FRANCESCO PETRARCA

TRIUMPHUS CUPIDINIS

Trionfo d’Amore

Edizione di riferimento

Francesco Petrarca, Canzoniere, Trionfi, Rime varie, a cura di Carlo Muscetta e Daniele Ponchiroli, ed. Einaudi, 1958

I

Al tempo che rinnova i miei sospiri

per la dolce memoria di quel giorno

che fu principio a sì lunghi martiri,                                  3

già il sole al Toro l’uno e l’altro corno

scaldava, e la fanciulla di Titone

correa gelata al suo usato soggiorno.                                6

Amor, gli sdegni, e ’l pianto, e la stagione

ricondotto m’aveano al chiuso loco

ov’ogni fascio il cor lasso ripone.                                       9

Ivi fra l’erbe, già del pianger fioco,

vinto dal sonno, vidi una gran luce,

e dentro, assai dolor con breve gioco,                               12

vidi un vittorïoso e sommo duce

pur com’un di color che ’n Campidoglio

triunfal carro a gran gloria conduce.                                15

I’ che gioir di tal vista non soglio

per lo secol noioso in ch’i’ mi trovo,

voto d’ogni valor, pien d’ogni orgoglio,                           18

l’abito in vista sì leggiadro e novo

mirai, alzando gli occhi gravi e stanchi,

ch’altro diletto che ’mparar non provo:                            21

quattro destrier vie più che neve bianchi;

sovr’un carro di foco un garzon crudo

con arco in man e con saette a’ fianchi;                            24

nulla temea, però non maglia o scudo,

ma sugli omeri avea sol due grand’ali

di color mille, tutto l’altro ignudo;                                    27

d’intorno innumerabili mortali,

parte presi in battaglia e parte occisi,

parte feriti di pungenti strali.                                             30

Vago d’udir novelle, oltra mi misi

tanto ch’io fui in esser di quegli uno

che per sua man di vita eran divisi.                                  33

Allor mi strinsi a rimirar s’alcuno

riconoscessi ne la folta schiera

del re sempre di lagrime digiuno.                                     36

Nessun vi riconobbi; e s’alcun v’era

di mia notizia, avea cangiata vista

per morte o per prigion crudele e fera.                             39

Un’ombra alquanto men che l’altre trista

mi venne incontra e mi chiamò per nome,

dicendo: « Or questo per amar s’acquista! »                    42

Ond’io meravigliando dissi: « Or come

conosci me, ch’io te non riconosca? »

Et ei: « Questo m’aven per l’aspre some                           45

de’ legami ch’io porto, e l’aer fosca

contende agli occhi tuoi; ma vero amico

ti son e teco nacqui in terra tosca. »                                  48

Le sue parole e ’l ragionare antico

scoverson quel che ’l viso mi celava;

e così n’assidemmo in loco aprico,                                    51

e cominciò: « Gran tempo è ch’io pensava

vederti qui fra noi, ché da’ primi anni

tal presagio di te tua vita dava. »                                      54

« E’ fu ben ver, ma gli amorosi affanni,

mi spaventar sì ch’io lasciai la ’mpresa;

ma squarciati ne porto il petto e’ panni. »                        57

Così diss’io; et ei, quando ebbe intesa

la mia risposta, sorridendo disse:

« O figliuol mio, qual per te fiamma è accesa! »              60

Io nol intesi allor, ma or sì fisse

sue parole mi trovo entro la testa,

che mai più saldo in marmo non si scrisse;                      63

e per la nova età, ch’ardita e presta

fa la mente e la lingua, il dimandai:

« Dimmi per cortesia, che gente è questa? »                    66

« Di qui a poco tempo tel saprai

per te stesso » rispose « e sarai d’elli:

tal per te nodo fassi, e tu nol sai;                                       69

e prima cangerai volto e capelli

che ’l nodo di ch’io parlo si discioglia

dal collo e da’ tuo’ piedi anco ribelli.                                 72

Ma per empier la tua giovenil voglia

dirò di noi, e ’n prima del maggiore,

che così vita e libertà ne spoglia.                                       75

Questi è colui che ’l mondo chiama Amore:

amaro come vedi e vedrai meglio

quando fia tuo com’è nostro signore:                               78

giovencel mansueto, e fiero veglio:

ben sa chi ’l prova, e fi’ a te cosa piana

anzi mill’anni: infin ad or ti sveglio.                                 81

Ei nacque d’ozio e di lascivia umana,

nudrito di penser dolci soavi,

fatto signor e dio da gente vana.                                       84

Qual è morto da lui, qual con più gravi

leggi mena sua vita aspra et acerba

sotto mille catene e mille chiavi.                                        87

Quel che ’n sì signorile e sì superba

vista vien primo è Cesar, che ’n Egitto

Cleopatra legò tra’ fiori e l’erba;                                        90

or di lui si triunfa, et è ben dritto,

se vinse il mondo et altri ha vinto lui,

che del suo vincitor sia gloria il vitto.                                93

L’altro è suo figlio; e pure amò costui

più giustamente: egli è Cesare Augusto,

che Livia sua, pregando, tolse altrui.                                96

Neron è il terzo, dispietato e ’ngiusto;

vedilo andar pien d’ira e di disdegno;

femina ’l vinse, e par tanto robusto.                                  99

Vedi ’l buon Marco d’ogni laude degno,

pien di filosofia la lingua e ’l petto;

ma pur Faustina il fa qui star a segno.                             102

Que’ duo pien di paura e di sospetto,

l’un è Dionisio e l’altr’è Alessandro;

ma quel di suo temer ha degno effetto.                            105

L’altro è colui che pianse sotto Antandro

la morte di Creusa, e ’l suo amor tolse

a que’ che ’l suo figliuol tolse ad Evandro.                       108

Udito hai ragionar d’un che non volse

consentir al furor de la matrigna

e da’ suoi preghi per fuggir si sciolse,                               111

ma quella intenzïon casta e benigna

l’occise, sì l’amore in odio torse

Fedra amante terribile e maligna,                                     114

et ella ne morio: vendetta forse

d’Ippolito, e di Teseo, e d’Adrianna,

ch’a morte, tu ’l sai bene, amando corse.                         117

Tal biasma altrui che se stesso condanna;

ché chi prende diletto di far frode,

non si de’ lamentar s’altri lo ’nganna.                              120

Vedi ’l famoso, con sua tanta lode,

preso menar tra due sorelle morte:

l’una di lui, ed ei de l’altra gode.                                       123

Colui ch’è seco è quel possente e forte

Ercole, ch’Amor prese; e l’altro è Achille,

ch’ebbe in suo amar assai dogliose sorte.                         126

Quello è Demofoon, e quella è Fille;

quello è Giasone, e quell’altra è Medea

ch’Amor e lui seguio per tante ville;                                  129

e quanto al padre et al fratel più rea,

tanto al suo amante è più turbata e fella,

ché del suo amor più degna esser credea.                        132

Isifile vien poi, e duolsi anch’ella

del barbarico amor che ’l suo l’ha tolto.

Poi ven colei ch’ha ’l titol d’esser bella:                             135

seco è ’l pastor che male il suo bel volto

mirò sì fiso, ond’uscir gran tempeste,

e funne il mondo sottosopra vòlto.                                    138

Odi poi lamentar fra l’altre meste

Enone di Parìs, e Menelao

d’Elena, et Ermïon chiamare Oreste,                                141

e Laodamia il suo Protesilao,

et Argia Polinice, assai più fida

che l’avara moglier d’Anfïarao.                                         144

Odi ’l pianto e i sospiri, odi le strida

de le misere accese, che li spirti

rendero a lui che ’n tal modo li guida.                              147

Non poria mai di tutti il nome dirti,

che non uomini pur, ma dèi gran parte

empion del bosco e degli ombrosi mirti.                           150

Vedi Venere bella e con lei Marte,

cinto di ferri i piè, le braccia e ’l collo,

e Plutone e Proserpina in disparte;                                   153

vedi Iunon gelosa, e ’l biondo Apollo

che solea disprezzar l’etate e l’arco

che gli diede in Tessaglia poi tal crollo.                             157

Che debb’io dir? In un passo men varco:

tutti son qui in prigion gli dèi di Varro;

e di lacciuoli innumerabil carco

ven catenato Giove innanzi al carro. »                      160

II

Stanco già di mirar, non sazio ancora,

or quinci or quindi mi volgea guardando

cose ch’a ricordarle è breve l’ora.                                      3

Giva ’l cor di pensiero in pensier, quando

tutto a sé il trasser due ch’a mano a mano

passavan dolcemente lagrimando.                                   6

Mossemi ’l lor leggiadro abito e strano

e ’l parlar pellegrin, che m’era oscuro,

ma l’interprete mio mel facea piano.                                9

Poi che seppi chi eran, più securo

m’accostai a lor, ché l’un spirito amico

al nostro nome, l’altro era empio e duro.                          12

Fecimi al primo: « O Massinissa antico,

per lo tuo Scipïone e per costei »

cominciai « non t’incresca quel ch’i’ dico. »                     15

Mirommi, e disse: « Volentier saprei

chi tu se’ innanzi, da poi che sì bene

hai spiato ambeduo gli affetti miei. »                               18

« L’esser mio » gli risposi « non sostene

tanto conoscitor, ché così lunge

di poca fiamma gran luce non vene;                                21

ma tua fama real per tutto aggiunge,

e tal che mai non ti vedrà né vide,

con bel nodo d’amor teco congiunge.                               24

Or dimmi, se colui in pace vi guide, –

e mostrai ’l duca lor – che coppia è questa

che mi par delle cose rade e fide? –                                   27

« La lingua tua al mio nome sì presta,

prova » diss’ei « che ’l sappi per te stesso;

ma dirò per sfogar l’anima mesta.                                    30

Avend’io in quel sommo uom tutto ’l cor messo,

tanto ch’a Lelio ne dò vanto a pena,

ovunque fur sue insegne, e fui lor presso.                         33

A lui Fortuna fu sempre serena,

ma non già quanto degno era il valore,

del qual più d’altro mai l’alma ebbe piena.                      36

Poi che l’arme romane a grande onore

per l’estremo occidente furo sparse,

ivi n’aggiunse e ne congiunse Amore;                              39

né mai più dolce fiamma in duo cori arse,

né farà, credo. Omè, ma poche notti

fur a tanti desir sì brevi e scarse,                                       42

indarno a marital giogo condotti,

ché del nostro furor scuse non false,

e i legittimi nodi furon rotti.                                              45

Quel che sol più che tutto ’l mondo valse

ne dipartì con sue sante parole,

ché di nostri sospir nulla gli calse;                                     48

e benché fosse onde mi dolse e dole,

pur vidi in lui chiara virtute accesa,

ché ’n tutto è orbo chi non vede il sole.                             51

Gran giustizia agli amanti è grave offesa:

però di tanto amico un tal consiglio

fu quasi un scoglio a l’amorosa impresa.                         54

Padre m’era in onore, in amor figlio,

fratel negli anni; onde obedir convenne,

ma col cor tristo e con turbato ciglio.                                57

Così questa mia cara a morte venne,

che vedendosi giunta in forza altrui,

morir in prima che servir sostenne:                                   60

et io del dolor mio ministro fui,

ché ’l pregator e i preghi eran sì ardenti

ch’offesi me per non offender lui,                                      63

e manda’ le ’l velen con sì dolenti

pensier, com’io so bene, et ella il crede,

e tu, se tanto o quanto d’amor senti.                                 66

Pianto fu ’l mio di tanta sposa erede:

lei, et ogni mio bene, ogni speranza

perder elessi per non perder fede.                                     69

Ma cerca omai se trovi in questa danza

notabil cosa, perché ’l tempo è leve,

e più de l’opra che del giorno avanza. –                           72

Pien di pietate, e ripensando ’l breve

spazio al gran foco di duo tali amanti,

pareami al sol aver un cor di neve;                                   75

quand’io udi’ dir su nel passar avanti:

– Costui certo per sé già non mi spiace,

ma ferma son d’odiarli tutti quanti. »                               78

« Pon » diss’io « il core, o Sofonisba, in pace,

ché Cartagine tua per le man nostre

tre volte cadde, et a la terza giace. »                                 81

Et ella: « Altro vogl’io che tu mi mostre:

s’Africa pianse, Italia non ne rise:

dimandatene pur l’istorie vostre. »                                    84

A tanto, il nostro e suo amico si mise,

sorridendo, con lei nella gran calca

e fur da lor le mie luci divise.                                             87

Come uom che per terren dubio cavalca,

che va restando ad ogni passo, e guarda,

e ’l pensier de l’andar molto difalca,                                 90

così l’andata mia dubiosa e tarda

facean gli amanti, di che ancor m’aggrada

saver quanto ciascun e in qual foco arda.                        93

I’ vidi ir a man manca un fuor di strada,

a guisa di chi brami e trovi cosa

onde poi vergognoso e lieto vada.                                     96

Donar altrui la sua diletta sposa,

o sommo amore e nova cortesia!

tal ch’ella stessa lieta e vergognosa                                   99

parea del cambio; e givansi per via

parlando insieme de’ lor dolci affetti,

e sospirando il regno di Soria.                                           102

Trassimi a que’ tre spirti che ristretti

eran già per seguire altro cammino,

e dissi al primo: « I’ prego che t’aspetti. »                         105

Et egli al suon del ragionar latino,

turbato in vista, si rattenne un poco;

e poi, del mio voler quasi indivino,                                   108

disse: « Io Seleuco son, questi è Antïoco

mio figlio, che gran guerra ebbe con voi;

ma ragion contra forza non ha loco.                                111

Questa, mia in prima, sua donna fu poi,

ché per scamparlo d’amorosa morte

gliel diedi, e ’l don fu lecito tra noi.                                   114

Stratonica è ’l suo nome, e nostra sorte,

come vedi, indivisa; e per tal segno

si vede il nostro amor tenace e forte,                                 117

ch’è contenta costei lasciarme il regno,

io il mio diletto, e questi la sua vita,

per far, vie più che sé, l’un l’altro degno.                          120

E se non fosse la discreta aita

del fisico gentil, che ben s’accorse,

l’età sua in sul fiorir era finita.                                           123

Tacendo, amando, quasi a morte corse,

e l’amar forza, e ’l tacer fu virtute;

la mia, vera pietà, ch’a lui soccorse. »                               126

Così disse; e come uom che voler mute,

col fin de le parole i passi volse,

ch’a pena gli potei render salute.                                      129

Poi che dagli occhi miei l’ombra si tolse,

rimasi grave e sospirando andai,

ché ’l mio cor dal suo dir non si disciolse                          132

infin che mi fu detto: « Troppo stai

in un penser a le cose diverse;

e ’l tempo ch’è brevissimo ben sai. »                                 135

Non menò tanti armati in Grecia Serse

quant’ivi erano amanti ignudi e presi,

tal che l’occhio la vista non sofferse,                                 138

vari di lingue e vari di paesi,

tanto che di mille un non seppi ’l nome,

e fanno istoria que’ pochi ch’intesi.                                   141

Perseo era l’uno, e volsi saper come

Andromeda gli piacque in Etiopia,

vergine bruna i begli occhi e le chiome;                           144

ivi ’l vano amador che la sua propia

bellezza desiando fu distrutto,

povero sol per troppo averne copia,                                  147

che divenne un bel fior senz’alcun frutto;

e quella che, lui amando, ignuda voce

fecesi e ’l corpo un duro sasso asciutto;                             150

ivi quell’altro al suo mal sì veloce,

Ifi, ch’amando altrui in odio s’ebbe,

con più altri dannati a simil croce,                                    153

gente cui per amar viver increbbe,

ove raffigurai alcun moderni

ch’a nominar perduta opra sarebbe.                                156

Que’ duo che fece Amor compagni eterni,

Alcïone e Ceìce, in riva al mare

far i lor nidi a’ più soavi verni;                                           159

lungo costor pensoso Esaco stare

cercando Esperia, or sopra un sasso assiso,

et or sotto acqua, et or alto volare;                                    162

e vidi la crudel figlia di Niso

fuggir volando, e correr Atalanta,

da tre palle d’or vinta e d’un bel viso;                               165

e seco Ipomenès che fra cotanta

turba d’amanti miseri cursori

sol di vittoria si rallegra e vanta.                                       168

Fra questi fabulosi e vani amori

vidi Aci e Galatea, che ’n grembo gli era,

e Polifemo farne gran romori;                                           171

Glauco ondeggiar per entro quella schiera,

senza colei cui sola par che pregi,

nomando un’altr’amante acerba e fera;                           174

Canente e Pico, un già de’ nostri regi,

or vago augello, e chi di stato il mosse

lasciògli ’l nome e ’l real manto e i fregi.                          177

Vidi ’l pianto d’Egeria; invece d’osse

Scilla indurarsi in petra aspra et alpestra,

che del mar ciciliano infamia fosse;                                  180

e quella che la penna da man destra,

come dogliosa e desperata scriva,

e ’l ferro ignudo tien da la sinestra;                                   183

Pigmalion con la sua donna viva;

e mille che Castalia et Aganippe

udîr cantar per la sua verde riva;

e d’un pomo beffata al fin Cidippe.                           187

III

Era sì pieno il cor di meraviglie

ch’i’ stava come l’uom che non pò dire,

e tace, e guarda pur ch’altri ’l consiglie,                           3

quando l’amico mio: « Che fai? che mire?

che pensi? » disse « non sai tu ben ch’io

son della turba? e’ mi convien seguire. »                          6

« Frate, » risposi « e tu sai l’esser mio,

e l’amor del saper che m’ha sì acceso

che l’opra è ritardata dal desio. »                                      9

Et egli: « I’ t’avea già tacendo inteso:

tu vuoi udir chi son quest’altri ancora.

I’ tel dirò, se ’l dir non è conteso.                                       12

Vedi quel grande il quale ogni uomo onora;

egli è Pompeo, et ha Cornelia seco,

che del vil Tolomeo si lagna e plora.                                 15

L’altro più di lontan, quell’è ’l gran Greco;

né vede Egisto e l’empia Clitemestra:

or puoi veder Amor s’egli è ben cieco.                              18

Altra fede, altro amor: vedi Ipermestra,

vedi Piramo e Tisbe inseme a l’ombra,

Leandro in mare et Ero a la finestra.                                21

Quel sì pensoso è Ulisse, affabile ombra,

che la casta mogliera aspetta e prega,

ma Circe, amando, gliel ritene e ’ngombra.                     24

L’altro è ’l figliuol d’Amilcare, e nol piega

in cotant’anni Italia tutta e Roma;

vil feminella in Puglia il prende e lega.                             27

Quella che ’l suo signor con breve coma

va seguitando, in Ponto fu reina:

come in atto servil se stessa doma!                                    30

L’altra è Porzia, che ’l ferro e ’l foco affina;

quell’altra è Giulia, e duolsi del marito

ch’a la seconda fiamma più s’inchina.                              33

Volgi in qua gli occhi al gran padre schernito,

che non si muta, e d’aver non gli ’ncresce

sette e sette anni per Rachel servito:                                  36

vivace amor che negli affanni cresce!

Vedi ’l padre di questo, e vedi l’avo

come di sua magion sol con Sara esce.                             39

Poi vedi come Amor crudele e pravo

vince Davit e sforzalo a far l’opra

onde poi pianga in loco oscuro e cavo.                             42

Simile nebbia par ch’oscuri e copra

del più saggio figliuol la chiara fama

e ’l parta in tutto dal Signor di sopra.                               45

De l’altro, che ’n un punto ama e disama,

vedi Tamar ch’al suo frate Absalone

disdegnosa e dolente si richiama.                                      48

Poco dinanzi a lei vedi Sansone,

vie più forte che saggio, che per ciance

in grembo a la nemica il capo pone.                                 51

Vedi qui ben fra quante spade e lance

Amor, e ’l sonno, et una vedovetta

con bel parlar, con sue polite guance,                               54

vince Oloferne; e lei tornar soletta

con una ancilla e con l’orribil teschio,

Dio ringraziando, a mezza notte, in fretta.                      57

Vedi Sichem e ’l suo sangue, ch’è meschio

de la circoncisione e de la morte,

e ’l padre colto e ’l popolo ad un veschio:                         60

questo gli ha fatto il subito amar forte.

Vedi Assuero il suo amor in qual modo

va medicando a ciò che ’n pace il porte:                           63

da l’un si scioglie, e lega a l’altro nodo:

cotal ha questa malizia rimedio,

come d’asse si trae chiodo con chiodo.                             66

Vuo’ veder in un cor diletto e tedio,

dolce et amaro? or mira il fero Erode;

Amore e crudeltà gli han posto assedio.                           69

Vedi com’arde in prima, e poi si rode,

tardi pentito di sua feritate,

Marïanne chiamando che non l’ode.                                72

Vedi tre belle donne innamorate,

Procri, Artemisia con Deidamia,

et altrettante ardite e scelerate,                                          75

Semiramìs, Biblì e Mirra ria;

come ciascuna par che si vergogni

de la sua non concessa e torta via!                                    78

Ecco quei che le carte empion di sogni,

Lancilotto, Tristano e gli altri erranti,

ove conven che ’l vulgo errante agogni.                           81

Vedi Ginevra, Isolda e l’altre amanti,

e la coppia d’Arimino che ’nseme

vanno facendo dolorosi pianti. –                                       84

Così parlava; et io, come chi teme

futuro male e trema anzi la tromba,

sentendo già dov’altri anco nol preme,                             87

avea color d’uom tratto d’una tomba;

quando una giovinetta ebbi dal lato,

pura assai più che candida colomba.                                90

Ella mi prese; et io, ch’avrei giurato

difendermi d’un uom coverto d’arme,

con parole e con cenni fui legato.                                      93

E come ricordar di vero parme,

l’amico mio più presso mi si fece,

e con un riso, per più doglia darme,                                 96

dissemi entro l’orecchia: “ Ormai ti lece

per te stesso parlar con chi ti piace,

ché tutti siam macchiati d’una pece. ”                             99

Io era un di color cui più dispiace

de l’altrui ben che del suo mal, vedendo

chi m’avea preso in libertate e ’n pace;                             102

e, come tardi dopo ’l danno intendo,

di sue bellezze mia morte facea,

d’amor, di gelosia, d’invidia ardendo.                              105

Gli occhi dal suo bel viso non torcea,

come uom ch’è infermo e di tal cosa ingordo

ch’è dolce al gusto, a la salute è rea.                                 108

Ad ogni altro piacer cieco era e sordo,

seguendo lei per sì dubbiosi passi

ch’ i’ tremo ancor qualor me ne ricordo.                          111

Da quel tempo ebbi gli occhi umidi e bassi,

e ’l cor pensoso, e solitario albergo

fonti, fiumi, montagne, boschi e sassi;                              114

da indi in qua cotante carte aspergo

di pensieri e di lagrime e d’inchiostro,

tante ne squarcio, e n’apparecchio, e vergo;                    117

da indi in qua so che si fa nel chiostro

d’Amor, e che si teme, e che si spera,

e, chi sa legger, ne la fronte il mostro;                              120

e veggio andar quella leggiadra fera

non curando di me né di mie pene,

di sue vertuti e di mie spoglie altera.                                 123

Da l’altra parte, s’io discerno bene,

questo signor, che tutto ’l mondo sforza,

teme di lei, ond’io son fuor di spene;                                 126

ch’a mia difesa non ho ardir né forza,

e quello in ch’io sperava lei lusinga,

che me e gli altri crudelmente scorza.                              129

Costei non è chi tanto o quanto stringa,

così selvaggia e rebellante suole

da le ’nsegne d’Amore andar solinga;                              132

e veramente è fra le stelle un sole.

Un singular suo proprio portamento,

suo riso, suoi disdegni e sue parole,                                  135

le chiome accolte in oro o sparse al vento,

gli occhi, ch’accesi d’un celeste lume

m’infiamman sì ch’ i’ son d’arder contento...!                  138

Chi poria ’l mansueto alto costume

aguagliar mai parlando, e la vertute,

ov’è ’l mio stil quasi al mar picciol fiume?                        141

Nove cose e già mai più non vedute,

né da veder già mai più d’una volta,

ove tutte le lingue sarien mute.                                         144

Così preso mi trovo, et ella è sciolta;

io prego giorno e notte, o stella iniqua!

et ella a pena di mille uno ascolta.                                    147

Dura legge d’Amor! ma benché obliqua,

servar convensi, però ch’ella aggiunge

di cielo in terra, universale, antiqua.                                 150

Or so come da sé ’l cor si disgiunge,

e come sa far pace, guerra e tregua,

e coprir suo dolor quand’altri il punge;                            153

e so come in un punto si dilegua

e poi si sparge per le guance il sangue,

se paura o vergogna aven che ’l segua;                            156

so come sta tra’ fiori ascoso l’angue,

come sempre tra due si vegghia e dorme,

come senza languir si more e langue;                               159

so de la mia nemica cercar l’orme

e temer di trovarla, e so in qual guisa

l’amante ne l’amato si trasforme;                                      162

so fra lunghi sospiri e brevi risa

stato, voglia, color cangiare spesso;

viver, stando dal cor l’alma divisa;                                    165

so mille volte il dì ingannar me stesso;

so, seguendo ’l mio foco ovunque e’ fugge,

arder da lunge ed agghiacciar da presso;                         168

so come Amor sovra la mente rugge,

e come ogni ragione indi discaccia,

e so in quante maniere il cor si strugge;                           171

so di che poco canape s’allaccia

un’anima gentil quand’ella è sola

e non v’è chi per lei difesa faccia;                                      174

so com’Amor saetta e come vola,

e so com’or minaccia et or percote,

come ruba per forza e come invola,                                  177

e come sono instabili sue rote,

le mani armate, e gli occhi avolti in fasce,

sue promesse di fé come son vote,                                     180

come nell’ossa il suo foco si pasce

e ne le vene vive occulta piaga,

onde morte e palese incendio nasce.                                 183

Insomma so che cosa è l’alma vaga,

rotto parlar con subito silenzio,

che poco dolce molto amaro appaga,

di che s’ha il mel temprato con l’assenzio                 187

IV

Poscia che mia fortuna in forza altrui

m’ebbe sospinto, e tutti incisi i nervi

di libertate ov’alcun tempo fui,                                         3

io, ch’era più salvatico che i cervi,

ratto domesticato fui con tutti

i miei infelici e miseri conservi;                                          6

e le fatiche lor vidi e i lor frutti,

per che torti sentieri e con qual arte

a l’amorosa greggia eran condutti.                                   9

Mentre io volgeva gli occhi in ogni parte

s’ i’ ne vedessi alcun di chiara fama

o per antiche o per moderne carte,                                   12

vidi colui che sola Euridice ama,

lei segue a l’inferno e, per lei morto,

con la lingua già fredda anco la chiama.                         15

Alceo conobbi, a dir d’Amor sì scorto,

Pindaro, Anacreonte, che rimesse

ha le sue muse sol d’Amore in porto;                                18

Virgilio vidi, e parmi ch’egli avesse

compagni d’alto ingegno e da trastullo,

di quei che volentier già ’l mondo lesse:                           21

l’uno era Ovidio e l’altro era Catullo,

l’altro Properzio, che d’amor cantaro

fervidamente, e l’altro era Tibullo.                                    24

Una giovene Greca a paro a paro

coi nobili poeti iva cantando,

et avea un suo stil soave e raro.                                         27

Così, or quinci or quindi rimirando,

vidi gente ir per una verde piaggia

pur d’amor volgarmente ragionando.                              30

Ecco Dante e Beatrice, ecco Selvaggia,

ecco Cin da Pistoia, Guitton d’Arezzo,

che di non esser primo par ch’ ira aggia;                         33

ecco i duo Guidi che già fur in prezzo,

Onesto Bolognese, e i Ciciliani,

che fur già primi e quivi eran da sezzo,                           36

Sennuccio e Franceschin, che fur sì umani

come ogni uom vide; e poi v’era un drappello

di portamenti e di volgari strani:                                       39

fra tutti il primo Arnaldo Daniello,

gran maestro d’amor, ch’a la sua terra

ancor fa onor col suo dir strano e bello;                            42

eranvi quei ch’Amor sì leve afferra,

l’un Piero e l’altro e ’l men famoso Arnaldo,

e quei che fur conquisi con più guerra:                            45

i’ dico l’uno e l’altro Raimbaldo

che cantò pur Beatrice e Monferrato,

e ’l vecchio Pier d’Alvernia con Giraldo,                           48

Folco, que’ ch’a Marsilia il nome ha dato

et a Genova tolto, et a l’estremo

cangiò per miglior patria abito e stato,                             51

Giaufrè Rudel, ch’usò la vela e ’l remo

a cercar la sua morte, e quel Guiglielmo

che per cantare ha ’l fior de’ suoi dì scemo,                      54

Amerigo, Bernardo, Ugo e Gauselmo;

e molti altri ne vidi a cui la lingua

lancia e spada fu sempre e targia ed elmo.                      57

E poi conven che ’l mio dolor distingua,

volsimi a’ nostri, e vidi ’l buon Tomasso,

ch’ornò Bologna et or Messina impingua.                       60

O fugace dolcezza! o viver lasso!

Chi mi ti tolse sì tosto dinanzi,

senza ’l qual non sapea mover un passo?                         63

dove se’ or, che meco eri pur dianzi?

Ben è ’l viver mortal, che sì n’aggrada,

sogno d’infermi e fola di romanzi.                                    66

Poco era fuor de la comune strada,

quando Socrate e Lelio vidi in prima:

con lor più lunga via conven ch’io vada                           .69

O qual coppia d’amici! che né ’n rima

poria né ’n prosa ornar assai né ’n versi,

se, come dee, virtù nuda si stima.                                     72

Con questi duo cercai monti diversi,

andando tutti tre sempre ad un giogo;

a questi le mie piaghe tutte apersi;                                    75

da costor non mi pò tempo né luogo

divider mai, siccome io spero e bramo,

infino al cener del funereo rogo;                                        78

con costor colsi ’l glorioso ramo,

onde forse anzi tempo ornai le tempie

in memoria di quella ch’io tanto amo.                              81

Ma pur di lei, che ’l cor di pensier m’empie,

non potei coglier mai ramo né foglia,

sì fur le sue radici acerbe et empie;                                   84

onde benché talor doler mi soglia

com’uom ch’è offeso, quel che con questi occhi

vidi m’è fren che mai più non mi doglia:                         87

materia di coturni e non di socchi

veder preso colui ch’è fatto deo

da tardi ingegni rintuzzati e sciocchi:                               90

ma prima vo’ seguir che di noi feo,

e poi dirò quel che d’altrui sostenne:

opra non mia, d’Omero ovver d’Orfeo.                            93

Seguimmo il suon delle purpuree penne

de’ volanti corsier per mille fosse,

fin che nel regno di sua madre venne;                              96

né rallentate le catene o scosse,

ma straccati per selve e per montagne,

tal che nessun sapea ’n qual mondo fosse.                       99

Giace oltra ove l’Egeo sospira e piagne

un’isoletta delicata e molle

più d’altra che ’l sol scalde o che ’l mar bagne;                102

nel mezzo è un ombroso e chiuso colle

con sì soavi odor, con sì dolci acque,

ch’ogni maschio pensier de l’alma tolle.                           105

Questa è la terra che cotanto piacque

a Venere, e ’n quel tempo a lei fu sagra

che ’l ver nascoso e sconosciuto giacque;                          108

et anco è di valor sì nuda e magra,

tanto ritien del suo primo esser vile,

che par dolce a’ cattivi et a’ buoni agra.                           111

Or quivi triunfò il signor gentile

di noi e degli altri tutti ch’ ad un laccio

presi avea dal mar d’India a quel di Tile:                         114

pensieri in grembo e vanitadi in braccio,

diletti fuggitivi e ferma noia,

rose di verno, a mezza state il ghiaccio,                           117

dubbia speme davanti e breve gioia,

penitenzia e dolor dopo le spalle:

sallo il regno di Roma e quel di Troia.                              120

E rimbombava tutta quella valle

d’acque e d’augelli, et eran le sue rive

bianche, verdi, vermiglie, perse e gialle;                           123

rivi correnti di fontane vive

al caldo tempo su per l’erba fresca,

e l’ombra spessa, e l’aure dolci estive;                               126

poi, quand’è ’l verno e l’aer si rinfresca,

tepidi soli, e giuochi, e cibi, et ozio

lento, che i semplicetti cori invesca.                                  129

Era ne la stagion che l’equinozio

fa vincitor il giorno, e Progne riede

con la sorella al suo dolce negozio.                                   132

O di nostre fortune instabil fede!

In quel loco e ’n quel tempo et in quell’ora

che più largo tributo agli occhi chiede,                             135

triunfar volse que’ che ’l vulgo adora:

e vidi a qual servaggio et a qual morte,

a quale strazio va chi s’innamora.                                    138

Errori e sogni et imagini smorte

eran d’intorno a l’arco triunfale,

e false opinïoni in su le porte,                                            141

e lubrico sperar su per le scale,

e dannoso guadagno, ed util danno,

e gradi ove più scende chi più sale;                                   144

stanco riposo e riposato affanno,

chiaro disnore e gloria oscura e nigra,

perfida lealtate e fido inganno,                                          147

sollicito furor e ragion pigra:

carcer ove si ven per strade aperte,

onde per strette a gran pena si migra;                              150

ratte scese a l’entrare, a l’uscir erte;

dentro, confusïon turbida e mischia

di certe doglie e d’allegrezze incerte.                                153

Non bollì mai Vulcan, Lipari od Ischia,

Strongoli o Mongibello in tanta rabbia:

poco ama sé chi ’n tal gioco s’arrischia.                            156

In così tenebrosa e stretta gabbia

rinchiusi fummo, ove le penne usate

mutai per tempo e la mia prima labbia;                           159

e ’ntanto, pur sognando libertate,

l’alma, che ’l gran desio fea pronta e leve,

consolai col veder le cose andate.                                      162

Rimirando er’io fatto al sol di neve

tanti spirti e sì chiari in carcer tetro,

quasi lunga pittura in tempo breve,

che ’l più va inanzi, e l’occhio torna a dietro            166

© 30 aprile 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 18 novembre 2007