FRANCESCO PETRARCA

EGLOGA X.

Laurea Occidens - Il Lauro all’occaso

Volgarizzata dal  sig. Dottore Francesco Testa da  Vicenza

Edizione di riferimento

Francisci Petrarchae, Poëmata minora quae exstant omnia - Nunc primo ad trutinam revocata ac recensita, Vol. I., Mediolani excudebat societas typographica classicorum Italiae scriptorum MDCCCXXIX

Poesie minori del Petrarca sul testo latino ora corretto, volgarizzate da poeti viventi o da poco defunti, vol. I., Milano, dalla Società Tipografica de’ Classici Italiani, MDCCCXXIX

ARGOMENTO

Questa Egloga, come già accennai nel mio Discorso preliminare, ci presenta nel lauro una duplice allegoría: quella di poesia e di laurea poetica nella parte maggiore di questo lungo poemetto; e quale personificazione di madonna Laura sul principio e nella fine di questo.

Uno de’ confidentissimi amici del Petrarca, sotto il nome di Socrate, chiede a quest’ultimo (sotto il nome di Silvano) quale sia la causa de’ tanti suoi lamenti. Fattone questi un cenno, ed indovinatone quegli il soggetto; incomincia il primo, ad invito dell’altro, la narrazione de’ suoi studi nella solitudine di Valchiusa; e fa poscia il novero di tutti i poeti greci e latini di ogni tempo che egli, fingendo averne visitato i paesi, dice di avere veduto e conosciuto. Pochissimi sono fra queste poeti quelli che siano nominati; pochi quelli che siano accennati chiaramente per la indicazione delle opere loro; gli altri tutti debbono determinarsi appena colla scorta di notevoli circostanze che della loro vita vengono dall’Autore indicate.

Nel verso 2 a c. 208 ripigliasi il discorso del lauro, e se ne fanno elogi applicabili soltanto alla sua prima allegorica significazione; mentre nel verso 4 a c. 210 al lauro si sostituisce la laurea, la quale ne’ seguenti tre versi serve di transizione dalla prima alla seconda significazione. Con questa deplorasi sino alla fine la caduta del lauro, ossia la morte di Laura) mentre Socrate racconsola Silvano, e lo esorta a non dolersi del transito felice di quell’ anima virtuosa che già andò ad abbellire gli Elisi.

Il Lauro all’occaso

Socrate . Silvano

Soc. E che, Silvano, ti addolora? e quale

È la cagione, di sì gran lamento?

Sil. Ahi, Socrate, tu il solo che lasciommi

Nella rovina mia la iniqua sorte,

Non sai, caro, non sai ciò che mi duole,                    5

Nè la giusta cagion del mio lamento?

Soc. Già la indovino: ma d’intender bramo

Tutto a lungo da te. Parla infelice

A un infelice. Del tuo pianto a parte

No non isdegnerai chi per compagno                       10

D’aver ti rallegravi nel tuo riso.

Sil. Ah, tu non vedi, amico, il duolo immenso

Che il parlar m’interrompe! e vuoi che parli?

E credi tu argomento pastorale

Un tributo di pianto a Dive offerto?                          15

Pur l’orecchio disponi a udirne quanto

Dir ti potrò fra lagrime e singulti.

Eravi un’alta e solitaria selva,

Dove scorrendo da pendíi diversi

Limpido il Sorga e torbido il Durenza,                     20

In Rodano a meschiar van le lor acque.

Quivi, allor che fui tratto dal Tosco Arno,

(Come gira il destin le cose umane)

Io possedeva un’arida villetta,

Che mentre coltivai meschin rimasi,                         25

E successe il bisogno alla fatica.

A ciò pensando (e n’ho ribrezzo ancora)

Mi pentíi degli stenti, e mi sorprese

La noja di quel povero mestiere;

E incolti abbandonando alfin que’ campi,                30

Vagabondo trascorsi apriche selve,

Dove fra scogli e gran tronchi di querele

Vidi a un fiume vicino il più bel Lauro.

Ivi fui tratto, ed una volta sola

Dopo che mi toccò quella dolce ombra                     35

Tutto sotto di quella io mi raccolsi,

E in me tutto s’estinse il piacer primo.

Era sol villereccio il caldo affetto,

Ma questo caldo affetto era il più: grato;

Che a me inesperto prescrivea l’oblio                        40

D’ogni cosa mortale, e di me stesso;

E a questo Lauro solo io dedicai

Tutte mie cure ogni ora, ogni momento.

Della villa così l'onor negletto

Restossi, ed ogni cosa all’armi piomba.                     45

Pace figlia del cor, fuga ai tumulti

Son le ricchezze, gli agi e i regni miei.

Soc. Prosegui pur. Come rimase intanto

L’abbandonato picciolo podere?

Sil. Nulla ne seppi, nè volea saperne;                                50

Che il solo mio pensiero era quel Lauro.

Ma già pianger convien, Socrate, scusa.

Soc. Anzi via pur prosegui; io te ne priego:

La pietà ci è comune, e il danno e il duolo.

Sil. Quel Lauro io coltivai, nè dal lavoro                           55

Lontan mi tenne il sito alpestro e orrendo.

Ma non fidando ben nell’opra mia,

Volli vedere gli esteri coloni,

E chiederne il parer. Non lunghe strade,

Nè tardare il vïaggio iniqui tempi.                            60

Avea presenti i ben noti consigli

Del vecchio d’Ascra; ma di gir più in alto

M’era prefisso, e co’ varj maestri

Ridurre sempre più l’arte perfetta.

Io non avea per guida altri che Amore,                     65

E di vedere un fervido desio.

Vêr il Lazio diretti i primi passi,

Là mi portai, dove il bel Mincio, figlio

Di ameno genitor, irriga i campi;

E dell’alte all’insù Venete rocche                               70

Ivi un tale mirai, ch’era a vicenda

E pastore ed agricola e guerriero,

E che cantava sulla destra riva.

A lui mi accosto, ed a più cose intorno

Mi piacque interrogarlo in brevi accenti.                  75

Ei mi ordinò ch’io visitassi l’Asia,

E le greche regioni. Appena tocca

Dell’Adige la sponda, ov’ei si stacca

Lunge dal patrio monte, e fuggitivo

Serpe intorno alle fertili campagne,                          80

Io scorgo due, del veronese Marte

Ch’ivano passeggiando i verdi prati.

Lepide cantilene uno alternava,

E raccoglieva l’altro erbe salubri,

Esperto in medicar l’egro bestiame.                          85

M’innoltro; e già m’eran distanti al paro

D’Abano il foco, e del Timavo il gelo:

Quando l’ali scuotendo intempestivo,

E molesto al padron schiccherò il canto

Dall’altura sinistra un vigil gallo;                              90

Che tosto maltrattato dal bastone

A’ poeti recò presagio infausto.

Indi in silenzio senza udir mai canto

Molti lidi trascorsi, e curvi seni,

E in siti romorosi alfine io giunsi,                              95

Che coraggio mi dier, voce e parole;

E di queste più lieto io fei raccolta.

Giunto a Smirne al cessar del mio cammino,

Di ricorrer mi affretto al vecchio cieco,

Che sebben cieco tante cose vede.                             100

Me giunto allor dall’Italo paese

Tosto ch’ei seppe, dal piacer si scosse,

E la destra mi porse, e nel profondo

Declivio di boscaglie sul riposo

D’oscura sede ricovrommi stanco,                             105

Guidandomi per man, mentre io stupía.

Nel mezzo di quell’ombre trasparenti

Con piacer fisso gli occhi a tutto e a parte,

E ciò che veggo attentamente io noto;

E cupido e sorpreso ascolto e gusto                           110

Quel discorso senil. Numi! qual uomo!

E perchè mai nel ciel, che sì ne abbonda,

Tantosto ritiraste il raro dono,

Tolto alla terra che sì ne abbisogna?

A lui d’intorno di compagni egregi                           115

Stavasi allegra turba, e più dappresso

Uom degl’altri maggior, cui cesso avea

L’irco supremo condottier del gregge;

E che le varie sorti e le avventure

S’udia cantar d’imperatori e regi;                              120

Nè vedea del suo fin la sorte oscura,

Nè i tristi cani perseguirlo a tergo,

Nè i re col raso crin piangerlo estinto.

Dagli anni infranto era vicino un altro,

Che qual giovin cantando ad alta voce                     125

Creduto era furente; eppur sapea

I furori temprar con quella voce,

E da finti misfatti acquistar lode.

Questi le cose sacre e i sacerdoti,

E quei cantando va le trombe e l’armi;                     130

Caro l’uno agli Dei, l’altro ai mortali.

E questi armato di saette e lira

Di Lesbo i campi liberò dal lupo,

E le greggi salvò, reso famoso

Per l’alte imprese e pei sonori carmi.                         135

Dell’inquieto Amor cantava i lacci

Dotta fanciulla a illustri vati in mezzo;

E dalla rosea bocca ognor uscia

Il balsamico suono, e fino agli astri

La dolcezza giungea de’ suoi lamenti.                      140

Stupiscono in udirla e lui fra balli

Per la cantata Bacchide sì noto,

E lui che ancor più chiaro argute rime

Sospirando tessea per la sua Lida;

E quegli pur che d’Affrica sen venne                        145

Dalla natia Cirene al Nilo in riva;

E così pure quel pastor di Tejo,

Che ognor si liquefà per Samio foco ;

Ed anco di lontan con maraviglia

Cercano d’imitarla i nostri amanti :                          150

Ma ognun con voce querulenta e bassa

Mai non puote adeguare il suo bel metro.

Nel grembo d’un fanciul quindi un vegliardo,

Alzando appena gli assopiti lumi,

Con lene canticchiar l’aure beava;                             155

Ma tantosto dal sonno ei tacque oppresso,

Nè il cigno più si udì del Dirceo lago.

Vidi il pastor della Sidonia villa,

Che da morbo letale era colpito

Il dì del suo natale tutti gli anni;                                160

Infino a che la vita e i dotti accenti

Sopravvenne a troncargli l’ultim’ora.

Un altro pur vidi colà negletto

Sul verde suol della Cecropia selva

Retto di cuor, ma zoppo; a calda voce                      165

I mastini di Sparta aizzare in guerra.

E lui nel canto a’ più famosi eguale

Vidi in lidi solinghi, al popol dare

Sue leggi e dritti, abbandonar la patria,

E le Muse seguire in tarda etade.                               170

E un’aquila vid’io volare intorno

A vecchio che sedea, del rostro il carco

Lasciar cadere sulla calva testa;

Ed ei sul suol parea fissare gli occhi,

E versi meditar con ciglio immoto.                            175

Ma mentre s’aspettava il dolce canto,

Già fatto freddo si scoperse e muto.

Creduto avresti che rapita l’alma

Gli avessero le Muse: ei così bene

Sul gomito poggiava, e avea la bocca                       180

Quasi dischiusa, e preparata al canto;

Ed il flauto tacea sul bianco labbro.

Indi un altro pastor che all’alme Muse

Era il più caro ed il men grato a’ suoi,

Degno per l’arte di ottener vittoria;                           185

Ma per giudizio altrui sempre perdente,

Beffarsi ognor solea del vincitore.

Ché giudice in poesía raro è capace;

Ed è la fama più del vento incerta.

Poi mi comparve innanzi un che rapiva                   190

Le più ferme speranze, accrescea l’ire,

E con inni di foco urtava a morte.

Esule un altro io vidi il patrio sdegno

Stinguer col canto, (e che più vai del canto?)

Sprezzar ricchezze , e di fatica il prezzo;                  195

E a celebrare le bell’arti intenti

Vidi non pochi; ma fra questi alcuno

Che con metodo tal spiegar sapeva

Del divino Fattor gl’immensi dritti,

Ed in tal merto unia la dotta Atene.                          200

A mungere il suo gregge ognor attento

Vidi talun, di sua gran copia vano,

Le fiscelle spezzar col presso latte,

E chi d’uccisi buoi colmava i carri;

E chi col sal ne stropicciava i terghi;                          205

E chi stando a seder scopria maligno

De’ pastori d’intorno i ladronecci,

E chi d’orrendo amor Biblide ardente;

E colui che cantava e sole e luna,

E divideva gli stellati campi,                                      210

Segnando il cielo col volante aratro;

E chi dava col plettro ai sassi vita,

Che alzavangli un ovil sul colle Aonio,

Vicino ai paschi di funesta riva.

Chi alla palestra e alla pittura addetto,                     215

E fu nell’ età prima anche poeta,

E vecchio al corso, e all’uccellar fu pronto;

E quegli che allo stanco e dormiglioso

Di molli canne attò comodo letto;

E chi molcea col canto i fier leoni,                             220

Per la giustizia e per la cetra insigne,

Per l’età venerando, e delle selve

Il primo abitator. Stupía la Tracia

Di Rodope in veder mosse le rupi,

E dell’Ebro dirotto immote l’onde                             225

Della sua voce all’armonia potente.

Sui monti e tra i villani a udirlo attenti

Stan, mentre canta, due compagni a lato;

È il fratello alla destra, il figlio a manca;

Di tunica di lin quegli è vestito;                                 230

Questi sacro alle Muse al fonte piena

Tazza porgea pietoso al padre ansante.

Di Grecia alfin pei misteriosi siti,

E pei giardin dell’Asia andando intorno,

Gli Ebrei depressi, e del Giordano i prati                  235

Da minaccioso vaticinio pesti,

E fra tanti paesi peregrini

Scorsi le arene della mòlle Arabia,

Ch’è povera di sal, ricca di mele.

Fisso cogli occhi e colla mente a tutto                        240

Vidi tant’altri; ma d’esponer lascio

Tutto quello ch’io vidi a parte a parte.

Del Siculo terren vidi l’alunno,

Ed i seguaci suoi, cui piacque in prima

Cantar il rozzo gregge, e in fra le grotte                   245

Schivare de’ leoni anche le furie.

Seguiano dopo e chi d’altri più dotto

Dal tema de’ suoi versi ’l nome ottenne;

E chi sull’Etna ignivomo la greggia

Tra il gelo e le sventure a pascer trasse;                     250

E chi seppe insegnare la cultura

Delle campagne d’Efeso e di Tiro.

Da quella dotta e altisonante schiera

Staccato alfine, ad altra parte io vergo,

Dove da tutti un tale, e con sogghigno                     255

Fin dalle pecorelle era deriso;

Che stando di boscaglie in turpe asilo,

Spoglio di amene rive, nonostante

Con tisica cantando e rauca voce,

Da quel magno ladrone indegnamente                    260

Gran premio d’oro riportato avea.

Ma che mai fo? perchè lunge m’innoltro

Peregrinando dalla patria terra?

Dunque verso i miei lari indi più cauto

Mentre usciva di Brindisi dal porto                           265

Col tardo legno, mi si fece incontro

Giovine gentilissimo, e dall’alto

Dell’argin m’allungò la man tremante

Mostrandomi lontan l’Avo materno

Nelle pianure della Puglia, e i boschi                        270

Della Calabria, e in valle di Galero

Agricola di mente e non di fatto.

Visto quell’uom di Pan seguace, e fatte

Poche parole seco lui, dall’alto

D’Arunca il duce e il popolo saluto                            275

Cultor di campi e di costumi antichi.

Poi dove d’Adria il mar l’Aufido imbocca,

Di parlar m’incontrai con quel liberto

Abbronzito da’ rai del patrio sole,

Caro al padron per la sua lira e al gregge.                280

Della fredda Sulmona indi l’alunno

Seguia scherzando, e numerosa turba

Fra l’ombre ascosa dinotando a dito,

Invan tentò que’ penetrali oscuri;

Che densa nube i contrafatti volti                              285

Avea coperti, e l’aria sola appena

Un dubbio mormorio fece sentire.

Quanto su noi potente è mai l’obblio!

Uno fra quella turba addietro un fonte

Godea ridir come de’ boschi i Numi                         290

Per le Najadi fur caldi d’amore;

Altri nel nostro stil fuor dell’usato

I marittimi Numi iva cantando;

Ed a vicenda variava un altro

Il montanino suon colla siringa.                                295

Un po’ più lunge stavasi ’l più caro

Alle Muse latine ed affricane;

E chi numera in acqua i vaghi pesi,

E coronato d’apio verdeggiante

Soavemente tocca il plettro aurato;                           300

Ed uno che di croco e bianchi gigli,

E di molti altri fior tessea mazzetti.

Ben volentier molte altre cose taccio:

Ma pur fra quelle a me più note accenno;

Ch’ivi presenterà colui capace                                   305

D’esprimer col più breve gentil canto

I più forti lunghissimi sospiri;

Ed in sicura povertà contento

Godea della sua Delia il dolce ardore.

Eravi pure quell’amante calvo,                                  310

Che piangeva così la estinta fiamma,

Quasi supplizio ed immatura morte;

Mentre che accesa la piangea quell’altro,

Che ben non si scopria Romano od Umbro;

Ma pur era dell’Umbria, e in varj modi                    315

Minaccioso appariva, e blando e amico.

Poscia mi venne incontro uom più famoso

Dal fluviale Aquin con torvo aspetto,

E in armi villereccie spaventoso:

Poi d’Arpin dalla selva un malvestito,                       320

Che di cibo vivea scarso e stentato;

Ma pur cantava con serena fronte,

Non mai turbato da verun disastro.

Ivi pure due quercie io vidi tosto,

Che quasi già toccavano le stelle;                              325

E sotto d’esse fu per ben due volte

Salvo tutto l’ovile; e n’ebbe il vanto

Una volta la man, l’altra la lingua.

E quella poca intorno erba piccina

Pasciuti avea sì grandi e bei giovenchi;                     330

E copria due giganti una sola ombra.

E colui vidi ancora che i suoi versi

Raffazzonando di Campano fasto

Si facea bello colla gracil voce.

Della dominatrice Roma alfine                            335

Entro con veneranza i limitari.

Stupido tra quell’ armi, e delle trombe

Al rauco suono e al cigolio de’ carri

Più non udii la tremolante avena.

Ma di sapere, curïoso intanto,                              340

Mentre nella città Latina indugio,

Parmi sentir da lungi a caso e appena

Di decrepito vecchio i tenui accenti:

E mi fu detto ch’ egli ’l primo fosse,

Che fece risuonar le patrie imprese.                          345

Dietro seguíalo ardimentoso un altro,

Che quantunque di stirpe ignobil nato,

E vêr l’Adríaco Pesaro sospinto,

Pure il favor pospose di colui

Che tutti allora fea tremar que’ colli;                         350

E più cara gli fu la Musa agreste

Del maggior fasto d’un immenso impero;

E non di lauri, ma piuttosto volle

D’edere serpeggianti una corona.

Nato in esteri lidi e nato servo,                             355

Ma divenuto ingenuo per gli onesti

Fatti servigi, un uom quivi ascoltai

Rappresentar degli uomini i costumi,

Le frodi, le paure, e vecchi avari,

Giovini rapitor, ruffian scaltriti;                                 360

E dimentico già d’Africa il gergo,

D’Italia modular la bella lingua.

Quivi pur era un che selvaggio culto

E gran ricchezze aveva, e nulla, ignoto

Esser, a lui dicea la prisca fama;                                365

E cantava Giasone e il vello d’oro.

E chi d’Alcide e di Teseo cantava;

E chi tradotti in campo i due fratelli

Nemici inesorabili cruenti,

Fuggitivo passava di soppiatto                                  370

Al molle e dolce campo di Cupido.

Tra le ceneri tue chi raccoglieva

I pochi avanzi, o Troja, d’avventure,

Che il vecchio non curò Meonio Vate;

Chi formava ornamento al suo poema                375

D’inclite dinastie, di nozze eccelse.

Chi solea lacerar co’ versi suoi

Le laute mense e il gregge parasito.

Chi mal dicea cantando a gente prode.

Ed uno d’acqua sola e solo cacio                          380

Per ben nove anni mantenea la vita.

Vedeasi un altro d’affilata scure

Là destra armato con trionfal gorgheggio

Accompagnar la religiosa pompa.

Da grave portamento uno è distinto;                        385

L’altro presenta austero il sopraciglio.

Poco, lungi di là v’è lui che strinse

Con legame gentil gli anni fugaci,

E i secoli fermò col divin estro;

E chi sforzò le altivolanti Muse                                  390

A mescersi di Marte in fra le pugne,

Quando bollia del Lazio in mezzo al centro

La imperversante Punica procella.

Chi mosse guerra alle feroci belve,

E i boschi circondò d’alto spavento,                          395

Armando i vagabondi cacciatori

Di stromenti più facili e sicuri.

E chi ’l Trojano Antenore condusse

Per un lungo camino ai colli Euganei;

E ai Greci stanchi insieme collo sposo                       400

La due volte rapita Elena rese.

Chi di Fillide canta le querele,

E de’ Feáci ’l lusso e i rei costumi

In idioma latin ; chi ’l grand’Ettorre

D’Ilio sepolto sotto le rovine,                                      405

E Troja che cade dai fondamenti;

E chi la nuora colla ricca dote

Cerca innalzare e consacrare a Giove.

Lascio il vecchion che coll’ argute note

Fe’ il suo allievo suonare intorno ai prati,                 410

E udir lo squillo della Esperia tromba.

E lascio pur quel forte che, deposta

La sua lorica, ed a ragion sdegnoso

Ballar dovette; e il fece con decoro.

E vidi l’altro che per simil fatto                                  415

La grazia meritò del suo signore.

Vidi lui che ammollire i ferrei petti

Poteva ogni momento a suo piacere,

E lagrime cavar col dolce canto.

Nel luogo istesso (e mel ricordo ancora)              420

Io consolava un infelice amante

O per dir meglio amente [1] che di voce

Estendeva gran forza, e che di genio

Dall’anima versava un vasto effluvio.

Ahi ! per rovina estrema dei pastori                          425

Una pubblica peste è sempre amore,

Qualor da insania amabile comincia

A convertirsi in micidial furore.

Poi mentre gli occhi e l’avido pensiere

Alle sette volgea famose grotte                                  430

Dentro l’opaco sen de’ più bei gioghi,

A me additassi un colle, in cui d’Arcadia

La più celebre Ninfa i versi suoi

Con antico artifizio, e i suoi lamenti

Solea compor di fuggitive voci;                                 435

E su quell’ alta cima un verde Lauro

Il mio rammentar fece, e la dolcezza

Sempre più rinnovò del nostro amore.

Ed un frondoso, grosso e lungo faggio

Alla greggia e ai pastor l’ombra più grata                440

Ivi spiegava, ed il sicuro asilo

Solea prestare a’ nidi degli uccelli,

Che il feano risonar di varj trilli.

Sedeavi sotto in un sedile d’erba

Bel Gigante imperioso e venerando,                          445

Che a tutto il bosco con serena fronte

E maestà pastoral dettava leggi;

E se potesse aver ore tranquille,

A nessun cedería neppur nel canto.

Pur qualche rara volta ei dolce canta,                       450

(Ma fan gravi pensier la Musa rauca)

E suole de’ cantori ornar la fronte

Di bianche bende e di perenni foglie.

E poi che pianse la immatura morte

Del pastor suo diletto, è fama ch’egli                        455

A due fidasse non finito ancora

Il suo poema e la più stretta legge

Lor desse di supporlo a dura lima;

Che si videro tosto e pronti e lieti

Il comando eseguir, prestarsi all’opra,                      460

Se stessi obliar, e con maestra mano

Ritoccando di un altro la fattura,

Voler lode per lui, per sè fatica.

Bello e dolc’è veder insieme uniti

Tre di boschi signor, dal cespo istesso.                      465

Guardai le greggi e coltivar le Muse.

Uno cogli occhi neri e bella mossa,

Che il viaggio suo narrava in tuono acuto,

Era spauracchio e pungol de’ pastori;

Mentre il secondo invece tutto amore                       470

Nulla sapea negar con gentil viso.

Coll’irte chiome il terzo e caldo e gelo,

E tollerar solea pioggie dirotte;

E più cose vedendo, avea trascorse

Tutte le selve; e alfin vicino a morte                           475

Come cigno cantava i più bei versi.

Ed ivi un po’ lontan di là dal fiume

Tra regj monumenti intorno sparsi

Di villaggio divin chiaro aratore

Solcava il pingue suol con vomer scabro;                 480

E nel lavoro due compagni avea,

Che prudent’era l'un, sedulo [2] l’altro,

E quelle glebe a gara ivan sarchiando.

E fecondo il terren, ma i bovi stanchi;

Nè v’ è merto di lauro, edera o mirto :                      485

Che qui non dà gloria di verde serto

Nè di Musa favor, nè fragil voce.

Ma quivi si distende un nuovo spazio

Con sacro fonte intorno ed alti tetti,

E una vasta pineta e miti olivi;                                   490

E sull’ingresso sta vergine egregia,

Che scalda un bel bambin nel roseo grembo.

Qui una matrona fu, che al tempio offerse

Su viminei panier bei frutti d’oro,

Che in lontani giardini avea raccolto.                       495

Cose stupende oltre ogni fede io narro:

Ma è pur vero che udii Spagnuol giuvenco

Con il nostro linguaggio unire i versi

D’uom, d’ aquila, di bove e di leone.

Già per veder del suolo Etrusco i pregi                     500

Men vado innanzi, e un giovinotto allora

Indefesso cultor della campagna

Incontro mi si fa su quelle alture;

E un altro ancor, che tra le patrie mura

Mollemente volgea sterile arena.                               505

Tutto quinci d’intorno appare incolto;

Però rivolto inver la opposta parte

Sugl’Ispani poggiai più colti lidi.

Cordova ne fa fede, e quel suo figlio

Esposto a’ rai del sole a capo ignudo,                        510

Che va cantando le più chiare gesta,

E loquela non ha, nè faccia Ibera.

E ne fan fede Merida e Bilbao,

E le felici spiaggie Gaditane,

Che vedon notte e dì lo stesso istante,                       515

E a nascer lunge e a tramontare il sole.

Indi passando a Burdegala, dove

Contro a un seno di mar regurgitando

Urta della Garonna l’ampia foce,

Veggo un vecchion gran parlatore, ch’ebbe             520

Dai templi d’Aquitania il nome Ausonio.

Poi più gentil m’incontra e mi favella

Poco lunge di là, dove sfinito

Mal sorte l’Aude colle languid’ acque,

Quel sí famoso per Larissa e Tebe.                            525

Dotti son tutti questi, e fan sentire

Il bel latin sermone in riva ’l Tebro.

E i versi tuoi potrian, Narbona eccelsa,

Sul fecondo Benaco esser graditi.

Fui prolisso: perdon ! ma ciò ch’io vidi                530

Così qua e là mi trasse e mi trattenne.

Corso in tal guisa il mondo, e tocco appena

Il caro limitar dell’ umil tetto

Il mio Lauro rividi, il regno mio.

Soc. E credo bea che ornar tu lo vorrai                              535

Cogli adunati peregrini fregi.

Sil. Troppo lungo sarei narrando il tutto:

Sì abbellito l’avean madre natura,

Ed il nostro favor, che a questo Lauro

Posposto avrian Giove, Dodona e Creta,                  540

Vener, Ida e Amatunta, Diana, Eurota,

Ed Apollo il suo Delo e la sua Cirra.

Anzi Apollo ben spesso a lui d’intorno

Giva e tornava, ed ora i lievi dardi,

L’arco e il turcasso, ed ora l’agil cetra                       545

Di appender si godeva ai verdi rami.

Un non so che (te lo protesto, amico ....

Ma già tutto tu sai ) dentro que’ rami

V’era pur di divino; e sotto d’essi

A gara sull’erbette le Amadríadi                                550

Carolar si vedeano, e l’altre Ninfe.

Ed il supremo Regnator dell’etra,

Col fulmine talor souotendo il mondo,

Dall’alto soglio suo guardoll’ intatto.

E vid’ io pur di Romolo la prole,                                555

E per l’armi superba e per la toga,

Raccogliere di quei le sacre fronde

E un armonico suol di uomini io vidi

Dotti nel canto a questi rami sotto

Cupidamente intessersi corone.                                 560

Io stesso io stesso (e di che mai capace

Non è l’uso diuturno ed ostinato!)

In varj tuoni a modulare appresi,

E a esprimer molti non sublimi carmi;

Ed anche alfin di quelle stesse frondi                        565

Cingermi osai: ma non avrei potuto

Staccarle di mia man dai rami eccelsi,

Se non mi avesse sulle proprie spalle

Saputo sollevar l’altissimo Argo.

Quinci a me derivarno il prim’onore,                        570

Il soave lavor, gl’ozj felici,

E dei pastori ’l più gradito affetto;

E famoso divenni, e môstro a dito.

Il Lauro mi diè nome, il Lauro fama,

Ricchezze il Lauro; et io che in mezzo a’ campi       575

Languia mendico, in fra le selve allora

Era già ricco, e più d’ognun felice.

Ma la Fortuna con iniquo ciglio

Me lieto sogguardò. Lontano a caso

Per visitar men giva i boschi antichi;                        580

Quando da un lato, l’Euro micidiale [3],

E infuriò dall’altro l’umido Austro;

E gli alberi qua e là svelti atterrando,

Strappato, ahimè! dalle radici ’l Lauro,

Ch’era il mio bene; e crudelmente infrante               585

Ne seppelliron le ramose braccia,

E le fronzute chiome in fondo agli antri.

Ahi ! dove potrò girne ora sì lasso?

Qual ombra troverò che mi ricrei? ...

E come mai saprò fatto già vecchio                           590

Intuonar nuovi carmi?.. Ivi era noto:

In qual parte dell’orbe il sarò adesso?...

Qual terra mi sostien?... Forse infelice

Nel centro tornar vuoi di tue sventure?...

A razzolare andrò le sparse foglie?...                         595

A far fastello de’ schiantati rami?...

Ad abbracciar lo scorticato tronco?

E di pianto a bagnar l’aride membra?...

O morrò fuggitivo in lidi ignoti?...

Oh sempre infaust’oggetto e sempre vivo!               600

Anche il dono più dolce de’ mortali

Perduto ho, la speranza!... A che la vita

Può giovare a colui che la detesta!...

Perchè sì lentamente, o fievol duolo,

Mi vai cingendo e penetrando il core?                      610

Soc. Ah! qual per te provai tema ed angoscia....

Per tutt’altro io credea che tu piangessi.

Sil.  Questa, ahi! ti par lieve cagion di pianto?

Soc. Anzi, per dire il ver, niuna ne scorgo.

Deh! finiscano i flebili lamenti,                                  615

E cessi quel dolor troppo loquace;

Non Austro od Euro no, ma i sommi Dei

Discesero a rapir quel sacro Lauro,

E il trapiantare in lor felici sedi;

Dove, già spoglio di corteccia vile                              620

Più vegeto ha distese le radici;

Ed or fecondo di novelli germi

Alto verdeggia negli elisii campi.

Cogli occhi miei, Silvano, io vidi, io stesso

I santi Numi pian pianin staccarlo,                           625

E piantarlo del ciel nel più bel sito.

Sil.  Dici ’l ver?... Tu il vedesti?... oppur t’infingi

Questo per consolare il mesto amico?

Soc. E come il vidi?... E cose vere io narro...

Seguilo colassù: chiedi l’accesso                                 630

E guarda ben con invide parole

Non mormorare degli Dei; ma meglio

Brama innalzarti in la beata plaga,

Dov’or la gloria tua vive immortale.

Sil: Lo facciano gli Dei! ch’io ben li prego,                        635

E ognor li pregherò con umil voto.

Laurea Occidens

Socrates . Sylvanus

Soc. Quid Sylvane, doles? tantae quae causa querelae?

Syl. Heu, Socrates [4]a ( quem vix reliquum fortuna ruinae

Dura sinit nostrae) nescis, dulcissime, nescis

Quid querar, et quam iusta mihi sit causa querelae?

Soc. Auguror: expecto sed rem cumulatius ex te.                           5

Fare miser misero: non aspernabere luctus

Participem, comitemque ioci quem laetus habebas.

Syl. Nescis, praevalidi rumpunt ut verba dolores;

Quid me, care, iubes fari? Pastoria nunquid

Materia est lugere Deas? tamen accipe quantum                  10

Singultus, lacrimaeque sinunt. Fuit alta remotis

Sylva locis, qua se diversis montibus acti

Sorga nitens Rhodano, pallensque Ruentia miscent.

Hic mihi, quo fueram Tusco translatus ab Arno,

(Sic hominum res fata rotant) fuit aridulum rus,                   15

Dum colui, indigui atque operi successa egestas.

Id reputans (avertor enim) piguitque laborum

Pertaesumque inopis studii, tandemque relinquens

Arva inarata, vagus sylvis spatiabar apricis.

Verum inter scopulos, nodosaque robora quercus                 20

Creverat ad ripam fluvii pulcherrima Laurus.

Huc rapior, dulcisque semel postquam attigit umbra,

Omnis in hanc vertor; cessit mea prima voluptas.

Rusticus ardor erat, sed erat gratissimus ardor;

Ille mihi insueto, qui me mortalia prorsus                              25

Oblitum, immemoremque mei meminisse iubebat

Hanc unam, curasque, et totum huc volvere tempus.

Sic ruris desertus honos. Et quidquid in enses

Praecipitat, pax parta animi, pulsique tumultus;

Has ego delitias et opes, haec regna putavi.                           30

Soc. Perge: quis interea neglecti vultus agelli?

Syl. Nec novi, nec nosse velim: mihi Laurea curae

Sola fuit. Sed iam, Socrates, ignosce, gemendum est.

Soc. Imo age, perge precor: pariter lacrimabimur ambo;

Est pietas communis enim, et iactura, dolorque.                   35

Syl. Laurea culta mihi: nec me situs asper et horrens.

Arcuit incaepto; propriis nec viribus ausus,

Externos volui consultor adire colonos;

Nec longae tenuere viae, nec tempus iniquum,

Ac durum tardavit opus: vulgata tenebam                            40

Ascraei [5] consulta senis; tamen altius ire

Mens erat, ac variis artem solidare magistris.

Dux mihi nullus erat, nisi Amor, fervorque videndi.

Primum iter in Latium, qua pulcher Mincius unda

Formoso de patre oriens, interluit arva.                                  45

Hic Venetum celsis extantem maenibus unum [6]

Pastorem, agricolam, bellatoremque vicissim

Conspiciens dextrae modulantem in vertice ripat.

Accedo, et brevibus percontor plurima verbis.

Iussus ab hoc Asiam, graiasque invisere terras,                     50

Vix Athesim attigeram, patrii qua limina montis

Deserit, et laetos fugiens amplectitur agros:

Ecce Veronaei per prata virentia Martis.

Ire duos video: canit hic [7]; legit ille [8] salubre

Herbarum genus, et pecori bonus applicat aegro.                 55

Progredior; calidusque Aponus, gelidusque Timavus

Iam spatiis aequis aberant, dum pervigil alas

Intempestivum quatiens, dominoque molestum

Perstrepuit laevo villae de culmine gallus; [9]

Mox baculo excussus maestum cantoribus omen                  60

Praebuit. Hinc nullo resonantia littora cantu,

Procurvosque sinus tacitus sequor: obvia tandem

Rura sonora animum, vocemque et verba dedere.

Laetior illa lego. Smyrnam sub fine viarum

Perventum, caecumque senem [10], sed multa videntem,      65

Concerno; isque, Italo missum ut cognovit ab orbe,

Prosiluit, dextramque dedit, nemorumque profondo

Accubito, et fosca fessum statione recepit,

Attonitumque manu penetralibus intulit umbris.

Figo oculos, et cuncta libens, et singola circum                       70

Visa noto, cupidusque fruor sermone senili

Insolitus. Dii, qualem hominem! quid divite caelo

Subtrahitis terrae rarum breve munus egenti?

Hunc magni circum comites, laetissima turba,

Stabant; iuxta autem cunctis sublimior unus, [11]                   75

Cui grege de toto supremus cesserat hircus,

Fortunas, casusque ducum, regumque canebat;

Nec casum tamen ille suum, sortemque repostam,

Nec tristes in terga canes instare videbat,

Regibus attonso flendus post fata capillo.                                80

Iuxta alter [12] senio infractus, iuveniliter alta

Voce canens, furere hinc dictus; sed voce furores

Diluit, et falso quaesivit crimine laudem.

Sacra, sacerdotes canit hic [13]? Ille [14] arma, tubasque;

Inde Deûm favor, inde virûm. Per Lesbia captum                   85

Rura lupum, salvumque gregem, iaculoque, lyraque

Fretus, et hinc clarus factis, hinc cantibus alter.

Altera [15] solliciti laqueos cantabat Amoris

Docta puella, choris doctorum immixta virorum;

Cynnameus roseo calamus cui semper ab ore                          90

Pendulus, et dulces mulcebant astra querelae.

Hanc choreis late cantata Bacchide notus; [16]

Clarius hanc caram suspirans [17] Carmine Lyden,

Et quem [18] Cyrenis genitum dedit Africa Nilo,

Hanc Teius [19] Samio pastor stupet igne liquescens;               95

Nec minus hanc nostrique procul mirantur amantes

Voce omnes humili et querula, simul impare cantu.

Pone senex pueri in gremio, vix mole soporis

Lumina pressa movens, lenibat cantibus auras;

Mox siluit rictus, cesserunt carmina somno;                            100

Argutum Dircaea palus amisit olorem. [20]

Vidi Sidonio pastorem [21] rure profectum,

Annua quem morbi vis extinctura diebus

Angeret alternum natalibus; ultima donec

Una animam doctosque modos abrumperet hora.                 105

Unum [22] ibi Cecropii contemptum in gramine saltus

Ingenio rectum, claudum pede, voce calenti

Spartanos in bella canes accendere vidi.

Unum [23] voce parem summis, per littora longe

Solum, qui populo leges et iura dedisset;                                  110

Iamque senex Musis operam daret urbe relicta.

Vidi aquilam calvi [24] circum volitare sedentis

Ore caput pleno; simul illum lumina campo

Defixum, immota meditantem carmina fronte.

Vidi expectatum ut caneret dulcedine multa                            115

Obriguisse senem, vocemque in faucibus imis

Arctatam; Musas animam rapuisse putares:

Sic cubito incumbens, similisque erat ore canenti;

Fistola pallenti pendebat muta labello.

Hinc alius [25] Musis qui pastor amicior almis,                         120

Sed minus acceptus sylvis; et victor ut arte,

Iudicio sic victus erat, de more solebat

Victorem ridere suum. Quod iudicis aequi

Carmen inops; quod fama vagis incertior auris.

Vidi qui [26] fixas raperet spes, adderet iras,                              125

Vidi alium [27] sylvis pulsum, mox carmine dulci

Cogeret ad certam flammanti carmine mortem.

Extinxisse odium; (quid enim vim carminis aequet?)

Temnere opes tanti causam, pretiumque laboris

Vidi aliquos artesque bonas celebrare; sed inter [28]                  130

Hos fuit ampia sacri lege hoc qui iura Parentis

Stringeret; hoc merito doctas laudaret Athenas.

Vidi qui [29] muletrae assiduus, numeroque superbus,

Lacte premens fragilem fiscellam rumperet acri;

Qui [30] nova mactatis oneraret plaustra iuvencis;                     135

Qui [31]  sale terga boum tereret laniata rigenti;

Et qui [32]  sparsa sedens pastorum furta notaret;

Biblida qui [33]  vetito cantaret amore furentem;

Qui [34]  caneret solem ac lunam, stellantiaque arva

Scindere et volucri caelum signaret aratro;                                140

Qui [35] vivos plectro lapides aptaret ovili,

Colle sub Aonio funesto ad pabula ripae.

Quique [36] palestrita, et pictor primoque sub aevo

Cantor, ad extremum cursorque, ancepsque fuisset;

Quique [37] illi fesso tandem, et dormire paranti,                      145

Ex levibus calamis pulvinar stravit amaenum.

Quique [38] truces cantu solitus mulcire leones,

Iustitia, et cithara insignis, venerabilis annis,

Incola sylvarum primus; quem Thracia vidit

Aeream dulci Rhodopen dum voce moveret,                              150

Praecipitem fidibus blandis dum sisteret Hebrum.

Huic duo per montes, auritaque rura canenti

Perpetui comites; dextrae germanus [39] inhaeret,

Filius [40] ac laevae: tegit illum linea vestis;

Iste sacer Musis plenum de fonte reposcit                                               155

Atque pium cratera patri porgebat anhelo,

Denique Graiorum latebras, Asiaeque vireta,

Hebraeosque graves, et Carmine trita minaci

Gramina Iordanis, peregrìnaque nomina lustrans

Molila rura Arabûm salis indiga, ditia mellis.                             160

Affixusque oculis, animoque intentus ubique

Vidi alios, atque inde alios: non omnia passim

Fisa sequor.  Vidi Sicula regione creatum [41],

Ac socios [42], quibus horridulum cantare voluptas

Prima gregem, latebrisque minas vitare leonum.                       165

Quique [43] alios supra tenet ortum a Carmine nomen;

Quique [44] gregem calida gelidus male pavit in Aetna:

Qui [45] docet Ephesios, Tyrios qui [46] rumpere campos.

Dodo ac altisono divulsus ab agmine tandem

Flector; ibi unum [47] omnes, quem turpis habebat                   170

Angulus et tenui ridebant pascua nutu,

Nudus ut ille iugis, macidum raucumque canendo,

Indignum magni praedonis rettulit aurum,

Sed quid ago? aut patriis quorsum peregrinos ab arvis?

Doctior inde domum fesso dum remige porto                            175

Brundusii egresso, iuvenis [48] placidissima alto

Occurrens, trepidam porrexit ab aggere dextram;

Maternumque ostendit Avum [49] per rara iacentis

Appuliae, Calabrumque nemus sub valle Galesi

Ingenio agricolam, nulla tamen arte colentem.                           180

Pana virum video, nec secum multa locutus,

Eminus Aruncaeque ducem [50], populumque saluto

Moris aratorem veteris, quoque Aufidus aequor

Fertur in Adriacum patrio sub sole perustum

Libertum [51] dominoque lyra gregibusque placentem             185

Alloquor. [52]b Inde alius gelidi Sulmonis alumnus [53]

Multa iocans, longamque aciem per opaca latentum

Ostendens digito, fuseos aperire recessus

Tentavit frustra: vultus densissima nubes

Texerat ambiguos; dubium vix murmur ad aures                      190

Aura tulit. Quantum in nobis oblivia possunt!

Unus [54] in hoc numero gaudens se condere vivo?

Fonte, Deos nemorum, fluviorum arsisse puellas

Aequoreosque alius memorabat carmine nostro

Insuetum cecinisse Deos; aliusque [55] vicissim                            195

Montanum imparibus carmen variabat avenis.

Hinc procul et Latio et Musis carissimus [56] Afris;

Fluctivagosque alias [57] numerans sub gurgite pisces

Aurea plectra apio cinctus viridante movebat.

Hinc alius [58] rutilumque crocum, et candentia carpens            200

Lilia, tum varios iungebat in ordine flores.

Multa libens sileo: sed iam mihi nota tenenti

Longa brevi stringens aderat suspiria cantu;

Paupertas quem [59] tuta iuvet et Delias arder.

Calvus [60] amans alius restinctam Carmine flammam              205

Flens quasi supplicium, properataque tempora fati;

Accensamque alius; dubium [61] Romanus an Umber:

Umber erat, varieque minax, et blandus amice.

Notior [62] inde alius fluviali occurrit Aquino

Turbidus aspectu et ruralibus horridus armis.                             210

Arpinati [63] alius sylva, cui pauper amictus

Victus inops oc difficilis, sed laeta carienti

Frons erat, et nullo vitae turbata labore.

Protinus hinc geminae tangebant sidera quercus

Unde salus pecori bis contigit; altera [64] dextrae                        215

Altera [65] laus linguae. Magnos brevis herba iuvencos

Fecerat: una duos contexerat umbra Gigantes.

Hinc [66] quoque vidi alium Campano carmina fastu

Implentem et multum gracili sibi voce placentem.

Sic venerabundus dominantis limina Romae                      220

Ingredior. Stupor hic tremulam suppressit avenam

Pila inter, tristesque, tubas strepitumque rotarum.

At studio verum Latia dum demoror urbe

Forte procul tenuem dubia vix aure susurrum

Grandaevi senis [67] accipio; doceorque paternis                        225

Hunc primum cecinisse modis. Audentior [68] alter,

Posteriorque, humili quamvis de stirpe parentum

Ortus, et Adriacum iussus migrare Pisaurum,

Posthabuit quem tunc horrebant undique colles;

Agrestem summo imperio praeponere Musam                         230

Non veritus, facilique hederae submittere lauros.

Hic alienigenam servum [69] quem career honestus

Fecerat ingenuum, multaque ornaverat arte,

Audivi, cantare hominum moresque, dolosque,

Atque metus, curasque senum, et iuvenilia furta                             235

Lenonumque artes; iam tempore murmuris Afri

Oblitum, atque Italo texentem pectina Carmen.

Hinc cui relligio [70] sylvestris, atque inclita rerum

Copia, et ignoti nihil usquam ut prisca ferebat

Fama, sed Aesonides carmen cum vellere fulvo.                       240

Qui [71] canit Alciden, qui [72] Thesèa: quique [73], cruentis

Fratribus in campum adductis, ad mollia castra

Transfugit occultus, blandumque Cupidinis agmen.

Relliquias [74] qui, Troia, tuas, et frusta legebat

Maeonio neglecta seni; qui [75] prole decora,                             245

Coniugio et memori studiosum ornaverat usum.

Qui mensas [76], versuque gregem laceraret edacem;

Et qui [77] laudatae caneret convitia gentis.

Potio [78] et hunc nono pascebat caseus anno.

Hunc [79] videas dextra rigidam gestare securim,                     250

Ornantem officii generoso gutture pompam.

Hunc [80] gravitas, illum [81] censura severior, offert.

Hinc [82] tenui vinclo profugos qui nexuit annos,

Saecula Pierio nixus cohibere furore;

Pennatas [83] Musas qui Mania traxit ad arma,                         255

Punica dum Latio ferveret in orbe procella.

Indixit [84] qui bella feris, sylvasque tumultu

Miscuit, apta vagis cudens venantibus arma.

Tramite qui [85] longo  Troianum Antenora colles

Duxit ad Euganeos; nec [86] non comitante marito                    260

Bis raptam fessis Helenam qui reddidit Argis.

Phyllida qui [87] querula, Pheacûm qiui [88] voce latina

Luxuriem, moresque canit; quique [89] Hectora supra

Ilion eversum,  Troiamque a stirpe revulsam;

Quique [90] nurum, dotemque Iovi convexit opimam.               265

Linquo [91] senem qui discipulum per prata sonorum,

Hesperiamque tubam docto conflaverat ore.

Linquo [92] virum fortem posita qui casside maestus,

Sed iustus, plenusque irae saliebat honestae;

Vnde alium [93] domini vidi meruisse favorem.                           270

Vidi qui [94] quoties libuisset ferrea blando

Pectora molliret cantu, lacrimasque moveret

Hic [95] quoque (iam memini) miserum solabar amantem.

Amentemque magis, cui vis erat ampia canorae

Vocis, et ingenii magnus sub pectore torrens.                             275

Est amor exitio pastorum publica pestis

Blandus ubi immitem peperit furor ille furorem.

Forte oculos, avidumque animum septena per antra

Nobilibus famosa iugis, et opaca moventi,

Collis ubi Arcadiae celeberrima carmina Nympha                    280

Arte patrum curas, fugitivaque verba ligarat,

Monstratur, celsoque virens [96] in vertice Laurus

Admonuit nostrae, et dulcem renovavit amorem.

Tum [97] frondosa, ingens ramis altissima fagus

Optatamque gregi, gregis et ductoribus umbram                     285

Fundebat volucrum sedes aptissima nidis,

Assiduumque sonans, varioque exercita canta;

Atque hic [98] multa iubens, et sede verendus acerna,

Formosusque Gigas lucum omnem fronte serena,

Et pastorali ius maiestate regebat:                                               290

Otia ni desint, nulli usquam voce secundus.

Dulciter ille quidem, (quamquam raucescere curis

Musa solet) sed rara canens, frontesqe canentum

Exornans niveis vittis et fronde perenni.

Ille ubi pastoris properatum funus amati                                  295

Flevit, inexplicitum Carmen mandasse duobus

Fertur et angusta limam sub lege dedisse:

Iusso alacres instare operi, rerumque suarum

Immemores, aliena manu tractare magistra

Conspiceres, laudemque alii, sibi velle laborem.                        300

Tres nemorum dominos, et eodem cespite Musis!

Intentos gregibusque simul, spectare decorum et

Dulce fuit; quorum unus [99] iter cantabat acuta

Voce suum: niger ille oculos, gestuque venusto,

Pastorum pavor et stimulus; contra ille secundus, [100]             305

Totus amor, placida doctus nil fronte negare.

Tertius [101] impexis aestus et frigora et imbres

Assuetus perferre comis qui multa ridendo

Omnes ambierat sylvas cycneaque sera

Carmina iam properans vicina morte canebat.                          310

Longe ibi trans fluvium Regum inter busta seorsum,

Unus erat rutilus divini ruris arator [102]

Qui pinguem scabro sulcabat vomere campum.

Huic comes, hinc prudens [103],  hinc sedulus [104] alter aranti,

Certabant rigido glebas convellere rostro.                                  315

Terra ferax, fessique boves; et laurea nusquam

Nusquam hederae, aut myrtus: viridis nam gloria serti,

Non studium Musae, et fragilis vox: area sacro

Fonte recens, atque alta domus, tum pinea late

Sylva virens, dulcesque oleae; gremioque decorum                  320

Clara fovens roseo puerum stat limine virgo.

Hic matrona fuit hortis quae lecta remotis,

Vimineis calathis templo aurea poma sacravit.

Mira loquar, supraque fidem: sed carmina vidi

Hic hominisy pariterque aquilae, bovis, atque leonis                325

Hispanum nostra modulantem voce iuvencum. [105]

Procedo iam ruris opes visurus Hetrusci.

Hinc mihi Vulterris iuvenis [106] fuit obvius altis

Cultor agri rigidus; patriaeque in maenibus alter [107]

Lenior at sterilem versando expertus arenam.                           330

Cuncta dehinc inculta iacent; adverea sed inter

Imus ad Hispanos cultus. Est Corduba testis,

Civis et alta [108] canens ad solem vertice nudo,

Nil patrii sermonis habens, nil frontis Hiberae.

Testis et Emerita est, et Bilbilis [109], atque vadosis                    335

Gadibus ora tepens, noctem quae sera, diemque,

Ultima surgentem solem videt, atque cadentem.

Hinc ego Burdegalam repetens, in littore cerno

Aequor ubi ambiguum refluo ferit amne Garumna,

Multiloquum [110], magnumque senem, quem templa vasati  340

Nominis Ausonii dederant. Urbanior [111] inde

Unus, aquis ubi fessus Atax languentibus exit,

Occupat eloquio; notus procul ille Larissae,

Notus apud Thebas. Sed enim Tyberina latine

Docti omnes per rura loqui; tuque, inclyta [112] Narbo,            345

Carmina piscoso referens accepta Benaco.

Sum nimius; sed visa trahunt, ignosce, tenentque.

Dulcia postremo tuguri vix limina parvi,

Orbe peragrato, et Laurum, mea regna, revisi.

Soc. Undique convectis ornans, reor, artibus illam.                            350

Syl. Longus ero, si concia sequar; sic illa parentis

Naiurae, et nostro fuerat suffulta favore,

Ut neque Dodonam, nec Cretam Iuppiter illi,

Nec Venus Idaliam, aut Amathum, Eurotamque Diana,

Nec Delon, Cyrramque suam praeferret Apollo.                         355

Me quidem assiduo repetens, volucresque sagittas,

Atque arcum, pharetramque, agilem citharamque solebat

Illuc ferre suam, ramoque optare virenti.

Nescio quid (fateor, Socrates, tamen omnia nosti)

Divinum ramis inerat. Per gramina circum                      360

Ludere Amadryades passim, Nymphasque videres.

Hanc, Superûm rapido dum fulmine Rex quatit orbem,

Liquerat intactam, solio veneratus ab alto.

Romuleam vidi sobolem, pubemque superbam

Imperio, et trabeis, sacras hinc carpere frondes.                          365

Vidi hominum genus argutum, doctumque canendi

Esse sub hoc cupide, et rarissima texere serta.

Ipse ego (quid longus, quid non valet improbus usus!)

Edidici variare modos, oc multa per herbam,

Sed non magna canens; demum me frondibus hisdem              370

Exorno: celsos poteram nec pendere ramos,

Ni sublatum humeris tenuisset maximus Argus. [113]c

Hinc mihi primus honor, dulcis labor, otia laeta,

Pastorumque favor multus, collesque per omnes

Ilicet agnosci incipio, digitoque notari.                                          375

Laurea cognomen tribuit mihi, Laurea famam,

Laurea divitias: fueram qui pauper in arvis,

Dives eram in sylvis; nec me felicior alter.

Sed laetum Fortuna oculo conspexit iniquo.

Forte aberam, sylvasque ieram spectare vetustas:                        380

Pestifer hinc Eurus, hinc humidus irruit Auster;

Et stratis late arboribus, mea gaudio Laurum

Extirpant, franguntque truces, terraeque cavernis

Brachia ramorum, frondesque tulere comantes.

Hei mihi! quo nunc fessus eam? Quibus anxius umbris              385

Recreer? aut ubi iam senior nova carmina cantem?

Illic notus eram. Quo nunc vagus orbe requirar?

Quae me terra capit? Potes ad tua damna reverti

Infelix, sparsasque solo conquidere frondes,

Et laceros ramos, et iam sine cortice truncum                              390

Amplecti, lacrymisque arentia membra rigare.

Ibis, an ignotas fugies moriturus in oras?

Infaustum, vivaxque caput! dulcissima rerum

Spes abiit. Quid vita manens invisa fruenti?

Quid fragilis, lentusque dolor praecordia versas?                        395

Soc.Pertimui, longeque aliud te fiere, putavi.

Syl. Heu, heu! parva igitur flendi tibi causa videtur?

Soc. Nulla quidem potius ; lacrymosis parce querelis:

Est dolor usque loquax. Laurum non Eurus, et Auster,

Sed Superi rapuere sacram et felicibus arvis,                               400

Inseruere Dei: pars corticis illa caduci

Opperiit; pars radices vivacior egit,

Elysiosque novo faecundat gemane campos.

Vidimus his oculis Superos, Sylvane, verendos

Leniter avulsam meliori in parte locantes.                                    405

Syl. Fidisti? an maesto solamen fingis amico ?

Soc. Vidi equidem; et comperta loquor. Vestigia supplex

Consequere, oc precare aditum, verbisque caveto

Invidiam conflare Deis: quod honestius opta,

Transire in terras, ubi nunc tua gloria vivit.                                  410

Sil. Dii faciant, precor: ecce humilis semperque precabor.

 

Note

________________________

 

[1] amente: demente.

[2] sedulo: diligente, assiduo.

[3] micidiale: assassino, uccisore.

[4]a Questo interlocutore è quel medesimo Socrate a cui tante lettere diresse il nostro Petrarca, e di cui ad altri pure scriveva attribuendogli sempre questo soprannome. Nel comento che dell’egloghe ci lasciò Donato degli Albanzani da Pratovecchio, e che inedito si conserva nella Biblioteca Medicea (cod. 33, pl. 52), di lui ci dà a pag. 32 la seguente notizia: Socrates a magno Socrate dictus, quidam Germanus, nomine Levisius. In musica peritissimus, ei poëtae consocius atque amicissimus. Il Petrarca stesso in una lettera inedita pubblicata dal De Sade (Pièc. justif. n. IV) lo dice nato in una lingua di terra tra il Reno, l’Olanda ed il Brabante, in luogo da lui chiamato Annea Campenieae, che secondo il De Sade suddetto corrisponde a Ham presso Bois le-Duc. Egli era molto amato dal Petrarca e suo confidentissimo. Morì di peste in Avignone nel 1361. Altre notizie di lui si troveranno nel Baldelli, pag. 273.

[5] Esiodo, poeta contemporaneo di Omero, educato in Ascra, borgo della Beozia, a piè dell’Elicona. Abbiamo di lui la Teogonia, le Opere e le Giornate, lo Scudo di Ercole e frammenti d’altri poemi.

[6] Virgilio, Mantovano. Cecinit pascua, rura, Duces.

[7] Valerio Catullo, Veronese, nato ai tempi di Silla e di Mario. Sono notissime le di lui poesie.

[8] Emilio Macro, Veronese: più vecchio di Ovidio, che così dice di lui (Trist. IV, 10): Saepe suas volucres lega mihi grandior aevo, Quaeque nocet serpens, quae iuvet herba, Macer.

[9] Cornelio Gallo, Friulano. Restano di lui pochi versi.

[10] Omero, principe dell’epica poesía. Fiorì nella Grecia 1000 anni circa innanzi l’E. V., e restano di lui II celebri poemi la Iljade e la Odissea, ed altre varie poesie.

[11] Euripide, nato in Salamina 500 anni circa prima dell’E. V.: Carmine qui tragico vilem, certavit ob hircum (Hor. de Ar. poet.). Dicesi morto lacerato da cani ( Ved. Aul. Gel. e Suid. ). Abbiamo di lui diciotto tragedie ed alcuni frammenti.

[12] Sofocle, Ateniese. Volendosi a lui togliere l’amministrazione delle cose sue per accusa d’imbecillità, recitò ai giudici il suo Edipo Colonèo, e fu assolto (Cic., de Sen, cap. 7 ). Restano di esso sette tragedie.

[13] Esiodo, Ascreo, indicato di sopra.

[14] Simonide, nato in Ceo verso l’anno 560 avanti l’E. V., e morto nonagenario. Lirico celebratissimo, e maestro di Pindaro. Di lui si trovano pochi frammenti nei Poeti greci minori.

[15] Saffo, famosa poetessa, che diede il suo nome ad un metro di Tersi, nata in Mitilene nell’isola di Lesbo 610 anni prima dell’E. V. Dicesi che disperata per amore si precipitasse dalla rupe Leucadia nel mare. Abbiamo di essa due odi, tre epigrammi ed alcuni frammenti.

[16] Fileta, natio di Coo, maestro di Tolomeo Filadelfo, poeta elegiaco (Ved. Prop.).

[17] Antimaco, di Colofone, che fiorì 400 anni circa avanti l’E. V., di cui restano pochissimi frammenti.

[18] Callimaco, nativo di Cirene nella Libia. Fiorirà nella corte di Tolomeo Filadelfo 250 anni prima dell’E. V. Abbiamo di lui sei inni ed alcuni frammenti.

[19] Anacreonte, di Teo nella Ionia. Convisse con Policrate ed Ipparco, che dominavano uno in Samo e l'altro in Atene, verso l'anno 520 prifffa dell’E. V. Lirico soavissimo, del quale sono conservate cinquantacinque odi, alcuni epigrammi e pochi frammenti.

[20] Pindaro. Ebbe i suoi natali in Tebe nella Beozia 510 anni avanti l’E. V. Principe della lirica poesia. Di lui ci restano quarantacinque odi.

[21] Antipatro, Sidonio, poeta, del quale abbiamo pochi versi. Di lui narra Plinto (Ub. VII, cap. 51) che omnibus annis uno die tantum natali corripiebatur febri. Lo stesso leggesi in Val. Mass. lib. I, cap. 8.

[22] Tirteo, Ateniese. Vivea 600 anni circa prima dell’E. V. ; Tyrtaeusque mares animos in martia bella Versibus cxacuit (Hor. de Ar.poet.). Abbiamo di lui quattro elegie ed alcuni frammenti.

[23] Solone, poeta, filosofo e legislatore di Atene verso 590 anni prima dell’E. V. Restano di lui pochissimi frammenti dei cinquemila versi che, secondo la testimonianza di Laerzio, avea scritti.

[24] Eschilo, nato ad Eleusi 530 anni circa avanti l’E. V. Compose molte tragedie delle quali ce ne rimangono sole sette. Morì d’anni settanta, di morte straordinarissima, come scrive Val. Mass. lib. IX, cap. 12: Super quem aquila testudinem ferens, elusa splendore capitis, (erat enim capillis vacuum) perinde atque lapidi eam illisit, ut fractae carne vcsceretur. Lo stesso indica Plinio lib. X, cap. 3.

[25] Menandro, Ateniese, scrittore celebre di commedie. Fiorì 300 anni circa innanzi l’era volgare. Di lui scrive Aul. Gel. lib. XVII, cap. 4 « Menander a Phjlemone nequaquam pari scriptore in certaminibus comoediarum ambitu, gratiaque et factionibus vincebatur. Eum quum forte habuisset obviam: Quaeso, inquit, Philemo, bona venia die mihi: Quum me vincis non erubescis? Restano di lui alcuni frammenti.

[26] Archiloco, del’isola di Paro, nato 700 anni circa prima dell’E. V. Fu satirico sanguinoso, e distinto per forza di sentenze. Si trovano alcuni suoi frammenti nella Raccolta de’ Poeti greci.

[27] Alceo, di Mitilene, nato 600 anni prima dell1 E. V. Poeta lirico, cacciato dalla patria, indi richiamato dal suo rivale Pittaco.

[28] Teognide, di Megara. Fioriva 550 anni circa prima dell’E. V. Scrisse in versi elegiaci un trattato di Precetti morali, che intitolò Sentenze, de’ quali ce ne restano più di miladugento.

[29] *Alceste, poeta tragico copioso, e che si gloriava di scrivere in brevissimo tempo gran numero di versi (Ved. Val. Mass. lib. III, cap. 7).

[30] *Tespi, nativo dell’Attica, è considerato come l’inventore della tragedia (Ved. Hor. de Art. poet.).

[31] *Epicarmo, credesi nato in Siracusa. Uno de’primi poeti comici 500 anni circa prima dell’E. V. Abbiamo di lui pochissimi frammenti.

[32] Aristofane, Ateniese, il più ingegnoso ed elegante degli scrittori comici, ma anche il più satirico e licenzioso, contemporaneo e nemico di Socrate. Ci restano di lui undici commedie intere e pochi frammenti.

[33] Apollonio, di Rodi. Visse al tempo di Tolomeo Evergete 200 armi circa prima dell’E. V. Abbiamo di lui l’Argonautico, poema scritto con diligenza. Partenio ne’ suoi Erotici indica che il detto Apollonio avea descritta copiosamente la infelice avventura di Biblide.

[34] Arato, nativo della Cilicia al tempo di Antigono Gonata re di Macedonia. Scrisse un poema astronomico che ci resta, e che abbiamo anche tradotto da Cicerone.

[35] Anfione, Tebano. Si crede inventore della musica (Hor. de Art. poët. ). Dictus et Amphion Thebanae conditor arcis Saxa movere sono testudinis (Ovid. Metamorph. lib. XV).

[36] Platone, Ateniese. Nacque 430 anni prima dell’E. V., e morì ottuagenario. La ginnastica, la pittura, la poesia, la musica, e più di tutto la filosofia furono le di lui occupazioni (Ved. Diog. Laerz.).

[37] *Sofrone, Ateniese, contemporaneo di Euripide. Le sue composizioni, miste di versi e di prosa, erano del genere di proverbi, allusioni, parodie e simili (V. Diog. Laer.).

[38] Orfeo. Credesi nativo della Tracia 1270 anni avanti l’E. V. Le cose che si narrano del suono e del canto di lui hanno del miracoloso. Ci restano alcuni suoi versi.

[39] Lino, poeta antichissimo; dicesi inventore della lira. Stobéo ci ha conservati pochi versi col nome di Lino.

[40] Musèo, Ateniese, nato 1150 anni prima dell’E. V. Vien creduto autore del poemetto sulle avventure di Ero e Leandro.

[41] Bione, poeta bucolico graziosissimo, nativo di Smirne, 125 anni avanti l’E. V. Visse moltissimo tempo in Sicilia. Ci rimangono di lui alcuni idilli, fra quali il bellissimo canto funebre sulla morte di Adone.

[42] Mosco, di Siracusa, contemporaneo di Teocrito e discepolo di Bione. Abbiamo di lui otto elegantissimi idilli.

[43] Teocrito, Siracusano. Fiorì 270 anni circa innanzi l’E. V. Prìncipe de’ poeti bucolici, e cara a Gerone il giovane e a Tolomeo Filadelfo. Ne rimangono di lui trentasette idilli, ventidue epigrammi ed un giocoso poemetto intitolato Siringa.

[44] Empedocle, d’Agrigento. Fioriva verso l’anno 44° prima dell’E. V. Ci restano pochi frammenti di un suo poema intorno alla natura ed ai principi delle Cose. Mori arso nel vulcano dell’Etna. Deus immortalis haberi Dum cupit Empedocles ardentem frigidus Ætnam Insiluit (Hor. Art. poët.).

[45] Eraclito, di Efeso, vivente 80 anni prima dell’E. V. Restano di lui pochi versi oscuri del trattato della Natura.

[46] Massimo, di Tiro. Fiorì al tempo degli Antonini. Abbiamo di lui quarantuna Dispute.

[47] Cherilo, cattivo poeta alla Corte di Alessandro Magno. V. Hor. lib. II, epist. 1 : Gratus Alexandro Regi magno fuit ille Choerilus incultis qui versibus et male notis rettulit acceptos regale numisma, Philippos.

[48] Pacuvio, nativo di Brindisi, nipote di Ennio, poeta tragico, che visse al tempo della seconda guerra Punica. Restano di lui pochi frammenti.

[49] Ennio, nativo delle Calabrie, contemporaneo de’ Scipioni, poeta epico: ingenio maximus, arte rudis (Ovid. Tris.). Abbiamo di lui alquanti frammenti.

[50] Lucilio, nato in Arunca, oggi Suessa, in Terra di Lavoro, cavalier romano, prozio di Pompeo ed egregio poeta satirico. Satira tota nostra est, in qua primus insignem laudem adeptus est Lucilius (Quint. lib. 10).

[51] Orazio Flacco, di Venosa, contemporaneo d’Augusto, principe de’ Lirici latini, del quale oltre le odi abbiamo satire ed epistole. Et tenuit nostras numerosus Horatius aures Dum ferit Ausonia carmina culta lyra (Ovid. Trist. lib. IV, 10).

[52] Ovidio, nato in Sulmona quarant’anni circa prima dell’E. V. Poeta ingegnosissimo, del quale ci restano il poema delle Metamorfosi e moltissime elegie di vario argomento.

[53] b Questo ed i seguenti quattro versi possono appropriarsi all'egregio volgarizzatore di quest’egloga circa lo studio suo per trarre dalla oscurità delle parole la chiarezza de’ nomi di quegli antichi autori qui accennati dal Petrarca.

[54] Fontano, contemporaneo di Ovidio. Naiadas a Satiris caneret Fontanus amatas (Ovid. ex Pont. IV, 16).

[55] Giulio Montano, poeta caro a Tiberio. Quique vel imparibus numeris, Montane, vel aequis sufficis (Ovid. ib. ).

[56] Nemesiano, nato in Affrica a Cartagine. Ci restano di lui quattro egloghe, ed un Carmen cyrnegeticon dedicato all’Iimperador Caro.

[57] Grazio Falisco, contemporaneo di Ovidio. Il poemetto intitolato Halieuticon, intorno ai Pesci, stampato fra le opere del Sulmonese, da molti si crede del Falisco.

[58] *Domizio Marso, poeta di qualche nome a’ tempi di Orazio.

[59] Albio Tibullo, Romano, contemporaneo di Angusto. Abbiamo di lui quattro libri di elegie le più terse ed eleganti.

[60] Gallo, contemporaneo ed amico di Virgilio. Fu suicida, e furono stampati come suoi alcuni versi contro la vecchiaja.

[61] Properzio, nativo dell’Umbria, all’epoca di Augusto. Elegiografo erudito e facondo. Successor fuit hic tibi (Tibullo), Galle; Propertius illi; Quartus ab his serie temporis ipse fui (Ovid. Tris. lib. IV, el. 10).

[62] Giuvenale, d’Aquino. Fiorì sotto Domiziano, e ci restano di lui sedici satire di uno stile veemente, e piene di bile terribile.

[63] *Plauto, nato nell’Umbria circa 200 anni prima di G. C. Porero e lavorando al molino scrisse commedie della più pura latinità.

[64] C. Mario, di Arpino. Famoso per le vittorie contro i Cimbri, e per le proscrizioni. Forse fu posto fra’ poeti dal Petrarca in grazia del verso d’Ovidio ex Pont. lib. IV, 16: Et Marius scripti dexter in omne genus.

[65] M. Tullio Cicerone, di Arpino. Principe della romana eloquenza, ma non felice poeta.

[66] C. Nevio, che fiorì ai tempi della seconda guerra Punica, del quale parla Cicerone in Brut., ed Aulo Gellio, lib. XVII, cap. 31. An. post Romam conditam 521 C. Naevius poëta fabulas apud populum dedit.

[67] Livio Andronico, servo manomesso da Livio Salinatore. Dopo la morte di Sofocle e di Euripide fé sentire in Roma le prime tragedie. Ved. Cicer. de Claris Oratoribus, ed Aul. Gel. lib. XVII, cap. 21. L. Livius poëta fabulas docere Romae coepit post Sophoclis et Euripidis mortem.

[68] Accio, poeta tragico antico ed insigne. Cicerone ne’ suoi scritti ci conservò alcuni frammenti delle di lui tragedie, che a giudizio di Quintiliano fuerunt clarissimae gravitate sententiarum, verborum pendere, et auctoritate personarum. (Lib. X, cap, 1 ).

[69] Terenzio, nativo d’Affrica. Poeta comico gentilissimo e di purgatissima lingua, protetto da Scipione e da Lelio. Abbiamo di lui sei commedie.

[70] Varrone Atacino, della Gallia Narbonese (qui malamente confuso coll’antico eruditissimo M. Varrone Romano). Fiorì al tempo del primo Triumvirato, e scrisse, fra le altre cose, un poema, ad imitazione di Apollonio Rodio, sulla spedizione Argonautica. Di lui dice Ovidio (Am. I, 15): Varronem primamque ratem quae nesciat aetas, Aureaque Æsonio terga petita duci?

[71] Caro, poeta dottissimo, amico di Ovidio, che scrisse le gesta di Ercole perseguitato da Giunone. Di lui Ovidio ( ex Pont, lib. IV, 16): Et, qui Junonem laesisset in Hercule, Carus; Iunonis si non iam gener Me foret.

[72] Ped. Albinouano, che visse al tempo di Augusto. Scrisse molti versi, e fra gli altri un poema intorno alle imprese di Teseo, come indica Ovidio nella epist. 10 del lib. IV ex Ponto al medesimo diretta: Attu, non dubito, quum Carmine Thesea laudes Materiae titulos quin tueare tuae.

[73] Papinio Stazio, Napoletano, poeta famoso ai tempi di Domiziano. Abbiamo di lui molte cose; due poemi, la Tebaide e l’Achilleide, varie epistole, e varie composizioni intitolate Selve. Della Tebaide così scrive Giuvenale, Sat. 7: Curritur ad vocem iucundam, et Carmen amicae Thebaidos, laetam fecit cum Statius urbem, promisitque diem.

[74] Macro, poeta contemporaneo ed amico di Ovidio, al quale è diretta da esso Ovidio la epist. X del lib. II de Ponto, ove dicesi : Tu canis aeterno quidquid restabat Homero.

[75] Cassio Severo, contemporaneo di Ovidio. Quique dedit Latio Carmen regale Severus (Ovid. ex: Pont. ep. 16, lib. IV).

[76] Dosseno, satirico indicato da Orazio, lib. II, epist. I : Quantus sit Dossenus edacibus in parasitis.

[77] *Melisso, nominato da Ovidio, ex Ponto lib. IV, epist. 16: Et tua cum socco Musa, Melisse, levis.

[78] *Zoroastro, del quale scrive Plinio, lib. XI, cap. 42: Tradunt Zoroastrem in desertis caseo vixisse multis annis.

[79] *Arunzio Stella, Padovano, contemporaneo di Stazio, che nell’Epit. dice: Tecum .., Stella,.. bacchamur ad aras.

[80] *Passieno Paolo, discendente ed imitator di Properzio a’ tempi di Plinio juniore, del quale vedi lib. IX, epist. 22.

[81] Verginio, del quale Plin. jun. lib. VI, ep. 21: Ornavit virtutes, insectatus est vitia ec.

[82] Sabino, nominato da Ovidio, ex Ponto lib. IV, 16: Quique suum Troecena imperfectumque dierum Deseruit celeri morte Sabinus opus.

[83] Silio Italico. Era console alla morte di Nerone. Poeta gravissimo, del quale abbiamo un poema intorno alla seconda guerra punica. Di lui scrive Marziale: Perpetui nunquam moritura volumina Sili.

[84] Calpumio, nato in Sicilia, contemporaneo di Nemesiano, del quale abbiamo poche egloghe.

[85] Largo, indicato da Ovidio, ex Ponto lib. IV, 16: Ingeniique sui dictus cognomina Largus, Gallica qui Phrygium duxit in arva senem.

[86] Lupo, altro poeta pur indicato da Ovidio, ex Ponto lib. IV, 16: … et auctor Tantalidae reducis, Tyndaridosque Lupus.

[87] Tosco, altro poeta nominato nella epist. 16 del lib. IV ex Ponto di Ovidio: Quique sua nomen Phyllide Tuscus habet.

[88] Tuticano. Ved. Ovid. ex Ponto lib. IV, 12: Dignam Maeoniis Phaeacida condere choreis Cum te Pierides perdocuere tuae. E lib. IV, eleg. 16: Et qui Phaeacida vertit.

[89] Camerino. Ved. Ovid. la stessa epist. 16 del lib. IV: Quique canit domitam Camerinus ab Hercule Troiam.

[90] Seneca, vivente ai tempi di Nerone, del quale ci restano dieci tragedie.

[91] Archia, poeta, a favor del quale abbiamo una Orazione di Cicerone.

[92] Laberio, cavaliere romano, che di sessantanni fa da Cesare fatto sì che recitasse sul teatro.

[93] Publio Siro, mimografo, favorito da Giulio Cesare. Abbiamo di lui alquanti versi sentenziosi.

[94] Pupio, del quale Orazio, lib. I, epist. 1, dice: Lacrymosa poëmata Pupi.

[95] T. Lucrezio Caro, poeta e filosofo epicureo, morto il dì che nacque Virgilio, essendosi da se stesso ucciso, reso maniaco dopo la bibita di un farmaco amatorio. Il suo poema de Rerum natura è giudicato da Cicerone multae artis.

[96] Viene indicato il sepolcro di Virgilio nelle vicinanze di Napoli, dov’era cresciuto un bellissimo alloro.

[97] Mecenate, favorito di Augusto, gran protettore de’ letterati, che diede il nome ai simili a lui.

[98] Imp. Augusto, amantissimo di Virgilio, la di cui Eneide per di lui comando fu salvata dal fuoco, al quale l’aveva condannata il suo autore, e data da rivedere ai due poeti Vario e Tucca.

[99] Giulio Cesare. Ved. Svet. n. 45, 55, 56: Nigris, vegetisque oculis .... voce acuta, ardènti mota gestuque ... Commentarios scripsit. .. Laudes Herculis, et Oedipum.

[100] Germanico. Ved. Ovid. ex Ponto lib. IV, 8: Non potest qfficium vatis contemnere vates.

[101] Adriano. Ved. Spartian. 25, ed i versi che recitò moribondo: Animula, vagula, blandula ec.

[102] Aratore, poeta, suddiacono in Roma nel ii secolo, che ha messo in cattivi esametri gli Atti degli Apostoli e li presentò a papa Vigilio.

[103] Prudenzio, il più celebre tra primi poeti cristiani. Fiorì nel iv secolo, ed abbiamo di lui poemetti ed inni, alcuni de’ quali si cantano ancora nelle funzioni ecclesiastiche.

[104] C. Sedulio, sacerdote cristiano del v secolo. Scrisse in cinque libri Carmen Paschale, che contengono: il primo le principali storie del Vecchio Testamento, e gli altri quattro i miracoli di Gesù Cristo.

[105] Giovenco, uno de’ primi poeti cristiani verso l’anno 330. Ha posto in versi di non buona latinità la Vita di G. C. in quattro libri, seguendo fedelmente quasi parola per parola i testi dei quattro Evangelisti.

[106] Aulo Persio, nato in Volterra. Scrisse nei terribili tempi di Nerone alcune satire, che ci restano, rigide ed oscure.

[107] *Claudiano, creduto nativo della Toscana. Poeta magniloquo, che scrisse ai tempi di Giustiniano, e del quale abbiamo poemi, elegie ed epigrammi.

[108] Lucano, di Cordova. Scrisse un poema intitolato Pharsalia, intorno alle guerre civili di Cesare e Pompeo, stimato il migliore fra i latini dopo l’Eneide. Fu vittima di Nerone.

[109] Marziale, di Siviglia. Abbiamo di lui migliaja di epigrammi. Sunt bona, sunt mediocria, sunt mala plora.

[110] Ausonio, poeta celebre, nato in Bordeaux. Fiorì sotto gl’imperadori Arcadio ed Onorio. Abbiamo di lui molti versi.

[111] *Petronio Arbitro, di Marsiglia, favorito di Nerone. Inter paucos familiarium elegantiae arbiter (Tac. An. XVI).

[112] Votieno, poeta contemporaneo di Marziale. Lib. VIII, ep. 8: Docti Patria Narbo Votieni.

[113]c Sotto il nome d'Argo ascondesi in varie altre egloghe del Petrarca il re Roberto di Napoli, e cosi pure in questa ove ei si trova si chiaramente accennato, che non può aversene dubbio alcuno. Quivi dicesi che il Poeta non sarebbe mai giunto a conseguire l'onor dell'alloro,

Se non m' avesse colle proprie spalle

Saputo sollevar l’altissim’Argo:

ed alludesi manifestamente alla parte che quel Re prese alla laureazione del Poeta coll'esaminarlo e riconoscerlo solennemente meritevole della corona.

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