un altro dio, sì che posseda l’eternità ed abbracci la terra ed il cielo. L’umana gloria, a cui sospiro, mi basta; e, mortale uomo, non altro bramo che cose mortali.

A. — Oh tapino di te, se così parli davvero! Ove tu non curi i beni immortali, ove non dirizzi lo sguardo a quanto lassù ne aspetta, certo convien dire che abbi il cuore di fango. Niun’altra speranza ti resta; sei perduto!

P. — Tolga Dio tanto danno! e la mente, consapevole de’ miei affanni, essa sola mi può rendere testimonianza se non ho sempre a tutto preposto il desiderio della eternità. Ma le parole che certo mi sono sfuggite dal labbro non altro voleano significare se non questo, che delle cose di quaggiù, in quanto mortali sono, mi giovo senza che colla intemperanza e grandezza de’ desiderii usi violenza alla natura. Di tal guisa quindi aspiro alla gloria mondana che non ignori me e lei appartenere alla terra.

A. — Quanto savio mi suona adesso il tuo favellare, altrettanto poco fa era folle che non può chiamarsi se non estrema follia l'abbandonare ciò che dura eterno per cosa tanto avara, vana e, come dici tu stesso, peritura.

P. — Ma io non volgo già le spalle al pensiero della eternità, ma mi riservo di tenerne conto ad altra stagione.

A. — E non ti sembra questo periglioso consiglio in così grande rapidità di tempo incerto e in un’esistenza tanto fugace quanto la vostra? Or dimmi: se chi tiene in sua mano le chiavi della vita e della morte quest’oggi ti destinasse ancora un intero anno, e tu ne avessi indubitata contezza, per che modo cominceresti a distribuire i tuoi giorni?

P. — Ben ne userei con tutta moderazione e diligenza, guardandomi a tutto potere di lasciarne trascorrere anche un attimo solo che non fosse speso in serie occupazioni. Nè credo avervi uomo, per quanto si voglia matto ed audace, che non facesse altrettanto.

A. — Saviamente parli; ma lo stupore onde son preso nel vedere quanto in ciò diversamente s’adoperi dagli uomini è così grande da vincere non che il mio stile, ma quello di qualsivoglia più facondo oratore, quand’anche egli tutta vi mettesse la potenza dell’ingegno

P. — Non so per qual cagione tanto altamente ti maravigli.

A. — Perchè voi vi mostrate avari oltre ogni credere di ciò che possedete e prodighi delle cose non vostre; mentre invece, qualora aveste sano l’intendimento, vi converrebbe fare tutto il contrario. Egli è ben vero che un anno velocemente trascorre; pure se quest’anno vi fosse promesso da chi nè inganna nè può essere ingannato, lasciandovi piena balia d’usarne a vostro bell’agio, ed io vi dico che voi ne impieghereste solo gli ultimi avanzi alla cura della vostra salute; Detestabile ed orrenda pazzia! sprecare in ridicole fatuità un tempo che non vi renderebbe nemmeno, certi se vi potesse bastare a fornire quanto si richiede a quel passo estremo: pure un anno, quantunque poco, sarebbe alcun che di sicuro. Ma chi siccome voi, vive sotto l’impero della morte non ha certezza nè d’un anno nè d’un giorno e neanche d’un’ora intera. All’uomo a cui avanzi ancora un anno di vita, passati sei mesi, ne restano ancora altrettanti; ma a te, « se getti il dì presente, chi ti si fa mallevadore dell’avvenire?» E ripensa queste parole, che sono di Cicerone. Certa è la morte, ma incerto se ella ti coglierà quest’oggi stesso; nè avvi uomo il quale, quantunque giovane, possa ripromettersi di vivere sino a sera. Io domando adunque a te e a tutti i mortali, che, correndo sospirosi dietro le presenti cose, non curate le future:

Qual sa di voi se ai Sempiterni aggradi

Al dì che scorre aggiungere il domani?

P. — Per rispondere a nome di tutti, dirò che nessuno può chiamarsene sicuro. Pure speriamo, come soggiunge lo stesse Cicerone, tuttavia un anno di vita; e non v’ha persona, per quanto vecchia, che non accarezzi questa speranza.

A. — Ma quel nostro autore, seguitando, ne dice che non solo i vecchi, ma i giovani eziandio si conducono stoltamente nel lasciare il certo per ciò che certo non è. Se non che ti si consenta pure l’impossibile, e ti sia conceduto uno spazio lungo e sicuro di vita: è forse sano consiglio lo spendere il meglio degli anni e l’età più fiorita in piacere agli occhi altrui e nell’adularne le orecchie, e frattanto mettere in serbo per sè e Dio gli ultimi anni, che incresciosi sono ed inutili? Così il bene dell’anima diverrebbe l’ultimo de’ tuoi pensieri, benchè avessi un tempo assegnato; quando invece l’ordine contrario sarebbe sempre il migliore.

P. — Io però così la penso in tale proposito: che sia lecito a chi vive quaggiù il tener dietro a quella gloria che in terra può aversi, aspettando di godere nel cielo dell’altra che è veracemente perfetta; rispetto alla quale, se ci sarà dato toccarvi, questa che ci alletta nel mondo non parrà che ombra fugace. Così adunque l’animo si componga che, volte le prime cure alle mortali cose, queste succedano le eterne, al modo stesso che dalle une alle altre gradatamente si procede. Nè si potrebbe, senza colpa, sconvolgere un ordine tanto giusto.

A. — Pazzo omicciattolo che sei! e tu credi che le dolcezze del cielo e della terra tutte debbano pioverti in grembo e arriderti sempre lieti gl’eventi? Una simigliante speranza trasse in errore le migliaia degli uomini, e innumerevoli anime travolse in perdizione. Poichè mentre costoro vogliono tenere l’un piede fermo in sulla terra e l'altro nel cielo, non sanno nè ben rimanersene quaggiù nè colassù salire. Donde avviene che miseramente ruinino, e d’improviso, in sul fiorire dell’età e nel bel mezzo delle fortune, sia rotto a mezzo il filo di loro vita. Or non pensi che anche a te potrebbe accadere lo stesso? Deh quanto sarebbe il tuo dolore, quanta la vergogna, se, mentre questi folli pensieri ti si aggirano in mente, (ciò che Iddio mai non consenta) ti si rovesciasse addosso una tanta sventura! Allora sì che tardo ed inutile sarebbe il pentimento; perchè il correr dietro a mille brighe affannose non altro ti avrebbe fruttato che nulla.

P. — La misericordia dell’Altissimo cessi da me tanto danno!

A. — Quantunque la divina misericordia non iscusi l’umana follia, pure io prego che l'aiuti di tanto! Se non che io credo che tu confidi in lei oltre il dovere. Iddio, se abbonisce chi dispera, deride poi quelli che mettono in lui una improvida fiducia. Duolmi però che tu abbi in conto di favolosa leggenda l’opinione dei filosofi onde si prova che la terra, rinchiusa entro stretti confini, non è se non un’isola che alcun poco si sprolunga nel mare. E favola adunque ti parrà eziandio la partizione di essa terra divisa in cinque zone; la più grande delle quali, e che tiene il sito mezzano, soggiace agli ardori del sole: non così le due che stanno a diritta e a mancina, che, assiderate da acuti freddi e da ghiacci eterni, sono deserte di genti, le quali non possono stanziare, che nelle due rimanenti, collocate tra le estreme e quella di mezzo. È favola quella che, dividendo in due il mondo abitabile, ne dice inaccessibile quella parte che sta sotto i vostri piedi a cagione del mare frapposto; e se essa sia proveduta o no d’abitatori, sai a quante liti desse argomento tra i dotti, e come io ne pensi in particolare nel mio libro Della città di Dio che tu certamente avrai letto. L’altra poi, o tutta va priva di umane abitazioni, o, come piace a taluni, si suddivide in due altre parti; di cui la prima viene acconcia ai bisogni degli uomini, l’altra, attorniata dai seni dell’oceano settentrionale, non consente che alcuno v'approdi. E questo medesimo spazio, che angustissimo vi fu sortito, di quanto non è stremato dai mari, dalle paludi, dai deserti, che lo riducono quasi a nulla! pure voi ne fate il teatro delle vostre matte superbie. Aggiungi che tanto più si rappicciolisce la vostra dimora quanto viemaggiormente si badi alla diversità dei costumi, alle religioni difformi, alle favelle, al vestire dissomigliante; cose tutte che vi tolgono modo ad allargar troppo la celebrità del vostro nome. Or ti sembra che queste sieno tutte leggiadre novelle? e allora è pur novella quanto m’era ripromesso de’ fatti tuoi, perchè io stimava che tali cose da te principalmente dovessero riguardarsi siccome indubitate. Ed, a tralasciare che Cicerone e Virgilio e i poeti e i filosofi t’addottrinarono di tanto, so che questo stesso concetto lo adornavi di versi nell’Africa tua, là dove dici:

Entro, angusti confin racchiuso il mondo,

A breve isola è par, cui d’ognintorno

Bagna co’ flutti il gran padre oceano.

E soggiungi altre parole: le quali se ti parevano false, non so vedere come per sì lungo tempo tu le affermassi con tanta asseveranza. Che dirti poi della prontezza onde si dilegua la fama mortale? che delle angustie del tempo? Ogni memoria, per quanto vuoi antichissima, è da tenersi siccome un lievissimo nulla, ove coll’eternità si paragoni. Nè io ti richiamo alle opinioni degli antichi che raccontano gli incendii e i diluvii che devastarono la terra; il Timeo di Platone e i dialoghi di Cicerone nel sesto della Repubblica ne vanno pieni. E gli avvenimenti che vi sono rapportati, sebbene abbiano sembianza di probabili, per molti, da te, che professi la vera religione, debbono aversi in conto di fole. Nè queste sole, ma infinite altre cose tolgono, non che l’eternità, la durata della fama. E dapprima la morte di quelli che furono compagni della nostra vita; poi la dimenticanza, che è male indiviso dalla vecchiaia. Appresso, la lode ognor più crescente degli uomini nuovi; i quali quanto più ascendono in alto, e tanto più abbassano gli antichi, nè mai si credono grandi abbastanza quando non abbiano detratto al merito di chi li ha preceduti. Oltre a ciò l’invidia, inesorato flagello di quanti aspirano a salire in celebrità, e l’odio del vero e il disamore che mostra il volgo alle persone d’ingegno; a non dire della incostanza dei popolari giudizii, dello sfasciarsi dei sepolcri, alla cui ruina, secondo il detto di Giovenale, congiurano:

Le quercie, i fichi ed altre arbori avverse.

Il che nell’Africa tua, non senza alcuna leggiadria, tu chiami col nome di seconda morte. Ed io m’esprimerò con le parole stesse che tu rivolgevi ad altri:

Nè molto andrà che al suol sfasciato crolli

Il marmoreo sepolcro e le parole

Scolpite; e questa fia morte seconda.

La bella ed immortal gloria che è cotesta, la quale, col cadere d’un sasso, precipita! E i libri anch’essi, che recano in fronte o di propria mano o di altrui scritto il vostro nome, quantunque sembri che abbiano a durare molto più dei sepolcri, vanno incontro a innumerevoli sciagure, a cagione dei tanti casi sinistri di natura o di fortuna. Ed essi pure corrono il loro destino: ai quali, ove null’altro avvenisse di male, sta sopra il tempo della vecchiaia e della morte. E mi par giusto che soggiacciano a tal punizione quelle fatiche dietro cui sì vanamente vi travagliate voi, o mortali. Ma non trovo, io ne’ tuoi versi medesimi ( e perchè dovrei tralasciarli?) la condanna delle tue fanciullaggini?

E de’ libri al mancar, manchi tu stesso:

Così la terza morte a te sorviene.

Eccoti palese che giudizio io porti della gloria: nel che se spesi molte parole e forse più che non occorrevano a me o al tuo bisogno, son sempre poche rispetto all’indole dell’argomento; quando però non ti paresse una favola ciò stesso che ti son venuto sin qui dicendo.

P. — Tutt’altro che favolose ciance mi sonarono nell’animo le tue parole; che anzi mi si destò nel cuore un nuovo desiderio di spogliarmi de’ vecchi errori, E ad onta che da buon tempo gli argomenti da te recati in mezzo mi fossero noti, e spesso li avessi uditi ancora, perchè, come dice il nostro Terenzio:

Nuova cosa non v’ha non detta prima,

pure si la dignità e l’ordine onde ti piacque espormeli, sì ancora l’autorità di te che me li porgevi, fecero gran breccia nella mia mente: Ora però che siam sul finire vorrei da te un parere terminativo: imponi tu che, lasciata da parte ogni studio, passi ingloriosa la vita, ovvero hai a suggerirmi alcun partito di mezzo?

A. — Non sarà mai che ti consigli a vivere inoperoso, ma sì che all’amor della gloria preferisca quello della virtù: perchè ti mostrai come la prima sia l’ombra della seconda. Pertanto in quella guisa che sulla nostra terra è impossibile che nella luce del sole un corpo non getti ombra, così non può avvenire che, irraggiata da Dio, la virtù non partorisca anche gloria. Chi adunque bandisse la vera gloria, — torrebbe di mezzo eziandio la virtù, senza la quale trascolora ogni cosa, e la vita degli uomini in poco differisce da quella di molti animali; la quale, a quel modo che nelle belve vediamo, da altra guida non sarebbe condotta che dal solo appetito. Per lo che io ti consiglio ad osservar questa legge, che, operando la virtù, tu non faccia nessuna stima della gloria: allora quanto, meno la cercherai, ed ella verrà a cercarti, secondo che si legge di Marco Catone. Ed anche qui non posso non ricordare que’ versi:

Se la gloria non curi, ovver la fuggi,

Ratta ti segue e a’ passi tuoi s’aggiunge.

Te ne ricordi? son tuoi. Certo avrebbe taccia di pazzo chi sul fitto meriggio, per vedere o mostrare ad altri la propria ombra, trafelando corresse sotto la sferza del sole: e pure non è meno stolto colui che, tra le procelle della vita qua e colà dolorosamente sospinte, s’affanna a diffondere d’ognintorno la propria fama. Ma siccome al primo, intanto che si affretta alla meta, tiene dietro anche l’ombra, così all’altro che si adopera ad abbellire l’animo colla virtù s’accompagna eziandio la gloria. E di quella gloria io parlo che è amica della virtù; perchè l’altra che alcuno si procaccia coll’ingegno o colla persona non vuol nemmeno essere degnata di sì bel nome. E tu che ti logori di mezzo a tanto ingrate fatiche con dettar libri, e in questo secolo princcipalmente meriti ben altro che lode; perchè, dimentico del proprio; affatichi per l’altrui, e così, senza accorgerti, correndo dietro a fuggitive speranze di gloria, lasci trapassare tutta la vita che è brevissima.

P. — Che farò adunque? romperò a mezzo i cominciati lavori? o non sarebbe meglio affrettarli e, col divino aiuto, dar loro l’ultima mano, affinchè, sciolto da tante brighe, potessi attendere a cose maggiori? E di vero appena mi basterebbe il cuore di lasciar a mezzo opere di tanta mole.

A. — Vedi di qual piede cammini zoppo! tu ami meglio abbandonare te stesso che non i tuoi libri. Io però non mancherò al mio uffizio; e sarà tuo il danno se l’effetto non risponde alle mie parole, che certo sono dettate dall’amore. Ecco adunque che ti rimane a fare; abbandona le storie, che qual fardello ti gravano sulle spalle: i romani fatti sono abbastanza famosi e per sè e per gl’ingegni che ne hanno trattato. Metti giù il pensiero dell’Africa, e lasciala a’ suoi possessori; tu non aggiungerai gloria a te o al tuo Scipione, perchè nè egli può crescere da più di quello che è, nè le tue ali hanno forza da tener dietro a tanto volo. Così, posta da banda ogni inutil cura, restituisci te a te stesso. — E per tornare là donde prima abbiamo preso le mosse, comincia a pensare alla morte, alla quale lentamente e senza accorgerti t’avvicini. Allora solo si squarceranno i veli e le tenebre quando, riscontrandoti in alcuno degli oggetti che ti si presenteranno all’animo o agli occhi, tutto rapporterai a lei. Che se il cielo, la terra ed i mari si tramutano, è forse da sperare che l’uomo, di tutti gli animali il più debole, duri eterno? Se le stagioni, col perpetuo correre e ricorrere, non sostano un solo momento, vorrai tu solo rimanertene immoto? Ond’ è che bellamente disse Flacco:

Se ogni stella, nel ciel volge al tramonto,

Di più chiaro splendor risorge adorna:

Sol la notte dell’uomo nuov’alba ignora,

Pertanto ogniqualvolta al fiori di primavera vedi succedere l’estiva messe, e a questa la temperata brezza del salubre autunno, e le vendemmie dar mano alle nevi d’inverno, e tu ripeti a te stesso: Trapassano le stagioni, ma si rinnoveranno; non io così, ove approdi una volta a quel passo onde non fu mai tornato. E quando a sera miri giganteggiare le ombre dei monti, ripensa che la vita sen fugge, e le tenebre della morte di corto si protenderanno sovra il tuo capo. Questo sole che adesso da noi si diparte, risorgerà domani; ma il dì che tramonta è per me irreparabilmente perduto. Chi sarà che annoveri le bellezze d’una notte serena? della notte, ch’è, amica ai malvagi, è pur feconda ai buoni di solenni pensieri. Per lo che, tu non puoi startene a maggior sicurezza che il pilota della troiana flotta, se vero è che solchi un mare non meno pericoloso.

Ed egli a mezzanotte attento spia.

Volger le stelle ad occidente il corso.

Ognuna delle quali, col piegare che fa al proprio occaso, non ti dice forse che tu pure sei volto allo stesso cammino, e che non v’ha speranza alcuna di sussistenza se non in lui che, immoto, disconosce queste terrene vicende? Riguarda altresì a quelli che, non ha guari fanciulli, furono da te veduti ascendere su per l’arco della vita, ed essi ti ricorderanno che tu smonti dall’altra parte, e con tanto maggiore celerità quanto, secondo le leggi di natura, è più veloce la caduta d’un corpo grave. Se ti scontri in un antico edifizio, dà un pensiero a coloro che l’ebbero fabbricato: dove andarono essi? E del pari, ove taluno se ne costruisca di nuovo, rifletti che a corto andare morrà colui che lo innalza. Quante volte quelli che piantarono un arbore e l’irrigarono non vissero tanto da coglierne il frutto! Al che pure accenna quel passo delle Georgiche:

E tarda giunse anche ai nepoti l’ombra.

Il rapido trascorrer de’ fiumi non ti richiama egli forse a meditare alcun poco? E, per non uscir da’ tuoi versi,

Non v’ha fiume sì rapido in suo corso

Che della vita umana il volo adegui.

Nè ti seduca la lunghezza dei giorni o l’operosa distinzione dell’età. Per quanto si protragga la vita, fa tuo conto ch’ella non oltrepassi la durata d’ un solo giorno, e non sempre intero. Perciò quella similitudine di Aristotile, che tanto ti piace quando t’avvenga di leggerla e d’ascoltarla, non ti cada mai dalla mente; la quale Cicerone nelle Tusculane riferisce con sì fiorite parole da renderne viemaggiormente persuasa la verità. E perchè queste non mi soccorrono alla memoria, ecco a un bel circa quello ch’ei dice: «Scrive Aristotile che, presso il fiume Ipani uno de’ tanti della nostra Europa, là dove mette foce nel mare, nascono certe bestiuole le quali non hanno che la vita d’un giorno. Quella tra esse che manca al sorgere del sole, si dice che muoia giovane; l’altra che sotto al mezzogiorno, alquanto attempata; e vecchia l’ultima che finisce al tramonto, tanto, più ove ciò accada al tempo del solstizio.» Così egli: e questo detto, per mio giudizio, è bellissimo, a tal che dalla bocca de’ filosofi passò in quella del volgo. Ed avrai inteso tu stesso da uomini rozzi ed ignoranti, che, rivolta quella dottrina ad uso popolare, al veder d’un fanciullo, dicono: «Ecco che gli spunta il sole»; e all’aspetto d’un uomo maturo: «Costui toccò il mezzogiorno o la nona;» e se venga loro innanzi un vecchio cadente: «È omai giunto alla sera.» Queste cose, o figlio carissimo, non tralasciare di meditarle profondamente ed altre dissimil natura: e ciò t’avverrà di frequente e di miglior proposito che adesso non facesti; che poco io ti dissi e solo come mi si offeriva alla mente. E sopratutto non perder d’occhio i sepolcri degli antenati e di coloro che vissero con te: sentirai uscire di là sotto una voce, che ti dirà siccome ti hanno essi preparata una sede ove abiterai in perpetuo. Uomo non v’è quaggiù che non s’avvii a questa meta, perchè è l’ultima nostra dimora; e tu stesso che, inorgoglito adesso della freschezza degli anni, calchi l’altrui polvere, sarai tu pure in breve calcato. Vivano con te notte e giorno questi pensieri, secondo che si conviene non solo ad uomo temperante e ricordevole di sua natura, ma eziandio ad un filosofo; ed in questo senso intendi essere dettato il trito principio: «che l’intera vita dei filosofi è il commento della morte.» Da ciò deriverà che, avendo nella debita stima le cose mortali, t’atterrai ad un più savio tenore di vita. Or se tu mi domandi qual esso sia e di che mezzi debba giovarti ad imprenderlo, risponderò che a te non bisognano lunghi precetti, purchè ascolti la voce che ti grida da dentro: «di questa parte si move alla patria.» Ed allora ti sarà chiaro quali sentieri si vogliano battere, e quali altri no, che aiuti valgano ad avanzare cammino, che ostacoli a ritardarlo. Ami d’esser libero e salvo? a quella voce obbedisci; Nè ti rimane tempo a maturare la scelta; che la natura del pericolo richiede prontezza. Il nemico incalza alle spalle e ti provoca di fronte, e barcollano le mura entro cui sei rinchiuso: l’indugiare oltre ti è morte; Oh! che monta blandire altrui con armoniose canzoni, se prima non ascolti te stesso? Una parola, e finisce: fuggi gli scogli, ricovrati in porto, dà retta all’impulso dell’animo tuo, il quale benchè sia inchinevole alle cose basse, pure s’impenna a sublime volo, quando l’amore delle oneste lo mova.

P. — Deh perchè non dirmelo prima che applicassi l’ animo a questi studii?

A. — Spesse fiate tel’ dissi, e quando, in particolare, ti vidi impugnare la penna; nè lasciai di ripeterti che breve ed incerta è la vita, che lunga e inevitabile la fatica, grande l’impresa, scarso il profitto. Ma le voci del volgo, che sprezzasti sempre, non senza però che te ne lasciassi travolgere, t’aveano turate l’orecchie — Ora ti sia frutto di questo lungo conversare il porre ad atto le cose imparate; sicchè per negligenza o pigrezza non corrano in balia de’ venti. E perdona se mi fosse sfuggita qualche parola pungente.

P. — Ed io, si de’ molti benefizii di che mi fosti sempre cortese, sì ancora per queste tre giornate in cui ti piacque intrattenerti con me, ti rendo infinite grazie. Tu gl’intenebrati occhi mi rischiami, dileguando la nebbia dell’errore che m’offuscava la mente. Ma come ringraziare costei, che, non istanca dai tanti nostri discorsi, pazientò sino al fine? E guai per noi se, rivolgendo ad altra parte la faccia, ci avesse lasciato di mezzo le tenebre senza virtù sarebbero rimaste le tue parole e il mio intelletto cieco ai santi ammaestramenti. Ed ora, dappoichè voi ve ne tornate nel cielo che è vostra stanza, ed io meschino resto qui sulla terra, incerto del quando avrà fine il mio esiglio, caldamente vi scongiuro che, sebbene tanto lontani, non vogliate abbandonarmi; perchè senza te, o buon padre, la esistenza mi tornerebbe amara, e senza lei la vita mi sarebbe morte.

A. — Fa tuo conto d’essere esaudito, purchè tu non abbandoni te stesso. Noi allora non potremmo più dimorare con te.

P. — Io veglierò, per quanto siami possibile, a raccogliere gli avanzi del naufrago animo mio, tenendo severa ragione di me con me stesso nel mio segreto. E frattanto che parliamo, molte e gravi cure, benchè mortali, aspettano l’opera mia.

A. — Al volgo parrà che, oltre alle cure dell’anima, altre ve n’abbia, e forse di maggiore importanza. Ma certo non può darsene alcuna che arrechi maggior frutto ed utilità. Questa sola è necessaria, superflue le altre; siccome ci mostra il fine a cui è mestieri che ogni cosa metta capo.

P. — Ed io, te la confesso, desidero forte di levarmi dattorno ogni impiccio e, al più presto che da me si possa, consacrarmi tutto a quanto principalmente m’incombe. Nè ignoro, secondo il consiglio che poco sopra mi porgevi, che da ciò solo debbo ripromettermi ogni sicurezza; dappoichè, fatto scorto dei pericolosi sentieri, m’avvierò diritto alla salute. Ed oh foss’ io più valente nel frenare le mie cupidigie!

A. — Ricadiamo nelle antiche querele, perchè tu dai il nome d’impotenza alla fiacchezza della tua volontà. Ma, se altro non puoi, sia pur così! Di tanto solo prego Iddio che conceda a me e alla Verità d’accompagnarti sempre nel tuo mortale cammino. Ed oh! che, quantunque sin qui tortuoso, riesca a condurti un giorno nel porto di sicurezza.

P. — La tua preghiera s’adempia! Ed io, mercè l’aiuto divino, liberato da tanti pericoli, sappia venir dietro al suono della tua voce, che paternamente a sè mi richiama. Ma deh! che i miei passi, mentre ti seguo, non sollevino la polvere terrena per guisa che mi si offuschi la vista: s’acquetino le tempeste dell’animo; taccia il mondo, e la fortuna non più m’assordi.

 

Nota

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[1] A rendere viepiù conosciuti, non che i falli, sì ancora l’animo e i pensamenti di F. Petrarca, abbiamo stimato non inopportuno di premettere ai dialoghi questa sua lettera già tanto famosa.

[2] Virg., Aen. IX, 641.

[3] Virg., Aen. IV, 449.

[4] Ex Ponto III. I. 35.

[5] ha cagione di chiamarsi contento delle proprie: ha motivo per essere contento delle proprie.

[6] zeba: capra

[7] e per che: il testo stampato presenta: e perché (con evidente errore).

Progetto Petrarca

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 27 novembre 2007