FRANCESCO PETRARCA

Collatio laureationis [1]

traduzione e note di Antonietta Bufano

Edizione di riferimento

Opere latine di Francesco Petrarca, a cura di Antonietta Bufano con la collaborazione di Basile Anacri e Clara Kraus Reggiani, introduzione di Manlio Pastore Stocchi, vol. I, ed. UTET, 1975 - Classici Italiani, Collezione fondata da Ferdinando Neri, diretta da Mario Fubini

Orazione pronunciata

dall'illustre poeta Francesco Petrarca fiorentino,

a Roma, in Campidoglio, il giorno della sua laurea.

1. [1]    Ma per le ardue solitudini del Parnaso

mi trascina un dolce amore,

nel terzo delle Georgiche [2].

Oggi, magnifici e onorevoli cittadini, devo procedere a mo' dei poeti, e per questo ho preso inizio non da altro che dalle parole di un poeta. [2] Inoltre, e per la stessa ragione — lasciate da parte per il momento quelle sottilissime distinzioni che si usano nelle declamazioni teologiche, e invocata l'assistenza del nome divino (per rendermi degno di ottenerla non voglio tralasciare il saluto alla Vergine gloriosa, in questa breve, per quanto desiderata, orazione) — svolgerò gli altri argomenti il più brevemente possibile. [3] Ave Maria, ecc.

2. [1]    Ma per le ardue solitudini del Parnaso

un dolce amore mi trascina.

Queste parole sono state scritte nel terzo libro delle Georgiche, dal più grande e famoso dei poeti: la prima parte indica l'impegno non lieve del mio proposito, la seconda vi fa seguire l'ardore non comune della mia anima appassionata. [2] Il primo elemento appare da quel « per le ardue solitudini del Parnaso », dove occorre notare «Parnaso», «ardue», «solitudini». [3] Il secondo da « un dolce amore mi trascina », dove bisogna fare attenzione ad « amore », e «dolce amore» e «amore che è capace di trascinare». [4] Naturalmente ne deriva questa connessione, e un elemento dipende dall'altro: chiunque infatti desidera ascendere le ardue solitudini del Parnaso deve per forza amare quel che desidera; chiunque ama l'ascesa e senza dubbio più pronto ad ottenere con l'impegno quel che desidera con il sentimento, che l'impegno senza amore, senza un qualche intenso godimento spirituale e un certo piacere non produce gli effetti desiderati; così si può desumere da quella teoria dei peripatetici elegantemente discussa da Tullio nel quarto delle Tusculane [3]; così risulta dalla definizione, appunto, dell'impegno, che non è altro che « interesse costante e intenso rivolto con vivo godimento a un qualche oggetto, come quello per la filosofia, la poesia » e le altre arti (questa è la definizione di Cicerone stesso nel primo libro del Sull'Invenzione [4]). [5] Per dirla in breve — così vi ho promesso, e così conviene a questa mia professione — affermo in primo luogo che tre fattori soprattutto accrescono [5] la difficoltà del mio proposito; la natura del fatto in sé; la fortuna, sempre inesorabile e dura nei miei riguardi, e contraria a questi studi; l'affanno per il tempo in cui vivo. Una parola per ognuno di questi fattori.

[6] La difficoltà intrinseca del mio proposito risulta da questo, che mentre nelle altre arti con l'applicazione e il lavoro si può arrivare a una conclusione, nell'arte poetica è diverso: non si ottiene nulla se manca una certa potenza interna, infusa dal cielo nell'anima del poeta. [7] Non a me prestate fede, ma a Cicerone, che nel Pro Archia, parlando dei poeti, dice: « Da uomini di grandissima erudizione e dottrina apprendiamo questo: lo studio delle altre discipline si fonda sull'ingegno, sulla cultura e sull'abilità, mentre il poeta è valido per la sua stessa natura ed è stimolato dalle sue capacità intellettuali ed è investito, per così dire, da un alito divino: sicché non a torto il nostro grande Ennio definisce a suo buon diritto "santi" i poeti, perché sembrano a noi affidati per grazia divina » [6]. Così Cicerone. [8] In quella sua allusione a uomini eruditissimi credo che intendesse riferirsi a M. Varrone, di gran lunga il  più dotto dei Romani tutti, che pare abbia riportato questa stessa sentenza nel primo libro Sui poeti [7]. [9] Considerando tale difficoltà, il Satirico dice:

« Opera di una mente profonda, non distolta dal pensiero di doversi

procurare una coperta, immaginarsi cocchi e cavalli e il volto degli dèi

e quale Erinni confuse il Rutulo » [8].

[10] Considerando questa stessa difficoltà, Lucano esclamò (nel libro nono):

« O sacra e nobile fatica dei poeti!»[9].

[11] Non vi sembra sufficientemente documentata, con testi idonei, l'intrinseca difficoltà del mio proposito? Essa è tale, che la fatica umana non è in grado di superarla, pur se ad altro proposito è stato dato come regola dal poeta che

vince ogni cosa il lavoro

duro,

nel primo delle Georgiche [10]. [12] Da qui, è chiaro, derivano le illusioni di quanti fino al termine della vita si travagliano senza utilità e senza efficacia alcuna in quest'attività : ne leggiamo alcuni esempi nei libri di cultura scolastica. E questo per il primo punto.

3. [1] Il secondo punto — cioè quanto la fortuna è sempre stata inesorabile e dura con me, con quanti travagli mi ha perseguitato fin dall'adolescenza, quanti affronti ho dovuto subire da parte sua — lo sa l'Altissimo, lo sanno coloro che hanno avuto confidenza con me. [2] Io rinunzio a parlarne, per non occupare in discorsi tristi una giornata festiva. [3] Quanto danno porta all'attività poetica una fortuna troppo avversa, lo sa chiunque l'ha provato; a questo riguardo il Satirico, parlando non solo dei poeti comuni, ma proprio del padre dei poeti, Virgilio, ha osato dire: « Infatti se a Virgilio venisse a mancare un servo e una casa decente, tutti i serpenti cadrebbero dalle chiome, la tromba, ammutolitasi, non darebbe più il suono suo solenne» [11]; e ancora, nello stesso passo: «Ma il poeta esimio, d'ingegno non comune, che non voglia cantare cose già note, che non vada foggiando versi triviali per vile moneta, un poeta di tal genere (io non lo posso descrivere, ma ce l'ho in mente) lo fa l'animo libero da affanni, insofferente di ogni avversità, amante dei boschi, capace di bere alle fonti Aonie. Che non la cruda povertà, priva dell'oro di cui il corpo ha bisogno notte e giorno, può cantare nell'antro delle Pieridi, né può toccare il tirso » [12]. E questo per il secondo punto.

4. [1] Del terzo punto non dirò niente di più di quel che tutti leggiamo e vediamo. [2] Ci fu, sì, un tempo, ci fu un'età più felice per i poeti, quando erano tenuti nel massimo onore. [3] Dapprima in Grecia, poi in Italia e soprattutto sotto l'impero di Cesare Augusto, quando fiorirono poeti insigni: Virgilio, Varo, Ovidio, Fiacco e molti altri. Il Satirico, parlando di quest'epoca, diceva: « Allora l'ingegno era giustamente ricompensato, allora era utile per molti impallidire sui libri e fare a meno del vino per tutto dicembre » [13]. [4] Ma oggi — lo vedete — tutto è cambiato. [5] È un fatto evidente, che non ha bisogno di prove, sicché oggi si può dire ben a ragione ciò che diceva già allora il Satirico, detestando il mutar dei tempi: « Spezza la tua penna, infelice, distruggi le battaglie descritte durante le veglie, tu che nella tua stanzetta componi carmi sublimi per meritarti un serto d'edera e una sparuta immagine di pietra! Non hai più speranza, che il ricco avaro ha ormai imparato ad ammirare e a lodare soltanto quelli che sanno parlare, come i bambini l'uccello di Giunone. Ma passa il tempo buono per il mare, per l'elmo e per la zappa; allora il tedio s'insinua nell'animo, allora la vecchiaia ciarliera e priva di tutto odia sé stessa e la sua Tersicore » [14]. E questo sul terzo punto.

5. [1] Questi sono dunque i tre punti di cui parlavo: dai primi due risulta quanto sono aspre le pendici del Parnaso che io devo scalare, dal terzo quanto sono deserte. [2] Dirà forse qualcuno: che c'è, amico? [3] Hai forse deciso di rinnovare un costume già pieno di sue proprie difficoltà e abbandonato già da un bel tratto di tempo, tanto più che la fortuna ti è avversa e ti si oppone? [4] Onde tutta questa tua fiducia di adornare il romano Campidoglio di nuove e inusitate fronde? [5] Non vedi che razza d'impresa hai affrontato: scalare gli ardui deserti del Parnaso e il bosco inaccessibile delle Muse? [6] Le vedo, signori carissimi, le vedo, dico, cittadini romani, tutte queste cose, « ma per le ardue solitudini del Parnaso un dolce amore mi trascina », come ho detto all'inizio; e questo amore può tanto in me, che per esso ho vinto — o mi sembra di aver vinto — tutte queste difficoltà, per quanto riguarda attualmente il mio proposito. [7] Quindi, di rincontro, il secondo membro principale della proposizione enunciata nasce dal fatto che, dopo la fatica di salire per le ardue solitudini del Parnaso, segue subito la citazione della ragione che la determina: perché « un dolce amore mi trascina »: qui è da osservare che, come abbiamo dimostrato che quella difficoltà nasce, per così dire, da tre radici, così questa passione dell'animo che vince quella difficoltà nasce anche da tre radici: la prima è la gloria dello stato, la seconda l'orgoglio della mia propria fama, la terza lo sprone dell'operosità altrui.

6. [1] Anzitutto mi pungola il ricordare che in questa stessa città di Roma — « la rocca del mondo », come dice Cicerone [15] —, proprio in questo Campidoglio romano, dove ci troviamo ora, tanti e sì grandi poeti, giunti al sommo della loro nobile attività, riportarono un tempo il meritato alloro; e che ora quella tradizione è stata non solo interrotta ma tralasciata, e non solo tralasciata ma trasformata in un fatto eccezionale; e che da oltre mille e duecento anni è caduta in disuso, giacché dopo il famoso poeta Stazio Papinio, che fiorì all'epoca di Domiziano, nessuno, a quanto si legge, è stato insignito di tale onore [16]. [2] Sono dunque stimolato a rinnovare, se a Dio piace, in questa repubblica romana ormai da tempo al declino, questa bellissima usanza della sua piena giovinezza, né tacerò questo (non per vana iattanza, bensì in omaggio alla verità): in questi ultimi anni ero stato invitato a gara, con molte preghiere, a Roma, dal senato che allora vi era, e da taluni nobili romani (ne vedo ora alcuni in questo consesso); e contemporaneamente a Parigi [17], dall'esimio maestro Roberto cancelliere parigino e da molti uomini illustri di quella università, a ricevere in quella città questo medesimo onore; e io avevo esitato alquanto, per la fama attuale di quello Studio. Alla fine tuttavia ho deciso di recarmi piuttosto qui: per quale ragione, di grazia, se non perché, come dice Virgilio,

l'amor di patria ha avuto il sopravvento?[18]

Né potrei negare che su questa decisione abbia molto influito un sentimento di affetto e di reverenza per i poeti antichi che — uomini di grande ingegno — proprio in questa città fiorirono, in questa vissero, in questa infine sono sepolti, come dice espressamente M. Tullio, nel secondo delle Leggi: « Ritengo che questa sia per te una ragione valida perché tu venga più volentieri qui e prediliga questo luogo »; e continua: « Siamo attirati, non so come, proprio dai luoghi in cui rimangono vestigia di coloro che amiamo o che ammiriamo. La mia famosa Atene mi attira dunque non tanto per lo splendore delle sue opere e per le nobili arti degli antichi, quanto per il ricordo dei grandi uomini: vado considerando con passione i luoghi dove ciascuno di essi soleva abitare, fermarsi, discutere, e i loro sepolcri» [19]. Così egli dice. [3] Ma per me — lo confesso — non è stata questa la ragione determinante del venire a Roma. [4] Comunque, quale che ne sia il motivo, confido che questa venuta non sarà senza gloria per questa città e per quella da cui vengo e per l'Italia tutta, se non altro per l'eccezionalità del fatto. E questo per il primo punto.

7. [1] Sul secondo punto, vale a dire l'orgoglio della propria fama, tralascerò, in ossequio alla brevità promessa, le molte e varie cose che si potrebbero dire. [2] Basti questo: il desiderio di gloria è connaturato non soltanto negli uomini comuni, ma soprattutto in quelli colti ed eccezionali; ne deriva che, mentre sono molti i filosofi che discettano sul disprezzo della gloria, non se ne trova però nessuno (o pochi) che la disprezzi veramente, come risulta soprattutto dal fatto che proprio sul frontespizio dei libri scritti sul disprezzo della gloria apposero il loro nome (lo dice Tullio nel primo delle Tusculane)[20]. [3] E lo stesso Tullio, vedete che disse, fra l'altro, davanti a Giulio Cesare, parlando proprio in quest'aula: « Non negherai di essere bramosissimo di gloria, per sapiente che tu sia ». [4] Che più? [5] Ed è verissimo quanto dice ancora in un altro passo: « È difficile trovare qualcuno che, posto mano a un lavoro e affrontato un pericolo, non desideri la gloria, quasi a compenso della sua impresa»[21]. [6] Di qui quei versi di Ovidio: «L'ascoltatore stimola l'impegno e la lode fa crescere la virtù e la gloria ha sproni efficaci» [22]. [7] Per unire[23] dunque questo secondo punto con il primo si riprenda quel verso di Virgilio di cui ho adattato un emistichio al discorso precedente, e diciamo: « Vincerà l'amor di patria e un immenso desiderio di gloria » [24]. E questo sul secondo punto.

8. [1] Quanto al terzo, cioè il pungolo dell'attività altrui, dirò soltanto questo: come certuni si vergognano di calcare le orme altrui, così ci sono quelli (e sono molti di più) che temono d'imboccare una strada difficile senza una qualche guida sicura. Io ne conosco molti di questo tipo, soprattutto in Italia, uomini ricchi di erudizione e d'ingegno, dediti ai medesimi studi, anelanti con animo assetato alle stesse mete e però tuttora esitanti: sicché per timidezza, o per indolenza, o mancanza di fiducia, o (è la cosa che piuttosto sospetto) per una certa pusillanimità e modestia, non si sono ancora messi su questa strada. [2] E così, forse con ardire, ma non — credo — con malanimo, visto che gli altri si tirano indietro, non ho temuto di offrirmi come guida su una strada tanto faticosa e per me certo piena di pericoli, e molti, credo, mi seguiranno. E questo sul terzo punto.

9. [1] Così dunque ho superato quella triplice difficoltà con tre argomentazioni contrarie; e in questa lotta non nego di aver dato prova di una certa agilità d'ingegno che dall'alto mi ha concesso il dispensatore di ogni bene, Dio, quel Dio, dico, che può ben definirsi « Maestro dell'arte e distributore d'ingegno », come dice Persio [25]. [2] Ma giunto comunque, con l'aiuto di Dio, al termine desiderato, attraverso le difficoltà che mi si opponevano, mi resta da sperare un qualche premio da tanti travagli; tuttavia mi par bene, prima di concludere il mio discorso, dire qualcosa sulla natura della mia professione di poeta, nonché sul modo del mio cercare una ricompensa. [3] Per il primo punto basteranno due parole. [4] Conviene conoscere bene, illustrissimi, il compito e la profi sione del poeta, di cui molti — quasi tutti, anzi — hanno solo un'idea: infatti, come dice elegantemente Lattanzio nel primo libro delle Istituzioni, « non conoscono i limiti della libertà concessa ai poeti, fin dove si può arrivare con l'immaginazione, mentre il compito del poeta è proprio quello di dare un diverso aspetto alla realtà con varie figurazioni, indirettamente, trasformandola con una certa eleganza. Ma inventare tutto quel che si dice significa essere inetti e bugiardi, piuttosto che poeti »[26]. Questo dice Lattanzio. [5] E quindi Macrobio, nel secondo commentario sul sesto della Repubblica, afferma: « E sostengono questo, che Omero, sorgente e origine di tutte le divine immaginazioni, sotto il velo di un'invenzione poetica permise ai saggi di comprendere il vero. Affermano che Omero, con l'immagine fantastica di Giove partito per l'Oceano con gli altri dèi, cioè con le stelle (gli Etiopi lo avevano invitato a un banchetto), intese dire che gli astri traggono il loro nutrimento dall'acqua. Egli fece gli Etiopi signori dei banchetti divini perché sulle sponde dell'Oceano abitano soltanto gli Etiopi, che la vicinanza del sole brucia sino a farli diventare neri »[27]. Così Macrobio. [6J Sarebbe troppo lungo ripercorrere ogni punto. [7] Ma se avessi tempo, e non temessi di tornar molesto alle vostre orecchie, potrei facilmente dimostrarvi che i poeti, sotto il velo dell'invenzione, trattarono questioni ora di fisica, ora di morale, ora di storia, sicché è vero quello che spesso affermo: tra la funzione del poeta e quella dello storico e del filosofo (morale o naturale) c'è la stessa differenza che tra un cielo nuvoloso e uno sereno: la luce che si cela sotto l'uno e sotto l'altro è la stessa, ma si differenzia secondo la capacità di percezione di chi guarda. [8] E tuttavia, tanto più dolce diventa la poesia, quanto più laboriosa è la ricerca della verità, che rende più e più dolci i suoi frutti: basti aver detto questo, non tanto di me stesso quanto del valore della professione poetica: e infatti, per quanto mi piaccia scherzare a mo' dei poeti, non vorrei apparire tanto poeta, da non essere altro che poeta.

10. [1] Mi resta ora da parlare del premio, vivamente desiderato e sperato, se pur forse non meritato. Che sia molteplice, non c'è dubbio. [2] Infatti, un premio poetico è soprattutto riconoscimento della gloria: ne abbiamo parlato abbastanza. [3] Così pure l'immortalità della fama, duplice anch'essa: la prima nei poeti stessi, la seconda in coloro che di tale onore essi hanno reputato degni. [4] Della prima parla con gran sicurezza Ovidio alla fine delle Metamorfosi:

Ormai ho compiuto un'opera che né l'ira di Giove, né il fuoco,

né il ferro potrà distruggere, né l'ingorda vecchiaia[28];

e il resto sino alla fine. [5] Sullo stesso punto Stazio, alla fine della Tebaide:

Avrai vita lontana dal tuo signore, e sarai letta,

a lui superstite, o Tebaide su cui ho a lungo vegliato

per dodici anni? [29],

e quel che segue, sino alla fine. [6] Della seconda parla Virgilio nel nono libro :

Fortunati entrambi, se i miei carmi hanno un qualche valore!

Nessun giorno potrà mai cancellarvi dalla memore età,

fin quando sulla rupe incrollabile del Campidoglio

resterà la casa di Enea e il padre romano avrà il dominio [30].

[7] Pure Stazio, nella Tebaide:

Voi anche venerandi, pur se i miei carmi si levano

con più modesto canto, supererete i memori anni [31].

[8] Lucano, nel nono libro, parla contemporaneamente di entrambe:

 Quelli che verranno leggeranno te e me; la mia Farsalia

vivrà, né tempo alcuno la condannerà alle tenebre[32].

[9] E certo molti uomini ci sono stati, pieni di gloria durante la vita e degni di ricordo, tanto nella loro attività di scrittori quanto nelle imprese militari, i cui nomi tuttavia per lo scorrere del tempo sommerse l'oblio, soltanto per questo: che non seppero affidare i loro sentimenti alla penna vigorosa e duratura di un uomo di lettere. [10] Lo dice Cicerone, nel primo delle Tusculane: « Può darsi che uno abbia idee giuste e non possa esprimerle con eleganza né attrarre con qualche piacevolezza il lettore: questo significa far cattivo uso, senza discrezione, dell'ozio e della letteratura» [33]; e questo sui letterati autentici. [11] Uomini forti e arditi, o che avevano in altro modo meritato l'eternità della fama, caddero nell'oblio perché non capitò loro uno scrittore adatto. [12] Così la loro fama fu sepolta insieme con il corpo, come dice elegantemente Orazio nel libro dei Carmi: « Molti ardimentosi vissero prima di Agamennone, ma tutti sono oppressi da una notte impietosa »; e ne adduce la ragione:

perché non hanno un vate sacro[34].

[13] In previsione di ciò, alcuni fra gli uomini illustri tennero presso di sé in grande onore i poeti, perché ci fosse chi potesse tramandare ai posteri le loro lodi. [14] È quello che fa diligentemente M. Tullio nell'orazione per Aulo Licinio Archia che abbiamo ricordato. [15] Né c'è da meravigliarsi se i condottieri illustri prediligono i poeti illustri, in base alla norma stabilita da Claudiano:

La virtù gode di unirsi alle Muse, sue testimoni;

ama la poesia chiunque compia imprese degne di poesia [35].

[16] Certo, per quanto riguarda la gloria terrena, è vero quanto dice Orazio:

« Poco si differenzia dall'inerzia che la terra nasconde

la virtù non conosciuta » [36].

[17] E certo da qui deriva quell'esclamazione di Alessandro il Macedone, che giunto al sepolcro di Achille disse sospirando (così si racconta): « O giovane fortunato, che del tuo valore hai trovato un tal banditore! »[37], alludendo a Omero, principe dei poeti, che sappiamo aver celebrato nei suoi nobili carmi la fama di Achille. E tanto basti. [18] Ma per i poeti ci sono anche altre ricompense:  le tralascio per il momento, e vengo alla laurea.

11. [ 1] La laurea dunque, dovuta a cesari e poeti, è un serto composto di rami di alloro, per quanto quello poetico sia fatto talvolta di rami di mirto, talvolta di edera, talvolta consista in una semplice benda. Di tutte queste differenze io parlo in due versi di un'epistola:

Ma ora sono messi a tacere alloro e mirto ed edera,

e la sacra benda dovuta alle tue tempie[38].

[2] Ma per non andar troppo lontano, lasciando da parte il resto, riassumo brevemente le caratteristiche dell'alloro. [3] Anzitutto è una pianta odorosa, come si deduce dal nostro senso dell'olfatto e come dice Virgilio nel sesto dell'Eneide:

in un bosco profumato di alloro

e nella seconda egloga delle Bucoliche:

« E coglierò voi, allori, e te, vicino mirto,

così disposti mescolate i vostri dolci effluvi»[39].

[4] Questo prima di tutto; in relazione a ciò, l'odore può attribuirsi alla buona fama, che cesari e poeti vanno cercando. [5] E infatti, come siamo formati di anima e di corpo, così davanti a noi si aprono due possibilità di procurarci gloria, vale a dire del corpo e dello spirito, per quanto, finché siamo in vita, l'una abbia bisogno dell'aiuto dell'altra, e senza dubbio i cesari tendono alla gloria per la prima strada, i poeti per la seconda. [6] Poi che dunque entrambi tendono alla stessa meta, sia pur per strade di verse, opportunamente per entrambi è stato preparato un solo primo elemento: cioè indicano l'odore di quell'albero profumato come (l'abbiamo detto) l'odore della buona fama e della gloria. [7] Inoltre quest'albero fa una bella ombra, e si presta al riposo di chi è affaticato; perciò Orazio (nel carme 44):

L'alloro folto di rami gli strali infuocati

del sole terrà lontani;

e ancora, nel carme 46:

al corpo spossato da lunga milizia [40]

abbandona sotto il mio lauro.

E questo è il secondo punto. [8] Questa proprietà può ben riferirsi e ai cesari e ai poeti, talché appaia che il riposo sia stato promesso dopo le fatiche delle guerre agli uni, per quelle degli studi agli altri.

[9] Dicono che le foglie di quest'albero, come sono incorruttibili di per sé, così preservano dalla corruzione i libri e gli altri oggetti con cui si trovano a contatto: questo si adatta singolarmente ai poeti, per la cui opera — è innegabile — la fama loro e altrui è preservata dalla corruzione, [10] Inoltre è un albero sacro, temibile e degno di venerazione, come dice Virgilio nel settimo dell'Eneide:

la casa servava nel mezzo protetto nel corso degli anni

un lauro, sacrata la chioma, con alto timore

presso quest'albero solevano erigere le are, come dice nel secondo dell'Eneide:

« Nel centro della casa, sotto la volta aperta del cielo,

c'era una grande ara, e lì presso un alloro antichissimo

che la sovrastava ».

L'albero si prestava alle pratiche del sacrificio, sicché dice (nel terzo dell'Eneide):

Il sacerdote di Febo,

cinto le tempie delle bende e del sacro alloro [41];

e Lucano, nel sesto:

Onde vengono alla Pitia i lauri della Tessaglia;

[11] era ornamento non solo dei templi, ma anche del Campidoglio: Lucano, nel primo libro :

« Il Campidoglio chiede il sacro alloro»[42].

[12] Mi mancherà il tempo a citare tutti gli esempi; e certo, a parte tutti questi casi, si vede bene che il lauro conviene allo stesso modo a cesari e poeti, potendo io dimostrare con mille autorevoli testimonianze che di solito sia gli uni che gli altri vengono chiamati « sacri », se non mi venissero in mente quelle parole di Cicerone:  « Per un fatto accertato si serve di testimonianze non necessarie » [43].

[13] Restano ancora tre caratteristiche di quest'albero, che non si possono assolutamente passare sotto silenzio : anzitutto, accostato a chi dorme, ne rende veraci i sogni, e perciò pare che sia dovuto in maniera particolare ai poeti, che — si dice — son soliti sognare sul Parnaso, secondo le parole di Persio:

Né aver sognato sul Parnaso dalle due cime [44]

e altre testimonianze. Per dimostrare sotto questa figurazione la verità contenuta nelle parole dei poeti, che a chi non le intende sembrano sogni, affermano che sul loro capo c'è questa pianta, la quale, come abbiamo detto, rende reali ì sogni. [14] Del pari, da un altro punto di vista, l'albero può sembrare appropriato, secondo il loro parere, ad Apollo, dio della divinazione, in quanto promette la prescienza del futuro, perché da lui è anche foggiato il diamante, come ora dirò. [15] Essendo dunque Apollo considerato dio dei poeti, non ci fu punto da meravigliarsi che i poeti che avevano ben meritato del dio si coronassero delle sue fronde, poiché ritenevano [45] di giovarsi del suo aiuto e lo chiamavano dio dell'ingegno. [16] La seconda delle tre caratteristiche, la più importante, è il colore sempre verde di quest'albero, di cui qualcuno ha detto, non senza eleganza:

 L'inverno non offende l'alloro, come il fuoco non offende l'oro [46].

[17] Perciò il lauro si conviene del pari a entrambi, cesari e poeti, perché è immortale: sotto questo aspetto si dice del pari caro a Febo, e a Febo consacrato, onde, nelle Bucoliche:

Alla bella Venere il mirto, a Febo il lauro che è suo [47];

e ancora, nel settimo dell'Eneide;

Trovato l’alloro, mentre mentre poneva le fondamenta della rocca

Si diceva che il padre Latino lo avesse consacrato a Febo [48].

[18] Di qui ebbe origine la leggenda che Febo amasse Dafne: infatti Dafne — lo dice Uguccione [49] — è il nome greco del latino lauro. Questa leggenda è riportata tutta nel primo libro delle Metamorfosi di Ovidio [50], e non è stata inventata senza ragione dai poeti: per quanto infatti ogni pianta sia amica del sole, da cui deriva ogni suo prosperare e la sua vita, l'alloro tuttavia, dotato per suo favore di singolare freschezza, mantiene più a buon diritto il titolo di pianta prediletta; e poiché la perennità di questo verdeggiare simboleggia l'immortalità della fama acquisita sia con le imprese guerresche che con l'ingegno, essa può essere stata la causa per cui cesari e poeti si coronassero soprattutto di queste fronde.

[19] Terza e ultima caratteristica è il fatto — ne convengono tutti coloro che si sono occupati di fenomeni naturali — che quest'albero non viene colpito dal fulmine [51], grande e importante privilegio; e anche questa — per concludere come abbiamo incominciato — è stata una ragione meno palese di venerazione, perché l'albero..... [52] infatti nelle vicende umane il fulmine è più forte dell'eternità del tempo, in quanto distrugge ogni cosa e le opere e i beni degli uomini e la loro fama. [20] Ben a ragione, dunque, delle fronde che non si curano del fulmine s'incoronano quelli la cui gloria, sola, non teme colei che a mo' del fulmine abbatte ogni cosa: la vecchiaia. [21] Avete sentito le ragioni che mi sono venute in mente senza che ci pensassi a lungo, quasi su due piedi. [22] Che poi le cose stiano così — cioè, che cesari e poeti si coronano di queste fronde — si potrebbe provare con innumerevoli testimonianze; ma per ciascuna delle due cose parla un poeta: dei cesari dice quanto basta Orazio nel carme 40:

cui il lauro onori eterni

procurò col trionfo dalmatico [53].

[23] Dei poeti, Stazio nella Tebaide:

Verrà tempo in cui, canterò le tue imprese

più forte nella mia ispirazione che mi procurerà l'alloro.

[24] Degli uni e degli altri insieme parla ancora Stazio nell'Achilleide :

« Cui fiorisce a gara un duplice lauro, dei vati e dei condottieri » [54].

[25] E questo sia detto dell'alloro tanto imperiale quanto poetico.

12. [1] Molto resterebbe ancora da dire sulle origini della poesia e sulle diverse specie di poeti e su altre questioni relative all'argomento, assai belle a conoscersi; ma quanto più attenti vi vedo, tanto più devo preoccuparmi, che a volte non interrompa la vostra attenzione con un troppo lungo parlare, o non dica cosa che offenda il vostro pazientissimo ascoltare; concluderò dunque in questo modo.

[2] Sui primi due tipi di ricompensa, se mi possano toccare lo vedrà Dio e la mia fortuna, e lo vedrete anche voi, amici e signori miei, e lo vedranno quelli che verranno dopo di voi, che spero diano di me un giudizio più sicuro e sereno, poiché, come dice Tullio, « giudicheranno senza parzialità e senza passione, e inoltre senza odio e senza invidia »[55]. [3] Quanto al terzo tipo, cioè la laurea poetica, quale che sia la sorte degli altri due, la chiedo umilmente dalle vostre mani, chiarissimo senatore, cui è stata rivolta a riguardo una preghiera dall'illustrissimo re di Sicilia (sebbene indegno, ho avuto l'approvazione del suo altissimo e meditatissimo giudizio), e al quale inoltre, per un antichissimo ossequio del popolo romano, un tal potere è affidato.

 

Note

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[1] È l'orazione che il Petrarca tenne in Campidoglio quando, dopo essere stato a lungo esaminato da Roberto d'Angiò re di Napoli, ottenne la laurea cui aveva molto ambito (sull'avvenimento cfr. per es. Fam., II, 9, 18; IV, 5; IV, 6, 5-7; IV, 9, 1, XI, 1, 6; XIII, 7, 16; Secr., III, p. 198; ecc. Si veda anche la Sen., XVII, 2, al Boccaccio, in cui il Petrarca si rammarica dell'invidia che da quest'onore gli derivò). Per la  data   precisa   della   cerimonia,   di   cui   si   conosce  ceni   certezza   l'anno, (1341)  cfr.   l’Introduzione di C. Godi alla sua edizione del testo (in «Italia medioevale e Umanistica», XIII (1970), p. 1-7)

Alcuni dei motivi trattati in questa orazione sono riecheggiati nel libro IX dell’Africa: cfr. G. Martellotti, Stella difforme, nella miscellanea in onore di C. Dionisotti (Antenore, Padova,  1974).

[2] Virgilio,  Georg.,  III,  291-292.

[3] Cicerone, TuscIV, 17. 38 e 10, 43; ma cfr. anche III, 10, 22 e V, 39, 114.

[4] De inv.,  I, 25, 36 e II, 9, 31.

[5] Il verbo exaggerantur,  normalmente  attivo,   è qui  usato come deponente.

[6] Pro   Arch.,   VIII,   18:   «Atque  sic   a   summis   hominibus   eruditisque accepimus,  ceterarum  rerum   studia et  doctrina   et   proeceptis  et   arte  constare,   poetam inflari. Quare suo iure noster ille Ennius sanctos appellat poetas, quod quasi deorum aliquo dono atque munere commendati nobis esse videantur ». Cfr. Contra med., I.

[7] Varrone, De ling. lat., VI, 52 e VII, 36.

[8] Giovenale, Sat., VII, 66-68 (« ... qualis  Rutulum »).

[9] Lucano, Phars., IX, 980.

[10] Virgilio, Georg., 1, 145-146, anche in Fam., IV, 1, 6.

[11] GiovenaleSat.,   VII,  69-71   (« ... dcaset »).

[12] Ivi, VII, 53-62 (« ... expositum... communi... Pierio... maesta »), citato anche in parte in Fam., XXII, 2, 19, in parte in Fam., VIII, 3, 7.

[13] Giovenale, Sat., VII, 96-97.

[14] Ivi,  VII.  27-35.

[15] Catil., IV, 6, 11.

[16] E. H. Wilkins sostiene che la notizia dell'incoronazione di Stazio a Roma, accolta anche da Dante e dal Boccaccio, non è attendibile: cfr. The making of the «Canzoniere» and other Petrarcham Studies, Roma, Edizioni di storia e letteratura 1951, pp. 9-69 (in partic. pp.   15-20). Cfr.  anche G.  Brugnoli,  Due  note dantesche. «Rivista di cult. class. e mediev. »,   1965, pp, 246-251.

[17] Per « Parisius », indeclinabile, cfr. Petrarca, Le Familiari, ed. Rossi (Firenze, Sansoni, 1933-1942), I, p. clxix. Per i diversi inviti, cfr. Fam., IV, 4, 1; cfr. anche ivi, IV, 7, 2 (a re Roberto): « lauree morem non intermissum modo tot seculis, sed ibi iam prorsus  oblivioni   traditum...   nostra   etate   renovatum   te   duce,   me   milite».

[18] Aen., VI, 823

[19] De leg., II, 2, 4 (« Me... quidem »).

[20] Cicerone,  Tusc, I,  15,   34 e Pro Arch.,  XI, 26.

[21] Cicerone, Pro Marc. VIII, 25; De off., I, 19, 65 (« Vix invenitur »).

[22] Ex Ponto,  IV,  2,  35-36.

[23] Il verbo è normalmente usato nella forma « integrascere » : cfr. Terenzio, Andr., IV, 688.

[24] Aen.,   VI.   823.   Cfr.   p.   1266.

[25] Chol., 10. Cfr. anche  nelle Familiari (V, 17, 3).

[26] Div. Inst., I, 11, 24-25, citato anche in Cantra med., I. Per il concetto, cfr. Sen.,  XII, 2 (ed.  Fracassetti, cit.,  II,  p.  235).

[27] In Somn. Scip., II, 10, 11. Cfr. Fam., XVIII, 2, 5.

[28] Mei.,  XV,  871-872.

[29] Theb.,  XII, 810-812.

[30] Aen., IX, 446-449. 

[31] Theb.,  X, 445-446.

[32] Phars.,   IX,  985-986.

[33] Tusc, I, 3, 6: il passo, così riportato, è lacunoso; a «eloqui non possit » segue infatti, ne! testo ciceroniano: « sed mandare quemquam litteris cogitationessuas, qui eas nec  diiponere nec inlustrare possit, nec delectatione... » ecc.

[34] Carm., IV, 9, 25-28. Osserva il Godi che « i vv. 25-27 sono ripresi qui dal Petrarca in  parafrasi, ed è uso insolito ».

[35] De cons. Stil., III, praef. 5-6, anche in Fam., VII,  15, 10.

[36] Orazio. Carm., IV, 9, 29-30, anche in Fam., XXI, 14, 8.

[37] Cicerone, Pro Arch., X, 24 (« ... qui tuae virtutis Homerum praeconem invenisti »). Cfr. Fam.,  IV, 3,  13.

[38] Petrarca, Epyst. metr., II, 10, 20-21. Cfr. anche Dante, Purg., XXI, 90: « mertai  le  tempie  ornar  di   mirto ».  detto da Stazio.   Alla  decadenza  della  poesia  al mio tempo il Petrarca accenna anche nel Secretum: cfr. III, p. 198.

[39] Aen., VI, 658; Bucol., II, 54-55.

[40] Carm., Il, 15, 9-10, e 7, 18 - 19.

[41] Aen.,   VII,  59-60;   II, 512-514;  III, 80-81.

[42] Phars., VI, 409; I, 287 (dove la frase è negativa).

[43] De off.,  II, 5, 16 (« ... non dubia »).

[44] Chol.,  2.

[45] Il testo del Godi reca « arbitrantur »; ma sarà forse da leggere « arbitrabantur », in relazione agli altri verbi del periodo, al passato.

[46] Hildebert de Lavardin, Vita Beatae Mariae Aegyptiacae, I, 1 (Patr. lat., CLXXI,   131)  Godi).

[47] Virgilio, Bucol., vii, 62.

[48] 47. Aen.,  VII, 61-62.

[49] Uguccione, Deriv., sub v. Daphnes: « Daphnes arbor grece dicta quia numquam deponit viriditatem; et hec est laurus »; cfr. anche Isidoro, Etym., XVII, 7, 2.

[50] Met.,  I, 452-567.

[51] Plinio, Nat. hist., II, 56, 146. Cfr. anche nel Secretum (III, p. 220).

[52] « Dopo arbor c'è... una lacuna rilevabile dal senso della frase, non dal ms., ad quale il testo e continuo » (Godi).

[53] Carm., II. 1, 15-16, con riferimento a G. Asinio Pollione.

[54] Theb., I, 32-33; Achill, I, 15-16.

[55] Cicerone:, Pro Marc.,  IX, 29.

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Ultimo aggiornamento: 19 dicembre 2007