FRANCESCO PETRARCA

Canzoniere

[codice Vaticano 3195]

Edizione di riferimento

Francesco Petrarca, Canzoniere, Trionfi, Rime varie, a cura di Carlo Muscetta e Daniele Ponchiroli, ed. Einaudi, 1958

RERUM VULGARIUM FRAGMENTA

codice Vaticano 3195

In vita di Madonna Laura

CXLI

Come talor al caldo tempo sòle

Come talora al caldo tempo sòle

semplicetta farfalla al lume avezza

volar ne gli occhi altrui per sua vaghezza,

onde aven ch’ella more, altri si dole;                                      4

così sempre io corro al fatal mio sole

de gli occhi onde mi vèn tanta dolcezza

che ‘l fren de la ragion Amor non prezza,

e chi discerne è vinto da chi vòle.                                           8

E veggio ben quant’elli a schivo m’hanno,

e so ch’i’ ne morrò veracemente,

ché mia vertù non po’ contra l’affanno;                                11

ma sì m’abbaglia Amor soavemente

ch’i’ piango l’altrui noia, e no ‘l mio danno;

e, cieca, al suo morir l’alma consente.                                   14

CXLII

A la dolce ombra de le belle frondi

A la dolce ombra de le belle frondi

corsi fuggendo un dispietato lume

che ‘n fin qua giù m’ardea dal terzo cielo;

e disgombrava già di neve i poggi

l’aura amorosa che rinova ‘l tempo,

e fiorian per le piagge l’erbe e i rami.                                    6

Non vide il mondo sì leggiadri rami,

né mosse il vento mai sì verdi frondi,

come a me si mostrâr quel primo tempo;

tal che temendo de l’ardente lume,

non volsi al mio refugio ombra di poggi,

ma de la pianta più gradita in cielo.                                      12

Un lauro mi difese allor dal cielo;

onde più volte, vago de’ bei rami,

da po’ son gito per selve e per poggi;

né già mai ritrovai tronco né frondi

tanto onorate dal superno lume,

che non mutasser qualitate e tempo.                                     18

Però più fermo ogni or di tempo in tempo,

seguendo ove chiamar m’udia dal cielo,

e scorto d’un soave e chiaro lume,

tornai sempre devoto a i primi rami

e quando a terra son sparte le frondi

e quando il sol fa verdeggiar i poggi.                                    24

Selve, sassi, campagne, fiumi, e poggi,

quanto è creato, vince e cangia il tempo;

ond’io cheggio perdóno a queste frondi,

se, rivolgendo poi molt’anni il cielo,

fuggir disposi gl’invescati rami

tosto ch’incominciai di veder lume.                                       30

Tanto mi piacque prima il dolce lume

ch’i’ passai con diletto assai gran poggi

per poter appressar gli amati rami;

ora la vita breve, e ‘l loco, e ‘l tempo

mostranmi altro sentier di gire al cielo,

e di far frutto non pur fiore e frondi.                                     36

Altr’amor, altre frondi, et altro lume,

altro salir al ciel per altri poggi

cerco, ché n’è ben tempo, et altri rami.                                 39

CXLIII

Quand’io v’odo parlar sì dolcemente

Quand’io v’odo parlar sì dolcemente

com’Amor proprio a’ suoi seguaci instilla,

l’acceso mio desir tutto sfavilla,

tal che ‘nfiammar devria l’anime spente.                              4

Trovo la bella donna allor presente,

ovunque mi fu mai dolce o tranquilla,

ne l’abito ch’al suon, non d’altra squilla,

ma di sospir mi fa destar sovente.                                          8

Le chiome a l’aura sparse, e lei conversa

in dietro veggio; e così bella riede,

nel cor, come colei che tien la chiave.                                    11

Ma ‘l soverchio piacer, che s’atraversa

a la mia lingua, qual dentro ella siede

di mostrarla in palese ardir non have.                                   14

CXLIV

Né così bello il sol già mai levarsi

Né così bello il sol già mai levarsi

quando ‘l ciel fosse più de nebbia scarco,

né dopo pioggia vidi ‘l celeste arco

per l’aere in color tanti variarsi,                                             4

in quanti fiammeggiando trasformarsi,

nel dì ch’io presi l’amoroso incarco,

quel viso al quale, e son nel mio dir parco,

nulla cosa mortal pote aguagliarsi.                                        8

I’ vidi Amor che’ begli occhi volgea

soave sì ch’ogni altra vista oscura

da indi in qua m’incominciò apparere.                                 11

Sennuccio, i’ ‘l vidi, e l’arco che tendea;

tal che mia vita poi non fu secura

et è sì vaga ancor del rivedere.                                               14

CXLV

Pommi ove ‘l sol occide i fiori e l’erba

Pommi ove ‘l sol occide i fiori e l’erba

o dove vince lui il ghiaccio e la neve,

pommi ov’è il carro suo temprato e leve

et ov’è chi cel rende o chi cel serba;                                       4

pommi in umil fortuna od in superba,

al dolce aere sereno, al fosco e greve;

pommi a la notte, al dì lungo ed al breve,

a la matura etate od a l’acerba;                                              8

pommi in cielo od in terra od in abisso,

in alto poggio, in valle ima e palustre,

libero spirto od a’ suoi membri affisso;                                  11

pommi con fama oscura o con illustre:

sarò qual fui, vivrò com’io son visso,

continüando il mio sospir trilustre.                                        14

CXLVI

O d’ardente vertute ornata e calda

O d’ardente vertute ornata e calda

alma gentil, cui tante carte vergo;

o sol già d’onestate intero albergo,

torre in alto valor fondata e salda;                                         4

o fiamma, o rose sparse in dolce falda

di viva neve, in ch’io mi specchio e tergo;

o piacer onde l’ali al bel viso ergo,

che luce sovra quanti il sol ne scalda;                                    8

del vostro nome, se mie rime intese

fossin sì lunghe, avrei pien Tyle e Battro,

la Tana e ‘l Nilo, Atlante, Olimpo e Calpe [1].                          11

Poi che portar nol posso in tutte e quattro

parti del mondo, udrallo il bel paese

ch’Appennin parte e ‘l mar circonda e l’Alpe.                      14

CXLVII

Quando ‘l voler, che con due sproni ardenti

Quando ‘l voler, che con due sproni ardenti

e con un duro fren mi mena e regge,

trapassa ad or ad or l’usata legge

per far in parte i miei spirti contenti,                                     4

trova chi le paure e gli ardimenti

del cor profondo ne la fronte legge,

e vede Amor, che sue imprese corregge,

folgorar ne’ turbati occhi pungenti;                                       8

onde, come colui che ‘l colpo teme

di Giove irato, si ritragge indietro,

ché gran temenza gran desire affrena,                                  11

Ma freddo foco e paventosa speme

de l’alma che traluce come un vetro,

talor sua dolce vista rasserena.                                               14

CXLVIII

Non Tesin, Po, Varo, Arno, Adige e Tebro

Non Tesin, Po, Varo, Arno, Adige e Tebro,

Eufrate, Tigre, Nilo, Ermo, Indo e Gange,

Tana, Istro, Alfeo, Garona e ‘l mar che frange,

Rodano, Ibero, Ren, Sena, Albia, Era, Ebro,                         4

non edra, abete, pin, faggio o genebro

poria ‘l foco allentar che ‘l cor tristo ange,

quant’un bel rio ch’ad ogni or meco piange,

co l’arboscel che ‘n rime orno e celebro;                                8

questo un soccorso trovo fra gli assalti

d’Amore, ove conven ch’armato viva

la vita che trapassa a sì gran salti.                                         11

così cresca il bel lauro in fresca riva,

e chi ‘l piantò pensier leggiadri et alti

ne la dolce ombra al suon de l’acque scriva.                         14

CXLIX

Di tempo in tempo mi si fa men dura

Di tempo in tempo mi si fa men dura

l’angelica figura      e ‘l dolce riso,

e l’aria del bel viso

e degli occhi leggiadri meno oscura.

Che fanno meco omai questi sospiri                              5

che nascean di dolore

e mostravan di fore

la mia angosciosa e desperata vita?

S’aven che ‘l volto in quella parte giri

per acquetare il core,                                                               10

parmi vedere Amore

mantener mia ragione e darmi aita.

Né però trovo ancor guerra finita

né tranquillo ogni stato del cor mio,

ché più m’arde ‘l desio,                                                           15

quanto più la speranza m’assicura.

CL

— Che fai alma? che pensi? avrem mai pace?

— Che fai alma? che pensi? avrem mai pace?

avrem mai tregua? od avrem guerra eterna? —

— Che fia di noi, non so; ma, in quel ch’io scerna,

a’ suoi begli occhi il mal nostro non piace. —                       4

— Che pro, se con quelli occhi ella ne face

di state un ghiaccio, un foco quando iverna? —

— Ella non, ma colui che gli governa. —

— Questo ch’è a noi, s’ella sel vede, e tace? —                     8

— Talor tace la lingua, e ‘l cor si lagna

ad alta voce, e ‘n vista asciutta e lieta

piange dove mirando altri no ‘l vede. —                               11

— Per tutto ciò la mente non s’acqueta,

rompendo il duol che ‘n lei s’accoglie e stagna;

ch’a gran speranza uom misero non crede. —                     14

CLI

Non d’atra e tempestosa onda marina

Non d’atra e tempestosa onda marina

fuggìo in porto già mai stanco nocchiero,

com’io dal fosco e torbido pensero

fuggo ove ‘l gran desio mi sprona e ‘nchina.                        4

Né mortal vista mai luce divina

vinse, come la mia quel raggio altèro

del bel dolce soave bianco e nero,

in che i suoi strali Amor dora et affina.                                 8

Cieco non già, ma faretrato il veggo;

nudo, se non quanto vergogna il vela;

garzon con l’ali; non pinto ma vivo.                                      11

Indi mi mostra quel ch’a molti cela;

ch’a parte entro a’ begli occhi leggo

quant’io parlo d’Amore, e quant’io scrivo.                            14

CLII

Questa umil fera, un cor di tigre o d’orsa

Questa umil fera, un cor di tigre od orsa,

che ’n vista umana, e ’n forma d’angel vène,

in riso e ’n pianto, fra paura e spene

mi rota sì ch’ogni mio stato inforsa.                                      4

Se ’n breve non m’accoglie o non mi smorsa,

ma pur, come suol far, tra due mi tène,

per quel ch’io sento al cor gir fra le vene

dolce veneno, Amor, mia vita è corsa.                                   8

Non pò più la vertù fragile e stanca

tante varietati omai soffrire;

che ’n un punto arde, agghiaccia, arrossa e ’nbianca.            11

Fuggendo spera i suoi dolor finire,

come colei che d’ora in ora manca;

ché ben pò nulla chi non pò morire.                                      14

CLIII

Ite, caldi sospiri, al freddo core

Ite, caldi sospiri, al freddo core;

rompete il ghiaccio che pietà contende,

e se prego mortale al ciel s’intende,

morte, o mercé sia fine al mio dolore.                                    4

Ite, dolci penser, parlando fòre

di quello ove ’l bel guardo non se stende:

se pur sua asprezza, o mia stella n’offende,

sarem fuor di speranza e fuor d’errore.                                 8

Dir se pò ben per voi, non forse a pieno,

che ’l nostro stato è inquieto e fosco,

sì come ’l suo pacifico e sereno.                                              11

Gite securi omai, ch’Amor vèn vosco;

e ria fortuna pò ben venir meno,

s’a i segni del mio sol l’aere conosco.                                     14

CLIV

Le stelle, il cielo e gli elementi a prova

Le stelle, il cielo, e gli elementi a prova

tutte lor arti, et ogni estrema cura

poser nel vivo lume, in cui Natura

si specchia, e ’l Sol ch’altrove par non trova.                        4

L’opra è sì altèra, sì leggiadra e nova,

che mortal guardo in lei non s’assecura;

tanta negli occhi bei fòr di misura

per ch’Amore e dolcezza e grazia piova.                              8

L’aere percosso da’ lor dolci rai

s’infiamma d’onestate, e tal diventa,

che ’l nostro dir e ’l penser vince d’assai.                               11

Basso desir non è ch’ivi si senta,

ma d’onor, di vertute. Or quando mai

fu per somma beltà vil voglia spenta?                                   14

CLV

Non fûr ma’ Giove e Cesare sì mossi

[Gli effetti prodotti nel poeta dal pianto di Laura, un avvenimento piuttosto raro che il dio Amore scolpisce nel cuore e diventa prezioso come un diamante.]

 

Non fûr ma’ Giove e Cesare sì mossi

a folminar collui, questo a ferire

che pietà non avesse spente l’ire,

e lor de l’usate arme ambeduo scossi.                                    4

Piangea madonna, e ’l mio signor ch’i’ fossi

volse a vederla, e suoi lamenti a udire,

per colmarmi di doglia e di desire

e ricercarmi le medolle e gli ossi.                                            8

Quel dolce pianto, mi depinse Amore,

anzi scolpìo, e que’ detti soavi

mi scrisse entro un diamante in mezzo ’l core;                     11

ove con salde et ingegnose chiavi

ancor torna sovente a trarne fòre

lagrime rare e sospir lunghi e gravi.                                      14

CLVI

I’ vidi in terra angelici costumi

[Il pianto di Laura fa invidia al sole e rende attoniti gli elementi della natura, tutta intenta ad assistere a quell’evento miracoloso]

 

I’ vidi in terra angelici costumi

e celesti bellezze al mondo sole;

tal che di rimembrar mi giova e dole,

ché quant’io miro par sogni, ombre e fumi.                         4

E vidi lagrimar que’ duo bei lumi,

c’han fatto mille volte invidia al sole;

ed udì’ sospirando dir parole

che farìan gire i monti e stare i fiumi.                                    8

Amor, senno, valor, pietate, e doglia

facean piangendo un più dolce concento

d’ogni altro, che nel mondo udir si soglia:                            11

ed era il cielo a l’armonia sì intento

che non se vedea in ramo mover foglia,

tanta dolcezza avea pien l’aere e ’l vento.                             14

CLVII

Quel sempre acerbo et onorato giorno

[Petrarca dipinge Laura così come la vide nel giorno in cui piangeva]

 

Quel sempre acerbo et onorato giorno

mandò sì al cor l’imagine sua viva

che ’ngegno o stil non fia mai che ’l descriva,

ma spesso a lui co la memoria torno.                                    4

L’atto d’ogni gentil pietate adorno,

e ’l dolce amaro lamentar ch’i’ udiva,

facean dubbiar se mortal donna o diva

fosse che ’l ciel rasserenava intorno.                                      8

La testa òr fino, e calda neve il vólto,

ebbeno i cigli, e gli occhi eran due stelle,

onde Amor l’arco non tendeva in fallo;                                 11

perle, e ròse vermiglie, ove l’accolto

dolor formava ardenti voci e belle;

fiamma i sospir, le lagrime cristallo.                                      14

CLVIII

Ove ch’i’ posi gli occhi lassi o giri

Ove ch’i’ posi gli occhi lassi o giri

per quetar la vaghezza che gli spinge,

trovo chi bella donna ivi depinge

per far sempre mai verdi i miei desiri.                                   4

Con leggiadro dolor par ch’ella spiri

alta pietà che gentil core stringe:

oltr’a la vista, a gli orecchi orna e ’nfinge

sue voci vive, e suoi santi sospiri.                                           8

Amor e ’l ver fûr meco a dir che quelle

ch’i’ vidi, eran bellezze al mondo sole,

mai non vedute più sotto le stelle.                                          11

Né sì pietose e sì dolci parole

s’udiron mai, né lagrime sì belle

di sì belli occhi uscir mai vide ’l sole.                                     14

CLIX

In qual parte del ciel, in quale idea

In qual parte del ciel, in quale idea

era l’essempio, onde Natura tolse

quel bel viso leggiadro, in ch’ella volse

mostrar qua giù quanto lassù potea?                                    4

Qual ninfa in fonti, in selve mai qual dea,

chiome d’oro sì fino a l’aura sciolse?

Quando un cor tante in sé vertuti accolse?

ben che la somma è di mia morte rea.                                  8

Per divina bellezza indarno mira

chi gli occhi de costei già mai non vide

come soavemente ella gli gira;                                               11

non sa come Amor sana, e come ancide,

chi non sa come dolce ella sospira,

e come dolce parla, e dolce ride.                                            14

CLX

Amor et io sì pien di meraviglia

Amor et io sì pien di meraviglia

come chi  mai cosa incredibil vide,

miriam costei quand’ella parla o ride

che sol se stessa e nulla altra simiglia.                                   4

Dal bel seren de le tranquille ciglia,

sfavillan sì le mie due stelle fide,

ch’altro lume non è ch’infiammi e guide

chi d’amar altamente si consiglia.                                         8

Qual miracol è quel, quando tra l’erba

quasi un fior siede, o ver quand’ella preme

col suo candido seno un verde cespo!                                    11

Qual dolcezza è ne la stagione acerba

vederla ir sola co i pensier suoi inseme,

tessendo un cerchio a l’oro terso e crespo!                             14

CLXI

O passi sparsi! O pensier vaghi e pronti!

O passi sparsi! O pensier vaghi e pronti!

O tenace memoria! o fero ardore!

o possente desire! o debil core!

oi occhi miei, occhi non già, ma fonti!                                   4

O fronde, onor de le famose fronti,

o sola insegna al gemino valore!

O faticosa vita, o dolce errore,

che mi fate ir cercando piagge e monti!                                8

O bel viso, ove Amor inseme pose

gli sproni e ’l fren, ond’el mi punge e volve,

come a lui piace, e calcitrar non vale!                                    11

O anime gentili et amorose,

s’alcuna ha ’l mondo, e voi nude ombre e polve,

deh, ristate a veder quale è ’l mio male.                                14

CLXII

Lieti fiori e felici, e ben nate erbe

Lieti fiori e felici, e ben nate erbe

che madonna pensando premer sòle;

piaggia ch’ascolti sue dolci parole,

e del bel piede alcun vestigio serbe;                                       4

schietti arboscelli, e verdi frondi acerbe,

amorosette e pallide viole;

ombrose selve, ove percote il sole

che vi fa co’ suoi raggi alte e superbe;                                   8

o soave contrada, o puro fiume

che bagni il suo bel viso e gli occhi chiari,

e prendi qualità dal vivo lume;                                              11

quanto v’invidio gli atti onesti a cari!

Non fia in voi scoglio omai che per costume

d’arder co la mia fiamma non impari.                                  14

CLXIII

Amor, che vedi ogni pensero aperto

Amor che vedi ogni pensero aperto

e i duri passi onde tu sol mi scorgi,

nel fondo del mio cor gli occhi tuoi porgi,

a te palese, a tutt’altri coverto.                                               4

Sai quel che per seguirte ho già sofferto;

e tu pur via di poggio in poggio sorgi,

di giorno in giorno e di me non t’accorgi

che son sì stanco, e ’l sentier m’è troppo erto.                       8

Ben veggio io di lontano il dolce lume,

ove per aspre vie mi sproni e giri;

ma non ho come tu da volar piume.                                     11

Assai contenti lasci i miei desiri,

pur che ben desiando i’ mi consume,

né le dispiaccia che per lei sospiri.                                          14

CLXIV

Or che ’l ciel e la terra e ’l vento tace

Or che ’l ciel e la terra e ’l vento tace

e le fere e gli augelli il sonno affrena,

Notte il carro stellato in giro mena,

e nel suo letto il mar senz’onda giace,                                   4

vegghio, penso, ardo, piango; e chi mi sface

sempre m’è inanzi per mia dolce pena:

guerra è ’l mio stato, d’ira e di duol piena;

e sol di lei pensando ho qualche pace,                                   8

Così sol d’una chiara fonte viva

move ’l dolce e l’amaro, ond’io mi pasco;

una man sola mi risana e punge.                                           11

E perchè ’l mio martìr non giunga a riva

mille volte il dì moro e mille nasco;

tanto da la salute mia son lunge.                                           14

CLXV

Come ’l candido pie’ per l’erba fresca

Come ’l candido pie’ per l’erba fresca

i dolci passi onestamente move,

vertù che ’ntorno i fiori apra e rinove

de le tenere piante sue par ch’èsca.                                        4

Amor, che solo i cor leggiadri invesca

né degna di provar sua forza altrove,

da’ begli occhi un piacer sì caldo piove,

ch’i’ non curo altro ben né bramo altr’èsca.                          8

E co l’andar e col soave sguardo

s’accordan le dolcissime parole,

e l’atto mansueto, umile e tardo.                                            11

Di tai quattro faville, e non già sole,

nasce ’l gran foco, di ch’io vivo et ardo,

che son fatto un augel notturno al sole.                                 14

CLXVI

S’i’ fussi stato fermo a la spelunca

S’i’ fussi stato fermo a la spelunca

là dove Apollo diventò profeta,

Fiorenza avria forse oggi il suo poeta,

non pur Verona e Mantoa e Arunca;                                     4

ma perché ’l mio terren più non s’ingiunca

de l’umor di quel sasso, altro pianeta

conven ch’i’ segua, e del mio campo mieta

lappole e stecchi co la falce adunca.                                      8

L’oliva è secca, et è rivolta altrove

l’acqua che di Parnaso si deriva,

per cui in alcun tempo ella fioriva.                                        11

Così sventura o ver colpa mi priva

d’ogni buon frutto, se l’etterno Giove

de la sua grazia sopra me non piove.                                    14

CLXVII

Quando Amor i belli occhi a terra inchina

Quando Amor i belli occhi a terra inchina

e i vaghi spirti in un sospiro accoglie

co le sue mani, e poi in voce gli scioglie,

chiara, soave, angelica, divina,                                              4

sento del mio cor dolce rapina,

e sì dentro cangiar penseri e voglie,

ch’i’ dico: — Or fien di me l’ultime spoglie,

se ’l ciel sì onesta morte mi destina. —                                  8

Ma ’l suon che di dolcezza i sensi lega

col gran desir d’udendo esser beata

l’anima al dipartir presto raffrena.                                        11

Così mi vivo, e così avolge e spiega

lo stame de la vita che m’è data,

questa sola fra noi del ciel sirena.                                           11

CLXVIII

Amor mi manda quel dolce pensero

Amor mi manda quel dolce pensero

che secretario antico è fra noi due,

e mi conforta, e dice che non fue

mai come or presto a quel ch’io bramo e spero.                   4

Io che talor menzogna e talor vero

ho ritrovato le parole sue,

non so s’i’ ’l creda, e vivomi intra due,

né sì né no nel cor mi sona intero.                                          8

In questa passa il tempo, e ne lo specchio

mi veggio andar vèr’ la stagion contraria

a sua impromessa, et a la mia speranza.                               11

Or sia che pò: già sol io non invecchio;

già per etate il mio desir non varia:

ben temo il viver breve che n’avanza.                                   14

CLXIX

Pien d’un vago penser, che me desvia

Pien d’un vago penser, che me desvia

da tutti gli altri, e fammi al mondo ir solo,

ad or ad ora a me stesso m’involo

pur lei cercando che fuggir devria;                                        4

e veggiola passar sì dolce e ria

che l’alma trema per levarsi a volo,

tal d’armati sospir conduce stuolo

questa bella d’Amor nemica, e mia.                                      8

Ben, s’i’ non erro, di pietate un raggio

scorgo fra ’l nubiloso, altèro ciglio,

che ’n parte rasserena il cor doglioso:                                    11

allor raccolgo l’alma, e poi ch’i’ aggio

di scovrirle il mio mal preso consiglio,

tanto gli ho a dir che ’ncominciar non oso.                           14

CLXX

Più volte già dal bel sembiante umano

Più volte già dal bel sembiante umano

ho preso ardir co le mie fide scorte

d’assalir con parole oneste accorte

la mia nemica in atto umìle e piano:                                     4

fanno poi gli occhi suoi mio penser vano,

per ch’ogni mia fortuna, ogni mia sorte,

mio ben, mio mal, e mia vita, e mia morte

quei che solo il pò far, l’ha posto in mano.                            8

Ond’o non poté’ mai formar parola

ch’altro che da me stesso fosse intesa;

così m’ha fatto Amor tremante e fioco.                                 11

E veggi’ or ben che caritate accesa

lega la lingua altrui, gli spirti invola:

chi pò dir com’egli arde, e ’n picciol foco.                             14

CLXXI

Giunto m’ha Amor fra belle e crude braccia,

Giunto m’ha Amor fra belle e crude braccia,

che m’ancidono a torto; e s’io mi doglio,

doppia ’l martìr; onde pur, com’io soglio,

il meglio è ch’io mi mora amando, e taccia:                         4

ché porìa questa il Re qualor più agghiaccia

arder co gli occhi, e rompre ogni aspro scoglio;

et ha sì egual a le bellezze orgoglio,

che di piacer altrui par che le spiaccia.                                  8

Nulla posso levar io per mi’ ’ngegno

del bel diamante ond’ell’ha il cor sì duro;

l’altro è d’un marmo che si mova e spiri:                              11

ned ella a me per tutto ’l suo disdegno

torrà già mai, né per sembiante oscuro,

le mie speranze, e i miei dolci sospiri.                                    14

CLXXII

O invidia nimica di vertute

O invidia nimica di vertute

ch’a’ bei principi volentier contrasti,

per qual sentier così tacita intrasti

in quel bel petto, e con qual arti il mute?                              4

Da radice m’hai svelta mia salute:

troppo felice amante mi mostrasti

a quella che miei preghi umili e casti

gradì alcun tempo, par ch’odi’ e refute.                                8

Né, però che con atti acerbi e rei

del mio ben pianga e del mio pianger rida,

porìa cangiar sol un de’ pensier mei.                                     11

Non, perché mille volte il dì m’ancida,

fia ch’io non l’ami, e ch’i’ non speri in lei;

che s’ella mi spaventa, Amor m’affida.                                 14

CLXXIII

Mirando ’l sol de’ begli occhi sereno

Mirando ’l sol de’ begli occhi sereno,

ove è chi spesso i miei depinge e bagna,

dal cor l’anima stanca si scompagna

per gir nel paradiso suo terreno.                                            4

Poi, trovandol di dolce e d’amar pieno,

quant’al mondo si tesse, opra d’aragna

vede, onde seco e con Amor si lagna,

c’ha sì caldi gli spron, sì duro ’l freno.                                   8

Per questi estremi duo contrarî e misti,

or con voglie gelate, or con accese,

stassi così fra misera e felice.                                                  11

Ma pochi lieti, e molti penser tristi;

e ’l più si pente de l’ardite imprese:

tal frutto nasce di cotal radice.                                               14

CLXXIV

Fera stella (se ’l cielo ha forza in noi

Fera stella (se ’l cielo ha forza in noi

quant’alcun crede) fu sotto ch’io nacqui,

e fera cuna, dove nato giacqui,

e fera terra, ove ’ pie’ mossi poi;                                             4

e fera donna, che con gli occhi suoi,

e con l’arco, a cui sol per segno piacqui,

fe’ la piaga, onde, Amor, teco non tacqui,

che con quell’arme risaldar la pòi.                                         8

Ma tu prendi a diletto i dolor miei;

ella non già, perché non son più duri,

e ’l colpo è di saetta, e non di spiedo.                                     11

Pur mi consola che languir per lei

meglio è che gioir d’altra; e tu mel giuri

per l’orato tuo strale, et io tel credo.                                       14

CLXXV

Quando mi vène inanzi il tempo e ‘l loco

Quando mi vène inanzi il tempo e ’l loco

ov’i’ perdei me stesso, e ’l caro nodo

ond’Amor di sua man m’avinse in modo

che l’amar mi fe’ dolce, e ’l pianger gioco,                            4

solfo et èsca son tutto, e ’l cor un foco,

da quei soavi spirti, i quai sempre odo,

acceso dentro sì, ch’ardendo godo,

e di ciò vivo, e d’altro mi cal poco.                                         8

Quel sol, che solo agli occhi miei resplende,

co i vaghi raggi ancor indi mi scalda,

a vespro tal qual era oggi per tempo;                                    11

e così di lontan m’alluma e ’ncende,

che la memoria ad ogni or fresca e salda

pur quel nodo mi mostra e ’l loco e ’l tempo.                        14

CLXXVI

Per mezz’i boschi inospiti e selvaggi

Per mezz’i boschi inospiti e selvaggi,

onde vanno a gran rischio uomini et arme,

vo securo io, ché non pò spaventarme

altri che ’l sol c’ha Amor vivo i raggi.                                    4

E vo cantando (o pensier miei non saggi!)

lei che ’l ciel non porìa lontana farme;

ch’i’ l’ho negli occhi; e veder seco parme

donne e donzelle, e sono abeti e faggi.                                  8

Parme d’udirla, udendo i rami e l’ôre,

e le frondi, e gli augei lagnarsi, e l’acque

mormorando fuggir per l’erba verde.                                   11

Raro un silenzio, un solitario orrore

d’ombrosa selva mai tanto mi piacque;

se non che dal mio sol troppo si perde.                                  14

CLXXVII

Mille piagge in un giorno e mille rivi

Mille piagge in un giorno e mille rivi

mostrato m’ha per la famosa Ardenna

Amor, ch’a’ suoi le piante e i cori impenna

per fargli al terzo ciel volando i rivi.                                      4

Dolce m’è sol senz’arme esser stato ivi,

dove armato fiêr Marte, e non acenna,

quasi senza governo, e senza antenna,

legno in mar, pien di penser gravi e schivi.                           8

Pur giunto al fin de la giornata oscura,

rimembrando ond’io vegno e con quai piume,

sento di troppo ardir nascer paura.                                       11

Ma ’l bel paese, e ’l dilettoso fiume

con serena accoglienza rassecura

il cor già vòlto ov’abita il suo lume.                                       14

CLXXVIII

Amor mi sprona in un tempo et affrena

Amor mi sprona in un tempo et affrena,

assecura e spaventa, arde et agghiaccia,

gradisce e sdegna, a sé mi chiama e scaccia,

or mi tène in speranza et or in pena,                                     4

or alto or basso il meo cor lasso mena;

onde ’l vago desir perde la traccia

e ’l suo sommo piacer par che li spiaccia;

d’error sì novo la mia mente è piena!                                    8

Un amico pensèr le mostra il vado,

non d’acqua che per gli occhi si resolva,

da gir tosto ove spera esser contenta;                                    11

poi, quasi maggior forza indi la svolva,

conven ch’altra via segua, e mal suo grado

a la sua lingua, e mia, morte consenta.                                 14

CLXXIX

Geri, quando talor meco s’adira

[L’innamorato qui si fa consigliere d’amore. Geri dei Gianfigliazzi gli aveva domandato come si fa a vincer la resistenza di una donna ostile; e il Petrarca risponde: «Mostrandosi umili verso di lei». La risposta usa le stesse rime della proposta, secondo la consuetudine.]

 

Geri, quando talor meco s’adira

la mia dolce nemica, ch’è sì altèra,

un conforto m’è dato ch’i’ non pèra,

solo per cui vertù l’alma respira.                                            4

Ovunque ella sdegnando li occhi gira

(che di luce privar mia vita spera ?)

le mostro i miei pien d’umiltà sì vera,

ch’a forza ogni suo sdegno in dietro tira.                              8

E cciò non fusse, andrei non altramente

a veder lei, che ’l vólto di Medusa,

che facea marmo diventar la gente.                                      11

Così dunque fa tu; ch’i’ veggio esclusa

ogni altra aita; e ’l fuggir val niente

dinanzi a l’ali che ’l signor nostro usa.                                  14

CLXXX

Po, ben puo’ tu portartene la scorza

Po, puo’ ben tu portartene la scorza

di me con tue possenti e rapide onde,

ma lo spirto ch’iv’entro si nasconde

non cura né di tua né d’altrui forza;                                      4

lo qual, senz’alternar poggia con orza,

dritto per l’aure al suo desir seconde,

battendo l’ali verso l’aurea fronde,

l’acqua, e ’l vento, e la vela e i remi sforza.                           8

Re degli altri, superbo, altèro fiume,

che ’ncontri ’l sol, quando e’ ne mena ’l giorno,

e ’n ponente abandoni un più bel lume,                                11

tu te ne vai col mio mortal sul corno;

l’altro, coverto d’amorose piume,

torna volando al suo dolce soggiorno.                                   14

CLXXXI

Amor fra l’erbe una leggiadra rete

Amor fra l’erbe una leggiadra rete

d’oro e di perle tese sott’un ramo

dell’arbor sempre verde ch’i’ tant’amo,

ben che n’abbia ombre più triste che liete.                            4

L’èsca fu ’l seme ch’egli sparge e miete,

dolce et acerbo, ch’i’ pavento e bramo;

le note non fûr mai, dal dì ch’Adamo

aperse gli occhi, sì soavi e quete.                                            8

E ’l chiaro lume che sparir fa ’l sole

folgorava d’intorno; e ’l fune avolto

era a la man ch’avorio e neve avanza.                                  11

Così caddi a la rete, e qui m’han còlto

gli atti vaghi, e l’angeliche parole,

e ’l piacer, e ’l desire, e la speranza.                                       14

CLXXXII

Amor, che ’ncende il cor d’ardente zelo

Amor, che ’ncende il cor d’ardente zelo,

di gelata paura il tèn costretto,

e qual sia più, fa dubbio a l’intelletto,

la speranza e ’l temor, la fiamma o ’l gielo.                          4

Trem’al più caldo, ard’al più freddo cielo,

sempre pien di desire e di sospetto,

pur come donna in un vestire schietto

celi un uom vivo, o sotto un picciol velo.                               8

Di queste pene è mia propia la prima,

arder dì e notte; e quanto è ’l dolce male

né ’n penser cape, non che ’n versi o ’n rima:                       11

l’altra non già; ché ’l mio bel foco è tale

ch’ogni uom pareggia; e del suo lume in cima

chi volar pensa, indarno spiega l’ale.                                     14

CLXXXIII

Se ’l dolce sguardo di costei m’ancide

[Se il dolce sguardo di Laura lo fa soffrire, che avverrà di lui quando la donna gli si mostri sdegnata. Ogni mutamento nel contegno di lei lo spaventa, perché sa come la donna sia, per natura, incostante.]

 

Se ’l dolce sguardo di costei m’ancide,

e le soavi parolette accorte,

e s’Amor sopra me la fa sì forte,

sol quando parla, o ver quando sorride,                                4

lasso!, che fia, se forse ella divide,

o per mia colpa, o per malvagia sorte,

gli occhi suoi da mercé, sì che di morte

là dove or m’assicura, allor mi sfide?                                     8

Però s’i’ tremo, e vo col cor gelato,

qualor veggio cangiata sua figura,

questo temer d’antiche prove è nato.                                     11

Femina è cosa mobil per natura;

ond’io so ben ch’un amoroso stato

in cor di donna picciol tempo dura.                                       14

CLXXXIV

Amor, Natura, e la bell’alma umìle

Amor, Natura, e la bell’alma umìle,

ov’ogn’alta vertute alberga e regna,

contra men son giurati: Amor s’ingegna

ch’i’ mora a fatto, e ’n ciò segue suo stile;                             4

Natura tèn costei d’un sì gentile

laccio, che nullo sforzo è che sostegna;

ella è sì schiva, ch’abitar non degna

più ne la vita faticosa, e vile.                                                   8

Così lo spirto d’or in or vèn meno

a quelle belle care membra oneste,

che specchio eran di vera leggiadria;                                     11

e s’a morte pietà non stringe ’l freno,

lasso!, ben veggio in che stato son queste

vane speranze, ond’io viver solìa.                                          14

CLXXXV

Questa fenice, de l’aurata piuma

Questa fenice, de l’aurata piuma

al suo bel collo, candido, gentile,

forma, senz’arte, un sì caro monile,

ch’ogni cor addolcisce, e ’l mio consuma:                             4

forma un diadema natural ch’alluma

l’aere d’intorno; e ’l tacito focile

d’Amor tragge indi un liquido sottile

foco che m’arde a la più algente bruma.                               8

Purpurea vesta, d’un ceruleo lembo

sparso di ròse i belli omeri vela;

novo abito, e bellezza unica e sola.                                        11

Fama ne l’odorato e ricco grembo

d’arabi monti lei ripone, e cela,

che per lo nostro ciel sì altèra vola.                                        14

CLXXXVI

Se Virgilio et Omero avessin visto

Se Virgilio et Omero avessin visto

quel sole il qual vegg’io con gli occhi miei,

tutte lor forze in dar fama a costei

avrian posto, e l’un stil coll’altro misto;                                 4

di che sarebbe Enea turbato e tristo,

Achille, Ulisse, e gli altri semidei,

e quel che resse anni cinquantasei

sì bene il mondo, e quel c’ancise Egisto.                                8

Quel fiore antico di vertuti e d’arme

come sembiante stella ebbe con questo

novo fior d’onestate e di bellezze!                                          11

Ennio di quel cantò ruvido carme,

di quest’altro io: et oh pur non molesto

gli sia il mio ingegno, e ’l mio lodar non sprezze!                14

CLXXXVII

Giunto Alessandro a la famosa tomba

Giunto Alessandro a la famosa tomba

del fero Achille, sospirando disse:

— O fortunato, che sì chiara tromba

trovasti, e chi di te sì alto scrisse! —                                       4

Ma questa pura e candida colomba,

a cui non so s’al mondo mai par visse,

nel mio stil frale assai poco rimbomba;

così son le sue sorti a ciascun fisse.                                         8

Ché, d’Omero dignissima, e d’Orfeo,

o del pastor ch’ancor Mantova onora,

ch’andassen sempre lei sola cantando,                                  11

stella difforme, e fato sol qui reo

commise a tal che ’l suo bel nome adora,

ma forse scema sue lode parlando.                                        14

CLXXXVIII

Almo sol, quella fronde ch’io sola amo

Almo sol, quella fronde ch’io sola amo

tu prima amasti: or sola al bel soggiorno

verdeggia, e senza par, poi che l’addorno

suo male e nostro vide in prima Adamo.                              4

Stiamo a mirarla: i’ ti pur prego e chiamo,

o Sole; e tu pur fuggi, e fai d’intorno

ombrare i poggi, e te ne porti il giorno,

e fuggendo mi tôi quel ch’i’ più bramo.                                8

L’ombra che cade da quel umil colle,

ove favilla il mio soave foco,

ove ’l gran lauro fu picciola verga,                                        11

crescendo mentr’io parlo, a gli occhi tolle

la dolce vista del beato loco,

ove ’l mio cor co la sua donna alberga.                                 14

CLXXXIX

Passa la nave mia colma d’oblio

Passa la nave mia colma d’oblio

per aspro mare, a mezza notte il verno,

enfra Scilla e Caribdi; et al governo

siede il signore, anzi ’l nimico mio;                                        4

a ciascun remo un penser pronto e rio

che la tempesta e ’l fin par ch’abbi a scherno;

la vela rompe un vento umido, eterno,

di sospir, di speranze, e di desio;                                            8

pioggia di lagrimar, nebbia di sdegni

bagna e rallenta le già stanche sarte,

che son d’error con ignoranzia attorto.                                 11

Celansi i duo mei dolci usati segni;

morta fra l’onde è la ragion e l’arte,

tal ch’i’ ’ncomincio a desperar del porto.                              14

CXC

Una candida cerva sopra l’erba

Una candida cerva sopra l’erba

verde m’apparve, con duo corna d’oro,

fra due riviere, all’ombra d’un alloro,

levando ’l sole, a la stagione acerba.                                      4

Era sua vista sì dolce superba,

ch’i’ lasciai per seguirla ogni lavoro;

come l’avaro, che ’n cercar tesoro,

con diletto l’affanno disacerba.                                              8

«Nessun mi tocchi — al bel collo d’intorno

scritto avea di diamanti e di topazî —

libera farmi al mio Cesare parve».                                         11

Et era ’l sol già vòlto al mezzo giorno;

gli occhi miei stanchi di mirar non sazî,

quand’io caddi ne l’acqua, et ella sparve.                             14

CXCI

Si come eterna vita è veder Dio

Sì come eterna vita è veder Dio,

né più si brama, né bramar più lice,

così me, donna, il voi veder, felice

fa in questo breve e fraile viver mio.                                      4

Né voi stessa com’or bella vid’io,

già mai, se vero al cor l’occhio ridice;

dolce del mio penser ora beatrice,

che vince ogni alta speme, ogni desio.                                   8

E se non fusse il suo fuggir sì ratto,

più non demanderei: che s’alcun vive

sol d’odore, e tal fama fede acquista,                                     11

alcun d’acqua, o di foco, e ’l gusto e ’l tatto

acquetan cose d’ogni dolzor prive,

i’ per che non de la vostra alma vista?                                   14

CXCII

Stiamo, Amor, a veder la gloria vostra

Stiamo, Amor, a veder la gloria vostra,

cose sopra natura altère e nove:

vedi ben quanta in lei dolcezza piove;

vedi lume che ’l cielo in terra mostra;                                    4

vedi quant’arte dora e ’mperla e ’nostra

l’abito eletto, e mai non visto altrove,

che dolcemente i piedi e gli occhi move

per questa di bei colli ombrosa chiostra.                               8

L’erbetta verde e i fior di color mille

sparsi sotto quel elce antiqua e negra,

pregan pur che ’l bel pe’ li prema o tócchi;                           11

e ’l ciel di vaghe e lucide faville

s’accende intorno, e ’n vista si rallegra

d’esser fatto seren da sì belli occhi                                         14

CXCIII

Pasco la mente d’un sì nobil cibo

Pasco la mente d’un sì nobil cibo,

ch’ambrosia e nectar non invidio a Giove;

ché sol mirando, oblio ne l’alma piove

d’ogni altro dolce, e Lete al fondo bibo.                                4

Talor ch’odo dir cose, e ’n cor describo,

per che da sospirar sempre ritrove,

rapto per man d’Amor, né so ben dove,

doppia dolcezza in un vólto delibo:                                       8

che quella voce in fino al ciel gradita,

suona in parole sì leggiadre, e care,

che pensar no ‘l porìa, chi non l’ha udita.                             11

Allor inseme, in men d’un palmo, appare

visibilmente, quanto in questa vita

arte, ingegno, e natura, e ’l ciel pò fare.                                14

CXCIV

L’aura gentil, che rasserena i poggi

L’aura gentil, che rasserena i poggi

destando i fior per questo ombroso bosco,

al soave suo spirto, riconosco,

per cui conven che ’n pena e ’n fama poggi.                        4

Per ritrovar ove ’l cor lasso appoggi,

fuggo dal mi’ natio dolce aere tòsco;

per far lume al pensèr torbido e fosco,

cerco ’l mio sole e spero vederlo oggi.                                    8

Nel qual provo dolcezze tante e tali

ch’Amor per forza a lui mi riconduce;

poi sì m’abbaglia che ’l fuggir m’è tardo.                             11

I’ chiederei a scampar, non arme, anzi ali;

ma per perir mi dà ’l ciel per questa luce,

ché da lunge mi struggo e da presso ardo.                           14

CXCV

Di dì in dì vo cangiando ’l viso e ’l pelo

Di dì in dì vo cangiando il viso e ’l pelo;

né però smorso i dolci inescati ami,

né sbranco i verdi et invescati rami

de l’arbor che né sol cura né gielo.                                         4

Senz’acqua il mare e senza stelle il cielo

fia inanzi ch’io non sempre téma, e brami,

la sua bell’ombra, e ch’i’ non odi’, et ami,

l’alta piaga amorosa, che mal celo.                                        8

Non spero del mio affanno aver mai posa,

in fin ch’i’ mi disosso, e snervo, e spolpo,

o la nemica mia pietà n’avesse.                                              11

Esser pò in prima ogni impossibil cosa,

ch’altri che morte, od ella, sani ’l colpo,

ch’Amor co’ suoi begli occhi al cor m’impresse.                   14

CXCVI

L’aura serena che fra verdi fronde

L’aura serena che fra verdi fronde

mormorando a ferir nel vólto viemme,

fammi risovenir quant’Amor diemme

le prime piaghe, sì dolci profonde;                                         4

e ’l bel viso veder, ch’altri m’asconde,

che sdegno, o gelosia, celato tiemme;

e le chiome or avolte in perle e ’n gemme,

allor sciolte e sovra òr terso bionde;                                       8

le quali ella spargea sì dolcemente,

e raccogliea con sì leggiadri modi,

che ripensando ancor trema la mente;                                  11

torsele il tempo poi in più saldi nodi,

e strinse ’l cor d’un laccio sì possente

che Morte sola fia ch’indi lo snodi.                                        14

CXCVII

L’aura celeste che ’n quel verde lauro

L’aura celeste che ’n quel verde lauro

spira, ov’Amor ferì nel fianco Apollo,

et a me pose un dolce giogo al collo,

tal che mia libertà tardi restauro,                                           4

pò quello in me che nel gran vecchio mauro

Medusa, quando in selce transformollo;

né posso dal bel nodo omai dar crollo,

là ’ve il sol perde, non pur l’ambra, o l’auro;                        8

dico le chiome bionde e ’l crespo laccio,

che sì soavemente lega, e stringe,

l’alma che d’umiltate e non d’altr’armo.                               11

L’ombra sua sola fa ’l mio cor un ghiaccio,

e di bianca paura il viso tinge;

ma li occhi hanno vertù di farne un marmo.                        14

CXCVIII

L’aura soave al sole spiega e vibra

L’aura soave al sole spiega e vibra

l’auro ch’Amor di sua man fila e tesse

là da’ begli occhi, e de le chiome stesse

lega ’l cor lasso, e i lievi spirti cribra.                                     4

Non ho medolla in osso, o sangue in fibra,

ch’i’ non senta tremar, pur ch’i’ m’apresse

dove è chi morte e vita inseme, spesse

volte, in frale bilancia, appende e libra.                                 8

vedendo ardere i lumi, ond’io m’accendo,

e folgorare i nodi, ond’io son preso,

or su l’omero destro et or sul manco,                                     11

i’ no ’l posso ridir, ché no ’l comprendo;

da ta’ due luci è l’intelletto offeso,

e di tanta dolcezza oppresso e stanco.                                   14

CXCIX

O bella man, che mi destringi ’l core

O bella man, che mi destringi ’l core,

e ’n poco spazio la mia vita chiudi;

man, ov’ogni arte e tutti loro studi

pose Natura e ’l Ciel per farsi onore;                                     4

di cinque perle oriental colore,

e sol ne le mie piaghe acerbi e crudi,

diti schietti soavi, a tempo ignudi

consente or voi, per arricchirme, Amore.                              8

Candido, leggiadretto e caro guanto,

che copria netto avorio e fresche ròse,

chi vide al mondo mai sì dolci spoglie?                                 11

Così avess’io del bel velo altrettanto!

O inconstanzia de l’umane cose!

Pur questo è furto, e vien chi me ne spoglie.                         14

CC

Non pur quell’una bella ignuda mano

Non pur quell’una ignuda mano,

che con grave mio danno si riveste,

ma l’altra, e le duo braccia accorte e preste

son a stringere il cor timido e piano.                                      4

Lacci Amor mille, e nessun tende in vano

fra quelle vaghe nove forme oneste,

ch’adornan sì l’alto abito celeste,

ch’aggiunger no ’l pò stil né ’ngegno umano.                      8

Li occhi sereni e le stellanti ciglia,

la bella bocca, angelica, di perle

piena e di ròse e di dolci parole,                                             11

che fanno altrui tremar di meraviglia,

e la fronte, e le chiome, ch’a vederle

di state, a mezzo dì, vincono il sole.                                       14

CCI

Mia ventura, et Amor, m’avean sì adorno

Mia ventura, et Amor, m’avean sì adorno

d’un bello aurato e serico trapunto,

ch’al sommo del mio ben quasi era aggiunto,

pensando meco a chi fu quest’intorno.                                  4

Né mi riede a la mente mai quel giorno,

che mi fe’ ricco, e povero, in un punto,

ch’i’ non sia d’ira, e di dolor, compunto,

pien di vergogna, e d’amoroso scorno;                                  8

ché la mia nobil preda non più stretta

tenni al bisogno, e non fui più costante

contra lo sforzo sol d’un’angioletta;                                       11

o, fugendo, ale non giunsi a le piante,

per far almen di quella man vendetta,

che de li occhi mi trae lagrime tante.                                     14

CCII

D’un bel, chiaro, polito e vivo ghiaccio

D’un bel, chiaro, polito e vivo ghiaccio

move la fiamma che m’incende e strugge,

e sì le véne e ’l cor m’asciuga e sugge

che ’nvisibilmente i’ mi disfaccio.                                          4

Morte, già per ferire alzato ’l braccio,

come irato ciel tona o leon rugge,

va perseguendo mia vita che fugge;

et io, pien di paura, tremo, e taccio.                                       8

Ben porìa ancor pietà con amor mista,

per sostegno di me, doppia colonna

porsi fra l’alma stanca e ’l mortal colpo;                               11

ma io no ’l credo, né ’l conosco in vista

di quella dolce mia nemica, e donna:

né di ciò lei, ma mia ventura incolpo.                                    14

CCIII

Lasso!, ch’i’, et altri non mel crede

Lasso!, ch’i’ ardo, et altri non mel crede;

sì crede ogni uom, se non sola colei

che sovr’ogni altra, e ch’i’ sola vorrei:

ella non par che ’l creda, e sì sel vede.                                   4

Infinita bellezza, e poca fede,

non vedete voi ’l cor, nelli occhi mei?

Se non fusse mia stella, i’ pur devrei

al fonte di pietà trovar mercede.                                            8

Quest’arder mio, di che vi cal sì poco,

e i vostri onori, in mie rime diffusi,

ne porìan infiammar fors’anco mille;                                    11

ch’i’ veggio nel penser, dolce mio foco,

fredda una lingua, e duo belli occhi chiusi

rimaner, dopo noi, pien di faville.                                          14

CCIV

Anima, che diverse cose tante

Anima, che diverse cose tante

vedi, odi, e leggi, e parli, e scrivi, e pensi;

occhi miei vaghi, e tu, fra li altri sensi,

che scorgi al cor l’alte parole sante;                                       4

per quanto non vorreste o poscia od ante

esser giunti al camin che sì mal tiensi,

per non trovarvi i duo bei lumi accensi,

né l’orme impresse de l’amate piante?                                  8

Or con sì chiara luce, e con tal segni,

errar non dêsi in quel breve viaggio

che ne pò far d’etterno albergo degni.                                   11

Sfòrzati al ciel, o mio stanco coraggio,

per la nebbia entro de’ suoi dolci sdegni

seguendo i passi onesti, e ’l divo raggio.                                14

CCV

Dolci ire, dolci sdegni e dolci paci

Dolci ire, dolci sdegni e dolci paci,

dolce mal, dolce affanno, e dolce peso,

dolce parlare, e dolcemente inteso,

or di dolce ôra, or pien di dolci faci;                                                  4

alma, non ti lagnar, ma soffra e taci,

e tempra il dolce amaro, che n’ha offeso,

col dolce onor che d’amar quella hai preso

a cui io dissi: — Tu sola mi piaci. —                                      8

Forse ancor fia chi sospirando dica,

tinto di dolce invidia: — Assai sostenne,

per bellissimo amor, quest’al suo tempo. —                         11

Altri: — O fortuna a gli occhi miei nemica!

Perché non la vid’io? perché non venne

ella più tardi, o ver io più per tempo? —                               14

 

Nota

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[1] - Tyle - l’ultima Tule; Battro, fiume della Scizia; Tana, Don; Atlante e Calpe, monti di Gibilterra

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 13 novembre 2007