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Edizione di riferimento
Francisci Petrarchae, Poëmata minora quae exstant omnia - Nunc primo ad trutinam revocata ac recensita, Vol. I., Mediolani excudebat societas typographica classicorum Italiae scriptorum MDCCCXXIX
Poesie minori del Petrarca sul testo latino ora corretto, volgarizzate da poeti viventi o da poco defunti, vol. I., Milano, dalla Società Tipografica de’ Classici Italiani, MDCCCXXIX
La peste, che dal principio del 1348 fino al 1350 infestò progressivamente tutta Europa, fece perdere al Petrarca, oltre all’amata sua Laura (morta ai 6 d’aprile del 1348), moltissimi de’ suoi amici migliori: il cardinale Giovanni Colonna, Franceschino degli Albizzi, Roberto de’ Bardi, Sennuccio del Bene, Paganino Bezozzi, ec. Altri amici per altre cause gli rapì la morte nel corso di questi cinque o sei anni. Il dolore che gliene venne, leggesi espresso in moltissime delle lettere familiari che scrisse in questi tempi. Non è dunque maraviglia se su questo tema scrisse anche un’Egloga, qual è appunto la presente.
Lo spirito infatti che vi domina è quello della tristezza per tutte le calamità che la natura adunò a quel tempo, e più di tutto per quella della peste. Il querulo Filogèo se ne lagna riandandole tutte, mentre il consolatore Teofilo lo riprende del suo amore per le cose terrene, e lo consiglia di battere in mezzo a tante sciagure la via che conduce alla celeste beatitudine. Al quale consiglio l’afflitto pastore docilissimo si presta, ed implora avervi lui per sua guida.
Fil. Ahi mie case in ruina! ahi picciol campo
Sotto cielo inclemente! Ora che giova
La mite pioggia che feconda, erbe,
E tanta cura che ne costa il gregge,
E lo spiro di Zeffiro alle messi, 5
E la pietà del sole? Aspra la sorte
A le ville fu sempre, e la raccolta
Non rispose alla mostra. L’infelice
Villano, quando nuovamente il Tauro
Spande i fiori dal cielo, allor togliendo 10
Con dura man la scabra marra e il rastro,
Si conduce a mirar le sue speranze;
I buoi stimola al campo, e sull’aratro
Si appoggia tutto. Un arboscel qui pianta;
Qui con l’ugna le triste erbe nocenti 15
Svelle, e separa l'inimico loglio
Da le fertili biade: apre le fosse,
Ed arma contro la piovosa bruma
Le ripe intonicandole di terra;
Da’ solchi quindi per cammin declive 20
Diverte i rivi, non lasciando cosa
Intentata o inesperta. Allor da l'Austro
Le nubi mira, e seco stesso incusa
Le inerti pioggie: dì tranquilli e venti
Propizj invoca, e di sue preci e voti 25
Il cielo stanca. Ahi miserello! quando
Per sudori anelante i gaudj suoi
Vede fiorir, ed i granai già schiude,
Ecco procella con vortice orrendo
Schianta le messi, e una brev’ora perde 30
Le fatiche di un anno; e al vecchio stanco
Perfin son tolti i cari sogni. Aggiungi
E la subita rabbia del torrente,
E i lungi stuoli degl’ingordi augelli,
E il cader de le case, e i fuochi e i ladri, 35
E agli egri corpi la nebbia mortifera,
E i casi innumerabili del gregge,
E degli uomini i danni. Tutte cose
Che trascorro piangendo ( e il pianto appena
Ora è concesso), che timor di morte 40
Mi comprime nel sen voce e sospiri.
Ahimè! tapino me! dove fui tratto
Dal cieco amor de l’oro? Oh quali e quante
Potea più certe, come il volgo suole,
Arti e vie mi tentar! Perchè al peggiore 45
Ahimè tenni! a fatica ognor compagna
Di povertade, a volger terra ingrata,
E sempre udir le stridule cicale?
Teo. A che piangi? Fin dove la fortuna
Ti fu molesta, o Filogèo!
Fil. Che piango? 50
Mira i miei campi. Oh fatiche mie tante,
Oh svanite speranze! A l’uom che porta
Il viver lungo? Non si cessa mai
Dal bramar ciò che nuoce. Ahimè! quegli antri,
Che a le vaganti capre eran poc’anzi 55
Ricetti angusti, ora son vuoti; e rare
Le reliquie del gregge erran da lungi
Languidamente: che le sperde e insegue
Ria morte, contro cui non dà riparo
Il vasto mar, la terra, il ciel, nè tutti 60
Gli alti gioghi del Caucaso. In tal modo
Vincitrice ella strugge ogni mio bene,
E a mano a mano i pascoli diserta.
È senza esempio lo sterminio, e appena
Daran fede i nipoti, se i nipoti 65
Dallo a noi sovrastante orribil feto
Avranno scampo.
Teo. Un grande alleviamento
È spesse volte le cagion sapersi
Del mal che n’ ange.
Fil. Molte cose a l’uomo
Celan gli Dei; nè tutti vede il servo 70
Gli arcani del signor, benchè sieno ambo
Nati mortali. Pur dirò qual grido
Discorrea per le selve. Amico, vedi
Que’ due seni del mar tagliati e rotti
Da grandi fiumi che contrario corso 75
Seguitando dividono la terra? Aspro
l’uno è di ghiaccio e di perenne
Bruma, e le tigri con fremito orrendo
Lo infestan sempre : l’altro si rallegra
Di fresche rose in primavera eterna, 80
E i dipinti augelletti lo fan bello.
La peste nata in altro suol da pria
Entrò que’ luoghi; poi di là portata,
Or regna, ahimè! ne’ campi nostri.
Teo. E come
Il morbo qua sì facilmente giunse? 85
Ahi cupidigia che ciascuno accieca!
Una parte del gregge ivi pervenne,
Gustò succhi mortiferi e acque impure;
Poi ritornando avvelenata al branco,
Il pastore al pastore, il gregge al gregge 90
Appicca il morbo che racchiuso cova.
Ne l’arido polmone. Euro pur nuoce
Con gl’infausti suoi spiri. A tutte l’ore
Periscono bifolchi, buoi, giumenti,
Pascoli e messi. Di fallaci spiche 100
Il moribondo mietitor compone
Inutil mucchio: nè confin si scorge
A tanta strage. Con ali veloci
Vola la morte; e indarno facciam schermo
Di profumi di Armenia, ch’anco a questi 105
È compagna la pèste. A che più tardo?
Tutti moriamo, se ’l destin placato
Le minaccie non cessa. Ma che mai
Resta ai miseri? Già la curva falce
Miete gli ultimi campi, u’ Costantino 110
Portò l’antica sede, e designando
Splendidamente le novelle mura,
Alzò palagi di lucente marmo.
Teo. Folle, t’inganni. L’adirato Iddio.
Con giustizia percote i rei pastori 115
E il popolo ribelle. Oh via! fuggite,
Cechi, fuggite a più sicuri regni.
Fil. Non sicuro è lo star; non più sicura
È la fuga: per tutto si rincontra
La morte; e ad ogni loco ch’io mi volga, 120
Lacci mille essa tende e reti mille.
Teo. Odi consiglio: il lento indugio sempre
È mal rimedio a’ subiti perigli.
Qua volgi gli occhi: la via retta è questa
Sgombra d’insidie, avvegnachè scabrosa, 125
E segnata da pochi, è stretta molto.
Per quella andrai ne la magione empirea,
E da le membra, sciolto avrai riposo,
Ove in eterno l'anima beata
Gode, in eterno. Ma da man sinistra 130
È l’inferna palude che di solfo
Tramanda puzza, ove tormento e guai
Avran mai sempre le perdute genti.
Ivi nel fuoco la seconda morte
Si chiama invano. Questo danno scansa, 135
E tienti al monte ch’a la destra sorge.
Fil. Mi proverò; ma tu mi segui e ajuta:
Anzi muovi primiero a me davanti,
E tua mano mi porgi.
Teo. Al fianco tuo,
Or spignendo or traendo, ultimo e primo 140
Sarò, purchè da la fatica vinto
E tu non ceda, e te medesmo giovi.
Phi. Heu lacerae fragmenta domus! Heu sydus agello
Triste meo! Quid votivi nunc stirpibus imbres,
Quid pecori studium, segeti quid lenior aura,
Aut soles valuere pii? Sors aspera ruris
Semper, et immenso tenuis fortuna paratu! 5
Agricola infelix, ubi primum cornua tollens
Fìoriger annus adest, circum sua gaudia fertur;
Rastra manu versans rigida, scabrosque ligones,
Urget in arva boves, sulcoque annixus inhaeret!
Inserit hic ramos, herbas hinc ungue nocentes 10
Vellit, et utilibus lolium secernit avenis.
Hic fodit, et ripam bellis brumalibus armat;
Inde leves prono divertit tramite rivos:
Nil vel inexpertum linquens, vel segniter idem
Expertus sed cuncta nimis. Tum nubila ab Austro 15
Suscipit, et secum pluvias incusat inertes;
Tranquillosque dies operi ventosque faventes
Invocat, ac coelum precibus votisque fatigat.
Heu misero, postquam sudore exhaustus anhelo
Spes cernit florere suas, iamque horrea laxat, 20
Ecce, furens sata cuba truci vertigine nimbus
Obruit, et longos anni brevis hora labores
Una necat, pereuntque seni sua somnia fesso!
Adde repentinam rabiem torrentis iniqui.
Adde peregrinas volucres, populantia campum 25
Agmina, tectorum lapsus, incendia, fures.
Adde gravem morbo nebulam mortesque pluentem:
Innumerosque gregis casus, hominumque ruinas:
Qualia nunc flemus moesti et vix fiere relictum est,
Ora metus mortis quoniam trepidantia claudit. 30
Heu heu! quo me cura tulit? quo coecus habendi
Traxit amor? Poteram vulgo quot tutius artes,
Quot rerum tentare vias? Cur ultima lecta est?
Paupertate labor mixtus, semperque malignam
Scalpere tellurem, querulasque optare cicadas? 40
The. Quid gemis? aut quaenam usque adeo fortuna molesta est?
Phi. Quidgemis? Heu mea rura vides? fons ecce laborum,
Atque operum spes ecce meae! Quid vivere longum
Fert homini? nec desinimus nocitura precari.
Quae modo dumivagis fuerant angusta capellis 45
Antra, vacant; raraeque procul languentis oberrant
Relliquiae armenti, quas mors violenta per orbem
Spargit et insequitur, non aequoris obice vasti,
Non caeli terraeque sito, non denique totis
Caucaseis arcenda iugis: sic omnia victrix 50
Proferit, et latos depascitur ordine saltus;
Exemplis cantora quidem, tenuemque nepotum
Vix habitura fidem; superant si forte nepotes.
Nec finem modo fata parante imponete rebus.
The. Nosse mali causas ingens solet esse levamen. 55
Dissere, si nosti, quae tantae pestis origo.
Phi. Multa Dei coelant hominem; non omnia servus
Clausa videt domini, cum sit mortalis uterque.
Quae tamen in sylvis crebrescat fabula, dicam.
Cerne sinus pelagi geminos, quos maxima frangunt 60
Flumina; et adverso dirimentia gurgite terras.
Hunc hirsuta premit glacies, et bruma perennis
Asperat horrificoque infestant, murmure tigres.[2]
Illum blanda rosis non arescentibus aestas
Temperat, et virides fantur per plana volucres. 65
Hos, alio prius orto, sinus afflaverat, orbe,
Hinc nostris, translata lues, nunc regnat in arvis![3]
The. Quo mare tam facili transivit et aethera saltu?
Phi. Illuc, heu, cupidi (stimulat sua quemque libido!)[4]
Pervenit pars una gregis, sucosque veneni 70
Et diras gustavit aquas; atque inde revertens
Mox peritura cohors late contagia fudit.
Pastorem pastor, pecudem pecus inficit aegra:
Spirat enim saniem inclusam pulmonis adusti
Alitus, infaustis aspirant flatibus Euri. 75
Intereunt iumenta, boves, durique bubulci;
Graminaque et segetes vacuis moribundus aristis
Imminet, et culmum componit messor inanem.
Nec morbi modus ullus adest: velocibus alis
Mors volat: externos frustra glomeramus odores; 80
His etiam sua pestis inest. Quid demoror? Omnes
Occidimus nisi fata minas placata remittunt.
Quanquam quid reliqui est miseris? iam falce recurva
Ultima rura metunt, graia qua vectus ab ora, [5]
Marmoreoque novam designans limite sylvam, 85
Inclyta magnificus posuit confinia pastor.
The. Falleris, ah demens! nam iusta et sera merentes
Pastores ferit ira Dei, populumque rebellem.
Effugite, o caeci, securaque poscite regna!
Phi. Nec mora tuta quidem, nec iam fuga tutior usquam: 90
Obvia mors praevenit enim; et, quocumque movemur,
Mille parat medio laqueos et retia calle.
The. Accipe consilium: propera; cunctatio namque
Lenta fuit semper subitis inimica periclis.
Huc huc volve oculos. Hate est via recta sine ullis 100
insidiis; praedura quidem calcataque paucis,
Sed super aerios arctoque tramite colles
Perferat, et sistat fessum in regione quieta:
Illic vita habitat. Laeva sed olentis Averni
Sulphureis stant stagna vadis: ibi lurida mortis
Signa vides, atroque polum nigrescere fumo, 105
Hos evade lacus; dextrum mihi prende cacumen.
Phi. Enitar. Tu me sequere, et miserere iuvando:
Quin prior, interdum attollens, et porrige dextram.
The. Ultimus ac primus, adero, pellamque trahamque:
Tu modo, nec labor officiat, tibi solus adesto. 110
Note
________________________
[1] Sotto il nome di Filogéo intende l’Autore di personificare l’amore delle cose terrene, ossia gli uomini attaccati ai beni passeggieri di questo mondo; laddove nell’interlocutore Teofilo ci presenta colui il quale, poco curandosi di questi ultimi, pensa all’eternità, e tende a Dio solamente.
[2] In tutte le stampe leggesi infestant murmure tigrex. Ma questo parmi errore grave di geografia e di storia naturale, di cui ben sappiamo non essere il nostro Petrarca stato ignaro cotanto da poterlo neppure poeticamente commettere. — Qui parlasi di due regioni e climi affatto diversi. L’una hirsuta premit glacies, et bruma perennis Asperat, horrificoque infestant murmure.... L’altra blanda rosis non arescentibus aestas Temperat ec. La prima avrà dunque un clima glaciale, o settentrionale almeno, in cui non possono certamente trovarsi le tigri, alle quali avrei perciò voluto sostituire i nembi, se non avessi contro me tutte le stampe, e l’autorità dell’egregio volgarizzatore. L’altra regione ci si presenta dall’Autore quale clima dolcissimo e soave, imbalsamato dalle rose perenni, e rallegrato dai pinti augelli. Dunque paese molto meridionale. Infatti i due mari (Cerne sinus pelagi geminos) sono il Golfo Arabico, e quello del Bengala; ed i due gran fiumi (quos maxima frangunt Flumina) sono l'Indo ed il Gange, per li quali nascono i tre continenti; mentre di quei due fiumi dicesi: et aduerso dirimentia gurgite terras. Questi continenti sono conseguentemente al di là dell’Indo l’Arabia, ed al di sopra il Tibeto, la vasta regione del ripiano centrale che stendesi al nord verso la Tartaria; tra l’Indo ed il Gange, l’India vera, ossia l’Indostan; al di là del Gange, l’India così appellata, cioè i regni d’Ava, ec. Dice poi il nostro Poeta che la peste alio prius orta orbe hos afflaverat sinus. E questo altro paese è il regno del Catai (ossia la China e parte della Tartaria) da cui appunto discese il contagio sull’Indie e sui suoi due mari; da dove passò, conforme al detto degli storici contemporanei, prossimamente alla Soria, ed indi per trabalzo all’Italia ed alla Francia. Chi scrive con tanta esattezza geografica, non può avere ignorato che le tigri non vivono nei climi settentrionali.
[3] Benvenuto da Imola ci dice nel principio del suo comento di quest’egloga: In ista nona ecloga auctor intendit describere cladem quae fuit tempore suo, videlicet MCCCLXXX. Ma qui v’ha errore di stampa, perchè in quest’anno nè fu peste, né fu contemporanea al Petrarca, il quale era nel 1380 morto già da sei anni. Quella data sarà dunque da correggersi, sostituendovi il MCCCXLVIII.
[4] Illuc heu cupidi stimulat sua quemque libido. Pervenit pars una gregis…. Così interpungono tutte le stampe. Ove però si rifletta che quel cupidi è aggiunto di gregis si comprenderà che il senso più chiaro si rende coll’averne variato il punteggiamento.
[5] Qui intendesi parlare di Costantinopoli, questa essendo la città (sylvam) cui il Magnificus pastor, vectus ab ora graia, novam designans marmoreo limite sylvam, posuit confinia inclita. E quivi dicesi essere giunta la peste discesa dal Nord e dall’Oriente. Da questa circostanza però non possiamo già arguire che l’egloga presente debba essere stata scritta avanti che la peste facesse le sue stragi in Francia ed in Italia, quasi che fossevi venuta appena da Costantinopoli; perciocché vi fu ben anzi prima portata da mercadanti genovesi e catalani che venivano dall’Indie e dalla Soría. E ciò è conforme a quanto ne dice il nostro Filogéo nel v. 20 a c. 166, per cui Teofilo gli domanda come (quo saltu) possa questo flagello avere fatto cotale passaggio; e concorda benissimo col verso 13 a car. 168, di cui qui favello, nel quale accennasi Costantinopoli quale ultima rura, cioè quale ultima regione cui quel contagio erasi allora esteso; sia poi per la primitiva naturale progressione dal Nord e dall’Oriente al Mezzodì ed al Ponente, sia pel ritorno dal Ponente al Levante. — Quello pertanto che più di tutto convince riferirsi quest’egloga al principiare del 1348, ed averla scritta il Petrarca mentre era ancora a Verona, ove sentì il forte terremoto dei 25 gennaio (Ep. Sen. L. X, ep. 2) cui pare volersi alludere ne’ versi 1 a car. 162 e 9 a car. 164; od almeno a Parma, ove giunse sui primi del seguente marzo: sarà il vedere che vi manchi qualunque allusione determinata ad alcuno de’ casi accennati nell’argomento dell’egloga, e particolarmente alla perdita della sua Laura, avvenuta appunto per questa peste. — Egli infatti, scrivendo nel 1349 (L. VIII, ep. 3 Sen.) a Mainardo, dice che l’egloghe erano state da lui composte in Valchiusa; onde potrà supporsi che allora ciò intendesse delle prime otto, mentre la nona, di cui parliamo, e la decima ed undecima, scritte infallibilmente dopo la morte di Laura, furono sicuramente composte durante la sua dimora in Italia.
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