FRANCESCO PETRARCA

EGLOGA VIII.

Divortium - La separazione

Volgarizzata dal sig. Cavaliere Angelo Maria Ricci da Rieti

Edizione di riferimento

Francisci Petrarchae, Poëmata minora quae exstant omnia - Nunc primo ad trutinam revocata ac recensita, Vol. I., Mediolani excudebat societas typographica classicorum Italiae scriptorum MDCCCXXIX

Poesie minori del Petrarca sul testo latino ora corretto, volgarizzate da poeti viventi o da poco defunti, vol. I., Milano, dalla Società Tipografica de’ Classici Italiani, MDCCCXXIX

ARGOMENTO

È noto quanto il Petrarca fosse affezionato alla famiglia Colonna: quanto questa lo amasse e proteggesse: com’egli fosse zelante promotore del bene e della gloria della Italia nostra: e come andasse tuttavia sempre vago di cambiare dimora secondo l’alternare dell’impulso degli affetti suoi, i quali, comunque apparentemente incostanti, erano però nel suo animo costantissimi, ed in tutto l’esser suo propriamente immedesimati.

Egli nel 1347, dopo avere soggiornato alquanto tra Avignone e Valchiusa, si propose d’abbandonare per sempre quella contrada, e di trasferirsi in Italia, ove lo invitavano gli amici, e particolarmente Azzone da Correggio. Ma ciò che nell’eseguire questo proponimento più costava al suo cuore; era (dopo l’allontanarsi dalla sua Laura) il doversi separare dalla famiglia de’ Colonnesi, e particolarmente dalla persona del cardinale Giovanni.

Questa separazione porse il tema dell’Egloga presente in cui, per quanto possano trovarsi non equivoci indizi di un qualche dissapore fra l’autore ed il Cardinale, tuttavia abbastanza vi ravvisa d’intima afflizione dell’amico congedantesi sotto il nome di Amicla. Le cause che questi vi adduce sono troppo mendicate, e troppo cordiali sono i ragionamenti del Cardinale sotto il nome di Ganimede, per non accorgersi che il vero motivo dell’allontanamento era alquanto misterioso. Il sospetto che ne ha il cavaliere Baldelli (pag. 348) parmi giustissimo; cioè che le relazioni nelle quali il nostro Petrarca era entrato coll’effimero Tribuno, Nicola Cabrini, avessero ingenerato qualche raffreddamento del Petrarca coi Colonnesi, i quali erano a colui manifestamente e ben giustamente avversi. E però potrà dirsi che, come il quinto viaggio del nostro Poeta per l’Italia sia stato mosso appunto dall’aurora della brevissima giornata di quella tribunizia meteora, così egli, dovendo congedarsi dal Cardinale suo proteggitore, ne andasse qua e là pescando i motivi. Per la qual cosa nessuna allusione a quell’avvenimento trovasi in tutta quest’Egloga, come neppure in quella sua Epistola in prosa, nella quale tutti leggonsi espressi i sentimenti dell’Egloga stessa: in quella Epistola cioè, nella quale narrasi il dialogo ch’ebbe il Petrarca col Cardinale, onde conseguire la permissione della partenza: circostanza per la quale l’abate de Sade (Mém. T. II, pag. 220) crede che il Poeta dopo avere scritto la lettera in prosa, abbia ridotto in egloga il dialogo medesimo.

Comunque sia però, tengo per fermo che il Petrarca, sebbene qui spieghi un non so che di alienazione d’animo verso il Cardinale, questa non gli stesse punto nel cuore, ma gli fosse piuttosto suggerita dall’intelletto, da cui pur dovea spremere quel convenevole congedo che forma l’oggetto dell’Egloga, mediante la quale procurossi forse dal Cardinale l’assenso alla partenza. E fu questo veramente l’ultimo congedo, perciocchè essi più non si videro mai, per essere il Cardinale morto ai 29 di giugno 1348, mentre il Petrarca era ancora in Italia, ove rimase fino al 1351.

La Separazione

Ganimede . Amicla

Gann. Ferma, ove fuggi..? e qual di tua partita

Fia la cagion? Fu questa piaggia (o ch’io

M’inganno) a te fanciullo un dì gradita.

Dove a guidar ten vai carco d’obblio

Con le madri gli agnelli... ahi dunque ingrato     5

Me dimentichi affatto, e quanto è mio?

Ami. Cessa, o padre (che tal tu mi sei stato)

Di rampognarmi: io qui sempre al tuo fianco

Da fanciullo il tuo gregge ho pascolato.

Allor fresco eri e lieto, or curvo e bianco                     10

Con l’etate intrattabile sei fatto,

E anch’io vivendo dal soffrir son stanco.

Gan. Grave consiglio è a grave etade adatto;

Voluttà mostra a giovinezza il calle,

Tu più che vecchio a delirar sei tratto.                 15

Allor tu questa amavi unica valle,

Or vagabondo, e altrove il piè rivolto,

Retrogradando a noi darai le spalle?

Ami: Si muta il saggio, e si riman lo stolto

In suo pensieri tempo, fortuna e loco                   20

Alternano i consigli e cangian volto.

Non vedi il gregge affievolito e roco,

Cui par che iniqua tabe il dorso affini,

E che l’ozio consumi a poco a poco,

E il rado vello ne straccian gli spini...                          25

Che far? nè qui sicuro è il ruscelletto,

Nè l’erba stessa de’ paschi vicini.

Salubre non vi scorre umore eletto,

Talchè fin l’aer grave e i pigri venti

Il mio stesso respir mi fan sospetto.                     30

Lascia dunque che io fugga, e pietà senti

Di me, che n’hai ragion, s’esser vuoi giusto,

Poichè partir m’è forza, e mel consenti.

Povero io venni, e povero e vetusto

Men vo’ da’ campi tuoi, ’ve senza inganni         35

Mendicai già la vita a frusto a frusto [1];

Sì per gregge, acquistato io cangiai panni,

Nè di spremuto latte ho copia alcuna,

Ricco a casa n’andrò d’invidia e d’anni.

Quel sopracciglio altero, in che s’aduna                     40

Tanto orgoglio congiunto alla tua possa,

Il pondo aggrava della mia fortuna,

Più assai d’un monte che all’altro s’addossa

Sorgendo all’etra dalla vetta ombrosa,

Come l’Etna, l’Olimpo e il rigid’Ossa.                 45

Tutto io prima soffriva: età sdegnosa

E la vecchiezza nelle rughe ardita,

E un vecchio in servitute è trista cosa

L’età matura a libertà m’invita:

Se in lacci il fior passò del viver mio,                   50

Dia fin libera morte a servil vita.

Lascia che tenti i miei destini anch’ io,

Per campi e paschi errando a mio talento:

Tu memore di me rimanti... addio ...

Gan. Ve’ ricordevol servo!... oh sparsi al vento                    55

Miei benefizj!... ben tai grazie merto!

E di tal premio tu mi fai contento.

Come se nulla in vita mia profferto

T’avessi mai, pur t’ebbi in mezzo al core,

Benchè tuo pari io non mi fossi al certo.              60

Ami. Voce alla voce, e fatti ai fatti, amore

Sol si debbe all’amor... memore e grato

Io fui, più che non pensi, al tuo favore;

Poichè t’ho sempre fedelmente amato

Dacchè noto mi fosti, e, se a me credi,                 65

T’amerò fino all’ultimo mio fiato.

Gan. Dunque alfin di sapere or mi concedi,

Qual più t’arrida ormai piaggia fiorente,

Quai più t’allettin fortunate sedi,

Qual cagion dura allontanar repente                          70

Due fide alme poteo; poichè d’altronde

Servo non è chi libera ha la mente.

Ami. Ve’ quel ciglion ch’irto di faggi asconde

Il capo fra le nubi, e donde i chiari

Fonti dal suol prorompono, coll’onde                  75

Che si scomparton quindi a quattro mari;

E vedi quello che soperchia altero

Co’ rotti scogli, delle stelle al pari;

D’onde, poichè di Birsa il pastor fero

A sè col ferro e con l’aceto aperse                         80

Non tentato precipite sentiero,

Scese crudel diluvio che disperse

Mandre e pastori, e tal rovina addusse

Che le capanne e le città sommerse;

Io, per l’arsura ch’ivi mi condusse,                              85

Me ne andava soletto appo la costa,

Che sì opportuna al mio desir rilusse

Quando Callia vêr me volse la posta

Delle sue piante, e mi mostrò col dito

I fonti e la verzura sottoposta.                              90

M’inoltro e miro il dilettoso sito;

Ma spesso indietro volgomi, ed a caso

Riveggo il loco ond’ erami partito.

Allor quest’ angol dove son rimaso

Ognor teco, mi spiacque; e a mano a mano       95

Sembrommi il ciel men bello inver l’Occaso,

E già pareanmi per l’azzurro vano

Languir le stelle: e allor conobbi quanto

Amor di patria puote in petto umano!

Ivi la violetta a’ rivi accanto                                         100

S’orna d’altro pallor; tra i dumi stretta

D’altro vermiglio ivi la rosa ha vanto.

Là più limpido il rio tra i prati affretta

Il piè d’argento, e per gli ameni lidi

Più dolce è il sonno sull’ausonia erbetta.             105

Gan. Così dunque l’amor de’ tuoi più fidi

Sprezzi l’onde al par col visco e co’ lacciuoli

Insidïavi alle colombe i nidi,

E con essi nel corso i cavriuoli

Stancavi a gara; o sotto il Capricorno                 110

Passando i dì tranquilli e i tardi Soli;

O sotto il fier Leòn l’ombre d’intorno

Cercando, o sotto il Tauro i bei fioretti;

O se l’adulta Vergine ritorno

In ciel facea, da verdi tralci eletti                                 115

Le dolci uve carpir nosco godevi,

E la notte affrettar con varj detti ;

E tra i detti e tra i giuochi ancor più brevi

Si feano i lunghi giorni, e la fatica

D’un riposo gentil condir solevi.                          120

Ami. Null’altro io sprezzo che selva nemica,

Pastor protervo, suolo maladetto

Che spontaneo gli aconiti nutrica,

Austro crudel di vapor tetri infetto,

Plumbee acque e torbe, in tortuose ruote            125

Polve agitata, e grandine a rimpetto.

Gan. Eppur tai cose non ti fûro ignote

Per sì lunga stagion che or sì t’aggrava)

Ami.      Mi fûro (e non tel niego) in pria già note,

Ma sempre in forse un’abitudin prava                        130

Mi tenne, e l’amor vostro, e le divine

Forme ed i vezzi di colei che amava.

Tutto cangia col tempo, e volge al fine;

Non piace in vecchia età giovenil cura,

Che varia anch’essa al variar del crine.                135

Gan. Ma pur qui t’arridea fama secura

Presso ognun, presso me; ne fuvvi un giorno

Chi potesse vantar miglior ventura.

Or n’andrai sperso ad altre selve intorno,

E vorrai forse in qualche rio momento                140

Esser meco rimasto, o far ritorno.

Am. Tutto accade quaggiù; che a suo talento

Regge Fortuna le vicende umane,

Ella resiste a pio cominciamento,

Ella sorride ad opre ingiuste e strane                          145

Arbitra e donna: ma se l’uom pur osa

Da lunge interrogar le sorti arcane,

E se non erra la mente dubbiosa

Forse presaga, agevol passo fora

Tornare al primo nido ad aver posa.                   150

Profugo il padre mio, com’era allora,

Qui dai patrj confin menommi, ahi lasso!

Fanciul meschino dalla prima aurora;

E qui m’espose su muscoso sasso

In queste, in odio al ciel, rive palustri,

(Oh rimembranza!) e volse altrove il passo!        155

Or io qui sèrvo a te da quattro lustri

Nè t’abbi a mal, se amor di libertate

Vuol che a vivere altrove io pur m’industri.

Opportuno è il pensiero in vecchia etate

D’apprestarsi un sepolcro in patria terra,            160

E il consente giustizia e in un pietate.

Addio… non fermi con tue preci guerra;

Addio… qual padre ognor t’avrò se il vuoi;

E la man giunta alla mia man disserra.

Gan. Misero me! chi più t’udrà fra noi                                165

Cantar con laude, o scolpirà su i gai

Ramoscelli crescenti i carmi tuoi?

Ami. Certo, io già lasso, e dal cantare assai

Già fatto roco, mentre ancora aspetto,

Pur troppo i vostri orecchi affaticai,                     170

Forse ad altri recar potrò diletto,

Cangiando cielo; in ogni dì Fortuna

Non conserva per tutti un solo aspetto.

Or dopo un bel mattin, torbo s’aduna

Nembo nel giorno, or vespero sereno                  175

Fuga la nube che il mattino imbruna.

In ria tempesta il porto non vien meno,

E respingon dai lidi altero pino

Non attese procelle ai flutti in seno.

Dappertutto abita? sempre vicino                               180

La Speranza e il Timore e ben sovente

E mutabil fra gli uomini il destino:

Che se ti sembra averlo strettamente

Fra le man côlto, egli i tuoi nodi sprezza

E fugge come lubrico serpente.                            185

Nulla ha di certo questa tua ricchezza

Più che l’inopia mia: ’ve più s’aspetta

Di favor, men di fede ivi s’apprezza.

Ma Càllia, odi, mi chiama, e a gir m’affretta

Dell’ibero Océan piega sull’onde                          190

Il Sol che guarda appena al monte in vetta.

Il cor mi tocca, e muoventi d’altronde

Il gregge che m’appella in suo belato,

Cui la giovenca mia dolce risponde.

Girne altrove ne piace, e a noi fia dato                         195

Seguir nostro desío; nè vaglion tanto

Questi gracili carmi a cui do fiato.

Gan. D’averlo accolto e che mi giova intanto

Da’ suoi verd’anni in la magione antica,

E d’averlo fatt’io mastro nel canto;                        200

Perchè esperto e maturo altr’ombra amica

L’avesse un dì! pel buon cultore al pari

Breve è il diletto, e lunga è la fatica.

Così per altri ei doma il campo; e rari

Frutti e merci a chi visse senza affanno                 205

Reca il nocchier che sfidò i venti e i mari.

Conosco la mia stella! altri godranno

Di ciò ch’io già per loro apparecchiai:

Conosco il tuo destino, e non m’inganno.

Che se povero apristi al giorno i rai,                              210

Ingrata Amicla, nell’età vegnente

Povero fatto, povero morrai.

Pur vanne: se immutabile è tua mente,

Solo io godrommi d’ogni mio tesoro

Senza te, o Amicla, di che son dolente.                  215

Ami. Io qui soletto sotto un verde alloro

A mezza state avrò ristoro e posa,

Meco tentando alcun febéo, lavoro,

O in verde colle, o in china valle ombrosa,

O presso il margo ove il ruscel non tace,                220

E la mia pascerò greggia lanosa;

E in loco di bel fiori ognor ferace

Io l’ape imiterò che aduna il mele.

Te ricca selva avrà; ma la tua pace

Forse un dì turberà pensier crudele.                              225

Divortium

Ganymedes . Amyclas

Gan. Quo fugis? Expecta; liceat conducere causas

Dissidii. Tu nostra, puer (nisi fallor), amabas Pascua.

Quo pastos abigis cum matribus agnos,

Ingrate, atque oblite mei rerumque mearum?

Ami. Parce, parens, damnare tuum. Puer, ipse fateris,                  5

Hoc pari regione gregem. Tibi laetior annis

Tunc animus fuerat; nunc intractabilis, asper.

Me quoque vivendo patientia prima reliquit.

Gan. Consilium solet esse senum; iuvenumque voluptas:

Tu mihi deliras senior. Tum vallis amator                                 10

Unius; deserta vagus nunc avia tentas.

Ami. Propositum mutat sapiens, et stultus inheret

Res, tempus, fortuna, focus, firmata sequenter,

Consilia alternant. Macie turpique veterno

Terga pecus confecta gerit; squallentia sentes [2]                       15

Vellera dilacerant: quid agam? Nec pocula fontis

Tuta, nec herbarum morsus succique salubres.

Ipse aër suspecta mihi suspiria reddit.

Quin iustam permute fugam, ei miserere coarti,

Nam potes. Ecce etenim veni ad tua gramina pauper,             20

Pauperiorque domum redeo; non lacte nec haedis

Auctior; invidia et solis iam ditior annis.

Adde supercilii pondus, quod non gravis acquei

Aetna iugis non ossa rigens, non altus Olympus.

Id prius aequanimis tuleram; indignantior aetas                       25

Est senium, rugaeque animos in verba ministrant.

Triste senex servus! Sit libera nostra senectus. [3]

Serva iuventa retro est: servilem libera vitam

Mors claudat. Memor usque mei subsiste, valeque:

Me fatum tentare meum sine pascua circum.                            30

Gan. En animi servum memoris! Sic omnia ventus

Abstulit! Has mereor grates, haec proemia reddis?

Ut nil praestiterim; multum licet impar, amavi.

Ami. Verba quidem verbis; res rebus; purus amori

Sed solus debetur amor. Gratusque memorque                         35

Sum quia te semper (postquam mihi notus) amavi:

Et dum vita comes, si quid mihi credis, amabo.

Gan. Quo properas igitur? Quae te magis allicit ora?

Unanimes quae causa repens disiungit amicos?

Perdit enim servi nomen, cui libera mens est.                             40

Ami. Aspice fagifero tangentem vertice montem

Nubila, tum gravida fontes tellure crepantes,

Unde ruens pelagis confunditur unda quaternis.

Aspice praeruptum scopulis exstantibus alte

Ire sub astra iugum. Lapis ille impervius olim                                    45

Punicus hesperio donec sibi pastor aceto [4]

Fecit et igne viam, nostris pastoribus ingens

Diluvium stragemque ferens; hoc forte per aestum

Solus ego ac sitiens nuper sub colle vagabar.

Gallias erranti se se comitemque ducemque                               50

Obtulit, et vibas digito direxit ad undas.

Progredior; vallesque novas et pinguia late

Rura noto, sed saepe oculos in terga reflectens.

Tam latus hoc sordere mihi; iam turbidus aether

Coepit ad occasum; iam sydera maesta videri.                          55

Agnosco validum patriae revocantis amorem.

Illic et violae melius per roscida pallent;

Per dumeta rosae melius redolentque rubentque;

Purior oc patrius illic mihi prata pererrat

Rivus; et Ausoniae sapor est iam dulcior herbae.                      60

Gan. Spreta fides igitur comitum tam certa priorum,

Cum quibus et niveas laqueis viscoque columbas [5]

Gaudebas, damasque plagis tentare fugaces?

Cum quibus et caprae soles, umbrasque leonis,

Et tauri flores, et adultae virginis uvas                                       65

Carpere? vel fando cunctantem impellere noctem,

Vel longum breviare diem sermone iocisque,

Et requie molli durum condire laborem.

Ami. Nil spretum, nisi sylva ferox, pastorque protervus, [6]

Et gignens aconita solum et maestissimus Auster,                    70

Et plumbo infecti latices, et turbine tortus

Pulvis, et umbra nocens, et grandinis ira sonorae.

Gan. An prius ista tibi tam longum ignota per aevum?

Ami. Nota prius, fateor. Tenuit me pestifer usus

Luctantem; me vester amor; me forma puellae [7]                   75

Blandior illecebris. Sed iam cum tempore sensim

Omnia mutantur, studium iuvenile senectae

Displicet, et variant curae variante capillo.

Gan. Hic vulgo iam notus eras, nec carior alter

Vel mihi vel sociis. Sylvis errabis in illis;                                    80

Et mecum mansisse volens cupiensque reverti.

Ami. Nil penitus non esse potest: Fortuna gubemat

Res hominum; valet illa piis obsistere coeptis,

Illa favere malis. At, si praesagia quidquam

Nostra ferunt certi, levis est ad prima recursus                        85

Principia. Huc genitor profugus me ruris aviti

Finibus infantem rapuit, ripaque palustri

Exposuit miserum, atque abiit. Per quattuor inde

Servio lustra tibi. Nulla est iniuria iustus

Libertatis amor; patrii quoque cura sepulchri est                    90

Tempestiva seni. Iam tandem absiste precari;

Atque iterum, pater alme, vale; dextramque relaxa.

Gan. Ah miser! et merita quis te cum laude canentem

Audiet, aut levi describet carmina lauro?

Am. Expectando quidem fessus, raucusque canendo                    95

Attuleram, vereor, vocis fastidia nostrae.

Fors aliis placiturus eo. Non una per omnes

Est hominis fortuna dies! Nunc mane quietum:

Turbida lux sequitur: nunc matutina serenus

Nubila vesper agit. Sic tempestatibus atris                             100

Tutus adest portus. Sic litora puppe tenentes

Tempestas inopina ferit. Spes, terror ubique

Iuxta habitant: fortuna vaga est, et protinus, inter

Quamvis pressa manus, ceu lubricus effluit anguis.

Nil habet ista magis tua nunc opulentia certi,                        105

Quam mea paupertas. Ubi pluris signa favoris,

Et minus est fidei. Sed iam me Gallias, audi,

Sollicitat, damnatque moras; et Phaebus iberum

Vergit ad Oceanum, montem vix occupat altum. [8]

Balatu moveor pecoris; nec candida dulci                              110

Mugitu ingeminans cessat revocare iuvenca.

Ire libet; liceat: nusquam sunt carmina tanti.

Gan. Men’ iuvenem patisse domi et finxisse docendo,

Ut doctum nova sylva senem, novus hospes haberet?

Sic labor agricolis longus, brevis inde voluptas!                     115

Arva domant aliis. Sic fessus nauta quietis

Invehit ancipiti delatas aequore merces!

Nosco meum sydus: aliis utenda paravi!

Fatum agnosco tuum: primis nam pauper ab annis,

Pauper eris senior, pauper morieris, Amycla!                        120

I tamen. Ipse meis (quando hoc immobile votum est)

Te sine (quod nollem) iam solus pascar acervis.

Am. Ipse per aestatem mediam, vel colle virenti,

Valle vel umbrosa, nitidique in margine fontis,

Solus Apollinea modulans sub fronde sedebo;                       125

Lanigerumque gregem pascam, et loca florea circum

Mellificas imitabor apes. Te dives habebit

Sylva; sed urentes turbabunt otia curae. [9]

 

Note

________________________

 

[1] a frusto a frusto: a boccone a boccone

Allude alle cose di Avignone, delle quali, sebbene sempre disgustato, cominciò allora ad avere nausea invincibile, forse per le sperante che gli sorgeano nel’amata sua patria.[2]

[3] Questi ed altri passi frequenti dell’egloga presente confermano sempre più la vera causa da cui egli allora sentivasi attratto all’Italia; la speranza di vederla, per opera di chi si voglia, ridonata alla libertà, alla gloria, alla pace, alla prosperità.

[4] Parla delle Alpi che dividono dalla Francia l’Italia, per le quali passò Annibale, di cui dicevasi avervisi aperto la via col fendere le rupi coll’aceto e col fuoco. Forse che a questo Cartaginese spetti l’onore dell’Invenzione delle mine, quali erano possibili avanti la scoperta della polvere.

[5] Rammenta qui il Cardinale al Poeta i piaceri della caccia, delle villeggiature e delle notturne e sollazzevoli brigate: prova evidente della familiarità loro, e del lieto vivere ch’egli porgeva al Petrarca. — In alcune stampe leggesi comitum tam certa piorum; ma credo dovervisi preferire la mia lezione.

[6] Ecco nell’allegorica sylva ferax, pastorque protervus accennata nuovamente Avignone con quanto v’era di spiacevole pel nostro Poeta.

[7] Si allude a Laura che sì a lungo colà lo ritenne. Ma l’amore avea allora già perduto la forza primiera: e ben potea qui dire anche di questa passione: cum tempore sensim Omnia mutantur; perciocché erano già trascorsi venti anni dal suo innamoramento, ed era già avanzatella Laura che morì nell’anno seguente.

[8] Nelle stampe leggesi: nix invece di vix. Ma la neve nulla ha di proposito in questo passo; laddove bene vi sta il dire che il sole vòlto all’occidente illumina appena (vix) la sommità delle Alpi. Quel Gallias, o forse Callias, che in questi versi viene nominato, è Azzone da Correggio, il quale invitava il Petrarca a ritornare in Italia, ove lo volea presso di sè.

[9] Non può negarsi che quest’ultimo addio abbia dell’amarezza, non solita a scorgersi nell’animo del Petrarca verso i benefattori e gli amici, quale era appunto il cardinale Giovanni Colonna. Quanto egli rimprovera e dice a questo in tutto il dialogo, tutto giustificasi senza lasciare ombra sull’animo del Petrarca, ma il lasciarlo col dirgli: Tu sarai ricco, ma gli affanni (urentes curae) turberanno i tuoi riposi, è un tal dire che ha dell’augurio, e quindi del desiderio del male altrui; il che assolutamente contrasta coll’animo affettuoso e riconoscente di lui. Può ben opporsi che come il Cardinale dice a lui poc’anzi: I tamen… Ipse meis... Te sine.... iam solus pascer acervis, così consentanea sia la risposta: Te dives habebit Sylva, sed urentes turbabunt otia curae. Ma quello è detto per dissuadere l’amico, ed è modificata da quell’affettuoso (quod nollem) laddove nulla v’è di consimile nella risposta. — Aveva io perciò in pronto e naturalissima una correzione del testo, per la quale a tutto si rimediava: cioè facendo finire la parlata d’Amicla colla parola apes, e coll’attribuire a Ganimede il resto, sostituendo al Te dives, Me dives, e finendo la sentenza con segno di sospirosa esclamazione. Questa avrebbe servito di conferma a quel (quod nollem), e sarebbe stato conforme alla verità dello stato e de’ presentimenti dell’amico Cardinale. Ma ponendomi così in opposizione con tutte le stampe, tanto più me ne astenni, quantochè il comento di Benvenuto non lascia alcun dubbio. Questi dice: te habebit Avinionis civitas: sed cogitamina, semper pectora tua uexabunt. — Veggo d’altronde, con sommo piacere che l’egregio volgarizzatore ha modificato assai felicemente la sentenza col dire a Ganimede: Te ricca selva avrai ma la tua pace Forse un dì turberà pensier crudele.

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