FRANCESCO PETRARCA

Canzoniere

[codice Vaticano 3195]

Edizione di riferimento

Francesco Petrarca, Canzoniere, Trionfi, Rime varie, a cura di Carlo Muscetta e Daniele Ponchiroli, ed. Einaudi, 1958

RERUM VULGARIUM FRAGMENTA

codice Vaticano 3195

In morte di Madonna Laura

CCCI

Valle che de’ lamenti miei se’ piena

Valle che de’ lamenti miei se’ piena,

fiume che spesso del mio pianger cresci,

fere selvestre, vaghi augelli e pesci

che l’una e l’altra verde riva affrena,                                    4

aria de’ miei sospir calda e serena,

dolce sentier che sì amaro riesci,

colle che mi piacesti, or mi rincresci,

ov’ancor per usanza Amor mi mena,                            8

ben riconosco in voi l’usate forme,

non, lasso!, in me, che da sì lieta vita

son fatto albergo d’infinita doglia.                                       11

Quinci vedea ’l mio bene; e per queste orme

torno a vedere ond’al ciel nuda è gita,

lasciando in terra la sua bella spoglia.                                   14

CCCII

Levommi il mio pensèr in parte ov’era

Levommi il mio pensèr in parte ov’era

quella ch’io cerco, e non ritrovo in terra:

ivi, fra lor che ’l terzo cerchio serra,

la rividi più bella, e meno altèra.                                           4

Per man mi prese, e disse: — In questa spera

sarai ancor meco, se ’l desir non erra;

i’ so’ colei che ti die’ tanta guerra,

e compiè mia giornata inanzi sera.                                        8

Mio ben non cape in intelletto umano:

te solo aspetto, e quel che tanto amasti

e là giuso è rimaso, il mio bel velo. —                                   11

Deh, perché tacque, et allargò la mano?

Ch’al suon dei detti sì pietosi e casti

poco mancò ch’io non rimasi in cielo.                                   14

CCCIII

Amor, che meco a buon tempo ti stavi

Amor, che meco a buon tempo ti stavi

tra queste rive, a’ pensier nostri amiche,

e per saldar le ragion nostre antiche

meco e col fiume ragionando andavi                                    4

fior, frondi, erbe, ombre, antri, onde, aure soavi,

valli chiuse, alti colli e piagge apriche,

porto de l’amorose mie fatiche,

de le fortune mie tante, e sì gravi;                                          8

o vaghi abitator de’ verdi boschi,

o ninfe, e voi che ’l fresco erboso fondo

del liquido cristallo alberga e pasce;                                      11

i dì miei fûr sì chiari, or son sì foschi,

come Morte che ’l fa. Così nel mondo

sua ventura ha ciascun dal dì che nasce.                               14

CCCIV

Mentre che ’l cor da gli amorosi vermi

Mentre che ’l cor da gli amorosi vermi

fu consumato, e ’n fiamma amorosa arse,

di vaga fera le vestigia sparse

cercai per poggi solitari et ermi;                                             4

et ebbi ardir cantando di dolermi

d’Amor, di lei che sì dura m’apparse:

ma l’ingegno e le rime erano scarse

in quella etate a i pensier novi e ’nfermi.                               8

Quel foco è morto, e ’l cuore un picciol marmo:

che se col tempo fossi ito avanzando,

come già in altri, in fino a la vecchiezza,                              11

di rime armato, ond’oggi mi disarmo,

con stil canuto avrei fatto parlando

romper le pietre, e pianger di dolcezza.                                14

CCCV

Anima bella, da quel nodo sciolta

Anima bella, da quel nodo sciolta

che più bel mai non seppe ordir natura,

pon dal ciel mente a la mia vita oscura,

da sì lieti pensieri a pianger volta.                                          4

La falsa opinion dal cor s’è tolta,

che mi fece alcun tempo acerba e dura

tua dolce vista: omai tutta secura

volgi a me gli occhi, e i miei sospiri ascolta.                          8

Mira ’l gran sasso, donde Sorga nasce,

e vedra’ vi un che sol tra l’erbe e l’acque

di tua memoria, e di dolor si pasce.                                       11

Ove giace il tuo albergo, e dove nacque

il nostro amor, vo’ ch’abbandoni e lasce,

per non veder ne’ tuoi quel ch’a te spiacque.                        14

CCCVI

Quel sol che mi mostrava il camin destro

Quel sol che mi mostrava il camin destro

di gire al ciel con gloriosi passi,

tornando al sommo sole, in pochi sassi

chiuse ’l mio lume, e ’l suo carcer terrestro                          4

ond’io son fatto un animal silvestro,

che co’ pie’ vaghi, solitari e lassi

porto ’l cor grave, e gli occhi umidi e bassi

al mondo, ch’è per me un deserto alpestro.                          8

Così vo ricercando ogni contrada

ov’io la vidi; e sol tu che m’affligi,

Amor, vien meco, e mostrimi ond’io vada.                          11

Lei non trov’io, ma suoi santi vestigi

tutti rivolti a la superna strada

veggio, lunge da’ laghi averni e stigi.                                    14

CCCVII

I’ pensava assai destro esser su l’ale

I’ pensava assai destro esser su l’ale,

non per lor forza, ma di chi le spiega,

per gir cantando a quel nodo eguale,

onde Morte m’assolve, Amor mi lega.                                  4

Trovaimi a l’opra via più lento e frale

d’un picciol ramo cui gran fascio piega;

e dissi: — A cader va chi troppo sale;

né si fa ben per uom quel che ’l ciel nega. —                        8

Mai non porìa volar penna d’ingegno,

non che stil grave o lingua, ove Natura

volò tessendo il mio dolce ritegno.                                         11

Seguilla Amor con sì mirabil cura

in adornarlo, ch’i’ non era degno

pur de la vista; ma fu mia ventura.                                       14

CCCVIII

Quella per cui con Sorga ho cangiato Arno

Quella per cui con Sorga ho cangiato Arno,

con franca povertà serve ricchezze,

volse in amaro sue sante dolcezze,

ond’io già vissi, or me ne struggo e scarno.                          4

Da poi più volte ho ritrovato indarno

al secol che verrà l’alte bellezze

pinger cantando, a ciò che l’ame e prezze;

né col mio stile il suo bel viso incarno.                                   8

Le lode mai non d’altra, e proprie sue,

che ’n lei fûr come stelle in cielo sparte,

pur ardisco ombreggiare, or una, or due;                             11

ma poi ch’i’ giungo a la divina parte,

ch’un chiaro e breve sole al mondo fue,

ivi manca l’ardir, l’ingegno e l’arte.                                       14

CCCIX

L’alto e novo miracol ch’a’ dì nostri

L’alto e novo miracol ch’a’ dì nostri

apparve al mondo, e star seco non volse,

che sol ne mostrò ’l ciel, poi sel ritolse,

per adornare i suoi stellanti chiostri,                                      4

vuol ch’i’ depinga a chi no ’l vide, e ’l mostri,

Amor, che ’n prima la mia lingua sciolse,

per mille volte indarno a l’opra volse

impegno, tempo, penne, carta, enchiostri.                            8

Non son al sommo ancor giunte le rime:

in me il conosco; e provai ben chiunque

è ’n fin a qui, che d’amor parli o scriva.                                11

Chi sa pensare, il ver tacito estime,

ch’ogni stil vince, e poi sospire: — Adunque

beati gli occhi che la vider viva! —                                        14

CCCX

Zefiro torna, e ’l bel tempo rimena

Zefiro torna, e ’l bel tempo rimena,

e i fiori e l’erbe, sua dolce famiglia,

e garrir Progne, e pianger Filomena,

e primavera candida e vermiglia.                                          4

Ridono i prati, e ’l ciel si rasserena;

Giove s’allegra di mirar sua figlia;

l’aria, e l’acqua, e la terra è d’amor piena;

ogni animal d’amar si riconsiglia.                                         8

Ma per me, lasso!, tornano i più gravi

sospiri, che del cor profondo tragge

quella ch’al ciel se ne portò le chiavi;                                     11

e cantar augelletti, e fiorir piagge,

e ’n belle donne oneste atti soavi

sono un deserto, e fere aspre e selvagge.                               14

CCCXI

Quel rosigniuol che sì soave piagne

Quel rosigniuol che sì soave piagne,

forse suoi figli, o sua cara consorte,

di dolcezza empie il cielo e le campagne

con tante note sì pietose e scorte;                                           4

e tutta notte par che m’accompagne,

e mi rammente la mia dura sorte;

ch’altri che me non ho di ch’i’ mi lagne;

ché ’n dee non credev’io regnasse Morte.                              8

O che lieve è inganar chi s’assecura!

Que’ duo bei lumi assai più che ’l sol chiari

chi pensò mai veder far terra oscura?                                    11

Or cognosco io che mia fera ventura

vuol che vivendo e lagrimando impari

come nulla qua giù diletta, e dura.                                        14

CCCXII

Né per sereno ciel ir vaghe stelle

Né per sereno ciel ir vaghe stelle,

né per tranquillo mar legni spalmati,

né per campagne cavalieri armati,

né per bei boschi allegre fere e snelle;                                    4

né d’aspettato ben fresche novelle,

né dir d’amore in stili alti et ornati,

né tra chiare fontane e verdi prati

dolce cantare oneste donne e belle;                                        8

né altro sarà mai ch’al cor m’aggiumga,

sì seco il seppe quella seppellire

che sola a gli occhi miei fu lume e speglio.                            11

Noia m’è ’l viver sì gravosa e lunga,

ch’i’ chiamo il fine, per lo gran desire

di riveder cui non veder fu ’l meglio.                                     14

CCCXIII

Passato è ’l tempo omai, lasso!, che tanto

Passato è ’l tempo omai, lasso!, che tanto

con refrigerio in mezzo ’l foco vissi;

passata è quella di ch’io piansi e scrissi,

ma lasciato m’ha ben la penna e ’l pianto.                            4

Passato è ’l viso sì leggiadro e santo,

ma, passando, i dolci occhi al cor m’ha fissi,

al cor già mio, che seguendo partissi

lei ch’avolto l’avea nel suo bel manto.                                   8

Ella ’l se ne portò sotterra, e ’n cielo,

ove or triunfa, ornata de l’alloro

che meritò la sua invitta onestate.                                          11

Così, disciolto dal mortal mio velo

ch’a forza mi tien qui, foss’io con loro

fuor de’ sospir fra l’anime beate!                                            14

CCCXIV

Mente mia, che presaga de’ tuoi danni

Mente mia, che presaga de’ tuoi danni,

al tempo lieto già pensosa e trista,

sì ’ntentamente  ne l’amata vista

requie cercavi de’ futuri affanni,                                            4

a gli atti, a le parole, al viso, a i panni,

a la nova pietà con dolor mista:

potêi ben dir, se del tutto eri avista:

— Questo è l’ultimo dì de’ miei dolci anni. —                      8

Qual dolcezza fu quella, o misera alma!

come ardavamo in quel punto ch’i’ vidi

gli occhi, i quai non devea riveder mai,                                 11

quando a lor, come a’ duo amici più fidi,

partendo, in guardia la più nobil salma,

i miei cari penseri e ’l cor lasciai!                                            14

CCCXV

Tutta la mia fiorita e verde etade

Tutta la mia fiorita e verde etade

passava; e ’ntepidir sentìa già ’l foco

ch’arse il mio core; et era giunto al loco

ove scende la vita, ch’al fin cade.                                           4

Già incomminciava a prender securtade

la mia cara nemica a poco a poco

de’ suoi sospetti, e rivolgeva in gioco

mie pene acerbe sua dolce onestade.                                     8

Presso era ’l tempo dove Amor si scontra

con Castitade, et a gli amanti è dato

sedersi inseme, e dir che lor incontra.                                    11

Morte ebbe invidia al mio felice stato,

anzi a la speme; e fêglisi a l’incontra

a mezza via, come nemico armato.                                       14

CCCXVI

Tempo era omai da trovar pace o triegua

Tempo era omai da trovar pace o triegua

di tanta guerra, et erane in via forse;

se non che ’ lieti passi in dietro torse

chi le disuguaglianze nostre adegua.                                    4

Chè, come nebbia al vento si dilegua,

così sua vita sùbito trascorse

quella che già co’ begli occhi mi scòrse,

et or convèn che col penser la segua.                                     8

Poco avev’a ’ndugiar, ché gli anni e ’l pelo

cangiavano i costumi; onde sospetto

non fôra il ragionar del mio mal seco.                                   11

Con che onesti sospiri l’avrei detto

le mie lunghe fatiche, ch’or dal cielo

vede, son certo, e duolsene ancor meco!                                14

CCCXVII

Tranquillo porto avea mostrato Amore

Tranquillo porto avea mostrato Amore

a la mia lunga e torbida tempesta

fra gli anni de la età matura onesta,

che i vizii spoglia, e vertù veste e onore.                                4

Già traluceva a’ begli occhi il mio core,

e l’alta fede non più lor molesta.

Ahi, Morte ria, come a schiantar se’ presta

il frutto de molt’anni in sì poche ore!                                     8

Pur, vivendo, veniasi ove deposto

in quelle caste orecchie avrei, parlando,

de’ miei dolci pensier l’antiqua soma;                                   11

et ella avrebbe a me forse resposto

qualche santa parola sospirando,

cangiàti i vólti, e l’una e l’altra coma.                                    14

CCCXVIII

Al cader d’una pianta che si svelse

Al cader d’una pianta che si svelse

come quella che ferro o vento sterpe,

spargendo a terra le sue spoglie eccelse,

mostrando al sol la sua squalida sterpe,                                4

vidi un’altra ch’Amor obietto scelse,

subietto in me Calliope e Euterpe;

che ’l cor m’avinse, e proprio albergo fêlse,

qual per trunco o per muro edera serpe.                               8

Quel vivo lauro, ove solean far nido

li alti penseri e i miei sospiri ardenti,

che de’ bei rami mai non mossen fronda,                             11

al ciel translato, in quel suo albergo fido

lasciò radici, onde con gravi accenti

è ancor chi chiami, e non è chi risponda.                              14

CCCXIX

I dì miei, più leggier che nesun cervo

I dì miei, più leggier che nesun cervo,

fuggir come ombra; e non vider più bene

ch’un batter d’occhio, e poche ore serene,

ch’amare e dolci ne la mente servo.                                       4

Misero mondo, instabile e protervo,

del tutto è cieco chi ’n te pon sua spene:

ché ’n te mi fu ’l cor tolto; et or sel tène

tal ch’è già terra, e non giunge osso a nervo.                        8

Ma la forma miglior, che vive ancóra,

e vivrà sempre su ne l’alto cielo,

di sue bellezze ogni or più m’innamora;                               11

e vo, sol in pensar, cangiando il pelo,

qual ella è oggi, e ’n qual parte dimora,

qual a vedere il suo leggiadro velo.                                        14

CCCXX

Sento l’aura mia antica, e i dolci colli

Sento l’aura mia antica, e i dolci colli

veggio apparire, onde ’l bel lume nacque

che tenne gli occhi mei contr’al ciel piacque

bramosi e lieti, or li tèn tristi e molli.                                      4

O caduche speranze! o penser folli!

Vedove l’erbe, e torbide son l’acque,

e vòto e freddo ’l nido in ch’ella giacque,

nel qual io vivo, e morto giacer volli,                                     8

sperando al fin de le soavi piante

e da’ belli occhi suoi, che ’l cor m’hann’arso,

riposo alcun de le fatiche tante.                                              11

Ho servito a signor crudele e scarso;

ch’arsi quanto ’l mio foco ebbi davante,

or vo piangendo il suo cenere sparso.                                    14

CCCXXI

È questo ’l nido, in che la mia fenice

È questo ’l nido, in che la mia fenice

mise l’aurate e purpuree penne?

che sotto le sue ali il mio cor tenne,

e parole e sospiri anco ne elice?                                              4

O dolce mio mal prima radice,

ov’è il bel viso, onde quel lume venne

che vivo e lieto, ardendo, mi mantenne?

Sol eri in terra; or se’ nel ciel felice.                                        8

E m’hai lasciato qui misero, e solo,

tal che pien di duol sempre al loco torno,

che per te consecrato onoro e colo;                                        11

veggendo a’ colli oscura notte intorno,

onde prendesti al ciel l’ultimo volo,

e dove li occhi tuoi solean far giorno.                                    14

CCCXXII

Mai non vedranno le mie luci asciutte

Mai non vedranno le mie luci asciutte

con le parti de l’animo tranquille

quelle note, ov’Amor par che sfaville,

e Pietà di sua man l’abbia costrutte.                                      4

Spirto già invitto a le terrene lutte,

ch’or su dal ciel tanta dolcezza stille,

ch’a lo stil, onde Morte dipartille,

le disviate rime hai ricondutte,                                               8

di mie tènere frondi altro lavoro

credea mostrarte. E qual fero pianeta

ne ’nvidiò inseme, o mio nobil tesoro?                                   11

Chi ’nnanzi tempo mi t’asconde e vieta,

che col cor veggio e co la lingua onoro,

e ’n te, dolce sospir, l’alma s’acqueta?                                   14

CCCXXIII

Standomi un giorno solo a la fenestra

Standomi un giorno solo a la fenestra,

onde cose vedea tante, e sì nove,

ch’era sol di mirar quasi già stanco,

una fera m’apparve da man destra,

con fronte umana, da far arder Giove,                                  5

cacciata da duo veltri, un nero, un bianco,

che l’un e l’altro fianco

de la fera gentil mordean sì forte,

che ’n poco tempo la menaro al passo

ove chiusa in un sasso                                                             10

vinse molta bellezza acerba morte;

e mi fe’ sospirar sua dura sorte.

Indi per alto mar vidi una nave,

con le sarte di seta, e d’òr la vela,

tutta d’avorio e d’ebeno contesta;                                          15

e ’l mar tranquillo, e l’aura era soave,

e ’l ciel qual è se nulla nube il vela;

ella carca di ricca merce onesta:

poi repente tempesta

oriental turbò sì l’aere e l’onde,                                              20

che la nave percosse ad uno scoglio.

O che grave cordoglio!

Breve ora oppresse, e poco spazio asconde,

l’alte ricchezze a null’altre seconde.

In un boschetto novo i rami santi                                          25

fiorian d’un lauro giovenetto e schietto,

ch’un delli arbor parea di paradiso;

e di sua ombra uscìan sì dolci canti,

di varî augelli, e tant’altro diletto,

che del mondo m’avean tutto diviso:                                     30

e mirandol io fiso,

cangiossi ’l cielo intorno, e tinto in vista,

folgorando ’l percosse, e da radice

quella pianta felice

sùbito svelse: onde mia vita è trista,                                       35

ché simile ombra mai non si racquista.

Chiara fontana, in quel medesmo bosco,

sorgea d’un sasso, et acque fresche e dolci

spargea, soavemente mormorando;

al bel seggio, riposto, ombroso, e fosco,                                40

né pastori appressavan né bifolci,

ma ninfe e muse, a quel tenor cantando:

ivi m’assisi; e quando

più dolcezza prendea di tal concento,

e di tal vista, aprir vidi uno speco,                                         45

e portarsene seco

la fonte, e ’l loco: ond’ancor doglia sento,

e sol de la memoria mi sgomento.

Una strania fenice, ambedue l’ale

di porpora vestita, e ’l capo d’oro,                                          50

vedendo per la selva, altèra e sola,

veder forma celeste et immortale

prima pensai, fin ch’a lo svelto alloro

giunse, et al fonte che la terra invola:

ogni cosa al fin vola;                                                               55

ché mirando le frondi a terra sparse,

e ’l troncon rotto, e quel vivo umor secco,

volse in se stessa il becco,

quasi sdegnando, e ’n un punto disparse:

onde ’l cor di pietate, e d’amor m’arse.                                 60

Al fin vid’io, per entro i fiori e l’erba,

pensosa ir sì leggiadra e bella donna,

che mai no ’l penso ch’i’ non arda e treme,

umile in sé, ma ’ncontra Amor superba;

et avea in dosso sì candida gonna,                                         65

sì testa, ch’oro e neve parea inseme;

ma le parti supreme

eran avolte d’una nebbia oscura:

punta poi nel tallon d’un picciol angue,

come fior còlto langue,                                                           70

lieta si dipartìo, non che secura:

ahi, nulla, altro che pianto, al mondo dura!

Canzon, tu puoi ben dire:

— Queste sei visioni al signor mio

han fatto un dolce di morir desio. —                                     75

CCCXXIV

Amor, quando fiorìa

Amor, quando fiorìa

mia spene, e ’l guidardon di tanta fede,

tolta m’è quella ond’attendea mercede.

Ahi, dispietata morte! ahi, crudel vita!

L’una m’ha posto in doglia,                                                   5

e mie speranze acerbamente ha spente;

l’altra mi tèn qua giù contra mia voglia,

e lei, che se n’è gita,

seguir non posso, ch’ella no ’l consente;

ma pur ogni or presente                                                         10

nel mezzo del meo cor madonna siede,

e qual è la mia vita ella sel vede.

CCCXXV

Tacer non posso, e temo non adopre

Tacer non posso, e temo non adopre

contrario effetto la mia lingua al core,

che vorria far onore

a la sua donna, che dal ciel n’ascolta.

Come poss’io, se non m’insegni, Amore,                               5

con parole mortali aguagliar l’opre

divine, e quel che copre

alta umiltade, in se stessa raccolta?

Ne la bella pregione, ond’è or sciolta,

poco era stato ancor l’alma gentile,                                       10

al tempo che di lei prima m’accorsi;

onde sùbito corsi

(ch’era de l’anno e di mi’ etate aprile)

a coglier fiori, in quei prati d’intorno,

sperando a li occhi suoi piacer sì addorno.                            15

Muri eran d’alabastro, e ’l tetto d’oro,

d’avorio uscio, e fenestre di zaffiro,

onde ’l primo sospiro

mi giunse al cor, e giugnerà l’estremo.

Indi i messi d’Amor armati usciro                                         20

di saette e di foco; ond’io di loro,

coronati d’alloro,

pur come or fusse, ripensando tremo.

D’un bel diamante, quadro, e mai non scemo,

vi si vedea, nel mezzo, un seggio altèro,                               25

ove, sola, sedea la bella donna;

dinanzi, una colonna,

cristallina, et iv’entro ogni pensero,

scritto, e fòr tralucea sì chiaramente,

che mi fea lieto, e sospirar sovente.                                        30

A le pungenti, ardenti, e lucide arme,

a la vittoriosa insegna verde,

contra cui in campo perde

Giove, et Apollo, e Polifemo, e Marte,

ov’è ’l pianto ogni or fresco, e si rinverde,                             35

giunto mi vidi; e non possendo aitarme,

preso lassai menarme,

ond’or non so d’uscir la via, né l’arte.

Ma sì com’uom talor che piange, e parte

vede cosa, che li occhi, e ’l cor alletta,                                    40

così colei per ch’io son in pregione,

standosi ad un balcone,

che fu sola a’ suoi dì cosa perfetta,

cominciai a mirar con tal desio,

che me stesso, e ’l mio mal posi in oblio.                               45

I’ era in terra, e ’l cor in paradiso,

dolcemente obliando ogni altra cura;

e mia viva figura

far sentìa un marmo, e ’mpier di meraviglia;

quando una donna assai pronta, e secura,                            50

di tempo antica, e giovene del viso,

vedendomi sì fiso,

a l’atto de la fronte, e de le ciglia:

— Meco — mi disse — meco ti consiglia,

ch’i’ son d’altro poder che tu non credi;                                55

e so far lieti e tristi in un momento,

più leggiera che ’l vento;

e reggo, e volvo quanto al mondo vedi.

Tien pur li occhi come aquila in quel sole;

parte dà orecchi a queste mie parole.                                    60

Il dì che costei nacque, eran le stelle

che producon fra voi felici effetti,

in luoghi alti, et eletti,

l’una vèr l’altra, con amor, converse;

Venere, e ’l padre con benigni aspetti                                    65

tenean le parti signorili e belle;

e le luci impie e felle

quasi in tutto del ciel eran disperse.

Il sol mai sì bel giorno non aperse;

l’aere, e la terra s’allegrava, e l’acque,                                   70

per lo mar, avean pace, e per li fiumi.

Fra tanti amici lumi,

una nube lontana mi dispiacque;

la qual temo che ’n pianto si resolve,

se pietate altramente il ciel non volve.                                   75

Com’ella venne in questo viver basso,

ch’a dir il ver, non fu degno d’averla,

cosa nova a vederla,

già santissima e dolce, ancor acerba,

parea chiusa in òr fin candida perla;                                     80

et or carpone, or con tremante passo,

legno, acqua, terra, o sasso,

verde facea, chiara, soave, e l’erba

con le palme o co i pie’ fresca e superba;

e fiorir co i belli occhi le campagne,                                       85

et acquetar i vènti, e le tempeste,

con voci ancor non preste

di lingua che dal latte si scompagne;

chiaro mostrando al mondo sordo e cieco

quanto lume del ciel fusse già seco.                                       90

Poi che crescendo in tempo, et in vertute,

giunse a la terza sua fiorita etate,

leggiadria, né beltate,

tanta non vide ’l sol, credo, già mai:

li occhi pien di letizia e d’onestate,                                         95

e ’l parlar di dolcezza, e di salute.

Tutte lingue son mute,

a dir di lei quel che tu sol ne sai.

Sì chiaro ha ’l vólto di celesti rai,

che vostra vista in lui non pò fermarse;                                 100

e da quel suo bel carcere terreno

di tal foco hai ’l cor pieno,

ch’altro più dolcemente mai non arse.

Ma parmi che sua sùbita partita

tosto ti fia cagion d’amara vita. —                                        105

Detto questo, a la sua volubil rota

si volse, in ch’ella fila il nostro stame,

trista, e certa indivina de’ miei danni;

ché dopo non molt’anni,

quella, per ch’io ho di morir tal fame,                                   110

canzon mia, spense Morte, acerba, e rea,

che più bel corpo occider non potea.

CCCXXVI

Or hai fatto l’estremo di tua possa

Or hai fatto l’estremo di tua possa,

o crudel Morte; or hai ’l regno d’Amore

impoverito; or di bellezza il fiore,

e ’l lume, hai spento, e chiuso in poca fossa; 4

or hai spogliata nostra vita, e scossa,

d’ogni ornamento, e del sovran suo onore:

ma la fama e ’l valor, che mai non more,

non è in tua forza: abbiti ignude l’ossa;                                8

ché l’altro ha ’l cielo, e di sua chiaritate,

quasi d’un più bel sol, s’allegra e gloria;

e fi’ al mondo de’ buon sempre in memoria.                        11

Vinca ’l cor vostro, in sua tanta vittoria,

angel novo, lassù, di me pietate,

come vinse qui ’l mio vostra beltate.                                      14

CCCXXVII

L’aura, e l’odore, e ’l refrigerio, e l’ombra

L’aura, e l’odore, e ’l refrigerio, e l’ombra

del dolce lauro, e sua vista fiorita,

lume e riposo di mia stanca vita,

tolt’ha colei che tutto ’l mondo sgombra.                              4

Come a noi il sol se sua soror l’adombra,

così l’alta mia luce a me sparita,

i’ cheggio a Morte in contr’a Morte aita;

di sì scuri penseri Amor m’ingombra.                                   8

Dormit’hai, bella donna, un breve sonno;

or sei svegliata fra li spirti eletti,

ove nel suo Fattor l’alma s’interna:                                        11

e se mie rime alcuna cosa ponno,

consecrata fra i nobili intelletti,

fia del tuo nome, qui, memoria eterna.                                 14

CCCXXVIII

L’ultimo, lasso!, de’ miei giorni allegri

L’ultimo, lasso!, de’ miei giorni allegri,

che pochi ho visto in questo viver breve,

giunto era, e fatto ’l cor tepida neve,

forse presago de’ dì tristi e negri.                                           4

Qual ha già i nervi e i polsi e i penser egri

cui domestica febbre assalir deve,

tal mi sentìa, non sappiend’io che lève

venisse ’l fin de’ miei ben non intègri.                                   8

Li occhi belli, or in ciel chiari e felici

del lume onde salute e vita piove,

lasciando i miei qui miseri e mendici,                                    11

dicean lor con faville oneste e nove:

— Rimanetevi in pace, o cari amici;

qui mai più, no ma rivedrenne altrove. —                            14

CCCXXIX

O giorno, o ora, o ultimo momento

O giorno, o ora, o ultimo momento,

o stelle congiurate a ’mpoverirme!

o fido sguardo, or che volei tu dirme,

partend’io per non esser mai contento?                                4

Or conosco i miei danni, or mi risento:

ch’i’ credeva (ahi, credenze vane e ’nfirme)

perder parte, non tutto, al dipartirme:

quante speranze se ne porta il vento!                                    8

Ché già ’l contrario era ordinato in cielo:

spegner l’almo mio lume ond’io vivea:

e scritto era in sua dolce amara vista.                                   11

Ma ’nnanzi a gli occhi m’era post’un velo,

che mi fea non veder quel ch’i’ vedea,

per far mia vita sùbito più trista.                                           14

CCCXXX

Quel vago, dolce, caro, onesto sguardo

Quel vago, dolce, caro, onesto sguardo

dir parea: — To’ di me quel che tu pòi,

ché mai più qui non mi vedrai da poi

ch’avrai quinci il pe’ mosso, a mover tardo. —                    4

Intelletto veloce più che pardo,

pigro in antivedere i dolor tuoi,

come non vedestù nelli occhi suoi

quel che ved’ora, ond’io mi struggo et ardo?                        8

Taciti sfavillando oltra lor modo,

dicean: — O lumi amici, che gran tempo,

con tal dolcezza fêste di noi specchi,                                     11

il ciel n’aspetta: a voi parrà per tempo;

ma chi ne strinse qui, dissolve il nodo,

e ’l vostro, per farv’ira, vuol che ’nvecchi.                             14

CCCXXXI

Solea da la fontana di mia vita

Solea da la fontana di mia vita

allontanarme, e cercar terre e mari,

non mio voler, ma mia stella seguendo;

e sempre andai, tal Amor diemmi aita,

in quelli essilii, quanto e’ vide, amari,                                    5

di memoria e di speme il cor pascendo.

Or lasso!, alzo la mano, e l’arme rendo

a l’empia e violenta mia fortuna,

che privo m’ha di sì dolce speranza.

Sol memoria m’avanza,                                                         10

e pasco ’l gran desir sol di quest’una;

onde l’alma vien men, frale e digiuna.

Come a corrier tra via, se ’l cibo manca,

conven per forza rallentare il corso,

scemando la vertù che ’l fea gir presto,                                 15

così, mancando a la mia vita stanca

quel caro nutrimento, in che di morso

die’ chi ’l mondo fa nudo, e ’l mio cor fa mesto,

il dolce acerbo, e ’l bel piacer molesto

mi si fa d’ora in ora; onde ’l camino                                      20

sì breve non fornir spero e pavento.

Nebbia o polvere al vento,

fuggo per più non esser pellegrino:

e così vada, s’è pur mio destino.

Mai questa mortal vita a me non piacque                     25

(sassel Amor, con cui spesso ne parlo)

se non per lei che fu ’l suo lume, e ’l mio:

poi che ’n terra morendo, al ciel rinacque,

quello spirto, ond’io vissi, a seguitarlo

(licito fusse!) è ’l mi’ sommo desio.                                         30

Ma da dolermi ho ben sempre, per ch’io

fui mal accorto, a proveder mio stato,

ch’Amor mostrommi sotto quel bel ciglio,

per darmi altro consiglio:

ché tal morì già tristo e sconsolato,                                        35

cui poco inanzi era ’l morir beato.

Nelli occhi ov’abitar solea ’l mio core

fin che mia dura sorte invidia n’ebbe,

che di sì ricco albergo il pose in bando,

di sua man propria avea descritto Amore                             40

con lettre di pietà, quel ch’averrebbe

tosto del mio sì lungo ir desiando.

Bello e dolce morire era allor quando,

morend’io, non morìa mia vita inseme,

anzi vivea di me l’ottima parte:                                             45

or mie speranze sparte

ha morte, e poca terra il mio ben preme;

e vivo; e mai no ’l penso ch’i’ non treme.

Se stato fusse il mio poco intelletto

meco al bisogno, e non altra vaghezza                                 50

l’avesse disviando altrove vòlto,

ne la fronte a madonna avrei ben letto:

— al fin se’ giunto d’ogni tua dolcezza

et al principio del tuo amaro molto. —

Questo intendendo, dolcemente sciolto                                 55

in sua presenzia del mortal mio velo

e di questa noiosa e grave carne,

potea inanzi lei andarne,

a veder preparar sua sedia in cielo;

or l’andrò dietro, omai, con altro pelo.                                  60

Canzon, s’uom trovi in suo amor viver queto,

di’: — Muor, mentre se’ lieto;

ché morte, al tempo, è, non duol, ma refugio;

e chi ben pò morir, non cerchi indugio. —

CCCXXXII

Mia benigna fortuna, e ’l viver lieto

Mia benigna fortuna, e ’l viver lieto,

i chiari giorni, e le tranquille notti,

e i soavi sospiri, e ’l dolce stile

che solea resonare in versi e ’n rime,

vòlti subitamente in doglia e ’n pianto,

odiar vita mi fanno e bramar morte.                                     6

Crudele, acerba, inesorabil Morte,

cagion mi dà di mai non esser lieto,

ma di menar tutta mia vita in pianto,

e i giorni oscuri e le dogliose notti.

I miei gravi sospir non vanno in rime,

e ’l mio duro martir vince ogni stile.                                      12

Ove è condutto il mio amoroso stile?

A parlar d’ira, a ragionar di morte.

U’ sono i versi, u’ son giunte le rime,

che gentil cor udia pensoso, e lieto?

ov’è ’l favoleggiar d’amor le notti?

Or non parl’io, né penso altro che pianto.                             18

Già mi fu col desir sì dolce il pianto,

che condìa di dolcezza ogni agro stile,

e vegghiar mi facea tutte le notti;

or m’è ’l pianger amaro più che morte,

non sperando mai ’l guardo onesto e lieto,

alto sogetto a le mie basse rime.                                             24

Chiaro segno Amor pose a le mie rime

dentro a’ belli occhi; et or l’ha posto in pianto,

con dolor rimembrando il tempo lieto:

ond’io vo col pensèr cangiando stile,

e ripregando te, pallida Morte,

che mi sottragghi a sì penose notti.                                       30

Fuggito è ’l sonno a le mie crude notti,

e ’l suono usato a le mie roche rime,

che non sanno trattar altro che morte:

così è ’l mio cantar converso in pianto.

Non ha il regno d’Amor sì vario stile,

ch’è tanto or tristo, quanto mai fu lieto.                                36

Nessun visse già mai più di me lieto,

nessun vide più tristo e giorni e notti;

e doppiando ’l dolor, doppia lo stile,

che trae del cor sì lacrimose rime.

Vissi di speme, or vivo pur di pianto,

né contra Morte spero altro che Morte.                                 42

Morte m’ha morto; e sola pò far Morte

ch’i’ torni a riveder quel viso lieto,

che piacer mi facea i sospiri e ’l pianto,

l’aura dolce e la pioggia a le mie notti;

quando i penseri eletti tessea in rime,

Amor alzando il mio debile stile.                                           48

Or avess’io un sì pietoso stile

che Laura mia potesse tôrre a Morte,

come Euridice Orfeo sua senza rime,

ch’i’ viverei ancor più che mai lieto!

S’esser non pò, qualcuna d’este notti

chiuda omai queste due fonti di pianto.                                54

Amor, i’ ho molti e molt’anni pianto

mio grave danno in doloroso stile,

né da te spero mai men fere notti;

e però mi son mosso a pregar Morte

che mi tolla di qui, per farme lieto,

ove è colei ch’i’ canto, e piango in rime.                                60

Se sì alto pôn gir mie stanche rime,

ch’agiungan lei, ch’è fuor d’ira e di pianto,

e fa ’l ciel or di sue bellezze lieto,

ben riconoscerà ’l mutato stile,

che già forse le piacque, anzi che Morte

chiaro a lei giorno, a me fêsse atre notti.                               66

O voi che sospirate a miglior notti,

ch’ascoltate d’Amore, o dite in rime,

pregate non mi sia più sorda Morte,

porto de le miserie e fin del pianto;

muti una volta quel suo antiquo stile,

ch’ogni uom rattrista, e me pò far sì lieto.                             72

Far mi pò lieto in una o ’n poche notti;

e ’n aspro stile, e ’n angosciose rime,

prego che ’l pianto mio finisca Morte.

CCCXXXIII

Ite, rime dolenti, al duro sasso

Ite, rime dolenti, al duro sasso,

che ’l mio caro tesoro in terra asconde;

ivi chiamate chi dal ciel risponde,

ben che ’l mortal sia in loco oscuro, e basso.                         4

Ditele ch’i’ son già di viver lasso,

del navigar per queste orribil onde;

ma ricogliendo le sue sparte fronde,

dietro le vo pur così passo passo,                                           8

e sol di lei ragionando viva e morta,

anzi pur viva, et or fatta immortale,

a ciò che ’l mondo la conosca et ame.                                    11

Piacciale al mio passar esser accorta,

ch’è presso omai; siami a l’incontro, e quale

ella è nel cielo, a sé mi tiri e chiame.                                      14

CCCXXXIV

S’onesto amor pò meritar mercede

S’onesto amor pò meritar mercede,

e se pietà ancor pò, quant’ella suole,

mercede avrò, ché più chiara che ’l sole,

a madonna et al mondo è la mia fede.                                  4

Già di me paventosa, or sa, no ’l crede,

che quello stesso ch’or per me si vòle,

sempre si volse; e s’ella udìa parole

o vedea ’l vòlto, or l’animo, e ’l cor vede.                               8

Ond’i’ spero che ’n fin al ciel si doglia

di miei tanti sospiri; e così mostra,

tornando a me sì piena di pietate.                                          11

E spero ch’al por giù di questa spoglia,

venga per me, con quella gente nostra,

vera amica di Cristo, e d’onestate.                                         14

CCCXXXV

Vidi fra mille donne una già tale

Vidi fra mille donne una già tale,

ch’amorosa paura ’l cor m’assalse,

mirandola in imagini non false

a li spirti celesti in vista eguale.                                              4

Niente in lei terreno era o mortale,

sì come a cui del ciel, non d’altro calse.

L’alma, ch’arse per lei sì spesso et alse,

vaga d’ir seco, aperse ambedue l’ale.                                    8

Ma tropp’era alta al mio peso terrestre;

e poco poi n’uscì in tutto di vista;

di che pensando, ancor m’agghiaccio e torpo.                     11

O belle et alte e lucide fenestre,

onde colei che molta gente attrista

trovò la via d’entrare in sì bel corpo!                                     14

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 12 novembre 2007