FRANCESCO PETRARCA

Canzoniere

[codice Vaticano 3195]

Edizione di riferimento

Francesco Petrarca, Canzoniere, Trionfi, Rime varie, a cura di Carlo Muscetta e Daniele Ponchiroli, ed. Einaudi, 1958

RERUM VULGARIUM FRAGMENTA

codice Vaticano 3195

In vita di Madonna Laura

CXI

La donna che ‘l mio cor nel viso porta

La donna che ‘l mio cor nel viso porta,

là dove sol fra bei pensier d’amore

sedea, m’apparve; et io per farle onore

mossi con fronte reverente e smorta.                                     4

Tosto che del mio stato fussi accorta,

a me si volse in sì novo calore

ch’avrebbe a Giove nel maggior furore

tolto l’arme di mano, e l’ira morta.                                        8

I’ mi riscossi; et ella oltra, parlando,

passò, che la parola i’ non soffersi,

né ‘l dolce sfavillar degli occhi suoi.                                       11

Or mi ritrovo pien di sì diversi

piaceri, in quel saluto ripensando,

che duol non sento, né sentì’ ma’ poi.                                    14

CXII

Sennuccio, i’ vo’ che sappi in qual manera

Sennuccio, i’ vo’ che sappi in qual manera

trattato sono, e qual vita è la mia:

ardomi e struggo ancor com’io solia;

l’aura mi volve; e son pur quel ch’i’ m’era.

Qui tutta umile, e qui la vidi altèra,

or aspra, or piana, or dispietata, or pia;

or vestirsi onestate, or leggiadria,

or mansueta, or disdegnosa e fera;

qui cantò dolcemente, e qui s’assise;

qui si rivolse, e qui rattenne il passo;

qui co’ begli occhi mi trafisse il core;

qui disse una parola, e qui sorrise;

qui cangiò ‘l viso. In questi pensier, lasso!,

notte e dì tiemmi il signor nostro, Amore,

CXIII

Qui, dove mezzo son, Sennuccio mio

Qui, dove mezzo son, Sennuccio mio,

(così ci foss’io intero, e voi contento)

venni fuggendo la tempesta e ‘l vento

c’hanno sùbito fatto il tempo rio.                                           4

Qui son securo: e vo’ vi dir perch’io

non, come soglio, il folgorar pavento,

e perché mitigato, non che spento,

né mica trovo il mio ardente desio.                                        8

Tosto che giunto a l’amorosa reggia

vidi onde nacque l’aura dolce e pura,

ch’acqueta l’aere e mette i tuoni in bando,                           11

Amor ne l’alma, ov’ella signoreggia,

raccese ‘l foco, e spense la paura:

che farrei dunque gli occhi suoi guardando?                        14

CXIV

De l’empia Babilonia, ond’è fuggita

De l’empia Babilonia, ond’è fuggita

ogni vergogna, ond’ogni bene è fòri,

albergo di dolor, madre d’errori,

son fuggito io per allungar la vita.                                         4

Qui mi sto solo; e, come Amor m’invita,

or rime e versi, or colgo erbette e fiori,

seco parlando, et a tempi migliori

sempre pensando: e questo sol m’aita.                                  8

Né del vulgo mi cal, né di fortuna,

né di me molto, né di cosa vile,

né dentro sento né di fuor gran caldo.                                   11

Sol due persone cheggio; e vorrei l’una

col cor vèr’ me pacificato umìle,

l’altro col pie’, sì come mai fu, saldo.                                     14

CXV

In mezzo di duo amanti onesta altèra

In mezzo di duo amanti onesta altèra

vidi una donna, e quel signor co lei

che fra gli uomini regna, e fra li dèi;

e da l’un lato il Sole, io da l’altro era.                                     4

Poi che s’accorse chiusa da la spera

de l’amico più bello, a gli occhi miei

tutta lieta si volse; e ben vorrei,

che mai non fosse in vèr’ di me più fera.                               8

Sùbito in allegrezza si converse

la gelosia che ‘n su la prima vista

per sì alto adversario, al cor mi nacque.                                11

A lui la faccia lagrimosa e trista

un nuviletto intorno ricoverse;

cotanto l’esser vinto li dispiacque.                                                     14

CXVI

Pien di quella ineffabile dolcezza

Pien di quella ineffabile dolcezza

che del bel viso trassen gli occhi miei

nel dì che volentier chiusi gli avrei

per non mirar già mai minor bellezza,                                 4

lassai quel ch’i’ più bramo; et ho sì avezza

la mente a contemplar solo costei

ch’altro non vede, e ciò che non è lei

già per antica usanza odia e disprezza.                                8

In una valle chiusa d’ogni ‘ntorno,

ch’è refrigerio de’ sospir miei lassi,

giunsi sol con Amor, pensoso e tardo.                                   11

Ivi non donne, ma fontane e sassi,

e l’imagine trovo di quel giorno

che ‘l pensier mio figura ovunque io sguardo.                      14

CXVII

Se ‘l sasso, ond’è più chiusa questa valle

Se ‘l sasso, ond’è più chiusa questa valle,

di che ‘l suo proprio nome si deriva,

tenesse vòlto, per natura schiva,

a Roma il viso et a Babel le spalle,                                         4

i miei sospiri più benigno calle

avrian per gire ove lor spene è viva:

or vanno sparsi, e pur ciascuno arriva

là dov’io il mando, che sol un non falle;                                8

e son di là sì dolcemente accolti,

com’io m’accorgo, che nessun mai torna,

con tal diletto in quelle parti stanno.                                     11

De gli occhi è  duol; che tosto che s’aggiorna

per gran desio de’ be’ luoghi a lor tolti,

dànno a me pianto, et a’ pie’ lassi affanno.                           14

CXVIII

Rimansi a dietro il sestodecimo anno

Rimansi a dietro al sestodecimo anno

de’ miei sospiri, et io trapasso inanzi

verso l’estremo; e parmi che pur dianzi

fosse ‘l principio di cotanto affanno.                                      4

L’amar m’è dolce, et util il mio danno,

e ‘l viver grave; e prego ch’egli avanzi

l’empia fortuna; e temo non chiuda anzi

morte i begli occhi che parlar mi fanno.                               8

Or qui son, lasso!, e voglio esser altrove;

e vorrei più volere, e più non voglio;

e per più non poter fo quant’io posso;                                   11

e d’antichi desir lagrime nove

provan com’io son pur quel ch’i’ mi soglio,

né per mille rivolte ancor son mosso.                                     14

CXIX

Una donna più bella assai che ‘l sole

Una donna più bella assai che ‘l sole,

e più lucente, e d’altrettanta etade,

con famosa beltade,

acerbo ancor, mi trasse a la sua schiera.

Questa in penseri, in opre et in parole                                   5

(però ch’è de le cose al mondo rade),

questa per mille strade

sempre inanzi mi fu leggiadra, altèra.

Solo per lei tornai da quel ch’i’ era,

poi ch’i’ soffersi gli occhi suoi da presso;                               10

per suo amor m’er’io messo

a faticosa impresa assai per tempo;

tal che s’i’ arrivo al disiato porto,

spero per lei gran tempo

viver, quand’altri mi terrà per morto.                                   15

Questa mia donna mi menò molt’anni

pien di vaghezza giovenile ardendo,

sì come ora io comprendo,

sol per aver di me più certa prova,

mostrandomi pur l’ombra, o ‘l velo, o’ panni                       20

talor di sé, ma ‘l viso nascondendo;

et io, lasso!, credendo

vederne assai, tutta l’età mia nova

passai contento, e ‘l rimembrar mi giova,

poi ch’alquanto di lei veggi’ or più inanzi.                            25

I’ dico che pur dianzi,

qual io non l’avea vista in fin allora,

mi si scoverse; onde mi nacque un ghiaccio

nel core; et evvi ancòra

e sarà sempre fin ch’i’ le sia in braccio.                                 30

Ma non mel tolse la paura o ‘l gielo,

che pur tanta baldanza al mio cor diedi,

ch’i’ le mi strinsi a’ piedi

per più dolcezza trar de gli occhi suoi:

et ella, che remosso avea già il velo                                        35

dinanzi a’ miei, mi disse: — Amico, or vedi

com’io son bella; e chiedi

quanto par si convenga a gli anni tuoi. —

— Madonna — dissi — già gran tempo in voi

posi ‘l mio amor, ch’i’ sento or sì infiammato;                      40

ond’a me in questo stato,

altro volere o disvoler m’è tolto. —

con voce allor di sì mirabil tempre

rispose, e con un vólto,

che temer e sperar mi farà sempre:                                       45

— Rado fu al mondo, fra così gran turba,

ch’udendo ragionar del mio valore,

non si sentisse al core,

per breve tempo almen, qualche favilla;

ma l’adversaria mia, che ‘l ben perturba,                             50

tosto la spegne; ond’ogni vertù more,

e regna altro signore

che promette una vita più tranquilla.

De la tua mente Amor, che prima aprilla,

mi dice cose veramente, ond’io                                              55

veggio che ‘l gran desio

pur d’onorato fin ti farà degno;

e come già se’ de’ miei rari amici,

donna vedrai per segno,

che farà gli occhi tuoi via più felici. —                                  60

I’ volea dir — quest’è impossibil cosa —

quand’ella: — Or mira (e leva’ gli occhi un poco

in più riposto loco)

donna ch’a pochi si mostrò già mai. —

Ratto inchinai la fronte vergognosa,                                      65

sentendo novo dentro maggior foco.

Et ella il prese in gioco,

dicendo: — I’ veggio ben dove tu stai.

Sì come ‘l sol con suoi possenti rai

fa sùbito sparire ogni altra stella,                                           70

così par or men bella

la vista mia, cui maggior luce preme.

Ma io però da’ miei non ti diparto;

ché questa e me d’un seme,

lei davanti e me poi, produsse un parto. —                          75

Rùpessi in tanto di vergogna il nodo

ch’a la mia lingua era distretto intorno

su nel primiero scorno,

allor quand’io del suo accorger m’accorsi;

e ‘ncominciai: — S’egli è ver quel ch’i’ odo,                          80

beato il padre, e benedetto il giorno

c’ha di voi il mondo adorno,

e tutto ‘l tempo ch’a vedervi io corsi!

E se mai da la via dritta mi torsi,

duolmene forte, assai più ch’i’ non mostro.                          85

Ma se de l’esser vostro

fossi degno udir più, del desir ardo. —

Pensosa mi rispose, e così fiso

tenne il suo dolce sguardo,

ch’al cor mandò co le parole il viso:                                       90

— Sì come piacque al nostro eterno padre,

ciascuna di noi due nacque immortale.

Miseri! a voi che vale?

Me’ v’era che da noi fosse il defetto.

Amate, belle, gioveni e leggiadre                                           95

fummo alcun tempo; et or siam giunte a tale

che costei batte l’ale

per tornar a l’antico suo recetto;

i’ per me sono un’ombra. Et or t’ho detto,

quanto per te sì breve intender puossi. —                             100

Poi che i pie’ suoi fûr mossi,

dicendo: — Non temer ch’i’ m’allontani —

di verde lauro una ghirlanda colse,

la qual co le sue mani

intorno intorno a le mie tempie avolse.                                 105

Canzon, chi tua ragion chiamasse obscura,

di’: — Non ho cura, perché tosto spero

ch’altro messaggio il vero

farà più chiara voce manifesto.

I’ venni sol per isvegliare altrui,                                             110

se, chi m’impose questo,

non m’ingannò, quand’io parti’ da lui. —

CXX

Quelle pietose rime, in ch’io m’accorsi

Quelle pietose rime, in ch’io m’accorsi

di vostro ingegno, e del cortese affetto,

èbben tanto vigor nel mio conspetto

che ratto a questa penna la man porsi,                                 4

per far voi certo che gli estremi morsi

di quella ch’io con tutto ‘l mondo aspetto,

mai non sentì’, ma pur, senza sospetto,

in fin a l’uscio del suo albergo corsi;                                      8

poi tornai in dietro, perch’io vidi scritto,

di sopra ‘l limitar, che ‘l tempo ancóra

non era giunto al mio viver prescritto;                                  11

ben ch’io non vi legessi il dì né l’ora.

Dunque s’acqueti omai ‘l cor vostro afflitto,

e cerchi uom degno, quando sì l’onora.                                14

CXXI

Or vedi, Amor, che giovenetta donna

Or vedi, Amor, che giovenetta donna

tuo regno sprezza e del mio mal non cura,

e tra duo ta’ nemici è sì secura.

Tu se’ armato, et ella in treccie e ‘n gonna

si siede, e scalza, in mezzo i fiori e l’erba,                             5

vèr’ me spietata, e ‘n contra te superba.

I’ son pregion; ma se pietà ancor serba

l’arco tuo saldo, e qualcuna saetta,

fa di te, e di me, signor, vendetta.

CXXII

Dicesette anni ha già rivolto il cielo

Dicesette anni ha già rivolto il cielo

poi che ‘mprima arsi, e già mai non mi spensi;

ma quando avèn ch’al mio stato ripensi,

sento nel mezzo de le fiamme un gielo.                               

Vero è ‘l proverbio, ch’altri cangia il pelo

anzi che ‘l vezzo; e per lentar i sensi,

gli umani affetti non son meno intensi:

ciò ne fa l’ombra ria del grave velo.                                       8

Oi me lasso!, e quando fia quel giorno

che mirando il fuggir de gli anni miei,

èsca del foco, e di sì lunghe pene?                                          11

Vedrò mai il dì che pur quant’io vorrei

quel’aria dolce del bel viso adorno

piaccia a quest’occhi, e quanto si convene?                          14

CXXIII

Quel vago impallidir che ‘l dolce riso

Quel vago impallidir che ‘l dolce riso

d’un’amorosa nebbia ricoperse,

con tanta maiestade al cor s’offerse

che li si fece incontr’ a mezzo ‘l viso.                                     4

Conobbi allor sì come in paradiso

vede l’un l’altro; in tal guisa s’aperse

quel pietoso penser ch’altri non scerse;

ma vidil io, ch’altrove non m’affiso.                                      8

Ogni angelica vista, ogni atto umìle

che già mai in donna, ov’amor fosse, apparve,

fôra uno sdegno a lato a quel ch’i’ odo.                                 11

Chinava a terra il bel guardo gentile,

e tacendo dicea, come a me parve:

— Chi m’allontana il mio felice amico? —                           14

CXXIV

Amor, Fortuna, e la mia mete schiva

Amor, Fortuna, e la mia mente schiva

di quel che vede, e nel passato volta

m’affliggon sì, ch’io porto alcuna volta

invidia a quei che son su l’altra riva.                                     4

Amor mi strugge ‘l cor; Fortuna il priva

d’ogni conforto; onde la mente stolta

s’adira e piange: e così in pena molta

sempre conven che combattendo viva.                                 8

Né spero i dolci dì tornino in dietro,

ma pur di male in peggio quel ch’avanza;

e di mio corso ho già passato ‘l mezzo.                                 11

Lasso!, non di diamante, ma d’un vetro

veggio di man cadermi ogni speranza,

e tutt’i i miei pensier romper nel mezzo.                               14

CXXV

Se ‘l pensier che mi strugge

Se ‘l pensier che mi strugge,

com’è pungente e saldo,

così vestisse d’un color conforme,

forse tal m’arde e fugge,

ch’avria parte del caldo,                                                         5

e desteriasi Amor là dov’or dorme;

men solitarie l’orme

fôran de’ miei pie’ lassi

per campagne e per colli,

men gli occhi ad ogn’or molli,                                               10

ardendo lei come un ghiaccio stassi,

e non lascia in me dramma

che non sia foco e fiamma.

Però ch’Amor mi sforza

e di saver mi spoglia,                                                              15

parlo in rime aspre e di dolcezza ignude.

Ma non sempre a la scorza

ramo, né in fior, né ‘n foglia,

mostra di fòr sua natural vertude.

Miri ciò che ‘l cor chiude,                                                       20

Amor e que’ begli occhi,

ove si siede a l’ombra.

Se ‘l dolor che si sgombra

avèn che ‘n pianto o in lamentar trabocchi,

l’un a me noce, e l’altro                                                           25

altrui, ch’io non lo scaltro.

Dolci rime leggiadre

che nel primiero assalto

d’Amor usai, quand’io non ebbi altr’arme,

chi verrà mai che squadre                                                      30

questo mio cor di smalto,

ch’almen, com’io solea, possa sfogarme?

Ch’aver dentro a lui parme

un che madonna sempre

depinge, e de lei parla:                                                            35

a voler poi ritrarla,

per me non basto; e par ch’io me ne stempre.

Lasso!, così m’è scorso

lo mio dolce soccorso.

Come fanciul ch’a pena                                                  40

volge la lingua e snoda,

che dir non sa, ma ‘l più tacer gli è noia,

così ‘l desir mi mena

a dire; e vo’ che m’oda

la dolce mia nemica anzi ch’io moia.                                    45

Se forse ogni sua gioia

nel suo bel viso è solo,

e di tutt’altro è schiva,

odil tu, verde riva,

e presta a’ miei sospir sì largo volo,                                       50

che sempre si ridica

come tu m’eri amica.

Ben sai che sì bel piede

non toccò terra unquanco

come quel dì che già segnata fosti,                                        55

onde ‘l cor lasso riede,

col tormentoso fianco,

a partir teco i lor pensier nascosti.

Così avestù riposti

de’ be’ vestigi sparsi                                                                60

ancor tra’ fiori e l’erba,

che la mia vita acerba,

lagrimando, trovasse ove acquietarsi!

Ma come po’ s’appaga

l’alma dubbiosa e vaga.                                                          65

Ovunque gli occhi volgo

trovo un dolce sereno

pensando: qui percosse il vago lume.

Qualunque erba o fior colgo

credo che nel terreno                                                               70

aggia radice, ov’ella ebbe in costume

gir fra le piagge e ‘l fiume,

e talor farsi un seggio

fresco, fiorito e verde.

Così nulla sen perde;                                                               75

e più certezza averne fôra il peggio.

Spirto beato, quale

se’, quando altrui fai male?

O poverella mia, come se’ rozza!

Credo che tel conoschi:                                                           80

rimanti in questi boschi.

CXXVI

Chiare, fresche, dolci acque

Chiare, fresce, dolci acque,

ove le belle membra

pose colei che sola a me par donna;

gentil ramo, ove piacque

(con sospir mi rimembra)                                                       5

a lei di fare al bel fianco colonna;

erba e fior, che la gonna

leggiadra ricoverse

co l’angelico seno;

aere sacro, sereno,                                                                   10

ove Amor co’ begli occhi il cor m’aperse;

date udienza insieme

a le dolenti mie parole estreme.

S’egli è pur mio destino

(e ‘l cielo in ciò s’adopra)                                                        15

ch’Amor quest’occhi lagrimando chiuda,

qualche grazia il meschino

corpo fra voi ricopra,

e torni l’alma al proprio albergo ignuda.

La morte fia men cruda                                                          20

se questa spene porto

a quel dubbioso passo;

ché lo spirito lasso

non porìa mai più in riposato albergo

né in più tranquilla fossa                                                        25

fuggir la carne travagliata e l’ossa.

Tempo verrà ancor forse

ch’a l’usato soggiorno

torni la fera bella e mansueta,

e là ‘v’ella mi scòrse                                                                 30

nel benedetto giorno,

volga la vista disiosa e lieta,

cercandomi; et, o pièta!,

già terra in fra le pietre

vedendo, Amor l’inspiri                                                          35

in guisa che sospiri

sì dolcemente che mercé m’impetre,

e faccia forza al cielo,

asciugandosi gli occhi col bel velo.

Da’ be’ rami scendea                                                       40

(dolce ne la memoria)

una pioggia di fior sovra ‘l suo grembo;

et ella si sedea

umile in tanta gloria,

coverta già de l’amoroso nembo;                                           45

qual fior cadea sul lembo,

qual su le treccie bionde,

ch’oro forbito e perle

eran quel dì a vederle;

qual si posava in terra, e qual su l’onde;                               50

qual con un vago errore

girando parea dir — qui regna Amore. —

Quante volte diss’io

allor pien di spavento:

— costei per fermo nacque in paradiso! —                           55

Così carco d’oblio

il divin portamento,

e ‘l vólto, e le parole, e ‘l dolce riso,

m’aveano e sì diviso

da l’imagine vera,                                                                   60

ch’i’ dicea sospirando:

— Qui come venn’io, o quando? —

credendo esser in ciel, non là dov’era.

Da indi in qua mi piace

questa erba sì, ch’altrove non ho pace.                                  65

Se tu avessi ornamenti, quant’hai voglia,

poresti arditamente

uscir del bosco, e gir in fra la gente.

CXXVII

In quella parte dove Amor mi sprona

In quella parte dove Amor mi sprona

conven ch’io volga le dogliose rime,

che son seguaci de la mente afflitta.

Quai fien l’ultime, lasso!, e qua’ fien prime?

Collui che del mio mal meco ragiona                                    5

mi lascia in dubbio, sì confuso ditta.

Ma pur quanto l’istoria trovo scritta

in mezzo ‘l cor, che sì spesso rincorro,

co la sua propria man, de’ miei martìri,

dirò; perché i sospiri                                                                10

parlando han triegua, et al dolor soccorro.

Dico che, perch’io miri

mille cose diverse attento e fiso,

sol una donna veggio, e ‘l suo bel viso.

Poi che la dispietata mia ventura                                   15

m’ha dilungato dal maggior mio bene,

noiosa, inesorabile e superba,

Amor col rimembrar sol mi mantene:

onde s’io veggio in giovenil figura

incominciarsi il mondo a vestir d’erba,                                 20

parmi vedere in quella etate acerba

la bella giovenetta, ch’ora è donna;

poi che sormonta riscaldando il sole,

parmi qual esser sòle,

fiamma d’amor che ‘n cor alto s’endonna;                           25

ma quando il dì si dole

di lui che passo a passo a dietro torni,

veggio lei giunta a’ suoi perfetti giorni.

In ramo fronde, o ver viole in terra

mirando a la stagion che ‘l freddo perde,                              30

e le stelle miglior acquistan forza,

ne gli occhi ho pur le violette e ‘l verde

di ch’era nel principio de mia guerra

Amor armato, sì, ch’ancor mi sforza,

e quella dolce leggiadretta scorza                                          35

che ricopria le pargolette membra

dove oggi alberga l’anima gentile

ch’ogni altro piacer vile

sembiar mi fa; sì forte mi rimembra

del portamento umìle                                                             40

ch’allor fioriva, e poi crebbe anzi a gli anni,

cagion sola e riposo de’ miei affanni.

Qualor tenera neve per li colli

dal sol percossa veggio di lontano,

come ‘l sol neve mi governa Amore,                                      45

pensando nel bel viso più che umano

che po’ da lunge gli occhi miei far molli,

ma da presso gli abbaglia, e vince il core;

ove, fra ‘l bianco e l’aureo colore,

sempre si mostra quel che mai non vide                               50

occhio mortal, ch’io creda, altro che ‘l mio;

e del caldo desio,

ch’è quando sospirando ella sorride,

m’infiamma sì che oblio

niente aprezza, ma diventa eterno;                                       55

né state il cangia, né lo spegne il verno.

Non vidi mai dopo notturna pioggia

gir per l’aere sereno stelle erranti,

e fiammeggiar fra la rugiada e ‘l gielo,

ch’i’ non avesse i begli occhi davanti,                                    60

ove la stanca mia vita s’appoggia,

quali io gli vidi a l’ombra d’un bel velo;

e si come di lor bellezze il cielo

splendea quel dì, così bagnati ancòra

li veggio sfavillare; ond’io sempre ardo.                                65

Se ‘l sol levarsi sguardo,

sento il lume apparir che m’innamora;

se tramontarsi al tardo,

parmel veder quando si volge altrove

lassando tenebroso onde si move.                                          70

Se mai candide ròse con vermiglie

in vasel d’oro vider gli occhi miei,

allor allor da vergine man colte,

veder pensaro il viso di colei

ch’avanza tutte l’altre meraviglie                                          75

con tre belle eccellenzie in lui raccolte:

le bionde treccie sopra ‘l collo sciolte,

ov’ogni latte perderia sua prova,

e le guancie ch’adorna un dolce foco.

Ma pur che l’ôra un poco                                                       80

fior bianchi e gialli per le piaggie mova,

torna a la mente il loco

e ‘l primo dì ch’i’ vidi a l’aura sparsi

i capei d’oro, ond’io sì subito arsi.

Ad una ad una annoverar le stelle,                                 85

e ‘n picciol vetro chiuder tutte l’acque

forse credea, quando in sì poca carta

novo penser di ricontar mi nacque

in quante parti il fior de l’altre belle,

stando in sé stessa, ha la sua luce sparta                               90

a ciò che mai da lei non mi diparta;

né farò io; e se pur talor fuggo,

in cielo e ‘n terra m’ha racchiuso i passi;

perch’a gli occhi miei lassi

sempre è presente, ond’io tutto mi struggo;                          95

e così meco stassi,

ch’altra non veggio mai, né veder bramo,

né ‘l nome d’altra ne’ sospir miei chiamo.

Ben sai, canzon, che quant’io parlo è nulla

al celato amoroso mio pensero,                                              100

che dì e notte ne la mente porto;

solo per cui conforto

in così lunga guerra anco non pèro;

ché ben m’avria già morto

la lontananza del mio cor piangendo;                                   105

ma quinci da la morte indugio prendo.

CXXVIII

Italia mia, ben che ‘l parlar sia indarno

Italia mia, ben che ‘l parlar sia indarno

a le piaghe mortali

che nel bel corpo tuo sì spesse veggio,

piacemi almen che ‘ miei sospir sian quali

spera ‘l Tevero e l’Arno,                                                          5

e ‘l Po, dove doglioso e grave or seggio.

Rettor del cielo, io cheggio

che la pietà che ti condusse in terra

ti volga al tuo diletto almo paese:

vedi, segnor cortese,                                                                10

di che lievi cagion che crudel guerra;

e i cor, che ‘ndura e serra

Marte superbo e fero,

apri tu, padre, e ‘ntenerisci e snoda;

ivi fa che ‘l tuo vero,                                                                15

qual io mi sia, per la mia lingua s’oda.

Voi, cui fortuna ha posto in mano il freno

de le belle contrade,

di che nulla pietà par che vi stringa,

che fan qui tante pellegrine spade?                                       20

perché ‘l verde terreno

del barbarico sangue si depinga?

Vano error vi lusinga;

poco vedete, e parvi veder molto,

ché ‘n cor venale amor cercate o fede.                                   25

Qual più gente possede

colui è più da’ suoi nemici avolto.

O diluvio raccolto

di che deserti strani

per inondar i nostri dolci campi!                                            30

Se da le proprie mani

questo n’avène, or chi fia che ne scampi?

Ben provide natura al nostro stato,

quando de l’Alpi schermo

pose fra noi e la tedesca rabbia;                                             35

ma ‘l desir cieco, e ‘n contr’al suo ben fermo,

s’è poi tanto ingegnato,

ch’al corpo sano ha procurato scabbia.

Or dentro ad una gabbia

fiere selvagge e mansuete gregge                                          40

s’annidan sì che sempre il miglior geme:

et è questo del seme,

per più dolor, del popol senza legge,

al qual, come si legge,

Mario aperse sì ‘l fianco,                                                         45

che memoria de l’opra anco non langue,

quando, assetato e stanco,

non più bevve del fiume acqua che sangue.

Cesare taccio che per ogni piaggia

fece l’erbe sanguigne                                                              50

di lor véne, ove ‘l nostro ferro mise.

Or par, non so per che stelle maligne,

che ‘l cielo in odio n’aggia:

vostra mercé, cui tanto si commise:

vostre voglie divise                                                                  55

guastan del mondo la più bella parte.

Qual colpa, qual giudicio, o qual destino

fastidire il vicino

povero, e le fortune afflitte e sparte

perseguire, e ‘n disparte                                                          60

cercar gente, e gradire,

che sparga ‘l sangue e venda l’alma a prezzo?

Io parlo per ver dire,

non per odio d’altrui né per disprezzo.

Né v’accorgete ancor per tante prove                            65

del bavarico inganno

ch’alzando il dito, colla morte scherza?

Peggio è lo strazio, al mio parer, che ‘l danno:

ma ‘l vostro sangue piove

più largamente: ch’altr’ira vi sferza.                                      70

Da la matina a terza

di voi pensate, e vederete come

tien caro altrui chi tien sé così vile.

Latin sangue gentile,

sgombra da te queste dannose some;                                    75

non far idolo un nome

vano senza soggetto;

ché ‘l furor de lassù, gente ritrosa,

vincerne d’intelletto,

peccato è nostro, e non natural cosa.                                     80

Non è questo ‘l terren ch’i’ toccai pria?

non è questo il mio nido

ove nudrito fui sì dolcemente?

non è questa la patria in ch’io mi fido,

madre benigna e pia,                                                              85

che copre l’un e l’altro mio parente?

Per Dio, questo la mente

talor vi mova, e con pietà guardate

le lagrime del popol doloroso,

che sol da voi riposo                                                                90

dopo Dio spera; e pur che voi mostriate

segno alcun di pietate,

vertù contra furore

prenderà l’arme; e fia ‘l combatter corto,

ché l’antiquo valore                                                                 95

ne l’italici cor non è ancor morto.

Signor, mirate come ‘l tempo vola,

e sì come la vita

fugge, e la morte n’è sovra le spalle:

voi siete or qui; pensate a la partita:                                      100

ché l’alma ignuda e sola

conven ch’arrive a quel dubbioso calle.

Al passar questa valle,

piacciavi porre giù l’odio e lo sdegno,

vènti contrari a la vita serena;                                                105

e quel che ‘n altrui pena

tempo si spende, in qualche atto più degno

o di mano o d’ingegno,

in qualche bella lode,

in qualche onesto studio si converta:                                     110

così qua giù si gode,

e la strada del ciel si trova aperta.

Canzone, io t’ammonisco

che la tua ragion cortesemente dica;

perché fra gente altèra ir ti convene                                      115

e le voglie son piene

già de l’usanza pessima et antica,

del ver sempre nemica.

Proverai tua ventura

fra magnanimi pochi a chi ‘l ben piace:                                120

di’ lor: — Chi m’assicura?

I’ vo gridando: «Pace, pace, pace!»

CXXIX

Di pensier in pensier, di monte in monte

Di pensier in pensier, di monte in monte

mi guida Amor; ch’ogni segnato calle

provo contrario a la tranquilla vita.

Se ‘n solitaria piaggia, rivo, o fonte,

se ‘n fra duo poggi siede ombrosa valle,                               5

ivi s’acqueta l’alma sbigottita;

e come Amor l’envita,

or ride, or piange, or teme, or s’assecura:

e ‘l volto che lei segue ov’ella il mena

si turba e rasserena,                                                                10

et in un esser picciol tempo dura;

onde a la vista uom di tal vita esperto

diria: — Questo arde, e di suo stato è incerto, —

Per alti monti e per selve aspre trovo

qualche riposo; ogni abitato loco                                           15

è nemico mortal de gli occhi miei.

A ciascun passo nasce un penser novo

de la mia donna, che sovente in gioco

gira ‘l tormento ch’i’ porto per lei;

et a pena vorrei                                                                        20

cangiar questo mio viver dolce amaro,

ch’i’ dico: — Forse ancor ti serva Amore

ad un tempo migliore;

forse, a te stesso vile, altrui se’ caro. —

Et in questa trapasso sospirando:                                          25

or porrebbe esser vero? or come? or quando?

Ove porge ombra un pino alto od un colle

talor m’arresto, e pur nel primo sasso

disegno co la mente il suo bel viso.

Poi ch’a me torno, trovo il petto molle                                  30

de la pietate; et alor dico: — Ahi, lasso,

dove se’ giunto! et onde se’ diviso! —

Ma mentre tener fiso

posso al primo pensier la mente vaga,

e mirar lei, et obliar me stesso,                                               35

sento Amor sì da presso

che del suo proprio error l’alma s’appaga:

in tante parti e sì bella la veggio,

che se l’error durasse, altro non cheggio.

I’ l’ho più volte (or chi fia che m’il creda?)                     40

ne l’acqua chiara, e sopra l’erba verde

veduto viva, e nel troncon d’un faggio,

e ‘n bianca nube sì fatta che Leda

avria ben detto che sua figlia perde,

come stella che ‘l sol copre col raggio;                                   45

e quanto in più selvaggio

loco mi trovo e ‘n più deserto lido,

tanto più bella il mio pensier l’adombra.

Poi quando il vero sgombra

quel dolce error, pur lì medesmo assido                                50

me freddo, pietra morta, in pietra viva,

in guisa d’uom che pensi e pianga e scriva.

Ove d’altra montagna ombra non tócchi

verso ‘l maggiore e ‘l più espedito giogo

tirar mi suol un desiderio intenso.                                          55

Indi i miei danni a misurar co gli occhi

comincio, e ‘n tanto lagrimando sfogo

di dolorosa nebbia il cor condenso,

alor ch’i’ miro e penso,

quanta aria dal bel viso mi diparte,                                       60

che sempre m’è sì presso e sì lontano;

poscia fra me pian piano:

— Che sai tu, lasso? Forse in quella parte

or di tua lontananza si sospira —;

et in questo penser l’alma respira.                                         65

Canzone, oltra quell’alpe,

là dove il ciel è più sereno e lieto,

mi rivedrai sovr’un ruscel corrente,

ove l’aura si sente

d’un fresco et odorifero laureto:                                             70

ivi è ‘l mio cor, e quella che ‘l m’invola;

qui veder pòi l’imagine mia sola.

CXXX

Poi che ‘l camin m’è chiuso di mercede

Poi che ‘l camin m’è chiuso di mercede,

per desperata via son dilungato

da gli occhi ov’era (i’ non so per qual fato)

riposto il guidardon d’ogni mia fede.                                    4

Pasco ‘l cor di sospir, ch’altro non chiede,

e di lagrime vivo, a pianger nato:

né di ciò duolmi, perché in tale stato

è dolce il pianto più ch’altri non crede.                                  8

E sol ad una imagine m’attegno,

che fe’ non Zeusi, o Prasitele, o Fidia,

ma il miglior mastro, e di più alto ingegno.                          11

Qual Scizia m’assicura, o qual Numidia,

s’ancor non sazia del mio essilio indegno,

così nascosto mi ritrova invidia?                                            14

CXXXI

Io canterei d’amor sì novamente

Io canterei d’amor sì novamente

ch’al duro fianco il dì mille sospiri

trarrei per forza, e mille alti desiri

raccenderei ne la gelata mente;                                              4

e ‘l bel viso vedrei cangiar sovente,

e bagnar gli occhi, e più pietosi giri

far, come suol chi de gli altrui martìri

e del suo error quando non val si pente;                                8

e le ròse vermiglie in fra la neve

mover da l’ôra, e discovrir l’avorio

che fa di marmo chi da presso ‘l guarda;                              11

e tutto quel per che nel viver breve

non rincresco a me stesso, anzi mi glorio

d’esser servato a la stagion più tarda.                                    14

CXXXII

S’amor non è, che dunque è quel ch’io sento?

S’amor non è, che dunque è quel ch’io sento?

ma s’egli è amor, per Dio, che cosa e quale?

se bona, ond’è l’effetto aspro e mortale?

se ria, ond’è sì dolce ogni tormento?                                      4

S’a mia voglia ardo, ond’è ‘l pianto e lamento?

s’a mal miogrado, il lamentar che vale?

O viva morte, o dilettoso male,

come puoi tanto in me, s’io no ‘l consento?                           8

E s’io ‘l consento, a gran torto mi doglio.

Fra sì contrari vènti in frale barca

mi trovo in alto mar, senza governo,                                     11

sì lieve di saver, d’error sì carca,

ch’i’ medesmo non so quel ch’io mi voglio,

e tremo a mezza state, ardendo il verno.                              14

CXXXIII

Amor m’ha posto come segno a strale

Amor m’ha posto come segno a strale,

come al sol neve, come cera al foco,

e come nebbia al vento; e son già roco,

donna, mercé chiamando, e voi non cale.                             4

Da gli occhi vostri uscìo ‘l colpo mortale,

contra cui non mi val tempo né loco;

da voi sola procede, e parvi un gioco,

il sole, e ‘l foco, e ‘l vento, ond’io son tale.                             8

I pensier son saette, e ‘l viso un sole,

e ‘l desir foco; e ‘nseme con quest’arme

mi punge Amor, m’abbaglia, e mi distrugge:                      11

e l’angelico canto, e le parole,

col dolce spirto, ond’io non posso aitarme,

son l’aura inanzi a cui mia vita fugge.                                  14

CXXXIV

Pace non trovo, e non ho da far guerra;

Pace non trovo, e non ho da far guerra;

e temo, e spero; et ardo, e son un ghiaccio;

e volo sopra ‘l cielo, e giaccio in terra;

e nulla stringo, e tutto ‘l mondo abbraccio.                          4

Tal m’ha in pregion, che non m’apre né serra,

né per suo mi ritèn né scioglie il laccio;

e non m’ancide Amore, e non mi sferra,

né mi vuol vivo né mi trae impaccio.                                     8

Veggio senza occhi, e non ho lingua, e grido;

e bramo di perir, e cheggio aita;

et ho in odio me stesso, et amo altrui.                                    11

Pascomi di dolor, piangendo rido;

egualmente mi spiace morte e vita:

in questo stato son, donna, per vui.                                       14

CXXXV

Qual più diversa e nova

Qual più diversa e nova

cosa fu mai in qualche stranio clima,

quella, se ben s’estima,

più mi rasembra; a tal son giunto, Amore.

Là, onde il dì vèn fòre,                                                            5

vola un augel, che sol, senza consorte,

di volontaria morte

rinasce, e tutto a viver si rinova.

Così sol si ritrova

lo mio voler, e così in su la cima                                             10

de’ suoi alti pensieri al sol si volve,

e così si rivolse,

e così torna al suo stato di prima;

arde, e more, e riprende i nervi suoi,

e vive poi       con la fenice a prova.                                       15

Una petra è sì ardita

là per l’ìndico mar, che da natura

tragge a sé il ferro, e ‘l fura,

dal legno, in guisa che ‘ navigi affonde.

Questo prov’io fra l’onde                                                        20

d’amaro pianto; ché quel bello scoglio

ha sul suo duro argoglio

condutta ove affondar conven mia vita:

così l’alm’ha sfornita

(furando ‘l cor, che fu già cosa dura,                                     25

e me tenne un, ch’or son diviso e sparso)

un sasso a trar più scarso

carne che ferro. O cruda mia ventura,

che ‘n carne essendo, veggio trarmi a riva

ad una viva      dolce calamita                                                30

Ne l’estremo occidente

una fera è soave e queta tanto

che nulla più; ma pianto

e doglia, e morte, dentro a gli occhi porta:

molto convene accorta                                                            35

esser qual vista mai vèr’ lei si giri;

pur che gli occhi non miri,

l’altro puossi veder securamente.

Ma io incauto, dolente,

corro sempre al mio male; e so ben quanto                          40

n’ho sofferto, e n’aspetto; ma l’engordo

voler, ch’è cieco e sordo,

sì mi trasporta, che ‘l bel viso santo

e gli occhi vaghi, fìen cagion ch’io pèra,

di questa sfera      angelica innocente.                                   45

Surge nel mezzo giorno

una fontana, e tien nome dal sole;

che per natura sòle

bollir le notti, e ‘n sul giorno esser fredda;

e tanto si raffredda                                                                  50

quanto ‘l Sol monta, e quanto è più da presso.

Così avèn a me stesso,

che son fonte di lagrime, e soggiorno:

quando ‘l bel lume adorno,

ch’è ‘l mio sol, s’allontana, e triste e sole                                55

son le mie luci, e notte oscura è loro,

ardo allor; ma se l’oro

e i rai veggio apparir del vivo sole,

tutto dentro e di fòr sento cangiarme,

e ghiaccio farme;      così freddo torno.                                  60

Un’altra fonte ha Epiro

di cui si scrive, ch’essendo fredda ella,

ogni spenta facella

accende, e spegne qual trovasse accesa.

L’anima mia, ch’offesa                                                           65

ancor non era d’amoroso foco,

appressandosi un poco

a quella fredda, ch’io sempre sospiro,

arse tutta; e martìro

simil già mai né sol vide, né stella,                                         70

ch’ un cor di marmo a pietà mosso avrebbe:

poi che ‘nfiammata l’ebbe,

rispensela vertù gelata e bella.

Così più volte ha ‘l cor racceso e spento:

i’ ‘l so che ‘l sento,      e spesso me n’adiro.                            75

Fuor tutti i nostri lidi,

ne l’isole famose di Fortuna,

due fonti ha: chi de l’una

bee, mor ridendo; e chi de l’altra, scampa.

Simil fortuna stampa                                                              80

mia vita, che morir porìa ridendo,

del gran piacer, ch’io prendo,

se no ‘l temprassen dolorosi stridi.

Amor, ch’ancor mi guidi

pur a l’ombra di fama occulta e bruna,                                85

tacerem questa fonte, ch’ogni or piena,

ma con più larga vena

veggiam, quando col Tauro il sol s’aduna:

così gli occhi miei piangon d’ogni tempo,

ma più nel tempo      che madonna vidi.                               90

Chi spiasse, canzone,

quel ch’i’ fo, tu pòi dir: ­ sotto un gran sasso

in una chiusa valle, ond’esce Sorga,

si sta; né chi lo scorga

v’è, se no Amor, che mai no ‘l lascia un passo,                     95

e l’imagine d’una, che lo strugge;

ch’e’ per sé fugge      tutt’altre persone. ­

CXXXVI

Fiamma dal su le tue treccie piova

Fiamma del ciel su le tue treccie piova,

malvagia, che dal fiume e da le ghiande

per l’altrui impoverir se’ ricca e grande,

poi che di mal oprar tanto ti giova:                                       4

nido di tradimenti, in cui si cova

quanto mal per lo mondo oggi si spande,

de vin serva, di letti e di vivande,

in cui lussuria fa l’ultima prova.                                            8

Per le camere tue fanciulle e vecchi

vanno trescando, e Belzebub in mezzo

co’ mantici, e col foco, e co li specchi.                                    11

Già non fostù nudrita in piume al rezzo,

ma nuda al vento, e scalza fra gli stecchi:

or vivi sì ch’a Dio ne venga il lezzo.                                       14

CXXXVII

L’Avara Babilonia ha colmo il sacco

L’Avara Babilonia ha colmo il sacco

d’ira di Dio, e di vizii empii e rei,

tanto che scoppia, ed ha fatti suoi dèi,

non Giove e Palla, ma Venere e Bacco.                                 4

Aspettando ragion mi struggo e fiacco;

ma pur novo soldan veggio per lei,

lo qual farà, non già quand’io vorrei,

sol una sede; e quella fia in Baldacco [1].                                  8

Gl’idoli suoi saranno in terra sparsi,

e le tórre superbe, al ciel nemiche,

e i suoi torrer di fòr come dentro arsi.                                    11

Anime belle, e di virtute amiche,

terranno il mondo; e poi vedrem lui farsi

aureo tutto, e pien de l’opre antiche.                                     14

CXXXVIII

Fontana di dolore, albergo d’ira

Fontana di dolore, albergo d’ira,

scola d’errori, e templo d’eresia,

già Roma, or Babilonia falsa e ria,

per cui tanto si piange e si sospira;                                        4

o fucina d’inganni, o pregion dira,

ove ‘l ben more, e ‘l mal si nutre e cria,

di vivi inferno, un gran miracol fia

se Cristo teco al fin non s’adira.                                             8

Fondata in casta et umil povertate,

contr’a’ tuoi fondatori alzi le corna,

putta sfacciata: e dove hai posto spene?                                11

Ne gli adùlteri [2] tuoi? ne le mal nate

ricchezze tante? Or Costantin non torna;

ma tolga il mondo tristo che ‘l sostene.                                 14

CXXXIX

Quanto più disiose l’ali spando

Quanto più disïose l’ali spando

verso di voi, o dolce schiera amica,

tanto Fortuna con più visco intrica

il mio volare, e gir mi face errando.                                       4

Il cor, che mal suo grado a torno mando,

è con voi sempre in quella valle aprica,

ove ‘l mar nostro più la terra implìca;

l’altr’ier da lui partimmi lagrimando.                                   8

I’ da man manca, e’ tenne il camin dritto;

i’ tratto a forza, et e’ d’Amore scorto;

egli in Ierusalem, et io in Egitto.                                            11

Ma sofferenza è nel dolor conforto;

ché per lungo uso, già fra noi prescritto,

il nostro esser insieme è raro e corto.                                     14

CXL

Amor, che nel penser mio vive e regna

Amor che nel penser mio vive e regna

e ‘l suo seggio maggior nel mio tène,

talor armato ne la fronte vène,

ivi si loca, et ivi pon sua insegna.                                           4

Quella ch’amare e sofferir ne ‘nsegna

e vòl che ‘l gran desio, l’accesa spene,

ragion, vergogna e reverenza affrene,

di nostro ardir fra sé stessa si sdegna.                                    8

Onde Amor paventoso fugge al core,

lasciando ogni sua impresa, e piange, e trema;

ivi s’asconde, e non appar più fòre.                                       11

Che poss’io far, temendo il mio signore,

se non star seco in fin a l’ora estrema?

ché bel fin fa chi ben amando more.                                     14

 

Note

________________________

 

[1] - Bagdad

[2] - i re di Francia che avevano preso il posto di Cristo

© 30 aprile 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 12 novembre 2007