FRANCESCO PETRARCA

EGLOGA XI.

Galatea - Galatea

Volgarizzata dal sig. Professore Cesare Arici da Brescia

Edizione di riferimento

Francisci Petrarchae, Poëmata minora quae exstant omnia - Nunc primo ad trutinam revocata ac recensita, Vol. I., Mediolani excudebat societas typographica classicorum Italiae scriptorum MDCCCXXIX

Poesie minori del Petrarca sul testo latino ora corretto, volgarizzate da poeti viventi o da poco defunti, vol. I., Milano, dalla Società Tipografica de’ Classici Italiani, MDCCCXXIX

ARGOMENTO

Niobe, ossia il personificato dolore dell’Autore, giunto all’estremo per la morte di Laura, qui nominata Galatea, ne va cercando il sepolcro, e chiede che Fosca ve la con’duca. Questa, che raffigura l’uomo veramente terreno, procura distorla da sì funesto proponimento; ma poi che quella v’insiste, essa ve la seconda e la guida al luogo desiato. Quivi sfoga Niobe i suoi lamenti, mentre l’altra invano cerca racconsolarla con argomenti bassi e volgari. Ma sopraggiunge Fulgida, l’allegoría della filosofia e della religione, che ammonisce entrambe di cessare il pianto e l’amore per le cose terrene, e di elevare piuttosto il pen’siero alle cose divine. Fosca se ne mostra miscredente; e Niobe, sopraffatta dal duolo, brama piuttosto udire da Fulgida un elogio di Galatea, il quale le virtù ne tramandi alla posterità. Fulgida la compiace. Ma poi Niobe la in’terrompe, e prosegue essa stessa l’elogio, però commisto all’espressione del suo dolore, e conchiudendolo coll’asseverare la impossibilità sua di cessar d’amare e ricor’dare la perduta sua Galatea.

GALAT EA

NIOBE . FOSCA .  FULGIDA

Nio. Guidami, o suora, al tumulo e alla pietra

Del gelido sepolcro.

Fos.                                   A che, sorella,

Cerchi alimento al dolor tuo? che brami?

Nio. Giova il pianto al dolor: l’anima afflitta

Lamentando rilevasi; e vien manco                           5

Affrenando i lamenti: agl’infelici

È medicina il poter darsi al pianto.

Oh fosse stata meco questa mente

Sempre! che non avrei, così torpendo,

Mutato in selce questo cor: mi nocque                      10

Il tacermi nel duol. Ma poi che al fatto

Non è riparo, me, che il bramo, or guida

Là ’ve col pianto disfogarmi io possa.

Fos. Prendi la via per qua, dove stan buoi

Legati al collo da nodose funi;                                   15

E assai guardie di cani intorno a quella

Edicola, e in sull’uscio due molossi

Di color cenericcio: i danni tuoi

Gela quel loco. Siam già presso; guarda

Di rincontro: qui giace Galatea,                                 20

Di cui natura più leggiadra cosa

Non creò sulla terra; se pur velo

Non fece agli occhi miei l’amor mio tanto.

Qui discarca il dolore che t’aggreva:

Abbraccia il monumento; empi di baci                     25

La pietra, e parla all’ombra sua tacente.

Nio. O angusta casa! angusta al dolor mio!

Qui giaci, o Galatea, di cui le rare

Forme reggendo il sole, ne stupio:

E tua beltà tenendo alla sua pare,                             30

Anzi maggior, su te fermava immote

Le luci, e tardo s’ascondea nel mare

Qui giaci, o Galatea! Voi vostre ruote

Fermate, o stelle artoe; nè mai giù scende,

Ma ognor presso al timon scherza Boote.           35

Giove sua chiara luce in ciel raccende;

Saturno della felce s’inanella

Sempre, e sempre Orion nell’armi splende.

La luna le sue volte rinnovella;

Riede Mercurio, e riede Citerea,                           40

Che or Vespero or Lucifero s’appella.

Ma in eterno tu giaci, o Galatea!

Sei terra e polve, o nulla; se pur, fuore

Del vel suo, l’alma in cielo or non si bea;

E tranquilla di là vede il dolore                                  45

Delle dilette sue. Che non rispondi?

O parte di quest’alma, e la migliore?

Deh ! voi che udite i miei sospir profondi,

Se la fe’ vive e la pietate antica,

Deh! vostra aita il mio pregar secondi.                50

Io questa pietra al mio desir nemica

Vo’ rovesciar, nè il posso: io vo’ il diletto

Corpo abbracciar della diletta amica;

Io vo’ baciarlo, vo’ stringerlo al petto;

E pria che su me scenda il sonno eterno,             55

Vo’ portarlo al domestico mio tetto;

Sacrandogli un altar là nel più interno

E arcano penetrale, ove onorate

Fien sue spoglie dal mondo in sempiterno:

Perchè avrà verginelle a lei sacrate,                           60

E riti reverendi e sacrifizio,

Come s’avviene a nuova deitate;

Nè mai le mancheran faci, nè ufizio

Di sacri carmi, che, per tutto il mondo

Sonando, sien di sua virtute indizio.                    65

Oh durissima pietra! oh grave pondo

E immobile! Sorella, io son sì stanca

Sotto il gran carco, che già mi confondo;

E al corpo, che si sforza, il vigor manca.

Fos. Sorgi, o sorella, che il tuo corpo è sagro;                    70

E sul putre cadavere non dessi

Contaminar: t’acconcia col presente;

Che l’aspettar del già passato è vano.

Altro rimedio all’amor tuo non hai

Fuor che l’obblio. Non può per arte alcuna              75

Il giorno che fu jer tornarsi indietro.

Morte invola ogni cura; ella discioglie

Tutti legami; fu già fungo il pianto;

Or basta: morte l’amor nostro ha sciolto.

Nio. Oh così sciolta avesse questa vita                               80

Che mi travaglia! io lo sperai: vicina

Morte già m’era; e m’ingannava: ahi vivo!

Vivo, infelice! e per mio strazio ho vita.

Fos. Ecco Fulgida a te vien da sinistra,

Più parca al duolo, che tacendo preme.                    85

Ful. O sventurate, o cieche della mente!

A che piangete con sì gran rammarco

Mortali cose? O Niobe! che piangi?

Anzi comincia ad imparar siccome

Tu debbia sostener questa tua vita,                           90

Qualunque la ti diè, qualunque poi

La ti darà sorte crudel. Me pure

Tiene in tormenti amor; me pur commove

Desiderio de’ miei. Ma che far puossi ?

Contra lo sprone il calcitrar non vale.

Gli oppressi altro non han miglior refugio                95

Che pazienza. All’anima più lievi

Spesso si fan, col sofferir, gli affanni.

Di che piangi? Mortal fu Galatea;

Ora è immortal. Piangere il mal suo proprio

Amor non è: dell’altrui ben dolersi                            100

E invidia. So pur io quanto a noi manca,

Quanto all’ingrato mondo; e pur mel soffro.

Or voi seguite il mio miglior consiglio;

E sia vostro disio, di questa vita

Girne volando a rivederla in cielo.                             100

Fos. Favola! E con quai penne al ciel s’innalza

Cosa terrestre?

Ful.                            Coll’eteree penne

Torna il corpo alla terra, e l’alma al cielo.

Fos. Vulgar credulità! Le incerte cose

Non ho per vere.

Ful.                              O Fosca, in ima valle                      105

Hai tu dimora; io seggo alto, ogni loco

Speculando del cielo e della terra.

Nio. Per queste antiche e tortuose vie

Non vi avvolgete, ricercando un vero

Stretto in tal nodo, che non può disciorsi:                 110

La question passi ai dì venturi intatta.

Piuttosto (dappoichè le muse agresti

A te, Fulgida mia, non sono ignote)

Un carme di’, che scrìvasi sull’urna,

Perchè sia letto dalle tarde etati.                                115

Ful.        Qui lasciò Galatea sue spoglie: or vede

Di Giove in ciel la reggia; e le favelle

Ode de’ Numi, e alla lor mensa siede.

Morte offuscò quel bianco collo e quelle

Guance, e quel corpo bel che le fu stanza,                120

E gli occhi che raggiava come stelle.

Or terra copre la cara sembianza.

Chi nel mondo amerà cosa mortale?

Chi di stabil dimora avrà speranza?

Che val di sangue nobiltà? che vale                     125

Bontà di cor, bellezza, leggiadria,

Dovizia e nome che tanto alto sale?

Tutto ebbe, tutto: e morte sel rapía.

Per tornarsi onde uscí, nuda con preste

Ali fuggío dal suo carcere amato.                        130

Nio.       Nuda no, perchè gloria la riveste.

Vestimento che ognor più fassi ornato,

E ognor più nuovo; quanto più il presente,

Fuggendo gli anni, cangiasi in passato.

Qual donna sia, qua! brami esser piacente,              135

Per cor, per volto, per parlar, per canto,

Tenga in lei fissi gli occhi della mente.

Ed io li vi terrò ben fissi, in quanto

Le membra reggerà l’anima mia,

E dannerammi al vivere ed al pianto:                 140

E fra l'ombre di Lete ella pur fia

Entro il mio cor pietosamente accolta,

Com’esempio d’onore e cortesia.

O Galatea, non pria mi sarà tolta

Dal grato cor la tua memoria, che le                   145

Stelle giù caggian dall’ eterea volta;

Che manchi in ape studio di far mele;

Che colomba, di suo nido non curi;

Che tortorella fugga il suo fedele;

Non pria che lupo dell’ovil non furi;                         150

Che a sbrucare arbuscei capra non corra;

Femmina custodita non maturi

Insidie; e servo da menzogne abborra.

Galathea

Niobe . Fusca . Fulgida

Nio. Duc soror ad tumulum gelidique ad saxa sepulchri[1]

Fus. Quid lachrymis alimenta petis, germana? quid optas?

Nio. Est gemitus magni solamen grande doloris;

Afflictamque animam relevant suspiria questus:

Enecat arctatus mentem dolor; optima maesti                       5

Pectoris est medicina, palam lugere. Fuisset

Idem animus semper! Nunquam haec praecordia torpor

Verteret in silicem: nocuit tacuisse dolenti

Mitto autem; cupidam modo duc ubi copia flendi.

Fus. Carpe iter hac, qua nodosis innexa capistris?[2]              10

Colla boum, crebrasque canum sub limine parvo

Videris excubias, gilvosque ad claustra molossos.

Ille locus tua damna tegit; iamque aspice contra:

Hic Galatea sita est, qua nil natura creavit

Pulchrius in terris ; nisi nos amor usque fefellit.                     15

Depone hic quodcumque premit; complectere bustum ;

Oscula fer saxis, umbrae dic verba silenti.

Nio. Heu nimis arcta domus, tanto domus arcta dolori!

Haec sedes, Galatea, tibi est, quam fugere cernens

Sol stupuit; fassusque parem, fassusque subinde     20

Maiorem, attonitus serum sese abdidit undis.

Haec sedes, Galatea, tibi! Vos, sydera, caelo

Statis in occiduo, ludis temone, Boote;

Iupiter ore poli lustras convexa sereno;

Is gelidus cum falce senex, armatus Orion;                            25

Luna vices peragis solitas; volucerque Deorum

Interpres; nomenque Venus positura vicissim.

Hic pallens, Galatea, iaces iam terra cinisque,

Iam nihil! aetherea nisi forsan spiritus arce

Vivit, et inde videt flentes tranquillus amicas.                        30

Nil mihi respondes, animae pars altera nostrae,

Optima pars eadem? Dextras adhibeto precanti,

Si qua fides mundo est, pietas seu prisca superstes!

Heu lapidem infestum qua nunc, soror, arte revolvam?

Irruam in amplexas, figam oscula, dulce cadaver. 35

Hoc referam moribunda sinu, fotumque sacellis

Inferam, et arcanis divum penetralibus abdam.

Addam perpetuos celebret quos mundus honores;

Virgineos addam coetus, ritusque verendos;

Et tua sacra Deae; nec fax, nec carmina deerunt                   40

Foemineas longe lateque sonantia laudes.

Heu mihi praedurum lapidem, grave pondus inersque!

Deficio sub fasce, soror, nitensque fatisco.

Fus. Surge, soror, surge; sacrumque cadavere corpus

Commaculare cave. Placeant praesentia; frustra                   45

Praeteritum expectes: tuta est oblivio amanti

Nempe hesterna dies ulla nequit arte reverti;

Mors adimit curas, mors omnia vincla resolvit;

Iam satis est fletum: nostros mors fregit amores.

Nio. Fregissetque utinam nostros mors aequa labores!    50

Speravi: prope nam steterat; miseramque fefellit:

Vivo, sed infelix, et luctus servor in omnes.

Fus. Parcius en laevo tristis tibi Fulgida calle

Advenit, et tacita castigat fronte quaerelas.

Ful. Quid, miserae caecaeque animi, mortalia fletis            55

Tam graviter? Quid fls, Niobe? Quin incipe vitam

Scire pati, quamcunque dedit sors dira dabitque.

Et me torquet amor, desiderioque meorum

Permoveor. Sed quid facias? Arma irrita calces

Adversus stimulum; melior patientia pressis:                         60

Multa sibi facit ipse animus leviora ferendo.

Quid gemitus? Moritura fuit Galatea; deinceps

Immortalis era. Proprio tabescere damno

Non amor; alterius sortem lugere secundam

Invidia est. Quantum nobis decesserit, omnes                       65

Scimus et ingrato quantum decesserit orbi;

Sed ferimus. Vos desinite, ac meliora tenentem

Suscipite; et coelum tetris optate relictis.

Fus. Fabula! Quis alis coelum terrestria prendent?[3]

Ful. Aethereis : sic terra suum, sic astra reposcunt.              70

Fus. Credulitas vulgata quidem! nos certa probamus.

Ful. Fusca, locis imis habitas; nos summa tenemus,

Et coeli terraeque situm speculamur ab alto.

Nio. Ambages veteres et inenodabile verum

Mittite, et integram venturis tradite litem.                              75

Fulgida, quin potius (musas nam noscis agrestes)

Dic titulum busto, relegat quem serior aetas.

Ful. Hic liquit Galatea suum pulcherrima corpus;

Libera iamque polos et regia tecta Tonantis,

Ipsa quidem Superûmque choros mensasque frequentat.     80

Mors roseos artus, mors candida colla genasque

Sydereosque oculos tetigit, vultusque serenos

Obscura dimersit homo. Mortalia quisquam

Diligat, aut speret stabiles hic figere plantas?

Quid genus aut probitas? quid opes? quid forma? quid aetas?   85

Quidve decens cultus? Quid gloria nominis ingens?

Omnia contigerant; manus abstulit omnia mortis;

Nuda domum repetens e carcere fugit amato.

Nio. Nuda quidem minime, quam gloria vestii amictus

Clarior assidue longisque recentior annis.                              90

Hanc quaecumque sibi vultuque animoque per aevum

Aut canta aut sermone placens, cupiensque placere,

Deferet ante oculos. Hanc nos, dum spiritus iste

Artubus haerebit miseris et vivere coget,

Hanc, vel apud manes nebulosaque flumina Lethes,            95

Exemplarque pudicitiae, formamque decoris

Corde sub hoc semper memori pietate feremus.

Tum nostro, Galatea, tuum de pectore nomen

Exibit, fugient propriis dum sedibus astra;

Mellis apes studium linquent; nidosque columbae;               100

Coniugium turtur; praedam lupus; arbuta caprae;

Custodita dolos mulier; mendacia servus.

 

Note

________________________

 

[1] Mi sono dato molta cura di rendere alla buona lezione que’sta egloga, mercè delle varianti che ho tratto dal prezioso codice vaticano N. 1679: esse sono le seguenti, alcune delle quali giovano a ristorare i versi malconci, altre a ritrovare il senso smarrito per ignoranza de’ ricopiatori (*).

Edizione di Basilea del 1581.

Codice Vaticano N. 1679.

  car. 118    v.   10    impexa capistris

innexa capistris

   "     220   "       8     poetae

Boote

     "     Ivi     "    14      forsitan

forsan

     "     222   "      1      durum penetralibus addam

divum penetralibus abdam

     "     Ivi     "    17     Parcus an laevo

Parcias en laevo

     "     224   "      g     fors dura

fors dira

     "     Ivi     "  195     Multa tibi facit

Multa sibi facit

     "     Ivi     "     16    non summa tenemus

nos summa tenemus

     "     226   "       6    Obscuro dimersit humo

Obscura demersit humo

     "     Ivi     "     10   Omnia contigeram

Omnia contigerant

     "     228   "       2    arbustaque

arbuta

(*) Nell’edizione dell’Origono del 1516 si trovano già alcune di queste migliori lezioni. In quella del Giunta del 1504 leggonsi tutte fuorché quelle dei versi 10 a carte 218 — 1 a carte 222 (ove sta addam) — 6 a carte 226 ( ove trovasi dimersit ) — e 9 ivi* — Colla scorta di queste varianti, comunicatemi dalla cortesia del chiarissimo volgaizzatore, ho io rettificalo il testo latino, in cui, come in tutti gli altri, fu tuttavia non lieve il tedio della correzione di altri non pochi errori e di stampa e di ortografia, ma in ispecie poi per istabilire la interpunzione conforme al testo. — L’Editore.

[2] Ho ritenuta la lezione preferita dal chiar. volgarizzatore, sebbene quella di tutte le stampe e dei comentatori meglio si confaccia all’allegoria dei versi 10 al 14 a c. 218, da tutti adottata fuorché dal sig. De la Bastie (Ved. De Sade, T. I. not. IV).— Se neghiamo ogni senso allegorico a questi ver’si, e riteniamo il letterale, dovrà dirsi o che quest’egloga parli di tutt’altra donna, o che Laura sia stata sepolta in una chiesetta di campagna. Non potendosi ammettere mai il primo assunto, dovrebbe accettarsi il secondo. Questo però è impossibile, perchè la nota autografa del Petrarca esistente nel Virgilio dell’Ambrosiana, i comenti dei contemporanei di lui Benvenuto da Imola e Donato degli Albanzani, ed il fatto certo della scoperta del sepolcro di Laura, sono prove infallibili della verità che questa donna illustre nata e morta in Avignone, vi fu anche seppellita, e che il suo sepolcro sia quello della famiglia De Sade nella cappella della chiesa de’ Francescani, ossiano Minori conventuali <Cordéliers> di quella città. Chi voglia procurarsene pienissimo convincimento, legga la nota IV del T. I dell’ab. De Sade, pag. 13-26, ed il Baldelli pag. 163-175 (Del Petr. e delle sue Opere). — Nè spiaccia ad alcuno la scelta che fece il Petrarca dei sog’getti allegorici; quasi che potesse avere per questi voluto vilipendere gli ordini monastici in generale o quelli de’ Minori e de’ Predicatori in particolare. Tale non era certamente la sua intenzione; e fece quella scelta, perchè la poesia pastorale e la mitologia ve l’obbligarono. Le altre opere sue ci fanno fede abbastanza della riverenza e dell’affezione che nutriva per i monaci; ne vi è motivo da credere ch’egli avesse pensiero di sprezzarli appunto in quest’egloga, nella quale non si tratta nemmeno di loro; ma si accennano figuratamente per indicare, propriamente e positivamente la chiesa ove giace sepolta la sua Galatea. Infatti la spiegazione che di questa allegoria ci dà l’Imolese, basta a togliere ogni odiosità. Egli così comenta questi tre versi. Carpe, respondit, Fusca et dicit ultra vadamus, carpe viam hoc parte quae du’ca nos ad locum fratrum minorum, quia videbis sepulchrum Lauretae: ideo dicit carpe viam ea parte qua tu videbis colla boum nodata capistris, scilicet fratrum minorum qui ferunt iugum obedientiae, laboris et religionis; et ferunt capistra, sci’licet zonas ipsas: et ea parte qua tu videbis frequentes vigi’lias canum, scilicet praedicatorum, et hoc sub parvo tecto, ubi tu videbis cortes fuscos, scilicet fratres; et ille locus habet corpus tuae Lauretae; ergo aspice contra, hic est Laureta amica Petrarchae, qua natura nil creavit pulchrius, nisi amor nos fallit.— L’ab. De Sade riferisce anch’egli (ib. pag. 21) questo passo del comento dell’Imolese tanto secondo la qui citata edizione veneta del 1516, quanto secondo un codice della biblioteca regia n. 8700. Ma il primo non concorda pienamente collo stampato, particolarmente per questo pas’so: impexa quia per coronam rasi sunt capite; il quale non leggesi nella stampa. Generalmente il testo ch’egli attribui’sce al codice si conforma assai più dell’altro collo stampato, ma sempre con alcune varianti.

[3] Benvenuto da Imola, l’anonimo postillatore del codice vati’cano 1679, e quanti mai furono chiosatori della Bucolica del Petrarca, tutti si accordarono nel dire che questa egloga XI fu dall’autore scritta in morte della sua Laura. Per Niobe vuolsi intendere il dolore, allorché, per soverchio di forza, niega all’uomo il conforto del piangere, e quasi lo cangia in pietra:

I' non piangeva, si dentro impietrai.

Per Fosca intendasi l’uomo, allorché, per smarrimento della via diritta e verace, rovinando in basso loco, null’altro vede che tenebre. E per lo contrario in Fulgida si vuol ricono’scere colui il quale ha l’anima vestita de’ vezzi di quel divino lume

Che mena dritto altrui per ogni calle.

E perciò non credo dover essere il Petrarca accagionato di stolta empietà ne’ versi che seguendo il 13 a c. 224 Fabula ec. giungono al 19, quasi abbia voluto porre in dubbio la im’mortalità dell’anima. Imperocché ivi Fosca parla il linguaggio di chi ha sventuratamente perduto il lume della ragione: e Niobe, per essere venuta simile a pietra, non si toglie cura del cercare e del conoscere la verità. Ma Fulgida che non ha nè cuore indurato, nè mente offesa da tenebre, ma siede sublime,

ogni loco

Speculando del cielo e della terra,

grida questo vero:

Torna il corpo alla terra e Palma al cielo.

E nota che i nomi stessi delle donne che dialogizzano sono difesa al Poeta. E gli son pur difesa le altre opere sue.. Im’perocché fu egli che scrisse nella bella Canzone indiritta alla beata Vergine:

Raccomandami al tuo Figliuol, verace

Uomo e verace Dio ,

Che accolga il mio spirto ultimo in pace:

e nel testamento che dettò nel 1370 lasciò scritto*. In primis animam meam peccatricem.... commendo humiliter Jesu Christo.... Corpus autem hoc terrenum ac mortale... terrae, unde sibi origo est, volo restitui: anzi volle che sull’arca, la quale doveva chiudere le reliquie sue, fossero posti que’sti versi:

Frigida Francisci lapis hic tegit ossa Potrarcae:

Suscipe, Virgo potens, animam; sate Virgine parce:

Fessaqae iam tetris coeli requiescat in arce»

Ma che più? Leggasi fra le sue lettere familiari la terza del libro IV, che ha in fronte il titolo: De animae immortalitate; e si vedrà com’egli sentisse intorno la natura dell’anima, e quali parole ne movesse a Roberto re, suo magnifico proteggitore. Nè spiaccia a coloro i quali saranno lettori di que’sto scritto, che queste cose sieno state qui dette : perocché io volgarizzatore della egloga XI ho voluto, non che difen’dere il Petrarca, ma pur disvelare altrui l’anima mia, che sentendosi immortale, ha in abbominio così il miscredere di Fosca, come il dubitare di Niobe.

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