FRANCESCO PETRARCA

Canzoniere

[codice Vaticano 3195]

Edizione di riferimento

Francesco Petrarca, Canzoniere, Trionfi, Rime varie, a cura di Carlo Muscetta e Daniele Ponchiroli, ed. Einaudi, 1958

RERUM VULGARIUM FRAGMENTA

codice Vaticano 3195

In vita di Madonna Laura

LXXII

Gentil mia donna, i' veggio

Gentil mia donna, i' veggio

nel mover de’ vostr’occhi un dolce lume

che mi mostra la via ch’al ciel conduce;

e per lungo costume

dentro là dove sol con amor seggio,                                      5

quasi visibilmente il cor traluce.

Questa è la vista ch’a ben far m’induce,

e che mi scorge al glorioso fine;

questa sola dal vulgo m’allontana.

Né già mai lingua umana                                                      10

contar porìa quel che le due divine

luci sentir mi fanno,

e quando ‘l verno sparge le pruine,

e quando poi ringiovenisce l’anno

qual era al tempo del mio primo affanno.                            15

Io penso: se là suso,

onde ‘l motor eterno de le stelle

degnò mostrar del suo lavoro in terra,

son l’altr’opre sì belle,

aprasi la pregione, ov’io son chiuso,                                      20

e che ‘l camino a tal vita mi serra.

Poi mi rivolgo a la mia usata guerra,

ringraziando Natura e ‘l dì ch’io nacqui

che reservato m’hanno a tanto bene,

e lei ch’a tanta spene                                                               25

alzò il mio cor; ché ‘n sin allor io giacqui

a me noioso e grave,

da quel dì inanzi a me medesmo piacqui,

empiendo d’un pensier alto e soave

quel core ond’hanno i begli occhi la chiave.                         30

Né mai stato gioioso

Amor o la volubile Fortuna

chieder a chi più fûr nel mondo amici

ch’’no ‘l cangiassi ad una

rivolta d’occhi, ond’ogni mio riposo                                      35

vien come ogni arbor vien da sue radici.

Vaghe faville, angeliche, beatrici

de la mia vita, ove ‘l piacer s’accende,

che dolcemente mi consuma e strugge;

come sparisce e fugge                                                             40

ogni altro lume dove ‘l vostro splende,

così de lo mio core,

quando tanta dolcezza in lui discende,

ogni altra cosa, ogni penser va fòre,

e solo ivi con voi rimanse Amore.                                          45

Quanta dolcezza unquanco

fu in cor d’aventurosi amanti, accolta

tutta in un loco, a quel ch’i’ sento, è nulla,

quando voi alcuna volta

soavemente tra ‘l bel nero e ‘l bianco                                     50

volgete il lume in cui Amor si trastulla:

e credo, da le fasce e da la culla

al mio imperfetto, a la Fortuna adversa

questo rimedio provedesse il cielo.

Torto mi face il velo                                                                 55

e la man che sì spesso s’atraversa

fra ‘l mio sommo diletto

e gli occhi, onde dì e notte si rinversa

il gran desio per isfogare il petto,

che forma tien dal variato aspetto.                                        60

Perch’io veggio, e mi spiace,

che natural mia dote a me non vale

né mi fa degno d’un sì caro sguardo,

sforzomi d’esser tale

qual a l’alta speranza si conface,                                           65

et al foco gentil ond’io tutto ardo.

S’al ben veloce, et al contrario tardo,

dispregiator di quanto ‘l mondo brama

per solicito studio posso farme,

porrebbe forse aitarme                                                           70

nel benigno iudicio una tal fama.

Certo il fin de’ miei pianti,

che non altronde il cor doglioso chiama,

vèn da’ begli occhi al fin dolce tremanti

ultima speme de’ cortesi amanti.                                           75

Canzon, l’una sorella è poco inanzi,

e l’altra sento in quel medesmo albergo

apparecchiarsi; ond’io più carta vergo.

LXXIII

Poi che per mio destino

Poi che per mio destino

a dir mi sforza quell’accesa voglia

che m’ha sforzato a sospirar mai sempre,

Amor, ch’a ciò m’invoglia,

sia la mia scorta, e ‘nsignimi ‘l camino,                                 5

e col desio le mie rime contempre;

ma non in guisa che lo cor si stempre

di soverchia dolcezza, com’io temo,

per quel ch’i’ sento ov’occhio altrui non giugne;

ché ‘l dir m’infiamma e pugne,                                              10

né per mi ‘ngegno, ond’io pavento e tremo,

sì come talor sòle,

trovo ‘l gran foco de la mente scemo;

anzi mi struggo al suon de le parole,

pur com’io fusse un uom di ghiaccio al sole.                        15

Nel cominciar credìa

trovar parlando al mio ardente desire

qualche breve riposo e qualche triegua.

Questa speranza ardire

mi porse a ragionar quel ch’i’ sentia;                                     20

or m’abbandona al tempo, e si dilegua.

Ma pur conven che l’alta impresa segua

continuando l’amorose note,

sì possente è ‘l voler che mi trasporta;

e la ragione è morta,                                                               25

che tenea ‘l freno, e contrastar no ‘l pôte.

Mostrimi almen ch’io dica

Amor in guisa che se mai percote

gli orecchi de la dolce mia nemica,

non mia, ma di pietà la faccia amica.                                    30

Dico: se ‘n quella etate

ch’al vero onor fûr gli animi sì accesi,

l’industria d’alquanti uomini s’avolse

per diversi paesi,

poggi et onde passando, e l’onorate                                      35

cose cercando el più bel fior ne colse,

poi che Dio e Natura et Amor volse

locar compitamente ogni virtute

in quei be’ lumi, ond’io gioioso vivo,

questo e quell’altro rivo                                                          40

non conven ch’i’ trapasse e terra mute.

A llor sempre ricorro,

come a fontana d’ogni mia salute;

e quando a morte disiando corro,

sol di lor vista al mio stato soccorro.                                      45

Come a forza di vènti

stanco nocchier di notte alza la testa

a’ duo lumi c’ha sempre il nostro polo,

così ne la tempesta

ch’i’ sostengo d’amor, gli occhi lucenti                                  50

sono il mio segno e ‘l mio conforto solo.

Lasso!, ma troppo è più quel ch’io ne ‘nvolo

or quinci, or quindi, come Amor m’informa,

che quel che vèn da grazioso dono;

e quel poco ch’i’ sono                                                              55

mi fa di loro una una perpetua norma.

Poi ch’io li vidi in prima,

senza lor a ben far non mossi un’orma;

così gli ho di me posti in su la cima

che ‘l mio valor per sé falso s’estima.                                     60

I’ non porìa già mai

imaginar, non che narrar gli effetti,

che nel mio cor gli occhi soavi fanno:

tutti gli altri diletti

di questa vita ho per minori assai,                                         65

e tutte altre bellezze in dietro vanno.

Pace tranquilla, senza alcuno affanno,

simile a quella ch’è nel ciel eterna,

move da lor inamorato riso.

Così vedess’io fiso                                                                    70

come Amor dolcemente gli governa,

sol un giorno da presso,

senza voler già mai rota superna,

né pensasse d’altrui né di me stesso,

e ‘l batter gli occhi miei non fosse spesso.                              75

Lasso!, che disiando

vo quel ch’esser non puote in alcun modo;

e vivo nel desir fuor di speranza.

Solamente quel nodo

ch’Amor cerconda a la mia lingua, quando                         80

l’umana vista il troppo lume avanza,

fosse disciolto, i’ prenderei baldanza

di dir parole in quel punto sì nove,

che farian lagrimar chi le ‘ntendesse.

Ma le ferite impresse                                                               85

valgon per forza il cor piagato altrove;

ond’io divento smorto,

e ‘l sangue si nasconde, i’ non so dove,

né rimango qual era; e sommi accorto

che questo è ‘l colpo di che Amor m’ha morto.                    90

Canzone, i’ sento già stancar la penna

del lungo e dolce ragionar co llei,

ma non di parlar meco i pensier mei.

LXXIV

Io son già stanco di pensar sì come

Io son già stanco di pensar sì come

i miei pensier in voi stanchi non sono,

e come vita ancor non abbandono

per fuggir de’ sospir sì gravi some;

e come a dir del viso e de le chiome

e de’ begli occhi, ond’io sempre ragiono,

non è mancata omai la lingua e ‘l suono

dì e notte chiamando il vostro nome;                                    8

e che ‘ pie’ miei non son fiaccati e lassi

a seguir l’orme vostre in ogni parte,

perdendo inutilmente tanti passi;                                          11

et onde vien l’enchiostro, onde le carte

ch’i’ vo empiendo di voi: se ‘n ciò fallassi,

colpa d’Amor, non già defetto d’arte.                                    14

LXXV

I begli occhi ond’i’ fui percosso in guisa

I begli occhi ond’i’ fui percosso in guisa

ch’ e’ medesmi porian saldar la piaga,

e non già vertù d’erbe, o d’arte maga,

o di pietra dal mar nostro divisa,                                           4

m’hanno la via sì d’altro amor precisa,

ch’un sol dolce penser l’anima appaga;

e se la lingua di seguirlo è vaga,

la scorta po' , non ella esser derisa.                                        8

Questi son que’ begli occhi che l’imprese

del mio signor vittoriose fanno

in ogni parte, e più sovra ‘l mio fianco;                                 11

questi son que’ begli occhi che mi stanno

sempre nel cor colle faville accese;

perch’io di lor parlando non mi stanco.                                14

LXXVI

Amor con sue promesse lusingando

Amor con sue promesse lusingando

mi ricondusse a la prigione antica,

e die’ le chiavi a quella mia nemica

ch’ancor me di me stesso tène in bando.

Non me n’avìdi, lasso!, se non quando

fui in lor forza; et or con gran fatica

(chi ‘l crederà, perché giurando i’ ‘l dica?)

in libertà ritorno sospirando.

E come vero pregioniero afflitto,

de le catene mie gran parte porto;

e ‘l cor ne gli occhi e ne la fronte ho scritto.

Quando sarai del mio colore accorto

dirai: - S’i’ guardo e giudico ben dritto,

questi avea poco andare ad esser smorto. -

LXXVII

Per ben mirar Policleto a prova fiso

Per ben mirar Policleto a prova fiso

con gli altri ch’ebben fama di quell’arte

mill’anni, non vedrian la minor parte

de la beltà che m’have il cor conquiso.                                  4

Ma certo il mio Simon fu in paradiso,

onde questa gentil donna si parte;

ivi la vide, e la ritrasse in carte,

per far fede qua giù del suo bel viso.                                     8

L’opra fu ben di quelle che nel cielo

si ponno imaginar, non qui tra noi,

ove le membra fanno a l’alma velo.                                       11

Cortesia fe’; né la potea far poi

che fu disceso a provar caldo e gielo,

e del mortal sentiron gli occhi suoi.                                       14

LXXVIII

Quando giunse a Simon l’alto concetto

Quando giunse a Simon l’alto concetto

ch’a mio nome gli pose in man lo stile

s’avesse dato a l’opera gentile

colla figura voce ed intelletto,                                                 4

di sospir molti mi sgombrava il petto,

che ciò ch’altri ha più caro a me fan vile;

però che ‘n vista ella si mostra umìle

promettendomi pace nell’aspetto.                                          8

Ma poi ch’i’ vengo a ragionar co llei,

benignamente assai par che n’ascolte:

se risponder savesse a’ detti miei!                                           11

Pigmalion, quanto lodar ti dèi

de l’imagine tua, se mille volte

n’avesti quel ch’i’ sol una vorrei!                                            14

LXXIX

S’al principio risponde il fine e ‘l mezzo

S’al principio risponde il fine e ‘l mezzo

del quartodecimo anno ch’io sospiro,

più non mi pò scampar l’aura né ‘l rezzo;

sì crescer sento ‘l mio ardente desiro.                                     4

Amor, con cui pensier mai non amezzo,

sotto ‘l cui giogo già mai non respiro,

tal mi governa, ch’i’ non son già mezzo,

per gli occhi, ch’al mio mal sì spesso giro.                            8

Così mancando vo di giorno in giorno,

sì chiusamente, ch’i’ sol me n’accorgo,

e quella che guardando il cor mi strugge.                             11

A pena in fin a qui l’anima scorgo,

né so quanto fia meco il suo soggiorno;

ché la morte s’appressa, e ‘l viver fugge.                               14

LXXX

Chi è fermato di menar sua vita

Chi è fermato di menar sua vita

su per l’onde fallaci e per li scogli

scevro da morte con un picciol legno

non po’ molto lontan esser dal fine;

però sarrebbe da ritrarsi in porto

mentre al governo ancor crede la vela.                                  6

L’aura soave, a cui governo e vela

commisi entrando a l’amorosa vita

e sperando venire a miglior porto,

poi mi condusse in più di mille scogli;

e le cagion del mio doglioso fine

non pur d’intorno avea, ma dentro al legno.                        12

Chiuso gran tempo in questo cieco legno

errai, senza levar occhio a la vela

ch’anzi al mio dì mi trasportava al fine;

poi piacque a lui che mi produsse in vita

chiamarme tanto in dietro da li scogli

ch’almen da lunge m’apparisse il porto.                               18

Come lume di notte in alcun porto

vide mai d’alto mar nave né legno,

se non gliel tolse o tempestate o scogli,

così di su da la gonfiata vela

vid’io le ‘nsegne di quell’altra vita,

et allor sospirai verso ‘l mio fine.                                            24

Non perch’io sia securo ancor del fine;

ché volendo col giorno esser a porto

è gran viaggio in così poca vita;

poi temo, ché mi veggio in fraile legno,

e più che non vorrei piena la vela

del vento che mi pinse in questi scogli.                                  30

S’io èsca vivo de' dubbiosi scogli,

et arrive il mio essilio ad un bel fine,

ch’i’ sarei vago di voltar la vela,

e l’ancore gittar in qualche porto!

Se non ch’i’ ardo come acceso legno,

sì m’è duro lassar l’usata vita.                                                36

Signor de la mia fine e de la vita,

prima ch’i’ fiacchi il legno tra li scogli,

drizza a buon porto l’affannata vela.

LXXXI

Io son sì stanco sotto ‘l  fascio antico

Io son sì stanco sotto ‘l fascio antico

de le mie colpe e de l’usanza ria,

ch’i’ temo forte di mancar tra via,

e di cader in man del mio nemico.                                         4

Ben venne a dilivrarmi un grande amico

per somma et ineffabil cortesia;

poi volò fuor de la veduta mia,

sì ch’a mirarlo indarno m’affatico.                                        8

Ma la sua voce ancor qua giù rimbomba:

«O voi che travagliate, ecco ‘l camino;

venite a me, se ‘l passo altri non serra».                                11

Qual grazia, qual amore, o qual destino

mi darà penne in guisa di colomba,

ch’i’ mi riposi, e levimi da terra?                                            14

LXXXII

Io non fu’ d’amar voi lassato unquanco

Io non fu’ d’amar voi lassato unquanco

madonna, né sarò mentre ch’io viva;

ma d’odiar me medesmo giunto a riva,

e del continuo lagrimar so’ stanco;                                        4

e voglio anzi un sepolcro bello e bianco,

che ‘l vostro nome a mio danno si scriva

in alcun marmo, ove di spirto priva

sia la mia carne, che po’ star seco anco.                                8

Però, s’un cor pien d’amorosa fede

può contentarve, senza farne strazio,

piacciavi omai di questo aver mercede.                                 11

Se ‘n altro modo cerca d’esser sazio,

vostro sdegno erra; e non fia quel che crede;

di che Amor e me stesso assai ringrazio.                               14

LXXXIII

Se bianche non son prima ambe le tempie

Se bianche non son prima ambe le tempie

ch’a poco a poco par che ‘l tempo mischi,

securo non sarò, ben ch’io m’arrischi

talor ov’Amor l’arco tira et empie.                                         4

Non temo già che più ni strazi e scempie,

né mi ritenga, perch’ancor m’invischi,

né m’apra il cor, perché di fuor l’incischi,

con sue saette velenose et empie.                                           8

Lagrime omai da gli occhi uscir non ponno

ma di gire in fin là sanno il vïaggio;

sì ch’a pena fia mai ch’i’ ‘l passo chiuda.                              11

Ben mi po’ riscaldare il fiero raggio;

non sì ch’i’ arda; e può turbarmi il sonno,

ma romper no l’imagine aspra e cruda.                                14

LXXXIV

— Occhi, piangete, accompagnate il core

— Occhi, piangete, accompagnate il core,

che di vostro fallir morte sostene. —

— Così sempre facciamo; e ne convene

lamentar più l’altrui che ‘l vostro errore. —                          4

— Già prima ebbe per voi l’entrata Amore,

là onde ancor come in suo albergo vène. —

— Noi gli aprimmo la via per quella spene

che mosse d’entro da colui che more. —                               8

—Non son, come a voi par, le ragion pari;

ché pur voi foste ne la prima vista

del vostro e del suo mal cotanto avari. —                             11

— Or questo è quel che più ch’altro n’atrista;

che ‘ perfetti giudicii son sì rari,

e d’altrui colpa altrui biasmo s’acquista. —                          14

LXXXV

Io amai sempre, et amo forte ancòra

Io amai sempre, et amo forte ancòra

e son per amar più di giorno in giorno

quel dolce loco, ove piangendo torno

spesse fiate, quando Amor m’accora.                                    4

E son fermo d’amare il tempo e l’ora

ch’ogni vil cura mi levâr d’intorno;

e più colei, lo cui bel viso adorno

di ben far co’ suoi essempli m’innamora.                              8

Ma chi pensò veder mai tutti insieme

per assalirmi il core, or quindi or quinci,

questi dolci nemici, ch’i’ tant’amo?                                                  11

Amor, con quanto sforzo oggi mi vinci!

E se non ch’al desio cresce la speme,

i’ cadrei morto, ove più viver bramo.                                    14

LXXXVI

Io avro sempre in odio la fenestra

Io avrò sempre in odio la fenestra

onde Amor m’aventò già mille strali,

perch’alquanti di lor non fûr mortali;

ch’è bel morir, mentre la vita è destra.                                  4

Ma ‘l sovrastar ne la pregion terrestra

cagion m’è, lasso!, d’infiniti mali:

e più mi duol che fìen meco immortali,

poi che l’alma dal cor non si scapestra.                                 8

Misera!, che devrebbe esser accorta,

per lunga esperienzia, omai che ‘l tempo

non è chi ‘n dietro volga, o chi l’affreni.                                11

Più volte l’ho con ta’ parole scorta:

— Vattene, trista; ché non va per tempo

chi dopo lassa i suoi dì più sereni. —                                     14

LXXXVII

Sì tosto come avèn che l’arco scocchi

Si tosto come avèn che l’arco scocchi,

buon sagittario di lontan discerne

qual colpo è da sprezzare e qual d’averne

fede ch’al destinato segno tocchi;                                           4

similemente il colpo de’ vostr’occhi,

donna, sentiste a le mie parti interne

dritto passare; onde conven ch’etterne

lagrime per la piaga il cor trabocchi.                                     8

E certo son che voi diceste allora:

— Misero amante! a che vaghezza il mena?

Ecco lo strale onde Amor vòl ch’e’ mora. —                         11

Ora, veggendo come ‘l duol m’affrena,

quel che mi fanno i miei nemici ancóra

non è per morte, ma per più mia pena.                                 14

LXXXVIII

Poi che mia speme è lunga a venir troppo

Poi che mia speme è lunga a venir troppo,

e de la vita il trapassar sì corto,

vorreimi a miglior tempo esser accorto,

per fuggir dietro più che di galoppo;                                     4

e fuggo ancor così debile e zoppo

da l’un de’ lati, ove ‘l desio m’ha storto;

securo omai, ma pur nel viso porto

segni ch’io presi a l’amoroso intoppo.                                   8

Ond’io consiglio voi che siete in via,

volgete i passi; e voi ch’Amore avampa,

non v’indugiate su l’estremo ardore;                                     11

ché, perch’io viva, de mille un no scampa:

era ben forte la nemica mia

e lei vid’io ferita in mezzo ‘l core.                                           14

LXXXIX

Fuggendo la pregione ove Amor m’ebbe

Fuggendo la pregione ove Amor m’ebbe

molt’anni a far di me quel ch’a lui parve,

donne mie, lungo fôra a ricontarve

quanto la nova libertà m’increbbe.                                        4

Diceami il cor che per sé non saprebbe

viver un giorno; e poi tra via m’apparve

quel traditore in sì mentite larve

che più saggio di me inganato avrebbe.                               8

Onde più volte sospirando in dietro

dissi: — Oimè!, il giogo e le catene e i ceppi

eran più dolci che l’andare sciolto. —                                    11

Misero me, che tardo il mio mal seppi!

e con quanta fatica oggi mi spetro

de l’errore ov’io stesso m’era involto!                                     14

XC

Erano i capei d’oro a l’aura sparsi

Erano i capei d’oro a l’aura sparsi,

che ‘n mille dolci nodi gli avolgea;

e ‘l vago lume oltra misura ardea

di quei begli occhi, ch’or ne son sì scarsi;                              4

e ‘l viso di pietosi color farsi,

non so se vero o falso, mi parea:

i’ che l’ésca amorosa al petto avea,

qual meraviglia se di sùbito arsi?                                           8

Non era l’andar suo cosa mortale,

ma d’angelica forma; e le parole

sonavan altro che pur voce umana:                                       11

uno spirto celeste, un vivo sole

fu quel ch’i’ vidi; e se non fosse or tale,

piaga per allentar d’arco non sana.                                       14

XCI

La bella donna che cotanto amavi

[Rivolto forse al fratello Gherardo per la perdita della sua amata.]

 

La bella donna che cotanto amavi

subitamente s’è da noi partita,

e, per quel ch’io ne speri, al ciel salita,

sì furon gli atti suoi dolci e soavi.                                           4

Tempo è da ricovrare ambe le chiavi

del tuo cor, ch’ella possedeva in vita,

e seguir lei per via dritta espedita;

peso terren non sia più che t’aggravi.                                    8

Poi che se’ sgombro de la maggior salma,

l’altre puoi giuso agevolmente porre,

salendo quasi un pellegrino scarco.                                       11

Ben vedi omai sì come a morte corre

ogni cosa creata, e quanto all’alma

bisogna ir lieve al periglioso varco.                                        14

XCII

Piangete, donne, e con voi pianga Amore

Piangete, donne, e con voi pianga Amore;

piangete, amanti, per ciascun paese;

poi ch’è morto collui che tutto intese

in farvi, mentre visse al mondo, onore.                                 4

Io per me prego il mio acerbo dolore

non sian da lui le lagrime contese,

e mi sia di sospir tutto cortese

quanto bisogna a disfogare il core.                                        8

Piangan le rime, ancor piangano i versi,

perché ‘l nostro amoroso messer Cino

novellamente s’è da noi partito.                                             11

Pianga Pistoia, e i citadin perversi

che perduto hanno sì dolce vicino;

e rallegresi il cielo ov’ello è gito.                                             14

XCIII

Più volte Amor m’avea già detto: — Scrivi

Più volte Amor m’avea detto: — Scrivi,

scrivi quel che vedesti in lettre d’oro,

sì come i miei seguaci discoloro,

e ‘n un momento gli fo morti e vivi,                                      4

un tempo fu che ‘n te stesso ‘l sentivi,

volgare essemplo a l’amoroso coro;

poi di man mi ti tolse altro lavoro;

ma già ti raggiuns’io mentre fuggivi,                                    8

e se ‘ begli occhi, ond’io me ti mostrai

e là dove era il mio dolce ridutto

quando ti ruppi al cor tanta durezza,                                   11

mi rendon l’arco ch’ogni cosa spezza,

forse non avrai sempre il viso asciutto;

ch’i’ mi pasco di lagrime e tu ‘l sai. —                                   14

XCIV

Quando giugne per gli occhi al cor profondo

Quando giugne per gli occhi al cor profondo

l’imagin donna, ogni altra indi si parte,

e le vertù che l’anima comparte,

lascian le membra, quasi immobil pondo.                            4

E del primo miracolo il secondo

nasce talor, che la scacciata parte

da sé stessa fuggendo arriva in parte

che fa vendetta e ‘l suo essilio giocondo.                              

Quinci in duo vólti in color morto appare;

perché ‘ vigor che vivi gli mostrava

da nessun lato è più là dove stava.                                         11

E di questo in quel dì mi ricordava

ch’i’ vidi duo amanti trasformare,

e far qual io mi soglio in vista fare.                                        14

XCV

Così potess’io ben chiudere in versi

Così potess’io ben chiudere in versi

i miei pensier, come nel cor gli chiudo;

ch’animo al mondo non fu mai sì crudo,

ch’i’ non facessi per pietà dolersi.                                           4

Ma voi, occhi beati, ond’io soffersi

quel colpo, ove non valse elmo né scudo,

di fòr e dentro mi vedete ignudo,

ben che ‘n lamenti il duol non si riversi.                               

Poi che vostro vedere in me risplende,

come raggio di sol traluce in vetro,

basti dunque il desio senza ch’io dica.                                   11

Lasso!, non a Maria, non nocque a Pietro

la fede, ch’a me sol tanto è nemica;

e so ch’altri che voi nessun m’intende.                                  14

XCVI

Io son de de l’aspettar omai sì vinto

Io son de l’aspettar omai sì vinto,

e de la lunga guerra de’ sospiri,

ch’i’ aggio in odio la speme e i desiri,

et ogni laccio onde ‘l mio cor è avinto.                                  4

Ma ‘l bel viso leggiadro che depinto

porto nel petto, e veggio ove ch’io miri,

mi sforza; onde ne’ primi empii martìri

pur son contra mia voglia respinto.                                       8

Allor errai quando l’antica strada

di libertà mi fu precisa e tolta,

ché mai si segue ciò ch’a gli occhi agrada;                            11

allor corse al suo mal libera e sciolta;

ora a posta d’altrui conven che vada

l’anima che peccò sol una volta.                                            14

XCVII

Ahi, bella libertà, come tu m’hai

Ahi, bella libertà, come tu m’hai

partendoti da me mostrato quale

era ‘l mio stato, quando il primo strale

fece la piaga ond’io non guerrò mai!                                     4

Gli occhi invaghiro allor sì de’ lor guai,

che ‘l fren de la ragion ivi non vale,

perc’hanno a schifo ogni opera mortale:

lasso!, così da prima gli avezzai!                                            8

Né mi fece ascoltar chi non ragiona

de la mia morte; e sol del suo nome

vo empiendo l’aere, che sì dolce sona.                                   11

Amor in altra parte non mi sprona,

né i pie’ sanno altra via, né le man come

lodar si possa in carte altra persona.                                      14

XCVIII

Orso, al vostro destrier si po’ ben porre

Orso, al vostro destrier si po’ ben porre

un fren, che di suo corso in dietro il volga;

ma ‘l cor chi legherà che non si sciolga,

se brama onore, e ‘l suo contrario aborre?                            4

Non sospirate: a lui non si po’ tôrre

suo pregio, per ch’a voi l’andar si tolga;

ché, come fama publica divolga,

egli è già là, che null’altro il precorre.                                    8

Basti che si ritrove in mezzo ‘l campo

al destinato dì, sotto quell’arme

che gli dà il tempo, amor, vertute e ‘l sangue,                      11

gridando: — D’un gentil desire avampo,

co’ ‘l signor mio, che non po’ seguitarne,

e del non esser qui si strugge e langue. —                            14

XCIX

Poi che voi et io più volte abbiam provato

Poi che voi et io più volte abbiam provato

come ‘l nostro sperar torna fallace,

dietro a quel sommo ben che mai non spiace

levate il core a più felice stato.                                                4

Questa vita terrena è quasi un prato,

che ‘l serpente tra ‘ fiori e l’erba giace;

e s’alcuna sua vista a gli occhi piace,

è per lassare più l’animo invescato.                                       8

Voi dunque, se cercate aver la mente

anzi l’estremo dì queta già mai,

seguite i pochi, e non la volgar gente.                                   11

Ben si può dire a me: — Frate, tu vai

mostrando altrui la via, dove sovente

fosti smarrito, et or se’ più che mai. —                                  14

C

Quella fenestra ove l’un sol si vede

Quella fenestra ove l’un sol si vede,

quando a lui piace, e l’altro in su la nona,

e quella dove l’aere freddo suona

ne’ brevi giorni, quando borrea ‘l fiede;                                4

e ‘l sasso, ove a’ gran dì pensosa siede

madonna, e sola seco si ragiona;

con quanti luoghi sua bella persona

coprì mai d’ombra o disegnò col piede;                                8

e ‘l fiero passo ove m’agiunse Amore;

e lla nova stagion che d’anno in anno

mi rinfresca in quel dì l’antiche piaghe;                                11

e ‘l vólto, e le parole che mi stanno

altamente confitte in mezzo ‘l core,

fanno le luci mie di pianger vaghe.                                       14

CI

Lasso!, ben so che dolorose prede

Lasso!, ben so che dolorose prede

di noi fa quella ch’a nullo uom perdona,

e che rapidamente m’abandona

il mondo, e picciol tempo ne tien fede;                                  4

veggio a molto languir poca mercede,

e già l’ultimo dì nel cor mi tuona:

per tutto questo Amor non mi spregiona,

che l’usato tributo a gli occhi chiede.                                     8

So come i dì, come i momenti, e l’ore,

ne portan gli anni; e non ricevo inganno,

ma forza assai maggior che d’arti maghe.                           11

La voglia e la ragion combattuto hanno

sette e sette anni; e vincerà il migliore,

s’anime son qua giù del ben presaghe.                                 14

CII

Cesare, poi che ‘l traditor d’Egitto

Cesare, poi che ‘l traditor d’Egitto

li fece il don de l’onorata testa,

celando l’allegrezza manifesta

pianse per gli occhi fuor, sì come è scritto;                            4

et Anibàl, quando a l’imperio afflitto

vide farsi fortuna sì molesta,

rise fra gente lagrimosa e mesta,

per isfogare il suo acerbo despitto;                                         8

e così avèn che l’animo ciascuna

sua passion sotto ‘l contrario manto

ricopre co la vista or chiara or bruna.                                    11

Però, s’alcuna volta io rido o canto,

facciol perch’i’ non ho se non quest’una

via da celare il mio angoscioso pianto.                                  14

CIII

Vinse Anibàl, e non seppe usar poi

Vinse Anibàl e non seppe usar poi

ben la vittoriosa sua ventura;

però, signor mio caro, aggiate cura

che similmente non avegna a voi.                                          4

L’orsa, rabbiosa per gli orsacchi suoi,

che trovaron di maggio aspra pastura,

rode sé dentro, e i denti e l’unghie endura

per vendicar suoi danni sopra noi.                                         8

Mentre ‘l novo dolor dunque l’accora,

non riponete l’onorata spada;

anzi seguite là dove vi chiama                                               11

vostra fortuna dritto per la strada

che vi può dar, dopo la morte ancóra

mille e mille anni, al mondo onor e fama.                             14

CIV

L’aspettata vertù, che ‘n voi fioriva

L’aspettata vertù, che ‘n voi fioriva

quando Amor cominciò darvi battaglia,

produce or frutto, che quel fiore aguaglia,

e che mia speme fa venire a riva.                                           4

Però mi dice il cor ch’io in carte scriva

cosa onde ‘l vostro nome in pregio saglia;

ché ‘n nulla parte sì saldo s’intaglia

per far di marmo una persona viva.                                      8

Credete voi che Cesare o Marcello

o Paolo od Affrican fossin cotali

per l’incude già mai né per martello?                                    11

Pandolfo mio, quest’opere son frali

al lungo andar, ma ‘l nostro studio è quello

che fa per fama gli uomini immortali.                                  14

CV

Mai non vo’ più cantar

Mai non vo’ più cantar      com’io soleva,

ch’altri no m’intendeva,      ond’ebbi scorno,

e puossi in bel soggiorno      esser molesto.

Il sempre sospirar      nulla releva;

già su l’Alpi neva      d’ogn’intorno;                                       5

et è già presso al giorno;      ond’io son desto.

Un atto dolce onesto      è gentil cosa:

et in donna amorosa      ancor m’aggrada,

che ‘n vista vada      altèra e disdegnosa,

non superba e ritrosa:                                                             10

Amor regge suo imperio senza spada.

Chi smarrita ha la strada,      torni in dietro;

chi non ha albergo, posisi in sul verde;

chi non ha l’auro, o ‘l perde,

spenga la sete sua con un bel vetro.                                       15

I’ die’ in guardia a san Pietro;      or non più, no.

Intendami chi po’,      ch’i’ m’intend’io.

Grave soma è un mal fio      a mantenerlo:

quando posso, mi spetro      e sol mi sto.

Fetonte odo che ‘n Po      cadde e morio;                               20

e già di là dal rio      passato è ‘l merlo;

deh, venite a vederlo.      Or i’ non voglio:

non è gioco uno scoglio      in mezzo a l’onde,

e ‘ntra le fronde      il visco. Assai mi doglio

quando un soverchio orgoglio                                               25

molte vertuti in bella donna asconde.

Alcun è che risponde      a chi no ‘l chiama;

altri, chi ‘l prega, si delegua e fugge;

altri al ghiaccio si strugge;

altri dì e notte la sua morte brama.                                       30

Proverbio «ama chi t’ama»      è fatto antico.

I’ so ben quel ch’io dico.      Or lass’andare;

ché conven ch’altri impare      a le sue spese.

Un’umil donna grama      un dolce amico.

Mal si conosce il fico,      a me pur pare                                 35

senno a non cominciare      tropp’alte imprese;

e per ogni paese      è bona stanza.

L’infinita speranza      occide altrui;

et anch’io fui      alcuna volta in danza.

Quel poco che m’avanza,                                                       40

fia chi no ‘l schifi, s’i’ ‘l vo’ dare a lui.

I’ mi fido in colui      che ‘l mondo regge

e che ‘ seguaci suoi nel bosco alberga,

che con pietosa verga

mi meni a passo omai tra le sue gregge.                               45

Forse ch’ogni uom che legge      non s’intende;

e la rete tal tende      che non piglia;

a chi troppo assotiglia      si scavezza.

Non sia zoppa la legge      ov’altri attende.

Per bene star si scende      molte miglia.                                50

Tal par gran meraviglia,      e poi si sprezza.

Una chiusa bellezza      è più soave.

Benedetta la chiave      che s’avvolse

al cor, e sciolse      l’alma, e scossa l’have

di catena sì grave,                                                                   55

e ‘nfiniti sospir del mio sen tolse!

Là dove più mi dolse,      altri si dole;

e dolendo addolcisce il mio dolore;

ond’io ringrazio Amore

che più no ‘l sento; et è non men che suole.                          60

In silenzio parole      accorte e sagge,

e ‘l suon che mi sottragge      ogni altra cura,

e la pregione oscura      ov’è ‘l bel lume;

le notturne viole      per le piagge,

e le fece selvagge      entr’a le mura,                                      65

e la dolce paura, e ‘l bel costume,

e di duo fonti un fiume      in pace vòlto

dov’io bramo, e raccolto     ove che sia,

amor e gelosia      m’hanno il cor tolto,

e i segni del bel vólto,                                                              70

che mi conducon per più piana via

e la speranza mia,      al fin de gli affanni.

O riposto mio bene, e quel che segue,

or pace, or guerra or triegue,

mai non m’abbandonate in questi panni.                             75

De’ passati miei danni      piango e rido,

perché molto mi fido      in quel ch’i’ odo;

del presente mi godo,      e meglio aspetto,

e vo contando gli anni      e taccio e grido;

e ‘n bel ramo m’annido,      et in tal modo,                           80

ch’i’ ne ringrazio, e lodo,      il gran disdetto,

che l’indurato affetto      al fine ha vinto,

e ne l’alma depinto:      «I’ sare’ udito,

e mostratone a dito»:      et hanne estinto

(tanto inanzi son pinto,                                                           85

ch’i’ ‘l pur dirò): «non fostù tant’ardito».

Chi m’ha il fianco ferito      e chi ‘l risalda,

per cui nel cor via più che ‘n carta scrivo;

chi mi fa morto e vivo,

chi ‘n un punto m’agghiaccia e mi riscalda.                         90

CVI

Nova angeletta sovra l’ale accorta

Nova angeletta sovra l’ale accorta

scese dal cielo in su la fresca riva,

là ‘nd’io passava sol per mio destino:

poi che senza compagna e senza scorta

mi vide, un laccio che di seta ordiva                                      5

tese fra l’erba ond’è verde il camino:

allor fui preso; e non mi spiacque poi,

sì dolce lume uscìa degli occhi suoi.

CVII

Non veggio ove scampar mi possa omai

Non veggio ove scampar mi possa omai:

sì lunga guerra i begli occhi mi fanno,

ch’i’ temo, lasso!, no ‘l soverchio affanno

distruga ‘l cor che triegua non ha mai.                                 4

Fuggir vorrei; ma gli amorosi rai,

che dì e notte ne la mente stanno,

risplendon sì, ch’al quintodecimo anno

m’abbaglian più che ‘l primo giorno assai;                           8

e l’imagine lor son sì cosparte

che volver non mi posso ov’io non veggia

o quella o simil indi accesa luce.                                            11

Solo d’un lauro tal selva verdeggia

che ‘l mio adversario con mirabil arte

vago fra i rami, ovunque vuol, m’adduce.                            14

CVIII

Aventuroso più d’altro terreno

Aventuroso più d’altro terreno,

ov’Amor vidi già fermar le piante

vèr me volgendo quelle luci sante

che fanno intorno a sé l’aere sereno,                                      4

prima porìa per tempo venir meno

un’imagine salda di diamante,

che l’atto dolce non mi stia davante,

del qual ho la memoria e ‘l cor sì pieno;                                8

né tante volte ti vedrò già mai,

ch’i’ non m’inchini a ricercar de l’orme

che ‘l bel pie’ fece in quel cortese giro.                                   11

Ma se ‘n cor valoroso Amor non dorme,

prega, Sennuccio mio, quando ‘l vedrai,

di qualche lagrimetta, o d’un sospiro.                                   14

CIX

Lasso!, quante fiate Amor m’assale

Lasso!, quante fiate Amor m’assale,

che fra la notte e ‘l dì son più di mille,

torno dov’arder vidi le faville

che ‘l foco del mio cor fanno immortale.                               4

Ivi m’acqueto; e son condotto a tale,

ch’a nona, a vespro, a l’alba et a le squille

le trovo nel pensier tanto tranquille

che di null’altro mi rimembra o cale.                                    8

L’aura soave che dal chiaro viso

move col suon de le parole accorte

per far dolce sereno ovunque spira,                                       11

quasi un spirto gentil di paradiso

sempre in quell’aere par che mi conforte;

sì che ‘l cor lasso altrove non respira.                                     14

CX

Persequendomi Amor al luogo usato

Persequendomi Amor al luogo usato

ristretto in guisa d’uom ch’aspetta guerra,

che si provede, e i passi intorno serra,

de’ miei antichi pensier mi stava armato.                             4

Volsimi, e vidi un’ombra che da lato

stampava il sole, e riconobbi in terra

quella che, se ‘l giudicio mio non erra,

era più degna d’immortale stato.                                           8

I’ dicea fra mio cor: — Perché paventi? —

Ma non fu prima dentro il penser giunto,

che i raggi, ov’io mi struggo, eran presenti.                          11

Come col balenar tona in un punto,

così fu’ io de’ begli occhi lucenti

e d’un dolce saluto inseme aggiunto.                                    14

© 30 aprile 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 10 novembre 2007