FRANCESCO PETRARCA

Canzoniere

[codice Vaticano 3195]

Edizione di riferimento

Francesco Petrarca, Canzoniere, Trionfi, Rime varie, a cura di Carlo Muscetta e Daniele Ponchiroli, ed. Einaudi, 1958

RERUM VULGARIUM FRAGMENTA

codice Vaticano 3195

In vita di Madonna Laura

CCVI

S’i’ ’l dissi mai, ch’i’ vegna in odio a quella

S’i’ ’l dissi mai, ch’i’ vegna in odio a quella

del cui amor vivo, e senza ’l qual morrei;

s’i’ ’l dissi, che ’ miei d sian pochi, e rei,

e di vil signoria l’anima ancella;

s’i’ ’l dissi, contra me s’arme ogni stella,                                5

e dal mio lato sia

paura e gelosia,

e la nemica mia

pi feroce vr’ me sempre e pi bella.

S’i’ ’l dissi, Amor l’aurate sue quadrella                         10

spenda in me tutte, e l’impiombate in lei;

s’i’ ’l dissi, cielo, e terra, uomini e di

mi sian contrar, et essa ogni or pi fella;

s’i’ ’l dissi, chi con sua cieca facella

dritto a morte m’invia,                                                            15

pur come suol si stia,

n mai pi dolce o pia

vr me si mostri, in atto od in favella.

S’i’ ’l dissi mai, di quel ch’i’ men vorrei,

piena trovi quest’aspra e breve via;                                       20

s’i ’l dissi, il fero ardor, che mi desvia,

cresca in me, quanto il fier ghiaccio in costei;

s’i ’l dissi, unqua non veggian li occhi mei

sol chiaro, o sua sorella,

n donna, n donzella,                                                            25

ma terribil procella,

qual Faraone in perseguir gli ebrei.

S’i ’l dissi, co i sospir, quant’io mai fi,

sia piet per me morta, e cortesia;

s’i ’l dissi, il dir s’innaspri, che s’udia                                     30

s dolce allor che vinto mi rendei;

s’i ’l dissi, io spiaccia a quella ch’i’ trrei,

sol, chiuso in fosca cella,

dal d che la mamella

lasciai, fin che si svella                                                            35

da me l’alma, adorar: forse e ’l farei.

Ma s’io no ’l dissi, chi s dolce apria

meo cor a speme ne l’et novella,

regga ’ncor questa stanca navicella

col governo di sua piet natia,                                               40

n diventi altra, ma pur qual sola

quando pi non potei,

che me stesso perdei,

n pi arder devrei.

Mal fa, chi tanta f s tosto oblia.                                           45

I’ no ’l dissi gi mai, n dir pora,

per oro, o per cittadi, o per castella.

Vinca ’l ver dunque, e si rimanga in sella,

e vinta a terra caggia la bugia.

Tu sai in me il tutto, Amor: s’ella ne spia,                             50

dinne quel che dir di.

I’ beato direi,

tre volte, e quattro, e sei,

chi, devendo languir, si mor pria.

Per Rachel ho servito, e non per Lia;                              55

n con altra saprei

viver; e sosterrei,

quando ’l ciel ne rappella,

girmen, con ella,      in sul carro Elia.

CCVII

Ben mi credea passar mio tempo omai

Ben mi credea passar mio tempo omai

come passato avea quest’anni a dietro,

senz’altro studio, e senza novi ingegni;

or poi che da madonna i’ non impetro

l’usata aita, a che condutto m’hai,                                         5

tu ’l vedi, Amor, che tal arte m’insegni.

Non so s’i’ me ne sdegni;

ch ’n questa et mi fai divenir ladro

del bel lume leggiadro,

senza ‘l qual non vivrei in tanti affanni.                                10

Cos avess’io i primi anni

preso lo stil ch’or prender mi bisogna;

ch ’n giovenil fallir men vergogna.

Li occhi soavi, ond’io soglio aver vita,

de le divine lor alte bellezze                                                    15

frmi in sul cominciar tanto cortesi,

che ’n guisa d’uom cui non proprie ricchezze,

ma celato soccorso di fr aita,

vissimi; ch n lor n altri offesi.

Oh, ben ch’a me ne pesi,                                                        20

divento ingiurioso, et importuno,

ch ’l poverel digiuno

vn ad atto talor che ’n miglior stato

avria in altrui biasmato.

Se la man di Piet invidia m’ha chiuse,                                25

fame amorosa, e ’l non poter, mi scuse.

Ch’i’ ho cercate gi vie pi di mille

per provar senza lor se mortal cosa

mi potesse tenr in vita un giorno.

L’anima, poi ch’altrove non ha posa,                                    30

corre pur a l’angeliche faville;

et io, che son di cera, al foco torno.

E pongo mente intorno,

ove si fa men guardia a quel ch’i’ bramo;

e come augel in ramo,                                                            35

ove men teme, ivi pi tosto clto,

cos dal suo bel vlto

l’involo or uno et or un altro sguardo;

e di ci inseme mi nutrico et ardo.

Di mia morte mi pasco, e vivo in fiamme:                     40

stranio cibo, e mirabil salamandra!

ma miracol non , da tal si vle.

Felice agnello, a la penosa mandra

mi giacqui un tempo; or a l’estremo famme

e Fortuna et Amor pur come sle:                                         45

cos rse e viole

ha primavera, e ’l verno ha neve e ghiaccio.

Per, s’i’ mi procaccio

quinci e quindi alimenti al viver curto,

se vl dir che sia furto,                                                            50

s ricca donna deve esser contenta,

s’altri vive del suo, ch’ella no ’l senta.

Chi no ’l sa ch’io vivo, e vissi sempre,

dal d che ’n prima que’ belli occhi vidi,

che mi fecer cangiar vita e costume?                                     55

Per cercar terra e mar da tutt’i lidi,

chi p saver tutte l’umane tempre?

L’un vive, ecco, d’odor, l sul gran fiume;

io qui di foco e lume

queto i frali e famelici miei spirti.                                           60

Amor (e vo’ ben dirti),

disconvensi a signor l’esser s parco.

Tu hai li strali, e l’arco;

fa di tua man, non pur bramand’io mora:

ch’un bel morir tutta la vita onora.                                        65

Chiusa fiamma pi ardente; e se pur cresce,

in alcun modo pi non p celarsi;

Amor, i’ ’l so, che ’l provo a le tue mani.

Vedesti ben, quando s tacito arsi;

or de’ miei gridi a me medesmo incresce,                             70

che vo noiando e prossimi e lontani.

O mondo, o pensr vani!

o mia forte ventura a che m’adduce!

o di che vaga luce

al cor mi nacque la tenace speme,                                         75

onde l’annoda e preme,

quella che con tua forza al fin mi mena!

La colpa vostra, e mio ’l danno, e la pena.

Cos di ben amar porto tormento,

e del peccato altrui cheggio perdno;                                    80

anzi del mio, ch devea torcer li occhi

dal troppo lume, e di sirene al suono

chiuder li orecchi; et ancor non men pento,

che di dolce veleno il cor trabocchi.

Aspett’io pur che scocchi,                                                       85

l’ultimo colpo chi mi diede ’l primo:

e fia, s’i’ dritto estimo,

un modo di pietate, occider tosto,

non essendo ei disposto

a far altro di me che quel che soglia;                                     90

ch ben muor chi morendo esce di doglia.

Canzon mia, fermo in campo

star, ch’elli disnor morir fuggendo;

e me stesso reprendo

di tai lamenti; s dolce mia sorte,                                         95

pianto, sospiri e morte!

Servo d’Amor, che queste rime leggi,

ben non ha ’l mondo che ’l mio mal pareggi.

CCVIII

Rapido fiume, che l’alpestra vena

Rapido fiume che l’alpestra vena

rodendo intorno, onde ’l tuo nome prendi,

notte e d meco disioso scendi

ov’Amor me, te sol Natura mena,                                         4

vattene innanzi: il tuo corso non frena

n stanchezza n sonno; e pria che rendi

suo dritto al mar, fiso u’ si mostri attendi

l’erba pi verde, e l’aria pi serena.                                       8

Ivi quel nostro vivo e dolce sole

ch’addorma e ’nfiora la tua riva manca:

forse (oh, che spero?) el mio tardar le dole.                           11

Basciale ’l piede, o la man bella e bianca;

dille, e ’l basciar sie ’n vece di parole:

— Lo spirto pronto, ma la carne stanca. —                    14

CCIX

I dolci colli ov’io lasciai me stesso

I dolci colli ov’io lasciai me stesso,

partendo, onde partir gi mai non posso,

mi vanno innanzi; et mmi ogni or a dosso

quel caro peso, ch’Amor m’ha commesso.                            4

Meco di me mi meraviglio spesso,

ch’i’ pur vo sempre, e non son ancor mosso

dal bel giogo pi volte indarno scosso,

ma com’ pi me n’allungo, e pi m’appresso.                      8

E qual cervo ferito di saetta,

col ferro avvelenato dentr’al fianco,

fugge, e pi duolsi quanto pi s’affretta,                              11

tal io, con quello stral dal lato manco,

che mi consuma, e parte mi diletta,

di duol mi struggo, e di fuggir mi stanco.                             14

CCX

Non da l’ispano Ibero a l’indo Idaspe

Non da l’ispano Ibero a l’indo Idaspe

ricercando del mar ogni pendice,

n dal lito vermiglio a l’onde caspe,

n ’n ciel n ’n terra pi d’una fenice.                                 4

Qual destro corvo o qual manca cornice

canti ’l mio fato? o qual Parca l’innaspe?

Ch sol trovo Piet sorda com’aspe,

misero, onde sperava esser felice!                                                      8

Ch’i’ non vo’ dir di lei ma chi la scorge,

tutto ’l cor di dolcezza e d’amor gli empie;

tanto n’ha seco, e tant’altrui ne porge.                                  11

E per far mie dolcezze amare et empie,

o s’infinge, o non cura, o non s’accorge

del fiorir queste inanzi tempo tempie.                                   14

CCXI

Voglia mi sprona, Amor mi guida e scorge

[ uno dei tanti sonetti che ricordano l’anniversario dell’innamoramento: 6 aprile 1327; entrato nel labirinto d’amore non sa quando ne potr uscire.]

 

Voglia mi sprona, Amor mi guida e scorge,

piacer mi tira, usanza mi trasporta,

speranza mi lusinga e riconforta,

e la man destra al cor gi stanco porge.                                4

E ’l misero la prende, e non s’accorge

di nostra cieca e disleale scorta;

regnano i sensi, e la ragion morta;

de l’un vago desio l’altro risorge.                                           8

Vertute, onor, bellezza, atto gentile,

dolci parole a i bei rami m’han giunto

ove soavemente il cor s’invesca.                                             11

mille trecento ventisette, a punto

su l’ora prima, il d sesto d’aprile

nel laberinto intrai; n veggio ond’sca.                                14

CCXII

Beato in sogno e di languir contento

Beato in sogno e di languir contento,

d’abbracciar l’ombre e seguir l’aura estiva,

nuoto per mar che non ha fondo o riva,

solco onde, e ’n rena fondo, e scrivo in vento,                       4

e ’l sol vagheggio s, ch’elli ha gi spento

col suo splendor la mia vert visiva;

et una cerva errante e fugitiva

caccio con un bue zoppo e ’nfermo e lento.                          8

Cieco e stanco ad ogni altro ch’al mio danno,

il qual d e notte palpitando cerco,

sol Amor e madonna, e Morte chiamo.                                 11

Cos vnti anni, grave e lungo affanno,

pur lagrime e sospiri e dolor merco:

in tale stella presi l’sca e l’amo.                                             14

CCXIII

Grazie ch’a pochi il ciel largo destina

Grazie ch’a pochi il ciel largo destina:

rara vert, non gi d’umana gente,

sotto biondi capei canuta mente,

e ’n umil donna alta belt divina;                                          4

leggiadria singulare e pellegrina,

e ’l cantar che ne l’anima si sente,

l’andar celeste, e ’l vago spirto ardente,

ch’ogni dur rompe, et ogni altezza inchina;                         8

e que’ belli occhi che i cor fanno smalti,

possenti a rischiarar abisso e notti,

e trre l’alme a’ corpi, e darle altrui;                                      11

col dir pien d’intelletti dolci et alti,

co i sospiri soavemente rotti:

da questi magi transformato fui.                                           14

CCXIV

Anzi tre d creata era alma in parte

Anzi tre d creata era alma in parte

da por sua cura in cose altre e nove,

e dispregiar di quel ch’a molti ’n pregio.

Questa ’ncor dubbia del fatal suo corso,

sola, pensando, pargoletta, e sciolta,

intr in primavera in un bel bosco.                                        6

Era un tenero fior nato in quel bosco

il giorno avanti, e la radice in parte

ch’appressar no ’l poteva anima sciolta;

ch v’eran di lacciuo’ forme s nove,

e tal piacer precipitava al corso,

che perder libertate ivi era in pregio.                                     12

Caro, dolce, alto, e faticoso pregio,

che ratto mi volgesti al verde bosco,

usato di sviarne a mezzo ’l corso!

Et ho cerco poi ’l mondo a parte a parte,

se versi, o petre, o suco d’erbe nove,

mi rendesser un d la mente sciolta.                                       18

Ma, lasso!, or veggio che la carne sciolta

fia di quel nodo, ond’ ’l suo maggior pregio,

prima che medicine, antiche o nove,

saldin le piaghe ch’i’ presi in quel bosco,

folto di spine; ond’i’ ho ben tal parte,

che zoppo n’esco, e intrvi a s gran corso.                           24

Pien di lacci e di stecchi un duro corso

aggio a fornire, ove leggera e sciolta

pianta avrebbe uopo, e sana d’ogni parte.

Ma tu, Signor, c’hai di pietate il pregio,

porgimi la man destra, in questo bosco;

vinca ’l tuo sol le mie tenebre nove.                                       30

Guarda  ’l mio stato, a le vaghezze nove,

che ’nterrompendo di mia vita il corso,

m’han fatto abitador d’ombroso bosco;

rendimi, s’esser p, libera e sciolta

l’errante mia consorte; e fia tuo ’l pregio,

s’ancor teco la trovo in miglior parte.                                    36

Or ecco in parte le question mie nove:

s’alcun pregio in me vive, o ’n tutto corso,

o l’alma sciolta, o ritenuta al bosco.

CCXV

In nobil sangue vita umile e queta

In nobil sangue vita umile e queta,

et in alto intelletto un puro core,

frutto senile in sul giovenil fiore,

e ’n aspetto pensoso anima lieta,                                            4

raccolto ha ’n questa donna il suo pianeta,

anzi ’l re de le stelle; e ’l vero onore,

le degne lode, e ’l gran pregio, e ’l valore,

ch’ da stancar ogni divin poeta.                                           8

Amor s’ in lei con onestate aggiunto,

con belt naturale abito adorno,

et un atto che parla con silenzio,                                            11

e non so che nelli occhi, che ’n un punto

p far chiara la notte, oscuro il giorno,

e ’l ml amaro, et addolcir l’assenzio.                                    14

CCXVI

Tutto ’l d piango; e poi la notte, quando

Tutto ’l d piango; e poi la notte, quando

prendon riposo i miseri mortali,

trovomi in pianto e raddoppiansi i mali:

cos spendo ’l mio tempo lagrimando.                                  4

In tristo umor vo li occhi consumando,

e ’l cor in doglia; e son fra gli animali

l’ultimo s, che li amorosi strali

mi tengon ad ogni or di pace in bando.                                8

Lasso!, che pur da l’un a l’altro sole,

e da l’una ombra a l’altra, ho gi ’l pi corso

di questa morte che si chiama vita.                                       11

Pi l’altrui fallo che ’l mi’ mal mi dole;

ch Piet viva e ’l mio fido soccorso

vedem arder nel foco, e non m’aita.                                      14

CCXVII

Gi desiai con s giusta querela

Gi desiai con s giusta querela

e ’n s fervide rime farmi udire,

ch’un foco di piet fssi sentire

al duro cor ch’a mezza state gela;                                         4

e l’empia nube, che ’l raffredda e vela,

rompesse a l’aura del mi’ ardente dire,

o fssi quella ’ltrui in odio venire

che ’ belli, onde mi strugge, occhi mi cela.                            8

Or non, odio per lei, per me pietate,

cerco; ch quel non vo’, questo non posso;

tal fu mia stella, e tal mia cruda sorte!                                   11

Ma canto la divina sua beltate;

ch, quand’i’ sia di questa carne scosso,

sappia ’l mondo che dolce la mia morte.                            14

CCXVIII

Tra quantunque leggiadre donne e belle

Tra quantunque leggiadre donne e belle

giunga costei, ch’al mondo non ha pare,

col suo bel viso suol dell’altre fare

quel che fa ’l d de le minori stelle.                                         4

Amor par ch’a l’orecchie mi favelle,

dicendo: — Quanto questa in terra appare,

fia ’l viver bello; e poi ’l vedrem turbare,

perir vertuti, e ’l mio regno con elle.                                      8

Come natura al ciel la luna e ’l sole,

a l’aere i vnti, a la terra erbe e fronde,

a l’uomo l’intelletto e le parole,                                              11

et al mar ritollesse i pesci e l’onde;

tanto e pi fen le cose oscure e sole,

se morte li occhi suoi chiude et asconde. —                          14

CCXIX

Il cantar novo e ’l pianger delli augelli

Il cantar novo e ’l piange delli augelli

in sul d fanno retentir le valli,

e ’l mormorar de’ liquidi cristalli

gi per lucidi, freschi rivi, e snelli.                                          4

Quella che neve il vlto, oro i capelli,

nel cui amor non fr mai inganni n falli,

destami al suon de li amorosi balli,

pettinando al suo vecchio i bianchi velli.                               8

cos mi sveglio a salutar l’Aurora

e ’l Sol ch’ seco, e pi l’altro ond’io fui

ne’ primi anni abbagliato, e son ancra.                               11

I’ gli ho veduti alcun giorno ambedui

levarsi inseme, e ’n un punto e ’n un’ora

quel far le stelle, e questo sparir lui.                                       12

CCXX

Onde tolse Amor l’oro, e di qual vena

Onde tolse Amor l’oro, e di qual vena,

per far due treccie bionde? e ’n quali spine

colse le rse, e ’n qual piaggia le brine

tnere e fresche, e di lor polso e lena?                                  4

onde le perle, in ch’ei frange et affrena

dolci parole, oneste e pellegrine?

onde tante bellezze, e s divine,

di quella fronte, pi che ’l ciel serena?                                   8

Da quali angeli mosse, e di qual spera,

quel celeste cantar che mi disface

s che m’avanza omai da disfar poco?                                   11

Di qual sol nacque l’alma luce altra

di que’ belli occhi ond’io ho guerra e pace,

che mi cuocono il cor in ghiaccio e ’n foco?                          14

CCXXI

Qual mio destn, qual forza, qual inganno

Qual mio destn, qual forza, o qual inganno,

mi riconduce disarmato al campo,

l ’ve sempre son vinto? e s’io ne scampo,

meraviglia n’avr; s’i’ moro, il danno.                                   4

Danno non gi, ma pro; s dolci stanno

nel mio cor le faville e ’l chiaro lampo,

che l’abbaglia e lo strugge, e ’n ch’io m’avampo;

e son gi ardendo nel vigesimo anno.                                   8

Sento i messi di morte, ove apparire

veggio i belli occhi e folgorar da lunge;

poi, s’avn ch’appressando a me li gire                                 11

Amor, con tal dolcezza m’unge e punge,

ch’i’ no ’l so ripensar, non che ridire;

ch n ’ngegno n lingua al vero agiunge.                           14

CCXXII

— Liete, e pensose, accompagnate, e sole

— Liete, e pensose, accompagnate, e sole,

donne, che ragionando ite per via,

ove la vita, ove la morte mia?

perch non con voi, com’ella sle? —                                 4

— Liete siam per memoria di quel sole;

dogliose per sua dolce compagnia,

la qual ne toglie invidia e gelosia,

che d’altrui ben, quasi suo mal, si dole. —                            8

— Chi pon freno a li amanti, o d lor legge?—

— Nessun a l’alma; al corpo ira et asprezza:

questo or in lei, tal or si prova in noi.                                     11

Ma spesso ne la fronte il cor si legge:

s vedemmo oscurar l’alta bellezza,

e tutti rugiadosi li occhi suoi. —                                             14

CCXXIII

Quando ’l Sol bagna in mar l’aurato carro

Quando ‘l Sol bagna in mar l’aurato carro,

e l’aere nostro, e la mia mente imbruna,

col cielo, e co le stelle, e co la luna,

un’angosciosa e dura notte innarro.                                      4

Poi, lasso!, a tal che non m’ascolta narro

tutte le mie fatiche, ad una ad una,

e col mondo, e con mia cieca fortuna,

con Amor, madonna, e meco garro.                                      8

Il sonno ’n bando, e del riposo nulla;

ma sospiri, e lamenti in fin a l’alba,

e lagrime che l’alma a li occhi invia.                                      11

Vien poi l’aurora, e l’aura fosca inalba,

me no; ma ’l sol che ’l cor m’arde e trastulla,

quel p solo adolcir la doglia mia.                                         14

CCXXIV

S’una fede amorosa, un cor non finto

S’una fede amorosa, un cor non finto,

un languir dolce, un desiar cortese;

s’oneste voglie in gentil foco accese,

un lungo error in cieco laberinto;                                           4

se ne la fronte ogni penser depinto,

od in voce interrotte a pena intese,

or da paura, or da vergogna offese;

s’un pallor di viola e d’amor tinto;                                         8

s’aver altrui pi caro che se stesso;

se sospirare e lagrimar mai sempre,

pascendosi di duol, d’ira e d’affanno;                                    11

s’arder da lunge et agghiacciar da presso,

son le cagion ch’amando i’ mi distempre,

vostro, donna, ’l peccato, e mio fia ’l danno.                         14

CCXXV

Dodici donne onestamente lasse

Dodici donne onestamente lasse,

anzi dodici stelle, e ’n mezzo un sole,

vidi in una barchetta allegre e sole,

qual non so s’altra mai onda solcasse.                                   4

Simil non credo che Iason portasse

al vello onde oggi ogni uom vestir si vle,

n ’l pastor di ch’ancor Troia si dole;

de’ qua’ duo tal romor al mondo fasse.                                 8

Poi le vidi in un carro triumfale,

Laurea mia con suoi santi atti schifi

sedersi in parte, e cantar dolcemente.                                    11

Non cose umane, o vision mortale:

felice Automedon, felice Tifi,

che conduceste s leggiadra gente!                                         14

CCXXVI

Passer mai solitario in alcun tetto

Passer mai solitario in alcun tetto

non fu quant’io, n fera in alcun bosco;

ch’i’ non veggio ’l bel viso, e non conosco

altro sol, n quest’occhi hann’altro obietto.                           4

Lagrimar sempre ’l mio sommo diletto,

il rider doglia, il cibo assenzio o tsco;

la notte affanno, e ’l ciel seren m’ fosco,

e duro campo di battaglia il letto.                                          8

Il sonno veramente, qual uom dice,

parente de la morte, e ’l cor sottragge

a quel dolce penser che ’n vita il tne.                                   11

Solo al mondo paese almo, felice,

verdi rive fiorite, ombrose piagge,

voi possedete, et io piango il mio bene.                                 14

CCXXVII

Aura che quelle chiome bionde e crespe

Aura che quelle chiome bionde e crespe

cercondi e movi, e se’ mossa da loro

soavemente, e spargi quel dolce oro,

e poi ’l raccogli e ’n bei nodi il rincrespe,                               4

tu stai nelli occhi ond’amorose vespe

mi pungon s, che ’n fin qua il sento e ploro,

e vacillando cerco il mio tesoro,

come animal che spesso adombre e ’ncespe;                        8

ch’or mel par ritrovar, et or m’accorgo

ch’i’ ne son lunge, or mi sollievo or caggio,

ch’or quel ch’i’ bramo, or quel ch’ vero scorgo.                  11

Aer felice, col bel vivo raggio

rimanti. E tu, corrente e chiaro gorgo,

ch non poss’io cangiar teco viaggio?                                   14

CCXXVIII

Amor co la man destra il lato manco

Amor co la man destra il lato manco

m’aperse, e piantvi entro in mezzo ’l core

un lauro verde, s che di colore

ogni smeraldo avria ben vinto e stanco.                                4

Vomer di penna, con sospir del fianco,

e ’l piover gi dalli occhi un dolce umore

l’addornr s, ch’al ciel n’and l’odore,

qual non so gi se d’altre frondi unquanco.                          8

Fama, onor, e vertute, e leggiadria,

casta bellezza in abito celeste

son le radici de la nobil pianta.                                              11

Tal mi trovo al petto, ove ch’i’ sia,

felice incarco; e con preghiere oneste

l’adoro, e ’nchino come cosa santa.                                       14

CCXXIX

Cantai, or piango, e non men di dolcezza

Cantai, or piango, e non men di dolcezza

del pianger prendo che del canto presi;

ch’a la cagion, non a l’effetto intesi

son i miei sensi vaghi pur d’altezza.                                      4

Indi a mansuetudine e durezza

et atti feri, et umili, e cortesi,

porto egualmente; n me gravan pesi,

n l’arme mie punta di sdegni spezza.                                  8

Tengan dunque vr’ me l’usato stile

Amor, madonna, il mondo, e mia fortuna;

ch’i’ non penso esser mai se non felice.                                  11

Viva o mora, o languisca, un pi gentile

stato del mio non sotto la Luna;

s dolce del mio amaro la radice.                                         14

CCXXX

I’ piansi, or canto; ch ’l celeste lume

I’ piansi, or canto; ch ’l celeste lume

quel vivo sole alli occhi mei non cela,

nel qual onesto Amor chiaro revela

sua dolce forza, e suo santo costume:                                    4

onde e’ suol trar di lagrime tal fiume,

per accorciar del mio viver la tela,

che non pur ponte o guado, o remi o vela,

ma scampar non potiemmi ale n piume.                            8

S profondo era, e di s larga vena

il pianger mio, e s lunge la riva,

ch’i’ v’aggiungeva col penser la pena.                                   11

Non lauro o palma, ma tranquilla oliva

piet mi manda. e ’l tempo rasserena,

e ’l pianto asciuga, e vuol ancor ch’i’ viva.                            14

CCXXXI

I’ mi vivea di mia sorte contento

I’ mi vivea di mia sorte contento,

senza lagrime, e senza invidia alcuna;

che s’altro amante ha pi destra fortuna,

mille piacer non vaglion un tormento.                                  4

Or quei belli occhi ond’io mai non mi pento

de le mie pene, e men non ne voglio una,

tal nebbia copre, s gravosa e bruna,

che ’l sol de la mia vita ha quasi spento.                               8

O Natura, pietosa e fera madre,

onde tal possa, e s contrarie voglie

di far cose e disfar tanto leggiadre?                                       11

D’un vivo fonte ogni poder s’accoglie:

ma tu come ’l consenti, o sommo Padre,

che del tuo caro dono altri ne spoglie?                                  14

CCXXXII

Vincitore Alessandro l’ira vinse

Vincitore Alessandro l’ira vinse,

e fe’ ’l minore in parte che Filippo:

che li val se Pirgotile e Lisippo

l’intaglir, solo, et Apelle il depinse?                                      4

L’ira Tideo a tal rabbia sospinse,

che, morendo ei, si rse Melanippo:

l’ira cieco del tutto, non pur lippo,

fatto avea Silla; a l’ultimo l’estinse.                                        8

Sal Velentinian, ch’a simil pena

ira conduce; e sal quei che ne more,

Aiace, in molti e poi in se stesso forte.                                    11

Ira breve furore e, chi no ’l frena,

furor lungo, che ’l suo possessore

spesso a vergogna, e talor mena a morte.                              14

CCXXXIII

Qual ventura mi fu, quando da l’uno

Qual ventura mi fu, quando da l’uno

de’ duo i pi belli occhi che mai fro,

mirandol di dolor turbato e scuro,

mosse vert che fe’ ’l mio ’nfermo e bruno!                          4

Send’io tornato a solver il digiuno

di veder lei che sola al mondo curo,

fummi il Ciel et Amor men che mai duro,

se tutte altre mie grazie inseme aduno.                                 8

Ch dal destr’occhio, anzi dal destro sole

de la mia donna, al mio destr’occhio venne

il mal che mi diletta, e non mi dole;                                       11

e pur com’intelletto avesse, e penne,

pass quasi una stella che ’n ciel vle;

e natura e pietate il corso tenne.                                             14

CCXXXIV

O cameretta, che gi fosti un porto

O cameretta, che gi fosti un porto

a le gravi tempeste mie diurne,

fonte se’ or di lagrime notturne,

che ’l d celate per vergogna porto!                                        4

O letticciuol, che requie eri e conforto

in tanti affanni, di che dogliose urne

ti bagna Amor, con quelle mani eburne,

solo vr’ me crudeli a s gran torto!                                        8

N pur il mio secreto, e ’l mio riposo,

fuggo, ma pi me stesso, e ’l mio pensero

che, seguendol talor, levommi a volo;                                   11

e ’l vulgo, a me nemico, et odioso

chi ’l pens mai?), per mio refugio chero:

tal paura ho di ritrovarmi solo.                                              14

CCXXXV

Lasso!, Amor mi trasporta, ov’io non voglio

Lasso!, Amor mi trasporta, ov’io non voglio;

e ben m’accorgo che ’l dever si varca,

onde, a chi nel mio cor siede monarca,

sono importuno assai pi ch’i’ non soglio.                            4

N mai saggio nocchier guard da scoglio

nave di merci preziose carca,

quant’io sempre la debile mia barca

da le percosse del suo duro orgoglio.                                     8

Ma lagrimosa pioggia, e fieri vnti

d’infiniti sospiri or m’hanno spinta,

ch’ nel mio mare orribil notte e verno,                                 11

ov’altrui noie, a s doglie e tormenti

porta, e non altro, gi da l’onde vinta,

disarmata di vele e di governo.                                              14

CCXXXVI

Amor, io fallo, e veggio il mio fallire

Amor, io fallo, e veggio il mio fallire,

ma fo s com’uom ch’arde e ’l foco ha ’n seno,

ch ’l duol pur cresce, e la ragion vn meno

et gi quasi vinta da martre.                                              4

Solea frenare il mio caldo desire,

per non turbare il bel viso sereno:

non posso pi; di man m’hai tolto il freno,

e l’alma desperando ha preso ardire.                                     8

Per s’oltra suo stile ella s’aventa,

tu ’l fai, che s l’accendi, e s la sproni,

ch’ogni aspra via per sua salute tenta;                                  11

e pi ’l fanno i celesti e rari doni,

c’ha in s madonna. Or fa almen ch’ella il senta,

e le mie colpe a se stessa perdoni.                                          14

CCXXXVII

Non ha tanti animali il mar fra l’onde

Non ha tanti animali il mar fra l’onde,

n lass sopra ’l cerchio de la Luna

vide mai tante stelle alcuna notte,

n tanti augelli albergan per li boschi,

n tant’erbe ebbe mai campo n piaggia,

quant’ha ’l mio cor pensier ciascuna sera.                            6

Di d in d spero omai l’ultima sera,

che scevri in me dal vivo terren l’onde,

e mi lasci dormire in qualche piaggia:

ch tanti affanni uom mai sotto la Luna

non sofferse quant’io; sannolsi i boschi

che sol vo ricercando giorno e notte.                                     12

Io non ebbi gi mai tranquilla notte,

ma sospirando andai matino e sera,

poi ch’Amor fmmi un cittadin de’ boschi.

Ben fia, prima ch’i’ posi, il mar senz’onde,

e la sua luce avr ’l Sol da la Luna,

e i fior d’april morranno in ogni piaggia.                              18

Consumando mi vo di piaggia in piaggia,

el d pensoso, poi piango la notte;

n stato ho mai, se non quanto la luna.

Ratto, come imbrunir veggio la sera,

sospir del petto, e de li occhi escono onde,

da bagnar l’erbe, e da crollare i boschi.                                 24

Le citt son nemiche, amici i boschi,

a’ miei pensier, che per quest’alta piaggia

sfogando vo col mormorar de l’onde

per lo dolce silenzio de la notte:

tal ch’io aspetto tutto ’l d la sera,

che ’l Sol si parta, e dia luogo a la Luna.                               30

Deh, or foss’io col vago de la luna

adormentato in qua’ che verdi boschi;

e questa ch’anzi vespro a me fa sera,

con essa e con Amor in quella piaggia

sola venisse a starsi ivi una notte;

e ’l d si stesse e ’l sol sempre ne l’onde.                                 36

Sovra dure onde, al lume de la Luna,

canzon, nata di notte in mezzo i boschi,

ricca piaggia vedrai deman da sera.

CCXXXVIII

Real natura, angelico intelletto

Real natura, angelico intelletto,

chiara alma, pronta vista, occhio cerviero,

providenzia veloce, alto pensero,

e veramente degno di quel petto:                                           4

sendo di donne un bel numero eletto,

per adornar il d festivo e altro,

sbito scorse il buon giudicio intero

fra tanti, e s bei vlti, il pi perfetto.                                     8

L’altre maggior di tempo, o di fortuna,

trarsi in disparte comand con mano,

e caramente accolse a s quell’una.                                       11

Li occhi e la fronte con sembiante umano

basciolle s che rallegr ciascuna;

me empi d’invidia l’atto dolce e strano.                               14

CCXXXIX

L vr l’aurora, che s dolce l’aura

L vr l’aurora, che s dolce l’aura

al tempo novo suol muovere i fiori

e li augelletti incominciar lor versi,

s dolcemente i pensier dentro a l’alma

mover mi sento a chi li ha tutti in forza,

che ritornar convemmi a le mie note.                                    6

Temprar potess’io in s soavi note

i miei sospiri, ch’addolcissen Laura,

faccendo a lei ragion ch’a me fa forza!

Ma pria fia ’l verno la stagion de’ fiori,

ch’amor fiorisca in quella nobil alma,

che non cur gi mai rime n versi.                                       12

Quante lagrime, lasso!, e quanti versi

ho gi sparti al mio tempo, e ’n quante note

ho riprovato umiliar quell’alma!

Ella si sta pur com’aspr’alme a l’aura

dolce, la qual ben move frondi e fiori,

ma nulla po’ se ’n contr’ha maggior forza.                           18

Omini e di solea vincer per forza

Amor, come si legge in prose e ’n versi:

et io ’l provai in sul primo aprir de’ fiori.

Ora n ’l mio signor, n le sue note,

n ’l pianger mio, n i prieghi pn far Laura

trarre o di vita o di martr quest’alma.                                  24

A l’ultimo bisogno, o misera alma,

accampa ogni tuo ingegno, ogni tua forza,

mentre fra noi di vita alberga l’aura.

Nulla al mondo che non possano i versi;

e li aspidi incantar sanno in lor note,

non che ’l gielo adornar di novi fiori.                                     30

Ridon or per le piagge erbette e fiori:

esser non po’ che quella angelica alma

non senta il suon de l’amorose note,

Se nostra ria fortuna di pi forza,

lagrimando e cantando i nostri versi

e col bue zoppo andrem cacciando l’aura.                            39

In rete accolgo l’aura, e ’n ghiaccio i fiori,

e ’n versi tanto sorda e rigida alma,

che n forza d’Amor prezza, n note.

CCXL

I’ ho pregato Amor, e ’l ne riprego

I’ ho pregato Amor, e ’l ne riprego,

che mi scusi appo voi, dolce mia pena,

amaro mio diletto, se, con piena

fede, dal dritto mio sentier mi piego.                                     4

I’ no ’l posso negar, donna, e no ’l nego,

che la ragion, ch’ogni bona alma affrena,

non sia dal voler vinta; ond’ei mi mena

talor in parte ov’io per forza il sego.                                      8

Voi, con quel cor, che di s chiaro ingegno,

di s alta vertute il cielo alluma,

quanto mai piovve da benigna stella,                                   11

devete dir, pietosa e senza sdegno:

Che p questi altro? il mio vlto il consuma:

ei perch ingordo, et io perch s bella? —                            4

CCXLI

L’alto signor dinanzi a cui non vale

L’alto signor dinanzi a cui non vale

nasconder, n fuggir, n far difesa,

di bel piacer m’avea la mente accesa,

con un ardente et amoroso strale;                                          4

e ben che ’l primo colpo aspro e mortale

fossi da s, per avanzar sua impresa,

una saetta di pietate ha presa,

e quinci e quindi il cor punge e assale.                                  8

L’una piaga arde, e versa foco e fiamma;

lagrime l’altra che ’l dolor distilla,

per li occhi mei, del vostro stato rio.                                      11

N, per duo fonti, sol una favilla

rallenta de l’incendio che m’infiamma;

anzi, per la piet, cresce ’l desio.                                            14

CCXLII

Mira quel colle, o stanco mio cor vago

Mira quel colle, o stanco mio cor vago:

ivi lasciammo ier lei, ch’alcun tempo ebbe

qualche cura di noi, e le ne ’ncrebbe,

or vorria trar de li occhi nostri un lago.                                 4

Torna tu in l, ch’io d’esser sol m’appago;

tenta se forse ancor tempo sarebbe

da scemar nostro duol, che ’n fin qui crebbe,

del mio mal partecipe, e presago.                                          8

Or tu ch’hai posto te stesso in oblio,

e parli al cor pur come e’ fusse or teco,

miser, e pien di pensier vani e sciocchi!                                 11

Ch’al dipartir dal tuo sommo desio,

tu te n’andasti, e’ si rimase seco,

e si nascose dentro a’ suoi belli occhi. —                               14

CCXLIII

Fresco, ombroso, fiorito e verde colle

Fresco, ombroso, fiorito e verde colle,

ov’or pensando et or cantando siede,

e fa qui de’ celesti spirti fede

quella ch’a tutto ’l mondo fama tolle,                                    4

il mio cor che per lei lasciar mi volle,

e fe’ gran senno, e pi se mai non riede,

va or contando ove da quel bel piede

segnata l’erba, e da quest’occhi molle.                             8

Seco si stringe, e dice a ciascun passo:

— Deh fusse or qui, quel miser, pur un poco,

ch’ gi di pianger, e di viver lasso! —                                  11

Ella sel ride; e non pari il gioco:

tu paradiso, i’ senza cor un sasso,

sacro, aventuroso, e dolce loco!                                              14

CCXLIV

Il mal mi preme, e mi spaventa il peggio

Il mal mi preme, e mi spaventa il peggio,

al qual veggio s larga e piana via,

ch’i’ son intrato in simil frenesia,

e con duro penser teco vaneggio;                                           4

n so se guerra o pace a Dio mi cheggio,

ch ’l danno grave, e la vergogna ria.

Ma per che pi languir? Di noi pur fia

quel ch’ordinato gi nel sommo seggio.                             8

Ben ch’i’ non sia di quel grand’onor degno

che tu mi fai, ch te n’ingana Amore,

che spesso occhio ben san fa veder torto,                              11

pur d’alzar l’alma a quel celeste regno

il mio consiglio, e di spronare il core;

perch ’l camin lungo, e ’l tempo corto.                           14

CCXLV

Due rse fresche, e clte in paradiso

Due rse fresche, e clte in paradiso

l’altr’ier, nascendo il d primo di maggio,

bel dono, e d’un amante antiquo e saggio,

tra duo minori egualmente diviso,                                         4

con s dolce parlar e con un riso

da far innamorare un uom selvaggio,

di sfavillante et amoroso raggio

e l’un e l’altro fe’ cangiare il viso.                                           8

— Non vede un simil par d’amanti il Sole, —

dicea, ridendo e sospirando inseme;

e stringendo ambedue, volgeasi a torno.                               11

Cos parta le rse e le parole;

onde ’l cor lasso ancor s’allegra e teme:

felice eloquenzia! O lieto giorno!                                            14

CCXLVI

L’aura, che ’l verde lauro e l’aureo crine

L’aura, che ’l verde lauro e l’aureo crine

soavemente sospirando move,

fa con sue viste leggiadrette e nove

l’anime da’ lor corpi pellegrine.                                             4

Candida rsa nata in dure spine,

quando fia chi sua pari al mondo trove?

Gloria di nostra etate! O vivo Giove,

manda, prego, il mio in prima che ’l suo fine;                      8

s ch’io non veggia il gran publico danno

e ’l mondo remaner senza ’l suo sole,

n li occhi miei, che luce altra non hanno,                            11

n l’alma, che pensar d’altro non vle,

n l’orecchie, ch’udir altro non sanno,

senza l’oneste sue dolci parole.                                               14

CCXLVII

Parr forse ad alcun che ’n lodar quella

Parr forse ad alcun che ’n lodar quella

ch’i’ adoro in terra, errante sia ’l mio stile,

faccendo lei sovr’ogni altra gentile,

santa, saggia, leggiadra, onesta, e bella.                               4

A me par il contrario; e temo ch’ella

non abbia a schifo il mio dir troppo umle,

degna d’assai pi alto e pi sottile:

e chi no ’l crede, venga egli a vedella.                                    8

Si dir ben: — Quello ove questi aspira

cosa da stancare Atene, Arpino,

Mantova, e Smirna, e l’una e l’altra lira. —                          11

Lingua mortale al suo stato divino

giunger non pte: Amor la spinge e tira,

non per elezion, ma per destino.                                            14

CCXLVIII

Chi vuol veder quantunque po’ Natura

Chi vuol veder quantunque po’ Natura

e ’l Ciel tra noi, venga a mirar costei,

ch’ sola un sol, non pur a li occhi mei,

ma al mondo cieco, che vert non cura;                               4

e venga tosto, perch Morte fura

prima i migliori, e lascia star i rei:

questa, aspettata al regno delli di,

cosa bella mortal, passa e non dura.                                      8

Vedr, s’arriva a tempo ogni vertute,

ogni bellezza, ogni real costume

giunti in un corpo con mirabil tempre.                                 11

Allor dir che mie rime son mute,

l’ingegno offeso dal soverchio lume:

ma se pi tarda, avr da pianger sempre.                            14

CCXLIX

Qual paura ho, quando mi torna a mente

Qual paura ho, quando mi torna a mente

quel giorno ch’’ lasciai grave e pensosa

madonna, e ’l mio cor seco! E non cosa

che s volentier pensi, e s sovente.                                         4

I’ la riveggio starsi umilemente,

tra belle donne, a guisa d’una rsa

tra minor fior; n lieta n dogliosa,

come chi teme, et altro mal non sente.                                  8

Deposta avea l’usata leggiadria,

le perle, e le ghirlande, e i panni allegri,

e ’l riso, e ’l canto, e ’l parlar dolce umano.                           11

Cos in dubbio lasciai la vita mia:

or tristi augur, e sogni, e penser negri

mi dnno assalto; e piaccia a Dio che ’n vano.                     14

CCL

Solea lontana in sonno consolarme

Solea lontana in sonno consolarme

con quella dolce angelica sua vista

madonna; or mi spaventa e mi contrista,

n di duol n di tma possa aitarme;                                     4

ch spesso nel suo vlto veder parme

vera piet con grave dolor mista,

et udir cose, onde ’l cor fede acquista,

che di gioia e di speme si disarme.                                         8

— Non ti sovn di quella ultima sera

— dice ella — ch’i’ lasciai li occhi tuoi molli

e sforzata dal tempo me n’andai?                                          11

I’ non tel potei dir, allor, n volli;

or tel dico per cosa esperta e vera:

non sperar di vedermi in terra mai. —                                  14

CCLI

O misera et orribil visione

O misera et orribil visione!

dunque ver che ’nnanzi tempo spenta

sia l’alma luce che suol far contenta

mia vita in pene et in speranze bone?                                   4

Ma come che s gran romor non sone,

per altri messi, e per lei stessa il senta?

Or gi Dio e Natura no ’l consenta,

e falsa sia mia trista opinione.                                                8

A me pur giova di sperare ancra

la dolce vista del bel viso adorno,

che me mantene e ’l secol nostro onora.                                11

Se per salir a l’eterno soggiorno

uscita pur del bel albergo fra,

prego non tardi il mio ultimo giorno.                                    14

CCLII

In dubbio di mio stato, or piano or canto

In dubbio di mio stato, or piango, or canto,

e temo, e spero; et in sospiri, e ’n rime

sfogo il mio incarco: Amor tutte sue lime

usa sopra ’l mio core afflitto tanto.                                        4

Or fia gi mai che quel bel viso santo

renda a quest’occhi le lor luci prime?

(lasso!, non so che di me stesso estime)

li condanni a sempiterno pianto?                                           8

E per prendere il ciel, debito a lui,

non curi che si sia di loro in terra,

di ch’egli ’l sole, e non veggiono altrui?                              11

In tal paura e ’n s perpetua guerra

vivo, ch’i’ non son pi quel che gi fui;

qual chi per via dubbiosa teme et erra.                                 14

CCLIII

O dolci sguardi, o parolette accorte

O dolci sguardi, o parolette accorte,

or fia mai il d ch’i’ vi riveggia et oda?

O chiome bionde, di che ’l cor m’annoda

Amor, e cos preso il mena a morte;                                      4

o bel viso a me dato in dura sorte,

di ch’io sempre pur pianga, e mai non goda;

o chiuso inganno et amorosa froda,

darmi un piacer che sol pena m’apporte!                              8

E se talor da’ belli occhi soavi,

ove mia vita, e ’l mio pensero alberga,

forse mi vn qualche dolcezza onesta,                                  11

sbito, a ci ch’ogni mio ben disperga

e m’allontane, or fa cavalli, or navi

Fortuna, ch’al mio mal sempre s presta.                           14

CCLIV

I’ pur ascolto, e non odo novella

I’ pur ascolto, e non odo novella,

de la dolce et amata mia nemica,

n so ch’i’ me ne pensi o ch’i’ mi dica,

s ’l cor tma e speranza mi puntella.                                    4

Nocque ad alcuna gi l’esser s bella:

questa pi d’altra bella e pi pudica:

forse vuol Dio tal di vertute amica

trre a la terra, e ’n ciel farne una stella,                               8

anzi un sole; e se questo , la mia vita,

i miei corti riposi e i lunghi affanni

son giunti al fine. O dura dipartita,                                      11

perch lontan m’hai fatto da’ miei danni?

La mia favola breve gi compita,

e fornito il mio tempo a mezzo gli anni.                               14

CCLV

La sera desiare, odiar l’aurora

La sera desiare, odiar l’aurora

soglion questi tranquilli e lieti amanti;

a me doppia la sera e doglia e pianti,

la matina per me pi felice ora:                                           4

ch spesso in un momento apron allora

l’un sole e l’altro quasi duo levanti,

di beltate e di lume s sembianti,

ch’anco il ciel de la terra s’innamora;                                    8

come gi fece, allor che ’ primi rami

verdeggir, che nel cor radice m’hanno,

per cui sempre altrui pi che me stesso ami.                       11

Cos di me due contrarie ore fanno;

e chi m’acqueta ben ragion ch’i’ brami,

e tma et odi’ chi m’adduce affanno.                                    14

CCLVI

Far potess’io vendetta di colei

Far potess’io vendetta di colei

che guardando, e parlando, mi distrugge,

e per pi doglia poi s’asconde e fugge,

celando li occhi, a me s dolci e rei.                                        4

Cos li afflitti e stanchi spirti mei

a poco a poco consumando sugge;

e ’n sul cor, quasi fiero leon, rugge

la notte allor quand’io posar devrei.                                      8

L’alma, cui Morte del suo albergo caccia,

da me si parte; e di tal nodo sciolta,

vassene pur a lei che la minaccia.                                          11

Meravigliomi ben, s’alcuna volta,

mentre le parla, e piange, e poi l’abbraccia,

non rompe il sonno suo, s’ella l’ascolta.                                 14

CCLVII

In quel bel viso ch’i’ sospiro e bramo

In quel bel viso ch’i’ sospiro e bramo,

fermi eran li occhi desiosi e ’ntensi,

quando Amor porse (quasi a dir: — che pensi? —)

quella onorata man che second’amo.                                    4

Il corpo preso ivi come pesce a l’amo,

onde a ben far per vivo essempio viensi,

al ver non volse li occupati sensi,

o come novo augello al visco in ramo;                                   8

ma la vista privata del suo obietto,

quasi sognando si facea far via,

senza la qual ’l suo bene imperfetto:                                   11

l’alma, tra l’una e l’altra gloria mia,

quasi celeste, non so, novo diletto

e qual strania dolcezza si sentia.                                            14

CCLVIII

Vive faville uscan de’ duo bei lumi

Vive faville uscan de’ duo bei lumi

vr me s dolcemente folgorando,

e parte d’un cor saggio sospirando,

d’alta eloquenza s soavi fiumi,                                              4

che per il rimembrar par mi consumi

qualor a quel d torno, ripensando

come venieno i miei spirti mancando

al variar de’ suoi duri costumi.                                               8

L’alma nudrita sempre in doglia e ’n pene,

(quanto ’l poder d’una prescritta usanza!)

contra ’l doppio piacer s ’nferma fue,                                   11

ch’al gusto sol del disusato bene,

tremando or di paura or di speranza,

d’abandonarme fu spesso en tra due.                                    14

CCLIX

Cercato ho sempre solitaria vita

Cercato ho sempre solitaria vita

(le rive il sanno, e le campagne e i boschi)

per fuggir questi ingegni sordi e loschi,

che la strada del cielo hanno smarrita:                                  4

e se mia voglia in ci fusse compita,

fuor del dolce aere de’ paesi tschi

ancor m’avria tra ’ suoi bei colli foschi

Sorga, ch’a pianger e cantar m’aita.                                     8

Ma mia fortuna, a me sempre nemica,

mi risospigne al loco ov’io mi sdegno

veder nel fango il bel tesoro mio.                                           11

A la man, ond’io scrivo, fatta amica

a questa volta; e non forse indegno:

Amor sel vide, e sal madonna et io.                                       14

CCLX

In tale stella duo belli occhi vidi

In tale stella duo belli occhi vidi,

tutti pien d’onestade e di dolcezza,

che presso a quei d’Amor leggiadri nidi

il mio cor lasso ogni altra vista sprezza.                                4

Non si pareggi a lei qual pi s’aprezza,

in qual ch’etade, in quai che strani lidi:

non chi rec con sua vaga bellezza

in Grecia affanni, in Troia ultimi stridi;                                 8

no la bella romana che col ferro

apre il suo casto e disdegnoso petto;

non Polissena, Isifile et Argia.                                                11

Questa eccellenzia gloria, s’i’ non erro,

grande a natura, a me sommo diletto,

ma che vn tardo, e sbito va via.                                         14

CCLXI

Qual donna attende a gloriosa fama

Qual donna attende a gloriosa fama,

di senno, di valor, di cortesia,

miri fiso nelli occhi a quella mia

nemica, che mia donna il mondo chiama.                            4

Come s’acquista onor, come Dio s’ama,

come giunta onest con leggiadria,

ivi s’impara, e qual dritta via

di gir al ciel, che lei aspetta e brama;                                     8

ivi ’l parlar che nullo stile aguaglia,

e ’l bel tacere, e quei cari costumi,

che ’ngegno uman non po’ spiegar in carte.                         11

L’infinita bellezza, ch’altrui abbaglia,

non vi s’impara; ch quei dolci lumi

s’acquistan per ventura e non per arte.                                 14

CCLXII

— Cara la vita, e dopo lei mi pare

— Cara la vita, e dopo lei mi pare

vera onest, che ’n bella donna sia. —

— L’ordine volgi: e’ non fr, madre mia,

senza onest mai cose belle o care.                                        4

E qual si lascia di suo onor privare,

n donna donna pi, n viva; e se qual pria

appare in vista, tal vita aspra e ria

via pi che morte, e di pi pene amare.                                8

N di Lucrezia mi meravigliai,

se non come a morir le bisognasse

ferro, e non le bastasse il dolor solo. —                                  11

Vengan quanti filosofi fr mai

a dir ci: tutte lor vie fen basse;

e quest’una vedremo alzarsi a volo.                                       14

CCLXIII

Arbor vittoriosa triumfale

Arbor vittoriosa triumfale,

onor d’imperadori e di poeti,

quanti m’hai fatto d dogliosi e lieti

in questa breve mia vita mortale!                                          4

Vera donna, et a cui di nulla cale,

se non d’onor, che sovr’ogni altra mieti,

n d’Amor visco tmi, o lacci, o reti,

n ’nganno altrui contr’al tuo senno vale.                             8

Gentilezza di sangue, e l’altre care

cose tra noi, perle e robini et oro,

quasi vil soma egualmente dispregi.                                     11

L’alta belt, ch’al mondo non ha pare,

noia t’, se non quanto il bel tesoro

di castit par ch’ella adorni e fregi.                                        14

30 aprile 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 12 novembre 2007