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Edizione di riferimento
Francesco Petrarca, Canzoniere, Trionfi, Rime varie, a cura di Carlo Muscetta e Daniele Ponchiroli, ed. Einaudi, 1958
Quanti già ne l’età matura ed acra
trionfi ornaro il glorioso colle,
quanti pregion passar per la Via Sacra 3
sotto ’l monarca ch’ai suo tempo volle
far il mondo descrivere universo,
che ’l nome di grandezza agli altri tolle, 6
o sotto quel che non d’argento terso
die bere a’ suoi, ma d’un rivo sanguigno:
tutti poco o niente foran verso 9
quest’un ch’io parlo; e sì candido cigno
non fu giammai che non sembiasse
un corvo presso al bel viso angelico benigno. 12
E così in atto dolcemente torvo
l’onesta vincitrice in ver l’occaso.
seguio il lito tirren sonante e corvo. 15
Ove Sorga e Durenza in maggior vaso
congiungon le lor chiare e torbide acque,
la mia Academia un tempo e ’l mio Parnaso, 18
ivi, onde agli occhi miei il bel lume nacque
che gli volse al bon porto, si rattenne
quella per cui ben far prima mi piacque. 21
Nel cor pien d’amarissima dolcezza
risonavano ancor gli ultimi accenti
del ragionar ch’e’ sol brama ed apprezza, 3
e volea dir « O dì miei tristi e lenti! ».
E più cose altre, quand’io vidi allegra
girsene lei fra belle alme lucenti. 6
Avea già ’l sol la benda umida e negra
tolta dal duro volto della terra,
riposo della gente mortale egra; 9
il sonno, e quella ch’ancor apre e serra
il mio cor lasso, appena erari partiti,
ch’io vidi incominciar un’altra guerra. 12
O Polimnia, or prego che m’aiti,
e tu, Memoria, il mio stile accompagni,
che ’mprende a ricercar diversi liti, 15
uomini e fatti gloriosi e magni,
per le parti di mezzo e per le streme,
ove sera e mattina il sol si bagni. 18
Io vidi molta nobil gente inseme
sotto le ’nsegne d’una gran reina,
che ciascun l’ama, riverisce e teme: 21
ella a veder parea cosa divina,
e da man destra avea quel gran Romano
che fe’ in Germania e ’n Francia tal mina; 24
Augusto e Druso seco a mano a mano,
e’ due folgori veri di battaglia:
il maggior e ’l minor Scipio Affricano; 27
e Papirio Cursor, che tutto smaglia,
Curio e Fabrizio e l’un e l’altro Cato,
e ’l gran Pompeo che mal vide Tessaglia, 30
e Valerio Corvino, e quel Torquato
che per troppa pietate uccise il figlio;
e ’l primo Bruto gli sedea da lato; 33
poi ’l buon villan che fe’ il fiume vermiglio
del fiero sangue, e ’l vecchio ch’Aniballe
frenò con tarditate e con consiglio; 36
Claudio Neron che ’l capo d’Asdruballe
presentò al fratello aspro e feroce,
sì che di duol li fe’ voltar le spalle; 39
Muzio che la sua destra errante coce;
Orazio sol contra Toscana tutta,
che né foco né ferro a vertù noce; 42
e chi con sospizion indegna lutta,
Valerio, di piacer al popol vago
sì che si ’nchina, e sua casa è distrutta; 45
e quel che i Latin vince sopra il lago Regillo,
e quel che prima Affrica assalta,
e i duo che prima in mar vinser Cartago: 48
dico Appio audace e Catulo, che smalta
il pelago di sangue, e quel Duillo
che d’aver vinto allor sempre s’esalta. 51
Vidi ’l vittorioso e gran Camillo
sgombrar l’oro, menar la spada a cerco
e riportare il perduto vessillo. 54
Mentre con gli occhi quinci e quindi cerco,
vidivi Cosso con le spoglie ostili,
e ’l dittator Emilio Mamerco; 57
e parecchi altri di natura umili:
Rutilio e Volumnio e Gracco e Filo,
fatti per ver tu d’arme alti e gentili; 60
costor vid’io fra ’l nobil sangue d’Ilo
misto col roman sangue chiaro e bello,
cui non basta né mio né altro stilo. 63
Vidi’ duo Paoli e ’l buon Marco Marcello,
che ’n su riva di Po, presso a Chiasteggio,
occise di sua mano il gran rebello; 66
e volgendomi indietro ancora veggio
i primi quattro buon ch’ebbero in Roma
primo, secondo, terzo e quarto seggio; 69
e Cincinnato con la inculta chioma,
e ’l gran Rutilian col chiaro sdegno,
e Metello orbo con la nobil soma; 72
Regolo Attilio, sì di laude degno
e vincendo e morendo, ed Appio cieco
che Pirro fe’ di veder Roma indegno. 75
Era un altro Appio, spron del popol, seco;
duo Fulvii e Manlio Volso e quel Flaminio
che vinse e liberò ’l paese greco. 78
Ivi fra gli altri tinto era Virginio
del sangue di sua figlia, onde a que’ dieci
tiranni tolto fu l’empio dominio: 81
e larghi due di lor sangue o tre Deci,
e’ duo gran Scipion che Spagna oppresse,
e Marzio che sostenne ambe lor veci; 84
e come a’ suoi ciascun par che s’appresse,
l’Asiatico era ivi, e quel perfetto
ch’ottimo solo il buon senato elesse. 87
E Lelio a’ suoi Cornelii era ristretto;
non così quel Metello al qual arrise
tanto Fortuna che felice è detto. 90
Parean vivendo lor menti divise,
morendo ricongiunte, e seco il padre
era, e ’l suo seme, che sotterra il mise. 93
Vespasian poi a le spalle quadre
riconobbi ed al viso d’uom che ponta,
con Tito suo da l’opre alte e leggiadre. 96
Domizian non v’era, ond’ira ed onta
avean, ma la famiglia che per varco
d’adozion al sommo imperio monta: 99
Traiano ed Adriano, Antonio e Marco,
che facea d’adottar anch’egli il meglio;
al fin Teodosio di ben far non parco. 102
Questo fu di virtù l’ultimo speglio;
in quell’ordine dico, e dopo lui
cominciò forte il mondo a farsi veglio. 105
Poco in disparte accorto anco mi fui
d’alquanti in cui regnò virtù non poca,
ma ricoperta fu dall’ombra altrui: 108
ivi era quel che’ fondamenti loca
d’Albalunga in quel monte pellegrino,
ed Ati e Numitor e Silvio e Proca, 111
e Capi, e ’l vecchio e ’l novo re Latino,
Agrippa, e i duo ch’eterno nome
denno al Tevero ed al bel colle Aventino. 114
Non m’accorgea, ma fummi fatto un cenno,
e quasi in un mirar dubbio notturno
vidi quei ch’ebber men forza e più senno, 117
primi italici regi: ivi Saturno,
Pico e Fauno e Jano, e poi non lunge
pensosi vidi andar Camilla e Turno. 120
E perché gloria in ogni parte
aggiunge, vidi oltra un rivo il gran Cartaginese
la cui memoria ancor Italia punge; 123
l’un occhio avea lasciato al mio paese,
stagnando al freddo tempo il fiume tosco,
sicch’egli era a vederlo stranio arnese, 126
sopra un grande elefante un duce losco.
Guarda’ gli intorno, e vidi ’l re Filippo
similemente dall’un lato fosco; 129
vidi ’l Lacedemonio ivi Santippo
ch’a cruda gente fece ’l bel servigio,
e d’un nido medesmo uscir Gilippo. 132
Vidi color ch’andaro al regno stigio:
Ercole, Enea, Teseo ed Ulisse,
e lasciar qui di fama tal vestigio; 135
Ettor col padre, quel che troppo visse,
Dardano e Tros ed eroi altri vidi chiari
per sé, ma più per chi ne scrisse: 138
Diomedès, Achille e i grandi Atridi,
duo Aiaci, e Tideo e Polinice,
nemici in prima, amici poi sì fidi, 141
e la brigata ardita ed infelice
che cadde a Tebe, e quell’altra ch’a Troia
fece assai, credo, ma di più si dice; 144
Pentesilea, ch’a’ Greci fe’ gran noia,
Ippolita ed Orizia, che regnaro
là presso al mar ov’entra la Danoia. 147
E vidi Ciro, più di sangue avaro
che Crasso d’oro, e l’un e l’altro n’ebbe
tanto ch’ai fine a ciascun parve amaro; 150
Filopemene a cui nulla sarebbe
nova arte in guerra, e chi di fede abonda,
Massinissa, nel qual sempre ella crebbe, 153
Leonida e ’l tebano Epaminonda,
Milziade e Temistocle, che i Persi
cacciar di Grecia vinti in terra e ’n onda. 156
Vidi Davit cantar celesti versi,
e Juda Maccabeo, e Josuè,
a cui ’l sole e la luna immobil fersi; 159
Alessandro ch’ai mondo briga die;
or l’ocean tentava, e potea farlo;
morte vi si ’nterpose, onde noi fe’.
Poi alla fine vidi Arturo e Carlo. 163
Poi che la bella e gloriosa donna
così ornata giunse da man destra,
volsimi a l’altra del suo onor colonna, 3
e vidi a quella man gente selvestra
tacita e grave, che pensando avea
fatto al ciel co’ l’ingegno alta fenestra. 6
Ivi vidi colui che pose idea
ne la mente divina, e chi di questo
e d’altre cose seco contendea io. 9
ed era amico, ciò dicea, ma presto...
Poi vidi il padre di filosofia,
Socrate, un vecchiarello allegro, onesto. 12
Que’ la trasse del cielo ove era pria
ed allogolla in terra fra’ mortali,
perché il vivere umano utile sia. 15
Poi vidi alcuni alzarsi ed aprir l’ali,
ove non bisognava ad ora ad ora,
e far dal ciel nel fango brutti cali. 18
Pittagora, che ’ì nome il qual onora
suoi possessor se ’n dritta parte è preso,
prima trovò; l’altra è tuba sonora, 21
Senofonte, e Solon che diede a Creso
il buon consiglio di guardare al fine,
da molti udito ma da pochi inteso; 24
e gli altri sei in non men pellegrine
sedie vid’io, ma fama il ver non muta;
poi contendea Demostene ed Eschine, 27
ciascun con sì tagliente e con sì aguta
lingua ch’udendo lor querele tante,
Grecia mi parve sbigottita e muta. 30
Senocrate, Anassagora e Cleante,
e Zenon e Ferecide, radice onde
uscir molte verdi e liete piante; 33
ed Epicuro che col popol dice,
pur che ’l diletto sensual trabocchi,
un uom razionai porco felice. 36
Poi colui ch’a sé stesso tolse gli occhi,
perché ’l pensier la vista non occupe,
forse, o per non veder fiorir li sciocchi, 39
e Crisippo a le cose oscure e cupe
molto intento e duo bon poverelli
l’un in un tino e l’altro in una rupe. 42
Diogene e Parmenide son quelli
di ch’io ragiono; Antistene, Anacarse,
Crantor, Anassimene eran con elli; 45
Anassarco e Calan, che vivo s’arse
di viver sazio, e cui vaneggiando
Mongibello sepolcro onesto parse. 48
Varrò e ’l gran Tullio che venian parlando
lingua latina, e Seneca il seguia;
e Virgilio ed Omero alto cantando: 51
Dolce mi fu il mirar lor leggiadria,
in atto, in lingue, in abito distinta,
e d’udir lor celeste melodia. 54
Di lauro avea ciascun la fronte cinta,
o d’edera o di mirto, altri ch’un solo
che cantava canzon vera e non finta. 57
Euripide vid’io levarsi a volo
e Sofocle, due nobili tragedi,
. . . . . . . . . . . stuolo 60
E Greci e nostri, che son fatti eredi
del monte di Parnaso e per quei gioghi
mosser più tardo, non men presti, i piedi. 63
Tal al parlar, tal riconobbi ai luoghi;
quel era di Volterra, e quel d’Aquino
ciascun par che suo sdegno in verso sfoghi. 66
Dinanzi a questi Orazio venusino
con la sua lira e ’l Fiorentin ch’è messo
a cantar Pluto e Stillico e Ruffino. 69
Vidi Stazio a Virgilio ir sì da presso,
che li dava del pie nella calcagna,
e reverente umiliar se stesso. 72
Poi vidi con Lucan d’ultima Spagna
Columella venir e Marziale
ch’un gran Guascone avean in lor compagna. 75
Non è l’ingegno né lo stile equale
a la materia, onde di mille taccio,
ma non posso tacer... 78
Lucilio, Ennio, Pacuvio, Plauto ed Accio,
Nevio; ed altri che poser in trastullo
il mal d’amor, ricever fiamma e ghiaccio: 81
Anacreonte, Alceo e con Catullo
nodrito in Campo Marzo veronese,
e Properzio ed Ovidio era e Tibullo. 84
Ibico, il grande amante calabrese
iva con lor, fra ta’ sette vidi una
giovane greca assai bella e cortese, 87
d’amor lagnarsi, di sua ria fortuna.
Poi vidi, ond’ave appoggio ed alimento.
nostra memoria fragile e digiuna 90
Livio, il gran padoan, da’ fondamenti
il qual di Roma così passo passo
venne col tempo alle famose genti, 93
era il primo fra questi e questi lasso.
parea del viaggio e dopo lui il secondo,
Crispo Sallustio che non parla in casso. 96
Trogo, che col suo stile abbraccia il mondo,
non stringe, e Iustin seco e Festo e Floro
toccar la superficie ma no ’l fondo. 99
Erodoto e Tucidide e con loro
Polibio e Quinto Claudio, che tesseo
di rozze trame un nobile lavoro; 102
O in ciò sembiante il veritiero ebreo
Iosefo ed Egisippo, in cinque libri.
che poi l’istoria sua più breve feo; 105
e Iulio Celso che non so qual vibri
meglio o ’l ferro o la penna; e Dare e Dite
fra lor discordi, e non è chi ’l ver cribri; 108
così rimansi ancor l’antica lite no.
di questi e d’altri, e gli argomenti interi,
che le certe notizie son fallite. 111
Vidi ancor duo Corneli e duo Valeri,
Orosio, Eutropio, Curzio ed altri molti
tutti d’ingegno e d’eloquenza alteri. 114
Cinea e Carneadès che di memoria
vinsero ogni uomo sì com Grecia afferma;
Ortensio ch’à gran parte in questa gloria; 117
Plinio con libri suoi quattro e settanta
di sua romana e naturai istoria.
Nota
________________________
[1] Roberto Weiss rintracciò nel 1950 questo frammento petrarchesco che corrisponde al terzo capitolo del Triumphus Fame nel codice Harleiano 3264 del British Museum, una redazione quasi certamente del 1371.
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