FRANCESCO PETRARCA

Canzoniere

[codice Vaticano 3195]

Edizione di riferimento

Francesco Petrarca, Canzoniere, Trionfi, Rime varie, a cura di Carlo Muscetta e Daniele Ponchiroli, ed. Einaudi, 1958

RERUM VULGARIUM FRAGMENTA

codice Vaticano 3195

In vita di Madonna Laura

XXXVII

Sì è debile il filo a cui s’attene

[La canzone è stata composta durante un viaggio lontano dalla Valchiusa, non si sa dove o quando; dovunque si trovi, sempre il pensiero amoroso occupa la sua mente.]

Si è debile il filo a cui s’attene

la gravosa mia vita,

che s’altri non l’aita,

ella fia tosto di suo corso a riva;

però che dopo l’empia dipartita                                             5

che dal dolce mio bene

feci, sol una spene

è stato in fin a qui cagion ch’io viva;

dicendo: - Perché priva

sia de l’amata vista,                                                                 10

mantienti, anima trista:

che sai s’a miglior tempo anco ritorni,

et a più lieti giorni?

O se ‘l perduto ben mai si racquista? -

Questa speranza mi sostenne un tempo;                              15

or vien mancando, e troppo in lei m’attempo.

Il tempo passa, e l’ore son sì pronte

a fornire il viaggio,

ch’assai spazio non aggio

pur a pensar com’io corro a la morte.                                   20

A pena spunta in orïente un raggio

di sol, ch’a l’altro monte

de l’adverso orizonte

giunto il vedrai per vie lunghe e distorte.

Le vite son sì corte,                                                                  25

sì gravi i corpi e frali

de gli uomini mortali,

che quando io mi ritrovo dal bel viso

cotanto esser diviso,

col desïo non possendo  mover l’ali,                                       30

poco m’avanza del conforto usato,

né so quant’io mi viva in questo stato.

Ogni loco m’atrista ov’io non veggio

quei begli occhi soavi

che portaron le chiavi                                                             35

de’ miei dolci pensier, mentre a Dio piacque;

e perché ‘l duro essilio più m’aggravi,

s’io dormo, o vado, o seggio,

altro già mai non cheggio,

e ciò ch’i' vidi dopo lor mi spiacque.                                      40

Quante montagne et acque,

quanto mar, quanti fiumi

m’ascondon que' duo lumi,

che quasi un bel sereno a mezzo ‘l die

fêr le tenebre mie,                                                                    45

a ciò che ‘l rimembrar più mi consumi,

e quanto era mia vita allor gioiosa

m’insegni la presente aspra e noiosa!

Lasso!, se ragionando si rinfresca

quel ardente desio                                                                   50

che nacque il giorno ch’io

lassai di me la miglior parte a dietro,

e s’Amor se ne va per lungo oblio,

chi mi conduce a l’èsca,

onde ‘l mio dolor cresca?                                                        55

e perché pria tacendo non m’impetro?

Certo cristallo o vetro

non mostrò mai di fòre

nascosto altro colore,

che l’alma sconsolata assai non mostri,                                 60

più chiari i pensier nostri

e la fera dolcezza ch’è nel core,

per gli occhi, che di sempre pianger vaghi

cercan dì e notte pur ch’i' glie n’appaghi.

Novo piacer che negli umani ingegni                            65

spesse volte si trova,

d’amar qual cosa nova

più folta schiera di sospiri accoglia!

Et io sono un dì quei che ‘l pianger giova;

e par ben ch’io m’ingegni                                                       70

che di lagrima pregni

sien gli occhi miei sì come ‘l cor di doglia;

e perché a cciò m’invoglia

ragionar de’ begli occhi,

né cosa è che mi tocchi,                                                          75

o sentir mi si faccia così a dentro,

corro spesso e rientro

colà donde più largo il duol trabocchi,

e sien col cor punite ambe le luci,

ch’a la strada d’Amor mi furon duci.                                    80

Le trecce d’òr che devrien fare il sole

d’invidia molta ir pieno,

e ‘l bel guardo sereno,

ove i raggi d’Amor sì caldi sono

che mi fanno anzi tempo venir meno,                                   85

e l’accorte parole,

rade nel mondo o sole,

che mi fêr già di sé cortese dono,

mi son tolte; e perdóno

più lieve ogni altra offesa,                                                       90

che l’essermi contesa

quella benigna angelica salute,

che ‘l mio cor a vertute

destar solea con una voglia accesa:

tal ch’io non penso udir cosa già mai                                    95

che mi conforte ad altro ch’a trar guai.

E per pianger ancor con più diletto,

le man bianche sottili

e le braccia gentili,

e gli atti suoi soavemente altèri,                                             100

e i dolci sdegni alteramente umìli,

e ‘l bel giovenil petto,

tòrre da l’alto intelletto,

mi celan questi luoghi alpestri e feri;

e non so s’io mi speri                                                               105

vederla anzi ch’io mora;

però ch’ad ora ad ora

s’erge la speme, e poi non sa star ferma;

ma ricadendo afferma

di mai non veder lei che ‘l ciel onora,                                    110

ov’alberga onestade e cortesia,

e dov’io prego che ‘l mio albergo sia.

Canzon, s’al dolce loco

la donna nostra vedi,

credo ben che tu credi                                                             115

ch’ella ti porgerà la bella mano,

ond’io son sì lontano.

Non la toccar; ma reverente ai piedi

le di' ch’io sarò là tosto ch’io possa,

o spirto ignudo od uom di carne e d’ossa.                             120

XXXVIII

Orso, e' non furon mai fiumi né stagni

[Petrarca si rivolge a Orso, conte dell’Anguillara, di cui fu ospite a Capranica e dalle cui mani ricevette la corona poetica in Campidoglio: più della lontananza da Lauro affliggono il poeta le continue ripulse di lei.]

Orso [1], e' non furon mai fiumi né stagni,

né mare, ov’ogni rivo si disgombra,

né di muro o di poggio o di ramo ombra,

né nebbia che ‘l ciel copra e ‘l mondo bagni,                        4

né altro impedimento, ond’io mi lagni,

qualunque più l’umana vista ingombra,

quanto d’un vel che due begli occhi adombra,

e par che dica: - Or ti consuma e piagni. -                            8

E quel lor inchinar ch’ogni mia gioia

spegne, o per umiltate o per argoglio,

cagion sarà che nanzi tempo i' moia.                                    11

E d’una bianca mano anco mi doglio,

ch’è stata sempre accorta a farmi noia,

e contra gli occhi miei s’è fatta scoglio.                                 14

XXXIX

Io temo sì de’ begli occhi l’assalto

Io sì de’ begli occhi l’assalto,

ne' quali Amore e la mia morte alberga,

ch’i' fuggo lor come fanciul la verga;

e gran tempo è chi'i' presi il primier salto.                             4

Da ora inanzi faticoso od alto

loco non fia dove ‘l voler non s’erga,

per non scontrar chi miei sensi disperga,

lassando, come suol, me freddo smalto.                                8

Dunque, s’a veder voi tardo mi volsi,

per non ravvicinarmi a chi mi strugge,

fallir forse non fu di scusa indegno.                                       11

Più dico, che ‘l tornare a quel ch’uom fugge,

e ‘l cor che di paura tanta sciolsi,

fûr de la fede mia leggier pegno.                                           14

XL

S’Amore o Morte non dà qualche stroppio

[Sonetto rivolto a un amico per chiedere un libro utile per la composizione d’un’opera importante. Nessuna conclusione per dare un nome all’amico e un titolo al libro o all’opera da comporre.]

S’Amore o Morte non dà qualche stroppio [2]

a la tela novella ch’ora ordisco,

e s’io mi svolvo dal tenace visco,

mentre che l’un coll’altro vero accoppio,                               4

i' farò forse un mio lavor sì doppio,

tra lo stil de’ moderni e ‘l sermon prisco,

che, paventosamente a dirlo ardisco,

in fin a Roma n’udirai lo scoppio.                                          8

Ma però che mi manca a fornir l’opra

alquanto de le fila benedette

ch’avanzaro a quel mio diletto padre [3],                                  11

perché tien’verso me le man sì strette

contra tua usanza? I' prego che tu l’opra [4],

e vedrai riuscir cose leggiadre.                                               14

XLI

Quando dal proprio sito si rimuove

[I sonetti 41, 42 e 43 fanno parte di un trittico "ispirato" dalla partenza di Laura per andare a visitare una persona ammalata e poi morta; la partenza genera uno sconvolgimento profondo nella natura. I tre sonetti sono caratterizzati dall’uso delle stesse rime.]

Quando dal proprio sito si rimuove

l’arbor ch’amò già Febo in corpo umano [5],

sospira e suda a l’opera Vulcano,

per rinfrescar l’aspre saette a Giove;                                      4

il qual or tona, or nevica, et or piove,

senza onorar più Cesare che Giano;

la terra piange, e ‘l Sol ci sta lontano,

ché la sua cara amica ved’altrove.                                         8

Allor riprende ardir Saturno e Marte,

crudeli stelle; et Orione armato

spezza a' tristi nocchier governi e sarte;                                11

Eolo a Nettuno et a Giunon turbato

fa sentire, et a noi, come si parte

il bel viso dagli angeli aspettato.                                            14

XLII

Ma poi che ‘l dolce riso umile e piano

Ma poi che ‘l dolce riso umile e piano

più non asconde le sue bellezze nove,

le braccia a la fucina indarno move

l’antiquissimo fabbro ciciliano [6];                                         4

ch’a Giove tolte son l’arme di mano

temprate in Mongibello a tutte prove,

e sua sorella [7] par che si rinove

nel bel guardo d’Apollo a mano a mano [8].                         8

Del lito occidental si move un fiato

che fa securo il navigar senz’arte,

e desta i fior tra l’erba in ciascun prato;                                11

stelle noiose fuggon d’ogni parte,

disperse dal bel viso innamorato,

per cui lagrime molte son già sparte.                                    14

XLIII

Il figliuol di Latona avea già nove

Il figliuol [9] di Latona avea già nove

volte guardato dal balcon sovrano [10]

per quella ch’alcun tempo mosse in vano

i suoi sospiri, et or gli altrui commove.                                  4

Poi che cercando stanco non seppe ove

s’albergasse, da presso o di lontano,

mostrossi a noi qual uom per doglia insano,

che molto amata cosa non ritrove.                                         8

E così tristo standosi in disparte,

tornar non vide il viso, che laudato

sarà, s’io vivo, in più di mille carte:                                        11

e pietà lui medesmo avea cangiato,

sì che  ‘ begli occhi lagrimavan parte;

però l’aere ritenne il primo stato [11].                                         14

XLIV

Que' che ‘n Tesaglia ebbe le man sì pronte

Que’ [12] che ‘n Tesaglia [13] ebbe le man sì pronte

a farla del civil sangue vermiglia,

pianse morto il marito [14] di sua figlia,

raffigurato a le fattezze conte;                                               4

e ‘l pastor ch’a Golia ruppe la fronte

pianse la ribellante sua famiglia,

e sopra ‘l buon Saùl cangiò le ciglia,

ond’assai può dolersi il fiero monte.                                      8

Ma voi, che mai pietà non discolora,

e ch’avete gli schermi sempre accorti

contro l’arco d’Amor, che ‘ndarno tira,                                11

mi vedete straziare a mille morti,

né lagrima però discese ancóra

da' be’ vostr’occhi, ma disdegno et ira.                                14

XLV

Il mio adversario, in cui veder solete

Il mio adversario, in cui veder solete

gli occhi vostri ch’amore e ‘l ciel onora,

colle non sue bellezze v’innamora,

più che ‘n guisa mortal soavi e liete.                                      4

Per consiglio di lui, donna, m’avete

scacciato del mio dolce albergo fòra:

misero essilio! avegna ch’i' non fôra

d’abitar degno ove voi sola siete.                                           8

Ma s’io v’era con saldi chiovi fisso,

non dovea specchio farvi per mio danno,

a voi stessa piacendo, aspra e superba.                                 11

Certo, se vi rimembra di Narcisso,

questo e quel corso ad un termine vanno;

ben che di sì bel fior sia indegna l’erba.                                14

XLVI

L’oro e le perle, e i fior vermigli e bianchi

L’oro e le perle, e i fior vermigli e bianchi,

che ‘l verno devria far languidi e secchi,

son per me acerbi e velenosi stecchi,

ch’io provo per lo petto e per li fianchi.                                 4

Però i dì miei fìen lagrimosi e manchi;

ché gran duol rade volte aven che ‘nvecchi.

Ma più ne ‘ncolpo i micidiali specchi,

che ‘n vagheggiar voi stessa avete stanchi;                           8

questi poser silenzio al signor mio,

che per me vi pregava, ond’ei si tacque,

veggendo in voi finir vostro desio;                                         11

questi fuôr fabbricati sopra l’acque

d’abisso, e tinti ne l’eterno oblio;

onde ‘l principio de mia morte nacque.                                 14

XLVII

Io sentìa dentr’al cor già venir meno

Io sentìa dentr’al cor già venir meno

gli spirti che da voi ricevon vita,

e perché naturalmente s’aita

contra la morte ogni animal terreno,                                     4

largai ‘l desio, ch’i' teng’or molto a freno;

e misil per la via quasi smarrita;

però che dì e notte quasi m’invita,

et io contra sua vogla altronde ‘l meno.                                8

E mi condusse vergnoso e tardo

a riveder gli occhi leggiadri, ond’io,

per non esser lor grave, assai mi guardo.                              11

Vivrommi un tempo omai, ch’al viver mio

tanta virtute ha sol un vostro sguardo;

e poi morrò, s’io non credo al desio.                                      14

XLVIII

Se mai foco per foco non si spense

Se mai foco per foco non si spense,

né fiume fu già mai secco per pioggia,

ma sempre l’un per l’altro simil poggia,

e spesso l’un contrario l’altro accense,                                                          4

Amor, tu che  ‘ pensier nostri dispense,

al qual un’alma in duo corpi s’appoggia,

perché fai in lei con disusata foggia

men, per molto voler, le voglie intense?                                                       8

Forse sì come ‘l Nilo, d’alto caggendo,

col gran suono i vicin d’intorno assorda,

e ‘l sole abbaglia chi ben fiso ‘l guarda,                                                       11

così ‘l desio, che seco non s’accorda,

per lo sfrenato obietto vien perdendo,

e per troppo spronar la fuga è tarda.                                                           14

IL

Perch’io t’abbia guardato di menzogna

Perch’io t’abbia guardato di menzogna

a mio podere et onorato assai

ingrata lingua, già però non m’hai

renduto onor, ma fatto ira e vergogna;                                 4

ché quando più ‘l tuo aiuto mi bisogna

per dimandar mercede, allor ti stai

sempre più fredda, e se parole fai,

son imperfette, e quasi d’uom che sogna.                             8

Lagrime triste, e voi tutte le notti

m’accompagnate, ov’io vorrei star solo,

poi fuggite di nanzi la mia pace;                                           11

e voi sì pronti a darmi angoscia e duolo,

sospiri, allor traete lenti e rotti:

sola la vista mia del cor non tace.                                          14

L

Ne la stagion che ‘l ciel rapido inchina

Ne la stagion che ‘l ciel rapido inchina

verso occidente, e che ‘l dì nostro vola

a gente che di là forse l’aspetta,

veggendosi in lontan paese sola

la stanca vecchiarella pellegrina                                            5

raddoppia i passi, e più e più s’affretta;

e poi così soletta,

al fin di sua giornata

talora è consolata

d’alcun breve riposo, ov’ella oblìa                                          10

la noia e ‘l mal de la passata via.

Ma, lasso!, ogni dolor che ‘l dì m’adduce,

cresce, qualor s’invia

per partirsi da noi l’eterna luce.

Come ‘l sol volge le ‘nfiammate rote                              15

per dar luogo a la notte, onde discende

da gli altissimi monti maggior l’ombra,

l’avaro zappador l’arme riprende,

e con parole e con alpestri note

ogni gravezza del suo petto sgombra;                                  20

e poi la mensa ingombra

di povere vivande,

simili a quelle ghiande

le qua' fuggendo tutto ‘l mondo onora.

Ma chi vuol si rallegri ad ora ad ora;                                     25

ch’i' pur non ebbi ancor, non dirò lieta,

ma riposata un’ora,

né per volger di ciel né di pianeta.

Quando vede ‘l pastor calare i raggi

del gran pianeta al nido ov’egli alberga,                               30

e ‘nbrunir le contrade d’oriente,

drizzarsi in piedi, e co l’usata verga,

lassando l’erba e le fontane e i faggi,

move la schiera sua soavemente;

poi lontan da la gente                                                             35

o casetta o spelunca

di verdi frondi ingiunca;

ivi senza pensier s’adagia e dorme.

Ahi, crudo Amor, ma tu allor più m’informe

a seguir d’una fera che mi strugge                                        40

la voce e i passi e l’orme,

e lei non stringi che s’appiatta e fugge.

E i naviganti in qualche chiusa valle [15]

gettan le membra, poi che ‘l sol s’asconde,

sul duro legno e sotto l’aspre gonne.                                     45

Ma io, perché s’attuffi in mezzo l’onde,

e lasci Ispagna dietro a le sue spalle

e Granata e Marrocco e le Colonne,

e gli uomini e le donne

e ‘l mondo e gli animali                                                          50

aquetino i lor mali,

fine non pongo al mio obstinato affanno;

ch’i' son già pur crescendo in questa voglia [16]

ben presso al decim’anno,

né poss’indovinar chi me ne scioglia.                                    55

E perché un poco nel parlar mi sfogo,

veggio la sera i buoi tornare sciolti

dalle campagne e da' solcati colli.

I miei sospiri a me perché non tolti

quando che sia? perché no ‘l grave giogo?                           60

perché dì e notte gli occhi miei son molli?

Misero me, che volli,

quando primier sì fiso

gli tenni nel bel viso,

per iscoprirlo, imaginando, in parte                                      65

onde mai né per forza né per arte

mosso sarà, fin ch’i' sia dato in preda

a chi [17] tutto diparte!

Né so ben anco che di lei mi creda.

Canzon, se l’esser meco                                                   70

dal mattino a la sera

t’ha fatto di mia schiera,

tu non vorrai mostrarti in ciascun loco;

e d’altrui loda curerai sì poco,

ch’assai ti fia pensar di poggio in poggio                              75

come m’ha concio ‘l foco

di questa viva petra [18], ov’io m’appoggio.

LI

Poco era di appressarsi a gli occhi miei

Poco era di appressarsi a gli occhi miei

la luce che da lunge gli abbarbaglia,

che, come vide lei cangiar Tesaglia [19],

così cangiato ogni mia forma avrei.                                      4

E s’io non posso transformarmi in lei [20],

più ch’i' mi sia (non ch’a mercè mi vaglia),

di qual petra più rigida s’intaglia,

pensoso ne la vista oggi sarei,                                                8

o di diamante, o d’un bel marmo bianco

per la paura forse, o d’un diaspro,

pregiato poi dal vulgo avaro e sciocco;                                  11

e sarei fuor del grave giogo et aspro,

per cui i' ho invidia di quel vecchio stanco

che fa co le sue spalle ombra a Marrocco [21]                           14

LII

Non al suo amante più Diana piacque

[Madrigale che canta un particolare momento della storia d’amore del poeta: vede Laura bagnare un suo velo che serviva per raccogliere i biondi capelli.]

Non al suo amante [22] più Diana piacque,

quando per tal ventura tutta ignuda

la vide in mezzo de le gelide acque,                                                                         3

ch’a me la pastorella alpestra e cruda

posta a bagnar un leggiadretto velo,

ch’a l’aura [23] il vago e biondo capel chiuda,                                     6

tal che mi fece, or quand’egli arde ‘l cielo

tutto tremar d’un amoroso gielo.

LIII

Spirto gentil, che quelle membra reggi

[Petrarca si rivolge a un alto personaggio per incitarlo a rialzar le sorti di Roma (per identificarlo si sono fatti i nomi di Cola di Rienzo, Stefano Colonna il vecchio, Stefano Colonna il giovane, Paolo Annibaldi e infine Bosone di Gubbio, poeta e politico eletto senatore romano nel 1337).]

Spirto gentil, che quelle membra reggi

dentro a le qua' peregrinando alberga

un signor valoroso, accorto e saggio,

poi che se' giunto a l’onorata verga [24]

colla qual Roma e suoi erranti correggi,                                5

e la richiami al suo antiquo viaggio,

io parlo a te, però ch’altrove un raggio

non veggio di vertù, ch’al mondo è spenta,

né trovo chi di mal far si vergogni.

Che s’aspetti non so, né che s’agogni,                                   10

Italia, che suoi guai non par che senta;

vecchia, oziosa e lenta,

dormirà sempre, e non fia chi la svegli?

Le man l’avess’io avolto entro  ‘ capegli.

Non spero che già mai dal pigro sonno                         15

mova la testa per chiamar ch’uom faccia,

sì gravemente è oppressa e di tal soma.

Ma non senza destino a le tue braccia,

che scuoter forte e sollevar la ponno,

è or commesso il nostro capo Roma.                                     20

Pon mano in quella venerabil chioma

securamente e ne le treccie sparte,

sì che la neghittosa esca del fango.

I' che dì e notte del suo strazio piango,

di mia speranza ho in te la maggior parte;                           25

che se ‘l popol di Marte

dovesse al proprio onore alzar mai gli occhi,

parmi pur ch’a' tuoi dì la grazia tocchi.

L’antique mura ch’ancor teme et ama

e trema ‘l mondo, quando si rimembra                                30

del tempo andato e ‘n dietro si rivolve,

e i sassi dove fúr chiuse le membra

di ta' che non saranno senza fama

se l’universo pria non si dissolve,

e tutto quel ch’una ruina involve,                                          35

per te spera saldar ogni suo vizio.

O grandi Scipioni, o fedel Bruto,

quanto v’aggrada, s’egli è ancor venuto

romor là giù del ben locato offizio!

Come cre' che Fabrizio                                                           40

si faccia lieto udendo la novella!

E dice: - Roma mia sarà ancor bella. _

E se cosa di qua nel ciel si cura

l’anime che lassù son cittadine

et hanno i corpi abandonati in terra,                                     45

del lungo odio civil ti pregan fine,

per cui la gente ben non s’assecura,

onde ‘l camin a' lor tetti si serra;

che fúr già sì devoti, et ora in guerra

quasi spelunca di ladron son fatti,                                         50

tal ch’a' buon solamente uscio si chiude,

e tra gli altari e tra le statue ignude

ogni impresa crudel par che se tratti.

Deh quanto diversi atti!

Né senza squille s’incomincia assalto,                                   55

che per Dio ringraziar fûr poste in alto.

Le donne lagrimose, e ‘l vulgo inerme

de la tenera etate, e i vecchi stanchi

c’hanno sé in odio e la soverchia vita,

e i neri fraticelli e i bigi e i bianchi,                                        60

coll’altre schiere travagliate e ‘nferme,

gridan: - O signor nostro, aita, aita! -

E la povera gente sbigottita

ti scopre le sue piaghe a mille a mille,

ch’Annibale, non ch’altri, farian pio.                                     65

E se ben guardi a la magion di Dio,

ch’arde oggi tutta, assai poche faville

spegnendo, fien tranquille

le voglie, che si mostran sì ‘nfiammate,

onde fien l’opre tue nel ciel laudate.                                      70

Orsi [25], lupi [26], leoni [27], aquile [28] e serpi [29]

ad una gran marmorea colonna [30]

fanno noia sovente, et a sé danno.

Di costor piange quella gentil donna,

che t’ha chiamato, a ciò che di lei sterpi                                75

le male piante, che fiorir non sanno.

Passato è già più che ‘l millesimo anno [31]

che ‘n lei mancâr quell’anime leggiadre

che locata l’avean là dov’ell’era.

Ahi nova gente oltra misura altèra,                                       80

irreverente a tanta et a tal madre!

Tu marito, tu padre;

ogni soccorso di tua man s’attende;

ché ‘l maggior padre [32] ad altr’opera intende.

Rade volte adiven ch’a l’alte imprese                             85

fortuna ingiuriosa non contrasti,

ch’a gli animosi fatti mal s’accorda:

ora sgombrando ‘l passo onde tu intrasti,

famisi perdonar molt’altre offese.

Ch’almen qui da sé stessa si discorda;                                   90

però che, quanto ‘l mondo si ricorda,

ad uom mortal non fu aperta la via

per farsi, come a te, di fama eterno,

che puoi drizzar, s’i' non falso discerno,

in stato la più nobil monarchia.                                             95

Quanta gloria ti fia

dir: - Gli altri l’aitâr giovene e forte! -

Sopra ‘l monte Tarpeio [33], canzon, vedrai

un cavalier, ch’Italia tutta onora,

pensoso più d’altrui che di sé stesso.                                      100

Digli: - Un che non ti vide ancor da presso,

se non come per fama uom s’innamora,

dice che Roma ogni ora,

con gli occhi di dolor bagnati e molli

ti chier [34] mercé da tutti i sette colli. -                                      105

LIV

Per ch’al viso d’Amor portava insegna

Per ch’al viso d’Amor portava insegna [35],

mosse una pellegrina [36] il mio amor vano [37],

ch’ogni altra mi parea d’onor men degna.                           3

E lei seguendo su per l’erbe verdi,

udi' dir alta voce di lontano:

- Ahi, quanti passi per la selva perdi! -                                  6

Allor mi strinsi a l’ombra d’un bel faggio,

tutto pensoso; e rimirando intorno,

vidi assai periglioso il mio viaggio;                                        9

e tornai in dietro quasi a mezzo ‘l giorno.

LV

Quel foco ch’i' pensai che fosse spento

Quel foco ch’i' pensai che fosse spento

dal freddo tempo e da l’età men fresca,

fiamma e martìr ne l’anima rinfresca.

Non fûr mai tutte spente, a quel ch’i' veggio,

ma ricoperte alquanto le faville;                                             5

e temo no ‘l secondo error sia peggio,

per lagrime, ch’i' spargo a mille a mille,

conven che ‘l duol per gli occhi si distille

dal cor, ch’ha seco le faville e l’ésca;

non pur qual fu, ma pare a me che cresca.                           10

Qual foco non avria già spento e morto

l’onde che gli occhi tristi versan sempre?

Amor, avegna mi sia tardi accorto,

vòl che tra duo contrarî mi distempre [38];

e tende lacci in sì diverse tempre,                                           15

che quand’ho più speranza che ‘l cor n’èsca,

allor più nel bel viso mi rinvesca [39].

LVI

Se col cieco deisr che ‘l cor distrugge

[Laura aveva finalmente concesso al poeta un convegno; ma non si presenta; il sonetto esprime il senso dell’ansiosa attesa e dell’illusione svanita a un passo dalla realizzazione del tanto sognato e desiderato incontro.]

Se col cieco desir che [40] ‘l cor distrugge,

contando l’ore no m’inganno io stesso,

ora, mentre ch’io parlo, il tempo fugge

ch’a me fu inseme et a mercé promesso.                               4

Qual ombra è sì crudel che ‘l seme adugge [41]

ch’al disiato frutto era sì presso?

e dentro dal mio ovil qual fera rugge?

tra la spiga e la man qual muro è messo?                             8

Lasso!, no ‘l so; ma sì conosco io bene

che per far più dogliosa la mia vita

Amor m’addusse in sì gioiosa spene.                                     11

Et or di quel ch’i' ho letto [42] mi sovene,

che nanzi al dì de l’ultima partita

uomo beato chiamar non si convene.                                    14

LVII

Mie venture al venir son tarde e pigre

Mie venture al venir son tarde e pigre,

la speme incerta, e ‘l desir monta e cresce,

onde e ‘l lassare e l’aspettar m’incresce

e poi al partir son più levi che tigre.                                       4

Lasso!, le nevi fìen tepide e nigre,

e ‘l mar senz’onda, e per l’alpe ogni pesce,

e corcherassi il sol là oltre ond’esce

d’un medesimo fonte Eufrate e Tigre,                                   8

prima ch’i' trovi in ciò pace né triegua,

o Amore o madonna altr’uso impari,

che m’hanno congiurato a torto incontra.                            11

E s’i' ho alcun dolce, è dopo tanti amari,

che per disdegno il gusto si dilegua.

Altro mai di lor grazie non m’incontra.                                14

LVIII

La guancia, che fu già piangendo stanca

[Sonetto rivolto ad Agapito Colonna per accompagnare alcuni piccoli doni (forse un guanciale, un libro e una coppa).]

 

La guancia, che fu già piangendo stanca,

riposate su l’un, signor mio caro [43];

e siate ormai di voi stesso più avaro

a quel crudel [44] che  ‘ suoi seguaci imbianca;                         4

coll’altro richiudete da man manca

la strada a' messi suoi [45] ch’indi passaro,

mostrandovi un [46] d’agosto e di genaro

per ch’a la lunga via tempo ne manca [47];                               8

e col terzo bevete un suco d’erba

che purghe ogni pensier che ‘l cor afflige,

dolce a la fine e nel principio acerba.                                     11

Me riponete ove ‘l piacer si serba

tal ch’i' non téma del nocchier di Stige [48];

se la preghiera mia non è superba.                                        14

LIX

Perché quel che mi trasse ad amar prima

Perché quel che mi trasse ad amar prima

altrui colpa mi toglia,

del mio fermo voler già non mi svoglia.

Tra le chiome de l’òr nascose il laccio,

al qual mi strinse, Amore;                                                      5

e da' begli occhi mosse il freddo ghiaccio,

che mi passò nel core,

con la vertù d’un sùbito splendore,

che d’ogni altra sua voglia,

sol rimembrando, ancor l’anima spoglia.                             10

Tolta m’è poi di quei biondi capelli,

lasso!, la dolce vista;

e ‘l volger de’ duo lumi onesti e belli

col suo fuggir m’atrista;

ma perché ben morendo onor s’acquista,                             15

per morte, né per doglia,

non vo' che da tal nodo Amor mi scioglia.

LX

L’arbor gentil, che forte omai molt’anni

L’arbor gentil, che forte omai molt’anni,

mentre i bei rami non m’ebber a sdegno

fiorir faceva il mio debile ingegno

a la sua ombra, e crescer ne gli affanni.                                4

Poi che, securo me di tali inganni,

fece di dolce sé spietato legno,

i' rivolsi i pensier tutti ad un segno,

che parlan sempre de’ lor tristi danni.                                   8

Che potrà dir chi per Amor sospira,

s’altra speranza le mie rime nove

gli avessir data, e per costei la perde?                                    11

- Né poeta ne colga mai, né Giove

la privilegi, et al sol venga in ira,

tal che si secchi ogni sua foglia verde. -                                 14

LXI

Benedetto sia ‘l giorno, e ‘l mese, e l’anno

Benedetto sia ‘l giorno, e ‘l mese, e l’anno,

e la stagione, e ‘l tempo, e l’ora, e ‘l punto,

e ‘l bel paese [49], e ‘l loco [50] ov’io fui giunto

da' duo begli occhi, che legato m’hanno;                              4

e benedetto il primo dolce affanno

ch’i' ebbi ad esser con Amor congiunto,

e l’arco, e le saette ond’i' fui punto,

e le piaghe che ‘n fin al cor mi vanno.                                   8

Benedette le voci tante ch’io

chiamando il nome de mia donna ho sparte,

e i sospiri, e le lagrime, e ‘l desio;                                           11

e benedette sian tutte le carte

ov’io fama l’acquisto, e ‘l pensier mio,

ch’è sol di lei, sì ch’altra non v’ha parte.                                14

LXII

Padre del ciel, dopo i perduti giorni

Padre del ciel, dopo i perduti giorni,

dopo le notti vaneggiando spese,

con quel fero desio ch’al cor s’accese,

mirando gli atti per mio mal sì adorni,                                 4

piacciati omai col tuo lume ch’io torni

ad altra vita, et a più belle imprese,

sì ch’avendo le reti indarno tese,

il mio duro adversario se ne scorni.                                       8

Or volge, Signor mio, l’undecim’anno

ch’i' fui sommesso al dispietato giogo,

che sopra i puù soggetti è più feroce.                                    11

Miserere del mio non degno affanno;

redùci i pensier vaghi a miglior luogo;

ramenta lor [51] com’oggi fusti in croce.                                   14

LXIII

Volgendo gli occhi al mio novo colore

Volgendo gli occhi al mio novo colore,

che fa di morte rimembrar la gente,

pietà vi mosse; onde, benignamente

salutando, teneste in vita il core.

La fraile vita ch’ancor meco alberga,                             5

fu de’ begli occhi vostri aperto dono,

e de la voce angelica soave.

Da lor conosco l’esser ov’io sono [52];

ché, come suol pigro animal per verga,

così destaro in me l’anima grave.                                          10

Del mio cor, donna, l’una e l’altra chiave [53]

avete in mano; e di ciò son contento,

presto di [54] navigare a ciascun vento;

ch’ogni cosa da voi m’è dolce onore.                                     14

LXIV

Se voi poteste per turbati segni

Se voi poteste per turbati segni,

per chinar gli occhi, o per piegar la testa,

o per esser più d’altra al fuggir presta,

torcendo ‘l viso a' preghi onesti e degni,                                4

uscir già mai, o ver per altri ingegni,

del petto, ove dal primo lauro innesta

Amor più rami, i' direi ben che questa

fosse giusta cagione a' vostri sdegni;                                     8

ché gentil pianta in arido terreno

par che si disconvenga, e però lieta

naturalmente quindi si diparte.                                             11

Ma poi vostro destìno a voi pur vieta

l’esser altrove, prevedete almeno

di non star sempre in odiosa parte.                                        14

LXV

Lasso!, che mal accorto fui da prima

Lasso!, che mal accorto fui da prima

nel giorno ch’a ferir mi venne Amore,

ch’a passo a passo è poi fatto signore

de la mia vita, e posto in su la cima!                                      4

Io non credea per forza di sua lima

che punto di fermezza o di valore

mancasse mai ne l’indurato core;

ma così va chi sopra ‘l ver s’estima.                                       8

Da ora inanzi ogni difesa è tarda,

altra che di provar s’assai o poco

questi preghi mortali Amore sguarda.                                  11

Non prego già, né puote aver più loco

che mesuratamente il mio cor arda,

ma che sua parte abbia costei del foco.                                 14

LXVI

L’aere gravato, e l’importuna nebbia

L’aere gravato, e l’importuna nebbia

compressa intorno da rabbiosi vènti

tosto conven che si converta in pioggia;

e già son quasi di cristallo i fiumi,

e ‘n vece de l’erbetta per le valli

non se ved’altro che pruine e ghiaccio.                                  6

Et io nel cor via più freddo che ghiaccio

ho di gravi pensier tal una nebbia,

qual si leva talor di queste valli,

serrate incontra a gli amorosi vènti,

e circundate di stagnanti fiumi,

quando cade dal ciel più lenta pioggia.                                 12

In picciol tempo passa ogni gran pioggia,

e ‘l caldo fa sparir le nevi e ‘l ghiaccio,

di che vanno superbi in vista i fiumi;

né mai nascose il ciel sì folta nebbia

che sopraggiunta dal furor di vènti

non fugisse da i poggi e da le valli.                                        18

Ma, lasso!, a me non val fiorir de valli;

anzi piango al sereno et a la pioggia,

et a' gelati et a' soavi vènti:

ch’allor fia un dì madonna senza ‘l ghiaccio

dentro, e di fòr senza l’usata nebbia,

ch’i' vedrò secco il mare, e' laghi, e i fiumi.                           24

Mentre ch’al mar descenderanno i fiumi

e le fiere ameranno ombrose valli,

fia di nanzi a' begli occhi quella nebbia

che fa nascer di ‘miei continua pioggia,

e nel bel petto l’indurato ghiaccio

che tra' del mio sì dolorosi vènti.                                            30

Ben debbo io perdonare a tutti i vènti,

per amor d’un che ‘n mezzo di duo fiumi

mi chiuse tra ‘l bel verde e ‘l dolce ghiaccio,

tal ch’i' depinsi poi per mille valli

l’ombra, ov’io fui; che né calor, né pioggia,

né suon curava di spezzata nebbia.                                       36

Ma non fuggìo già mai nebbia per vènti,

come quel dì, né mai fiumi per pioggia,

né ghiaccio, quando ‘l sole apre le valli.                                39

LXVII

Del mar Tirreno a la sinistra riva

Del mar Tirreno a la sinistra riva,

dove rotte dal vento piangon l’onde,

sùbito vidi quella altèra fronde,                                             4

di cui conven che ‘n tante carte scriva.

Amor che dentro a l’anima bolliva,

per rimembranza de le treccie bionde,

mi spinse; onde in un rio che l’erba asconde

caddi, non già come persona viva.                                        8

Solo, ov’io era, tra boschetti e colli,

vergogna ebbi di me; ch’al cor gentile

basta ben tanto, et altro spron non volli.                               11

Piacemi almen d’aver cangiato stile,

da gli occhi a' pie’; se del lor esser molli

gli altri asciugasse un più cortese aprile.                               14

LXVIII

L’aspetto sacro de la terra vostra

[Si rivolge a un amico romano che era fuori di roma (un Colonna, forse): l’aspetto della città santa lo fa vergognare della sua persistente passione, ma non tanto ch’egli riesca a vincersi. Motivo frequente nella poesia del Canzoniere, espresso qui con semplicità ed efficacia.]

L’aspetto sacro de la terra vostra

mi fa del mal passato tragger guai,

gridando: - Sta su, misero; che fai? -

E la via de salir al ciel mi mostra.                                          4

Ma con questo pensier [55] un altro [56] giostra,

e dice a me: - Perché fuggendo vai?

Se ti rimembra, il tempo passa omai

di tornar a veder la donna nostra. -                                       8

I’, che ‘l suo ragionar intendo, allora

m’agghiaccio dentro, in guisa d’uom ch’ascolta

novella che di sùbito l’accora.                                                11

Poi torna il primo, e questo dà la volta:

qual vincerà non so; ma ‘n fino ad ora

combattuto hanno, e non pur una volta.                              14

LXIX

Ben sapeva io che natural consiglio

Ben sapeva io che natural consiglio,

Amor, contra di te già mai non valse,

tanti lacciuol, tante impromesse false,

tanto provato avea ‘l tuo fiero artiglio.                                  4

Ma novamente, ond’io mi meraviglio

(dirol, come persona a cui ne calse,

e che ‘l notai là sopra l’acque salse,

tra la riva toscana e l’Elba e Giglio),                                      8

i' fuggìa le tue mani, e per camino,

agitandom’i vènti e ‘l ciel e l’onde,

m’andava sconosciuto e pellegrino;                                      11

quando ecco i tuoi ministri, i' non so donde,

per darmi a diveder ch’al suo destino

mal chi contrasta e mal chi si nasconde.                              14

LXX

Lasso me!, ch’i' non so in qual parte pieghi

Lasso me!, ch’i' non so in qual parte pieghi

la speme, ch’è tradita omai più volte,

che se non è chi per pietà m’ascolte,

perché sparger al ciel sì spessi preghi?

Ma s’egli avèn ch’ancor non mi si neghi                               5

finir, anzi ‘l mio fine,

queste voci meschine,

non gravi al mio signor perch’io il ripreghi

di dir libero un dì tra l’erba e i fiori:

«Drez et rayson es qu’ieu ciant e ‘m demori [57]».               10

Ragion è ben ch’alcuna volta io canti,

però c’ho sospirato sì gran tempo

che mai non incomincio assai per tempo

per adequar col riso i dolor tanti.

E s’io potesse far ch’a gli occhi santi                                      15

porgesse alcun diletto,

qualche dolce mio detto

o me beato sopra gli altri amanti!

Ma più, quand’io dirò senza mentire:

«Donna mi priega, per ch’io voglio dire».                             20

Vaghi pensier, che così passo passo

scorto m’avete a ragionar tant’alto,

vedete che madonna ha ‘l cor di smalto

sì forte, ch’io per per me dentro no ‘l passo.

Ella non degna di mirar sì basso                                            25

che di nostre parole

curi; ché ‘l ciel non vòle,

al qual pur contrastando i' son già lasso;

onde, come nel cor m’induro e ‘naspro,

«così nel mio parlar voglio esser aspro».                               30

Che parlo? o dove sono? e chi m’inganna,

altri ch’io stesso e ‘l desiar soverchio?

Già, s’i' trascorro il ciel di cerchio in cerchio,

nessun pianeta a pianger mi condanna.

Se mortal velo il mio veder appanna,                                    35

che colpa è de le stelle,

o de le cose belle?

Meco si sta chi dì e notte m’affanna,

poi che del suo piacer mi fe' gir grave

«la dolce vista e ‘l bel guardo soave».                                    40

Tutte le cose, di che ‘l mondo è adorno,

uscîr buone de man del mastro eterno;

ma me, che così a dentro non discerno,

abbaglia il bel che mi si mostra intorno;

e s’al vero splendor già mai ritorno,                                      45

l’occhio non po' star fermo;

così l’ha fatto infermo

pur la sua propria colpa, e non quel giorno

ch’i' volsi in vèr’l’angelica beltade

«nel dolce tempo de la prima etade».                                    50

LXXI

Perché la vita è breve

Perché la vita è breve

e l’ingegno paventa a l’alta impresa,

né di lui né di lei molto mi fido;

ma spero che sia intesa

là dov’io bramo e là dov’esser deve                                       5

la doglia mia, la qual tacendo i' grido.

Occhi leggiadri dove Amor fa nido,

a voi rivolgo il mio debile stile,

pigro da sé, ma ‘l gran piacer lo sprona;

e chi di voi ragiona                                                                10

tien dal soggetto un abito gentile,

che con l’ale amorose

levando il parte d’ogni pensier vile;

con queste alzato vengo a dir or cose,

c’ho portate nel cor gran tempo ascose.                               15

Non perch’io non m’aveggia

quanto mia laude è ‘ngiuriosa a voi;

ma contrastar non posso al gran desio,

lo quale è ‘n me da poi

ch’i' vidi quel che pensier non pareggia,                               20

non che l’avagli altrui parlar o mio.

Principio del mio dolce stato rio,

altri che voi so ben che non m’intende.

Quando a gli ardenti rai neve divegno,

vostro gentile sdegno                                                              25

forse ch’allor mia indignitate offende.

Oh, se questa temenza

non temprasse l’arsura che m’incende,

beato venir men! ché ‘n lor presenza

m’è più caro il morir che ‘l viver senza.                                 30

Dunque ch’i' non mi sfaccia,

sì frale obgetto a sì possente foco,

non è proprio valor che me ne scampi;

ma la paura un poco,

che ‘l sangue vago per le vene agghiaccia,                           35

risalda ‘l cor, perché più tempo avampi.

O poggi, o valli, o fiumi, o selve, o campi,

o testimon de la mia grave vita,

quante volte m’udiste chiamar morte!

Ahi, dolorosa sorte!                                                                 40

lo star mi strugge, e ‘l fuggir non m’aita.

Ma se peggior paura

non m’affrenasse, via corta e spedita

trarrebbe a fin questa aspra pena e dura;

e la colpa è di tal che non ha cura.                                         45

Dolor, perché mi meni

fuor di camin a dir quel ch’i' non voglio?

Sostien ch’io vada ove ‘l piacer mi spigne.

Già di voi non mi doglio

occhi sopra ‘l mortal corso sereni,                                          50

né di lui ch’a tal nodo mi distrigne.

Vedete ben quanti color depigne

Amor sovente in mezzo del mio vòlto,

e potrete pensar qual dentro fammi,

là ‘ve dì e notte stammi                                                           55

a dosso col poder c’ha in voi raccolto,

luci beate e liete,

se non che ‘l veder voi stesse v’è tolto;

ma quante volte a me vi rivolgete,

conoscete in altrui quel che voi siete.                                     60

S’a voi fosse sì nota

la divina incredibile bellezza

di ch’io ragiono, come a chi la mira,

misurata allegrezza

non avria ‘l cor; però forse è remota                                      65

dal vigor natural che v’apre e gira.

Felice l’alma che per voi sospira.

Lumi del ciel, per li quali io ringrazio

la vita che per altro non m’è a grado!

Oimè! perché sì rado                                                               70

mi date quel dond’io mai non son sazio?

perché non più sovente

mirate qual Amor di me fa strazio?

e perché mi spogliate immantanente

del ben ch’ad ora ad or l’anima sente?                                  75

Dico ch’ad ora ad ora,

vostra mercede, i' sento in mezzo l’alma

una dolcezza inusitata e nova,

la qual ogni altra salma

di noiosi pensier disgombra allora,                                        80

sì che di mille un sol vi si ritrova:

quel tanto a me, non più, del viver giova.

E se questo mio ben durasse alquanto,

nullo stato agguagliarse al mio potrebbe;

ma forse altrui farrebbe                                                          85

invido, e me superbo l’onor tanto:

però, lasso!, convensi

che l’estremo del riso assaglia il pianto,

e ‘nterrompendo quelli spirti accensi,

a me ritorni, e di me stesso pensi.                                          90

L’amoroso pensero

ch’alberga dentro, in voi mi si discopre

tal che mi tra' del cor ogni altra gioia;

onde parole et opre

escon di me sì fatte allor ch’i' spero                                        95

farmi immortal, perché la carne moia.

Fugge al vostro apparire angoscia e noia,

e nel vostro partir tornano insieme.

Ma perché la memoria innamorata

chiude lor poi l’entrata,                                                           105

di là non vanno da le parti estreme;

onde s’alcun bel frutto

nasce di me, da voi vien prima il seme:

io per me son quasi un terreno asciutto,

còlto da voi, e ‘l pregio è vostro in tutto.                                115

Canzon, tu non m’acqueti, amzi m’infiammi

a dir di quel ch’a me stesso m’invola;

però sia certa de non esser sola.

 

Nota

________________________

 

[1] - Orso dell’Anguillara

[2] - danno, guasto

[3] - forse allude a Sant’Agostino, che, fra i Padri della Chiesa, il Petrarca maggiormente venerò

[4] - lo apra

[5] - Dafne fu amata da Febo-Apollo e si trasformò in lauro per sfuggire al dio (quando dalla propria casa si muove Laura (il lauro amato da Apollo quando aveva il corpo umano di Dafne)

[6] - Vulcano, che abitava in fondo all’Etna

[7] - l’aria (la dea Hera-Giunone, sorella e consorte di Giove)

[8] - sembra che si rinnovi sotto lo sguardo di Apollo (il Sole)

[9] - Apollo, il Sole

[10] - il balcone sovrano è l’oriente: erano trascorsi nove giorni

[11] - perciò (per l’assenza del sole e per la tristezza dell’assenza di Laura) l’aria rimase nuvolosa

[12] - Cesare

[13] - nella battaglia di Farsalo

[14] - Pompeo, sconfitto e ucciso

[15] - insenatura

[16] - il desiderare l’amore di Laura

[17] - la morte, che disgrega e separa ogni cosa

[18] - Laura, simile alla pietra perché come questa è fredda e dura per quanto viva e può accendere il fuoco e dare la vita

[19] - allusione a Dafne che in Tessaglia si trasformò in lauro per non cedere alle voglie di Apollo

[20] - sé non posso fondermi in Laura

[21] - Atlante, stanco perché sostiene sulle sue spalle il peso del mondo

[22] - Atteone, al quale apparve nuda Diana mentre faceva il bagnonella fonte Partenia, così (forse) apparve Laura al poeta

[23] - Laura, gioco di parole, è l’aura e la pastorella

[24] - scettro d’avorio, insegna della carica senatoriale

[25] - orsi: la famiglia degli Orsini

[26] - luop: i conti di Tuscolo

[27] - leoni: la famiglia Savelli

[28] - aquile: un ramo dei conti di Tuscolo

[29] - serpi: la famiglia Caetani (che nello stemma ha un serpe)

[30] - colonna: la famiglia dei Colonna, della quale le precedenti famiglie erano avversarie

[31] - mille anni dal 329 d.c., quando Costantino trasferì la capitale dell’Impero da Roma a Bisanzio

[32] - il Papa, intento ad altre opere

[33] - rupe vicina al Campidoglio, dove sorgeva il palazzo del senato

[34] - chiede

[35] - poichè il suo viso era bello come quello d’Amore

[36] - Laura

[37] - incapace di resistenza

[38] - mi consumi tra due cose contrarie: il fuoco dell’amore e l’acqua delle lacrime

[39] - mi invischia sempre più nella visione del bel viso

[40] - il desiderio è cieco in quanto non fa vedere come realmente stanno le cose

[41] - intristisce, nuoce con la troppa ombra perché manca per troppo tempo la luce del sole

[42] - Ovidio, Metamorfosi, III, 115

[43] - Agapito Colonna

[44] - il dio Amore, che fa impallidire gli amanti (ma anche invecchiare)

[45] - gli sguardi, che sono i messaggeri d’Amore

[46] - sempre lo stesso, in estate e in inverno

[47] - per raggiungere la felicità eterna la via è lunga e il tempo è breve

[48] - Caronte, il traghettatore delle anime nell’Inferno (v. Dante, Inferno c.III)

[49] - la Provenza

[50] - la chiesa di Santa Chiara

[51] - ai pensieri

[52] - la condizione in cui mi trovo

[53] - quella della gioia e quella del dolore

[54] - pronto a

[55] - il pensiero religioso

[56] - il pensiero amoroso

[57] - è diritto e ragione che io canti e mi sollazzi

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 13 novembre 2007