FRANCESCO PETRARCA

I sette salmi penitenziali

[1348]

Edizione di riferimento

Francesco Petrarca, Del disprezzo del mondo, dialoghi tre, prima versione italiana del rev. prof. Giulio Cesare Parolari, coi tipi di Luigi di Giacomo Pirola, Milano 1857.

L’epidemia di peste del 1348, una delle più gravi forse e probabilmente la più famosa della storia europea, non risparmiò amici e conoscenti della cerchia di Petrarca. A fine maggio a Parma viene a sapere della morte di Ludovico di Beringen, l’amato “Socrate”, seguita da quella del cardinale Giovanni Colonna, con cui si era ormai consumato il divorzio. Ma soprattutto, mentre il poeta si trovava a Verona, ad Avignone muore Laura, il 6 aprile 1348, un «dì sesto d’aprile» con cui egli nel Canzoniere farà coincidere simbolicamente la data del primo incontro ventuno anni prima . Più che un comprensibile doloreper la scomparsa della donna, Petrarca (sul cui amore reale per Laura è lecito a quest’altezza della sua vita nutrire dei dubbi) lesse l’evento come la fine di un ciclo, di un’esperienza umana tradotta in versi, di una tappa della propria esistenza. Sui margini del suo Virgilio ambrosiano, il poeta appose una nota obituaria, a ricordo del luttuoso avvenimento. In una lettera capitale, la prima del suo epistolario, il poeta scriverà «le nostre antiche speranze sono sepolte con gli amici. È il 1348 che ci ha reso poveri e soli» (Familiares I 1, 1).

Frutto indubbiamente della pesante atmosfera provocata nelle coscienze dalla peste, i Psalmi penitentiales vanno considerati, al pari del De vita solitaria e del De otio, la cifra di quella "crisi religiosa" che Petrarca viveva già da qualche anno.

 

I Psalmi di Petrarca sono sette brevi preghiere in prosa ritmica ispirati ai sette salmi biblici detti per l’appunto "penitenziali" (6, 31, 37, 50, 101, 129, 142) perchè associati tradizionalmente al sacramento della penitenza e alla liturgia quaresimale. Benchè Petrarca racconti al certosino Sacramor de Pommier - a cui indirizzò i componimenti - di averli composti di getto in un sol giorno (Seniles I, 1), è evidente che la sua riflessione sulla poesia biblica risale perlomeno all’epoca della composizione della prima egloga del Bucolicum carmen (1347), in cui il personaggio di Monicus/Gherardo prende le difese dei salmi davidici. Per l’appunto un breve accenno contenuto nell’egloga («Experiar, si fata volent», "ci proverò, se il fato lo concederà", v.110) sembra indicare la volontà del poeta di saggiare il terreno della poesia sacra.

Ma come nelle opere in prosa di tema religioso l’intenzione ascetica incontrava l’ostacolo di una adesione del tutto "esterna" alla vita monastica, nella pur sentita ricreazione dei Psalmi Petrarca persegue l’obiettivo dell’aemulatio, in un nuovo esperimento poetico dai risultati interessanti. «Il Petrarca non varcherà mai la soglia del convento, ma pur di lontano unirà la sua voce a quella dei fratelli salmodianti, confessando [...] i propri errori e [...] cimentandosi in gara poetica con Davide» (Martellotti 1983: 264).

Tramandatici in numerosi codici conservati in biblioteche di tutta Europa, i Psalmi penitentiales sono spesso accompagnati nei manoscritti da altre preghiere in latino attribuite anch’esse a Petrarca dalle rubriche (l’Oratio quotidiana, le Orationes contra tempestates, le Orationes ad patrem, ad Filium, ad Spiritum Sanctum, ad Trinitatem) la cui circolazione creò la base di curiose leggende agiografiche raccolte dopo la morte del poeta da Filippo Villani e Giannozzo Manetti.

http://www.italica.rai.it/rinascimento/saggi/petrarca/capitoli/LEZIONE19.htm

I.

Ahi me misero[1]! M’attirai la collera del mio Redentore, perchè, con animo contumace, non tenni conto della sua legge.

Ed uscii per mia volontà dal retto cammino; onde da una parte nell’altra fui trabalzato per luo ghi selvaggi.

Nè v’ebbe piaggia, per quanto aspra e remota, ove io non volgessi il piede; e le angustie mie m’accompagnarono dappertutto.

Ed io divenni simile all’uno o all’altro dei bruti, è posi mia stanza tra i covi delle fiere.

Ed amai gli affanni come se m’apportassero alcuna dolcezza, e di mezzo le spine stesi il mio letto.

E m’addormentai nella morte, e sperai riposo fra i tormenti.

Che farò dunque adesso? immerso in tanti pericoli, ove sarà ch’io mi rivolga? i sogni dorati della mia giovinezza dileguarono tutti.

Ed ecco son fatto simile, al naufrago che, gettate le merci, nuota, ignudo in balia dei venti e del mare.

E dilungato dal porto, smarrii la via delia salvezza, e l’onde mi trascinano in contraria parte.

Un raggio di speranza pur mi traluce; ma da ciò stesso nasce in me una più atroce battaglia, perchè mi cruccio della mia debolezza e divengo nemico al bene dell’anima mia.

E m’addoloro su’ miei peccati; e gemo tanto sotto il gravissimo peso delle mie miserie che mi vien meno il respiro.

Provai e riprovai spesso la fuga; fermamente proposi di scuotere da me l’antico giogo, ma esso mi sta conficcato nell’ossa.

Oh potesse un giorno cadermi dal collo! E cadrà quando, o Signore, torni in tuo piacimento.

Ah! mi sdegnassi colle mie colpe così che giungessi, benchè tardi, ad amarti.

Ma ne temo; forse perchè la mia libertà s’è infralita nelle mie mani.

Giustamente, sì, lo confesso, io vivo in tanti travagli, e ho meritati i tormenti che tanto mi macerano.

Folle che procacciai male a me stesso! di mia mano m’ordii le catene, ad occhi aperti precipitai nelle insidie di morte.

Il nemico apparecchiò le reti, e non v'ebbe parte alcuna in cui non tendesse i suoi lacci.

Ed io, non facendone conto, mossi a fronte eretta per vie sdrucciolevoli e fui preso alla dolce esca de’ miei peccati.

E con giovanile baldanza, stimando che non avrei posto il piede in fallo, fui tratto a seconda dell’impeto che mi trascinava.

Diceva fra me: Perchè a mezzo la vita vorrai tu pensare alla morte? ogni età ha i suoi confini.

Iddio vede i tuoi traviamenti, ma ne sorride; sarà tutto benigno al perdono: onde potrai convertirti a tuo piacimento.

Ed allora la pessima costumanza mi rese soggetto come suo schiavo; e sì m’avvinse che invano, tentai di sciormene.

Omai non ho più ove ricoverarmi; vivo stretto fra’ ceppi, ed il mio rifugio è lontano.

Ohi se dall’alto non mi piova un aiuto, io morrò nel mio peccato.

Abbi compassione di me, o Signore, quantunque no ’l meriti, e stendi il tuo braccio a salvare chi è vicino a perire.

E, ricordevole di tue promesse, strappami alle fauci d’inferno.

II.

Invocherò senza tema chi offesi e senza vergogna ricorrerò a chi dispregiai.

Si rinfranchino le abbattute speranze, e dalle tenebre fra cui m’avvolgo gli occhi miei un’altra volta si sollevino al cielo.

Poichè colà dimora il mio Redentore, che può togliermi alle mani dell’inferno.

Io già son morto, ma in lui la mia vita e la salvezza vive in eterno.

Non comanda egli alla morte? non infonde e rinnova la vita? nulla dunque mi vieta di sperare il mio bene.

Volino da me lontani coloro che mi atterriscono: molto grande è il mio peccato, ma la misericordia del Signore non ha confini.

Ahi tristo me! che peccando sovrapposi al male altri mali e fui a me stesso il mio più fiero nemico.

Ciò troppo è vero: se non che, a rimondare tutte le mie brutture, basta non più che una lieve goccia del sacro suo sangue.

Deh! spezza tu, o Signore, questo pio cuore di sasso, cagione di tanti gemiti; e l’adamante, per quanto duro, ammollendosi, si scioglierà in fonte.

E le limpide acque che ne sgorgheranno scendano nell’arida pozza ove si diguazza l’immondo cinghiale.

E ne sieno deterse le macchie antiche; affinchè il mio ricetto, che tanto ti spiacque, torni ad esserti caro.

Il pensiero delle mie miserie sorga a turbarmi la notte, e nel dì mi risplenda la speranza della salvezza.

Che se tu mi temperi i lieti casi coi tristi, io non dimenticherò giammai le tue miserazioni.

Oh da quanti mali sarò da te liberato, se non lasci sola l’ anima mia fra tauti pericoli!

Piangerò pentito le colpe mie, sospirerò dietro a giorni più felici; e temendo sempre, non avverrà che disperi di te.

Purgatorio mi sarà il letto, e il mio capezzale andrà bagnato di lagrime.

E macererò il mio corpo piuttosto che precipitar nell’inferno.

Abbi pietà, abbi pietà di me, o Signoret Deh! non lasciar deserta l’opera tua, o mio liberatore ed ultima mia speranza!

III.

Miserere, o Signore, de’ miei dolori. Ahi! troppo, troppo mi ravvoltolai ed imputridii nel fango di tante colpe.

Meschino me! e che altro ora m’avanza? il tempo mi trascorse inutilmente, e la vita non mandò spesa che in vani pensamenti.

Mi sta dinanzi agli occhi la morte e il sepolcro, mia ultima stanza; odo lo stridore e i gemiti dell’inferno.

E sino a quando il giorno d’oggi mi verrà meno nell’aspettare il domani? e quando sarà che mi risolva di ritornare a te?

Rabbonaccia tu i flutti e le procelle dell’anima; irraggia, del tuo lume il cuor mio e metti fine ai miei travagli.

Tu che m’avevi dato intelletto a ben conoscere il bene, così ravviva la mia volontà che muovasi ad operare, acciocchè io non sia confuso fra’ rimproveri del malusato tuo benefizio.

Toglimi al servaggio del tuo nemico e vietagli d’insultare all’opera delle tue mani; perchè altri non ho che m’ aiuti.

Deh tu mi libera dagli eterni supplizii, e gli affanni che ognidì mi travagliano valgano in parte a sconto de’ falli miei.

Su quanto mi resta di vita, su queste mie membra s’eserciti il rigore di tua giustizia, anzi che giunga il tempo della distretta.

Riconducimi nelle tue vie prima che il sole tramonti; perchè già calano l’ombre, e la notte è amica ai ladroni.

Se, sordo alle tue chiamate, io non rispondo, e tu usami forza; fa di me quanto vuoi, purchè io non perisca.

Riguarda a me, o Signore, abbi misericordia di me, soccorri alla mia guerra; perchè tutte le mie miserie solo a te son conosciute.

IV.

A me piace, o Signore, il ricordare i tuoi benefizii, affinchè io me he confonda dinanzi agli occhi miei stessi e me ne salga il rossore nelle guance.

Perchè così forse m’avrai compassione, se io non mi mostri affatto dimentico dei doni onde mi arricchisti tu, ottimo largitore.

Tu, non bisognoso di nulla, hai creato per me il cielo e le stelle e l’alternarsi delle stagioni.

Facesti splendere il sole e la luna, e distribuivi i giorni e le notti, separando la luce dalle tenebre.

Circondasti colle acque la terra; i fonti ed i mari, le valli e le pianure, i monti, i laghi, ed i fiumi sono opera delle tue mani.

E gettando in grembo al suolo diversità di sementi, ne adornasti ogni parte di bellezza molteplice.

Vestivi i campi di verdeggianti erbe, fregiavi i colli di fiori e le selve di frondosi rami.

A temperare l’ardore delle membra affaticate, apprestavi all’uomo le ombre degli alberi e recèssi amenissimi al suo riposo.

E a dissetarlo sgorgarono limpide fonti, e ad acquetarne la fame maturarono frutta d’ogni guisa, nè gli vennero meno alimenti copiosi.

Chi novererà i multiformi animanti con cui popolasti le terre, riempisti i mari e gli spazii circonfusi dell’aere?

E tanto l’amasti quest’uomo che non solo gli sommettevi ogni qosa , ma sì provedesti alla varietà de’ suoi piaceri.

Nè io ebbi da te meno degli altri; che anzi mi beneficasti con doni affatto particolari.

Ed abbellisti il corpo umano sopra quello d’ogni altra creatura, e con magistero stupendo ne disponevi le membra.

Gli atteggiasti il volto a serenità maestosa, ed infondevi in lui un’anima capace di sollevarsi a te e di contemplare le celesti essenze.

E da te ebbe potenza a inventare arti innumerevoli da rendersi la vita gioconda; da te solo gli venne la speranza dell’eterna vita.

E mostrandogli per che via gli convenisse movere i passi, si vide schiuse dinanzi le porte de’ tuoi tabernacoli; non senza che gli sonasse in cuore la tua parola che lo avvertiva a guardarsi da’ pericoli, a tenersi discosto dal male,

E m’assegnavi una guida ed un compagno che non si spiccasse mai dal mio fianco, mentre tu dall’ alto de’ cieli contemplavi tutti i miei passi, vedevi tutti gli errori.

Se caddi, la tua destra accorse a sorreggermi; se tentennai, m’afforzasti; errante mi rimettevi in cammino, atterrato mi rialzavi, morto mi spiravi la vita.

Quante volte non avesti pietà de’ miei mali! e pure non della tua misericordia, sì era degno del tuo abborrimento.

E con tanti demeriti, pur volesti, per tua mercè, arricchire con sì alti e singolari favori un indegno.

Oh quanto male te ne ho io retribuito! Ma non per questo vorrai negarmi un’altra volta la tua misericordia. Deh! soccorrimi, perchè senza te mi vien meno la vita.

E non ricordarti più le mie ingratitudini,  ma salva quest’anima che in nessun altro, se non in te solo, confida.

V.

Dolorando mi passan le notti, con gli infiniti terrori che non mi consentono riposo; la coscienza co’ suoi rimorsi mi fuga il sonno dagl’occhi; ed oh a qual pessimo termine sono condotto!

E mentre dormo, varie illusioni mi turbano e, ben lungi che riposo, mi danno solo travaglio.

Disperdi, o Signore, l’infausto augurio e mi soccorri; perchè questo mi è indizio di morte non guari lontana.

I giorni mi trascorsero nell’amarezza, immortali cure mi logorarono l’animo, lo spirito combattuto non ebbe mai tregua.

Affranta è la persona, che dal peso va curva e contro sua voglia riguarda a terra.

Non trovo pace, da dentro, non fuori; perchè, ovunque io mi volga, incontro interiori nemici che non restano dal maltrattarmi.

E fu eziandio aperto il varco ad assalitori stranieri e superata la guardia delle mura.

Ed io sonnolento ed improvido venni oppresso di mezzo le tenebre della notte.

M’abbandonò ogni speranza, nè d’altronde aspetto aiuto che dalla tua misericordia, in cui confido.

Affrettati al mio soccorso, m’ aiuta tu, o pietoso Signore.

VI.

I nemici miei m’hanno posto d’intorno l’assedio, con armi diverse da ogni parte mi stringono.

Ond’io istupidii e tremai quando l'orror della morte terribilmente mi stette sul capo.

Nè riguardai all’oriente, nè aspettai l’aiuto donde dovea venirmi, nè ho sperato come si conveniva.

Perciò il sostegno al quale mi era appoggiato mancò d’improviso, e caddi boccone a terra.

Conobbi allora a che debole braccio io mi fossi affidato; e gente ribalda accorse ad insultare al caduto.

E spogliatomi delle agiatezze ch’io m’era procacciate da lontane parti, mi piagarono sì ch’io verso sangue e tabe dalle aperte piaghe.

E così malconcio, semivive e nudo, fui abbandonato nel deserto.

Mi trafissero mani e petto, ma più che in ogni altro membro infellonirono sopra il mio cuore.

E fu questa la piaga che imputridì più d’ogni altra, questa che mette in forse la mia vita; nè valgo a guarirne, ove la tua mano non accorra tosto a porgermi aiuto.

E tu, Salvator mio, vivi immortale; tu, che, vedendo dall’alto sì fiero strazio, tacesti senza vietarlo perchè io lo meritava.

Forse che tu m’usi compassione e non vegli che io arrivi agli ultimi termini; perchè tu solo puoi impor legge alla morte.

Deh allontana da me coloro che stanno per uccidermi! e tu, nel quale ho riposta tutta la mia speranza, mi salverai dalle mani degli empi.

VII.

Ed io quando caddi credeva, di starmene ancora in piedi: ahimè! che troppo duramente fui battuto a terra.

Allorchè ripenso a che son ridotto, inorridisco e tremo tutto.

Io confidava nelle mie forze e di me riprometterami grandi cose.

E mi giocondava ne’ beati miei sogni: ed ora me ne risveglio piangendo.

Nei pericoli vissi securo, di mezzo alle sventure mi serbai lieto, feci stima d’aver trovato porto fra le procelle.

E mentre gli occhi miravano per attraverso la nebbia, seguii fallaci, torti sentieri, che m’allettavano colla lor falsa dolcezza.

Però non t’è ignoto, o Signore, come tu fossi sempre il mio ultimo fine; ma, stimando di venire a te, dietro la scorta de’ fallaci miei sensi smarritomi per viottoli che non hanno uscita, tornai indietro!

E conosco adesso d’esser circondato per ogni dove d’agguati e mi dolgo del mio lungo errare, senza che possa arrestarmi al luogo del mio riposo.

Divenni odioso a me stesso, tutto che opero mi torna a noia; mi è fatta violenza, nè trovo modo a liberarmene.

L’antica usanza taglia le ali ai propositi nuovi; se il meglio m’alletta, finisco poi coll’appigliarmi al mio peggio.

Vero è che non senza, tedio tornai al vomito e spesso vi ritornai; onde irato contro me stesso diceva: E quando mai porrò fine al mio folleggiare?

Ben so che cagione di mia rovina fu la tracotanza dell’animo; e meritata pena me ne toccò, perchè, essendo un nulla, levai in superbia la fronte.

Or sì che conosco non dover l’uomo riporre la sua fiducia in altri che in Dio. Deh! se io veggo poco, prego che maggior lume mi schiari.

Ammorza in me, o Signore, lo spirito di presunzione; e concedimi sensi d’umiltà, che tanto ti sono accetti.

Perchè mentendo a me stesso io non abbia a inorgoglire da stolto, ma si perseveri nel tuo santo amore.

Io sono fango ed ombra lieve e forno in balia de’ venti; e giova che tate mi confessi.

Oh che sempre tu possa ravvisare in me questi sensi, e, perseverando in essi salutarmente, io trovi un ricovero sotto le ali del tuo perdono!

Io non potrò che cadere, se me no dilunghi, e porgere occasione di beffe a’ miei nemici.

Esperto della passata mia debolezza, vivo in continuo timore; perché altra volta giacqui oppresso sotto tanta sciagura.

E non seppi ancora rialzarmene; tanto grande è il peso delle mie indicibili miserie.

Ahi da quanto tempo m’ avvòlgo sozzamente nel fango e sto confitto nel lezzo delle mie concupiscenze!

O Cristo Gesù; ritraggimi da tanti mali e misericordiosamente mi aiuta, affinchè non perisca in eterno.

 

Nota

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[1] Ci parve di far cosa buona nel dar tradotti questi salmi del Petrarca, dai quali altresì vien dimostrata la pietà religiosa dell’animo suo.

Progetto Petrarca

edizione

latina

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 23 novembre 2007