FRANCESCO PETRARCA

Canzoniere

[codice Vaticano 3195]

Edizione di riferimento

Francesco Petrarca, Canzoniere, Trionfi, Rime varie, a cura di Carlo Muscetta e Daniele Ponchiroli, ed. Einaudi, 1958

RERUM VULGARIUM FRAGMENTA

codice Vaticano 3195

In morte di Madonna Laura

CCCXXXVI

Tornami a mente, anzi v’è dentro, quella

Tornami a mente, anzi v’è dentro, quella

ch’indi per Lete esser non pò sbandita,

qual io la vidi in su l’età fiorita,

tutta accesa de’ raggi di sua stella.                                        4

Sì nel mio primo soccorso onesta e bella,

veggiola, in sé raccolta, e sì romita,

ch’i’ grido: — Ell’è ben dessa; ancór è in vita —

e ’n don le cheggio sua dolce favella.                                     8

Talor risponde, e talor non fa motto.

I’ come uom ch’erra, e poi più dritto estima,

dico a la mente mia: — Tu se’ ’ngannata:                             11

sai che ’n mille trecento quarantotto,

il dì sesto d’aprile, in l’ora prima,

del corpo uscìo quell’anima beata. —                                   14

CCCXXXVII

Quel che d’odore e di color vincea

Quel che d’odore e di color vincea

l’odorifero e lucido oriente,

frutti, fiori, erbe e frondi, onde ’l ponente

d’ogni rara eccellenzia il pregio avea,                                   4

dolce mio lauro, ove abitar solea

ogni bellezza, ogni vertute ardente,

vedeva a la sua ombra onestamente

il mio signor sedersi e la mia dea.                                          8

Ancor io il nido di penseri eletti

posi in quell’alma pianta; e ’n foco e ’n gielo

tremando, ardendo, assai felice fui.                                       11

Pieno era il mondo de’ suoi onor perfetti,

allor che Dio, per adorarne il cielo,

la si ritolse; e cosa era da lui.                                                  14

CCCXXXVIII

Lasciato hai, Morte, senza sole il mondo

Lasciato hai, Morte, senza sole il mondo

oscuro e freddo, Amor cieco et inerme,

leggiadria ignuda, le bellezze inferme,

me sconsolato, et a me grave pondo,                                     4

cortesia in bando et onestate in fondo:

dogliom’io sol, né sol ho da dolerme;

ché svelt’hai di vertute il chiaro germe:

spento il primo valor, qual fia ’l secondo?                             8

Pianger l’aere e la terra e ’l mar devrebbe

l’uman legnaggio, che senz’ella è quasi

senza fior prato, o senza gemma anello.                               11

Non la conobbe il mondo mentre l’ebbe;

conobbil’io, ch’a pianger qui rimasi,

e ’l ciel, che del mio pianto or si fa bello.                               14

CCCXXXIX

Conobbi, quanto il ciel li occhi m’aperse,

Conobbi, quanto il ciel li occhi m’aperse,

quanto studio et Amor m’alzaron l’ali,

cose nove e leggiadre, ma mortali,

che ’n un soggetto ogni stella cosperse.                               4

L’altre tante sì strane e sì diverse

forme altère, celesti et immortali,

perché non furo a l’intelletto eguali,

la mia debile vista non sofferse.                                             8

Onde quant’io di lei parlai né scrissi,

ch’or per lodi anzi a Dio preghi mi rende,

fu breve stilla d’infiniti abissi:                                               11

ché stilo oltra l’ingegno non si stende;

e per aver uom li occhi nel sol fissi,

tanto si vede men quanto più splende.                                  14

CCCXL

Dolce mio caro e prezioso pegno

Dolce mio caro e prezioso pegno,

che natura mi tolse, e ’l ciel mi guarda,

deh, come è tua pietà, vèr me sì tarda,

o usato di mia vita sostegno?                                               4

Già suo’ tu far il mio sonno almen degno

de la tua vista, et or sostien ch’i’ arda

senz’alcun refrigerio: e chi ’l retarda?

Pur lassù non alberga ira né sdegno;                                    8

onde quà giuso un ben pietoso core

talor si pasce delli altrui tormenti,

sì ch’elli è vinto nel suo regno Amore.                                  11

Tu che dentro mi vedi, e ’l mio mal senti,

e sola puoi finir tanto dolore,

con la tua ombra acqueta i miei lamenti.                              14

CCCXLI

Deh, qual pietà, qual angel fu sì presto

Deh, qual pietà, qual angel fu sì presto,

a portar sopra ’l cielo il mio cordoglio?

ch’ancor sento tornar pur come soglio

madonna in quel suo atto dolce onesto,                                4

ad acquetar il cor misero e mesto,

piena sì d’umiltà, vòta d’orgoglio,

e ’n somma tal ch’a morte i’ mi ritoglio,

e vivo, e ’l viver più non m’è molesto.                                    8

Beata s’è, che pò beare altrui

co la sua vista, o ver co le parole

intellette da noi soli ambedui.                                                11

— Fedel mio caro, assai di te mi dole;

ma pur per nostro ben dura ti fui —

dice, e cos’altre d’arrestare il sole.                                          14

CCCXLII

Del cibo onde ’l signor mio sempre abonda

Del cibo onde ’l signor mio sempre abonda,

lagrime e doglia, il cor lasso nudrisco;

e spesso tremo e spesso impallidisco,

pensando a la sua piaga aspra e profonda.                           4

Ma chi né prima simil, né seconda

ebbe al suo tempo, al letto in ch’io languisco,

vien tal ch’a pena a rimirar l’ardisco,

e pietosa s’asside in su la sponda.                                          8

Con quella man che tanto desiai,

m’asciuga li occhi, e col suo dir m’apporta

dolcezza ch’uom mortal non sentì mai.                                11

— Che val — dice — a saver, chi si sconforta?

Non pianger più; non m’hai tu pianto assai?

Ch’or fostù vivo, com’io son morta! —                                  14

CCCXLIII

Ripensando a quel, ch’oggi il cielo onora

Ripensando a quel, ch’oggi il cielo onora,

soave sguardo, al chinar l’aurea testa,

al vólto, a quella angelica modesta

voce, che m’adolciva, et or m’accora,                                    4

gran meraviglia ho com’io viva ancóra;

né vivrei già, se chi tra bella e onesta

qual fu più lasciò in dubbio, non sì presta

fusse al mio scampo, là verso l’aurora.                                  8

O dolci accoglienze, e caste, e pie!

e come intentamente ascolta, e nota

la lunga istoria de le pene mie!                                               11

Poi che ’l dì chiaro par che la percota

tornasi al ciel, ché sa tutte le vie,

umida li occhi e l’una e l’altra gota.                                       14

CCCXLIV

Fu forse un tempo dolce cosa amore

Fu forse un tempo dolce cosa amore,

non per ch’i’ sappia il quando; or è sì amara

che nulla più. Ben sa ’l ver chi l’impara

com’ho fatt’io con mio grave dolore.                                     4

Quella che fu del secol nostro onore,

or è del ciel che tutto orna e rischiara,

fe’ mia requie a’ suoi giorni e breve e rara;

or m’ha d’ogni riposo tratto fòre.                                           8

Ogni mio ben crudel Morte m’ha tolto;

né gran prosperità il mio stato adverso

pò consolar di quel bel spirto sciolto.                                     11

Piansi e cantai; non so più mutar verso;

ma dì e notte il duol ne l’alma accolto,

per la lingua e per li occhi sfogo e verso.                               14

CCCXLV

Spinse amor e dolor ove ir non debbe

Spinse amor e dolor ove ir non debbe,

la mia lingua aviata a lamentarsi,

a dir di lei per ch’io cantai et arsi,

quel che, se fusse ver, torto sarebbe;                                      4

ch’assai ’l mio stato rio quetar devrebbe

quella beata, e ’l cor racconsolarsi

vedendo tanto lei domesticarsi

con colui che, vivendo, in cor sempre ebbe.                          8

E ben m’acqueto, e me stesso consolo;

né vorrei rivederla in questo inferno,

anzi voglio morire, e viver solo:                                            

ché più bella che mai con l’occhio interno

con li angeli la veggio alzata a volo,

a’ pie’ del suo e mio signore eterno.                                       14

CCCXLVI

Li angeli eletti, e l’anime beate

Li angeli eletti, e l’anime beate,

cittadine del cielo, il primo giorno

che madonna passò, le fur intorno,

piene di meraviglia e di pietate.                                             4

— Che luce è questa, e qual nova beltate? —

— dicean tra lor — perch’abito sì adorno

dal mondo errante a quest’alto soggiorno

non salì mai in tutta questa etate. —                                     8

Ella, contenta aver cangiato albergo,

si paragona pur co i più perfetti;

e parte ad or ad or si volge a tergo,                                       11

mirando s’io la seguo, e par ch’aspetti:

ond’io voglie e pensier tutti al ciel ergo,

perch’i’ l’odo pregar pur ch’i’ m’affretti.                               14

CCCXLVII

Donna, che lieta col principio nostro

Donna, che lieta col principio nostro,

ti stai, come tua vita alma rechede,

assisa in alta e gloriosa sede,

e d’altro ornata che di perle e d’ostro,                                   4

o delle donne altèro e raro mostro,

or nel vólto di lui che tutto vede,

vedi ’l mio amore, e quella pura fede,

per ch’io tante versai lagrime e ’nchiostro,                            8

e senti che vèr te ’l mio core in terra

tal fu qual ora è in cielo, e mai non volsi

altro da te che ’l sol de li occhi tuoi:                                       11

dunque per amendar la lunga guerra,

per cui dal mondo a te sola mi volsi,

prega ch’i’ venga tosto a star con voi.                                   14

CCCXLVIII

Da’ più belli occhi e dal più chiaro viso

Da’ più belli occhi e dal più chiaro viso

che mai splendesse, e da’ più bei capelli,

che facean l’oro e ’l sol parer men belli,

dal più dolce parlare, e dolce riso,                                          4

da le man, da le braccia che conquiso,

senza moversi, avrian quai più rebelli

fûr d’Amor mai, dai più bei piedi snelli,

da la persona fatta in paradiso,                                              8

prendean vita i miei spirti: or n’ha diletto

il re celeste, i suoi alati corrieri;

et io son qui rimaso ignudo e cieco.                                       11

Sol un conforto a le mie pene aspetto,

ch’ella, che vede tutt’i miei penseri,

m’impetre grazia ch’i’ possa esser seco.                                14

CCCXLIX

E’ mi par d’or in ora udire il messo

E’ mi par d’or in ora udire il messo

che madonna mi mande a sé chiamando:

così dentro e di fòr mi vo cangiando,

e sono in molt’anni sì dimesso,                                               4

ch’a pena riconosco omai me stesso!

Tutto ’l viver usato ho messo in bando:

sarei contento di sapere il quando,

ma pur devrebbe il tempo esser da presso.                           8

O felice quel dì, che, del terreno

carcere uscendo, lasci rotta e sparta

questa mia grave e frale e mortal gonna,                              11

e da sì folte tenebre mi parta,

volando tanto su nel bel sereno,

ch’i’ veggia, il mio Signore, e la mia donna.                         14

CCCL

Questo nostro caduco e fragil bene

Questo nostro caduco e fragil bene,

ch’è vento et ombra, et ha nome beltate,

non fu già mai se non in questa etate

tutto in un corpo; e ciò fu per mie pene.                                4

Ché natura non vòl, né si convene,

per far ricco un, por li altri in povertate:

or versò in una ogni sua largitate;

perdonimi qual è bella, o si tène.                                           8

Non fu simil bellezza antica o nova,

né sarà, credo; ma fu sì coverta,

ch’a pena se n’accorse il mondo errante.                               11

Tosto disparve; onde ’l cangiar mi giova

la poca vista a me dal ciel offerta

sol per piacer a le sue luci sante.                                            14

CCCLI

Dolci durezze, e placide repulse

Dolci durezze, e placide repulse,

piene di casto amore, e di pietate,

leggiadri sdegni, che le mie infiammate

voglie tempraro, or me n’accorgo, e ’nsulse;                         4

gentil parlar, in cui chiaro refulse,

con somma cortesia, somma onestate,

fior di vertù, fontana di beltate,

ch’ogni basso pensèr del cor m’avulse;                                  8

divino sguardo da far l’uomo felice,

or fiero in affrenar la mente ardita,

a quel che giustamente si disdice,                                          11

or presto a confortar mia frale vita,

questo bel variar fu la radice

di mia salute, ch’altramente era ita.                                      14

CCCLII

Spirto felice, che sì dolcemente

Spirto felice, che sì dolcemente

volgei quelli occhi, più chiari che ’l sole,

e formavi i sospiri, e le parole,

vive ch’ancor mi sonan ne la mente,                                     4

già ti vid’io, d’onesto foco ardente,

mover i pie’ fra l’erbe e le viole,

non come donna, ma com’angel sòle,

di quella ch’or m’è più che mai presente;                              8

la qual tu poi, tornando al tuo fattore,

lasciasti in terra, e quel soave velo,

che per alto destin ti venne in sorte.                                       11

Nel tuo partir, partì nel mondo Amore

e Cortesia, e ’l Sol cadde dal cielo,

e dolce incominciò a farsi la Morte.                                       14

CCCLIII

Vago augelletto, che cantando vai,

Vago augelletto, che cantando vai,

o ver piangendo, il tuo tempo passato,

vedendoti la notte e ’l verno a lato,

e ’l dì dopo le spalle, e i mesi gai,                                           4

se come i tuoi gravosi affanni sai,

così sapessi il mio simìle stato,

verresti in grembo a questo sconsolato,

a partir seco i dolorosi guai.                                                   8

I’ non so se le parti sarian pari,

ché quella cui tu piangi, è forse in vita,

di ch’a me morte, e ’l ciel, son tanto avari;                            11

ma la stagione, e l’ora men gradita,

col membrar de’ dolci anni e de li amari,

a parlar teco con pietà m’invita.                                            14

CCCLIV

Deh, porgi mano a l’affannato ingegno

Deh, porgi mano a l’affannato ingegno,

Amor, e a lo stile stanco e frale,

per dir di quella ch’è fatta immortale,

e cittadina del celeste regno;                                                   4

dammi signor, che ’l mio dir giunga al segno

de le sue lode, ove per sé non sale,

se vertù, se beltà non ebbe eguale

il mondo, che d’aver lei non fu degno.                                  8

Responde: — Quanto ’l ciel et io possiamo,

e i buon consigli, e ’l conversar onesto,

tutto fu in lei, di che noi morte ha privi;                                11

forma par non fu mai dal dì ch’Adamo

aperse li occhi in prima; e basti or questo:

piangendo il dico; e tu piangendo scrivi. —                          14

CCCLV

O tempo, o ciel volubil, che fuggendo

O tempo, o ciel volubil, che fuggendo

inganni i ciechi e miseri mortali,

o dì veloci, più che vento e strali,

ora ab experto vostre frodi intendo;                                       4

ma scuso voi, e me stesso riprendo,

ché Natura a volar v’aperse l’ali,

a me diede occhi, et io pur ne’ miei mali

li tenni, onde vergogna e dolor prendo.                                8

E sarebbe ora, et è passata omai,

di rivoltarli, in più secura parte,

e poner fine a l’infiniti guai;                                                   11

né dal tuo giogo, Amor, l’alma si parte,

ma dal suo mal; con che studio tu ’l sai;

non a caso è vertute, anzi è bell’arte.                                     14

CCCLVI

L’aura mia sacra al mio stanco riposo

L’aura mia sacra al mio stamco riposo

spira sì spesso, ch’i’ prendo ardimento

di dirle il mal ch’i’ ho sentito, e sento,

che, vincendo ella, non sarei stat’oso.                                    4

I’ incomincio da quel guardo amoroso,

che fu principio a sì lungo tormento,

poi seguo come misero e contento,

di dì in dì, d’ora in ora, Amor m’ha róso.                              8

Ella si tace, e di pietà depinta,

fiso mira pur me; parte sospira,

e di lagrime oneste il viso adorna.                                          11

Onde l’anima mia dal dolor vinta,

mentre piangendo allor seco s’adira,

sciolta dal sonno a se stesso ritorna.                                       14

CCCLVII

Ogni giorno mi par più di mill’anni

Ogni giorno mi par più di mill’anni

ch’i’ segua la mia fida e cara duce,

che mi condusse al mondo, or mi conduce,

per miglior via, a vita senza affanni;                                     4

e non mi posson ritener l’inganni

del mondo, ch’i’ ’l conosco; e tanta luce

dentro al mio core in fin del ciel traluce

ch’i’ ’ncomincio a contar ’l tempo, e i danni.                        8

Né minaccie temer debbo di morte,

che ’l re sofferse con più grave pena

per farme a seguitar constante e forte;                                  11

et or novellamente in ogni vena

intrò di lei che m’era data in sorte,

e non turbò la sua fronte serena.                                            14

CCCLVIII

Non pò far morte il dolce viso amaro

Non pò far morte il dolce viso amaro,

ma ’l dolce viso dolce pò far la Morte.

Che bisogn’ a morir ben altre scorte?

Quella mi scorge ond’ogni ben imparo.                                4

E quei che del suo sangue non fu avaro,

che col pe’ ruppe le tartaree porte,

col suo morir par che mi riconforte.

Dunque vien, Morte; il tuo venir m’è caro.                           8

E non tardar, ch’egli è ben tempo omai;

e se non fusse, e’ fu ’l tempo in quel punto

che madonna passò di questa vita.                                        11

D’allor innanzi un dì non vissi mai:

seco fui in via, e seco al fin son giunto,

e mia giornata ho co’ suoi pie’ fornita.                                  14

CCCLIX

Quando il soave mio fido conforto

Quando il soave mio fido conforto,

per dar riposo a la mia vita stanca,

ponsi del letto in su la sponda manca,

con quel suo dolce ragionare accorto,

tutto di pièta e di paura smorto,                                            5

dico: — Onde vien tu ora, o felice alma? —

Un ramoscel di palma

et un di lauro trae del suo bel seno,

e dice: — Dal sereno

ciel empireo, e di quelle sante parti,                                       10

mi mossi, e vengo sol per consolarti. —

In atto et in parole la ringrazio

umilemente, e poi demando: — Or donde

sai tu il mio stato? — Et ella: — Le triste onde

del pianto, di che mai tu non se’ sazio,                                  15

coll’aura de’ sospir, per tanto spazio,

passano al cielo, e turban la mia pace.

Sì forte ti dispiace

che di questa miseria sia partita,

e giunta a miglior vita?                                                           20

che piacer ti devria, se tu m’amasti

quanto in sembianti e ne’ tuoi dir mostrasti. —

Rispondo: — Io non piango altro che me stesso

che son rimasto in tenebre e ’n martìre,

certo sempre del tuo al ciel salire                                           25

come di cosa ch’uom vede da presso.

Come Dio e Natura avrebben messo

in un cor giovenil tanta vertute,

se l’eterna salute

non fusse destinata al tuo ben fare?                                       30

O de l’anime rare,

ch’altamente vivesti qui tra noi,

e che subito al ciel volasti poi!

Ma io che debbo altro che pianger sempre,

misero, e sol, che senza te son nulla?                                     35

Ch’or fuss’io spento al latte et a la culla,

per non provar de l’amorose tempre! —

Et ella: — A che pur piangi, e ti distempre?

Quanto era meglio alzar da terra l’ali,

e le cose mortali,                                                                      40

e queste dolci tue fallaci ciance,

librar con giusta lance,

e seguir me, s’è ver che tanto m’ami,

cogliendo, omai, qualcun di questi rami! —

— I’ volea demandar — respond’io allora —                45

che voglion importar quelle due frondi? —

Et ella: — Tu medesmo ti rispondi,

tu la cui penna tanto l’una onora:

palma è vittoria, et io, giovene ancóra,

vinsi il mondo, e me stessa; il lauro segna                             50

triumfo, ond’io son degna,

mercé di quel Signor, che mi die’ forza.

Or tu, s’altri ti sforza,

a lui ti volgi, a lui chiedi soccorso;

sì che siam seco al fine del tuo corso. —                                55

— Son questi i capei biondi, e l’aureo nodo,

— dich’io  — ch’ancor mi stringe, e quei belli occhi

che fur mio sol? — Non errar con li sciocchi,

né parlar — dice — o creder a lor modo.

Spirito ignudo sono, e ’n ciel mi godo:                                  60

quel che tu cerchi è terra, già molt’anni;

ma per trarti d’affanni,

m’è dato a parer tale; et ancor quella

sarò, più che mai bella,

a te più cara, sì selvaggia e pia,                                              65

salvando inseme tua salute, e mia. —

I’ piango; et ella il vólto

co le sue man m’asciuga; e poi sospira

dolcemente; e s’adira

con parole che i sassi romper ponno:                                     70

e dopo questo, si parte ella, e ’l sonno.

CCCLX

Quel antiquo mio dolce signore

Quel antiquo mio dolce signore

fatto citar dinanzi a la reina

che la parte divina

tien di nostra natura e ’n cima sede,

ivi, com’oro che nel foco affina,                                             5

mi rappresento carco di dolore,

di paura e d’orrore,

quasi uom che teme morte e ragion chiede;

e ’ncomincio: — Madonna, il manco piede

giovenetto pos’io nel costui regno;                                         10

ond’altro ch’ira e sdegno

non ebbi mai; e tanti e sì diversi

tormenti i’ vi soffersi,

ch’al fine vinta fu quell’infinita

mia pazienza, e ’n odio ebbi la vita.                                      15

Così ’l mio tempo in fin qui trapassato

è in fiamma e ’n pene; e quante utili oneste

vie sprezzai, quante feste,

per servir questo lusinghier crudele!

E qual ingegno ha sì parole preste                                         20

che stringer possa ’l mio infelice stato,

e le mie d’esto ingrato

tanto e sì gravi e sì giuste querele?

O poco mèl, molto aloè con fele!

In quanto amaro ha la mia vita avezza,                               25

con sua falsa dolcezza,

la qual m’atrasse a l’amorosa schiera!

Che s’i’ non m’inganno, era

disposto a sollevarmi alto da terra:

e’ mi tolse di pace e pose in guerra.                                       30

Questi m’ha fatto men amare Dio

ch’i’ non deveva, e men curar me stesso:

per una donna ho messo

egualmente in non cale ogni pensero.

Di ciò m’è stato consiglier sol esso,                                        35

sempr’aguzzando il giovenil desio

a l’empia cote, ond’io

sperai riposo al suo giogo aspro e fero.

Misero! a che quel chiaro ingegno altèro,

e l’altre doti a me date dal cielo?                                            40

Ché vo cangiando ’l pelo,

né cangiar posso l’ostinata voglia:

così in tutto mi spoglia

di libertà questo crudel ch’i’ accuso,

ch’amaro viver m’ha vòlto in dolce uso.                                45

Cercar m’ha fatto deserti paesi,

fiere e ladri rapaci, ispidi dumi,

dure genti e costumi,

et ogni error che ’ pellegrini intrica,

monti, valli, paludi, e mari, e fiumi,                                      50

mille lacciuoli in ogni parte tesi,

e ’l verno in strani mesi,

con pericol presente e con fatica:

né costui né quell’altra mia nemica,

ch’i’ fuggìa, mi lasciavan sol un punto.                                 55

Onde, s’i’ non son giunto

anzi tempo da morte acerba e dura,

pietà celeste ha cura

di mia salute, non questo tiranno,

che del mio duol si pasce e del mio danno.                           60

Poi che suo fui, non ebbi ora tranquilla,

né spero aver; e le mie notti il sonno

sbandiro, e più non ponno

per erbe o per incanti a sé ritrarlo.

Per inganni e per forza è fatto donno                                    65

sovra miei spirti: e no sonò più squilla,

ov’io sia in qualche villa,

ch’i’ non l’udisse. Ei sa che ’l vero parlo;

che legno vecchio mai non róse tarlo

come questi ’l mio core, in che s’annida,                               70

e di morte lo sfida.

Quinci nascon le lagrime e i martìri,

le parole e i sospiri,

di ch’io mi vo stancando, e forse altrui.

Giudica tu, che me conosci, e lui. —                                      75

Il mio adversario, con aspre rampogne,

comincia: — O donna, intendi l’altra parte,

ché ’l vero, onde si parte

quest’ingrato, dirà senza defetto.

Questi in sua prima età fu dato a l’arte                                 80

da vender parolette, anzi menzogne:

né par che si vergogne,

tolto da quella noia al mio diletto,

lamentarsi di me, che puro e netto,

contr’al desio, che spesso il suo mal vòle,                              85

lui tenni, ond’or si dole,

in dolce vita, ch’ei miseria chiama,

salito in qualche fama

solo per me, che ’l suo intelletto alzai,

ov’alzato per sé non fora mai.                                                90

Ei sa che ’l grande Atride e l’alto Achille,

et Anibàl al terren vostro amaro,

e di tutti il più chiaro

un altro e di vertute e di fortuna,

com’a ciascun le sue stelle ordinaro,                                      95

lasciai cader in vil amor d’ancille:

et a costui di mille

donne elette, eccellenti n’elessi una,

qual non si vedrà mai sotto la Luna,

ben che Lucrezia ritornasse a Roma;                                     100

e sì dolce idioma

le diedi, et un cantar tanto soave,

che pensèr basso o grave

non potè mai durar dinanzi a lei.

Questi fur con costui l’inganni mei.                                       105

Questo fu il fèl, questi li sdegni e l’ire,

più dolci assai che di null’altra il tutto.

Di bon seme mal frutto

mieto; e tal merito ha chi ’ngrato serve.

Sì l’avea sotto l’ali mie condutto,                                           110

ch’a donne e cavalier piacea il suo dire;

e sì alto salire

il feci, che tra’ caldi ingegni ferve

il suo nome, e de’ suoi detti conserve

si fanno con diletto in alcun loco;                                           115

ch’or saria forse un roco

mormorador di corti, un uom del vulgo:

i’ l’esalto e divulgo,

per quel ch’elli ’mparò ne la mia scola,

e da colei che fu nel mondo sola.                                           120

E per dir a l’estremo il gran servigio,

da mille atti inonesti l’ho ritratto;

ché mai per alcun patto

a lui piacer non poteo cosa vile:

giovene schivo e vergognoso in atto,                                     125

et in pensèr, poi che fatto era uom ligio

di lei, ch’alto vestigio

li ’mpresse al core, e fecel suo simìle.

Quanto ha del pellegrino e del gentile,

da lei tène, e da me, di cui si biasma.                                    130

Mai notturno fantasma

d’error non fu sì pien, com’ei vèr’ noi;

ch’è in grazia, da poi

che ne conobbe, a Dio et a la gente:

di ciò il superbo si lamenta, e pente.                                      135

Ancor (e questo è quel che tutto avanza)

da volar sopra ’l ciel li avea dat’ali

per le cose mortali,

che son scala al fattor, chi ben l’estima;

ché mirando ei ben fiso quante e quali                                  140

eran vertuti in quella sua speranza,

d’una in altra sembianza,

potea levarsi a l’alta cagion prima:

et ei l’ha detto alcuna volta in rima.

Or m’ha posto in oblio con quella donna                              145

ch’i’ li die’ per colonna

de la sua frale vita. — A questo un strido

lagrimoso alzo e grido:

— Ben me la die’, ma tosto la ritolse. —

Responde: — Io no, ma chi per sé la volse. —                      150

Al fin ambo conversi al giusto seggio,

i’ con tremanti, ei con voci alte e crude,

ciascun per sé conchiude:

— Nobile donna, tua sentenzia attendo. —

Ella allor sorridendo:                                                               155

— Piacemi aver vostre questioni udite;

ma più tempo bisogna a tanta lite. —

CCCLXI

Dicemi spesso il mio fidato speglio

Dicemi spesso il mio fidato speglio,

l’animo stanco, e la cangiata scorza,

e la scemata ma destrezza e forza:

— Nonti nasconder più; tu se’ pur veglio.                            4

Obedir a Natura in tutto è il meglio;

ch’a contender con lei il tempo ne sforza. —

Subito allor com’acqua ’l foco amorza,

d’un lungo e grave sonno mi risveglio:                                 8

e veggio ben che ’l nostro viver vola,

e ch’esser non si pò più d’una volta;

e ’n mezzo ’l cor mi sona una parola                                     11

di lei ch’è or dal suo bel nodo sciolta,

ma ne’ suoi giorni al mondo fu sì sola,

ch’a tutte, s’i’ non erro, fama ha tolta.                                   14

CCCLXII

Volo con l’ali de’ pensieri al cielo

Volo con l’ali de’ pensieri al cielo

sì spesse volte che quasi un di loro

esser mi par ch’han ivi il suo tesoro,

lasciando in terra lo squarciato velo.                                     4

Talor mi trema ’l cor d’un dolce gelo,

udendo lei, per ch’io mi discoloro,

dirmi: — Amico, or t’am’io, et or t’onoro,

perch’ha i costumi varïati, e ’l pelo. —                                  8

Menami al suo Signor: allor m’inchino,

pregando umilemente che consenta

ch’i’ stia a veder e l’uno e l’altro vólto.                                   11

Responde: — Egli è ben fermo il tuo destino;

e per tardar ancor vent’anni o trenta,

parrà a te troppo, e non fia però molto.                                14

CCCLXIII

Morte ha spento quel sol ch’abagliar suolmi

Morte ha spento quel sol ch’abagliar suolmi,

e ’n tenebre son li occhi interi e saldi;

terra è quella ond’io ebbi e freddi e caldi;

spenti son i miei lauri, or querce et olmi:                               4

di ch’io veggio ’l mio ben; e parte duolmi.

Non è chi faccia paventosi e baldi

i miei pensèr, né chi li agghiacci e scaldi,

né chi gli empia di speme, e di duol colmi.                           8

Fuor di man di colui che punge e molce,

che già fece di me sì lungo strazio,

mi trovo in libertate, amara e dolce:                                      11

et al Signor ch’i’ adoro e ch’i’ ringrazio,

che pur col ciglio il ciel governa e folce,

torno stanco di viver, non che sazio.                                      14

CCCLXIV

Tennemi Amor anni vent’uno ardendo

Tennemi Amor anni vent’uno ardendo,

lieto nel foco, e nel duol pien di speme;

poi che madonna e ’l mio cor seco inseme

saliro al ciel, dieci altri anni piangendo.                                4

Omai son stanco, e mia vita reprendo

di tanto error che di vertute il seme

ha quasi spento; e le mie parti estreme,

alto Dio, a te devotamente rendo,                                          8

pentito e tristo de’ miei sì spesi anni,

che spender si deveano in miglior uso,

in cercar pace et in fuggir affanni.                                         11

Signor, che ’n questo carcer m’hai rinchiuso,

trâmene salvo da li eterni danni;

ch’i’ conosco ’l mio fallo, e non lo scuso.                               14

CCCLXV

I’ vo piangendo i miei passati tempi

I’ vo piangendo i miei passati tempi

i quai posi in amar cosa mortale,

senza levarmi a volo, abbiend’io l’ale,

per dar forse di me non bassi essempî.                                  4

Tu che vedi i miei mali indegni et empî,

re del cielo invisibile immortale,

soccorri a l’alma disviata e frale,

e ’l suo defetto di tua grazia adempi;                                    8

sì che s’io vissi in guerra et in tempesta,

mora in pace et in porto; e se la stanza

fu vana, almen sia la partita onesta.                                      11

A quel poco di viver che m’avanza

et al morir degni esser tua man presta:

tu sai ben che ’n altrui non ho speranza.                              14

CCCLXVI

Vergine bella, che di sol vestita

Vergine bella, che di sol vestita,

coronata di stelle, al sommo sole

piacesti sì, che ’n te sua luce ascose,

amor mi spinge a dir di te parole;

ma non so ’ncominciar senza tu’ aita,                                   5

e di colui ch’amando in te si pose:

invoco lei che ben sempre rispose,

chi la chiamò con fede.

Vergine, s’a mercede

miseria estrema de l’umane cose                                           10

già mai ti volse, al mio prego t’inchina;

soccorri a la mia guerra,

ben ch’i’ sia terra,         e tu del ciel regina.

Vergine saggia, e del bel numero una

de le beate vergini prudenti,                                                   15

anzi la prima, e con più chiara lampa;

o saldo scudo de l’afflitte genti

contr’a’ colpi di Morte e di Fortuna,

sotto ’l qual si trïunfa, non pur scampa;

o refrigerio al cieco ardor ch’avampa,                                   20

qui fra i mortali sciocchi;

Vergine, que’ belli occhi,

che vider tristi la spietata stampa

ne’ dolci membri del tuo caro figlio,

volgi al mio dubio stato,                                                         25

che sconsigliato         a te vèn per consiglio.

Vergine pura, d’ogni parte intera,

del tuo parto gentil figliuola e madre,

ch’allumi questa vita, e l’altra adorni,

per te il tuo Figlio, e quel del sommo Padre,                         30

o fenestra del ciel lucente, altèra,

venne a salvarne in su li estremi giorni

e fra tutt’i terreni altri soggiorni

sola tu fosti eletta,

Vergine benedetta,                                                                  35

che ’l pianto d’Eva in allegrezza torni.

Fammi, ché puoi, de la sua grazia degno,

senza fine o beata,

già coronata         nel superno regno.

Vergine santa, d’ogni grazia piena,                               40

che per vera et altissima umiltate

salisti al ciel, onde miei prieghi ascolti,

tu partoristi il fonte di pietate,

e di giustizia il sol, che rasserena

il secol, pien d’errori, oscuri e folti:                                         45

tre dolci e cari nomi hai in te raccolti,

madre, figliuola, e sposa;

Vergine gloriosa,

donna del re che nostri lacci a sciolti,

e fatto ’l mondo libero e felice,                                               50

ne le cui sante piaghe,

prego ch’appaghe        il cor, vera beatrice.

Vergine sola al mondo, senza essempio,

che ’l ciel di tue bellezze innamorasti,

cui né prima fu simil, né seconda,                                         55

santi penseri, atti pietosi e casti

al vero Dio sacrato e vivo tempio

fecero in tua verginità feconda.

Per te pò la mia vita esser ioconda,

s’a’ tuoi preghi, o Maria,                                                        60

Vergine dolce e pia,

ove ’l fallo abondò la grazia abonda.

Con le ginocchia de la mente inchine,

prego che sia mia scorta,

e la mia tòrta         via drizzi a buon fine.                              65

Vergine chiara e stabile in eterno,

di questo tempestoso mare stella,

d’ogni fedel nocchier fidata guida,

pon mente in che terribile procella

i’ mi ritrovo sol, senza governo,                                             70

et ho già da vicin l’ultime strida.

Ma pur in te l’anima mia si fida,

peccatrice, i’ no ’l nego,

Vergine; ma ti prego

che ’l tuo nemico del mio mal non rida:                                75

ricorditi, che fece il peccar nostro,

prender Dio per scamparne,

umana carne,         al tuo virginal chiostro.

Vergine, quante lagrime ho già sparte,

quante lusinghe, e quanti preghi indarno,                            80

pur per mia pena, e per mio grave danno!

Da poi ch’i’ nacqui in su la riva d’Arno,

cercando or questa et or quel altra parte,

non è stata mia vita altro ch’affanno.

Mortal bellezza, atti, e parole m’hanno                                85

tutta ingombrata l’alma.

Vergine sacra et alma,

non tardar, ch’i’ son forse a l’ultimo anno.

I dì miei più correnti che saetta,

fra miserie e peccati,                                                               90

sonsen andati,         e sol Morte n’aspetta.

Vergine, tale è terra e posto ha in doglia

lo mio cor, che vivendo in pianto il tenne;

e de mille miei mali un non sapea;

e per saperlo, pur quel che n’avenne                                     95

fôra avenuto; ch’ogni altra sua voglia

era a me morte, et a lei fama rea.

Or tu donna del ciel, tu nostra dea,

se dir lice, e convensi,

Vergine d’alti sensi,                                                                 100

tu vedi il tutto; e quel che non potea

far altri, è nulla a la tua gran vertute,

por fine al mio dolore;

ch’a te onore,         et a me fia salute.

Vergine, in cui ho tutta mia speranza,                           105

che possi e vogli al gran bisogno aitarme,

non mi lasciare in su l’estremo passo;

non guardar me, ma chi degnò crearme;

no ’l mio valor, ma l’alta sua sembianza,

ch’è in me, ti mova a curar d’uom sì basso.                          110

Medusa, e l’error mio m’han fatto un sasso

d’umor vano stillante:

Vergine, tu di sante

lagrime, e pie, adempi ’l meo cor lasso;

ch’almen l’ultimo pianto sia devoto,                                      115

senza terrestro limo,

come fu ’l primo         non d’insania vòto.

Vergine umana, e nemica d’orgoglio,

del comune principio amor t’induca;

miserere d’un cor contrito, umìle:                                          120

che se poca mortal terra caduca

amar con sì mirabil fede soglio,

che devrò far di te cosa gentile?

Se dal mio stato assai misero e vile

per le tue man resurgo,                                                           125

Vergine, i’ sacro e purgo

al tuo nome e penseri e ’ngegno e stile,

la lingua e ’l cor, le lagrime e i sospiri.

Scorgimi al miglior guado,

e prendi in grado         i cangiati desiri.                                 130

Il dì s’appressa, e non pòte esser lunge,

sì corre il tempo e vola,

Vergine unica e sola,

e ’l cor or conscienzia or morte punge.

Raccomandami al tuo figliol, verace                                     135

omo e verace Dio,

ch’accolga ’l mio         spirto ultimo in pace.

 

© 30 aprile 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 12 novembre 2007