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Edizione di riferimento
Francesco Petrarca, Canzoniere, Trionfi, Rime varie, a cura di Carlo Muscetta e Daniele Ponchiroli, ed. Einaudi, 1958
Gentil mia donna, i' veggio
nel mover de’ vostr’occhi un dolce lume
che mi mostra la via ch’al ciel conduce;
e per lungo costume
dentro là dove sol con amor seggio, 5
quasi visibilmente il cor traluce.
Questa è la vista ch’a ben far m’induce,
e che mi scorge al glorioso fine;
questa sola dal vulgo m’allontana.
Né già mai lingua umana 10
contar porìa quel che le due divine
luci sentir mi fanno,
e quando ‘l verno sparge le pruine,
e quando poi ringiovenisce l’anno
qual era al tempo del mio primo affanno. 15
Io penso: se là suso,
onde ‘l motor eterno de le stelle
degnò mostrar del suo lavoro in terra,
son l’altr’opre sì belle,
aprasi la pregione, ov’io son chiuso, 20
e che ‘l camino a tal vita mi serra.
Poi mi rivolgo a la mia usata guerra,
ringraziando Natura e ‘l dì ch’io nacqui
che reservato m’hanno a tanto bene,
e lei ch’a tanta spene 25
alzò il mio cor; ché ‘n sin allor io giacqui
a me noioso e grave,
da quel dì inanzi a me medesmo piacqui,
empiendo d’un pensier alto e soave
quel core ond’hanno i begli occhi la chiave. 30
Né mai stato gioioso
Amor o la volubile Fortuna
chieder a chi più fûr nel mondo amici
ch’’no ‘l cangiassi ad una
rivolta d’occhi, ond’ogni mio riposo 35
vien come ogni arbor vien da sue radici.
Vaghe faville, angeliche, beatrici
de la mia vita, ove ‘l piacer s’accende,
che dolcemente mi consuma e strugge;
come sparisce e fugge 40
ogni altro lume dove ‘l vostro splende,
così de lo mio core,
quando tanta dolcezza in lui discende,
ogni altra cosa, ogni penser va fòre,
e solo ivi con voi rimanse Amore. 45
Quanta dolcezza unquanco
fu in cor d’aventurosi amanti, accolta
tutta in un loco, a quel ch’i’ sento, è nulla,
quando voi alcuna volta
soavemente tra ‘l bel nero e ‘l bianco 50
volgete il lume in cui Amor si trastulla:
e credo, da le fasce e da la culla
al mio imperfetto, a la Fortuna adversa
questo rimedio provedesse il cielo.
Torto mi face il velo 55
e la man che sì spesso s’atraversa
fra ‘l mio sommo diletto
e gli occhi, onde dì e notte si rinversa
il gran desio per isfogare il petto,
che forma tien dal variato aspetto. 60
Perch’io veggio, e mi spiace,
che natural mia dote a me non vale
né mi fa degno d’un sì caro sguardo,
sforzomi d’esser tale
qual a l’alta speranza si conface, 65
et al foco gentil ond’io tutto ardo.
S’al ben veloce, et al contrario tardo,
dispregiator di quanto ‘l mondo brama
per solicito studio posso farme,
porrebbe forse aitarme 70
nel benigno iudicio una tal fama.
Certo il fin de’ miei pianti,
che non altronde il cor doglioso chiama,
vèn da’ begli occhi al fin dolce tremanti
ultima speme de’ cortesi amanti. 75
Canzon, l’una sorella è poco inanzi,
e l’altra sento in quel medesmo albergo
apparecchiarsi; ond’io più carta vergo.
Poi che per mio destino
a dir mi sforza quell’accesa voglia
che m’ha sforzato a sospirar mai sempre,
Amor, ch’a ciò m’invoglia,
sia la mia scorta, e ‘nsignimi ‘l camino, 5
e col desio le mie rime contempre;
ma non in guisa che lo cor si stempre
di soverchia dolcezza, com’io temo,
per quel ch’i’ sento ov’occhio altrui non giugne;
ché ‘l dir m’infiamma e pugne, 10
né per mi ‘ngegno, ond’io pavento e tremo,
sì come talor sòle,
trovo ‘l gran foco de la mente scemo;
anzi mi struggo al suon de le parole,
pur com’io fusse un uom di ghiaccio al sole. 15
Nel cominciar credìa
trovar parlando al mio ardente desire
qualche breve riposo e qualche triegua.
Questa speranza ardire
mi porse a ragionar quel ch’i’ sentia; 20
or m’abbandona al tempo, e si dilegua.
Ma pur conven che l’alta impresa segua
continuando l’amorose note,
sì possente è ‘l voler che mi trasporta;
e la ragione è morta, 25
che tenea ‘l freno, e contrastar no ‘l pôte.
Mostrimi almen ch’io dica
Amor in guisa che se mai percote
gli orecchi de la dolce mia nemica,
non mia, ma di pietà la faccia amica. 30
Dico: se ‘n quella etate
ch’al vero onor fûr gli animi sì accesi,
l’industria d’alquanti uomini s’avolse
per diversi paesi,
poggi et onde passando, e l’onorate 35
cose cercando el più bel fior ne colse,
poi che Dio e Natura et Amor volse
locar compitamente ogni virtute
in quei be’ lumi, ond’io gioioso vivo,
questo e quell’altro rivo 40
non conven ch’i’ trapasse e terra mute.
A llor sempre ricorro,
come a fontana d’ogni mia salute;
e quando a morte disiando corro,
sol di lor vista al mio stato soccorro. 45
Come a forza di vènti
stanco nocchier di notte alza la testa
a’ duo lumi c’ha sempre il nostro polo,
così ne la tempesta
ch’i’ sostengo d’amor, gli occhi lucenti 50
sono il mio segno e ‘l mio conforto solo.
Lasso!, ma troppo è più quel ch’io ne ‘nvolo
or quinci, or quindi, come Amor m’informa,
che quel che vèn da grazioso dono;
e quel poco ch’i’ sono 55
mi fa di loro una una perpetua norma.
Poi ch’io li vidi in prima,
senza lor a ben far non mossi un’orma;
così gli ho di me posti in su la cima
che ‘l mio valor per sé falso s’estima. 60
I’ non porìa già mai
imaginar, non che narrar gli effetti,
che nel mio cor gli occhi soavi fanno:
tutti gli altri diletti
di questa vita ho per minori assai, 65
e tutte altre bellezze in dietro vanno.
Pace tranquilla, senza alcuno affanno,
simile a quella ch’è nel ciel eterna,
move da lor inamorato riso.
Così vedess’io fiso 70
come Amor dolcemente gli governa,
sol un giorno da presso,
senza voler già mai rota superna,
né pensasse d’altrui né di me stesso,
e ‘l batter gli occhi miei non fosse spesso. 75
Lasso!, che disiando
vo quel ch’esser non puote in alcun modo;
e vivo nel desir fuor di speranza.
Solamente quel nodo
ch’Amor cerconda a la mia lingua, quando 80
l’umana vista il troppo lume avanza,
fosse disciolto, i’ prenderei baldanza
di dir parole in quel punto sì nove,
che farian lagrimar chi le ‘ntendesse.
Ma le ferite impresse 85
valgon per forza il cor piagato altrove;
ond’io divento smorto,
e ‘l sangue si nasconde, i’ non so dove,
né rimango qual era; e sommi accorto
che questo è ‘l colpo di che Amor m’ha morto. 90
Canzone, i’ sento già stancar la penna
del lungo e dolce ragionar co llei,
ma non di parlar meco i pensier mei.
Io son già stanco di pensar sì come
i miei pensier in voi stanchi non sono,
e come vita ancor non abbandono
per fuggir de’ sospir sì gravi some;
e come a dir del viso e de le chiome
e de’ begli occhi, ond’io sempre ragiono,
non è mancata omai la lingua e ‘l suono
dì e notte chiamando il vostro nome; 8
e che ‘ pie’ miei non son fiaccati e lassi
a seguir l’orme vostre in ogni parte,
perdendo inutilmente tanti passi; 11
et onde vien l’enchiostro, onde le carte
ch’i’ vo empiendo di voi: se ‘n ciò fallassi,
colpa d’Amor, non già defetto d’arte. 14
I begli occhi ond’i’ fui percosso in guisa
ch’ e’ medesmi porian saldar la piaga,
e non già vertù d’erbe, o d’arte maga,
o di pietra dal mar nostro divisa, 4
m’hanno la via sì d’altro amor precisa,
ch’un sol dolce penser l’anima appaga;
e se la lingua di seguirlo è vaga,
la scorta po' , non ella esser derisa. 8
Questi son que’ begli occhi che l’imprese
del mio signor vittoriose fanno
in ogni parte, e più sovra ‘l mio fianco; 11
questi son que’ begli occhi che mi stanno
sempre nel cor colle faville accese;
perch’io di lor parlando non mi stanco. 14
Amor con sue promesse lusingando
mi ricondusse a la prigione antica,
e die’ le chiavi a quella mia nemica
ch’ancor me di me stesso tène in bando.
Non me n’avìdi, lasso!, se non quando
fui in lor forza; et or con gran fatica
(chi ‘l crederà, perché giurando i’ ‘l dica?)
in libertà ritorno sospirando.
E come vero pregioniero afflitto,
de le catene mie gran parte porto;
e ‘l cor ne gli occhi e ne la fronte ho scritto.
Quando sarai del mio colore accorto
dirai: - S’i’ guardo e giudico ben dritto,
questi avea poco andare ad esser smorto. -
Per ben mirar Policleto a prova fiso
con gli altri ch’ebben fama di quell’arte
mill’anni, non vedrian la minor parte
de la beltà che m’have il cor conquiso. 4
Ma certo il mio Simon fu in paradiso,
onde questa gentil donna si parte;
ivi la vide, e la ritrasse in carte,
per far fede qua giù del suo bel viso. 8
L’opra fu ben di quelle che nel cielo
si ponno imaginar, non qui tra noi,
ove le membra fanno a l’alma velo. 11
Cortesia fe’; né la potea far poi
che fu disceso a provar caldo e gielo,
e del mortal sentiron gli occhi suoi. 14
Quando giunse a Simon l’alto concetto
ch’a mio nome gli pose in man lo stile
s’avesse dato a l’opera gentile
colla figura voce ed intelletto, 4
di sospir molti mi sgombrava il petto,
che ciò ch’altri ha più caro a me fan vile;
però che ‘n vista ella si mostra umìle
promettendomi pace nell’aspetto. 8
Ma poi ch’i’ vengo a ragionar co llei,
benignamente assai par che n’ascolte:
se risponder savesse a’ detti miei! 11
Pigmalion, quanto lodar ti dèi
de l’imagine tua, se mille volte
n’avesti quel ch’i’ sol una vorrei! 14
S’al principio risponde il fine e ‘l mezzo
del quartodecimo anno ch’io sospiro,
più non mi pò scampar l’aura né ‘l rezzo;
sì crescer sento ‘l mio ardente desiro. 4
Amor, con cui pensier mai non amezzo,
sotto ‘l cui giogo già mai non respiro,
tal mi governa, ch’i’ non son già mezzo,
per gli occhi, ch’al mio mal sì spesso giro. 8
Così mancando vo di giorno in giorno,
sì chiusamente, ch’i’ sol me n’accorgo,
e quella che guardando il cor mi strugge. 11
A pena in fin a qui l’anima scorgo,
né so quanto fia meco il suo soggiorno;
ché la morte s’appressa, e ‘l viver fugge. 14
Chi è fermato di menar sua vita
su per l’onde fallaci e per li scogli
scevro da morte con un picciol legno
non po’ molto lontan esser dal fine;
però sarrebbe da ritrarsi in porto
mentre al governo ancor crede la vela. 6
L’aura soave, a cui governo e vela
commisi entrando a l’amorosa vita
e sperando venire a miglior porto,
poi mi condusse in più di mille scogli;
e le cagion del mio doglioso fine
non pur d’intorno avea, ma dentro al legno. 12
Chiuso gran tempo in questo cieco legno
errai, senza levar occhio a la vela
ch’anzi al mio dì mi trasportava al fine;
poi piacque a lui che mi produsse in vita
chiamarme tanto in dietro da li scogli
ch’almen da lunge m’apparisse il porto. 18
Come lume di notte in alcun porto
vide mai d’alto mar nave né legno,
se non gliel tolse o tempestate o scogli,
così di su da la gonfiata vela
vid’io le ‘nsegne di quell’altra vita,
et allor sospirai verso ‘l mio fine. 24
Non perch’io sia securo ancor del fine;
ché volendo col giorno esser a porto
è gran viaggio in così poca vita;
poi temo, ché mi veggio in fraile legno,
e più che non vorrei piena la vela
del vento che mi pinse in questi scogli. 30
S’io èsca vivo de' dubbiosi scogli,
et arrive il mio essilio ad un bel fine,
ch’i’ sarei vago di voltar la vela,
e l’ancore gittar in qualche porto!
Se non ch’i’ ardo come acceso legno,
sì m’è duro lassar l’usata vita. 36
Signor de la mia fine e de la vita,
prima ch’i’ fiacchi il legno tra li scogli,
drizza a buon porto l’affannata vela.
Io son sì stanco sotto ‘l fascio antico
de le mie colpe e de l’usanza ria,
ch’i’ temo forte di mancar tra via,
e di cader in man del mio nemico. 4
Ben venne a dilivrarmi un grande amico
per somma et ineffabil cortesia;
poi volò fuor de la veduta mia,
sì ch’a mirarlo indarno m’affatico. 8
Ma la sua voce ancor qua giù rimbomba:
«O voi che travagliate, ecco ‘l camino;
venite a me, se ‘l passo altri non serra». 11
Qual grazia, qual amore, o qual destino
mi darà penne in guisa di colomba,
ch’i’ mi riposi, e levimi da terra? 14
Io non fu’ d’amar voi lassato unquanco
madonna, né sarò mentre ch’io viva;
ma d’odiar me medesmo giunto a riva,
e del continuo lagrimar so’ stanco; 4
e voglio anzi un sepolcro bello e bianco,
che ‘l vostro nome a mio danno si scriva
in alcun marmo, ove di spirto priva
sia la mia carne, che po’ star seco anco. 8
Però, s’un cor pien d’amorosa fede
può contentarve, senza farne strazio,
piacciavi omai di questo aver mercede. 11
Se ‘n altro modo cerca d’esser sazio,
vostro sdegno erra; e non fia quel che crede;
di che Amor e me stesso assai ringrazio. 14
Se bianche non son prima ambe le tempie
ch’a poco a poco par che ‘l tempo mischi,
securo non sarò, ben ch’io m’arrischi
talor ov’Amor l’arco tira et empie. 4
Non temo già che più ni strazi e scempie,
né mi ritenga, perch’ancor m’invischi,
né m’apra il cor, perché di fuor l’incischi,
con sue saette velenose et empie. 8
Lagrime omai da gli occhi uscir non ponno
ma di gire in fin là sanno il vïaggio;
sì ch’a pena fia mai ch’i’ ‘l passo chiuda. 11
Ben mi po’ riscaldare il fiero raggio;
non sì ch’i’ arda; e può turbarmi il sonno,
ma romper no l’imagine aspra e cruda. 14
— Occhi, piangete, accompagnate il core,
che di vostro fallir morte sostene. —
— Così sempre facciamo; e ne convene
lamentar più l’altrui che ‘l vostro errore. — 4
— Già prima ebbe per voi l’entrata Amore,
là onde ancor come in suo albergo vène. —
— Noi gli aprimmo la via per quella spene
che mosse d’entro da colui che more. — 8
—Non son, come a voi par, le ragion pari;
ché pur voi foste ne la prima vista
del vostro e del suo mal cotanto avari. — 11
— Or questo è quel che più ch’altro n’atrista;
che ‘ perfetti giudicii son sì rari,
e d’altrui colpa altrui biasmo s’acquista. — 14
Io amai sempre, et amo forte ancòra
e son per amar più di giorno in giorno
quel dolce loco, ove piangendo torno
spesse fiate, quando Amor m’accora. 4
E son fermo d’amare il tempo e l’ora
ch’ogni vil cura mi levâr d’intorno;
e più colei, lo cui bel viso adorno
di ben far co’ suoi essempli m’innamora. 8
Ma chi pensò veder mai tutti insieme
per assalirmi il core, or quindi or quinci,
questi dolci nemici, ch’i’ tant’amo? 11
Amor, con quanto sforzo oggi mi vinci!
E se non ch’al desio cresce la speme,
i’ cadrei morto, ove più viver bramo. 14
Io avrò sempre in odio la fenestra
onde Amor m’aventò già mille strali,
perch’alquanti di lor non fûr mortali;
ch’è bel morir, mentre la vita è destra. 4
Ma ‘l sovrastar ne la pregion terrestra
cagion m’è, lasso!, d’infiniti mali:
e più mi duol che fìen meco immortali,
poi che l’alma dal cor non si scapestra. 8
Misera!, che devrebbe esser accorta,
per lunga esperienzia, omai che ‘l tempo
non è chi ‘n dietro volga, o chi l’affreni. 11
Più volte l’ho con ta’ parole scorta:
— Vattene, trista; ché non va per tempo
chi dopo lassa i suoi dì più sereni. — 14
Si tosto come avèn che l’arco scocchi,
buon sagittario di lontan discerne
qual colpo è da sprezzare e qual d’averne
fede ch’al destinato segno tocchi; 4
similemente il colpo de’ vostr’occhi,
donna, sentiste a le mie parti interne
dritto passare; onde conven ch’etterne
lagrime per la piaga il cor trabocchi. 8
E certo son che voi diceste allora:
— Misero amante! a che vaghezza il mena?
Ecco lo strale onde Amor vòl ch’e’ mora. — 11
Ora, veggendo come ‘l duol m’affrena,
quel che mi fanno i miei nemici ancóra
non è per morte, ma per più mia pena. 14
Poi che mia speme è lunga a venir troppo,
e de la vita il trapassar sì corto,
vorreimi a miglior tempo esser accorto,
per fuggir dietro più che di galoppo; 4
e fuggo ancor così debile e zoppo
da l’un de’ lati, ove ‘l desio m’ha storto;
securo omai, ma pur nel viso porto
segni ch’io presi a l’amoroso intoppo. 8
Ond’io consiglio voi che siete in via,
volgete i passi; e voi ch’Amore avampa,
non v’indugiate su l’estremo ardore; 11
ché, perch’io viva, de mille un no scampa:
era ben forte la nemica mia
e lei vid’io ferita in mezzo ‘l core. 14
Fuggendo la pregione ove Amor m’ebbe
molt’anni a far di me quel ch’a lui parve,
donne mie, lungo fôra a ricontarve
quanto la nova libertà m’increbbe. 4
Diceami il cor che per sé non saprebbe
viver un giorno; e poi tra via m’apparve
quel traditore in sì mentite larve
che più saggio di me inganato avrebbe. 8
Onde più volte sospirando in dietro
dissi: — Oimè!, il giogo e le catene e i ceppi
eran più dolci che l’andare sciolto. — 11
Misero me, che tardo il mio mal seppi!
e con quanta fatica oggi mi spetro
de l’errore ov’io stesso m’era involto! 14
Erano i capei d’oro a l’aura sparsi,
che ‘n mille dolci nodi gli avolgea;
e ‘l vago lume oltra misura ardea
di quei begli occhi, ch’or ne son sì scarsi; 4
e ‘l viso di pietosi color farsi,
non so se vero o falso, mi parea:
i’ che l’ésca amorosa al petto avea,
qual meraviglia se di sùbito arsi? 8
Non era l’andar suo cosa mortale,
ma d’angelica forma; e le parole
sonavan altro che pur voce umana: 11
uno spirto celeste, un vivo sole
fu quel ch’i’ vidi; e se non fosse or tale,
piaga per allentar d’arco non sana. 14
[Rivolto forse al fratello Gherardo per la perdita della sua amata.]
La bella donna che cotanto amavi
subitamente s’è da noi partita,
e, per quel ch’io ne speri, al ciel salita,
sì furon gli atti suoi dolci e soavi. 4
Tempo è da ricovrare ambe le chiavi
del tuo cor, ch’ella possedeva in vita,
e seguir lei per via dritta espedita;
peso terren non sia più che t’aggravi. 8
Poi che se’ sgombro de la maggior salma,
l’altre puoi giuso agevolmente porre,
salendo quasi un pellegrino scarco. 11
Ben vedi omai sì come a morte corre
ogni cosa creata, e quanto all’alma
bisogna ir lieve al periglioso varco. 14
Piangete, donne, e con voi pianga Amore;
piangete, amanti, per ciascun paese;
poi ch’è morto collui che tutto intese
in farvi, mentre visse al mondo, onore. 4
Io per me prego il mio acerbo dolore
non sian da lui le lagrime contese,
e mi sia di sospir tutto cortese
quanto bisogna a disfogare il core. 8
Piangan le rime, ancor piangano i versi,
perché ‘l nostro amoroso messer Cino
novellamente s’è da noi partito. 11
Pianga Pistoia, e i citadin perversi
che perduto hanno sì dolce vicino;
e rallegresi il cielo ov’ello è gito. 14
Più volte Amor m’avea detto: — Scrivi,
scrivi quel che vedesti in lettre d’oro,
sì come i miei seguaci discoloro,
e ‘n un momento gli fo morti e vivi, 4
un tempo fu che ‘n te stesso ‘l sentivi,
volgare essemplo a l’amoroso coro;
poi di man mi ti tolse altro lavoro;
ma già ti raggiuns’io mentre fuggivi, 8
e se ‘ begli occhi, ond’io me ti mostrai
e là dove era il mio dolce ridutto
quando ti ruppi al cor tanta durezza, 11
mi rendon l’arco ch’ogni cosa spezza,
forse non avrai sempre il viso asciutto;
ch’i’ mi pasco di lagrime e tu ‘l sai. — 14
Quando giugne per gli occhi al cor profondo
l’imagin donna, ogni altra indi si parte,
e le vertù che l’anima comparte,
lascian le membra, quasi immobil pondo. 4
E del primo miracolo il secondo
nasce talor, che la scacciata parte
da sé stessa fuggendo arriva in parte
che fa vendetta e ‘l suo essilio giocondo.
Quinci in duo vólti in color morto appare;
perché ‘ vigor che vivi gli mostrava
da nessun lato è più là dove stava. 11
E di questo in quel dì mi ricordava
ch’i’ vidi duo amanti trasformare,
e far qual io mi soglio in vista fare. 14
Così potess’io ben chiudere in versi
i miei pensier, come nel cor gli chiudo;
ch’animo al mondo non fu mai sì crudo,
ch’i’ non facessi per pietà dolersi. 4
Ma voi, occhi beati, ond’io soffersi
quel colpo, ove non valse elmo né scudo,
di fòr e dentro mi vedete ignudo,
ben che ‘n lamenti il duol non si riversi.
Poi che vostro vedere in me risplende,
come raggio di sol traluce in vetro,
basti dunque il desio senza ch’io dica. 11
Lasso!, non a Maria, non nocque a Pietro
la fede, ch’a me sol tanto è nemica;
e so ch’altri che voi nessun m’intende. 14
Io son de l’aspettar omai sì vinto,
e de la lunga guerra de’ sospiri,
ch’i’ aggio in odio la speme e i desiri,
et ogni laccio onde ‘l mio cor è avinto. 4
Ma ‘l bel viso leggiadro che depinto
porto nel petto, e veggio ove ch’io miri,
mi sforza; onde ne’ primi empii martìri
pur son contra mia voglia respinto. 8
Allor errai quando l’antica strada
di libertà mi fu precisa e tolta,
ché mai si segue ciò ch’a gli occhi agrada; 11
allor corse al suo mal libera e sciolta;
ora a posta d’altrui conven che vada
l’anima che peccò sol una volta. 14
Ahi, bella libertà, come tu m’hai
partendoti da me mostrato quale
era ‘l mio stato, quando il primo strale
fece la piaga ond’io non guerrò mai! 4
Gli occhi invaghiro allor sì de’ lor guai,
che ‘l fren de la ragion ivi non vale,
perc’hanno a schifo ogni opera mortale:
lasso!, così da prima gli avezzai! 8
Né mi fece ascoltar chi non ragiona
de la mia morte; e sol del suo nome
vo empiendo l’aere, che sì dolce sona. 11
Amor in altra parte non mi sprona,
né i pie’ sanno altra via, né le man come
lodar si possa in carte altra persona. 14
Orso, al vostro destrier si po’ ben porre
un fren, che di suo corso in dietro il volga;
ma ‘l cor chi legherà che non si sciolga,
se brama onore, e ‘l suo contrario aborre? 4
Non sospirate: a lui non si po’ tôrre
suo pregio, per ch’a voi l’andar si tolga;
ché, come fama publica divolga,
egli è già là, che null’altro il precorre. 8
Basti che si ritrove in mezzo ‘l campo
al destinato dì, sotto quell’arme
che gli dà il tempo, amor, vertute e ‘l sangue, 11
gridando: — D’un gentil desire avampo,
co’ ‘l signor mio, che non po’ seguitarne,
e del non esser qui si strugge e langue. — 14
Poi che voi et io più volte abbiam provato
come ‘l nostro sperar torna fallace,
dietro a quel sommo ben che mai non spiace
levate il core a più felice stato. 4
Questa vita terrena è quasi un prato,
che ‘l serpente tra ‘ fiori e l’erba giace;
e s’alcuna sua vista a gli occhi piace,
è per lassare più l’animo invescato. 8
Voi dunque, se cercate aver la mente
anzi l’estremo dì queta già mai,
seguite i pochi, e non la volgar gente. 11
Ben si può dire a me: — Frate, tu vai
mostrando altrui la via, dove sovente
fosti smarrito, et or se’ più che mai. — 14
Quella fenestra ove l’un sol si vede,
quando a lui piace, e l’altro in su la nona,
e quella dove l’aere freddo suona
ne’ brevi giorni, quando borrea ‘l fiede; 4
e ‘l sasso, ove a’ gran dì pensosa siede
madonna, e sola seco si ragiona;
con quanti luoghi sua bella persona
coprì mai d’ombra o disegnò col piede; 8
e ‘l fiero passo ove m’agiunse Amore;
e lla nova stagion che d’anno in anno
mi rinfresca in quel dì l’antiche piaghe; 11
e ‘l vólto, e le parole che mi stanno
altamente confitte in mezzo ‘l core,
fanno le luci mie di pianger vaghe. 14
Lasso!, ben so che dolorose prede
di noi fa quella ch’a nullo uom perdona,
e che rapidamente m’abandona
il mondo, e picciol tempo ne tien fede; 4
veggio a molto languir poca mercede,
e già l’ultimo dì nel cor mi tuona:
per tutto questo Amor non mi spregiona,
che l’usato tributo a gli occhi chiede. 8
So come i dì, come i momenti, e l’ore,
ne portan gli anni; e non ricevo inganno,
ma forza assai maggior che d’arti maghe. 11
La voglia e la ragion combattuto hanno
sette e sette anni; e vincerà il migliore,
s’anime son qua giù del ben presaghe. 14
Cesare, poi che ‘l traditor d’Egitto
li fece il don de l’onorata testa,
celando l’allegrezza manifesta
pianse per gli occhi fuor, sì come è scritto; 4
et Anibàl, quando a l’imperio afflitto
vide farsi fortuna sì molesta,
rise fra gente lagrimosa e mesta,
per isfogare il suo acerbo despitto; 8
e così avèn che l’animo ciascuna
sua passion sotto ‘l contrario manto
ricopre co la vista or chiara or bruna. 11
Però, s’alcuna volta io rido o canto,
facciol perch’i’ non ho se non quest’una
via da celare il mio angoscioso pianto. 14
Vinse Anibàl e non seppe usar poi
ben la vittoriosa sua ventura;
però, signor mio caro, aggiate cura
che similmente non avegna a voi. 4
L’orsa, rabbiosa per gli orsacchi suoi,
che trovaron di maggio aspra pastura,
rode sé dentro, e i denti e l’unghie endura
per vendicar suoi danni sopra noi. 8
Mentre ‘l novo dolor dunque l’accora,
non riponete l’onorata spada;
anzi seguite là dove vi chiama 11
vostra fortuna dritto per la strada
che vi può dar, dopo la morte ancóra
mille e mille anni, al mondo onor e fama. 14
L’aspettata vertù, che ‘n voi fioriva
quando Amor cominciò darvi battaglia,
produce or frutto, che quel fiore aguaglia,
e che mia speme fa venire a riva. 4
Però mi dice il cor ch’io in carte scriva
cosa onde ‘l vostro nome in pregio saglia;
ché ‘n nulla parte sì saldo s’intaglia
per far di marmo una persona viva. 8
Credete voi che Cesare o Marcello
o Paolo od Affrican fossin cotali
per l’incude già mai né per martello? 11
Pandolfo mio, quest’opere son frali
al lungo andar, ma ‘l nostro studio è quello
che fa per fama gli uomini immortali. 14
Mai non vo’ più cantar com’io soleva,
ch’altri no m’intendeva, ond’ebbi scorno,
e puossi in bel soggiorno esser molesto.
Il sempre sospirar nulla releva;
già su l’Alpi neva d’ogn’intorno; 5
et è già presso al giorno; ond’io son desto.
Un atto dolce onesto è gentil cosa:
et in donna amorosa ancor m’aggrada,
che ‘n vista vada altèra e disdegnosa,
non superba e ritrosa: 10
Amor regge suo imperio senza spada.
Chi smarrita ha la strada, torni in dietro;
chi non ha albergo, posisi in sul verde;
chi non ha l’auro, o ‘l perde,
spenga la sete sua con un bel vetro. 15
I’ die’ in guardia a san Pietro; or non più, no.
Intendami chi po’, ch’i’ m’intend’io.
Grave soma è un mal fio a mantenerlo:
quando posso, mi spetro e sol mi sto.
Fetonte odo che ‘n Po cadde e morio; 20
e già di là dal rio passato è ‘l merlo;
deh, venite a vederlo. Or i’ non voglio:
non è gioco uno scoglio in mezzo a l’onde,
e ‘ntra le fronde il visco. Assai mi doglio
quando un soverchio orgoglio 25
molte vertuti in bella donna asconde.
Alcun è che risponde a chi no ‘l chiama;
altri, chi ‘l prega, si delegua e fugge;
altri al ghiaccio si strugge;
altri dì e notte la sua morte brama. 30
Proverbio «ama chi t’ama» è fatto antico.
I’ so ben quel ch’io dico. Or lass’andare;
ché conven ch’altri impare a le sue spese.
Un’umil donna grama un dolce amico.
Mal si conosce il fico, a me pur pare 35
senno a non cominciare tropp’alte imprese;
e per ogni paese è bona stanza.
L’infinita speranza occide altrui;
et anch’io fui alcuna volta in danza.
Quel poco che m’avanza, 40
fia chi no ‘l schifi, s’i’ ‘l vo’ dare a lui.
I’ mi fido in colui che ‘l mondo regge
e che ‘ seguaci suoi nel bosco alberga,
che con pietosa verga
mi meni a passo omai tra le sue gregge. 45
Forse ch’ogni uom che legge non s’intende;
e la rete tal tende che non piglia;
a chi troppo assotiglia si scavezza.
Non sia zoppa la legge ov’altri attende.
Per bene star si scende molte miglia. 50
Tal par gran meraviglia, e poi si sprezza.
Una chiusa bellezza è più soave.
Benedetta la chiave che s’avvolse
al cor, e sciolse l’alma, e scossa l’have
di catena sì grave, 55
e ‘nfiniti sospir del mio sen tolse!
Là dove più mi dolse, altri si dole;
e dolendo addolcisce il mio dolore;
ond’io ringrazio Amore
che più no ‘l sento; et è non men che suole. 60
In silenzio parole accorte e sagge,
e ‘l suon che mi sottragge ogni altra cura,
e la pregione oscura ov’è ‘l bel lume;
le notturne viole per le piagge,
e le fece selvagge entr’a le mura, 65
e la dolce paura, e ‘l bel costume,
e di duo fonti un fiume in pace vòlto
dov’io bramo, e raccolto ove che sia,
amor e gelosia m’hanno il cor tolto,
e i segni del bel vólto, 70
che mi conducon per più piana via
e la speranza mia, al fin de gli affanni.
O riposto mio bene, e quel che segue,
or pace, or guerra or triegue,
mai non m’abbandonate in questi panni. 75
De’ passati miei danni piango e rido,
perché molto mi fido in quel ch’i’ odo;
del presente mi godo, e meglio aspetto,
e vo contando gli anni e taccio e grido;
e ‘n bel ramo m’annido, et in tal modo, 80
ch’i’ ne ringrazio, e lodo, il gran disdetto,
che l’indurato affetto al fine ha vinto,
e ne l’alma depinto: «I’ sare’ udito,
e mostratone a dito»: et hanne estinto
(tanto inanzi son pinto, 85
ch’i’ ‘l pur dirò): «non fostù tant’ardito».
Chi m’ha il fianco ferito e chi ‘l risalda,
per cui nel cor via più che ‘n carta scrivo;
chi mi fa morto e vivo,
chi ‘n un punto m’agghiaccia e mi riscalda. 90
Nova angeletta sovra l’ale accorta
scese dal cielo in su la fresca riva,
là ‘nd’io passava sol per mio destino:
poi che senza compagna e senza scorta
mi vide, un laccio che di seta ordiva 5
tese fra l’erba ond’è verde il camino:
allor fui preso; e non mi spiacque poi,
sì dolce lume uscìa degli occhi suoi.
Non veggio ove scampar mi possa omai:
sì lunga guerra i begli occhi mi fanno,
ch’i’ temo, lasso!, no ‘l soverchio affanno
distruga ‘l cor che triegua non ha mai. 4
Fuggir vorrei; ma gli amorosi rai,
che dì e notte ne la mente stanno,
risplendon sì, ch’al quintodecimo anno
m’abbaglian più che ‘l primo giorno assai; 8
e l’imagine lor son sì cosparte
che volver non mi posso ov’io non veggia
o quella o simil indi accesa luce. 11
Solo d’un lauro tal selva verdeggia
che ‘l mio adversario con mirabil arte
vago fra i rami, ovunque vuol, m’adduce. 14
Aventuroso più d’altro terreno,
ov’Amor vidi già fermar le piante
vèr me volgendo quelle luci sante
che fanno intorno a sé l’aere sereno, 4
prima porìa per tempo venir meno
un’imagine salda di diamante,
che l’atto dolce non mi stia davante,
del qual ho la memoria e ‘l cor sì pieno; 8
né tante volte ti vedrò già mai,
ch’i’ non m’inchini a ricercar de l’orme
che ‘l bel pie’ fece in quel cortese giro. 11
Ma se ‘n cor valoroso Amor non dorme,
prega, Sennuccio mio, quando ‘l vedrai,
di qualche lagrimetta, o d’un sospiro. 14
Lasso!, quante fiate Amor m’assale,
che fra la notte e ‘l dì son più di mille,
torno dov’arder vidi le faville
che ‘l foco del mio cor fanno immortale. 4
Ivi m’acqueto; e son condotto a tale,
ch’a nona, a vespro, a l’alba et a le squille
le trovo nel pensier tanto tranquille
che di null’altro mi rimembra o cale. 8
L’aura soave che dal chiaro viso
move col suon de le parole accorte
per far dolce sereno ovunque spira, 11
quasi un spirto gentil di paradiso
sempre in quell’aere par che mi conforte;
sì che ‘l cor lasso altrove non respira. 14
Persequendomi Amor al luogo usato
ristretto in guisa d’uom ch’aspetta guerra,
che si provede, e i passi intorno serra,
de’ miei antichi pensier mi stava armato. 4
Volsimi, e vidi un’ombra che da lato
stampava il sole, e riconobbi in terra
quella che, se ‘l giudicio mio non erra,
era più degna d’immortale stato. 8
I’ dicea fra mio cor: — Perché paventi? —
Ma non fu prima dentro il penser giunto,
che i raggi, ov’io mi struggo, eran presenti. 11
Come col balenar tona in un punto,
così fu’ io de’ begli occhi lucenti
e d’un dolce saluto inseme aggiunto. 14
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