FRANCESCO PETRARCA

Egloga XII.

Conflictatio - La rissa

Volgarizzata dal  sig. Cavaliere Lorenzo Mancini da Firenze

Edizione di riferimento

Francisci Petrarchae, Poëmata minora quae exstant omnia - Nunc primo ad trutinam revocata ac recensita, Vol. I., Mediolani excudebat societas typographica classicorum Italiae scriptorum MDCCCXXIX

Poesie minori del Petrarca sul testo latino ora corretto, volgarizzate da poeti viventi o da poco defunti, vol. I., Milano, dalla Società Tipografica de’ Classici Italiani, MDCCCXXIX

La rissa

ARGOMENTO

Eduardo III re d’Inghilterra, belligero e conquistatore, che avea già altre volte guerreggiato e riportato vittorie contro la Francia, attaccò questa nuovamente regnando Giovanni II, detto il Buono, figlio di Filippo di Valois. Nel dì 19 di settembre del 1356 seguì la gran battaglia di Poitiers, nella quale fu detto essere stati vinti da 8000 Inglesi 80000 Francesi. Il re Giovanni vi fu fatto prigioniere e condotto a Londra, ove restò quattro anni prigione. Quella battaglia e questa cattività fecero grande impressione in Italia, e particolarmente a Milano alla corte di Galeazzo Visconti, presso cui allora trovavasi il Petrarca. E questa guerra e battaglia mossero il nostro Autore a comporre quest’Egloga; la quale per conseguenza può dirsi scritta nel 1356. De’ due interlocutori, l’uno ch’è la personificazione del popolo, interroga; e l’altro ch’è un messaggiere, narra l’avvenimento. Ma questa narrazione è la minima parte dell’Egloga, perchè la si può dire contenuta negli ultimi 14 versi. Tutto quello che vi precede è un diverbio allegoricamente condotto, nel quale i due re belligeranti si provocano alla pugna nelle forme usate dagli eroi Omerici, cioè con quelle di un retorico duello di parole ingiuriose, e di rimproveri de’ difetti e delle colpe di ciascuno. Per questa maniera veggiamo, come la pubblica opinione e quella del Petrarca giudicassero del carattere dei due re, e delle cause della loro guerra.

Il popolo curioso ed incostante (Multivolus) chiede al messaggiero, Veloce (Volucer): Che di novo, o Veloce? onde venisti, e perchè sì confuso; — e dopo avere udito ogni cosa che quegli gli sa dire,  finisce coll’esclamare:

— Or vanne, e credi ne’ felici eventi! — Da queste pochissime parole, e dalle molte che vi si frappongono, ognuno comprenderà che l’opinione pubblica del 1356 era egualmente sfavorevole ad ambedue quelle Potenze; ed io credo che la loro posterità non vi abbia finora contraddetto.

LA  RISSA

Volubile . Veloce

LA  RISSA

Volubile . Veloce

Vol. Che di novo, o Veloce? Onde venisti?

E perchè sì confuso?

Vel.                                      I pingui tori

Pane e l'agnelle sulla vetta erbosa

D’un bel colle pascea; Pane pur dianzi

Massimo fra’ pastori, e in tutto il bosco                              5

Oltra i chiari famoso; in grembo intanto

Faustula sel tenea, gli ozj tranquilli

A lui beando di tenace amplesso.

A que’ dolci riposi abbandonato

A piè d’un elce di grand’ombra il vide                               10

Artico armipotente, e d’ira n’arse;

E così fra sè stesso: Adunque lieto

D’eterna pace mirerò costui?

Soffrirò che supin sonni sicuri

Dorma in braccio alla druda? Oh no. Se questa               15

Abbastanza conosco, (e intanto alzava

La destra) il sonno inerte, anzi il letargo,

Gli scoterò dal cerebro. — Ciò detto,

Tale un grido levò che ne tremaro

L’acque e le terre, s’arretraro i fiumi,                                 20

E andò il rimbombo agli ultimi Britanni.

All’orribile strepito in un tratto

Pane destato, sollevò la fronte

Dal grembo dell’amica, ed appoggiando

Pure il cubito a lei, molto da prima                                    25

Fremè, molto pensò, poi spiegò l’ira

In voci tali: Forsennato, or donde

In te s’annida questo vano orgoglio,

Questo cieco furor? Dunque di Pane

Ignori o spregi, o misero, le posse,                                      30

E la ricchezza cumulata, e i tanti

« Amici suoi e non della ventura? »

Or ben le proverai, tardi pentito. —

Unqua l’avaro non conobbe amici

Veri, e col ferro si conquista l’oro                                        35

(L’altro rispose). Con minacce a torto

Pensi invilirmi; chè mi sproni incontra

Ed infiammi. Desisti; aria percossa

E detti non tem’io tumidi: ho core

Ho forze, nè di proprie armi difetto,                                   40

Nè di compagni nella dubbia sorte

Provati, e a un cenno mio pronti a ferirti

Nelle spalle e ne’ fianchi. Il volto io stesso

Mi riserbo, e col pugno e col nodoso

Baston tel pesterò; che non di spada                                   45

Uopo è già teco. La tua destra imbelle

Brandirne altra potria? — Pane tremò,

E fe’ rivi degli occhi in pensar quale

Nembo di guerra sovrastasse ai campi

Degl’intonsi pastori: oste [1] possente                                     50

Ed efferata! Di terrore un grido

Tonante sollevò, che fiumi e sponde,

E il mar vicino ed i lontani colli

Fe’ percossi echeggiare, e fin dell’Alpe

Fra l’aeree pendici rimbombò.                                            55

Convenian d’ogni parte i pastorelli

Del pacifico armento o del guerriero

Dentro gallica Tempe educatori;

E quei che il gregge nutre all’operosa

Pallade caro; e quei che l’aborrito                                       60

Da Bacco pasce di montana fronda,

O guida al cibo delle prime genti

La setolosa greggia. Un infinito

Popolo agreste se n’accoglie, e tutto

Le varie torme finalmente lava                                           65

Nel gorgo istesso, là dove d’un fiume

Che bei campi feconda Italo duce

Fece a specchio seder templi e palagi.

Ma fame in breve tante turbe avria

O disperse o distrutte, ove di parte                                     70

Delle cure virili allevïato

Faustula non avesse il suo diletto;

Però che, donna d’infinito gregge,

Ogni decimo capo in alimento

Di sue genti gli porse. — Ah meretrice,                              75

(Artico le gridò con torve ciglia),

Che dall’avaro adultero, obblïosa

Dello sposo divin, mugner ti lasci

Non proprj averi! questa fe’ gli serbi?

Così l’altrui governi? — Ella le guance                              80

Tingendo del color della vergogna,

Nulla d’aperto osò se non che molli

Detti di pace; ma passò la notte

Ne’ consueti amplessi, e al drudo poscia

Mandò cheto soccorso; e tutta accesa                                 85

Dentro di femminil rabbia, coperti

Ruminava gli sdegni, e del timore

In fra i geli nutria dell’ira il foco.

Ma l’ un pastore e l’altro apparecchiava

Omai le braccia per la dubbia pugna,                               90

E quinci e quindi di contrarj studi

Fremean le schiere, ad invocare entrambe

I proprj Numi intese, ed infiammarsi

Con proprio carme. L’una canta Arturo

E i muri d’Ilion; celebra l’altra                                            95

Le fatiche de’ pugili, ed esalta

Di Carlo suo le mostruose gesta.

Indi agli oltraggi alterni, alle minacce

Vengono, e d’onte romorose il cielo

Largo rimbomba. Male frodi, e nulla                                 100

Di pio, di saggio, di dicevol, Pane

Al nemico rimprovera, e la nota

Favola accenna dell’infame coda,

Com’ella attesti de’ suoi detti il vero.

Ancora d’abitar luoghi d’esiglio,                                         105

E regioni inospitali, e tutto

Il germe umano d’odïar l’accusa,

E roche balbettar barbare voci. —

Piaceti di parlar? (l’altro risponde)

Parla, ed a me l’oprar lascia, ma pure                                110

Della lingua impedita i nodi sciorre,

E alcun detto formar con queste labbra,

Fatto eloquente dal mio caso, io spero.

Puoi tu coprirti appien? Noti mi sono

I tuoi spergiuri, le rapine, i furti;                                         115

So che opprimi i mortali, i Numi inganni,

Che finalmente di tua giusta pena

Me per ministro elessero: vendetta

Che prega il grido, che scongiura il pianto

D’antica donna, miserabil, nuda,                                       120

Che abbandonata, e notte e dì lamenta

Di tue promesse il vano, e d’un nipote

La sconoscenza, che di cani ancella

La serba. O prima, o massima de’ mali

Cagiòn, tu ’l negherai? Perfido, eterno                               125

Autor di scelleraggini, tu l’arme

Oggi vesti fremendo, e doman getti.

E quella intanto geme, e disperando

Del tuo soccorso omai, sordo ti chiama,

Nè vani al giusto ciel manda i sospiri.                                130

Con preci, con rampogne anco la madre

Ti chiede ajuto per la trista suora;

E i fratelli l’implorano, prostrati

Al piè suberbo, e i lor greggi e le selve:

E tu non odi! Or qual mosso que’ preghi                           135

Animo non avrían? Duro tu solo

E dispietato e inesorabil sempre,

Disprezzi ogni ragion, ridi ogni pianto.

Eppur da’ tuoi doveri, o disumano,

Che ti ritragge se non che l’ardore                                      140

Empio del petto, e l’importuna sete

Di quel biondo metallo onde pur serbi

Fulgidi monti? attonito su questi

Siedi, e per ogni via crescerli aneli,

Indi stupor negli occhi, indi nell’alma                                145

Oblivïon delle celesti cose

E del fato di lei. Ma qual mai fine

Ti prometton le colpe? Odi, tel dica

Esempio non volgar: l’animo spesso.

Movon gli esempj. Sull’etrusco fiume                                150

Visse avaro pastor cui de’ paterni

Lari il confine a trapassare indusse

Sete pari alla tua. Morte fu pena

Del suo trascorso, meritata morte:

Ma il contagio del fallo in quell’istesso                               155

Turbo gl’involse l’innocente figlio,

E il gregge intero d’infiniti strali

Trafitto e ricoperto. Or s’ei membrava

La data fede e il proprio onore, e il freno

Delle brame tenea, forse con tanto                                     160

De, suoi sterminio le ricchezze assire

Gustato avrebbe, ed il sapor dell’oro? —

Tacque l’impetuoso Artico, e Pane

Commosso replicò: Se tempo avanza

Da gettar negli esempi, eccoti il mio.                                  165

Nel suol che accenni, sul famoso Eufrate,

Orrida voluttà dal sangue sparso

Un pastore immanissimo cogliea.

Ei d’avarizia a te pari e di rabbia,

Di sua selva sdegnò gli ampj confini,                                 170

E d’una vedovella i non difesi

Campi invadendo inaspettato, uccise

L’incauto figlio suo. La dolorosa

Genitrice covò l’ira nel petto,

Finchè non tutta la sfogò trafitto                                        175

Quel ladron temerario in cieco assalto

Col brando femminile. Un teschio ei fatto,

Lontan dal freddo innominato busto,

Non come il tuo pastor l’oro bevea:

La bevanda di Marte i labbri ingordi                                 180

Gli sbramò finalmente, immersi in vaso

D’ancor tepido sangue e fresca tabe. —

Su dunque (Artico allor), poi che ciascuno

Narrò l’esempio suo, pari ne’ detti

Venghiamo all’opre, delle ciance i colpi                             185

Prendan le veci. Ahi misero! Giovarti

Nulla gli odori orientali or ponno,

E gli uccelli di Colco, e gli altri tutti

Irritamenti del capace ventre

Che alla tua dotta gola il mar tributa?                               190

Il riccio feritore, il rombo inerte

E i pesci adorni di lucente squama

Cui dell’acque uncinò venete in fondo,

L’amo fallace ad uno ad uno, e fuori

Palpitanti li trasse? E mostruosa                                         195

Belva che vale degl’ ispani abissi,

Crivellata dai dardi, onde t’aggravi

La regal mensa; o se giuoco fu quella

De’ marosi di Libia, o peregrina

Divise i nostri? Dagli ardenti vini,                                       200

Che peso furo de’ paterni tralci,

Qual pro? qual dal licore onde l’Autunno

Imporporò le liguri colline,

E da quel che fumoso e a’ dogli attinto

Non senza spuma, dell’origin pegno,                                 205

Il doppio colle del Vesevo invia,

E la vicina al Sol Meroe pur manda?

Neghittosa quïete e sonno molle

Alla fresc’ombra d’un’annosa pianta,

O al susurrar d’un rio che serpeggiando                            210

Va tra l’erbe e tra’ fiori, utile or credi ?

Non che non giovi, nuocerà: porranno

Gli stessi vizj tuoi fine alla guerra.

Ma nella donna tua fidi: aitarti

Vuol ella, e puote? Ah, pria l’agna, il leone,                       215

E Filomela lo scudiero alato

Di Giove atterrerà. — Qui l’interruppe

Pane stanco dell’onte: Or dove intendi

Riuscir per la via de’ vituperj ?

Nulla offendono i tuoi chi nulla teco                                  220

Ha di comun. — Ben parli (Artico allora):

Comun cosa fra noi non veggio alcuna,

Quando, giudice il fato, al mondo tutte

Le acquista il vincitor, le perde il vinto.

Ned io già volentier, credi, ricorro                                      225

All’arbitrio di lui; tu mi vi sforzi,

Disprezzator del giusto e dell’onesto,

E cieco fatto dalla cieca Dea,

Ed orgoglioso. Perchè intorno accenni

Col capo alle tue selve, e gli occhi giri                                230

Tumidi di velen? Forse ti vai

Immaginando eserciti d’amici

D’ogni dove accorrenti? Ma tutte ha chiuse

La tua fama lor vie; li chiami indarno:

Allor verranno che la tarda agnella                                    235

Sopra il Caucaso pasca e all’Ebro beva

Con la guida medesma. — In così dire

L’interposta palude Artico omai

Fendea con baldo piè. Pane a difesa

Gli ovili in fretta circondò di vepri,                                     240

Gli aditi ne munì tutti, e d’un fiume

L’acque condusse deviate intorno

Allo speco natio. Ma l’altra ripa

Il nemico già tien; scoppia un tumulto

Per la campagna immenso. Io mi ritrassi                          245

Impaurito, lo confesso, in questa

Sicura parte, e Pane abbandonai

Sgomento e vago per deserti, ahi! senza

Un solo amico. Rivolgendo addietro

Le dubbie luci poi, vinto ed avvinto                                   250

Di catene il mirai che rapinerà

Oltre lo stagno che le selve sue

Confina all’Aquilon. Libere al cielo

Levar le braccia non potendo, i lumi

Là volgea lacrimosi, e tal querela,                                      255

Al vento sparsa: Le curate, o Dei,

Queste vicende, o quanto avviene al mondo

Opra è sol di Fortuna, onde la rota

Nel bujo gira; tutto regge il Fato?

Vol. Or vanne, e credi ne’ felici eventi.                              260

Conflictatio

Mvltivolus . Volucer

Mul. Quae nova fers, Volucer? quis nam stupor? unde vehis te?

Vol. Arduus in tenero pingues Pan gramine tauros [2]

Et molles pascebat oves; Pan maximus olim

Pastorum et sylva late celeberrimus omni,

Faustula quem complexa sinu mulcente fovebat. [3]

Viderat hunc crassa gelidaque sub ilicis umbra

Articus armipotens, secumque haec turbidus ira:

Huncine perpetua gaudentem pace videbo,

Securoque sinam resupinum stertere somno?

Si satis hanc novi (dextramque erexit in altum)

Excutiam madida cerebri de sede soporem.

Dixit, et omne fretum refugasque exterruit undas,

Borridaque extremis vox est audita Britannis. [4]

At sonitu ingenti penitus torpore fugato,

Pan caput extulerat gremioque enixus amicae, [5] *

Multa prius secum frendens oc multa volutans:

Unde, ait, ista tibi tam insulsa superbia, demens?

Unde furor? nescis vires, stolidissime, nostras;

Spernis opum cumulos, spectatos spernis amicos?

Experiere quidem; sero tentasse dolebis.

Fidus avaritiae nunquam continget armcus,

(Ille refert) at divitiae sunt proemia belli.

His ne putes tardare minis? incendis et urges.

Desine; nec vento, net turgida verba timemus.

Est animus, sunt arma mihi, dubiisque probatum

Pectus amicorum; sunt qui tibi terga, iubente

Me feriant, dextrumque premant latus atque sinistrum;

Ipse genas frontemque manu baculoque retundam.

Non tibi par animus; non est manus apta duello.

Pan timuit (flentesque oculos hinc aspicis atque hinc)

Intonsis instare ferox pastoribus agmen.

Sustulit horrificam vocem qua lamina et agri,

Et mare vicinum infremuit, collesque remoti,

Ac procul aeriam clamor pervenit ad alpem

Vndique conveniunt et qui per frigida Tempo

Erbivagos aluere greges, armentave belli

Grata Deo; et qui lanificae dilecta Minervae;

Et qui frondipetas nemoroso monte capellas,

Glandilegosque sues, et amantes prata iuvencos:

Turba ingens! Unoque omnes in gurgite tandem

Sordibulum lavare pecus, qua rura secanti

Dux Italus fluvio dedit aurea cingere templa. [6]

Tot deerant alimenta viris nisi Pana virili

Faustula sollcitum curarum parte levasset;

Nam grege de magno decimum largissima quemque [7]

Obtulit, atque famem sedavit pinguibus haedis.

Ah meretrix (obliqua tuens ait Articus illi)

Immemorem sponsi cupidus quam mungit adulter,

Haec tua tota fides, sic sic aliena ministras?

Erubuil, nihil ausa palam, nisi mollia pacis

Verba; sed assuetis noctem complexibus egit,

Et tacitam submisit opem. Muliebribus ardens

Atque imbuta odiis occultas ruminat iras,

Et gelido stat flamma metu. Iam brachia uterque

Pastor ad ambigui certaminis orsa parabat;

Iam studiis adversae acies iamque arma fremebant.

Quaeque suos vocat ore Deos. Haec moenia Troiae [8]

Arcturumque canti; pugilum canit illa labores, [9]

Monstriferunque refert Carolum. Tum iurgia late

Iactantur tota volitant convitia coelo.

Pan fraudes, pensique nihil fandiique piique,

(Nota quod infamis testatur fabula caudae) [10]

Obiicit, exiliique locos et inhospita tesqua

Hostibus humani generis, linguaeque trementis

Barbariem, et rauco crepitantia verba palato.

Ille autem: tibi verba placent, mihi facta relinque.

Et tamen expediam nodosa volumina linguae;

Et loquar ecce aliquid faciet res ipsa disertum.

Te ne tegis digito? Periuria, furta, rapinas

Novimus, oppressos homines, elusa Deorum

Numina, quae dignas tandem me vindice poenas

Exposcunt, Orantque preces lachrymaeque perorant

Quas anus infelix, mulier miserabilis expes, [11]

Pollicitis decepta tuis, noctesque diesque

Fundit et ingratum queritur deserta nepotem,

Serva canum tu prima quidem tu summa malorum

Causa, negas? Scelerum semper tu perfidus author

Induis arma fremens, eadem mox abiicis arma.

Illa gemit, surdumque vocat, non irrita, insto,

Spes ubi nulla tui est, mittens suspiria caelo.

Mater et ipsa dolens rogitat, miseraeque sorori,

Increpitans te, poscit opera, fratresque superbo

Affusi, maestique greges sylvaeque precantur:

Quem non movissent? Sed inexorabilis unus,

Durus, inhumanus , ferus , horrens, despicis omnes.

Quid tamen officio retrahit nisi pectoris ardor

Impius, et fulvi sitis importuna metalli,

Scilicet attonitus fulgenti incumbis acervo?

Hinc stupor ille oculis, hinc illa oblivio menti

Caelestum atque animae. Sed quem tibi crimina finem

Promittunt, audi; nam saepe illustria multum

Multum animos exempla movent. In flumine tusco [12]

Pastor avarus erat, quem par sitis impulit, aequi [13]

Foederis oblitum, patrios transcendere saltus,

Occidit is merito; gravis at contagia culpae

Immeritum parili traxerunt turbine natum,

Unfaustumque gregem innumeris texere sagittis.

Nunquid, si fidei vel si memor ille decoris,

Parcius aut sitiens, tanta cum strage suorum

Assyrias gustasset opes, aurique saporem?

Articus haec torrens. Motus Pan talia contra:

Si vacat exemplis tempus dare: saevus Eouum [14]

Pastor ad Euphratem fuerat, cui sanguine fuso

Esset, inhumanum sitienti horrenda voluptas.

Ille ferox, similisque tui, confinia ruris,

Saevitia stimulante pari, dum despicit ampli,

Incustoditos viduae transcendit in agros,

Incautumque neci natum dedit. Anxia mater

Omnem continuit fixa sub mente dolorem,

Evomuitque simul. Pastor temerarius ictu

Foeminei mucronis obit, truncusque gelato

Non aurum bibit ore nitens, sed pocula Martis,

Concretam saniem et tepidum de coede cruorem.

Ergo age; quando pares exemplis (Articus infit)

Brachia tendamus succedant verbera verbis.

Quid mode Colchorum volucres Orientis odores; [15] 

Quidve gulae et ventris irrrritamenta capacis [16]

Omnia; quid pelago vehemens echinus, inersque [17] 

Rhombus, et ornati squamis rutilantibus, olim

Ferreus aurata quos fixerat hamus arena

Sub venetis clam mersus aquis; quid vulnere crebro

Si qua vel hispano natat ingens bellua ponto,

Vel lybicis iactata vadis, peregrinaque monstra

Profuerint? Quid palmitibus seu dempta phalernis,

Seu ligurum decanta rugis ardentia vina,

Quaeque ferax gemino transmisit colle Vesevus [18]

Dolia praecipiti rapidum spumantia musto?

Quaeque dedit Meroe soli subiecta propinquo? [19]

Praeterea quid lenta quies, quid mollis in umbra

Sopor et ranci per florea gramina fontes?

Omnia in exitium vertent; et blanda voluptas

Conficiet bellum. Mulier tua sola iuvare

Te volet: et poterit! Validum prius aegra leonem

Sternet ovis, prius armigerum Philomena tonantis

Vicerit. Ille autem: Quorsum per iurgia tandem?

Quid mecum commune tibi? Nil (Articus inquit),

Nil tecum commune mihi; nam, iudice fato,

Destituunt victum, victorem cuncta sequuntur.

Huius in arbitrium non nostra sponte venimus;

Tu cogis, tu iustitiae contemptor et aequi,

Quem coecum Fortuna facit, pariterque superbum.

Quid tua nunc numeras? tumidos quid volvis ocellos?

Vndique venturvs iam iam tibi fingis amicos?

Obstruxit tua fama vias; in tempore iussi

Tum, mihi crede, aderunt, lentus dum voce sub una

Gramine caucaseo pastus bibet agnus Hyberum.

Haec dicens, mediae pedibus iam stagna paludis [20]

Frangebat, Pan contra aditus et ovilia sepsit

Vepribus, et fluvio circumdedit antra sequaci.

Transierat, subitoque ingens per rura tumultus

Exoritur. Timui, fateor, meque inde recepi;

Panaque turbatum penitusque per avia liqui

Solivagum; mox, ambigua dum mente reflector,

Heu victum, vinctumque gravi sine mora catena

Prospicio trans stagna rapi, non libera coelo

Brachia, sed moestae rotantia lumina frontis

Tollentem, oc tales iactantem in nubila questus:

Cernitis haec, Superi? seu, quid nam intervenit umbrae?

Coeca rotat Fortuna fidem, regit omnia Fatum! [21]

Mul. Nunc; in rebus spem certam pone secundis. [22]

 

Nota

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[1] oste: esercito. (ndr)

[2] Arduus in tenero pingues per gramine tauros, come leggesi nella stampa, non può stare colla grammatica; e però leggo Arduus in tenero pingues Pan gramine tauros, Et molles pascebat oves; Pan maximus ohm pastorum (*). Quella ripetizione di nome mi garba assai. Si vede, leggendo d'un fiato i due versi, quanto è elegante e a proposito. Virgilio la usa non di rado.

[3] Questa Faustula è la Corte pontificia di Avignone, contro cui il re Eduardo in molti passi di quest’egloga scatena gl’insulti, non potendole perdonare di avere prestato al re Giovanni validi mezzi di guerra.

[4] Qui pare che il Poeta si scordi il luogo dove vuole che si intenda che il suo Artico gridava, che appunto è la terra de’ Britanni; onde non là giungere per ultimo il tuono di quel grido, ma di quinci all’opposto partirsi dovea. Né mi si opponga che la voce d’Artico potea ben sorgere dalla Guienna o dal Poitù, provincie allora in potere del Re inglese; perciocché più sotto questo pastore settentrionale varca la palude che fa esso e Pane si firapponea; ch'é quanto dire, passa la Manica per entrare in Francia. Ma forse il Petrarca adoperò questo modo comune ai latini poeti,  che da Roma scrivevano, per meglio velare il senso de’ suoi versi, o, per valermi di un detto francese, donner le change al lettore.

{*) L'egregio volgarizzatore non s'ingannò punto nel proporre questa bella lezione. Nell’edizione Giuntina, ch'è quella appunto ch'egli non vide, e dessa realmente ritenuta a differenza delle aure edizioni tutte che portano per gramine. — L’Editore.

[5] Nel verso ultimo a carte 234 leggesi per tutte le stampe caput abstulerat; ma in quello dell’edizione del Giunta del 1504 trovasi extulerat. Così sta bene, e così dovrebbesi in ogni caso correggere.

[6] Questo fiume è senza dubbio la Loira; la città Orléans, detta in latino Aurelianum (sottintendi oppidum), perchè cresciuta venne ed alzata al grado di città dall'imperatore Aureliano in una delle due sue spedizioni nelle Gallie (Ved. l'ant. Encicl, art. Orléans), Frattanto se il nome e l'origine, per nulla romana, non vi si opponesse, intenderei Chartres sul fiume Eure, dove la storia narra che il re Giovanni adunò le sue truppe prima della fatal giornata di Poitiers, in cui quelle disfatte rimasero, ed egli fatto venne prigioniero dal principe di Galles, detto il Principe Nero: ma Chartres è così vicina ad Orléans, che per quella città questa, d' assai più famosa, potea ben prendere il Poeta.

[7] Allusione ben chiara delle decime ecclesiastiche concesse dal Papa al Re.

[8] Arturo o Arthus (il Tasso lo chiama Artù) fu un re di Cornovaglia, provincia d'Inghilterra, celebrato per favolose conquiste, e per gli grandi e strani fatti de' suoi cavalieri, detti della Tavola Rotonda (Ved. il famoso romanzo di questo nome). Quanto al secondo subbietto del canto guerriero degl'Inglesi, i muri di Troja, vedasi Herder. Sopra tutto (nei secoli di mezzo) il grido d’un'origine trojana divenne un onore di famiglia che i popoli e gl’imperi d'Europa attribuirono ai loro re e a' loro più distinti campioni (Herder, Idées, ec. Ouvrage traduit par Quinet. Paris, 1828, vol. III, p. 447).

[9] Così chiama il Poeta con frase latina le giostre ed i tornei de' paladini di Carlo Magno, nominato nel verso seguente, appunto come il Bembo più tardi disse deos immortales i Cardinali di Santa Chiesa.

[10] Per l'interpretazione di questa infamis cauda non posso che valermi dell'autorità del più antico de' caudatarj del nostro Petrarca, Benvenuto da Imola, cioè del suo comento sull'egloghe. Questo c'insegna che l'espressione habere caudam era d'uso antico (fama antiqua) dicendosi che caudam portat Anglicus anguinam, Vasco feri ipse lupinam; da cui veniva mallem non esse, quam Vasco vel Anglicus esse. Il perchè poi si dessero allora agil’Inglesi ed ai Guasconi quelle due brutte appendici, sta fuori dei limiti della mia limitatissima erudizione.

[11] Anche qui l’Imolese m'è veramente il Benvenuto. Questi ci fa intendere che l’anus infelix … serva canum sia Gerusalemme, la quale abbandonata ai Saraceni dall'avo del re Giovanni, invano sperò e si lagna di lui che ne è il nipote.

[12] L’etrusco fiume è il Tevere. Vidimus flanum Tiberim retortis Litore etrusco ec Hor. Od. 2. — Tuscum Tiberim. Virg. Geor.

[13] Crasso, cui Erode re de’ Parti, dopo averlo avuto vivo in sue mani, e fattogli mozzare il capo, versò oro fuso nella bocca, come a sbramarne l’avarizia. Nel resto ancora il Poeta segue esattamente la storia.

[14] Ciro. È noto il suo fine in Scizia, egualmente tristo, quantunque non così certo come quello di Crasso; e nessuno ignora il detto della vincitrice Tomiri, quando gl’immerse il teschio in un otre pieno di sangue. Satia te sanguine quem sitisti.

[15] Gli uccelli di Colco sono i fagiani, in lat. fasiani dal Fasi, fiume della Colchide, sulle cui rive abbonda questo volatile.

[16] Qui Arturo rinfaccia a Pane il suo vizio della gola, incominciando da quella per gli pesci più squisiti: cioè per l’echino, pel Rombo, per gli pesci dalle lucide squamine che pigliatisi nel mare veneto coll’amo di ferro, calato occultamente in fondo; per quella gran belva che nuota nel mare di Spagna, e per que' mostri stranieri che vengono spinti dalle acque della Libia. Dell’Echino (Echinus) dirò essere desso il Riccio marino, che da nessuno si mangia, e veramente non è mangiabile neppure. Al Rombo rendasi il dovuto onore, essendo degnissimo delle regie mense, particolarmente quando è grandissimo. Il pesce adorno di lucenti squamme, che pigliasi all’amo di ferro in fondo al mare sulla bionda sabbia, non saprei dire qual sia, come neppure quali possano essere gli eduli cetacei dei mari della Spagna e della Libia. Ne ho consultato un professore di Storia naturale; ma non ebbi neppure il conforto di una risposta. Altri professori, anche senza esserne appositamente consultati, avranno forse la compiacenza di fornire questa illustrazione. Avrei io potuto avventurare da me una qualche interpretazione di questo passo; ma me ne astenni, perchè non mi piace di parlare al Pubblico di quello che so di non sapere giustificare.

[17] L'epiteto vehemens sebbene trovisi in tutte le stampe, è fra tutti il più inconveniente; perciocché la veemenza non è certamente un attributo di questo pesce, il quale non ha moto vibrato, ma rotatorio soltanto; quantunque possa essere anche celere assai, e stare quindi qual giusta antitesi dell’inersque rhombus. Io sono pertanto d'avviso che più giustamente legger dovrebbesi volvens, considerando che lo scambio dell'uno coll’altro epiteto possa essere nato assai facilmente per incuria degli amanuensi o dei tipografi. Tuttavia, potendosi anche sostenere la lezione delle stampe, non osai di mutare.

[18] Chiunque ha veduto il Vesuvio sa che questo monte non grande (Collis) ha due gioghi come l’antico Parnasso: l’uno che getta fuoco attualmente, detto propriamente il Vesuvio; l’altro, che sembra un vulcano spento, chiamato il monte di Somma.

[19] Meroe è una grand'isola formata da due rami del Nilo nella Nubia, della quale vedi Strabone. Il paese è assai remoto; né Strabone fra le sue produzioni nomina il vino. Troppo è presso all'equatore perchè la vite vi prosperi. Credo adunque che il Petrarca, in un tempo in cui la Geografia era assai limitata e studio negletto, abbia preso equivoco dalla somiglianza del nome,  e voglia dire Marea o Mareia,  e la provincia dell'Egitto o di Libia detta da quella città Mareotide, le cui vindemmie così decantano Orazio nelle Odi, e nelle Georgiche Virgilio.

[20] L'interposta palude, e più sotto lo stagno che le selve sue ec. è la Manica, come sopra accennammo.

[21] Questa idea medesima manifesta il Petrarca nella lettera di condoglianza a Carlo Delfino, la quale egli compose per Galeazzo Visconti: che anzi l'onnipotenza del destino sembra il cardine sopra cui si aggira tutta l'epistola. Vedine la traduzione in De Sade, Mem. T. III, pag. 432.

[22] Quest'ultimo verso sta in tutte le stampe in bocca del messaggiere: io però lo passo in quella del popolo, perciocché parmi stare bene al carattere ed allo spirito del volgo, e poco affarsi a quelli del messaggiere, particolarmente dopo la esclamazione che vi precede finendo la politica sua narrazione. E questo pensiero mi si conferma dal comentatore Imolese il quale, sebbene lasci nel testo questo ultimo verso al secondo interlocutore, tuttavia lo spiega dicendo: I, loquitur multivolus, et dicit: vade modo et pone spem in rebus prosperis huius mundi ec.

Potrebbe taluno, pensando ai veri soggetti celati nelle allegoriche persone di Artico, Pane e Faustula, giudicare che il Poeta abbia loro attribuito un linguaggio non convenevole al loro stato. Ma egli andrebbe errato; perchè il dialogo di quelli, quale viene riferito dal nunzio Veloce, dee giudicarsi come proprio de’ pastori, dai quali dicesi proferito; e perchè egli era quasi regola di tutti gli scrittori di egloghe il produrne taluna in cui gl’interlocutori facciano gara d'ingiuriose parole, onde provocarsi alla zuffa. Il nostro Poeta, volendo seguire questa regola, pensò anzi ingentilirla, facendo che quelle vengano narrate piuttosto che proferite. Avea egli d'altronde lo scopo di biasimare e Artico e Pane e Faustula ad un tempo: il primo per la sua prepotenza, il secondo per la sua mollezza, e la terza per la ingiusta sua parzialità e prodigalità a favore di chi meno le meritava; cioè di quello il quale, anzi che lasciarla nella legittima sua sede, continuava a ritenersela quasi schiava in casa sua. La moralità e la politica guidarono l’animo del Poeta nel comporre questa ultima delle sue pastorali allegorie; e da questo punto di vista conviene precipuamente considerarla.

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Ultimo aggiornamento: 11 dicembre 2007