FRANCESCO PETRARCA

Canzoniere

[codice Vaticano 3195]

Edizione di riferimento

Francesco Petrarca, Canzoniere, Trionfi, Rime varie, a cura di Carlo Muscetta e Daniele Ponchiroli, ed. Einaudi, 1958

RERUM VULGARIUM FRAGMENTA

codice Vaticano 3195

In morte di madonna Laura

CCLXIV

I’ vo pensando, e nel penser m’assale

I’ vo pensando, e nel penser m’assale

una piet s forte di me stesso

che mi conduce spesso

ad altro lagrimar ch’i’ non soleva;

ch, vedendo ogni giorno il fin pi presso,                            5

mille fiate ho chieste a Dio quell’ale

co le quai del mortale

carcer nostro intelletto al ciel si leva;

ma in fin a qui niente mi releva

prego, o sospiro, o lagrimar ch’io faccia;                               10

e cos per ragion conven che sia,

ch chi possendo star, cadde tra via,

degno che mal suo grado a terra giaccia.

Quelle pietose braccia,

in ch’io mi fido, veggio aperte ancra;                                  15

ma temenza m’accora

per gli altrui essempli, e del mio stato tremo;

ch’altri mi sprona, e son forse a l’estremo

L’un pensr parla co la mente, e dice:

— Che pur agogni? Onde soccorso attendi?                        20

Misera, non intendi

con quanto tuo disnore il tempo passa?

Prendi partito accortamente, prendi;

e del cor tuo divelli ogni radice

del piacer, che felice                                                                25

no ’l po’ mai fare, e respirar no ’l lassa.

Se gi gran tempo fastidita e lassa

se’ di quel falso dolce fugitivo

che ’l mondo traditor pu dare altrui,

a che ripon pi la speranza in lui,                                          30

che d’ogni pace e di fermezza privo?

Mentre che ’l corpo vivo,

hai tu ’l freno in baila de’ pensr tuoi.

Deh, stringilo or che pi,

ch dubbioso ’l tardar, come tu sai,                                    35

e ’l cominciar non fia per tempo omai.

Gi sai tu ben quanta dolcezza porse

a gli occhi tuoi la vista di colei

la qual anco vorrei

ch’a nascer fosse per pi nostra pace.                                    40

Ben ti ricordi (e ricordar ten di)

de l’imagine sua, quand’ella corse

al cor, l dove forse

non potea fiamma intrar per altrui face:

ella l’accense; e se l’ardor fallace                                            45

dur molt’anni in aspettando un giorno,

che per nostra salute unqua non vne,

or ti solleva a pi beata spene,

mirando ’l ciel, che ti solve intorno

immortal et addorno:                                                              50

ch dove, del mal suo qua gi s lieta,

vostra vaghezza acqueta

un mover d’occhi, un ragionar, un canto,

quanto fia quel piacer, se questo tanto? —

Da l’altra parte un pensier dolce et agro,                       55

con faticosa, e dilettevol salma

sedendosi entro l’alma,

preme ’l cor di deso, di speme il pasce;

che sol per fama gloriosa et alma

non sente quand’io agghiaccio, o quand’io flagro,              60

s’i’ son s pallido o magro;

e s’io l’occido, pi forte rinasce.

Questo d’allor ch’i’ m’addormiva in fasce

venuto di d in d crescendo meco;

e temo ch’un sepolcro ambeduo chiuda.                               65

Poi che fia l’alma da le membra ignuda,

non po’ questo desio pi venir seco.

Ma se ’l latino e ’l greco

parlan di me dopo la morte, un vento;

ond’io, perch pavento                                                           70

adunar sempre quel ch’un’ora sgombre,

vorre’ ’l ver abbracciar, lassando l’ombre.

Ma quell’altro voler, di ch’i’ son pieno,

quanti press’a lui nascon par ch’adugge;

e parte il tempo fugge,                                                            75

che scrivendo d’altrui, di me non calme;

e ’l lume de’ begli occhi che mi strugge

soavemente al suo caldo sereno,

mi ritien come un freno

contra cui nullo ingegno o forza valme.                                80

Che giova dunque perch tutta spalme

la mia barchetta, poi che ’n fra li scogli

ritenuta ancor da ta’ duo nodi?

Tu che da gli altri, che ’n diversi modi

legano ’l mondo, in tutto mi disciogli,                                   85

Signor mio, ch non togli

omai dal vlto mio questa vergogna?

Ch ’n guisa d’uom che sogna,

aver la morte inanzi gli occhi parme;

e vorrei far difesa, e non ho l’arme.                                       90

Quel ch’i’ fo, veggio, e non m’inganna il vero

mal conosciuto, anzi mi sforza Amore,

che la strada d’onore

mai no ’l lassa languir chi troppo il crede;

e sento ad ora ad or venirmi al core                                       95

un leggiadro disdegno, aspro e severo,

ch’ogni occulto pensero

tira in mezzo la fronte, ov’altri ’l vede;

ch mortal cosa amar con tanta fede,

quanta a Dio sol per debito convensi,                                    100

pi si disdice a chi pi pregio brama.

E questo ad alta voce anco richiama

la ragione sviata dietro a i sensi:

ma perch’ell’oda, e pensi

tornare, il mal costume oltre la spigne,                                 105

et a gli occhi depigne

quella che sol per farmi morir nacque,

perch’a me troppo, et a se stessa piacque.

N so che spazio mi si dsse il cielo

quando novellamente io venni in terra                                  110

a soffrir l’aspra guerra

che ’n contr’a me medesmo seppi ordire,

n posso il giorno che la vita serra

antiveder per lo corporeo velo;

ma variarsi il pelo                                                                    115

veggio, e dentro cangiarsi ogni desire.

Or ch’i’ mi credo al tempo del partire

esser vicino, o non molto da lunge,

come chi ’l perder face accorto e saggio,

vo ripensando ov’io lassai ’l viaggio                                      120

da la man destra, ch’a buon porto aggiunge;

e da l’un lato punge

vergogna e duol, che ’n dietro mi rivolve;

dall’altro non m’assolve

un piacer per usanza in me s forte                                        125

ch’a patteggiar n’ardisce co la morte.

Canzon, qui sono; ed ho ’l cor via pi freddo

de la paura che gelata neve,

sentendomi perir senz’alcun dubbio;

ch pur deliberando ho volto al subbio                                 130

gran parte omai de la mia tela breve;

n mai peso fu greve

quanto quel ch’i’ sostengo in tale stato;

ch co la morte a lato

cerco del viver mio novo consiglio,                                        136

e veggio ’l meglio et al peggior m’appiglio.

CCLXV

Aspro core e selvaggio, e cruda voglia

Aspro core e selvaggio e cruda voglia

in dolce, umle, angelica figura,

se l’impreso rigor gran tempo dura,

avran di me poco onorata spoglia;                                        4

ch quando nasce o mor fior, erba e foglia,

quando ’l d chiaro, e quando notte oscura,

piango ad ogni or.Ben ho di mia ventura,

di madonna, e d’Amore, onde mi doglia.                             8

Vivo sol di speranza, rimembrando

che poco umor gi per continua prova

consumar vidi marmi e pietre salde.                                     11

Non s duro cor che lagrimando,

pregando, amando, talor non si smova,

n s freddo voler che non si scalde.                                       14

CCLXVI

Signor mio caro, ogni pensier mi tira

[Scritto nel 1345, si rivolge all’amico cardinale Giovanni Colonna, conosciuto nel 1330]

Signor mio caro, ogni pensier mi tira

devoto a veder voi, cui sempre veggio;

la mia fortuna (or che mi po’ far peggio?)

mi tne a freno, e mi travolge e gira.                                     4

Poi quel dolce desio ch’Amor mi spira

menami a morte, ch’i’ non me n’aveggio;

e mentre i miei duo lumi indarno cheggio,

dovunque io son, d e notte si sospira.                                   8

Carit di signore, amor di donna

son le catene ove con molti affanni

legato son, perch’io stesso mi strinsi.                                     11

Un lauro verde, una gentil colonna,

quindeci l’una, e l’altro diciotto anni

portato ho in seno, e gi mai non mi scinsi.                          14

CCLXVII

Oim il bel viso, oim il soave sguardo

Oim il bel viso, oim il soave sguardo,

oim il leggiadro, portamento altro!

Oim il parlar ch’ogni aspro ingegno e fero

facevi umle, ed ogni uom vil gagliardo!                               4

Et oim il dolce riso onde usco ’l dardo

di che morte, altro bene omai non spero!

Alma real, dignissima d’impero,

se non fossi fra noi scesa s tardo!                                           8

Per voi convn ch’io arda e ’n voi respire;

ch’i’ pur fui vostro; e se di voi son privo,

via men d’ogni sventura altra mi dole.                                  11

Di speranza m’empieste, e di desire,

quand’io parti’ dal sommo piacer vivo;

ma ’l vento ne portava le parole.                                            14

CCLXVIII

Che debb’io far? Che mi consigli, Amore?

Che debb’io far? Che mi consigli, Amore?

Tempo ben di morire,

et ho tardato pi ch’i’ non vorrei.

Madonna morta, et ha seco il mio core;

e volendol seguire,                                                                   5

interromper convn quest’anni rei;

perch mai veder lei

di qua non spero, e l’aspettar m’ noia;

poscia ch’ogna mia gioia,

per lo suo dipartire, in pianto volta,                                    10

ogni dolcezza de mia vita tolta.

Amor, tu ’l senti, ond’io teco mi doglio,

quant’ ’l danno aspro e grave;

e so che del mio mal ti pesa e dole,

anzi del nostro; perch’ad uno scoglio                                    15

avem rotto la nave,

et in un punto n’ scurato il sole.

Qual ingegno a parole

poria agguagliare il mio doglioso stato?

Ahi orbo mondo, ingrato!                                                       20

Gran cagion hai di dever pianger meco;

ch quel ben ch’era in te, perduto hai seco.

Caduta la tua gloria, e tu no ’l vedi;

n degno eri, mentr’ella

visse qua gi, d’aver sua conoscenza,                                   25

n d’esser tocco da’ suoi santi piedi;

perch cosa s bella

devea ’l ciel adornar di sua presenza.

Ma io, lasso!, che senza

lei n vita mortal, n me stesso amo,                                     30

piangendo la richiamo:

questo m’avanza di cotanta spene,

e questo solo ancor qui mi mantene.

Oim!, terra fatto il suo bel viso,

che solea far del cielo                                                              35

e del ben di lass fede fra noi;

l’invisibil sua forma in paradiso,

disciolta di quel velo

che qui fece ombra al fior de gli anni suoi,

per rivestirsen poi                                                                    40

un’altra volta, e mai pi non spogliarsi,

quando alma e bella farsi

tanto pi la vedrem, quanto pi vale

sempiterna bellezza che mortale.

Pi che mai bella e pi leggiadra donna                       45

tornami inanzi, come

l dove pi gradir sua vista sente.

Questa del viver mio l’una colonna,

l’altra ’l suo chiaro nome,

che sona nel mio cor s dolcemente.                                       50

Ma tornandomi a mente

che pur morta la mia speranza, viva

allor ch’ella fioriva,

sa ben Amor qual io divento, e, spero,

vedel colei ch’ or s presso al vero.                                        55

Donne, voi che miraste sua beltate,

e l’angelica vita,

con quel celeste portamento in terra,

di me vi doglia e vincavi pietate,

non di lei ch’ salita                                                                 60

a tanta pace, e m’ha lassato in guerra;

tal che s’altri mi serra

lungo tempo il camin da seguitarla,

quel ch’Amor meco parla

sol mi riten ch’io non recida il nodo;                                      65

ma e’ ragiona dentro in cotal modo:

— Pon freno al gran dolor che ti trasporta;

ch per soverchie voglie

si perde ’l cielo, ove ’l tuo core aspira,

dove viva colei, ch’altrui par morta,                                   70

e di sue belle spoglie

seco sorride, e sol di te sospira;

e sua fama che spira

in molte parti ancor per la tua lingua,

prega che non estingua,                                                         75

anzi la voce al suo nome rischiari,

se gli occhi suoi ti fr dolci n cari. —

Fuggi ’l sereno e ’l verde,

non t’appressare ove sia riso o canto,

canzon mia, no, ma pianto:                                                   80

non fa per te di star fra gente allegra,

vedova, sconsolata, in veste negra.

CCLXIX

Rotta l’alta colonna, e ’l verde lauro

Rotta l’alta colonna, e ’l verde lauro,

che facean ombra al mio stanco pensero;

perduto ho quel che ritrovar non spero

dal borrea a l’austro, o dal mar indo al mauro.                    4

Tolto m’hai, Morte, il mio doppio tesauro,

che mi fea viver lieto, e gire altro;

e ristorar no ’l po’ terra n impero,

n gemma oriental, n forza d’auro.                                     8

Ma se consentimento di destno,

che posso io pi, se no aver l’alma trista,

umidi gli occhi sempre, e ’l viso chino?                                 11

O nostra vita, ch’ s bella in vista,

com’ perde agevolmente in un matino

quel che ’n molti anni a gran pena s’acquista!                     14

CCLXX

Amor, se vuo’ ch’i’ torni al giogo antico

Amor, se vuo’ ch’i’ torni al giogo antico,

come par che tu mostri, un’altra prova

meravigliosa e nova,

per domar me, convnti vincer pria.

Il mio amato tesoro in terra trova,                                         5

che m’ nascosto, ond’io son s mendco,

e ’l cor saggio pudico,

ove suol albergar la vita mia:

e s’egli ver che tua potenzia sia

nel ciel s grande, come si ragiona,                                        10

e ne l’abisso (perch qui fra noi

quel che tu val e puoi,

credo che ’l sente ogni gentil persona),

ritogli a Morte quel ch’ella n’ha tolto,

e ripon le tue insegne nel bel vlto.                                        15

Riponi entro ’l bel viso il vivo lume

ch’era mia scorta e la soave fiamma

ch’ancor, lasso!, m’infiamma,

essendo spenta; or che fea dunque ardendo?

E’ non si vide mai cervo n damma                                      20

con tal desio cercar fonte n fiume,

qual io il dolce costume

onde ho gi molto amaro, e pi n’attendo,

se ben me stesso e mia vaghezza intendo,

che mi fa vaneggiar sol del pensero,                                      25

e gire in parte ove la strada manca,

e co la mente stanca

cosa seguir che mai giugner non spero.

Or al tuo richiamar venir non degno,

ch segnoria non hai fuor del tuo regno.                               30

Fammi sentir de quell’aura gentile

di fr, s come dentro ancor si sente;

la qual era possente,

cantando, d’acquetar li sdegni e l’ire,

di serenar la tempestosa mente,                                             35

e sgombrar d’ogni nebbia oscura e vile,

ed alzava il mio stile

sovra di s, dove or non pora gire.

Aguaglia la speranza col desire;

e poi che l’alma in sua ragion pi forte,                             40

rendi a gli occhi, a gli orecchi il proprio obgetto,

senza qual, imperfetto

lor oprare, e ’l mio vivere morte.

Indarno or sovra me tua forza adopre,

mentre ’l mio primo amor terra ricopre.                               45

Fa ch’io riveggia il bel guardo, ch’un sole

fu sopra ’l ghiaccio ond’io solea gir carco;

fa ch’i’ ti trovi al varco,

onde senza tornar pass ’l mio core;

prendi i dorati strali, e prendi l’arco,                                     50

e facciamisi udir, s come sole,

col suon de le parole,

ne le quali io imparai che cosa amore;

movi la lingua, ov’erano a tutt’ore

disposti gli ami ov’io fui preso, e l’sca                                  55

ch’i’ bramo sempre; e i tuoi lacci nascondi

fra i capei crespi e biondi,

ch ’l mio volere altrove non s’invesca;

spargi co le tue man le chiome al vento,

ivi mi lega, e puomi far contento.                                          60

Dal laccio d’r non sia mai che me scioglia,

negletto ad arte, e ’nnanellato et irto,

n de l’ardente spirto

de la sua vista dolcemente acerba,

la qual d e notte pi che lauro o mirto                                 65

tenea in me verde l’amorosa voglia,

quando si veste e spoglia

di fronde il bosco e la campagna d’erba.

Ma poi che Morte stata s superba

che spezz il nodo, ond’io temea scampare,                         70

n trovar pi, quantunque gira il mondo,

di che ordischi ’l secondo,

che giova, Amor, tuoi ingegni ritentare?

Passata la stagion, perduto hai l’arme,

di ch’io tremava: ormai che puoi tu farme?                          75

L’arme tue furon gli occhi, onde l’accese

saette uscivan d’invisibil foco,

e ragion temean poco,

ch ’n contr’al ciel non val difesa umana;

il pensar, e ’l tacer, il riso, e ’l gioco,                                       80

l’abito onesto, e ’l ragionar cortese,

le parole, che ’ntese

avrian fatto gentil d’alma villana,

l’angelica sembianza, umile e piana,

ch’or quinci or quindi udia tanto lodarsi,                              85

e ’l sedere e lo star, che spesso altrui

poser in dubbio a cui

devesse il pregio di pi laude darsi:

con quest’armi vincevi ogni cor duro;

or se’ tu disarmato, i’ son securo.                                           90

Gli animi ch’al tuo regno il cielo inchina

leghi ora in uno et ora in altro modo;

ma me sol ad un nodo

legar poti, ch ’l ciel di pi non volse.

Quel uno rotto; e ’n libert non godo,                                95

ma piango, e grido: — Ahi, nobil pellegrina,

qual sentenzia divina

me leg inanzi, e te prima disciolse?

Dio, che s tosto al mondo ti ritolse,

ne mostr tanta e s alta virtute                                              100

solo per infiammar nostro desio. —

Certo ormai non tem’io,

Amor, de la tua man nove ferute:

indarno tendi l’arco, a voito scocchi;

sua virt cadde al chiuder de’ begli occhi.                            105

Morte m’ha sciolto, Amor, d’ogni tua legge:

quella che fu mia donna, al ciel gita,

lasciando trista e libera mia vita.

CCLXXI

L’ardente nodo ov’io fui d’ora in ora

L’ardente nodo ov’io fui d’ora in ora,

contando anni ventuno interi preso,

Morte disciolse; n gi mai tal peso

provai, n credo ch’uom di dolor mora.                                4

Non volendomi Amor perdermi ancra,

ebbe un altro lacciuol fra l’erba teso,

e di nova sca un altro foco acceso,

tal ch’a gran pena indi scampato fra.                                  8

E se non fosse esperienzia molta

de’ primi affanni, i’ sarei preso, et arso,

tanto pi quanto son men verde legno.                                 11

Morte m’hai liberato un’altra volta,

e rotto ’l nodo, e ’l foco ha spento e sparso;

contra la qual non val forza n ’ngegno.                              14

CCLXXII

La vita fugge, e non s’arresta un’ora

La vita fugge e non s’arresta un’ora,

e la morte vien dietro a gran giornate,

e le cose presenti, e le passate

mi dnno guerra, e le future ancra;                                     4

e ’l rimembrare e l’aspettar m’accora

or quinci or quindi, s che ’n veritate,

se non ch’i’ ho di me stesso pietate,

i’ sarei gi di questi pensier fra.                                                       8

Tornami avante s’alcun dolce mai

ebbe ’l cor tristo; e poi da l’altra parte

veggio al mio navigar turbati i vnti;                                    11

veggio fortuna in porto, e stanco omai

il mio nocchier, e rotte rbore e sarte,

e i lumi bei, che mirar soglio, spenti.                                     14

CCLXXIII

Che fai? Che pensi? Che pur dietro guardi?

Che fai? Che pensi? Che pur dietro guardi?

nel tempo, che tornar non pte omai?

Anima sconsolata, che pur vai

giugnendo legne al foco ove tu ardi?                                     4

Le soavi parole e i dolci sguardi

ch’ad un ad un descritti e depinti hai

son levti da terra; et , ben sai,

qui ricercarli, intempestivo, e tardi.                                       8

Deh, non rinnovellar quel che n’ancide;

non seguir pi penser vago, fallace,

ma saldo e certo, ch’a buon fin ne guide.                              11

Cerchiamo ’l ciel, se qui nulla ne piace;

ch mal per noi quella belt si vide,

se viva e morta ne devea tr pace.                                         14

CCLXXIV

Datemi pace, o duri miei pensieri

Datemi pace, o duri miei pensieri:

non basta ben ch’Amor, Fortuna e Morte

mi fanno guerra intorno, e ’n su le porte,

senza trovarmi dentro altri guerreri?                                    4

E tu, mio cor, ancor se’ pur qual eri?

Disleal a me sol, ch fere scorte

vai ricettando, e se’ fatto consorte

de’ miei nemici s pronti e leggieri.                                        8

In te i secreti suoi messaggi Amore,

in te spiega Fortuna ogni sua pompa,

e Morte la memoria di quel colpo                                          11

che l’avanzo di me conven che rompa;

in te i vaghi pensier s’arman d’errore:

per che d’ogni mio mal te solo incolpo.                                 14

CCLXXV

Occhi miei, oscurato ’l nostro sole,

Occhi miei, oscurato ’l nostro sole,

anzi salito al cielo, et ivi splende;

ivi il vedremo ancra, ivi n’attende,

e di nostro tardar forse si dole.                                               4

Orecchie mie, l’angeliche parole

sonan in parte, ove chi meglio intende.

Pie’ miei, vostra ragion l non si stende,

ov’ colei ch’esercitar vi sle.                                                  8

Dunque perch mi date questa guerra?

Gi di perdere a voi cagion non fui

vederla, udirla, e ritrovarla in terra:                                       11

Morte biasmate; anzi laudate lui

che lega e scioglie, e ’n un punto apre e serra,

e dopo ’l pianto sa far lieto altrui.                                          14

CCLXXVI

Poi che la vista angelica, serena

Poi che la vista angelica, serena,

per sbita partenza, in gran dolore

lasciato ha l’alma e ’n tenebroso orrore,

cerco parlando d’allentar mia pena.                                      4

Giusto duol certo a lamentar mi mena;

sassel chi n’ cagione, e sallo Amore;

ch’altro rimedio non avea ’l mio core

contra i fastid, onde la vita piena.                                      8

Questo un, Morte, m’ha tolto la tua mano:

e tu che copri, e guardi, et hai or teco,

felice terra, quel bel viso umano,                                           11

me dove lasci, sconsolato e cieco,

poscia che ’l dolce et amoro e piano

lume de gli occhi miei non pi meco?                                14

CCLXXVII

S’Amor novo consiglio non n’apporta

S’Amor novo consiglio non n’apporta,

per forza converr che ’l viver cange:

tanta paura e duol l’alma trista ange,

che ’l desir vive, e la speranza morta:                                 4

onde si sbigottisce, e si sconforta

mia vita in tutto, e notte e giorno piange,

stanca, senza governo in mar che frange,

e ’n dubbia via senza fidata scorta.                                       8

Immaginata guida la conduce;

ch la vera sotterra, anzi nel cielo,

onde pi che mai chiara al cor traluce;                                 11

a gli occhi no, ch’un doloroso velo

contende lor la disiata luce,

e me fa s per tempo cangiar pelo.                                         14

CCLXXVIII

Ne l’et sua pi bella e pi fiorita

Ne l’et sua pi bella e pi fiorita,

quando aver suol Amor in noi pi forza,

lasciando in terra la terrena scorza,

l’aura mia vital da me partita,                                             4

e viva e bella e nuda al ciel salita:

indi mi signoreggia, indi mi sforza.

Deh, perch me del mio mortal non scorza

l’ultimo d, ch’ primo a l’altra vita?                                      8

Ch, come i miei pensier dietro a lei vanno,

cos leve, espedita, e lieta l’alma

la segua, et io sia fuor di tanto affanno.                                11

Ci che s’indugia proprio per mio danno,

per far me stesso a me pi grave salma.

Oh, che bel morir era, oggi, terzo anno!                            14

CCLXXIX

Se lamentar d’augelli, o verdi fronde

Se lamentar d’augelli, o verdi fronde

mover soavemente a l’aura estiva,

o rco mormorar di lucide onde

s’ode d’una fiorita e fresca riva,                                             4

l ’v’io seggia d’amor pensoso, e scriva,

lei che ’l ciel ne mostr, terra n’asconde,

veggio, et odo, et intendo ch’ancor viva,

di s lontano, a’ sospir miei risponde.                                     8

— Deh, perch inanzi ’l tempo ti consume?

— mi dice con pietate — a che pur versi

de gli occhi tristi un doloroso fiume?                                     11

Di me non pianger tu; ch i miei d frsi

morendo eterni, e ne l’interno lume,

quando mostrai de chiuder, gli occhi apersi. —                   14

CCLXXX

Mai non fui in parte ove s chiar vedessi

Mai non fui in parte ove s chiar vedessi

quel che veder vorrei, poi ch’io no ’l vidi,

n dove in tanta libert mi stessi,

n ’mpiessi il ciel de s amorosi stridi;                                    4

n gi mai vidi valle aver s spessi

luoghi da sospirar riposti e fidi;

n credo gi ch’Amore in Cipro avessi,

o in altra riva, s soavi nidi.                                                     8

L’acque parlan d’amore, e l’ra, e i rami,

e gli augelletti, e i pesci, e i fiori, e l’erba,

tutti inseme pregando ch’i’ sempre ami.                               11

Ma tu, ben nata, che dal ciel mi chiami,

per la memoria di tua morte acerba

preghi ch’i’ sprezzi ‘l mondo e i suoi dolci ami.                    14

CCLXXXI

Quante fiate al mio dolce ricetto

Quante fiate al mio dolce ricetto,

fuggendo altrui, e, s’esser po’, me stesso,

vo con gli occhi bagnando l’erba e ’l petto,

rompendo co’ sospir l’aere da presso!                                    4

Quante fiate sol, pien di sospetto,

per luoghi ombrosi e foschi mi son messo,

cercando col pensr l’alto diletto,

che Morte ha tolto, ond’io la chiamo spesso!                        8

Or in forma di ninfa, o d’altra diva,

che del pi chiaro fondo di Sorga sca,

e pongasi a sedere in su la riva;                                              11

or l’ho veduto su per l’erba fresca

calcare i fior com’una donna viva,

mostrando in vista che di me le ’ncresca                               14

CCLXXXII

Alma felice, che sovente torni

Alma felice, che sovente torni

a consolar le mie notti dolenti

con gli occhi tuoi, che Morte non ha spenti,

ma sovra ’l mortal modo fatti adorni,                                   4

quanto gradisco che ’ miei tristi giorni

a rallegrar de tua vita consenti!

Cos comincio a ritrovar presenti

le tue bellezze a’ suoi usati soggiorni.                                    8

L ’ve cantando andai da te molt’anni,

or, come vedi, vo di te piangendo;

di te piangendo, no, ma de’ miei danni.                                11

Sol un riposo trovo in molti affanni,

che, quando torni, te conosco, e ’ntendo,

a l’andar, a la voce, al vlto, a’ panni.                                   14

CCLXXXIII

Discolorato hai, Morte, il pi bel vlto

Discolorato hai, Morte, il pi bel vlto

che mai si vide, e i pi begli occhi spenti;

spirto pi acceso di vertuti ardenti,

del pi leggiadro e pi bel nodo hai sciolto.                          4

In un momento ogni mio ben m’hai tolto;

post’hai silenzio a’ pi soavi accenti

che mai s’udro, e me pien di lamenti:

quant’io veggio m’ noia, e quant’io ascolto.                        8

Ben torna a consolar tanto dolore

madonna, ove piet la riconduce;

n trovo in questa vita altro soccorso.                                    11

E se come ella parla, e come luce,

ridir potessi, accenderei d’amore,

non dir d’uom, un cor di tigre o d’orso.                              14

CCLXXXIV

S breve ’l tempo e ’l penser s veloce

S breve ’l tempo e ’l penser s veloce

che mi rendon madonna cos morta,

ch’al gran dolor la medicina corta:

pur, mentr’io veggio lei, nulla mi nce.                                 4

Amor, che m’hai legato e tiemmi in croce,

trema quando la vede in su la porta

de l’alma ove m’ancide, ancor s scorta,

s dolce in vista, e s soave in voce.                                         8

Come donna in suo albergo altra vne,

scacciando de l’soscuro e grave core

co la fronte serena i pensier tristi.                                          11

L’alma, che tanta luce non sostene,

sospira e dice: — O benedette l’ore

del d che questa via con li occhi apristi! —                          14

CCLXXXV

N mai pietosa madre al caro figlio

N mai pietosa madre al caro figlio,

n donna accesa al suo sposo diletto

die’ con tanti sospir, con tal sospetto

in dubbio stato s fedel consiglio,                                           4

come a me quella che ’l mio grave essiglio

mirando dal suo eterno alto ricetto,

spesso a me torna co l’usato affetto,

e di doppia pietate ornata il ciglio;                                         8

or di madre, or d’amante, or teme, or arde

d’onesto foco; e nel parlar mi mostra

quel che ’n questo viaggio o fugga o segua,                         11

contando i casi de la vita nostra,

pregando ch’a levar l’alma non tarde:

e sol quant’ella parla ho pace o tregua.                                 14

CCLXXXVI

Se quell’aura soave de’ sospiri

Se quell’aura soave de’ sospiri

ch’i’ odo di colei che qui fu mia

donna, or in cielo, et ancor par qui sia,

e viva, e senta, e vada, et ami, e spiri,                                    4

ritrar potessi, or che caldi desiri

movrei parlando! s gelosa e pia

torna ov’io son temendo non fra via

mi stanchi, o ’n dietro o da man manca giri.                        8

Ir dritto, alto m’insegna; et io che ’ntendo

le sue caste lusinghe, e i giusti preghi

col dolce mormorar pietoso e basso,                                      11

secondo lei convn mi regga e pieghi,

per la dolcezza che del suo dir prendo,

ch’avria vert di far piangere un sasso.                                 14

CCLXXXVII

Sennuccio mio, ben che doglioso e solo

Sennuccio mio, ben che doglioso e solo

m’abbi lasciato, i’ pur mi riconforto,

perch del corpo, ov’eri preso e morto,

alteramente se’ levato a volo.                                                 4

Or vedi inseme l’un e l’altro polo,

le stelle vaghe, e lor viaggio torto,

e vedi il veder nostro quanto corto:

onde col tuo gioir tempro ’l mio duolo.                                 8

Ma ben ti prego che ’n la terza spera

Guitton saluti, e messer Cino, e Dante,

Franceschin nostro, e tutta quella schiera.                            11

A la mia donna puoi ben dire in quante

lagrime io vivo; e son fatt’una fera,

membrando il suo bel viso, e l’opre sante.                            14

CCLXXXVIII

I’ ho pien di sospir quest’aere tutto

I’ ho pien di sospir quest’aere tutto,

d’aspri colli mirando il dolce piano,

ove nacque colei ch’avendo in mano

meo cor, in sul fiorire e ’n sul far frutto,                                4

gita al cielo, ed hammi a tal condutto

col sbito partir, che di lontano

gli occhi miei stanchi, lei cercando in vano,

presso di s non lassan loco asciutto.                                     8

Non sterpo, n sasso in questi monti,

non ramo, o fronda verde in queste piagge,

non fiore in queste valli, o foglia d’erba,                               11

stilla d’acqua non vn di queste fonti,

n fiere han questi boschi s selvagge,

che non sappian quanto mia pena acerba.                        14

CCLXXXIX

L’alma mia fiamma oltra le belle bella

L’alma mia fiamma oltra le belle bella,

ch’ebbe qui ’l ciel s amico e s cortese,

anzi tempo per me nel suo paese

ritornata, et a la par sua stella.                                            4

Or comincio a svegliarmi, e veggio ch’ella

per lo migliore al mio desir contese,

e quelle voglie giovenili accese

tempr con una vista dolce e fella.                                         8

Lei ne ringrazio, e ’l suo alto consiglio,

che col bel viso, e co’ soavi sdegni,

fecemi, ardendo, pensar mia salute.                                      11

O leggiadre arti, e lor effetti degni,

l’un co la lingua oprar, l’altra col ciglio,

io gloria in lei et ella in me vertute!                                        14

CCXC

Come va ’l mondo or mi diletta e piace

Come va ’l mondo or mi diletta e piace

quel che pi mi dispiacque; or veggio e sento

che, per aver salute, ebbi tormento,

e breve guerra per eterna pace.                                              4

O speranza, o desir sempre fallace,

e de gli amanti pi ben per un cento!

o quant’era il peggior farmi contento

quella ch’or siede in cielo, e ’n terra giace!                            8

Ma ’l ceco Amor, e la mia sorda mente

mi traviavan s, ch’andar per viva

forza mi convenia, dove morte era.                                       11

Benedetta colei ch’a miglior riva

volse il mio corso, e l’empia voglia ardente,

lusingando, affren, perch’io non pra.                                14

CCXCI

Quand’io veggio dal ciel scender l’Aurora

Quand’io veggio dal ciel scender l’Aurora

co la fronte di rse e co’ crin d’oro,

Amor m’assale; ond’io mi discoloro,

e dico sospirando: — Ivi l’aura ora.                                    4

O felice Titon! tu sai ben l’ora

da ricovrare il tuo caro tesoro;

ma io che debbo far del dolce alloro?

Che se ’l vo riveder, conven ch’io mora.                                8

I vostri dipartir non son s duri;

ch’almen di notte suol tornar colei

che non ha schifo le tue bianche chiome:                              11

le mie notti fa triste, e i giorni oscuri,

quella che n’ha portato i pensr miei,

n di s mi ha lasciato altro che ’l lume.                                14

CCXCII

Gli occhi di ch’io parlai s caldamente

Gli occhi di ch’io parlai s caldamente,

e le braccia, e le mani, e i piedi, e ’l viso,

che m’avean s da me stesso diviso,

e fatto singular da l’altra gente;                                             4

le crespe chiome d’r puro lucente,

e ’l lampeggiar de l’angelico riso

che solean fare in terra un paradiso,

poca polvere son, che nulla sente.                                          8

Et io pur vivo; onde mi doglio e sdegno,

rimaso senza ’l lume ch’amai tanto,

in gran fortuna, e ’n disarmato legno.                                   11

Or sia qui fine al mio amoroso canto:

secca la vena de l’usato ingegno,

e la cetera mia rivolta in pianto.                                             14

CCXCIII

S’io avesse pensato che s care

S’io avesse pensato che s care

fossin le voci de’ sospir miei in rima,

fatte l’avrei, dal sospirar mio prima,

in numero pi spesse, in stil pi rare.                                    4

Morta colei che mi facea parlare,

e che si stava de’ pensier miei in cima,

non posso, e non ho pi s dolce lima,

rime aspre e fosche far soavi e chiare.                                   8

E certo ogni mio studio in quel tempo era

pur di sfogare il doloroso core

in qualche modo, non d’acquistar fama.                              11

Pianger cercai, non gi del pianto onore:

or vorrei ben piacer; ma quella altra,

tacito, stanco, dopo s mi chiama.                                         14

CCXCIV

Soleasi nel mio cor star bella e viva

Soleasi nel mio cor star bella e viva,

com’alta donna in loco umile e basso;

or son fatto io per l’ultimo suo passo,

non pur mortal, ma morto, et ella diva.                             4

L’alma d’ogni suo ben spogliata e priva,

Amor de la sua luce ignudo e casso

devria de la piet romper un sasso;

ma non chi lor duol riconti, o scriva:                                  8

ch piangon dentro, ov’ogni orecchia sorda,

se non la mia, cui tanta doglia ingombra,

ch’altro che sospirar nulla m’avanza.                                    11

Veramente siam noi polvere et ombra;

veramente la voglia cieca e ’ngorda;

veramente fallace la speranza.                                            14

CCXCV

Soleano i miei penser soavemente

Soleano i miei penser soavemente

di lor obgetto ragionare inseme:

— Piet s’appressa, e del tardar si pente:

forse or parla di noi, o spera, o teme. —                                4

Poi che l’ultimo giorno, e l’ore estreme

spoglir di lei questa vita presente,

nostro stato dal ciel vede, ode, e sente:

altra di lei non rimaso speme.                                             8

O miracol gentile! o felice alma!

o belt senza essempio altra e rara,

che tosto ritornata ond’ella usco!                                        11

Ivi ha del suo ben far corona e palma

quella ch’al mondo s famosa e chiara

fe’ la sua gran vertute, e ’l furor mio.                                    14

CCXCVI

I’ mi soglio accusare, et or mi scuso

I’ mi soglio accusare, et or mi scuso,

anzi me pregio, e tengo assai pi caro

de l’onesta pregion, del dolce amaro

colpo, ch’i’ portai gi molt’anni chiuso.                                4

Invide Parche, s repente il fuso

troncaste, ch’attorcea soave e chiaro

stame al mio laccio, e quello aurato e raro

strale, onde morte piacque oltra nostro uso!                         8

Ch non fu d’allegrezza a’ suoi d mai,

di libert, di vita alma s vaga,

che non cangiasse ’l suo natural modo,                                 11

togliendo anzi per lei sempre trar guai,

che cantar per qualunque, e di tal piaga

morir contenta, e vivere in tal nodo.                                      14

CCXCVII

Due gran nemiche inseme erano agiunte

Due gran nemiche inseme erano agiunte,

Bellezza et Onest, con pace tanta

che mai rebellion l’anima santa

non sent poi ch’a star seco fr giunte.                                  4

Et or per morte son sparse e disgiunte:

l’una nel ciel, che se ne gloria e vanta;

l’altra sotterra, che ’ begli occhi amanta,

onde uscr gi tant’amorose punte.                                       8

L’atto soave, e ’l parlar saggio e umle

che movea d’alto loco, e ’l dolce sguardo

che piagava il mio core (ancor l’acenna),                              11

sono spariti; e s’al seguir son tardo,

forse averr che ’l bel nome gentile

consecrer con questa stanca penna.                                     14

CCXCVIII

Quand’io mi volgo in dietro a mirar gli anni

Quand’io mi volgo in dietro a mirar gli anni

c’hanno fuggendo i miei penseri sparsi,

e spento ’l foco, ove agghiacciando io arsi,

e finito il riposo pien d’affanni,                                              4

rotta la f de gli amorosi inganni,

e sol due parti d’ogni mio ben farsi,

l’una nel cielo, e l’altra in terra starsi,

e perduto il guadagno de’ miei danni,                                  8

i’ mi riscuoto, e trovomi s nudo,

ch’i’ porto invidia ad ogni estrema sorte:

tal cordoglio e paura ho di me stesso.                                    11

O mia stella, o fortuna, o fato, o morte,

o per me sempre dolce giorno e crudo,

come m’avete in basso stato messo.                                       14

CCXCIX

Ov’ la fonte, che con picciol cenno

Ov’ la fonte, che con picciol cenno

volgea il mio core in questa parte e ’n quella?

Ov’ ’l bel ciglio, e l’una e l’altra stella

ch’al corso del mio viver lume dnno?                                  4

Ov’ ’l valor, la conoscenza, e ’l senno?

L’accorta, onesta, uml, dolce favella?

Ove son le bellezze accolte in ella,

che gran tempo di me lor voglia fnno?                                8

Ov’ l’ombra gentil del viso umano,

ch’ra e riposo dava a l’alma stanca,

e l ’ve i miei pensier scritti eran tutti?                                  11

Ov’ colei che mia vita ebbe in mano?

Quanto al misero mondo, e quanto manca

a gli occhi miei che mai non fen asciutti!                             14

CCC

Quanta invidia ti porto, avara terra

Quanta invidia ti porto, avara terra,

ch’abbracci quella, cui veder m’ tolto,

e mi contendi l’aria del bel vlto,

dove pace trovai d’ogni mia guerra!                                      4

Quanta ne porto al ciel, che chiude e serra,

e s cupidamente ha in s raccolto

lo spirto da le belle membra sciolto,

e per altrui s rado si diserra!                                                  8

Quanta invidia a quest’anime che ’n sorte

hanno or sua santa e dolce compagnia,

la qual io cercai sempre con tal brama!                                 11

Quant’a la dispietata e dura morte,

ch’avendo spento in lei la vita mia,

stassi ne’ suoi begli occhi, e me non chiama!                        14

30 aprile 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 12 novembre 2007