FRANCESCO PETRARCA

TRIUMPHUS TEMPORIS

Trionfo del Tempo

Edizione di riferimento

Francesco Petrarca, Canzoniere, Trionfi, Rime varie, a cura di Carlo Muscetta e Daniele Ponchiroli, ed. Einaudi, 1958

De l’aureo albergo co l’aurora inanzi

sì ratto usciva ’l sol cinto di raggi,

che detto avresti: « e’ si corcò pur dianzi. »                      3

Alzato un poco, come fanno i saggi

guardoss’intorno, et a se stesso disse:

– Che pensi? omai convien che più cura aggi.                 6

Ecco, s’un che famoso in terra visse,

de la sua fama per morir non esce,

che sarà de la legge che ’l Ciel fisse?                                 9

E se fama mortal morendo cresce,

che spegner si devea in breve, veggio

nostra eccellenzia al fine; onde m’incresce.                      12

Che più s’aspetta? o che puote esser peggio?

che più nel ciel ho io che ’n terra un uomo,

a cui esser egual per grazia cheggio?                               15

Quattro cavai con quanto studio como,

pasco nell’oceano e sprono e sferzo,

e pur la fama d’un mortal non domo!                              18

Ingiuria da corruccio e non da scherzo,

avenir questo a me, s’ i’ fossi in cielo

non dirò primo, ma secondo, o terzo!                               21

Or conven che s’accenda ogni mio zelo,

sì ch’al mio volo l’ira addoppi i vanni,

ch’io porto invidia agli uomini, e nol celo;                        24

de’ quali io veggio alcun dopo mille anni

e mille e mille, più chiari che ’n vita,

et io m’avanzo di perpetui affanni.                                   27

Tal son qual era anzi che stabilita

fusse la terra, dì e notte rotando

per la strada ritonda ch’è infinita. –                                  30

Poi che questo ebbe detto, disdegnando

riprese il corso più veloce assai

che falcon d’alto a sua preda volando:                             33

più, dico; né pensier poria già mai

seguir suo volo, non che lingua o stile,

tal che con gran paura il rimirai.                                      36

Allor tenn’io il viver nostro a vile

per la mirabil sua velocitate

vie più che inanzi nol tenea gentile;                                  39

e parvemi terribil vanitate

fermare in cose il cor che ’l Tempo preme,

che, mentre più le stringi, son passate.                             42

Però chi di suo stato cura o teme,

proveggia ben, mentr’è l’arbitrio intero,

fondare in loco stabile sua speme;                                     45

ché quant’io vidi il Tempo andar leggero

dopo la guida sua che mai non posa,

io nol dirò, perché poter non spero.                                  48

I’ vidi il ghiaccio, e lì stesso la rosa,

quasi in un punto il gran freddo e ’l gran caldo,

che pur udendo par mirabil cosa.                                     51

Ma chi ben mira col giudizio saldo,

vedrà esser così; ché nol vid’ io?

di che contra me stesso or mi riscaldo.                             54

Segui’ già le speranze e ’l van desio;

or ho dinanzi agli occhi un chiaro specchio

ov’io veggio me stesso e ’l fallir mio;                                 57

e quanto posso al fine m’apparecchio,

pensando al breve viver mio, nel quale

stamani era un fanciullo et or son vecchio.                      60

Che più d’un giorno è la vita mortale?

Nubil’e brev’e freddo e pien di noia,

che pò bella parer ma nulla vale.                                      63

Qui l’umana speranza e qui la gioia,

qui’ miseri mortali alzan la testa

e nessun sa quanto si viva o moia.                                    66

Veggio or la fuga del mio viver presta,

anzi di tutti, e nel fuggir del sole

la ruina del mondo manifesta.                                          69

Or vi riconfortate in vostre fole,

gioveni, e misurate il tempo largo!

Ma piaga antiveduta assai men dole.                               72

Forse che ’ndarno mie parole spargo;

ma io v’annunzio che voi sete offesi

da un grave e mortifero letargo,                                       75

ché volan l’ore, e’ giorni, e gli anni, e’ mesi;

insieme, con brevissimo intervallo,

tutti avemo a cercar altri paesi.                                         78

Non fate contra ’l vero al core un callo,

come sete usi, anzi volgete gli occhi

mentre emendar si pote il vostro fallo;                              81

non aspettate che la morte scocchi,

come fa la più parte, ché per certo

infinita è la schiera degli sciocchi.                                     84

Poi ch’ i’ ebbi veduto e veggio aperto

il volar e ’l fuggir del gran pianeta,

ond’io ho danni et inganni assai sofferto,                         87

vidi una gente andarsen queta queta,

senza temer di Tempo o di sua rabbia,

ché gli avea in guardia istorico o poeta.                           90

Di lor par che più d’altri invidia s’abbia,

che per se stessi son levati a volo

uscendo for della comune gabbia.                                    93

Contra costor colui che splende solo

s’apparecchiava con maggiore sforzo

e riprendeva un più spedito volo;                                      96

a’ suoi corsier radoppiato era l’orzo;

e la reina di ch’io sopra dissi

d’alcun de’ suoi già volea far divorzo.                              99

Udi’ dir, non so a chi, ma ’l detto scrissi:

« In questi umani, a dir proprio, ligustri,

di cieca oblivion che ’scuri abissi!                                      102

Volgerà il sol non pure anni ma lustri

e secoli, vittor d’ogni cerebro,

e vedrà il vaneggiar di questi illustri.                                105

Quanti fur chiari tra Peneo ed Ebro

che son venuti e verran tosto meno!

quanti sul Xanto e quanti in val di Tebro!                        108

Un dubbio, iberno, instabile sereno,

è vostra fama, e poca nebbia il rompe;

e ’l gran tempo a’ gran nomi è gran veneno.                   111

Passan vostre grandezze e vostre pompe,

passan le signorie, passano i regni;

ogni cosa mortal Tempo interrompe,                               114

e ritolta a’ men buon, non dà a’ più degni;

e non pur quel di fuori il Tempo solve,

ma le vostre eloquenzie e’ vostri ingegni.                         117

Così fuggendo il mondo seco volve,

né mai si posa né s’arresta o torna,

finché v’à ricondotti in poca polve.                                   120

Or, perché umana gloria ha tante corna,

non è mirabil cosa s’a fiaccarle

alquanto oltra l’usanza si soggiorna;                                123

ma quantunque si pensi il vulgo o parle,

se ’l viver vostro non fusse sì breve,

tosto vedresti in fumo ritornarle. »                                    126

Udito questo, perché al ver si deve

non contrastar ma dar perfetta fede,

vidi ogni nostra gloria al sol di neve;                                129

e vidi il Tempo rimenar tal prede

de’ nostri nomi, ch’io gli ebbi per nulla,

benché la gente ciò non sa né crede:                                 132

cieca, che sempre al vento si trastulla

e pur di false opinion si pasce,

lodando più il morir vecchio che ’n culla.                         135

Quanti son già felici morti in fasce!

Quanti miseri in ultima vecchiezza!

Alcun dice: « Beato chi non nasce! »                                 138

Ma per la turba a’ grandi errori avezza

dopo la lunga età sia ’l nome chiaro:

che è questo però che sì s’apprezza?                                 141

Tutto vince e ritoglie il Tempo avaro;

chiamasi Fama, et è morir secondo;

né più che contra ’l primo è alcun riparo.

Così ’l Tempo triunfa i nomi e ’l mondo!                  145

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 18 novembre 2007